Quorum raggiunto. In 24 ore il referendum sulla proposta di legge di iniziativa popolare «Remigrazione e riconquista», sul portale del ministero della giustizia, ha superato la soglia delle 50.000 firme necessarie per l’approdo in parlamento. Un risultato che arriva dopo la sgangherata protesta dell’opposizione radicale che ha tentato di delegittimare la proposta impedendo ai promotori di fare la conferenza stampa alla Camera organizzata dal deputato leghista Domenico Fargiule proprio per annunciare il lancio della raccolta firme.
La sottoscrizione serve per avviare il processo della proposta per contenere le migrazioni massive che secondo i promotori (tra cui Casapound) «sono un fenomeno disastroso e deleterio per le nazioni e i popoli» perché generano problemi sociali, culturali ed economici e compromettono la sovranità e l’identità nazionale. L’Italia e l’Europa fronteggiano ormai da decenni un fenomeno migratorio di dimensioni enormi che si inserisce in un quadro più ampio di processi geopolitici ed economici, molto spesso, se non sempre, incentivati da centri di interesse che perseguono interessi e obiettivi contrari a quelli di nazioni e popoli.
Epperò in Europa il clima sta cambiando visto che la stessa Commissione europea ha delineato un nuovo approccio alla gestione delle migrazioni che mette al centro la sicurezza degli ingressi, la cooperazione con i Paesi terzi e un maggiore controllo dei flussi, cercando un equilibrio tra canali legali e contrasto all’irregolarità.
Legalità e sicurezza nazionali restano le priorità per ogni Stato con l’obiettivo di ridurre i disagi per i cittadini. Come spiegato dal direttore Maurizio Belpietro un’idea finalizzata sempre al contenimento della presenza dei migranti arriva dalla socialdemocratica Danimarca dove la premier Mette Frederiksen ha annunciato un irrigidimento delle norme che prevede l’espulsione dei cittadini stranieri condannati ad almeno un anno di carcere per reati gravi, accelerando i meccanismi di allontanamento di soggetti ritenuti pericolosi per la sicurezza interna. Nei reati gravi ha spiegato il ministero dell’immigrazione rientrano «aggressione aggravata e stupro».
«Le parole di Frederiksen certificano il fallimento di un sistema giunto inesorabilmente al capolinea», dice l’europarlamentare leghista Paolo Borchia. «Se anche le socialdemocrazie scandinave, storicamente generosissime in termini di welfare, si rendono conto di essere diventate un bancomat per migliaia di immigrati che non hanno saputo, o voluto, imbracciare la via dell’integrazione, significa che tutta Europa deve imparare a selezionare chi merita l’accoglienza e chi no», prosegue l’europarlamentare.
In termini generali, al di là delle procedure, aggiunge Borchia, «è evidente che ci sia la necessità di non consentire a chi commette reati di rimanere sui nostri territori. La sicurezza è diventato uno dei diritti principali da tutelare per il futuro. Un approccio più muscolare è necessario, anche a scopi di deterrenza».
Nel frattempo oltre a Danimarca, che ha un 8% di immigrati, Germania, primo paese Ue per immigrazione, Austria, Paesi bassi e Grecia stanno valutando la creazione di centri di rimpatrio al di fuori dell’Unione europea, i cosiddetti «return hub», per trasferire i richiedenti asilo irregolari verso Paesi terzi. Lo riferisce il portale tedesco Tagesschau, citando il ministero dell’Interno di Berlino. Secondo quanto riportato, dai centri verrebbero poi organizzati i rientri nei Paesi d’origine o negli Stati confinanti dei migranti cui è stata respinta la domanda di asilo nell’Ue. I cinque Paesi hanno istituito un gruppo di lavoro dedicato alla questione e, sempre secondo Tagesschau, accordi concreti dovrebbero essere raggiunti nel corso del 2026, confermando quindi che i centri immigrati in Albania voluti dal premier Giorgia Meloni sono un modello che ha anticipato le linee del Patto immigrazione e asilo dell’Unione europea.
Peraltro le politiche di contenimento secondo l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera (Frontex), hanno provocato nel 2025 una diminuzione degli ingressi irregolari nell’Unione del 26%, il livello più basso registrato dal 2021, con cali significativi lungo le rotte dei Balcani e dell’Africa occidentale, al contrario del Mediterraneo centrale che resta la rotta più attiva verso l’Ue.
Tornando alla proposta di una legge su Remigrazione e riconquista che rafforza la normativa vigente in materia di governo dei flussi migratori, tutela della sicurezza pubblica e politiche demografiche e prevede il rientro volontario e assistito di cittadini stranieri regolarmente presenti, mediante incentivi economici, il presidente del Comitato Luca Marsella, ha rivendicato il risultato come risposta ai tentativi di bloccare politicamente l’iniziativa e ha invitato a proseguire la sottoscrizione per presentarsi in Parlamento con una platea di sostenitori ancora più ampia. La partita ora non è più simbolica ma procedurale: la proposta entra nel perimetro istituzionale e costringe il sistema politico a confrontarsi nel merito.
Nessuna mediazione. Gli attivisti del centro sociale Askatasuna hanno respinto le richieste del prefetto di Torino di sfilare in un unico corteo indetto contro lo sgombero avvenuto il 18 dicembre scorso. «Avreste dovuto pensarci prima», hanno replicato, confermando i tre cortei che marceranno sotto lo slogan «Ci riprenderemo la città». Partiranno dalle stazioni ferroviarie di Porta Nuova e Porta Susa e a Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche, confluiranno in piazza Vittorio Veneto, in centro città, per poi ripartire in un unico serpentone. E proprio per l’occupazione di Palazzo Novo, ieri, il ministro dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, ha avuto un colloquio telefonico con la rettrice dell’Università, Cristina Prandi, alla quale ha espresso forte preoccupazione per le condizioni di sicurezza degli ambienti coinvolti, assicurando alla rettrice il pieno supporto del Ministero per affrontare una situazione definita inaccettabile: «L’università non è e non diventerà mai un centro sociale, è uno spazio di libertà e dialogo non di violenza».
Oltre 200 realtà provenienti da tutta Italia hanno aderito alla piattaforma lanciata il 17 gennaio dall’assemblea nazionale compresi i radicali torinesi che, per Askatasuna ma contro la violenza saranno in piazza, stesi a terra. «Non sappiamo ancora con esattezza quali saranno i percorsi, perché abbiamo bisogno di un po’ di tempo per definire alcuni dettagli tecnici», ha spiegato Michele, portavoce di Askatasuna. «Sicuramente il corteo passerà nelle prossimità del quartiere Vanchiglia e del centro sociale sgomberato, per poi concludersi in Regio Parco».
Un percorso che il Comitato per l’ordine e la sicurezza aveva definito «un’articolazione complessa» e da qui la richiesta, respinta, di una rimodulazione che «contemperi il diritto di manifestare pacificamente con le esigenze dei cittadini e dei numerosi visitatori attratti dalle giornate prefestiva e festiva, caratterizzate da eventi sociali, sportivi e culturali». Ma gli autonomi hanno respinto la proposta, sottolineando: «Abbiamo di fronte un governo che, in linea con un indirizzo politico dichiaratamente securitario, repressivo e intrinsecamente razzista, interpreta sistematicamente il conflitto sociale come un ostacolo da neutralizzare. Non è un problema di ordine pubblico, è l’opposizione sociale che rompe gli argini e si prende lo spazio che le spetta».
Intanto, ieri all’alba, la Digos ha effettuato perquisizioni a casa di due attivisti di Aska. Sequestrati alcuni indumenti per accertarne un eventuale utilizzo in occasione della manifestazione del 20 dicembre contro lo sgombero del centro sociale, da cui sono scaturiti disordini e scontri.
«Si può e si deve parlare di Gaza nel Giorno della memoria: si può parlare di Iran, Ucraina e tutto ciò che chiama in causa l’umanità, ma non si può usare Gaza contro il Giorno della memoria». Parola della senatrice Liliana Segre, sopravvissuta all’Olocausto, durante la cerimonia al Quirinale alla presenza di tutte le alte cariche dello Stato e di 40 ragazzi di ritorno da Auschwitz.
«Non può succedere», ha aggiunto, «che diventi occasione di vendetta contro le vittime di allora». Parole inascoltate dai pro Pal, che ieri hanno organizzato diversi eventi anche per Gaza in diversi Comuni, ostacolando le cerimonie istituzionali e non rispettando i divieti, come accaduto a Bologna.
Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel sottolineare «l’importante e irrinunciabile giorno di commemorazione, la cui intensità è sempre massima senza che possa essere scalfita dal tempo», ha rinnovato la riconoscenza dello Stato alla Segre «per la sua preziosa testimonianza degli orrori vissuti e per il suo messaggio, sempre contrassegnato dal rigetto dell’odio, della vendetta, della violenza. Cara senatrice, in questa occasione solenne desidero esprimerle, a nome della Repubblica, la solidarietà, la stima e l’affetto a fronte di attacchi colmi, a un tempo, di volgarità e di imbecillità: come lo sono le manifestazioni di razzismo e di antisemitismo, del resto configurati dalla legge come reati. Nella Repubblica non c’è posto per il veleno dell’odio razziale, per i germi della discriminazione, per l’antisemitismo che affiora ancora pericolosamente».
Il premier, Giorgia Meloni, ha sottolineato la pagina buia dell’antisemitismo, «purtroppo ancora non sconfitto definitivamente, un morbo che tona a diffondersi, con forme nuove e virulente». Meloni ha ribadito: «In questa giornata torniamo a condannare la complicità del regime fascista nelle persecuzioni, nei rastrellamenti, nelle deportazioni. Una pagina buia della storia italiana, sigillata dall’ignominia delle leggi razziali del 1938».
A Bologna, malgrado l’appello del sindaco, Matteo Lepore, i manifestanti pro Palestina si sono radunati in piazza del Nettuno mentre si svolgeva la cerimonia per la memoria, impedendo ai rappresentanti della Comunità ebraica di deporre le corone di fiori. Alcuni attivisti sono stati allontanati dai poliziotti antisommossa. Anche la presidente dell’Anpi bolognese, Anna Cocchi, era arrivata in piazza per la cerimonia ma ha poi deciso di passare con i pro Pal. «Sono qui e sto da questa parte. Prima si sono creati due schieramenti, uno con la polizia e uno che invece dice: riconosciamo i diritti della popolazione di Gaza. Io sto da questa parte». A Napoli, invece, la Comunità ebraica ha disertato per la prima volta le celebrazioni organizzate per ricordare le vittime dell’Olocausto perché, ha spiegato la presidente Lydia Schapirer, «senza vicinanza e dialogo», il Comune ha approvato nei mesi scorsi una mozione che riconosce la Palestina e interrompe i rapporti con enti e istituzioni legati al governo israeliano.
Mentre al sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, che aveva detto che nella fiction andata in onda ieri sera Morbo K, sul rastrellamento degli ebrei di Roma, «non si vedono i fascisti, ci sono solo i nazisti. I fascisti hanno collaborato attivamente alla decisione criminale di Hitler di sterminare completamente tutti gli ebrei», ha risposto la direttrice di Rai Fiction, Maria Pia Ammirati. «Sorpresa e amareggiata per le mistificazioni e le polemiche. Nelle sceneggiature e nei filmati del racconto televisivo, liberamente ispirato alle gesta di tre medici dell’ospedale Fatebenefratelli di Roma durante il tragico ottobre 1943, la presenza, la complicità e la connivenza dell’allora polizia fascista, non solo non è stata omessa, ma è narrata con precisa attenzione, in un prodotto realizzato in stretta collaborazione con la Comunità ebraica».





