Le Firme

Mattarella parla di tutto ma non della realtà
Sergio Mattarella (Ansa)
Al posto di pensare al futuro, il capo dello Stato ha fatto un’inutile predica sul passato. Tornando addirittura alla fondazione della Repubblica. E per strizzare l’occhio ai ragazzi, ha trascurato l’allarme delle forze dell’ordine sulla violenza giovanile.

Marcello Veneziani su questo giornale aveva suggerito un argomento per il discorso di fine anno del presidente della Repubblica. Ovviamente, invece di mettere al centro del suo intervento il futuro che ci attende, il capo dello Stato ha preferito parlare del passato. Così, se c’era un modo per evidenziare la distanza che regna fra la più alta carica del Paese e le sfide che attendono gli italiani nel 2026, diciamo che Sergio Mattarella lo ha trovato. Il suo messaggio, interamente improntato sulla nascita della Repubblica, sarebbe andato bene in un libro di storia, non certo in un discorso al Paese in vista dei problemi con cui ci dovremo confrontare. Purtroppo la predica inutile del Colle è un format (che riconosco non essere stato inaugurato dall’attuale inquilino del Quirinale) a cui siamo abituati da anni, e dunque quella del 31 dicembre, come il panettone e lo spumante, fa ormai parte delle tradizioni, anche se meno gradevole delle altre due.

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Così stasera Mattarella può evitare la solita sbobba in tv
Sergio Mattarella (Ansa)
Consigli non richiesti per un discorso da vero presidente.

Se fossi Mattarella stasera cambierei registro nel messaggio di fine anno rivolto agli italiani. Dopo undici anni di discorsi sulla stessa linea se non sullo stesso copione, vale a dire il patriottismo della Costituzione, la Repubblica antifascista nata dalla Resistenza, l’Italia come concessionaria locale dell’Unione europea e lo Stato nazionale come un franchising del marchio Ue-Nato, cercherei di dire qualcosa di nuovo e di diverso, da un punto di vista generale. Non tornerei al patriottismo nazionale e non mi fermerei dentro i nostri confini, ma mi soffermerei su un’altra prospettiva più universale: l’umanità è in pericolo, rischia di perdersi e non poter tornare più indietro. Non si tratta della minaccia nucleare o ambientale, delle guerre e delle autocrazie imperanti ma di qualcosa di più radicale e perfino più tangibile: la disumanizzazione del mondo.

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Non ha più senso mandare armi e soldi in Ucraina
Volodymyr Zelensky (Ansa)

A Milano, ma non solo, mi succede con una certa frequenza di incrociare auto di grossa cilindrata con targa ucraina. Non penso si tratti di turisti, né di imprenditori in viaggio d’affari. Immagino siano persone che possono permettersi di fuggire dalla guerra.

Ovviamente non li biasimo: al posto loro probabilmente anche io cercherei di salvare la pelle, mettendo migliaia di chilometri tra me e le bombe di Putin. Però è un dato di fatto che a quasi quattro anni di distanza dall’inizio dell’invasione russa, gli ucraini non ne possano più dei missili che cadono sulle loro teste ogni giorno. Domenica un lettore, che ringrazio perché spesso mi segnala articoli apparsi sulla stampa estera, insieme con gli auguri mi ha mandato un rapporto dell’Unhcr (cioè dell’Onu) sul numero di rifugiati con passaporto di Kiev. Dei 41 milioni di ucraini, almeno otto milioni sarebbero da tempo lontani dalla madre patria. Cioè, un quinto dei residenti a seguito dell’invasione è scappato. Più di un milione e mezzo avrebbe trovato asilo in Polonia, quasi un milione in Germania, 500.000 nella Repubblica Ceca, poi a seguire vengono tutti gli altri Paesi europei: con un’eccezione, gli oltre due milioni e mezzo di profughi che sarebbero riparati in Russia.

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Il «selvaggio» piace solo in film e favole. Se scegli il vero bosco ti trattano da matto
La famiglia Trevallion (Ansa)
La natura di «Avatar» è un prodotto artificiale dei progressisti: quella reale è aspra e feroce. Infatti allo Stato madre non va bene.

Da quando è uscito, il 17 dicembre scorso, il terzo film della serie Avatar, intitolato Fuoco e cenere, è stato visto in Italia da diverse decine di migliaia di spettatori incassando oltre 15 milioni di euro. Ovviamente il successo è globale: negli Stati Uniti ha raggiunto i 218 milioni di dollari di incassi, che diventano 760 e passa milioni di dollari a livello mondiale. Non stupisce, dopo tutto Avatar è un franchise che si adatta perfettamente allo spirito del tempo, anzi si può dire che abbia largamente contribuito a plasmarlo. Non c’è dubbio che anche il nuovo capitolo sia godibile e visivamente straordinario: è un fantasy classico, in fondo, che mette in scena l’antica lotta fra le forze del bene e quelle del male, semplicemente con qualche sfumatura woke. Ci sono i colonizzatori bianchi occidentali, per lo più maschi, che invadono il pacifico mondo dei Na’vi, popolazione umanoide di colore blu molto simile ai nativi americani, insomma siamo a Balla coi lupi fra le stelle. Hollywood cerca ancora di fare i conti con il genocidio degli indiani risarcendoli tramite la produzione di immaginario: i buonissimi selvaggi si trovano per l’ennesima volta a fronteggiare gli spietati visi pallidi, una trama che dagli anni Settanta in poi abbiamo visto ripetersi con una certa frequenza.

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Renzi fa più ridere di Zalone (nella realtà)
Matteo Renzi (Ansa)
L’ex premier, alla disperata ricerca di visibilità, accusa i meloniani di pensare al film «Buen Camino» anziché al taglio delle tasse. Piccolo dettaglio: nessun esponente di Fdi ha parlato della pellicola. L’unico a farlo è stato Renzemolino, e ci fa scompisciare...

Dura vita quella del Renzemolino, prezzemolino al sapor di Matteo Renzi. Voi mettetevi nei panni del leader di Italia (quasi) viva: è il 29 dicembre e tocca anche oggi trovare un modo per finire sui giornali. Che fare? Nonna Maria che compie 106 anni ce la siamo già giocata per Natale, il dibattito sulla manovra langue, le polemiche sul ceto medio non si confanno al post panettone, figuriamoci quelle sul campo largo o larghetto. E dunque? Nei giorni scorsi Renzemolino ha provato a lanciare una nuova parola d’ordine contro Giorgialand, ma la trovata (assai lessa) non ha fatto presa. Un po’ meglio la battuta sul dibattito in Senato «durato meno del concerto di Baglioni». Ma ci vuol altro per guadagnarsi un titolo mentre l’Italia prepara i botti di Capodanno. E così ecco il colpo di genio: aggrapparsi all’uomo dei miracoli, al comico che muove le folle, al re del botteghino e della visibilità. Aggrapparsi a Checco Zalone. Alle 10.55 di lunedì 29 dicembre arriva il post. E così, anche per oggi, Renzemolino è salvo.

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