Mentre sindacati, associazioni, comunisti col Rolex e personaggi del mondo dello spettacolo moltiplicano gli appelli per chiedere di non sgomberare Spin Time, la maxi occupazione abitativa all’Esquilino sostenuta anche da don Bolletta, l’elemosiniere di papa Francesco, cardinale Konrad Krajewski, che nel 2019 riattaccò personalmente i contatori che erano stati sigillati dal fornitore (lasciando il suo biglietto da visita per firmare il gesto), i giudici della Seconda sezione civile del tribunale di Roma condannano il ministero dell’Interno al pagamento di oltre 21 milioni di euro per «l’illegittima occupazione del fabbricato a far data dal 12 ottobre 2013» e per «la mancata esecuzione di un provvedimento giudiziario di sequestro preventivo e di quelli amministrativi di sgombero». È il cortocircuito perfetto tra piazza e giustizia.
Una tenaglia tagliente che stringe fino a produrre ferite milionarie. La Investire Sgr Spa, società che gestisce il Fip (Fondo immobili pubblici) e che è proprietario dell’edificio occupato, un colosso di cemento di dieci piani e 21.000 metri quadrati, ex sede dell’Inpdap, ha dimostrato in Tribunale di averle tentate tutte: «Denunce e querele alla Procura, l’invio di numerose diffide ed esposti alle amministrazioni competenti, l’attivazione di un giudizio dinanzi al giudice amministrativo per ottenere l’inclusione dell’immobile nel Piano di sgombero predisposto dalla prefettura». E tutte le iniziative, riassumono i giudici, sono andate a segno: «Il tribunale aveva emesso, il 31 marzo 2020, il sequestro preventivo» e dopo le diffide e un ricorso al Tar il prefetto aveva inserito lo sgombero dell’immobile al nono posto degli interventi prioritari, «in ragione del rischio per l’incolumità e la salute pubblica, delle criticità strutturali e igienico-sanitarie e delle implicazioni per l’ordine pubblico». Altro che «esempio» di inclusione, come è stato presentato di recente da una cordata guidata dal regista Leonardo Di Costanzo (che ha raccolto 800 adesioni del calibro di Marco Bellocchio, Barbara Bobulova, Francesca Comencini, Niccolò Fabi, Pierfrancesco Favino, Matteo Garrone, Alessandro Gassman, Elio Germano, Sabina Guzzanti, Nanni Moretti e Vittoria Puccini), in cui convivono 25 nazionalità e dove la dispersione scolastica è pari a zero. Ma la propaganda non è entrata nel procedimento giudiziario. C’è entrato invece un passaggio decisivo: su richiesta del pubblico ministero, il 31 marzo 2020 viene disposto dal gip il sequestro preventivo dell’immobile. Un provvedimento che è rimasto sulla carta.
La sentenza lo precisa in modo netto: «Non risulta mai eseguito l’ordine del giudice». Ed è a quel punto che si è aperto il fronte della responsabilità. Secondo il tribunale, «non rientra nel potere discrezionale della pubblica amministrazione stabilire se dare o meno attuazione a un provvedimento dell’autorità giudiziaria». L’inosservanza di quel dovere «integra una condotta colposa generatrice di responsabilità».
Presidenza del Consiglio e ministero dell’Interno hanno eccepito un difetto di giurisdizione del giudice ordinario. Che è stato respinto. Perché, spiegano i giudici, «viene in rilievo un diritto soggettivo nei cui confronti la pubblica amministrazione deve esercitare un’attività vincolata». Non c’è discrezionalità politica. C’è un obbligo giuridico. E spetta al tribunale civile occuparsene. La presidenza del Consiglio, però, viene estromessa: «La domanda (di risarcimento, ndr) nei confronti della presidenza del Consiglio deve essere dichiarata inammissibile». Ma sul ministero dell’Interno il giudizio è diverso. Il tribunale gli accolla «l’inadempimento all’obbligo legale di intervento ai fini del rilascio dell’immobile». Non solo. Viene riconosciuta anche una violazione delle «regole di correttezza e buona fede».
Sul piano del risarcimento la sentenza richiama un principio consolidato: nel caso di occupazione illegittima, «la perdita del godimento» del bene integra un danno emergente risarcibile, da compensare con il «valore locativo di mercato del bene quale equivalente economico». Il danno, insomma, è la perdita concreta dell’utilità economica dell’immobile. La bolletta, e questa volta don Krajewski non arriverà in soccorso, ammonta a 21.182.118 euro per il danno, 206.932 euro per ogni mese dal dicembre 2025 fino alla liberazione dell’immobile (siamo già a 2.897.048 euro) e 150.00 euro per il mancato guadagno relativo alle sei annualità successive al 2025. Non mancano le rivalutazioni varie e le spese legali: 108.394 euro. E mentre i giudici escludono attenuanti «rappresentate dall’impossibilità di eseguire quanto disposto dall’autorità giudiziaria a fronte della mancata indicazione di soluzioni alloggiative alternative da parte degli enti locali», l’amministrazione Gualtieri, che aveva avanzato l’idea di acquistare l’immobile dal fondo di Investire Sgr per riqualificarlo, sembra sparita. Gli esponenti della Chiesa, invece, continuano a frequentare il casermone, dove per le iniziative del Giubileo sono già passati monsignor Baldassarre Reina, vicario generale della Diocesi romana, e don Mattia Ferrari, il cappellano della Ong Mediterranea saving humans dell’ex tuta bianca Luca Casarini. La sentenza contiene anche un ultimo passaggio: «È vero che l’occupazione illecita, e quindi il reato è stato posto in essere da soggetti terzi», ma il «danno conseguente deve essere imputato al ministero dell’lnterno». L’unico a pagare. Anche questa volta.
Oltre 76.000 euro di risarcimento per il fermo disposto nei confronti della nave Ong che nel giugno 2019 forzò un divieto del governo gialloverde ed entrò in porto a Lampedusa con 43 migranti a bordo, speronando una nave da guerra della Guardia di finanza. Nel caso della Sea Watch 3 la magistratura riconosce alla nave del comandante Carola Rackete le spese patrimoniali documentate, sostenute tra ottobre e dicembre 2019: costi portuali e di agenzia, carburante per mantenere la nave attiva (per 76.181 euro, più rivalutazione e interessi) e spese legali (quantificate in 14.103 euro). È il conto presentato dai giudici del tribunale civile di Palermo alla prefettura di Agrigento, al ministero dell’Interno, al ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, e al ministero dell’Economia e delle Finanze.
Per un totale di oltre 90.000 euro, da corrispondere «in solido» alla Ong olandese. La nave è stata trattenuta dal 12 luglio al 19 dicembre di quell’anno. Subito dopo il fermo la Sea Watch aveva presentato opposizione al prefetto di Agrigento. Ma dalla prefettura non erano giunte risposte dirette alla Ong. Era stato in realtà comunicato alla Capitaneria di porto che le verifiche del procedimento amministrativo erano ancora in corso e che, quindi, la Sea Watch 3 non poteva lasciare il porto. Secondo i giudici, però, l’assenza di comunicazioni dirette avrebbe prodotto il meccanismo del silenzio-accoglimento, ovvero la cessazione automatica del sequestro. Perché la nave rimase bloccata fino a quando, dopo un ricorso d’urgenza, il tribunale di Palermo, il 19 dicembre 2019, ne ordinò la restituzione. Qui si innesta la frattura. Perché il silenzio-accoglimento nasce come garanzia contro l’inerzia della pubblica amministrazione. Un rimedio contro l’immobilismo burocratico. Ma in questo caso è diventato il grimaldello che trasforma il silenzio in un via libera e l’assenza di risposta in un’accettazione implicita. Non è una valutazione sostanziale sull’opportunità o meno del sequestro. Ma una conseguenza automatica legata a un mancato riscontro formale. Con il fermo che viene considerato dai giudici illegittimo. E che ha subito scatenato la retorica della disobbedienza. «Il risarcimento a Sea-Watch, legato alla vicenda Rackete dimostra ancora una volta che la disobbedienza civile è tutt’altro che arroganza, ma protezione del diritto internazionale dagli attacchi di chi abusa della propria posizione di potere per calpestarlo, ai danni dei diritti e delle libertà di tutti», rivendica la portavoce di Sea Watch, Giorgia Linardi. La Rackete all’epoca era stata arrestata per resistenza a nave da guerra, inosservanza dell’ordine di fermarsi e favoreggiamento aggravato dell’immigrazione irregolare. Nel 2021, però, il gip di Agrigento ha disposto, accogliendo la richiesta avanzata dal pubblico ministero, l’archiviazione del procedimento penale. Alla fine per quell’evento, speronamento della motovedetta incluso, il conto lo pagherà solo lo Stato. La risposta è arrivata direttamente dalla premier Giorgia Meloni: «Non solo all’epoca la Rackete è stata assolta perché secondo alcuni magistrati è consentito forzare un blocco di polizia in nome dell’immigrazione illegale di massa. Oggi i giudici prendono un’altra decisione che lascia letteralmente senza parole, perché dopo lo speronamento ai danni dei nostri militari l’imbarcazione era stata, giustamente, trattenuta e posta sotto sequestro». E non è finita. La Meloni si chiede anche: «Ma il compito dei magistrati è quello di far rispettare la legge o quello di premiare chi si vanta di non rispettare la legge? E poi, qual è il messaggio che si sta cercando di far passare con questa lunga serie di decisioni oggettivamente assurde? Che non è consentito al governo provare a contrastare l’immigrazione legale di massa? Che qualunque legge si faccia e qualunque procedimento si costruisca, una parte politicizzata della magistratura è pronta a mettersi di traverso?». La conclusione della premier è questa: «Mi dispiace se deluderò più di qualcuno, perché noi siamo particolarmente ostinati e continueremo a fare del nostro meglio per rispettare la parola che abbiamo dato agli italiani e per far rispettare le regole e le leggi dello Stato italiano e faremo tutto quello che serve per difendere i confini e la sicurezza dei cittadini». E mentre la deputata del Partito democratico Debora Serracchiani corre in soccorso della Ong definendo l’intervento della premier «una sceneggiata da bulletta», il vicepremier Matteo Salvini ritiene la decisione «incredibile, un vero e proprio premio per aver forzato un divieto del governo» alla Ong «di Carola Rackete, l’attivista tedesca che quando ero al Viminale non accettava la linea dei porti chiusi che aveva praticamente azzerato sbarchi e tragedie del mare». Poi aggiunge: «Il 22-23 marzo voterò Sì al referendum per cambiare questa giustizia che non funziona». «Ancora una volta i togati sembrano prendere decisioni politicizzate e incomprensibili», ha commentato il presidente dei senatori di Forza Italia Maurizio Gasparri, che ha aggiunto: «In questo modo si finisce per legittimare chi ha agito in contrasto con le scelte delle autorità nazionali in materia di immigrazione e sicurezza. Il risultato è sempre lo stesso, a pagare sono i cittadini italiani. Si violano le regole, si sfidano le decisioni dello Stato e alla fine si viene persino premiati con un risarcimento. Un paradosso inaccettabile».
«La gravità delle condotte poste in essere dagli indagati durante le manifestazioni di protesta rende concreto, serio e quantomai attuale il pericolo che simili azioni violente sfocino in eventi ancor più gravi, con esiti infausti». È la valutazione con la quale il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Torino, Valentina Rattazzo, ha disposto ieri 18 misure cautelari nel procedimento sui disordini avvenuti nel capoluogo piemontese durante le mobilitazioni pro Pal e per la Global sumud flotilla.
Cinque arresti domiciliari. Dodici obblighi di presentazione quotidiana alla polizia giudiziaria. Un divieto di dimora nel Comune di Torino (i pubblici ministeri Davide Pretti ed Eleonora Sciorella avevano chiesto gli arresti domiciliari per tutti e 18 gli indagati).
I destinatari hanno tra i 19 e i 29 anni. Si procede per resistenza a pubblico ufficiale, violenza privata e danneggiamento aggravato. Ma la cifra dell’ordinanza non è rintracciabile nel numero delle misure. È nella diagnosi. Il gip parla di «una elevata» probabilità di «recidivanza specifica». E aggiunge che la sequenza degli episodi, la loro «persistenza e intensità crescente nel tempo» renderebbero «concreto e attuale il rischio di ripetizione di reati analoghi». È la fotografia di un ciclo. Le cui motivazioni, secondo gli inquirenti, «vengono individuate nella critica delle decisioni politiche della maggioranza governativa e soprattutto nella volontà di solidarizzare e manifestare a favore del popolo palestinese». Il perimetro degli accertamenti riguarda sette manifestazioni. Cortei studenteschi e mobilitazioni organizzate da collettivi considerati vicini ad ambienti antagonisti. Con la parola «Askatasuna» che viene ripetuta nell’ordinanza ben 41 volte.
I gruppi citati sono il Collettivo universitario autonomo e il Collettivo studentesco autorganizzato (espressioni di Askatasuna), con il coinvolgimento di «soggetti minorenni» e il «sodalizio» Progetto Palestina. Il 2 ottobre 2025, circa 2.000 manifestanti si radunano davanti a Palazzo Nuovo. La ricostruzione riportata nell’ordinanza riprende testualmente la comunicazione di notizia di reato della Digos. Un gruppo di circa 70 militanti si distacca dal corteo principale. Destinazione: aeroporto di Torino Caselle. «Gli antagonisti, molti dei quali con il volto travisato, asi sono avvicinati a piedi alla recinzione perimetrale, tagliandone una porzione. Circa 30 persone hanno così fatto accesso all’interno dell’area aeroportuale, rendendo necessario per allontanarle l’intervento del Reparto mobile». Decolli e atterraggi sospesi per circa 30 minuti. Le immagini sono centrali nell’impianto accusatorio.
L’ordinanza richiama riprese e filmati. In un passaggio si legge che gli indagati, immortalati mentre si trovano «esattamente nelle immediate adiacenze della recinzione e pochi istanti dopo lo stesso taglio», non sono figure passive. «Incitano, dapprima, gli altri manifestanti ad avvicinarsi alla recinzione […] una volta aperto il varco […] aiutano gli altri a passare; ma non solo, incitano i medesimi a non avere remora alcuna […] a superare quel passaggio». Un altro capitolo riguarda le Officine grandi riparazioni. Le immagini collocano alcuni indagati «pochi istanti dopo la diffusa devastazione dei locali interni delle Ogr e la rottura dei tornelli», in una fase definita come «per nulla neutra» e «densa di significato».
Il 28 novembre la protesta arriva dentro la sede del quotidiano La Stampa. L’ordinanza parla di «effetto costrittivo realizzato nei confronti delle addette alla reception e alla sicurezza», che sarebbero state costrette «a tollerare l’irruzione dei manifestanti nei locali interni della sede del quotidiano, ove successivamente verrà messo in atto il danneggiamento» al grido di «giornalista terrorista sei il primo della lista». L’ordinanza ricostruisce anche gli episodi avvenuti davanti alla sede di Leonardo e nei locali della Città metropolitana di Torino. Nel primo caso, si verificò un «fitto lancio di oggetti contundenti e di pietre all’indirizzo delle forze dell’ordine, nonché delle autovetture dei dipendenti, rendendo necessario l’utilizzo di lacrimogeni». Nel secondo, dopo «un fitto lancio di vari oggetti davanti all’ingresso, una volta fatto accesso all’interno dei garage dell’immobile», gli indagati avrebbero «colpito gli agenti con le aste di bandiere e un estintore, il cui gas era stato precedentemente utilizzato contro gli operatori di polizia per impedirne la visuale».
E poi ci sono le occupazioni ferroviarie: quella di Torino Porta Nuova del 22 settembre e del 24 settembre 2025, quella di Porta Susa del 24 settembre dello stesso anno. Ma anche blocchi stradali. La parola «devastazione» viene usata dal gip undici volte, ma il reato contestato è quello di danneggiamento (a Roma invece per l’assalto alla sede della Cgil il 9 ottobre 2021 scattò subito la contestazione di devastazione, poi caduta in Cassazione). Il gip richiama anche più volte i precedenti di polizia di alcuni indagati: «Plurime denunce per fatti similari commessi in occasioni di altre manifestazioni pubbliche». Per cinque di loro, secondo il gip, «nessuna più attenuata misura sarebbe idonea a salvaguardare le citate esigenze». In uno dei casi la valutazione è questa: «Misure meno afflittive […] non consentendo un costante controllo […] non risultano compatibili con la personalità manifestata dall’indagato a causa della sua condizione di persona proclive a partecipare, con violenza, a manifestazioni pubbliche».
I nomi dei cinque antagonisti finiti ai domiciliari campeggiano nell’ordinanza: Nicola Francesco Gastini, «leader» di Ksa, Fabio Alessandria, Omar Boutere, il liceale italo-marocchino che, dopo le botte negli uffici della Città metropolitana, si nascose a casa della leader di Askatasuna, Sara Munari (che dovrà presentarsi quotidianamente alla polizia giudiziaria), Margherita Brizzi, Francesco Fascio, Hafsa Marragh. Per altri 12, invece, l’obbligo di firma viene ritenuto sufficiente. Si richiama il principio di proporzionalità, quello «della minor compressione possibile della libertà personale». E si sottolinea che «la pur breve esperienza processuale, determinata dall’incontro con l’autorità giudiziaria in sede di interrogatorio preventivo, ha certamente avuto efficacia deterrente».
Il coordinamento Torino per Gaza, di cui fa parte anche Askatasuna, ha indetto per il 14 marzo un corteo con lo slogan «Non ci fate paura». Appuntamento alla prossima devastazione.





