C’è un circuito tecnico-forense in cui i cognomi ritornano, i laboratori si ripresentano e gli esperti migrano da un delitto all’altro come vecchi attori di una compagnia stabile. Garlasco è il processo che racconta questo ambiente meglio di ogni altro caso. Nel processo d’Appello bis contro Alberto Stasi, il consulente della Corte Roberto Testi, insieme al collegio peritale, depositò una valutazione tecnica destinata a incidere sulla ricostruzione dell’omicidio.
La pozza di sangue formatasi vicino al punto dell’aggressione avrebbe potuto crearsi in meno di tre minuti. Questo ridimensionò una delle ipotesi emerse nel primo processo, cioè quella di un’aggressione prolungata.
La relazione mise anche in discussione la possibilità che Stasi avesse attraversato la villetta senza sporcarsi di sangue. Gli esperti ritenevano, infatti, «marginali» le probabilità che qualcuno potesse percorrere quei punti senza intercettare tracce ematiche e, quindi, senza impregnare le scarpe di sangue. Oggi Roberto Testi, che nel curriculum vanta «circa 150 consulenze d’ufficio all’anno in ambito penale e civile», è commissario del Centro avanzato di diagnostica di Orbassano (Torino), uno dei poli più noti della genetica forense italiana (struttura che si occupa di analisi tossicologiche, genetico forensi e biochimico-cliniche). Nato principalmente per i controlli sportivi (infatti precedentemente si chiamava Centro regionale antidoping), negli anni, ha ampliato le proprie attività sino a diventare un laboratorio di riferimento per molte Procure italiane.
Ai tempi della consulenza, Testi era responsabile dell’Unità di medicina legale dell’Asl 2 di Torino. Nella documentazione del processo d’Appello bis contro Stasi, però, si fa ampio riferimento, a proposito della consulenza di Testi, ai laboratori di Orbassano. Alcune delle prove che in quel momento furono presentate come «sperimentali» (in particolare quelle sulle piastrelle) si tennero proprio nei laboratori orbassanesi. Si trattava della famose «prove di calpestio». Che ora si possono tranquillamente bollare come imprecise e decisamente sfavorevoli all’imputato, perché furono effettuate tramite un «soggetto sperimentatore» dal peso di 85 chili, ben superiore a quello di Stasi, che era di 60.
Nel 2016 Testi entrò nel Consiglio d’amministrazione del Cad. E oggi, del centro, è il commissario. Il direttore tecnico-scientifico dello stesso centro è il medico-legale Paolo Garofano. Il cognome dice già tutto. È il nipote del generale Luciano Garofano, ex comandante dei carabinieri del Ris di Parma. Fu protagonista della prima stagione investigativa di Garlasco, curò la Bpa (Bloodstain pattern analysis, l’analisi delle macchie di sangue) e nel 2016 è diventato consulente della difesa di Andrea Sempio. Si occupò, su incarico del pool difensivo di allora, di una perizia (l’unica consulenza peraltro fatturata ai familiari dell’indagato) sul Dna prelevato dalle unghie di Chiara Poggi mai depositata. Ma c’è ancora una coincidenza: nel dicembre 2016 il generale inviò al laboratorio di Orbassano diretto dal nipote il campione di saliva di Sempio per le analisi di parte, annotando sulla busta proprio «alla cortese attenzione del dottor Paolo Garofano».
Formalmente non c’è nulla di irrituale. Ma il quadro che emerge appare di certo come insolito: il perito dell’Appello bis Stasi guida il centro diretto dal nipote dell’ex generale del Ris che torna nel caso come consulente di Sempio. Questa rete riaffiora a Genova, nel processo per il «Delitto del trapano», un cold case riaperto dopo quasi 30 anni. La vittima è Luigia Borrelli, uccisa il 5 settembre 1995 in un basso dei caruggi dove si prostituiva. Era una insospettabile infermiera. Fu ritrovata con un trapano conficcato nel collo. Il pm Patrizia Petruzziello (la stessa che nel 1995 era di turno e che dall’inizio ha seguito le indagini) vorrebbe ora portare a giudizio un carrozziere, Fortunato Verduci, all’epoca trentacinquenne, oggi ultrasessantenne. Sulla placca di un interruttore del basso saltò fuori un profilo genetico completo, «perfettamente coincidente», secondo l’accusa, con uno repertato nel 1995. Una verifica nella banca dati del Dna ha portato poi verso il profilo genetico di un parente del carrozziere. E da quel match si è arrivati a Verduci (che si professa innocente).
Il consulente del pubblico ministero è Luciano Garofano. Il perito nominato dal giudice dell’udienza preliminare, Alberto Lippini, è Selena Cisana, medico-legale e biologa forense che lavora, coincidenza, nel laboratorio di Biologia e genetica forense del Centro di Orbassano diretto da Paolo Garofano, nipote del consulente del pm. Il difensore del carrozziere, l’avvocato Emanuele Canepa, che deve aver immediatamente percepito l’intreccio come un segno avverso, lo verbalizza davanti al giudice: «La dottoressa Cisana lavora presso il laboratorio ove il direttore responsabile Paolo Garofano è il nipote del consulente nominato dal pubblico ministero Luciano Garofano». Il pm afferma che «non era a conoscenza di questa circostanza» ma «ritiene comunque che non vi sia incompatibilità».
Il giudice rigetta l’eccezione con questa argomentazione: «Allo stato», ritiene, «non sussiste alcuna incompatibilità». Ma la questione centrale non è il codice. Nessuna norma vieta automaticamente queste relazioni professionali o familiari. Emerge però un circuito tecnico-forense talmente ristretto da rendere apparentemente difficile separare del tutto ruoli e relazioni. E quando questo groviglio finisce per sfiorare contemporaneamente il consulente dell’accusa e l’orbita del giudice terzo, è inevitabile che le difese percepiscano il terreno come in pendenza.
Garlasco: vuoti di memoria e versioni opposte. I legali dell'inquisito si contraddicono
Tre avvocati. Tre verbali. Tre racconti che dovrebbero combaciare e, invece, si contraddicono riga dopo riga. Massimo Lovati, Federico Soldani e Simone Grassi. È il primo collegio difensivo di Andrea Sempio. Sentiti dai magistrati della Procura di Brescia nell’inchiesta che ruota attorno all’archiviazione del 2017, finiscono per consegnare agli inquirenti una specie di romanzo a tre voci. Che non si armonizzano. Si correggono e spesso si contraddicono. Sugli atti, sui rapporti con gli investigatori, perfino sul lavoro svolto.
Tre avvocati. Tre verbali. Tre racconti che dovrebbero combaciare e, invece, si contraddicono riga dopo riga. Massimo Lovati, Federico Soldani e Simone Grassi. È il primo collegio difensivo di Andrea Sempio. Sentiti dai magistrati della Procura di Brescia nell’inchiesta che ruota attorno all’archiviazione del 2017, finiscono per consegnare agli inquirenti una specie di romanzo a tre voci. Che non si armonizzano. Si correggono e spesso si contraddicono. Sugli atti, sui rapporti con gli investigatori, perfino sul lavoro svolto.
Già la formazione del collegio difensivo sembra particolarmente rocambolesca. Lovati racconta: «Il 23 dicembre 2016 Sempio ha appreso dagli organi di stampa di essere indagato e ha ricevuto un avviso di garanzia. La famiglia ha cercato un avvocato e si sono recati da una amica di Andrea, Angela Taccia (attuale avvocato di Sempio, con il collega Liborio Cataliotti, ndr), che all’epoca non era ancora avvocato. Si sono rivolti alla mamma della Taccia, avvocato Marcella Schiavi, civilista, che li ha indirizzati a me». Qualcosa probabilmente andò storto: «Io, però, non ho ricevuto le chiamate, non so se perché il mio telefono non prendeva la linea o perché avevano un numero sbagliato. Sta di fatto che io sono stato poi contattato dal collega Soldani, che era stato mio praticante, che mi ha coinvolto nel collegio difensivo, di cui faceva parte anche il collega di studio di Soldani, l’avvocato Grassi». Soldani, invece, ricorda che la Schiavi chiamò lui, dicendogli «che doveva» affidargli «un caso delicato e importante, di omicidio». E, in contraddizione con Lovati, afferma: «Poiché non me la sentivo di affrontare il caso da solo ho subito detto che avrei voluto affiancarmi all’avvocato Lovati, che era stato il mio dominus». Grassi, al contrario, sembra quasi un corpo estraneo capitato lì per relazioni personali più che per competenze specifiche. Dice di conoscere Soldani «da anni» e Lovati «tramite Soldani». Poi, quando gli chiedono perché sia stato coinvolto, risponde con una frase quasi mortificante: «Non lo so, penso per amicizia».
A proposito dei pagamenti ricevuti dai Sempio, in parte incassati ancora prima di aver ricevuto un mandato ufficiale (arrivato solo con l’ufficializzazione dell’iscrizione sul registro degli indagati del solo assistito), i tre concordano solo su una circostanza: 45.000 euro complessivi, 15.000 a testa, rigorosamente in contanti e senza fattura. Per otto mesi di attività difensiva. Lovati prova subito a collocarsi in una posizione laterale. Dice: «I compensi li percepivo dall’avvocato Soldani e dall’avvocato Grassi», aggiungendo una frase che sembra piazzata lì per alleggerire ogni responsabilità diretta: «Io non ho chiesto soldi, mi arrivavano e basta». Quando, però, gli chiedono chi abbia deciso l’onorario complessivo, la memoria si annebbia improvvisamente: «Non ricordo». Salvo poi recuperare lucidità su un dettaglio non proprio secondario: «Ho chiesto io il cash perché mi piacciono i pagamenti in contanti». Soldani, invece, disegna una scena completamente diversa. Nella sua versione esiste un regista della trattativa economica, ed è Lovati: «Fu Lovati a decidere la cifra» e «fu Lovati a insistere che venissero erogati in contanti». Grassi conferma questa impostazione senza esitazioni. Poi ci sono le modalità di pagamento, che assomigliano più alla cassa di una bisca di provincia che allo studio di tre avvocati. Soldani parla di «pacchettini dai 2.000 ai 6.000 euro» che venivano consegnati dai Sempio e poi spartiti tra i tre professionisti. Grassi conferma: «I Sempio pagavano a piccole tranche» e «noi avvocati ce li spartivamo quando i clienti andavano via». Lovati resta più vago. Si limita a ricordare di avere ricevuto il suo onorario in «cinque, sei, sette, otto tranche». La seconda frattura riguarda il lavoro realmente svolto.
Lovati si presenta come l’unico vero motore della difesa: «La mia attività è stata andare da Garofano (il generale Luciano Garofano, ex comandante del Ris diventato consulente di Sempio, ndr), studiare gli atti del processo Stasi e presenziare all’interrogatorio». Quindi minimizza l’apporto di Soldani e Grassi in questo modo: «Gli altri due colleghi non hanno fatto assolutamente niente». Soldani fa, invece, riferimento a un lavoro collegiale. Parla degli incontri con i Sempio, della scelta condivisa su Garofano, della gestione economica, della querela contro lo studio Giarda (che rappresentava Alberto Stasi) e dell’opposizione all’archiviazione. Racconta che che gli incontri con i Sempio avvenivano regolarmente nello studio Soldani-Grassi. Quest’ultimo, da parte sua, conferma di aver preso circa 15.000 euro, ma contemporaneamente smonta il proprio ruolo fino quasi ad annullarlo: «Mi occupo solo di civile, non ho alcuna esperienza di penale e di fatto non ho svolto alcuna attività». Poi rincara: «Partecipavo, ma non davo contributi, stavo solo ad ascoltare». I magistrati insistono. Cercano almeno un frammento di attività concreta. E Grassi concede appena questo: «L’unica cosa che ho fatto è stato collazionare gli allegati alla querela (contro lo studio Giarda, ndr) che era stata redatta da Lovati». A quel punto la domanda degli investigatori diventa inevitabile: come mai era stato coinvolto e pagato pur non avendo alcuna esperienza penale? La risposta è quasi imbarazzata: «Non lo so, penso per amicizia». A questo punto arriva la frase più pesante del suo verbale: «Mi vergogno di aver preso quei soldi». Anche gli incontri negli studi legali aprono scenari curiosi. Perché avvenivano prima ancora che esistesse formalmente una nomina difensiva. Si discuteva già dell’indagine, si consultavano documenti, si preparavano consulenze tecniche e circolavano pacchetti di denaro contante. Grassi lo ammette senza esitazioni: «Prima dell’invito a presentarsi per l’interrogatorio non era stata depositata alcuna nomina». Soldani conferma: «La nomina penso sia stata fatta in occasione della notifica dell’invito all’interrogatorio». Eppure i Sempio frequentavano già quegli studi. Soldani spiega che erano molto agitati e che bisognava «tranquillizzare» Andrea Sempio e la famiglia. Quasi una funzione psicologica prima ancora che difensiva. Quando gli inquirenti chiedono se fossero state fatte richieste formali per avere notizie dell’iscrizione, come «una richiesta ex articolo 335 (che permette all’indagato di sapere se è iscritto nel registro degli indagati)», la risposta è unanime: no. Lovati conferma: niente 335, «sono andato dritto per la mia strada con le mie investigazioni difensive preventive». Basate su pochi documenti. «Ho visto la consulenza (del dottor De Stefano sul Dna, elemento che puntava dritto su Sempio, ndr) e le indagini della Skp, altro non ho visto». Per Lovati era materiale sufficiente per definire le indagini «povere». Una specie di chiaroveggenza processuale. Poi arrivano i rapporti con gli inquirenti. Ed è qui che i verbali diventano scivolosi. Lovati mette subito le mani avanti: «Io non ho mai parlato con il dottor Venditti (Mario, ex procuratore aggiunto di Pavia, ndr)». Però subito dopo introduce un dettaglio interessante: «Forse ho sentito Tizzoni (Gian Luigi, difensore della famiglia Poggi, ndr), che è stato mio praticante. […] Tizzoni mi ha detto che il dottor Venditti aveva intenzione di sentire il perito De Stefano». E soprattutto aggiunge: «Non gli ho chiesto come l’avesse saputo, mi bastava quello per capire che si andava verso l’archiviazione». Soldani è più netto: «Non ho mai parlato con i pm di questo caso». Ma gli inquirenti gli contestano che avrebbe detto ai Sempio che i pm «stanno dalla parte nostra». E allora il legale recita il mea culpa: «Ho sbagliato a parlare».
Gli inquirenti insistono ancora: esistevano contatti informali con i carabinieri prima della conoscenza ufficiale dell’indagine? Soldani risponde: «Non ricordo di aver avuto notizie da Sempio di comunicazioni dirette con i carabinieri». Grassi ammette che tra loro circolava già una convinzione precisa: «Lovati era molto persuaso che non vi fosse nulla a carico di Sempio». Infine ci sono le carte del processo Stasi, recuperate con strane triangolazioni. Lovati tira di nuovo in ballo Tizzoni (in teoria sua «controparte», sottolineano gli inquirenti). Sostiene: «È stato lui a fornirmi gli atti del processo Stasi. Mi ha dato le sentenze e la perizia De Stefano». Qui i pm tentano di aprire un varco: «Risulta che Tizzoni abbia ottenuto anche gli atti della difesa Stasi dalla Corte d’assise d’Appello di Brescia». Risposta: «Sì, lo so, me lo ha detto. Ma quegli atti non me li ha dati Tizzoni, me li ha dati Sulas (Gian Gavino Sulas, cronista del settimanale Oggi nel frattempo deceduto, ndr)». Soldani scarica tutto sul suo vecchio dominus: «Gli atti li ha acquisiti l’avvocato Lovati e ce li ha portati in studio». Ma quando gli contestano che sui documenti trasmessi a Garofano comparivano «il timbro a secco della Procura generale» e «il provvedimento firmato dal procuratore generale Roberto Alfonso», risponde: «Non so cosa dire». I tre avvocati sono stati sentiti come persone informate sui fatti, ruolo che impone al testimone di dire la verità. È evidente che qualcuno non l’ha detta.
Resta un mistero perché la bozza dell’istanza di archiviazione di Andrea Sempio del 2017, di cui per primo ha parlato questo giornale, sia uscita dalla Procura di Pavia e sia finita nel «fascicolo permanente» di Sempio redatto dal Nucleo informativo del Comando provinciale dell’Arma.
Il comandante di quell’ufficio era il maggiore Maurizio Pappalardo, oggi accusato di numerosi reati e recentemente condannato a 5 anni e 8 mesi di reclusione per corruzione e stalking nei confronti dell’ex fidanzata. Ma nessuno lo ha ancora coinvolto ufficialmente nelle indagini sulla discussa archiviazione di Sempio su cui resta aperta un’inchiesta per corruzione.
Gli inquirenti della Procura di Brescia, a tal proposito, hanno sentito Pappalardo come persona informata dei fatti, anche perché nel cellulare dell’ufficiale in congedo gli investigatori hanno rinvenuto tre foto che immortalavano altrettanti documenti del fascicolo su Sempio. Ma nessuno è riuscito a spiegare come la bozza della richiesta di archiviazione, con tanto di correzioni scritte a mano e un nuovo incipit di undici righe appuntato a mano su un foglietto (con il logo della società di intercettazioni Rcs), sia potuta finire nel fascicolo «P» di Sempio.
Il dato certo è che la minuta è stata fotocopiata, probabilmente con una certa fretta o con superficialità. Infatti due pagine sono state duplicate insieme: della 17 si vede solo un angolo, sotto la piegatura della precedente. Quindi, chi ha fatto la copia di quell’atto segreto non si è preoccupato di controllare di avere il documento integrale. Lo stava facendo di nascosto, senza l’autorizzazione dei magistrati?
Le indagini dovranno trovare la risposta.
Intanto la pm che ha ammesso di avere redatto la bozza dell’istanza, Giulia Pezzino (che nel febbraio del 2025 si è dimessa dall’ordine giudiziario), ha spiegato ai colleghi di Brescia di averla inviata solo al proprio diretto superiore, Mario Venditti, oggi indagato per corruzione.
E a proposito dell’allegata noticina vergata a mano, ha spiegato: «Non ho mai visto questo scritto. Non riconosco la calligrafia, né il logo riportato sul foglio (Rcs, ndr). Non so a cosa corrisponda». L’ex magistrato non si accorge che quel testo non è altro che l’inizio dell’atto da lei firmato il 15 marzo 2017.
Come si può vedere nelle foto in questa pagina, quelli sull’incipit sono stati, comunque, interventi non sostanziali. A colpire è la sigla «fatto» in calce al testo tipica delle Procure, anche se nessuno, come vedremo ha, per ora, riconosciuto la paternità del documento.
Per quanto riguarda il resto della bozza rinvenuta nel fascicolo «P», le correzioni fatte a penna sono pochissime e alcune di queste non sono state recepite nel documento finale (come la proposta di inserire l’aggiunta «sua eventuale» alla parola «colpevolezza»).
Nella richiesta informale e non firmata predisposta dalla Pezzino si chiede l’archiviazione senza fare alcun riferimento agli eventuali avvisi da notificare alle persone offese o danneggiate legittimate a fare opposizione.
Invece, nella richiesta formale sottoscritta dalla Pezzino, da Venditti e dal procuratore Giorgio Reposo, i magistrati spiegano perché non possano essere considerate persone offese o danneggiate dal reato la denunciante Elisabetta Ligabò, madre di Alberto Stasi, e il medesimo figlio. Ciò al fine di giustificare la mancata notifica dell’avviso della richiesta di archiviazione ai due, impossibilitati così a fare opposizione. L’argomento, di carattere formale, è che le persone offese o danneggiate dall’omicidio sono i congiunti più stretti della vittima e non già colui che in quel momento si trovava detenuto, in ipotesi ingiustamente, per il medesimo fatto.
Il gip Fabio Lambertucci, il 23 marzo 2017, appena otto giorni dopo la richiesta, accoglie, nel suo decreto di archiviazione, tale erronea impostazione, dando atto che è stata avvisata unicamente la famiglia Poggi. Ma come si fa a non considerare, almeno teoricamente, «persone danneggiate» Stasi o i suoi genitori che hanno dovuto versare centinaia di migliaia ai Poggi? Aveva più interesse a presentare opposizione alla richiesta di archiviazione che aveva già un colpevole in carcere e ottenuto un cospicuo risarcimento o chi nel nuovo procedimento veniva scagionato a discapito di Sempio?
Ma torniamo all’appunto scritto a penna.
La grafia non sarebbe quella di Venditti, come confermato ieri dai legali dell’ex magistrato. Altrettanto disponibile a chiarire la questione è stato l’ex procuratore Reposo: «La grafia di quel documento non appare riconducibile alla mia. D’altra parte il fascicolo è stato assegnato al procuratore aggiunto e al sostituto, che certamente non avevano bisogno dei miei consigli: o, se ne avevano, me li avrebbero chiesti».
Da parte loro, escludono «categoricamente» la paternità dell’appunto anche i difensori di Silvio Sapone, l’ex capo della sezione di polizia giudiziaria della Procura di Pavia. Per un ventennio è stato il collaboratore di fiducia dei magistrati della Procura e suoi colleghi ci hanno raccontato che non di rado scriveva a penna bozze di informative di pg.
Nelle nuove intercettazioni depositate dalla Procura di Pavia gli viene attribuito, dalla famiglia Sempio, un ruolo per cui non è mai stato indagato. La mattina del 27 settembre 2025, Andrea Sempio spiega ai suoi famigliari chi sia quel militare: «[…] Adesso è nell’inchiesta Clean […] praticamente intercettavano, per dire, vari imprenditori così e dicevano “Ciccio guarda” che ne so, “ti arriva la Finanza il mese prossimo” e in cambio, diciamo, di protezione […] pigliavano dei soldi». Quindi aggiunge: «Il problema è che quello lì si occupava anche del caso Garlasco […] aveva intercettato anche noi in quel periodo».
Dunque Andrea collega alcuni contatti avuti con Sapone durante le indagini del 2017 a Clean, una mega inchiesta in tre tronconi che, oltre a imprenditori, politici e funzionari pubblici, ha coinvolto anche alcuni dei carabinieri della cosiddetta «Squadretta» di investigatori che operava a Pavia. «Io l’ho detto ad Angela (probabilmente si riferisce all’avvocato Taccia, ndr)», specifica Sempio, «se quello lì l’han preso in Clean, probabilmente faranno un collegamento con noi, prima o poi secondo me». Gli attuali inquirenti, però, precisano che Sapone «non risulta sia mai stato indagato» nell’inchiesta Clean (anche se nei faldoni di Clean 2 è citato più volte).
Secondo Sempio, il luogotenente in pensione lo aveva contattato direttamente: «Questo Sapone mi ha chiamato una volta perché, a quanto mi hanno detto, c’era anche un sistema in cui loro cercavano di prendere le persone che erano sottoposte a indagine o che […] “se mi dai i soldi ti aiuto”».
L’indagato assicura pure di avere girato immediatamente il contatto al suo avvocato, che avrebbe successivamente definito il maresciallo «un pirla». In un’altra conversazione Sempio commenta: «Secondo me era proprio lui che chiamava, perché qua è lui quando mi ha proposto la roba...». Secondo Sempio, dunque, Sapone potrebbe avergli offerto aiuto nel pieno delle indagini del 2017 e quando i magistrati, nel 2025, paiono interessati ai suoi rapporti con il carabiniere, dà l’idea di volerlo scaricare, mentre elenca al padre i contatti con Sapone e con il proprio avvocato, contenuti probabilmente in un tabulato: «Io te l’ho stampato solo... perché se loro vogliono sapere di Sapone... qua hanno le tre chiamate». Il genitore replica: «No, non faccio niente… questa è una cosa che non so se serve». Ma il figlio insiste: «Fagliela vedere… poi… rompevano i maroni sulle varie cose, noi sapevamo prima le cose. Loro hanno detto perché avete […] l’archiviazione a febbraio se c’è stata a marzo?».
Resta la domanda delle 100 pistole: ma perché, solo pochi mesi fa, i Sempio erano pronti a consegnare ai magistrati la testa dell’uomo che gli aveva offerto protezione e che gli avrebbe passato notizie di prima mano sull’inchiesta? Si tratta dell’ennesima domanda, per ora, senza risposta.





