Ci sono la governante, la levatrice e la portalettere, in una sorta di sezione «mestieri di una volta». Poi ci sono le figure eccentriche, sonnambule e donne che incartano la frutta.
Le storie di integrazione negata, di ribellione e riscatto, di esortazioni pedagogiche un po’ ruffiane. Il tutto in una melassa vagamente piagnucolosa. A volte, un giro in libreria può rivelarsi illuminante. Nel suo strepitoso Egemonia senza cultura (Silvio Berlusconi editore), Andrea Minuz racconta quando, a metà degli anni Novanta, la visita alla Strand di New York gli aprì gli occhi sul provincialismo dell’editoria italiana. I testi di Louis Althusser, Bertolt Brecht o Franco Fortini che studiava all’università, presentati come nuove tavole della Legge, erano esposti nello scaffale del «pensiero marxista e post-marxista». Cioè, erano proposti come una visione di parte, non come il «canone» elettivo o i testi sacri della Cultura con la maiuscola. Senza andare tanto lontano né pretendere di smascherare altre truffe ideologiche, una più semplice sosta nella libreria di quartiere può fornire curiose informazioni su come funziona la narrativa nostrana. Basta uno sguardo al bancone delle novità e ci si fa un’idea di ciò che viene proposto ai lettori e alle lettrici italiane. La libreria in questione si trova all’interno di un grande centro commerciale di una città del Nord ed è, quindi, frequentata in prevalenza, ma non solo, da donne. La differenza da altri negozi riguarda solo l’accostamento dei volumi, tutti rintracciabili ovunque, magari più distanziati tra loro. Nello store del centro commerciale il colpo d’occhio è solo più immediato. Intanto, i colori vivaci di tutte le copertine, come per infondere un senso di euforia o almeno di ottimismo. Poi, i titoli, le fascette e gli elogi firmati per indurre all’acquisto. Rivelatori sono soprattutto i titoli dei romanzi. Direte, che sguardo superficiale… Proprio così, la rapida occhiata trasmette la percezione sintetica. Una marmellata di sentimentalismo. Una vernice omologata di ego-vittimismo. Una spalmata di femminismo spicciolo e intimista.
Al centro del bancone troneggia La femminanza, romanzo di Antonella Mollicone per l’editrice Nord. Il volto di una giovane donna del primo Novecento spicca sopra la fascetta: «Una Cerchia (in maiuscolo) di donne che condivide saperi antichi e verità immutabili. Un legame di sorellanza che trascende ogni legame di sangue». La femminanza: intreccio di femminismo sorellanza complicità solidarietà femminile eccetera. Il contraltare di maschianza, forse. Anzi no, a chi è mai venuta in mente la maschianza? Siamo in un paesino del Lazio, tra la Prima e la Seconda guerra mondiale, in una storia di nonne e bisnonne dell’autrice. Vi ricorda qualcosa? La matrice di molte di queste opere è C’è ancora domani di Paola Cortellesi. Le nonne, i lavori umili, l’orrido patriarcato. È la vena d’oro di buona parte di questa produzione letteraria: si torna a quell’epoca e a quei soprusi maschili, quasi fermando il tempo, come se poi non ci fossero state le battaglie delle mamme femministe di mezzo secolo dopo. Così, ecco la galleria dei mestieri dei tempi andati. La portalettere di Francesca Giannone, «vincitore del Premio Bancarella 2023», come segnala la solita fascetta: Salento anni Trenta. La levatrice di Bibiana Cau, Sardegna anni Venti, altra storia del filone empowerment femminile su cui è specializzata l’editrice Nord. Sempre in Sardegna, ma a fine Ottocento, è ambientato La sonnambula di Bianca Pitzorno (Bompiani), candidato al Premio Strega: una donna fragile, «preda fin da bambina di svenimenti», in fuga da un matrimonio che è «il luogo più pericoloso per lei». Dal primo Novecento siciliano invece proviene L’incartatrice di arance di Barbara Bellomo (Garzanti) che, mischiando figure storiche e personaggi di fantasia, narra l’epopea della dinastia Tarocco. È Serena Bortone a farci fare un salto negli anni Sessanta, raccontando per Rizzoli Le dirimpettaie, tre donne «che si incontrano sul pianerottolo e piano piano diventano indispensabili l’una per l’altra, legate da un’amicizia quotidiana, fatta di confidenze, silenzi e osservazioni reciproche», finché arriva la liberazione del Sessantotto e, d’incanto, tutto cambia. Si attendono gli spin off con Le inquiline, Le portinaie, Le affittacamere… e non sono da invidiare editor e redattori (maschile onnicomprensivo) per lo sforzo di fantasia indispensabile per inventare nuovi titoli calamita. Tra Milano e la campagna francese di oggi ci porta La governante, romanzo d’esordio per Marsilio di Csaba della Zorza. Naturalmente non mancano le storie di integrazione e di emancipazione complicate come in Estranea di Yael Van Der Wouden (Garzanti), candidato al Premio Strega europeo, e in Questo posto mi sta respingendo di Andrea Martina (66thand2nd). Ad assemblare l’intero campionario fornendogli una prospettiva più ideologica è arrivato fresco fresco in questi giorni La promessa. Dal suffragio femminile alla prima donna a Palazzo Chigi, storia di una rivoluzione incompleta (Rizzoli) di Marianna Aprile. Ma, non fosse altro che per la logorrea del titolo, sull’opera della mancata toga rossa non può bastare un semplice colpo d’occhio.
Altri filoni hanno, invece, ambizioni etiche o pedagogiche e le intestazioni suonano sentenziose e imperative. Come Parlami di casa di Jean Cummins (Feltrinelli), o Promettimi che non moriremo di Mara Carollo (Rizzoli), altra storia con al centro una donna ribelle che lascia il Veneto per inseguire un amore e un lavoro, un po’ come si è visto in Vermiglio di Maura Delpero. Oppure Non scrivere di me di Veronica Raimo (Capponi editore) e Bagna i fiori e aspettami di Lidia Ravera (Bompiani) che, secondo a chi è rivolto l’invito, un figlio un marito un’altra donna, può adombrare prospettive completamente diverse. Insomma, vien quasi da dar ragione alla Viola Ardone di Tanta ancora vita (Einaudi), un titolo che sembra cambiare l’ordine delle parole come si fa con gli addendi. Solo che in matematica «il prodotto non cambia», mentre in letteratura non ci si capisce un’acca. E si esce dalla libreria più incavolati di come ci si è entrati.
Massimo Cacciari: «Vile l’Europa che minaccia l’arte. Dico bravo a Pietrangelo se resiste»
Ex sindaco di Venezia e filosofo di livello internazionale, il 6 novembre scorso Massimo Cacciari ha tenuto una lectio magistralis alla Biennale di Venezia presieduta da Pietrangelo Buttafuoco intitolata «La morte dello jus belli» sulla fine del diritto internazionale nei conflitti contemporanei.
Professor Cacciari, che cosa pensa della minaccia dell’Unione europea di sospendere i finanziamenti alla Biennale dell’arte di Venezia se non chiuderà il padiglione della Russia?
«E dov’è la novità? Ha ribadito minacce già fatte».
Stavolta c’è un ultimatum con la richiesta di una decisione entro trenta giorni.
«L’ho già detto altre volte. Quella della Ue è una posizione insostenibile e retrograda. Un atteggiamento da Prima guerra mondiale. Come quando si impedivano i concerti e le opere di Johann Strauss e Richard Wagner. L’arte sotto il tallone dei burocrati, una posizione miope e inqualificabile».
La Biennale deve decidere se bloccare la partecipazione degli artisti russi entro trenta giorni, ma l’esposizione inizia il 9 maggio.
«Buttafuoco ha tutta la mia solidarietà, come ho già detto in altre occasioni».
La stupisce il silenzio degli intellettuali, altrimenti soliti strepitare in difesa della libertà e dell’arte?
«Non più di tanto, questo è il mondo... Cosa vuole che le dica... cazzi loro. Avranno paura di perdere fondi ministeriali o altri privilegi, mi pare evidente».
Silenzio davanti a un ultimatum.
«La lettera della Ue è una vergogna. Si accanisce solo nei confronti della Russia, mentre non si esprime su Israele invitando Netanyahu a interrompere bombardamenti e violenze. Si è perso ogni criterio di giustizia e di verità su tutto. È evidente che un popolo civile, anche laddove si sia in presenza, come lo siamo, di gravi violazioni del diritto internazionale, debba continuare ad avere rapporti sul piano culturale e artistico anche con Paesi avversari o nemici affinché, poi, finita la guerra, si possano ripristinare più facilmente rapporti, se non fraterni, almeno civili. La Biennale fa bene a farlo. Penso che sul piano culturale e scientifico si debbano mantenere tutti i rapporti possibili».
Senza eccezioni?
«È chiaro che la Biennale controllerà. Verificherà che le opere non esprimano contenuti di propaganda. Che non si inneggi all’invasione dell’Ucraina. In questo caso sì, si impedisce la partecipazione. Come se nel padiglione di Israele si esaltasse il massacro di centinaia di migliaia di palestinesi. Il confronto culturale scientifico e artistico deve essere salvaguardato, mentre va corretto quando prende il sopravvento la propaganda. Ma queste sono osservazioni ovvie laddove non avessimo tutti portato il cervello all’ammasso».
Nei mesi scorsi si sono susseguite manifestazioni in cui i movimenti pro Pal intimavano alle università italiane di sospendere i rapporti di collaborazione scientifica con gli atenei israeliani.
«Un’idiozia altrettanto grande come quella imposta dalla Ue alla Biennale. Un’idiozia simmetrica, l’una speculare al’altra».
Qual è, secondo lei, l’atteggiamento mentale che presiede a questi interventi di Bruxelles? Ultimatum, diktat, sanzioni, provvedimenti e minacce che piovono dall’alto.
«Rivelano solo la grande impotenza politica e economica dell’Europa. Siccome non si può fare i prepotenti nei confronti di Israele e degli Stati Uniti, si fa la voce grossa contro la Biennale. È un atteggiamento tipico dei deboli, dei vigliacchi, dei vili».
Un atteggiamento che si giova della compiacenza di politici e media del nostro Paese?
«Ma certo, sono un’unica cosa con i burocrati europei. Manifestano la stessa debolezza, la stessa impotenza».
Se dovesse dare un consiglio a Buttafuoco quale sarebbe?
«Non è facile. Mi auguro che riesca a tener duro. Se non dovesse farcela, lungi da me giudicare. Non è facile scegliere la posizione giusta, dovrà tener conto del rapporto con il governo, il ministero della Cultura, e con l’Unione europea. Non mi scandalizzerei se facesse marcia indietro».
Non sembra questa la sua intenzione.
«Allora gli dico “bravo”. Ma lo capirei se dovesse ingoiare il rospo».
La locandina di un convegno su Clint Eastwood occhieggia dal profilo Whatsapp di Andrea Minuz, docente di Storia del cinema alla Sapienza di Roma, firma del Foglio e autore dell’imperdibile Egemonia senza cultura. Storia sentimentale di un’ossessione italiana (Silvio Berlusconi editore), leggendo il quale ci si convince che l’egemonia è una cosa seria.
È così, professore?
«Sì, ed è un peccato che oggi sia un’espressione povera di significato, quasi una presenza spettrale. Una specie di forza invisibile che spiega le sconfitte elettorali e i monopoli intellettuali. Usata in modi diversi rispetto a come l’aveva pensata Antonio Gramsci. Chi ne parla spesso è molto interessato all’egemonia e poco alla cultura».
Quella di sinistra è seria, quella di destra una velleità?
«Certo. Quella di destra non può essere avvicinata all’idea gramsciana, mentre la sinistra è erede della lunga stagione del Partito comunista che ha avuto il suo climax negli anni Settanta».
Oggi c’è un clima più avvolgente?
«Allora c’erano l’enciclopedia Einaudi e il cinema impegnato e chiunque si occupava di cultura faceva i conti con le idee e le persone del Pci. Oggi è vivo e vegeto un luogo comune: l’equivalenza tra cultura e sinistra».
Egemonia culturale è un concetto figlio o padre della superiorità morale della sinistra?
«Secondo me, più figlio. Il Pci ha saputo attirare gli intellettuali e convincerli che fossero decisivi per vincere la battaglia delle idee. Loro ci hanno creduto e nella categoria è rimasto questo convincimento di superiorità con il paradosso che, più perdevano di importanza, più si rafforzava in loro l’idea di essere interpreti di questa missione».
La superiorità morale è una versione sofisticata di razzismo?
«È una forma di razzismo perché tende a escludere dal campo delle idee tutte quelle che hanno storie diverse o opposte a quella gramsciano-marxista che da noi è stata prevalente».
La superiorità morale genera anche l’atto dello sdoganare?
«Certo, con la polizia del gusto che alza la sbarra e approva il passaggio da una parte all’altra del campo culturale».
Perché l’espressione intellettuale di destra o cattolico stona?
«Se l’intellettuale non è di sinistra è considerato un’anomalia. Mi viene in mente uno come Augusto Del Noce, distante anni luce dal mondo marxista, un cattolico, un conservatore che ha anticipato una quantità di fenomeni e di cui oggi una persona sotto i trent’anni non ha mai sentito parlare».
Tra i tanti presenti nel libro qual è l’esempio più illuminante di egemonia culturale?
«Ne scelgo due. Il primo è la Rai: tutti i vincitori delle elezioni si illudono di poterla controllare per indirizzare l’opinione pubblica. È l’idea di egemonia gramsciana. In realtà, il partito più forte in Rai è il partito della Rai».
Il secondo?
«Le facoltà umanistiche. Qui, più che egemonia culturale, vedo un conformismo diffuso che porta a non mettere mai in discussione l’eredità del pensiero marxista. Si studiano sempre Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini e mai Giuseppe Berto. Un’altra convinzione scontata è che il mercato e il capitalismo sono sempre un po’ sospetti e cattivi».
Perché la parabola di Giuseppe Berto è significativa?
«Anzitutto perché Il male oscuro è uno dei più grandi romanzi del Secondo dopoguerra che oggi in pochi conoscono. Poi perché Berto ha commesso il peccato di preferire il termine afascista a quello di antifascista perché sapeva che in nome dell’antifascismo si possono compiere le peggiori nefandezze, come la lotta armata».
E perché è significativa la vicenda di Tolkien e del Signore degli anelli?
«È un esempio di egemonia culturale al contrario. C’è un libro della controcultura americana che diventa “la Bibbia degli hippies” e che, rifiutato da Elio Vittorini, consulente Mondadori, arriva in Italia anni dopo grazie a Edilio Rusconi. Tolkien è rifiutato dalla sinistra non perché è un fantasy, ma perché è un libro Rusconi. Per di più, l’operazione editoriale è gestita da Alfredo Cattabiani, un intellettuale emarginato nonostante abbia promosso autori come Cristina Campo e Pavel Florenskij. A quel punto, i giovani di destra degli anni Settanta trovano in Tolkien la mitologia fondativa estranea al fascismo che cercavano».
Poi c’è la fatwa contro il cinema d’evasione: divertirsi è sconveniente?
«Uno dei dogmi della cultura italiana, seriosa e quaresimale, è il primato del realismo e dell’impegno. Perciò, quando ridevi con un film di Totò o di Alberto Sordi o dei fratelli Vanzina dovevi quasi giustificarti. Da qui il mantra: “Se è culturale non può essere divertente e se è divertente non è culturale”».
Ha funzionato di più l’ascensore culturale di Lotta continua o Repubblica come startup di scrittori e artisti?
«Sono due matrimoni perfetti. Dai picchetti alle fabbriche, parte della generazione di Lotta continua si è ritrovata in pochi passi ai vertici di media e giornali o sulle cattedre universitarie. Mentre Repubblica, soprattutto all’epoca dell’antiberlusconismo più arcigno, era la commissione che rilasciava la patente di intellettuale e scrittore civile».
Roberto Saviano si afferma scrivendo il coccodrillo di Pietro Taricone.
«Scalfari ha l’intuizione di trasformarlo in icona pop. Può esibirsi a braccio sull’attualità, come Pasolini».
E Murgia punta di diamante della cultura woke?
«Ha l’intuizione di tradurla al momento giusto in salsa italiana».
Chi è lo scrittore brand?
«Qualcuno che mette il posizionamento politico davanti alla sua opera, indica una minaccia di fascismo al mese e odia il capitalismo anche se ci si trova benissimo. Da ultimo, è uno che dà grande rilievo al suo disagio, meglio se psichico».
Per esempio?
«Paolo Cognetti racconta il suo Tso, Scurati il disagio mentre scriveva M. Il figlio del secolo, tra i candidati al prossimo Premio Strega, Alcide Pierantozzi firma un romanzo costruito sulle sue cartelle cliniche. Magari è bellissimo…».
Qual è il ruolo degli attori cinematografici?
«Dagli anni Settanta il cinema è roccaforte della sinistra. Parliamo delle istituzioni come l’Anac (Associazione nazionale autori cinematografici ndr): un prolungamento del partito. Il cinema è un mondo piccolo e corporativo, dove c’è molto Stato e poco mercato. Quindi destinato a essere un boccone della politica e vittima dell’egemonia culturale».
Deriva da questo l’abitudine del finanziamento pubblico?
«In Italia senza finanziamento pubblico non c’è cinema, la nostra industria è troppo piccola per reggersi solo sulle sue gambe. La perversione è la pigrizia di produttori e registi che considerano dovuti i soldi per fare film. Il problema sono i criteri con cui vengono distribuiti».
I nostri attori sono più militanti di quelli di Hollywood?
«Di sicuro Hollywood è più credibile perché dipende molto meno dalla politica e dai finanziamenti pubblici».
Perché si sentono in dovere di pronunciarsi su ogni questione di attualità proponendosi come maestri di vita?
«Si sentono investiti di una missione, come se fare bei film non bastasse. Sentono il bisogno di posizionarsi dentro le cause giuste. Il caso del referendum sulla giustizia è emblematico, tutti compatti per il No. Mi sembra un conformismo che fa torto alla complessità in forza di una posizione monolitica e dogmatica. Come ha evidenziato Gaetano Gifuni che ha voluto distanziarsi dalla vicenda raccontata nella serie su Enzo Tortora annunciando il suo voto contro la riforma».
Perché non ci sarà mai un Veltroni di destra?
«Intanto, perché Veltroni è una dinastia, c’era papà Vittorio. Perciò Walter è cresciuto nutrendosi di egemonia culturale e senso di superiorità. Poi Veltroni è un network. La naturalezza con cui passa da un film a un editoriale a un libro del Campiello lo rende l’emblema dell’egemonia culturale».
La serie sulle foibe dimostra che è difficile proporre una fiction di destra?
«Nel racconto delle foibe si avverte un eccesso di committenza della politica che rende sospetto il prodotto. La fiction di destra paga il fatto che la fiction sinistreggiante è la fiction tout court. Perciò, dovendo inventare quella di destra la si giustifica da una posizione di svantaggio».
Intanto la cosiddetta TeleMeloni prepara quella sul Commissario Buonvino tratta dai gialli di Veltroni.
«Veltroni, inteso come network, sa essere amico di tutti. Riuscirebbe a piazzare una fiction anche agli ayatollah».
A proposito di TeleMeloni, vede anche lei una Rai ancora priva di un’identità riconoscibile?
«Io non vedo alcuna TeleMeloni, alcun progetto identitario coerente. Su questo mi sembra molto più bravo Cairo. Anche volendo, la compattezza ideologica di La7 sarebbe impossibile in Rai. Capisco il bisogno di coniare formule come furono TeleCraxi e TeleKabul, ma la politica passa e la Rai resta: è uno dei pezzi più forti di Deep state».
Alla Biennale di Venezia sta andando diversamente, nonostante le rigidità della politica?
«La Biennale di Venezia è la dimostrazione che non esistono due intellettuali di destra che la pensano allo stesso modo. È un bene per le idee, ma è un problema per qualsiasi progetto egemonico».
Politicizzando il referendum Dario Franceschini ha messo tutti nel sacco?
«Sì. Credo che l’80% dell’elettorato non abbia votato sulla giustizia, ma contro la guerra, contro Trump amico di Meloni, contro il governo, motivi che nulla avevano a che fare... Questo è evidente nel voto giovanile».
Le sentinelle della Costituzione.
«Non me la sento di attaccare i giovani... Si è scritto che il No ha vinto grazie a loro, una fetta di popolazione che non ha mai avuto a che fare con la giustizia. Personalmente, contesto soprattutto l’idolatria diffusa della Costituzione che, quando dev’essere modificata dal centrodestra, si trasforma nel Corano».
Cito da un suo articolo: la vittoria del No è un po’ la vittoria del Noi.
«La sinistra ha messo il copyright su una serie di valori da educazione civica come la solidarietà, la democrazia, la pace nel mondo su cui c’è ben poco da obiettare, facendo passare l’idea che le ragioni del Noi siano sempre più importanti di quelle dell’Io. E che le rivoluzioni siano eccitanti e le riforme noiose».
Oggi il dominio woke è un po’ meno incontrastato?
«Credo che abbia iniziato la parabola discendente perché ha mostrato il suo volto intollerante, dogmatico e non di rado pericoloso. Ma non illudiamoci perché non sappiamo da che cosa sarà sostituito. Il pensiero dogmatico e intollerante trova sempre un pubblico disposto a eccitarsi».





