L'identità dell'Occidente si fonda su secoli di storia cristiana, oggi più che mai minata dal diavolo. Quando Trump utilizza l'Ia per raffigurarsi nei panni di Gesù Cristo, attacca papa Leone XIV o si circonda di santoni, pseudosacerdoti e predicatori nello Studio Ovale, quella non è parodia: è blasfemia. L'Europa farebbe bene a risvegliarsi quanto prima dall'ateismo dilagante.
António Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite (Ansa)
Dalla Brexit in poi è palese il distacco dalla retorica unionista e del «bene comune». La crisi attuale svela la realtà: ci sono interessi specifici, spesso divergenti.
Quali regole sarà meglio adottare nell’affrontare le tensioni e liti internazionali in cui il mondo si trova? Cambiare strada non è semplice in tempi come i nostri, tra potentissimi portatori di aspetti e progetti anche molto singolari, e posseggono e si scambiano come niente energia atomica in tempi ormai piuttosto innervositi. Ma il lato debole per la lite non è l’unico problema.
La questione è stata affrontata da Nadia Schadlow, senior fellow in strategia politica nel prestigiosissimo Hudson Institut americano. Schadlow è, in sé, un esempio di lucidità scientifica che scavalca senza fare una piega le trappole delle differenze politiche, ad esempio pubblicando tranquillamente il saggio di cui sto parlando ora sulla rivista Foreign Affairs, la più anti trumpiana d’America, dopo essere stata importante stratega nella prima amministrazione Trump.
«I cambiamenti nella gestione del potere non sono mai facili», inizia Schadlow, e quello che ci sta ora arrivando addosso è uno di quelli che si propongono a non meno di mezzo secolo l’uno dall’altro. Ormai si tratta «non di questioni tra Stati rivali», ma addirittura dell’alternativa su modi diversi di fare politica estera. Cos’è di così importante, che sta cambiando adesso?
«Per definire gran parte dell’era post-Guerra Fredda - scrive Schadlow - il motto da seguire finora è stato per tutti: prima il globale», global first, il modo di vedere e trattare le questioni internazionali. «I governi nazionali come tutte le istituzioni transnazionali hanno seguito finora un solo credo: soltanto il globale poteva affrontare i problemi di quei tempi, definibili nel migliore dei casi insicuri.
L’attuale segretario generale dell’Onu, il portoghese Antonio Guterres, tutt’ora in carica da più di 10 anni e espressione dei criteri seguiti fin qui si lamenta la mancanza di «senso comune» per il bene collettivo. Ma Schadlow osserva che, appunto, sarebbe forse ora di verificare se non sia proprio questo poco «senso comune» che tiene tutto fermo, e non convenga cambiare strada, smettendo di inchiodare alla sacralizzazione del globale tutti i lavori e le iniziative effettivamente indispensabili per evitare i rischi più gravi della politica internazionale.
Che la cosa non funzionasse, «la delusione globalista», come la chiama ora Nadia Schadlow, venne certificata ufficialmente per la prima volta già 10 anni fa quando l’Inghilterra nel 2016 votò l’uscita dall’Unione Europea, preannunciando l’insoddisfazione crescente, in Europa e altrove, verso le Istituzioni sovranazionali.
Il fatto è che sotto la teatralità di Trump, comunque, nota Schadlow, si è finalmente ormai capito che la soluzione non si trova a livello globale. Sono i singoli Stati che generano i problemi (come con le industrie inquinanti), ne fanno l’esperienza (attraverso i loro cittadini che soffrono), e che hanno i mezzi per risolverli (attraverso redditi, infrastrutture, servizi). Solo gli Stati effettivamente impegnati a risolvere i propri interessi possono sbrogliare questioni per le quali finora le istituzioni globali non hanno risolto nulla.
La forma globale, osserva ora la prof. stratega senza pulci sulla lingua, funziona passivamente per registrare cosa non funziona, segnalarlo e discuterne, ma poi sono gli Stati locali, non le Istituzioni globali che ne hanno la responsabilità diretta verso i cittadini. «I processi globali si muovono lentamente, quando lo fanno. Gli Stati invece hanno maggiori possibilità di agire rapidamente, con flessibilità e risultati. Anche nelle questioni di «climate change» l’orientamento aperto alle esigenze ma anche risorse dello Stato permette di rispettare i bisogni e le risorse locali molto di più di quanto facciano le risorse global.
E qui Nadia la stratega fornisce un’intuizione molto acuta, sottolineando la profondità delle semplici ma promettenti intuizioni democratiche rispetto alle gigantesche strutture delle istituzioni globaliste, dimostrate inefficienti in molte importanti sfide del ventunesimo secolo. «Il progresso viene più facilmente dalla persuasione, dall’unione di volontà tra le persone, e dalla diretta cooperazione fra i governi. Le grandi strutture globali si sono invece dimostrate insufficienti in molte delle sfide importanti del ventunesimo secolo. Queste azioni concrete non producono solo risultati tangibili e positivi, ma anche sorreggono e rafforzano i valori democratici, e in modo più convincente di quanto siano riuscite a fare le complicate e pretenziose strutture globali. E conclude: «Gli Stati Uniti e gli altri stati democratici devono smetterla di riferirsi allo sclerotico ordine globale e trovare le loro personali soluzioni ai gravi problemi del nostro tempo».
Applausi.
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Con il Presidente degli Stati Uniti andare allo scontro frontale non ha mai portato risultati a nessuno. Nemmeno ai leader europei tanto incensati dalla sinistra. Giorgia Meloni ha fatto bene a mettere alcuni punti fermi senza andare alla rottura.
Ansa
I compagni insistono con il mantra della democrazia a rischio, con patriarcato annesso, quando governano le destre. Poi i fatti li contraddicono: a Budapest il voto non è stato «inquinato» e in Italia il premier è donna.
Allarmismi democratici. Luogocomunismo e ossessioni. Mantra e tormentoni ripetuti fino allo sfinimento. Una tecnica comunicativa che paga nel breve periodo, ma che non regge alla prova dei fatti.
L’Ungheria è il caso più recente, con il «dittatore» Viktor Orbán che «mai lascerà il potere».
Anzi: «Impedirà al popolo sovrano di esprimersi», o comunque «farà di tutto per inquinare il responso delle urne».
Sappiamo com’è finita.
E che dire di Giorgia Meloni?
Fino alla vigilia del referendum sulla giustizia, era la «ducetta» a capo di un soffocante «regime», che stava riducendo gli spazi democratici e calpestando i diritti civili, mentre l’onda montante delle camicie nere non si limitava a emergere solo a Predappio o in via Acca Larentia, ma stava per travolgere le stesse istituzioni nate dalla Liberazione e dalla Resistenza.
Questo grazie anche a Tele Meloni.
Sappiamo com’è finita: con gli stessi - pronti (a parole), fino a cinque minuti prima, ad andare in montagna «per opporsi all’invasor» - a esultare in piazza per celebrare la saggezza degli italiani, che hanno urlato nelle urne: «La Costituzione non si tocca!».
Salvo che a modificarla non sia la sinistra, come fece con il titolo V nel 2001, introducendo il federalismo amministrativo e aprendo la strada all’autonomia differenziata (che la destra ha potuto mettere in cantiere proprio in virtù di quell'iniziativa).
Nota a margine: siccome l’Italia è piena di «antifa di maniera e di carriera», secondo la perculante fotografia di Antonio Padellaro in Antifascisti immaginari, ecco Laura Boldrini orgogliosa di aver impedito, in nome della libertà di parola (propria), un convegno sulla remigrazione organizzato dalla destra in Parlamento.
Peccato solo che lei, nel 2018, da presidente della Camera, non avesse impedito, nonostante le proteste, un analogo convegno di Casapound, non detenendo, dichiarò all’epoca, «alcun potere per autorizzare o vietare l’uso della sala stampa qualora questa venga prenotata da un deputato».
Rimanendo a Meloni e dintorni: mai, come da quando lei è arrivata a palazzo Chigi, il patriarcato - altro ritornello - avrebbe trovato nuova linfa e vigore.
E già così il cortocircuito propagandistico fa ridere, visto che è la destra, machista e sessista, a incoronare la prima donna premier.
Il bello è che più si parla di donne sottomesse in funzione ancillare, più si stanno facendo strada le leadership al femminile.
Cos’è stata l’elezione di Elly Schlein come segretario Pd se non il tentativo di recuperare il gap con la destra?
Mentre già sta scaldando i motori la stilosa Silvia Salis, e vedremo se andrà lunga o meno alla prima curva, che un giorno potrebbe vedersela non con Giorgia ma con Marina Berlusconi (che secondo il Fatto Quotidiano di ieri, avrebbe chiesto agli autori di Ciao Darwin di Paolo Bonolis di scriverle «gag» e «aneddoti portatili», perché se mai scendesse davvero in campo naturalmente, e ditemi se anche questo non è un pregiudizio, lo farebbe in stile Bagaglino, o giù di lì...).
Seconda nota a margine: è da quando ero iscritto alla Fgci, metà anni Settanta, che sento dire che in Italia c’è un «regime», altro vocabolo prêt-à-porter indispensabile nel vocabolario di ogni sincero democratico.
All’epoca era quello della Dc. Poi ci furono quelli di Bettino Craxi, di Silvio, di Matteo Renzi, Beppe Grillo e, appunto, Meloni.
In fondo, una continuità «di sistema» che certifica quanto avesse ragione (e qui esce il radicale libertario che è in me, fortunatamente subentrato al giovane comunista) Marco Pannella: in Italia l’unico regime, mefitico e irriformabile, è quello partitocratico.
E vogliamo parlare della pervasività dei pro Pal? Con i loro diktat: «A Gaza è genocidio, punto», e l'esibizionismo etico dei flottilleros, partiti non si sa ancora bene con quali obiettivi, se non quello di monopolizzare er dibattitto, facendo addirittura titolare alla Stampa (2 ottobre 2025): «Flottilla, l’Italia si blocca», nientemeno, con annesso sciopero a sostegno proclamato dai sindacati? Con Matteo Ricci del Pd che andava sul palco con la bandiera palestinese, e sappiamo com’è finita nelle Marche, e Pasquale Tridico del M5s che annunciava come primo atto da governatore il riconoscimento dello Stato palestinese, e sappiamo com’è finita.
Flashback. Settembre 2022, vigilia delle elezioni politiche.
Dall’Huffington Post: «ll segretario esorta, almeno dieci volte, a “combattere”, alzando anche sapientemente i decibel: a “combattere la destra”, “uniti”, “casa per casa”, “con tutta la passione possibile”, a “combattere” per “le nostre buone ragioni nel governo”». Non basta. «Il leader prosegue: “Le classi dirigenti italiane non hanno capito che qui non è in gioco un’alleanza di governo o il destino di un leader, ma la tenuta della nazione nei prossimi anni”». Chiosa del giornalista: «È un riflesso antico, la grande chiamata alle armi, l’allarme massimo, “democratico” si sarebbe detto una volta: c’è una destra, rocciosa, incombente, negazionista, “estrema”, che “non si vergogna a candidare i fascisti”, un pericolo così grande che non consente il lusso di perdersi in chiacchiere, in dibattiti e critiche perché “l’avversario non è qui, è la destra”».
E qui arriva lo sfottò: «L’allarme è a intermittenza, oggi c’è ma ieri non c’era, domani chissà. Un’enfasi che, gira che ti rigira, porta sempre a rispolverare l’armamentario della propria giovinezza: l’antifascismo, i partigiani, Bella ciao, il sangue versato per la democrazia». Perché «è chiaro: l’unica cosa che può tenere assieme il tutto è l’allarme rappresentato dalla destra incombente».
Il tutto a firma di Alessandro De Angelis, vicedirettore della testata online, ospite fisso di Lilli Gruber su La7, a commento degli slogan abusati da Nicola Zingaretti nel suo comizio alla Festa dell’Unità di Modena.
Del resto, lo sappiamo: riposizionati a sinistra, fai tuo l’aforisma «il fascismo non è un'ideologia, è un crimine», e camperai tranquillo.
Come invitava Ennio Flaiano nel Frasario essenziale (Bompiani): «Iscrivetevi al Partito comunista. Vantaggi: sarete temuti e rispettati; libertà privata totale; ampie possibilità per il futuro; viaggi in comitiva; nessuna perdita in caso di persistenza del Sistema; guadagno in caso di rivoluzione (almeno per i primi tempi); colloquio con i giovani; ammirazione del ceto borghese; ampie facilitazioni sessuali; possibilità di protesta; rapida carriera; firme di manifesti vari; impunità per delitti politici e di opinione; in casi disperati, alone di martirio». Era il 1969. Sappiamo com’è finita.
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La sinistra italiana ed europea festeggiano un Parlamento ungherese composto al 97% da esponenti di destra, dove l’area progressista è stata cancellata dalle urne. Com’è possibile? C’è una verità più profonda che svela la natura della politica odierna: i progressisti hanno abbandonato ogni connotato laburista per trasformarsi nel custode dell’apparato europeista.







