I bonifici inviati in un arco temporale di quasi dieci anni (tra il 2012 e il 2021) da Silvio Berlusconi a Marcello Dell’Utri «per ragioni di affetto e gratitudine» costeranno un processo al cofondatore di Forza Italia, ex presidente di Publitalia e già senatore. Ieri mattina il giudice dell’udienza preliminare del tribunale di Milano, Giulia Marozzi, ha rinviato a giudizio Dell’Utri e la moglie Miranda Ratti. La prima udienza si terrà il prossimo 9 luglio davanti alla Seconda sezione penale.
La vicenda riguarda donazioni (spesso indicate come «aiuti per spese legali e personali») per circa 42 milioni di euro. Su una parte consistente della cifra, però, è scattata la prescrizione. La somma contestata, infatti, è scesa a poco meno di 11 milioni (cifra che è sotto sequestro). Il fascicolo è approdato a Milano nel marzo dello scorso anno, trasferito da Firenze per competenza territoriale, dopo un’eccezione sollevata dai difensori dei Dell’Utri, con una impostazione giudiziaria condivisa dal pm della Procura antimafia milanese Pasquale Addesso e dal procuratore Marcello Viola (titolari del fascicolo).
Il cuore dell’accusa è tecnico. L’ex senatore di Forza Italia risponde della violazione della legge Rognoni-La Torre, perché non avrebbe comunicato le variazioni patrimoniali, in questo caso superiori a 42 milioni di euro, non rispettando gli obblighi (dieci anni, tra il 2012 e il 2024) legati alla sua condanna definitiva (ed espiata) per concorso esterno in associazione mafiosa. Nei confronti della moglie, invece, è ipotizzata l’intestazione fittizia di beni, perché una parte consistente dei 10.840.000 euro sarebbe transitata sui suoi conti bancari.
Il procedimento ha una storia lunga e si porta dietro un cambio radicale dell’impostazione accusatoria. L’indagine era uno stralcio dell’inchiesta sui mandanti esterni delle stragi commesse da Cosa Nostra nel 1992 e nel 1993. Nel 2017, per la quarta volta in meno di 40 anni, una Procura (prima Firenze, poi Roma e Milano e infine di nuovo Firenze) ha avviato un procedimento su Berlusconi con quella ipotesi. Lì erano state trasmesse le intercettazioni del boss di Cosa Nostra Giuseppe Graviano disposte dai magistrati di Palermo nel carcere di Ascoli (dove Graviano era detenuto), nell’ambito dell’inchiesta sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia. E sempre a Firenze erano state inviate alcune Sos (Segnalazioni di operazioni sospette) dell’Unità di informazione finanziaria di Bankitalia che evidenziavano «anomalie» nella gestione dei flussi finanziari in arrivo sui conti della famiglia Dell’Utri. Uno dei quali, acceso al Monte dei Paschi, era risultato spesso in rosso. Lì, ricostruiva l’Uif, arrivavano di tanto in tanto i sostanziosi bonifici del Cav con causale «prestito infruttifero».
I pm della Procura antimafia fiorentina avevano quindi quantificato in 42 milioni di euro (fra bonifici, prestiti infruttiferi e operazioni immobiliari) il totale dei passaggi finanziari tra Berlusconi e Dell’Utri, contestando anche l’aggravante dell’agevolazione mafiosa, e ipotizzando che la generosità del Cavaliere costituisse il «prezzo» del silenzio mantenuto dal suo braccio destro. Nell’ottobre 2025 la Corte di Cassazione aveva dichiarato inammissibile un ricorso della Procura di Palermo sul sequestro di quegli stessi beni (disposto precedentemente), precisando che il passaggio di denaro non proverebbe il silenzio di Dell’Utri a tutela del Cav. In quel procedimento, coordinato dall’ex pm Antonio Ingroia, l’accusa iniziale a carico di Dell’Utri (anche questa poi trasferita a Milano su disposizione della Procura generale) era di estorsione. L’aggravante mafiosa è quindi caduta definitivamente nel corso dell’udienza preliminare fiorentina (gup Anna Liguori). Senza quel tassello il quadro accusatorio è cambiato e il procedimento si è slegato dalle stragi, diventando di competenza milanese. Qui il primo passaggio è stato il sequestro, validato dal gip Emanuele Mancini, dei quasi 11 milioni di euro (già precedentemente sequestrati anche a Firenze).
La difesa contesta l’impianto: «Confidiamo di dimostrare l’assenza di responsabilità dei nostri assistiti anche nel presente procedimento», affermano gli avvocati Francesco Centonze, Filippo Dinacci, Tullio Padovani e Lodovica Beduschi, che precisano: «Si rileva che la medesima vicenda è già stata esaminata, negli stessi termini, da sei diverse autorità giudiziarie, tra cui per due volte la Cassazione, che hanno escluso la realizzazione di trasferimenti fraudolenti di somme di denaro da parte della signora Ratti e di Dell’Utri». Anche sul merito la linea difensiva è chiara: si tratta di «bonifici effettuati in maniera del tutto lecita e trasparente da Berlusconi per ragioni di affetto e gratitudine verso l’amico Dell’Utri». A Milano il processo, quindi, parte all’interno di un perimetro diverso: niente aggravante mafiosa, niente collegamento diretto con le stragi, ma la contestazione della violazione degli obblighi di rendicontazione previsti dalla legge Rognoni-La Torre. «Con più azioni e omissioni, in tempi diversi, in esecuzione di un medesimo disegno criminoso, pur essendovi tenuto», si legge nel capo d’imputazione, Dell’Utri avrebbe omesso «di comunicare, entro i termini stabiliti dalla legge, le variazioni patrimoniali». È su questo punto che ora si giocherà la partita processuale: non più il «perché» dei finanziamenti, ma la ragione per la quale non sarebbero stati dichiarati.
Tensioni, aggressioni, feriti, insulti, bandiere che trasformano chi le porta in un bersaglio. Con chi non sta dalla parte più rossa che finisce fuori dal corteo. Il 25 aprile è il solito campo di battaglia. A Milano, prima ancora che la manifestazione si avvii, un gruppo di militanti del Carc prende la testa e prova a dettare la linea: «Fuori i sionisti dal corteo». Lo urlano mentre parte Bella ciao, con il clima che è tutt’altro che quello di una memoria condivisa. La resa dei conti: «Al corteo non vogliamo né nazisti né fascisti». E questo era scontato. L’ultimo passaggio: «Né sionisti». È la linea di confine.
In via Palestro arrivano le forze dell’ordine in assetto antisommossa. Devono liberare la strada per far partire il corteo. Il presidente dell’Associazione nazionale partigiani, Gianfranco Pagliarulo, si occupa della cernita: «La bandiera ucraina va bene, ma quella di Israele no». Dopo un lungo blocco il corteo riparte verso Piazza Duomo, dove sono già iniziati i comizi finali. Ma la tensione non si scioglie. Un gruppo di circa un centinaio di manifestanti con bandiere palestinesi segue lo spezzone della Brigata ebraica quando esce dal corteo in via Senato. Vengono fermati da un cordone di polizia. Gli slogan sono sempre gli stessi: «Palestina libera», «Milano sa da che parte stare», «fuori i sionisti da Milano». La Brigata ebraica deve lasciare il corteo. La «colpa è dell’Anpi, del presidente nazionale Pagliarulo e del presidente provinciale Primo Minelli, sono antisemiti senza saperlo», tuona il presidente della comunità ebraica di Milano, Walker Meghnagi, al termine dell’incontro con il questore Bruno Megale. Per il leader di Alleanza dei Verdi e Sinistra Angelo Bonelli, invece, è tutta colpa di un tizio che si è presentato al corteo con la foto di Benjamin Netanyahu: «Una provocazione inaccettabile». Ma non è l’unico colpo di scena. Il Coordinamento per la pace all’improvviso si stacca dal percorso principale all’altezza di San Babila per dirigersi verso corso Matteotti e quindi piazza San Fedele, vicino a Palazzo Marino, sede del Comune, dove è previsto il presidio conclusivo. Un avvertimento a Beppe Sala che ha deciso di non interrompere il gemellaggio con Tel Aviv. Per gli organizzatori «la Liberazione va ancora attuata». Sul furgone del Coordinamento sono esposte una bandiera palestinese e vessilli di Cuba, Venezuela e Iran. A Napoli si va oltre il simbolico. Un gruppo di attivisti espone l’immagine del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara a testa in giù, sotto un patibolo di cartone. Lo striscione dietro è chiaro: «Da sempre per sempre studenti partigiani». Le parole d’ordine sono ancora più nette: «Contro il governo Meloni, contro la guerra, il genocidio del popolo palestinese, il razzismo istituzionale e la corsa agli armamenti». A Roma la tensione è salita subito. Al parco Schuster arriva un annuncio che gela la piazza: «Attenzione, hanno sparato a due nostri compagni con una pistola ad aria compressa». Un uomo su uno scooter, volto coperto da casco, tira fuori l’arma e spara. Due persone, marito e moglie, con il fazzoletto dell’Anpi al collo, vengono colpite. «Non sono gravi», dicono dal palco, ma la scena è surreale: ambulanze, paura. Secondo le testimonianze, l’uomo indossava una giacca mimetica e un casco, è arrivato in motorino, ha sparato e poi si è fuggito. La coppia è stata medicata sul posto dai soccorritori del 118. L’uomo è stato colpito al collo e a una mano, la moglie a una spalla. La Procura di Roma attende una prima informativa della Digos, che ha sentito i due feriti e acquisito le immagini delle telecamere. Sempre a Roma, a Porta San Paolo, scoppia la guerra delle bandiere. Qui l’Anpi non deve aver pontificato sulle autorizzazioni: Ucraina e Palestina viaggiano insieme. Un gruppo, però, viene preso di mira. «Calci, sputi e spray al peperoncino». La denuncia è precisa: «A compiere l’aggressione sarebbe stato un gruppo riconducibile a Cambiare Rotta, Potere al popolo e altri militanti». E sarebbero stati usati «metodi squadristi». La scena successiva pesa: «Il gruppo che ci ha attaccato ha continuato a marciare indisturbato, fianco a fianco con l’Anpi e con i partiti della sinistra». Il presidente dei Radicali italiani, Matteo Hallissey, l’ha riassunta così: «Ci hanno spruzzato spray al peperoncino negli occhi e strappato e tolto le bandiere dell’Ucraina». È la piazza selettiva. Con lui c’erano anche Ivan Grieco e il segretario Filippo Blengino: «Io avevo una bandiera dell’Ucraina intrecciata a quella della Palestina e loro ci hanno aggrediti». A piazzale Ostiense la scena si ripete. Bandiere ucraine nel mirino. «Siete dei nazisti», gridano alcuni manifestanti. Parte lo spray urticante. Intervengono poliziotti in borghese. Le bandiere vengono strappate. È una guerriglia combattuta a colpi di slogan e aggressioni.
E mentre le strade attorno alla Piramide vengono chiuse, le forze dell’ordine presidiano l’area, tra bandiere rosse dell’Usb e nere di Cambiare rotta, mentre dal palco si alternano interventi «contro le guerre e contro il governo». Il corteo sfila con in testa il sindaco Roberto Gualtieri e Maurizio Landini. La tensione però arriva alle stelle quando il sindaco è sul palco. Una contestatrice urla: «Fascista, fai schifo, stai vendendo la città, infame, lobbista, vergogna». La donna viene invitata ad allontanarsi e lo fa senza incidenti. Gualtieri prova a chiudere: «Sono cose che succedono, a noi le piazze piacciono vere». A Bologna Tino Ferrari, anziano ex professore iscritto a Italia viva viene allontanato dal corteo, colpevole di portare una bandiera ucraina intrecciata a quella europea. Per Matteo Renzi è «un clima di odio inaccettabile».
Alla festa della Bolognina antifascista, che stando alla narrazione degli organizzatori «riunisce percorsi di lotta, culturali e associativi nel solco della tradizione antifascista locale», ai bambini insegnano a lanciare la «cacca» contro gli «stro…». E gli «stro…» rappresentati in foto sono Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Ignazio La Russa, Donald Trump ed Elon Musk. Firenze offre un’altra scena, meno violenta ma altrettanto significativa. Piazza della Signoria blindata. Transenne, fioriere, accessi limitati. I cittadini restano fuori. Protestano. Alla fine si apre, ma dopo un confronto con prefettura e questura. Ma il segnale è chiaro: anche qui la gestione della piazza è diventata un problema. Le celebrazioni cominciano con mezz’ora di ritardo, mentre fuori restano cittadini e manifestanti pro Palestina, «poche decine». Fuori anche le bandiere ucraine. Torino resta sul piano più antagonista. Il corteo organizzato da Askatasuna parte da via Balbo, a pochi passi dalla palazzina sgomberata, e attraversa Vanchiglia tra le lapidi dei partigiani, con oltre mille persone. In testa lo striscione: «Nella memoria l’esempio, nella lotta la pratica. Vanchiglia partigiana, que viva Askatasuna».
«Stasi non ha ucciso Chiara». Omicidio da riscrivere, verso la revisione del processo
Il caso di Alberto Stasi, condannato con sentenza definitiva dopo un processo tortuoso a 16 anni di carcere, torna sul tavolo della giustizia con un carico di atti che sembra riscrivere la storia del giallo di Garlasco. La Procura di Pavia, però, nonostante in questi mesi di indagini abbia curato la raccolta di perizie, consulenze e intercettazioni, da questo momento è fuori dalla partita.
Tecnicamente non può chiedere la revisione del giudicato a carico di Stasi. Il pallino passa alla Procura generale di Milano o, in alternativa, alla difesa. È dentro questo schema che si inserisce l’incontro tra il procuratore di Pavia, Fabio Napoleone, e il procuratore generale di Milano, Francesca Nanni. Quarantacinque minuti di riunione. Con un unico momento pubblico che ha annunciato che non ci saranno fughe in avanti. «Non sarà uno studio né veloce né facile», ha affermato Nanni. Settimane, forse mesi. E una domanda che vale i quasi 20 anni di indagini, processi, sentenze e poi di nuovo indagini: dentro quelle carte ci sono davvero nuove prove?
Una valutazione è possibile farla proprio partendo dall’incontro tra Procura e Procura generale. Con molta probabilità, il procuratore Napoleone si è determinato a chiedere un incontro con il magistrato requirente più alto in grado nel distretto perché nel corso delle indagini su Andrea Sempio, amico di Marco Poggi (fratello della vittima), che all’epoca aveva 19 anni e che è l’unico indagato del nuovo procedimento (dopo aver incassato due archiviazioni, una delle quali è finita davanti alla Procura di Brescia), devono essere emerse delle prove a discarico su Stasi. Perché è questo il passaggio obbligato. Non bastano dubbi, suggestioni o ricostruzioni alternative. Servono elementi nuovi che, da soli o insieme a quelli già valutati nei cinque processi, dimostrino che il condannato doveva essere assolto. Per superare questa soglia bisogna intaccare quelli che vengono definiti i «gravi, precisi e concordanti» indizi su cui si regge la sentenza che nel 2015 ha mandato Stasi dietro le sbarre.
Il primo scoglio è il tempo: 23 minuti, tra le 9.12 e le 9.35, la finestra in cui è stata ufficialmente collocata la morte di Chiara Poggi. È lì che Stasi, pur avendo dimostrato che era a casa sua al computer per scrivere la tesi di laurea, non aveva un alibi ritenuto credibile. Quella finestra temporale, però, oggi sarebbe stata messa in crisi dalle nuove consulenze tecniche. I quesiti posti dai pm a Cristina Cattaneo, antropologa forense, miravano a ridefinire l’orario del decesso. Ma anche a rileggere le ferite sul corpo di Chiara. Un doppio binario: cronologia e dinamica. Se cambiano entrambi, cambia tutto lo scenario.
Poi c’è la scena del crimine. Il racconto di Stasi, quello del ritrovamento del corpo sulla scala che porta al seminterrato, era stato bollato come «illogico e falso». Il nodo è sempre lo stesso: le scarpe pulite. Come si attraversa una scena intrisa di sangue senza sporcarsi? Nell’appello bis, i periti avevano tradotto il dubbio in numeri: 0,00038% di probabilità di evitare il sangue fermandosi al primo gradino, 0,00002% al secondo. Praticamente zero. Ma oggi quell’assunto viene rimesso sotto esame. L’inchiesta su Sempio ha riaperto in modo netto il capitolo delle tracce. Le nuove analisi sulla Bpa (letteralmente Bloodstain pattern analysis, ovvero l’analisi delle macchie di sangue) sono state affidate al Ris di Cagliari e per ora restano secretate. Ma c’è un’ipotesi che filtra: possibili impronte mai rilevate all’epoca. Se emergono, il racconto che non tornava potrebbe ora reggere. Gli oggetti repertati restano un altro snodo: l’impronta di Stasi sul dispenser del sapone che, all’epoca, era stata letta come segno di un lavaggio e l’impronta insanguinata della scarpa a pallini sul tappetino. Elementi che per anni hanno fatto parte dell’incastro accusatorio. Quel meccanismo ora viene riaperto: modalità di formazione delle tracce, tempi e compatibilità sono tornati sotto esame.
Poi c’è il capitolo più controverso: le biciclette. La bici nera da donna vista da una testimone fuori da via Pascoli alle 9.10, mai citata da Stasi nel 2007 ma richiamata dai genitori in versioni discordanti. Un dettaglio che non ha mai trovato una collocazione definitiva. Con la Umberto Dei, bici di lusso degli Stasi, entrata nel processo nell’appello bis. I pedali risultarono «dissonanti» rispetto a quelli di serie. Sostituiti, modificati o, comunque, diversi. Su quei pedali viene trovato il Dna di Chiara, definito «altamente cellulato». Otto microtracce, tutte positive al test. Sul pedale destro almeno due leucociti fotografati al microscopio. È uno degli elementi più pesanti della condanna. Ed è anche uno di quelli che oggi vengono riletti: modalità di trasferimento, conservazione, interpretazione scientifica. Con una inquietante coincidenza ritenuta scientificamente quasi impossibile che è emersa solo ora in modo nitido: la quantità di Dna rilevata su un pedale della Umberto Dei (2,78 nanogrammi) sarebbe lo stesso del reperto 29, ovvero il cucchiaino lasciato nel lavandino. Una misura che, per sua natura, dovrebbe essere il risultato di processi diversi: modalità di trasferimento, superfici, tempi, condizioni ambientali. E che invece si replica.
Il punto, però, è l’insieme. La condanna non si regge su un solo elemento, ma su un sistema. Su una valutazione delle prove non prese singolarmente ma valutate nel loro insieme. E oggi è proprio quel percorso valutativo che viene messo alla prova. Se un tassello cede, l’equilibrio complessivo può saltare. L’indagine su Sempio ha una scadenza in estate (quella dei termini per le indagini preliminari). Ma la decisione sulla revisione potrebbe arrivare prima. Tutto dipende da cosa troverà la Procura generale di Milano dentro quelle migliaia di pagine. Nanni di certo ha già esperienza con le revisioni. A Cagliari, dove ricopriva lo stesso incarico, revisionò il processo per la strage di Sinnai (8 gennaio 1991) che produsse la condanna all’ergastolo di Beniamino Zuncheddu per tre omicidi e un tentato omicidio. Dopo 32 anni di carcere, grazie a quella revisione, Zuncheddu risultò innocente.





