- Le salme di cinque giovani vittime del rogo a Crans-Montana sono state portate a Milano e a Roma. I medici del Niguarda: «Ricoverati in gravi condizioni, è una battaglia». Giorgia Meloni: «Messa d’unità nazionale per loro».
- In un video del 2020 un barman invita i clienti a tenere lontane le candele dai soffitti. I titolari francesi del locale stavano per ampliare i posti a sedere eliminando un’uscita.
Lo speciale contiene due articoli
Lo strazio ha il colore bianco di cinque bare e il rumore sordo di un C-130 dell’Aeronautica militare che le trasporta in Italia. È partito alle 12.09 da Sion in Svizzera, con un’ora di ritardo, con a bordo i familiari di tre delle vittime. Procede lento sulla pista dell’aeroporto di Milano Linate, come in un metaforico corteo funebre, prima di arrestare la sua corsa davanti al picchetto d’onore e ai carro funebri. Sono quasi le 13 di ieri. Si apre il portellone, autorità e familiari si avvicinano. Ed escono uno dopo l’altro Giovanni Tamburi (16 anni) ed Emanuele Galeppini (17 anni), portati via terra rispettivamente a Bologna e a Genova, e i milanesi Chiara Costanzo (16 anni) e Achille Barosi (16 anni), quattro delle sei vittime italiane dell’inferno di Capodanno a Crans-Montana.
Ad attendere i ragazzi a Linate sono presenti il presidente del Senato, Ignazio La Russa, con il fratello Romano, assessore lombardo alla Protezione civile, il sindaco di Milano, Beppe Sala, il sottosegretario Alberto Barachini, i presidenti della Lombardia, Attilio Fontana, della Liguria, Marco Bucci, e dell’Emilia-Romagna, Michele De Pascale. «Il loro dolore unisce l’Italia», dice La Russa. Il governatore Fontana, visibilmente provato, afferma che «è stato un momento straziante».
Per Achille Barosi, studente milanese dell’artistico delle suore Orsoline che sognava di fare l’architetto, la camera ardente si è aperta ieri pomeriggio nella cappella di San Sigismondo, adiacente alla basilica di Sant’Ambrogio a Milano. «Angelo in cielo» scritto su un foglio, la foto del ragazzo: poi silenzio e lacrime. Scocca una campana, parenti e amici si stringono in un ultimo abbraccio ,«Sono orgogliosa di essere italiana, voi dovete essere orgogliosi di esserlo», dice coraggiosamente la mamma di Achille davanti alla bara del figlio. La camera ardente di Chiara Costanzo, seconda vittima milanese di Crans-Montana, è nella cappella del collegio San Carlo, che la ragazza frequentava. La sua mamma: «Non volevamo che in queste ore restasse sola». A bordo del C-130 c’è anche Riccardo Minghetti (16 anni) che atterrerà più tardi, verso le 15.30, a Roma Ciampino. Solita procedura, solito strazio. Tutti impietriti dalla tragedia. Impossibile dire qualcosa. Mamma e papà sono qualche passo indietro alla bara, non riescono nemmeno a camminare, strascicano i piedi.
«Non li abbiamo lasciati soli neanche un minuto», ha assicurato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, presente all’atterraggio, insieme al ministro dello Sport, Andrea Abodi, e al capo dipartimento della Protezione civile, Fabio Ciciliano. Ci sono i compagni delle medie e tutto il suo liceo, lo scientifico Stanislao Cannizzaro all’Eur. «Riccardo vive in tutti noi», si legge su un cartello preparato dalla sua classe. Il premier Giorgia Meloni invita tutti a un momento di «unità nazionale» promuovendo una messa a Roma per le vittime che si terrà venerdì pomeriggio nella basilica dei Santi Ambrogio e Carlo al Corso. Il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, proclama per domani un simbolico minuto di silenzio in tutte le scuole.
La salma di Emanuele Galeppini, genovese residente a Dubai, è esposta nella cappella dei frati cappuccini dell’ospedale San Martino di Genova. Ad attenderla, oltre ai genitori, al fratellino della vittima e ai suoi zii, anche il sindaco Silvia Salis e il presidente della Regione Liguria, Marco Bucci: «Tragedie così non devono succedere». Infine, Giovanni Tamburi, nella sua Bologna che si stringe alla sua mamma che ringrazia Giorgia Meloni: «Mi ha chiamato personalmente, aveva la voce rotta dal pianto. Si sentiva la sua sofferenza come mamma. Mi ha veramente commossa e mi è stata vicina come non mai, dandomi tutto il suo appoggio come se fossi stata sua sorella. Da mamma a mamma, da cuore a cuore».
Genitori accomunati da un dolore inimmaginabile in attesa dei funerali, a spese dello Stato, previsti per domani. Quelli di Riccardo saranno a Roma, nella basilica dei Santi Pietro e Paolo all’Eur e quelli di Giovanni nella cattedrale di San Pietro a Bologna. A Milano le esequie di Achille, nella basilica di Sant’Ambrogio e Chiara, nella chiesa di Santa Maria delle Grazie. L’addio di Emanuele nella sua Genova. Mentre quello di Sofia Prosperi, sesta vittima di appena 15 anni, originaria del Canton Ticino, verrà celebrato domani a Lugano.
«Una tragedia evitabile, le famiglie chiedono giustizia. Il nostro impegno ora è accertare la verità», afferma l’ambasciatore d’Italia in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado. Ma adesso, finite tutte le lacrime, è anche il momento di pensare ai 14 italiani che lottano ogni giorno per la vita. Un ragazzo è ancora ricoverato a Zurigo: le sue condizioni non consentono il trasferimento in Italia. Altri sono a Torino. Mentre al Niguarda ci sono sei pazienti in condizioni molto gravi. Hanno 15-16 anni, fatta eccezione per una donna di 29 e una di 55. L’estensione delle loro ustioni (di secondo e terzo grado) varia dal 10% a oltre il 50%, coinvolge arti, dorso e volto e sono presenti danni importanti a livello polmonare. Sei sono in terapia intensiva in condizioni particolarmente serie. Tre di questi sono considerati in condizioni critiche. «Non sono fuori pericolo, per loro sarà un percorso lungo. Una battaglia durissima», dicono i medici. La stessa che dovremo affrontare anche tutti noi. Le lacrime non sono ancora finite.
Il precedente: «Attenti alla schiuma»
Mentre l’Italia intera si è stretta in un abbraccio ai familiari delle vittime della tragedia di Capodanno, in Svizzera proseguono le indagini. Le notizie di ieri, sul fronte investigativo, sono ancora più allarmanti. La Radio Svizzera Tedesca ha svelato particolari «agghiaccianti» sul futuro del locale Le Constellation che, nella notte di San Silvestro, si è trasformato in un inferno di fuoco. Secondo quanto riferito dalla Radio, i gestori, Jacques Moretti e Jessica Maric (adesso indagati), avrebbero voluto ampliare il pub dal primo gennaio 2026 «eliminando un’uscita». Intanto, l’ambasciatore italiano in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado, parlando a Sion poco prima del volo per l’Italia delle cinque vittime, ha ribadito a gran voce «l’urgenza di verità e giustizia». Il diplomatico ha tenuto a precisare che in Italia i due proprietari del locale «sarebbero stati arrestati perché è troppo grave quello che è successo». «Nel rispetto dell’autonomia della magistratura», ha poi evidenziato all’Agi, «ho parlato della possibilità dell’arresto. Per le famiglie non è importante che gli indagati vadano in carcere ma che vengano accertate le responsabilità. Ho chiesto al presidente del Cantone Vallese e al ministro che venga fatto tutto quello che serve e, in effetti, gli accertamenti stanno proseguendo a tutto campo e sono già state sentite molte persone».
La procuratrice Beatrice Pilloud, che sta seguendo l’inchiesta, aveva comunicato invece che non ci sono i presupposti per l’arresto, ovvero non ci sono pericolo di fuga, inquinamento probatorio e reiterazione del reato, anche in presenza di ipotesi come omicidio, lesioni e incendio, a titolo colposo, «circostanza quest’ultima, che anche in Italia non fa scattare di solito l’arresto». La procuratrice ha chiarito che l’indagine «verterà in particolare sull’analisi dei documenti ottenuti dal Comune, sulla conformità dei lavori realizzati dai gestori, sui materiali utilizzati, sulle vie di fuga, sui mezzi di estinzione e sul rispetto delle norme antincendio». Anche su questo, l’ambasciatore Cornado ha svelato alcuni dettagli: «Le autorità locali mi hanno riferito che il materiale fonoassorbente sul soffitto era infiammabile. L’uscita di sicurezza, se esisteva, era mal segnalata e in mezzo a quel disastro i ragazzi non l’hanno nemmeno vista». La Radio Svizzera Tedesca ha svelato che i gestori alla fine del 2025 avevano presentato una richiesta per ampliare il locale, una trasformazione che, se realizzata, avrebbe potuto aggravare le conseguenze del rogo perché il piano prevedeva «di eliminare l’uscita laterale della veranda», quella ripresa più volte nei video della serata.
Tale aspetto chiama in causa il Comune e il sindaco Nicola Féraud che guida la cittadina di Crans-Montana da tre mandati. Il primo cittadino è stato, infatti, già sentito dai magistrati e per la giornata di oggi ha convocato una conferenza stampa in Comune probabilmente al fine di chiarire gli aspetti relativi a eventuali permessi concessi e ai controlli. Nei giorni scorsi alla testata «Blick» lui stesso aveva dichiarato che la sua amministrazione «non ha adottato un approccio permissivo nella gestione del bar». La tragedia e le indagini accendono i riflettori sulla sicurezza dei locali. Alcuni politici svizzeri stanno adesso chiedendo a più voci di «intensificare l’applicazione delle norme di sicurezza antincendio nei principali centri di sport invernali del Paese».
Un video diffuso dalla testata svizzera Rts dimostrerebbe che era già noto, da alcuni anni, il rischio di incendio del materiale fonoassorbente infiammabile dei soffitti a contatto con le candele pirotecniche usate per servire gli alcolici durante le feste. Dalle immagini si vede un barman di Le Constellation» dire ad alcuni clienti che partecipavano alla festa per il Capodanno 2020 «Fate attenzione alla schiuma! Fate attenzione alla schiuma!». A raccontarlo è stato il giovane che ha fornito le immagini e che aveva partecipato alla serata. Il barman metteva in allarme i giovani che avevano appena ricevuto le bottiglie ordinate con le candele pirotecniche.
- Nota prudente di Palazzo Chigi, mentre Pd, M5s, Cgil, Fiom, Anpi e varie altre sigle rosse si schierano tutte col dittatore.
- «Con lui c’è un’altra dozzina di detenuti italiani», spiega il ministro, in contatto diretto con l’ambasciatore De Vito per tutelare i connazionali sul suolo venezuelano.
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Giorgia Meloni aspetta il tardo pomeriggio di ieri per far conoscere il suo pensiero sull’operazione, attraverso una nota di Palazzo Chigi all’insegna del più sano equilibrismo: «L’Italia», recita, «ha sempre sostenuto l’aspirazione del popolo venezuelano a una transizione democratica nel Venezuela, condannando gli atti di repressione del regime di Maduro, la cui auto-proclamata vittoria elettorale l’Italia, assieme ai principali partner internazionali, non ha mai riconosciuto. Coerentemente con la storica posizione dell’Italia, il governo reputa che l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari, ma considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico». La Meloni, che non cita mai né gli Usa né Trump, critica quindi il ricorso all’«azione militare esterna» ma il succo politico è che legittima, seppure con un giro di parole, l’attacco Usa a Caracas. «In raccordo con il ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, Antonio Tajani», prosegue il comunicato, «il presidente Meloni continua a seguire con particolare attenzione la situazione della comunità italiana in Venezuela, la cui sicurezza costituisce la priorità assoluta del governo».
Elly Schlein, segretaria del Pd, aspetta la posizione della Meloni per diffondere una sua dichiarazione, al termine della segreteria convocata in via straordinaria: «L’attacco militare di Trump non ha alcuna base legale», argomenta la Schlein, «e rischia di legittimare altre azioni unilaterali che possono generare ulteriori conflitti e caos a livello regionale e globale. Non ci rassegniamo a un ordine mondiale che sostituisca la legalità internazionale con la legge del più forte e del più ricco. Per questo riteniamo grave la posizione del governo italiano nella parte in cui definisce legittima l’azione militare di Trump in Venezuela». Una posizione dura e pura, quella della Schlein, costretta ancora una volta a inseguire Giuseppe Conte, la Cgil e la sinistra radicale, sin da ieri mattina schierati senza se e senza ma contro gli States. «L’aggressione americana al Venezuela», scrive sui social il leader del M5s Giuseppe Conte, «non ha nessuna base giuridica. Siamo di fronte a una palese violazione del diritto internazionale, che certifica il predominio del più forte e meglio equipaggiato militarmente. Né può valere di per sé a giustificare l’attacco a uno stato sovrano la natura illiberale del suo governo. Per noi il diritto internazionale non vale fino a un certo punto». Le prese di posizione più dure arrivano dalla galassia di sigle sindacali e associazioni della sinistra radicale: «La Cgil», sottolinea il segretario generale Maurizio Landini, «condanna con fermezza la violazione della sovranità nazionale della Repubblica del Venezuela da parte degli Stati Uniti d’America, con l’attacco militare, l’isolamento del sistema di comunicazione, fino alla annunciata cattura del presidente Maduro. Ancora una volta si fa carta straccia del diritto internazionale e si fa prevalere la logica della guerra e della forza, in un momento in cui a livello globale non ci sono mai stati tanti conflitti armati in corso». Landini sottolinea che «il quadro internazionale si fa sempre più drammatico» e ribadisce che «la pace, la sicurezza comune, la democrazia, i diritti e le libertà sono indivisibili dal rispetto dei diritti umani e dall’applicazione del diritto internazionale».
Ancora più dura la Fiom che, attraverso una nota della segreteria nazionale, «esprime la propria piena solidarietà e vicinanza al popolo venezuelano e condanna duramente gli attacchi contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela, avvenuti in palese violazione del diritto internazionale e dei principi fondamentali sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite. L’attacco è chiaramente determinato dagli interessi economici degli Usa». Le organizzazioni di estrema sinistra annunciano un presidio per domani a Roma: «Condanniamo con fermezza l’estensione della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra Stati», scrivono in una nota congiunta Anpi comitato provinciale di Roma, Cgil Roma e Lazio, Rete numeri pari, Rete italiana pace e disarmo, Rete #no bavaglio, Sbilanciamoci, Stop Rearm Europe Italia, «e l’ennesima e gravissima escalation bellica prodotta dall’attacco militare del governo Trump contro la Repubblica del Venezuela e dal rapimento del suo presidente, Nicolás Maduro, e dei suoi familiari. Si tratta di una palese e inaudita violazione del diritto internazionale e della sovranità dei popoli, per la quale non esistono giustificazioni: non ci sono mai giustificazioni per legittimare il ricorso alla guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra gli Stati».
Sulla stessa linea le Acli, che attraverso una nota esprimono «ferma condanna per l’attacco aereo condotto nella notte dall’Amministrazione statunitense contro il Venezuela e per il successivo rapimento del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie. Si tratta di un atto che appare privo di qualsiasi legittimazione sul piano del diritto internazionale e che configura, nei fatti, una grave aggressione alla sovranità di uno Stato».
Tajani al lavoro sul caso Trentini
L’Italia è in apprensione per le sorti di Alberto Trentini, il cooperante veneziano detenuto da oltre 400 giorni nel carcere El Rodeo di Caracas. I genitori del quarantaseienne stanno seguendo con grande preoccupazione quanto sta avvenendo in Venezuela dopo l’attacco americano nella notte tra venerdì e sabato. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, stanno seguendo con particolare attenzione non solo la situazione di Trentini (arrestato a novembre 2024), ma anche le sorti di tutta la comunità italiana in Venezuela, la «cui sicurezza costituisce la priorità assoluta del governo». «Noi seguiamo con grande attenzione tutto, soprattutto, ripeto, preoccupandoci delle condizioni dei nostri concittadini», ha ribadito ieri più volte Tajani. «Abbiamo anche italiani detenuti, a cominciare da Trentini, ma con lui c’è un’altra dozzina, quindi anche quello è un tema che ci preoccupa e stiamo lavorando al massimo». Nel primo pomeriggio di ieri, il presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani, ha chiamato il ministro Tajani per informarsi su Alberto Trentini: «Pur nella complessità degli eventi di queste ore, il ministro e le competenti autorità stanno collaborando col massimo impegno per tutelare l’incolumità di Trentini e di tutti i veneti residenti in Venezuela». In tutto il Paese gli italiani presenti sono circa 160.000, come riferito dall’ambasciatore a Caracas Giovanni Umberto De Vito, da ieri in costante contatto con Tajani. «La nostra prioritaria preoccupazione è ovviamente l’incolumità dei nostri connazionali, a cui raccomandiamo di restare in casa», ha detto a RaiNews24 l’ambasciatore: «Siamo in contatto e siamo mobilitati attraverso i due consolati, quello di Caracas e quello di Maracaibo. Per il momento non abbiamo particolari segnali da parte dei connazionali e stiamo monitorando costantemente la situazione. È chiaro che in questo momento quello che noi raccomandiamo è di rimanere nelle abitazioni, quindi di non uscire per strada. La situazione è talmente fluida e incerta, che noi raccomandiamo vivamente di tenersi in contatto con l’ambasciata, con i consolati, ma di non uscire per strada e evitare qualsiasi spostamento in questo momento». La comunità degli italiani, come detto, è molto numerosa, circa 160.000 persone. «La maggior parte sono doppi cittadini, ma ci sono anche alcuni expat che sono qui per motivi di lavoro, anche per turismo», ha spiegato l’ambasciatore. «Quindi la nostra priorità è assolutamente garantire la loro incolumità e fare tutto il possibile per dare ogni eventuale assistenza. Quanto a eventuali voli per riportarli in Italia, non parlerei di questo perché lo spazio aereo è chiuso e non c’è proprio la possibilità materiale di organizzare dei voli in questo momento». Ieri, dopo la riunione del Pd, la segretaria del Pd Elly Schlein ha espresso «grande preoccupazione» anche «per i nostri numerosi connazionali in Venezuela e per i prigionieri italiani tra cui Alberto Trentini, di cui abbiamo chiesto in questi mesi la liberazione».
Capodanno: razzi ad altezza uomo, scippi e risse. I maranza fanno la festa agli italiani
- A Roma le baby gang conquistano il Colosseo tra pestaggi e fuochi d’artificio sparati contro la folla. Prova di forza di Askatasuna, che crea il panico a Torino. Mentre i milanesi disertano la piazza per evitare guai.
- In leggero calo i contusi (309 l’ultima volta), ma 68 sono minori. Ricoverate 54 persone, molte le amputazioni. A Napoli uomo perde tre dita, continua e si rovina pure l’occhio.
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L’Italia ha festeggiato l’arrivo del nuovo anno dovendo fare i conti con la violenza e l’arroganza dei maranza, ovvero le baby gang di seconda generazione, prevalentemente formate da nordafricani e mediorientali, che da tempo seminano il terrore, in particolare nelle grandi città. Chi ha trascorso il Capodanno a Roma, vicino al Colosseo, ha vissuto attimi di paura. Stesso film all’ombra della Madonnina e disordini anche a Torino.
A Roma, migliaia di persone si erano radunate ai Fori imperiali con l’intenzione di brindare al 2026 in uno dei luoghi più suggestivi della Capitale. Ma così non è stato perché, come documentano alcuni dei presenti sui social, gruppi di stranieri hanno interrotto il clima di festa creando tensione. La situazione è diventata sempre più incandescente nella zona del ponte degli Annibaldi, da tempo preso di mira da bande di nordafricani spesso al centro di risse e aggressioni. A un certo punto hanno iniziato a lanciare petardi e bottiglie contro i passanti. La situazione è diventata caotica e pericolosa, tanto da costringere il personale medico e paramedico di un’ambulanza a scendere dal mezzo per paura che qualcuno si potesse fare male perché, come mostrano molti video, le bande di stranieri hanno lanciato petardi persino sul mezzo di soccorso. I sanitari hanno dovuto raggiungere a piedi il luogo in cui era stato richiesto l’intervento. Nella giornata di ieri, sui social hanno iniziato a girare diversi filmati che riprendono i momenti di panico vissuti a Roma a Capodanno e, in particolare, l’ambulanza bloccata dai maranza.
Ma non è stato quello l’unico episodio di violenza causato dalle gang dei nordafricani, come si evince pure dal materiale pubblicato da Welcome to favelas. Diversi nordafricani, sempre in zona Colosseo, hanno iniziato a far esplodere fuochi d’artificio ad altezza d’uomo. L’intento, secondo quanto è emerso, era proprio quello di creare disordini e provocare risse, come in realtà è avvenuto. Le forze dell’ordine sono state costrette a intervenire in più zone più volte per evitare che la situazione potesse degenerare. Infatti, alcune persone hanno reagito all’arroganza dei maranza per difendersi.
Nei pressi della nuova fermata della metropolitana, la situazione è degenerata in poco tempo fino ad arrivare a un pestaggio che ha coinvolto decine di persone che si sarebbero opposte a un tentativo di borseggio.
Non è stato un bel Capodanno nemmeno a Torino. Qui, le tensioni sono esplose nel corso di una manifestazione. Erano in 2.000, per lo più antagonisti del centro sociale Askatasuna, sgomberato il 18 dicembre scorso, a dar vita alla Street Parade. Il clima era molto caldo. La musica era a tutto volume, sparata dalle casse di un furgone, che ha aperto il corteo. La manifestazione è stata organizzata anche per chiedere di «liberare il quartiere Vanchiglia». E poi canti e balli fino all’alba davanti al campus Einaudi. Ma la situazione è degenerata tanto che quattro carabinieri sono rimasti leggermente feriti. I momenti di tensione sono stati diversi e, per fortuna, si è evitato che i disordini degenerassero così come, invece, era già accaduto in passato. Quanto accaduto a Torino ha preoccupato i cittadini e una parte della politica che ha evidenziato la gravità di tali vicende. «Mai come oggi», ha ribadito la deputata di Fdi, Augusta Montaruli, «la città di Torino deve ringraziare governo e forze dell’ordine. Da un lato si impedisce a frange violente di continuare a beneficiare di uno spazio usato negli anni per preparare le peggiori violenze, dall’altro si garantisce la sicurezza dei torinesi da manifestazioni il cui unico intento è destabilizzare, provando a continuare a tenere sotto ricatto una città facendo leva sul suo sindaco e su quelle forze politiche che lo sostengono ancora. C’è chi vorrebbe cedere, perseverando in accordi improbabili che hanno già dimostrato il totale fallimento della strategia delle concessioni a chi alza costantemente la posta con aggressioni ignobili: noi no».
Quello che è accaduto nella notte di Capodanno, ha aggiunto Montarulo, «ha solo dimostrato ancora una volta il volto violento di Askatasuna e la sua prepotenza. Solidarietà agli agenti feriti, a chi ha dovuto subire danni, a una Torino che ha dovuto subire la paura verso questi personaggi, ma che ha scelto di non chinare il capo davanti a loro e di non continuare a dargli la corsia preferenziale».
I maranza hanno fatto sentire la loro voce pure a Milano, dove non sono mancati disordini e tensioni. C’è da notare, guardando i video e le immagini diffuse sui social, che all’ombra della Madonnina il Capodanno 2026 è stato un po’ sottotono, come dimostrano le foto e i reel di una piazza Duomo, sicuramente non affollata e stracolma come in passato. Da quanto è emerso, i milanesi avrebbero preferito allontanarsi dalla città e festeggiare altrove, molto probabilmente per mettersi al sicuro da risse, aggressioni e quindi dalla violenza dei maranza.
Nella notte di Capodanno anche in piazza Duomo a Milano si è registrato qualche momento di tensione, in alcuni casi causato forse dalle misure di sicurezza che hanno limitato il numero degli ingressi e tenuto alta l’allerta sulle baby gang.
Botti, ci scappa il morto (e 283 feriti)
Il bilancio dei festeggiamenti per il Capodanno 2026 racconta una storia che si ripete, con variazioni minime, ogni volta. Nella notte tra il 31 dicembre e il 1° gennaio, l’uso di botti e fuochi d’artificio ha provocato un morto e 283 feriti in tutta Italia, 54 dei quali ricoverati. I dati arrivano dal dipartimento della Pubblica sicurezza del Viminale. I numeri risultano in lieve calo rispetto al Capodanno precedente, quando i feriti erano stati 309.
La vittima è un uomo di 63 anni, di nazionalità moldava, deceduto ad Acilia (Roma), nei pressi di un parco pubblico. Il corpo è stato trovato dai carabinieri: l’uomo è morto per una grave emorragia provocata dall’esplosione di un petardo che stava maneggiando. Durante la stessa notte, si sono registrati anche 12 ferimenti da colpi d’arma da fuoco, un dato che contribuisce a rendere più pesante il bilancio complessivo.
Tra i 283 feriti, 245 hanno riportato prognosi pari o inferiori a 40 giorni, mentre 50 sono i feriti gravi, con prognosi superiori ai 40 giorni. Si contano inoltre 68 minori feriti, contro i 90 dell’anno scorso. In molti casi si tratta di lesioni devastanti: amputazioni di dita o mani, ustioni profonde, danni permanenti agli arti superiori. Ferite che i medici dei pronto soccorso definiscono ormai tipiche della notte di Capodanno.
Tra gli episodi più gravi figura quanto avvenuto a Milano, dove due ragazzi di 12 anni sono rimasti gravemente feriti nella tarda mattinata del primo gennaio, in via Alfonso Gatto. Uno dei due ha perso una mano dopo l’esplosione di un botto ed è stato ricoverato in codice rosso all’ospedale Niguarda. L’altro, con ferite al torace e alle gambe, è stato trasferito in codice giallo al San Raffaele. Nessuno dei due è in pericolo di vita, ma l’episodio riporta al centro il tema dell’accesso dei minori al materiale pirotecnico proibito.
A Roma, oltre al decesso del cittadino moldavo, un trentatreenne italiano è ricoverato in prognosi riservata al policlinico Umberto I dopo aver riportato l’amputazione dell’orecchio destro e gravi lesioni al volto e all’occhio. Un bambino di 11 anni è stato invece trasportato all’ospedale Grassi di Ostia per una lesione all’orecchio, giudicata guaribile in 20 giorni.
Numerosi i casi gravi anche nel resto d’Italia. A Vercelli un uomo di 43 anni è in pericolo di vita dopo l’amputazione di una mano e gravi traumi al torace e all’addome. A Foggia è ricoverato in prognosi riservata un diciassettenne romeno, trasportato in elisoccorso dopo aver perso una mano. A Brescia un quattordicenne egiziano ha subito l’amputazione di due dita ed è in prognosi riservata, mentre a Taranto un tredicenne è rimasto gravemente ferito dopo aver raccolto un petardo inesploso.
A Napoli, dove si contano 57 feriti tra città e provincia, si è verificato anche un episodio emblematico. Un ventiquattrenne romano, come riportato da Adnkronos, ha perso tre dita per l’esplosione di un petardo. Dopo essere stato medicato all’ospedale Pellegrini ed essere stato dimesso, è tornato in strada e, nel corso della stessa notte, ha acceso un altro fuoco pirotecnico, rimanendo nuovamente ferito al volto e a un occhio. I sanitari hanno dovuto soccorrerlo una seconda volta a poche ore di distanza.
In tutta Italia le chiamate ai numeri di emergenza sono state oltre 770, molte concentrate proprio nel capoluogo campano, per incendi, esplosioni, soccorsi a persone ferite e danni a edifici, con un impegno straordinario di vigili del fuoco, sanitari e forze dell’ordine.
Secondo le autorità sanitarie, la maggior parte delle lesioni è riconducibile all’uso improprio di fuochi acquistati illegalmente o alla manipolazione di ordigni artigianali. Nonostante le campagne di prevenzione e i divieti comunali, il fenomeno continua a riproporsi con dinamiche pressoché identiche. Dal Viminale si sottolinea che il calo rispetto al 2025 non è sufficiente a ridimensionare un problema che resta strutturale.





