Il cuore malato espiantato in anticipo, quello nuovo scongelato con «acqua fredda, calda e poi tiepida».
Sono agghiaccianti i particolari che emergono dagli sviluppi investigativi dell’inchiesta sulla morte del piccolo Domenico, il bimbo di due anni morto nell’ospedale Monaldi di Napoli dopo il trapianto fallito del cuore. Gli inquirenti stanno cercando di mettere insieme i tasselli di una vicenda complessa. Il cuore del bimbo è stato espiantato prima dell’arrivo di quello prelevato a Bolzano, ovvero alle 14,18 mentre il via libera dell’arrivo dell’organo è arrivato solo alle 14,22. Quindi, l’espianto sarebbe iniziato almeno 14 minuti prima dell’arrivo del nuovo organo. Secondo alcune testimonianze raccolte dagli inquirenti, infatti, le operazioni propedeutiche al delicato intervento chirurgico sarebbero iniziate 4 minuti prima della telefonata di segnalazione dell’arrivo del cuore fuori all’ospedale, a cui se ne devono aggiungere almeno una decina, orientativamente il tempo impiegato dai sanitari per arrivare con il box frigo contenente l’organo nella sala dove era in corso l’operazione. Le indagini, affidate al pm Giuseppe Tittaferrante, si stanno concentrando sulla tempistica del trapianto e sul contenitore «non a norma» con il quale il nuovo cuore è stato trasportato. Che qualcosa sia andato storto è stato evidente sin da subito, tanto che nel corso della riunione tra i massimi esperti italiani la tensione si tagliava a fette. A raccontarlo ai magistrati sono sempre sanitari del Monaldi, che parlano di un «confronto molto acceso» nel corso del quale il dottor Guido Oppido (il cardiochirurgo che aveva in cura il piccolo) avrebbe persino tirato un calcio al termosifone. Ecco come questo momento viene raccontato dai testimoni e inserito nelle carte dell’inchiesta: uno dei tecnici della sala operatoria era stato chiamato a colloquio dal primario Oppido che ha eseguito il trapianto, il quale con «tono minaccioso» chiese il perché il clampaggio fosse avvenuto alle 14.18, se alle 14.22 chi stava portando in ospedale il cuore del donatore era al telefono con un altro medico dell’équipe. Il tecnico avrebbe detto esplicitamente al cardiochirurgo che aveva espiantato il cuore del bambino malato, quando «il cuore era fuori dall’ospedale». A quel punto il cardiochirurgo avrebbe dato un calcio a un termosifone offendendo verbalmente il tecnico, davanti a sanitari dell’equipe. L’avvocato Francesco Petruzzi, che rappresenta la famiglia di Domenico, ha spiegato perché quel contenitore di plastica non «era idoneo neanche per le linee guida del 2015»: «Ci sono le linee guida del 2015, che sono state recepite poi in quelle del 2018 e poi quelle del 2025. Già nelle linee guida del 2015 è previsto che ogni minuto venga controllata la temperatura. In quelle del 2018 e del 2025 il controllo deve essere costante. Quando si trasporta un organo in aereo la legge prevede che all’arrivo, vista la variazione di temperatura e pressione durante un volo, si verifichi la temperatura della box. Non è stato fatto». Sempre per quanto riguarda il trasporto dell’organo, l’avvocato, dopo un colloquio con i pm in Procura, ha riferito un altro dettaglio inquietante: «L’operatore socio-sanitario dell’ospedale ha portato la cardiochirurga del Monaldi dove era tenuto il ghiaccio secco e ha chiesto alla dottoressa se quel ghiaccio andasse bene. La dottoressa ha confermato che il ghiaccio andava bene. L’oss non ha alcuna qualifica, nessuna culpa in vigilando rispetto a questa situazione. L’espianto è completa responsabilità della dottoressa del Monaldi, in quanto primo operatore». È sempre l’avvocato Petruzzi a precisare che non c’è alcun indagato dell’ospedale di Bolzano: «La Procura di Napoli dopo aver svolto tutte le indagini anche attraverso i Nas di Bolzano, che hanno fatto arrivare i medici da Innsbruck al confine, hanno svolto un’indagine molto ampia facendo una simulazione del ghiaccio secco all’interno della box, non intende indagare nessuno a Bolzano. Non c’è nessun errore o negligenza da parte dei sanitari altoatesini per la Procura di Napoli. E anche a parere di questa difesa». Ma uno degli aspetti più agghiaccianti è quello che emerge dalle testimonianze di alcuni infermieri pubblicate dal quotidiano La Repubblica: quando fu aperto il contenitore con il nuovo organo, il cuoricino era una «pietra di ghiaccio». Dopo diversi tentativi, il primario Oppido avrebbe deciso di procedere ugualmente perché non c’erano alternative. Ma pare che avesse pronunciato questa frase: «Questo cuore non farà nemmeno un battito, non ripartirà mai».
Il personale in servizio - è sempre il racconto degli infermieri ai pm - provò a far abbassare la temperatura di quel cuoricino prima con l’acqua fredda, poi con quella calda e persino con quella tiepida. Gli inquirenti stanno cercando di assemblare dei dati importanti ai fini delle indagini: il cuoricino di Domenico fu espiantato prima dell’arrivo di quello nuovo. Ma, il nuovo organo giunse come «una pietra di ghiaccio» e si cercò di «scongelarlo», ma senza esito. Si riuscì, però, solo ad «ammorbidirlo attraverso risciacqui con acqua calda». L’avvocato Petruzzi, alle telecamere della trasmissione Dentro La Notizia su Canale 5 ha aggiunto: «Pare che Oppido, durante una riunione, abbia cercato di convincere una perfusionista a cambiare l’orario di clampaggio (l’espianto dell’organo malato dal piccolo paziente, ndr) sulla cartella Cec. Il dato emerge dalle sit (sommarie informazioni testimoniali, ndr) agli atti dell’inchiesta. Questo va oltre il fatto che ci siano stati errori. Qua si è cercato di far cambiare un dato, in un atto pubblico, a un tecnico perfusionista. La vera follia è ciò che è accaduto dopo il 23 dicembre», il giorno del trapianto.



