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2026-02-27
L’Anm dice No a mio nome, ma difendo il Sì
Edoardo D'Ambrosio
Ciò che contesto sulla base del testo normativo della riforma e degli argomenti espressi dai sostenitori del No è che l’indipendenza della magistratura sia compromessa dall’impianto complessivo delineato dal legislatore costituzionale.
Ritengo al contrario che l’autonomia e l’indipendenza della magistratura esca rafforzata dalla legge di revisione costituzionale, mediante il contrasto alla correntocrazia (che limita - questa sì - l’indipendenza dei singoli magistrati), mediante l’attribuzione del potere disciplinare a un organo giurisdizionale terzo (l’Alta Corte), e mediante la separazione delle carriere (che libera il giudice dal possibile condizionamento derivante dallo stretto rapporto di colleganza professionale con il pubblico ministero).
Proprio l’introduzione del sorteggio quale metodo di selezione dei componenti del Csm ha la funzione di spezzare ogni legame, da un lato, tra consigliere togato (che dovrebbe essere indipendente, dato che l’organo ha la funzione di garantire l’indipendenza di tutti i magistrati) e correnti (che sinora ne hanno consentito l’elezione con i propri serbatoi di voti); e dall’altro tra consigliere (preposto ad amministrare lo status di tutti i magistrati) e magistrato che lo ha eletto (la cui carriera è oggetto di amministrazione). Nell’attuale sistema nessun magistrato indipendente che si candidasse al Csm avrebbe la possibilità di essere eletto se non sostenuto dall’appoggio elettorale delle correnti. È un sistema clientelare basato sul potere delle correnti: la base dei magistrati preferisce votare il candidato della corrente che gli assicura protezione (in caso di problemi) o promozione (per la sua carriera).
Questo è l’aspetto che allarma l’Associazione nazionale magistrati, costituita dalle correnti, e che l’ha spinta a opporsi strenuamente alla riforma: il sorteggio eliminerà il potere delle correnti nell’ambito del Csm, riconducendole alla loro dimensione originaria e nobile, ossia quella di associazioni di magistrati uniti da ideali comuni nell’interpretazione del diritto (e non nella gestione di potere). Con il sorteggio, inoltre, anche l’Associazione nazionale magistrati potrà tornare a svolgere la sua nobile funzione di «cane da guardia» del Csm nella tutela dell’indipendenza della magistratura.
Il sorteggio, d’altra parte, non intacca in alcun modo l’indipendenza della componente togata dei due nuovi Csm, rimanendo peraltro essi presieduti dal presidente dalla Repubblica e composti per due terzi da togati e un terzo da laici (ossia, con il rapporto di due togati per un laico). Si badi che i laici dovevano essere necessariamente - a differenza dei togati che sono già selezionati professionalmente per pubblico concorso - preselezionati dal Parlamento (in seduta comune), e ciò per due ragioni: innanzitutto, al fine di formare una platea di sorteggiabili aventi i requisiti di professionalità richiesti dalla Costituzione; e inoltre per garantire equilibrio tra poteri dello Stato (la presenza di laici espressi dal Parlamento essendo stata voluta dai Costituenti quale forma di connessione della magistratura con esponenti della società civile, al fine di evitare corporativismo e autoreferenzialità della magistratura).
Con l’Alta Corte si introduce un organo giudiziario terzo e indipendente (perfettamente bilanciato nella sua composizione, come si addice a un organo giurisdizionale) che garantisce da un lato obiettività del giudizio disciplinare (senza intenti di protezione o persecuzione tipici delle logiche di appartenenza correntizia), e, dall’altro, a tutela del magistrato incolpato, due gradi di giudizio, e ricorso per Cassazione per violazione di legge (sempre ammesso dall’articolo 111, comma 7 della Costituzione).
Con la separazione delle carriere, infine, si completa, dal punto di vista ordinamentale, l’impianto accusatorio del processo penale, quale quello introdotto nel 1988 con il nuovo codice di procedura penale e rafforzato nel 1999 con la proclamazione, in nuce, del principio di terzietà del giudice rispetto alle parti. Non può dirsi terzo, infatti, il giudice che appartenga alla stessa categoria professionale della pubblica accusa. L’unitarietà delle carriere è un sistema ormai superato dalla cultura del giusto processo, che impone di non creare occasioni di contiguità (non solo professionale) tra il giudice e una delle parti del processo, quali quelle che derivano dall’avere, giudici e pubblici ministeri, superato lo stesso concorso, dal frequentare quotidianamente gli stessi uffici, nonché gli stessi corsi di formazione professionale.
La separazione elimina presso l’opinione pubblica il (ragionevole) sospetto che il giudice possa essere condizionato nella sua decisione da questo rapporto particolare che lo lega a chi esercita l’accusa.
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Io e altri 50 magistrati prendiamo le distanze da un’Associazione che è scesa in campo. Ignorando le opinioni di tutti i suoi membri e costituendo un Comitato pagato con le nostre quote e con soldi provenienti dal pubblico. Sull’indipendenza i suoi sono falsi allarmi.Ho deciso di sostenere la riforma dell’assetto istituzionale della magistratura, e di farlo pubblicamente, per prendere le distanze - insieme ad altri 50 colleghi - dalla discesa in campo dell’Associazione nazionale magistrati con modi che riteniamo gravemente inopportuni: l’Associazione infatti, sulla base di sole 1.200 deleghe (su 9.500 iscritti), non solo ha preso posizione contraria rispetto alla riforma, ma ha costituito un Comitato per il No, che viene finanziato con le quote di tutti gli associati (tra cui anche quelle di chi è favorevole alla riforma), e con fondi provenienti dal pubblico; un Comitato che inonda i social e i luoghi pubblici (come le stazioni ferroviarie) di slogan propagandistici, come un qualsiasi soggetto politico.Ciò che contesto sulla base del testo normativo della riforma e degli argomenti espressi dai sostenitori del No è che l’indipendenza della magistratura sia compromessa dall’impianto complessivo delineato dal legislatore costituzionale.Ritengo al contrario che l’autonomia e l’indipendenza della magistratura esca rafforzata dalla legge di revisione costituzionale, mediante il contrasto alla correntocrazia (che limita - questa sì - l’indipendenza dei singoli magistrati), mediante l’attribuzione del potere disciplinare a un organo giurisdizionale terzo (l’Alta Corte), e mediante la separazione delle carriere (che libera il giudice dal possibile condizionamento derivante dallo stretto rapporto di colleganza professionale con il pubblico ministero).Proprio l’introduzione del sorteggio quale metodo di selezione dei componenti del Csm ha la funzione di spezzare ogni legame, da un lato, tra consigliere togato (che dovrebbe essere indipendente, dato che l’organo ha la funzione di garantire l’indipendenza di tutti i magistrati) e correnti (che sinora ne hanno consentito l’elezione con i propri serbatoi di voti); e dall’altro tra consigliere (preposto ad amministrare lo status di tutti i magistrati) e magistrato che lo ha eletto (la cui carriera è oggetto di amministrazione). Nell’attuale sistema nessun magistrato indipendente che si candidasse al Csm avrebbe la possibilità di essere eletto se non sostenuto dall’appoggio elettorale delle correnti. È un sistema clientelare basato sul potere delle correnti: la base dei magistrati preferisce votare il candidato della corrente che gli assicura protezione (in caso di problemi) o promozione (per la sua carriera).Questo è l’aspetto che allarma l’Associazione nazionale magistrati, costituita dalle correnti, e che l’ha spinta a opporsi strenuamente alla riforma: il sorteggio eliminerà il potere delle correnti nell’ambito del Csm, riconducendole alla loro dimensione originaria e nobile, ossia quella di associazioni di magistrati uniti da ideali comuni nell’interpretazione del diritto (e non nella gestione di potere). Con il sorteggio, inoltre, anche l’Associazione nazionale magistrati potrà tornare a svolgere la sua nobile funzione di «cane da guardia» del Csm nella tutela dell’indipendenza della magistratura.Il sorteggio, d’altra parte, non intacca in alcun modo l’indipendenza della componente togata dei due nuovi Csm, rimanendo peraltro essi presieduti dal presidente dalla Repubblica e composti per due terzi da togati e un terzo da laici (ossia, con il rapporto di due togati per un laico). Si badi che i laici dovevano essere necessariamente - a differenza dei togati che sono già selezionati professionalmente per pubblico concorso - preselezionati dal Parlamento (in seduta comune), e ciò per due ragioni: innanzitutto, al fine di formare una platea di sorteggiabili aventi i requisiti di professionalità richiesti dalla Costituzione; e inoltre per garantire equilibrio tra poteri dello Stato (la presenza di laici espressi dal Parlamento essendo stata voluta dai Costituenti quale forma di connessione della magistratura con esponenti della società civile, al fine di evitare corporativismo e autoreferenzialità della magistratura).Con l’Alta Corte si introduce un organo giudiziario terzo e indipendente (perfettamente bilanciato nella sua composizione, come si addice a un organo giurisdizionale) che garantisce da un lato obiettività del giudizio disciplinare (senza intenti di protezione o persecuzione tipici delle logiche di appartenenza correntizia), e, dall’altro, a tutela del magistrato incolpato, due gradi di giudizio, e ricorso per Cassazione per violazione di legge (sempre ammesso dall’articolo 111, comma 7 della Costituzione).Con la separazione delle carriere, infine, si completa, dal punto di vista ordinamentale, l’impianto accusatorio del processo penale, quale quello introdotto nel 1988 con il nuovo codice di procedura penale e rafforzato nel 1999 con la proclamazione, in nuce, del principio di terzietà del giudice rispetto alle parti. Non può dirsi terzo, infatti, il giudice che appartenga alla stessa categoria professionale della pubblica accusa. L’unitarietà delle carriere è un sistema ormai superato dalla cultura del giusto processo, che impone di non creare occasioni di contiguità (non solo professionale) tra il giudice e una delle parti del processo, quali quelle che derivano dall’avere, giudici e pubblici ministeri, superato lo stesso concorso, dal frequentare quotidianamente gli stessi uffici, nonché gli stessi corsi di formazione professionale.La separazione elimina presso l’opinione pubblica il (ragionevole) sospetto che il giudice possa essere condizionato nella sua decisione da questo rapporto particolare che lo lega a chi esercita l’accusa.
Al «Giorno della Verità» sono intervenuti Georg Gufler, Chief Executive Officer di Doppelmayr Italia; Fulvio Giuliani, giornalista e responsabile comunicazione di Interporto Rivers; e Stefano Paggi, Chief Technology & Operation Officer di FiberCop, in un confronto moderato dal vicedirettore de La Verità Giuliano Zulin. Al centro del dibattito la trasformazione della competitività italiana tra mobilità sostenibile, infrastrutture digitali e logistica integrata.
Georg Gufler, Chief Executive Officer di Doppelmayr Italia; Fulvio Giuliani, giornalista e responsabile comunicazione di Interporto Rivers; e Stefano Paggi, Chief Technology & Operation Officer di FiberCop, insieme al vicedirettore de La Verità Giuliano Zulin che ha moderato il panel. Sono i protagonisti del confronto La fabbrica del futuro, andato in scena al «Giorno della Verità», dedicato alla sfida della competitività nella rivoluzione digitale italiana.
Al centro del dibattito l’idea di una fabbrica del futuro più veloce, connessa e integrata tra sistemi di trasporto, logistica e infrastrutture digitali. Un modello in cui, è stato sottolineato, la circolazione delle merci e delle informazioni diventa elemento decisivo di sviluppo.
Gufler ha descritto la mobilità come una sfida centrale per lo sviluppo sostenibile dei territori, illustrando l’attività di Doppelmayr Italia, società attiva da oltre 130 anni e con più di 600 installazioni realizzate in Italia tra impianti turistici e urbani. Tra i punti chiave del suo intervento, il ruolo dei sistemi a fune come soluzione complementare alle infrastrutture tradizionali, con tempi di realizzazione più rapidi e costi inferiori rispetto ad altre opere, oltre a benefici in termini di impatto ambientale e consumo di suolo.
Nel panel è stato inoltre citato un progetto realizzato a Parigi, con cinque stazioni collegate alla rete metropolitana e ferroviaria, che avrebbe consentito una riduzione dei tempi di percorrenza di circa 22 minuti.
Ampio spazio anche alla digitalizzazione delle infrastrutture. Paggi ha richiamato il ruolo di FiberCop e l’obiettivo di estendere la connessione veloce a circa 20 milioni di unità tra famiglie e imprese, sottolineando la centralità della rete come infrastruttura strategica per la competitività del Paese.
Sul fronte logistico, Giuliani ha illustrato il ruolo degli interporti come nodi fondamentali per lo smistamento delle merci. In Italia ne esistono circa trenta, ha ricordato, e rappresentano una componente ancora poco conosciuta ma strategica della catena logistica nazionale. L’interporto di Marghera è stato indicato come esempio di crescita recente, con oltre un milione e mezzo di tonnellate movimentate nell’anno.
Nel dibattito è emersa anche la necessità di rafforzare il trasporto intermodale e le connessioni con i traffici marittimi e le direttrici europee, così come la possibilità di utilizzare sistemi innovativi anche per il cosiddetto «ultimo miglio» urbano.
Infine, è stato affrontato il tema delle tecnologie avanzate, dall’intelligenza artificiale alla crittografia quantistica, considerate strumenti destinati a incidere sia sull’elaborazione dei dati sia sulla sicurezza delle reti digitali.
In chiusura, una riflessione sul bisogno di accelerare il cambiamento infrastrutturale e produttivo del Paese, tra investimenti, innovazione e superamento delle resistenze alla trasformazione.
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Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti
Nessun attrito con il ministro della Difesa Guido Crosetto sul tema dei fondi per il comparto militare. Lo ha chiarito il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti intervenendo al «Giorno della Verità», rispondendo a una domanda sulle presunte tensioni interne al governo.
«Il mestiere del ministro dell’Economia è vedere che tutti i ministri, legittimamente, chiedono stanziamenti e finanziamenti, e chi deve quadrare il bilancio deve utilizzare in modo saggio e opportuno le risorse», ha spiegato Giorgetti, sottolineando come non vi sia «nessun conflitto in particolare».
Nel suo intervento il titolare del Mef ha richiamato anche il contesto internazionale e gli impegni dell’Italia, che hanno inciso sulle scelte di bilancio e sul confronto con le istituzioni europee. In questo quadro, ha ricordato, si è sviluppato un negoziato con la Commissione Ue, che avrebbe recepito le richieste italiane legate alla gestione della spesa e alla considerazione di alcuni capitoli come parte del più ampio concetto di sicurezza nazionale.
Giorgetti ha insistito sulla necessità di una gestione «saggia» delle risorse pubbliche, soprattutto in una fase in cui le richieste di spesa aumentano in diversi settori e i margini di bilancio restano limitati.
Ampio spazio anche al tema dei conti pubblici e del debito, con riferimento alle dinamiche legate alle revisioni statistiche e agli effetti delle politiche fiscali adottate negli ultimi anni. Il ministro ha ricordato come alcuni dati siano ancora provvisori e soggetti a revisione da parte di Istat ed Eurostat, con una definizione attesa nei prossimi mesi.
Nel corso del dialogo è emersa anche la questione del Superbonus, richiamato da Giorgetti come esempio di misura che ha avuto un impatto rilevante sui conti pubblici e che ha richiesto successivi interventi correttivi. Una scelta che, nelle sue parole, si inserisce nel contesto delle decisioni prese in fase emergenziale e poi ritarate dai governi successivi.
Più in generale, il ministro ha ribadito l’esigenza di tenere insieme crescita, sostenibilità del debito e rispetto dei vincoli europei, in un quadro che resta complesso e condizionato da variabili economiche e geopolitiche. Le previsioni, ha osservato, dipendono infatti da molteplici fattori e possono cambiare in base all’evoluzione dello scenario internazionale.
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Guido Crosetto e Maurizio Belpietro
,Il ministro della Difesa Guido Crosetto intervistato dal direttore Maurizio Belpietro al Giorno della Verità spiega: «Nessun problema con Giorgetti, mai litigato con lui fondi per la Difesa».
Per gli Usa non esiste alcuna ragione per lamentarsi dell'Italia. Il ministro della Difesa liquida così la questione Roma Washington e la presunta rottura dei rapporti tra Giorgia Meloni e Donald Trump dovuta alla famosa telefonata sfogo del presidente degli Stati Uniti. Crosetto, incalzato dal direttore Belpietro, ha riconosciuto che esiste da parte degli Stati Uniti un malessere dovuto al fatto che l'Europa negli ultimi anni ha speso troppo poco per la Difesa. Un argomento che però «aveva già sollevato Obama prima e Biden poi, prima di lui». Crosetto ha spiegato che non esiste l'impegno di portare le spese per la difesa al 3,5% e che «il 5 comprende la parte di sicurezza, quindi le forze di polizia. Un impegno fatto al 2035. L'impegno che esiste è preso dal Parlamento: un aumento dello 0,15 ogni anno». E «quest'anno non c'è stato», ha riconosciuto il ministro, spiegando: mi è chiaro: «non siamo usciti dalla procedura di infrazione». Crosetto ha però detto di aspettarsi che nella finanziaria del prossimo anno «l'impegno che ci siamo presi, che ripeto non è il 3,5, ma è lo 0,15 per anno, sarà portato avanti. Il ministro si è detto convinto che «Giorgetti è assolutamente consapevole di questa cosa».
In questa occasione a Belpietro spiega che con Giorgetti non c'è alcun tipo di discussione e non c'è mai stata. «So che Giancarlo (Giorgetti, ndr) sa perfettamente quali sarebbero le cose che io vorrei. Io so perfettamente quali sono le cose che lui può fare e i tempi con cui può farle, per cui è impossibile che noi litighiamo» ma «sul Safe dipende dalla possibilità che lui ha». Poi si chiede: «I paesi del nord e est Europa sono spaventati da Putin, non so se a torto o a ragione, ma stanno spendendo in difesa più di chiunque altro. Putin arriverà a 2,4 milioni di soldati. Qualcuno mi deve spiegare a cosa servono visto che sono troppi anche per l'Ucraina».
Per Crosetto le crisi e le guerre sono dovute alla «sfida degli Usa con la Cina, iniziata 15-20 anni che sta arrivando a un punto di rottura". D'altro canto la guerra ha cambiato faccia e questa sfida «sarà sempre di più sull'intelligenza artificiale, chi arriva prima, sulla quantistica, sul computer quantistico, sullo spazio», ha detto Crosetto, osservando che la Cina ha «un'unica regia e un unico attore che è lo Stato", con una strategia centrale e investimenti massicci. Gli Stati uniti, al contrario, stanno fondando una parte della propria risposta su grandi multinazionali tecnologiche, alcune delle quali hanno ormai capacità superiori a quelle degli Stati. «Perché è la prima volta nella storia dell'umanità che ci sono aziende private che dispongono di strumenti tecnologici superiori a quelli di cui dispongono gli Stati» ha precisato Crosetto, riferendosi a Space X di Elon Musk. Per Crosetto il nodo per Trump resta Israele, perché «la capacità militare di Israele non può reggere senza l'aiuto degli Usa. Israele è ossessionato dall'eliminazione di Hezbollah in Libano. Ma eliminare Hezbollah significa eliminare il Libano. Quindi non è possibile».
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