Smontato il giallo internazionale dietro la clemenza concessa a Nicole Minetti: la procedura è partita dal Colle, non da Mosca o chissà dove. Senza prove di corruzione in Uruguay o di festini fantasma, siamo davanti a una campagna di fango basata su presunte fonti anonime e illazioni, come nel caso di Ranucci che accusa Nordio di essere stato nel ranch di Cipriani. In più viene chiarito un fatto: dopo la sentenza della Consulta del 2006, il potere di concedere la grazia è esclusivamente nelle mani del presidente della Repubblica. Il Ministero della Giustizia ha solo un ruolo istruttorio e di verifica formale.
Alessandro Giuli (Ansa)
Il ministro della Cultura insiste con la sua crociata anti russa e manda a Venezia i funzionari. Il leghista Luca Zaia auspica una tregua tra il capo del dicastero (che però diserterà la Laguna) e Pietrangelo Buttafuoco. Mentre rimbalzano le voci di un possibile commissariamento.
«Ci troviamo di fronte a una crisi senza precedenti, mi chiami il ministro!». «È lei, il ministro…». «Bene! Allora so già tutto»: di fronte alla notizia dell’invio degli ispettori del ministero della Cultura alla Fondazione Biennale Arte di Venezia, viene da pensare alla celeberrima scena di Scary Movie 3, con Alessandro Giuli nei panni di Leslie Nielsen. La guerra santa di Giuli a Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale e «colpevole» di aver riaperto il Padiglione russo alla prossima Esposizione d'arte, al via il 9 maggio, è infatti persa ancora prima di combatterla. Innanzitutto perché le varie pressioni di Giuli su Buttafuoco affinché si rimangiasse la decisione di riaprire il padiglione russo sono state rispedite al mittente senza troppi complimenti; in secondo luogo perché l’invio di ispettori, decisione di ieri, trasforma quella che era una polemica in una farsa che mette in serio imbarazzo il governo sulla scena internazionale.
Tutto il carteggio fra la Fondazione e le autorità russe, finalizzato alla definizione degli assetti organizzativi e gestionali della presenza della Federazione russa a Venezia, è già stato inviato a Giuli, che ne aveva fatto richiesta, un mese e mezzo fa, senza che da questa corrispondenza emergesse alcuna irregolarità. Cosa potranno mai trovare di scottante gli ispettori? Qualche drone camuffato da aquilone? Un paio di carri armati sapientemente occultati nei cespugli? Vladimir Putin in persona travestito da ritratto di Vladimir Putin in persona? Non si sa. Quello che si sa è che quando si nomina a capo di un’importante, importantissima Fondazione un intellettuale vero come Buttafuoco, uno nelle cui vene scorre la lava dell’Etna, uno che ha scritto più libri di quanti molti dei suoi detrattori ne abbiano letti, non si può poi pretendere che, come purtroppo altri hanno fatto, sacrifichi la sua libertà di pensiero sull’altare di una ragion di Stato tra l’altro pure abbastanza traballante, considerato che nella maggioranza di centrodestra non manca chi chiede, non senza ragione, di tornare a importare gas russo per fronteggiare la crisi energetica (a proposito: e se gli ispettori trovassero bombole di metano di contrabbando sepolte nei giardini, le consegnerebbero alla magistratura o se le porterebbero a casa perché non si sa mai?).
Predica buon senso l’ex presidente della Regione Veneto, Luca Zaia: «Da inguaribile ottimista», commenta Zaia, «mi auguro ancora che il ministro Giuli e il presidente Buttafuoco possano darsi la mano durante gli eventi della Biennale. Sarebbe il segnale migliore: le istituzioni che dialogano, Venezia che accoglie, la cultura che non divide ma continua a costruire ponti». L’ottimismo della volontà si scontra però con il pessimismo di chi è costretto ad assistere ormai da troppe settimane a questa crociata di Giuli, i cui assalti per interposta persona alla roccaforte di Buttafuoco vengono regolarmente respinti con perdite (di immagine e credibilità). Giuli ha già fatto sapere, immaginiamo con somma disperazione di Buttafuoco, che non presenzierà alla cerimonia di inaugurazione di Biennale Arte, tanto che ieri qualcuno si è spinto a sospettare che tra gli ispettori, adeguatamente camuffato, con pipa, trench e occhiali da sole, potesse esserci pure lui.
E la Biennale? L’ufficio stampa invita a fare riferimento all’ultimo comunicato: «In merito alla partecipazione della Federazione russa», si legge nella nota, «la Biennale ribadisce l’assoluto rispetto delle norme. Nessun divieto delle sanzioni europee è stato “aggirato”, come affermato da ricostruzioni giornalistiche. Le sanzioni sono state rigorosamente applicate. Per quanto riguarda la partecipazione della Federazione russa, in ogni passo, in ogni momento nel corso della preparazione dell’Esposizione d’Arte 2026, la Biennale di Venezia si è responsabilmente impegnata nell’osservanza e applicazione delle sanzioni in essere e informando preventivamente le autorità governative. Con la Federazione russa si sono avute le necessarie interlocuzioni, in primo luogo dal presidente, come per ogni altro Paese, su tutte le procedure in essere, anche in materia di visti, come avviene per le centinaia di partecipanti provenienti da Paesi extra europei. Come avviene per tutti i Paesi riconosciuti dalla Repubblica italiana proprietari di un padiglione ai Giardini», recita ancora il comunicato, «che comunicano di partecipare alle Esposizioni d’Arte e di Architettura, anche per la Federazione russa sono state valutate rigorosamente la fattibilità dei progetti e la conformità alle norme vigenti».
Nell’attesa di venire a conoscenza dei risultati dell’ispezione degli ispettori, registriamo anche qualche spiffero che ipotizza il commissariamento della Biennale, uno scenario foriero di una tale ondata di polemiche, tra l’altro tutte interne alla destra, che nemmeno il Mose riuscirebbe ad arginarla. Ispettori, commissari, burocrati da un lato, la libertà dell’arte dall’altro. Chi ne uscirebbe vincitore è già scritto. E a proposito di burocrati, anzi di burosauri, arriva anche il «pieno sostegno al ministro Giuli» del commissario Ue alla Cultura, Glenn Micallef, maltese sostenuto manco a dirlo dai Socialisti, con tanto di ricattuccio: «L’Agenzia Ue ha notificato agli organizzatori l’intenzione di ritirare il contributo di 2 milioni di euro a meno che la decisione sul padiglione russo non sia ritirata». Un motivo in più per stare dalla parte di Buttafuoco.
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In primo piano nell'immagine, Donald Trump. Nel riquadro a sinistra, l'attentatore Cole Allen (Ansa)
A premere ancora il grilletto contro il leader Usa Donald Trump non è stata una scheggia impazzita: è la sinistra nella sua totalità che ormai ha rinunciato all’idea della convivenza. La guerra civile e la normalizzazione dell’omicidio ne sono la logica conseguenza.
I media novecenteschi, quasi tutti schierati convintamente a sinistra, hanno tutto l’interesse a derubricare l’ennesimo tentato omicidio politico avvenuto negli Stati Uniti come qualcosa di usuale, come una parte fisiologica della dialettica politica.
Eppure ancora una volta, dopo la pallottola che aveva colpito di striscio Donald Trump in campagna elettorale e dopo quella che ha ucciso Charlie Kirk, stiamo assistendo allo spettacolo della violenza omicida completamente metabolizzata e resa componente etica da un mondo a se stante che per caratteristiche e dinamiche somiglia sempre più a un manicomio. Ma non a un manicomio criminale con i pazienti idrofobi, sedati e costretti nelle camicie di forza, piuttosto ad uno di quegli istituti di cura così sereni e tranquilli nei quali i pazienti indugiano in attività ricreative insieme alle infermiere.
Occorre prendere atto che ciò a cui si sta assistendo è qualcosa che ormai va oltre la contrapposizione politica e che travalica lo schema di violenza estrema tipicamente novecentesco che vedeva l’analisi marxista-leninista della società centralizzare l’idea di violenza come strumento necessario ai fini rivoluzionari. Secondo lo schema terroristico le forze che facevano uso dell’omicidio politico ne rivendicavano la funzione senza negarne l’essenza problematica: le armi dovevano essere impugnate per mere esigenze rivoluzionarie accettando, allo stesso tempo, di considerare i crimini come passaggi necessari per giungere al bene supremo. Oggi l’esito polarizzante cui è giunta la sinistra statunitense oltrepassa l’idea stessa di «fine rivoluzionario» e stabilisce per la violenza estrema una vera e propria accettazione etica priva di tragicità e priva, soprattutto, di consapevolezza.
La scomparsa o la marginalizzazione delle posizioni di «sinistra civile» ha riscritto i termini del dibattito e della comunicazione rendendo efficaci unicamente gli argomenti che hanno come punto di caduta l’eliminazione fisica del nemico. Questo assetto ha un nome preciso, un nome che già da qualche tempo viene sussurrato ma che ormai raggiunge aspetti di vera a propria evidenza oggettiva: guerra civile. Una guerra civile perpetua a bassa intensità che si nutre, e non è certo un caso, dei sostegni che le stesse Ong di sinistra hanno diretto - come recenti inchieste giudiziarie stanno svelando - alle più estreme e folkloristiche organizzazioni di estrema destra, una su tutte il Ku Klux Klan.
Tale dinamica autoalimentante ha reso impossibile ogni correzione interna e ha reso illegittimo ogni orizzonte di coappartenenza nazionale per tutti coloro che non si schierano attivamente e con la massima violenza, verbale o fisica, dalla parte «giusta». Al punto in cui si è giunti, lo stesso Partito democratico statunitense non può più nemmeno imboccare la strada che scelse il Pci dissociandosi dalle Brigate rosse giacché la netta maggioranza dell’elettorato progressista si percepisce ormai in stato di guerra permanente e il freno non funziona più. Il risultato è una radicalizzazione endogena: ogni critica interna viene letta come tradimento, come concessione al nemico totale, in una spirale che rende impossibile la distinzione tra dissenso e incitazione. La sequenza mentale di Cole Allen, l’attentatore di Washington che ha scritto un «manifesto» per spiegare il proprio gesto, rappresenta il diagramma perfetto della psicosi collettiva progressista. In esso si denuncia il complottismo mentre si costruisce l’intera narrazione sui complotti alimentati dai media nei confronti di Trump riproducendo esattamente quel comportamento patologico che un tempo la psichiatria classificava come «dissociazione». In una sorta di delirio neomanicheo l’attentatore arriva a scrivere che non può tollerare che Trump, con le proprie azioni, «macchi le sue mani» classificandosi così come uno di quei «vendicatori psicotici» una volta casi isolati ma oggi innumerevoli ed immersi in un immenso brodo di coltura alimentato dai media e fatto esplodere dai social.
Nel profilo individuale dell’attentatore si trova tutta l’inquietante documentazione dello stato di conflitto permanente nel quale si trova la società americana: un individuo altamente scolarizzato, non isolato e la cui vita e le affermazioni sui social si sovrappongono perfettamente a quelle di milioni di altri individui a lui simili. Proprio qui, in questa non eccezionalità di un omicida politico, sta il punto della questione che deve indurre necessariamente a due riflessioni ormai ineludibili: la prima, su quali e quante siano le responsabilità di media e figure di vertice che hanno alimentato per anni la narrazione della guerra civile - Cole Allen è anche un attivista «No Kings» - sino a giungere all’ipernormalizzazione delle devianze psichiche intese a volte come ulteriori «nuovi diritti» da proteggere e coltivare.
In secondo luogo, appare ormai ineludibile riflettere sulla deriva di massa, dagli insegnanti ai più innocui bibliotecari, della normalizzazione dell’omicidio politico, non più appannaggio esclusivo di dostoevskijani gruppi terroristici. Tutto ciò sta rendendo la sinistra politica che ha accettato di espellere l’idea stessa di «convivenza civile» non più una forza di compensazione dei conflitti ma un vero e proprio problema sociale.
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Matteo Salvini e coniugi Trevaillon (Ansa)
Incontro di un’ora con i Trevallion. Il vicepremier: «I bimbi reclusi stanno peggio».
«È una violenza istituzionale che da genitore, veramente, mi fa rabbrividire. Loro scelgono l’Italia e l’Italia risponde così? Mi vergogno». Così il vicepremier Matteo Salvini ieri a Palmoli per incontrare i coniugi Nathan Trevallion e Catherine Birmingham. Una visita in primis per ascoltare e mettersi a disposizione, ha spiegato, perché la politica non può fare molto data la vicenda giudiziaria in corso. «Invito però tutti a mettersi la mano sulla coscienza. Certo, questa famiglia ha un modello educativo diverso da quello solito: questo è un reato? No. C’è violenza, droga, abuso? No. Quindi? Non vengono tolti i bambini che vivono nella cacca, con i genitori che rubano, se va bene, e quindi? So per certo che i bimbi, dopo cinque mesi di reclusione, stanno peggio di quanto non stessero cinque mesi fa».
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
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Donald Trump (Getty Images)
Fioccano pareri di esperti sui frutti dell’odio seminato dai Maga In alternativa, diventano buone persino le teorie complottiste.
Anche questa volta la versione più diffusa è che «se l’è andata a cercare». Tesi, appunto, non certo inedita che però si tinge ora di una sfumatura particolare. Più o meno i maestri del pensiero sono d’accordo sul fatto che Donald Trump sia la causa dell’ennesimo attentato ai suoi danni. Tuttavia qualcuno ritiene che il presidente abbia armato la mano (aspirante) assassina di Cole Tomas Allen alimentando l’odio e la divisione fra gli americani.
Altri invece ritengono che l’abbia armata letteralmente, cioè organizzando una messa in scena al fine di passare per vittima dell’astio progressista. In entrambe le versioni, la ricostruzione è piuttosto contestabile.
Anche a noi, da qualche tempo, Trump non è più così simpatico, per lo meno da quando - invece di portare la pace promessa - alimenta guerre e massacri per scopi discutibili. Il fatto, però, è che a sinistra The Donald era odiato da molto prima. Lo disprezzavano quando prometteva di far finire la guerra in Ucraina, lo detestavano quando prendeva di mira il woke. Che attacchi o meno l’Iran, in fondo, non fa troppa differenza per i suoi detrattori di sinistra: quel che affermano oggi lo sostenevano anche ieri. Ripetono, ad esempio, che sia un pazzo pericoloso esattamente come il suo attentatore, cosa che sostengono da quando è stato eletto la prima volta e che ultimamente ripetono solo con più veemenza.
Alan Friedman sulla Stampa lo ribadisce con decisione: Donald è vittima di sé stesso. Sul medesimo giornale lo scrittore Shalom Auslander spiega che «un pazzo ha sparato a un altro folle e i sociopatici High tech si arricchiscono». Un altro scrittore, Jonathan Safran Foer, sostiene che Trump abbia avvelenato con l’odio la sua America. Certamente ciascuno è libero di pensare del presidente americano ciò che vuole, ma queste dichiarazioni le sentiamo da ben prima che Trump se la prendesse con l’Iran mettendo in difficoltà tutta Europa. Nascono da un disprezzo che è lo stesso riversato contro Charlie Kirk e che è estremamente pericoloso perché tende a giustificare l’eliminazione fisica dell’avversario politico. La quale, per altro, negli Usa non è certo una novità. Però nessuno, per fortuna, ha mai sostenuto che i Kennedy se la siano andata a cercare, e di certo nessuno lo sosterrebbe se venissero colpiti Obama o Biden. Piaccia o meno Trump, è difficile sostenere che non vi sia una cultura dell’odio alimentata dal fronte progressista.
È lo stesso fronte che, guarda caso, ora dà credito alle teorie riguardanti l’auto attentato. Certo, tutti chiamano in causa il proverbiale «mondo Maga», a cui si attribuisce ogni suggestione cospirazionista. Eppure fa un certo effetto leggere i giornali italiani e scoprire che il Corriere della Sera rilancia in prima pagina tutti i dubbi su una possibile messa in scena organizzata proprio da The Donald. Sia chiaro: indagare su questa pista è sacrosanto, e noi non abbiamo alcun elemento per escluderla se non le nostre elucubrazioni. Come ha notato lo scrittore Don Winslow, se si trattasse di una sceneggiata forse il copione avrebbe dovuto prevedere l’eliminazione dell’aspirante killer. Il quale, per altro, non si capisce che convenienza avrebbe avuto nel rischiare la pelle e/o pesanti condanne.
A prescindere da ciò, a colpirci è la facilità con cui, trattandosi di Trump, viene sdoganato il complottismo. Questo, negli Usa, ha nobilissimi padri. Basti ricordare quel che hanno prodotto sull’omicidio di John Fitzgerald Kennedy autori come Don DeLillo e James Ellroy o cineasti come Oliver Stone. Eppure da qualche tempo a questa parte il mondo progressista si è distinto proprio per l’irrisione nei riguardi dei dietrologi. Quante volte abbiamo letto commenti feroci sui seguaci di Qanon e sui creduloni sovranisti e novax? Di nuovo: finché i pazzoidi e i paranoici possono essere arruolati a forza nelle file della destra, bisogna deprecarli e sbertucciarli. Ma se la teoria del complotto si rivela utile per demolire ulteriormente l’immagine del presidente-dittatore dal ciuffo biondo, allora anche gli austeri media mainstream possono divertirsi a sguazzare nel torbido. Eppure sono gli stessi che - pur di fronte all’evidenza - hanno sempre cercato di smorzare ogni indagine sulle ombre internazionali, a partire dalle inchieste sul sabotaggio del Nord Stream e più in generale sulle vicende ucraine. Ora invece guardali: persino il serissimo Massimo Gaggi suggerisce la pista dell’attentato «staged», ovvero organizzato ad arte. Fossero sempre così solerti, questi grandi media, avremmo avuto narrazioni diverse sul Covid, sulle guerre, sulla politica internazionale, l’immigrazione e mille altri temi.
Ed è esattamente questo il punto. Qui non si vogliono prendere le difese d’ufficio di Trump, che per quanto ci riguarda è attualmente indifendibile. Si tratta semmai di stigmatizzare coerentemente un atteggiamento intollerabile, un flusso di odio che promana dal fronte liberal-progressista verso tutti coloro che hanno posizioni diverse, e che arriva ogni volta a giustificare le peggiori nefandezze. Va fatta chiarezza su questo attentato a Trump, senza ombra di dubbio. E di certo bisogna continuare a contestare le scelte sbagliate degli Stati Uniti, quando ci sono. Ma su tutto resta anche un’altra certezza: a sinistra non vogliono la verità, vogliono soltanto la distruzione del nemico, con ogni mezzo necessario. Il che li rende, pure oggi, peggiori di Trump.
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