Tra i 20.000 manifestanti del corteo nazionale per Askatasuna, convocato dopo lo sgombero della sede di corso Regina Margherita 47, si nascondeva una falange antagonista organizzata composta da 1.500 uomini. Compatti, sono usciti allo scoperto dopo essersi cambiati d’abito (da attivisti pro Pal hanno assunto le sembianze dei vecchi black bloc), sul volto hanno fissato le loro maschere, hanno indossato passamontagna e caschi e, staccandosi dal corteo, si sono diretti verso corso Regina Margherita, dove c’era lo sbarramento della celere.
Dopo le due ore di guerriglia, in 24 sono stati portati in Questura, identificati e denunciati per resistenza a pubblico ufficiale, porto d’armi improprie, travisamento e inottemperanza ai provvedimenti dell’autorità. Sono scattati anche i sequestri: materiale da travestimento, sassi, chiavi inglesi, frombole e coltelli. Il kit da guerrigliero metropolitano.
Ai 24 bisogna aggiungere altri tre aggressori finiti in manette: due fermati in flagranza di reato, un trentunenne e un trentacinquenne, ritenuti responsabili di resistenza e violenza a pubblico ufficiale. Il terzo arresto è stato disposto con lo strumento della flagranza differita. È un ventiduenne proveniente dalla provincia di Grosseto, indicato dalla Digos torinese come uno dei componenti del gruppo che ha preso parte alla violenta aggressione contro l’operatore del Secondo Reparto mobile della polizia di Stato di Padova, Alessandro Calista, isolato durante gli scontri e rimasto per alcuni istanti in balia degli antagonisti. Preso a calci e colpito con oggetti contundenti. Anche con un martello. Ieri è stato dimesso con 20 giorni di prognosi, mentre per il collega che l’ha soccorso e col quale ha condiviso la stanza all’ospedale Molinette la prognosi è di 30 giorni.
Per Calista, il capogruppo della Lega alla Camera, Riccardo Molinari, chiede un riconoscimento per merito straordinario. Per il ventiduenne grossetano, invece, sono scattate le accuse di lesioni personali aggravate, violenza a pubblico ufficiale e rapina in concorso, perché, stando alla ricostruzione degli investigatori, oltre ad aver partecipato al pestaggio, il giovane avrebbe fatto parte del gruppo che ha depredato il poliziotto. Dello scudo. Del casco U-bot. E della maschera antigas. Lasciandolo così esposto ai lacrimogeni e alla furia degli aggressori. È questo l’episodio che segna il punto di non ritorno della giornata. Nella quale bisogna inserire un altro dato pesante: 108 operatori delle forze dell’ordine feriti: 96 poliziotti, cinque carabinieri e sette finanzieri. È il bilancio finale degli scontri. Il più alto degli ultimi anni.
Ma c’è ancora un terzo gruppetto di facinorosi. È stato schedato prima del corteo, durante le attività di prevenzione, quando sono scattati 30 fogli di via obbligatori, dieci avvisi orali del questore e sette divieti di accesso ai locali pubblici. Provvedimenti indirizzati a soggetti trovati in possesso di maschere antigas, passamontagna e oggetti atti al travisamento e all’offesa, oppure già gravati da precedenti penali e di polizia ritenuti indicativi di pericolosità sociale. Sono dati essenziali. Perché, superata la fase dell’ordine pubblico, scendono in campo le squadre investigative. Si è già accertato che dentro il blocco antagonista c’era di tutto: anarchici, autonomi, gruppi strutturati e cani sciolti. Un insieme composito. Con degli innesti dall’estero: specialisti della guerriglia arrivati a Torino soprattutto dalla Francia. Che, ricostruiscono gli investigatori, comunicano tra loro usando nomi in codice (Blu, Ugo, Kiwi, Mango), come se la piazza fosse un terreno operativo. Si sono mossi a piccoli gruppi, con modalità già viste soprattutto in Val di Susa, indicata dagli investigatori come una sorta di palestra permanente per i cosiddetti incappucciati. Durante gli attacchi hanno usato puntatori laser per disturbare gli agenti, tubi di lancio artigianali, bottiglie di vetro, razzi, bombe carta e batterie di artifici pirotecnici, oltre alle aste divelte dai cartelloni stradali. Insomma, erano armati. Un modus operandi che richiede l’attenzione di una magistratura da reati non ordinari.
Perché un conto è punire le aggressioni agli operatori delle forze dell’ordine, un altro è interrogarsi su un livello di organizzazione, addestramento e coordinamento che va ben oltre la violenza episodica di piazza e che chiama in causa responsabilità più ampie, strutturate, e ancora tutte da accertare. Di certo c’è che nell’ottobre scorso, quando ancora Askatasuna era occupato, qualcuno organizzò un’assemblea, presentata come «riunione aperta», dal titolo «Diamoci strumenti per continuare a lottare!». Una lezione di guerriglia, costruita per fornire strumenti teorici e pratici a chi, nei giorni precedenti, aveva già sperimentato lo scontro in piazza: come muoversi in un picchetto, in un blocco, durante un’occupazione, leggere quello che accade intorno, imparare a stare dentro una mobilitazione conflittuale. Un vademecum della lotta, pensato per rendere più efficace l’azione futura e preparare quello che veniva definito un «autunno caldissimo». Ma che probabilmente è stato spostato in avanti di qualche mese.
Come il processo d’appello contro gli storici attivisti del centro sociale, la cui data della prima udienza non è ancora stata fissata. La Procura generale di Torino, in quel procedimento, tornerà a sostenere l’accusa di associazione a delinquere che, in primo grado, nel marzo del 2025, era caduta per tutti e 16 gli imputati. Il processo era stato originato da una lunga indagine della Digos che aveva ricondotto a un’unica strategia una serie di attentati contro i cantieri della Tav in Val di Susa. I pubblici ministeri, in Aula, per i 26 imputati avevano chiesto condanne per un totale di circa 88 anni di reclusione. I giudici ne hanno inflitte 18 (pene comprese fra i quattro anni e i nove mesi di carcere). E mentre in Procura si lavora alla richiesta di convalida dei tre fermi, il procuratore Giovanni Bombardieri attende le prime informative per stabilire il perimetro dell’attività investigativa post chiusura di Askatasuna.
Alle quali andrà ad aggiungersi una denuncia, quella che presenterà il difensore dell’agente Calista, l’avvocato Rachele De Giorgis, che inquadra giuridicamente l’aggressione in un tentato omicidio: «Mi aspetto che venga formulata una contestazione proporzionata a quanto accaduto, ovvero di tentato omicidio. Non possono esserci due pesi e due misure a seconda di chi sia la persona offesa».
Gli arresti e le denunce di ieri, insomma, sono solo il punto di partenza.
Petardi, bottiglie e pietre contro i cordoni della celere. In risposta lacrimogeni e idranti. La miccia si accende al corteo nazionale per Askatasuna, convocato dopo lo sgombero dell’ex sede di corso Regina Margherita 47. Un gruppo di manifestanti incappucciati tenta di forzare lo sbarramento davanti all’immobile. Da lì in poi, la giornata cambia passo: cominciano gli scontri.
Il corteo, partito diviso in tre spezzoni, Palazzo Nuovo, Porta Susa e Porta Nuova, si riunisce lungo il Po, fino a fondersi in una massa in piazza Vittorio Veneto. Arrivano da tutta Italia. I numeri oscillano: 20.000 attivisti secondo i primi riscontri, circa 50.000 secondo gli organizzatori, circa 15.000 per la questura. La piazza è piena e la tensione è altissima. Sfilano numerosi striscioni. Alcuni a difesa di Mohammad Hannoun, leader dei palestinesi d’Italia arrestato con l’accusa di aver finanziato Hamas, altri contro la premier. Le scritte sono esplicite: «Meloni sionista sei tu la terrorista». Tra chi prende parola c’è anche Zerocalcare: «Sono qui per il motivo per cui ci sono tutti gli altri, ovvero contro lo sgombero di Askatasuna e di tutti i centri sociali». A pochi metri dal centro sociale i disordini non si placano. In corso Regina Margherita viene aperto il fuoco con le bombe carta. Sulla carreggiata viene appiccato un incendio. A oltre un’ora dal primo attacco i lanci continuano. Cassonetti in fiamme. Campane per la raccolta del vetro sradicate e piantate a centro strada.
Lo scontro corre su due fronti: corso Regina e via Sant’Ottavio. I manifestanti avanzano verso il centro sociale con un lancio fittissimo di pietre e petardi. Bruciano legna, bancali, materiali di fortuna. Si spostano nelle vie laterali mentre i reparti avanzano. Almeno due manifestanti vengono caricati sui blindati e portati in questura. Un agente è stato colpito alla gamba ed è stato accompagnato nelle retrovie dai colleghi. In un video che gira sui social si vedono gli attivisti tentare di linciare un agente a terra, senza casco, e colpirlo anche con un martello.
Alla fine i feriti trasportati in ospedale sono sei. Una camionetta della polizia viene incendiata. I gruppi più violenti si muovono con tempismo, si coprono a vicenda, in una dinamica che non permette di escludere una regia. Finiscono nel mirino anche i giornalisti. Un filmmaker di Far West, la trasmissione Rai condotta da Salvo Sottile, e una giornalista vengono aggrediti e minacciati. Il rischio di incidenti era dato per concreto fin dall’inizio, anche alla luce di quanto accaduto il 20 dicembre, pochi giorni dopo il blitz che aveva messo i sigilli all’immobile del quartiere Vanchiglia occupato da quasi 30 anni. Nel pomeriggio, mentre gruppi di antagonisti e anarchici lanciano bombe carta e fuochi d’artificio contro le forze dell’ordine in corso Regina Margherita e nell’area del campus universitario Einaudi, la gran parte dei manifestanti segue il percorso prestabilito, poi si disperde. Restano poche centinaia di attivisti, con caschi, alcuni con maschere antigas e mascherine. Una parte punta verso il centro sociale, un’altra verso il campus. Le serrande dei negozi sono abbassate. Sulle vetrate di una filiale bancaria compaiono scritte tracciate con le bombolette: «Stop genocide Gaza» e «Usura!». Un classico.
Nel controviale di corso Regina Margherita spuntano barricate con bidoni dei rifiuti. Brucia anche un’auto. I manifestanti provano ad avanzare di nuovo. La polizia accenna una carica, i manifestanti arretrano. L’aria diventa irrespirabile per i lacrimogeni. Continuano a volare razzi, bottiglie, pietre. Un gruppo avanza protetto da scudi con stelle rosse disegnate sopra. Dalla polizia parte un fitto lancio di lacrimogeni, mentre gli idranti avanzano. Il corteo devia verso corso Regina Margherita e si avvicina al nodo delicato del Rondò Rivella. Dall’alto, droni ed elicottero della polizia controllano i movimenti. La mobilitazione era iniziata già dalla mattina. Da Porta Susa, centinaia di giovani si erano messi in cammino per raggiungere Porta Nuova. Sonagli, megafoni, fumogeni, tamburi, striscioni. Bandiere di Gaza, No Tav, Potere al Popolo, sigle studentesche. In strada giovani dai 15 anni, famiglie con bambini. Dal megafono parte, martellante, la propaganda: «Oggi lottiamo per la libertà e contro la repressione del governo post fascista, la corsa al riarmo e i tagli al welfare. Lo sgombero porterà solo più resistenza». Il dispositivo di sicurezza è massiccio. Nella sola mattinata 747 persone sono state controllate e per una trentina è scattato il foglio di via (tra questi due francesi e un russo). Dieci di loro detenevano maschere antigas e passamontagna; sequestrati spray e bastoni. Dieci gli avvisi orali del questore. Torino resta sotto pressione finché i manifestanti non vengono respinti oltre la Dora. Sono ormai passate le 19. La guerriglia è durata per oltre due ore.
«Il governo ha fatto la sua parte, rafforzando gli strumenti per contrastare l’impunità. Ora è fondamentale che anche la magistratura faccia fino in fondo la propria, perché non si ripetano episodi di lassismo che in passato hanno annullato provvedimenti sacrosanti contro chi devasta le nostre città e aggredisce chi le difende», ha commentato il premier Giorgia Meloni sui social, aggiungendo: «Questi non sono dissenso né protesta: sono aggressioni violente con l’obiettivo di colpire lo Stato e chi lo rappresenta. E per questo devono essere trattate per ciò che sono, senza sconti e senza giustificazioni». Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha affermato: «Questi non sono manifestanti. Non sono nemmeno delinquenti. Questi si comportano da nemici, da terroristi, da guerriglieri, vogliono fare male, sono spinti dall’odio. Se avessero altre armi le userebbero. E allora vanno trattati per quello che sono, senza sconti».
C’è un accordo bilaterale che arriva da lontano e che rafforza la cooperazione nella prevenzione e nel contrasto alle forme gravi di criminalità e terrorismo. E che riporta nel perimetro della realtà le ipotesi circolate negli ultimi giorni sulla presenza in Italia, per le olimpiadi di Milano-Cortina, di uomini dell’Ice, letteralmente «Immigration and customs enforcement», struttura finita di recente nel mirino delle proteste per gli arresti a Minneapolis, in Minnesota, del gennaio scorso, che hanno visto anche la morte di due persone per mano dei suoi agenti. Si tratta di un’agenzia federale con compiti interni ed esteri: applicazione delle leggi sull’immigrazione negli Usa e indagini su reati transnazionali fuori dal confine. Il governo italiano (il quarto di matrice berlusconiana), al momento della ratifica, era rappresentato dal ministro dell’Interno leghista Roberto Maroni, e quello statunitense (in quel momento guidato dal dem per eccellenza Barack Obama) lo siglarono il 28 maggio 2009. È timbrato, tradotto e firmato.
E soprattutto ratificato. Ed ecco cosa prevede: «scambio e raffronto automatizzato», caso per caso, di «dati dattiloscopici e profili Dna» per indagini e prevenzione; «trasmissione di […] dati personali solo in presenza di riscontri e nel rispetto delle leggi nazionali»; compresi «limiti rigorosi all’uso dei dati», ma anche «obblighi di sicurezza, tracciabilità, cancellazione e tutela della privacy». Non creava strutture parallele, né sostituiva la cooperazione giudiziaria. Ma, soprattutto, fu stabilito che sarebbe rimasto attivo «a tempo indeterminato (anche se modificabile nei contenuti su richiesta di una delle due parti e in qualsiasi momento, ndr)». La formula è quella classica degli atti internazionali, solenne e vincolante. Non è un protocollo tecnico, né una circolare di polizia. È un accordo politico fra due governi. E non incide, come viene precisato testualmente, «sulle procedure di assistenza giudiziaria internazionali vigenti». Garanzie rispettate, insomma.
Passano gli anni. L’accordo resta lì, come tutti gli accordi internazionali che attendono il passaggio decisivo: il Parlamento. E quel passaggio arriva nel 2014. Non con un decreto o con un atto amministrativo, ma con una legge dello Stato. Il 3 luglio 2014 viene promulgata la «Legge numero 99», che autorizza la ratifica e dispone la piena esecuzione dell’accordo firmato cinque anni prima. Il testo è secco: «Il presidente della Repubblica è autorizzato a ratificare l’accordo» sancito «a Roma il 28 maggio 2009». E ancora: «Piena ed intera esecuzione è data all’Accordo […] a decorrere dalla data della sua entrata in vigore». Qui la catena istituzionale si chiude. Il presidente della Repubblica è Giorgio Napolitano. Un nome che, per anni, è stato indicato come garanzia assoluta di equilibrio costituzionale, punto di riferimento anche e soprattutto per quella sinistra progressista che oggi storce il naso e alimenta proteste. La legge è controfirmata dal presidente del Consiglio Matteo Renzi (che ora sui social usa l’argomento Ice di sfuggita per punzecchiare Giorgia Meloni), dal ministro degli Affari esteri Federica Mogherini, dal ministro dell’Interno Angelino Alfano ed è vistato dal Guardasigilli Andrea Orlando. Proprio quest’ultimo deve essere stato colpito da un attacco di memoria selettiva. E, tramite il suo profilo Instagram, ha affermato: «La presenza dell’Ice non è compatibile né con la cultura costituzionale del nostro Paese né con l’appuntamento che si celebrerà». Ma è in ottima compagnia: tutti i partiti di opposizione, da Rifondazione comunista ad Azione, compresi Pd, Movimento 5 stelle, Alleanza dei Verdi e Sinistra, Più Europa e Italia viva, manifesteranno oggi a Milano. Prevista la presenza della Cgil e dell’Anpi. L’appuntamento è in piazza XXV Aprile alle 14.30. E c’è una raccomandazione: tutti con i fischietti per emulare le proteste in Minnesota. Non è l’unica. Sabato 7 scenderanno in piazza i centri sociali con la partecipazione dell’area antagonista. Il ritrovo è alle 15 in piazza Medaglie d’Oro, a poca istanza dal Villaggio Olimpico.
Tutti, però, dimenticano chi ha varato quella legge. Che contiene un punto centrale: chi applica l’accordo e come? Per l’Italia è «il Dipartimento della Pubblica sicurezza del ministero dell’Interno». Per gli Stati Uniti, invece, «il Dipartimento di Giustizia e il Dipartimento per la Sicurezza interna». Qui entra in scena l’ufficio che oggi fa discutere. Homeland security investigations. Non è un corpo autonomo. È definito nei documenti ufficiali americani come «un’importante agenzia federale di polizia all’interno del dipartimento per la Sicurezza interna (Dhs)» . Dipende dal «Department of homeland security, non agisce in proprio. Indaga, come scritto testualmente, «su reati su scala globale, in patria, all’estero e online». I compiti sono elencati senza enfasi: traffico di persone, criminalità organizzata transnazionale, sfruttamento minorile, frodi, violazioni delle sanzioni e terrorismo. E sempre dentro un perimetro di cooperazione che l’accordo bilaterale del 2009 circoscriveva con cura. Il paradosso è tutto qui. Quella legge del 2014 va bene quando la firma Napolitano, quando la vota un Parlamento a maggioranza progressista (che l’ha finanziata, all’epoca, per oltre 10 milioni di euro), quando la esegue un governo guidato da Renzi. Non va più bene se dentro quel quadro normativo si muove l’ufficio americano previsto dalla stessa architettura giuridica (di poche righe e con in allegato proprio il protocollo firmato da Maroni nel 2009). In coda al testo, infine, c’è un’indicazione: «La presente legge, munita del sigillo dello Stato, sarà inserita nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. È fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato». Parole precise. Che restano in vigore, producendo effetti, finché quella legge non verrà modificata o abrogata. Resta al palo un argomento che è utile solo alla protesta di piazza, ma che è irrilevante sul piano giuridico. Con buona pace dell’ex Guardasigilli Orlando.





