- Nota prudente di Palazzo Chigi, mentre Pd, M5s, Cgil, Fiom, Anpi e varie altre sigle rosse si schierano tutte col dittatore.
- «Con lui c’è un’altra dozzina di detenuti italiani», spiega il ministro, in contatto diretto con l’ambasciatore De Vito per tutelare i connazionali sul suolo venezuelano.
Lo speciale contiene due articoli.
Giorgia Meloni aspetta il tardo pomeriggio di ieri per far conoscere il suo pensiero sull’operazione, attraverso una nota di Palazzo Chigi all’insegna del più sano equilibrismo: «L’Italia», recita, «ha sempre sostenuto l’aspirazione del popolo venezuelano a una transizione democratica nel Venezuela, condannando gli atti di repressione del regime di Maduro, la cui auto-proclamata vittoria elettorale l’Italia, assieme ai principali partner internazionali, non ha mai riconosciuto. Coerentemente con la storica posizione dell’Italia, il governo reputa che l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari, ma considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico». La Meloni, che non cita mai né gli Usa né Trump, critica quindi il ricorso all’«azione militare esterna» ma il succo politico è che legittima, seppure con un giro di parole, l’attacco Usa a Caracas. «In raccordo con il ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, Antonio Tajani», prosegue il comunicato, «il presidente Meloni continua a seguire con particolare attenzione la situazione della comunità italiana in Venezuela, la cui sicurezza costituisce la priorità assoluta del governo».
Elly Schlein, segretaria del Pd, aspetta la posizione della Meloni per diffondere una sua dichiarazione, al termine della segreteria convocata in via straordinaria: «L’attacco militare di Trump non ha alcuna base legale», argomenta la Schlein, «e rischia di legittimare altre azioni unilaterali che possono generare ulteriori conflitti e caos a livello regionale e globale. Non ci rassegniamo a un ordine mondiale che sostituisca la legalità internazionale con la legge del più forte e del più ricco. Per questo riteniamo grave la posizione del governo italiano nella parte in cui definisce legittima l’azione militare di Trump in Venezuela». Una posizione dura e pura, quella della Schlein, costretta ancora una volta a inseguire Giuseppe Conte, la Cgil e la sinistra radicale, sin da ieri mattina schierati senza se e senza ma contro gli States. «L’aggressione americana al Venezuela», scrive sui social il leader del M5s Giuseppe Conte, «non ha nessuna base giuridica. Siamo di fronte a una palese violazione del diritto internazionale, che certifica il predominio del più forte e meglio equipaggiato militarmente. Né può valere di per sé a giustificare l’attacco a uno stato sovrano la natura illiberale del suo governo. Per noi il diritto internazionale non vale fino a un certo punto». Le prese di posizione più dure arrivano dalla galassia di sigle sindacali e associazioni della sinistra radicale: «La Cgil», sottolinea il segretario generale Maurizio Landini, «condanna con fermezza la violazione della sovranità nazionale della Repubblica del Venezuela da parte degli Stati Uniti d’America, con l’attacco militare, l’isolamento del sistema di comunicazione, fino alla annunciata cattura del presidente Maduro. Ancora una volta si fa carta straccia del diritto internazionale e si fa prevalere la logica della guerra e della forza, in un momento in cui a livello globale non ci sono mai stati tanti conflitti armati in corso». Landini sottolinea che «il quadro internazionale si fa sempre più drammatico» e ribadisce che «la pace, la sicurezza comune, la democrazia, i diritti e le libertà sono indivisibili dal rispetto dei diritti umani e dall’applicazione del diritto internazionale».
Ancora più dura la Fiom che, attraverso una nota della segreteria nazionale, «esprime la propria piena solidarietà e vicinanza al popolo venezuelano e condanna duramente gli attacchi contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela, avvenuti in palese violazione del diritto internazionale e dei principi fondamentali sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite. L’attacco è chiaramente determinato dagli interessi economici degli Usa». Le organizzazioni di estrema sinistra annunciano un presidio per domani a Roma: «Condanniamo con fermezza l’estensione della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra Stati», scrivono in una nota congiunta Anpi comitato provinciale di Roma, Cgil Roma e Lazio, Rete numeri pari, Rete italiana pace e disarmo, Rete #no bavaglio, Sbilanciamoci, Stop Rearm Europe Italia, «e l’ennesima e gravissima escalation bellica prodotta dall’attacco militare del governo Trump contro la Repubblica del Venezuela e dal rapimento del suo presidente, Nicolás Maduro, e dei suoi familiari. Si tratta di una palese e inaudita violazione del diritto internazionale e della sovranità dei popoli, per la quale non esistono giustificazioni: non ci sono mai giustificazioni per legittimare il ricorso alla guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra gli Stati».
Sulla stessa linea le Acli, che attraverso una nota esprimono «ferma condanna per l’attacco aereo condotto nella notte dall’Amministrazione statunitense contro il Venezuela e per il successivo rapimento del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie. Si tratta di un atto che appare privo di qualsiasi legittimazione sul piano del diritto internazionale e che configura, nei fatti, una grave aggressione alla sovranità di uno Stato».
Tajani al lavoro sul caso Trentini
L’Italia è in apprensione per le sorti di Alberto Trentini, il cooperante veneziano detenuto da oltre 400 giorni nel carcere El Rodeo di Caracas. I genitori del quarantaseienne stanno seguendo con grande preoccupazione quanto sta avvenendo in Venezuela dopo l’attacco americano nella notte tra venerdì e sabato. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, stanno seguendo con particolare attenzione non solo la situazione di Trentini (arrestato a novembre 2024), ma anche le sorti di tutta la comunità italiana in Venezuela, la «cui sicurezza costituisce la priorità assoluta del governo». «Noi seguiamo con grande attenzione tutto, soprattutto, ripeto, preoccupandoci delle condizioni dei nostri concittadini», ha ribadito ieri più volte Tajani. «Abbiamo anche italiani detenuti, a cominciare da Trentini, ma con lui c’è un’altra dozzina, quindi anche quello è un tema che ci preoccupa e stiamo lavorando al massimo». Nel primo pomeriggio di ieri, il presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani, ha chiamato il ministro Tajani per informarsi su Alberto Trentini: «Pur nella complessità degli eventi di queste ore, il ministro e le competenti autorità stanno collaborando col massimo impegno per tutelare l’incolumità di Trentini e di tutti i veneti residenti in Venezuela». In tutto il Paese gli italiani presenti sono circa 160.000, come riferito dall’ambasciatore a Caracas Giovanni Umberto De Vito, da ieri in costante contatto con Tajani. «La nostra prioritaria preoccupazione è ovviamente l’incolumità dei nostri connazionali, a cui raccomandiamo di restare in casa», ha detto a RaiNews24 l’ambasciatore: «Siamo in contatto e siamo mobilitati attraverso i due consolati, quello di Caracas e quello di Maracaibo. Per il momento non abbiamo particolari segnali da parte dei connazionali e stiamo monitorando costantemente la situazione. È chiaro che in questo momento quello che noi raccomandiamo è di rimanere nelle abitazioni, quindi di non uscire per strada. La situazione è talmente fluida e incerta, che noi raccomandiamo vivamente di tenersi in contatto con l’ambasciata, con i consolati, ma di non uscire per strada e evitare qualsiasi spostamento in questo momento». La comunità degli italiani, come detto, è molto numerosa, circa 160.000 persone. «La maggior parte sono doppi cittadini, ma ci sono anche alcuni expat che sono qui per motivi di lavoro, anche per turismo», ha spiegato l’ambasciatore. «Quindi la nostra priorità è assolutamente garantire la loro incolumità e fare tutto il possibile per dare ogni eventuale assistenza. Quanto a eventuali voli per riportarli in Italia, non parlerei di questo perché lo spazio aereo è chiuso e non c’è proprio la possibilità materiale di organizzare dei voli in questo momento». Ieri, dopo la riunione del Pd, la segretaria del Pd Elly Schlein ha espresso «grande preoccupazione» anche «per i nostri numerosi connazionali in Venezuela e per i prigionieri italiani tra cui Alberto Trentini, di cui abbiamo chiesto in questi mesi la liberazione».
Capodanno: razzi ad altezza uomo, scippi e risse. I maranza fanno la festa agli italiani
- A Roma le baby gang conquistano il Colosseo tra pestaggi e fuochi d’artificio sparati contro la folla. Prova di forza di Askatasuna, che crea il panico a Torino. Mentre i milanesi disertano la piazza per evitare guai.
- In leggero calo i contusi (309 l’ultima volta), ma 68 sono minori. Ricoverate 54 persone, molte le amputazioni. A Napoli uomo perde tre dita, continua e si rovina pure l’occhio.
Lo speciale contiene due articoli.
L’Italia ha festeggiato l’arrivo del nuovo anno dovendo fare i conti con la violenza e l’arroganza dei maranza, ovvero le baby gang di seconda generazione, prevalentemente formate da nordafricani e mediorientali, che da tempo seminano il terrore, in particolare nelle grandi città. Chi ha trascorso il Capodanno a Roma, vicino al Colosseo, ha vissuto attimi di paura. Stesso film all’ombra della Madonnina e disordini anche a Torino.
A Roma, migliaia di persone si erano radunate ai Fori imperiali con l’intenzione di brindare al 2026 in uno dei luoghi più suggestivi della Capitale. Ma così non è stato perché, come documentano alcuni dei presenti sui social, gruppi di stranieri hanno interrotto il clima di festa creando tensione. La situazione è diventata sempre più incandescente nella zona del ponte degli Annibaldi, da tempo preso di mira da bande di nordafricani spesso al centro di risse e aggressioni. A un certo punto hanno iniziato a lanciare petardi e bottiglie contro i passanti. La situazione è diventata caotica e pericolosa, tanto da costringere il personale medico e paramedico di un’ambulanza a scendere dal mezzo per paura che qualcuno si potesse fare male perché, come mostrano molti video, le bande di stranieri hanno lanciato petardi persino sul mezzo di soccorso. I sanitari hanno dovuto raggiungere a piedi il luogo in cui era stato richiesto l’intervento. Nella giornata di ieri, sui social hanno iniziato a girare diversi filmati che riprendono i momenti di panico vissuti a Roma a Capodanno e, in particolare, l’ambulanza bloccata dai maranza.
Ma non è stato quello l’unico episodio di violenza causato dalle gang dei nordafricani, come si evince pure dal materiale pubblicato da Welcome to favelas. Diversi nordafricani, sempre in zona Colosseo, hanno iniziato a far esplodere fuochi d’artificio ad altezza d’uomo. L’intento, secondo quanto è emerso, era proprio quello di creare disordini e provocare risse, come in realtà è avvenuto. Le forze dell’ordine sono state costrette a intervenire in più zone più volte per evitare che la situazione potesse degenerare. Infatti, alcune persone hanno reagito all’arroganza dei maranza per difendersi.
Nei pressi della nuova fermata della metropolitana, la situazione è degenerata in poco tempo fino ad arrivare a un pestaggio che ha coinvolto decine di persone che si sarebbero opposte a un tentativo di borseggio.
Non è stato un bel Capodanno nemmeno a Torino. Qui, le tensioni sono esplose nel corso di una manifestazione. Erano in 2.000, per lo più antagonisti del centro sociale Askatasuna, sgomberato il 18 dicembre scorso, a dar vita alla Street Parade. Il clima era molto caldo. La musica era a tutto volume, sparata dalle casse di un furgone, che ha aperto il corteo. La manifestazione è stata organizzata anche per chiedere di «liberare il quartiere Vanchiglia». E poi canti e balli fino all’alba davanti al campus Einaudi. Ma la situazione è degenerata tanto che quattro carabinieri sono rimasti leggermente feriti. I momenti di tensione sono stati diversi e, per fortuna, si è evitato che i disordini degenerassero così come, invece, era già accaduto in passato. Quanto accaduto a Torino ha preoccupato i cittadini e una parte della politica che ha evidenziato la gravità di tali vicende. «Mai come oggi», ha ribadito la deputata di Fdi, Augusta Montaruli, «la città di Torino deve ringraziare governo e forze dell’ordine. Da un lato si impedisce a frange violente di continuare a beneficiare di uno spazio usato negli anni per preparare le peggiori violenze, dall’altro si garantisce la sicurezza dei torinesi da manifestazioni il cui unico intento è destabilizzare, provando a continuare a tenere sotto ricatto una città facendo leva sul suo sindaco e su quelle forze politiche che lo sostengono ancora. C’è chi vorrebbe cedere, perseverando in accordi improbabili che hanno già dimostrato il totale fallimento della strategia delle concessioni a chi alza costantemente la posta con aggressioni ignobili: noi no».
Quello che è accaduto nella notte di Capodanno, ha aggiunto Montarulo, «ha solo dimostrato ancora una volta il volto violento di Askatasuna e la sua prepotenza. Solidarietà agli agenti feriti, a chi ha dovuto subire danni, a una Torino che ha dovuto subire la paura verso questi personaggi, ma che ha scelto di non chinare il capo davanti a loro e di non continuare a dargli la corsia preferenziale».
I maranza hanno fatto sentire la loro voce pure a Milano, dove non sono mancati disordini e tensioni. C’è da notare, guardando i video e le immagini diffuse sui social, che all’ombra della Madonnina il Capodanno 2026 è stato un po’ sottotono, come dimostrano le foto e i reel di una piazza Duomo, sicuramente non affollata e stracolma come in passato. Da quanto è emerso, i milanesi avrebbero preferito allontanarsi dalla città e festeggiare altrove, molto probabilmente per mettersi al sicuro da risse, aggressioni e quindi dalla violenza dei maranza.
Nella notte di Capodanno anche in piazza Duomo a Milano si è registrato qualche momento di tensione, in alcuni casi causato forse dalle misure di sicurezza che hanno limitato il numero degli ingressi e tenuto alta l’allerta sulle baby gang.
Botti, ci scappa il morto (e 283 feriti)
Il bilancio dei festeggiamenti per il Capodanno 2026 racconta una storia che si ripete, con variazioni minime, ogni volta. Nella notte tra il 31 dicembre e il 1° gennaio, l’uso di botti e fuochi d’artificio ha provocato un morto e 283 feriti in tutta Italia, 54 dei quali ricoverati. I dati arrivano dal dipartimento della Pubblica sicurezza del Viminale. I numeri risultano in lieve calo rispetto al Capodanno precedente, quando i feriti erano stati 309.
La vittima è un uomo di 63 anni, di nazionalità moldava, deceduto ad Acilia (Roma), nei pressi di un parco pubblico. Il corpo è stato trovato dai carabinieri: l’uomo è morto per una grave emorragia provocata dall’esplosione di un petardo che stava maneggiando. Durante la stessa notte, si sono registrati anche 12 ferimenti da colpi d’arma da fuoco, un dato che contribuisce a rendere più pesante il bilancio complessivo.
Tra i 283 feriti, 245 hanno riportato prognosi pari o inferiori a 40 giorni, mentre 50 sono i feriti gravi, con prognosi superiori ai 40 giorni. Si contano inoltre 68 minori feriti, contro i 90 dell’anno scorso. In molti casi si tratta di lesioni devastanti: amputazioni di dita o mani, ustioni profonde, danni permanenti agli arti superiori. Ferite che i medici dei pronto soccorso definiscono ormai tipiche della notte di Capodanno.
Tra gli episodi più gravi figura quanto avvenuto a Milano, dove due ragazzi di 12 anni sono rimasti gravemente feriti nella tarda mattinata del primo gennaio, in via Alfonso Gatto. Uno dei due ha perso una mano dopo l’esplosione di un botto ed è stato ricoverato in codice rosso all’ospedale Niguarda. L’altro, con ferite al torace e alle gambe, è stato trasferito in codice giallo al San Raffaele. Nessuno dei due è in pericolo di vita, ma l’episodio riporta al centro il tema dell’accesso dei minori al materiale pirotecnico proibito.
A Roma, oltre al decesso del cittadino moldavo, un trentatreenne italiano è ricoverato in prognosi riservata al policlinico Umberto I dopo aver riportato l’amputazione dell’orecchio destro e gravi lesioni al volto e all’occhio. Un bambino di 11 anni è stato invece trasportato all’ospedale Grassi di Ostia per una lesione all’orecchio, giudicata guaribile in 20 giorni.
Numerosi i casi gravi anche nel resto d’Italia. A Vercelli un uomo di 43 anni è in pericolo di vita dopo l’amputazione di una mano e gravi traumi al torace e all’addome. A Foggia è ricoverato in prognosi riservata un diciassettenne romeno, trasportato in elisoccorso dopo aver perso una mano. A Brescia un quattordicenne egiziano ha subito l’amputazione di due dita ed è in prognosi riservata, mentre a Taranto un tredicenne è rimasto gravemente ferito dopo aver raccolto un petardo inesploso.
A Napoli, dove si contano 57 feriti tra città e provincia, si è verificato anche un episodio emblematico. Un ventiquattrenne romano, come riportato da Adnkronos, ha perso tre dita per l’esplosione di un petardo. Dopo essere stato medicato all’ospedale Pellegrini ed essere stato dimesso, è tornato in strada e, nel corso della stessa notte, ha acceso un altro fuoco pirotecnico, rimanendo nuovamente ferito al volto e a un occhio. I sanitari hanno dovuto soccorrerlo una seconda volta a poche ore di distanza.
In tutta Italia le chiamate ai numeri di emergenza sono state oltre 770, molte concentrate proprio nel capoluogo campano, per incendi, esplosioni, soccorsi a persone ferite e danni a edifici, con un impegno straordinario di vigili del fuoco, sanitari e forze dell’ordine.
Secondo le autorità sanitarie, la maggior parte delle lesioni è riconducibile all’uso improprio di fuochi acquistati illegalmente o alla manipolazione di ordigni artigianali. Nonostante le campagne di prevenzione e i divieti comunali, il fenomeno continua a riproporsi con dinamiche pressoché identiche. Dal Viminale si sottolinea che il calo rispetto al 2025 non è sufficiente a ridimensionare un problema che resta strutturale.
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Non si arresta la bufera che sta travolgendo Alfonso Signorini. Il giornalista e conduttore televisivo è indagato dalla Procura di Milano per violenza sessuale ed estorsione sulla base di un esposto presentato nei giorni scorsi dall’ex concorrente del Grande fratello Antonio Medugno.
La notizia, che nel tardo pomeriggio di ieri è stata confermata da fonti investigative, ha agitato il mondo dello spettacolo e non solo. Il «sistema Gf» potrebbe trasformarsi in uno tsunami. L’iscrizione nel registro degli indagati di Signorini è tecnicamente considerata dagli inquirenti «un atto dovuto» per cercare di fare luce su quanto raccontato da Medugno, ex concorrente del noto reality show. Lo scorso 24 dicembre, il giovane modello ha presentato una denuncia contro Signorini per violenza sessuale ed estorsione. La denuncia è stata poi resa nota da Fabrizio Corona in una puntata di Falsissimo, il programma di gossip dell’ex agente fotografico che ha sollevato lo scandalo. È stato lo stesso Corona, nelle scorse settimane, a spiegare come si poteva diventare un concorrente del Gf. A suo dire, l’accesso al Grande fratello sarebbe stato «facilitato» dal giornalista (che è stato conduttore del reality per diverse edizioni) in cambio di «favori sessuali». A dimostrazione di ciò, Corona aveva anche mostrato vari screenshot di scambi di messaggi con alcuni ex partecipanti del Grande fratello. Dopo le accuse lanciate dall’ex paparazzo, Signorini ha presentato una denuncia da cui è scaturita un’inchiesta che vede l’ex «re dei paparazzi» indagato per diffusione di immagini a contenuto sessualmente esplicito.
Ma la vicenda non è finita qui. Signorini si è preso prima una pausa dai social, eliminando i suoi profili, e poi due giorni fa ha annunciato di «autosospendersi» da Mediaset. L’azienda ne ha preso atto. Ma da ieri il «caso» si allarga: Signorini è indagato e denunciato da un ex gieffino. Questo fascicolo è adesso affidato al pm Letizia Mannella. «Abbiamo quanto necessario per dimostrare che quella denunciata è una ricostruzione dei fatti balorda, come lo sono gli autori della denuncia», ha spiegato all’Agi l’avvocato Domenico Aiello, difensore di Alfonso Signorini. «Gli autori della denuncia», ha aggiunto il legale, «sono disposti a tutto, anche a rovinare la vita delle persone, per guadagnare milioni di euro. È quella che definisco l’etica della monnezza».
Sulla vicenda è intervenuto pure l’avvocato Giuseppe Pipitella, che assieme all’avvocato Cristina Morrone assiste l’ex concorrente del Grande fratello Antonio Medugno: «L’apertura del fascicolo di indagine a carico del conduttore televisivo Alfonso Signorini è un atto dovuto, ma questo non riduce l’importanza di questo atto e la necessità di fare chiarezza su una vicenda potenzialmente destabilizzante per buona parte del sistema mediatico italiano». «Abbiamo massima fiducia nella magistratura», ha aggiunto l’avvocato Pipitella, «che ringraziamo. Siamo contenti che l’atto dovuto sia stato messo in atto così rapidamente».
Fabrizio Corona ha subito detto la sua dopo la notizia dell’autosospensione da Mediaset di Signorini e ha sbottato in un video pubblicato sui suoi canali social: «Che strano Paese che è l’Italia: quando suona l’allarme non vanno a vedere se c’è qualcuno in casa, ma corrono a spegnere l’allarme. Vergogna! E sapete perché? Perché l’allarme sono io». «L’allarme non si spegne, tornerò a gennaio e vi dimostrerò che è vero…», ha assicurato Corona. Che ha voluto respingere al mittente le accuse di chi gli diceva che «si è inventato tutto». «Ho tante di quelle chat ancora da farvi leggere, ho tante di quelle prove, ho tanti di quei documenti che vi faranno tremare», è la «bomba» anticipata da Corona. La bufera che ha travolto Signorini e il Gf non tende a placarsi. Mentre la vicenda prosegue sul piano giudiziario, ci si interroga anche sul futuro del Grande fratello vip. Dopo la decisione del conduttore di autosospendersi, si apre ufficialmente la corsa alla successione per uno dei programmi di punta del Biscione, il cui ritorno in onda è previsto per marzo 2026. La partenza del programma non sembra al momento in discussione, si è ufficialmente aperto il toto-nomi per il nuovo conduttore.
Secondo le prime indiscrezioni, sarebbero due i profili favoriti. Il primo è quello di Ilary Blasi, che rappresenterebbe un ritorno alle origini avendo lei condotto il programma con i vip dal 2016 al 2018. Il secondo nome forte è quello di Michelle Hunziker, volto di punta della rete e gradita sia al pubblico sia ai vertici. Ma la rosa dei candidati è più ampia. Dall’azienda amministrata da Piersilvio Berlusconi, però, non è arrivata al momento nessuna smentita e nessuna conferma. Alfonso Signorini, due giorni fa, attraverso i suoi legali, aveva spiegato la decisione di autosospendersi in «via cautelativa da ogni suo impegno editoriale in corso con Mediaset». Il gruppo di Cologno Monzese ne ha preso subito atto ribadendo il «dovere di tutelare l’integrità delle proprie attività e dei prodotti editoriali».
Alfonso, una vita in mezzo ai vip tra foto, moda, scoop e inchieste
Poliedrico è dir poco. Melomane e regista di opera lirica, raffinato uomo di lettere, ma anche re del gossip e adesso pure indagato per violenza sessuale ed estorsione. Alfonso Signorini è questo e molto altro. Nato nella periferia di Milano, nel quartiere Affori, il 7 aprile 1964. Figlio della media borghesia (papà impiegato e mamma casalinga), ha una solida formazione scolastica.
Diploma al Liceo Classico Omero, laurea in Lettere classiche all’Università Cattolica del Sacro Cuore, diploma di pianoforte al Conservatorio Giuseppe Verdi. Ha ottenuto anche una laurea in Filologia medievale e umanistica, con una tesi su Lorenzo Valla, filologo e umanista del 1400. Terminati gli studi inizia a insegnare italiano, latino, greco, storia e geografia al liceo classico dell’Istituto Leone XIII, a Milano. Più tardi, scriverà libri apprezzati e di successo tra cui una ricca biografia di Maria Callas.
All’epoca era anche fidanzato in casa con una ragazza. Ma superati i 30 anni decide di cambiare radicalmente la propria vita e di fare coming out, senza, però, dare un peso politico alla sua omosessualità. Comincia a fare il giornalista alla Provincia di Como e poi entra in Mondadori, dove scala tutti i gradi del cursus honorum all’interno del settimanale Chi, dove diventa condirettore di Silvana Giacobini. Ma tra i due qualcosa si rompe e Signorini viene allontanato. Nel frattempo è entrato nelle grazie di Carlo Rossella, direttore di Panorama, di Piero Chiambretti (che lo ha ingaggiato, nel 2002, come ospite fisso, in veste di esperto di costume e gossip, nella sua trasmissione Chiambretti c’è) e di Lele Mora, che lo ha inserito nella sua scuderia di personaggi televisivi, uno dei suoi «talent», la sua faccia sorridente compare sul sito dell’agenzia LM Management tra Costantino Vitagliano e Daniele Interrante. Signorini scrive per Panorama e la sua consacrazione è proprio una copertina insieme a Chiambretti, entrambi vestiti da bambini (il titolo è «Rimbambini»). Signorini, da oscuro collaboratore di giornali diventa un personaggio da prima pagina. E la Mondadori decide di puntare su di lui. Pensa di affiancarlo in veste di condirettore anche a Umberto Brindani, chiamato a sostituire la Giacobini alla guida di Chi. Alla fine Signorini si deve accontentare dei gradi di vicedirettore e deve accettare di farsi cancellare dall’elenco dei «talent» di Mora.
Per un giornalista essere associato a un personaggio chiacchierato come l’ex parrucchiere di Bagnolo di Po non è un gran biglietto da visita. Ma c’è un dato che accompagna la biografia di Signorini come una costante: il suo nome torna attorno ad alcuni dei più seguiti e delicati meccanismi del mondo vip. Il primo grande snodo è Vallettopoli, l’inchiesta coordinata nel 2007 a Potenza dal pm Henry John Woodcock, che scoperchiò il sistema delle foto, dei favori e delle mediazioni attorno a personaggi pubblici, politici e dello spettacolo. In quel contesto, durante gli interrogatori dei fotografi delle agenzie di stampa, emerse anche il nome del direttore di Chi. La spiegazione fornita fotografava un ruolo centrale: Chi, infatti, secondo i fotografi era l’approdo. Signorini, chiamato in causa come direttore della testata di riferimento del gossip italiano, rispose con una linea netta e invariata nel tempo, parlando di «assoluta estraneità» e di «totale trasparenza e correttezza nello svolgimento della sua attività professionale». Vallettopoli, però, non rimase un caso isolato. Negli anni successivi, a Milano, il pm Frank Di Maio indagò su altri filoni legati al mercato delle immagini dei vip, alle foto ritirate, alle mediazioni tra fotografi, agenzie e settimanali. Gli investigatori non volevano più sapere solo dei «malamente» che provavano a ricattare i vip, ma volevano salire di livello e scoprire chi offriva loro una sponda, accettando di acquistare servizi fotografici compromettenti e di metterli in un cassetto. E cominciarono a puntare sulle figure chiave di quel mondo: i direttori delle riviste a cui tutti si rivolgevano quando c’era uno scatto sensibile o una foto che poteva danneggiare le carriere. Ma il pm si ammalò e morì, portandosi dietro i segreti di quell’inchiesta.
Ma il nome di Signorini ricomparve con il caso di Piero Marrazzo, il governatore dem del Lazio finito in una brutta storia di trans e cocaina.
Nel 2009 i titolari di un’agenzia fotografica cercarono di vendere il video in cui il politico era in compagnia della escort Natalie. Signorini, in Tribunale, spiegò che non era pubblicabile, perché «era una chiara violazione della privacy». E, così, decise di informare il suo editore. Lo stesso accadde con Silvio Sircana (allora portavoce del premier Romano Prodi immortalato mentre parla con un trans in una strada di Roma): «Informai i vertici aziendali, anche se in quel caso non era in gioco la violazione della privacy ma quella della sfera sessuale». Di quel video, spiegò Signorini, conservò «una copia nel pc», che poi consegnò ai carabinieri. Emerge una dimestichezza totale non solo con la dimensione dei vip, ma anche con i risvolti politici.
Dentro questa traiettoria, fatta di carta patinata, televisione generalista e costume, a un certo punto compare anche un racconto antagonista. È quello di Fabrizio Corona, che, con La Verità, da Dubai, dove è in vacanza, rivendica il ruolo di detonatore del caso e che, parlando di Signorini, proprio a proposito dell’inchiesta di Woodcock usa toni e parole senza mediazioni. Costruisce subito un parallelismo con il suo passato, rivendicando una differenza numerica e morale: «Io su 10.000 servizi fotografici ne ho ritirati otto in dieci anni. Lui ne avrà ritirati 500». Ma l’amarcord non è finito: «Ora è come a Potenza. All’epoca, nel mio caso, tutti i testimoni riferirono che non era un’estorsione, che le foto ritirate e non pubblicate venivano percepite come un favore, ma per i giudici era un’estorsione». E parte con un’equazione mediatica: «Prendiamo il caso Signorini: è uguale. Probabilmente molti testimoni diranno che non era violenza sessuale, ma il punto è che in cambio andavano al Grande fratello, bum, bum, bum». Poi riflette: «Qua c’è uno snodo sessuale». E aggiunge: «Lo agganci dal nulla (un aspirante, ndr), esponi il tuo potere, lo chiami, lo seduci, la butti sul sesso e poi dici: “Vuoi fare il Grande fratello?”. È il Me too italiano, l’ho detto». Corona, nel suo format Falsissimo, riconosce a Signorini di aver «fatto una carriera stratosferica». Ricordando, però, che «era seduto nell’ultimo posto a tavola, nell’angolino, a casa di Lele Mora. Me lo ricordo come se fosse ieri quando è arrivato Bobo Vieri che lo ha attaccato al muro perché faceva lo scrivano delle notiziole. Poi di colpo, attraverso una serie di cose, diventa direttore di Chi, comincia a scrivere libri e a condurre programmi, e comincia a diventare il capo della Bibbia del gossip, togliendo il posto a tutte le conduttrici». E a questo punto lo imita: «Beh, vabbeh, adoro». Un altro che ha conosciuto bene «Alfonsina la pazza» (copyright di Dagospia) è Gabriele Parpiglia, per anni braccio destro di Signorini a Chi. È Parpiglia a restituire, con parole personali, un’immagine filtrata dalla delusione. Risponde da New York: «Sto per entrare a teatro, ma in questi giorni ho dedicato ad Alfonso diversi pensieri». Uno è questo: «Se fossi ancora in rapporti con Alfonso, so che mi direbbe: “Parpi, per carità, ci mancava solo il Codacons (autore di un esposto dopo le rivelazioni di Falsissimo, ndr). Tu li conosci? Chiamali! Capisci!”. Perché in fondo è sempre stato così, la mano l’ho data continuamente io. Ma la sua, di mano, non l’ho mai trovata». Il racconto di Parpiglia si fa introspettivo e cupo: «In aereo ho fatto una gag dedicata a tutti quelli che sono riapparsi in questo periodo, desiderosi di farmi sentire il loro sostegno. Ma ora mi chiedo dov’erano quando in un anno solo ho perso Maurizio Costanzo, Bruganelli (Sonia, ex moglie di Paolo Bonolis del quale Parpiglia è stato un collaboratore, ndr) e Signorini?». Il racconto diventa ancora più crudo: «Dov’erano quando ho pensato davvero di farla finita? Dov’erano quando anche mia madre si è ridotta a mandare una mail a Signorini perché mi vedeva colpito sia nella mente che nel fisico, mentre annaspavo? Secondo voi il Sommo (Signorini, ndr) ha risposto a mia madre? Manco per idea e solo per questo non lo perdonerò mai e non proverò nemmeno pena». Il giudizio finale è netto, personale, senza appello: «Alfonso ha perso e sta male. Lo conosco. Non lotta, perché lui in guerra sarebbe l’ultimo dei soldati che si farebbe sparare. Preferirebbe nascondersi dietro un collega per sacrificarlo al posto suo». E conclude: «Gli mancherà la lucina rossa (quella della regia televisiva, ndr). Pazienza. Il mondo va avanti».
E anche le inchieste.
Si apre uno scorcio anche sul Me too gay?
Ieri è stata una grande giornata per il mondo arcobaleno: può finalmente dire di avere raggiunto la piena eguaglianza di diritti con gli eterosessuali. Tutto grazie alla vicenda che coinvolge, suo malgrado, Alfonso Signorini, indagato dalla Procura di Milano per estorsione e violenza sessuale.
Anche l’universo Lgbt, con qualche anno di ritardo, colma dunque una lacuna: ha il suo Me too, il suo scandalo catodico-sessuale a base di molestie. Il primo a spingere su questo tema è stato il gran maestro di cerimonie di questo grottesco circo del pettegolezzo esondato nelle aule di giustizia, ovvero Fabrizio Corona. Nel suo podcast Falsissimo ha indossato le vesti del giustiziere delle notti brave e ha sventolato sotto il naso degli italiani (che a milioni si sono avventati sul banchetto) risme di carta contenenti i messaggini inviati da Signorini medesimo ad alcuni giovanotti gonfi di muscoli e ambizioni. Più o meno si tratta dei peccati di cui fu chiesto conto ad Harvey Weinstein, il potentissimo produttore hollywoodiano che pretendeva qualche gentilezza a sfondo sessuale per favorire la carriera di questa o quella aspirante diva.
Qui, ovviamente, è tutto in tono minore e leggermente più pecoreccio. Parliamo di bellimbusti ossessionati dalla famosità e pronti a tutto pur di arrivare alla agognata meta, cioè la vetrina del Grande fratello. Ecco l’accusa terribile: Signorini offriva un viatico per la fugace e tristanzuola gloria del reality, ma solo a chi si mostrava generoso con lui. Molto generoso. A quanto pare, qualcuno ha ceduto alle lusinghe della fama e alle voglie dell’imperatore Alfonso, eterosessuali compresi. E qui precipitiamo di nuovo nel profondo interrogativo già spalancato da Weinstein: si tratta di violenze sessuali vere e proprie, cose anche solo vagamente paragonabili agli stupri?
Si tratta realmente di vessazioni intollerabili ai danni di povere vittime del poteraccio di turno? A essere un po’ cinici, viene da pensare che qui diritti, dignità e altre parolone simili c’entrino poco. Sono, piuttosto, un bel vestito con cui agghindare un gustosissimo caso di guardonismo per le masse, uno spettacolo che Corona ha allestito con la perizia di un guru e la crudeltà di un gladiatore romano. Insomma, entrare al Grande Fratello non è mica un diritto umano o un obbligo sanitario. Se qualcuno per esibirsi in quella casa arriva al punto di offrire le proprie grazie, si potrebbe anche pensare che la pena stia nella colpa.
È il violento mercato della celebrità, la legge terribile del successo mondano. Per enormi obiettivi ci si vende l’anima, per più basse aspettative bastano i lombi. D’altra parte, però, non si può trascurare l’ipocrisia sanguinolenta del piccolo schermo, dentro cui si fanno dei gran discorsi e si tessono arazzi di morale, mentre nel privato ci si dedica a ben altre attività in costume da infermiera (già, nemmeno questo ci è stato risparmiato, tra le varie immagini di Signorini sventolate da Corona).
Starà ovviamente ai giudici stabilire se si tratti davvero di violenze e pesanti reati o solo della antichissima storia del potente che fa il potente e dei cacciatori di celebrità che fanno tutto il resto, anche l’indicibile, per saziare la fame che li divora. A noi non resta che stare a guardare, e raccontare quel che accadrà, apprezzando la mortifera ironia della sorte: nel Grande Fratello si esibisce l’intimità a ogni livello, e forse è persino giusto che proprio da quel feticcio televisivo parta la miccia di una deflagrazione basata sullo sputtanamento totale, sul disvelamento di ogni sporco segreto. Siamo nel Me too arcobaleno, anche se dentro ci sono pure volenterosi eterosessuali, e sembra di stare in un romanzo di James Ellroy, una versione con pummarola di American Tabloid, fra paparazzi spietati e celebrità piccine che si divorano a vicenda. Corona fa il regista, è l’Howard Hughes che ci meritiamo, pronto a illuminare ogni luogo oscuro con le sue telecamere e macchine fotografiche.
Non lo dimentichiamo: la crociata puritana del Me too si è conclusa molto male, con pochi condannati e troppi linciati, e una scorpacciata di voyeurismo per il mondo intero. Ci auguriamo solo che l’orgia spionistica non si ripeta nello stesso modo, e notiamo che stavolta la stampa è stata più reticente del solito. Non ci sono le indignazioni e le plateali lamentazioni sentite in occasione della precedente buriana scopereccia, chissà perché. In compenso c’è il medesimo filo conduttore, che non è il sesso bensì il potere. Del corpo, amara realtà, si fa gran commercio. E la denuncia delle molestie - di questo tipo di molestie - serve a terremotare equilibri e a triturare i nemici. Molte arrampicatrici fecero strada sgominando i maschi con il me too originale.
La cannonata sparata a Signorini è come uno tsunami nel brillante universo parallelo della tv e nei corridoi di Mediaset. Non sesso, potere. Beati gli uomini saggi che sapranno evitare di mescolarli.





