Se non fosse che ogni definizione risulta sempre riduttiva, la sua si potrebbe chiamarla TeleIannacone perché la televisione che da oltre un decennio Domenico Iannacone propone ha caratteristiche uniche. Una televisione altra. Tutta il contrario di quella maggioritaria. Una televisione lenta, una televisione dell’ascolto. Che non teme i silenzi e frequenta situazioni esistenziali di confine.
Da un paio di settimane è iniziata la sesta stagione di Che ci faccio qui, quattro episodi in tutto perché questa tv ha anche il pregio di non essere invasiva o compiaciuta. Dopo il primo, dedicato a un hospice in provincia di Campobasso e alle cure palliative per persone cui è stata diagnosticata una malattia terminale, intitolato Quel che resta dei giorni (4% di share, circa 700.000 spettatori), la seconda puntata, Tutta la vita che ho, centrata su una famiglia con un bambino affetto dalla sindrome di Cockaine, una rarissima malattia degenerativa di invecchiamento precoce, gli ascolti sono quasi raddoppiati: 7,6% e 1,2 milioni di telespettatori.
Giornalista e autore con natali nelle colline del Sannio degli anni Sessanta, Iannacone ha sempre lavorato a Rai 3, all’inizio come inviato e autore di Ballarò e Presadiretta. Poi, dal 2013, scrivendo e conducendo in proprio I dieci comandamenti, reportage dai margini che rivisitavano laicamente le tavole della legge. Dal 2019 ha inaugurato questa nuova serie con un titolo che, senza il punto interrogativo del libro di viaggi di Bruce Chatwin, adotta un modo di raccontare ancora più asciutto del primo ciclo.
Dal 2013, epoca Mario Monti, quando al vertice della Rai c’era Luigi Gubitosi, prima dell’avvento del renziano Antonio Campo Dall’Orto e poi, passando per Mario Orfeo e Carlo Fuortes, nominato da Mario Draghi, fino alla governance attuale con Giampaolo Rossi, Iannacone è sempre andato in onda con i suoi documentari senza mai alimentare polemiche. Nessuno dei direttori di Rai 3 e ora della divisione Approfondimenti ha eccepito sull’imprescindibilità dei suoi programmi. Che, in compenso, hanno collezionato un discreto numero di premi nella categoria tv d’autore.
Il fatto da rilevare è, dunque, che abbiamo una televisione che si tiene distante dalla «narrazione» e dallo «storytelling». Una tv avulsa da ogni forma di polarizzazione. Sempre con una certa dose di tatto, si potrebbe definirla televisione dell’incontro. Televisione antropologica, usando un parolone. Andando sul concreto, televisione lontana dalla politica e vicina alla persona. Iannacone ascolta e osserva molto. E si potrebbe dire che realizza la preziosa avvertenza di Alexis Carrell, biologo e Nobel per la medicina nel 1912, nel suo Riflessioni sulla condotta della vita: «Tanta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità; poca osservazione e molto ragionamento conducono all’errore». Molto pertinente per un autore di documentari. Che, in realtà, la critica chiama docu-reality. Cioè, documentari che seguono da vicino i protagonisti nello svolgersi della vita quotidiana, con le sue incombenze e le sue urgenze. Dal punto di vista dei telespettatori si potrebbe dire che è un racconto consapevole del fatto che la vita è misteriosa. E ha a che fare con il destino. Succedono dei fatti, a volte tremendi, che ci interrogano, che ci interpellano. E si può rispondere in modi diversi. In un certo senso, certi fatti, o avvenimenti, sono divisivi. Si accettano o si rifiutano. Quando è stata confermata la diagnosi di Robertino che prevede per lui una vita molto breve, papà Alessio non ce l’ha fatta e, per oltre un anno, si è allontanato dalla famiglia. Non voleva affezionarsi a quel piccolo che se ne sarebbe andato troppo presto. Ha vissuto da amici, dai genitori, «sapevo che era una scelta sbagliata…». Mamma Giada, invece, già presentiva come sarebbero andate le cose e ha puntato sull’irripetibilità di ciò che stava accadendo, impegnandosi a dare una vita degna al bambino, alla figlia più grande e a sé stessa. Ora tutto si è ricomposto e, insieme a lei, il papà, la nonna e la bisnonna, tutti circondano di affetto e di mille attenzioni il piccolo.
Con la sua fronte increspata di rughe di curiosità e di immedesimazione, Iannacone si tiene un passo indietro. E proprio questa distanza aiuta a porre le domande giuste. Anche quando si ha di fronte una donna alla quale, poco dopo la morte del padre, è stato diagnosticato un cancro, ora è al quarto stadio. Molto più che un ospedale, l’hospice è una nuova casa, una nuova famiglia, dove anche i parenti del malato sono accompagnati dall’équipe di terapeuti. A tutti il giornalista chiede come cambia la percezione del tempo dopo che si apprende la notizia di una grave patologia. E quale idea abbiano queste persone del destino. Dio ci sussurra con la bellezza e ci grida con il dolore, dice Clive Staples Lewis. Ma Iannacone mantiene un profilo laico, senza attribuire a quel destino tratti divini. E va bene così. Malgrado pure a lui, conduttore schivo e riservato, capiti, dialogando con una maestra dell’asilo, di accomodarsi sulla parola-manifesto «inclusione» per promuovere la scuola pubblica, capace di accogliere anche un bimbo difficile come Robertino. Pazienza, neanche Iannacone è perfetto.
Occidente e Intelligenza artificiale. In estrema sintesi, sono queste le principali novità del Liceo «made in» Giuseppe Valditara, le cui linee guida oggi verranno ufficialmente presentate ai media e agli addetti ai lavori.
Il ministro dell’Istruzione e del merito l’aveva già annunciato in altre occasioni: il recupero della tradizione e della memoria storica della civiltà occidentale è essenziale nella formazione delle generazioni future. Non si tratta di un ritorno al passato, di un orgoglio vagamente nostalgico, quanto della ripresa di un patrimonio essenziale oggi più che mai capace di affrontare le sfide del futuro. Riguardo alle quali torna utile anche l’apertura all’Intelligenza artificiale, adottata non certo in maniera selvaggia, bensì come strumento di lavoro da usare con spirito critico e finalizzato a funzioni all’interno di discipline precise. Quanto ai chiacchierati Promessi sposi, che fine fanno? Restano invariabilmente al secondo anno del percorso per l’importanza che questo libro ha nella «storia linguistica, culturale e civile» italiana. «Proprio in ragione di tale importanza», si legge nelle note del ministro, «è questo l’unico libro, oltre alla Commedia di Dante, la cui lettura sia (e debba restare) obbligatoria, in forma integrale o per ampi brani».
Le nuove Indicazioni nazionali per i licei, che modificano quelle del ministro Maria Stella Gelmini risalenti al 2010, sono state elaborate da una commissione ministeriale e sottoposte «a un lungo lavoro di ascolto, a decine di audizioni con il mondo associativo, scientifico e sindacale, comprese le associazioni delle famiglie» e sono giunte alla «stesura definitiva dopo un confronto con chi la scuola la vive ogni giorno». Per la prima volta hanno contribuito a questo lavoro anche le rappresentanze studentesche con un impegno costruttivo e proposte puntuali. La riforma Valditara si prefigge un rafforzamento dell’identità sul piano della formazione degli studenti e un’accelerazione nell’innovazione delle materie tecnico scientifiche, le cosiddette Stem (Scienza, tecnologia, ingegneria e matematica).
Al centro del nuovo impianto pedagogico e didattico c’è la persona. La formazione del giovane avviene attraverso quella che il ministro chiama «la rivoluzione del buon senso». Il liceo nelle sue diverse declinazioni è la scuola dell’adolescenza, ovvero «il tempo delle cose che accadono per la prima volta». Per la costruzione di una corretta soggettività giovanile, capace di relazioni emotive consapevoli e non discriminatorie, è necessario favorire rapporti con figure adulte autorevoli e coinvolgere in modo sistematico le famiglie degli studenti in una corresponsabilità che riguarda l’orientamento, la valutazione e il lavoro quotidiano in classe. L’obiettivo dei licei è valorizzare i talenti, promuovendo il merito in un corretto rapporto tra libertà e norma all’interno del quale lo spirito critico è la capacità di esprimere anche il dissenso, purché in modo argomentato.
Consistenti le novità didattiche definite e auspicate. Nel biennio di letteratura è consigliato l’approfondimento dei poemi classici della civiltà europea (Odissea ed Eneide) e, superando certe proteste pregiudiziali, «di alcune pagine della Bibbia, “grande codice” di ispirazione delle letterature». Detto del mantenimento dei Promessi sposi, la maggiore apertura agli autori contemporanei non sostituisce il canone, ma si aggiunge a esso. Nei primi due anni è raccomandata la lettura integrale di almeno sei autori contemporanei, italiani o stranieri. In filosofia si suggerisce un insegnamento comparato e, nell’ambito dell’educazione alla cittadinanza, l’approfondimento dei principi che hanno ispirato la Costituzione. Insieme alla letteratura e alla filosofia, anche la storia e la storia dell’arte si concentreranno sul recupero dell’identità occidentale. Ma lo studente, sottolinea il testo del ministro, «dovrà altresì essere in grado di riconoscere le caratteristiche delle civiltà più significative collocandone i percorsi storici entro un quadro comparativo di lungo periodo». La matematica, non più proposta come tecnica ma come percorso di crescita all’interno del quale anche l’errore sarà «un’opportunità di apprendimento e di confronto», è sottoposta a profonda revisione. In particolare, insegnando concetti e linguaggi che sono alla base dell’Intelligenza artificiale, al quinto anno se ne favorisce un uso consapevole per sviluppare una comprensione critica e responsabile del funzionamento di questi sistemi per imparare a «valutarne l’affidabilità e le implicazioni». Lo stesso uso vigile dell’IA è suggerito per gli ultimi anni di latino e greco, materie nelle quali la traduzione automatica, di cui si registra l’enorme espansione, non deve sostituire le strategie di problem solving.
La riforma del liceo punta a formare studenti che sappiano da dove vengono e dove vanno. Che siano, perciò più occidentali, usino l’intelligenza artificiale con giudizio e leggano con disinvoltura i testi della letteratura italiana ed europea. E i docenti? Non basta che si aggiornino, devono studiare anche loro, auspica Valditara. Giusto. Magari, sia detto sommessamente, facendo in modo che possano ritrovare l’orgoglio di una professione fondamentale ma, in realtà, fortemente mortificata.
Il cristianesimo per Biffi: «Tutte le fedi hanno del buono ma soltanto una è un “fatto”»
Una miniera di sapienza e illuminazioni. Con la scrittura semplice e diretta del grande uomo di fede. Del pastore d’anime, del teologo che ha uno sguardo largo e affettuoso verso l’umanità e il mondo intero. Lo sguardo dell’uomo risolto. Siamo nel 2003, il secolo breve è appena terminato, le crisi dell’economia non si sono ancora abbattute sulle borse mondiali.
C’è stato l’11 settembre, siamo in pieno scontro di civiltà e la minaccia della jihad si espande sull’Occidente. L’immigrazione, soprattutto da Sud a Nord, sta diventando ingestibile. In America c’è George W. Bush, in Cina Hu Jintao, in Russia comanda già Vladimir Putin. Nel 2001, dopo la strage delle Torri gemelle, la Nato invade l’Afghanistan nel tentativo di smantellare Al Qaeda di Osama Bin Laden. Nel 2003 inizia la seconda Guerra del golfo. E Giacomo Biffi, cardinale e arcivescovo di Bologna dal 1984, pubblica con Piemme questo Piccolo dizionario del cristianesimo. Quando si vivono momenti di crisi si è soliti cercare conforto nei grandi classici. Ma nella fattispecie non vale perché alla sua prima edizione questo testo prezioso ebbe un’accoglienza tiepida. Ora, grazie a Cantagalli che meritoriamente lo riedita con una nuova veste grafica e la cura della carmelitana scalza Emanuela Ghini, che nelle 80 voci, da Aborto a Vuotezza, ha inserito sottotitoli che ne aiutano la lettura, un saggio dimenticato svela tutta la sua forza e attualità.
In ordine alfabetico, la prima voce è «Aborto». Scrive Biffi, citando un ministro che per promuovere un provvedimento ha detto che non è «un’istigazione al matrimonio», «riteniamo iniqua la legge 194 - ipocritamente intitolata “per la tutela della maternità” - che autorizza e addirittura finanzia la soppressione delle creature umane prima della nascita. Questa sì che è una “istigazione”: è una istigazione a commettere quello che il Concilio Vaticano II chiama l’“abominevole delitto dell’aborto”».
Trattandosi, però, di un dizionario del cristianesimo è da questa voce che conviene iniziare. Biffi muove dalla consapevolezza di quale tesoro contenga la fede e, geloso delle sue peculiarità fuori da ogni catalogo, ne canta la potenza e la carica eversiva rispetto alla «mentalità di questo secolo» (San Paolo). Non piega il cristianesimo a pretesto per militanze politiche, a spunto per posizioni che non abbiano a cuore il destino ultimo dell’uomo e la preoccupazione esclusiva per il suo bene. È «inconfrontabile» con le altre religioni «perché nella sua realtà più autentica è una persona, la persona di Cristo, il Verbo che si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi». Si può anche dire «che tutte le religioni hanno del buono […] purché non si dimentichi che […] il cristianesimo è un fatto, e i fatti non si scelgono, “sono”. Include ovviamente delle idee circa la divinità, delle norme etiche, dei riti, come tutte le religioni; ma primariamente è un avvenimento, e come tale è unico e imparagonabile».
In alcuni passaggi si avverte l’eco della predicazione di monsignor Luigi Giussani, con il quale Biffi ha condiviso la formazione nel seminario di Venegono. Fede e ragione sono sorelle. La ragione cerca la fede. Si apre all’avvento della fede, la contempla come possibilità reale. Invece, a un certo punto si è cominciato a dire «che sono suocera e nuora», incompatibili. E l’uomo, pensando di diventare padrone autosufficiente, in realtà, si è perso. Ha cancellato Dio Padre. Ha cominciato a teorizzarne la morte. Trasformando il mondo in un gigantesco e «malinconico orfanotrofio», abitato da gente che ha come prospettiva quella di essere «figlia del caso». «Anche oggi», continua l’arcivescovo, «la questione prima e più decisiva per l’umanità è riscoprire la paternità di Dio». Non c’è scampo, scrive Biffi osservando la presa nell’opinione pubblica dei vari socialismi e solidarismi: «Se vogliamo vivere da fratelli e salvarci, dobbiamo ripartire dal Padre». Ma per far questo occorre rispondere all’imperativo che ci pone Cristo. O è il Figlio di Dio fatto uomo, e allora non resta che seguirlo, o è un impostore. Nessuno, «per quanto faccia l’indifferente o il disinteressato», può sfuggire a questo interrogativo. «Non è possibile rimanere neutrali [...], Gesù non è uno che mette d’accordo tutti… Non è un ansiolitico, è una sfida». Per aiutarci a raccoglierla il Padreterno ci ha lasciato la Chiesa, il «capolavoro compiuto da Dio con i deludenti materiali umani». Ecco l’ironia di Biffi. La sua lezione di umiltà, l’invito a non tirarcela, a non attribuirci troppi meriti, ma a riconoscere la benevolenza divina.
Il cardinale si rivolge allora alla Chiesa, esortandola a prendere il largo se vuole che «la pesca di uomini non riesca infruttuosa. Una Chiesa assimilata a quella che san Paolo chiama “la mentalità di questo secolo” non converte nessuno». «Non dare ascolto a chi, nell’intento di avvicinarti alle realtà della terra, in definitiva ti conduce a insabbiarti. Se ti insabbi diventi superflua, anzi inutile nella vicenda umana, perché sei fatta per navigare». In altre parti usa la metafora del sale «dolcificato». È l’urgenza dell’identità. «Nessun doveroso rispetto di chi ha opinioni diverse dalle nostre deve portarci a poco a poco allo stemperamento della fedeltà a colui che è il solo Maestro». Sbagliano i cattolici che, desiderosi di essere accolti, si assimilano alle ideologie prevalenti. Il sale, «che ha un sapore pungente», dolcificato non serve se non a essere gettato.
Oltre ai cristiani tiepidi, bersaglio dell’autore di Contro maestro Ciliegia (Jaca Book, 1977) è l’enfasi del progresso. Il mondo contemporaneo vive un’«angoscia» causata all’uomo «dalle sue stesse bravure». Il Novecento «era iniziato con una immensa speranza che il mito del progresso, i trionfi della scienza, l’affermazione della libertà individuale e della socialità […] garantissero un’epoca illimitata di pace e di serena fraternità tra i popoli». Ma invece è diventato il «secolo più insanguinato e più crudele della storia». Le guerre sono sempre state orrende ma, «prima che un culto enfatizzato e irrazionale della ragione spegnesse il senso cristiano dei nostri popoli», riguardavano i soldati di mestiere. Oggi «“le guerre totali” - dove non vengono risparmiati né le donne né i bambini né gli anziani - sono un apporto del così detto progresso. Davvero c’è da augurarsi che l’umanità non “progredisca” più in modo così perverso e insipiente».
Questo mito alimenta il proliferare di «troppe cattedre senza autorevolezza» protese più all’apparire che all’essere. «La “scena di questo mondo” sembra essere ciò che più di tutto viene ricercato e apprezzato», osserva Biffi. «L’immagine di un uomo, che occupi frequentemente gli schermi televisivi, diventa più importante dell’originalità dei suoi pensieri, della saggezza delle sue parole, della qualità morale del suo comportamento […]. Il messaggio è buono a misura non della positività del suo contenuto, ma del suo successo e dell’ampiezza della sua risonanza». E pazienza se genera «confusione» promuovendo relativismo e scetticismo. Più che mai affilato lo sguardo con cui il cardinale descrive la società contemporanea, priva di speranza. «Il nostro tempo ha saputo dare all’uomo tanti ritrovati mirabili: per esempio, la velocità negli spostamenti, la diffusione domiciliare delle notizie, i prodigi dell’informatica, nuove sorgenti di suoni e di frastuoni, nuove inesauste fabbriche di chimere e di sogni», comprese, potremmo aggiungere oggi, le mirabilie dell’Intelligenza artificiale. «La sola cosa che non ha saputo dare all’uomo è proprio la speranza, la quale anzi è andata nel mondo sempre più affievolendosi».
Gesù è venuto per salvare i peccatori. Questo è il contenuto dell’«evangelizzazione». Poi certo, i cristiani esorteranno alla solidarietà e si preoccuperanno della giustizia, ma senza dimenticare che lo scopo della missione in terra di Cristo è «la salvezza integrale e trascendente degli sventurati figli di Adamo». Non bastano, dunque, un solidarismo sentimentale o un amore delegato alle istituzioni. «Il Samaritano non è andato a interessare l’Unità sanitaria locale, si è piegato lui sul ferito». Perciò, «non è più possibile amare Dio senza amare il fratello; e non è più possibile amare il fratello senza amare Dio». Quando la testimonianza dei battezzati sbiadisce, «compaiono manifestazioni di razzismo e di sopraffazione di un gruppo sull’altro», ma non di rado, osserva Biffi, ci si imbatte in «qualche forma di razzismo culturale e ideologico, in cui capita che particolarmente si distinguano proprio coloro che a gran voce si conclamano antirazzisti».





