Ecco il contenuto della rigidissima ordinanza con cui il tribunale dei minori dell'Aquila hanno stabilito che mamma Catherine debba essere separata dai suoi tre figli.
Nel riquadro il giudice Vincenzo Turco (Ansa)
Se vince il No il rischio è la giuristocrazia: una tecnocrazia che, attraverso l’Anm, agisce come opposizione capace di condizionare il Parlamento. Magistratura democratica è sempre stata la corrente più forte sul piano politico e ideologico.
Uno dei pilastri della riforma costituzionale che verrà sottoposta a referendum confermativo il 22 e il 23 marzo prossimi è il sorteggio nell’elezione dei membri del Consiglio superiore della magistratura. Il Csm è un organo di rilievo costituzionale posto a presidio dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura. Un organo definito, con una confusa trasposizione dal diritto inglese, di autogoverno.
Non è però (non dovrebbe essere) un organo politico in senso stretto: non esprime alcuna rappresentanza di questo tipo. Negli ultimi decenni si sono tuttavia sviluppati due fenomeni che sono andati in quest’ultima direzione: il primo deriva dal ruolo svolto dall’Associazione nazionale magistrati (Anm), che ha progressivamente accentuato un carattere di rappresentanza politica attraverso le sue correnti; il secondo riguarda il ruolo della magistratura come espressione di un potere tecnocratico che gioca una partita tutta sua.
Le correnti
Le correnti hanno sempre proposto una visione e un’azione politica, nella magistratura e nella società. Negli anni Sessanta dello scorso secolo Magistratura indipendente (Mi) paladina dell’indipendenza e Magistratura democratica (Md) forza progressista; alla fine degli anni Settanta il «correntone» di Unità per la costituzione (Unicost), animato dal sacro fuoco dei valori costituzionali, per decenni il più potente centro di potere associativo. Poi, via via, altre formazioni, tra cui una corrente più moderata nel blocco progressista (Area). Nel 2015 l’effimera esperienza della corrente di Piercamillo Davigo. Dalla fine degli anni Novanta un movimento fortemente critico verso il sistema delle correnti che si è fatto promotore del sorteggio dei membri del Csm (oggi Articolo Centouno).
La corrente più influente sul piano politico e ideologico è sempre stata Magistratura democratica, antesignana di un uso alternativo del diritto, finalizzato, per usare concetti ed espressioni di suoi esponenti storici, a garantire alle masse «i più ampi spazi di lotta in vista di nuovi e alternativi assetti di potere» contro lo «Stato borghese» - Domenico Menorello e Maurizio Sacconi, (In)giustizia creativa e trasformazione antropologica. Md ha poi vissuto e tradotto il passaggio dalla old left alla new left; dallo Statuto dei lavoratori al woke. Questa corrente (oggi Area democratica per la giustizia) è la più coesa dal punto di vista ideologico, la più attiva sul piano politico, la più presente nel contesto internazionale attraverso una rete di consorelle (Medel).
Unicost, invece, dopo la vicenda di Luca Palamara, si è svuotata in favore di Mi, la nuova dominatrice del «centro» politico della magistratura. Mi è una corrente che ha sempre marcato la propria distanza dalla politica, ma che oggi si ritrova a fare proprio questo, perché è difficile immaginare un’azione più «politica» di una campagna elettorale contro una riforma votata dal Parlamento. Una corrente che, peraltro, al suo interno esprime anche un approccio più riflessivo, come conferma la dissociazione di una sua esponente al Csm dal documento con cui altri consiglieri sono intervenuti dopo le pesanti dichiarazioni del procuratore di Napoli (Nicola Gratteri, ndr).
Le correnti, attraverso la loro presenza nel Csm, hanno un peso enorme sia nel connotare l’esercizio delle funzioni istituzionali del Csm (vedi la prassi delle «pratiche a tutela») sia nell’intermediare le carriere dei magistrati (progressioni in carriera, nomine dei vertici degli uffici giudiziari, incarichi, formazione, ecc…).
Questo potere si esplica già sul piano orizzontale nelle relazioni quotidiane di colleganza, ma è consacrato dall’ascesa nell’organigramma associativo, tipicamente nelle elezioni dei membri dell’Anm, nelle elezioni dei membri dei Consigli giudiziari (una sorta di piccoli Csm territoriali, ndr.) e nelle elezioni dei membri del Csm. L’elezione è il metodo con cui questo potere si realizza e si fortifica, con cui conquista la sua rappresentanza «politica» nel Csm. Il sorteggio previsto dalla riforma costituzionale vuole eliminare questa modalità di selezione e con essa lo strapotere delle correnti e l’inquinamento dell’attività di alta amministrazione del Csm. Il sorteggio è un metodo anche più democratico perché tutela l’eguaglianza in «entrata», in quanto «valorizza i presupposti teorici dell’omogeneità e dell’equivalenza dei destinatari delle scelte» (Marco Mandato, Nomos, marzo 2019). Ma è un metodo che comunque appartiene alla «giuridicità» ed è già rodato in tanti ambiti (nei concorsi pubblici, in materia elettorale, nell’abilitazione dei professori universitari); anche nell’amministrazione della giustizia, con il sorteggio dei cittadini che integrano la Corte costituzionale nei giudizi di accusa contro il presidente della Repubblica; con il sorteggio dei giudici popolari delle Corti di Assise; con il sorteggio dei giudici del Tribunale dei ministri. Un sorteggio che pescherà tra magistrati provvisti di sicure competenze tecniche, abituati a occuparsi di cose ben più complesse e impegnative che non la gestione dello status giuridico ed economico dei magistrati, laddove gli eletti con il sistema attuale non sono necessariamente i più attrezzati, ma i più «potenti».
Se vincerà il Sì, tutte le correnti, senza eccezioni, perderanno di colpo la certezza di governare il Csm. Il blocco progressista verosimilmente resterà più unito dal collante ideologico, quello moderato subirà qualche fibrillazione e forse tornerà a spingere su temi squisitamente sindacali, entrambi saranno liberati dal peso della gestione clientelare e potranno tornare all’elaborazione culturale.
In caso di vittoria dei No la situazione sarebbe poco diversa per quanto riguarda i rapporti di forza tra le correnti, ma molto più gravida di conseguenze sul piano della politica generale: una vittoria del No intesterebbe alla magistratura «militante» un ruolo e una legittimazione politica che verrebbero fatti pesare nei rapporti con gli altri poteri dello Stato. Seguirebbe la bollinatura permanente dell’Anm sui provvedimenti legislativi.
Una giuristocrazia
L’azione politica dell’Anm contro la riforma costituzionale dimostra, sotto un altro profilo, la tendenza del potere giudiziario ad agire come soggetto politico e contro-potere. Questo fenomeno si è manifestato da tempo (vedi Edouard Lambert, Il governo dei giudici, 1921) seguendo le grandi trasformazioni del diritto americano. Da qualche decennio sta virando verso un sistema di controllo globale, ampio e pervasivo (Ran Hirschl, Verso la giuristocrazia). Un sistema nel quale i magistrati operano in rete con altre comunità di giuristi che sorvegliano e condizionano i grandi interessi politici ed economici. Un potere di natura tecnocratica, fondato sul dominio della conoscenza giuridica e sulla riduzione algoritmica dei grandi formanti geopolitici (esempio gli Human rights).
Quanto sia consapevole di tutto ciò la magistratura non è chiaro. Sta di fatto che nella vicenda del referendum costituzionale l’Anm si è mossa istintivamente come un contropotere, indisponibile al dialogo, laddove le posizioni nei partiti politici hanno offerto varietà e ricchezza di posizioni. La parte della magistratura progressista ha tradito una volontà più esplicita di opposizione al governo, la parte moderata si è associata alla prima per conservare i propri privilegi, ma tutte e due si sono mosse all’unisono come un potere chiuso che va per la propria strada.
Questa vocazione al dominio è coperta da motivazioni ideali. Nei discorsi di apertura dell’anno giudiziario, per esempio, che drammatizzano un «patto per lo Stato di diritto» o direttamente un «patto fra magistratura e società», una rilegittimazione del giudice che salva il mondo dall’oscurità. Non si tratta di episodi sporadici, è un’azione a largo spettro promossa a livello europeo. La rete europea dei Consigli di giustizia, nel giugno 2025, ha invitato le magistrature europee a esercitare il vaglio di legalità delle azioni dell’esecutivo e del legislatore, a combattere come una minaccia per lo stato di diritto l’attuazione di riforme senza il proprio consenso, a «dimostrare leadership e coraggio, agire senza indugio e utilizzare tutti i mezzi a disposizione», non escluso il ricorso alla narrazione mediante «solide relazioni con i media». Con una attenzione particolare all’opinione pubblica e all’istruzione, soprattutto dei giovani.
In definitiva, attraverso le grandi leve del diritto contemporaneo il potere giudiziario sovrasta gli altri poteri e rende problematico il rapporto tra diritto e democrazia. E il potere che più soffre di tale gigantismo è proprio il Parlamento, accusato dall’Anm di volere soggiogare la magistratura proprio mentre ne riafferma in Costituzione l’autonomia e l’indipendenza. La propaganda dell’Anm che paventa la sottoposizione della magistratura al potere politico sembra un’ironia.
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2026-03-05
Nessuna Apocalisse, basta leggere il testo del referendum sulla giustizia. Sinistra traditrice
Nel riquadro, Jacqueline Monica Magi, giudice penale al tribunale di Pistoia (Ansa)
Jacqueline Monica Magi, giudice penale al tribunale di Pistoia: dalla Bicamerale in poi, i dem hanno sempre sostenuto la separazione delle carriere. Ora, invece, la ripudiano perché l’ha fatta la destra.
Il 22 e 23 marzo si va alle urne per il referendum sulla legge costituzionale che riguarda la separazione delle carriere requirenti-giudicanti e le modalità di composizione dei nuovi Consigli superiori della magistratura e la nascita dell’Alta corte disciplinare. È un referendum importante, su una riforma attesa da anni, che viene a completare il disegno costituzionale del 1948 e quello del nuovo Codice di procedura penale varato nel 1988-1989 dall’impianto accusatorio.
La magistratura si oppone alla riforma per non ben spiegate ragioni, accampando ipotesi di retroscena apocalittici, che non trovano alcun riscontro nelle norme di legge. La sostanza dell’articolo 104 della Costituzione non cambia, la magistratura rimane un ordine indipendente e lo garantisce la Costituzione, esattamente come prima della riforma. Tutti i paventati cambiamenti del fronte del No, a leggere le norme, svaniscono. A parte ipotesi di alcun appiglio giuridico, il fronte del No non sa che dire se non che il sorteggio non garantisce la competenza dei sorteggiati.
O bella, in Corte di assise, dove si giudicano i reati più gravi, i giudici popolari vengono sorteggiati fra i cittadini, non solo sono sorteggiati anche i componenti dello speciale organo che giudica il presidente della Repubblica, allora noi avremmo un sistema che fa giudicare il presidente della Repubblica e gli accusati di omicidio e di strage da incompetenti? Certo che no, ma non sanno proprio che dire per contrastare i sostenitori di una riforma che mira a riportare trasparenza e legittimazione in un sistema che l’ha persa. Si perché il Csm è un organo di alta amministrazione chiamato a dare valutazioni tecniche sulla vita professionale dei magistrati e non deve e non può rappresentare nessuno, perché la rappresentanza implica un mandato da parte di elettori a cui si deve rispondere e non si può rispondere delle valutazioni tecniche a un elettorato. La rappresentatività dei membri del Csm verso gli elettori è, quindi, abnorme, una abnormità che va interrotta. Poi dovremo affrontare l’abnormità rimasta e non ancora toccata, quella dei Consigli giudiziari, organi regionali rappresentativi, piccoli Csm locali che ancora hanno membri eletti e dove si ricrea il gioco delle correnti. Il nodo dei Consigli giudiziari andrà affrontato.
Non tutti i magistrati, però, sono schierati sul fronte del No, ci sono magistrati anche sul fronte del Sì e si stanno disvelando piano piano. Esiste un gruppo di 61 magistrati che hanno fatto documenti comuni, che esprimono le loro opinioni tramite i social, che scambiano continuamente le loro idee. E non sono gli unici a esprimersi per il Sì. Ve ne sono altri. Scoprire che non si è soli a volere la riforma, a chiedere più trasparenza e legittimazione nel Csm, a chiedere una reale indipendenza del giudice dal pm è stato per me e per altre colleghe un momento di liberazione, il momento in cui ci siamo sentite finalmente libere di parlare, esprimere le nostre idee, comprese nel proprio pensare. Il modo che abbiamo noi colleghe di approcciarci al tema è completamente diverso da quello dei colleghi, più asettico e cerebrale. Noi ci esprimiamo con maggior calore e maggior sentimento e in modo certamente più concreto. È la differenza fra i due mondi, maschile e femminile, che si vive anche in questa battaglia. Come ha detto una collega alla Maratona oratoria dei magistrati per il Sì a Roma sabato 28 febbraio 2026, il ritrovarsi uniti dagli stessi pensieri, dalle stesse volontà, mi ha fatto sentire libera, eliminando quel senso di oppressione che da anni si era impadronito di me, chiusa in un sistema dove anche un respiro sbagliato poteva avere conseguenze inaspettate e le migliori intenzioni potevano essere lette negativamente in un clima definito da un collega a Roma, in quello stesso incontro, giustizialista.
Al momento ci rammarichiamo dei toni verbali violenti utilizzati dai sostenitori del No che, non avendo argomenti, offendono e aggrediscono.
Altro elemento misterioso di questa riforma è come sia possibile che la sinistra, che per venti anni, dalla Bicamerale di Massimo D’Alema in poi, ha sostenuto la separazione delle carriere, adesso sia contro la riforma solo per partito preso, perché la riforma viene fatta da un governo di destra, tradendo così i propri progetti passati.
Non sappiamo come andrà il referendum e cosa succederà dopo, alcuni di noi temono vendette se vincerà il No, ci scherziamo sopra, ma intanto respiriamo un’aria libertà che ci consente di denunciare i soprusi subiti, come ha fatto a Roma la collega Margherita che ha rivelato che alcune volte le è stato intimato di prendere alcune decisioni al posto di altre, e che ci permette di poter sperare in una riforma del sistema che porti maggiore trasparenza ed eticità.
Chiediamo, a chi ci ascolta, con tutto il nostro coraggio, di esporsi in questa battaglia e ci auguriamo che il 22 e 23 marzo i cittadini vadano a votare e votino Sì.
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Nel riquadro, Natalia Ceccarelli, giudice Corte d’appello di Napoli (iStock)
Natalia Ceccarelli, giudice Corte d'appello di Napoli: «Siamo diventati parte di una vera "primavera" e siamo amati dalla gente. Serve un futuro senza correnti e raccomandazioni».
Quando Carmen Giuffrida mi ha chiamato, in una fredda mattina di gennaio, e mi ha proposto di aderire al manifesto di un manipolo di magistrati per il Sì, confesso, ho tentennato. Non per la giustezza dello schieramento - di cui non dubitavo, avendo avuto modo di osservare da vicino le allegre scorribande correntizie - bensì per il timore della lapidazione che, puntuale, si sarebbe abbattuta sul miniclub di kamikaze in gestazione.
Anche alle pietre sono abituata, è vero, ma quelle le schivo (a volte le ricevo) nella ristretta cerchia dei masochisti ascoltatori di Radio Radicale. Ora si trattava di prendersi le pietre dalla folla - ove la propaganda ha salde diramazioni - e, sinceramente, non me la sentivo di lanciarmi nel fango fino al collo, avendo faticato a costruirmi una reputazione. Ma l’incoscienza, si sa, è l’ingrediente di tutte le rivoluzioni. Tra il cuore e la ragione, ha avuto la meglio l’emozione. Ci siamo presentati in 51. Altri si sono aggiunti dopo. Altri si aggiungeranno. Ho conosciuto eroici settantenni e compassate femministe (sarà un ossimoro? Chissà). Un po’ imbranati con lo strumento utilizzato (alcuni più degli altri, eh), ma carichi di una passione capace di alimentare tre generazioni. Abbiamo cominciato a divertirci combattendo e divertendo abbiamo continuato.
L’affetto che avvertiamo intorno a noi crescente ci ispira e ci motiva. Siamo diventati parte di una primavera di cui nessuno dei protagonisti potrà mai dimenticarsi. Comunque vada il referendum, ne sarà valsa la pena. Personalmente ho ritrovato il gusto della colleganza. Sine spe ac metu. Mi piace, poi, l’idea che siamo percepiti più vicini alle persone. Lo sento. Lo so. Per chi ancora non ci conoscesse, provo a descrivere chi siamo, con il divertimento che segue. Grazie a tutti per l’affetto..
Il referendum
al tempo dei social
In questa truculenta campagna referendaria - di scassinamenti costituzionali delle sette chiavi, di agognate sottoposizioni esecutive sadomaso, di demolizioni illegali della democrazia, fatte senza contratto di smaltimento - abbiamo scelto di parlare agli elettori con la leggerezza delle ali della libertà. Noi siamo i magistrati pop e votiamo Sì. Parliamo alle massaie e ai tassisti usando il linguaggio della gente. Conosciamo qualcuno in più dei 400 vocaboli del dottor Nicola Gratteri, e li decliniamo secondo Verità. Spezziamo la riforma come il pane e la distribuiamo a chi vuole capirla, rendendo semplice ciò che appare astruso e comprensibile ciò che appare oscuro.
Noi siamo i magistrati pop e votiamo Sì. Non siamo attori, cantanti, scrittori e intellettuali. Siamo semplicemente magistrati, sebbene taluno si diletti (e pure bravo) con la chitarra, il canto e la corsa campestre. Ci trovate su tutti i social media, insieme a tutti gli avvocati di buona volontà. Ma ci sono pure commercialisti, meccanici e assistenti giudiziari. Tanta pazienza ci vuole per spazzar via le menzogne. E ce l’abbiamo. Banniamo iettatori, catastrofisti e oscurantisti. Danziamo nella notte intorno al fuoco della ragione. E siamo amati. Noi siamo i magistrati pop e votiamo Sì. Il dramma correntizio non ci piace, preferiamo la commedia all’italiana. Ridiamo molto e molto riflettiamo sulla giustizia e sulle sue disgrazie. Spesso facciamo le pulizie di casa. Apriamo tutte le finestre e sbattiamo i panni all’aria. Non temiamo i microbi della raccomandazione e i batteri dell’autopromozione. Noi siamo immuni. Odoriamo come il culo di un lattante dopo il bagnetto. Splendiamo come la stella del mattino nella prateria.
Danzando ci prepariamo al 25 aprile della magistratura e ci divertiamo. Noi siamo i magistrati pop e votiamo Sì. Non siamo scesi dalla torre d’avorio a incontrar la gente. Semplicemente lì non siamo mai saliti. I piani alti erano tutti occupati. Neanche le briciole cadevano dall’alto. Ci siamo cibati di ghiande e frutti rossi. E abbiamo atteso, in mezzo alla povera gente. La torre ha traballato sotto i colpi della riforma. Abbiamo visto i nostri governanti cadere nel vortice dei non-argomenti, arrampicarsi sui muri dell’irragionevolezza. Noi siamo i magistrati pop e votiamo Sì.
Abbiamo una divisa, il testo, e la indossiamo a ogni occasione di confronto. È una divisa semplice, uguale per tutti, essenziale. Cercano di lanciarci contro un’arma che chiamano contesto: ma son «polveri bagnate», perché siamo più forti nella storia e pure nella geografia. I nostri oppositori fuggono indignati, gridando «Vedrai… vedrai». Vedrai che cosa? Boh. Speriamo di vedere l’alba di un nuovo giorno per la magistratura e per i cittadini, senza correnti d’aria e raccomandazioni. Noi siamo i magistrati pop, votiamo Sì. E sapete dove trovarci.
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Benito Mussolini con Dino Grandi, ministro della Giustizia e autore dell'«Ordinamento Grandi» che nel 1941 stabilì l'unificazione delle carriere dei magistrati. (Getty Images)
La non separazione delle carriere è un’invenzione del 1941, sopravvissuta al regime e passata alla Repubblica. Quanti la propugnano come «baluardo democratico» stanno abbracciando un retaggio di autoritarismo. Infischiandosene della responsabilità delle toghe.
Il dottor Nicola Gratteri ha fatto una terrificante lista dei votanti Sì al prossimo referendum sulla riforma Nordio: inquisiti, rei mafiosi, massoni, Willy il coyote, lo sceriffo di Nottingham. La signora Elena Schlein in arte Elly ha sottolineato che Casapound vota Sì, quindi alla lista dei reprobi che votano Sì si è aggiunto il fascismo.
In Italia il fascismo è morto da ottant’anni. Lo sappiamo perché lo ripetiamo con regolarità liturgica, insieme al meteo e alle previsioni sul Pil. E tuttavia, come certi parenti imbarazzanti di cui si evita di parlare ma che continuano a occupare la poltrona buona in salotto, alcune sue strutture sono rimaste. Non per nostalgia, guai, ma per una sorta di affetto istituzionale che nessuno osa confessare. Perché in fondo c’è qualcosa della struttura fascista che piace: questo qualcosa è una statalismo che schiaccia il cittadino, che lo riduce a una foglia sbattuta dal vento. Il fascismo fu alleato del nazismo e poté esserlo perché anche il nazismo aveva la stessa struttura, e il nazismo fu alleato del comunismo e poté esserlo perché anche il comunismo aveva la stessa struttura. Il patto Ribbentrop-Molotov fu un ovvio patto tra sue gemelli eterozigoti per usare la definizione che dà il filosofo Alain Besançon nel saggio Novecento, il secolo del male. La mia teoria è, invece, che si sia trattato di padre e figlio, un padre degenere e un figlio ancora più degenere. Nazismo vuol dire nazional socialismo, mentre il socialismo di Lenin era internazionale e sempre socialismo era, e il socialismo è lo Stato che schiaccia il cittadino perché lo Stato socialista è buono per antonomasia.
Come tutti sanno, il mondo si divide in buoni e cattivi e i buoni decidono chi sono i cattivi. Il patto non spartì solamente la Polonia e già questo sarebbe abbastanza ripugnante da generare nelle persone per bene un rifiuto totale per la falce e martello. La spartizione della Polonia significò milioni di ebrei consegnati ai campi di sterminio, significò la distruzione degli intellettuali polacchi e delle strutture gerarchiche polacche, significò lo sterminio di un milione di cattolici polacchi. Il patto includeva anche la fornitura di materie prima che l’Unione Sovietica vendeva alla Germania nazista a prezzi concorrenziali, materie prime grazie alle quali la Germania hitleriana poteva invadere e massacrare. Vorrei ricordare agli sprovveduti che il patto fu rotto da Adolf Hitler in un sussulto di follia: non furono certo i sovietici a tirarsi indietro.
Il riassunto di tutto questo è che sia i fascisti sia i comunisti amano lo statalismo che schiaccia il cittadino. Per questo ci sono strutture fasciste che sopravvivono. La più elegante di queste sopravvivenze è la non separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Un’invenzione del 1941, concepita in pieno regime e oggi difesa con zelo da chi ama presentarsi come custode esclusivo dell’antifascismo. Ricordo che in Europa solo Italia e Grecia non hanno la separazione delle carriere. Anche francesi, belgi tedeschi norvegesi, inglesi eccetera sono rei, inquisiti, mafiosi, massoni, fascisti, sporchi brutti e cattivi? Torniamo alla storia. Nel 1941 il Guardasigilli Dino Grandi mise ordine nella materia con una chiarezza che oggi definiremmo disarmante: la magistratura è un ordine unico, al servizio dello Stato; il pubblico ministero non è antagonista del giudice. Non antagonista. Non controparte. In un sistema che proclamava «Tutto nello Stato, nulla al di fuori dello Stato», l’idea che accusa e giudizio potessero porsi su piani distinti sarebbe parsa un vezzo anglosassone o peggio americano, una debolezza da società litigiosa.
Lo Stato non si contraddice. Lo Stato converge. Accusa e giudice cooperano. L’ordine si afferma. La frattura è sospetta. Fin qui tutto lineare. Il problema nasce quando il regime scompare ma l’architettura resta. La Repubblica eredita quella struttura unitaria e la colloca dentro un sistema costituzionale che rende la magistratura indipendente dal potere politico. Un’operazione ardita: conservare il telaio pensato per uno Stato totalizzante e privarlo del centro che lo guidava. Il risultato è una creatura giuridica che non trova molti equivalenti comparabili: un pubblico ministero che appartiene allo stesso ordine del giudice, ne condivide carriera e cultura, partecipa allo stesso autogoverno, esercita un potere incisivo sulla vita dei cittadini - intercettazioni, misure cautelari, iniziativa penale obbligatoria - ma non risponde politicamente a nessuno. Il governo risponde agli elettori. Il Parlamento risponde agli elettori. I sindaci rispondono agli elettori. I dirigenti pubblici rispondono disciplinarmente. I cittadini rispondono penalmente. Il pubblico ministero, quando sbaglia gravemente, fa rispondere lo Stato. Il danno viene risarcito con denaro pubblico, cioè sono gli esausti contribuenti che saranno massacrati, mentre la carriera del magistrato non subirà nessun intoppo.
C’è una buffa regola, che recita che chi sbaglia, paga e chi non paga, sbaglia molto perché tanto non ci rimette niente. È un congegno perfetto: massimo potere, responsabilità pochissima. Una macchina istituzionale che combina autonomia elevatissima e conseguenze personali attenuate. Quando qualcuno propone di separare le carriere, cioè di distinguere negli ordinamenti, chi accusa da chi giudica come avviene nei sistemi liberali classici, si grida al pericolo autoritario. Alla deriva illiberale. Al ritorno delle ombre.
Ed ecco la scena più italiana di tutte: si difende come baluardo democratico un impianto concepito per ridurre la dialettica liberale nel processo. Si brandisce l’antifascismo per proteggere una soluzione nata nel 1941. Nei sistemi liberali decenti, l’accusa o è separata dal giudice, oppure è collocata sotto un indirizzo politico che risponde agli elettori. Nei sistemi autoritari novecenteschi, al contrario, la magistratura era concepita come organo unitario dello Stato: accusa e giudizio come funzioni convergenti di un medesimo potere. L’Italia ha scelto una via tutta sua: ha mantenuto l’unità delle carriere, ma senza subordinazione gerarchica all’esecutivo e senza una netta separazione ordinamentale. Ha conservato la struttura dell’unità eliminando il centro politico che la teneva insieme.
Il problema non è l’indipendenza della magistratura, principio sacrosanto. Il problema è l’asimmetria tra forza e responsabilità. Ogni potere democratico vive di equilibrio: autorità e conseguenza, decisione e controllo. Quando la prima cresce e la seconda si assottiglia, l’architettura non crolla, si inclina. E un’inclinazione istituzionale non fa rumore: si percepisce col tempo, come un pavimento leggermente storto che costringe i mobili a scivolare sempre nella stessa direzione. Non serve evocare fantasmi. Basta leggere il 1941 e guardare il 2026. Il fascismo non ritorna. Il fascismo, in certe sue soluzioni tecniche, non se n’è mai andato. È evidente che i nipoti, bisnipoti e cugini di primo e secondo grado del mai veramente defunto compagno Stalin aborrano la separazione delle carriere. La vera abilità retorica sta nel chiamare questa permanenza in una struttura squisitamente fascista «progresso». E nel convincersi che ogni richiesta di equilibrio sia un attentato alla democrazia.
È una specialità nazionale: trasformare un’anomalia in un totem e poi difenderlo con fervore morale. Con aria severa. Con tono pedagogico dei buoni che spiegano ai cattivi perché sono cattivi, in nome della libertà e dell’antifascismo. I cattivi ne hanno abbastanza. E ora il momento è venuto di occuparsi dell’ultima roccaforte di uno statalismo assoluto fasciocomunista, di poteri enormi associati al totale azzeramento delle responsabilità: sto parlano dei servizi sociali.
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