La strategia di Trump in Medio Oriente vacilla, Netanyahu insegue una vittoria che non arriva e l'Europa risponde alla crisi con l'austerity. Maurizio Belpietro analizza il caos geopolitico del 2026: rincari energetici, la prospettiva di un disimpegno Usa dalla Nato e Bruxelles che dà istruzioni per risparmiare gasolio. Intanto, all'orizzonte, spunta l'ombra di un Giuseppe Conte pronto a tutto pur di tornare a Palazzo Chigi.
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2026-04-01
Basta con le ciance su ascolto e comprensione: i social vanno vietati fino ai 16 anni
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I casi degli aspiranti killer spazzano via la retorica stucchevole sul disagio dei giovani. Ai quali servono regole e divieti, oltre al maggior controllo da parte di genitori e Big Tech.
Come prevedibile e previsto, tornano tutti a battere sugli stessi tasti. Si torna a parlare della necessità di ascoltare il disagio giovanile, dell’importanza di non caricare gli adolescenti di eccessive pressioni, si insiste sull’importanza dell’educazione sessuo-affettiva nelle scuole. E, ovviamente, i media vanno a nozze con l’immaginario neonazista, gettando in un unico calderone i gruppi online dei ragazzini incel (i cosiddetti celibi involontari animati da feroce astio nei riguardi delle donne), l’alt-right americana, Anders Breivik e i movimenti identitari europei. Mischione molto utile allo scopo politico di puntare il dito contro le destre, molto meno a comprendere davvero che cosa stia accadendo e sia accaduto a parecchi adolescenti occidentali.
L’armamentario ideologico di cui dispongono ha ben poco a che fare con il radicalismo destrorso: il nazismo, per costoro, è qualcosa di prepolitico, è una sorta di codice utilizzato per indirizzare l’odio. Ma nella libreria digitale ci sono testi anarco insurrezionalisti e tutto ciò che possa contribuire a sostenere «atti casuali di violenza insensata». Paradossalmente sono molto più centrati e solidi i riferimenti al satanismo, perché la volontà esplicita è quella di sovvertire ogni ordine attraverso la brutalità imprevedibile e fine a sé stessa.
L’obiettivo, insomma, non è l’instaurazione di chissà quale regime totalitario: è la distruzione totale, il nichilismo profondo privo di qualsivoglia pars construens.
La verità è che questi ragazzi non hanno bisogno di essere ascoltati. Anzi, probabilmente - come generazione - lo sono stati fin troppo. Alla loro espressione di sé è stato concesso ogni spazio possibile, cosa che ha contribuito a far esplodere il loro narcisismo. Avrebbero, piuttosto, bisogno di ascoltare e, soprattutto, bisogno di ricevere limiti e regole da parte degli adulti. È mancato - ma è storia vecchia - il padre simbolico, cioè quello che pone divieti e stabilisce i confini. Le tirate, pure in buona fede, sull’educazione affettiva, la decostruzione della mascolinità tossica e il buonismo a varie gradazioni hanno probabilmente alimentato la ferocia e il risentimento di questi adolescenti, invece che convertirli a una presunta buona condotta. Di nuovo, era facile prevederlo: smantellare la mascolinità non produce un nuovo ordine basato su valori femminili di dolcezza e accoglienza. Al contrario, produce il ritorno del rimosso sotto più terribile forma. Ecco dunque le caricature del maschile che vanno dalla volgarità cialtronesca della cosiddetta manosfera alla spietatezza dei gruppi che inneggiano allo stupro come arma politica. È, questa, la cattiveria viscida dei deboli, non l’oppressione dei forti.
E allora non serve invocare ancora più tenerezza, ancora più comprensione. Serve favorire con ogni mezzo un’uscita dall’inferno artificiale della Rete e un ritorno prepotente alla realtà, da mettere in atto prima di subito, con tutti gli strumenti a disposizione. Serve dunque una legge simile a quelle già applicate in altre nazioni per interdire l’uso delle piattaforme ai minori di 14 o addirittura 16 anni. Esistono proposte in discussione proprio in questi giorni, una delle quali avanzata dalla Lega, che andrebbero seriamente considerate. Prevedono verifiche serie sull’età, superamento dell’autocertificazione, barriere non facilissime da superare.
Chiaro: non è piacevole vietare, perché si andrebbe a colpire anche i minori che non fanno nulla di male online. Ma il beneficio è superiore, in questo caso, a ogni possibile danno. Poi lo sappiamo tutti: le norme da sole non bastano affatto. I più abili possono trovare modi per aggirarle, e a tale riguardo sarebbe fondamentale insistere sulla responsabilità delle aziende digitali, affinché controllino e agiscano per impedire che si aggirino le restrizioni.
Non si può in ogni caso prescindere, tuttavia, da una forte presenza dei genitori, delle famiglie. È emblematica, a tale proposito, l’intervista concessa a Repubblica dalla madre del diciassettenne pescarese arrestato per terrorismo: «Colpa anche mia, dovevo controllarlo sui social, ho sbagliato a fidarmi troppo», dice. Insiste a difendere il suo ragazzo, spiega che aveva paura di essere arrestato, che non avrebbe fatto male a nessuno e addirittura che aveva finto di essere uno del gruppo estremista per timore di ritorsioni. In realtà, stando all’inchiesta, pare che non solo il diciassettenne fosse animatore di gruppi, ma pure che abbia cercato di manipolare un altro minore più giovane. Eppure eccolo lì che, scoperto, cerca la consolazione della mamma, l’abbraccio protettivo. E la mamma, straziata, glielo offre. Sembra davvero di rivedere quel che accade ai genitori della serie televisiva Adolescence, i quali - scoperto il crimine orribile del figlio - si guardano fra loro disperati in cerca di reciproca assoluzione, e si dicono: «Pensavamo che nella sua stanza fosse al sicuro». Era vero l’esatto contrario. Se le famiglie non controllano e si assentano, e se le norme di contrasto sono blande, ecco che può accadere l’impensabile. Nel caso di questo ragazzo le forze dell’ordine sono intervenute prima che accadesse qualcosa di terribile, ma chissà che potrebbe accadere in futuro: le lezioni che vengono specialmente dagli Stati Uniti non sono incoraggianti.
Se c’è educazione da fare, oggi, deve riguardare soprattutto gli adulti. Sono loro che devono essere istruiti sui meccanismi della manipolazione digitale, loro che debbono essere aiutati a comprendere le nuove necessità educative e protettive, qualora non riescano o non vogliano farlo da soli. E poi, a corredo, sono necessarie le leggi. Anche i divieti, sì. Non saranno risolutivi ma sono un inizio, un segnale. Serve un approccio realmente maschile, paterno, per combattere questa mascolinità debole e deviata che assume forme diverse ma in fondo affini, che si tratti delle bravate dei maranza, dell’esibizione di falsa ricchezza di alcuni influencer o delle psicosi mortifere dell’accelerazionismo satanico. Altro che ascolto: di queste stupidaggini ne abbiamo ascoltate pure troppe. Adesso è tempo di metterle a freno, e sul serio.
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Tifosi della nazionale serba (Ansa)
Le tensioni in campo riflettono la geopolitica: Sarajevo vuole ritagliarsi spazio.
Sarebbe bello se tutto fosse dentro una sfida calcistica che decide chi tra Bosnia e Italia meriti maggiormente di accaparrarsi gli ultimi posti di un Mondiale che si annuncia extralarge non solo per le sedi, distribuite tra Stati Uniti, Messico e Canada (mai successo prima: tre nazioni per un solo torneo), ma anche perché quella del 2026 è la prima edizione allargatissima a 48 squadre.
Ma non tutto si ridurrà al campo e stasera nello stadio di Zenica, oltre al tifo delle curve, ci sarà quel rumore di fondo che è lo stesso che da anni echeggia in quei Balcani che l’Europa ha archiviato con disinvoltura e dimenticato troppo in fretta. Eppure quei Balcani rumoreggiano, borbottano rabbia e rancore. Così è bastata l’incosciente inquadratura sfuggita alla regia della Rai, che ritraeva l’esultanza di Dimarco, Esposito e Vicario in una saletta privata dello stadio di Italia-Irlanda del Nord, per aizzare gli animi e riempire di retorica politica la sfida calcistica. Aveva cominciato Edin Dzeko, una consolidata conoscenza italiana ancor oggi trascinatore della sua nazionale: «Noi giocheremo in uno stato molto molto caldo».
E per meglio capire l’elevata temperatura ci ha pensato l’ex romanista e juventino Miralem Pjanic: «A Zenica faremo il fuoco, non sarà piacevole per gli italiani essere lì». Ad aumentare il carico, infine, ecco il difensore del Sassuolo Muharemovic con un bel programmino: «Mangiarsi gli italiani, divorare chiunque verrà». Perché tanto livore? Davvero ci sono regolamenti di conti da saldare? No, evidentemente è il solito braciere balcanico che - ripeto - abbiamo sottovalutato e che spesso usa una retorica rude, scorbutica.
Che non ha mai regolato fino in fondo i conti interni e non ha trovato ancora pace. Il calcio che c’entra? C’entra come c’entrò per Maradona che punì con la sua mano - la mano de dios - i conti tra argentini e inglesi per le isole Malvinas/Falkland. Quell’Argentina che vide, proprio a Firenze in Italia 90, fallire un rigore e assieme l’epopea jugoslava: lo calciò malamente Faruk Hadzibegic, capitano dell’ultima nazionale slava piena di campioni e di rancori etnici che sarebbero esplosi da lì a poco, esattamente un anno dopo quel mondiale. Una guerra che durò 10 anni. L’eco di quei massacri torna nel rumore di fondo di Bosnia-Italia, così come entra ed esce in quella inchiesta che parla anche di nostri cittadini, cecchini a Sarajevo, che si divertivano a tirar schioppettate infami contro civili in fuga da altri cecchini e altre follie.
Nel brusio delle parole - troppe, esasperanti ed esasperate - dei giocatori ci sono echi dei rumori di Sarajevo o di Mostar o di Srebenica o di tutti quei luoghi teatro di un fine Novecento bestiale. L’Europa ha dimenticato la lezione dei Balcani, ha pensato che sarebbero bastati l’euro e un passaporto Ue per addomesticare quelle terre. Invece i calcoli potrebbero doversi rifare: ci sono richiami identitari che appartengono alle mappe politiche e culturali che sfuggono alle visioni di Bruxelles, convinta che la «taglia unica» vada bene a tutti. Invece no, e non bastano i richiami retorici. Serve la politica: chi sta monitorando la rotta balcanica? Non solo sotto il profilo migratorio ma anche per le connessioni con la Russia, con la Cina e con la Turchia che proprio con l’Unione europea si era impegnata - dietro il pagamento di tanti soldi - di tenere sotto controllo il traffico di umani. A Bruxelles andava bene così. Mentre Xi Jinping vede quelle zone come pezzi del proprio network infrastrutturale ma lo fa con un certo distacco, Vladimir Putin non ha mai smesso di parlare con i «suoi» Balcani, soprattutto dopo l’invasione in Ucraina, per evitare l’allargamento della «predicazione» Nato ed europeista. Lo ha fatto con la forza della fede e degli accordi energetici che vincolano non meno della identità. Lo stesso fa Erdogan con altrettanta retorica imperiale. I rancori che la vigilia della partita ha buttato fuori non sono la reazione all’esultanza di Dimarco. La cenere dei Balcani non è spenta: è sempre accesa, e i venti di guerra la alimentano. A due passi da noi.
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Gennaro Gattuso con la nazionale (Getty Images)
Siamo arrivati a 12 anni senza partecipare ai Mondiali, e da stasera potrebbero diventare 16. Nel frattempo sono nati e cresciuti fenomeni come Jannik Sinner e Kimi Antonelli, capaci di attrarre i ragazzi verso altri sport. In Bosnia il pallone si gioca la sua egemonia.
Si chiama mesmerismo, era una suggestione pseudo scientifica divenuta letteraria grazie a Edgar Allan Poe, coniata dal dottor Franz Mesmer nel diciottesimo secolo, e postulava l’esistenza di un fluido vitale tra gli individui capace di alimentarne il carisma, curando paturnie sia esistenziali, sia fisiche. Ce l’ha molto sviluppato Jannik Sinner, il mesmerismo. Pure Kimi Antonelli è un campione assai mesmerico.
Sapete quanti anni avevano Sinner e Antonelli l’ultima volta in cui la Nazionale italiana di calcio disputò un Mondiale? Jannik 13. Sarebbe diventato professionista della racchetta quasi due anni dopo. Kimi otto. Era il 2014, all’epoca il pallone deteneva l’egemonia sull’immaginario sportivo nazionalpopolare. Poi c’è stata la sventura degli azzurri di Ventura, eliminati dalla Svezia nello spareggio del 2017, e a parte la ricca parentesi di Euro 2020, l’Italia non disputa un Mondiale da due edizioni. Tanto per capirci: un ragazzino italico oggi iscritto alle medie, in un evento così prestigioso, la Nazionale non l’ha mai ammirata.
Dunque o stasera contro la Bosnia Herzegovina gli uomini di Gennaro Gattuso si fanno onore, o l’eventualità che il pallone, insidiato da altri sport rampanti, smarrisca il primato di ispiratore di carriere per campioni del futuro diventa concreta. Questa è una sorprendente notizia. Federico Dimarco e Pio Esposito hanno ostentato sicumera ridanciana, paparazzati dalle telecamere mentre sghignazzavano quando la Bosnia ha battuto il Galles nel match giocato il 26 marzo scorso che avrebbe decretato l’avversario dei nostri. «È stata un’esultanza istintiva, non volevo mancare di rispetto», si è difeso l’interista.
Edin Dzeko, quarantenne capitano dei bosniaci, ariete che ha costruito la sua gloria agonistica nel nostro Paese sfoggiando le casacche di Roma, Inter e Fiorentina, non risparmia stilettate: «Se gli azzurri temevano il Galles, non sono più quelli di una volta. Amo l’Italia, ci ho vissuto nove anni splendidi, sentirò la partita più di tutti. Però loro non hanno più Totti o Del Piero, i giocatori di una volta erano diversi». E ancora: «Pure i critici sostengono che nel calcio italiano manchi l’intensità. Mi aspetto una partita assai tattica. Il campo di gioco sarà brutto? Alcuni campi italiani non sono migliori», conclude, alludendo allo stadio Bilino Polje di Zenica. Più che un impianto, un avamposto cyberpunk forgiato col ferro della cortina in cui i cascami tetri della combattiva tifoseria balcanica alimentano l’epica da chanson de geste.
Fu inaugurato nel 1972 con una capienza di 30.000 persone; poi gli ammodernamenti l’hanno ridotta a 13.000. Le tribune sono vicinissime tra loro e a ridosso del rettangolo verde, l’acustica amplifica le grida dei supporter, radicalizzando l’effetto bolgia come ingrediente emotivo di sicura efficacia per la compagine di casa, i cui sostenitori sono stati multati di 60.000 franchi svizzeri dalla Fifa per tifo scorretto. In più, stasera potranno accedere solo 10.400 tifosi, con meno di 1.000 posti dedicati ai temerari fan nostrani. Non scordando un meteo attestato sui 2-3 gradi di temperatura. Ad accrescere l’adrenalina guerresca ci pensa la cronaca: la Procura di Milano starebbe indagando circa la presenza, a cavallo tra 1992 e 1996 (gli anni della guerra di Jugoslavia e dell’assedio di Sarajevo), di cittadini italiani che avrebbero letteralmente pagato di tasca propria le milizie serbo-bosniache per sperimentare l’ebbrezza del mestiere di cecchino, sparando sugli abitanti.
E mentre Gattuso si arrovella sulla formazione e pensa di schierare davanti a Donnarumma, Mancini, Bastoni, e Calafiori, con Politano, Barella, Locatelli, Tonali, Dimarco a centrocampo, Retegui e Kean sul terminale offensivo, una statistica rinfrancante: l’Italia è rimasta imbattuta in cinque dei sei precedenti contro i balcanici. Ma stasera, si diceva, si saggerà la tenuta del movimento calcistico in un’epoca mai così feconda per lo sport nazionale.
Domenica scorsa, Jannik Sinner ha centrato il «Sunshine double», la duplice vittoria nei tornei master 1000 di Indian Wells e Miami, arrivando a 26 tornei complessivi vinti nell’Atp. Una nidiata indomita di tennisti azzurri, con Lorenzo Musetti numero 5 del ranking, Flavio Cobolli e Luciano Darderi nella top 20, Matteo Berrettini redivivo e tra gli eroi di Davis. Kimi Antonelli su Mercedes, col Gran Premio vinto in Giappone, è il più giovane capoclassifica di sempre nella storia della Formula 1, e il primo italiano a riuscirci dai tempi di Alberto Ascari, nel 1952. Nella motoGp, Marco Bezzecchi su Aprilia ha vinto il Gran Premio di Austin, insediandosi al primo posto nel campionato piloti. Nella recente olimpiade di Milano-Cortina, una Federica Brignone eroica ha trionfato nel supergigante e nello slalom gigante.
Non scordando le vittorie mondiali del volley azzurro maschile e femminile. Se fanciulli in cerca di idoli da imitare decidessero di pescare nel carniere dello sport italiano, potrebbero tappezzare la camera di poster. E i calciatori sarebbero una delle tante, mesmeriche suggestioni. Ma non l’unica.
Trevallion
La cronaca ci racconta che i mostri più pericolosi vivono in città. Dove la Rete crea disagio. Molto più sano lo stile dei Trevallion.
Gli esponenti delle istituzioni e dei servizi sociali, i parlamentari del Partito democratico che firmano interrogazioni contro la Garante dell’infanzia colpevole di aver agito a tutela della famiglia nel bosco e tutti gli illuminati commentatori che da mesi inveiscono contro i Trevallion, indicandoli come genitori degeneri, possono ritenersi soddisfatti. Anche se hanno incontrato il presidente del Senato e hanno ricevuto solidarietà da alcuni rappresentanti della destra, Nathan e Catherine non hanno potuto fare altro che accettare la rieducazione.
Qualora gli sarà consentito, non prima di un mese, di riavere vicino i propri figli, i Trevallion non saranno più la famiglia del bosco ma una famiglia come le altre. Abiteranno in una casetta squadrata fornita dal Comune, manderanno i bambini al doposcuola, si dovranno scordare la vita silvestre con l’asinello e i cavalli: saranno vaccinati e normalizzati, anzi a dirla tutta lo sono già. La dignità della Repubblica è salva, i tre piccini non saranno più selvaggi allo stato brado ma aspiranti bravi cittadini, messi al sicuro lontano dalla foresta.
E mentre questa grande vittoria della civiltà si consuma senza che nessuno si opponga, molto lontano dalla bicocca di Palmoli, a Bergamo per la precisione, c’è un ragazzino per niente boschivo, con due genitori normalissimi, il bagno in casa, regolari vaccinazioni e regolarissima iscrizione alla scuola pubblica che tenta di ammazzare la sua professoressa di francese dopo essersi conciato come una specie di giustiziere della notte. Il minorenne in questione, 13 anni, non risulta vivesse con equini e somari, non andava per funghi tra le fronde, pare anche che si cambiasse di abito più di una volta la settimana. Di certo sapeva scrivere, e infatti ha pubblicato online un delirante manifesto in cui prometteva morte e distruzione. Sapeva anche usare il computer e i social network, tanto che ha pensato bene di trasmettere in diretta il suo attacco all’insegnante a colpi di coltello.
Certo, si potrebbe risolverla dicendo che il disagio e i perturbamenti dell’animo si possono annidare ovunque. Ma il caso bergamasco, a ben vedere, non è un unicum: è solo appena più estremo di altri. Nei giorni scorsi a Fondi, in provincia di Latina, un ragazzino di 14 anni ha accoltellato un altro ragazzo di 16 anni, fortunatamente limitandosi a ferirlo. Prima di essere fermato e consegnato ai servizi sociali ha fatto in tempo a vantarsi dell’impresa sui soliti social. A riguardo, la Garante regionale dell’infanzia e dell’adolescenza del Lazio, Monica Sansoni, dice che «episodi come quello accaduto non possono essere letti come fatti isolati. Sono segnali che ci interrogano profondamente come comunità educante e come istituzioni. È necessario vigilare e monitorare in maniera adeguata i disagi giovanili, ma soprattutto intervenire con strumenti educativi, sociali e relazionali capaci di prevenire l’escalation della violenza».
Interroghiamoci pure, per carità. Ma oggi esprimersi sulla pericolosità dei social network è diventato perfino banale. Persino Barbara Berlusconi, ieri, commentava l’episodio di Bergamo sostenendo che servano limitazioni per i minori all’uso delle piattaforme online. Su Avvenire, un esperto molto celebrato come Alberto Pellai invece insisteva sulla dipendenza che tali piattaforme riescono a creare (del resto sono progettate appositamente per questo).
In giro per il mondo sono ormai parecchi gli Stati che hanno imposto restrizioni: Australia, Spagna, Danimarca, Norvegia. Tutto ciò per dire che sono noti e stranoti i problemi anche gravi causati dai dispositivi digitali e dall’uso costante e compulsivo della Rete. È studiata la dipendenza, è studiata l’ansia. Sono studiati l’isolamento sociale, il bullismo, i danni alla concentrazione, i problemi fisici e psichici, i danni causati al rendimento scolastico. Sappiamo tutto, e da anni. È persino difficile sostenere, alla luce delle conoscenze di cui disponiamo, che esista qualche valido motivo per lasciare lo smartphone in mano ai minorenni (sugli adulti meglio sorvolare). C’è pure qualche politico che tenta di porre un argine, il ministro Valditara almeno ci ha provato. Ma la realtà ci dice una cosa precisa: l’Italia perseguita una famiglia che vive nel bosco, toglie ai genitori bambini che stanno con gli animali e non hanno il telefono, e ignora tutti coloro che passano ore e ore sulla Rete, sprofondati negli schermi nella quotidiana normalità delle famiglie ordinarie.
Chiaro: poi si piange e ci si indigna per qualche giorno se l’ennesimo insospettabile accoltella e si riprende in diretta. Si dibatte per mesi sulla serie Adolescence e si sfornano tante bellissime teorie. Ma è tutta ipocrisia. Se volessimo realmente proteggere i minori dovremmo tenerli al riparo da social e dispositivi. Dovremmo sottrarli al mondo artificiale in cui crescono e rimetterli a contatto con la realtà, la terra e il creato. In questo quadro, la famiglia del bosco è un modello, magari perfettibile, ma comunque un modello. Lo stile di vita che i Trevallion hanno proposto ai loro figli è più sano, equilibrato e psicologicamente costruttivo di quello a cui sono sottoposti troppi minorenni italiani ed europei. Eppure loro sono perseguitati e rieducati, mentre i genitori che non riescono o non vogliono allontanare i figli dal tablet non hanno problemi.
Vero: il bosco può essere pieno di pericoli, ostile. Ma i mostri, quelli più pericolosi, stanno in città. Fra di noi.
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