«Abbiamo organizzato una raccolta fondi tramite il sito GoFundMe. In poche ore abbiamo raggiunto circa 10.000 euro, ma ieri mattina la raccolta è stata bloccata e le somme dei donatori sono state restituite». È sconcertato Carmine Caforio, in servizio attivo presso il Nucleo Radiomobile carabinieri di Roma, per lo stop di un’iniziativa a favore del collega vicebrigadiere Emanuele Marroccella, costretto a pagare nel giro di pochi giorni una provvisionale di 125.000 euro ai parenti del pregiudicato siriano Jamal Badawi, con quattro fogli di espulsione in tasca, ucciso dopo che aveva ferito un militare nel corso di un furto. Marroccella, originario di Napoli, è stato condannato dal tribunale di Roma a tre anni (malgrado la richiesta del pm di due anni e sei mesi), per «eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi», senza attenuanti generiche.
I 125.000 euro, pari circa a sei anni di lavoro nell’Arma (oltre alla richiesta di risarcimento dei familiari del siriano di 800.000 euro), sono una somma esorbitante per il carabiniere quarantaquattrenne ed è per questo che il direttore della Verità, Maurizio Belpietro, ha lanciato, giovedì scorso, una sottoscrizione in aiuto della famiglia. Anche ieri, infatti, Ivana, la moglie di Marroccella, ringraziando per l’iniziativa, si chiedeva: «Se fosse morto un carabiniere, mio marito, chi avrebbe pagato? Quanto vale la vita di chi si occupa della tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica».
Intanto Caforio, collega, nonché segretario di UsmiaCarabinieri (Apcsm Associazione professionale a carattere militare), sottolinea come la sottoscrizione avviata su il sito GoFundMe abbia raggiunto grazie alla grande partecipazione e sensibilità dei colleghi circa 10.000 euro in poche ore e che sia stata bloccata, forse perché «qualcuno ha fatto notare che la raccolta era per un carabiniere comunque condannato in primo grado, forse non conoscono la presunzione d’innocenza, un principio fondamentale del diritto penale». E così la piattaforma, ritenendo che la raccolta non rientrasse nei parametri previsti dai propri «termini di servizio», ha restituito le somme versate ai rispettivi donatori.
A questo punto il luogotenente, a nome dell’Usmia, nel prendere atto di tale decisione e pur esprimendo un sincero rammarico, conferma: «Nel rispetto del principio inderogabile della presunzione d’innocenza, continueremo a sostenere e diffondere questa iniziativa, uniti nel non lasciare mai soli coloro che servono lo Stato con dedizione, fino all’estremo sacrificio». E così, ringrazia tutti i donatori, li invita a dirottare le sottoscrizioni verso la raccolta promossa dal nostro quotidiano attraverso le coordinate che trovate qui a fianco. Domani, a cinque giorni dal decollo dell’iniziativa, daremo un aggiornamento sui versamenti effettuati.
Una sottoscrizione che «ha commosso» il mio assistito», ha detto l’avvocato Paolo Gallinelli, difensore di Marroccella assieme al collega, Lorenzo Rutolo: «La sentenza è stata un colpo durissimo per il mio assistito. Ma il sostegno dei colleghi e questa iniziativa davvero “storica” da parte della Verità lo stanno aiutando. Non si aspettava certo una sottoscrizione, gli fa solo bene sapere che c’è ancora attenzione e rispetto per le forze dell’ordine». Anche il ministro della Difesa, Guido Crosetto, nei giorni scorsi ha chiamato il vicebrigadiere e lo ha invitato a «continuare a credere nello Stato e nella giustizia nei prossimi gradi di giudizio e a non sentirti mai solo». Nel frattempo, gli avvocati preparano l’appello perché «non si trattò né di legittima difesa né di eccesso colposo, ma di uso legittimo delle armi da parte di un pubblico ufficiale che non ha scelta: deve intervenire».






