Una parigina, Femmina, La ragazza del peccato A briglia sciolta Piace a troppi, ma se La sposa troppo bella vive Amori celebri, la Vita privata è Tradita e se dice La verità attira Il disprezzo.
Si potrebbe ricostruire unendo i titoli dei suoi film più celebri la vita, anzi, la parabola di Brigitte Bardot, di cui ieri la Fondazione a lei intitolata ha annunciato la morte senza specificare luogo e data. Il cinema mondiale, la Francia e i ribelli al perbenismo piangono la sua scomparsa. «Ringrazio quanti mi hanno sinceramente e profondamente amata: essendo in pochi, si riconosceranno», si legge nella prima pagina della sua autobiografia (Mi chiamano B. B.) dedicata ai genitori Pilou e Toty e al figlio Nicolas. «Ringrazio coloro che mi hanno insegnato a vivere a calci nel sedere, che, tradendomi e approfittando della mia ingenuità, mi hanno spinto sull’orlo di un abisso di disperazione da cui sono scampata per miracolo.
La vita si costruisce sulle difficoltà, se non si muore prima». È arrivata a 91 anni, in una vertigine di fama planetaria, tentati suicidi e amori travolgenti, prima del ritiro nella «Madrague» di Saint-Tropez. Monella sensuale, sciupamaschi, preda bramata e invidiata. Irritante per i benpensanti, essendosi sempre definita di destra. Prima elettrice di Charles de Gaulle, poi sostenitrice del Rassemblement nationale. Non ha mai temuto di risultare divisiva. Come quando si è espressa contro «l’islamizzazione della Francia». O sul Covid, rivelando di non essersi vaccinata perché «allergica ai prodotti chimici», e definendo la pandemia «una benedizione, un’autoregolazione demografica» contro la sovrappopolazione del pianeta.
Brigitte Bardot è stata la più dirompente attrice del Novecento. Più magnetica di Claudia Cardinale. Più seducente di Catherine Deneuve. Più eversiva di Marilyn Monroe. Più selvaggia di Sophia Loren. Certamente meno intensa di alcune di loro. Tra i Cinquanta e i Settanta, la sua irrequietezza ingenua e maliziosa stregò intere generazioni di fan e i maggiori registi francesi, prima che la cupezza sessantottina soffocasse la rivoluzione beat e la dolce vita, asfaltando la spensieratezza dei bikini, delle camicette annodate sopra l’ombelico e dell’acconciatura a criniera che coloravano le notti dei giovani di mezzo mondo.
In soli 21 anni B. B. interpreta 49 film, non tutti straordinari. Star involontaria, cantante, modello d’impertinenza. Le donne di mezza età la detestano per la spregiudicatezza dei costumi non solo da bagno. Le adolescenti ne imitano l’aria finto innocente irradiata dai modi e dalla moda. Il conflitto generazionale innesca il fenomeno globale e oggi c’è chi la rivede come la prima vera influencer contemporanea. Diventa soggetto Andy Warhol e Milo Manara, il compositore brasiliano Migeul Gustavo le intitola una samba che diverrà celeberrima, Bob Dylan esordisce con una canzone che porta il suo nome. Perfino le ferrovie slave, ceche e slovacche chiamano «Brizita» e «Bardokta» le loro sinuose locomotive.
Cresciuta con un’educazione rigida, dopo gli esordi nella danza classica vince le resistenze del padre e inizia a posare come modella. Al provino con il regista Marc Allégret presenzia il suo assistente, Roger Vadim. Ma per sposarla, contro la volontà dei genitori, bisogna aspettare che diventi maggiorenne. Quello con Vadim è il primo di quattro matrimoni. Segue quello con Jacques Charrier, dal quale ha Nicolas, l’unico figlio. Poi quello con il fotografo, imprenditore e playboy multimilionario Gunter Sachs. Infine, l’ultimo, durato fino alla morte, con l’esponente del Front national, Bernard d’Ormale, sposato nel 1992. Negli anni di massimo fulgore vive grandi storie d’amore con Gilbert Bécaud, Raf Vallone, Sacha Distel e Serge Gainsbourg, censuratissima la loro Je t’aime… moi non plus. Tormentata dai paparazzi e dal temperamento instabile, tenta un paio di volte il suicidio. La salvano gli innamoramenti e le infatuazioni. Quella per Jean-Louis Trintignant sboccia sotto gli occhi di Vadim che la dirige la prima volta in Et Dieu créa la femme (Piace a troppi in italiano). È il film che le regala fama mondiale. Uscita dall’orfanotrofio, la giovanissima Juliette finisce in un villaggio di pescatori (la futura Saint-Tropez che con lei diverrà meta internazionale), ma i suoi balli disinibiti turbano gli uomini del posto... Sebbene anche Vadim l’avesse già più volte tradita, completare la lavorazione del film è un tormento. L’enorme successo allevia le pene del divorzio. In anni successivi, reciterà per lui in altre quattro pellicole: vita privata e attività professionale sono più indissolubili dei matrimoni.
Dopo la consacrazione, interpreta altre ragazze disinvolte e finanche un po’ sgualdrine per cineasti come Claude Autant-Lara e Henri-Georges Clozot. E donne più altere per i campioni della Nouvelle vague Louis Malle e Jean-Luc Godard. In La ragazza del peccato (dall’originale En cas de malheur di George Simenon), nei panni di una provinciale inseguita dalla giustizia e impossibilitata a pagare l’avvocato (Jean Gabin), si offre come compenso in tutta la sua avvenenza. Anche nel giallo giudiziario La verità è una ragazza sotto processo, stavolta per l’uccisione dell’ex fidanzato. Trascurata dai genitori che le preferiscono la sorella violinista, le ruba il compagno direttore d’orchestra, fino al tragico finale. Più autobiografico è il ruolo di Vita privata dov’è un’attrice osannata dal pubblico ma criticata per i suoi facili costumi. Sarà il direttore di una prestigiosa rivista (Marcello Mastroianni) a prendersi cura di lei. Ancora più intellettuale è il profilo che le ritaglia Godard in Il disprezzo tratto da Alberto Moravia. Qui è la moglie di uno scrittore (Michel Piccoli) che deve sceneggiare un film sull’Odissea per il famoso regista tedesco Fritz Lang. Ma il produttore cinematografico è molto sensibile alle grazie di lei e, pur accorgendosene, il marito scrittore sembra lasciar fare…
Recita ancora per Malle e altri importanti registi, ma i copioni sono sempre meno stimolanti. Soprattutto è turbata dall’inseguimento ossessivo dei media assetati di scandali. Sensibile ai maltrattamenti subiti dagli animali, si appassiona ai temi ambientali e diventa vegetariana. Nel 1973, quando ancora splende, abbandona il cinema per dedicarsi alla protezione degli animali, lasciando orfani schiere di fan e spettatori.
L’adorabile sfrontatezza davanti alla cinepresa diventa ribellione al conformismo nella vita civile. Nel 1983 vende all’asta gioielli e oggetti personali per finanziare la Fondazione Brigitte Bardot impegnata nel benessere degli animali. Contesta le brutali tecniche di sgozzamento per la macellazione dei montoni, attuate da musulmani ed ebrei. Il suo gusto della provocazione smuove spesso la erre arrotata dei moralisti della Rive gauche. In una «lettera aperta alla mia Francia perduta» denuncia l’espansione delle moschee, «mentre i campanili tacciono per mancanza di parroci». Nei primi anni Duemila, quando sottolinea sulla stampa «la sotterranea e pericolosa penetrazione dell’islam», viene condannata per «istigazione all’odio razziale». Nel 2004, a una domanda riguardo la militanza del marito Bernard d’Ormale nell’allora Front nationale risponde: «Mio marito ha il diritto di pensare come vuole. Ha il diritto di fare ciò che vuole. Non comincerò a dominare le sue opinioni. Io ho le mie, che sono completamente diverse dalle sue. Sono di destra, si sa. Ma non sono del Fronte nazionale, anche se mi si taccia d’essere fascista, nazista, camicia nera...». Nel 2010 valuta di candidarsi alla presidenza della Repubblica nel Partito ecologista. Sette anni dopo invita a votare per Marine Le Pen contro Emmanuel Macron.
Ieri se n’è andata, lasciando solo il marito di dieci anni più giovane. E anche i cani, i gatti, le pecore, i cavalli, le oche, i cinghiali e tutti gli altri animali che popolavano la sua tenuta. E che, non senza un filo di snobismo, riteneva gli esseri più affidabili.
Davide Rondoni: «La destra ha l’egemonia. Ma la cultura non si fa soltanto con la politica»
Poeta, cattolico romagnolo anticlericale, presidente del Comitato per le celebrazioni a 800 anni dalla morte di San Francesco e autore di La ferita, la letizia (Fazi Editore), Davide Rondoni predilige i trasversalismi e rifugge le divisioni schematiche tra destra e sinistra. Soprattutto, rifiuta l’idea della «politica come banco di prova di tutto».
Davide Rondoni, lei sta con Marcello Veneziani o con il ministro della Cultura, Alessandro Giuli?
«Io sto con Davide Rondoni. Sono amico di Veneziani e anche di Giuli, così come ho tanti amici in ambienti culturali diversi dal mio perché ritengo la capacità di amicizia, che non coincide con il consenso, uno degli insegnamenti più preziosi».
Tornando a Veneziani e Giuli?
«Credo che Veneziani abbia il diritto di criticare, ma forse da un intellettuale mi aspetterei anche delle proposte. Perciò posso capire che di fronte a una critica senza appello il ministro abbia mostrato le unghie».
Ha torto Veneziani quando dice che con il governo Meloni per gli italiani è cambiato poco o nulla?
«Bisogna vedere quanto è largo il campo di osservazione. Per esempio, la posizione dell’Italia in Europa è più forte di prima e questo rappresenta una speranza per un’Europa altrimenti votata al fallimento. Poi mi pare che iniziative importanti siano state prese nel campo della lotta alle dipendenze e nell’attenzione ad alcune esigenze del ceto medio. Certo, occorre fare di più per incentivare i giovani che sono la vera questione dell’Italia di oggi. Su questo punto mi aspetto delle proposte. Soprattutto, confido in alcuni radicali cambiamenti della scuola e dell’università. Anche su questo l’iniziativa degli intellettuali sarebbe opportuna».
Veneziani esorta a dire e fare qualcosa di destra come, in campo opposto, Nanni Moretti invitava D’Alema a dire qualcosa di sinistra?
«Non credo che Veneziani sia così banale, credo che voglia spronare a un’accelerazione. Poi, insisto, non esiste una cultura di destra e una di sinistra».
Il fatto di appartenere alla stessa area elimina il diritto di critica?
«Intanto bisogna capire che cos’è un’area culturale. Esistono aree politiche in cui convivono culture molto diverse».
All’interno della destra ci sono culture differenti?
«Ovviamente. Ma noi analizziamo sempre la cultura dal punto di vista della politica, come se la cultura si compisse nella politica. Mentre invece è il senso critico nei confronti dell’esistenza. Per esempio, ci sono culture che riconoscono il trascendente e culture che non lo riconoscono. Oppure culture che vedono nello Stato il massimo livello della vita pubblica e altre no».
La critica di un intellettuale o quella di un giornale d’area possono essere fonte di arricchimento?
«Se sono intelligenti, certamente».
Come ha trovato la replica del ministro Alessandro Giuli?
«Giuli è un uomo che ama il gesto elegante».
Ottimo eufemismo.
«Ama i gesti un po’ esagerati che appartengono alla sua estetica. Quindi capisco che abbia voluto fare un gesto del genere in risposta a una critica assoluta e, per alcune cose che sta realizzando, un po’ ingenerosa».
Sarebbe stato un segnale di maturità raccogliere la provocazione e invitare Veneziani a suggerire delle riforme o delle iniziative soddisfacenti?
«Non siamo di fronte a due bambini, quindi è inutile dettare il manuale di comportamento».
Ha ragione Franco Cardini quando dice che non ci sono più i Giuseppe Berto e gli Alfredo Cattabiani e il livello intellettuale della destra è crollato?
«Non so a quale perimetro si riferisce Cardini. Come ho già detto non considero destra e sinistra come campi culturali, ma come campi politici. All’amico Cardini dico di stare attenti a non incorrere nel rischio che molti anziani hanno di idealizzare i tempi della loro giovinezza».
È inevitabile che dopo decenni di egemonia della sinistra un cambio di orientamento radicale comporti assestamenti e contraccolpi anche nell’area culturale di riferimento?
«Se ci fosse stata l’egemonia culturale di sinistra non ci sarebbe stato Berlusconi al governo per vent’anni e non ci sarebbe Giorgia Meloni adesso. C’era forse una maggiore organizzazione degli apparati, ma questo non è cultura».
La maggioranza silenziosa esisteva e non aveva voce se non al momento del voto.
«Alessandro Manzoni ci insegna che il succo della storia lo tirano Renzo e Lucia, due ragazzi del popolo, e non i direttori dei giornali. Questo è un avvertimento su ciò che consideriamo cultura. Penso che mia nonna Peppa fosse molto più intelligente sulla vita di tanti blasonati editorialisti di giornale».
Che opinione ha dell’ultimo raduno di Atreju?
«Non c’ero mai stato prima e quest’anno sono andato perché mi hanno invitato per una conferenza. Non mi permetto di dare giudizi assoluti, mi è parsa una manifestazione popolare».
Giordano Bruno Guerri dice che Meloni preferisce una squadra compatta «con una fede enorme nel silenzio assertivo». Per questo, davanti a una critica il ministro ha reagito in modo così duro?
«Mi sembra offensivo pensare che ci siano intellettuali che prediligono il silenzio assertivo. Faccio un esempio: all’ultima conferenza nazionale sulle dipendenze, Giorgia Meloni ha concluso il suo intervento citando un mio articolo in cui spronavo il governo a fare di più per i giovani».
Che cosa propone per i giovani?
«Constato un paradosso: i nostri giovani sono competitivi e vincenti in tutti gli sport, ma poi sembra che per lavorare a certi livelli debbano andare all’estero. Cioè: abbiamo ragazzi bravi, ma non li facciamo correre. Perciò, avanzo due proposte scomode. La prima: rivedere gli ordini professionali perché favoriscano i giovani invece di rallentarli. La seconda: togliere il valore legale al titolo di studio».
Con quale obiettivo?
«Riconoscere l’energia dei nostri ragazzi e non mortificarli. Invito Giuli, Veneziani e Cardini a unirsi in questa battaglia per una giovane Italia».
La Rai è il test del cambiamento prodotto da un governo: qual è il suo giudizio sulla Rai attuale?
«Mi pare di vedere qualche fiction di buona qualità ed esperimenti interessanti di nuovi programmi. Poi preferisco parlare di poesia più che di televisione».
La rotta ostinata e contraria di Sergio Mattarella nei confronti dell’attività di governo è sotto i nostri occhi una volta diradata la nebbia della narrazione ossequiosa e compiacente. La concessione della grazia ad Abdelkarim Alla F. Hamad, lo scafista condannato a 30 anni per concorso in omicidio plurimo e violazione delle norme sull’immigrazione per fatti avvenuti nel 2015 (49 persone trovate morte in un barcone diretto a Lampedusa) è l’ultimo di una serie di atti del capo dello Stato in contrasto con la linea di Giorgia Meloni. Che, all’indomani della tragedia di Cutro, aveva urlato: «Cercheremo gli scafisti lungo tutto il globo terracqueo».
Tra Quirinale e Palazzo Chigi siamo alle divergenze parallele, dove il parallelismo è solo temporale, nel senso che l’inquilino del Colle più alto fa un uso sagace della tempistica per esprimere orientamenti opposti. Se il governo allenta le misure contro il Covid interviene sottolineando che non bisogna cantare vittoria. Se Palazzo Chigi disegna la proposta del premierato forte, il capo dello Stato si presenta a sorpresa al Festival di Sanremo per applaudire Roberto Benigni che inneggia all’intoccabilità della Costituzione più bella del mondo. Si potrebbe continuare, senza dimenticare i silenzi del presidente quando si tratterebbe di difendere il governo dalle ingerenze delle Procure o dagli attacchi di leader stranieri. Tutti insieme, silenzi, interventi a contrasto e ingerenze, configurano nel comportamento proattivo del secondo mandato di Mattarella una sorta di semipresidenzialismo ibrido. Mentre infatti con il governo di Mario Draghi, e prima con quello di Giuseppe Conte, l’attivismo dell’arbitro del Quirinale era improntato a un accompagnamento condiscendente, da garante della maggioranza, ora l’agenda del Quirinale sembra quella del capo dell’opposizione.
21 dicembre 2023
Sono passate poche ore dall’intervento di Elon Musk ad Atreju che, davanti alle alte cariche dello Stato invitate al Quirinale per gli auguri di Natale, Mattarella inaugura la sua personale battaglia contro il patron di Space X, Starlink e Tesla. In quei giorni la tecnologia satellitare Starlink è candidata a implementare il nostro sistema delle comunicazioni e di difesa, ma Mattarella stigmatizza, senza citare Musk, «oligarchi di diversa estrazione (che, ndr) si sfidano nell’esplorazione sottomarina, in nuove missioni spaziali, nella messa a punto di costosissimi sistemi satellitari (con implicazioni militari) e nel controllo di piattaforme di comunicazione social, agendo, sempre più spesso, come veri e propri contropoteri». Con la consulenza del segretario del Consiglio supremo di Difesa Francesco Saverio Garofani che propende per la tecnologia Eutelsat supportata dalla Francia, il negoziato per Starlink naufraga.
24 febbraio 2024
Dopo gli scontri a Pisa tra attivisti pro Pal che manifestano in un corteo non autorizzato e le forze di polizia che fanno ricorso all’uso dei manganelli, l’ufficio stampa del Quirinale dirama una telefonata del capo dello Stato al ministro degli Interni, Matteo Piantedosi, nella quale afferma che «quei manganelli esprimono un fallimento» e che «l’autorevolezza delle Forze dell’ordine non si misura sui manganelli ma sulla capacità di assicurare sicurezza tutelando, al contempo, la libertà di manifestare pubblicamente opinioni». È una critica energica al ministro e una scelta di campo pro-pro Pal. Nei giorni a seguire si intensificano gli attacchi, Maurizio Landini in testa, alle Forze dell’ordine e al governo.
6 novembre 2024
Donald Trump vince le elezioni americane, ma quel giorno, insieme a Romano Prodi, Jaki Elkann, Pierferdinando Casini e Antonio Tajani, Sergio Mattarella è a Pechino in visita ufficiale alla Repubblica popolare cinese. La tempistica non è felicissima, Xi Jinping è l’avversario numero uno del nuovo presidente americano. Certamente la visita era programmata da tempo, forse nell’intento di riattivare la Via della seta e forse al Quirinale si scommetteva sulla vittoria di Kamala Harris. Nell’occasione la Fondazione Agnelli assegna a Prodi una cattedra di «Studi italiani» presso l’università Beida di Pechino dove, nella lectio magistralis, il capo dello Stato tiene un discorso franco, perché «fra amici» non ci devono essere «veli», e incoraggia «a intensificare il più possibile i già eccellenti rapporti tra Cina e Italia».
14 novembre 2024
Nuovo capitolo dello scontro con mister Tesla. Musk definisce «inaccettabile» l’intervento della procura di Roma contro l’uso dei Cpr in Albania e in un post si chiede: «Il popolo italiano vive in una democrazia o è un’autocrazia non eletta a prendere le decisione?». Dall’alto della sua carica, contro quello che è un semplice cittadino, il Quirinale replica che «l’Italia è un Paese democratico… che sa badare a sé stesso, nel rispetto della sua Costituzione» (a sua volta Musk si appella alla libertà di espressione «protetta dal Primo emendamento degli Stati Uniti e dalla Costituzione italiana»).
5 febbraio 2025
Ricevendo la laurea honoris causa a Marsiglia, Mattarella tiene uno dei discorsi più aggressivi del secondo mandato. Dopo aver rinverdito gli attacchi a Musk parlando di «figure di neo-feudatari del Terzo millennio… che aspirano a vedersi affidare signorie nella dimensione pubblica… quasi usurpatori delle sovranità democratiche», paragona l’invasione ucraina della Russia al comportamento del Terzo Reich. «La strategia dell’appeasement non funzionò nel 1938… Avendo a mente gli attuali conflitti, può funzionare oggi?», si chiede Mattarella. Prima di concludere: «Anziché la cooperazione, a prevalere fu il criterio della dominazione. E furono guerre di conquista. Fu questo il progetto del Terzo Reich in Europa. L’odierna aggressione russa all’Ucraina è di questa natura». Il 14 febbraio la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova contrattacca definendo «parallelismi storici infondati e falsi» ed «elucubrazioni blasfeme» le parole del nostro presidente, confortato nell’occasione dalla solidarietà di tutte le cariche dello Stato.
17 ottobre 2025
Alla cerimonia di consegna delle Stelle al merito del lavoro il capo dello Stato parla dei livelli retributivi nel settore pubblico e privato. Ma, visto che i contratti dei dipendenti pubblici (insegnanti, ferrovieri, agenti di polizia, eccetera) sono stati rinnovati, invece di rivolgersi a Confindustria e sindacati, estende l’allarme chiamando in causa la guida del Paese: «Il lavoro oggi procede a velocità diverse. Si creano diaframmi tra categorie, tra generazioni, tra lavoratori e lavoratrici, tra italiani e stranieri, tra territori, tra chi fa uso di tecnologie avanzate e chi non è in condizioni di farlo». In pieno autunno caldo, mentre si susseguono gli scioperi e il governo lavora alla legge di bilancio, Mattarella getta benzina sul malcontento.
16 novembre 2025
Invitato dal presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier, Mattarella parla al Bundestag, il Parlamento tedesco, in occasione della Giornata del lutto nazionale a 80 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale. Due settimane prima, Donald Trump ha annunciato: «Con altri Paesi che testano armi nucleari, è appropriato che lo facciamo anche noi». Forse dimentico di essere nel Paese che ha riformato la Costituzione per destinare 1.000 miliardi al riarmo, il capo dello Stato attacca il presidente americano parlando dei «troppi dottor Stranamore che amano la bomba».
18 novembre 2025
La Verità rivela che in una cena in pubblico il segretario del Consiglio supremo di Difesa Francesco Saverio Garofani ha auspicato la creazione di «una grande lista civica nazionale» e «un provvidenziale scossone» che impedisca a Giorgia Meloni di vincere le elezioni del 2027 per poi influenzare la scelta del Quirinale del 2029. Il capo dei deputati di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami chiede che le ricostruzioni della Verità «siano smentite senza indugio». Ma dal Colle arriva una nota che fa da schermo al segretario del Csd: «Al Quirinale si registra stupore per la dichiarazione del capogruppo alla Camera del partito di maggioranza relativa che sembra dar credito a un ennesimo attacco alla Presidenza della Repubblica costruito sconfinando nel ridicolo». Il Quirinale si mostra sordo alle richieste di dimissioni del consigliere per la Difesa.
12 dicembre 2025
Mentre Bruxelles approva il congelamento dei 210 miliardi di asset russi accogliendo la posizione di Giorgia Meloni che spinge per cooperare con gli sforzi americani per il cessate il fuoco, il capo dello Stato afferma davanti al corpo diplomatico che «l’Italia sta con l’Ucraina». Nessun tentennamento o accenno all’uso molto improprio da parte dei più stretti collaboratori di Zelensky del denaro arrivato dall’Europa.
15 dicembre 2025
C’è attesa per il vertice di Berlino tra leader europei, Volodymyr Zelensky ed emissari della Casa Bianca per il cessate il fuoco tra Mosca e Kiev. L’obiettivo di Meloni è convincere gli alleati dell’Ue a evitare nuovi invii di armi all’Ucraina e a usare gli asset russi per finanziarla allo scopo di far progredire il dialogo con Putin. I margini di manovra sono risicati, ma quella mattina Mattarella parla agli ambasciatori e alle ambasciatrici in Italia. Dopo aver premesso che siamo davanti a «una disordinata e ingiustificata aggressione nei confronti della Unione europea», il capo dello Stato vellica indirettamente le ambizioni di Zelensky a proseguire la resistenza bellica, stigmatizzando «l’aberrante intendimento… di ridefinire con la forza gli equilibri e i confini in Europa». Inciampando nell’amnesia sul suo ruolo di vicepremier del governo D’Alema che nel marzo del 1999 ordinò il bombardamento di Belgrado senza l’autorizzazione dell’Onu.





