Quali regole sarà meglio adottare nell’affrontare le tensioni e liti internazionali in cui il mondo si trova? Cambiare strada non è semplice in tempi come i nostri, tra potentissimi portatori di aspetti e progetti anche molto singolari, e posseggono e si scambiano come niente energia atomica in tempi ormai piuttosto innervositi. Ma il lato debole per la lite non è l’unico problema.
La questione è stata affrontata da Nadia Schadlow, senior fellow in strategia politica nel prestigiosissimo Hudson Institut americano. Schadlow è, in sé, un esempio di lucidità scientifica che scavalca senza fare una piega le trappole delle differenze politiche, ad esempio pubblicando tranquillamente il saggio di cui sto parlando ora sulla rivista Foreign Affairs, la più anti trumpiana d’America, dopo essere stata importante stratega nella prima amministrazione Trump.
«I cambiamenti nella gestione del potere non sono mai facili», inizia Schadlow, e quello che ci sta ora arrivando addosso è uno di quelli che si propongono a non meno di mezzo secolo l’uno dall’altro. Ormai si tratta «non di questioni tra Stati rivali», ma addirittura dell’alternativa su modi diversi di fare politica estera. Cos’è di così importante, che sta cambiando adesso?
«Per definire gran parte dell’era post-Guerra Fredda - scrive Schadlow - il motto da seguire finora è stato per tutti: prima il globale», global first, il modo di vedere e trattare le questioni internazionali. «I governi nazionali come tutte le istituzioni transnazionali hanno seguito finora un solo credo: soltanto il globale poteva affrontare i problemi di quei tempi, definibili nel migliore dei casi insicuri.
L’attuale segretario generale dell’Onu, il portoghese Antonio Guterres, tutt’ora in carica da più di 10 anni e espressione dei criteri seguiti fin qui si lamenta la mancanza di «senso comune» per il bene collettivo. Ma Schadlow osserva che, appunto, sarebbe forse ora di verificare se non sia proprio questo poco «senso comune» che tiene tutto fermo, e non convenga cambiare strada, smettendo di inchiodare alla sacralizzazione del globale tutti i lavori e le iniziative effettivamente indispensabili per evitare i rischi più gravi della politica internazionale.
Che la cosa non funzionasse, «la delusione globalista», come la chiama ora Nadia Schadlow, venne certificata ufficialmente per la prima volta già 10 anni fa quando l’Inghilterra nel 2016 votò l’uscita dall’Unione Europea, preannunciando l’insoddisfazione crescente, in Europa e altrove, verso le Istituzioni sovranazionali.
Il fatto è che sotto la teatralità di Trump, comunque, nota Schadlow, si è finalmente ormai capito che la soluzione non si trova a livello globale. Sono i singoli Stati che generano i problemi (come con le industrie inquinanti), ne fanno l’esperienza (attraverso i loro cittadini che soffrono), e che hanno i mezzi per risolverli (attraverso redditi, infrastrutture, servizi). Solo gli Stati effettivamente impegnati a risolvere i propri interessi possono sbrogliare questioni per le quali finora le istituzioni globali non hanno risolto nulla.
La forma globale, osserva ora la prof. stratega senza pulci sulla lingua, funziona passivamente per registrare cosa non funziona, segnalarlo e discuterne, ma poi sono gli Stati locali, non le Istituzioni globali che ne hanno la responsabilità diretta verso i cittadini. «I processi globali si muovono lentamente, quando lo fanno. Gli Stati invece hanno maggiori possibilità di agire rapidamente, con flessibilità e risultati. Anche nelle questioni di «climate change» l’orientamento aperto alle esigenze ma anche risorse dello Stato permette di rispettare i bisogni e le risorse locali molto di più di quanto facciano le risorse global.
E qui Nadia la stratega fornisce un’intuizione molto acuta, sottolineando la profondità delle semplici ma promettenti intuizioni democratiche rispetto alle gigantesche strutture delle istituzioni globaliste, dimostrate inefficienti in molte importanti sfide del ventunesimo secolo. «Il progresso viene più facilmente dalla persuasione, dall’unione di volontà tra le persone, e dalla diretta cooperazione fra i governi. Le grandi strutture globali si sono invece dimostrate insufficienti in molte delle sfide importanti del ventunesimo secolo. Queste azioni concrete non producono solo risultati tangibili e positivi, ma anche sorreggono e rafforzano i valori democratici, e in modo più convincente di quanto siano riuscite a fare le complicate e pretenziose strutture globali. E conclude: «Gli Stati Uniti e gli altri stati democratici devono smetterla di riferirsi allo sclerotico ordine globale e trovare le loro personali soluzioni ai gravi problemi del nostro tempo».
Applausi.







