Ripensandoci, aveva proprio ragione Sergio Castellitto. I David di Donatello? «Da demolire», aveva detto, testuale, con proverbiale schiettezza. Non tanto e non solo per i comizietti, come ha giustamente notato Francesco Borgonovo su queste pagine, che hanno contrappuntato l’estenuante serata condotta da un incontenibile Flavio Insinna.
Per la lagna di Matilda De Angelis sull’impoverimento intellettuale eccetera. Per gli svarioni di Valeria Bruni Tedeschi, ignara dei fondamenti nel tragico Ventennio delle grandi istituzioni cinematografiche italiane. E per i proclami di Lino Musella e i moniti di Rosella Pastorino, autrice di Le assaggiatrici («Si può essere colpevoli per inerzia») che vorrebbero trasporre nel presente la pedagogia resistenziale e antinazista. Non solo per tutto questo che, pure, è già abbastanza per abbatterli.
Anche per altro, molto altro. Da rivedere potrebbe essere il regolamento del premio, reso noto nell’imminenza dell’assegnazione e rimasto tuttora opaco. Da abbattere, appunto, per poi ricostruire è la composizione della giuria. Che stabilisce un circolo di prestigio, non l’unica delle incongruenze di questo sistema autoreferenziale come ha notato Ciak, la bibbia della materia in questione. Una giuria nella quale si entra versando un canone di 90 euro. E, a proposito di conflitti di interesse, una giuria nella quale ci sono tutti gli attori e le attrici, i registi, gli sceneggiatori e i produttori italiani del circoletto. Fate un nome, uno qualsiasi, e lo troverete. Roberto Benigni, Walter Veltroni, Stefano Accorsi, Valeria Golino, Nanni Moretti, Marco Bellocchio, Gianni e Giampaolo Letta, Sabrina Ferilli, Paolo Sorrentino, Ferzan Ozpetek, Silvio Soldini e Gianni Amelio, Aurelio De Laurentiis, Alba e Alice Rohrwacher, non solo un componente, ma intere famiglie dal cognome celebre. Mi fermo, la lista è infinita, oltre 1.600 persone da Abatantuono Diego a Zurolo Davide. Si fa prima a dire chi non c’è: Pupi Avati, per esempio. E Luca Medici e Gennaro Nunziante. Assenze significative. Per il resto, si premiano e si autopremiano. Con l’eccezione di Francesco Sossai, forse troppo periferico, il regista di Feltre travolto da otto David con il suo film outsider che ha sbaragliato i più accreditati Paolo Sorrentino e Luca Guadagnino, portandosi a casa le statuette per miglior film, regia, sceneggiatura, attore (Sergio Romano), brano originale, eccetera.
Non l’avevo visto Le città di pianura quand’era uscito qualche mese fa perché avevo intuito di che cosa si trattasse. Sono veneto, originario di Treviso, la città dove ora vive Sossai, e sono grato alla mia terra, alle mie strade e ai miei borghi. E avevo intuito che in quest’opera dominava un nichilismo neanche tanto camuffato. Una dispersione confinante con la disperazione. La filosofia dell’ultimo bicchiere di due spiantati. Dopo la messe di David sono andato a vederlo per capire se sono vittima di un pregiudizio. E se c’è un motivo valido per ignorare La grazia di Sorrentino oltre a quello accennato su X da Antonio Polito, cioè che è stato Sergio Mattarella con la grazia concessa a Nicole Minetti a farlo bocciare in tutte le sue 14 candidature. E dopo aver visto il film di Sossai, ho concluso che no, non c’è: il provvedimento di clemenza diramato dal capo dello Stato che, pure, ha ricevuto tutto il cinema italiano al Quirinale, è diventato ingombrante anche per il film del nostro ultimo premio Oscar.
Dunque, Le città di pianura è la storia formalmente ben raccontata di una gigantesca negazione. Una negazione consapevole e ribadita. È il Veneto dei non luoghi, caselli autostradali, autogrill, parcheggi sotto le tangenziali, case viste di sguincio, spesso sgangherate, capannoni, garage, osterie dove la gente indossa cappelli da cow boy per gli addii al nubilato, campielli veneziani deserti e dove anche uno degli aeroporti di Venezia si trova appena fuori Treviso e la stessa Venezia è una fondamenta periferica. Un Veneto dall’urbanistica sconclusionata, metafora di vite sgangherate e fatiscenti. Perché, ovviamente, quello di Sossai è un film sull’esistenza persa dispersa e perdente.
L’unico posto strutturato è il Memoriale Brion, ovvero il non cimitero, il «complesso funebre» di Carlo Scarpa, il grande architetto morto in Giappone. Un altro tassello dell’anticartolina perlustrata da due antiprotagonisti. Due che si trascinano e sopravvivono senza meta. Due erranti. Tutto accompagnato da una musica minimal country, chitarra e armonica, come in un west americano, ma desolato e desolante. Si vaga di giorno e di notte, senza fuso orario, per bere l’ultimo bicchiere, birra o gin tonic più che vino e anche questo è un controsenso, una negazione storica. Si vaga nella pianura cancellata dalla grande pittura che privilegia le montagne e la laguna, mentre invece è anch’essa piena di storia e di piccole patrie, che Sossai depenna per dipingere il suo affresco della sconfitta. C’è un segreto della vita e del mondo che i due antiprotagonisti inseguono per tutto il film, non se lo ricordano, perso nei fumi dell’alcol e delle piccole truffe con cui la sfangano. Un segreto che riemerge alla fine, con una discreta trovata di sceneggiatura e regia. L’unico vero colpo d’ala della trama. Ma è un colpo d’ala alla rovescia e si esce intristiti dalla sala. Perché, ahimè, l’assenza di fellinismi e di estetismi neorealisti non basta certo a farne un capolavoro.
Mi spiace, il mio pregiudizio ha trovato conferma. E anche la diagnosi di Sergio Castellitto.
Addio freni inibitori. Autocontrollo, questo sconosciuto. Ora che la meta si avvicina e in fondo al rettilineo s’intravede lo striscione del traguardo, vale tutto. La meta è la vittoria del campo largo alle prossime elezioni. O, detto in altro modo, la detronizzazione di Giorgia Meloni; e non si sa per che cosa si goda maggiormente.
I sondaggi hanno già certificato il sorpasso sul centrodestra, con e senza Futuro nazionale del generale Roberto Vannacci. Nel circo dei talk show è tutto un fregarsi di mani, un darsi di gomito, un ammiccare al successo imminente. Non è una consapevolezza teorizzata. Sembra più una tendenza, una corruzione di abitudini. Uno slittamento della frizione che consente di superare i limiti del codice dell’informazione. Ufficialmente, i titolari delle teletribune accusano il governo di fare propaganda mentre, in realtà, sono già in piena campagna elettorale.
Non ancora archiviato, il «caso Ranucci-Nordio» ci aiuta a capire cosa sta succedendo. È qui che il salto di qualità è diventato esplicito. Ospite di Bianca Berlinguer su Rete 4, il conduttore di Report nonché principe del giornalismo d’inchiesta dice che una fonte gli ha riferito che il Guardasigilli è stato ospite della residenza di Giuseppe Cipriani, protagonista con Nicole Minetti dell’adozione di un bambino (con gravi problemi di salute) che ha portato alla controversa concessione della grazia del presidente Sergio Mattarella all’ex igienista dentale. Un’insinuazione infamante rivelatasi un’illazione. «È una pista che stiamo verificando», ha detto in diretta Ranucci. Evaporata la fonte, cospargendosi «il capo di cenere», tre giorni dopo ha cavillato: «Non ho dato una notizia non verificata, ma ho detto che stiamo verificando una notizia». Dopo l’ammissione dell’eccesso, il ministro della Giustizia ha rinunciato a sporgere querela.
Meno magnanimemente l’ha mantenuta per la conduttrice di È sempre Cartabianca e la rete che ha diffuso la notizia non verificata. È il sintomo della patologia. Neanche fosse un Nicola Gratteri qualsiasi (ricordate la lettura senza filtro di un messaggio sul cellulare che attribuiva a Giovanni Falcone la contrarietà alla separazione delle carriere?) il campione del giornalismo d’inchiesta dà una notizia in diretta tv senza prima controllarla. «Trascende ogni mio controllo», diceva il visconte di Valmont in Le relazioni pericolose parlando dei suoi sentimenti verso madame de Tourvel. Così Ranucci, la tentazione era indomabile, la preda a portata di scoop: mandare a casa Nordio e, a cascata, il governo.
Gli argini sono infranti. Non che prima per «il governo delle destre» i salotti tv fossero centri benessere con musica soffusa. Tutt’altro, tra Otto e mezzo e DiMartedì, tra Il cavallo e la torre e Realpolitik per i meloniani spira da sempre un’aria tagliente. Ma da dopo il referendum sulla giustizia qualcosa è cambiato. In peggio. Prendiamo Matteo Renzi, autore di L’influencer (Piemme), soave odiografia dedicata alla presidente del Consiglio. Dalla sera della sconfitta nella consultazione sulla riforma della magistratura ne chiede ossessivamente le dimissioni. Non a caso, ha messo le tende a La7. Lilli Gruber, Corrado Formigli e Giovanni Floris se lo passano come un attrezzo da lavoro. Efficace, funzionale e che non tradisce. Siccome lui, che ci aveva scommesso il posto da premier si dimise quando perse il referendum sul Senato, ora deve farlo Giorgia Meloni che pure, fin dall’inizio, aveva evitato di confondere le sorti del governo con l’esito del voto sulla giustizia. Non importa, il senatore di Rignano insiste e persiste mandando in sollucchero i conduttori in campagna.
Nell’ultima monocorde puntata di DiMartedì, Floris ha mostrato a tutti gli ospiti, Massimo Giannini, Walter Veltroni, Renzi e Rocco Casalino, le stesse dichiarazioni in pillole della premier. Sul Piano casa, su Trump, sulla longevità del governo. «È un valore in assoluto la longevità?», ha chiesto mostrando flashback degli eccessi del governo berlusconiano ancora al primo posto nella classifica di durata. «Il governo è come un essere umano, tutti siamo contenti se un essere umano vive fino a 100 o 110 anni», ha premesso Giannini, «ma bisogna vedere in che condizioni ci arriva. Se passa gli ultimi vent’anni della sua esistenza immobile su una sedia a rotelle a non fare nulla, è inutile che è vissuto così tanto». Si può ricorrere a un paragone così irrispettoso verso tante persone che vivono una condizione di menomazione? Sì, se la missione assoluta è colpire l’odiato nemico. E pazienza se il livore fa dimenticare anche l’uso del congiuntivo.
Su X il collaboratore della piattaforma digitale Galt Media, Davide Scifo, 45.000 followers, ha radiografato lo schieramento dei programmi di approfondimento politico, non solo i talk show, conteggiandone 15 di sinistra, cinque di destra e solo quattro neutrali. Un calcolo abbastanza attendibile, nonostante tra i titoli progressisti non compaiano né La torre di Babele, né In altre parole di La7, né Splendida cornice di Rai 3. Mentre 4 di sera di Paolo Del Debbio è inserito tra quelli di destra sebbene, dividendo sempre in parti uguali il parterre degli ospiti, sia il più ecumenico dei talk. Quanto alla Rai, Porta a porta è iscritto nell’area della destra, Il cavallo e la torre in quelli di sinistra mentre ben tre (Agorà, Restart e Farwest) figurano tra i neutrali. Alla faccia di TeleMeloni.
Dove, invece, l’antimelonismo, più ancora che il campolarghismo, è uno show freddo e cinico è da chez Lilli Gruber. La quale, in campagna elettorale, lo è dal giorno dopo la vittoria della coalizione di centrodestra. Disinibita da subito, ha brevettato il jingle cantato in loop «E allora Giorgia Meloni?». All’unanimità, è la pifferaia dei conduttori antigovernativi, variegata formazione che annovera dal più idealista dei giornalisti al più sarcastico dei comici militanti. Alla vigilia del 25 aprile faceva tenerezza vedere Marco Damilano dare del tu alla staffetta partigiana novantacinquenne Luciana Romoli. Prima di concludere la puntata esaltando la berlingueriana «grande ambizione» mentre brandiva, commosso, un simbolico papavero.
Meno compassione ispira, invece, Maurizio Crozza che sul Nove ridicolizza in sequenza Giorgia Meloni, Carlo Nordio, Adolfo Urso e Antonio Tajani. Salvo poi improvvisarsi consigliere d’immagine di Silvia Salis, sindaca della città dove risiede, tirandole un pippone sull’imprudente intervista concessa al patinato Vanity Fair. Ma si sa, la campagna è campagna, anche la comicità scende in campo e, senza freni inibitori, la telepolitica diventa un kamasutra tutto da godere.
«Liberi e audaci. Sergio Mattarella, il capo dello Stato, ha detto chiaramente ai David di Donatello qual è il mandato del lavoro artistico e culturale: libertà e audacia. Eccoci». È stato uno dei passaggi chiave dell’intervento di Pietrangelo Buttafuoco al Teatro Piccolo dell’Arsenale durante la conferenza stampa della sessantunesima Esposizione internazionale d’arte della Biennale di Venezia.
Un passaggio sagace e imprevedibile, improvvisato a braccio. «Se le autorità politiche fossero ridotte a rango di furerie dove le ingerenze arrivano a piegare la solidità delle istituzioni culturali oggi avremmo un altro esito, magari lo avremo domani o dopo domani, ma il presidente del Consiglio Giorgia Meloni a precisa domanda sulla partecipazione della Russia ha detto: “La Fondazione Biennale di Venezia è autonoma; non sono d’accordo, ma”... E proprio quel “ma”, di cui la ringrazio, ha confermato sgargiante e definitiva la libertà e l’autonomia e quindi la libertà e l’audacia che sono alla radice dello iure, la civiltà del diritto, dottrina di cui Mattarella è maestro».
Lo iure, fondamento di civiltà, del diritto internazionale e della convivenza tra i popoli. Ma anche ieri l’idealismo e l’arguzia di Buttafuoco si sono rapidamente e nuovamente scontrati con le posizioni comprensibilmente radicalizzate di chi da anni patisce le conseguenze di un conflitto ingiusto e atroce. Così, non si è fatta attendere la reazione del ministro ucraino della Cultura, Tetiana Berezhna, che ha letto un accorato documento durante un evento all’Arsenale. «I valori di libertà, dignità umana e democrazia sono gli stessi che l’aggressione russa cerca di distruggere. Uno Stato che muove una guerra di aggressione non può presentarsi come rappresentante della cultura. Riaffermiamo il nostro sostegno alla libertà artistica e di espressione, ma questa libertà non deve essere strumentalizzata per “ripulire” i crimini di Stato o conferire legittimità all’aggressione», ha scandito l’ucraina sottolineando di parlare a nome di partner come Romania, Francia, Lettonia, Lituania e, con un’estensione forse un po’ enfatica, «della comunità internazionale».
Nel pomeriggio, durante l’apertura ufficiale a inviti, si sono registrati momenti di tensione davanti al padiglione russo. Un grande schieramento di polizia ha contenuto l’azione di alcuni manifestanti con bandiere ucraine che hanno gridato: «La Russia è uno Stato terrorista, via dalla Biennale». All’interno del padiglione, invece, è stato subito bloccato un giovane che, durante un’esibizione, aveva lanciato contro il pubblico il contenuto di una bottiglia di latte e un pezzo di parmigiano. «Non siamo interessati alle proteste, ma come in ogni evento pubblico, dev’essere garantita l’incolumità delle persone che vi partecipano. Per questo il padiglione è stato chiuso per qualche momento, ma è stato solo un piccolo incidente che non ha creato problemi», ha spiegato l’ambasciatore russo in Italia Alexey Paramanov. Solidarietà con la protesta dell’Ucraina contro la partecipazione della Russia è arrivata, invece, da Fabio Rampelli di Fratelli d’Italia.
Più folcloristiche erano state, in mattinata, le contestazioni inscenate dalle Pussy Riot sul cui seno scoperto si leggeva «Biennale of devil», forse in riferimento al credo islamico di Buttafuoco. Al contrario, il volto del presidente definito «el patron» era raffigurato sulla t-shirt di un ragazzo rappresentante lo schermo di un cellulare. «Biennale is calling»: tasto rosso per rifiutare, verde per accettare la chiamata.
Ben oltre il folclore, sono quattromila i giornalisti accreditati a questa sessantunesima Biennale, di cui 2.800 stranieri, 100 i Paesi partecipanti, 110 gli artisti selezionati dal team di Koyo Kouoh, la curatrice deceduta nel maggio scorso, che non ha potuto vedere realizzata In Minor Keys, l’esposizione intitolata alle chiavi interpretative delle minoranze. Dopo il prologo di Ottavia Piccolo che ha recitato uno stralcio di Quello che veramente ami rimane del cittadino veneziano Ezra Pound, nell’incipit del suo intervento, Buttafuoco ha ringraziato tutti, cominciando proprio dal ministero della cultura, «nella persona di Alessandro Giuli» (che gli aveva dato del «fratello sbagliato») e tutte le istituzioni del territorio che sostengono le iniziative della Biennale. Un’istituzione che ha 130 anni di storia di confronto e convivenza, una storia che si ribella alle esclusioni preventive, alle sentenze emesse prima dei processi e al tentativo di capovolgere i criteri della democrazia, decidendo chi deve esserci e chi no. «La civiltà del diritto è cosa diversa dagli statuti etici, dalla legge uguale per tutti quelli che la pensano come noi… Se la Biennale cominciasse a selezionare le appartenenze e i passaporti smetterebbe di essere quello che è sempre stata», ha proseguito Buttafuoco. «Non intendiamo barattare per il quieto vivere politicante 130 anni che hanno raccontato sempre così il mondo. La Biennale non è un tribunale, ma un giardino di pace. Alle istituzioni chiediamo dialogo, non carte che girano sottobanco. Qui sono presenti l’Ucraina e la Russia, così come alla Mostra del Cinema ho visto vicine e accostante la bandiera dell’Iran a quella di Israele perché a Venezia noi non imbracciamo le armi: si vis pacem, para pacem».
Tuttavia, parecchio lavoro c’è ancora da fare. Gli attivisti della Global sumud flotilla appena rientrati in Italia, hanno indetto per domani pomeriggio una manifestazione contro la presenza del padiglione di Israele alla quale parteciperanno i centri sociali di Venezia, del Nordest e di altre associazioni studentesche pro Pal.





