Sì, è proprio l’anno dei bambini. Bimbi stuprati alle feste dei potenti e dei satanisti. Bimbi del bosco tolti ai genitori dallo Stato. Bimbi fuori dal bosco, ma portati su un’isola e spogliati, abusati, fotografati e messi in commercio. Bimbi ritoccati in nome dell’eugenetica. Bimbi trucidati in guerra. Giù le mani dai bambini, palestinesi e non solo, cantiamo in coro. Poi arriva la premiazione degli Oscar, lo spettacolo dell’anno, Jessie Buckley vince il premio come miglior attrice per Hamnet, in cui interpreta una madre generosa, potente e intuitiva, e si lancia in un emozionante elogio della maternità. Risultato? La stampa italiana ignora il suo discorso e piagnucola perché non è stato vituperato a sufficienza Donald Trump. Ma certo, dei bambini ci ricordiamo solo quando l’Inps lancia il famoso allarme pensioni. Farli, è un’altra cosa. E farli non per caso, quasi un’eversione.
Jessie Buckley ha 36 anni, è irlandese, ha una voce talmente bella che le ha consentito perfino di interpretare cover di Sinead O’ Connor senza farsi tirare i pomodori. È uscita da un talent della Bbc, ma a un certo punto ha interrotto la carriera da stellina per studiare e diplomarsi alla Royal Academy of Dramatic Art. È arrivata dove è arrivata per una miscela fuori dal normale di talenti e studio. Ha vinto il suo primo Oscar per come ha impersonato Agnes, la moglie di William Shakespeare, in Hamnet, film di Chloé Zhao. Ma moglie è davvero riduttivo. Nel film, ambientato nella seconda metà del Cinquecento, Jessie è una madre un po’ strega, quasi selvatica, guidata da una forza e un amore per la sua famiglia invincibili. Nella buona e, soprattutto, nella cattiva sorte. Segue sempre quello che ha dentro, a cominciare dall’attaccamento per i figli, e lo fa prevalere sulle convenzioni, sull’ambiente esterno, sulla violenza, sul dolore.
Nella vita, invece, la Buckley non è né strega né selvatica. Diversamente, fasciata nel suo sontuoso abito rosso, non avrebbe approfittato di un palcoscenico come la serata degli Oscar per far passare alcuni concetti. Ha parlato più volte di maternità e di sua figlia di otto mesi, della quale non si sapeva il nome: Isla.
«Isla non ha assolutamente idea di cosa stia succedendo e probabilmente in questo momento starà sognando il latte, ma questo è un momento importante e amo essere la tua mamma», ha detto sul palco. Per poi condividere qualche immagine intima: «Mia figlia ha messo il suo primo dentino questa settimana. Mi sono svegliata con lei sdraiata sul mio petto, che mi coccolava».
Interpretare quel ruolo materno in Hamnet, dove muore anche un figlio di 11 anni, le è rimasto dentro e lo ha detto senza problemi: «Sento che è un dono poter esplorare la maternità attraverso questa incredibile madre che è Agnes, e poi diventarlo anch’io».
A Chloé Zhao e Maggie O’Farrell, la scrittrice che ha costruito la storia del film, Buckley ha dedicato un pensiero di enorme gratitudine: «Comprendere la capacità dell’amore di una madre è stata la più grande collisione della mia vita». Anche perché poi, mamma lo è diventata davvero. Quindi è passata alla parte in qualche modo politica della sua esperienza e ha spiegato: «Veniamo tutte da una stirpe di donne che continuano a creare nonostante tutto». Già, il segreto che passa di madre in figlia senza che gli uomini possano capirci nulla. Il motivo principale per cui sul corpo delle donne è giusto che decidano le donne, ma è meglio se lo fanno quando questo patrimonio naturale e morale viene compreso, meditato e difeso, in piena autonomia. Infine, la dedica dell’attrice irlandese: «Voglio dedicare questo premio al bellissimo caos del cuore di una madre». In platea, ci sono state lacrime. E questa bellissima dedica è stata il titolo scelto da gran parte dei giornali inglesi e americani per l’imprevedibile show di Jessie.
Decisamente impossibile da ridurre a maschera bigotta, l’attrice è stata quasi ignorata dai media italiani, se non per il vestito e la bellezza. Le cronache nostrane erano focalizzate sul livello di protesta nei confronti di Donald Trump, un mostruoso catalizzatore di negatività che alla fine divora ogni messaggio e immiserisce il dibattito, seccando anche le poche vene d’acqua fresca. Qualche titolo in ordine sparso: «Trionfa la New Hollywood ma i film scomodi sono fuori» (Repubblica); «Oscar noiosi e fifoni. Nessuna critica a Trump» (Il Fatto quotidiano). E La Stampa, solitamente attenta ai temi cari al neofemminismo, si è occupata solo della vittoria di Paul Anderson e ha fatto un approfondimento su Michael B. Jordan. Idem sul Messaggero, che ha oscurato il discorso dell’attrice irlandese e le ha dedicato due righe con un aggettivo che la riduce parecchio: «dolente moglie di Shakespeare in Hamnet».
Dolente è una certa cecità. Davvero non ci sono coerenza, ma neppure capacità di interpretare il contesto, laddove si lasciano cadere parole come quelle pronunciate da Jessie Buckley agli Oscar. Chi aspetta con fede l’impeachment di Trump per i suoi rapporti con il finanziere pedofilo Epstein ha sicuramente a cuore anche i bambini e ciò che li origina. E lo stesso varrà per chi ha combattuto e combatte ogni giorno per portare nel discorso pubblico il termine «genocidio». Ci piacciono i bambini da usare in battaglia, molto meno quelli da concepire e crescere con amore.
Uno scivolone, comunque, l’ha fatto anche la nostra eroina irlandese. Ha voluto ringraziare perfino il marito Freddie: «Sei il papà più incredibile, sei il mio migliore amico. Vorrei avere altri 20.000 figli con te». Nessuno le ha spiegato che queste cose si pensano, ma non si dicono. Non è cool.







