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Soldi dei contribuenti per la serie Netflix su Fabrizio Corona: Giuli faccia qualcosa
Alessandro Giuli (Imagoeconomica)
Il tax credit si ottiene con criteri «asettici», ma se un’«opera» del genere percepisce 800.000 euro, nel sistema c’è un problema.

Al ministero della Cultura, in particolare alla Direzione generale cinema e audiovisivo, i conti continuano a non tornare. Dal punto di vista dei contribuenti, s’intende. Perché, visti dall’angolazione dei fruitori dei finanziamenti del dicastero di Via del Collegio romano, produttori cinematografici e televisivi, broadcaster e piattaforme multinazionali, i conti tornano alla grandissima, eccome. Dopo la scoperta documentata su questo giornale da Davide Perego con una lunga e meticolosa inchiesta su decine di film e opere di scarso o inesistente interesse pubblico, alcune nemmeno approdate nei cinema, altre programmate in sale deserte, ma sostenute a vario titolo per anni e per svariate decine di milioni dai contributi del ministero della Cultura, prima con Dario Franceschini e poi con i suoi successori Gennaro Sangiuliano e Alessandro Giuli nel governo Meloni, dopo tutto questo si auspicava che i criteri di assegnazione dei medesimi fondi venissero ampiamente revisionati. Purtroppo, sembra di poter dire con una certa dose di rammarico che non è così.

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Rampini: «Donald agisce, Xi e Putin impotenti. Contano soltanto i rapporti di forza»
Federico Rampini (Ansa)
Il giornalista, da mercoledì in seconda serata su Canale 5: «Falso che la mossa di Donald Trump incentivi l’espansionismo sino-russo. Pechino rivendica Taiwan dal 2012, Mosca ha invaso con Barack Obama e Joe Biden».

Federico Rampini, il risiko geopolitico fluido di questi giorni non aiuta a orientarsi. Se dovessi fissare i punti cardinali del nuovo (dis)ordine mondiale, quali sarebbero?

«Primo: in geopolitica i rapporti di forza contano più dei buoni sentimenti. Secondo: usciamo da un trentennio di globalizzazione dove ridurre i costi e massimizzare i profitti era l’imperativo, entriamo nell’era della geoeconomia dove la sicurezza nazionale condiziona le strategie economiche. Terzo: bisogna studiare seriamente la storia, perché molti eventi di questo periodo hanno antefatti illuminanti (per esempio, Trump si è formato negli anni Settanta, è un “allievo” di Nixon). Quarto: nazioni e popoli che hanno una memoria imperiale riattivano velocemente i “muscoli” dei loro imperi passati».

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Icona erotica, diva ribelle, destrorsa. La dea irraggiungibile esce di scena
Brigitte Bardot (Ansa)
Star planetaria con «Piace a troppi» (1956) e interprete di 49 pellicole, B.B. se ne va all’età di 91 anni. Sensuale e controversa, stregò il mondo sdoganando il bikini. All’apice della carriera, si ritirò per dedicarsi agli animali.

Una parigina, Femmina, La ragazza del peccato A briglia sciolta Piace a troppi, ma se La sposa troppo bella vive Amori celebri, la Vita privata è Tradita e se dice La verità attira Il disprezzo.

Si potrebbe ricostruire unendo i titoli dei suoi film più celebri la vita, anzi, la parabola di Brigitte Bardot, di cui ieri la Fondazione a lei intitolata ha annunciato la morte senza specificare luogo e data. Il cinema mondiale, la Francia e i ribelli al perbenismo piangono la sua scomparsa. «Ringrazio quanti mi hanno sinceramente e profondamente amata: essendo in pochi, si riconosceranno», si legge nella prima pagina della sua autobiografia (Mi chiamano B. B.) dedicata ai genitori Pilou e Toty e al figlio Nicolas. «Ringrazio coloro che mi hanno insegnato a vivere a calci nel sedere, che, tradendomi e approfittando della mia ingenuità, mi hanno spinto sull’orlo di un abisso di disperazione da cui sono scampata per miracolo.

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