Federico Rampini, il risiko geopolitico fluido di questi giorni non aiuta a orientarsi. Se dovessi fissare i punti cardinali del nuovo (dis)ordine mondiale, quali sarebbero?
«Primo: in geopolitica i rapporti di forza contano più dei buoni sentimenti. Secondo: usciamo da un trentennio di globalizzazione dove ridurre i costi e massimizzare i profitti era l’imperativo, entriamo nell’era della geoeconomia dove la sicurezza nazionale condiziona le strategie economiche. Terzo: bisogna studiare seriamente la storia, perché molti eventi di questo periodo hanno antefatti illuminanti (per esempio, Trump si è formato negli anni Settanta, è un “allievo” di Nixon). Quarto: nazioni e popoli che hanno una memoria imperiale riattivano velocemente i “muscoli” dei loro imperi passati».
Risiko è il titolo del tuo programma che dal 14 gennaio andrà in onda per sei mercoledì su Canale 5 in seconda serata, un ciclo di docu-film sul nuovo scacchiere mondiale. Come lo racconterai?
«Dalla mia casa di New York e dai luoghi iconici di una città che rimane il centro del mondo, spiego la geopolitica per il pubblico italiano. I potenti della nostra epoca e il Risiko con cui si contendono il mondo. Prima puntata: Trump e le guerre economiche globali. Parto da questo paradosso: Trump va al potere in un’America fortissima, all’apice della sua prosperità economica, eppure sembra voler sfasciare tutto. Come nasce il suo assalto alle regole dell’economia globale che l’America stessa aveva costruito? Seconda puntata, Xi Jinping, il dragone che è sicuro di dominarci. Con i piedi a Chinatown vi racconto la Cina di ieri e di oggi, attingendo alla mia esperienza di cinque anni da corrispondente a Pechino e ai miei viaggi più recenti. Descrivo un Paese da fantascienza, dove ho visto meraviglie tecnologiche che noi occidentali non ci sogniamo. Terza puntata, Putin “latifondista globale”. A seguire: la rinascita di un impero arabo sotto la guida di un principe quarantenne. L’Europa guidata da una Germania che si riarma. L’Africa che nessuno vuole vedere, un continente giovane e dinamico, pieno di problemi ma anche di vigore. Inchieste in movimento, con un ritmo cinematografico, grazie a quel set travolgente che è New York. Capitale globale: contiene letteralmente tutte le nazioni di questo mondo».
L’arresto di Maduro in Venezuela, le mire sulla Groenlandia e il sequestro delle petroliere russe sono l’inizio di un nuovo imperialismo americano o siamo ancora nell’applicazione della dottrina Monroe, sostanzialmente difensiva rispetto all’espansionismo europeo?
«L’imperialismo americano da due secoli non era mai cessato nell’emisfero occidentale. Il progressista Kennedy inaugurò la sua presidenza nel 1961 lanciando un’invasione di Cuba per rovesciare il filosovietico Castro, fu un disastro ma l’ingerenza era plateale. Bush padre, moderato e multilateralista, mandò reparti militari a Panama per catturare il narco-dittatore Noriega. Trump si distingue solo perché non ha nessun pudore nel dichiarare che gli interessi economici guidano la sua politica estera, e che l’America non si fa condizionare dal consenso delle opinioni pubbliche altrui».
Queste azioni indicano un cambio di strategia o sono coerenti con gli annunci della prima ora?
«Nel recente documento della Casa Bianca sulla Strategia per la sicurezza nazionale c’è scritto tutto. In certi casi c’è continuità rispetto a Obama-Biden: la decisione di procedere a un graduale divorzio dalla Cina, rispetto all’interdipendenza totale del trentennio precedente, cominciò a maturare verso la fine del mandato Obama».
Panama, Venezuela, Groenlandia, Messico: si torna alla politica delle aree d’influenza?
«No. Non se con questa espressione si allude al fatto che l’America si accontenta di dominare l’emisfero occidentale e gli altri possono fare quel che gli pare altrove. Non si spiega come sia aumentata l’influenza Usa in Medio Oriente, ridimensionando Russia, Cina, Iran».
Molti ritengono che l’esfiltrazione del dittatore di Caracas, che comandava pur avendo perso le elezioni, finisca per legittimare l’aggressione russa all’Ucraina e le possibili azioni di Pechino contro Taiwan: è davvero così?
«Falso, è un teorema che ribalta la cronologia storica. Xi proclama la volontà di annessione di Taiwan dal 2012, quando c’era Obama alla Casa Bianca. Putin invade la Crimea nel 2014, sempre sotto il naso di Obama, e invade l’Ucraina nel 2022, durante la presidenza Biden. Anzi, per Xi e Putin è motivo di preoccupazione e imbarazzo lo spettacolo di impotenza che hanno dato al mondo intero, non riuscendo a proteggere i loro alleati in Siria, Iran, Venezuela. Inoltre, è un problema per loro se l’America si conquista il ruolo di arbitro del mercato petrolifero mondiale».
È più corretto pensare che il capo della Casa Bianca badi soprattutto ai suoi interessi economici e all’approvvigionamento di petrolio, gas e terre rare?
«L’America ha l’autosufficienza energetica: controllare il petrolio venezuelano, condizionare quello iraniano e russo, accresce il suo potere negoziale sui rivali strategici come la Cina. In quanto a terre rare, è passata inosservata la Pax silica con cui l’America coalizza alleati per affrancarsi dal semi-monopolio cinese. Certo che gli interessi economici sono dominanti nella visione di Trump».
La sua preoccupazione maggiore è contrastare l’espansionismo cinese.
«Per ora ci sta riuscendo, il deficit commerciale Usa-Cina continua ad assottigliarsi».
Che effetti ha sul fronte interno questo attivismo del tycoon?
«Salvo che nelle grandi guerre, gli elettori americani non si appassionano di politica estera».
Il mondo Maga avrebbe preferito un maggior impegno sul terreno economico?
«Sì, lo giudicheranno sulla creazione di posti di lavoro e la riduzione del carovita, a novembre se non saranno soddisfatti manderanno in minoranza i repubblicani alle legislative».
È corretta la sensazione di un JD Vance in secondo piano?
«Sull’Ucraina e sul Venezuela ha avuto più peso Marco Rubio, che è un falco anticomunista in America latina, ma non vuole fare concessioni pericolose a Putin e quindi ha aiutato gli europei e Zelensky».
Queste ultime mosse, soprattutto il sequestro delle petroliere russe, possono compromettere la trattativa per la soluzione della guerra in Ucraina?
«Al contrario. Putin capisce solo il linguaggio della forza».
La trattativa per l’Ucraina ha infranto l’asse tra Londra e Washington su cui si reggeva la Nato?
«Starmer è debole, sfiduciato dagli elettori, quasi al livello di Macron. Sull’immigrazione ha finito per adottare una linea trumpiana. Per la cattura della nave petroliera russa ha messo a disposizione i suoi militari. Fa il possibile per mantenere un buon rapporto con Washington, sulle norme digitali Londra è più favorevole a Big Tech di Bruxelles».
Sono realisti o velleitari gli appelli a un maggior protagonismo dell’Ue di fronte all’attivismo di Trump?
«L’Ue ha bisogno di leadership. Storicamente ebbe l’asse franco-tedesco ma con Macron la componente transalpina si è spappolata. Prevedo un ritorno di egemonia germanica. Merz ha le idee chiare su come ridurre la fragilità del suo Paese e quindi dell’Europa: riarmo, protezionismo contro la Cina, crescita della domanda interna per non essere al traino dei consumatori americani».
La crisi prodotta dalla guerra in Ucraina poteva bastare a dimostrare che l’architettura dell’Unione europea è strutturalmente fragile e inadeguata?
«Qualcuno ha appreso la lezione ucraina: Germania, Polonia, Paesi Baltici, Svezia, Finlandia. Non è poco».
Che cosa pensi di ciò che sta accadendo in Iran? Da cosa nasce la ribellione al regime degli ayatollah?
«È una protesta economica che coinvolge i mercanti del bazar di Teheran, gli stessi che nel 1979 furono decisivi per cacciare lo Scià. La teocrazia sciita ha impoverito la popolazione e nel 2025 ha perso la credibilità del terrore internazionale che aveva quando Hamas, Hezbollah e Houthi erano all’apice. Però abbiamo visto altre proteste schiacciate nel sangue dal regime. Se la rivolta popolare non ha una leadership organizzata, l’apparato repressivo può prevalere. Forse bisogna sperare che ci sia una faida interna e ne emerga una classe dirigente meno fanatica, meno orientata alla jihad».
Il nuovo ordine mondiale ci fa stare tranquilli o ha un tratto inquietante, essendo dominato da personalità come Trump, Xi Jinping, Putin e Netanyahu?
«L’ordine mondiale è sempre stato più caotico e violento di come ce lo raccontiamo. L’illusione che sia esistita una Età dell’oro è specifica all’Europa occidentale: è l’unica parte del mondo dove c’è stata una vera Pax americana per 80 anni. Grazie al deterrente Nato, cioè all’America, i soldati di Mosca potevano massacrare civili a Varsavia, Budapest e Praga, ma non a Berlino Ovest o a Trieste. In quanto all’abitudine di infilare Trump e Netanyahu tra gli autocrati insieme a Xi Jinping e Putin, nasce da un vizio: si scambiano i difetti personali per difetti sistemici. Non basta un leader illiberale per uccidere una democrazia se questa è abbastanza forte da contrastarlo. Lo spettacolo quotidiano dei contropoteri in America ce lo dimostra».
Con il secondo mandato di Trump e la fine del pontificato di Francesco è tramontato l’ordine obamiano basato su politiche green, diritti Lgbtq, cultura woke e immigrazione: quali sono i cardini del nuovo scenario?
«L’ambientalismo apocalittico era insostenibile e si è fatto del male da solo. Sì, siamo in una fase diversa e questo riguarda anche la cultura woke. Però il quadro è complesso. Da una parte la rivolta contro la dittatura ideologica woke era cominciata nella società civile e nel mondo economico prima che arrivasse Trump. D’altra parte, nelle élite culturali il conformismo woke resta forte. Basta vedere il trattamento inflitto a un film coraggioso come Dopo la caccia di Luca Guadagnino».
Molti Paesi, anche in Sudamerica dal Cile al Perù, forse per reazione allo schema obamiano stanno spostandosi a destra: in forza di cosa i volenterosi europei, in crisi di consensi, resistono e si oppongono?
«Lo spostamento a destra in America latina è provocato dalle stesse cause che hanno fatto vincere Trump: immigrazione clandestina, narcotraffico, violenza criminale. In Europa se esistesse ancora il Partito comunista di Enrico Berlinguer sarebbe quello che era negli anni Settanta: un partito d’ordine, attento ad ascoltare la classe operaia e a tutelarne la sicurezza nei quartieri in cui vive».
Una parigina, Femmina, La ragazza del peccato A briglia sciolta Piace a troppi, ma se La sposa troppo bella vive Amori celebri, la Vita privata è Tradita e se dice La verità attira Il disprezzo.
Si potrebbe ricostruire unendo i titoli dei suoi film più celebri la vita, anzi, la parabola di Brigitte Bardot, di cui ieri la Fondazione a lei intitolata ha annunciato la morte senza specificare luogo e data. Il cinema mondiale, la Francia e i ribelli al perbenismo piangono la sua scomparsa. «Ringrazio quanti mi hanno sinceramente e profondamente amata: essendo in pochi, si riconosceranno», si legge nella prima pagina della sua autobiografia (Mi chiamano B. B.) dedicata ai genitori Pilou e Toty e al figlio Nicolas. «Ringrazio coloro che mi hanno insegnato a vivere a calci nel sedere, che, tradendomi e approfittando della mia ingenuità, mi hanno spinto sull’orlo di un abisso di disperazione da cui sono scampata per miracolo.
La vita si costruisce sulle difficoltà, se non si muore prima». È arrivata a 91 anni, in una vertigine di fama planetaria, tentati suicidi e amori travolgenti, prima del ritiro nella «Madrague» di Saint-Tropez. Monella sensuale, sciupamaschi, preda bramata e invidiata. Irritante per i benpensanti, essendosi sempre definita di destra. Prima elettrice di Charles de Gaulle, poi sostenitrice del Rassemblement nationale. Non ha mai temuto di risultare divisiva. Come quando si è espressa contro «l’islamizzazione della Francia». O sul Covid, rivelando di non essersi vaccinata perché «allergica ai prodotti chimici», e definendo la pandemia «una benedizione, un’autoregolazione demografica» contro la sovrappopolazione del pianeta.
Brigitte Bardot è stata la più dirompente attrice del Novecento. Più magnetica di Claudia Cardinale. Più seducente di Catherine Deneuve. Più eversiva di Marilyn Monroe. Più selvaggia di Sophia Loren. Certamente meno intensa di alcune di loro. Tra i Cinquanta e i Settanta, la sua irrequietezza ingenua e maliziosa stregò intere generazioni di fan e i maggiori registi francesi, prima che la cupezza sessantottina soffocasse la rivoluzione beat e la dolce vita, asfaltando la spensieratezza dei bikini, delle camicette annodate sopra l’ombelico e dell’acconciatura a criniera che coloravano le notti dei giovani di mezzo mondo.
In soli 21 anni B. B. interpreta 49 film, non tutti straordinari. Star involontaria, cantante, modello d’impertinenza. Le donne di mezza età la detestano per la spregiudicatezza dei costumi non solo da bagno. Le adolescenti ne imitano l’aria finto innocente irradiata dai modi e dalla moda. Il conflitto generazionale innesca il fenomeno globale e oggi c’è chi la rivede come la prima vera influencer contemporanea. Diventa soggetto Andy Warhol e Milo Manara, il compositore brasiliano Migeul Gustavo le intitola una samba che diverrà celeberrima, Bob Dylan esordisce con una canzone che porta il suo nome. Perfino le ferrovie slave, ceche e slovacche chiamano «Brizita» e «Bardokta» le loro sinuose locomotive.
Cresciuta con un’educazione rigida, dopo gli esordi nella danza classica vince le resistenze del padre e inizia a posare come modella. Al provino con il regista Marc Allégret presenzia il suo assistente, Roger Vadim. Ma per sposarla, contro la volontà dei genitori, bisogna aspettare che diventi maggiorenne. Quello con Vadim è il primo di quattro matrimoni. Segue quello con Jacques Charrier, dal quale ha Nicolas, l’unico figlio. Poi quello con il fotografo, imprenditore e playboy multimilionario Gunter Sachs. Infine, l’ultimo, durato fino alla morte, con l’esponente del Front national, Bernard d’Ormale, sposato nel 1992. Negli anni di massimo fulgore vive grandi storie d’amore con Gilbert Bécaud, Raf Vallone, Sacha Distel e Serge Gainsbourg, censuratissima la loro Je t’aime… moi non plus. Tormentata dai paparazzi e dal temperamento instabile, tenta un paio di volte il suicidio. La salvano gli innamoramenti e le infatuazioni. Quella per Jean-Louis Trintignant sboccia sotto gli occhi di Vadim che la dirige la prima volta in Et Dieu créa la femme (Piace a troppi in italiano). È il film che le regala fama mondiale. Uscita dall’orfanotrofio, la giovanissima Juliette finisce in un villaggio di pescatori (la futura Saint-Tropez che con lei diverrà meta internazionale), ma i suoi balli disinibiti turbano gli uomini del posto... Sebbene anche Vadim l’avesse già più volte tradita, completare la lavorazione del film è un tormento. L’enorme successo allevia le pene del divorzio. In anni successivi, reciterà per lui in altre quattro pellicole: vita privata e attività professionale sono più indissolubili dei matrimoni.
Dopo la consacrazione, interpreta altre ragazze disinvolte e finanche un po’ sgualdrine per cineasti come Claude Autant-Lara e Henri-Georges Clozot. E donne più altere per i campioni della Nouvelle vague Louis Malle e Jean-Luc Godard. In La ragazza del peccato (dall’originale En cas de malheur di George Simenon), nei panni di una provinciale inseguita dalla giustizia e impossibilitata a pagare l’avvocato (Jean Gabin), si offre come compenso in tutta la sua avvenenza. Anche nel giallo giudiziario La verità è una ragazza sotto processo, stavolta per l’uccisione dell’ex fidanzato. Trascurata dai genitori che le preferiscono la sorella violinista, le ruba il compagno direttore d’orchestra, fino al tragico finale. Più autobiografico è il ruolo di Vita privata dov’è un’attrice osannata dal pubblico ma criticata per i suoi facili costumi. Sarà il direttore di una prestigiosa rivista (Marcello Mastroianni) a prendersi cura di lei. Ancora più intellettuale è il profilo che le ritaglia Godard in Il disprezzo tratto da Alberto Moravia. Qui è la moglie di uno scrittore (Michel Piccoli) che deve sceneggiare un film sull’Odissea per il famoso regista tedesco Fritz Lang. Ma il produttore cinematografico è molto sensibile alle grazie di lei e, pur accorgendosene, il marito scrittore sembra lasciar fare…
Recita ancora per Malle e altri importanti registi, ma i copioni sono sempre meno stimolanti. Soprattutto è turbata dall’inseguimento ossessivo dei media assetati di scandali. Sensibile ai maltrattamenti subiti dagli animali, si appassiona ai temi ambientali e diventa vegetariana. Nel 1973, quando ancora splende, abbandona il cinema per dedicarsi alla protezione degli animali, lasciando orfani schiere di fan e spettatori.
L’adorabile sfrontatezza davanti alla cinepresa diventa ribellione al conformismo nella vita civile. Nel 1983 vende all’asta gioielli e oggetti personali per finanziare la Fondazione Brigitte Bardot impegnata nel benessere degli animali. Contesta le brutali tecniche di sgozzamento per la macellazione dei montoni, attuate da musulmani ed ebrei. Il suo gusto della provocazione smuove spesso la erre arrotata dei moralisti della Rive gauche. In una «lettera aperta alla mia Francia perduta» denuncia l’espansione delle moschee, «mentre i campanili tacciono per mancanza di parroci». Nei primi anni Duemila, quando sottolinea sulla stampa «la sotterranea e pericolosa penetrazione dell’islam», viene condannata per «istigazione all’odio razziale». Nel 2004, a una domanda riguardo la militanza del marito Bernard d’Ormale nell’allora Front nationale risponde: «Mio marito ha il diritto di pensare come vuole. Ha il diritto di fare ciò che vuole. Non comincerò a dominare le sue opinioni. Io ho le mie, che sono completamente diverse dalle sue. Sono di destra, si sa. Ma non sono del Fronte nazionale, anche se mi si taccia d’essere fascista, nazista, camicia nera...». Nel 2010 valuta di candidarsi alla presidenza della Repubblica nel Partito ecologista. Sette anni dopo invita a votare per Marine Le Pen contro Emmanuel Macron.
Ieri se n’è andata, lasciando solo il marito di dieci anni più giovane. E anche i cani, i gatti, le pecore, i cavalli, le oche, i cinghiali e tutti gli altri animali che popolavano la sua tenuta. E che, non senza un filo di snobismo, riteneva gli esseri più affidabili.
Davide Rondoni: «La destra ha l’egemonia. Ma la cultura non si fa soltanto con la politica»
Poeta, cattolico romagnolo anticlericale, presidente del Comitato per le celebrazioni a 800 anni dalla morte di San Francesco e autore di La ferita, la letizia (Fazi Editore), Davide Rondoni predilige i trasversalismi e rifugge le divisioni schematiche tra destra e sinistra. Soprattutto, rifiuta l’idea della «politica come banco di prova di tutto».
Davide Rondoni, lei sta con Marcello Veneziani o con il ministro della Cultura, Alessandro Giuli?
«Io sto con Davide Rondoni. Sono amico di Veneziani e anche di Giuli, così come ho tanti amici in ambienti culturali diversi dal mio perché ritengo la capacità di amicizia, che non coincide con il consenso, uno degli insegnamenti più preziosi».
Tornando a Veneziani e Giuli?
«Credo che Veneziani abbia il diritto di criticare, ma forse da un intellettuale mi aspetterei anche delle proposte. Perciò posso capire che di fronte a una critica senza appello il ministro abbia mostrato le unghie».
Ha torto Veneziani quando dice che con il governo Meloni per gli italiani è cambiato poco o nulla?
«Bisogna vedere quanto è largo il campo di osservazione. Per esempio, la posizione dell’Italia in Europa è più forte di prima e questo rappresenta una speranza per un’Europa altrimenti votata al fallimento. Poi mi pare che iniziative importanti siano state prese nel campo della lotta alle dipendenze e nell’attenzione ad alcune esigenze del ceto medio. Certo, occorre fare di più per incentivare i giovani che sono la vera questione dell’Italia di oggi. Su questo punto mi aspetto delle proposte. Soprattutto, confido in alcuni radicali cambiamenti della scuola e dell’università. Anche su questo l’iniziativa degli intellettuali sarebbe opportuna».
Veneziani esorta a dire e fare qualcosa di destra come, in campo opposto, Nanni Moretti invitava D’Alema a dire qualcosa di sinistra?
«Non credo che Veneziani sia così banale, credo che voglia spronare a un’accelerazione. Poi, insisto, non esiste una cultura di destra e una di sinistra».
Il fatto di appartenere alla stessa area elimina il diritto di critica?
«Intanto bisogna capire che cos’è un’area culturale. Esistono aree politiche in cui convivono culture molto diverse».
All’interno della destra ci sono culture differenti?
«Ovviamente. Ma noi analizziamo sempre la cultura dal punto di vista della politica, come se la cultura si compisse nella politica. Mentre invece è il senso critico nei confronti dell’esistenza. Per esempio, ci sono culture che riconoscono il trascendente e culture che non lo riconoscono. Oppure culture che vedono nello Stato il massimo livello della vita pubblica e altre no».
La critica di un intellettuale o quella di un giornale d’area possono essere fonte di arricchimento?
«Se sono intelligenti, certamente».
Come ha trovato la replica del ministro Alessandro Giuli?
«Giuli è un uomo che ama il gesto elegante».
Ottimo eufemismo.
«Ama i gesti un po’ esagerati che appartengono alla sua estetica. Quindi capisco che abbia voluto fare un gesto del genere in risposta a una critica assoluta e, per alcune cose che sta realizzando, un po’ ingenerosa».
Sarebbe stato un segnale di maturità raccogliere la provocazione e invitare Veneziani a suggerire delle riforme o delle iniziative soddisfacenti?
«Non siamo di fronte a due bambini, quindi è inutile dettare il manuale di comportamento».
Ha ragione Franco Cardini quando dice che non ci sono più i Giuseppe Berto e gli Alfredo Cattabiani e il livello intellettuale della destra è crollato?
«Non so a quale perimetro si riferisce Cardini. Come ho già detto non considero destra e sinistra come campi culturali, ma come campi politici. All’amico Cardini dico di stare attenti a non incorrere nel rischio che molti anziani hanno di idealizzare i tempi della loro giovinezza».
È inevitabile che dopo decenni di egemonia della sinistra un cambio di orientamento radicale comporti assestamenti e contraccolpi anche nell’area culturale di riferimento?
«Se ci fosse stata l’egemonia culturale di sinistra non ci sarebbe stato Berlusconi al governo per vent’anni e non ci sarebbe Giorgia Meloni adesso. C’era forse una maggiore organizzazione degli apparati, ma questo non è cultura».
La maggioranza silenziosa esisteva e non aveva voce se non al momento del voto.
«Alessandro Manzoni ci insegna che il succo della storia lo tirano Renzo e Lucia, due ragazzi del popolo, e non i direttori dei giornali. Questo è un avvertimento su ciò che consideriamo cultura. Penso che mia nonna Peppa fosse molto più intelligente sulla vita di tanti blasonati editorialisti di giornale».
Che opinione ha dell’ultimo raduno di Atreju?
«Non c’ero mai stato prima e quest’anno sono andato perché mi hanno invitato per una conferenza. Non mi permetto di dare giudizi assoluti, mi è parsa una manifestazione popolare».
Giordano Bruno Guerri dice che Meloni preferisce una squadra compatta «con una fede enorme nel silenzio assertivo». Per questo, davanti a una critica il ministro ha reagito in modo così duro?
«Mi sembra offensivo pensare che ci siano intellettuali che prediligono il silenzio assertivo. Faccio un esempio: all’ultima conferenza nazionale sulle dipendenze, Giorgia Meloni ha concluso il suo intervento citando un mio articolo in cui spronavo il governo a fare di più per i giovani».
Che cosa propone per i giovani?
«Constato un paradosso: i nostri giovani sono competitivi e vincenti in tutti gli sport, ma poi sembra che per lavorare a certi livelli debbano andare all’estero. Cioè: abbiamo ragazzi bravi, ma non li facciamo correre. Perciò, avanzo due proposte scomode. La prima: rivedere gli ordini professionali perché favoriscano i giovani invece di rallentarli. La seconda: togliere il valore legale al titolo di studio».
Con quale obiettivo?
«Riconoscere l’energia dei nostri ragazzi e non mortificarli. Invito Giuli, Veneziani e Cardini a unirsi in questa battaglia per una giovane Italia».
La Rai è il test del cambiamento prodotto da un governo: qual è il suo giudizio sulla Rai attuale?
«Mi pare di vedere qualche fiction di buona qualità ed esperimenti interessanti di nuovi programmi. Poi preferisco parlare di poesia più che di televisione».





