Un discreto balzo in avanti. In silenzio, quasi a sorpresa, Giorgia Meloni mette fine all’«interim» e promuove dalle retrovie del governo il nuovo ministro del Turismo. È Gianmarco Mazzi, già sottosegretario alla Cultura con delega allo spettacolo. Ha giurato ieri mattina poco prima delle 11 al Quirinale, davanti a Sergio Mattarella e al premier.
Il segnale è chiaro: il governo è solido e procede senza tentennamenti. La squadra è concentrata sulle sue responsabilità, senza farsi distrarre dagli strepiti delle opposizioni e da gossip di vario genere. La scelta di Mazzi parla da sola. In tre anni e mezzo di lavoro, mentre al Mic si passava da Gennaro Sangiuliano ad Alessandro Giuli, con cambiamenti dei relativi staff, il neoministro non ha mai alimentato polemiche o attriti di alcun tipo.
«Il turismo è un mondo ricco di fascino e grandi professionalità che richiede cura attenta perché rappresenta un pilastro dell’economia italiana. Sono onorato di questo incarico e ringrazio il presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio per la fiducia accordatami», ha detto Mazzi subito dopo il giuramento. La scelta dell’ex sottosegretario alla Cultura interrompe il totonomi che nei giorni scorsi aveva alimentato l’ipotesi della promozione del consigliere di Daniela Santanché, Gianluca Caramanna, grande conoscitore della macchina ministeriale, della candidatura di Giovanni Malagò, ex presidente del Coni ora in corsa per la poltrona della Fgci, e di Luca Zaia, il doge trevigiano con il solo neo di non appartenere a Fratelli d’Italia. La casella del Turismo, con il suo enorme impatto sul Pil italiano, doveva restare in quota al partito di maggioranza relativa. Immediate sono arrivate le congratulazioni di Santanché che ha definito quella di Mazzi «una scelta giusta, grazie alla quale l’industria turistica italiana potrà contare su una figura di assoluto spessore».
Veronese, 65 anni, sposato con Evelina Smarrito, schiva quanto lui, laureato in giurisprudenza con una tesi sull’«Intervento pubblico nel campo dello spettacolo fra promozione culturale e mercato», il neoministro ha alle spalle un lungo percorso come agente, manager e organizzatore di eventi di respiro internazionale. Poco più che ventenne, nel 1981 è promotore con Mogol, Gianni Morandi e Gianluca Pecchini della Nazionale cantanti. Il mondo dell’intrattenimento diventa il suo campo d’azione privilegiato. Da Caterina Caselli apprende i primi segreti del mestiere. Ma le collaborazioni importanti si susseguono: Fabrizio De André, i Pooh, Lucio Dalla. La più duratura è quella con Adriano Celentano, Claudia Mori e il Clan, «la mia famiglia», confida a Sette del Corriere della Sera. Nel 2000 con la Nazionale cantanti organizza all’Olimpico di Roma la «Partita del Cuore per la pace». Nella tribuna autorità ci sono il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, Shimon Peres e Yasser Arafat, oltre a personalità come Pelè, Michael Schumacher e Sean Connery. Nell’aprile 2003, con Morandi e Luca Barbarossa, in piena crisi con l’Iraq, porta a Baghdad gli aiuti umanitari della Croce Rossa italiana, iniziativa per la quale la delegazione riceverà un riconoscimento dei Nobel per la Pace, consegnato dal Dalai Lama e Mikhail Gorbaciov. Nei primi anni Duemila cura gli show di Celentano su Rai 1, Francamente me ne infischio, 125 milioni di caz…te e Rockpolitik, tra gli show più dirompenti della storia della televisione. Mazzi abbina intuizione, pazienza e doti manageriali che si rivelano risolutive nelle situazioni più complesse. Tra il 2006 e il 2012, affiancato da Lucio Presta, è per cinque volte direttore artistico del Festival di Sanremo. Cura l’organizzazione della cerimonia d’apertura di Expo 2015 dalla Piazza del Duomo di Milano. Seguono le collaborazioni con Riccardo Cocciante, Vasco Rossi, Dario Fo, Vasco Rossi e Massimo Giletti. Dal 2017 al 2022 porta l’Arena di Verona, di cui è direttore artistico, al centro del circuito dell’intrattenimento italiano e internazionale. Nel settembre 2022 viene eletto alla Camera con Fratelli d’Italia. Concreto e riservato, è il nuovo ministro del Turismo del governo Meloni.
- Per la presidenza si deciderà il 22 giugno: fra i nomi anche Abete e Rivera, più le idee Maldini e Baggio. A settembre però inizia la Nations League, contro Francia e Belgio.
- Soldi ai club di C che schierano i nostri. Risultato: in campo solo chi genera guadagni...
Lo speciale contiene due articoli.
Il calcio italiano non riparte dallo 0-0 ma dallo zero termico. «Mi dimetto». È glaciale l’atmosfera in federazione a Roma quando Gabriele Gravina annuncia l’uscita di scena dopo 48 ore di pressioni dell’Italia intera e un saggio ritorno al principio di realtà. Praticamente è stato sradicato dalla poltrona. Davanti ai presidenti di tutte le leghe (dalla Serie A ai Dilettanti) lascia il responsabile numero uno del disastro mondiale in Bosnia, seguito a ruota dal soprammobile Gianluigi Buffon, capo delegazione. Il ct Gennaro Gattuso da Maiorca tace fino a sera ma, avendo il contratto in scadenza a giugno, o saluta o lo salutano quanto prima.
Dopo otto anni di immobilismo alla base dell’inesorabile declino del circo pallonaro (con l’estemporanea gemma dell’Europeo 2021), l’azzeramento totale era indispensabile anche per evitare il commissariamento. Il futuro è nelle mani del Consiglio che deciderà le nuove cariche il 22 giugno. Il commiato di Gravina è lapidario: «La scelta è convinta e meditata, ringrazio tutti per la vicinanza alla mia persona in queste ore». Con una coda dedicata alla gaffe imperiale sul dilettantismo degli altri sport. «Quelle frasi non volevano essere offensive, erano un riferimento alle differenti normative di altre federazioni rispetto alla natura societaria dei club professionistici del calcio». Concetto ribadito, fastidio immutato.
Gravina ci è pure rimasto male per un appuntamento annullato. Avrebbe dovuto andare alla Camera dei deputati a spiegare «lo stato di salute del calcio italiano» l’8 aprile ma lo hanno convinto che non è più il caso; il rendering dello stato comatoso nella notte di Zenica non necessita di altre slide. Più realista Buffon nello sganciarsi dal treno deragliato: «Abbiamo fallito. Rassegnare le dimissioni un minuto dopo la partita era un atto impellente ma mi è stato chiesto di temporeggiare. Ora mi sento libero di darle».
Guardare indietro è inutile, guardare i Mondiali senza l’Italia è ormai un’abitudine. Non resta che guardare avanti, nella consapevolezza che l’attesa fino al 22 giugno sarà solo tempo perso in vista delle due amichevoli previste (avversari e date da definire) prima della pausa estiva. In settembre ci aspetta la Nations League contro Belgio, Francia e Turchia, clienti non proprio comodi da affrontare al buio. Da chi si riparte? Per la presidenza le candidature dovranno diventare ufficiali entro il 13 maggio e i nomi sono due.
Il super-prezzemolo Giovanni Malagò piace al ministro dello Sport Andrea Abodi, che lo considera giustamente il vincitore morale delle Olimpiadi Milano-Cortina con le 30 medaglie tintinnanti e un’organizzazione perfetta. Nel backstage del pallone è molto quotato il ritorno di Giancarlo Abete, numero uno dei Dilettanti e già dottor sottile dell’era Tavecchio. Lui si defila: «È un problema che non mi pongo, sarà il Consiglio a decidere per un percorso molto importante. Rivoluzione? Il termine non mi appartiene ma serviranno riforme profonde». Le prime due, imprescindibili: Serie A a 18 squadre e almeno tre italiani titolari per decreto in campionato. In serata si è autocandidato anche Gianni Rivera (82 anni).
Molto delicata la nomina del commissario tecnico. Servirà un allenatore di personalità, in grado di ricostruire dalle macerie provocate dal disastro mondiale, senza dimenticare i danni della sciagurata era Spalletti. L’ideale sarebbe stato Carlo Ancelotti ma si è accasato a Copacabana. L’identikit porta a un ritorno di Roberto Mancini, che lasciò la Nazionale in braghe di tela tre anni fa per andare a guadagnare milioni in Arabia Saudita e adesso è in stand-by in Qatar (a 5 milioni) per via della guerra. Allora con la federazione era finita a pesci in faccia e minacce di azioni legali ma lui ha chiesto scusa e tutto sembra ricomposto. In fondo il Mancio è l’ultimo ad aver alzato un trofeo vero, anche se somigliava a un giro di roulette. Rigori danno, rigori tolgono.
L’altro papabile è Antonio Conte, sempre che non rivinca lo scudetto. I rapporti con Aurelio De Laurentiis sono tutt’altro che idilliaci ma il contratto da 6 milioni più bonus dice «tre anni fino al 2027» e un exploit nel finale di stagione lo blinderebbe a Napoli. Max Allegri sarebbe perfetto nella gestione del gruppo e della partita (difesa chiusa e contropiede, italico binomio vincente) ma ha due limiti: il Milan non intende lasciarlo andare e la Nazionale dovrà pure tornare a proporre calcio. Rimane Simone Inzaghi, pronto a rientrare dall’esperienza saudita, sempre che accetti per la causa di potare (e di molto) i 25 milioni di ingaggio: il mal di testa in azzurro vale al massimo 5 milioni d’ingaggio.
In queste ore il tam tam porta la suggestione Pep Guardiola, in uscita dal Manchester City, ma il guru catalano dovrebbe mettersi una mano sulla coscienza e l’altra sul portafoglio per preferire l’afa di Coverciano a un’estate a Manhattan a giocare a scacchi a Battery Park. Qualunque sia la scelta, il tempo dei Bonucci in panchina è finito. La Federazione è intenzionata a coinvolgere nel ruolo di team manager ex calciatori di caratura internazionale della levatura di Paolo Maldini e Roberto Baggio. Due giganti. Per attitudini caratteriali è preferibile il primo nel supportare con il suo carisma i giovani della rinascita, vale a dire Marco Palestra, Pio Esposito, Davide Bartesaghi, con la conferma di Sandro Tonali (l’unico con i ritmi del premier), le manone di Gigio Donnarumma, più Federico Dimarco e Nicolò Barella se tornano ai loro livelli abituali. Gli altri a scalare, in attesa della cicogna che sforna i Totti e i Vieri.
Questo è il minuto zero. Poi dovranno arrivare la valorizzazione dei vivai con centri federali, allenatori all’altezza (fondamentali innanzitutto, senza l’ansia del risultato per i dodicenni) e la volontà feroce di entrare nel futuro. Con un avviso ai naviganti: qualunque cura, rifondazione o ripartenza vedrà i suoi effetti strutturali almeno fra quattro anni. Sempre che non si tratti, ancora una volta, di chiacchiere da bar.
Più italiani sì, ma non a ogni costo. La riforma Zola è un boomerang
Questione di parole e questione di sostanza. Le due cose dovrebbero andare d’accordo e specchiarsi, invece… Andiamo al sodo. La Serie A è il campionato di calcio italiano, ma, in realtà, di italiano c’è soprattutto il suolo dove si disputa, all’interno dei confini di un Paese che si chiama Italia. Se invece si guarda ai suoi protagonisti, è un campionato multietnico, cosmopolita, globalizzato. Si dice: c’è la legge Bosman (che consente ai calciatori di trasferirsi nelle squadre dell’Unione europea eliminando il tetto al numero di stranieri, che invece resiste per gli extracomunitari). E, fino all’1 gennaio 2024 quand’è stato abolito dall’attuale governo, c’era il decreto Crescita (che consentiva uno sgravio fiscale del 50% sullo stipendio di giocatori provenienti dall’estero). Per la somma di questi fattori, la vera dicitura della Serie A dovrebbe essere «Campionato che si disputa in Italia». Non è pedanteria. Se il campionato è multietnico e cosmopolita può favorire la Nazionale? I tre mondiali consecutivi saltati sono anche la crisi del modello cosmopolita e globalista. Che è diverso dal modello di sport delle seconde e terze generazioni che, per esempio, vediamo con gioia vincente nell’atletica. Nel calcio, globalismo e nazionalismo confliggono. Ce l’abbiamo davanti agli occhi, ma chissà perché non se ne parla. È banale e talmente lampante da divenire implicito. Però è il grande argomento rimosso nelle riflessioni di questi giorni, calcisticamente disgraziati (non negli sport «dilettantistici»). Tecnici e analisti di settore parlano dei vivai, dell’eccesso di tattica nelle scuole calcio, dei giovani ostaggi dei procuratori, degli stadi obsoleti. Tutto vero, verissimo. E tutte correzioni sacrosante da apportare rapidamente al sistema.
Entrando nel merito, per favorire la crescita dei calciatori italiani e, di conseguenza, la Nazionale, qualcuno indica nella «riforma Zola» l’esempio da seguire. Da vicepresidente della Lega Pro (la Serie C), Gianfranco Zola, mitico numero 10 del Parma, del Napoli, del Chelsea e del Cagliari, ha ideato un meccanismo di premio economico ai club (fino al 400%) per ogni giocatore italiano schierato, proveniente dal settore giovanile. Già applicata nel campionato in corso, la riforma ha prodotto un incremento del 48% dell’impiego di calciatori cresciuti nelle società. Dalla stagione 2028/29 ci si prefigge di inserire in ogni squadra un minimo di otto giovani formati nel vivaio dei vari club. L’obiettivo è creare le premesse di un rilancio del nostro calcio. Tuttavia, le buone intenzioni possono non bastare perché il rischio che la quantità prevalga sulla qualità è molto elevato. Se non c’è un sistematico lavoro di ricerca, tutela e promozione dei talenti, premi e incentivi ai club non sono sufficienti a garantirne il successo. Perché, conoscendoli, i patron, pur di accaparrarsi le agevolazioni economiche, sono pronti a promuovere in squadra anche chi non lo merita. E così saremmo allo stesso punto di prima.
Urge un intervento più profondo e radicale, di sistema, come si dice, per salvaguardare il nostro sport nazionale. C’è bisogno di una precisa volontà politica per riformarlo, partendo dalle vere storture che lo affliggono. È un buon segnale, in questo senso, che si siano esposti il presidente del Senato Ignazio La Russa proponendo un minimo di quattro italiani per squadra, forse pochi, e il vicepremier Matteo Salvini, almeno cinque. Argomento semplice. E argomento «di destra», si obietta. Come di destra è considerato l’orgoglio dell’inno e del tricolore. Non sta bene? Allora smettiamo anche di chiamarla Nazionale e ribattezziamola Azzurra o, più asetticamente, Rappresentativa della Serie A (è una provocazione, non vorremmo che qualche anima woke la prendesse sul serio).
L’altra sera a Cinque minuti anche Bruno Vespa sembrava fremere per la difficoltà ad ammettere che le nostre squadre sono imbottite di stranieri. Ma la faccenda è profonda e radicata. Dei 20 club della Serie A, undici hanno proprietà residenti all’estero (Atalanta, Bologna, Como, Fiorentina, Genoa, Inter, Milan, Parma, Pisa, Roma e Verona), in Serie B sono sette. Prendiamo velocemente in esame le squadre ai primi posti del nostro campionato. Nella formazione titolare, l’Inter schiera tre o quattro giocatori italiani, il Milan uno o due (a volte zero), il Napoli due o tre, il Como uno o zero, la Juventus tre, la Roma due o tre, l’Atalanta idem. Morale: nelle prime sette squadre della Serie A, giocano abitualmente 13 o 14 italiani. All’estero, i club più vincenti come Barcellona, Real Madrid e Bayern Monaco si basano su ceppi autoctoni con innesti complementari di stranieri. L’altro modello di calcio multietnico, quello inglese, non ha certo fatto la fortuna della Nazionale, poco vincente. E anche tra i club d’Oltremanica più globalizzati, nelle competizioni continentali si iniziano ad avvertire i primi segnali di declino. Eppure, è lì che vanno a giocare i nostri talenti migliori. Erano tre fra i titolari dell’ultima Nazionale, Donnarumma, Calafiori e Tonali, oltre a Retegui, migrato in Arabia. E su questo, anche i club, in correità con la Lega, hanno le loro responsabilità. Il profitto, innanzitutto, come dimostrano la Supercoppa a Riad, il campionato a 20 squadre, il calendario troppo fitto e l’impossibilità di concedere uno stage alla Nazionale. Ma questa è un’altra storia.
Annalisa Imparato, sostituto procuratore a Santa Maria Capua Vetere, è una delle testimonial più brillanti della campagna per il Sì alla riforma Nordio. I lettori della Verità l’hanno letta su queste colonne il 1° marzo scorso. Il pubblico televisivo l’ha conosciuta qualche giorno fa nello studio di Cinque minuti di Bruno Vespa durante il confronto con il pm della Procura di Patti, Andrea Apollonio. Prima che si presentasse Apollonio avevano dato forfait Silvia Albano, la presidente di Magistratura democratica che boccia sistematicamente i trattenimenti dei clandestini nel Cpr in Albania, e Giovanni Salvi, ex procuratore di Cassazione ed ex membro del Csm.
Annalisa Imparato, lei è la «spaventa magistrati del No»?
«È una domanda che mi fa sorridere. Certamente mi sono molto esposta perché questa riforma garantisce una giustizia più trasparente per i cittadini».
Perché magistrati come Silvia Albano e Giovanni Salvi la evitano?
«Forse, ma è una mia idea, hanno preferito dare priorità ai sondaggi. Cioè, hanno scelto di non presentarsi per evitare eventuali cali di gradimento piuttosto che provare a spiegare le ragioni delle loro posizioni. Mi dispiace perché ritengo arricchente il confronto anche con colleghi che hanno posizioni diverse dalle mie e con i quali ci scambiamo quotidianamente idee e valutazioni. Esiste una magistratura ponderata e moderata da ambedue le parti, ma non sempre prevale».
Che cosa teme chi evita di confrontarsi con lei?
«La verità, credo. Sono riemersi fatti sui quali non è stata fatta abbastanza luce e che evidenziano il rapporto scorretto tra magistratura e correnti politicizzate».
Il famoso «sistema Palamara»?
«Chiamiamolo così. Per me Palamara è stato il primo pentito della magistratura. La paura è far riemergere quei fatti, trovandosi poi costretti a ridurre certe sacche di potere».
Il sistema Palamara è ancora attivo?
«Gli ultimi due anni lo dimostrano. È divertente notare come alcuni importanti magistrati, ora testimonial del No al referendum, abbiano completamente cambiato idea sul sorteggio e la politicizzazione delle correnti. Ci sono procuratori capo che due anni fa definivano le correnti il male assoluto o che parlavano di “sistema paramafioso”, un termine che non condivido, e ora hanno cambiato radicalmente posizione».
Si sono ravveduti senza una giustificazione tecnica: il motivo di questa conversione può essere politico?
«La polarizzazione del referendum è la chiave giusta per cogliere le ragioni di certe conversioni. Questa polarizzazione ha avuto un impatto devastante sull’opinione pubblica perché i toni utilizzati hanno ulteriormente allontanato i cittadini dai magistrati. In alcune situazioni abbiamo visto un certo delirio di onnipotenza».
Perché secondo lei il procuratore di Napoli Nicola Gratteri, il pm anche lui a Napoli Henry John Woodcock e l’ex pm antimafia Nino Di Matteo hanno cambiato posizione rispetto a qualche anno fa?
«Evidentemente c’era del malcontento, qualcuno è rimasto insoddisfatto. E così si è fatta strada una sorta di… come potremmo definirla… disforia professionale».
Che cosa intende dire?
«Che ora, in questo preciso momento storico, si percepiscono diversamente da come si percepivano qualche anno fa».
È vero, come ha scritto, che alcuni magistrati trattano promozioni, carriere e favori adottando comportamenti simili a quelli che perseguono nei politici o negli imprenditori?
«È la storia dal 2019 in poi. Una storia di spartizioni e di nomine avvenute con l’intervento delle correnti. Esistono numerose indagini comprovate da fatti documentali».
Alcuni magistrati adottano comportamenti che invece perseguono nei politici e negli imprenditori?
«Comportamenti simili a quelli che possono avvenire a margine di un concorso universitario. Raccomandazioni, sponsorizzazioni, favori».
Il reato sarebbe traffico di influenze illecite?
«Sì, l’abuso d’ufficio non è più reato. Palamara è stato perseguito proprio per traffico di influenze illecite. Un soggetto che agisce in cambio di un vantaggio adotta una condotta impropria».
Un magistrato si comporta così perché ritiene di averne diritto o perché si considera intoccabile?
«Nella scelta dei ruoli apicali i criteri dovrebbero essere il merito e l’anzianità. Ma la storia degli ultimi anni ci ha dimostrato che spesso le decisioni erano orientate dall’appartenenza alle correnti».
E oggi si teme che il sorteggio dei Csm scardini il sistema?
«Il sorteggio elimina, sia nel Csm che nell’Alta corte disciplinare, il rischio che il giudice non sia quello naturale, ma scelto per la tessera di corrente. Il sorteggio è il meccanismo democratico per eccellenza».
Già adottato in molte situazioni che riguardano la magistratura e il Tribunale dei ministri.
«Vale per la commissione concorsi e per le nomine apicali negli organi direttivi e semidirettivi dei magistrati. Ricorre in tutta la nostra carriera. Perché il livello qualitativo e professionale dei magistrati è molto elevato».
Ma non tutti hanno diritto di accesso al sorteggio.
«A quello per il Csm bisognerà avere 12 anni di anzianità. È un sorteggio qualificato».
Anche a lei è capitato di imbattersi nel cosiddetto sistema?
«Ho avuto un approccio lampo a una corrente. Per una curiosità di giovane magistrato mi sono avvicinata, immaginando che fosse un’occasione di confronto tecnico e del tutto estraneo a componenti ideologiche. Invece, ho scoperto che non era così e ho deciso di allontanarmi».
Questo che cos’ha comportato?
«Ho sempre espresso il mio pensiero liberamente e quando ho deciso di schierarmi pubblicamente per il referendum l’ho fatto per un senso di responsabilità nei confronti dei cittadini e della magistratura. Oggi non concordo con chi, da una parte e dall’altra, ha scelto di nascondersi».
È vero che ha avuto anche consulenze governative?
«C’è chi scrive che la destra mi voleva “stipendiare”, ma è una macchinazione per delegittimarmi. Siccome sono stata consulente part-time e a titolo gratuito della Commissione parlamentare sulle ecomafie, mi era stata proposta la nomina come consulente giuridica del Comitato per la legislazione del Senato».
Di che organismo si tratta?
«È un organo costituzionale eminentemente tecnico e non politico, perciò né di destra né di sinistra, che valuta la congruità dei testi legislativi. Non a caso la sua presidenza cambia ogni anno tra maggioranza e opposizione. Comunque, il Csm non ha autorizzato l’incarico perché avrebbe minato la mia imparzialità. E questa è la prova evidente che non sono una donna di corrente».
L’argomento principale del fronte del No è che la riforma assoggetta la magistratura alla politica, vero o falso?
«Il testo riformato dell’articolo 104 della Costituzione prevede l’indipendenza e l’autonomia sia della magistratura giudicante che della magistratura requirente. Non c’è nessuna possibilità di sottomissione del pm al potere esecutivo».
Nei due Csm presieduti dal Capo dello Stato ci sarebbero sempre due terzi di magistrati e un terzo di laici, nell’Alta corte i magistrati sarebbero il 66%, un’altra parte verrebbe scelta col sorteggio in una platea disposta dal Parlamento, non dal governo, e l’ultima parte dal Capo dello Stato.
«Le opposizioni interpretano questa riforma insieme a quella che, secondo loro, ha indebolito la Corte dei conti e a quella che ha cancellato l’abuso d’ufficio. Quindi anche questa riforma sarebbe volta a indebolire la magistratura. Ma è un’assoluta bugia perché i membri togati verranno scelti con un sorteggio qualificato, mentre i laici saranno scelti in un panel di professori di materie giuridiche e avvocati dal Parlamento. E saranno, quindi, espressione sia della maggioranza che dell’opposizione. È una critica del tutto infondata».
Che proviene dal M5s e dal Pd che hanno diversi ex magistrati nelle loro file.
«Tra un anno si vota. Se fosse vero che la riforma porta il pm sotto il controllo della politica, l’attuale maggioranza varerebbe una legge che la esporrebbe alla possibilità che tra un anno la sinistra orienti la magistratura ancora più di adesso. Mi sembra una follia».
È vero che la riforma Nordio non ha effetti sulla vita dei cittadini?
«Magistrati indipendenti dalle influenze politiche saranno più attenti e diligenti perché consapevoli che all’errore può corrispondere un’adeguata sanzione disciplinare».
Eventualità attualmente remota. È per questo che per l’Anm l’Alta corte disciplinare è un tabù?
«Invece è un passo importante nel miglioramento del funzionamento della giustizia perché aumenterà la qualità delle indagini. Ci sarà maggiore cura e maggiore responsabilizzazione del magistrato a causa dell’introduzione della verifica disciplinare. Anche in questo caso si rompe il rapporto di protezione tra il magistrato e la corrente di riferimento».
Lei è mai stata al Palazzo di giustizia di Roma in Piazza Cavour, il cosiddetto Palazzaccio, dove ha sede la Corte di Cassazione?
«L’ho visitato da studentessa».
Da quello che ha rivelato Ermes Antonucci sul Foglio potrebbe essere una visita istruttiva: il sistema ha anche un curioso risvolto immobiliare?
«Le sedi istituzionali dovrebbero essere neutre e neutrali. Quello che ha scritto Antonucci dovrebbe avere grande risonanza perché in quel Palazzo ci sono il Comitato per il No, l’Anm, l’Associazione europea e anche quella mondiale dei magistrati. Tutti s trovano nel Palazzo dove ha sede un organismo che dovrebbe essere assolutamente terzo. E nessuno paga l’affitto. Le solidarietà intercontinentali corrono da una porta all’altra. Mi sembra evidente che qualcosa non funziona».
Come andrà a finire questo referendum?
«Negli ultimi giorni abbiamo registrato una crescita di attenzione dei cittadini che ora possono cogliere il senso di un cambiamento necessario. Non possiamo restare arroccati a un metodo non allineato agli altri Paesi europei. L’Italia deve progredire e completare finalmente la riforma del processo accusatorio voluta da Giuliano Vassalli».
Serve coraggio a esporsi come sta facendo, teme di doversene pentire?
«Non credo proprio. La campagna di delegittimazione di chi si è speso per il Sì, come la collega Bernadette Nicotra, sconfessata da Magistratura indipendente, e Anna Gallucci, attaccata da una parte della stampa e da molti colleghi, è stata ed è avvilente. Anziché denigrarci sui social, magistrati e giornalisti avrebbero potuto spendere quelle energie per motivare il loro sostegno al No. Il rancore e la rabbia non sono mai buoni compagni di viaggio, ancor meno lo sono per dei magistrati».





