Prima ha mostrato le braccia bendate, poi, quando ha parlato dei ragazzi che vivevano con lui, Taj Mohammad Alamyar non è riuscito a trattenere le lacrime. Nel primo pomeriggio di ieri i riflettori nazionali sono stati puntati sull’unico superstite della mattanza di Amendolara, in provincia di Cosenza.
C’era anche lui su quel minivan che nella tarda mattinata di lunedì è diventata la prigione di fuoco per i quattro cittadini stranieri arsi vivi. Due pachistani li hanno imprigionati dentro il mezzo che hanno poi cosparso di benzina. Mohammad, alle telecamere della Tgr Calabria, ha raccontato quello che è successo lunedì mattina quando era nel minivan assieme a tre afgani e un pachistano che lavoravano come braccianti agricoli e vivevano con lu in un appartamento a Villapiana, sulla costa ionica cosentina.
Mohammad era diretto assieme a loro a Metaponto perché stavano lavorando alla raccolta delle fragole. Quella mattina erano nel minivan con due cittadini pachistani indicati dal superstite come i caporali. Sono i due uomini incastrati dalle telecamere di videosorveglianza e ora in carcere con l’accusa di omicidio plurimo aggravato. Sono, infatti, le immagini delle telecamere a inquadrare il mezzo parcheggiato nel piazzale della stazione di benzina sulla statale 106 nel comune di Amendolara. Quei frame, acquisiti dagli investigatori, mostrano l’orribile dinamica di quanto accaduto: si vedono due cittadini stranieri uscire velocemente dal minivan mentre dal cofano esce fumo. Uno dei due cerca di tenere chiusa la portiera per non far uscire i connazionali, mentre il complice presumibilmente afferra la pistola erogatrice per cospargere il mezzo di carburante. Quest’ultimo, poi, va al posto del complice a bloccare la portiera e dalle immagini si vede che dall’interno le vittime cercano di forzarla per uscire, ma restano intrappolate. Questa è la ricostruzione fornita da circa 30 secondi di video. Trenta secondi di immagini che, nella giornata di ieri, sono rimbalzate sui social descrivendo i momenti della mattanza. A supporto della ricostruzione, effettuata con le immagini delle telecamere, si è aggiunta la testimonianza dell’unico superstite. Mohammad ai microfoni della Tgr, con un italiano stentato, ha raccontato quanto accaduto mimando anche il momento in cui uno dei pachistani avrebbe appiccato fuoco con un accendino:
«Ho avuto paura di morire». Il giovane bracciante ha raccontato che i due caporali sono scesi dal mezzo, hanno prima cosparso di benzina il minivan e poi uno dei due ha preso l’accendino. Lui è riuscito a salvarsi rompendo il finestrino e scappando. Si è ferito e ha lesioni in diverse parti del corpo; mentre i suoi colleghi di lavoro e coinquilini sono stati arsi vivi. I due pachistani che li hanno intrappolati nel mezzo e bruciati sono adesso in carcere.
La Procura di Castrovillari, coordinata dal procuratore capo Alessandro D’Alessio, ha emesso nei loro confronti un provvedimento di fermo per omicidio plurimo aggravato. Il motivo della mattanza? Da quanto finora emerso, anche dal racconto del superstite, il movente sarebbe da ricercare in una «vendetta dei caporali». Forse, lunedì mattina tra loro sarebbe scoppiata una lite perché i caporali volevano i soldi per il trasporto. Ma il giovane sopravvissuto ha descritto uno scenario di violenza e soprusi continui: non venivano mai pagati e spesso i due pachistani arrestati li minacciavano anche con pistole e coltelli per farli lavorare senza soldi. In pratica, davano loro vitto e alloggio ma nessun salario, come ha spiegato lo stesso Mohammad: «I soldi non ce li davano, da mangiare sì. La casa sì, i soldi no». Quello descritto dal giovane bracciante è una fotografia di un caporalato che fa vivere in condizioni disumane i lavoratori. Ma per lui questo è un modus operandi per loro già noto e con rassegnazione afferma: «Questa è la mafia pachistana».
Sulla mattanza di Amendolara sono in corso delicate e complesse indagini condotte dagli agenti della Mobile di Cosenza, guidati dal dirigente Gianni Albano e dal questore Antonio Borelli. Nella giornata di oggi ci sarà una conferenza stampa in questura a Cosenza in cui saranno resi noti alcuni particolari di quanto accaduto. Anche gli accertamenti sui cadaveri carbonizzati e sul mezzo saranno decisivi per ricostruire l’esatta dinamica della mattanza di Amendolara.
Quanto avvenuto lunedì mattina ha avuto una risonanza nazionale soprattutto dopo la diffusione del video in cui si vedono i due pachistani intrappolare i loro connazionali nel minivan e poi dargli fuoco. Il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, sui suoi canali social ha postato il video degli ultimi istanti di vita delle quattro vittime esprimendo tutto il suo disappunto: «Ci sono notizie che fanno vacillare la fiducia nell’umanità. Disumani». Anche il leader di Futuro nazionale Roberto Vannacci, sui suoi profili social ha commentato la strage di braccianti: «Se importi il terzo mondo, diventi il terzo mondo. Sono pachistani i due aggressori che hanno bruciato vivi quattro extracomunitari alla stazione di servizio. Queste risorse sono quelle che ci pagano le pensioni. Ora, oltre al patrocinio gratuito per la difesa legale dovremo pagare loro anche il carcere, alla modica somma di 140 euro al giorno. Remigrazione». Le indagini degli inquirenti, ora, cercheranno di fare luce sul movente che ha scatenato tanta violenza e crudeltà.
I medici legali hanno trovato sul corpicino della piccola Beatrice lesioni «non compatibili» con quelle di una caduta. E le sorelline della bimba di 2 anni, trovata morta lo scorso febbraio a Bordighera, ai pm hanno descritto una quotidianità «terrificante» fatta di botte, aggressioni fisiche e verbali e tanta violenza.
Si tratta di racconti riferiti tra lacrime e angoscia contenuti nell’ordinanza di custodia cautelare emessa nei confronti di Manuel Iannuzzi. L’uomo è il compagno di Emanuela Aiello, 43 anni, mamma della bimba uccisa. La donna è in carcere da febbraio per la morte della figlia. Intanto, è stato disposto il trasferimento di Iannuzzi dal carcere di Valle Armea a Sanremo a quello di Genova Pontedecimo dove adesso si trova in isolamento. Il trasferimento si è reso necessario perché nel penitenziario dell’Imperiese è detenuto anche il padre di Iannuzzi, arrestato nello stesso giorno per il possesso di 2 chili di tritolo e della relativa miccia, trovati dai carabinieri nella cantina durante la perquisizione avvenuta nel momento dell’arresto del figlio.
Ma nel carcere di Valle Armea è detenuto anche Maurizio Rao, padre naturale delle bambine di Aiello: Rao aveva dato mandato al suo legale di depositare una denuncia per omissione di soccorso nei confronti di Emanuel Iannuzzi. Per questi motivi, la presenza del quarantaduenne nel carcere di Villa Armea non è compatibile. Domani si svolgeranno gli interrogatori di convalida dell’arresto di Iannuzzi e di Emanuela Aiello. Il primo a comparire davanti agli inquirenti sarà Iannuzzi. L’uomo è assistito dagli avvocati Maria Gioffré e Cristian Urbini. Poi sarà sentita la mamma della piccola, assistita dai legali Laura Corbetta e Bruno Di Giovanni. Inizialmente la donna era accusata di omicidio preterintenzionale in concorso.
Poi l’ipotesi di reato è stata modificata in maltrattamenti aggravati che hanno causato la morte di Beatrice. Per il procuratore di Imperia Alberto Lari si è trattato di un aggravamento del reato. Dalle indagini, scaturite dopo la morte della piccola, emerge uno spaccato «agghiacciante» di una famiglia «fragile»: il padre naturale della vittima e delle sorelline è detenuto in carcere, la mamma «lasciava pressoché quotidianamente da sole le figlie nella casa di Bordighera» per raggiungere l’abitazione del compagno a Perinaldo. Quando le forze dell’ordine sono entrate in casa hanno riscontrato «una situazione di grave degrado, incuria e sporcizia inidonea e incompatibile con la presenza di tre bambine e il loro sereno sviluppo psicofisico».
Eppure rimane pesante l’interrogativo sul perché i servizi sociali non siano intervenuti per sanare questa condizione di disagio per i minori. Da quanto emerge, non ci sarebbe stato in passato nessun monitoraggio sulle condizioni in cui viveva la donna con le sue bimbe. Iannuzzi, picchiava le piccole. E la sorellina di Beatrice lo racconta tra le lacrime agli inquirenti con dovizia di particolari: «Bea quando l’ha presa da sopra era nuda. Cioè aveva il pannolino ma era nuda. L’ha messa subito nella doccia. Io Bea la sentivo urlare, Emanuel diceva “stai zitta stai, zitta che non è niente”. Subito pensavo gli bruciano gli occhi e poi sentivo tipo (batte con la mano destra aperta sulla scrivania, ndr) così sulla pelle di Bea. Е poi quando sono andata a vedere la porta era aperta. Bea era così sulla vasca che sanguinava dal naso. Però aveva già gli occhi chiusi e faceva così (mima col capo un movimento dall’alto verso il basso, ndr). Cioè più la teneva su e più lei faceva così cioè col collo così poi aveva tutto il corpo viola più o meno tutto il corpo viola e le labbra viola».
Emanuela Aiello non ha mai portato la bimba deceduta in pronto soccorso, nonostante le diverse lesioni riportate. Tale comportamento, per gli inquirenti, denota un’evidente «ritrosia» nel rivolgersi ai sanitari probabilmente per timore delle domande che le avrebbero potuto rivolgere.
Il medico legale, intervenuto al momento del decesso, ha ritenuto «inverosimili» le spiegazioni fornite dalla mamma: «In relazione all’ipotesi di una caduta dalle scale avvenuta 2-3 giorni prima del decesso, le lesioni non presentano la classica natura e disposizione derivante da tale dinamica, poiché generalmente in questi casi sono presenti escoriazioni, dovute al contatto con la superficie spigolosa e ruvida dei gradini, a livello dei distretti corporei più esposti durante il ruzzolamento, vale a dire capo, gomiti e ginocchia. Mentre nel caso di specie, in tali sedi, sono presenti solo ecchimosi mentre le escoriazioni sono tutte concentrate alla regione cervico-dorsale. Peraltro, è anche inverosimile l’ipotesi che la bimba sia caduta, riportando tali lesioni, e poi sia stata in apparente benessere per due giorni, per poi andare precipitosamente incontro al decesso dopo tale periodo». Secondo le indagini, Iannuzzi più volte si sarebbe accanito contro la piccola deceduta minacciandola con frasi del tipo: «Guarda che ti vengo a picchiare se non smetti di piangere», ma anche: «Stai zitta che adesso arrivano i miei nipotini, mia mamma e mia sorella, se non stai zitta guarda che ti chiudo in camera e non esci».
Un incubo inimmaginabile. Una diciassettenne è stata violentata dal suo coinquilino mentre era in casa con il suo bambino di appena tre mesi. Quanto accaduto a una giovanissima mamma bengalese a Marghera ha lasciato sotto choc e attonita tutta Italia. A raccontare la violenza subita è stata la stessa ragazzina che non poteva pensare di essere brutalmente violentata da un connazionale che viveva con lei, con il marito e con il piccolo.
Condividevano un appartamento ed erano conoscenti. Ma - da quanto si è appreso - l’uomo avrebbe approfittato proprio dell’assenza del marito della giovane mamma per approfittare di lei. La ragazza si è trovata a vivere un dramma. Quel giovane con cui condivideva la casa, gli spazi e le giornate l’avrebbe brutalmente violentata davanti agli occhi del suo piccolo di soli tre mesi di vita. Un incubo.
Quando la giovanissima mamma è riuscita a divincolarsi e l’uomo è scappata, ha potuto avvisare le forze dell’ordine. I carabinieri sono giunti sul posto e hanno trovato la ragazza in evidente stato di choc. La diciassettenne si è recata in ospedale dove è stata sottoposta alle cure del caso e soprattutto a una serie di analisi. La giovane bengalese ha denunciato la violenza subita e ai militari ha raccontato quanto accaduto indicando il suo coinquilino come l’autore dello stupro. Intanto, i carabinieri hanno avviato le indagini e sono alla ricerca di riscontri che possano individuare nel coinquilino bengalese il responsabile della violenza. L’attività investigativa procede, adesso, ad ampio raggio. Sono in corso verifiche pure per accertare le condizioni in cui i tre bengalesi vivevano e la situazione della giovanissima vittima già mamma a diciassettenne anni. Lo stupro di Marghera ha riacceso i riflettori su diverse problematiche che riguardano sia le condizioni di vita degli stranieri in Italia che nuovamente la questione della sicurezza. Sono tanti gli interrogativi che, adesso, preoccupano i residenti di Marghera, ma anche le istituzioni e i cittadini. Non sono rimasti indifferenti all’accaduto i rappresentanti della Lega e, in particolare, il consigliere comunale di Venezia, Alex Bazzaro e l’europarlamentare Anna Maria Cisint. «Un episodio inaccettabile, uno stupro vergognoso che ha avuto come preda una minorenne bengalese. Un’altra vittima della violenza dell’Islam radicale e probabilmente del sistema marcio basato sulle ospitalità. Lo stesso schema che ho già visto a Monfalcone. Una minorenne bengalese già con figli: mi chiedo, una sposa bambina?», ha commentato Cisint. Il consigliere comunale di Venezia va oltre evidenziando la gravità dell’accaduto perché la giovane diciassettenne è stata «stuprata dall’ospite, anche lui islamico». Per Bazzarro, è la punta dell’iceberg di una situazione molto più grave: «Una presenza dietro alla quale spesso si nasconde un mercato nero di subaffitti illegali e posti letto abusivi. Un mercato islamico dell’orrore, dove la donna viene doppiamente svenduta: prima come sposa e madre a soli diciassette e anni, poi viene data in pasto agli ospiti abusivi. Secondo i due esponenti leghisti «per loro la donna vale zero, un oggetto da mercificare. Questa è la pseudo-cultura che la sinistra vuole portare anche nel Comune di Venezia. Per noi questi soggetti devono essere reimpacchettati e spediti da dove sono venuti». Non è la prima volta che la cronaca racconta episodi di violenze e abusi perpetrati da cittadini stranieri ai danni di donne, giovani e adulti. Da Nord a Sud negli ultimi mesi, si è assistito a un’escalation di episodi di violenza e di brutalità. I cittadini si sentono sempre più insicuri e chiedono maggiori controlli e più attenzione verso chi arriva in Italia e delinque. Negli scorsi mesi alcune donne sono state stuprate a Roma mentre facevano una passeggiata nel parco. Episodi diversi per i quali le forze dell’ordine hanno individuato un unico responsabile, un cittadino straniero che girovaga seminando terrore e paura.





