Aveva diversi precedenti penali, ma il suo casellario giudiziario risultava «illibato», così Emilio Gabriel Valdez Velazco circolava liberamente nonostante fosse stato già denunciato nel 2025 per una violenza sessuale commessa a Cologno Monzese ai danni di una diciannovenne. È quanto emerge sul peruviano di 57 anni indagato per l’omicidio di Aurora Livoli, la diciannovenne trovata senza vita a Milano lo scorso 29 dicembre. Nei confronti dell’uomo era stata avanzata una richiesta di rinvio a giudizio per violenza sessuale aggravata nel 2025 che si aggiungeva a una condanna già ottenuta nel 2019, ma probabilmente per un «errore», quest’ultima non risultava.
Il particolare si evince anche dalle pagine dell’ordinanza di custodia cautelare del fermo firmata dalla giudice per le indagini preliminari di Milano Nora Lisa Passoni in cui è evidenziata la pericolosità dell’uomo e la sua «errata incensuratezza». «L’indagato, a specifica domanda in merito ai precedenti a suo carico», ha messo nero su bianco il giudice. «ha dichiarato di averne, sicché è più che probabile che la ragione della mancata indicazione di condanne nel certificato del casellario giudiziale non sia l’incensuratezza di Valdez Velazco, ma il mancato aggiornamento del certificato a suo carico». Il peruviano, irregolare sul territorio italiano, sarà ascoltato oggi nel carcere di San Vittore dal pm Antonio Pansa. Secondo l’accusa, il carcere è l’unica misura adeguata per prevenire le sue azioni «aggressive e violente». Gli arresti domiciliari, anche se applicati con il dispositivo di controllo elettronico, «non potrebbero scongiurare né il pericolo di fuga, né il pericolo di reiterazioni di simili manifestazioni di violenza contro la persona e, in particolare, contro le giovani donne, specie considerato che avendo l’indagato sostenuto di essere stato sotto l’effetto di alcool e droghe, di cui abusa». Adesso, gli inquirenti stanno cercando di fare luce sull’omicidio della giovanissima Aurora Livoli, tenendo conto anche del «curriculum» di Velazco: ha numerosi alias e precedenti penali per rapina aggravata, violenza sessuale e immigrazione clandestina. I precedenti per le violenze sono relativi al 2019, al 2024 e al 2025, ma l’uomo ha scontato il carcere a Pavia solo per la violenza sessuale commessa nel 2019. Il peruviano, entrato in Italia dalla frontiera di Linate nel 2017, si è trattenuto oltre i termini consentiti, diventando quindi irregolare dal 4 agosto del 2019. Nei suoi confronti il prefetto di Milano aveva emesso il primo provvedimento di espulsione, eseguito dal questore di Milano con decreto di accompagnamento coattivo alla frontiera il 6 agosto dello stesso anno. Ma il 16 giugno del 2023, Valdez Velazco ha richiesto con kit postale il rilascio del permesso di soggiorno, in qualità di fratello di una cittadina italiana, permesso che gli è stato negato dal questore di Milano per motivi di pericolosità sociale, l’11 gennaio del 2024. Il 25 marzo del 2024 era stato arrestato perché rientrato in Italia prima che fossero decorsi cinque anni dall’esecuzione dell’espulsione. Nei suoi confronti era stato nuovamente adottato un provvedimento di espulsione, per motivi di pericolosità sociale, emesso il 26 marzo del 2024 dal prefetto di Milano.
Ma in occasione della seconda espulsione, non era stato possibile procedere al rimpatrio immediato di Velazco perché il passaporto risultava scaduto. Era stato assegnato a un Centro temporaneamente, ma per motivi di salute era stata decretata «l’inidoneità alla vita in comunità», quindi gli era stato imposto di lasciare l’Italia entro sette giorni. Ma così non è stato.
- Le salme di cinque giovani vittime del rogo a Crans-Montana sono state portate a Milano e a Roma. I medici del Niguarda: «Ricoverati in gravi condizioni, è una battaglia». Giorgia Meloni: «Messa d’unità nazionale per loro».
- In un video del 2020 un barman invita i clienti a tenere lontane le candele dai soffitti. I titolari francesi del locale stavano per ampliare i posti a sedere eliminando un’uscita.
Lo speciale contiene due articoli
Lo strazio ha il colore bianco di cinque bare e il rumore sordo di un C-130 dell’Aeronautica militare che le trasporta in Italia. È partito alle 12.09 da Sion in Svizzera, con un’ora di ritardo, con a bordo i familiari di tre delle vittime. Procede lento sulla pista dell’aeroporto di Milano Linate, come in un metaforico corteo funebre, prima di arrestare la sua corsa davanti al picchetto d’onore e ai carro funebri. Sono quasi le 13 di ieri. Si apre il portellone, autorità e familiari si avvicinano. Ed escono uno dopo l’altro Giovanni Tamburi (16 anni) ed Emanuele Galeppini (17 anni), portati via terra rispettivamente a Bologna e a Genova, e i milanesi Chiara Costanzo (16 anni) e Achille Barosi (16 anni), quattro delle sei vittime italiane dell’inferno di Capodanno a Crans-Montana.
Ad attendere i ragazzi a Linate sono presenti il presidente del Senato, Ignazio La Russa, con il fratello Romano, assessore lombardo alla Protezione civile, il sindaco di Milano, Beppe Sala, il sottosegretario Alberto Barachini, i presidenti della Lombardia, Attilio Fontana, della Liguria, Marco Bucci, e dell’Emilia-Romagna, Michele De Pascale. «Il loro dolore unisce l’Italia», dice La Russa. Il governatore Fontana, visibilmente provato, afferma che «è stato un momento straziante».
Per Achille Barosi, studente milanese dell’artistico delle suore Orsoline che sognava di fare l’architetto, la camera ardente si è aperta ieri pomeriggio nella cappella di San Sigismondo, adiacente alla basilica di Sant’Ambrogio a Milano. «Angelo in cielo» scritto su un foglio, la foto del ragazzo: poi silenzio e lacrime. Scocca una campana, parenti e amici si stringono in un ultimo abbraccio ,«Sono orgogliosa di essere italiana, voi dovete essere orgogliosi di esserlo», dice coraggiosamente la mamma di Achille davanti alla bara del figlio. La camera ardente di Chiara Costanzo, seconda vittima milanese di Crans-Montana, è nella cappella del collegio San Carlo, che la ragazza frequentava. La sua mamma: «Non volevamo che in queste ore restasse sola». A bordo del C-130 c’è anche Riccardo Minghetti (16 anni) che atterrerà più tardi, verso le 15.30, a Roma Ciampino. Solita procedura, solito strazio. Tutti impietriti dalla tragedia. Impossibile dire qualcosa. Mamma e papà sono qualche passo indietro alla bara, non riescono nemmeno a camminare, strascicano i piedi.
«Non li abbiamo lasciati soli neanche un minuto», ha assicurato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, presente all’atterraggio, insieme al ministro dello Sport, Andrea Abodi, e al capo dipartimento della Protezione civile, Fabio Ciciliano. Ci sono i compagni delle medie e tutto il suo liceo, lo scientifico Stanislao Cannizzaro all’Eur. «Riccardo vive in tutti noi», si legge su un cartello preparato dalla sua classe. Il premier Giorgia Meloni invita tutti a un momento di «unità nazionale» promuovendo una messa a Roma per le vittime che si terrà venerdì pomeriggio nella basilica dei Santi Ambrogio e Carlo al Corso. Il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, proclama per domani un simbolico minuto di silenzio in tutte le scuole.
La salma di Emanuele Galeppini, genovese residente a Dubai, è esposta nella cappella dei frati cappuccini dell’ospedale San Martino di Genova. Ad attenderla, oltre ai genitori, al fratellino della vittima e ai suoi zii, anche il sindaco Silvia Salis e il presidente della Regione Liguria, Marco Bucci: «Tragedie così non devono succedere». Infine, Giovanni Tamburi, nella sua Bologna che si stringe alla sua mamma che ringrazia Giorgia Meloni: «Mi ha chiamato personalmente, aveva la voce rotta dal pianto. Si sentiva la sua sofferenza come mamma. Mi ha veramente commossa e mi è stata vicina come non mai, dandomi tutto il suo appoggio come se fossi stata sua sorella. Da mamma a mamma, da cuore a cuore».
Genitori accomunati da un dolore inimmaginabile in attesa dei funerali, a spese dello Stato, previsti per domani. Quelli di Riccardo saranno a Roma, nella basilica dei Santi Pietro e Paolo all’Eur e quelli di Giovanni nella cattedrale di San Pietro a Bologna. A Milano le esequie di Achille, nella basilica di Sant’Ambrogio e Chiara, nella chiesa di Santa Maria delle Grazie. L’addio di Emanuele nella sua Genova. Mentre quello di Sofia Prosperi, sesta vittima di appena 15 anni, originaria del Canton Ticino, verrà celebrato domani a Lugano.
«Una tragedia evitabile, le famiglie chiedono giustizia. Il nostro impegno ora è accertare la verità», afferma l’ambasciatore d’Italia in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado. Ma adesso, finite tutte le lacrime, è anche il momento di pensare ai 14 italiani che lottano ogni giorno per la vita. Un ragazzo è ancora ricoverato a Zurigo: le sue condizioni non consentono il trasferimento in Italia. Altri sono a Torino. Mentre al Niguarda ci sono sei pazienti in condizioni molto gravi. Hanno 15-16 anni, fatta eccezione per una donna di 29 e una di 55. L’estensione delle loro ustioni (di secondo e terzo grado) varia dal 10% a oltre il 50%, coinvolge arti, dorso e volto e sono presenti danni importanti a livello polmonare. Sei sono in terapia intensiva in condizioni particolarmente serie. Tre di questi sono considerati in condizioni critiche. «Non sono fuori pericolo, per loro sarà un percorso lungo. Una battaglia durissima», dicono i medici. La stessa che dovremo affrontare anche tutti noi. Le lacrime non sono ancora finite.
Il precedente: «Attenti alla schiuma»
Mentre l’Italia intera si è stretta in un abbraccio ai familiari delle vittime della tragedia di Capodanno, in Svizzera proseguono le indagini. Le notizie di ieri, sul fronte investigativo, sono ancora più allarmanti. La Radio Svizzera Tedesca ha svelato particolari «agghiaccianti» sul futuro del locale Le Constellation che, nella notte di San Silvestro, si è trasformato in un inferno di fuoco. Secondo quanto riferito dalla Radio, i gestori, Jacques Moretti e Jessica Maric (adesso indagati), avrebbero voluto ampliare il pub dal primo gennaio 2026 «eliminando un’uscita». Intanto, l’ambasciatore italiano in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado, parlando a Sion poco prima del volo per l’Italia delle cinque vittime, ha ribadito a gran voce «l’urgenza di verità e giustizia». Il diplomatico ha tenuto a precisare che in Italia i due proprietari del locale «sarebbero stati arrestati perché è troppo grave quello che è successo». «Nel rispetto dell’autonomia della magistratura», ha poi evidenziato all’Agi, «ho parlato della possibilità dell’arresto. Per le famiglie non è importante che gli indagati vadano in carcere ma che vengano accertate le responsabilità. Ho chiesto al presidente del Cantone Vallese e al ministro che venga fatto tutto quello che serve e, in effetti, gli accertamenti stanno proseguendo a tutto campo e sono già state sentite molte persone».
La procuratrice Beatrice Pilloud, che sta seguendo l’inchiesta, aveva comunicato invece che non ci sono i presupposti per l’arresto, ovvero non ci sono pericolo di fuga, inquinamento probatorio e reiterazione del reato, anche in presenza di ipotesi come omicidio, lesioni e incendio, a titolo colposo, «circostanza quest’ultima, che anche in Italia non fa scattare di solito l’arresto». La procuratrice ha chiarito che l’indagine «verterà in particolare sull’analisi dei documenti ottenuti dal Comune, sulla conformità dei lavori realizzati dai gestori, sui materiali utilizzati, sulle vie di fuga, sui mezzi di estinzione e sul rispetto delle norme antincendio». Anche su questo, l’ambasciatore Cornado ha svelato alcuni dettagli: «Le autorità locali mi hanno riferito che il materiale fonoassorbente sul soffitto era infiammabile. L’uscita di sicurezza, se esisteva, era mal segnalata e in mezzo a quel disastro i ragazzi non l’hanno nemmeno vista». La Radio Svizzera Tedesca ha svelato che i gestori alla fine del 2025 avevano presentato una richiesta per ampliare il locale, una trasformazione che, se realizzata, avrebbe potuto aggravare le conseguenze del rogo perché il piano prevedeva «di eliminare l’uscita laterale della veranda», quella ripresa più volte nei video della serata.
Tale aspetto chiama in causa il Comune e il sindaco Nicola Féraud che guida la cittadina di Crans-Montana da tre mandati. Il primo cittadino è stato, infatti, già sentito dai magistrati e per la giornata di oggi ha convocato una conferenza stampa in Comune probabilmente al fine di chiarire gli aspetti relativi a eventuali permessi concessi e ai controlli. Nei giorni scorsi alla testata «Blick» lui stesso aveva dichiarato che la sua amministrazione «non ha adottato un approccio permissivo nella gestione del bar». La tragedia e le indagini accendono i riflettori sulla sicurezza dei locali. Alcuni politici svizzeri stanno adesso chiedendo a più voci di «intensificare l’applicazione delle norme di sicurezza antincendio nei principali centri di sport invernali del Paese».
Un video diffuso dalla testata svizzera Rts dimostrerebbe che era già noto, da alcuni anni, il rischio di incendio del materiale fonoassorbente infiammabile dei soffitti a contatto con le candele pirotecniche usate per servire gli alcolici durante le feste. Dalle immagini si vede un barman di Le Constellation» dire ad alcuni clienti che partecipavano alla festa per il Capodanno 2020 «Fate attenzione alla schiuma! Fate attenzione alla schiuma!». A raccontarlo è stato il giovane che ha fornito le immagini e che aveva partecipato alla serata. Il barman metteva in allarme i giovani che avevano appena ricevuto le bottiglie ordinate con le candele pirotecniche.
- Nota prudente di Palazzo Chigi, mentre Pd, M5s, Cgil, Fiom, Anpi e varie altre sigle rosse si schierano tutte col dittatore.
- «Con lui c’è un’altra dozzina di detenuti italiani», spiega il ministro, in contatto diretto con l’ambasciatore De Vito per tutelare i connazionali sul suolo venezuelano.
Lo speciale contiene due articoli.
Giorgia Meloni aspetta il tardo pomeriggio di ieri per far conoscere il suo pensiero sull’operazione, attraverso una nota di Palazzo Chigi all’insegna del più sano equilibrismo: «L’Italia», recita, «ha sempre sostenuto l’aspirazione del popolo venezuelano a una transizione democratica nel Venezuela, condannando gli atti di repressione del regime di Maduro, la cui auto-proclamata vittoria elettorale l’Italia, assieme ai principali partner internazionali, non ha mai riconosciuto. Coerentemente con la storica posizione dell’Italia, il governo reputa che l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari, ma considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico». La Meloni, che non cita mai né gli Usa né Trump, critica quindi il ricorso all’«azione militare esterna» ma il succo politico è che legittima, seppure con un giro di parole, l’attacco Usa a Caracas. «In raccordo con il ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, Antonio Tajani», prosegue il comunicato, «il presidente Meloni continua a seguire con particolare attenzione la situazione della comunità italiana in Venezuela, la cui sicurezza costituisce la priorità assoluta del governo».
Elly Schlein, segretaria del Pd, aspetta la posizione della Meloni per diffondere una sua dichiarazione, al termine della segreteria convocata in via straordinaria: «L’attacco militare di Trump non ha alcuna base legale», argomenta la Schlein, «e rischia di legittimare altre azioni unilaterali che possono generare ulteriori conflitti e caos a livello regionale e globale. Non ci rassegniamo a un ordine mondiale che sostituisca la legalità internazionale con la legge del più forte e del più ricco. Per questo riteniamo grave la posizione del governo italiano nella parte in cui definisce legittima l’azione militare di Trump in Venezuela». Una posizione dura e pura, quella della Schlein, costretta ancora una volta a inseguire Giuseppe Conte, la Cgil e la sinistra radicale, sin da ieri mattina schierati senza se e senza ma contro gli States. «L’aggressione americana al Venezuela», scrive sui social il leader del M5s Giuseppe Conte, «non ha nessuna base giuridica. Siamo di fronte a una palese violazione del diritto internazionale, che certifica il predominio del più forte e meglio equipaggiato militarmente. Né può valere di per sé a giustificare l’attacco a uno stato sovrano la natura illiberale del suo governo. Per noi il diritto internazionale non vale fino a un certo punto». Le prese di posizione più dure arrivano dalla galassia di sigle sindacali e associazioni della sinistra radicale: «La Cgil», sottolinea il segretario generale Maurizio Landini, «condanna con fermezza la violazione della sovranità nazionale della Repubblica del Venezuela da parte degli Stati Uniti d’America, con l’attacco militare, l’isolamento del sistema di comunicazione, fino alla annunciata cattura del presidente Maduro. Ancora una volta si fa carta straccia del diritto internazionale e si fa prevalere la logica della guerra e della forza, in un momento in cui a livello globale non ci sono mai stati tanti conflitti armati in corso». Landini sottolinea che «il quadro internazionale si fa sempre più drammatico» e ribadisce che «la pace, la sicurezza comune, la democrazia, i diritti e le libertà sono indivisibili dal rispetto dei diritti umani e dall’applicazione del diritto internazionale».
Ancora più dura la Fiom che, attraverso una nota della segreteria nazionale, «esprime la propria piena solidarietà e vicinanza al popolo venezuelano e condanna duramente gli attacchi contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela, avvenuti in palese violazione del diritto internazionale e dei principi fondamentali sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite. L’attacco è chiaramente determinato dagli interessi economici degli Usa». Le organizzazioni di estrema sinistra annunciano un presidio per domani a Roma: «Condanniamo con fermezza l’estensione della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra Stati», scrivono in una nota congiunta Anpi comitato provinciale di Roma, Cgil Roma e Lazio, Rete numeri pari, Rete italiana pace e disarmo, Rete #no bavaglio, Sbilanciamoci, Stop Rearm Europe Italia, «e l’ennesima e gravissima escalation bellica prodotta dall’attacco militare del governo Trump contro la Repubblica del Venezuela e dal rapimento del suo presidente, Nicolás Maduro, e dei suoi familiari. Si tratta di una palese e inaudita violazione del diritto internazionale e della sovranità dei popoli, per la quale non esistono giustificazioni: non ci sono mai giustificazioni per legittimare il ricorso alla guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra gli Stati».
Sulla stessa linea le Acli, che attraverso una nota esprimono «ferma condanna per l’attacco aereo condotto nella notte dall’Amministrazione statunitense contro il Venezuela e per il successivo rapimento del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie. Si tratta di un atto che appare privo di qualsiasi legittimazione sul piano del diritto internazionale e che configura, nei fatti, una grave aggressione alla sovranità di uno Stato».
Tajani al lavoro sul caso Trentini
L’Italia è in apprensione per le sorti di Alberto Trentini, il cooperante veneziano detenuto da oltre 400 giorni nel carcere El Rodeo di Caracas. I genitori del quarantaseienne stanno seguendo con grande preoccupazione quanto sta avvenendo in Venezuela dopo l’attacco americano nella notte tra venerdì e sabato. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, stanno seguendo con particolare attenzione non solo la situazione di Trentini (arrestato a novembre 2024), ma anche le sorti di tutta la comunità italiana in Venezuela, la «cui sicurezza costituisce la priorità assoluta del governo». «Noi seguiamo con grande attenzione tutto, soprattutto, ripeto, preoccupandoci delle condizioni dei nostri concittadini», ha ribadito ieri più volte Tajani. «Abbiamo anche italiani detenuti, a cominciare da Trentini, ma con lui c’è un’altra dozzina, quindi anche quello è un tema che ci preoccupa e stiamo lavorando al massimo». Nel primo pomeriggio di ieri, il presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani, ha chiamato il ministro Tajani per informarsi su Alberto Trentini: «Pur nella complessità degli eventi di queste ore, il ministro e le competenti autorità stanno collaborando col massimo impegno per tutelare l’incolumità di Trentini e di tutti i veneti residenti in Venezuela». In tutto il Paese gli italiani presenti sono circa 160.000, come riferito dall’ambasciatore a Caracas Giovanni Umberto De Vito, da ieri in costante contatto con Tajani. «La nostra prioritaria preoccupazione è ovviamente l’incolumità dei nostri connazionali, a cui raccomandiamo di restare in casa», ha detto a RaiNews24 l’ambasciatore: «Siamo in contatto e siamo mobilitati attraverso i due consolati, quello di Caracas e quello di Maracaibo. Per il momento non abbiamo particolari segnali da parte dei connazionali e stiamo monitorando costantemente la situazione. È chiaro che in questo momento quello che noi raccomandiamo è di rimanere nelle abitazioni, quindi di non uscire per strada. La situazione è talmente fluida e incerta, che noi raccomandiamo vivamente di tenersi in contatto con l’ambasciata, con i consolati, ma di non uscire per strada e evitare qualsiasi spostamento in questo momento». La comunità degli italiani, come detto, è molto numerosa, circa 160.000 persone. «La maggior parte sono doppi cittadini, ma ci sono anche alcuni expat che sono qui per motivi di lavoro, anche per turismo», ha spiegato l’ambasciatore. «Quindi la nostra priorità è assolutamente garantire la loro incolumità e fare tutto il possibile per dare ogni eventuale assistenza. Quanto a eventuali voli per riportarli in Italia, non parlerei di questo perché lo spazio aereo è chiuso e non c’è proprio la possibilità materiale di organizzare dei voli in questo momento». Ieri, dopo la riunione del Pd, la segretaria del Pd Elly Schlein ha espresso «grande preoccupazione» anche «per i nostri numerosi connazionali in Venezuela e per i prigionieri italiani tra cui Alberto Trentini, di cui abbiamo chiesto in questi mesi la liberazione».





