La band di migranti battezza il Festival. E gli italiani pagano i biglietti il 20% in più
- I «Faraoni fuoriclasse» vivono in Campania all’interno di case famiglia di una onlus diretta da Sossio Fardello, un fan di Roberto Fico.
- E Fiorello, in collegamento, rincara la dose: «Vi auguro tanti, tanti battibecchi».
Lo speciale contiene due articoli
Parlava (anche) arabo l’evento che ieri sera nella Lounge Mango di Casa Sanremo, hub creato da Gruppo Eventi per tutti i giornalisti, gli artisti, gli addetti ai lavori che seguono il Festival, ha allietato i presenti già arrivate nella Città dei Fiori per la tradizionale kermesse dedicata alla canzone italiana. Sul palco dell’esclusivo hub sono infatti saliti i Faraoni Fuoriclasse, sconosciutissima band formata da quattro minori stranieri non accompagnati, arrivati in Italia due anni fa dopo viaggi con i barconi nel Mediterraneo.
Si tratta di Wael (alla batteria), Mohamed (voce), Mohamed (alle percussioni) e un altro Mohamed (alla chitarra). I quattro minorenni, che vivono in Campania all’interno di case famiglia della Cooperativa sociale Fuoriclasse, Onlus fondata da Sossio Fardello che oggi ne è il direttore generale, dopo aver sfiorato un seggio alle ultime regionali nella lista Avanti Campania che sosteneva Roberto Fico. Nella circoscrizione di Napoli Fardello con 10.666 preferenze è risultato il secondo della sua lista e il primo dei non eletti. Nel repertorio della giovanissima band si mischiano brani popolari dei Paesi d’origine a classici italiani come L’Italiano di Toto Cutugno e Nel blu dipinto di blu di Domenico Modugno. Nel loro inedito Figli del vento scrivono: «Abbiamo vite in salita, ma vogliamo salire». Il testo, come quello di Sfinge un’altra canzone inedita della band, mischia però l’italiano all’arabo. Quello che è certo è che, l’operazione di lancio della giovane band può contare su un marketing di assoluto livello. Per quanto l’idea di fondo sia certamente meritoria, esibirsi davanti a una platea del genere non capita di certo a tutte le band di ragazzini. Insomma, anche il Sanremo di quest’anno sembra ben lontano dall’idea della Rai trasformata in Tele Meloni di cui da ormai tre anni parla l’opposizione. Anzi, si potrebbe dire che, su certe tematiche di contorno, al Festival la «musica» non sia affatto cambiata rispetto ai tempi dei governi a trazione progressista.
Quello che è cambiato è il prezzo dei biglietti, aumentato del 20% rispetto al 2025. Ma complice anche il fatto che il Teatro Ariston può ospitare solo 2.000 persone, sono andati comunque a ruba.
A prezzi che non sono proprio da Festival della canzone popolare.
Le tariffe ufficiali, che sono state annunciate dal Comune di Sanremo, prevedevano la vendita attraverso Vivaticket e Tcketone dopo registrazione e sorteggio. Una procedura resa necessaria dal fatto che la domanda supera l’offerta e i biglietti vanno esauriti in poche ore dopo l’apertura delle vendite.
Per le prime quattro serate (da oggi a venerdì 27 febbraio), un posto in galleria era in vendita a 132 euro, mentre in platea arriva a 240 euro. La serata finale del sabato vede prezzi più alti: 430 euro in galleria e 875 euro in platea.
Gli abbonamenti (carnet) per tutte e cinque le serate costano 958 euro in galleria e 1.835 euro in platea, senza sconti significativi rispetto all’acquisto dei singoli biglietti.
In parole povere, una coppia che desidera vedere la finale del Festival dalla platea deve essere pronta a stanziare 1.750 euro in una sera.
Cifre totalmente fuori portata per moltissimi italiani, che facilitano il proliferare di truffe online, con gli ignari acquirenti che, allettati dalla cessione di tagliandi a prezzi molto più bassi del listino ufficiale, finiscono con il mandare acconti su carte prepagate o su conti esteri a perfetti sconosciuti, che garantiscono la disponibilità dei biglietti con le scuse più fantasiose.
Ma non mancano i truffatori che giocano al rialzo. Già un mese fa, infatti, sui social e in chat riservate, erano spuntate offerte di biglietti che arrivano a 1.500 euro per una singola serata del Festival. Anche in questo caso, senza nessuna garanzia che i tagliandi per entrare all’Ariston fossero realmente disponibili.
Va detto Festival un volano economico quasi senza pari che il volume di affari leciti che la kermesse genera è altissimo.
«Non credo che esista veramente un evento di tale magnitudo in Europa ma anche più conversati al
mondo attraverso l’Hashtag, persino superiore al Super Bowl.», ha detto Williams Di
Liberatore, direttore intrattenimento Prime Time, alla conferenza stampa ufficiale di Rai Pubblicità a Sanremo».
Il manager della tv pubblica ha spiegato: «Basti pensare che l’analisi condotta da Ernst & Young sul
Festival di Sanremo 2026 evidenzia un impatto economico complessivo di 252 milioni. Di euro Il risultato di tutto questo però sia meraviglioso, perché oggi in questo tavolo, ma anche in questa stanza, c’è tutta la linea editoriale industriale del Paese, ci sono le aziende, le istituzioni, il podcast, la discografia, la stampa, il pubblico».
Di Liberatore elenca anche i motivi di interesse: «Il festival è un evento etico inclusivo non soltanto perché oggi puoi venire a Sanremo a godere parimenti di uno spettacolo anche fuori senza avere il biglietto, ma abbiamo anche fatto sì che proliferassero i contenuti, ce ne fossero sempre di più anche fuori. E poi c’è l’item commerciale: abbiamo
determinato naturalmente un fatturato crescente».
Anche per quanto riguarda gli spot. Luca Poggi, Ad di Rai Pubblicità, rispondendo alle domande dei cronisti ha spiegato: «Il bilancio lo faremo domenica prossima, perché siamo ancora nel processo di vendita, specie su digital e radio, ma la tendenza è sicuramente positiva», con un segno più quindi rispetto all’anno scorso, quando attraverso la vendita degli spazi pubblicitari legati alle serate della kermesse della furono raccolti 65,3 milioni di euro.
Al via il Sanremo delle polemiche. Conti: «Sono solo un uomo libero»
Quest’anno tutti contro il Festival di Sanremo e Carlo Conti. In un certo senso, è una piccola rivoluzione copernicana del circo mediatico del villaggio. Cos’è successo di tanto sconvolgente, allora? Che il direttore artistico ha avuto l’ardire di invitare Andrea Pucci, un comico di destra, con qualche sconfinamento volgare. E tutti contro anche Laura Pausini, «quella che non canta Bella ciao». È noto, il mondo si divide tra quelli che la cantano, buoni giusti e frequentabili, e quelli che no. Quest’anno va così, i giornaloni hanno l’artiglieria spianata, il Festival è la punta di diamante di TeleMeloni. Ci si inventa persino la notizia del premier stasera in prima fila all’Ariston. Pare che, si dice, corre voce, si ipotizza, ci sarebbero stati abboccamenti tra emissari di Palazzo Chigi e il conduttore. Una bufala totale.
Questo è il clima e difficile che a Conti e soci basti evocare i santi in paradiso per scansare gli attacchi preordinati. «Già l’anno scorso avevo detto che il mio Festival era baudiano, ed è un’emozione condurre il primo senza di lui», dice commuovendosi quando ricorda Pippo Baudo come «maestro e faro... È doveroso dedicarlo a lui, ho fatto mettere una targhetta fuori dal mio camerino». Anche Laura cita Superpippo al quale fece la prima telefonata dopo la proposta di co-conduzione arrivata nel marzo scorso. Altre volte aveva declinato perché non si sentiva pronta. Invece la serenità di Carlo, ribattezzato Carlotan (Carlo più Lexotan) aveva fatto breccia. «Che cosa aspetti? Te lo dico da un po’», l’ha rassicurata Baudo. Quindi eccola qui, con la sua semplicità e la sua tendenza alla logorrea. Dopo Superpippo, l’altro para polemiche dovrebbe essere il presidente della Repubblica Sergio Mattarella che ha ricevuto l’intero cast sanremese qualche giorno fa e «non potevo finire meglio di così», dice il direttore artistico ricordando che il Festival, arrivato alla 76ª edizione, è solo di poco più giovane della Repubblica che ha 80 anni. Non basteranno Baudo e Mattarella a rintuzzare gli attacchi. Le polemiche possono servire anche ad alzare l’audience che preoccupa la Rai perché, a differenza degli anni scorsi, stavolta c’è la controprogrammazione Mediaset e soprattutto, stasera e domani, ci sono le partite di Champions League. Infatti, «vi auguro tante polemiche, tante tante», dice chiaro Fiorello collegato via cellulare.
Ma quella sul caso Pucci, invitato su input governativo, è presto sedata: «Quando chiamo un ospite non gli chiedo per chi vota. Mi spiace per lui, ma siamo stati tutti testimoni di cosa è successo su questo palco a un fuoriclasse come Maurizio Crozza. Quanto a me», sottolinea Conti, «in passato mi hanno dato del renziano, ora del meloniano, un giorno diranno che sono cinquestellato: sono un uomo libero e indipendente, ho svolto sempre con autonomia il mio lavoro di giullare. Preferisco che si dica che non so fare il mio mestiere che sentire che mi tirano la giacca e dicono che ho preso qualcuno per appartenenza».
Spenta per la seconda volta anche la boutade di una presenza del premier stasera all’Ariston: «È fantascienza pura pensare che io l’abbia invitata. Non ho un rapporto diretto. È una libera cittadina, se vuole acquistare un biglietto e venire può farlo», taglia corto il direttore artistico. Prima che sul suo profilo X Giorgia Meloni posti una replica ironica: «Leggo da giorni di una mia presunta partecipazione alla prima serata di Sanremo. Una notizia totalmente inventata. Eppure, dopo la smentita, il conduttore è stato nuovamente incalzato su questa mia fantomatica presenza. A questo punto forse conviene ricordare a chi inventa notizie di sana pianta che il FantaSanremo è un gioco divertente per gli appassionati del Festival. Le notizie, invece, dovrebbero restare nel mondo reale. E sono sicura che Sanremo saprà brillare senza ospiti immaginari. Perché è la più grande festa della musica italiana, e non serve infilarci a forza la polemica politica».
Gaia Tortora, chi era tuo padre?
«Un uomo per bene. Che amava leggere e fare il suo lavoro. Un giornalista prima e un conduttore televisivo poi».
Come si comportava in famiglia?
«Era una persona normale. Nonostante fossimo consapevoli della sua popolarità, siamo cresciuti in un clima in cui vigevano le regole delle persone normali. Non abbiamo mai respirato l’aria della popolarità o del vippismo, come si dice oggi. Anche in seguito questo ci ha aiutato a mantenere la barra a dritta».
L’hai riconosciuto nell’interpretazione di Fabrizio Gifuni nella serie tv di Hbo Max Portobello diretta da Marco Bellocchio?
«Ho ritrovato lo spirito di mio padre. Ovvio che nessuno fisicamente potrebbe mai somigliargli, ma con la voce e lo sguardo, Gifuni si è calato nello spirito della persona, non del personaggio. Si vede che ha studiato».
Che ricordo hai del giorno dell’arresto quando hai sostenuto l’esame di terza media?
«Ho un ricordo molto nitido di una giornata iniziata in maniera un po’ strana. C’era un certo lavorio in casa, si abbassava il volume della radio, il telefono che squillava… Cose che attribuivo al mio esame. Invece, era altro».
Vi ripetevate che l’equivoco si sarebbe chiarito in fretta, questione di ore.
«Era evidente che doveva essere così, una svista che si sarebbe chiarita rapidamente».
Hai collaborato alla realizzazione della serie, gli sceneggiatori hanno attinto al tuo libro Testa alta, e avanti?
«È un lavoro iniziato tre anni fa e loro hanno letto tutto quello che c’è in giro. Ci siamo visti, mi aggiornavano. Ma io non ho messo bocca su nulla. Intanto, perché c’era un signore che si chiama Marco Bellocchio, poi per preservare la libertà eventuale di poter dire che un film non mi piace».
Invece?
«È un lavoro molto coraggioso, che finalmente restituisce dignità e verità alla storia di mio padre».
Bellocchio si controlla più che in altre occasioni?
«Anch’io temevo le sue visioni, invece qui è stato molto asciutto».
C’è una scena in cui insieme a tua sorella Silvia e alla zia Anna visitate in carcere il papà, ma lui vi dice di non tornare: come vivesti quella decisione?
«Il carcere è un posto dove nessuno ha voglia di vedere un proprio famigliare. A quei tempi i colloqui avvenivano attorno a un tavolone dove ti dovevi quasi sdraiare per toccare un braccio dell’altro. Capii che il suo desiderio fosse evitare quel genere di situazioni».
Avevi 14 anni e, come si direbbe oggi, il diritto alla spensieratezza: come ha segnato la tua adolescenza quella tragedia?
«Ha segnato tutta la vita, non solo l’adolescenza. Ho capito verso i 50 anni quanto ha inciso su di me, in tutto. Nei rapporti con gli altri, nel volerli proteggere a costo di farmi del male. Da adulta ho iniziato a chiedermi che tipo di persona sarei stata se non fossi entrata in questo inferno».
È importante saperlo?
«È molto buddista dirsi “questa è la mia storia e basta”. Ma ogni tanto la testa va lì, e penso che sarei stata una ragazza più spensierata, senza il carico di dolore che si è accumulato nella vita con perdite su perdite».
Compresa quella di tua sorella Silvia.
«Che è morta a 59 anni, la stessa età in cui morì mio padre. Per fortuna mia madre, mancata nel giugno scorso, è arrivata a 92 anni. Convivo con il fatto di essere sola al mondo».
Tuo padre era l’unico uomo in una famiglia di donne. Che cosa vuol dire quello che scrivi nel libro: «ci siamo tutti trasformati nei doppi di noi stessi»?
«Vivi accantonando il te stesso vero, reale, che vorrebbe piangere, urlare e lasciarsi andare, e indossi i panni di un soldato che vuole raggiungere il prima possibile l’obiettivo».
Come hai potuto sopportare tutto questo dolore?
«Fingendo di non sentire, sostanzialmente, come fossi morta. Cosa che ho pagato con una serie di sintomi che sono emersi in età adulta».
Nella serie qualche scena ti ha commosso più di altre?
«Due forse. Quella del Pulcinella che danza nel corridoio della galera che è una citazione delle lettere rivolte ai giudici da mio padre. E il colloquio con il compagno di cella, il rivoluzionario interpretato da Pier Giorgio Bellocchio, quando mio padre gli dice: “tu sai perché sei qui, io no”».
C’è qualche momento che invece ti ha convinto di meno?
«Francamente no».
Uno dei pregi della serie è mostrare che i pentiti vivevano a stretto contatto nella caserma Pastrengo di Roma e trascorrevano insieme il tempo libero?
«Non solo, godevano di privilegi e potevano montare o smontare le loro versioni. Non a caso si chiamava Grand Hotel Pastrengo».
Un altro pregio è sottolineare la complicità tra la Procura di Napoli e i cronisti di giudiziaria?
«Per come sono andate le cose, più che cronisti erano dei passa veline. Gli uffici della Procura le passavano e loro le pubblicavano senza verificarle e condendole di aggettivi vomitevoli».
Quanto ti dispiace che non l’abbia prodotta la Rai e che non la vedrà un pubblico più ampio?
«Mi dispiace per tutte le persone che mi stanno fermando e che non possono permettersi una piattaforma. Rai Fiction partecipa con una piccola quota. D’altra parte, quando gli americani hanno visto il soggetto sono impazziti e hanno deciso di farne un lancio mondiale».
Qual è stata la causa principale di ciò che è accaduto a tuo padre?
«Ho 56 anni e ancora me lo chiedo. Pensa com’è difficile vivere con questo tarlo nella testa».
È stato vittima di un errore giudiziario o di qualcos’altro?
«Per sintesi lessicale, televisiva ed editoriale si parla di malagiustizia o di errore. Io ritengo ci sia stata in quella magistratura e in quell’informazione del dolo».
Cioè?
«Non verificando e non cercando i riscontri, automaticamente si gioca con la vita di una persona in maniera consapevole. Sai che quello che fai è sbagliato. Quando c’è dolo c’è responsabilità».
Quanto fa male riconstatare che gli inquirenti non hanno verificato le falsità dei pentiti?
«Fa male tutti i giorni, non solo quando se ne parla per una serie o per altro».
Sarebbe bastato chiamare il numero di telefono annotato nell’agendina della compagna di Giuseppe Puca sotto il nome di Enzo Tortona?
«Per questo dico che c’è dolo. Sarebbe bastato anche un accertamento bancario, piccole cose».
I mancati controlli e la superficialità delle indagini derivano da arroganza e presunzione dei magistrati?
«Non lo so. Capisco che voi colleghi poniate la domanda a me, ma forse non sono io a dover rispondere. Quando si mette in piedi un’operazione come quella contro la Nco (Nuova camorra organizzata ndr) se si sfila l’imputato eccellente magari tutto l’impianto accusatorio crolla».
Arroganza e presunzione sono vizi da cui la magistratura di oggi si è liberata?
«Non mi piace generalizzare proprio perché credo nella giustizia, ma non voglio avere paura della giustizia. Non penso che tutti abbiano vizi come quelli che aveva chi ha gestito le indagini su mio padre».
Che cosa pensi del fatto che i magistrati che l’hanno condannato hanno fatto carriera?
«Che è un’assoluta vergogna. E che nei curriculum dei magistrati, molti dei quali sono bravissimi, bisogna controllare quante inchieste hanno portato a buon fine e quante no».
Secondo te, come hanno continuato a vivere quelli che dopo 11 mesi dall’assoluzione in Cassazione hanno appreso della morte di tuo padre?
«Sinceramente cos’hanno fatto o non fatto dopo non lo so e non mi interessa. Di certo, non li perdono».
Che cosa pensi del fatto che negli ultimi sette anni sono stati pagati dallo Stato 220 milioni di risarcimenti per ingiuste detenzioni, 78 dei quali in Calabria dove Nicola Gratteri è stato titolare di numerose importanti inchieste?
«Penso che questo potrebbe essere uno dei casi in cui controllare il curriculum. E che il dottor Gratteri abbia detto una cosa molto grave qualche giorno fa. Stigmatizzando, oltre a massoni deviati, indagati e imputati tra coloro che votano Sì al referendum, ha dato un marchio di colpevolezza a persone che il nostro ordinamento giudiziario presume innocenti fino al terzo grado giudizio. Sono francamente basita che quando questo signore viene intervistato nessuno glielo ricordi».
Che cosa insegna la vicenda di tuo padre riguardo al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati?
«Io voto Sì e avrei votato Sì solo per il merito della riforma anche con un governo di centrosinistra».
Perché prima dell’uscita della serie su Hbo Max alcuni media orientati verso il No hanno preventivamente messo in guardia da strumentalizzazioni?
«Se è per questo ho sentito dire anche che il caso di mio padre è stato un errore del fato. Così come a destra qualcuno lo sventola a sinistra lo si vive con imbarazzo. La libertà ha un prezzo anche se, personalmente, non sono collocabile né a destra né a sinistra. Credo che la gente abbia il cervello per informarsi, guardare un film e decidere. Poi, purtroppo, ora il tema è diventato politico. Abbiamo già visto altri referendum dove entra di tutto come in un frullatore».
Oltre che per favorire la terzietà del giudice nel processo, lo smantellamento delle correnti serve a rendere un po’ meno intoccabile la più intoccabile fra le categorie professionali?
«Forse per renderla più equilibrata. Tanti magistrati che non appartengono alle correnti principali non toccano palla e così sono obbligati ad affiliarsi. Secondo me, questo non è un referendum contro, ma in favore della magistratura e di un suo corretto funzionamento».
Premesso che fu il ministro della Giustizia fascista Dino Grandi a unificare le carriere e che l’ex partigiano Giuliano Vassalli voleva separarle, perché Elly Schlein, Massimo D’Alema, Romano Prodi e Rosy Bindi si sono espressi in favore del No?
«Sinceramente non lo so. Rispetto tutte le opinioni e potrei fare altri nomi di persone di centrosinistra che trovano le ragioni del Sì negli opposti orientamenti di Grandi e Vassalli. Forse coloro che votano No lo fanno all’interno di una logica politica. Siccome al governo c’è una maggioranza di centrodestra, bisogna combattere questa coalizione con tutte le forze».
Orrore giudiziario. Obbrobrio etico. Matrice satura, inscalfibile, di una certa magistratura. È il caso Enzo Tortora, il peccato originale delle toghe italiane. Orrore e non errore, come ha precisato in questi giorni Raffaele Della Valle, storico avvocato del conduttore di Portobello, protagonista dell’omonima serie tv diretta da Marco Bellocchio, da ieri interamente disponibile su Hbo Max, la prestigiosa piattaforma dello storytelling appena atterrata in Italia (produttori Our Films, Kavac Film, Arte, Rai Fiction, The Apartment, sceneggiatori lo stesso Bellocchio, Stefano Bises, Giordana Mari e Peppe Fiore).
Sei episodi di un’ora ciascuno, interpretati da un cast straordinario, forgiato dall’autore di Buongiorno, notte ed Esterno notte, serie tv tratte da altrettanti film. Ripulito della visionarietà che appesantiva i precedenti lavori, Portobello è un’opera molto riuscita, che rispetta la storia del grande caso italiano, Quando l’Italia perse la faccia, per dirla ancora con Della Valle, e hai voglia a tenerti distante dall’atavico e più che mai attuale dissidio tra politica e magistratura. Il caso Tortora fu lo sfondo non solo emotivo sul quale l’8 e 9 novembre 1987 si votò per il referendum che ampliò la responsabilità civile dei giudici (80% di Sì, ma rimasto lettera morta). E ora, a 39 anni dal ritorno in onda, il 20 febbraio 1987, dopo l’assoluzione del conduttore con il celebre «dove eravamo rimasti», questo «orrore» approda sulle nostre televisioni alla vigilia di un’altra, catalizzante, consultazione referendaria. Intervistato da Marco Damilano su Rai 3, Bellocchio ha ammesso che la serie sarà tirata per la giacchetta dagli schieramenti in campo nel referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. Ma, dopo aver premesso che non avrebbe rivelato come voterà, ha auspicato che serva a discutere «nel merito della riforma, oltre le polarizzazioni».
Intanto, l’opera parla abbondantemente da sola. Il caso Tortora fu un obbrobrio etico perché conseguenza di una mentalità e di un modus operandi. Anzi, forse di un’antropologia. L’arroganza produce sciatteria, la presunzione determina superficialità (quanti esempi anche in altri campi). Bastano pochi appigli per suffragare un’accusa e avvalorare una condanna. Solo che, così facendo, si nuota inconsapevolmente nella bolla di un teorema, senza avvertire il bisogno di trovare conferme alle delazioni.
Dalla vertiginosa ascesa fino ai 28 milioni di telespettatori, ipnotizzati dal pappagallo del «mercatino del venerdì» che regalò enorme popolarità a Tortora, alle calunnie di una schiera di pentiti che lo fecero arrestare il 17 giugno 1983 con l’accusa di associazione camorristica e traffico di stupefacenti, fino alla tardiva assoluzione dopo la candidatura all’Europarlamento con il Pr di Marco Pannella, al breve ritorno in onda prima della morte 11 mesi dopo, per raccontare la solitudine dell’uomo di fronte al Leviatano, Bellocchio scolpisce tre nuclei protagonisti della storia: Tortora e la sua famiglia di donne, la batteria dei pentiti e accusatori e il manipolo di magistrati inquirenti.
In ottima forma a 86 anni, frenati certi rigurgiti ideologici, dirige con maestria Fabrizio Gifuni nel ruolo del protagonista, riproposto nelle posture e nelle inflessioni genovesi, Barbora Bobulova nelle vesti della sorella Anna, Romana Maggiora Vergano in quelle dell’amante Francesca Scopelliti, Lino Musella, il camorrista dissociato e allucinato Giovanni Pandico, Giovanni Buselli nella parte di Gianni Melluso detto «il bello», altro accusatore impenitente, poi Massimiliano Rossi che fa Pasquale Barra, 66 assassinii mandato da Raffaele Cutolo, Alessandro Preziosi, il giudice istruttore Giorgio Fontana, Fausto Russo Alesi, il pubblico ministero Diego Marmo, Salvatore D’Onofrio, il giudice a latere dell’appello Michele Morello, Paolo Pierobon, l’avvocato Alberto Dall’Ora e Davide Mancini lo stesso Della Valle, mentre solo Tommaso Ragno, Marco Pannella, appare un filo fuori fuoco.
Tre piccole comunità di persone dipinte con grande padronanza di strumenti, dalla fotografia alle scelte linguistiche, dalle inquadrature alle pillole di filmati dell’epoca nel backstage del programma Rai, laboratorio di mezza televisione dei decenni a venire. Soprattutto, tratteggiate da alcune trovate geniali dentro un racconto imperdibile. L’introspezione di Tortora, signore mite e colto che votava Partito liberale, ma in tv esaltava la provincia italiana e per questo inviso agli intellettuali engagé («Cosa c’è che non va nei buoni sentimenti?», chiede alla giornalista che glieli rinfaccia). Il suo autocontrollo quando dal vertice del successo precipita nell’inferno del carcere. La scena potente dell’ora d’aria, rapato a zero, sulle note di Jesahel dei Delirium del genovese Ivano Fossati, molto evocativa sebbene antecedente di 12 anni. Il dialogo telefonico con la madre, appena giunto agli arresti domiciliari dopo mesi di frustrazione: «Perché proprio a me, tra cinque miliardi di esseri umani sulla terra?»; «Enzo, non ti montare la testa. Mangia e riposa. Io continuerò a pregare per te anche se sei un miscredente»; «Hai ragione, mamma. Tu sai sempre riportarmi con i piedi per terra». I ritratti ad alta definizione dei pentiti cutoliani ed ex cutoliani, interpretati da bravissimi caratteristi. Il confronto al dibattimento come un derby dei belli della criminalità tra Melluso e Renato Vallanzasca. Meno profilati sembrano i magistrati, anche se abbozzati con sagaci tocchi di regia. Il pm Lucio Di Pietro (Gennaro Apicella) sempre schermato da occhiali da sole fumé e Diego Marmo che si accarezza i capelli con un pettine tascabile e sparisce durante l’arringa della difesa. Il resto lo fanno gli incubi dello stesso Tortora, le toghe mascherate da Pulcinella, come lui li appellava nei suoi scritti, e il gigantesco castello di carte che lo ritraggono presunto colpevole. Dopo la condanna, i cronisti festeggiano a cena con canti e brindisi, «ce lo siamo tolto dai c…».
Il fatto che i magistrati del processo di primo grado fecero tutti carriera e che non la fece, invece, Morello, il giudice dell’Appello che cercò i riscontri probatori delle rivelazioni fino a far assolvere Tortora, dimostra che non si trattò solo di un errore. Ma dell’azione di una casta protetta da un sistema, per dirla con Luca Palamara e Alessandro Sallusti, basato sulle correnti e sulle reciprocità della categoria. «Qualcuno doveva aver calunniato Joseph K. perché, senza che avesse fatto niente di male, una mattina fu arrestato», recita l’incipit di Il processo di Franz Kafka. Ma qualcun altro, molti altri, potenti, decisero di credere pedissequamente a quelle calunnie. Forse ce n’è abbastanza per non scartare a priori l’idea del test psicoattitudinale per chi si accinge a una professione tanto delicata.





