Il Collegio del Garante per la protezione dei dati personali, in una nota, «esprime piena fiducia nell’operato della magistratura, certo di poter dimostrare la propria estraneità ai fatti contestati» e «conferma la volontà di proseguire il proprio lavoro a tutela della privacy e dei diritti fondamentali dei cittadini». Così la nota di ieri dell’Authority dopo le perquisizioni e i sequestri effettuati giovedì dalla Guardia di finanza in seguito all’indagine aperta dalla Procura di Roma che indaga per peculato e corruzione il presidente eletto in quota Pd, Pasquale Stanzione, e i tre membri Ginevra Cerrina Feroni (Lega), Agostino Ghiglia (FdI) e Guido Scorza (M5s). Il procedimento è stato aperto in seguito ai servizi televisivi mandati in onda dal programma Report e ai racconti dell’ex segretario generale, Angelo Fanizza, che si è dimesso due mesi fa dopo il caso relativo alla richiesta di controlli sulle mail dei dipendenti nella ricerca della «talpa» che ha fornito a Report elementi per le sue inchieste.
Nel mirino della Procura ci sarebbe una gestione dei fondi di cui gli indagati «si sarebbero appropriati attraverso la richiesta di rimborsi per spese compiute per finalità estranee all’esercizio di mandato». E ad avvalorare la «condotta offensiva del decoro dell’ente» si citano «spesa dal macellaio per 6.000 euro in tre anni, parrucchiere, fiori, affitti, soggiorni in hotel a cinque stelle, cene di rappresentanza, servizi di lavanderia e fitness». Gli inquirenti hanno evidenziato un «significativo aumento» nei costi di rappresentanza e gestione che da 20.000 euro sono arrivati, nel 2024, a 400.000. Soldi impiegati anche per missioni all’estero in particolare quella a Tokyo nel 2023 «il cui costo ufficialmente di 34.000 euro, ma che, secondo documentazione informale, avrebbe superato gli 80.000 euro, di cui 40.000 destinati ai soli voli». Dalle carte del procedimento emerge che la svolta alle indagini è arrivata anche dalle testimonianze di alcune «talpe» interne all’Autorità, rimaste anonime “per ragioni di tutela”, che dal novembre scorso hanno raccontato agli inquirenti cosa avveniva all’interno dell’ufficio.
Nell’ipotesi di corruzione rientrano le sanzioni a Meta di Mark Zuckerberg, da 44 milioni di euro a 1 e mezzo, per il primo modello di smart glasses, e quella a Ita Airways ridotta in cambio di tessere «Volare Executive», del valore di 6.000 euro ciascuna. Inoltre la Procura spiega che «il responsabile della protezione dei dati della compagnia aerea, nel 2022 e 2023, era un avvocato membro dello studio legale fondato da Guido Scorza (consigliere) e del quale è tuttora partner la moglie di questi». «Sono tranquillo», aveva dichiarato a caldo Stanzione.
Intanto ieri, mentre alcuni difensori degli indagati hanno annunciato un ricorso al Riesame per chiedere il dissequestro di quanto acquisito dalle Fiamme gialle, le opposizioni hanno chiesto le dimissioni dell’intero collegio. I componenti del Pd della commissione di Vigilanza Rai si interrogano: «Cosa ne pensa il presidente Meloni su quanto è emerso? Non dovrebbero dimettersi tutti i dirigenti che hanno usato soldi pubblici in modo improprio?». A chiedere le dimissioni c’è anche la segretaria generale della Fisac Cgil, Susy Esposito, il segretario generale della Cgil Roma e Lazio, Natale Di Cola, e il segretario confederale della Cgil, Christian Ferrari: «Serve un gesto di responsabilità da parte del Collegio. Un gesto che non può che tradursi nelle dimissioni». Va oltre le dimissioni Matteo Renzi: «Il Garante per la privacy andrebbe abolito». Invece per il senatore di Fi, Maurizio Gasparri, «il Garante dovrebbe essere al di sopra di ogni sospetto. Ma trovo molto più grave il caso del dossieraggio. Ciò che mi scandalizza di più è la vicenda degli archivi di Bellavia, consulente di giustizia di Ranucci e di Report, e il caso di dossieraggio impunito in Italia riconducibile a Striano».
Oltre al profilo penale, la vicenda può portare a prove di competenza della Corte dei Conti e a una possibile contestazione di danno erariale. Dagli uffici della Corte ci si limita ad un «no comment», segno che i magistrati contabili potrebbero aprire l’istruttoria.
«Abbiamo organizzato una raccolta fondi tramite il sito GoFundMe. In poche ore abbiamo raggiunto circa 10.000 euro, ma ieri mattina la raccolta è stata bloccata e le somme dei donatori sono state restituite». È sconcertato Carmine Caforio, in servizio attivo presso il Nucleo Radiomobile carabinieri di Roma, per lo stop di un’iniziativa a favore del collega vicebrigadiere Emanuele Marroccella, costretto a pagare nel giro di pochi giorni una provvisionale di 125.000 euro ai parenti del pregiudicato siriano Jamal Badawi, con quattro fogli di espulsione in tasca, ucciso dopo che aveva ferito un militare nel corso di un furto. Marroccella, originario di Napoli, è stato condannato dal tribunale di Roma a tre anni (malgrado la richiesta del pm di due anni e sei mesi), per «eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi», senza attenuanti generiche.
I 125.000 euro, pari circa a sei anni di lavoro nell’Arma (oltre alla richiesta di risarcimento dei familiari del siriano di 800.000 euro), sono una somma esorbitante per il carabiniere quarantaquattrenne ed è per questo che il direttore della Verità, Maurizio Belpietro, ha lanciato, giovedì scorso, una sottoscrizione in aiuto della famiglia. Anche ieri, infatti, Ivana, la moglie di Marroccella, ringraziando per l’iniziativa, si chiedeva: «Se fosse morto un carabiniere, mio marito, chi avrebbe pagato? Quanto vale la vita di chi si occupa della tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica».
Intanto Caforio, collega, nonché segretario di UsmiaCarabinieri (Apcsm Associazione professionale a carattere militare), sottolinea come la sottoscrizione avviata su il sito GoFundMe abbia raggiunto grazie alla grande partecipazione e sensibilità dei colleghi circa 10.000 euro in poche ore e che sia stata bloccata, forse perché «qualcuno ha fatto notare che la raccolta era per un carabiniere comunque condannato in primo grado, forse non conoscono la presunzione d’innocenza, un principio fondamentale del diritto penale». E così la piattaforma, ritenendo che la raccolta non rientrasse nei parametri previsti dai propri «termini di servizio», ha restituito le somme versate ai rispettivi donatori.
A questo punto il luogotenente, a nome dell’Usmia, nel prendere atto di tale decisione e pur esprimendo un sincero rammarico, conferma: «Nel rispetto del principio inderogabile della presunzione d’innocenza, continueremo a sostenere e diffondere questa iniziativa, uniti nel non lasciare mai soli coloro che servono lo Stato con dedizione, fino all’estremo sacrificio». E così, ringrazia tutti i donatori, li invita a dirottare le sottoscrizioni verso la raccolta promossa dal nostro quotidiano attraverso le coordinate che trovate qui a fianco. Domani, a cinque giorni dal decollo dell’iniziativa, daremo un aggiornamento sui versamenti effettuati.
Una sottoscrizione che «ha commosso» il mio assistito», ha detto l’avvocato Paolo Gallinelli, difensore di Marroccella assieme al collega, Lorenzo Rutolo: «La sentenza è stata un colpo durissimo per il mio assistito. Ma il sostegno dei colleghi e questa iniziativa davvero “storica” da parte della Verità lo stanno aiutando. Non si aspettava certo una sottoscrizione, gli fa solo bene sapere che c’è ancora attenzione e rispetto per le forze dell’ordine». Anche il ministro della Difesa, Guido Crosetto, nei giorni scorsi ha chiamato il vicebrigadiere e lo ha invitato a «continuare a credere nello Stato e nella giustizia nei prossimi gradi di giudizio e a non sentirti mai solo». Nel frattempo, gli avvocati preparano l’appello perché «non si trattò né di legittima difesa né di eccesso colposo, ma di uso legittimo delle armi da parte di un pubblico ufficiale che non ha scelta: deve intervenire».
- Due telecamere avrebbero ripreso Jessica Maric scappare dal locale in fiamme col guadagno della serata. Gli avvocati delle vittime contro i Moretti: «Rischioso lasciarli in libertà». Speranza dal Niguarda: «Lievi miglioramenti in alcuni feriti, tre rimangono critici».
- Centinaia di giovani hanno partecipato alle esequie a Milano, Roma e Bologna. Oggi il saluto a Emanuele Galeppini a Genova.
Lo speciale contiene due articoli.
È pericoloso lasciare i coniugi Moretti in libertà, perché potrebbero fuggire. Lo pensano gli avvocati delle famiglie delle vittime che, per provare a mitigare l’enorme dolore, chiedono giustizia. E, in effetti, fuggire non sarebbe una novità, almeno per Jessica Maric, titolare del locale Le Constellation insieme al marito Jacques Moretti, a quanto pare ripresa da due telecamere di sorveglianza in quella notte di orrore mentre si allontanava dal locale che andava a fuoco con la cassa sottobraccio, lasciando dietro di sé le grida di aiuto dei ragazzini a cui aveva spillato 100 euro per il biglietto di ingresso. Un particolare quasi osceno, se fosse confermato. Mentre quello che non ha bisogno di conferme è il fatto che lei, là sotto, a tentare di salvare i giovani intrappolati tra le fiamme, non c’era.
A denunciare la mollezza del sistema giudiziario svizzero a fronte di una tragedia immane, che ha ucciso, bruciandoli vivi, 40 giovanissimi e ne ha feriti gravemente altri 116, ustionandoli così in profondità che molti ancora lottano tra la vita e la morte, sono i legali che assistono le vittime e le famiglie del rogo di capodanno a Le Constellation di Crans-Montana. «È un rischio aver lasciato i gestori del Costellation in libertà. Immaginate cosa succederebbe per le vittime se queste persone lasciassero la Svizzera e non si potesse avere il processo che è dovuto ai genitori e alle famiglie delle vittime», ha dichiarato l’avvocato Sébastien Fanti, alla tv svizzera Rts. I due risultano indagati per omicidio colposo e lesioni colpose ma, alla luce di quello che sta emergendo, «si parla potenzialmente di lesioni personali gravi, intenzionali, con dolo eventuale», aggiunge un altro avvocato delle famiglie, Alain Mancaluso che, insieme al collega Romain Jordan, si dice «scioccato» anche del fatto che che «i legali siano esclusi dalle audizioni» e non possano partecipare alle prime fasi delle indagini.
Eppure, la decisione di non arrestare i due gestori è stata confermata, anche ieri, dalla procuratrice generale del Canton Vallese, Béatrice Pilloud: «In questa fase non ci sono indicazioni di un rischio di fuga, di collusione o recidiva. Ma la situazione viene valutata costantemente», ha ribadito, mentre, per quanto riguarda l’esclusione dei legali, Pilloud si è giustificata sostenendo che serve ad «evitare fughe di notizie dato il carattere mediatico del dossier».
Eppure, che fosse pericoloso accendere candele pirotecniche in quel seminterrato, i gestori non potevano ignorarlo: a dimostrarlo c’è il video che, ormai da giorni è stato diffuso, sul Capodanno 2020 quando uno dei camerieri, davanti a una scena del tutto simile a quella che ha dato via al rogo una settimana fa (cioè qualcuno che, sollevando le candele durate la festa, avvicinava le scintille al soffitto) gridava: «Attenti alla schiuma!». Ma torniamo a Jessica, la quarantenne di origini corse che insieme al marito - noto alla giustizia per truffa, sfruttamento della prostituzione e sequestro di persona - in pochi anni, dal nulla, ha costruito un impero nel settore della ristorazione nella piccola e costosissima Crans-Montana.
A quanto risulta, le telecamere di sorveglianza l’avrebbero immortalata mentre lasciava in tutta fretta il luogo della tragedia stringendo tra le mani la cassa del locale mentre il figlio, capo staff di Le Constellation, sarebbe stato ripreso mentre tentava di sfondare dall’interno i pannelli di plexiglass che chiudevano la veranda. Se le indiscrezioni sulla sua condotta si rivelassero vere, sarebbe un ennesimo elemento che aggiunge orrore alla tragedia. Comunque sia, da quella notte infernale Jessica è uscita illesa, solo con una piccola bruciatura al braccio. E si capisce bene il motivo: non c’è traccia di lei nelle immagini che riprendono gli ultimi istanti di vita di tante vittime imprigionate nel sotterraneo, non ha incitato quei giovani quasi incantati dalle fiamme al soffitto a scappare né la si intravede all’esterno a tentare di far uscire chi era rimasto intrappolato, come invece era suo dovere.
Nei prossimi giorni, l’ambasciatore italiano Gian Lorenzo Cornado si recherà a Sion e incontrerà le autorità del Canton Vallese «per acquisire informazioni sulle indagini», ha spiegato. Intanto dall’ospedale Niguarda dove sono ricoverati 11 pazienti, arrivano notizie contrastanti: «La situazione rimane stabile con lievi accenni di miglioramento per alcuni di loro», ma «rimangono critiche le condizioni di tre persone a causa delle ustioni riportate e di danni importanti a livello polmonare causati dalle inalazioni».
E nel dolore straziante di chi è rimasto, c’è ancora una famiglia che stenta a credere a quanto è accaduto. Sono i genitori di Emanuele Galeppini, 17 anni, che ancora non sanno cosa ha causato la morte del loro figlio, perché il suo corpo non era ustionato come si aspettavano ma perfettamente integro. «Non sono bruciati neppure il telefono cellulare e il portafoglio», ha fatto sapere il legale della famiglia, «vogliono sapere com’è morto. Abbiamo chiesto alla autorità svizzere spiegazioni ma non ci hanno nemmeno risposto».
Musica, lacrime e rabbia durante i quattro funerali dei ragazzi morti nel rogo
Fiori bianchi, note struggenti, tanti abbracci e tante lacrime. Ieri in Italia l’ultimo doloroso saluto alle giovani vittime di Capodanno nel devastante rogo de Le Constellation di Crans-Montana.A Milano, dove il sindaco Beppe Sala aveva proclamato il lutto cittadino, si sono svolti i funerali di Chiara Costanzo e Achille Barosi in due basiliche simbolo della città. La cerimonia funebre di Chiara in Santa Maria delle Grazie, quella di Achille in Sant’Ambrogio. «Oggi non siamo qui a cercare spiegazioni o colpe, ci sarà tempo anche per questo ma non è oggi», ha detto monsignor Alberto Torriani, arcivescovo di Crotone, rivolgendosi a papà Andrea Costanzo, mamma Giovanna, e ai fratelli Camilla, Elena e Luca. «Noi siamo stati abbracciati da tutta Italia, abbiamo tutti sete di verità e che queste cose non succedano mai più», ha detto il padre Andrea che, al termine delle esequie in un breve colloquio con il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, ha affermato: «Il presidente Meloni è stata umana e attenta nei nostri confronti. Siccome non ho mai avuto la possibilità di stringerle la mano, vorrei parlare con lei ed essere rassicurato che non ci siano omissioni. Le indagini vanno effettuate con scrupolo. Serve giustizia. Visto che le nostre istituzioni si sono dimostrate molto serie, sono convinto che il presidente sia con noi. Non sono un tecnico ma vorrei che l’Italia si costituisse parte civile». Un mazzo di rose bianche, un lungo applauso e le note di Perdutamente di Achille Lauro, fuori dalla Basilica di Sant’Ambrogio, per i funerali di Achille Barosi. Il nonno Osvaldo ha voluto ringraziare i poliziotti che avevano formato un cordone a protezione del carro ed ha aggiunto: «L’unica cosa che posso dire è che ci vuole solamente tanta fede e tanto amore ed essere vicini, è l’unica medicina che possiamo avere gratis per non cercare di sprofondare nella disperazione». Nella Capitale, oltre ai parenti e agli amici, per l’ultimo saluto a Riccardo Minghetti nella basilica di San Pietro e Paolo all’Eur c’erano anche i ministri dello Sport e della Salute, Andrea Abodi e Orazio Schillaci, il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri e il presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca. Sulla bara, accanto alla foto di Riccardo, la corona di fiori firmata «Ma, papà e Matilde», la sorella di 14 anni che quella tragica notte ha scavato tra le macerie alla ricerca del fratello. Dal pulpito la mamma ha ricordato: «Riccardo aveva un cuore grande, tenero e gentile, dietro la sua ironia e l’irrequietezza nascondeva una profonda sensibilità. Ci ha fatto faticare, ma era buono». «La vostra presenza qui oggi è il segno di quanto Riccardo ha fatto nella sua breve vita donandosi con generosità», ha detto in lacrime il papà Massimo. Uscendo dalla chiesa i genitori hanno sottolineato: «Non proviamo rabbia, solo dolore, ma vogliamo che sia fatta giustizia». «Condividere questo dolore con altre persone ti dà la forza», ha aggiunto la mamma, che ha ringraziato il presidente Meloni che è stata vicina anche a livello personale a tutti i genitori».«Il primo gennaio hai perso la vita e io l’ho persa con te, a differenza tua io vivrò con un vuoto incolmabile ma tu no», ha detto, con voce rotta dal pianto, Giuseppe Tamburi, padre di Giovanni durante il funerale a Bologna. La passione per la musica univa Giovanni a don Stefano Greco, amico di famiglia e catechista del sedicenne, che proprio dagli spartiti ha iniziato il suo discorso parlando dell’Incompiuta di Schubert: «È perfetta e struggente perché incompleta. Giovanni è la nostra Incompiuta». A Lugano sono state celebrate le esequie di Sofia Prosperi, l’italosvizzera di 15 anni studentessa dell’International School di Fino Mornasco, nel Comasco. Chiesa gremita di ragazzi con una rosa bianca in mano per la messa celebrata dal vescovo Alain de Raemy. Oggi a Boccadasse, a Genova, si terrà in forma strettamente privata il funerale di Emanuele Galeppini, il giovane campione di golf.




