L’idea che bastino buone leggi per uniformare popoli e culture diverse è il grande inganno del nostro tempo. Senza una popolazione storicamente e culturalmente coesa, la legge diventa impotente e lo Stato perde la sua funzione.
Il libro del giornalista Danilo Chirico racconta la storia di Giusy Pesce, nata e cresciuta nella ‘ndrangheta. Arrestata, decise di voltare pagina. Dopo 30 anni rivela le pressioni, anche giudiziarie, e la vita sotto copertura.
L’ultimo incontro con la magistrata Cerreti è a Roma l’11 aprile, come sempre, in una caserma dei carabinieri. Quel giorno Giusy viene posta davanti a un bivio: dentro o fuori. Deve decidere se firmare o non firmare il verbale di fine collaborazione, quello che viene sottoscritto al termine dei centottanta giorni che i pentiti hanno a disposizione per raccontare tutto quello che sanno.
«È stato un momento dolorosissimo. Mi sono trovata lì ad aspettarmi la psicologa, alcuni rappresentanti delle forze dell’ordine, tante persone che mi erano state vicine in quei mesi di collaborazione. Prima di entrare dalla dottoressa mi hanno fatto tutto un ragionamento per dirmi: “Sai a cosa stai andando incontro, che rischi di morire, che i tuoi figli rischiano di essere affidati al Tribunale dei minori?”».
Giusy si sente mancare l’aria. Cerca di mantenere la calma e ripassa la linea che le ha dettato l’avvocato: ha fatto tutte le dichiarazioni soltanto perché costretta, perché era sotto pressione e non era lucida «a causa degli psicofarmaci». Insomma, deve mettere nero su bianco che «tutte le cose che ho detto non sono vere, le ho inventate». La strada è segnata, l’orizzonte che l’avvocato le propone è che presto sarà tutto finito. Poi però, all’ultimo istante, dentro di lei scatta qualcosa, che la salva.
«Avrei dovuto dire e non ho detto». Quando la pm le chiede se quello che ha dichiarato fino a quel momento «è tutto inventato e frutto della sua immaginazione», Giusy si prende qualche interminabile secondo di riflessione, la guarda in faccia e dice: «Mi avvalgo della facoltà di non rispondere». E quindi «io in qualche modo non smentisco niente di quello che avevo detto fino a quel momento».
Stupisce tutti. Non se l’aspetta l’avvocato, che le chiede: «Perché l’hai fatto?». Lei si limita a rispondere: «Non mi faccia questa domanda». Lui non insiste, anzi la rassicura: «“Non ti preoccupare, Giuseppina, non è un problema”. Lui si preoccupava per me. “Se tu mi dici che non vuoi dirlo, io me lo tengo per me”. E così ha fatto: loro non lo sapevano».
Non se l’aspetta neppure Alessandra Cerreti: «Ho letto sul suo viso un sentimento di sollievo».
Subito dopo Giusy scoppia in lacrime. «Ancora adesso mi viene da piangere se ci penso. La dottoressa, con una freddezza che non avevo mai avvertito, si è alzata di scatto, mi ha stretto la mano e mi ha detto: “Le auguro comunque il meglio”.
Ed è stato ancora peggio, se possibile». Perché in quello stesso istante Giusy pensa: «Sto sbagliando un’altra volta». Ma ormai è troppo tardi. E, in fondo, la verità è che sente di non avere più obiettivi, se non quello di riprendersi i figli: non ha l’energia di affrontare una battaglia processuale contro tutta la famiglia.
Appena uscita dalla saletta, e fino al rientro in casa, viene assalita da pensieri contrastanti. Sale le scale pensando alle domande che le faranno, alle risposte che deve dare. Non c’è nessuno, per fortuna. Ha il tempo di stemperare la tensione. I Palaia arrivano la sera, portano le pizze. Si festeggia tutti insieme. «È stato un fuoco di fila di domande: “Che cosa hai detto, che cosa ti hanno detto?”. Ho mentito: “Ho detto che mi sono inventata tutto”. Loro erano sollevati e mi rassicuravano dicendo che sarebbe andato tutto bene.» Brindano.
Il giorno dopo ripartono per Rosarno. Giusy non può, deve aspettare che l’autorizzino a spostarsi, che le accordino i domiciliari e che il Tribunale dei minori conceda che i suoi figli vivano con lei anche fuori dal programma di protezione. Serve un po’ di pazienza.
Quello che non può aspettare è invece l’avvio della controffensiva mediatica: tutti devono sapere che Giusy non ha firmato, che Giusy ha ritrattato, che Giusy non è più una collaboratrice di giustizia, che i Pesce sono tornati gli stessi, inscalfibili di prima.
Spetta all’avvocato Madia ufficializzare la fine della collaborazione. Con una nota diffusa alla stampa il 16 aprile 2011, a un anno dai primi arresti, spiega: «A distanza di due mesi dall’inizio della collaborazione, Giuseppina Pesce ha chiamato il pubblico ministero della Dda di Reggio Calabria informandolo di essere intenzionata a non proseguire la collaborazione con la giustizia». Dice di più il legale: «Ha sostenuto, inoltre, di avere detto cose non vere perché assolutamente non a conoscenza degli episodi di cui si parlava».
Una posizione che mira a porre una pietra tombale su quanto Giusy ha dichiarato fino a quel giorno. E Salvatore? Anche lui è a conoscenza di quello che sta avvenendo. E proprio lui – che non ha mai mostrato nessun cenno di condivisione o apprezzamento per la collaborazione – questa volta compie un gesto importante. Fa recapitare a Giusy un messaggio tramite sua madre. Le manda a dire: «Qualunque cosa stai per fare, non fidarti di nessuno. Comunque vadano le cose, non tornare in Calabria, almeno finché non sarò di nuovo libero». La comunicazione è chiara e senza ambiguità: Giusy, che in quei giorni è ancora a Nettuno, è in pericolo e deve stare attenta.
Salvatore è fuori dai giochi, e lei rischia di essere uccisa, anche se adesso tutti fingono di volerla riaccogliere in famiglia. Le manda a dire anche un’altra cosa, Salvatore Pesce, piuttosto importante. «Se decidi di continuare» perché evidentemente aveva la sensazione che sarebbe finita così «lascia andare tua figlia». «Sapeva che Chiara era il mio punto debole».
In questo momento Salvatore parla a sua figlia, non alla pentita, non alla traditrice, non alla donna che forse lo ha deluso, neppure a quella che sta tornando sui suoi passi. Salvatore parla alla figlia e, a modo suo, vuole proteggerla. Almeno questo è quello di cui è convinta Giusy, quello a cui si aggrappa per dire che suo padre non ha mai smesso di amarla, anche se l’ha persa.
Nel frattempo, la collaboratrice di giustizia Pesce Giuseppina diventa l’oggetto di una sorta di guerra di nervi tra la famiglia Pesce e i magistrati reggini. Il procuratore Pignatone chiarisce che la collaborazione di Giusy è durata sei mesi, e non due, e conferma che «allo stato la collaborazione è interrotta». Interrotta, non conclusa.
Nella stessa giornata la procura fa di più: arresta Angela Ferraro e Marina Pesce, la madre e la sorella di Giusy. L’accusa è di avere fatto da collegamento tra Salvatore Pesce e gli affiliati alla cosca. È il secondo fermo, dopo l’operazione All Inside.
Il 21 aprile il gup di Reggio Calabria rinvia a giudizio sessantaquattro persone e dispone il processo con rito abbreviato per dodici. Parte ufficialmente il processo All Inside.
Il 28 aprile – proprio nell’anniversario degli arresti – tocca all’avvocato Madia assestare un colpo contro la procura. Consegna all’allora direttore del quotidiano regionale Calabria Ora, Piero Sansonetti, la copia della lettera con cui Giusy Pesce ha dichiarato di voler interrompere la collaborazione e accusa i magistrati di averla costretta a parlare. È una lettera che il giornale pubblica con un titolo a tutta pagina: «Costretta a collaborare».
Il giornale sposa la causa del nuovo difensore di Giuseppina e avvia una campagna mediatica molto dura. Leggo quelle pagine – le ho rilette di recente – e non le trovo improntate al garantismo e agli ideali di giustizia. Tutt’altro. Ho lavorato per quel giornale – per la verità, quando succedono quei fatti l’ho già lasciato da anni, per una disgustosa esperienza di interferenze al mio lavoro giornalistico – ma devo dire che mi fa comunque un certo effetto seguire l’evoluzione di quegli eventi. Ricordo di averne parlato a lungo a cena, in quelle settimane, con un sacerdote impegnato sul fronte antimafia, che condivideva il mio sconcerto. E certamente non perché non siano criticabili, i magistrati. Anzi, mi è capitato spesso di farlo. Osserviamo solo che non è strano che un clan convinca un affiliato a ritrattare, è curioso che un giornale si pronunci con quella nettezza e spregiudicatezza, senza esprimere nessun dubbio. Come se quello ’ndranghetista non fosse un contesto di privazione della libertà.
A quell’attacco scomposto il procuratore risponde con una nota in cui nega che Giusy sia stata «costretta a pentirsi» e ricostruisce l’intera collaborazione giudicata attendibile «in più provvedimenti dei giudici». Ma la polemica tuttavia prosegue su un altro quotidiano diretto da Sansonetti, Il Riformista. È una battaglia combattuta su più fronti. In gioco ci sono da una parte la credibilità dei magistrati e dall’altra la sopravvivenza del clan Pesce. In mezzo c’è la vita di Giusy e dei suoi figli, che non trovano le parole per dire la loro.
Il 17 maggio l’avvocato verga una lettera per chiedere la revoca del regime di protezione di Giusy, ancora attivo nonostante da un mese abbia annunciato di voler rinunciare alla collaborazione. Giusy in quel momento si trova ancora a Nettuno con due dei suoi figli.
Il 20 maggio la Commissione centrale sui pentiti revoca il piano di protezione dell’ex collaboratrice. Il gip riceve le carte il 6 giugno e tre giorni più tardi ordina che Giusy sia scortata con i suoi bambini a Vibo Marina, nella casa messa a disposizione dal suocero. Sconterà lì gli arresti domiciliari.
La partita, insomma, sembra concludersi così. Nessuno però può immaginare che Chiara – prima di fare ritorno in Calabria – voglia fare un viaggio in Toscana.
Continua a leggereRiduci
Papa Leone XIV (Ansa)
Le parole di Leone XIV alla sua prima Via Crucis: «Ora scura della storia, diffondiamo il profumo di Cristo dove regna l’odore della morte». Telefonata con Volodymyr Zelensky («Serve una pace giusta») e con il presidente israeliano Isaac Herzog («Tutelare i civili»).
«Ogni autorità dovrà rispondere davanti a Dio del proprio modo di esercitare il potere ricevuto», anche quello di «avviare una guerra o di terminarla, il potere di educare alla violenza o alla pace, il potere di alimentare il desiderio di vendetta o quello di riconciliazione, il potere di usare l’economia per opprimere i popoli o per liberarli dalla miseria, il potere di calpestare la dignità umana o di tutelarla, quello di promuovere e difendere la vita oppure di rifiutarla e soffocarla».
Queste le parole della prima meditazione della Via Crucis del Papa scritte da padre Francesco Patton, francescano, già Custode di Terra Santa, e che ieri sera al Colosseo hanno introdotto le quattordici stazioni con papa Leone XIV che ha portato la croce lungo tutto il cammino.
Papa Prevost celebra la sua prima Pasqua da pontefice e, come aveva ricordato giovedì in occasione della messa del crisma, è consapevole di essere in «un’ora scura della storia» in cui «è piaciuto a Dio inviarci a diffondere il profumo di Cristo dove regna l’odore della morte». In questi giorni intensi di preghiera il profilo di papa Leone XIV emerge sempre più chiaro, un Papa che ritorna in San Giovanni in Laterano a compiere il rito della lavanda dei piedi, facendone partecipi 12 sacerdoti della diocesi di Roma, un Papa che porta la Croce per tutte le 14 stazioni della Via Crucis, un Papa mite, ma fermo in quel proposito che espresse nella sua prima messa una volta eletto, davanti ai cardinali: «Sparire perché rimanga Cristo», il principe della pace perché forte di poter portare la pace nel cuore di ogni uomo prima ancora che nei delicati equilibri geopolitici.
Ieri mattina anche due colloqui telefonici del Papa, uno con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e l’altro con il presidente israeliano Isaac Herzog. Due territori «cerniera» che si trovano ad essere epicentro di questa «ora oscura della storia» e a cui, riferisce la sala stampa vaticana, il Papa ha ribadito «vicinanza». Con Zelensky si è «rinnovato l’auspicio che, con l’impegno e il concorso della comunità internazionale, si possa giungere quanto prima alla cessazione delle ostilità e a una pace giusta e duratura». Al presidente Herzog il messaggio è stato significativamente duplice, da una parte «è stata ribadita la necessità di riaprire tutti i possibili canali di dialogo diplomatico, per porre fine al grave conflitto in corso, in vista di una pace giusta e duratura in tutto il Medio Oriente», d’altro canto ci si è soffermati sull’importanza di «proteggere la popolazione civile e di promuovere il rispetto del diritto internazionale e umanitario». Un comunicato dell’ufficio del presidente israeliano ha affermato che Herzog ha discusso con il papa della guerra israelo-americana contro l’Iran, inclusa «la continua minaccia di attacchi missilistici da parte del regime iraniano e dei suoi gruppi terroristici contro persone di tutte le fedi nella regione».
I due colloqui hanno fatto seguito all’appello lanciato dallo stesso Papa il 31 marzo, in alcune dichiarazioni rilasciate ai giornalisti all’uscita da Castel Gandolfo. In quell’occasione Leone XIV aveva detto di nutrire speranza sul desiderio espresso dal presidente Donald Trump per cercare un modo per fermare la guerra. Rivolgendosi a tutti i leader mondiali il Papa li aveva esortati a tornare «al tavolo, al dialogo. Cerchiamo soluzioni ai problemi, cerchiamo modi per ridurre la violenza che stiamo alimentando, affinché la pace - specialmente a Pasqua - regni nei nostri cuori». Le meditazioni della Via Crucis di ieri sera hanno richiamato passi degli scritti di san Francesco di Assisi di cui proprio quest’anno si celebra l’ottavo centenario della morte e un altro francescano, il Patriarca di Gerusalemme, cardinale Pierbattista Pizzaballa, nella sua omelia per la messa in coena domini di giovedì ha ricordato che «forse non possiamo cambiare le grandi dinamiche della storia, ma possiamo decidere se avere parte con Cristo nel suo modo di stare dentro la storia: non sopra, non contro, ma accanto».
È un modo poco rumoroso di stare in questa «ora scura della storia», ma è il modo cristiano. Nella meditazione dell’undicesima stazione della Via Crucis del Papa ci si rivolge proprio a Cristo, perché «Tu manifesti che il potere autentico non è quello di chi usa la forza e la violenza per imporsi, ma quello di chi è capace di prendere su di sé il male dell’umanità, il nostro, il mio; e annullarlo con la potenza dell’amore che si manifesta nel perdono. […] Tu sei Re e regni dalla croce: non ti servi dell’apparente potenza degli eserciti, ma dell’apparente impotenza dell’amore, che si lascia inchiodare. Tu sei Re e la tua croce diventa l’asse attorno al quale ruotano la storia e l’intero universo, per non precipitare nell’inferno dell’incapacità di amare». È una logica difficile per il mondo, ma è la logica di questi giorni pasquali. Quella di un mistero che diventa speranza di vita e di vita eterna, accento di un pontificato che qualcuno vorrebbe sbrigativamente incasellare tra quelli poco incisivi, ma che in realtà sembra orientato proprio in una chiave cristocentrica per puntare a una crescita della fede.
Continua a leggereRiduci
True
2026-04-03
Le nuove tecnologie ridisegnano l’umano. Regolarle non basterà a salvarci dall’abisso
iStock
Secondo Mariano Bizzarri, coordinatore scientifico del comitato interministeriale per lo spazio, l’Intelligenza artificiale spaccia l’interazione con un algoritmo per un confronto reale. Una deriva che manipola il pensiero.
Le nuove tecnologie ci stanno rubando la vita. Anche se per molti costituiscono una sorta di promessa messianica, destinata a rimediare a tutti i mali dell’uomo, dalla miseria alle malattie. Un ruolo preminente in questo revival «spiritual- tecnologico» è svolto dall’Intelligenza artificiale (Ia). L'Ia non ha nulla di intelligente, essendo solo un sistema che grazie ad algoritmi è in grado di computare masse imponenti di dati in base ai quali fornisce previsioni e linee di condotta.
Eppure l’Ia è considerata una nuova «pietra filosofale», «macchina di grazia» come dice il fondatore di Anthropic, destinata a portarci la salvezza che le religioni possono solo promettere a parole. La tecnologia è la nuova divinità in cui politica e cultura cercano oggi la loro legittimazione. Ma la verità è ben altra: le nuove tecnologie alterano la struttura stessa dei nostri interessi fondamentali - le cose a cui pensiamo. Lo stesso eccesso di «dati», ci frastorna la mente: è una forma di rumore, una sovrastimolazione sensoriale e cognitiva che impedisce di pensare. Nel contempo modifica la natura dei simboli su cui costruiamo le nostre riflessioni: cambia il modo in cui ragioniamo, suggerendoci percorsi e priorità che non hanno nulla a che vedere con i nostri bisogni reali.
E infine stravolgono la comunità all’interno della quale sviluppiamo pensieri e credenze, che viene a essere sostituita da piattaforme su cui operano i social, le reti anonime di utenti assoggettati al nuovo mercato digitale. In questo modo stanno ridisegnando una nuova ontologia dell’essere umano, ridefinendo e anzi mischiando i confini tra natura e artificio, che una volta erano assolutamente distinti. Per taluni questo è un vantaggio. Ma stiamo barattando velocità ed efficienza con perdita di senso e libertà.
In questo scenario, il «dossier digitale» non riguarda più soltanto regole o governance - come accadeva di fronte alle grandi innovazioni del passato - ma investe il piano stesso delle possibilità dell’esistenza: libertà, autodeterminazione, dignità. Quali giochi restano ancora praticabili quando la tecnologia incide sulla struttura dell’essere, il nostro stesso cervello - vero oggetto del contendere - che verrà parassitato da bisogni e pensieri ispirati da altri che alimentano e incoraggiano le tendenze peggiori dell’animo umano, cullandolo nella falsa convinzione di quanto sia straordinario nei suoi limiti e inadeguatezze?
Il problema è che una nuova tecnologia, una volta inserita nel circuito economico, non può essere ignorata né disinnescata. Possiamo regolarla, introducendo anche sistemi sofisticati (con il loro pesante correlato burocratico), ma comunque inadeguati rispetto a ciò che è in gioco. Qualcuno ha suggerito di opporre «resistenza», adottando un atteggiamento critico e distaccato, cercando, per quanto possibile, di evitare che siano i nuovi dispositivi ad «usarci». Mantenere una distanza per tutelare la psiche è certamente lodevole, ma temo insufficiente. Le nuove tecnologie purtroppo hanno un grande appeal, perché promettono di ottenere molto con il minimo della fatica.
Fra pochissimo le macchine ci solleveranno anche dall’incombenza di pensare: basta l’Ia a scegliere, ragionare, decidere, scrivere e sentire al nostro posto. Qui siamo oltre la manipolazione del consenso ottenuto tramite informazioni manipolate: l’Ia può infatti alterare alla radice la possibilità di distinguere il vero dal falso, modificando immagini e voci, imitando le persone, sostituendosi ad esse, anche fisicamente tramite la progressiva introduzione di dispositivi cibernetici che interagiscono direttamente con il nostro cervello. Si annuncia l’era del cyber-umano, realizzazione principe del transumanesimo. È questa l’ambizione del tecno-spiritualismo che configura, come ha scritto Marcello Veneziani, il volto inatteso dell’Anticristo.
Tutto questo lo chiamano progresso, ma è solo il disegno portato avanti da tempo dall’infausta alleanza tra capitalismo finanziario e tecnocrazia, finalizzato a stravolgere il mondo intero. Ci avviamo verso un futuro distopico in cui saremo circondati da «cose» che avranno la pretesa di essere trattate come esseri umani, senza esserlo, e in cui uomini e dispositivi tecnologici co-evolveranno in modo imprevedibile.
Tutto questo è stato da tempo denunciato, nella pressoché totale indifferenza dei decisori politici. Ed è tremendamente doloroso per me riproporre l’allarme, dopo una vita spesa per la scienza e la tecnologia. Quello che vedo in prospettiva atterrisce, soprattutto pensando alle nuove generazioni che sono prive di anticorpi, alla totale mercé di tecnologie che stravolgono la loro vita. La politica è inadeguata comprendere mentre farfuglia di controlli e regolamentazioni che funzionano solo nella loro testa. Di questi giorni è il rifiuto della società Anthropic di sottostare alle direttive Usa che prevedono la possibilità di usare l’Ia per gestire la guerra, indipendentemente dal controllo umano. Uno scenario apocalittico, come quello descritto da film come Terminator. Quanto ci metteranno le macchine per capire che l’uomo è di intralcio per l’esecuzione dei loro programmi? E chi sarà allora in grado di fermarle?
Continua a leggereRiduci
Una scena dal film «Fight Club» (20th Century Fox)
Nel 1996 usciva «Fight Club». Nel bestseller di Chuck Palahniuk, giovani uomini provavano a fuggire dalla mediocrità picchiandosi. Oggi è ancora peggio: contro la solitudine i ragazzi scelgono la violenza, ma tramite il Web, alienandosi ancor di più dalla realtà.
«Ho pensato: ok, siamo entrati in un periodo di azione radicale. E vedremo un periodo di attacchi, rapimenti e cose terribili compiute da lupi solitari. Forse anche qualche attentato dinamitardo. E poi ci sono le sette. In questo momento, i giovani sono davvero suscettibili a diversi modelli sociali. Vedo le sette come il fenomeno principale. Le vedo come un settore in forte crescita. Sette segrete».
Chuck Palahniuk ha pronunciato queste parole più o meno un anno fa, nel corso di una intervista concessa al Daily Telegraph per presentare il suo romanzo più recente, Shock induction. E se si scorre la cronaca italiana di questi giorni è difficile pensare che lo scrittore americano non avesse ragione. A ben vedere, le vicende dei minorenni di casa nostra che si fanno coinvolgere sulla Rete da gruppi ferocemente estremi e poi si mettono a progettare stragi e omicidi di professori o genitori sembrano uscite da un libro di Chuck.
Secondo Palahniuk ciò che avviene oggi non è del tutto inedito. «Non credo che i momenti storici siano unici», ha detto ancora al Telegraph. «Penso a un periodo simile alla fine degli anni Sessanta, quando gli ideali hippie e le forme di protesta non funzionavano più, le persone hanno iniziato a intraprendere azioni sempre più radicali, come il rapimento di Hearst, l’omicidio di Aldo Moro e gli omicidi di Sharon Tate.
Improvvisamente i ricchi hanno dovuto avere delle guardie del corpo. Ci sono stati tutti questi atti di azione radicale perché l’azione organizzata non funzionava più». In effetti, le azioni radicali sembrano essere in crescita, se non altro come reazione all’apatia generale. E, di nuovo, Chuck aveva previsto tutto in un capolavoro intitolato Fight club, di cui quest’anno ricorre il trentennale. In quel romanzo, Palahniuk aveva concentrato una diagnosi puntualissima dei mali occidentali, aveva intuito le esplosioni di violenza ottusa che ci hanno accompagnato negli ultimi tempi, e ne aveva a suo modo spiegato le cause. Nel romanzo, un numero crescente di maschi americani, alienati dallo stile di vita consumistico e abbrutiti dalla mediocrità quotidiana, trovava una nuova ragione di vita nella partecipazione a club clandestini di lotta particolarmente rude e brutale. I punti in faccia, le nocche sbucciate, le costole dolenti: erano un modo - per quanto rabbioso e parecchio sofferto - di riappropriarsi del proprio corpo inflaccidito dalla comodità, per provare nuovamente emozioni sopite sotto la coltre di aridità contemporanea.
Il bisogno di lotta univa gli uomini, il richiamo dei muscoli tesi li faceva riscoprire simili e fratelli. Poi tutto degenerava: la violenza diventava culto e poi sovversione, la macchina del Fight club si trasformava in una sorta di setta segreta al servizio del guru Tyler Durden. A cui oggi cercano di assomigliare, disperatamente e con risultati un po’ patetici, varie personalità del Web, soprattutto all’interno della cosiddetta «manosfera». Il fatto è che sulla Rete non ci sono soltanto influencer machisti e un po’ ridicoli. Ci sono anche gruppi decisamente più pericolosi come quelli a cui i minorenni violenti italiani si abbeveravano.
In Fight club il vero punto di partenza del dramma era l’alienazione individuale, la separazione dalla realtà che spingeva i singoli e cercare di ritrovare sé stessi nello scontro fisico: soffrire e sfinirsi per dimostrare di essere ancora vivi. Ora, grazie alla Rete, tutto questo è pesantemente degenerato. I ragazzini sono ancora più separati dal reale e trovano nelle sette una falsa via di uscita che in realtà è ancora più alienante.
I partecipanti al Fight club mettevano in gioco i loro corpi, le loro membra, si facevano male e sanguinavano, ritrovavano bruscamente alla realtà a colpi di cazzotti. Con il Web è tutto diverso: la violenza non è più scontro fisico, ma attacco a mano armata. Non è vera, è di nuovo mediata e irreale. Si spara come in un videogame, non si esce mai dal virtuale. Anzi, si sprofonda ancora di più dentro di esso fino a perdersi del tutto, tanto che nemmeno l’atto più brutale è percepito nella sua concretezza pesante.
Eppure il rimedio all’alienazione assassina, per Palahniuk almeno, è sempre lo stesso: ritornare al reale. Uscire dallo «spazio sicuro» che la società del (presunto) benessere ha costruito attorno ai singoli e rimettersi in gioco, anche rischiando grosso. Questo è il centro della questione: avere il coraggio di uscire dalla bolla protettiva. Prima riconoscere l’esistenza di limiti e poi tentare di superarli, ma per un fine sensato. L’ultimo romanzo di Palahniuk ruota tutto attorno a questo concetto. Racconta di un gruppo segreto che monitora i giovani, ne misura le performance scolastiche e poi cerca di reclutarli offrendo loro parecchio denaro in cambio della sottomissione per la vita.
La grande scelta è dunque fra la schiavitù rassicurante e la totale incertezza della libertà. «È un destino che i giovani si trovano ad affrontare molto presto nella vita», ha detto Chuck a riguardo. «Accetto il lavoro alle poste perché offre vantaggi, stabilità e perché posso farlo, oppure seguo la mia passione? E ci sono persone che riescono a fare entrambe le cose, come Bukowski, che consegna la posta e scrive. Ma ci sono molte persone che scelgono un lavoro stabile e cercano di coltivare la propria passione nel tempo libero.
Verso la fine della loro vita, però, mettono da parte tutta la loro passione e si rendono conto, molto tardi, che hanno perso l’occasione di formarsi e sviluppare il proprio talento. E una volta che quell’occasione si è chiusa, dovranno fare i conti con il fatto di aver scelto la stabilità e la sicurezza invece di quella cosa che li entusiasmava da giovani. E penso che sia una scelta terrificante». Intendiamoci: non si tratta del banale invito a «seguire i propri sogni». Il punto è: siate disposti a giocarvi tutto. Perché l’alternativa è un’apatia che genera mostri.
Continua a leggereRiduci







