Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia: sono i sette Stati che l’Unione europea ha designato come «Paesi d’origine sicuri», secondo la relazione dell’eurodeputato di Fdi, Alessandro Ciriani per la creazione di un elenco Ue. Lista approvata ieri, insieme agli hub per migranti, dal Parlamento Ue con 408 voti a favore, 184 contrari e 60 astensioni. Chi proviene da questi Paesi e chiede asilo in uno Stato membro vedrà la propria domanda esaminata secondo una procedura accelerata, potrà essere detenuto in appositi centri di trattenimento ed espulso con più facilità e rapidità.
Anche i Paesi candidati all’adesione all’Ue saranno presunti sicuri. Per quanto riguarda gli hub in Paesi terzi, le nuove norme consentono agli Stati Ue di concludere accordi per l’esame delle domande in loco. L’ok definitivo alla revisione del regolamento Ue è arrivato dalla maggioranza sostenuta dal Ppe e dalle destre con la conferma del modello Italia, tra esternalizzazione e cooperazione con gli Stati di transito per scardinare il business dei trafficanti di uomini. Tutto mentre il Consiglio dei ministri, previsto per oggi, si prepara a varare il nuovo pacchetto immigrazione, anticipato dal ministro Matteo Piantedosi. «L’approvazione dei due regolamenti europei relativi alla lista e al concetto di Paese terzo sicuro è un grande successo del governo italiano che ha saputo con determinazione e convinzione far valere le proprie posizioni in materia di migrazione in Europa» ha affermato il titolare del Viminale. Secondo Piantedosi, «il concetto di “Paese terzo sicuro” introduce criteri più chiari che consentiranno agli Stati di valutare l’inammissibilità della domanda di asilo, qualora il richiedente abbia transitato in un Paese terzo sicuro nel quale avrebbe potuto ottenere una protezione effettiva. Finalmente la svolta chiesta dall’Italia in materia di immigrazione c’è stata».
«C’è stata una maggioranza di centrodestra, nettamente, contro il tentativo della sinistra di bloccare questo importante provvedimento a difesa dei confini europei. Finalmente i richiedenti asilo che a cui verrà rigettata la domanda di asilo potranno essere rimpatriati subito. Non dovremo più attendere, non ci sarà più nel frattempo il provvedimento di sospensiva del procedimento. Addirittura, potranno sostare negli hub nei Paesi terzi, per esempio in Albania, in attesa del giudizio definitivo» ha dichiarato l’eurodeputata della Lega, Susanna Ceccardi.
«Anche oggi la sinistra, che chiede sempre maggior sicurezza, si è distinta per fare il contrario. Ha votato contro questo provvedimento, che è un provvedimento per la sicurezza dei nostri cittadini» ha aggiunto l’eurodeputata Anna Maria Cisint.
L’eurodeputata Isabella Tovaglieri ha sottolineato il risparmio economico: «Tutti quei ricorsi ovviamente strumentali che venivano promossi, poiché durante la pendenza del ricorso il rimpatrio era sospeso, erano tutti frutto di un gratuito patrocinio, che però gratuito non era perché il patrocinio è a carico dello Stato, quindi era pagato dai cittadini italiani. Oggi, grazie al fatto che la sospensiva non esiste più ma il rimpatrio è immediato, la mole di ricorsi calerà drasticamente e i tribunali non saranno più ingolfati».
Prevedibile l’immediata sollevazione di 39 Ong che hanno lanciato un appello per escludere la Tunisia dall’elenco perché «Stato autoritario e non sicuro».
«Siamo di fronte a una strategia che mira a innalzare il livello dello scontro con le istituzioni e che, attraverso i disordini e la violenza, punta a compattare la galassia anarco-antagonista e a galvanizzarne gli aderenti. È possibile dire che stiamo registrando un innalzamento del livello dello scontro che, per certi versi e pur con delle varianti, richiama dinamiche squadristiche e terroristiche che hanno caratterizzato alcune fasi del nostro passato. Credo che chi sfila a fianco di questi delinquenti finisce per offrire loro una prospettiva di impunità».
Chiaro il messaggio lanciato ieri dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, nell’informativa alla Camera sulle violenze di sabato nella manifestazione pro Askatasuna a Torino. Nel suo intervento a Montecitorio il responsabile del Viminale era stato chiaro: «C’è un innalzamento dell’asticella del conflitto che sa di guerra allo Stato di fronte alla quale non sono accettabili distinguo e condanne timide. Dietro gli incidenti non c’è stato un deficit prevenzione, ma una precisa intenzione criminale come avevano annunciato in un’assemblea gli antagonisti in cui si parlava di resa dei conti con lo Stato democratico». Dopo aver elogiato il grande lavoro svolto dalle forze dell’ordine che «hanno evitato che si verificassero danni ben più gravi che erano nei programmi dei manifestanti», il ministro ha annunciato che la Procura di Torino procederà per il reato di devastazione, al momento contro ignoti. Sul tavolo dei pm è arrivata una prima informativa della Digos e ne sono attese altre. Inoltre sono state sottoposte a fermo 27 persone, 24 denunciate e tre arrestate. Tra le priorità e per il futuro con il nuovo pacchetto sicurezza, ha aggiunto Piantedosi, c’è la necessità «di depotenziare i gruppi organizzati di facinorosi prima ancora che possano mettersi all’opera e innescare spirali di violenza». E si tratta di strumenti non nuovi nel panorama delle democrazie europee, utilizzati da decenni «senza che nessuno gridi all’attentato alla democrazia». Tutti, è il monito di Piantedosi, devono prendere atto che «non ci troviamo più in presenza di modalità più o meno discutibili dell’esercizio della libertà di manifestazione del pensiero, bensì ad una vera e propria, sistematica strategia di eversione dell’ordine democratico». Ribadito l’invito alla condanna unanime. «Anche nei momenti più difficili della nostra storia repubblicana le istituzioni e tutte le forze politiche hanno avuto la maturità e la capacità di attingere ad una riserva di saggezza e di equilibrio nell’interesse generale dei cittadini. E sarebbe grave se qualcuno derogasse soltanto perché alla guida del Paese c’è un governo di centrodestra. L’auspicio» ha sottolineato il ministro dell’Interno, «è che tutte le forze politiche presenti in Parlamento riescano a trovare una sostanziale convergenza sostenendo le forze di polizia».
Un appello respinto al mittente da parte delle opposizioni. In un’intervista a Di martedì, il segretario dem, Elly Schlein ha affermato: «La sicurezza è il più grande fallimento del governo Meloni. I reati sono aumentati. Piantedosi è stato indicato dalla Lega che è al governo da 8 anni. Quand’è che si assumeranno una responsabilità se ci sono ancora problemi di sicurezza?». E ha rincarato: «Abbiamo assistito a una dimostrazione di irresponsabilità di chi fa passare migliaia di manifestanti come violenti. Ho chiamato Meloni per questo. Non strumentalizzare, di fronte alla violenza politica bisogna unire e non dividere».
Sempre a Di martedì, il leader della Cgil Maurizio Landini ha dichiarato: «Credo che a Torino ci sia stato un atto di violenza criminale di un gruppo di persone che in realtà hanno messo in discussione il valore di quella giornata, di quella manifestazione, di liberi cittadini che volevano esprimere un loro punto di vista». E ha aggiunto: «È nella storia che il movimento dei lavoratori, il movimento sindacale, che ha difeso e conquistato la democrazia, si è sempre battuto contro qualsiasi violenza che c’è stata in questo Paese. Quindi fare questi ragionamenti, che chi manifesta liberamente sarebbe complice dei violenti, è un attacco alla libertà delle persone di poter manifestare». Secondo la deputata M5s Chiara Appendino «gli anarchici sono i vostri migliori alleati: loro creano il caos e voi usate quel caos per varare misure liberticide, attaccare i giudici e soprattutto nascondere il vostro clamoroso fallimento sulla sicurezza».
La stessa informativa di Piantedosi doveva tenersi ieri pomeriggio in Senato ma è slittata ad oggi e sarà una comunicazione: quindi si voterà sulle risoluzioni che i gruppi parlamentari presenteranno, essendo fallita la proposta del premier Giorgia Meloni di arrivare ad una risoluzione unitaria. Il presidente del Senato Ignazio La Russa si è detto «un po’ deluso. Puntavo a testo condiviso».
Quorum raggiunto. In 24 ore il referendum sulla proposta di legge di iniziativa popolare «Remigrazione e riconquista», sul portale del ministero della giustizia, ha superato la soglia delle 50.000 firme necessarie per l’approdo in parlamento. Un risultato che arriva dopo la sgangherata protesta dell’opposizione radicale che ha tentato di delegittimare la proposta impedendo ai promotori di fare la conferenza stampa alla Camera organizzata dal deputato leghista Domenico Fargiule proprio per annunciare il lancio della raccolta firme.
La sottoscrizione serve per avviare il processo della proposta per contenere le migrazioni massive che secondo i promotori (tra cui Casapound) «sono un fenomeno disastroso e deleterio per le nazioni e i popoli» perché generano problemi sociali, culturali ed economici e compromettono la sovranità e l’identità nazionale. L’Italia e l’Europa fronteggiano ormai da decenni un fenomeno migratorio di dimensioni enormi che si inserisce in un quadro più ampio di processi geopolitici ed economici, molto spesso, se non sempre, incentivati da centri di interesse che perseguono interessi e obiettivi contrari a quelli di nazioni e popoli.
Epperò in Europa il clima sta cambiando visto che la stessa Commissione europea ha delineato un nuovo approccio alla gestione delle migrazioni che mette al centro la sicurezza degli ingressi, la cooperazione con i Paesi terzi e un maggiore controllo dei flussi, cercando un equilibrio tra canali legali e contrasto all’irregolarità.
Legalità e sicurezza nazionali restano le priorità per ogni Stato con l’obiettivo di ridurre i disagi per i cittadini. Come spiegato dal direttore Maurizio Belpietro un’idea finalizzata sempre al contenimento della presenza dei migranti arriva dalla socialdemocratica Danimarca dove la premier Mette Frederiksen ha annunciato un irrigidimento delle norme che prevede l’espulsione dei cittadini stranieri condannati ad almeno un anno di carcere per reati gravi, accelerando i meccanismi di allontanamento di soggetti ritenuti pericolosi per la sicurezza interna. Nei reati gravi ha spiegato il ministero dell’immigrazione rientrano «aggressione aggravata e stupro».
«Le parole di Frederiksen certificano il fallimento di un sistema giunto inesorabilmente al capolinea», dice l’europarlamentare leghista Paolo Borchia. «Se anche le socialdemocrazie scandinave, storicamente generosissime in termini di welfare, si rendono conto di essere diventate un bancomat per migliaia di immigrati che non hanno saputo, o voluto, imbracciare la via dell’integrazione, significa che tutta Europa deve imparare a selezionare chi merita l’accoglienza e chi no», prosegue l’europarlamentare.
In termini generali, al di là delle procedure, aggiunge Borchia, «è evidente che ci sia la necessità di non consentire a chi commette reati di rimanere sui nostri territori. La sicurezza è diventato uno dei diritti principali da tutelare per il futuro. Un approccio più muscolare è necessario, anche a scopi di deterrenza».
Nel frattempo oltre a Danimarca, che ha un 8% di immigrati, Germania, primo paese Ue per immigrazione, Austria, Paesi bassi e Grecia stanno valutando la creazione di centri di rimpatrio al di fuori dell’Unione europea, i cosiddetti «return hub», per trasferire i richiedenti asilo irregolari verso Paesi terzi. Lo riferisce il portale tedesco Tagesschau, citando il ministero dell’Interno di Berlino. Secondo quanto riportato, dai centri verrebbero poi organizzati i rientri nei Paesi d’origine o negli Stati confinanti dei migranti cui è stata respinta la domanda di asilo nell’Ue. I cinque Paesi hanno istituito un gruppo di lavoro dedicato alla questione e, sempre secondo Tagesschau, accordi concreti dovrebbero essere raggiunti nel corso del 2026, confermando quindi che i centri immigrati in Albania voluti dal premier Giorgia Meloni sono un modello che ha anticipato le linee del Patto immigrazione e asilo dell’Unione europea.
Peraltro le politiche di contenimento secondo l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera (Frontex), hanno provocato nel 2025 una diminuzione degli ingressi irregolari nell’Unione del 26%, il livello più basso registrato dal 2021, con cali significativi lungo le rotte dei Balcani e dell’Africa occidentale, al contrario del Mediterraneo centrale che resta la rotta più attiva verso l’Ue.
Tornando alla proposta di una legge su Remigrazione e riconquista che rafforza la normativa vigente in materia di governo dei flussi migratori, tutela della sicurezza pubblica e politiche demografiche e prevede il rientro volontario e assistito di cittadini stranieri regolarmente presenti, mediante incentivi economici, il presidente del Comitato Luca Marsella, ha rivendicato il risultato come risposta ai tentativi di bloccare politicamente l’iniziativa e ha invitato a proseguire la sottoscrizione per presentarsi in Parlamento con una platea di sostenitori ancora più ampia. La partita ora non è più simbolica ma procedurale: la proposta entra nel perimetro istituzionale e costringe il sistema politico a confrontarsi nel merito.





