Sono un avvocato e ho ricevuto un incarico professionale da parte del Comitato nazionale per il Sì: accertare se il Comitato per il No promosso dall’Anm occupi il sesto piano del Palazzaccio in virtù di un provvedimento amministrativo e se esso e la pur prestigiosa associazione privata che lo ospita paghino degli oneri per la concessione.
L’esito della mia ricerca è ormai di dominio pubblico: l’Anm non paga nulla, non vi sono provvedimenti amministrativi che abbiano autorizzato il Comitato per il No a utilizzare il sesto piano della Suprema Corte.
In più, il documento del 1959 citato dal responsabile della Commissione manutenzione della Cassazione per sostenere la legittimità dell’utilizzo da parte dell’Associazione magistrati non è un atto del ministero della Giustizia alla cui «diretta dipendenza» tale commissione è sottoposta in base a un Regio decreto del 1911.
La direzione di Roma Capitale dell’Agenzia del demanio ha ritenuto di affermare la propria non competenza nella vicenda, citando un altro Regio decreto, questa volta del 1923. Il Demanio sostiene che, stante l’uso del Palazzaccio a ufficio giudiziario, dovrebbe essere il ministero della Giustizia a far pagare l’Anm.
Peccato che il Demanio dimentichi che proprio le norme che cita stabiliscano che, in assenza di un utilizzo come uffici giudiziari, la gestione passi «all’amministrazione delle finanze».
Il Demanio è smentito pure dall'Associazione magistrati che si è difesa sui media spiegando di aver richiesto nel 2023 di pagare e di averlo fatto proprio per il silenzio dell’Agenzia.
Il solito italico palleggiamento di responsabilità, ove il danneggiato è sempre lo Stato e, quindi, tutti i cittadini. Si chiama danno erariale, ma deve essere la Corte dei Conti ad attivarsi per ottenere il risarcimento.
Passeggiando per l’edificio della Corte di Cassazione si fanno delle interessanti scoperte: oltre a una banca, che dal sito Internet dell’Agenzia del Demanio risulta pagare regolarmente il dovuto (a riprova che il Demanio deve incassare per i locali del palazzo adibiti a un uso diverso da quello giudiziario), ve ne sono altri sui quali non sono state rinvenute informazioni: un’attività di ristorazione, dei distributori automatici installati nei corridoi, un ufficio postale che forse meriterebbe maggiore attenzione, ora che Poste Italiane è una società per azioni e non più un ente pubblico.
Salire al sesto piano per cercare la sede dell’Anm fa anche scoprire che i pulsanti dell’ascensore denominano tale piano come quinto, mentre sui cartelloni è denominato come 4/A: misteri del Palazzaccio!
Così si scopre che il 4/A o quinto piano è parzialmente utilizzato da parte di un ente denominato Istituto nazionale di previdenza e mutualità fra i magistrati italiani, conosciuto anche come Fondazione Acampora.
Per scoprire cosa sia basta aprire il suo sito Internet www.fondazioneacampora.it/ e leggere che l’«Istituto è stato costituito con il Regio decreto legge 1598 del 2 settembre 1919», che esso «provvede alla previdenza, alla mutualità e all’assistenza a vantaggio dei magistrati e al sostegno delle loro famiglie» e che, a suo favore, «la legge 1560 del 18 dicembre 1951 ha stabilito la ritenuta mensile sugli stipendi dei magistrati nella misura dello 0,30% del trattamento globale».
Il sito Internet informa che il suo Consiglio centrale è altamente prestigioso e rappresenta il gotha della magistratura italiana, essendo composto da queste illustri toghe: il primo presidente della Corte di Cassazione che è di diritto il presidente dell’Istituto e lo rappresenta in tutti i rapporti con terzi e che può delegare nella gestione ordinaria le sue funzioni al presidente aggiunto della Corte; il procuratore generale presso la Corte di Cassazione; dal presidente di sezione anziano della Corte di Cassazione; il presidente della Corte di Appello di Roma; il procuratore generale presso la Corte di Appello di Roma; il presidente del Tribunale di Roma; il procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma.
La porta chiusa con delle sbarre tipo cella stimola, però, la curiosità e, così, consultando Normattiva, si scopre che il Regio decreto sul quale tale ente dichiara di fondare la propria esistenza è stato abrogato dal decreto legislativo 212 del 2010.
Il quesito sorge spontaneo: dato che la norma è stata abrogata, l’ente non dovrebbe trovarsi in liquidazione?
Andando a fondo nelle ricerche si scoprono altre anomalie: l’indirizzo Pec dell’Istituto non risulta inserito nel portale Ipa dell’Agenzia per l’Italia digitale come previsto dalla normativa in materia. Ciò vale anche per il suo codice fiscale, che, peraltro, non è stato nemmeno reperito altrove nel Web.
Siamo certi che il codice fiscale sia stato regolarmente attribuito, dato che l’ente è strettamente collegato con l’Anm, che lo ha inserito nel proprio sito, parlando di una convenzione con lo stesso risalente al 2016. Si tratta, quindi, solo di un problema di trasparenza.
Trasparenza che, in questo caso, non sembra pienamente rispettata, dato che nel sito della Fondazione Acampora non sono presenti i bilanci preventivi e consuntivi, fatto che stupisce visto che il decreto legislativo 33 del 2013 ne impone la pubblicazione a tutti gli enti pubblici.
Invero un’accurata ricerca ha consentito di rinvenire tali bilanci su un periodico sicuramente sconosciuto alla maggioranza dei cittadini, denominato Bollettino ufficiale del ministero della Giustizia e da esso edito: nel numero 15 del 15 agosto 2025 (Ferragosto), alle pagine 3 e 4, informa che l’ente ha un’elevata consistenza patrimoniale, pari a 15.644.325,32 di euro.
Incidentalmente, per quanto riguarda il quinto piano del Palazzaccio (o 4/A), emerge dal bilancio il suo utilizzo a titolo gratuito, considerata l’assenza di costi relativi a locazioni e/o concessioni di spazi.
In sintesi il cittadino non ha modo di conoscere come venga gestito lo 0,30% detratto annualmente dallo stipendio lordo di tutti i magistrati (circa 2,2 milioni di euro annui) e perché ciò avvenga da parte di un ente del quale il legislatore nel 2010 sembra aver decretato lo scioglimento.
Nessuno sostiene che tali fondi non siano correttamente utilizzati, ma il cittadino si aspetta che i Palazzi di giustizia siano trasparenti come il vetro.







