Quella di Anguillara si è trasformata in una tragedia che neppure Sofocle ed Euripide sarebbero riusciti a elaborare. Un precipizio che non ha risparmiato nessuno. Un bambino di dieci anni in pochi giorni ha perso quasi tutti i suoi cari: prima la mamma, Federica Torzullo, assassinata dal papà, Claudio Agostino Carlomagno; poi il padre, portato via in manette e rinchiuso in carcere; infine i nonni paterni, Pasquale Carlomagno, 67 anni, originario di Lagonegro, in Basilicata, amministratore unico dell’impresa di movimento terra di famiglia, e Maria Messenio, 65 anni, poliziotta in pensione che proveniva dalla provincia di Bari e che ad Anguillara era diventata assessore alla Sicurezza (fino alle dimissioni, dopo l’arresto del genero), che hanno deciso di togliersi la vita insieme, impiccandosi sotto il portico del giardino della loro villetta. Lei, il 9 gennaio, aveva accompagnato il figlio dai carabinieri per denunciare la scomparsa della nuora. Ma, sentita come testimone, aveva precisato di avere difficoltà a relazionarsi con il figlio da circa quattro anni. Anche tra Pasquale e Claudio i rapporti si erano raffreddati e si limitavano, è emerso dalle indagini, alla gestione della società (sua al 70 per cento e di Claudio per il restante 30, costituita nel 2005 con 10.000 euro di capitale sociale e con tre dipendenti) e al lavoro. Erano rimasti in silenzio da quando la loro nuora è scomparsa per poi riaffiorare da quel terreno nell’azienda di famiglia in cui era stato occultato il corpo dopo un tentativo di distruzione col fuoco. Negli ultimi sette giorni i due hanno provato a reggere i colpi. Prima si sono rinchiusi in casa, facendo attenzione perfino a quali luci accendere. Lei, che si era presentata alle elezioni comunali parlando di «rispetto delle regole e delle persone» come «valori fondanti» della sua educazione. Lui, che pure la mattina del 9 gennaio, era stato ripreso dalle telecamere davanti alla scena del crimine appena 28 minuti dopo l’orario in cui sarebbe avvenuto l’omicidio. Un particolare che gli inquirenti avevano in mente di approfondire, prevedendo di convocarlo di nuovo nei prossimi giorni in Procura. Anche perché era stato proprio Pasquale a fornire un alibi (subito crollato) al figlio, sostenendo che la mattina del delitto Claudio era a lavoro e poi correggendosi, rettificando che era solo quello che gli era stato riferito. E, così, pur senza un’evidenza rispetto alla consapevolezza di ciò che era accaduto nell’abitazione che si è trasformata nella scena di un crimine, quei due passaggi erano inevitabilmente finiti nell’inchiesta. Claudio, poi, quando la casa che condivideva ancora con Federica (e che entrambi avrebbero dovuto occupare a giorni alterni dopo la separazione che lui rinviava e che lei, invece, era determinata a portare a termine) era finita sotto sequestro, era tornato a casa dei genitori e lì è rimasto per due giorni, ovvero fino al momento del fermo disposto dai pm di Civitavecchia, poi diventato un arresto firmato dal gip. Pasquale e Maria hanno lasciato un biglietto di addio all’altro figlio, Davide, che abita a Roma. Qui entrambi avevano passato gli ultimi giorni per allontanarsi dal clima di Anguillara. È stato Davide, dopo la partenza dei genitori, a trovarlo e ad avvertire una zia materna che ha raggiunto la villetta. Ma non ha fatto in tempo. Nessuno rispondeva. E ha chiamato i carabinieri. Nella lettera hanno spiegato i motivi che li hanno spinti all’estremo gesto: la vergogna per l’atroce crimine commesso da Claudio, i sensi di colpa, la paura di non poter più tornare ad avere una vita normale. La Procura ha disposto l’autopsia sui corpi, prevista tra oggi e domani, anche se ci sono pochi dubbi rispetto all’ipotesi del duplice suicidio. «Sono anche loro vittime di un crimine le cui conseguenze si estendono dolorosamente a chi non ne ha alcuna responsabilità, una discesa agli inferi che i signori Carlomagno non sono riusciti tragicamente a sopportare», afferma il difensore di Claudio, l’avvocato Andrea Miroli, prima di spiegare che il suo cliente «è venuto a conoscenza della morte dei genitori ed è sorvegliato a vista». L’amministrazione dell’istituto di pena ha disposto la sorveglianza anche perché proprio mentre confessava aveva affermato di aver pensato di togliersi la vita dopo il delitto ma di non aver trovato il coraggio. Un concetto che avrebbe continuato a ripetere anche in carcere, dove è ristretto in una cella priva di suppellettili. Indossa slip di carta e ha a disposizione solo una coperta, come previsto dai protocolli in caso di rischio autolesionistico. Da fonti della polizia penitenziaria si apprende che è «disperato» per le morte dei genitori e che chiede di poter incontrare suo figlio, mentre non avrebbe provato rimorsi per aver ucciso la moglie. E, così, Anguillara è sprofondata sotto il peso di tre lutti, tutti per cause violente, e di uno strappo per via giudiziaria. Uno dopo l’altro. Il piccolo si è trovato improvvisamente con un unico punto di riferimento, i nonni materni. Nonostante le sofferenze si affannano nella ricerca di far vivere al piccolo la sua solita routine: la scuola, le attività pomeridiane, la squadra di calcio. Per evitare che il peso di quella tragedia che non ha scelto finisca per condizionare la sua esistenza. Che nessuna sentenza, nessuna spiegazione potrà mai davvero riparare.
In un video che promuove una mostra della Fondazione Cini nell’Isola di San Giorgio a Venezia sulla vita di Giacomo Casanova, riproducendo la celebre opera di Bernardo Bellotto dal titolo Il giardino di palazzo Liechtenstein a Vienna, il servitore di colore, un «negretto», cambia carnagione diventando bianco, e postura, nel senso che non è più, come nell’opera originale, un paggio servitore.
Il Gazzettino, riportando la notizia, si pone una domanda: «Effetti del politicamente corretto o effetti dell’Intelligenza artificiale? Difficile dirlo… Nell’opera originale si vede un uomo, alla destra dell’imponente edificio, affiancato da un “moretto” che gli offre qualcosa, forse del cibo, posto sopra un vassoio. Questi servitori africani andavano particolarmente di moda nelle dimore nobiliari settecentesche e, di conseguenza, figuravano anche nelle rappresentazioni artistiche. Nel filmato però qualcosa è cambiato: non c’è più alcun vassoio e soprattutto il gentiluomo ritratto viene affiancato da un ragazzino non più di colore ma di carnagione bianca… Questo ragazzino “sbiancato” non è più neanche in posizione da servitore». Insomma, un vero e proprio rifacimento del dipinto, almeno in questa parte.
Ma il dipinto del Bellotto non doveva servire, nel filmato su Casanova, a ricostruire l’ambientazione storica nella quale visse il libertino lagunare? Oppure chi ha fatto questo filmato pensava di fare come quegli chef stellati che fanno le rivisitazioni dei piatti arrivando fino a proporti una bistecca chianina con un uovo sopra? Vorremmo far osservare che non si tratta esattamente della stessa cosa perché lo chef, anche un po’ a cacchio, può fare quello che vuole e se poi trova uno di tal cattivo gusto da mangiare una bistecca chinina con un uovo fritto sopra sono problemi legati al gusto e all’intestino di chi la mangia.
Nel caso del celebre dipinto del Bellotto non si tratta di una rivisitazione, ma di un marchiano errore di tipo storico che si fa beffa della storia, ivi rappresentata, e ne propone una deformazione. Anche Andy Warhol proponeva della «rivisitazioni» ma era Andy Warhol. Qui di Andy Warhol non c’è neanche un’unghia del mignolo della mano sinistra. Qui siamo in presenza delle famose furbate fatte non dai furbi ma dal suo contrario, che andrebbero definiti con termini irripetibili. Il furbo, come ci dice il dizionario, è «chi è dotato di un’intelligenza pratica che gli consente di volgere con scaltrezza ogni situazione a proprio vantaggio». Capite bene che qui non è un furbo quello che ha fatto questa cosa, ma qualcuno che vuole falsificare la storia. Se voleva ricostruire l’ambiente del Settecento nel quale era vissuto Giacomo Casanova, cittadino della Repubblica di Venezia e noto come avventuriero, seduttore e libertino dai tratti raffinati, ebbene, nel Settecento quel quadro rappresentava la realtà storica, non inventata dal Bellotto. E nei confronti della realtà storica, quando serve ad ambientare, quindi a far capire l’ambiente e la cultura nella quale è vissuto un personaggio, ebbene, quella storia è una, è indelebile, è quella cosa lì e non un’altra. Se poi uno vuol giocare con le opere del Bellotto lo faccia, ma non ci venga a dire, come ha fatto in un comunicato la Fondazione Cini di fronte alle critiche sollevate degli studiosi del celebre pittore veneto anch’esso vissuto nel Settecento e nato a Venezia, esattamente come il viveur Casanova, che la colpa sia ascrivibile alla scelta della Intelligenza artificiale perché questa è una perculata, anche perché ciò che fa l’Intelligenza artificiale può essere corretto, rivisto, modificato e, in questo caso specifico, riportato al dato storico. Leggete la supercazzola che hanno messo per iscritto questi signori: «L’Intelligenza artificiale viene utilizzata in modo sperimentale accogliendo l’imprevisto come elemento necessario, esaltando la manipolazione dell’immagine come mezzo o, meglio, come stile espressivo… La frammentazione, la distorsione e la ricomposizione digitale diventano parte di un processo artistico che trasforma il documento». E come avrebbe sostenuto il conte Mascetti il tutto avviene «come fosse Antani».
Ma cosa vuol dire che l’Intelligenza artificiale accoglie «l’imprevisto come elemento necessario»? Cioè è necessario deformare l’opera del Bellotto che rappresenta una realtà storica? Ma siamo diventati tutti matti? Necessario, notoriamente, è ciò che viene contrapposto al possibile. Leibniz sosteneva che le verità necessarie non sono negabili perché la negazione è falsa e assurda. Cosa c’è di necessario e assoluto che l’Intelligenza artificiale possa elaborare stravolgendo l’opera di un grandissimo pittore come il Bellotto, detto anche Canaletto?
Questi signori della Fondazione ci dicono inoltre che tutta questa distorsione e ricomposizione digitale «diventano parte di un processo artistico che trasforma il documento». Ma qui il documento è un documento storico che non va trasformato. Tra l’altro, per un periodo della sua vita, la pittura del Bellotto virò verso una forma di verismo descrittivo e, come dovrebbe essere noto anche a questi personaggi che hanno fatto questo disastro, nel verismo la realtà viene riportata quasi come in una fotografia, con la stessa fedeltà. Questo vale per i paesaggi dipinti dal Bellotto, ma vale anche per questo quadro nel quale il «negretto» riporta un’usanza del Settecento. Allora sorge un dubbio: vogliamo usare l’Intelligenza artificiale per coprire il politicamente corretto che ci impone di cancellare il colore del viso del servitore, e anche la postura, perché esso non diventi più il servitore nero ma una sorta di conoscente del signorotto e non un paggio africano come consuetudine del tempo? Siamo arrivati a questo livello di follia? A Venezia, luogo di nascita sia del Casanova che del Bellotto, si è scelto di stravolgere la realtà per non offendere chi? Qualche decerebrato? Qualcuno che non sa nulla sul Settecento? Qualcuno che è ignorante come una capra (di sgarbiana memoria) e che va comunque compiaciuto eliminando il colore del viso di un soggetto di una splendida opera del Canaletto?
La storia culturale rappresenta uno dei filoni più importanti della ricerca storica inquanto pone una particolare attenzione alle pratiche, alla cultura materiale e alle usanze dei popoli (è quella che i tedeschi chiamano Kulturgeschichte). Cambiando il colore del viso di questo soggetto africano si è tolto dal quadro un elemento fondamentale per la ricostruzione dell’ambiente storico in cui visse Casanova. Bella operazione, complimenti vivissimi.
L’episodio era accaduto la sera del 2 gennaio. Il titolare, un cinquantatreenne del paese, aveva rimproverato un ragazzo di 14 anni che si stava comportando male. Poche ore dopo si era presentata la spedizione punitiva, composta da tre adulti extracomunitari parenti del ragazzino, che avevano picchiato selvaggiamente il barista, per poi dileguarsi prima dell’arrivo dei militari. L’uomo era finito in ospedale con prognosi di 30 giorni per le lesioni riportate ed è ancora sofferente. Decisive per le indagini sono state le immagini delle telecamere di sorveglianza.
Il mese che sta per chiudersi è stato segnato da numerose aggressioni a titolari o dipendenti di bar, riportate da una cronaca che non può lasciare indifferenti. Il primo giorno dell’anno, poco dopo le 10.30 del mattino, ad Ancona un giovane di 28 anni aggredisce e manda all’ospedale un barista, i due titolari e anche i quattro agenti di polizia che erano intervenuti per fermarlo.
«Non aveva il denaro sufficiente per un caffè e noi ci siamo rifiutati di farglielo» spiegava al Corriere Adriatico Flavio Zoppi, proprietario insieme al fratello Stefano dello storico locale del centro città. Come reazione, l’uomo si è scagliato prima contro gli espositori di dolci e cioccolata sul banco e poi contro i fratelli Zoppi e il barista che cercavano inutilmente di fermarlo. Anche quattro agenti di polizia intervenuti erano rimasti lievemente feriti.
Il 2 gennaio c’era stato il raid punitivo contro il barista di Bienno. Il 3 gennaio altri momenti di paura ad Ancona, quando un trentenne di origini ucraine aggredisce verbalmente la barista di un locale che gli aveva negato un’ulteriore birra a causa dell’evidente stato di alterazione. Agli agenti che gli chiedono i documenti risponde con insulti e tenta anche di schiaffeggiare un poliziotto.
Nella serata del 4 gennaio, un trentenne di nazionalità albanese aveva accoltellato il padre del gestore di un bar a Occhiobello (Rovigo). Ubriaco, stava disturbando i clienti chiedendo insistentemente da bere e il gestore del locale l’aveva invitato ad allontanarsi, ma l’uomo non voleva saperne. Era intervenuto il padre del gestore, 55 anni, che l’aveva accompagnato fuori impedendogli di rientrare.
A quel punto l’albanese aveva estratto un coltello colpendolo con un solo fendente sotto un polmone e si era dato alla fuga. La furia era stata tale che la lama si era spezzata, rimanendo incastrata nella ferita. L’uomo, in pericolo di vita, venne operato, l’albanese arrestato con l’accusa di tentato omicidio.
Il 5 gennaio a Levanto (La Spezia) un anziano di 85 anni a metà pomeriggio era entrato in un bar del centro e poco dopo, impugnando un grosso coltello da cucina, sferrava una coltellata a un ottantenne seduto a uno dei tavoli. Il titolare era subito accorso ma prima di riuscire a prendergli il coltello era stato ferito al collo. «Non sono riuscito a togliermi la vita, voglio ammazzare qualcuno qui dentro», aveva detto l’anziano prima di colpire un suo coetaneo, per fortuna protetto dal giubbotto che indossava.
Sempre il 5 gennaio, un trentaquattrenne di Paliano (provincia di Frosinone), nel tardo pomeriggio prende di mira la barista e il gestore di un locale, rovescia tavoli e sedie, danneggia gli arredi e quando arrivano i carabinieri si scaglia pure contro di loro.
L’8 gennaio nel centro di Cagliari, un venticinquenne disoccupato e già noto alle forze dell’ordine aggrediva un dipendente di 16 anni di un bar che era intervenuto per allontanarlo. Stesso copione, l’uomo molestava i clienti ma quando gli è stato detto di andarsene ha reagito sferrando un pugno in faccia al ragazzo, ferendolo all’occhio. Sui social si leggono commenti indignati di cittadini che protestano perché l’aggressore sarebbe sempre in circolazione.
Nella notte del 14 gennaio, la barista di un locale lungo la provinciale 58 che collega Rosà a Cartigliano, nel Vicentino, è stata vittima di una violenta aggressione mentre stava chiudendo il locale. Minacciata con un martello mentre stava chiudendo, si è vista sottrarre l’incasso della serata però per fortuna, a parte l’enorme spavento, è rimasta incolume.
Alle 7 di mattina del 22 gennaio, a Modena un trentunenne di origine tunisina entra in bar con un machete di 40 centimetri tra le mani. È in stato confusionale, dice cose incomprensibili e minaccia la barista che mantiene i nervi saldi, prende in mano il cellulare e compone alla svelta il 112. Il 24 gennaio, il giovane titolare di un bar di Schiavonea, località balneare in provincia di Cosenza, viene inseguito e aggredito.
Non vedevano l’ora. Quella stretta di mano fra Giorgia Meloni ed Elly Schlein alla Camera sulla legge «anti-violenza sulle donne» aveva fatto venire il mal di pancia alla sinistra più gruppettara. E nei giorni successivi la fila dei colonnelli del Pd si era allungata per rappresentare due pericoli: il fastidio gastrico sul voto unanime e il rischio di lasciare via libera alle rimostranze grilline. Così l’opposizione non vedeva l’ora di stracciare la foto e di tornare a litigare (nella partita di ritorno in Senato) anche su un provvedimento che mette al centro la «volontà contraria all’atto sessuale» come architrave giuridica. Un’ineludibile frontiera fra la passione e il reato.
«Senza la parola “consenso” non voteremo mai quella legge», chiude la porta Anna Rossomando, vicepresidente piddina del Senato. «Il patto è da considerarsi infranto, così si torna al Medioevo», tuona Francesco Boccia, supportato da fluviali ma poco navigabili commenti di Repubblica e Stampa. La canea a orologeria che arriva da sinistra è sconfortante ma non sorprendente. In fondo è il precipitato ideologico di un sistema malato, improntato da chi gestisce il Nazareno alla contrapposizione permanente, costellata di trappole e distinguo lessicali per far scattare nuovi incendi. Che noia.
Il testo passato al vaglio di Montecitorio mostrava due punti deboli, entrambi contenuti nella frase «consenso libero attuale e continuato» che la commissione Giustizia del Senato ha evidenziato: la vaghezza del termine «continuato» che presupporrebbe la certificazione della volontarietà di un’effusione, prima, durante e dopo. Praticamente un Green pass dell’amore vidimato in continuazione. E l’inversione dell’onere della prova, che il Codice da sempre attribuisce all’accusa e che, in questo caso, avrebbe portato la legge sul terreno minato dell’incostituzionalità. Per questo era necessario un correttivo che non sposta di un millimetro l’impianto, lo spirito, lo scopo del provvedimento. Ma che è un appiglio meravigliosamente strumentale per chi vuole avvelenare il clima, rendere irrespirabile l’aria anche su un tema così eticamente alto come la violenza sulle donne. A riportare l’Italia al Medioevo (già di per sé un’idiozia da buvette) sarebbe Giulia Bongiorno, che da anni difende donne violentate, nel 2019 fu artefice della legge Codice rosso per la prevenzione del femminicidio e ha rimesso mano al testo con il semplice scopo di renderlo inattaccabile. In un’intervista al Corriere della Sera, la senatrice della Lega spiega che «il consenso libero e attuale non andava bene perché invertiva l’onere della prova, imponendo all’imputato una serie di prove a volte impossibili da fornire. Qui si valorizza la volontà della donna senza alterare le dinamiche processuali»
Il nuovo testo non lascia alcun dubbio, a meno che non si sia in malafede. Punto 1: «Il reato di violenza si realizza quando l’atto sessuale si compie contro la volontà di una persona». Punto 2: «L’atto è contrario alla volontà della persona anche quando è commesso a sorpresa, ovvero approfittando dell’impossibilità della persona stessa, nelle circostanze del caso concreto, di esprimere il proprio dissenso». Tutto è migliorabile, ma non dovrebbero esserci dubbi sul perimetro giuridico a difesa delle donne, senza scadere in pulsioni boldriniane da proto femminismo. Quanto alle pene, per la violenza sessuale senza altre specificazioni c’è la reclusione da 4 a 10 anni. Per lo stupro commesso «mediante violenza o minaccia, abuso di autorità ovvero approfittando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica», c’è la reclusione dai 6 ai 12 anni.
Anche qui l’opposizione ha trovato il modo di salire sui banchi contestando la diminuzione delle pene rispetto all’accordo della Camera che prevedeva per tutto un range da 6 a 12 anni. Bongiorno ha dovuto spiegare: «È stata accolta una richiesta di differenziazione fra la pena senza consenso e quella con minaccia e costrizione». Sapete chi aveva chiesto la differenziazione? Il Pd. Lo stesso partito che oggi grida allo scandalo e parla di patti stracciati.
Bongiorno difende l’architettura giuridica ed è costretta a sottolineare «for dummies» che dissenso significa qualcosa di contrario alla volontà. «Si tratta di un deciso ampliamento della tutela per le vittime di violenza, come quelle con minaccia o costrizione. Con il nuovo testo si garantisce una protezione delle vittime a 360 gradi. È reato ogni atto contro la loro volontà. In più viene introdotto il reato di freezing». È il superamento di un equivoco: l’assoluzione dell’imputato perché non aveva capito quale fosse la volontà della vittima, paralizzata dalla paura. Ora anche questa curva è raddrizzata: quando la donna non manifesta la volontà perché congelata (da qui freezing) dal terrore c’è dissenso. Quindi c’è reato e c’è condanna.
Sull’uso da luna park dei termini da parte dell’opposizione, Bongiorno è chiara: «Esistono le chiacchiere ed esistono i dati oggettivi. L’accordo con Schlein riguardava la sostanza, non gli aggettivi da usare». La legge sarà votata la prossima settimana. E se la sinistra le volterà le spalle, significa che ha più a cuore la bagarre permanente che il destino delle donne violentate.
Jacques Moretti è tornato in libertà dopo il pagamento di una cauzione di 200.000 franchi, versata da un finanziatore rimasto anonimo, mentre resta indagato per omicidio colposo plurimo e incendio colposo per la strage del Constellation. È proprio questo dettaglio ad alimentare il sospetto, espresso apertamente da alcuni familiari delle vittime, che Moretti possa essere una «testa di legno», il volto visibile di interessi più ampi e privo di reali risorse economiche. Un timore che pesa sull’inchiesta: che l’allargamento delle responsabilità a soggetti pubblici o tecnici finisca per rallentare l’accertamento e complicare il percorso dei risarcimenti. Di certo la cauzione versata da un terzo rende sempre più inevitabile un approfondimento patrimoniale anche per chiarire voci circolate nelle ultime settimane legate alle origini corse del gestore.
La liberazione è avvenuta comunque con misure sostitutive, tra cui il divieto di lasciare la Svizzera, l’obbligo di consegna dei documenti e la presentazione quotidiana alla polizia. Viene applicato il principio del diritto penale svizzero secondo cui l’imputato resta libero fino al giudizio. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha definito la scarcerazione di Moretti «un oltraggio alle famiglie». Sulla stessa linea la presidente del consiglio Giorgia Meloni, che ha parlato di «insulto alla memoria delle vittime» e ha annunciato che il governo italiano chiederà conto alle autorità svizzere di quanto accaduto. L’avvocato Alessandro Vaccaro, che assiste la famiglia di Emanuele Galeppini, il sedicenne morto nella strage, ha detto che la scarcerazione di Moretti «lascia interdetti», anche perché nelle ultime ore emergono i paradossi dell’inchiesta. Mentre il gestore del Constellation esce dal carcere grazie a soldi di benefattori anonimi, il procedimento si allarga, seguendo la stessa linea della difesa dei Moretti: se le regole sono state rispettate, le responsabilità vanno cercate lungo la filiera dei controlli.
L’incendio del bar Le Constellation a Crans-Montana, la notte di Capodanno, ha causato 40 morti e 116 feriti. A quasi tre settimane dal rogo, 70 persone sono ancora ricoverate in Svizzera e all’estero; due giovani italiani sono stati dimessi dal Niguarda di Milano, mentre altri restano in rianimazione o in reparti specialistici per ustioni gravi e danni respiratori. Secondo gli inquirenti, l’incendio sarebbe stato causato dalle scintille di candele «fontana» che hanno incendiato una schiuma insonorizzante nel piano interrato. La ricostruzione dovrà chiarire dinamica, capienza e vie di fuga. Ma l’indagine è destinata ad allargarsi ad altri soggetti: i gestori sostengono che la responsabilità non fosse solo loro ma di chi doveva vigilare. I controlli antincendio spettavano ai servizi tecnici comunali, sotto la vigilanza del Cantone, e funzionari e responsabili delle ispezioni potrebbero finire sotto esame.
È accertato che il locale non veniva ispezionato dal 2019. Il vicesindaco Nicole Bonvin Clivaz ha ammesso l’assenza di controlli. Continuano inoltre a circolare voci non confermate secondo cui i muri del locale potrebbero essere di sua proprietà. A richiamare il tema sono state le parole di Tommaso Lucia, dirigente del Mef e padre di un ragazzo ustionato, che ha parlato di risarcimenti inadeguati e ha definito Moretti una possibile «testa di legno». Sul piano civile, l’avvocato svizzero Rainer Deecke ha spiegato che la riparazione morale può arrivare a 100.000 franchi o più nei casi di ustioni gravi, mentre per la morte di un adolescente senza reddito l’indennizzo ai familiari oscilla tra 20.000 e 40.0000 franchi per congiunto. I danni complessivi, in presenza di responsabilità solidale anche degli enti pubblici, possono raggiungere cifre molto elevate. Ma è qui che si concentra l’allarme delle famiglie: che una dispersione delle colpe, tra gestori, tecnici e istituzioni, si traduca in anni di contenziosi, con risarcimenti rinviati o ridotti e il rischio concreto che, alla fine, nessuno paghi davvero per tutti.







