Sono stati i 14 cittadini spagnoli i primi a lasciare la naveMt Hondius, dove è esploso un focolaio di Hantavirus che ha provocato tre vittime, arrivata ieri al porto industriale di Granadilla, nell’isola di Tenerife. L’imbarcazione olandese, con a bordo 149 persone di 23 nazionalità, compreso l’equipaggio, è stata accompagnata da una motovedetta della Guardia Civil fino all’area individuata per le delicate operazioni di sbarco, effettuato con piccole imbarcazioni.
L’Organizzazione mondiale della sanità, le autorità spagnole e la compagnia di crociere Oceanwide Expeditions hanno predisposto un protocollo rigidissimo per evitare qualsiasi rischio di contagio e hanno dichiarato che nessuno sulla nave da crociera presenta attualmente sintomi da Hantavirus, ovvero febbre, mal di testa, lieve diarrea. L’infezione da Hantavirus umano si contrae principalmente attraverso il contatto con urina, feci o saliva di roditori infetti o toccando superfici contaminate. L’esposizione si verifica in genere durante attività come la pulizia di edifici infestati da roditori, sebbene possa verificarsi anche durante le normali attività in aree fortemente infestate.
Gli spagnoli evacuati sono stati ricoverati in quarantena in un ospedale di Madrid. Anche i 5 cittadini francesi sono stati rimpatriati e saranno sottoposti a quarantena in ospedale per 72 ore, poi a domicilio, in isolamento di 45 giorni, con l’attivazione di un monitoraggio adeguato. Ieri, dopo i canadesi, l’ultimo volo in partenza da Tenerife è stato quello per gli Stati Uniti, dove i 17 croceristi saranno trasferiti sotto scorta sanitaria in una struttura federale di quarantena a Omaha, nel Nebraska. Oggi sono attesi altri due voli: uno dall’Australia, che trasporterà passeggeri australiani e neozelandesi, nonché un cittadino britannico residente in Australia e uno dai Paesi Bassi per prelevare alcuni passeggeri che non sono riusciti a trovare un volo oltre a trasportare alcuni membri dell’equipaggio e passeggeri provenienti da altri Paesi. Per l’isola delle Canarie si è trattato di un’emergenza senza precedenti e Madrid ha dovuto autorizzare l’operazione malvista dall’amministrazione locale per motivi di sicurezza sanitaria. «Il trauma del Covid è ancora presente, lo comprendiamo, ma la situazione è migliore ora» ha detto il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus aggiungendo: «Voglio che la gente di Tenerife abbia fiducia in quanto diciamo inoltre è importante anche la solidarietà per garantire una risposta efficace». Papa Leone ieri nell’Angelus ha espresso la sua gratitudine per «l’accoglienza della popolazione delle Canarie, che ha permesso alla nave da crociera Hondius di attraccare con a bordo i pazienti affetti da Hantavirus».
Benché sulla Hondius non ci fossero nostri connazionali, quattro persone sono in «sorveglianza attiva» come richiesto dal ministero della Salute. Sono passeggeri arrivati nel nostro Paese con un volo Klm in coincidenza per Roma su cui era salita per alcuni minuti (era collassata prima del decollo ed era stata subito evacuata), la donna poi ricoverata a Johannesburg e lì deceduta. Il capo del Dipartimento prevenzione del ministero della Salute, Mara Campitiello ha rassicurato: «Non c’è il rischio di una nuova pandemia da Hantavirus, non ci troviamo nella stessa situazione del Covid, attualmente non c’è nessun allarme, è un virus diverso dal Covid seppure più letale, a basso contagio; la principale trasmissione è attraverso saliva, urina, feci di roditori e solo in piccola parte per via aerea e inter-umana». Per quanto riguarda gli italiani, «il periodo di incubazione è lungo, quindi è giusto consigliare l’isolamento. La contagiosità sembra non essere in fase pre-clinica ma attualmente i quattro passeggeri non presentano alcun sintomo». Intanto sono stati segnalati dal ministero alle Regioni Veneto, Calabria, Campania e Toscana, che hanno attivato la sorveglianza attiva.
Nessun coinvolgimento del premier, Giorgia Meloni, nel licenziamento della direttrice musicale Beatrice Venezi dal Teatro La Fenice di Venezia. La narrazione secondo la quale dopo la sconfitta referendaria il presidente del Consiglio avrebbe adottato la linea dura del «chi sbaglia paga», non è piaciuta alla stessa Meloni, che ieri ha contestato la ricostruzione del Corriere della Sera sul suo ipotetico intervento nel licenziamento.
Infatti, il giorno dopo la nota della Fondazione La Fenice, presieduta dal sindaco veneziano Luigi Brugnaro, che tramite il sovrintendente Nicola Colabianchi, ha fatto sapere di aver deciso di «annullare tutte le collaborazioni future con Beatrice Venezi a seguito delle reiterate e gravi dichiarazioni pubbliche della maestra, offensive e lesive del valore artistico e professionale della Fondazione e della sua orchestra», Palazzo Chigi smentisce il quotidiano di Via Solferino secondo il quale governo e Fratelli d’Italia avrebbero «scaricato» il Maestro lucchese e sarebbe stata la stessa Meloni a dare l’ok finale a una «scelta inevitabile» perché la Venezi era «ormai indifendibile».
Una ricostruzione «priva di fondamento», secondo la nota di Palazzo Chigi, a cui si aggiunge la conferma del ministro della Cultura, Alessandro Giuli: «Il licenziamento è stata una libera e autonoma scelta del sovrintendente Colabianchi. Si tratta a tutti gli effetti di un atto insindacabile, pur condiviso appieno dal ministro, sul quale il governo non avrebbe potuto avere e in generale non intende avere alcuna facoltà di condizionamento».
In effetti il rapporto tra la direttrice e la Fenice non era mai decollato ed è finito tra gli applausi e le grida di giubilo dentro e fuori il teatro di pubblico e orchestrali che, per la verità, hanno dato un indegno spettacolo. La «direttrice sgradita», considerata un simbolo culturale del melonismo, chiude così la sua fulminea collaborazione: nominata a settembre 2025 doveva entrare in carica come direttrice musicale stabile, per quattro anni, il prossimo prima ottobre e invece, domenica, la revoca.
Nella serata di ieri, la Venezi ha diffuso una nota: «Prendo atto della dichiarazione del sovrintendente Colabianchi e della decisione della Fondazione Teatro La Fenice, che andrà comunque chiarita nelle motivazioni e a cui si dovrà rispondere in modo opportuno», sottolineando di aver appreso dall’Ansa la decisione dell’annullamento delle sue future collaborazioni. Una fine provocata dall’intervista al quotidiano argentino La Nación, nella quale Venezi ha accusato l’orchestra di nepotismo: «Non vengo da una famiglia di musicisti. E questa è un’orchestra nella quale i posti si passano praticamente di padre in figlio». L’accusa non è piaciuta agli addetti ai lavori e ha messo così fine a una nomina, per le maestranze del teatro, avvenuta con «modalità poco trasparenti» e un curriculum «non comparabile» a quello dei precedenti direttori musicali.
Nel corso degli ultimi mesi sono state tante le proteste contro la sua nomina, molte delle quali anche ingiustificate e basate probabilmente sulla sua simpatia politica verso la destra. E così la tensione è cresciuta progressivamente, passando da scioperi, cortei, volantinaggi, spillette anti Venezi indossate da orchestrali e pubblico, fino alla richiesta di dimissioni del sovrintendente. Un clima che ha reso sempre più evidente la frattura tra le parti. Soddisfatta la Rsu della Fondazione: «Si tratta di un atto doveroso nei confronti di un’istituzione d’eccellenza e delle sue maestranze, le cui professionalità sono state oggetto di dichiarazioni pubbliche gravi, infondate e lesive della dignità del lavoro».
«Tagliare Venezi mi è costato, ovviamente, perché non era previsto. Ha fatto dichiarazioni lesive della dignità dell’istituzione. Questo non era più tollerabile e ha determinato una decisione definitiva», ha spiegato il sovrintendente. Sul nuovo direttore musicale Colabianchi prende tempo: «Non è una figura obbligatoria, non è urgente procedere a questa nomina. Abbiamo tempo, troveremo la soluzione più opportuna». Ricerca non facilissima e tempi stretti che non aiutano, visto che i sindacati dopo Venezi non recedono dalla richiesta di dimissioni del sovrintendente.
Sulle offese però la bacchetta toscana non è d’accordo: «Mai sono mancata e mai mancherò di rispetto ai lavoratori di nessun teatro, a differenza di quanto invece ho ricevuto dai lavoratori della Fenice negli ultimi otto mesi, che mi hanno costantemente e sistematicamente diffamata, calunniata, offesa e bullizzata, sui social, giornali, tv, in Italia e in tutto il mondo, con l’intento dichiarato di danneggiare la mia immagine professionale e conseguentemente la mia carriera», spiega. «In Italia essere giovane è un handicap e poi donna un aggravante. Il mio è il successo di una ragazza di provincia che si è fatta da sola. E questo non piace alla Casta».
Non si placano le polemiche sul 25 aprile che sabato, a Milano e Roma, più che una Festa della Liberazione è stata una mobilitazione ideologica tesa a creare uno scontro tra gli estremisti di sinistra e «gli altri». Come ha sottolineato ieri il ministro della Difesa, Guido Crosetto, nessun partigiano che ha fatto la Resistenza «avrebbe mancato di rispetto alla storia della Brigata ebraica che era stata al loro fianco a combattere e chi lo ha fatto ha sputato sui valori della Resistenza». Proprio l’allontanamento della Brigata dal corteo di Milano continua a far discutere, con un durissimo botta e risposta tra la Comunità ebraica milanese e l’Anpi.
Il presidente della comunità milanese, Walker Meghnagi, ha accusato l’Associazione di partigiani di aver «organizzato l’allontanamento della Brigata perché sin dall’inizio aveva detto “no agli ebrei al corteo”». «Siamo stati espulsi, cacciati dal corteo, in un modo assurdo, vergognoso, ed è andata bene perché poteva andare molto peggio», ha ribadito Meghnagi, che ha chiesto un incontro al Quirinale e al Papa.
E l’Anpi è andata al contrattacco: «Leggiamo le farneticanti e provocatorie dichiarazioni che ci accusano di fomentare l’antisemitismo». Per Gianfranco Pagliarulo, presidente nazionale, e Primo Minelli, presidente Anpi provinciale di Milano, «questo signore vuole così aumentare la tensione. Ovviamente con lui ci vedremo in tribunale». Tra le reazioni politiche, quella dell’ex vicesindaco Giuseppe De Corato, deputato di Fdi: «Fin dall’inizio l’Anpi si era dichiarata ostile alla partecipazione della Brigata facendola sentire indesiderata a un corteo al quale invece avevano pienamente diritto di partecipare». Sul fronte opposto, la segreteria milanese di Sinistra italiana: «La Brigata ebraica, nel corteo, non era sola, ma si è fatta capofila dei peggiori reazionari e guerrafondai portando con sé i vessilli dello Stato di Israele che nulla c’entrano con la Liberazione. Una palese provocazione e la contestazione è stata spontanea, promossa da centinaia di cittadini». Particolarmente amareggiato Emanuele Fiano, esponente dem e di Sinistra per Israele: «È giusto opporsi a Netanyahu, ma non bisogna confonderlo con il popolo ebraico. Le comunità ebraiche e i mondi a loro collegati ritengono ormai impossibile il dialogo con la sinistra. Si sentono attaccati, discriminati. E non vedono grandi margini di ricucitura di fronte a situazioni come quella che abbiamo vissuto a Milano». Il figlio di Liliana Segre, Luciano Belli Paci, è stato ancora più pesante: «Non so se ci sono le condizioni per tenere la tessera dell’Anpi».
Atti vandalici ci sono stati anche in altre città. Infatti, mentre la Cgil di Napoli e della Campania ha condannato «il vile atto di matrice fascista compiuto da ignoti su una locandina dell’Anpi», per il presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio, la lapide per i caduti bruciata a Torino la notte di sabato «è un fatto inaccettabile che colpisce le radici stesse del nostro presente e della nostra democrazia». A Pescara, invece, è stata vandalizzata con il disegno di una falce e martello e la scritta «Acab» sulla saracinesca la sede di Fratelli d’Italia.
Contrasto ideologico, ma senza incidenti, si è visto anche ieri a Dongo, sul lago di Como, dove diverse decine di militanti neofascisti si sono ritrovati per ricordare l’arresto di Benito Mussolini e alcuni gerarchi che tentavano di fuggire in Svizzera. I manifestanti hanno fatto il saluto romano e «la chiamata del presente». Poco più in là è stata organizzata una contromanifestazione dalla Cgil e dall’Anpi, con i partecipanti che hanno intonato la rituale Bella ciao. Sulla scia di questi avvenimenti, il senatore azzurro Maurizio Gasparri è tornato a invocare nuovi interventi per «normare» l’odio: «La serie di episodi di antisemitismo che si ripetono nelle nostre città ci fanno riflettere sulla necessità di iniziative normative, politiche ma anche di ordine sociale per contrastare il ritorno di sentimenti antisemiti, che speravamo fossero consegnati agli orrori del passato».





