- Aggressione choc in una scuola media di Trescore (Bergamo). Lo studente con la maglia «vendetta». Ora andrà in comunità.
- Per il Codice, l’imputabilità dei minori scatta dai 14 anni: prima sono incapaci di intendere e di volere. È invece possibile un procedimento amministrativo che disponga misure rieducative. Fari sulla famiglia.
Lo speciale contiene due articoli.
Il corridoio dell’istituto Leonardo da Vinci di Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, è ancora silenzioso alle 7.45 del mattino. I collaboratori scolastici a quell’ora sono già presenti e comincia ad arrivare qualche insegnante. È il segmento di tempo che separa dalla campanella.
Uno dei ragazzi, però, è appena entrato: 13 anni, terza media, un telefono acceso e appeso al collo. Ha un coltello con una lama affilata da un lato e seghettata dall’altro e, nello zaino, una pistola scacciacani. Pantaloni mimetici, maglietta bianca con una parola stampata in rosso: «Vendetta». Non per moda. È una dichiarazione portata sul petto.
Davanti alla classe, la Terza A, al primo piano dell’istituto, si scaglia contro la professoressa di francese, Chiara Mocchi, 57 anni. Per tutti «una professionista stimata, seria e dedicata agli alunni». Per i colleghi «una persona squisita». Per gli studenti «una prof severa ma bravissima». Rsu della Cisl, lavorava con passione. Aveva insegnato anche all’università di Bergamo come lettrice di francese. Poi, al concorso, la scelta delle medie. Sul suo canale YouTube registra lezioni, racconta progetti. Uno su tutti: «l’Expolangue Française», una mostra costruita ogni anno con gli studenti, dedicata alla francofonia. Mappe, città, personaggi. Nel 1995 vince il primo premio al concorso di Poesia giovane del gruppo artistico Fara Stabile di Bergamo. Pubblica «Ombre e forme». Scrive saggi. Ma la sua vita è la scuola.
Il tredicenne che dichiara vendetta (non imputabile per l’età) sistema il cellulare, avvia la diretta Telegram e affonda il coltello. In un istante va in frantumi la routine, la fiducia, la percezione di sicurezza. Lei mette le mani avanti, tenta una difesa. Due fendenti vanno a segno. Al collo e all’addome. Il sangue schizza. La prof si accascia. Un’aggressione in diretta. Premeditata. La violenza e la sua rappresentazione insieme, da influencer del male.
La prof viene soccorsa, trasferita in elisoccorso all’ospedale Papa Giovanni XXIII. Viene applicata la tecnica «Blood on board»: una trasfusione in volo. «Questa procedura», spiegano i sanitari, «ha permesso di stabilizzare i parametri vitali della donna prima ancora dell’arrivo in Pronto soccorso». Poi, le due ore in sala operatoria. Dall’ospedale spiegano: «La paziente è in Terapia intensiva in prognosi riservata». Le condizioni sono «serie», ma non farebbero temere il peggio.
Un professore e due collaboratori scolastici fermano il ragazzo, lo disarmano, lo trattengono e poi lo consegnano ai carabinieri. Le lezioni per gli altri ragazzi sono andate avanti, nonostante l’ambulanza davanti alla edificio dell’istituto e l’atterraggio dell’elicottero. Per i compagni del tredicenne, invece, arrivano gli psicologi. Appena si diffonde la notizia i genitori si radunano fuori dalla scuola. Qualcuno chiede di far uscire prima i figli. Una madre racconta: «Abbiamo saputo cosa è accaduto da un messaggio della rappresentante di classe e sono corsa per vedere come sta mia figlia». Poi aggiunge: «Sappiamo che solo tre ragazzi hanno assistito». Tre testimoni. Oltre a chi stava seguendo la diretta, da qualche altra parte, dietro a uno schermo.
I carabinieri lavorano sul movente. Un campo minato. Il chiacchiericcio da adolescenti alimenta varie ipotesi: vendetta per brutti voti, contrasti in classe, un episodio in cui la docente avrebbe preso le difese di un altro studente, una nota sul registro elettronico. Bisognerà verificarle tutte. Chi indaga, però, ritiene che si tratti di «un gesto isolato» ed esclude «finalità terroristiche». Anche se i dettagli che emergono sembrano complicare il quadro. Il telefono usato per filmare. I profili TikTok con video su come assemblare ordigni. E poi le perquisizioni nelle abitazioni dei genitori (ascoltati anche loro come persone informate sui fatti), una delle quali eseguita in un Comune a poca distanza (il ragazzo si era trasferito solo da qualche anno a Trescore Balneario con la mamma). Sono saltati fuori materiale potenzialmente esplosivo e prodotti chimici. Gli artificieri portano via tutto per le verifiche. Per cercare di capire se qualche segnale c’era già prima vengono acquisiti anche i diari, i quaderni. Sequestrati anche i supporti elettronici che usava il ragazzo. Lo zaino era già tra i reperti. Come il coltello. Come la pistola scacciacani. Tutti oggetti finiti in un lungo elenco.
Gli inquirenti dovranno decidere fin dove spingersi in ricerche e analisi. Perché quando è un minorenne l’autore di un reato anche le tecniche investigative devono adattarsi. La scena si sposta all’improvviso nella caserma del paese, al Comando stazione carabinieri, dove, con tutte le garanzie previste dal codice, viene interrogato l’aggressore.
La Procura per i minorenni di Brescia, guidata da Giuliana Tondina e competente su quel territorio, ha già aperto un fascicolo e disposto di affidare il ragazzo a una comunità protetta. Non per punizione, ma per cautela. Poi ha delegato i carabinieri per l’ascolto dei colleghi della vittima. Il ragazzino, dalle prime indagini, non sarebbe mai stato segnalato. E neppure i genitori. O, almeno, è quello che gli investigatori ritengono di poter comunicare alla stampa. Le formule sono caute, filtrate, perché quando c’è di mezzo un minorenne il perimetro delle informazioni inevitabilmente si restringe. Una barriera viene alzata davanti alle richieste di informazioni sul passato, sui trascorsi, sulla personalità.
Trapela, però, che a scuola, negli ultimi tempi, pare ci sia stato parecchio trambusto. Uno spintone tra compagni di classe avrebbe prodotto la frattura di un braccio e vari altri episodi che vengono descritti come «ragazzate» sarebbero stati segnalati al dirigente scolastico.
L’istituto, però, viene descritto come un luogo tranquillo e controllato. Nulla, fino a ieri, avrebbe fatto prevedere qualcosa di così grave. Eppure, lui, che sembra ancora un bambino (la sua foto rimbalza da ieri mattina di chat in chat), è riuscito a trasformare il corridoio della scuola in una scena splatter.
Le bottiglie, dopo la vittoria al referendum, i magistrati le hanno stappate da Milano a Reggio Calabria (con il procuratore di Reggio Calabria in prima fila). Ma i video che hanno fatto più discutere sono quelli della della festa dell’Associazione nazionali magistrati di Napoli, che hanno fatto il giro del Web, suscitando qualche dubbio sulla terzietà e sull’indipendenza di questi magistrati così incontenibili nei festeggiamenti.
Tra un «Bella ciao» cantato a squarciagola e un «Chi non salta Meloni è», ci ha colpito anche un coretto identico dedicato a una giovane pm di Santa Maria Capua Vetere, Annalisa Imparato, considerata troppo vicina alla destra, oltre che frontwoman della campagna a favore del Sì al referendum. Di fronte a uno spettacolo così poco istituzionale il presidente dimissionario dell’Anm Cesare Parodi ha preso le distanze a modo suo: «Se è stato un gesto estemporaneo dopo una lunga tensione, credo che sia quantomeno umanamente comprensibile anche se io certamente non l’avrei fatto». Nei filmati si vede una scatenata Emilia Galante Sorrentino cantare, mentre si riprende con il telefonino, il coretto contro la collega Imparato. Nella vita di tutti i giorni si occupa di minorenni. Ma mostra entusiasmo, con tanto di bottiglia di bollicine in mano, anche l’ex consigliere del Csm Antonello Ardituro, in abito blu. Tra il 2014 e il 2018 è stato componente del Csm e interlocutore privilegiato, in rappresentanza della sinistra giudiziaria, di Luca Palamara quando venivano discusse le nomine. In una chat dell’epoca l’ex presidente dell’Anm, messaggiando con altri due consiglieri e con un magistrato napoletano, arrivò a lamentarsi del collega con queste parole: «Fra poco Ardituro ci dirà come andare a pisciare nei bagni della Procura». Oggi lo stesso Ardituro lavora alla Direzione nazionale antimafia, sotto la direzione di Giovanni Melillo, per la cui nomina a procuratore di Napoli si spese con zelo, riuscendo a farlo prevalere contro Federico Cafiero De Raho, attuale deputato del Movimento 5 stelle.
In uno dei video della festa si vede in prima fila pure Pierluigi Picardi, maglioncino verde, ex presidente del Tribunale di Napoli Nord. Grida «Bella ciao» anche il giudice Lucia Esposito, bionda e occhialuta. Vicino a lei, in completo grigio, sorridente (sotto i baffi) e canterino c’è Luigi Landolfi, ex pm Dda, oggi alla Pubblica amministrazione, oltre che ex membro del Consiglio giudiziario. Festeggia pure con la sua bella chioma argentea Maria Teresa Orlando, della Procura europea, sezione napoletana. Saltano Carla Sarno, gip di Napoli, con una sgargiante camicia rossa, Armando Bosso, pm di Santa Maria Capua Vetere e attuale componente del Consiglio giudiziario, e Diego Di Nardo, giudice casertano e membro della giunta esecutiva «sezionale» dell’Anm di Napoli. Tra i partecipanti alla festa anche altri nomi importanti, come quello del procuratore generale Aldo Policastro che, tra i primi, aveva acceso il clima della campagna referendaria, associando la riforma al Piano di rinascita nazionale della P2 di Licio Gelli. Con lui anche la sua vice, Simona Di Monte, avvocato generale. Intercettati al toga party pure Vincenzo Caputo, presidente di sezione in Tribunale e i consiglieri di Corte d’Appello Furio Cioffi e Gerardo Giuliano, quest’ultimo figlio di Pasquale, per quattro legislature parlamentare di Forza Italia ed ex sottosegretario. Giuliano era vicepresidente del comitato, ma secondo una nostra fonte, durante la bagarre, sarebbe rimasto più defilato. Bontà sua.
Le cronache hanno registrato anche la presenza di diversi giudici (sulla carta imparziali e terzi) come Rossella Marro (già dirigente della corrente di Unicost), Leda Rossetti (segretaria distrettuale dell’Anm, che, via mail, ha convocato i colleghi all’incontro) e Rosa De Ruggiero. Il Mattino ha raccontato le lacrime di commozione di Alessandra Maddalena, ex presidente dell’Anm. Ovviamente era presente alla festa il presidente della sezione territoriale del comitato «Giusto dire No», il canuto Ettore Ferrara, magistrato in pensione.
Sfruculiando i social si scopre che in Campania le toghe anti riforma sono davvero agguerrite. Ida Teresi, pm antimafia a Napoli, per esempio, nei giorni scorsi, ha rilanciato un post con questo titolo: «Crozza, sono per la separazione delle carriere… o fai il politico o fai l’imputato». Il contenuto condiviso è quello di una satira televisiva costruita sul caso di Andrea Delmastro. Il segnale politico è evidente ed entra nel flusso della comunicazione social di una toga in servizio. Degno di nota anche il post del 7 marzo di Gea Cozzolino, sostituto procuratore generale a Napoli: «Una delle migliori qualità di questo governo? La coerenza!». Il motivo? «Si sono vantati di aver introdotto una norma che punisce i genitori per violazione del dovere di istruzione nei confronti dei figli anche la perdita della potestà genitoriale, poi, però, quando ciò accade tuonano contro i magistrati che applicano le loro leggi». Ogni riferimento alla famiglia del bosco è puramente voluto.
Il 13 marzo l’affondo è diretto: «Chi invoca l’imparzialità dei magistrati e stigmatizza l’influenza delle correnti politicizzate, per essere credibile, dovrebbe dimostrare prima di tutto la sua distanza dalla politica». Il riferimento, diretto, è alla collega di Santa Maria Capua Vetere Annalisa Imparato, che definisce «testimonial per il Sì». Subito dopo richiama una «consulenza in Senato da 2.000 euro al mese bloccata dal Csm». E definisce la collega come «assai vicina alla destra di governo». Una colpa imperdonabile su cui Cozzolino sembra ben informata: «Per dire, qualche mese fa era sul palco di Atreju, accanto ad Arianna Meloni, a parlare di violenza sulle donne. Meloni della quale si era già “occupata” nell’estate 2024 quando, in qualche maniera, Imparato contribuì ad alimentare la bufala del complotto dei magistrati contro la sorella del premier, su una fantomatica inchiesta che in realtà non è mai esistita». Il 16 marzo Cozzolino ha pure attaccato la trasmissione di Nicola Porro: «Da Porro c’è la Meloni da sola senza contraddittorio! E la legge sulla par condicio? Spero che gli italiani capiscano l’importanza di questo referendum».
Ma sulle chat dei magistrati del Sì, costretti a difendersi dagli attacchi dei colleghi vincitori, iniziano a circolare anche i duri attacchi di colleghi di altre zone d’Italia. L’ex segretario dell’Anm, il progressista Luca Poniz, oggi sostituto procuratore generale a Milano, sui social va all’assalto dei legali italiani. Per lui l’esito delle urne ha«travolto un’intera classe dirigente dell’avvocatura, impegnata in un’irresponsabile campagna di violenta delegittimazione della magistratura, in ciò spesso alleata con le posizioni più estreme e non di rado volgari». Il bersaglio è chiaro: le associazioni forensi, accusate di aver giocato una partita politica e di «modesta rappresentatività numerica (4% dell’avvocatura)». L’attacco prosegue: «Si sono mostrate per almeno 25 anni fortemente collaterali a posizioni politiche chiare, e in questa campagna elettorale ciò è emerso con evidenza». Secondo Poniz, i dirigenti della «avvocatura istituzionale non hanno esitato a trascinare l’intero ceto forense in una campagna faziosa e non di rado violenta». Poi la richiesta: «Se esistesse anche un minimo di sensibilità istituzionale, domani stesso ci si attenderebbe dimissioni da parte di chi ha speso impropriamente ruoli di rappresentanza». Nella campagna referendaria si era distinto anche Davide Romanelli, pm a Treviso, il quale, il 13 marzo aveva attaccato direttamente il premier Giorgia Meloni: «Ha evocato, in caso di vittoria del No, stupratori liberati, pedofili in giro, immigrati criminali, figli strappati alle madri, antagonisti impuniti. Un elenco da film horror usato come argomento politico». Il premier, secondo Romanelli, aveva giocato sporco: «Il referendum non è più un voto, ma un ricatto emotivo, o voti Sì, o sei complice del caos». Francesco Agnino, giudice della Corte di Cassazione proveniente dal Tribunale civile di Bari, deve avere pensato che dopo il referendum fosse giunto il tempo di «togliersi qualche sassolino dalle scarpe». Ha scelto Facebook per diffondere il suo atto di accusa contro avvocati e colleghi che hanno sostenuto il Sì al referendum. «Dal mio angolo privilegiato della Corte di cassazione vi invito ad abbandonare la toga, non perché avete sostenuto legittimamente il Sì, ma perché ho letto di vostri ricorsi o sentenze e l’aggettivo che meglio si attaglia è imbarazzanti. Il diritto e in alcuni casi la lingua italiana scorrono paralleli ai vostri scritti imbarazzanti». Da opinione a giudizio sommario. La sua valutazione, dall’alto dell’osservatorio della Suprema corte, è questa: «Dovreste dimettervi o cancellarvi dall’ordine». Il post non è passato inosservato. L’avvocato Antonello Talerico del foro di Catanzaro prende il testo pubblicato dal magistrato e lo seziona. Lo aggancia alle norme. E chiede al Guardasigilli di intervenire, considerando le parole del consigliere Agnino come «comportamenti» che «integrano in astratto le fattispecie disciplinari.
Ma, come abbiamo visto, Agnino non è l’unica toga che durante la campagna referendaria si è lasciata andare. In tv la Imparato ha anche citato il messaggio di una collega. In una chat, un giudice di Catania, Rosalba R., a proposito dei rappresentanti del Sì (con coccarda in vista) dentro ai seggi ha scritto sprezzante: «Da spararli subito […]. Non si può… pace… questi grandissimi cornuti». C’è solo da augurarsi di non essere giudicati da lei, dovesse mai scoprire che si è stati promotori del Sì.
Per tutta la durata della campagna referendaria hanno continuato a ripetere che l’Associazione nazionale magistrati era un soggetto indipendente. Ma già alla diffusione dei primi dati, con il No che avanzava inesorabile, sono scattati i festeggiamenti in stile quartier generale elettorale per le elezioni politiche. Due le sezioni più accese: Napoli e Milano.
È a Napoli che lo sbraco diventa scena. Una cinquantina di toghe di varie generazioni erano tutte concentrate sulla piccola tv della saletta del palazzo di giustizia in uso all’Anm. Borse e soprabiti poggiati sulle poltroncine azzurre. Gli attivisti erano già quasi tutti in piedi, come ad attendere l’ultima azione di gioco in area nella finale dei mondiali di calcio. E lì, in quello spazio che dovrebbe essere attraversato da un’altra idea di misura, scatta qualcosa. Canti e salti di gioia. Lo champagne è in arrivo. Non è una reazione composta. È una liberazione. Si sente un coro: Bella ciao. Si ripete il ritornello. Poi, mentre qualcuno con un telefono cellulare riprende la scenetta, la cantano tutta: «O partigiano…». E quando è il momento della parola «invasor» scatta un riflesso incondizionato: «Chi non salta la Meloni è». L’aura d’indipendenza evapora in un attimo. La presidente della giunta, Leda Rossetti, interviene invitando a evitare commenti su esponenti politici. E allora nel mirino degli ultrà con la toga finisce una collega del tribunale di Santa Maria Capua Vetere, che nelle ultime settimane si era spesa anche in tv per il Sì, Annalisa Imparato: «Chi non salta Imparato è». Se la scena si fosse consumata al contrario con molta probabilità qualcuno dei soloni avrebbe invocato la solita azione del Csm a tutela.
E mentre il procuratore Nicola Gratteri, quello che aveva bollato gli elettori del Sì come indagati e massoni, era nel suo ufficio a lavorare (in serata ha commentato: «Questo risultato non è un rifiuto al cambiamento, ma il rifiuto di un metodo»), in sala si presenta il procuratore generale Aldo Policastro. Gli attivisti della sezione napoletana applaudono con convinzione. Le parole che pronuncerà dopo sono nette: «Noi siamo qui pronti per lavorare fin da subito per una giustizia migliore, più efficiente. Il ministro faccia quello che deve fare e non quello che ha fatto». E come se gli mancassero le parole torna sulla manfrina che aveva confezionato durante la campagna referendaria: «Il dato oggettivo e chiaro è che questa riforma la voleva Licio Gelli con la P2 e poi Silvio Berlusconi. È un dato storico».
Non poteva mancare la lettura della corrente più a sinistra, Magistratura democratica: «Bella ciao è simbolo della liberazione dal nazifascismo, non è una canzone divisiva o contro qualcuno, è simbolo della lotta di Liberazione che ha portato alla nostra Costituzione», rivendica la presidente, Silvia Albano.
Il siparietto si ripete, con variazioni, altrove. A Milano, nell’aula magna del palazzo di giustizia, scoppia un boato. Poi abbracci, sorrisi e, anche qui, bottiglie stappate. «Hanno vinto la Costituzione e l’immagine pubblica dei magistrati». Non è solo la difesa di un principio. Sembra la percezione di uno scampato pericolo. Sul tavolo ci sono patatine e bicchieri di plastica. Poche settimane prima, nello stesso luogo, si era inaugurato l’anno giudiziario. Adesso è un’altra cerimonia. Dalla ritualità istituzionale al rito di appartenenza. Il presidente del tribunale, Fabio Roia, lo definisce un «momento commovente». Dice che «è anche la vittoria della magistratura, che non meritava attacchi e delegittimazione». Il procuratore generale Francesca Nanni aggiunge: «Questa affermazione netta del No significa che vale ancora la pena fare questo lavoro nel modo in cui l’abbiamo sempre fatto». Armando Spataro usa una parola che ritorna: «Mobilitazione». Per lui «è stata decisiva». Ma è una parola che appartiene a un altro vocabolario. Indica una scelta. Non una posizione di osservazione, ma di intervento. Il presidente della giunta ambrosiana dell’Anm, Luca Milani, la rende esplicita: ringrazia tutti i colleghi «che hanno deciso di non rimanere chiusi nelle loro stanze e di confrontarsi con i cittadini, illustrando i contenuti della riforma e difendendo la Costituzione».
Qualcuno del fronte del No che non festeggia c’è. Il presidente dell’Anm, Cesare Parodi, procuratore aggiunto a Torino, si è dimesso a causa dei gravi problemi di salute di un familiare e ha deciso di comunicare la sua decisione poco prima della chiusura delle urne per non legare le dimissioni al risultato dello spoglio. A Genova, il presidente ligure dell’Anm, Federico Manotti, invece, prova a tenere insieme le due dimensioni: «Festeggiamo prima da cittadini e poi da magistrati». È una distinzione che viene evocata proprio mentre si dissolve. Perché subito dopo racconta di una «campagna porta a porta», fatta «nei circoli, nelle piazze, nelle parrocchie, nelle associazioni». Ricorda gli incontri, le spiegazioni, il confronto diretto con la gente.
È una narrazione coerente. Ma è un’altra cosa rispetto a quella che, fino a poche ore prima, veniva proposta. Perché durante la campagna referendaria la magistratura si è presentata non come una parte, ma come una funzione. Poi arrivano i risultati. E lo storytelling cambia.
Si rivendica una battaglia. Si parla di mobilitazione. «Viva l’Italia della Costituzione del 1948», conclude Manotti. È una frase che non ricompone. Perché resta l’idea che, per un giorno almeno, la magistratura non abbia osservato la politica. L’abbia vissuta. E celebrata. Come un partito.





