Pensiero forte

«Fermate quei giudici, fanno male ai bimbi»
Da sinistra, Massimo Ammaniti (Ansa), Vittorino Andreoli (Getty) e Claudio Risé (Basso Cannarsa)
Da Vittorino Andreoli a Massimo Ammaniti fino a Claudio Risé, tutti criticano con parole di fuoco le decisioni del tribunale dei minori dell’Aquila: «Errore gravissimo separare i Trevallion, c’è il rischio della schizofrenia». Ma le toghe ascoltano le assistenti sociali invece degli esperti.

Non sono uno psicologo e neanche uno psichiatra, ma ho letto con crescente incredulità gli interventi di tre autorità in materia. Massimo Ammaniti, Vittorino Andreoli, Claudio Risé sono considerati nei loro rispettivi campi grandi esperti nello scandagliare l’animo umano. Il primo è stato per lunghi anni docente di psicopatologia dello sviluppo, con attenzione per l’età evolutiva. Il secondo è stato direttore del dipartimento di psichiatria degli ospedali di Verona.

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paolo sorbi
Manifestazione studentesca nel 1968. Nel riquadro, Paolo Sorbi (Getty Images)
Il sociologo Paolo Sorbi, ex sessantottino, oggi pro life: «Perfino i comunisti furono più ricettivi davanti alla lezione di Wojtyla e Ratzinger. Il Pd ormai è diventato un partito radicale».
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Maurizio Belpietro interviene a proposito dell'allarmante vicenda dei Trevallion: «È un sequestro di minori ad opera di uno Stato etico che agisce con la complicità di giustizia minorile e assistenti sociali».

Peter Thiel, il tecno-filosofo tra aziende e politica che ha lanciato Zuckerberg e Vance
Peter Thiel (Getty Images)
  • Si arricchisce grazie a PayPal, che inventa insieme a Musk. Ma la sua ambizione è dotare il potere dell’arma più efficace: l’analisi dei dati. È quello che fa dal 2003 con Palantir, gigante che oggi vale 300 miliardi di dollari.
  • Per lui l’uguaglianza politica è incompatibile con la libertà e con l’innovazione. La mediazione produce soluzioni inefficaci.
  • Dalle comunità «galleggianti» in acque internazionali al patto tra cittadini online. Obiettivo: superare lo Stato.

Lo speciale contiene tre articoli.

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Lo ha detto all’Ansa Shervin Haravi, avvocata e attivista iraniana, parlando anche delle giocatrici della nazionale femminile di calcio dell’Iran che si sono rifiutate di cantare l’inno della Repubblica islamica.

«Questo rifiuto e questa presa di posizione dimostrano una delle più importanti forme di disobbedienza civile portate avanti dalle donne iraniane che vivono delle preoccupazioni continue e sono tristi per tutto quello che sta accadendo nel loro Paese, perché non è possibile pensare che qualcuno sia felice della guerra.Nessuno è felice della guerra, anche se una parte degli iraniani sta accettando anche l’intervento militare, ma perché ha quel minimo di speranza che il regime possa cadere. Si deve cercare di porre fine a questo conflitto il prima possibile e procedere con una via che porti alla fine di questo regime e l’inizio di un processo di democratizzazione dell’Iran. Il coraggio è la forma di disobbedienza più forte delle iraniane».

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