Dietro alle aggressioni alla stazione Termini di Roma ci sarebbe una gang di maranza. Per ora è un’ipotesi. Ma gli inquirenti che hanno messo insieme i filmati acquisiti dalle videocamere di sicurezza, sospettano che un gruppo di giovani nordafricani, in parte pregiudicati o con precedenti e in parte nati in Italia da genitori stranieri, si stia facendo largo, colpendo senza moventi apparenti. Spinti dalla voglia di controllare quella fetta di territorio che per lo Stato è zona rossa e uniti da una forma d’odio per gli occidentali.
Una teoria che ricorda da vicino quanto accaduto a Prato tra settembre e dicembre scorsi, dove Mohamed Amine Elouardaoui, 20 anni, è finito in una Rems (le strutture che hanno sostituito gli ospedali psichiatrici-giudiziari) per aver pestato e sfregiato dieci donne, scelte a caso, solo perché occidentali. E per questo gli inquirenti gli contestano anche l’aggravante dell’odio etnico. Anche il funzionario del ministero del Made in Italy mandato in ospedale (dove ieri ha ricevuto la visita del ministro Adolfo Urso), in coma farmacologico dopo il brutale pestaggio filmato in diretta dalle telecamere di sicurezza della stazione Termini sabato sera, sembra essere stato scelto a caso. Dopo l’aggressione aveva ancora addosso il portafogli con i documenti. La rapina, insomma, è esclusa. È qui che l’indagine cambia natura.
Il fascicolo, come ha ricostruito ieri l’Agi, è nelle mani del pm Nadia Plastina, un passato in Procura Antimafia e la gestione di fascicoli come quello sull’omicidio di Fabrizio Piscitelli, il «Diabolik» della Curva Nord. È stato il profilo di uno degli aggressori fermati ad aver fatto scattare una serie di accertamenti: Mohamed Mansy Mahmoud Elramady, 18 anni, egiziano con un provvedimento di espulsione non eseguito e precedenti per rapina, ricettazione e porto illegale di armi e oggetti atti a offendere. Dentro il branco non sarebbe una comparsa. Viene indicato come uno dei più attivi all’interno del gruppo che ha preso di mira il funzionario del Mimit. Con lui c’era Moslem Othmen, tunisino, 20 anni, che fra il 2024 e l’anno scorso si è ficcato nei guai altre due volte per rissa e spaccio di stupefacenti. Sono accusati di tentato omicidio. Ieri, per la stessa aggressione, sono stati fermati altri due tunisini: un ventenne con precedenti per furto, lesioni e resistenza a pubblico ufficiale, e un ventunenne con i documenti non in regola. I due, domenica, hanno derubato una donna di un cellulare in zona Ostiense. La polizia li ha inseguiti e bloccati. Per gli investigatori erano nel branco di via Giolitti: indossavano gli stessi abiti della sera prima. Chi indaga non esclude che i quattro siano in rapporti anche con il gruppo che un’ora più tardi ha rapinato della bici elettrica un rider tunisino (anche lui finito in ospedale). La vittima, però, non si era data per vinta. Ha radunato un po’ di amici e rintracciato gli aggressori in via Farini. Lì è arrivata la seconda scarica di violenza. Per rapina e lesioni aggravate sono stati fermati due connazionali del rider: Adem Raouafi, 22 anni, e Marwen Abid, 18. Uno con precedenti per droga e minacce, ma con regolare permesso di soggiorno, l’altro è un senza fissa dimora e irregolare sul territorio nazionale. Per i sei è stata chiesta la convalida del fermo.
Ma proprio mentre l’inchiesta prende corpo si consuma un’altra scena di violenza. Nel pomeriggio di ieri, sempre a Termini, un giovane somalo senza fissa dimora e con diversi precedenti penali ha aggredito due controllori. Era senza biglietto. E alla richiesta di esibire i documenti si è scagliato contro di loro.
- Termini choc: in poche ore massacrati di botte un funzionario del Mimit e un rider. Presa un’orda di stranieri: un tunisino con precedenti, un egiziano appena espulso (invano) e molti altri irregolari. Ma ormai è la norma.
- La città del dem Lepore allo sbando: in stazione due uomini Polfer sono stati aggrediti da un tunisino. In zona università un magrebino è stato «affettato» con lame e machete.
Lo speciale contiene due articoli.
Orbitavano da mesi intorno alla stazione di Roma. In piena zona rossa. Sono stranieri con precedenti. Uno di loro fresco di decreto di espulsione non eseguito. Nomi finiti in fascicoli che si accumulano. E che sabato sera hanno colpito di nuovo.
Due volte a distanza di un’ora. Alle 22 in punto, in via Giolitti, la strada che costeggia uno dei due lati dello scalo, quella dove si concentrano gli accessi pedonali ai binari e dove si intrecciano i movimenti di viaggiatori e pendolari a quelli di decine di stranieri, di pregiudicati e di predatori urbani, è finito nella roulette russa della stazione Termini un uomo di 57 anni. Un funzionario del ministero delle Imprese e del made in Italy che era uscito di casa per andare in farmacia. Viene puntato da un gruppo di stranieri. Le telecamere della stazione inquadrano la scena. Si vedono sette, forse otto persone che si dirigono verso la vittima.
Sembrano muoversi come un branco che ha scelto la preda. E quando sono a due passi dalla vittima, scatta l’aggressione. Non cercano il portafogli, non rubano nulla. Ma è un massacro. L’uomo, colpito ripetutamente al volto, finisce in coma farmacologico nel reparto di terapia intensiva del Policlinico Umberto I, con prognosi riservata: ha riportato la frattura della mandibola e diverse fratture. Un’ora dopo, a poche centinaia di metri, in via Manin, strada che costeggia una parte dell’Esquilino, tra palazzi residenziali e piccole attività commerciali, a ridosso di piazza dei Cinquecento, scatta la seconda scena di violenza. Stesso quartiere.
Stessa aria pesante che aleggia intorno alla stazione. Un rider tunisino di 23 anni viene aggredito mentre effettua una consegna. Botte. Sangue sull’asfalto. Il ragazzo cade, si rialza, prova a scappare. La bicicletta resta lì, abbandonata. Il rider, invece, finisce in ospedale, ma le sue condizioni sono meno gravi. Alcuni agenti sono riusciti a parlarci quasi subito per ricostruire con precisione le fasi dell’aggressione. Il movente in questo caso sarebbe un tentativo di rapina. Ma la brutalità è identica.
All’inizio gli investigatori hanno trattano i due episodi come distinti. Poi, però, le immagini, i movimenti, i volti, gli spostamenti dei gruppi, evidentemente hanno suggerito altro. «Non si esclude che i due fatti possano essere collegati», fanno sapere dalla questura. Scatta la caccia. Polfer, commissariato Viminale, Squadra mobile. Un dispiegamento che sembra quello di un rastrellamento. La zona di Termini si trasforma in un grande posto di blocco e viene setacciata per ore. Pattuglie che entrano ed escono dalla stazione, agenti che controllano documenti, tasche, zaini. Sedici persone vengono accompagnate all’Ufficio immigrazione per accertamenti. Una fila di volti che fotografa la marginalità dell’area cittadina dalla quale sono stati prelevati.
Per quattro di loro, risultati destinatari di provvedimenti di espulsione, si aprono le porte del Cpr di Ponte Galeria. Altri tre vengono fermati per fatti diversi, ma nello stesso contesto di caos: un quarantaseienne delle Mauritius che, si è scoperto, era latitante, inseguito da un ordine di carcerazione per reati di varia natura, un peruviano di 43 anni che durante i controlli ha danneggiato una volante polizia e un terzo straniero deteneva sostanze stupefacenti con finalità di spaccio. Due i denunciati. È il bollettino che racconta la serata fuori controllo in un’area in cui ogni accertamento fa emergere un mondo sommerso di irregolarità, precedenti e provvedimenti rimasti sulla carta.
Tutta l’attività investigativa, però, si è concentrata sui due pestaggi. Per quello subito dal funzionario del ministero la polizia ha fermato due giovani: un diciottenne egiziano con un curriculum che pesa quanto il suo fascicolo: rapina, ricettazione, porto di armi e oggetti atti a offendere. Ma, soprattutto, c’è un dettaglio che brucia: era già destinatario di un provvedimento di espulsione, emesso dal questore la scorsa settimana perché irregolare sul territorio nazionale. Non doveva essere lì sabato sera. Con lui finisce in stato di fermo un ventenne tunisino con precedenti per rissa, porto di oggetti atti a offendere, reati legati agli stupefacenti nel 2024 e nel 2025. Per entrambi l’accusa è pesantissima: tentato omicidio. Per l’aggressione al rider, invece, vengono fermati due tunisini (i provvedimenti sono già stati convalidati dall’autorità giudiziaria). Un ventiduenne, risultato detentore di un regolare permesso di soggiorno, ma con precedenti di polizia (molto recenti) per la violazione delle leggi sugli stupefacenti e per minaccia. E un diciottenne senza fissa dimora, irregolare e senza documenti.
Dalle immagini acquisite, però, emerge la presenza di altri stranieri. Alcune fonti sostengono che ci siano almeno una ventina di persone coinvolte ancora da identificare. Che al momento sembrano ancora solo delle ombre che scorrono sui monitor della videosorveglianza. Ombre di stranieri che si muovono intorno alla scena, che entrano ed escono dal campo visivo delle telecamere, che osservano, seguono e forse partecipano. E che qualcuno, negli uffici della Squadra mobile, sta cercando in queste ore di trasformare in nomi e cognomi. Perché sabato sera, nonostante quell’area fosse presidiata, hanno deciso di colpire. E lo hanno fatto ben due volte. Sotto gli occhi di una città che, ancora una volta, ha trovato conferma di quanto sia pericolosa l’area attorno alla stazione Termini.
Agenti picchiati, Bologna è un incubo
Due agenti della Polfer presi a pugni e testate in stazione e un giovane sfigurato a colpi di machete in pieno pomeriggio, nella zona universitaria. Ci aveva provato, nei giorni scorsi, il sindaco di Bologna, Matteo Lepore, a scaricare sul governo la responsabilità del feroce omicidio del capotreno di 34 anni, avvenuto lo scorso 5 gennaio, sempre alla stazione di Bologna. Ma questi due nuovi episodi, entrambi caratterizzati da una dinamica così violenta da mettere bene in evidenza il senso di impunità di chi li ha commessi, avvenuti in meno di 48 ore in due quartieri della città teoricamente già attenzionati proprio sul tema sicurezza, riportano tutti di colpo alla realtà.
Bologna soffre di un male chiamato «lassismo», tipico delle amministrazioni Pd, che passa attraverso i messaggi che la politica locale, con le sue mancanze più o meno inconsapevoli, lancia alla criminalità, sempre pronta ad assediare un territorio poco protetto. Un male che, di certo, non può trovare la sua cura soltanto nel numero di agenti impegnati per strada.
Ancora non si sono asciugate le lacrime versate dai colleghi ferrovieri per la morte del capotreno Alessandro Ambrosio, ucciso nel parcheggio dei ferrovieri di Trenitalia con un solo fendente alla schiena da Marin Jelenic, croato con precedenti su cui pendeva un decreto di allontanamento, che, ancora una volta, due agenti vengono assaliti mentre svolgono il loro lavoro all’interno dello scalo ferroviario. Nella notte tra sabato e domenica due uomini della Polfer addetti ai controlli di routine, hanno incrociato un giovane tunisino con precedenti per lesioni che, nel vederli avvicinare, si è innervosito. Quando gli agenti gli hanno chiesto di seguirli in ufficio per l’identificazione, l’uomo ha reagito con violenza: calci pugni e una testata al volto di uno dei due, mentre l’altro è stato ferito alla mano. Per quanto, probabilmente, in preda a chissà quali droghe, il giovane tunisino ha reagito con tanta violenza perché era infastidito da quei controlli, vissuti come una intromissione. E, dal suo punto di vista, non aveva tutti i torti. A Bologna tutti lo sanno: nessuno disturba più di tanto chi i propri affari loschi se li gestisce in zona stazione. Una sacca di tolleranza lasciata a sé stessa sperando che, così, il resto della città possa restare pulito.
E invece no. Nel pomeriggio di sabato, sempre a Bologna ma nella zona universitaria del centro storico, un ventenne di origine tunisina è stato trovato a terra in una pozza di sangue, gravemente ferito. Una vera e propria esecuzione su pubblica via: il volto sfigurato da due tagli profondi alla testa e alla guancia, il corpo devastato da colpi di machete e una lama ancora conficcata nella coscia. Una scena che ricorda, pericolosamente, quelle che si vedevano nella città di Ferrara prima del 2019, ossia prima che la giunta cambiasse colore, con l’elezione del sindaco leghista, Alan Fabbri, dopo oltre 70 anni di sinistra al potere. A Ferrara, quella che a lungo era stata sminuita come la conseguenza di una semplice «lotta tra bande per lo spaccio», si rivelò essere una caratteristica manifestazione della presenza attiva della mafia nigeriana che, nella città estense, aveva messo radici. Senza ovviamente che alcuna delle amministrazioni di sinistra susseguitesi negli anni, se ne accorgesse. «Chiedo al sindaco di istituire una task force di 100 agenti della polizia locale dedicati al presidio del territorio del centro e della zona della stazione», ha sollecitato Matteo di Benedetto, capogruppo Lega in Consiglio comunale a Bologna. Per Galeazzo Bignami, capogruppo alla Camera di Fdi, si tratta degli ennesimi episodi dovuti ad una «situazione determinata dalle scelte buoniste e permissiviste del Comune che hanno attratto a Bologna ogni genere di sbandati».
Non si conoscevano. Si sono incrociati per caso su una banchina della linea 2 della metropolitana di Milano, stazione Cimiano. Lei, Aurora Livoli, 19 anni, gli avrebbe chiesto qualche euro per comprare le sigarette. Lui, Emilio Gabriel Valdez Velazco, 57 anni, peruviano, in carcere per rapina, ieri, durante un interrogatorio a tratti surreale e zeppo di particolari, ha confessato di averla uccisa nel condominio di via Paruta.
È da lì che parte il racconto verbalizzato e poi ripetuto ai giornalisti dal difensore del peruviano, l’avvocato Massimiliano Migliara. Velazco viene interrogato nel carcere di San Vittore, dai pm Letizia Mannella e Antonio Pansa. Dice di aver abusato sessualmente della ragazza. Poi la confessione: «L’ho strangolata (come confermerebbe l’autopsia, che ha riscontrato la frattura dell’osso ioide), ma non mi sono accorto di averla uccisa». A quel punto, è sempre la sua versione, sarebbe uscito dal cortile una prima volta verso l’una della notte tra il 28 e il 29 dicembre per poi tornare indietro perché aveva dimenticato il cellulare. Sarebbe rientrato e rimasto lì fino alle 3, convinto che Aurora fosse ancora viva, «in dormiveglia». Tanto che l’avrebbe coperta con un giubbotto. Proprio quello trovato poggiato sul cadavere.
Una ricostruzione che gli inquirenti stanno radiografando. L’indagato ha spiegato che, dopo l’incontro in metropolitana, avrebbe condotto la giovane nel cortile del condominio di via Paruta. Le telecamere di sorveglianza documentano l’incontro, ma anche il tragitto successivo. In quel cortile, la mattina del 29 dicembre, Aurora viene trovata senza vita. Il difensore parla di «una reazione a cortocircuito». Dice che il suo assistito «non voleva ucciderla». Aggiunge che in quell’uomo c’è stata «una rottura con il senso della realtà». Un concetto che il difensore ribadisce: «Dal mio punto di vista, è emerso un notevole problema di percezione della realtà da parte del mio assistito».
A supporto della tesi difensiva c’è un frame che l’avvocato inserisce «tra gli elementi assolutamente incongrui»: lui è all’interno della metropolitana di Cimiano, il luogo in cui aveva commesso la tentata rapina, e «davanti a tutti i passeggeri», racconta il legale, «abbraccia Aurora e s’inginocchia». Durante l’interrogatorio, durato oltre tre ore, «non ci sono state esternazioni accentuate», valuta l’avvocato, aggiungendo: «Tutto è stato gestito bene dal punto di vista emotivo, ma si evidenziava una profonda disperazione di quest’uomo che si è reso conto a posteriori di quello che aveva fatto». Per ora, però, non c’è una richiesta formale di perizia psichiatrica. Anche se, anticipa Migliara, «è un interesse oggettivo di tutti accertare questo fatto». Velazco, sempre secondo quanto riferito dal legale, avrebbe agito «ubriaco e sotto effetto di cocaina». E forse era già sotto l’effetto di alcol e droga quando ha tentato la rapina ai danni di un’altra diciannovenne (anche lei peruviana), sempre in stazione. Per quell’episodio è già detenuto.
La Procura di Milano si prepara, quindi, a chiedere al gip la custodia cautelare in carcere anche per l’omicidio. I pm, che avevano valutato se contestare il nuovo reato di femminicidio, introdotto dalla legge in vigore da dicembre, una norma che punisce con l’ergastolo «chiunque cagiona la morte di una donna quando il fatto è commesso come atto di discriminazione o di odio verso la persona offesa in quanto donna», hanno poi optato per l’omicidio volontario aggravato e la violenza sessuale.
Ma è un altro l’elemento che fa riflettere. Velazco, nonostante una condanna già scontata per violenza sessuale, risultava incensurato nel casellario. Ed era libero. Qui la versione del difensore diventa sorprendente. «Non ci sono colpe», afferma, «ma delle disfunzioni nel sistema perché abbiamo un casellario che lavora con una metodologia ottocentesca. Basta inserire una lettera sbagliata e risulta negativo, poi ci sono i problemi di aggiornamento». Nessuna responsabilità sulla mancata espulsione? «Il mio assistito», afferma l’avvocato, «non è stato espulso perché ha un fratello e una sorella che sono cittadini italiani, quindi non c’è stata una negligenza. Un conto è il respingimento della richiesta di un permesso di soggiorno, un altro è l’esecuzione di un’espulsione». Parole che, però, non cancellano il quadro complessivo. Velazco, identificato in Italia con un alias, aveva precedenti per violenza sessuale: una nel 2019 ai danni di una diciannovenne a Milano, per la quale era stato arrestato e condannato, un palpeggiamento a una quarantenne a Cologno nel 2024 e, nel giugno 2025, lo stupro di un’altra diciannovenne in un appartamento, sempre a Cologno, episodio per cui, pur identificato e indagato, era rimasto a piede libero in attesa degli sviluppi giudiziari. Ma, sostiene l’avvocato, aveva già scontato una pena «in modo più che positivo», concludendo «con una misura alternativa che gli dava dei margini di libertà».
Dello scollamento dalla realtà non devono essersi accorte, però, né la compagna né la figlia della donna, con le quali Velazco viveva. «Io e mia madre», ha affermato la ragazza, «non ci siamo mai accorte di nulla, non sapevamo che fosse ritenuto pericoloso». Con loro si sarebbe comportato sempre in modo corretto: «Era tranquillo, portava la spesa, accompagnava mia madre a lavoro». Racconta l’arresto, avvenuto mentre stava andando a prendere l’autobus con la madre: «L’hanno preso lì, alla fermata». E chiude con una frase netta: «Non tornerà mai più in questa casa».





