Le Firme

L'ex pm Rinaudo: «Fine vita. Sul protocollo Bertolaso si è allargato troppo»
L'ex pm Antonio Rinaudo (Ansa)
L’ex pm di Torino Antonio Rinaudo commenta l’atto amministrativo, voluto dall’assessore lombardo Guido Bertolaso, che coinvolge il servizio sanitario nella morte medicalmente assistita: «È stato aggirato il voto del Consiglio regionale».

Clicca qui sotto per consultare per intero il protocollo «Bertolaso».

Protocollo Bertolaso.pdf


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Non si può condannare chi è già stato assolto
Carlo Nordio (Ansa)
Il Guardasigilli interviene sul trattamento riservato a Stasi: «Paradossale». Un sistema che dà 16 anni a un uomo, dopo 5 pronunciamenti, e poi riparte da zero è folle. Ma le toghe non vogliono cambiare.

A distanza di quasi 20 anni il delitto di Chiara Poggi fa discutere non soltanto nelle aule di giustizia, e di conseguenza sui giornali e in tv, ma anche nei convegni, come un caso di scuola da cui, in negativo, prendere esempio. Ne ha parlato il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, che - intervenuto a un dibattito - si è chiesto come si possa condannare una persona quando è già stata assolta due volte da una Corte d’assise e da una d’Appello. «È una situazione paradossale, dovuta a una legislazione che andrebbe cambiata, ma è molto difficile», ha spiegato il Guardasigilli. «Certo, oggi un comune cittadino si domanda perplesso come possa esistere una situazione in cui una persona ha scontato una fortissima pena da colpevole, mentre un’altra è attualmente indagata sulla base di prove per le quali l’autore del delitto sarebbe completamente diverso dal primo». A certificare il cortocircuito della giustizia, ribadisco, è il ministro della Giustizia. Il quale ammette l’anomalia, ma addirittura riconosce che quello di Garlasco è un esempio di legislazione sbagliata.

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Sulle intercettazioni serve la svolta
iStock
Per il «Fatto» chi critica la pubblicazione selvaggia sta con la Casta. Ma il cortocircuito pm-media ha distrutto carriere rivelando dettagli privati. E non erano casi di omicidio.

Nell’editoriale pubblicato ieri sul Fatto Quotidiano, Marco Travaglio prova a sostenere, più o meno implicitamente, che la battaglia contro la pubblicazione selvaggia delle intercettazioni sarebbe stata combattuta soltanto quando a finire coinvolti erano esponenti politici. È una ricostruzione polemica che però rischia di alterare completamente il senso di quella critica. Perché il punto non è mai stato garantire una protezione speciale alla politica, ma denunciare un meccanismo molto più grave che in alcune stagioni della vita pubblica italiana si è costruito attorno al rapporto tra una parte della magistratura e una parte del sistema dell’informazione. Un cortocircuito nel quale le intercettazioni sono state utilizzate non soltanto per finalità processuali, ma anche per produrre effetti politici e mediatici, alterando il confronto democratico e contribuendo spesso alla delegittimazione pubblica di figure scelte dagli elettori prima ancora dell’esistenza di una sentenza definitiva e talvolta persino in assenza di imputazioni realmente solide.

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Contro Sempio tanti indizi ma manca «la» prova
Andrea Sempio (Ansa)

Sono d’accordo con i legali di Andrea Sempio: contro il loro cliente non c’è alcuna pistola fumante. Le 310 pagine che sintetizzano le indagini svolte dai carabinieri di Milano contro il commesso accusato dell’omicidio di Chiara Poggi contengono diversi indizi, ma nessuna prova.

Non c’è un’evidenza scientifica che dimostri come l’amico del fratello della giovane assassinata fosse sulla scena del delitto, né vi è un riscontro che consenta di stabilire, al di là di ogni ragionevole dubbio, la sua colpevolezza. Hanno detto bene gli avvocati del presunto assassino: quelle elencate dagli inquirenti sono suggestioni, ma per condannare qualcuno a molti anni di carcere (ad Alberto Stasi ne hanno appioppati 16) serve altro. O, per lo meno, dovrebbe servire visto che a distanza di quasi vent’anni dal delitto si scopre che di ragionevoli dubbi sulla colpevolezza dell’ex fidanzato di Chiara ce n’erano molti.

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Libro dell’orrore sull’utero in affitto. I bimbi comprati? «Storia d’amore»
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Chiara Tagliaferri, moglie dello scrittore Nicola Lagioia, celebra sua figlia nata negli Stati Uniti da una donna pagata per la gravidanza. Una sfida (letteraria) al governo Meloni che ha reso la pratica un reato universale.

Ho comprato mia figlia e ne vado fiera. Leggerò con avidità il libro Arkansas in cui Chiara Tagliaferri, scrittrice moglie di scrittore, compagna nella vita di Nicola Lagioia, già coautrice di Michela Murgia, racconta senza pudore come due anni fa ha avuto la sua Lula: andando negli Stati Uniti, pagando un’altra donna, affittando il suo utero per nove mesi, impiantandole l’ovulo di un’altra donna ancora, e poi portandole via la neonata. Leggerò quel libro perché, da quel che ho capito nell’intervista d’anticipazione pubblicata dalla Stampa, è il manifesto dell’orrore cui siamo destinati in un mondo dove ormai appare normale che un bimbo abbia non solo il genitore uno e il genitore due, ma anche il genitore tre, come ha appena sentenziato la Corte d’appello di Bari. E magari anche il quattro, il cinque, il sei, perché no? Avanti così. Tutto si può fare. Basta avere i soldi. E poi chiamarla «storia d’amore».

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