Con Paolo Gambi facciamo il punto sulla situazione dei piccoli Trevallion dopo la visita della garante per l'infanzia nella casa famiglia di Vasto.
La famiglia Trevallion (Ansa)
Marina Terragni si è recata alla casa-famiglia di Vasto per incontrare i piccoli Trevallion. Malgrado l’appuntamento, Veruska D’Angelo non si è presentata. Non si capisce perché, visti i grandi risultati ottenuti: ora i bambini si rimbambiscono con cartoni e smartphone.
Chissà se le istituzioni abruzzesi possono ritenersi soddisfatte: i bambini della (fu) famiglia nel bosco sono separati dalla mamma, che forse più avanti potranno incontrare ma che intanto è lontana. In compenso però guardano i cartoni animati e hanno scoperto quanto possa essere affascinante uno smartphone. Speriamo che al più presto li dotino di un tablet, così finalmente potranno rincoglionirsi come tutti i bambini normali.
Per ora sembrano essere questi i grandi risultati del trattamento che il tribunale dei minori dell’Aquila ha riservato ai tre piccoli Trevallion. A cui va aggiunto il fatto che i piccini sono evidentemente iperattivi, provati dalla situazione che li hanno costretti a vivere. Ieri il Garante dell’infanzia Marina Terragni ha potuto incontrarli nella casa protetta di Vasto da cui una settimana fa è stata allontanata mamma Catherine. Ha giocato con loro, anche se non è facilissimo avvicinarli: sono diffidenti, e chi non lo sarebbe nei loro panni? Certo, sarebbe stato decisamente meglio se avesse potuto vederli assieme a un esperto, un professionista come Vittorino Andreoli ad esempio, ma il tribunale, incredibilmente, non lo ha permesso. Del resto ieri in molti hanno disertato l’appuntamento. Curiosamente, non era presente Veruska D’Angelo, l’assistente sociale che ha messo in moto tutta la macchina. La signora pare che avesse un appuntamento, però non si è presentata. Davvero singolare: il Garante nazionale dell’infanzia si presenta e l’assistente sociale non si fa trovare?
Del resto sembra che a Vasto siano tutti terrorizzati dai giornalisti. Insistono solo su questo, sulla presunta invadenza della stampa. La D’Angelo giorni fa si è rannicchiata coperta da un cappuccio nella Bmw del marito per sfuggire alle telecamere. I responsabili della struttura di accoglienza scambiano cordialità con i cronisti presenti da settimane sul posto ma poi lamentano la troppa esposizione. E dire che in quella casa è stata perfino fatta entrare una troupe della Rai, e tutti i protagonisti della vicenda non hanno lesinato interviste. I gestori della struttura, in ogni caso, ieri sono apparsi concilianti, forse per non fare brutta figura con l’autorità minorile. Bravi, ma potevano pensarci prima di frignare per i comportamenti nervosi della mamma a cui hanno levato i cuccioli.
Con i giornalisti, Marina Terragni ha cercato di calmare gli animi. «Mi auguro che questa storia possa risolversi velocemente, con il minor danno possibile per i piccoli. Vengo qui come se fossi una bambina che rappresenta l’interesse dei bambini», ha detto prima di entrare nella struttura. «Non voglio assolutamente dare la croce agli assistenti sociali, ma sicuramente esiste un problema di formazione. Si ritrovano spesso a che fare con situazioni molto delicate senza avere gli strumenti adeguati. In questo caso c’era anche un gap linguistico e culturale che potrebbe aver complicato la vicenda. Quando lo Stato, rappresentato da un’assistente sociale, si avvicina a una famiglia deve adattarsi, ci dev’essere competenza per capire. Se si crea tra loro una difficoltà insuperabile, magari si prova a cambiare l’assistente sociale. Come usciranno i bimbi quando usciranno da qui? Traumatizzati, ma non lo dico io, lo dicono i luminari della psichiatria di questo Paese».
Solo che a quei luminari non è stato concesso di accompagnarla in visita a Vasto. Chissà come mai. «Nel mio mondo ideale», ha continuato Terragni, «lo Stato prende in carico l’intero nucleo, tutte le volte che è possibile, gli dà non un antagonista ma una specie di familiare, di amico, che segue la famiglia ed entra a far parte del loro menage correggendo la rotta dove va fatto».
Al termine della visita, il Garante di fatto ha confermato il suo precedente parere. «Bisogna che ci mettiamo tutti con il massimo impegno per vedere di risolvere una situazione che continua a sembrare, confermo l’impressione, sproporzionata nel suo esito rispetto alle ragioni iniziali», ha detto. «Sono entrata qui e già da tempo avevo la sensazione che il difetto stia nel manico di questa vicenda, cioè che probabilmente non ha funzionato qualcosa proprio nei primissimi mesi in cui l’assistente sociale ha preso in carico questa famiglia. Lì le cose si sono messe in un modo storto e non si sono più raddrizzate. Avrei voluto parlare con l’assistente sociale, purtroppo qui non è venuta, avevamo un appuntamento telefonico, però poi mi ha detto che non poteva parlarmi».
Dopo mamma Catherine, sembra proprio che anche l’assistente sociale si sia allontanata dalla casa. Ma solo per un giorno, e di sua volontà, senza provvedimenti del tribunale.
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(Imagoeconomica)
Dicono che la riforma della giustizia del governo Meloni serva alla Casta per garantirsi l’impunità. Niente di più falso.
Se si scorre l’elenco delle persone innocenti finite in carcere, e che con un’Alta corte disciplinare introdotta dalla legge Nordio ci si augura si assottigli, si scopre che gli arrestati ingiustamente non sono né politici né ricchi, ma persone semplici. Beniamino Zuncheddu, in galera per 33 anni prima di essere assolto, faceva il pastore. Giuseppe Gullotta, 22 anni in prigione, era un muratore. Come Angelo Massaro, 21 anni al gabbio.
Domenico Morrone, 15 anni in galera, faceva il pescatore. Daniele Barillà, 7 anni e mezzo di detenzione, era un piccolo imprenditore. Saverio De Sario, per tre anni privato della libertà, faceva l’autotrasportatore, mentre Giuseppe Lastella, che ha scontato una pena di 11 anni prima di essere ritenuto innocente, aveva un autosalone. Poi c’è Giuseppe Giuliana, 9 anni di calvario di penitenziario in penitenziario, bracciante agricolo. Potrei continuare, perché la lista è lunga. Dal 1991 sono stati più di 33.000 gli errori giudiziari e fra loro i politici o i ricchi sono una minoranza. La maggioranza, al contrario, è gente comune, spesso povera gente, che non ha neppure la possibilità di pagare un avvocato di grido o anche solo uno che si prenda a cuore la questione. Perché quasi sempre non serve un principe del foro per smontare le accuse, basterebbero un bravo pm e un giudice scrupoloso, che si leggessero le carte e che verificassero prove e testimonianze.
Nel caso di Beniamino Zuncheddu il solo accusatore era un altro pastore che aveva visto l’assassino, descrivendolo in un primo momento come alto e con il volto travisato con una calza da donna. Ma poi un investigatore lo convinse che l’uomo era basso, a viso scoperto e somigliava proprio a Zuncheddu, così nonostante sette persone avessero giurato che stava con loro in un altro posto, il povero pastore fu condannato. Forse qualche magistrato di quelli che si occuparono del suo caso è stato accusato di negligenza? No, hanno fatto tutti una tranquilla carriera. Loro promossi, per merito o anzianità; Zuncheddu in galera a consumare, da innocente, la sua vita.
È qui il nocciolo della questione: se il Csm è la cassa di compensazione per carriere e sanzioni, con una spartizione fra correnti, è ovvio che il magistrato responsabile di un errore, di una mancata scarcerazione o di aver ignorato prove o testimonianze a discarico dell’accusato, non pagherà mai. La lottizzazione non premia il merito, ma l’amico, il compagno di cordata. E così è stato ed è.
Molti anni fa gli italiani votarono in massa per la responsabilità civile dei magistrati, cioè per far pagare a chi indossa la toga l’errore compiuto. Beh, a fronte di 33.000 orrori giudiziari e di un risarcimento che nell’ultimo trentennio è costato alle casse dello Stato 1,2 miliardi di lire, sapete quanti sono i magistrati chiamati a rispondere del proprio operato mettendo mano al portafogli? Uno. Sì avete letto bene. Uno solo ha pagato, gli altri sono rimasti impuniti anche dal punto di vista del loro patrimonio.
Quando si entra nei tribunali si legge una scritta che vale per tutti, medici, giornalisti, ingegneri, politici e gente comune: tutti gli italiani sono uguali davanti alla legge. E allora perché il magistrato che sbaglia è più uguale degli altri?
Se io sbaglio un articolo e diffamo qualcuno ne rispondo penalmente e civilmente, anche se il mio è un reato colposo e non doloso. E allora perché chi indossa la toga resta impunito?
Dicono poi che la separazione delle carriere serva a punire i magistrati. Una balla: serve a sanzionare chi sbaglia e a restituire indipendenza, autonomia (dalle correnti) e autorevolezza alla maggior parte di pm e giudici che fanno diligentemente il loro lavoro.
Dicono anche che questa è la riforma di Gelli e di Berlusconi. Menzogne: questa è la legge che avrebbe voluto Indro Montanelli, che del Cavaliere dopo la sua discesa in campo non era certo amico. Il video integrale lo trovate online, qui io riporto l’essenziale: «Sono convinto che la magistratura debba essere indipendente, però chiedo ed esigo che abbia un autogoverno di controllo e soprattutto risponda dei suoi gesti. Oggi noi abbiamo una magistratura che non risponde a nessuno dei suoi errori, spesso catastrofici. Mai un magistrato ha pagato per questo. Io voglio che i magistrati paghino». Sono passati più di quarant’anni da quando pronunciò queste parole. Forse il 22 e 23 marzo è la volta buona per riuscire a metterle in pratica.
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Nathan Trevallion con i bambini (Ansa)
Marina Terragni, Garante per l’infanzia, chiede di far visita ai figli separati dai genitori assieme ad alcuni consulenti indipendenti. Cecilia Angrisano risponde picche: gli esperti non possono entrare «per non turbare i piccoli». O forse per non disturbare il tribunale?
La vicenda della famiglia nel bosco ha attraversato tutte le fasi. Alla fine della scorsa settimana è entrata a piedi pari nel territorio del tragico, con la decisione del tribunale dei minori dell’Aquila di separare ulteriormente i bambini dalla madre, lasciandoli da soli in casa protetta. Ora siamo decisamente entrati nell’assurdo o nel grottesco, fate voi.
Questi i fatti. Quando il tribunale ha reso note le sue volontà, l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza guidata da Marina Terragni ha formalmente richiesto di incontrare i bambini della famiglia del bosco, con l’obiettivo di verificarne le condizioni e vigilare sui possibili (anzi, più che probabili) danni derivanti dalla decisione dei giudici. La Terragni ha inviato una istanza al tribunale e alle autorità competenti, annunciando che si sarebbe fatta accompagnare in visita «da consulenti indipendenti», che potessero appunto aiutare nella valutazione delle condizioni dei piccoli.
Ebbene, per tutta risposta il tribunale, per la penna del giudice Cecilia Angrisano, ha risposto che la Terragni può visitare i bambini «previo ovviamente accordo con il tutore e il responsabile della casa-famiglia». Ma ecco la decisione incredibile: «Non è invece possibile consentire l’accesso di consulenti o altre persone», dice il tribunale, poiché la Garante non riveste «qualità di parte processuale». La Angrisano precisa poi che sono in corso due accertamenti sui bambini «demandati al competente servizio di neuropsichiatria infantile e al Ctu», e dunque è «facile comprendere gli effetti che ulteriori invadenze potrebbero avere sull’equilibrio emotivo dei minori, sottoposti peraltro a una costante sovraesposizione mediatica e a valutazione da parte di più soggetti processuali». Insomma, il tribunale non vuole gli esperti indipendenti, perché potrebbero - chissà come - turbare i bambini. Non solo. Il giudice insiste sulla «inopportunità di ulteriore esposizione dei minori ad assalti della stampa».
Verrebbe da rispondere che qui nessuno della stampa ha assaltato i bambini o i genitori. Semmai ad assaltarli sono le istituzioni che insistono contro ogni logica a tenerli separati. Non si capisce poi come i piccoli possano essere turbati più di quanto non lo siano attualmente. Peggio dell’allontanamento da casa e da papà e mamma che cosa ci può essere? «Per il tribunale sarebbe questa l’invadenza: il fatto che io possa andare accompagnata da esperti», ci dice Marina Terragni. «Soprattutto il tema è l’equilibrio emotivo dei minori, che naturalmente abbiamo tutti a cuore. Io non pensavo ovviamente di far sottoporre i ragazzini a una visita: volevo andare con occhi esperti per una valutazione che naturalmente non avrebbe sostituito le perizie richieste dal tribunale o dalla struttura. Si trattava di uno sguardo in più. Invece di andare, come andrò, con dei funzionari, volevo andare con consulenti esperti. Ma questo non mi è stato consentito».
C’è da restare allibiti perché parliamo dello stesso tribunale che ha concesso non più tardi di venerdì scorso di far testare i genitori a una psicologa, Valentina Garrapetta, che - come abbiamo dimostrato su queste pagine - pubblicava sui social post irridenti e insultanti verso la famiglia. Ecco, per il tribunale la presenza di questa dottoressa non turba alcun equilibrio, la presenza di esperti titolati a seguito del Garante invece sì. «Io andrò, vedrò quello che posso vedere, parlerò con quelli con cui mi sarà consentito parlare e cercherò di avere qualche informazione in più, anche se credo che ormai la questione sia ben inquadrata», dice Terragni. «Ci sono dei bambini che vivevano, come ho detto nei giorni scorsi, in una famiglia un po’ fricchettona, per capirci. Questa situazione aveva probabilmente qualche limite, ma c’era un amore sicuramente grande. Io chiedo: ma quali genitori oggi hanno voglia di stare tutto il giorno con i bambini? E quanti invece piazzano loro in mano un tablet? Qui abbiamo bambini presi in uno stato di buon equilibrio psicofisico che rischiano di uscire compromessi da un’esperienza davvero molto dura».
Che siano stati fatti dei danni, del resto, lo confermano esperti del calibro di Massimo Ammaniti, Vittorino Andreoli e altri. «Anche Claudio Risé sul vostro giornale segnalava che la relazione con la madre non è una relazione qualsiasi», aggiunge Terragni. «Mi pare che il tribunale insista molto sulla esposizione mediatica, ma l’esposizione si è creata perché c’è un interesse pubblico. Per allontanare i bambini dal nucleo familiare bisogna avere delle ragioni molto serie: maltrattamento, sostanziale abbandono, rischi per l’incolumità. Quando si tolgono i figli fuori da queste casistiche, il provvedimento va valutato molto attentamente. Io avevo detto: fermiamoci un attimo, facciamo ulteriori valutazioni, perché magari per i bambini è pesante tutto questo. Invece l’ultima ordinanza è stata eseguita nel giro di 12 ore.
Per questa visita», continua la Garante, «avrei ad esempio potuto interpellare il professor Andreoli. Un decano come Andreoli, o come Ammaniti, ha visto nella sua vita migliaia di pazienti e anche migliaia di bambini, non ha bisogno di fare dei test psicometrici. Se un bambino morde un giocattolino antistress gli bastano due secondi e mezzo per capire che qualcosa non funziona. Per cui sono molto dispiaciuta: dovremmo almeno darci fiducia sul fatto che lavoriamo tutti nella stessa direzione che si chiama superiore interesse del minore. Soprattutto non capisco perché io avrei potuto turbare l’equilibrio emotivo dei minori più di quanto già accada...». A questo punto sorge il legittimo dubbio: non si vogliono turbare i bambini o non si vuole turbare il tribunale?
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Clamoroso: il tribunale dell'Aquila vieta alla garante dell'infanzia di visitare la famiglia nel bosco accompagnata da esperti imparziali. L'ennesimo smacco ai Trevallion.







