«Contro di noi sono state dette solo tante falsità, siamo stati distrutti. Vogliamo collaborare con la giustizia». Dopo le lacrime è passata all’attacco Jessica Moretti, rendendo una dichiarazione spontanea in apertura di udienza ieri nell’aula del politecnico di Sion, udienza che la vedeva a confronto con il marito Jacques Moretti.
I due, in quanto proprietari, devono rispondere dei reati di omicidio colposo, lesioni personali gravissime colpose e incendio colposo nell’inchiesta per la strage nel locale Constellation, andato a fuoco la notte di Capodanno a Crans-Montana, in Svizzera, dove morirono 41 giovani, tra cui 6 italiani, e 115 rimasero feriti. Per la prima volta la coppia è stata sentita insieme con la formula della procedura del confronto, cioè rispondendo nella stessa stanza alle domande che venivano poste. Anche Jacques ha affermato che «è stato molto male, tanto da non riuscire nemmeno a parlare» dopo la tragedia.
Presenti in aula la procuratrice generale aggiunta del cantone vallese Catherine Seppey e una settantina di legali delle parti civili, tra cui anche l’avvocato Romain Jordan, incaricato dal governo italiano nella costituzione di parte civile, oltre alle famiglie delle vittime e dei sopravvissuti. Gli avvocati hanno contestato la scelta del procedimento che avrebbe dato modo ai due imputati di concordare una versione comune e discapito della spontaneità. E a quel «siamo stati distrutti» di Jessica ha replicato Laetitia Brodar-Sitre, mamma del sedicenne Arthur, morto nel rogo. «Essere distrutti, devastati significa non poter abbracciare i propri figli o doverli assistere in ospedale, questo significa essere distrutti. Non credo che essere indagati in una tragedia significhi vivere una distruzione quando si può rientrare a casa, lavorare al fianco del proprio marito e poter abbracciare i propri figli tutte le mattine».
Nel corso dell’interrogatorio la procura ha contestato a Jessica Moretti anche il reato di falso documentale. Gli addebiti riguardano una fattura del 2015 relativa all’acquisto della schiuma fonoassorbente, con cui era stato rivestito il soffitto del locale e che non era ignifuga. La fattura, palesemente falsificata, riporta infatti l’Iva in vigore in Francia benché sia stata emessa in Germania. Il documento, falsificato probabilmente per scopi fiscali, riporta la data del 3 settembre 2015 e indica un importo di 13.464 euro.
Restano nel mirino degli inquirenti ancora i conti della coppia dopo la segnalazione arrivata dalla Francia alla procura Vallese. Un informatore, in forma anonima, aveva riferito che una carta di credito Revolut era stata inviata a Jessica. La carta non aveva limiti di spesa, cosa che aveva indotto l’informatore a sospettare un possibile collegamento con il riciclaggio di denaro. Un altro dettaglio emerso ieri è sulle bottiglie di champagne con le fontane luminose che avrebbero generato l’incendio. La dipendente Cyanne Panine, poi deceduta, con le fiaccole sulle spalle di un collega è stata indicata come colei che avrebbe inconsapevolmente generato il rogo. Il corteo pirotecnico non sarebbe stato un’iniziativa «spontanea» dei giovani camerieri, ma una pratica dettagliatamente organizzata dalla stessa titolare.
Durante l’interrogatorio sono stati fatti sentire degli audio tratti da una chat di Whatsapp in cui la titolare dà precise istruzioni ai camerieri sulla coreografia: «avrei gradito si facesse» o «potreste farlo». Poi: «Attenzione alle candele perché, se finiscono sulla schiuma, possono bruciare il Constellation». Questi documenti contrastano con la versione sempre sostenuta dagli imprenditori francesi. «Non abbiamo mai obbligato nessuno», ha ribadito la donna. «Era una consuetudine ma quando si svolgeva la sfilata c’erano sempre due camerieri che erano preparati a gestire la situazione», si è difesa la Moretti. Per l’avvocato Romain Jordan quella di ieri è stata «l’ultima occasione che la coppia Moretti aveva per dare risposte alle vittime su tutti i punti che restano oscuri o nebulosi».
Dopo l’intervista in anteprima alla «mamma del bosco», l’australiana Catherine Birmingham, ieri sera Bruno Vespa ha presentato a Porta a porta il sondaggio realizzato da Antonio Noto sulla «Percezione del sistema degli affidi in Italia» scatenata proprio dal caso dei «bambini della famiglia del bosco» tolti ai genitori e affidati ai servizi sociali.
Dal report analitico stilato nel mese di maggio su un campione di 2.000 maggiorenni per il ministero della Famiglia, il dato più sorprendente è quello che soltanto il 13% degli intervistati affiderebbe un minore in difficoltà ai servizi sociali. Davanti a una difficoltà educativa o familiare, infatti, il servizio pubblico non è considerato il primo luogo di protezione ma il 33% indica lo psicologo, il 30% familiari o amici, mentre i servizi sociali si fermano al 13%. La scuola, la Chiesa e la ricerca online raccolgono quote molto più contenute. In sostanza, per gli italiani il sistema degli affidi e, più in generale, l’apparato di tutela minorile sono percepiti come necessari ma non pienamente rassicuranti perché percepiti come sostitutivi, invasivi o poco reversibili tanto che una parte consistente dell’opinione pubblica teme che l’intervento istituzionale possa produrre effetti negativi sia sul minore sia sulla famiglia di origine.
Il dato più rilevante del report è la centralità del legame familiare: anche in caso di affido, il 64% ritiene che la famiglia d’origine debba restare presente nella vita del minore e solo l’11% sostiene l’allontanamento definitivo. In sostanza, non si chiede minore protezione, ma una protezione diversa: più ascolto, più gradualità, più prevenzione, più supporto alla famiglia prima dell’allontanamento e più trasparenza nei criteri decisionali. Altro dato importante è la percezione dell’affido considerato dal 43% una soluzione sbagliata mentre per il 17% è necessario ma rischioso. Un dato che farà riflettere il ministro Eugenia Roccella, committente del sondaggio, è quello sulla poca conoscenza e scarsa fiducia nel sistema. Infatti il 46% non non si fida del sistema degli affidi, il 45% ritiene i servizi sociali non competenti e il 44% pensa che non migliorino la situazione dei minori. La sfiducia si estende anche ai tribunali minorili, giudicati competenti soltanto dal 48%. I cittadini associano i servizi sociali a controlli invasivi e temono che possano portare alla perdita del controllo familiare. Va detto che la risposta è data dalla conoscenza di casi mediatici o racconti episodici, chiedendo maggiore trasparenza e comunicazione istituzionale. Inoltre il 54% degli intervistati ritiene che l’allontanamento dei bambini dai genitori debba essere perseguito solo in casi di estrema gravità, ad esempio violenza sui minori. Il 40% lo considera valutabile anche in casi meno gravi, come forti carenze educative o situazioni familiari che compromettono il benessere del minore. Il 6% non sa rispondere.
Intanto ieri una nota del ministero di Giustizia ha chiarito che «l’ispezione ministeriale avviata sul comportamento dei magistrati che hanno seguito il caso della famiglia Trevallion si è conclusa senza rilievi disciplinari e il ministro ha disposto l’archiviazione del procedimento ispettivo». Il Guardasigilli, Carlo Nordio, che aveva inviato gli ispettori del ministero al tribunale dell’Aquila per verificare se ci fossero state anomalie nel procedimento con cui, nel novembre del 2025, erano stati allontanati i tre figli dai genitori, chiarisce che «non sono emersi profili di illeciti disciplinari da parte dei magistrati e le decisioni di merito in ossequio all’indipendenza e all’autonomia della magistratura non sono oggetto di valutazione». L’Associazione nazionale magistrati ha festeggiato rinnovando subito la vicinanza ai colleghi di L’Aquila mentre l’avvocato Simone Pillon, legale della famiglia, preso atto della decisione, ritiene che «avremo presto modo di convincere il Tribunale per i minorenni del mutato quadro fattuale e della bontà delle argomentazioni difensive maturate circa l’opportunità del rientro a casa dei minori nel loro superiore interesse».
Il 23 maggio 1992 è una data che ha tragicamente segnato la storia del nostro Paese. E quell’esplosione di circa 500 chili di tritolo che provocò una strage sull’autostrada per Palermo, all’altezza di Capaci, divenne lo spartiacque tra un «prima e un dopo», cambiando profondamente il modo di intendere il valore della legalità, della giustizia e dell’impegno civile contro ogni forma di criminalità mafiosa. In quell’attentato mafioso persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Dopo 34 anni il ricordo continua a vivere soprattutto nelle strade di Palermo, tra cortei, incontri e iniziative dedicate alla memoria.
In occasione di questo 34° anniversario della strage di Capaci, la Polizia di Stato di Palermo sarà impegnata oggi in una serie di iniziative commemorative dedicate al ricordo delle vittime di quell’indimenticabile pomeriggio siciliano.
Le commemorazioni avranno inizio con la deposizione di una corona d’alloro presso la Stele di Capaci, il monumento ai caduti sull’autostrada A29, e poi, nella storica sede del Reparto Scorte, all’interno della caserma Pietro Lungaro, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, con il capo della Polizia, Vittorio Pisani, alla presenza delle Autorità civili, militari e religiose deporranno una corona d’alloro in corrispondenza della lapide dedicata alle vittime della strage mafiosa. Nel corso della cerimonia si procederà allo svelamento del quadro contenente il brevetto del ministro dell’Interno relativo al conferimento, da parte del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, della Medaglia d’oro al Merito civile alle donne e agli uomini della Polizia di Stato impegnati nei servizi di scorta e tutela «che mediante l’adempimento quotidiano e silenzioso del loro compito, hanno assicurato e garantiscono la tutela delle persone esposte a pericolo, anche a sacrificio della propria incolumità. Il loro esempio di abnegazione testimonia l’alto valore del servizio reso per la sicurezza dello Stato, meritando la riconoscenza della nazione». L’onorificenza è stata consegnata lo scorso 10 aprile in Piazza del Popolo a Roma, nell’ambito delle celebrazioni per il 174° anniversario della fondazione della Polizia. Sempre in caserma ci sarà la proiezione del docufilm I ragazzi delle scorte, con una puntata dedicata alla storia dell’agente scelto Rocco Dicillio. La docuserie, coprodotta dal Viminale e dal ministero per lo Sport e i Giovani, tramite la Struttura di missione per gli anniversari di interesse nazionale, in collaborazione con 42° Parallelo, torna con due nuovi episodi sui ragazzi che persero la vita con i giudici Falcone e Borsellino: Rocco e Giuseppe, ragazzi d’altri tempi e Agostino, mio padre riportano al centro le loro storie umane, i legami familiari, la memoria di chi è rimasto e il peso che quelle stragi continuano ad avere nel presente perché quegli «eroi» erano e sono, prima di tutto, figli, compagni, padri e amici. Ma anche un modo di sottolineare la professionalità, la competenza oltre che la abnegazione degli uomini delle scorte della Polizia, reparto istituito come struttura organica e stabile in risposta diretta alla stagione del terrorismo e della criminalità organizzata. Le celebrazioni odierne si concluderanno con una messa in suffragio delle vittime nella chiesa di San Domenico dopo che alle 17.58, ora in cui avvenne la strage di Capaci, ci sarà un minuto di raccoglimento e l’esecuzione del Silenzio di ordinanza, contemporaneamente presso l’Ufficio scorte, la Stele di Capaci e l’Albero Falcone.





