- Ad Ancona parroco scrive al sindaco e al prefetto: «Usano ampolle dell’acqua santa per drogarsi. Girano anche coltelli con lunghe lame».
- A Sarzana, nello Spezzino, un extracomunitario fotografato mentre sta arrostendo un micio in un parco per bambini. Rischia 4 anni di carcere e 60.000 euro di multa.
Lo speciale contiene due articoli
Il sagrato non è più la linea di confine. I maranza hanno preso il controllo dei locali e dell’esterno. Fuori spacciano droga, anche pesante, dentro la consumano. La chiesa di Santa Maria delle Grazie, ad Ancona, è diventata una zona franca. Il grido di dolore di don Samuele Costantini, che amministra questa chiesa dal 2020, è arrivato in Prefettura. Un tentativo disperato di salvare la sua parrocchia ormai fuori controllo, prima di dichiarare la resa a quelli che anche lui chiama ormai «maranza». Giovanissimi, spiega don Samuele, «tra i 16 ed i 20 anni, di diverse nazionalità», che starebbero cercando di prendersi quel pezzo di territorio. Il quadro denunciato è netto. È un’occupazione. «Giovani che si ubriacano, che si drogano, che bestemmiano o fanno a botte, che fanno i bisogni sulle pareti della chiesa o rompendo vetri e balaustre». Non è degrado. Ma una sequenza precisa di comportamenti. Nelle siepi, sotto i vasi, i parrocchiani hanno trovato anche dei coltelli. Non erano finiti lì per caso. Ma oggetti pronti «per la prossima rissa». Una delle tante. Come quella di «qualche sera fa», che ha richiesto l’intervento della polizia e di un’ambulanza. Poi, però, terminata l’emergenza tutto torna come prima. I maranza riprendono a ronzare attorno alla chiesa.
Il resto della lettera, rivolta anche al sindaco di Ancona Daniele Silvetti e al vescovo Angelo Spina (e anticipata ieri dal Corriere adriatico) è una lista degli accadimenti: preservativi usati ed escrementi lasciati sul sagrato, boccette d’acqua santa sparite, scritte blasfeme sui muri. E soprattutto la droga. Non solo marijuana ma, denuncia il parroco, anche il più pericoloso crack, che i maranza spaccerebbero abitualmente alla luce del sole. Davanti a fedeli, anziani, famiglie e ragazzi dell’oratorio. L’ipotesi che avanza il sacerdote è questa: «Non penso che si tratti di persone del quartiere, ma che si siano spostati qui dopo il giro di vite operato in altre zone della città». I controlli disposti in centro (dove da un paio di anni si registrano risse, aggressioni e pestaggi) avrebbero consigliato ai maranza di spostarsi verso un’area più periferica. Verso un «luogo sicuro», spiega il sacerdote, «dove possono agire indisturbati». E, così, se li è ritrovati sull’ampio terrazzo che delimita l’area davanti all’ingresso della chiesa. La paura entra dalle porte laterali. «I residenti si lamentano» e «alcuni fedeli hanno ormai anche paura a venire a messa». La conseguenza è semplice: si smette di frequentare. La comunità arretra. Il luogo si svuota. E quello spazio viene riempito da altro. «Non è possibile andare avanti così», denuncia don Samuele. La richiesta è esplicita: «Un aiuto costante dalle forze dell’ordine e dalle istituzioni». Mentre tra i parrocchiani c’è chi avrebbe suggerito una blindatura: «Chiudere con cancelli tutta la zona». Ma don Samuele non l’ha presa in considerazione. «Non me la sento». Per i costi, che sarebbero elevati. Ma soprattutto per il significato: «Verrebbe meno quel senso di apertura al mondo che un luogo sacro dovrebbe avere». È qui che il conflitto diventa netto: apertura contro difesa. Il problema però è esteso anche ai locali attorno. «Il piazzale», scrive il sacerdote, «è divenuto luogo di ritrovo di gruppi di giovani che minano la sicurezza pubblica». Il circolo dell’oratorio registra gli stessi movimenti. I maranza entrano nel bar del circolo, chiedono di usare il bagno, poi si chiudono dentro per mezz’ora. I responsabili hanno capito subito: «L’altro giorno», è una delle testimonianze raccolte ieri dal Corriere adriatico, «è uscito uno di questi ragazzi e si stropicciava continuamente il naso». Oppure lasciano all’interno una densa nube di fumo. Poi, fuori, vengono trovate le boccette usate per contenere l’acqua benedetta. Le svuotano e le usano per fumare crack. In altre occasioni «chiedono di consumare e poi rubano la merce». La domenica delle Palme è ormai un episodio emblematico: «Don Samuele è dovuto uscire fuori a chiedere ai ragazzi di allontanarsi dal sagrato». Motivo: «L’odore degli spinelli arrivava fin dentro la chiesa, insieme alle urla e alle imprecazioni». Qualche giorno dopo qualcuno è entrato, ha lanciato le sedie per aria e buttato in giro un po’ di cose. «Non è una bravata», dicono i parrocchiani. In molti l’hanno presa come un avvertimento. E poi c’è il coltello. «Da cucina, con una lama che faceva paura solo vederla», raccontano. Il clima, insomma, rappresenta il sacerdote nella lettera sarebbe diventato «fortemente intimidatorio». E chiunque «richiami» i maranza «viene insultato». Si è anche «verificato un alterco poi degenerato in una colluttazione fisica». L’uomo più esposto resta, però, il parroco. Quando cerca di parlarci viene deriso o insultato, spesso circondato da risate e provocazioni, con la sensazione che ogni parola scivoli via senza lasciare traccia, in un clima in cui il confronto è diventato impossibile e il rispetto un’eccezione.
Nigeriano uccide e «cuoce» un gatto
A due passi dagli scivoli e da altri giochi dell’area bambini, un clandestino nigeriano si stava per cucinare un gatto appena ucciso. Il barbaro banchetto nel parco pubblico della Crociata a Sarzana, provincia di La Spezia, è stato notato da alcuni passanti che hanno avvertito i carabinieri. L’uomo aveva improvvisato un fornelletto sul quale arrostire la povera bestia, forse un randagio di qualche colonia delle vicinanze o un micio del quale un proprietario potrà denunciare la scomparsa. Ci auguriamo che nessun bambino abbia assistito alla scena.
«Un gesto atroce e inaccettabile in una società civile», l’ha definito Stefano Torri, assessore alla Sicurezza del Comune ligure. «È ora che questa gente torni a casa propria: basta orrori tribali a casa nostra», ha tuonato il senatore della Lega Manfredi Potenti, responsabile del dipartimento Benessere animale. Le immagini sono state commentate con orrore sui social, dove continuano a circolare.
Da «cavernicoli», a comportamenti «non compatibili con la nostra società, è un dato di fatto», al sarcastico «massì, qualcuno di sinistra giustificherà il fatto in quanto il nigeriano non sapeva che in Italia non si possono uccidere i gatti»; da «ma perché non si mangiano tra di loro?», alla condanna per la non reazione dei cittadini che «hanno assistito alla scena e hanno filmato, nessuno lo ha fermato, nessuno ha preso un bastone e glielo ha spaccato nelle ginocchia, siamo buoni sono a filmare, siamo diventati un branco di pecore con il cellulare sempre in mano. Che vergogna».
Di fatto, in un parco cittadino un nigeriano si è alzato dal giaciglio dove era accampato e ancora scalzo (come si vede dalle immagini), indisturbato ha «svoltato» la giornata uccidendo un micio (meglio non chiedersi in quale modo) e lo ha buttato sulla graticola. Non certo per fame, abbondano mense che offrono pasti e alimenti da asporto per garantire la copertura dei bisogni delle persone senza dimora.
Quel gesto crudele non voleva soddisfare un bisogno di cibo, ma un istinto barbaro che non intende sottomettersi alle regole civili. Era già capitato qualche anno fa a Campiglia Marittima (Livorno), che un altro africano fosse stato ripreso mentre arrostiva un gatto in mezzo alla strada, di fronte alla stazione ferroviaria. A fine giugno 2020 il video di quelle zampette protese, mentre il fuoco bruciava l’animale di compagnia trasformato in spiedo, aveva sconvolto le persone normali.
Non certi esponenti di sinistra, che si scatenarono a criticare Matteo Salvini perché aveva osato condannare il gesto del ventenne, originario della Costa d’Avorio. Due anni prima, nel febbraio del 2018 un nigeriano di 29 anni aveva scuoiato, fatto a pezzi e cotto un cane nel Centro di accoglienza di Briatico a Vibo Valentia, in Calabria. Tentò di giustificarsi, dicendo che nel suo Paese questa era l’abitudine e che comunque il cane l’aveva trovato già morto. Le immagini di quei moncherini lasciati a terra, arrostiti, risultarono insopportabili.
Dopo l’ultimo episodio in Liguria, è intervenuta Michela Vittoria Brambilla presidente della Lega italiana difesa animali e ambiente e dell’Intergruppo parlamentare per i diritti degli animali e la tutela dell’ambiente: «Non possiamo tollerare che, nel nostro Paese, avvengano simili episodi, soprattutto quando i responsabili sono persone che evidentemente non rispettano né le nostre leggi né la nostra civiltà».
Ha aggiunto: «Per questa ragione ci accerteremo che il criminale che ha compiuto questo barbaro gesto venga punito in base alla legge Brambilla, che per l’uccisione con crudeltà prevede fino a quattro anni di carcere e 60.000 euro di multa, sempre abbinati, e che - ove ne ricorrano i presupposti - vengano immediatamente avviate le procedure di espulsione».
L’uomo è stato denunciato, hanno fatto sapere le forze dell’ordine. Siamo quasi certi che il nigeriano non finirà in carcere né verrà espulso, troverà qualche giudice indulgente. Quanto alla multa, è evidente che non sarà in grado di pagare la minima sanzione.
Il Consiglio superiore della magistratura durante il plenum di ieri ha promosso Iolanda Apostolico: settima valutazione di professionalità. Venti favorevoli, sei contrari, cinque astenuti.
Scatto di carriera. Postumo, però. Perché la giudice nel 2024 si è dimessa dopo le polemiche per la disapplicazione del decreto Cutro e per un video che la immortalava alla testa di una manifestazione pro-migranti e contro l’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini. Una promozione a carriera finita. Sembra un paradosso, ma è un passaggio tecnico rispetto alla progressione economica dei magistrati. Gli scatti non sono tutti uguali: c’è quello economico, che incide sullo stipendio, e quello funzionale, che apre la strada a incarichi più rilevanti. In questo caso inciderà sulla pensione dell’ex toga salva-migranti.
Non ci gira attorno la consigliera laica Claudia Eccher: «Indipendentemente dal fatto che la Apostolico abbia lasciato la magistratura, il nostro dovere è valutare nel merito il quadriennio di servizio seguendo le leggi e le circolari del Csm. La settima e ultima valutazione di professionalità non è un mero passaggio burocratico, ma determina un avanzamento sia professionale che economico, con riflessi diretti anche sul trattamento pensionistico e di fine rapporto». E arriva al punto: «Nel caso della Apostolico si riscontra una carenza sul prerequisito dell’indipendenza. Non si contesta il diritto ad avere opinioni politiche, ma la scelta di manifestarle in un contesto di contrapposizione frontale con le autorità di pubblica sicurezza e con le scelte del governo, proprio su una materia che rientra nelle sue specifiche competenze funzionali».
Il togato Tullio Morello spiega perché il Csm ha votato a favore della ex collega: «Le sue idee non hanno influenzato la decisione giurisdizionale. Se nelle motivazioni fosse emerso un pregiudizio, allora potremmo discutere della sua imparzialità». Il Consiglio però si è spaccato. Il laico Enrico Aimi è stato duro: «Doveroso esprimere una posizione critica rispetto alla proposta di riconoscere alla Apostolico il superamento della settima valutazione di professionalità. Non può essere un automatismo, ma richiede una verifica rigorosa e sostanziale del permanere dei requisiti fondamentali, ovvero indipendenza, imparzialità ed equilibrio. Nel caso di specie, tali requisiti appaiono meritevoli di un approfondimento ben più incisivo».
Dopo la partecipazione alla manifestazione filmata, «il magistrato», secondo Aimi, «avrebbe dovuto astenersi dalla trattazione di procedimenti in materia di immigrazione». «Non basta essere imparziali, bisogna anche apparirlo, perché la credibilità della giurisdizione si fonda sulla fiducia dei cittadini», ha ricordato la consigliera Isabella Bertolini, aggiungendo: «Proprio per questo ho sottolineato che questi principi impongono rigore, coerenza e senso del limite, soprattutto quando si toccano temi sensibili o esposti al confronto pubblico». Infine, un colpo al Consiglio: «La decisione del Csm rappresenta, a mio avviso, un’occasione persa. Si poteva, e si doveva, aprire una riflessione vera sul modello di magistrato che vogliamo, non solo tecnicamente preparato ma capace di incarnare fino in fondo terzietà, misura ed equilibrio. Senza questa chiarezza, il rischio è quello di indebolire la percezione stessa di imparzialità della magistratura. Oggi il Csm sul caso Apostolicoha dato l’ennesima pessima prova».
Prima di terminare la sua vita sulla pista ciclabile della Darsena di Ravenna, area urbana marginale tutta capannoni dismessi ed ex strutture industriali, Moussa Cisse, il senegalese di 29 anni trovato con la gola tagliata, era passato per il reparto di Malattie infettive del Santa Maria delle Croci.
Qui, quando ancora tre degli otto medici poi indagati non erano stati sospesi dal giudice e agli altri non era stato impedito di occuparsi della burocrazia migratoria (per dieci mesi), era entrato in una lista speciale. Cisse era uno degli stranieri che avrebbe beneficiato di quei 34 certificati al centro dell’indagine della Procura sui medici anti Cpr. Documenti ritenuti falsi in base alle verifiche degli investigatori della Squadra mobile all’interno di un’inchiesta coordinata dai pm Daniele Barberini e Angela Scorza. Quando Cisse, immigrato da trattenere in un Cpr in attesa della sua espulsione, fu sottoposto alle analisi del sangue e del torace non saltarono fuori patologie. Nessun elemento clinico significativo. Il medico che si occupò della sua posizione, però, emise una valutazione di inidoneità. Con una decisione motivata in modo generico (l’incompletezza degli esiti, il tempo ritenuto insufficiente per un approfondimento clinico), Cisse è stato sottratto dal trattenimento in Cpr ma non tolto dalla strada. «L’indisponibilità di dati sanitari per omesso espletamento dei dovuti accertamenti», è stata la ramanzina del gip per i dottori anti-sistema, «non giustifica l’emissione di un certificato d’inidoneità», dato che «il compito del medico è proprio quello di accertare l’esistenza di patologie incompatibili con la vita in comunità ristretta». E il mancato approfondimento delle visite non può essere giustificato con la mancanza di tempo «atteso che nessuna disposizione ha introdotto un termine perentorio entro il quale il sanitario deve emettere la valutazione». Quel certificato ha lasciato Cisse nella sua zona grigia da clandestino in fase di espulsione, irrimediabile dal punto di vista burocratico e caratterizzata da precarietà e abbandono. Una condizione nella quale il disagio si accumula e può esplodere. Ma erano i giorni della protesta, suggerita dalla Società italiana di medicina delle migrazioni, che a Malattie infettive del Santa Maria delle Croci aveva conquistato quasi tutto il reparto. I certificati, ha ricostruito l’inchiesta, venivano stilati «in un’ottica di aperta contestazione del sistema di gestione dell’immigrazione clandestina».
Chi ha firmato il certificato, però, non deve essersi chiesto se Cisse, invece di seguire il regolare iter disposto dalle autorità, sarebbe poi finito tra altri senza dimora che trovano riparo nei dormitori improvvisati della Darsena. Rifugi. Ma anche punti di incontro e di tensione. Gli stessi davanti ai quali l’altra notte è cominciata la colluttazione. L’altra figura di questa storia è un trentaseienne del Mali, Dambelé Kedjougou Madi. È ricoverato con ferite da arma da taglio. I carabinieri del nucleo investigativo, coordinati dal pm di turno Ylenia Barbieri, sospettano che sia l’autore dell’accoltellamento. E ieri gli hanno notificato un provvedimento giudiziario di fermo con l’accusa di omicidio volontario aggravato dai futili motivi. Madi rimarrà piantonato nella sua stanza d’ospedale. Poi, come disposto dall’autorità giudiziaria, quando le sue condizioni lo permetteranno, verrà accompagnato in carcere. A differenza della vittima risulterebbe regolare sul territorio italiano. Avrebbe colpito Cisse al collo con un oggetto tagliente, forse un coltello (che al momento non è stato trovato). E mentre la vittima, dopo essersi trascinata per alcune centinaia di metri lungo via Antico Squero, si è accasciata vicino alla cancellata dell’Autorità portuale, Madi, ferito alla testa con un corpo contundente, è stato trovato poco più avanti, proprio alla fine della Darsena. L’ipotesi più accreditata è quella di un litigio. Un contrasto nato tra due uomini che frequentavano gli stessi edifici abbandonati. Una tensione cresciuta dentro uno spazio senza regole, senza protezioni e senza mediazioni. Le «minuziose attività di sopralluogo e repertamento», fanno sapere i carabinieri, avrebbero permesso di ricostruire la dinamica, indirizzando le indagini verso il sospettato. Entrambi, stando ai testimoni, venivano visti al «servizio docce e ristoro» dell’Opera di Santa Teresa. Quello era l’unico luogo in cui Cisse aveva piccoli momenti di vita sociale. Tanto che ieri una ragazza italiana che lo conosceva è arrivata sulla Darsena per lasciare dei fiori e un biglietto. Lì, però, ha trovato il suo ex, un ventiseienne senegalese indagato per stalking, con divieto di avvicinamento e braccialetto elettronico. È scattato un arresto per violazione della misura cautelare e una denuncia per gli oggetti atti a offendere che lo straniero aveva nello zaino. Lo stesso spazio marginale, la Darsena, si conferma un punto che raccoglie storie diverse, ma segnate dal disagio.





