Il romanzo fantascientifico del celebre autore americano è oggi più attuale che mai. Ecco perché il suo mondo distopico assomiglia al nostro.
Guy Montag fa il pompiere. Ma nella società immaginata da Ray Bradbury nel 1953, i pompieri non spengono gli incendi: li appiccano. Il loro compito è dare fuoco alle case di chi nasconde libri, considerati illegali dallo Stato.
Montag sembra convinto della sua missione, almeno finché non incontra Clarisse McClellan, una giovane fuori dagli schemi, capace ancora di guardare il mondo con curiosità genuina.
Quell'incontro lo cambia. Montag inizia a chiedersi cosa ci sia dentro quei libri, perché le persone rischierebbero tutto per difenderli. La risposta arriva quando assiste a una scena che non riesce a dimenticare: un'anziana donna sceglie di bruciare insieme alla propria casa piuttosto che abbandonare la sua biblioteca. Da quel momento, il mondo di Montag comincia a vacillare.
Il suo capitano, Beatty, se ne accorge, e cerca di manipolare il pompiere riportandolo sulla «retta via». Montag, in un momento di profonda crisi esistenziale, si rivolge a Faber, un vecchio professore di letteratura che lo aiuterà a opporsi e a dipanare la propria nebbia mentale. Nel frattempo Mildred, moglie del protagonista e consumatrice compulsiva dei piaceri effimeri che questo mondo distopico offre, totalmente distante dal marito, lo denuncia.
Questa è parte della trama, la parte sufficiente a comprendere che Fahrenheit 451 non è una profezia, quanto piuttosto un'analisi. Bradbury non immaginò un futuro lontano: descrisse alcune delle tendenze già presenti nella sua epoca, portandole alle estreme conseguenze. Il risultato è un ritratto del nostro presente che sorprende per lucidità e capacità predittive.
Nel romanzo, ad esempio, il capitano Beatty spiega come si è arrivati a bruciare i libri. Non per decreto governativo, non per censura esplicita. «Non è stata un'imposizione del governo», afferma. «Tecnologia, sfruttamento economico delle masse e pressione delle minoranze, ecco le vere cause». È una distinzione importante. La libertà non è stata soppressa con la forza: si è semplicemente smesso di volerla. Nel nostro mondo i libri non vengono bruciati, per il momento: non ce ne sarebbe bisogno per controllare la popolazione. Basta lasciarli marcire sugli scaffali, mentre computer, televisioni, tablet e cellulari gridano alle persone cosa devono fare, pensare, come si devono vestire. L’ignoranza e l’omologazione vengono da sé, senza bisogno di un decreto legge.
Bradbury immaginava inoltre enormi pareti-schermo nelle case, capaci di intrattenere senza sosta. La realtà ha fatto di meglio (anzi, di peggio): sono bastati i microschermi dei telefoni. Più tascabili, più personali, sempre con noi. Montag descrive così sua moglie Mildred, indifferente al marito e totalmente assorbita dal rombo assordante delle pareti e dei suoi insulsi personaggi che lei definisce miopemente «famiglia»: «A un tratto la sentii così estranea che non riuscii a credere di averla mai conosciuta».
L’autore si era figurato delle piccole conchiglie nelle orecchie, miniradio compatte che trasmettono un flusso continuo di suoni, musica, parole. Straordinario (e un po’ inquietante) il manifesto richiamo agli auricolari senza fili che quasi tutti oggi possiedono. Cambia il nome, non la funzione: isolarsi dal mondo esterno, riempire il silenzio, non stare mai soli con i propri pensieri.
Basta salire su una metropolitana per capirlo. Quante persone leggono un libro o riflettono e quante guardano il telefono? Chi legge oppure osserva con curiosità l’ambiente in cui si trova e i suoi personaggi viene quasi guardato con sospetto, come se quell'atto di interesse celasse qualcosa di più oscuro. Al tempo stesso, nelle scene più conviviali della quotidianità, come quella in cui una coppia si siede in un ristorante per condividere pranzo o cena, quelle persone sedute allo stesso tavolo non si parlano, ognuna davanti al proprio schermo, ognuna incatenata nella propria prigione digitale. È qui che il romanzo di Bradbury torna con una nitidezza scomoda ma necessaria.
Un altro tema centrale è la progressiva omologazione della cultura e della società. Beatty lo descrive con precisione: «L'uomo del XIX secolo con i suoi cavalli, cani e carretti: il moto lento. Nel XX secolo accelera la proiezione: libri più brevi, condensati, riviste tascabili e tabloid. Tutto si esaurisce nella battuta, nel finale a sorpresa. I classici ridotti a quindici minuti».
La scuola, nel romanzo, ha abbandonato filosofia, storia e lingue. L'ortografia è sacrificata. Si arriva così a «un'ignoranza quasi totale». Il risultato è un mondo in cui tutti possiedono gli stessi oggetti, guardano le stesse cose, reagiscono agli stessi stimoli. «Dobbiamo essere tutti uguali», afferma Beatty. «Non tutti nati liberi e uguali, come dice la Costituzione, ma tutti resi uguali».
I pompieri, in questo sistema, non sono carnefici. Sono custodi della pace mentale. E il fuoco serve a bruciare costantemente, in modo pratico, estetico e antibiotico, i problemi che nessuno vuole affrontare: «Bruciare sempre, bruciare tutto. Il fuoco splende e il fuoco pulisce».
Fahrenheit 451 non chiede di leggere di più, ma qualcosa di più complesso e articolato che esige una certa dose di coraggio e perseveranza. Chiede di restare sempre curiosi. Incorporare l'entusiasmo di Clarisse, che si ferma a guardare l’ambiente circostante e si pone delle domande. E la determinazione di Faber, il quale conserva l’amore per la cultura e il sapere anche quando gli potrebbe costare la vita.
D’altronde, come spiega Bradbury nelle pagine finali del romanzo, «tutti dobbiamo lasciare qualcosa, quando moriamo. Un bambino, un libro, un quadro, una casa, un muro costruito o un paio di scarpe fatte con le nostre mani. E se la gente guarderà quell'albero o il fiore che abbiamo piantato, noi saremo là».






