«C’è un punto fermo, nella vicenda della grazia a Nicole Minetti: il ministero della Giustizia non aveva chiesto alla Procura generale di Milano di fare indagini all’estero», scriveva ieri Repubblica. Sul «punto fermo» di Repubblica però la vista si sdoppia: la stessa questione cavallo di battaglia per sostenere le ragioni del No, oggi diventa «il punto fermo» o meglio la clava per menare il governo, soprattutto il ministro Nordio. Una botta in più, una in meno… chissà mai che il Carlo molli per una crisi di nervi, così poi viene giù tutto. Invece il Carletto non molla, tiene il punto ed è pure arrabbiato.
Le accuse che la sinistra muove al Guardasigilli sul caso della igienista dentale più famosa d’Italia sembrano il reverse di quelle che la sinistra mosse nella sua campagna referendaria. In quei giorni lì in tv, sui giornali, sui cartelloni pubblicitari, il fronte del No metteva in guardia gli italiani dal pericolo che, approvata la riforma costituzionale, i magistrati di fatto sarebbero finiti sotto il controllo della politica, cioè dell’esecutivo. Non era per nulla vero, ma il martellamento convinse. E a nulla valsero i tentativi, anche del ministro Nordio, di spiegare che nessun passaggio della riforma avrebbe potuto condurre a quella opzione. Oggi, dello stesso Nordio, l’opposizione chiede la testa perché… non ha controllato i giudici! Eh sì, perché a leggere le critiche contro il ministro sembra che egli sia colpevole di non aver controllato i buchi dell’istruttoria, che - come ben sappiamo - è stata totalmente nelle disponibilità della Procura generale di Milano. La quale non avrebbe controllato e/o verificato i contorni della domanda presentata dalla Minetti, né sarebbe stata sollecitata a farlo dagli uffici di via Arenula.
In poche parole, il Guardasigilli avrebbe dovuto condurre la Procura a fare tutti gli approfondimenti; avrebbe dovuto sollecitare i controlli con le autorità dell’Uruguay, in particolar modo sulle procedure di adozione del minore, di cui la Minetti si sta (o si starebbe) prendendo cura con tanta dedizione da scantonare la pena stabilita dal giudice per le due condanne. Nordio avrebbe dovuto poi suggerire ai magistrati della Procura di Milano di buttare l’occhio anche sul comportamento della signora Nicole e se la sua nuova vita fosse reale e non una messa in scena. E sempre Nordio - stando alle colpe contestate dalla sinistra per cui dovrebbe dimettersi - avrebbe dovuto insistere coi magistrati perché passassero al setaccio Giuseppe Cipriani jr. viste le frequentazioni con Epstein o parlassero con gli ospedali italiani che si sarebbero rifiutati (a dire della ex consigliera regionale lombarda) di prestare le cure al povero ragazzino malato e senza genitori che lo accudissero (particolare anche questo messo in discussione).
Nordio avrebbe insomma dovuto fare quel che le stesse persone, durante la campagna referendaria, sostenevano essere un grave pericolo per la democrazia: il governo che controlla le Procure! Questo tanto basta per affermare che al ministro non si possono addebitare più responsabilità di quel che i passaggi burocratici prevedono e che, in queste procedure, via Arenula è poco più che un passacarte.
Il primo attore protagonista è senza dubbio la Procura, tant’è che è toccato ai magistrati riaccendere i motori per accertare se le ricostruzioni del Fatto Quotidiano siano vere oppure false oppure parziali rispetto alla «bella favola» che Nicole aveva propinato a tutti quanti. Soprattutto al Quirinale, il cui peso è decisamente superiore rispetto a quello del ministero. «Quando in gioco c’è la libertà di una persona, il presidente agisce come un magistrato ed esercita il potere di condonare o commutare per decreto una pena - previsto all’articolo 87 della Carta - in totale indipendenza e autonomia di giudizio», scriveva Monica Guerzoni sul Corriere prima della tempesta. Evviva Sergio il giusto che può raddrizzare le diffidenze di chi non si fida delle conversioni. In silenzio, discretamente. Così, sempre in quei giorni, il capo ufficio stampa di Mattarella, Giovanni Grasso, si tuffava nel mare dei social per far capire quanto fosse densa di umanità la grazia per quella Nicole, firmata da un presidente mosso a compassione dalla Minetti… rifatta: una cosa del tipo «se anche voi sapeste…», commentava Grasso. Insomma parlavano tutti consapevolmente: del resto se il capo dello Stato, sempre così parsimonioso nel concedere la grazia (solo 71 su 4.230 istanze in tutti gli anni di mandato), stavolta ci metteva la firma e la faccia non poteva che essere stra-sicuro di quel che stava facendo. Peccato che così consapevoli non lo fossero affatto e a Mattarella non è restato che rimettere in scena lo stesso film dell’Indignato, già visto sul bonus per gli avvocati: sull’emendamento facendo sapere della riunione con Mantovano, sulla grazia facendo sapere della lettera con cui chiedeva approfondimenti. Ma davvero al Colle pensano che ci possiamo bere ogni cosa?







