Arriva una svolta nell’uccisione di Gabriele Vaccaro, il venticinquenne ammazzato in un parcheggio a Pavia nella notte tra sabato e domenica. Per la morte del giovane, originario di Favara (Agrigento), ieri è stato fermato un sedicenne italiano di origini egiziane. Il provvedimento nei suoi confronti è stato emesso dopo un lungo interrogatorio in Questura. Dalle immagini delle telecamere posizionate nella zona, è emerso che a colpire Vaccaro sarebbe stato solo il sedicenne e non gli altri quattro ragazzini che erano con lui.
Da quanto si è appreso, nei confronti degli altri non sono emersi elementi riconducibili all’accusa di omicidio, ma a breve potrebbero essere denunciati per omissione di soccorso. Si tratta di un minorenne albanese e di tre giovani, due italiani e uno di origini straniere. I quattro ragazzini sono stati ascoltati per diverse ore in Questura dagli investigatori. L’aggressione è avvenuta dopo che tra la vittima, i suoi due amici e l’altro gruppo ci sarebbe stata qualche parola di troppo a seguito di apprezzamenti a una ragazza. Un confronto che è degenerato fuori da un locale della movida pavese e si è trascinato fino al parcheggio, dove Vaccaro - che lavorava in una società di logistica e viveva a Broni (Pavia) - è stato colpito alla gola con un cacciavite o un piccolo coltello. Al momento l’arma del delitto non è stata trovata e bisogna aspettare l’autopsia per accertare la natura delle ferite.
Da quanto si è appreso, il venticinquenne sarebbe stato ucciso proprio con un cacciavite, ma sarà necessario avere ulteriori riscontri.
Paradossalmente, alcune settimane fa i giudici di Roma avevano messo nero su bianco che il cacciavite non può considerarsi «arma letale». Lo hanno fatto nel redigere le motivazioni della sentenza di condanna emessa nei confronti del brigadiere dei carabinieri Emanuele Marroccella, condannato a tre anni di reclusione perché il 20 settembre 2020, durante un intervento, uccise a colpi di pistola Jamal Badawi. Quest’ultimo, 56 anni, pluripregiudicato, si era intrufolato negli uffici di un’azienda informatica nel quartiere dell’Eur e il carabiniere era intervenuto dopo che il collega era stato ferito nel tentativo di bloccare il ladro. Il reato è quello di eccesso colposo nell’uso legittimo di armi poiché il cacciavite - impugnato da un immigrato anche in quella circostanza - non può essere ritenuta appunto «arma letale».
Eppure Vaccaro è morto. Nell’aggressione di Pavia uno dei due amici della vittima è rimasto lievemente ferito all’addome ed è stato trasportato in ospedale. A Favara, luogo natale di Vaccaro, sarà proclamato lutto cittadino nel giorno dei funerali del giovane. Il sindaco della cittadina agrigentina, Antonio Palumbo, ha espresso vicinanza alla famiglia: «Mi stringo con tutto l’affetto possibile ai familiari. Questo dolore, tanto grande da essere inimmaginabile, non appartiene più solo a loro, ma a ogni singola strada e a ogni singola casa della nostra città. Per testimoniare questa vicinanza, proclameremo il lutto cittadino per il giorno dei funerali. La tragedia che ha colpito il nostro giovane concittadino a Pavia ci lascia svuotati, impotenti, davanti a una violenza che non trova alcuna giustificazione e che stamattina ha ammutolito Favara. Non è solo una vita che si interrompe, è un ragazzo che viene derubato della propria luce. È la nostra comunità che perde un pezzo di futuro».
Il vicepresidente leghista del Senato, Gian Marco Centinaio, si è complimentato con la squadra mobile e con la Questura di Pavia «per la rapidità e l’efficacia con le quali hanno condotto le indagini sull’omicidio. Attendiamo che venga fatta piena luce su quanto è successo, poi toccherà alla magistratura applicare le leggi che ci sono con la massima severità, per punire il responsabile ed eventuali complici. Per il momento, non possiamo fare altro che rivolgere sentite condoglianze alla famiglia di Gabriele, un giovane perbene che era stato accolto nella nostra provincia per lavorare onestamente e vivere in serenità. Da pavese e da rappresentante delle istituzioni, voglio condividere con i genitori, i parenti, gli amici il dolore per la sua tragica scomparsa».
Domenica è stata una giornata di grande dolore. Le foto di Vaccaro sul campo di calcio si alternavano a quelle sulle spiagge siciliane. Numerosi post sui social, scatti che lo ritraevano assieme ai suoi amici di sempre o abbracciato alla sorella gemella, ma anche i viaggi, le passeggiate all’ombra della Madonnina e il tifo per l’Inter allo stadio. Immagini che mostrano l’entusiasmo di un ragazzo che da pochi mesi si era trasferito nel Pavese per lavoro, con tanta voglia di vivere.
Salvini silura Von der Leyen: «No al lockdown energetico. Usiamo petrolio e gas russi»
- Duro j’accuse all’evento dei Patrioti europei a Milano: «Accoppiata Fmi-Commissione malefica, sospendere Patto di stabilità. Ciao Sala, vogliamo tornare a Palazzo Marino».
- Antagonisti, alcuni tentano di sfondare: respinti dagli idranti. Scritte sui muri: «Celerini lapidati».
Lo speciale contiene due articoli.
A Milano, sotto la Madonnina, il leader della Lega, Matteo Salvini, ha provato a dare alla piazza dei Patrioti un respiro più largo della sola battaglia sull’immigrazione, incorniciando la manifestazione dentro una critica complessiva a Bruxelles, alle sue politiche economiche, energetiche e militari.
Dal palco di piazza Duomo, il ministro ai Trasporti ha attaccato la linea europea sulla crisi energetica, accusando l’Ue di voler affrontare l’emergenza con «un nuovo lockdown» e sostenendo che, per reagire davvero, bisogna prima di tutto sospendere le regole del Patto di stabilità e permettere di usare «i soldi degli italiani per aiutare gli italiani in difficoltà». Salvini ha richiamato anche le parole del presidente di Confindustria, Emanuele Orsini («Bisogna cambiare chi governa questa Europa») per rafforzare l’idea di una rottura ormai necessaria con l’attuale classe dirigente europea. Da qui la proposta politica più netta: se gli Stati Uniti hanno sospeso fino al 16 maggio le sanzioni che bloccavano commercio e acquisto di petrolio russo, allora deve farlo anche Bruxelles. «Se lo fanno a Washington, lo devono fare anche a Bruxelles», ha detto, rilanciando la richiesta di tornare a prendere gas e petrolio da tutto il mondo, «Russia compresa», pur di non chiudere scuole, fabbriche e ospedali e non scaricare la crisi su famiglie e imprese.
Nello stesso passaggio Salvini ha confermato anche il suo no all’esercito europeo e ha attaccato Commissione europea e Fondo monetario internazionale, definiti una «accoppiata malefica». Piazza Duomo è gremita, ci sono almeno 10.000 persone. «Più di quante ci aspettavamo», dicono gli organizzatori. Ci sono anche storici leghisti come Roberto Calderoli, che compie 70 anni, Luca Zaia, Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga.
Ma quel quadro economico e geopolitico serviva in realtà a introdurre il cuore ideologico della manifestazione: la convinzione, ripetuta in forme diverse da quasi tutti gli ospiti, che l’Europa stia vivendo una crisi di civiltà e che il punto da cui ripartire sia la difesa della propria identità storica e cristiana contro l’immigrazione di massa, contro l’islam politico e contro il progressismo culturale che avrebbe disarmato il continente. La piazza dei Patrioti ha tenuto insieme tutto questo, trasformando l’area davanti al Duomo in una vetrina europea della destra sovranista e identitaria, dove ogni intervento ha aggiunto un tassello a una stessa narrazione.
Il ministro Giuseppe Valditara ha dato a questo impianto la forma più istituzionale. Ha parlato dell’«orgoglio di una patria», della sua difesa come «sacro dovere» e di un «sano patriottismo» distinto dal nazionalismo aggressivo. Poi ha legato il tema dell’integrazione al rispetto delle leggi e delle regole, fino all’attacco contro schwa, asterischi e generi neutri, giudicati un’offesa alla dignità di uomini e donne. Il giornalista Mario Giordano ha usato, invece, il registro più duro e polemico. Ha contestato la retorica dell’immigrazione come risorsa, l’ha definita un vantaggio per trafficanti, mafie e per il «business della solidarietà», e ha parlato dell’Europa cristiana come di una civiltà che non può accettare la sostituzione delle sue chiese e dei suoi simboli con moschee e sharia. Geert Wilders ha costruito tutto il suo intervento nel nome di Oriana Fallaci, presentata come la voce che aveva capito tutto con decenni di anticipo. Ha parlato di città europee ormai divise in «città nella città» governate dal Corano, ha evocato la jihad come minaccia e ha chiuso con il doppio richiamo alla Fallaci e a Giovanni Paolo II, trasformando la sua presenza in un manifesto di resistenza identitaria. Tom Van Grieken ha parlato di un’Europa che si sta spegnendo e ha citato Milano come città dove una giovane donna ha paura a tornare a casa da sola. Andrej Babiš ha insistito su confini e sovranità, Jordan Bardella ha richiamato le radici comuni di Francia e Italia annunciando che, alle prossime presidenziali, Emmanuel Macron sarà spazzato via dal Rassemblment National; Martin Helme ha denunciato l’Europa delle interferenze contro i governi sovranisti, mentre Afroditi Latinopoulou ha liquidato la sinistra come «un cancro».
A tirare le somme è stato ancora Salvini, che ha parlato dei Patrioti come di «una famiglia», ha ricordato Umberto Bossi e salutato Viktor Orbán. Ma il punto finale non era l’Europa astratta: era Milano, vera protagonista implicito della giornata, raccontata dalla destra come città insicura, snaturata e ostaggio del degrado. I segnali si erano visti già nel corteo partito da Porta Venezia, tra slogan come «Europa cristiana, mai musulmana», attacchi a Von der Leyen e il passaggio davanti a Palazzo Marino, quando Alessandro Corbetta aveva lanciato dal megafono il suo «un bel saluto a Beppe Sala». Da lì in poi, lo scontro con l’amministrazione milanese è entrato nel cuore del comizio. Salvini ha attaccato «certa sinistra che ha l’aggettivo democratico nel nome», ha salutato polemicamente «il sindaco Sala e i centri sociali» e nel finale dal palco è stato scandito il coro «Sala, Sala, vaffanculo». La chiusura è stata netta: «Da milanese, non mi basterà vincere le elezioni politiche». Il vero obiettivo, ha detto, è tornare a vincere le comunali e governare Palazzo Marino dopo 15 anni.
Vandalismi e bottigliate agli agenti. Triste show dei fan dei clandestini
Scene di ordinaria follia cadenzate da momenti in cui la tensione e la preoccupazione hanno raggiunto l’apice. Atti vandalici contro le forze dell’ordine, lancio di bottiglie, di fumogeni, scritte oltraggiose contro il vicepremier Matteo Salvini e contro la polizia. È questo il triste bilancio dello «scontro» tra i manifestanti di area antagonista e le forze dell’ordine, avvenuto nel corso del corteo contro il raduno dei Patrioti europei in corso in piazza Duomo.
Tre contro-manifestazioni hanno preso il via ieri per «bloccare» l’iniziativa della Lega in piazza Duomo partendo da tre luoghi diversi per poi confluire in un unico punto. Ma sin dai primi istanti si è registrata un’escalation della tensione. In particolare, all’angolo tra via Mascagni e via Visconti di Modrone, i manifestanti, oltre 500, hanno proseguito dritto verso il centro, in largo Toscanini, blindato con i mezzi alari. A un certo punto, gli antagonisti in testa, incappucciati e coperti da un lungo striscione protettivo con scritto «Ieri partigiani oggi antifascisti», hanno lanciato fumogeni e bottiglie di vetro contro le forze dell’ordine, inneggiando cori contro la polizia. Gli agenti sono riusciti a bloccare oltre 100 manifestanti soltanto con gli idranti. Loro, intanto, proseguivano urlando «Servi dello Stato» e «Fuori i fascisti da Milano».
Ma le tensioni non sono finite. Infatti, dietro uno striscione rinforzato, un gruppo formato da militanti dei centri sociali Lambretta e Zam ha cercato in ogni modo di avvicinarsi allo sbarramento che si trovava in via Borgogna ,all’altezza di piazza San Babila. I manifestanti hanno iniziato a lanciare petardi e fumogeni in direzione delle barriere mobili e dei mezzi blindati. Diversi i cori di insulti alle forze dell’ordine intonati durante i cortei. Il momento di tensione è durato qualche minuto prima che il serpentone ripartisse su via Visconti di Modrone. Dopo il collegamento avvenuto davanti al tribunale di Milano, i manifestanti hanno raggiunto la biblioteca Sormani. Subito dopo hanno fatto una sosta e alcuni attivisti hanno lanciato messaggi di dissenso con il megafono. E sui muri dei palazzi che si affacciano sulle vie attraversate dal corteo, sono apparse alcune scritte ingiuriose nei confronti del ministro Salvini e anche contro la polizia, frasi del tipo «Salvini appeso» e «celerini lapidati».
Tutto è iniziato nelle prime ore del pomeriggio di ieri quando i manifestanti si sono dati appuntamento in tre punti diversi della città. All’altezza del palazzo di giustizia, gli antagonisti si sono uniti con i collettivi studenteschi e con i gruppi pro Pal, partiti da luoghi diversi. Il primo, in arrivo da piazza Cinque giornate, si è mosso intorno alle 14 da piazza Lima, formato da centinaia di esponenti dei centri sociali, collettivi studenteschi, Avs e Rifondazione comunista, oltre allo spezzone pro Pal che si era ritrovato in piazza Argentina. I manifestanti, in totale, sono stati circa 10.000. Il secondo corteo, in cui sfilava l’ala antagonista, era partito invece da piazza Tricolore poco prima delle 15. Dopo aver percorso via Mascagni, i manifestanti hanno proseguito su via Borgogna, bloccata dai mezzi alari del reparto mobile di Milano. Ed è stato in quel momento che sono esplose le tensioni con le forze dell’ordine con lanci di fumogeni e bottiglie. La polizia aveva predisposto un cordone con le camionette per evitare che potessero proseguire su corso Venezia e avvicinarsi a piazza Duomo. Il gruppo avrebbe poi dovuto raggiungere viale Majno, ma alcuni manifestanti hanno dato vita a un «contro cordone» all’inizio di corso Venezia. A quel punto, qualcuno ha esploso dei fuochi d’artificio, altri hanno iniziato a scrivere sull’asfalto con bombolette di spray rosso con frasi come «Milano antifascista». Poi tutto è ripreso senza disordini e il corteo ha raggiunto corso di Porta Vittoria, dove si è unito all’altro gruppo di manifestanti. Verso le 18.30, in piazza Medaglie d’Oro è giunto anche lo spezzone pro Pal. I tre cortei si sono ricomposti in un blocco unico. Davanti a Palazzo di giustizia, i manifestanti hanno scritto «Salvini ti vogliamo qui» e «Solo sì è sì», con riferimento al Ddl Bongiorno. Gli attivisti, prima di lasciare la piazza, hanno fatto sentire la loro voce: «Abbiamo bloccato la città, siamo tutti antifascisti», hanno detto al megafono.
Alla fine, hanno lanciato anche l’appuntamento con il corteo per il 25 aprile: «Ci vediamo tutti in piazza perché Milano, oggi più che mai, ha bisogno di partigiani e partigiane».
La frana di Niscemi travolge la politica: indagati anche gli ultimi quattro governatori
Arriva una svolta nelle indagini sulla frana che lo scorso 25 gennaio ha squassato Niscemi, in provincia di Caltanissetta: 13 persone sono finite indagate. Nel corso di una conferenza stampa il procuratore capo di Gela, Salvatore Vella, ha reso noto il numero degli indagati (tra cui ci sono ben quattro presidenti di Regione, tra ex e attuale) che adesso sono accusati di disastro colposo e danneggiamento seguito da frana.
Il provvedimento di iscrizione nel registro degli indagati è stato, quindi, notificato ai governatori della Regione Sicilia che sono stati in carica nel periodo compreso dal 2010 al 2026. Si tratta di Raffaele Lombardo, Rosario Crocetta, Nello Musumeci e Renato Schifani. Questi ultimi devono rispondere dei reati contestati nel ruolo di commissari di governo contro il dissesto idrogeologico e anche nel ruolo di commissari delegati all’attuazione degli interventi previsti dall’ordinanza di Protezione civile nazionale. Questo intervento imponeva la realizzazione di opere di mitigazione del rischio della frana.
Oltre agli ex presidenti di Regione sono indagati anche i capi della Protezione civile regionale (che hanno ricoperto questo ruolo dal 2010 al 2026), tra cui Calogero Foti e Salvatore Cocina, i direttori generali della Regione Vincenzo Falgares; i direttori regionali Salvo Lizio e Maurizio Croce, Sergio Tuminello, Giacomo Gargano e il responsabile dell’Ati che doveva eseguire le opere di mitigazione del rischio comportato dalla frana appaltate a inizio 2000. Il contratto si risolse per inadempimento nel 2010. Ma, secondo quanto emerso, i fondi stanziati, circa 12 milioni, sono ancora nelle casse della Regione. La complessa indagine è finalizzata a fare chiarezza su eventuali e specifiche responsabilità che hanno causato il disastro che lo scorso gennaio trasformò il centro di Niscemi in un inferno di fango: case e mezzi furono trascinati a valle, mentre mezzi e decine di immobili sono rimasti sospesi nel vuoto. Oltre 1.500 persone sono state sfollate.
L’inchiesta, come è stato spiegato dettagliatamente dal procuratore Vella, è suddivisa in tre fasi. La prima è focalizzata sulla mancata realizzazione delle opere di mitigazione, che avrebbero potuto impedire o ridurre le conseguenze della frana e che furono stabilite dopo il primo, grosso evento franoso del 1997, e il mancato mantenimento dei sistemi di monitoraggio a tutela degli abitanti. Nel corso degli accertamenti è emerso che nel 1999 fu sottoscritto il contratto di appalto per la realizzazione degli interventi per 12 milioni di euro, ma nulla è stato realizzato.
E c’è dell’altro. Il contratto con l’Ati (Associazione temporanea d’impresa, ndr) che si era aggiudicata la gara si risolse nel 2010. Le indagini che hanno portato ai 13 indagati fanno parte proprio di questa prima fase. Mentre la seconda riguarderà i mancati interventi sulla raccolta e la regimentazione delle acque bianche e nere che fin da subito sono state individuate come causa dell’innesco del fronte di frana. Infine, la terza fase dell’inchiesta dovrà fare chiarezza sulla zona rossa, sia quella interessata dalla frana del 1997 sia quelle che erano vicino al ciglio e che erano già state individuate come a rischio molto elevato, così come è scritto nella relazione della commissione nominata con ordinanza della presidenza del Consiglio.
Gli accertamenti dei pm si concentreranno, inoltre, sui mancati sgomberi e sulle mancate demolizioni, sul blocco di nuove costruzioni e sulle autorizzazioni di opere che non dovevano essere realizzate. Per le ultime due fasi il lavoro dei pm è appena iniziato. L’inchiesta, quindi, potrebbe allargarsi così come il numero degli indagati potrebbe aumentare.
Intanto, gli ex presidenti della Regione hanno espresso fiducia nell’operato della magistratura. Lombardo ha affermato di aver appreso dalla stampa di essere indagato: «Ritengo si tratti allo stato di un atto dovuto attesa la complessità degli accertamenti che dovrà condurre la Procura di Gela. Come sempre ripongo la doverosa fiducia nell’operato degli inquirenti e auspico che a breve sia chiarita la mia assoluta estraneità ai fatti». L’ex governatore e attuale ministro per la Protezione civile, Nello Musumeci, non vuole pronunciarsi in merito al lavoro degli inquirenti: «Da parte mia il massimo rispetto. Quel che avevo da dire sulla frana di Niscemi l’ho detto in Parlamento. L’iscrizione nel registro degli indagati è, in indagini così complesse, un atto dovuto e di garanzia. Spero solo che si concludano presto. Per quanto mi riguarda, sono assolutamente sereno, schiena dritta e a testa alta, come sempre in tanti anni di impegno politico senza macchia».
L’ex presidente Crocetta si è dichiarato completamente estraneo ai fatti contestati: «Non so fra l’altro di che cosa potrei essere accusato dal momento che, quando io sono diventato presidente, erano già trascorsi 15 anni dall’evento. Aggiungo che nessuno mi ha mai presentato un’idea, un progetto, una sollecitazione. Quindi di cosa dovrei rispondere? Di non avere fatto qualcosa di cui non ero a conoscenza?».





