La scrivo in italiano, ma lei ovviamente l’ha detta in dialetto. Ha la terza elementare, però vuole prendere ogni decisione con scienza e coscienza. Si informa e vuole essere informata. Chiaramente, ha chiesto a suo fratello notizie sul referendum e a un certo punto, mentre le davo spiegazioni, dice: «Ma io ho visto in televisione parlare un politico e parlare un magistrato, ma avrà sicuramente più ragione il magistrato». E ha pure aggiunto: «C’ha sempre più ragione lu prete che lu sacrestano». Ha sempre più ragione il prete che il sacrestano.
Il senso era questo: io non ci capisco nulla di questa storia, ma il magistrato avrà ragione se dice che con il Sì la magistratura finirebbe sotto la politica. In Italia i politici di destra e di sinistra non vengono creduti dagli elettori che la pensano diversamente da loro. Ma il magistrato, il notaio e il prete sono figure che, per la loro storia, vengono credute a priori della gente semplice, che poi rappresenta il 90% delle persone.
Allora ho sentito il dovere di reagire perché un magistrato non può indurre in errore i cittadini raccontando cose false, portandoli a votare diversamente da come potrebbero fare se fossero correttamente informati. Non si può dire che la riforma, con il Sì, metterebbe la magistratura sotto la politica, perché questo nella norma non c’è scritto.
Io, a mia sorella, ho fatto questo esempio: «Hai presente il nostro vicino di casa, quel signore che è calvo? Ecco, di quel signore tu puoi dire che è brutto o bello, ma non puoi dire che sia capellone».
Un fatto raccontato da un magistrato in modo falso è doppiamente grave e direi che è un peccato, non solo una scorrettezza, è proprio un peccato, perché induce in errore i cittadini che credono a quella funzione in quanto tale, per merito di tanti altri magistrati che ci hanno rimesso pure la vita per dare credibilità alla magistratura. È un tradimento che mi ha offeso.
Perciò mi sono detto: «Nel mio piccolo voglio andare in giro a spiegare che anche i magistrati mentono quando si tratta di interessi personali, ideologici, di corrente, insomma di parte». Anche il magistrato è un peccatore.
Questa campagna non la sto facendo per conto del partito A, del partito B o del partito C, la sto facendo come persona informata sui fatti.
In questi 40 anni ho avuto modo di assistere e condividere tutti i ruoli, ad eccezione di quella di condannato. Ho fatto il poliziotto, il pubblico ministero, l’indagato, l’imputato, la parte lesa, la parte civile, il testimone.
Sono riuscito a non farmi condannare perché ho fatto il magistrato e quindi avevo strumenti tecnici, economici e conoscenza effettiva delle procedure per riuscire a non essere condannato, perché altrimenti un cittadino normale non poteva uscire dall’inferno in cui ero stato spedito io.
In Mani Pulite, come tutte le persone che fanno qualcosa, posso aver sbagliato ma in buona fede. Io sicuramente ho sbagliato, ho ancora sulla coscienza il suicidio di Raul Gardini, l’ho scritto nel recente libro La giustizia vista da vicino (Edizioni Piemme).
Ho sempre paragonato l’attività del pubblico ministero all’attività del becchino che arriva quando qualcuno è morto. Il pubblico ministero per legge non può arrivare prima che un reato sia stato commesso.
Prima deve arrivare il reato e poi il pubblico ministero. Che ha un solo compito: verificare se il fatto sia effettivamente un reato e chi l’abbia commesso. Ma negli ultimi 40 anni, si è via via distorta la funzione del pubblico ministero, sicché ce lo siamo trovati sempre più spesso come il becchino fuori dalla porta prima che ci fosse il morto.
Invece di cercare chi abbia commesso il reato, sempre più spesso il pubblico ministero cerca se una persona esposta (sui media, in politica, economicamente o finanziariamente) abbia commesso reati; si è passati dallo Stato di diritto allo Stato di polizia, perché lo scopo non è più cercare chi ha commesso il reato ma, diciamo così, cercare la realizzazione del pm facendo vedere che è riuscito a spogliare una persona per vedergli il pelo fuori posto.
Vanno di moda le cosiddette pesche a strascico. Alla fine il pm dice: «Cavolo, hai visto? Ne ho presi un centinaio». Ma ai dieci innocenti che gli andiamo a raccontare? Ormai si va a caccia per gruppi familiari, per area territoriale, per legami d’amicizia, ma la responsabilità penale è personale. È un po’ come quando mi accusavano di non indagare sul Partito comunista. A parte il fatto che ne ho presi 500-600, io rispondevo: «Pci, nato a…? Il…?», perché l’indagine penale deve avere un nome, un cognome e un nesso di causalità fra fatto commesso e persona che l’ha commesso.
Invece, sempre più spesso, assisto a indagini, come ho detto, avviate per capire se qualcuno mediaticamente esposto possa avere commesso un reato. In questi anni ho assistito a una grande degenerazione del ruolo del pm.
La caratteristica principale del sistema accusatorio è che si tratta di una partita in due tempi. Tutti ci focalizziamo sul secondo tempo, che è il dibattimento, ma in realtà il risultato si decide in gran parte nel primo tempo e nel secondo si va soltanto a certificare ciò che si è fatto nel primo.
Il primo tempo è quello delle indagini preliminari. Lì non c’è l’avvocato difensore. C’è soltanto un cacciatore, il pm, che cerca chi ha commesso il reato e deve esserci un guardacaccia che gli dice «attenzione che stai andando fuori strada, stai facendo intercettazioni che non devi fare, stai chiedendo misure cautelari che non puoi domandare, stai usando una norma di legge che non puoi applicare».
Nel sistema accusatorio il ruolo del giudice dell’indagine preliminare è fondamentale. Il gip è una specie di semaforo per le investigazioni. In 40 anni di esperienza di giudizio accusatorio mi sono reso conto che il rosso non ha funzionato bene, anzi per niente. Il giallo così così, mentre il verde è praticamente sempre acceso.
Il fatto che quasi il 50% dei processi finiscano con assoluzioni dimostra che il filtro, in assenza dell’avvocato, non funziona quasi mai. A decidere in beata solitudine sono soltanto due fratelli di sangue, il pm e il gip, che fanno il concorso insieme e insieme stabiliscono le rispettive carriere, destinazioni e promozioni, le valutazioni disciplinari.
Quello che dovrebbe fare il guardacaccia, diventa l’accompagnatore. Il giudice, in questi 40 anni, si è quasi sempre sentito in dovere di appoggiare il pm nella ricerca del colpevole, ma il suo ruolo dovrebbe essere di garante.
Ma questo è il compito esclusivo del pm, mentre il gip dovrebbe controllare che l’accusa rispetti le leggi e le regole d’ingaggio.
Qualcuno dice che le assoluzioni sarebbero lì a dimostrare che il sistema funziona e che lo Stato è capace di riconoscere all’imputato che è stato vittima di una violenza, al punto da prevedere i risarcimenti.
Sì, magari ho avuto la soddisfazione di essere riconosciuto come vittima di violenza, ma nel frattempo l’ho presa nel c…o, Ok, alla fine mi dai ragione, però la coltellata me l’ha già data.
Separare la carriera di giudici e pm significa tagliare quel cordone ombelicale e culturale che ha portato il gip a non essere il guardalinee di questa partita, in cui, nel primo tempo, c’è in campo una sola squadra che indaga e non c’è neanche l’arbitro, ma solo il gip che non alza la bandierina per il fuorigioco.
Poi quando si va a dibattimento il risultato è in gran parte deciso, perché le prove principali sono state già raccolte.
Il mio Sì è proprio per ridare credibilità alla magistratura nel suo complesso e per stabilire una distinzione fisica, tagliare quel cordone ombelicale fra magistrati che al momento si associano nella caccia al colpevole. Si tratta di cambiare un modello culturale sbagliato.
In questi ultimi due mesi, per il solo fatto che se ne parla, abbiamo avuto gip più attenti. Ciò vuol dire che prima lo erano meno.
Le parti si devono trovare davanti a un giudice terzo. Questo dice l’articolo 111 e questo succede nel secondo tempo. Ma è nel primo che, spesso, si decide la partita, quando si gioca a una sola porta. E, per di più, non funziona il semaforo.
Per quanto riguarda l’Alta Corte, bisogna ammettere che nel settore disciplinare, sino a oggi, abbiamo assistito troppo spesso a errori e omissioni marchiani dei magistrati puniti in modo blando, dal momento che i magistrati tendono a proteggersi reciprocamente. Al punto che chi viene condannato per avere nascosto prove favorevoli agli imputati, come è successo nel caso del processo Eni, viene lasciato al suo posto a fare lo stesso lavoro che faceva prima.
Questo è un dramma che ho sperimentato sulla mia pelle. Mi sono trovato inquisito decine di volte da un pubblico ministero che non poteva indagare su di me perché io stavo per arrestare suo fratello. Eppure lui si è intestardito e io sono stato prosciolto, ma quando l’ho segnalato al Csm gli hanno dato il buffetto della censura.
C’è una copertura reciproca che induce alla sfiducia il cittadino.
Mi indispone che nel dibattito referendario certi professoroni, soprattutto del centrosinistra, buttino sempre la palla fuori campo. Io, invece, ho fatto una scelta di campo. Fra il testo e il contesto loro scelgono il contesto, del testo non gliene frega niente.
Dicono che il magistrato non potrebbe più fare l’indagine per mafia, per corruzione e io rispondo che il magistrato ha una forza tale, visto che sopra di sé ha solo la legge, che se vuole indagare, può farlo a tutti i livelli. Se non vuole non ha bisogno di questa riforma per riuscirci. Ma a mia sorella resta il dilemma, che è lo stesso di tante sorelle d’Italia: «Se lo dice il magistrato sarà vero…».
E io rispondo sempre che a volte ha più ragione il sacrestano del prete.
In tanti dibattiti mi chiedono conto anche del sorteggio. Il Fronte del No dice: «Così ci togliete il diritto di sceglierci i nostri rappresentanti al Csm». Dice anche: «Scegliereste il vostro amministratore di condominio tramite sorteggio?». Il problema di fondo è che ci si confonde su chi siano i condomini dell’Italia. I condomini di cui si deve occupare il Csm non sono i magistrati, ma noi cittadini. Scegliere il procuratore di Roma o il procuratore di Milano significa scegliere chi dovrà fare o non fare indagini sulla l’economia o sulla politica.
Quando le correnti scelgono procuratori e presidenti di Tribunali su base ideologica impongono una politica giudiziaria di un certo tenore.
Non vi è dubbio che la legge vada interpretata, ma va fatto secondo legge. Sempre più spesso ci si affida alla cosiddetta giurisprudenza creativa: a volte si dà alle norme un’interpretazione che stravolge il senso della legge, applicandola in modo opposto rispetto al senso letterale del testo. In questo modo la magistratura, come ha evidenziato su questo giornale ieri il professor Augusto Barbera, si fa legislatore. La Costituzione ci ha detto che i tre poteri dello Stato sono sullo stesso piano, ma se il magistrato diventa legislatore andiamo verso una dittatura della magistratura.
Non può essere un Tribunale a decidere se una nave possa o non possa attraccare nei porti italiani. Se il governo, nel suo insieme, ha deciso che quel natante non attracca, non può diventare un reato, questa è una valutazione politica.
Si può essere d’accordo o meno, ma saranno i cittadini a decidere se confermare o mandare a casa il governo che non vuole accogliere le navi con i clandestini.
Se l’esecutivo sceglie di aprire un centro d’espulsione in Albania è la decisione di un potere dello Stato diverso dalla magistratura. Non c’azzecca niente con il reato, perché altrimenti facciamo diventare delitti le scelte politiche. Io la penso così e per questo voterò Sì.







