Una piccola cabina tecnica annerita dal fuoco, le pareti deformate dal calore, il tetto piegato come un foglio di lamiera. Dai basamenti esce ancora del fumo biancastro. Intorno, cavi carbonizzati e materiale elettrico ridotto a una massa indistinta.
All’interno, ciò che resta degli impianti appare come un ammasso nero, sciolto dalle temperature sviluppate dall’incendio innescato, valutano gli investigatori, da «liquido infiammabile».
È la scena lasciata dal rogo che la scorsa notte ha colpito due centraline elettriche lungo la linea ferroviaria Brennero-Verona Porta Nuova, nel tratto compreso tra Peri e Dolcè, al confine tra le province di Verona e Trento. Un incendio che i tecnici hanno subito definito come «di origine dolosa» e che ha paralizzato la circolazione ferroviaria. Per questo motivo il gesto, fino a ieri sera non rivendicato, viene letto dagli investigatori come un possibile tassello di una giornata molto più ampia di mobilitazione sull’asse del Brennero. Le indagini, dopo i rilievi della polizia scientifica, sono state affidate alla Digos della Questura di Verona. La pista privilegiata porta verso gli ambienti dell’ambientalismo radicale o dell’orbita anarco-insurrezionalista (che in passato sulla linea del Brennero ha colpito più volte). L’elemento che orienta gli investigatori è soprattutto la coincidenza temporale. Il sabotaggio è stato infatti compiuto poche ore prima della manifestazione ambientalista organizzata in Austria contro il traffico pesante e il transito dei tir attraverso il corridoio del Brennero (un valico strategico per il commercio). Una protesta annunciata da tempo e culminata con il blocco dell’autostrada del Brennero sul versante tirolese. Secondo la ricostruzione degli investigatori, il rogo avrebbe colpito proprio l’unico sistema di collegamento nei trasporti rimasto operativo mentre l’attenzione era concentrata sulla protesta stradale. Dal punto di vista investigativo, quindi, la tempistica sembra rappresentare al momento uno degli elementi più significativi. Chi ha agito conosceva con precisione il calendario della protesta e ha scelto una finestra temporale in grado di amplificare l’impatto dell’azione.
Un secondo elemento che gli investigatori starebbero valutando riguarda la scelta dell’obiettivo. Le centraline elettriche non sono un bersaglio scelto a caso: colpire strutture essenziali consente di interrompere la circolazione senza intervenire direttamente sui binari.
Una modalità che presuppone la conoscenza del funzionamento della linea ferroviaria e dei suoi punti più vulnerabili. E infatti il risultato è stato immediato. La circolazione dei treni è stata subito interrotta, con ritardi e cancellazioni che si sono trascinati per ore.
Soltanto dalle 12.30 il traffico ferroviario ha ripreso a muoversi, anche se lentamente. E mentre la ferrovia veniva bloccata, in Austria andava in scena la manifestazione contro il traffico di transito. Alle 13, come previsto dagli organizzatori, centinaia di manifestanti hanno occupato l’autostrada del Brennero, a Matrei. Sugli striscioni comparivano slogan come: «L’Ue, il transito e il profitto distruggono la nostra salute» e «via il traffico pesante dalle nostre strade».
La manifestazione si è comunque svolta senza incidenti. I partecipanti rivendicano ragioni ambientali e sanitarie: «I motivi della protesta riguardano il traffico di transito in costante aumento», che causerebbe, secondo i manifestanti, ricadute «soprattutto di natura sanitaria per la popolazione». «Il flusso deve essere ridotto, non si può più andare avanti così», ha dichiarato Karl Mühlsteiger, sindaco di Gries am Brenner e promotore dell’iniziativa, ricordando gli oltre 14 milioni di passaggi di veicoli registrati ogni anno. Proprio la concomitanza tra la manifestazione annunciata e il sabotaggio, però, costituisce quindi uno dei nodi centrali dell’inchiesta.
Gli investigatori dovranno accertare se vi sia stato un collegamento diretto tra gli autori del rogo e gli ambienti della protesta oppure se qualcuno abbia sfruttato la mobilitazione come copertura ideale per compiere un’azione autonoma destinata ad avere un forte impatto.
Paradossalmente, però, proprio la viabilità stradale è stata l’aspetto che ha creato meno problemi. L’uscita obbligatoria al casello di Vipiteno e i percorsi alternativi predisposti tra Val Pusteria e Val Venosta hanno retto. Anche sul versante italiano non si sono registrate particolari criticità. Molti autotrasportatori e viaggiatori avevano infatti scelto di modificare in anticipo i programmi di viaggio. Al termine della manifestazione a Matrei, in Tirolo, il traffico è tornato regolare. Sul versante italiano, è stato riaperto lo snodo viario di Vipiteno. La vera emergenza si è spostata sui binari. Con Digos e Polfer al lavoro, in stretto contatto con l’Antiterrorismo, per capire chi abbia deciso di colpire le infrastrutture ferroviarie e se esista un collegamento tra il sabotaggio e la mobilitazione ambientalista.
La maxi operazione della Dda di Palermo ha fatto riemergere un patrimonio accumulato con il narcotraffico e i relativi proventi a partire almeno dagli anni Ottanta.
C’erano i soldi della droga partita dal Marocco, quelli delle società offshore, quelli che giravano nei paradisi fiscali. E c’era soprattutto il grande fantasma di Matteo Messina Denaro, il padrino per anni invisibile che ha trasformato Cosa nostra in una holding internazionale che, come dimostra la Procura di Palermo, era riuscita a diversificare gli interessi: energia, turismo, supermercati, edilizia, finanza, resort di lusso e paradisi fiscali.
Eppure, la scena iniziale sembra quasi stonata rispetto alla montagna di denaro saltata fuori. Giacomo Tamburello, 66 anni, definito come uno storico trafficante di hashish e indicato da chi indaga come vicino, da sempre, a Matteo Messina Denaro, viveva ai domiciliari nella piccola casa della madre, a Campobello di Mazara. Apparentemente ormai ai margini. In realtà, secondo l’inchiesta della Guardia di finanza, sarebbe il custode del tesoro. Quando è scattato il blitz, Tamburello è stato arrestato in provincia di Trapani. Nello stesso momento, in Spagna, sono finite in manette l’ex moglie Maria Antonina Bruno e il figlio Luca.
Intanto i finanzieri del Gico del Nucleo di polizia economico-finanziaria di Palermo mettevano i sigilli a beni, società e disponibilità finanziarie. Gli inquirenti gli contestano l’autoriciclaggio aggravato dall’avere «agevolato l’attività dell’associazione mafiosa». Ma per capire la portata dell’inchiesta bisogna tornare indietro. Gli investigatori ricostruiscono un sistema economico costruito nel tempo. Secondo i collaboratori di giustizia, Tamburello sarebbe uno dei grandi snodi. Vincenzo Spezia, storico esponente della famiglia mafiosa di Campobello di Mazara, ha raccontato ai magistrati gli intrecci tra Messina Denaro e Tamburello, sostenendo che risalirebbero «al 1983». Finora, spiegano gli investigatori, lo Stato è riuscito a sequestrare a Messina Denaro e ai suoi prestanome circa 4 miliardi di euro.
Ma gli inquirenti sono convinti che quella cifra rappresenti soltanto una porzione della reale disponibilità economica del boss morto dopo 30anni di latitanza. L’inchiesta è nata quasi per caso tre anni fa. Ad Agosto, a Madrid, un finanziere in servizio all’ambasciata italiana segnala al Gico di Palermo una situazione anomala: l’ex moglie di Tamburello, casalinga, risulta avere 12 milioni di euro in conti lussemburghesi e 1 milione e mezzo ad Andorra. L’intuizione avvia l’azione investigativa. Madre e figlio avevano aperto i primi conti ad Andorra nel 2005. Poi erano partiti i trasferimenti internazionali. Conti, società, partecipazioni, immobili, carte di credito, investimenti. Dal 2000 Tamburello e la moglie risultavano separati consensualmente. Lui aveva ufficialmente un’altra compagna. Ma il patrimonio familiare continuava a essere amministrato proprio dall’ex moglie e dal figlio, residenti fra Marbella e la Costa del Sol. Gli investigatori intercettano anche una preoccupazione. Madre e figlio avrebbero valutato di trasferire a Dubai parte delle ricchezze per sottrarle alle indagini. Non hanno fatto in tempo.
Non è una rissa degenerata, né un regolamento di conti.
Questa volta i baby latinos avrebbero colpito solo per dimostrare superiorità, per sbandierare la loro forza. Avevano il volto in parte coperto. E dopo l’aggressione sono spariti saltando su un treno diretto fuori città.
Sono dieci i ragazzi ricercati per la morte di Gianluca Ibarra Silvera, il ventiduenne accoltellato tra i binari della stazione Certosa, alla periferia nord di Milano. Le immagini delle telecamere, che gli investigatori della Squadra mobile e della Polfer stanno analizzando fotogramma per fotogramma, raccontano la fuga sotto i neon sporchi della stazione, proprio pochi istanti dopo la caccia collettiva e l’aggressione. Secondo una prima ricostruzione investigativa, Gianluca era insieme al fratello e al cugino quando il gruppo li ha circondati. E dopo l’accerchiamento sono volate bottiglie, sono spuntati coltelli, sono stati sferrati colpi in rapida sequenza. E alla fine, il fendente che ha trasformato il pestaggio in un omicidio. Arteria femorale recisa. Tecnicamente, sarebbe emerso dagli accertamenti medico-legali, non sarebbe stata una ferita «in sé potenzialmente mortale». Ma nel giro di pochi minuti l’emorragia è diventata inarrestabile, trasformando quel colpo in una condanna. Gianluca si è accasciato sulla banchina del binario sei ed è rimasto a terra mentre gli aggressori fuggivano verso i treni. Secondo gli investigatori gli aggressori avrebbero «agito come degli animali», poi avrebbero «gettato» il ragazzo «su un binario», come un oggetto di cui disfarsi. Gianluca morirà poco dopo all'Ospedale Fatebenefratelli senza mai riprendere conoscenza. Sulla fuga si è subito concentrata l’inchiesta, guidata dal procuratore aggiunto Elio Ramondini e dalla pm Bruna Albertini (coordinati dal procuratore Marcello Viola). La caccia è partita da lì. Ma anche da alcune deduzioni. Non sarebbero emersi elementi rispetto a «uno scontro tra gang», né di relazioni della vittima con gruppi criminali giovanili. Gianluca era incensurato. Seconda generazione ecuadoriana cresciuta a Milano. Ma senza contatti con quel mondo parallelo che ha incrociato martedì alle 22.30. Fuori dalla stazione, nel punto in cui il figlio è stato ucciso, il papà della vittima pronuncia parole che riportano Milano indietro di anni, nell’oscuro universo delle «pandillas» latinoamericane. «Ero qua prima che succedesse e ho riconosciuto uno di loro dai tatuaggi, è il capo dell’MS13». Il riferimento è alla Mara Salvatrucha, la gang salvadoregna diventata uno dei simboli mondiali della violenza urbana latinoamericana. Una sigla che a Milano era già emersa in passato nelle indagini sulle bande giovanili e che molti ricordano anche per la brutale aggressione a un capotreno avvenuta nel 2015. Poi aggiunge che il gruppo era armato: «Bottiglie e coltelli». E soprattutto pronuncia la frase che più ha creato interesse negli investigatori: «Questo è il loro territorio». La stazione.
Un confine da presidiare e da controllare. Un pezzo di periferia in cui il branco detta le regole. Poi arriva il dolore puro: «Vorrei che li prendessero quei bastardi». Il fratello di Gianluca e il cugino, finiti pure loro al centro del pestaggio, hanno assunto il ruolo di testimoni oculari. Il fratello, in particolare, avrebbe riferito agli investigatori della Squadra mobile di non conoscere gli aggressori, precisando che erano persone ignote anche a Gianluca. Parole che avrebbero trovato conferme nei terminali delle forze di polizia.
Il vicepremier e ministro dei Trasporti Matteo Salvini ha subito fatto sapere che il governo è «al lavoro per raddoppiare la presenza di militari, forze dell’ordine e personale di Fs Security che opera sui treni e nelle stazioni». Secondo il leader della Lega, «questa presenza va almeno raddoppiata, per stroncare una violenza quotidiana ormai diventata intollerabile». L’assessore lombardo alla Sicurezza, Romano La Russa, propone invece metal detector nelle stazioni, nelle metropolitane e nelle aree della movida. Una misura che servirebbe a contrastare «il fenomeno delle gang di sudamericani dedite a rapine violente, spaccio e aggressioni a coltellate o machete». Il sindaco di Milano, Beppe Sala, invece, continua a mantenere la sua posizione morbida e boccia l’idea come «una reazione buttata lì», chiedendosi «come si fa a non pensare cosa vuol dire nelle nostre stazioni mettere la gente in fila e impiegare 30-40 secondi per ogni persona che entra». E cerca di spostare l’attenzione: «È un problema non solo di Milano, c’è nel nostro mondo e c’è nel nostro Paese».
Solo qualche ora dopo è scoppiata una maxi-rissa alla stazione di Garbagnate Milanese. Due gruppi di nordafricani si sono fronteggiati a bastonate. Poi è partita una sassaiola contro un treno fermo in banchina. Un sasso ha ferito un giovane al volto, un altro ha mandato in frantumi un finestrino. La Polfer ha identificato 13 ragazzi tra i 19 e i 24 anni. Due i feriti non gravi e 5 contusi, tra cui un bambino di 9 anni.





