Una mattina mi sono svegliato e ho trovato un cipriota. Allarme compagni europei: da ieri è scattato il semestre di presidenza di uno degli Stati più piccoli e tradizionalmente più legati a Mosca di tutta l’Ue. Urge richiamo alla sensibilità democratica dell’intero collettivo di Bruxelles: i tailleur di Ursula, la faccia tosta di Macron e financo le gaffe di Kaja Kallas dovranno fare i conti con il peggiore dei nemici interni, la rotazione delle poltrone di comando sulla tolda dell’Unione. Il meccanismo bizantino, figlio malato di un sistema evidentemente decotto, prevede infatti che la presidenza del consiglio dell’Ue, l’organo che riunisce gli Stati membri e che dunque delinea le linee strategiche ed elabora le politiche estere e di sicurezza, passi di mano ogni sei mesi. E dall’1 gennaio il delicato e prestigioso incarico è passato a Cipro, già paradiso degli oligarchi turchi, per anni hub finanziario della Russia e legato a Mosca da antichi interessi comuni in campo energetico e militare. O partigiano portami via, che mi sento di morir.
L’inaugurazione ufficiale arriverà solo il 7 gennaio, ovviamente dopo l’Epifania che tutte le feste e le speranze porta via, ma di fatto il semestre cipriota è già iniziato con i botti di Capodanno. E con esso le fibrillazioni nella casamatta di Bruxelles, dove da mesi si fa di tutto per tagliare ogni ponte con la Russia e poi ci si trova guidati da quelli che della Russia erano fra più fedeli alleati. Roba da scompigliare la messa in piega della Von der Leyen: pare che il vorticare dei pensieri abbia mandato due capelli fuori di lacca. È vero che da un po’ di tempo Cipro fa professione di sentimenti antirussi e sbandiera freddezza nei confronti di Mosca, ma certi legami consolidati nel tempo non sono facili da spezzare. Il nuovo presidente, il centrista Nikos Christodoulidis, eletto nel febbraio 2023, è stato prima ministro degli Esteri e prima ancora portavoce del governo. Dunque nel periodo esplicitamente filorusso non era un passante. Diciamo che opera nel segno della continuità. E la continuità, a Cipro, vuol dire dasvidania, tovarish moscovita.
In effetti anche dopo il 2014 (invasioni della Crimea) e dopo il 2022 (invasione dell’Ucraina), i ciprioti avevano promesso all’Ue che sarebbero stati fermi e duri con gli storici amici russi. Eppure ancora nel 2023 il rapporto internazionale Cyprus Confidential aveva scoperto che 96 oligarchi russi avevano usato proprio Cipro per mettere al riparo i loro patrimoni dalle sanzioni. Di fatto Nicosia è sempre stato la banca occulta di Mosca, la lavanderia preferita per i soldi del regime, con un flusso di denaro ininterrotto e centinaia di società anonime per custodire i patrimoni degli amici del Cremlino. Vicina per tradizione e per fede religiosa, la Russia ha usato spesso Cipro anche per i propri traffici di gas e per le proprie esigenze militari, sfruttando i porti dell’isola come se fossero proprie basi. Tutto questo passato comune può sparire d’incanto? Può essere cancellato di colpo per compiacere Ursula?
I palazzi Ue tremano. Anche se per ora, ufficialmente, si tende a far finta di niente e a dar credito ai documenti ufficiali presentati da Cipro come base per la propria presidenza. Documenti in cui si condanna senza mezzi termini l’«aggressione russa contro l’Ucraina», parlando di «invasione illegale» e di «continua occupazione», e assicurando che durante il semestre verranno sostenute «le principali iniziative di difesa» dell’Ue dando «priorità alla rapida attuazione del Libro bianco sul futuro della difesa europea e della relativa Roadmap per la preparazione 2030». Ma è chiaro che Nicosia è molto lontana da Bruxelles, e non solo per una questione geografica. Il programma della presidenza cipriota è piuttosto voluminoso (52 pagine) e pieno delle consuete formule vuote («Autonomia attraverso la competitività» o «Un’Unione autonoma che non lascia indietro nessuno»): il solito efficace sistema per confondere le acque. Il motto scelto per il semestre è: «Un’Unione autonoma, aperta al mondo». Spiegazione: «L’autonomia è il prossimo passo necessario del nostro progetto di integrazione europea in evoluzione». Ma anche questo pare che a Bruxelles qualcuno non l’abbia preso bene: autonomia? Ma come? Non ce n’è già troppa?
In effetti l’Unione non è mai stata così poco unita. Che quello dell’Ue sia un progetto fallito è evidente a tutti ormai, persino a Mario Draghi. Che ci abbia impoverito e che ci continui a impoverire è palese. Che sia ininfluente nel mondo, pure. Che sulla questione dell’Ucraina l’Europa sia stata «più dannosa che inutile» (cit. Massimo Cacciari), non c’è nemmeno bisogno di dirlo. Che l’adesione della Bulgaria all’euro, senza un governo in carica e contro l’opinione dei bulgari, sia un’altra mossa azzardata e suicida ça va sans dire. E ora, come se non bastasse, arriva pure questa nuova grana: l’Ue rimane vittima ancora una volta dei propri meccanismi arzigogolati e affida la presidenza del Consiglio agli storici amici dei russi proprio mentre fa di tutto per mostrarsi nemica dei russi. Un cortocircuito che forse (lo periamo) porterà a fare passi avanti verso la pace in Ucraina. Sicuramente non porterà a fare passi avanti verso l’armonia dell’Ue. Caso mai ne fosse rimasta qualche traccia.






