Quasi due ore di dibattito serrato. È stata intensa, ieri mattina, l’udienza alla Corte Costituzionale; iniziata alle 9.30, ha visto un confronto sulla legittimità dell’articolo 580 del Codice penale, che non consente il suicidio assistito in assenza della necessità per la persona malata di un trattamento di sostegno vitale.
Questo perché, con la sentenza 242 del 2019, la Consulta aveva introdotto una causa di non punibilità nei casi d’aiuto al suicidio commesso nei confronti di chi sperimenti, insieme, quattro condizioni: una patologia irreversibile, una sofferenza fisica o psicologica intollerabile, la piena capacità di prendere decisioni libere e consapevoli e, infine, la necessità di un trattamento di sostegno vitale.
Quest’ultimo requisito, però, ad alcuni è parso da subito troppo stringente. E si è ritrovato al centro d’una vicenda giudiziaria (di qui la questione di legittimità costituzionale sollevata dal gip di Bologna): quella del procedimento a carico di Marco Cappato, Felicetta Maltese e Virginia Fiume, che avevano aiutato la bolognese Paola Ruffi, affetta da Parkinson, accompagnandola nel 2023 in Svizzera per morire. Ieri, a difesa delle parti, ha parlato la legale Filomena Gallo, segretaria dell’associazione Luca Coscioni e guida di un collegio con Benedetta Liberali, Irene Pellizzone e Francesco Di Paola. Nell’udienza sono intervenuti, assistiti dai legali, anche tre malati favorevoli a una disciplina più ampia sull’accesso alla morte on demand. In aggiunta a quella di costoro, però, si è levata pure un’altra voce: quella di ben otto malati contrari ad allargare i paletti del suicidio assistito, i quali hanno seguito lo svolgimento dell’udienza in videocollegamento attraverso maxi schermi allestiti al quinto piano del Palazzo della Corte Costituzionale.
Le otto persone contrarie al suicidio assistito sono state rappresentate dagli avvocati Mario Esposito e Carmelo Domenico Leotta, che non si sono però fermati alle ragioni contrarie a una morte assistita più accessibile, come sarebbe se «saltasse il requisito» (in vigore da sette anni) della necessità di un trattamento di sostegno vitale. I due legali, infatti, hanno mosso anche un rilievo formale che, se accolto, stopperebbe ab origine il procedimento: quello della competenza effettiva del giudice che ha sollevato la questione di legittimità, vale a dire quello di Bologna. Il magistrato davvero competente, hanno fatto presente gli avvocati dei malati pro life, dovrebbe essere quello di Como, visto che il territorio italiano da cui la signora è stata accompagnata per andare a morire in Svizzera, nel 2023, era proprio quello comasco.
«La difesa dei malati contro il suicidio assistito», ha dichiarato l’avvocato Leotta alla Verità, «ha ritenuto di dedicare una parte cospicua del proprio intervento per esporre le ragioni sulla incompetenza territoriale del giudice che ha sollevato la questione di legittimità costituzionale, in modo che la Corte Costituzionale possa, diciamo, rimediare a questa situazione che contrasta con il principio del giudice naturale». Per quanto riguarda invece il tema sostanziale dell’udienza, ovvero la contrarietà al suicidio assistito, come ha dichiarato l’avvocato Esposito, il messaggio che i malati hanno voluto portare alla Consulta è stato molto chiaro: «Non vogliamo avere una pistola sul tavolino che possiamo usare quando saremo in difficoltà. L’aiuto al suicidio può nascondere un modo alternativo di liberarsi di persone ritenute inutili dalla società». In effetti, se la Corte, il cui verdetto potrebbe arrivare entro l’estate, eliminasse il requisito del sostegno vitale per la morte on demand, è idealmente come se fosse messa «una pistola sul tavolino» a 300.000 cittadini, che sono quelli, in Italia, affetti dalla malattia di Parkinson. Non esattamente quello che si dice un bel messaggio di accoglienza e di cura.







