Striscia la notizia che non striscia è un esperimento riuscito?
«È un esperimento riuscitissimo. Tra le trasmissioni di Canale 5 andate in onda contro Don Matteo è quella più vista degli ultimi cinque anni. Quindi chi ha deciso, nonostante la perplessità di molti, di piazzarci in questo giorno assolutamente non favorevole, l’ha comunque azzeccata».
È riuscita la prima puntata o l’idea della prima serata?
«Ci è stato chiesto di realizzare una trasmissione in prima serata che noi abbiamo cercato di costruire con l’idea della parodia del varietà. Ma manteniamo i nostri servizi e le nostre inchieste, che restano fortissime».
È un ciclo di cinque serate, che ascolti dovete fare per allungarvi la vita?
«Per ora sono state stabilite cinque puntate che finiscono prima del Festival di Sanremo. L’ascolto che ci ha chiesto Pier Silvio Berlusconi per la prima puntata di 2,5 milioni di telespettatori è stato ampiamente superato. Se poi si guarda la sovrapposizione con Don Matteo superiamo anche i 3 milioni, quindi l’obiettivo è raggiunto. Spero non le dispiaccia».
Farete un altro ciclo?
«In questa stagione ci sarebbe qualche problema organizzativo perché Iacchetti ha il suo tour a teatro e io stesso avrei degli impegni. Semmai sarebbe un progetto per la prossima stagione».
La prima puntata avete avuto ospiti Fiorello, Maria De Filippi e Alex Del Piero: è difficile mantenere questo livello anche stasera?
«L’impatto degli ospiti dipende anche da cosa gli fai fare. Gli ospiti di questa sera sono Lorella Cuccarini, Checco Zalone, Gerry Scotti, Gabriel Garko, Emanuela Folliero, i Cugini di Campagna e i Bellissimi di Rete4: Nuzzi, Giordano, Del Debbio. Per un uccellaccio del malaugurio come lei, le sembrano sufficienti?».
Celentano non siete riusciti a convincerlo o Claudia Mori si è messa di traverso come sembrava dalla vostra gag?
«Era solo una gag in purezza».
Fingo di crederci.
«Secondo lei mandiamo un sosia di Rocky a gridare Adriano Adriano sotto le mura di una presunta casa Celentano? Era una presa in giro della ricerca degli ospiti del varietà. “Allora chi invitiamo? Mina, Celentano…”. Anche perché, con rispetto parlando, è più famoso Sylvester Stallone di Celentano».
La presenza di Enzo Iacchetti vi ha tolto qualcosa?
«Qui la aspettavo. La presenza di Iacchetti è fonte di una campagna di odio violenta da parte di gente organizzata».
Addirittura.
«Come li giudica migliaia di commenti sui social che invitano a cambiare canale mentre lui è in video? Il movimento si chiama “Iacchetti? No, grazie!”. Un linciaggio alla persona teso esclusivamente a fomentare odio. Si mostra una foto fake di Iacchetti con un cartello davanti alla Tour Eiffel che dice “cosa ne pensate se me ne andassi fuori dall’Italia?”. Su una frase che Iacchetti non ha mai detto, né ha mai attaccato la Meloni, si forma una valanga di insulti e minacce contro lui e la trasmissione: non guardatela, cambiate canale…».
Un po’ si è esposto?
«Essendo l’uomo più buono del mondo si è esposto, mettendoci la faccia, quando a metà settembre scorso nel programma di Bianca Berlinguer, mentre parlava dei bambini morti a Gaza, il rappresentante della comunità ebraica gli ha detto “definisci bambino”. Una frase orrenda. Vuol dire che certi bambini si possono ammazzare e altri no? A quel punto Enzino ha sclerato. Farlo diventare per questo l’ideologo dei pro Pal è semplicemente ridicolo. Nessuno di noi è antisemita. Siamo semplicemente contro la guerra, come delle innocue aspiranti Miss Italia. Ma per gli haters questa semplice frase, dirsi contro la guerra, significa schierarsi politicamente. Falso, perché qualunque cattolico dovrebbe essere contro la guerra».
Anche nelle successive ospitate ha assunto posizioni oltranziste.
«Non mi risulta. Mi risulta che abbia una posizione preoccupata, pacifista e senz’altro contro Netanyahu. La stessa che hanno anche ambienti ebraici che ci seguono e ci stimano».
In compenso avete avuto la complicità dei mammasantissima di Mediaset: Gerry Scotti ha ospitato Greggio e Iacchetti per un lungo promo, Maria De Filippi ha fatto l’inviata.
«Striscia è la trasmissione più iconica di Canale 5. Quella che l’anno scorso, dopo i programmi di Maria al sabato, faceva più ascolti».
Cosa vi dà e cosa vi toglie la prima serata?
«A me dà l’idea di una nuova sfida, che può eccitare anche alla mia età. Era una scommessa difficile, con tanti gufacci che prevedevano la nostra fine e ora, dopo la prima puntata, si chiedono come faremo la seconda».
Meno denuncia e più varietà?
«No, le denunce rimangono. Abbiamo fatto pezzi che ci hanno provocato da subito grossi grattacapi tipo quello sui neomelodici. L’esperimento sociale di Valerio Staffelli sta facendo milioni di visualizzazioni».
Non è che invecchiando sta diventando più buono?
«Sono sempre stato buono, anche troppo».
La caricatura di Sergio Mattarella funziona?
«Era una gag episodica, messa lì semplicemente per prendere in giro il varietà. Guardate che ci siamo impegnati, abbiamo sei veline, lo studio più grande, l’orchestra, stiamo cercando Celentano e abbiamo anche Mattarella».
È lui il vero capo dell’opposizione?
«Io lo vivo sempre come un pacato democristiano».
Della sinistra democristiana.
«Lo dice lei, io non penso».
Se farete un altro ciclo condurranno sempre Greggio e Iacchetti?
«Dipende dagli impegni di tutti».
Si possono sempre cambiare i conduttori: Pio e Amedeo?
«Hanno il loro varietà».
Bonelli e Fratoianni?
«Se non ce la fanno nemmeno a condurre un partito che avrebbe potenzialità enormi, come pensa che possano condurre una cosa complessa come un varietà».
Fabrizio Corona e Alfonso Signorini?
«Nel 2017 il magazine di Signorini aveva suggerito la conduzione di Corona e io risposi che glielo avrei fatto condurre insieme ad Alfonso Signorini, entrambi completamente nudi, e i loro corpi sottoposti a una salatura. Al posto delle veline, due capre dei Pirenei. Risate assicurate».
Il Gabibbo sulla neve delle Olimpiadi di Milano-Cortina produrrebbe un bell’effetto cromatico?
«Non è escluso, se accadono fatti che lo stimolano. Siamo sempre sul pezzo».
Stefano De Martino è il conduttore più talentuoso dell’ultima generazione?
«È senz’altro il più poliedrico, difatti l’avevo individuato per fargli condurre Striscia. Io e lui eravamo d’accordo già nell’ottobre 2023, ma poi si è perso tempo sul contratto. E quando Amadeus se n’è andato nella primavera del 2024, la Rai ha bloccato De Martino».
Affari tuoi è all’ultima stagione?
«È ancora vivo e vegeto. Se si tiene il pacco da 300.000 euro fino alla fine, come han fatto l’altro giorno, e ci si allunga nell’orario, è tutt’altro che morto. È chiaro che ha una difficoltà per cui deve essere alternato. Dopo la trentesima volta che vedi da una parte 300.000 e dall’altra 20 euro anche il più tonto si insospettisce».
Perché la generazione dei quarantenni come Alessandro Cattelan, Ema Stokholma, Andrea Delogu, Diaco, faticano a sfondare?
«Evidentemente non faticano abbastanza».
È difficile gestire inviati e collaboratori che lavorano e guadagnano parecchio meno di prima?
«Nella fase iniziale lo è stato perché si era detto che si partiva a novembre. Invece, per motivi anche misteriosi, siamo partiti dopo metà gennaio. Ci siamo trovati in difficoltà soprattutto con chi non aveva preso altri impegni per aspettare di partire con noi per realizzare indagini che richiedono parecchio lavoro. Strada facendo anche questa situazione si risolverà».
Ha detto che Striscia è «unica e irripetibile, un bene della nazione»: troppo?
«È la trasmissione dei record. Se fossimo stati sostituiti da una trasmissione più moderna allora avremmo un rimpianto. Ma siccome siamo avvicendati da un format che viene da lontano e nelle altre reti si fa una tv antica, continuiamo a essere la trasmissione più moderna, provocatoria e soprattutto utile al pubblico in circolazione».
L’hanno chiamata a tenere una lezione alla Sorbona, fanno tesi di laurea su Striscia, le manca il Nobel per la cultura pop, che per altro non c’è?
«Fu un ciclo di lezioni alla Sorbona che la responsabile del Celsa Françoise Boursin definì formidable».
In francese suona meglio. Un’installazione di Striscia al Moma ci starebbe?
«Certo».
È un programma immutabile o una versione corsara è possibile?
«Dimostra di sapersi adeguare a varie formule».
Pier Silvio l’ha invitato a cena dopo che ha detto di non averlo mai visto per più di cinque minuti a quattr’occhi?
«Sì, ma non a quattr’occhi. Meglio per tutti e due».
A proposito, quando è a Cologno pranza con la squadra di autori e la sera nel residence con chi cena?
«A Cologno non pranzo, nel senso che mi accontento di una roba che noi chiamiamo cibo d’autore, focaccette, dolcetti, schifezzuole... Altri autori prima o dopo mettono i piedi sotto la tavola. La sera vado al ristorante o ceno al residence da solo. E, fieramente, mi lavo anche i piatti».
E dopo si sciroppa i talk show e i programmi d’inchiesta?
«No, non li guardo».
Il preferito e il meno amato?
«Davvero, non li guardo. La sera leggo o svengo».
A Stefano Lorenzetto l’85enne Pierluigi Magnaschi, il più vecchio direttore di giornali del mondo, ha confessato che dalle 3 alle 5 di notte legge tutti i quotidiani, stranieri compresi. Lei che abitudini ha?
«Ringrazio Lorenzetto per le pulci ai giornali che fa per tutti noi».
Ma le sue abitudini?
«Leggo fino all’una di notte e poi ricomincio alle sei e mezza».
Da quale giornale inizia?
«La Stampa di Torino».
E quello che le dà più soddisfazione?
«Mmmh… direi Playboy, se c’è ancora…».
Con Marina Berlusconi che rapporto ha?
«Sono anni che non la vedo, l’ultima volta fu all’uscita del Teatro Manzoni. Però mi piaceva quando scriveva contro Carlo De Benedetti».
Auspica che uno fra lei e Pier Silvio scenda in campo?
«Veramente avevo sentito parlare di Massimo Doris. Fossi nei figli di Berlusconi invece che scendere, salirei a Saint Moritz e terrei il telefono spento per un mese».
Rimpiange i tempi della sit Il Cavaliere mascarato?
«Berlusconi dava spunto a tutti i satirici, ci faceva vivere di rendita».
Durante il caso Giambruno si diceva che avesse nel cassetto altri fuorionda, invece…
«Tutto quello che avevo è andato in onda. Anche perché quella performance l’aveva fatta a Milano mentre a Roma era molto più prudente. Ho aspettato per avere nuovo materiale, ma non sono arrivate altre gioie».
L’ha mai incrociato negli studi di Cologno?
«Mai».
Forza Italia ha bisogno di volti nuovi o va bene così?
«Potrei dare consigli fraudolenti».
La ascolto.
«Non mi viene in mente nessuno. Anzi sì, Lele Mora».
Volti nuovi per il Pd?
«Più che di volti mi sembra abbia bisogno di programmi».
Elly Schlein, sotto gli slogan niente?
«Intanto, ha resistito più di quanto ci si potesse aspettare. Tuttavia, è chiaro che verrà spazzata via, come da abitudine, non dalla destra, ma dai suoi cacicchi».
Può essere segretario del Pd una che ha l’armocromista e la cittadinanza svizzera?
«Sono in conflitto d’interessi perché dal punto di vista della satira è il paradosso ideale. L’anno scorso ci abbiamo campato tutta la stagione».
È in conflitto d’interessi perché è del Pd?
«No, da semplice cittadino penso che un’opposizione forte faccia bene al Paese».
Chi vedrebbe come futuro segretario, Beppe Sala o Maurizio Landini?
«Nessuno dei due».
Giorgio Gori?
«Lui di varietà se ne intende. Saprebbe organizzare un grande show».
E come futuro candidato premier del centrosinistra?
«A Medjugorje si sta aspettando un’apparizione».
Chi è il leader di partito con maggiori doti mediatiche, dialettiche?
«Matteo Renzi, ma, per fare un esempio calcistico, sembra uno di quei virtuosi nel palleggio a bordocampo che poi in squadra fanno danni».
Di Donald Trump si sottolineano troppo i lati negativi?
«Fa di tutto perché si sottolineino quelli».
Almeno non è ipocrita: fa la guerra alle guerre, al green deal e al woke?
«Secondo me queste azioni fanno parte della sua enorme ipocrisia».
È andato a vedere il film di Checco Zalone?
«Sì e mi è anche piaciuto. Sono andato nei giorni scorsi a un’ora improponibile e il cinema era pieno».
L’ultima volta che ha votato?
«Ho rimosso».
Al referendum sulla separazione delle carriere voterà?
«Voglio farmi condizionare dagli ultimi giorni della campagna referendaria per decidere se farlo o no».
Mandi un buffetto al suo amico Beppe Grillo.
«Beppe sa che può sempre contare su di me».
Che impressione le ha fatto l’ultimo post introspettivo?
«Ribadisco la risposta precedente».
È più ingiustificata la superiorità morale della sinistra o il vittimismo della destra?
«Due cialtronate ingiustificabili».
Se lo aspettava che Giorgia Meloni durasse così a lungo?
«L’Italia è comunque sempre stata sostanzialmente un paese di destra. Meloni ormai incarna un intrepido esempio della Resistenza, non so se le farà piacere».
Quella che leggete in questo articolo è una storia esemplare, paradigmatica del momento in cui viviamo, in cui alcuni magistrati contestano o contraddicono gli atti dei rappresentanti delle forze dell’ordine. È una storia che meriterebbe grande visibilità, un film o una serie tv, per intenderci. Condensata in un libro intitolato Il punto di fuga, scritto da Guido Mezzera (postfazione di padre Mauro-Giuseppe Lepori, nella foto la copertina) e pubblicato dall’editore Cantagalli, che racconta i fatti contenuti nel diario dal carcere di un carabiniere, detenuto eccellente.
In totale accordo, l’autore e il militare hanno scelto di pubblicare le parti relative alla sua esperienza umana e di proteggere quelle inerenti al percorso giudiziario. Dal punto di vista giornalistico, è una storia anomala perché per motivi di privacy e di rispetto delle istituzioni, fedele al motto dell’Arma («Usi obbedir tacendo e tacendo morir»), il militare ha scelto un nome di fantasia, Francesco, per non essere identificato. Ma è una storia drammaticamente vera, che riguarda un carabiniere appena andato in pensione dopo la piena riabilitazione, vittima di una palese ingiustizia compiuta da un pm che, invece di confrontarsi con i fatti, ha perseguito un teorema suffragato solo dalla parola di una persona originaria del Marocco. A causa della quale Francesco ha scontato un anno a San Vittore e altri mesi di custodia agli arresti domiciliari, prima di vedere riconosciuta la propria innocenza con formula piena.
Tutto comincia alle 8.30 di una mattina qualsiasi con una telefonata del comando della caserma di Savigliano (Cuneo) che, nonostante il giorno di riposo, chiede a Francesco di presentarsi entro un’ora. «Arrivo in caserma… Dopo poco arrivano insieme il colonnello e il capitano che si siedono di fronte a noi (c’era anche il suo compagno Luigi, ndr) ... Il colonnello dice che quella storia, che da qualche mese ci teneva sulle spine, e nella quale eravamo stati coinvolti, nostro malgrado, è andata a finire nel peggiore dei modi: “L’autorità giudiziaria ha emesso nei vostri confronti un’ordinanza di custodia cautelare in carcere”». La storia che teneva sulle spine Francesco era un avviso di garanzia con l’accusa di falso, scaturita dall’indagine che aveva portato all’arresto del comandante, rinominato Cocito (il nome del lago ghiacciato del girone dei traditori della Divina commedia ndr), incriminato per peculato, corruzione, detenzione e spaccio di stupefacenti. Dopo otto mesi dall’invio dell’avviso di garanzia, sulla base della parola di un marocchino, la procura aveva deciso di arrestare anche Francesco: un militare dedito all’Arma, innamorato del suo lavoro, vincitore del concorso per vicebrigadiere e in procinto di essere trasferito al Ros di Milano.
«Dapprima i colleghi ci requisiscono le armi e poi le manette. Si fanno consegnare la tessera di riconoscimento e subito dopo la bandoliera, che è il simbolo del carabiniere in servizio», annota Francesco. Dopo la schedatura, è nella cella di isolamento, «una stanza con il bagno, fetida, sporca di sangue ed escrementi». Nel «carcere dentro il carcere», come lo definisce Mezzera, destinato a pedofili, autori di femminicidi e rappresentanti corrotti delle forze dell’ordine, le celle d’isolamento sono un luogo ancora più estremo, senza contatti umani se non con le guardie e dove anche l’ora d’aria trascorre in totale solitudine.
La sopraffazione e il crollo improvviso dei principi sui quali ha costruito tutto sono così dominanti che Francesco inizia a maturare il proposito di uccidersi con una stringa delle scarpe che non gli hanno requisito. Ma un gesto così tragico equivarrebbe a un’ammissione di colpevolezza. E poi ci sono le persone che gli vogliono bene: i genitori, la sorella, la figlia, la sua compagna. «Se muoio chi li potrà consolare?», si chiede. È in quel momento che il carabiniere prende la decisione di combattere. Dopo alcuni giorni in isolamento, viene interrogato dal pm che, di fronte alla rivendicazione d’innocenza, cambia strategia e propone il trasferimento agli arresti domiciliari in cambio del patteggiamento e dell’ammissione dei capi d’accusa per sé e i suoi colleghi. «Ma la strategia dell’autorità giudiziaria l’ho capita: stancarmi a poco a poco, fino a farmi cedere», scrive. «Per prima cosa hanno assunto il controllo psicologico della mia mente, mettendomi in carcere, isolato dal resto del mondo... Poi hanno deciso di tenermi all’oscuro delle ragioni del mio arresto… adesso mi danno informazioni con il contagocce, sperando così di demolire la mia resistenza». Dopo due mesi di isolamento, viene trasferito nel «Raggio dei protetti». L’udienza preliminare continua a essere procrastinata. Lui in una poesia scrive: «Non avrete mai la soddisfazione/ di annichilire il mio essere uomo/ Potete solo emettere una/ sentenza di uomini/ in quanto uomini rivestiti/ di toghe ed ermellini/ grondanti sangue/ Restate uomini, siete fallaci!».
L’essere tenuti lontano dagli affetti e in balìa degli apparati è una tortura persino peggiore delle condizioni disumane delle celle, della qualità infima del cibo, della scarsità di igiene. Mezzera cita un passo di Le città invisibili di Italo Calvino. Esistono due modi per affrontare «l’inferno che abitiamo tutti i giorni. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte, fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio». Mentre molti compagni si lasciano prendere dallo sconforto, Francesco è incoraggiato dalle visite della figlia, dalla corrispondenza con la compagna, dai dialoghi con il cappellano di San Vittore, dagli «Incontri con la bellezza» tenuti da alcune ragazze di Comunione e Liberazione. Riceve la visita del cappellano militare dei Carabinieri che gli testimonia la solidarietà dell’Arma. Pian piano si fa strada un sentimento diverso: «Quando mi è successa questa cosa, mi chiedevo, e chiedevo a Dio: “perché proprio a me?” Ma dopo qualche tempo ho iniziato a pensare: “perché ad un altro?”». Il carcere è come un paese, «con i suoi riti e i suoi ritmi: i pranzi, l’ora d’aria, la messa la domenica». Francesco si dà una disciplina, diventa punto di riferimento dei compagni. Il direttore della casa circondariale decide di toglierlo dalla lista di coloro che, se condannati, devono essere trasferiti in un’altra prigione perché vuole che resti lì. Invece, dopo un anno di reclusione, arrivano finalmente gli arresti domiciliari e quattro mesi dopo la sentenza di assoluzione «perché il fatto non sussiste e per non aver commesso il fatto». Francesco è tornato in forza all’Arma dei carabinieri dalla quale, dopo un’ulteriore promozione, è andato in pensione il primo gennaio di quest’anno.
Ateo ribelle fino a quarant’anni e poi credente. Niente folgorazioni o cadute da cavallo, però. Ma circostanze e situazioni curiose, la prima è stata quella di anticipare, a sorpresa, il nome scelto da Jorge Mario Bergoglio, «Francesco». Ma guarda che finora nessuno si è chiamato così e di solito un Pontefice sceglie il nome di un predecessore, gli era stato fatto notare. Invece… Poi altri fatti, il libro Per una Chiesa scalza di Ernesto Olivero che qualcuno gli ha regalato, il rapporto con don Silvano Lucioni… Max Laudadio, 54 anni, attore, presentatore, storico inviato di Striscia la notizia, protagonista del musical Aladin, unisce tutti questi puntini in Il Cantico delle formiche (TS edizioni), una sorta di autobiografia esistenziale, civile e famigliare.
Chi era suo padre, al quale dedica il libro?
«Un uomo che partendo da un livello basso di cultura mi ha insegnato a essere interessato alla vita e a valori come il rispetto della famiglia, per la propria compagna, per i figli, e a non mancare agli appuntamenti importanti per loro. Quando sei bambino lo vedi come un supereroe. Crescendo, impari a riconoscere un uomo che sbaglia come tutti, rendendo più reale e solida l’immagine che hai di lui».
Nel primo capitolo parla della sua ricerca della felicità: può risultare qualcosa di sentimentale in un mondo pieno di violenze e contraddizioni?
«In realtà, credo che tutti cerchiamo questa benedetta felicità. Magari diciamo che viviamo per qualcos’altro, ma poi le scelte mirano a quell’obiettivo. Mentre da giovani la identifichi con il denaro, la carriera, le case che compri, andando avanti la abbini a qualcosa di più profondo. Certo, non tutti si fermano davanti a uno specchio chiedendosi che cosa ci manca per essere felici. Sì, in un mondo così può apparire un fatto sentimentale, ma da idealista spero che questa ricerca riguardi tutti. Io parlo della fede che è servita a me, ma non posso pretendere che sia universale. Però sono sicuro che non può coincidere con qualcosa di materiale».
Scrive che «la vita ha avuto bisogno dell’irrazionalità per dialogare con l’anima»: cosa vuol dire?
«Per definizione la fede è qualcosa di irrazionale: credi in una realtà che non vedi. Credere che Gesù sia il figlio di Dio è un fatto di fede che nessuno, Papa compreso, può dimostrare. Possiamo dire che storicamente è stato un grande uomo, ma la convinzione che Gesù sia figlio di Dio appartiene al nostro sentire».
Però la ragione, per sua stessa natura, ammette l’esistenza di un oltre trascendente.
«Anche la scienza quantistica afferma che siamo fatti di energia, ma non riesce a dimostrare come nascono i sentimenti. La ragione riconosce che esiste la trascendenza anche se non riesce a penetrarla. Da ateo pensavo, secondo certi stereotipi, che il credente subappaltasse le proprie decisioni. Invece, ho scoperto che ci viene chiesto di metterci in prima linea e agire. Magari anche contro i nostri interessi, perché se siamo con altre persone attorno a un tavolo il Vangelo ci dice di tener conto di tutti e non di pensare solo a noi stessi».
Perché preferisce chiamare quello che le è successo incontro piuttosto che conversione?
«Perché sono un po’ vittima degli stereotipi. Tipo: con l’anello del Papa potremmo sfamare i poveri dell’Africa. Parole come conversione, o anche misericordia, le sento desuete; parole che indicano qualcosa di vecchio».
La decisione di lasciare Milano e andare a vivere a Cuasso al Monte, un paesino del Varesotto a 700 metri di altitudine, è conseguente a questo incontro?
«No, è precedente e dipende dalla salute di mia figlia alla quale il pediatra aveva diagnosticato un’otite da inquinamento. Non sapevo nemmeno che esistesse. Da quel momento Bianca non ha più preso antibiotici».
La baita nel bosco è sinonimo di autenticità?
«Certo. Avere davanti i grattacieli e la movida è diverso dal vivere immersi in panorami che raccontano il mutare delle stagioni e smuovono le emozioni al tramonto. Davanti alla maestosità della natura ti senti una formica di fronte a una vetta».
Sua moglie ha avuto un ruolo nel suo avvicinamento al cristianesimo?
«Il contrario. Lei è sempre stata credente, ma quando ci siamo incontrati e io ero ateo anche lei ha praticato meno di prima. Poi, nella coppia si cammina insieme, le scelte vengono condivise e quando mi sono avvicinato per lei è stato un ritorno a casa. Mia moglie ha una gran testa e doti di razionalizzazione e progettazione unite a onestà e capacità di ascolto incredibili».
Anche se di notte la tiene allerta?
(Ride) «Mi accusa di russare, mentre lei ha il vizio di parlare nel sonno. Fa il sindaco anche dormendo; qualche sera fa riprendeva qualcuno che non pagava le tasse».
La fede ha generato l’attivismo espresso nell’Associazione On o era impegnato anche prima?
«Sono sempre stato attivo nel volontariato, ma adesso il mio impegno è cambiato. Prima cercavo la riconoscibilità, l’articolo di giornale che raccontasse il mio lavoro. Era una forma di egocentrismo. Ora questa ricerca di gratificazione è sparita. La gratuità vera è non cercare un tornaconto, nessuno può vedere interessi personali in ciò che faccio. Se sali su un palco davanti a 10.000 persone un po’ di ego lo devi avere, ma un conto è il lavoro, un altro la vita. Il teatro, l’Agenzia etica, il musical Aladin: tutto è influenzato da quello che mi è capitato».
Che è diventato anche un fatto comunitario?
«È come un’esplosione. La fede non ci obbliga a stare in ginocchio tutto il giorno, ma in prima linea. La preghiera la vivi dentro quello che fai, non vado a dire Gesù vuole questo, da ossessionato o estremista della fede».
Il suo libro è un concentrato di attività e iniziative: trova mai il tempo di rilassarsi?
«Penso che ognuno di noi è chiamato a dare il massimo, amo vedere la gente stare meglio. Poi serve un rilassamento anche fisico. Quando io e mia moglie andiamo qualche settimana a Tavolara l’ozio smuove la creatività, scrivo i miei libri, penso i progetti che poi realizzo. Lo spazio per la famiglia lo trovo sempre».
Il cristiano è un aggiustatore del mondo?
«No, è un uomo fortunato che potrebbe aiutare a migliorare il mondo. Perché le cose che Gesù diceva erano giuste, sfido chiunque a dire che erano sbagliate. Il punto è mettersi in prima linea e applicarle».
Che sintesi ha fatto del tentativo di adozione stoppato dal Tribunale dei minori?
«Viviamo in un Paese costruito su norme e burocrazie che fanno perdere il sentimento e i valori. L’esempio chiaro è un’assistente sociale che ha il potere di giudicare se posso essere un bravo padre, non se sono un pedofilo, un violento o una persona inaffidabile. Non aiuta le famiglie ad accogliere un bambino e dopo a verificare se è stato accolto bene. Prima ti fanno sudare 100 camicie per l’idoneità adottiva, poi quando il bambino arriva, spariscono. Ho fatto mille battaglie su questo».
Che cosa pensa del trattamento riservato ai Trevallion, la famiglia del bosco di Palmoli?
«Penso che si sia superato il limite. È giusto che i bambini abbiano un’educazione e non siano maltrattati, ma è doveroso rispettare le scelte di padre e madre che hanno dimostrato di amarli follemente. È più importante l’amore di questi genitori o che si rispettino le regole della società civile? Trovo tutto assurdo».
Cosa pensa della pratica dell’utero in affitto?
«Ho fatto tanti servizi a Striscia: è una scelta che non condivido. Ma questo indipendentemente dalla fede. Sono pratiche non giuste. Posso capire una donna che vuole avere un figlio, ma ci sono tanti modi per averlo, primo fra tutti adottarlo. Tutt’altra faccenda è far crescere nel proprio corpo un bambino e poi darlo…».
Dietro compenso.
«In un mondo dove ci sono milioni di bambini che si possono adottare».
Nell’ambiente dello spettacolo e della tv come hanno reagito colleghi e amici davanti al suo cambiamento?
«Non credo che nessuno si sia accorto di niente perché sono lo stesso pirla di prima. Non è che se uno diventa cristiano cambia rispetto a quello che è. Faccio sempre gli stessi errori, ho cambiato solo il modo di fare le scelte. Non penso più solo a me stesso, ma agli altri, questo è ciò che mi ha insegnato la fede. Non sono diventato un supereroe».
Perché ha lasciato Striscia la notizia?
«È stata una scelta ponderata, difficile e sofferta. Dopo 23 anni Striscia è casa mia, lo facevo con l’idea di aiutare qualcuno. Poi, essendo un sognatore, voglio provare altre cose, credo che a 55 anni si possa farlo. Questo mi ha portato in teatro, nel musical e a una serie di idee che spero di realizzare prima possibile».
Me ne può anticipare uno?
«Sto lavorando a un progetto televisivo... Con la certezza che, arrivato al musical, non voglio più uscirne».
Antonio Ricci dice che chi è stato inviato di Striscia lo rimane per sempre.
«Credo sia vero perché lo fai con degli ideali, credi nella giustizia, nell’aiutare gli altri e ti senti chiamato a questo lavoro. Dentro, penso di rimanere sempre un inviato di Striscia. Detto questo, nessuno di noi è una sola cosa, possiamo portare avanti altre professionalità e altri talenti. Rinunciare ai sogni sarebbe un peccato».
«Responsabilità, misericordia, allegria» è il motto di San Domenico Savio che ha adottato: l’allegria può essere obbligatoria?
«Non puoi scegliere di essere felice. Invece l’allegria, essendo sprigionata da un fattore chimico del nostro organismo, può essere indotta in modo più facile. Se al risveglio penso a cose positive, il mio corpo reagisce di conseguenza. In tanti momenti possiamo favorire la nostra allegria».
Papa Francesco, Il Cantico delle creature, l’amore per il Santo di Assisi: il suo è stato un incontro con il cristianesimo o con il francescanesimo?
«Caspita… È un incontro con tutto. Sono un fan sfegatato di San Francesco e un fan sfegatato di Cristo in quanto uomo che ha fatto cose meravigliose. Amo la Chiesa povera di chi si mette a disposizione totale con i sandali, ma conosco preti come don Silvano Lucioni che ha una storia diversa e la stessa fede. Le sensibilità e le correnti appartengono più alla comunicazione che alla concretezza della verità».
La lode a Dio ce l’ha nel cognome: è diventato quello che è sempre stato?
«Non so se sono diventato quello che già ero, so che adesso mi piaccio molto di più».





