Da qualche tempo nel nostro Paese sta succedendo qualcosa di nuovo. È una metamorfosi che, sottotraccia ma incalzante, sta modificando i termini del confronto civile. Inesorabilmente. Alcuni grandi enti, alcune grandi istituzioni civili e sociali stanno cambiando mestiere.
La Cei, Conferenza episcopale italiana, la Cgil, Confederazione generale italiana del lavoro, e la Anm, Associazione nazionale magistrati, non sono più quelle di una volta. Non agiscono più all’interno del loro ambito di competenza. Hanno deciso di scendere in campo, in trasferta. Cioè, abbandonando il loro scopo, la loro ragione sociale. Tralasciando il motivo per cui sono nate e che dovrebbe impegnarle a fondo e assorbire tutte le loro energie perché attraversano momenti, come dire, un tantino difficili.
Invece no, sconfinano. Esondano. Si allargano. Fanno politica. Il motivo? Ci sono al governo «le destre». C’è la minaccia autoritaria. C’è Giorgia Meloni, l’underdog della Garbatella. L’usurpatrice. Tutto è ancora più inasprito dall’imminenza del referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo. Così, questi organismi che incarnano a pieno titolo l’establishment del Paese, si sentono autorizzati a opporsi, a schierarsi per scongiurare il ritorno del fascismo e ad assumere una postura emergenziale. I vescovi dovrebbero occuparsi della riduzione della pratica religiosa, della crisi delle iscrizioni dei bambini al catechismo (pari a zero nelle parrocchie del centro di Bologna, la città del cardinale e presidente Matteo Zuppi), del crollo delle vocazioni sacerdotali (meno 60% negli ultimi 50 anni) e dello svuotamento dei seminari? Lo storico sindacato dei lavoratori dovrebbe concentrarsi sul calo degli iscritti (meno 45.000 tra il 2024 e il 2025), sul dramma delle morti sul lavoro, sugli aumenti dei salari che, non di rado, quando vengono proposti, rifiutano? Il sindacato dei magistrati dovrebbe dedicarsi all’automazione nei tribunali, alla qualificazione del personale e delle attrezzature della macchina giuridica? Niente di tutto questo. Cei, Cgil e Anm combattono in prima linea tutt’altra battaglia.
Oggi il vicepresidente della Conferenza episcopale italiana, Vincenzo Savino, vescovo di Cassano allo Jonio in Calabria, parteciperà al congresso di Magistratura democratica per il No al referendum sulla giustizia. Nel panel «moderato» da Massimo Giannini, l’intervento del prelato è previsto dopo quello di Silvia Albano, presidente di Md nota per le sentenze contrarie al trattenimento di clandestini condannati nei Cpr albanesi, e Benedetta Tobagi, giornalista collaboratrice di Repubblica. Quello di Savino con Magistratura democratica è uno dei tanti casi di contiguità tra vescovi e toghe riprodotta in convegni e partecipazioni sparse sul territorio nazionale in spazi diocesani, finanche ecclesiali, concessi ai comitati per il No. Su un altro fronte, qualche giorno fa, il cardinale e presidente della Cei Matteo Zuppi, ha presenziato con Romano Prodi e il sindaco di Bologna Matteo Lepore, all’Iftar, il pasto con cui i musulmani celebrano la fine del ramadan. Sul palco c’era anche Yassine Lafram, imam della Comunità islamica bolognese e già presidente dell’Unione delle comunità islamiche d’Italia (Ucoii), che a settembre si era imbarcato sulla Flotilla per veleggiare verso Gaza.
Il cambio di ragione sociale è fattuale. Stupisce lo zelo dei vertici della Cei ad abbracciare battaglie eterogenee, dal dialogo inter-religioso (anche quando le altre religioni sono riluttanti a ogni forma d’integrazione) al contrasto all’autonomia differenziata, dalla predilezione per questa Unione europea fino alla benevolenza verso le Ong nell’accoglienza incondizionata ai migranti. Mai che dalla presidenza dei vescovi arrivi qualche pronunciamento che echeggi l’affermazione di Cristo «centro del cosmo e della storia».
Lunedì scorso la Cgil ha promosso una giornata di astensione dal lavoro nei comparti di scuola, università e ricerca «per riaffermare i diritti delle donne, a partire da quello all’autodeterminazione e alla parità di genere, davanti alla evidente recrudescenza di una cultura maschilista, misogina e patriarcale». È solo l’ultimo della sterminata raffica di scioperi indetti dalla sigla capeggiata da Maurizio Landini per contrastare l’attività del governo e, ciò che più conta, complicare la vita dei cittadini. Dalle manifestazioni pro Pal alle occupazioni studentesche, dal sostegno alla Flotilla al contrasto alla Finanziaria e al decreto Sicurezza, ogni pretesto è buono per paralizzare e incendiare le città con l’aiuto della galassia antagonista, per fermare treni, aerei e autobus, e bloccare il lavoro del personale negli ospedali (puntualmente di venerdì). La missione della «rivolta sociale» contro il governo è prioritaria su tutto. E pazienza se crollano le iscrizioni, secondo uno studio del 2023 al ritmo di 121 al giorno che, negli anni successivi, è ulteriormente aumentato. Motivo? «Molti lavoratori percepiscono la Cgil come un’opposizione politica piuttosto che una tutela sindacale» e criticano «la lentezza nei rinnovi contrattuali e la scarsa attenzione alla sicurezza sul lavoro». Contento Landini…
Qualche giorno fa, l’Anm ha usufruito dell’aula della Corte d’assise del tribunale di Treviso per un convegno in favore del No al prossimo referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. È uno dei tanti episodi in cui un sindacato della più intoccabile tra le categorie professionali, che si comporta come un partito politico, usa un luogo istituzionale per propagandare la linea contraria alla riforma Nordio. Del resto, l’Anm è un’autorità in materia, avendo da sempre la propria sede nel Palazzaccio della Corte di Cassazione in piazza Cavour a Roma. L’identificazione totale dell’Associazione nazionale magistrati con il comitato per il No ha già prodotto le prime defezioni tra i suoi aderenti, dal membro del direttivo Andrea Reale alla giudice della Corte d’appello nelle sezioni civili di Milano, Anna Ferrari. Sono i primi di una più ampia e consistente diaspora di magistrati decisi, oltre che a votare Sì, ad abbandonare l’associazione di categoria. Come per la Cgil, la perdita di associati è una delle conseguenze dello snaturamento, il prezzo da pagare sull’altare dell’opposizione al governo. Cambiare ragione sociale non può essere un processo indolore in termini di fiducia e rappresentatività. Ma alla Cei, all’Anm e alla Cgil ancora non se ne preoccupano. L’imperativo di detronizzare l’usurpatrice viene prima di tutto.
Giorgio Mulè, lei è il giustiziere dei magistrati?
«No, io sono per una giustizia che riguardi anche i magistrati. Una giustizia che li faccia essere responsabili per gli errori che commettono e che sappia esaltarne la professionalità e il merito».
Il video del confronto di Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera, esponente di Forza Italia ed ex direttore di Panorama, con il pm Henry John Woodcock a Piazzapulita ha fatto il giro di tutti i social. Il magistrato, divenuto molto mediatico grazie al Savoiagate, Vallettopoli e l’inchiesta sulla P4, ne è uscito malconcio.
Come vi siete salutati alla fine?
«Ci siamo dati la mano, con un reciproco in bocca al lupo».
Si è tolto anche il sassolino delle intercettazioni cui Woodcock sottopose la redazione di Panorama.
«È solo un granello rispetto alla valanga di ingiustizia prodotta dalla Procura di cui faceva parte Woodcock. E rispetto alle vite rovinate, ai destini diversi e alla normalità compromessa di molti cittadini italiani, vittime di indagini finite nel nulla».
Dopo la performance di Piazzapulita la stanno chiamando altri programmi o a La7 è nella lista nera?
«A La7 vado come nella fossa dei leoni. Se mi chiamano, continuerò ad andare, compatibilmente con i miei impegni».
Quando un confronto con Nicola Gratteri?
«Quando vuole, dove vuole…».
Woodcock come Gratteri, Nino Di Matteo e, in parte, anche Marco Travaglio?
«Sono tutti parte di una compagnia di smemorati perché hanno dimenticato ciò che dicevano come antidoto alla malagiustizia, a cominciare dal sorteggio dei membri del Csm per proseguire con la separazione delle carriere».
Perché è importante sottolineare che hanno cambiato idea?
«È importante inchiodarli alla loro ipocrisia. Far emergere che si tratta di posizioni solo ideologiche, che nascondono una contrapposizione a questo governo, i cui destini dovrebbero dipendere dall’esito del referendum».
Questa ipocrisia determinata dalla riforma partorita dal governo è un esempio palese di dipendenza di questi magistrati dalla politica?
«Lo è. Come lo è il voltafaccia della sinistra rispetto a idee di riforme che ha portato avanti per anni e che costituivano il suo Dna autenticamente riformista e garantista».
L’Alta corte disciplinare e la postura garantista erano nella tradizione della sinistra.
«L’Alta corte era a pagina 30 del programma elettorale del Pd del 2022. Questi magistrati sono gli smemorati di complemento rispetto alla compagnia di Travaglio & Co».
Molti leader della sinistra sempre pronti a gridare al ritorno del fascismo scordano che l’unificazione delle carriere fu voluta dal ministro della Giustizia di Mussolini Dino Grandi?
«Questa è una riforma per dirsi autenticamente antifascisti. Chi vota Sì è antifascista perché supera quell’ordinamento del 1941 di uno Stato totalitario e che poggiava su due pilastri: la presunzione di colpevolezza e l’unicità delle carriere».
E scordano che, al contrario, la separazione fu propugnata dal partigiano Giuliano Vassalli?
«Dalla Medaglia d’argento della Resistenza al regime nazifascista Giuliano Vassalli, per la precisione. Che aveva in animo la separazione delle carriere e fu fermato dall’unico partito che ha resistito alla Prima e alla Seconda repubblica: l’Associazione nazionale magistrati».
Un’altra amnesia del fronte del No è l’europeismo?
«Nell’Europa a 27 Stati, l’Italia è, insieme alla Grecia, la Cenerentola della separazione delle carriere. Persino il Vaticano l’ha introdotta da più di un lustro».
Significa che negli altri 25 Stati europei la giustizia è assoggettata al potere politico?
«In alcuni Stati è espressamente previsto, come in Francia, dove il pm è “agente dell’esecutivo” e dove il ministro della Giustizia può disporre nomine e trasferimenti. Negli altri Paesi la separazione è netta e totale, con vari ruoli che la politica esercita direttamente sulla magistratura».
Quindi hanno ragione coloro che mettono in guardia da questo rischio?
«In Italia c’è la corazza della Costituzione a impedire qualsiasi ingerenza».
Che percezione ha riguardo all’esito del referendum?
«Non ho percezioni, ma parlo di ciò che vedo da Reggio Calabria a Novara: migliaia di cittadini di destra, di sinistra e di centro che hanno ben chiari i contenuti della riforma e andranno a votare Sì. Alla fine, chi vota No vota per lasciare tutto com’è, magari nella speranza di avere una crisi di governo ed Elly Schlein presidente del consiglio. Non mi pare un affarone, francamente. Soprattutto per il momento storico in cui ci troviamo. Chi vota Sì supera queste degenerazioni, migliora la giustizia e, anche se non gli piace Giorgia Meloni, tra un anno voterà per cambiare il governo. In ogni caso, per adesso ci teniamo la stabilità e chi può gestire la crisi. Unire i due piani è profondamente sbagliato».
Anziché sul merito del referendum si discute sullo schieramento e si vota contro il governo?
«Esatto, ed è la cosa più sbagliata perché determinata dalla vacuità e dalla pochezza di argomenti come la deriva autoritaria che nulla c’entrano con il No alla riforma».
La guerra in Iran favorisce il fronte del No?
«La guerra in Iran nulla c’entra con il referendum che non è un campo di battaglia, ma una partita a sé, fondamentale perché riguarda la Costituzione, madre di tutte le leggi italiane. Perciò non si può fare la guerra sul referendum come tentano di fare la sinistra e parte della magistratura. Dev’essere un confronto sereno sulle ragioni del Sì e del No. Noi siamo capaci di portare degli argomenti, dall’altra parte si tenta di innescare una guerra che, però, devia il corso della consultazione».
Ex senatore pd, animato da senso di giustizia e impegnato nella difesa dei diritti sociali, Stefano Esposito è stato vittima di una lunga e persecutoria indagine della Procura di Torino. La racconta in Massacro giudiziario (Liberilibri) di Ermes Antonucci e in questa intervista.
Se dovesse definire con un’immagine la vicenda di cui è stato vittima quale userebbe?
«Il tritacarne».
Composto da?
«Un mix di elementi di cui non sono né il primo né, temo, l’ultimo a essere vittima: il teorema del pm Gianfranco Colace e i media che l’hanno veicolato. È il famoso circuito mediatico giudiziario, che trita chi ci finisce dentro».
Nella prefazione a Massacro giudiziario, Giuliano Ferrara cita Il processo di Franz Kafka: «Qualcuno doveva aver calunniato Joseph K. perché, senza che avesse fatto nulla di male, un mattino fu arrestato». Lei non è stato arrestato, perché dice che lo avrebbe preferito?
«Perché, visti gli adempimenti cui è sottoposta una persona privata della libertà, avrei potuto dire la mia. Invece, in 2.589 giorni, quant’è durata la mia vicenda, non sono nemmeno riuscito a depositare una memoria».
Sette anni d’indagine e 500 intercettazioni non autorizzate, viene in mente il film Le vite degli altri.
«Il riferimento è appropriato perché nel 2020 ho scoperto che erano state attivate intercettazioni telefoniche sull’utenza di Giulio Muttoni, un imprenditore mio amico, per sorvegliare me. Intercettazioni avvenute senza soluzione di continuità dal gennaio 2015 al marzo 2018».
Com’è possibile che 500 intercettazioni, una piccola parte delle 30.000 che hanno riguardato Muttoni, siano state attivate mentre era senatore senza autorizzazione del Parlamento?
«È un grande mistero sul quale ha fatto luce, con una sentenza inusuale per durezza, la Corte costituzionale parlando di “indagine preordinata”».
I capi d’accusa erano corruzione, turbativa d’asta e traffico d’influenze illecite.
«La corruzione sarebbe nata nel 2010, ma si sarebbe concretizzata nel 2015, e già questo la dice lunga sulla preordinazione. Inoltre, sarebbe avvenuta mediante un prestito di Muttoni con un bonifico restituito a un tasso di favore. Questa era, per la Procura, la prova della corruzione. Un pm antimafia mio amico mi ha detto: “Sei l’unico cittadino italiano che ha incassato una tangente tramite un bonifico, restituito”».
Un bonifico tra due preveggenti.
«Ho fatto una telefonata, cinque anni dopo il bonifico, a Raffaele Cantone, presidente dell’Anac (Autorità nazionale anticorruzione ndr), per chiedere informazioni sulla procedura che avrebbe riguardato l’azienda del mio amico colpita da un’interdittiva antimafia. Appena ricevuta la documentazione dell’indagine, i pm di Roma, titolari per competenza territoriale, l’hanno smontata alla radice».
Poi le contestavano il regalo di un Rolex e di un tapis roulant.
«Il Rolex non è mai esistito, come hanno scritto sempre i pm di Roma. Quanto al tapis roulant, è vero che l’ho ricevuto ma anche che l’ho immediatamente restituito. Tutte evidenze presenti nelle carte dell’accusa, ma ignorate».
Qualcuno poteva interpretare il suo interessamento per l’appalto del Forum dello sviluppo economico locale come un contrasto alla società del Lingotto dove si tiene il Salone del libro?
«Il paradosso di quella vicenda è che fui proprio io a insistere affinché il Comune di Torino non affidasse l’appalto direttamente al mio amico, ma venisse indetta la gara. Altro che turbativa d’asta».
Lei era un esponente del Pd favorevole alla Tav?
«Forse ero l’unico senza ruoli istituzionali che si batteva per la Torino-Lione. Anche sindaci e governatori, da Mercedes Bresso a Giorgio Chiamparino a Piero Fassino erano favorevoli».
Quindi il suo impegno non avrebbe dovuto esporla?
«Mi ha esposto rispetto alle timidezze dei miei colleghi di partito. Non dimentichiamoci che c’erano e ci sono molti sindaci in Val di Susa, consiglieri regionali e comunali del Pd che strizzano l’occhio ai No Tav».
E al centro sociale Askatasuna?
«Il movimento No Tav non esiste nella sua inclinazione violenta senza Askatasuna. Sono inscindibili».
Il suo impegno ha cozzato contro i poteri forti della città o per accusarla i magistrati hanno fatto da soli?
«Credo che in città si sia creato un contesto che già 15 anni fa definivo zona grigia, esattamente come l’ha definito di recente la procuratrice generale Lucia Musti. Siccome non ho condotto una battaglia silenziosa, intorno a me si formò un clima d’insofferenza che qualcuno può aver raccolto».
Era un presunto colpevole?
«Per il pm Colace e chi ha retto la Procura dal 2015 al 2022 l’obiettivo non era istruire il processo ma, con l’avviso di garanzia e la chiusura delle indagini, minare la mia reputazione».
Com’è possibile che abbia saputo dell’archiviazione dell’indagine di sei mesi prima solo grazie all’interrogazione parlamentare di Ivan Scalfarotto al ministro Carlo Nordio?
«Questo è il sistema. La norma prevede che l’indagato sia informato dai pm in caso di rinvio a giudizio, non in caso di archiviazione. A proposito di parità tra accusa e difesa…».
Qual è il costo umano di questa disparità?
«In queste situazioni si continua a omettere che un indagato inizia a scontare la pena dal momento in cui riceve l’avviso di garanzia. Se sei innocente, come nel mio caso, la sconti da innocente».
Che impatto ha avuto questa vicenda sulla sua famiglia?
«Devastante. Il prezzo più alto lo sta pagando mia moglie Rachele che continua ad avere problemi perché la società per cui lavora non ha, come tutte le società con la testa negli Stati Uniti, una compliance particolarmente garantista. In sintesi, ha perso il ruolo che aveva e, nonostante l’indagine sia terminata come abbiamo detto, nessuno glielo ha restituito. Questo ha prodotto il ricorso a cure farmacologiche...».
E gli effetti sui suoi figli?
«Ricordo che una sera Francesco è tornato a casa da scuola dopo che un compagno gli aveva dato del figlio del mafioso. Mi son dovuto trattenere dal telefonare al papà di questo ragazzino e dall’intervenire in altre situazioni analoghe perché le poche energie dovevo concentrarle nella battaglia per dimostrare la mia innocenza».
Come ha fatto a non ammalarsi?
«Non so se non mi sono ammalato, mi tengo sotto controllo. Di sicuro non sono più la persona che ero».
Chi è oggi?
«Un padre e un marito che cerca di portare avanti la propria vita garantendo il miglior standard possibile alla propria famiglia. È faticoso raggiungere questo obiettivo, ma forse ci sto riuscendo. Naturalmente non ho più niente a che fare con la persona che faceva politica 18 ore al giorno e si occupava della vita degli altri. Purtroppo, sono diventato molto cinico…».
Di che cosa vive?
«Ho un’attività di consulenze amministrative, legislative e di relazioni istituzionali per imprese».
Si è mai rimproverato un eccesso di generosità?
«Altroché. Se mi fossi comportato come alcuni miei colleghi che i problemi li schivavano, sicuramente non mi sarei trovato in questa situazione. E, magari, invece di due mandati parlamentari ne avrei fatti quattro. Ma non ho mai interpretato la politica come un mestiere».
Il pm Colace ha avuto sanzioni disciplinari?
«Il Csm l’ha sanzionato con il trasferimento da Torino a Milano, dal penale al civile e con la perdita di un anno di anzianità. La gup Lucia Minutella ha subito una censura. Siccome entrambi hanno fatto ricorso, sono sanzioni ancora sub iudice».
Come si è comportato il suo partito negli anni dell’indagine?
«Un minuto dopo la sua pubblicazione tante persone sono scomparse. Non gli amici, come Matteo Orfini, Emanuele Fiano, Andrea Orlando, Simona Malpezzi, Gianni Cuperlo, Francesco Verducci e naturalmente Scalfarotto, che peraltro non era più nel Pd. Ho riscontrato maggiore vicinanza da altri partiti che dal mio».
Che cosa sarebbe cambiato se fosse stata in vigore la separazione delle carriere?
«Posso presumere che un gip distinto avrebbe osservato gli elementi con maggior attenzione e avrebbe potuto chiudere l’indagine almeno tre anni prima. All’udienza preliminare ho avuto la netta percezione che il gup fosse lì per fare quello che voleva il pm».
Sarebbe bastato controllare le date e la tracciabilità del famoso prestito.
«Sarebbe bastato aver letto le memorie del mio avvocato».
Oltre alla separazione tra pm e giudici quant’è importante la responsabilità civile dei magistrati?
«L’istituzione dell’Alta corte disciplinare è uno dei punti qualificanti della riforma. Come tanti che hanno vissuto un’esperienza simile alla mia non nutro sentimenti di vendetta, ma mi auguro che si possa stabilire un principio per cui un magistrato che dispone di enormi poteri sulle vite delle persone, di fronte a un errore conclamato e ripetuto, sia sanzionato come avviene per tutte le categorie professionali. Di fatto, oggi, i magistrati, pm e giudici, godono di un’impunità pressoché assoluta».
Cosa pensa delle dichiarazioni di Nicola Gratteri e Nino Di Matteo?
«Quelle del 2020 e 2021, quando urlavano contro il sistema delle correnti dal quale erano esclusi o quelle che oggi le rinnegano?».
Quelle in cui affermano che votano Sì al referendum mafiosi e massoni mentre votano No le persone per bene.
«Gratteri è mille miglia lontano dalla cultura garantista alla base della nostra Costituzione. Ci si riempie la bocca della Costituzione più bella del mondo, ma ci si dimentica la pagina che parla della presunzione d’innocenza. Ne sono conferma gli esiti di troppe indagini, comprese le sue, costellate da centinaia di innocenti, distrutti».
I magistrati dell’Anm temono più la separazione, il sorteggio dei membri dei Csm o l’Alta corte disciplinare?
«Temono il sorteggio perché verrebbe meno la loro funzione di potere e distribuzione degli incarichi. E temono l’Alta corte perché un soggetto esterno ai meccanismi attuali qualche sanzione seria nei confronti dei magistrati che sbagliano la applicherebbe».
Come fanno i fautori del Sì al referendum a sopravvivere nel Pd di Elly Schlein?
«Non lo so. Ho scelto di star fuori da questo Partito democratico che ha abbandonato la cultura garantista e l’impegno in favore dei cittadini per privilegiare quelle di bottega. La separazione delle carriere era nel Dna della sinistra, ma è stata piegata a una battaglia antigovernativa. Naturalmente chi ha deciso di rimanere ha il mio rispetto, ma credo che l’attuale Pd non c’entri nulla con quello fondato con Walter Veltroni al Lingotto. Oggi il Pd va al traino del M5s, di Avs e di un’associazione privata che si chiama Anm».





