«Stasi non ha ucciso Chiara». Omicidio da riscrivere, verso la revisione del processo
Il caso di Alberto Stasi, condannato con sentenza definitiva dopo un processo tortuoso a 16 anni di carcere, torna sul tavolo della giustizia con un carico di atti che sembra riscrivere la storia del giallo di Garlasco. La Procura di Pavia, però, nonostante in questi mesi di indagini abbia curato la raccolta di perizie, consulenze e intercettazioni, da questo momento è fuori dalla partita.
Tecnicamente non può chiedere la revisione del giudicato a carico di Stasi. Il pallino passa alla Procura generale di Milano o, in alternativa, alla difesa. È dentro questo schema che si inserisce l’incontro tra il procuratore di Pavia, Fabio Napoleone, e il procuratore generale di Milano, Francesca Nanni. Quarantacinque minuti di riunione. Con un unico momento pubblico che ha annunciato che non ci saranno fughe in avanti. «Non sarà uno studio né veloce né facile», ha affermato Nanni. Settimane, forse mesi. E una domanda che vale i quasi 20 anni di indagini, processi, sentenze e poi di nuovo indagini: dentro quelle carte ci sono davvero nuove prove?
Una valutazione è possibile farla proprio partendo dall’incontro tra Procura e Procura generale. Con molta probabilità, il procuratore Napoleone si è determinato a chiedere un incontro con il magistrato requirente più alto in grado nel distretto perché nel corso delle indagini su Andrea Sempio, amico di Marco Poggi (fratello della vittima), che all’epoca aveva 19 anni e che è l’unico indagato del nuovo procedimento (dopo aver incassato due archiviazioni, una delle quali è finita davanti alla Procura di Brescia), devono essere emerse delle prove a discarico su Stasi. Perché è questo il passaggio obbligato. Non bastano dubbi, suggestioni o ricostruzioni alternative. Servono elementi nuovi che, da soli o insieme a quelli già valutati nei cinque processi, dimostrino che il condannato doveva essere assolto. Per superare questa soglia bisogna intaccare quelli che vengono definiti i «gravi, precisi e concordanti» indizi su cui si regge la sentenza che nel 2015 ha mandato Stasi dietro le sbarre.
Il primo scoglio è il tempo: 23 minuti, tra le 9.12 e le 9.35, la finestra in cui è stata ufficialmente collocata la morte di Chiara Poggi. È lì che Stasi, pur avendo dimostrato che era a casa sua al computer per scrivere la tesi di laurea, non aveva un alibi ritenuto credibile. Quella finestra temporale, però, oggi sarebbe stata messa in crisi dalle nuove consulenze tecniche. I quesiti posti dai pm a Cristina Cattaneo, antropologa forense, miravano a ridefinire l’orario del decesso. Ma anche a rileggere le ferite sul corpo di Chiara. Un doppio binario: cronologia e dinamica. Se cambiano entrambi, cambia tutto lo scenario.
Poi c’è la scena del crimine. Il racconto di Stasi, quello del ritrovamento del corpo sulla scala che porta al seminterrato, era stato bollato come «illogico e falso». Il nodo è sempre lo stesso: le scarpe pulite. Come si attraversa una scena intrisa di sangue senza sporcarsi? Nell’appello bis, i periti avevano tradotto il dubbio in numeri: 0,00038% di probabilità di evitare il sangue fermandosi al primo gradino, 0,00002% al secondo. Praticamente zero. Ma oggi quell’assunto viene rimesso sotto esame. L’inchiesta su Sempio ha riaperto in modo netto il capitolo delle tracce. Le nuove analisi sulla Bpa (letteralmente Bloodstain pattern analysis, ovvero l’analisi delle macchie di sangue) sono state affidate al Ris di Cagliari e per ora restano secretate. Ma c’è un’ipotesi che filtra: possibili impronte mai rilevate all’epoca. Se emergono, il racconto che non tornava potrebbe ora reggere. Gli oggetti repertati restano un altro snodo: l’impronta di Stasi sul dispenser del sapone che, all’epoca, era stata letta come segno di un lavaggio e l’impronta insanguinata della scarpa a pallini sul tappetino. Elementi che per anni hanno fatto parte dell’incastro accusatorio. Quel meccanismo ora viene riaperto: modalità di formazione delle tracce, tempi e compatibilità sono tornati sotto esame.
Poi c’è il capitolo più controverso: le biciclette. La bici nera da donna vista da una testimone fuori da via Pascoli alle 9.10, mai citata da Stasi nel 2007 ma richiamata dai genitori in versioni discordanti. Un dettaglio che non ha mai trovato una collocazione definitiva. Con la Umberto Dei, bici di lusso degli Stasi, entrata nel processo nell’appello bis. I pedali risultarono «dissonanti» rispetto a quelli di serie. Sostituiti, modificati o, comunque, diversi. Su quei pedali viene trovato il Dna di Chiara, definito «altamente cellulato». Otto microtracce, tutte positive al test. Sul pedale destro almeno due leucociti fotografati al microscopio. È uno degli elementi più pesanti della condanna. Ed è anche uno di quelli che oggi vengono riletti: modalità di trasferimento, conservazione, interpretazione scientifica. Con una inquietante coincidenza ritenuta scientificamente quasi impossibile che è emersa solo ora in modo nitido: la quantità di Dna rilevata su un pedale della Umberto Dei (2,78 nanogrammi) sarebbe lo stesso del reperto 29, ovvero il cucchiaino lasciato nel lavandino. Una misura che, per sua natura, dovrebbe essere il risultato di processi diversi: modalità di trasferimento, superfici, tempi, condizioni ambientali. E che invece si replica.
Il punto, però, è l’insieme. La condanna non si regge su un solo elemento, ma su un sistema. Su una valutazione delle prove non prese singolarmente ma valutate nel loro insieme. E oggi è proprio quel percorso valutativo che viene messo alla prova. Se un tassello cede, l’equilibrio complessivo può saltare. L’indagine su Sempio ha una scadenza in estate (quella dei termini per le indagini preliminari). Ma la decisione sulla revisione potrebbe arrivare prima. Tutto dipende da cosa troverà la Procura generale di Milano dentro quelle migliaia di pagine. Nanni di certo ha già esperienza con le revisioni. A Cagliari, dove ricopriva lo stesso incarico, revisionò il processo per la strage di Sinnai (8 gennaio 1991) che produsse la condanna all’ergastolo di Beniamino Zuncheddu per tre omicidi e un tentato omicidio. Dopo 32 anni di carcere, grazie a quella revisione, Zuncheddu risultò innocente.
«Le Brigate rosse hanno sbagliato i tempi, non le finalità, e pertanto la loro esperienza è risultata fallimentare». In questo concetto la Procura antiterrorismo di Napoli, che martedì ha disposto la perquisizione di sei indagati per associazione a delinquere con finalità terroristico-eversive, individua la «convergenza ideologica tra il Partito dei Carc», acronimo di Comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo, quelli che sognano ancora di poter guidare una rivoluzione proletaria, «Nuovo Partito comunista italiano (nel cui solco opera il collettivo Autonomia studentesca e culturale) e l’esperienza brigatista».
C’è una linea precisa che attraversa la documentazione raccolta dagli inquirenti. Parte dai simboli, passa per i social e arriva ai «compagni». E, citando le informative della Digos, prova a dimostrare che non si tratta di semplice propaganda, ma di qualcosa di più strutturato: «Un’attività che può concretamente configurarsi quale propedeutica alla costituzione di un’associazione con base a Napoli con caratteri eversivi».
Il provvedimento, firmato dal sostituto procuratore Maurizio De Marco, che La Verità ha potuto consultare, tiene insieme atti, intercettazioni e contenuti digitali. E li incardina in un’ipotesi precisa: quella di un’associazione «che si propone il compimento di atti di violenza con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico», con un richiamo esplicito «all’operatività delle Brigate rosse e delle Nuove Brigate rosse». Non è solo una questione ideologica. Il decreto insiste su un punto: la costruzione progressiva di una struttura. «Non si tratta di una partecipazione spontanea e occasionale», scrive il pm, «ma di un processo organizzato di formazione politico-militante delle nuove leve».
La Procura parte dai documenti programmatici. L’obiettivo è «la creazione delle condizioni per l’abbattimento del regime democratico» attraverso «una strategia di lunghissimo termine» e «uno scontro armato». Tramite una «guerra popolare rivoluzionaria di lunga durata». Dentro questo schema si inserisce il modello organizzativo. «Una struttura a doppio livello»: da un lato il Partito dei Carc, pubblico e articolato sul territorio; dall’altra il Nuovo partito comunista italiano, «clandestino». Uno sviluppa la tattica e l’altro elabora la strategia. In questo impianto si collocano i ruoli. Paolo Babini, artista satirico fiorentino, dirigente nazionale dei Carc, viene indicato come «figura di indirizzo strategico». Il decreto lo descrive come uno che «martella» i giovani, che li spinge a produrre materiali, che interviene «affinché le attività non si disperdano». Marco Coppola (anche lui dirigente dei Carc) e Laura Baiano rappresenterebbero il livello operativo. «Entrambi», secondo l’accusa, «svolgono una funzione di indirizzo e impulso verso i più giovani». Coppola, in particolare, «si cura di formare la loro disciplina e obbedienza al Partito», richiamando più volte la necessità di anteporre le esigenze del gruppo a quelle personali. Igor Papaleo è «figura di indubbio riferimento». Il decreto lo colloca in una posizione di guida nelle manifestazioni. Il punto di raccordo sarebbe Vladimir Guerra: «Figura intermedia tra il livello dirigente e la base studentesca». Il decreto lo definisce «modello del giovane militante già formato». Il reclutamento è mirato: «Orientato verso soggetti ritenuti più ricettivi […] affinché inizino ad avere esperienze di fabbrica». Tra questi, un minorenne viene indicato come figura tutt’altro che marginale: parte di quel gruppo ristretto che «comanda» e «decide». Il terreno su cui tutto questo si muove è quello digitale. Il decreto elenca profili social e contenuti. E ne trae una conclusione netta: «Una insistente e inequivocabile apologia del terrorismo brigatista». I messaggi sono riportati testualmente. Su Margherita Cagol: «Compagna Mara […] non sei morta invano. Che mille braccia si protendano per raccogliere il suo fucile». Su Alberto Franceschini, in occasione del suo decesso, Asc prende le distanze dal co-fondatore delle Br, in quanto dissociato: «Oggi diciamo addio a Franceschini, fondatore delle Brigate rosse, l’espressione più avanzata e di avanguardia della lotta rivoluzionaria del nostro Paese […] che lui stesso tradì. Addio dissociato. Dieci, cento, mille Brigate rosse». Su Prospero Gallinari: «A 13 anni dalla morte di un rivoluzionario, un operaio, un combattente, nonché vertice della colonna romana delle Br. Buon viaggio compagno Gallo». Non poteva mancare un elenco di terroriste italiane e straniere celebrate l’8 marzo scorso «con un incipit», sottolinea il magistrato, «che ne celebra le gesta violente». E un’annotazione: «Trattasi di terroriste autrici di omicidi, stragi e attentati». Sui social il gruppo avrebbe diffuso contenuti che richiamerebbero «iconograficamente la simbologia brigatista». E poi, foto con militanti travisati che «mimano il gesto di impugnare un’arma da fuoco». I profili? «Intitolati a nomi storici del terrorismo». Come Nadia Desdemona Lioce e Mario Moretti.
Infine c’è la nascita della «Brigata Simon Bolivar» a Napoli il 17 gennaio 2026. Un passaggio accompagnato da una frase che il decreto cristallizza: «Se volete fare i combattenti dovete essere precisi». Il decreto ipotizza che nei dispositivi elettronici sequestrati possano esserci elementi utili alla «progettazione di attentati, all’addestramento o all’autoaddestramento». È questo che giustifica la profondità della ricerca che, guidata da parole chiave, si muove all’interno di una mappa della memoria e del linguaggio della lotta armata: Renato Curcio, Barbara Balzerani e Prospero Gallinari. Figure centrali delle Br e delle Nuove Br. Gli inquirenti cercano riferimenti a via Fani, via Caetani: i luoghi del sequestro di Aldo Moro. Cercano nomi di vittime come Guido Rossa, Walter Tobagi, Emilio Alessandrini. Un’attenzione particolare è rivolta al linguaggio da lotta armata: «Dittatura del proletariato», «lotta di classe». E alle organizzazioni internazionali: «Raf», «Action directe», «Farc», «Sendero luminoso».
Gli indagati respingono le accuse e parlano di «clima repressivo e securitario». Per Coppola si tratta di «un’indagine politica». Per Papaleo l’accusa «non ha alcun riferimento nel codice penale del nostro Paese, cioè l’educazione di giovani minorenni alla lotta di classe».
La Fiom dello stabilimento Baker Hughes di Casavatore prende posizione e si schiera. Gli attivisti manifestano la loro «piena solidarietà» ai militanti del Partito dei Carc (che in passato hanno sostenuto una loro vertenza): «Sono stati presenti per giorni davanti ai cancelli, dando un contributo concreto di solidarietà e partecipazione». Il fronte si allarga. Potere al Popolo lancia la sfida proponendo una «risposta collettiva contro l’inasprimento della repressione». Ma gli indagati hanno raccolto anche la «solidarietà piena e militante» da un sedicente Partito comunista marxista del Kenya: «Non faranno altro (gli inquirenti, ndr) che intensificare la resistenza, rafforzare l’unità e chiarire la linea politica della lotta». È il tentativo di trasformare l’inchiesta in un caso politico. Il soccorso rosso è partito.
Sesso per i permessi: 119 indagati a Napoli tra extracomunitari e funzionari pubblici
C’era un prezzo per tutto. Anche per un certificato anagrafico, una carta d’identità o una residenza. A Napoli, dove, secondo la Procura, un diritto diventava merce, quel prezzo oscillava tra i 100 e i 500 euro. Oppure, in alcuni casi, si è scoperto, diventava altro: prestazioni sessuali. Gli indagati sono 119, tra i quali anche quattro dipendenti comunali ora in pensione e due trasferiti a incarichi non operativi, intermediari e beneficiari dei favori illegali. Oltre a un ex consigliere municipale.
Le accuse: associazione a delinquere finalizzata al falso, alla corruzione e al favoreggiamento della immigrazione clandestina. È una storiaccia che si consuma a cavallo tra il 2021 e il 2022 proprio negli uffici pubblici della Seconda e della Terza municipalità, tra piazza Dante e via Lieti a Capodimonte. L’indagine, affidata ai pm Ciro Capasso e Luigi Landolfi (coordinati dal procuratore aggiunto Giuseppina Loreto), è stata condotta da carabinieri e vigili urbani. A tutti gli indagati l’altro giorno è stato notificato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari (atto che di solito precede una richiesta di rinvio a giudizio). Al centro del sistema, per gli investigatori, c’era un uomo di 53 anni originario del Bangladesh e residente nel quartiere Sanità. Gestiva un Caf piantato in un buco nel quale riceveva i clienti. Sarebbe stato lui a intercettare i connazionali in cerca di documenti, a raccogliere le richieste e a trasformarle in pratiche da «sbloccare». Un intermediario stabile, con tanto di tariffario. Secondo chi indaga, quello dello straniero era un ruolo centrale, emerso subito dalla ricostruzione dei passaggi tra richieste, pagamenti e lavorazione delle pratiche. Attorno al suo Caf ruotavano due dipendenti: uno di 66 anni in servizio all’epoca negli uffici di piazza Dante, l’altro, 68 anni, in forza alla sede di via Lieti. I due impiegati avrebbero garantito l’accesso ai richiedenti, ognuno nella propria municipalità e nel proprio ufficio.
A piazza Dante, però, stando alle accuse, si sarebbe fatto un passo ulteriore. Non solo denaro. Sarebbero quattro gli episodi, collocati tra giugno e novembre 2021, in cui la contropartita viene indicata da chi indaga in «prestazioni sessuali». Che compaiono nella ricostruzione investigativa, ma non emergerebbero, almeno nella qualificazione delle accuse, come autonome contestazioni penali. L’indagine coinvolge anche altri due ex dipendenti comunali, mentre nel filone legato agli uffici di via Lieti compare un ex consigliere della Terza municipalità. È qui che gli inquirenti individuano un ulteriore livello: un sistema clientelare radicato, capace, secondo l’accusa, di ottenere certificati e documenti sfruttando relazioni interne agli uffici, in alcuni casi operando direttamente dalle postazioni dei dipendenti. Nell’elenco degli indagati compaiono soprattutto i destinatari delle pratiche (oltre cento): cittadini extracomunitari, in prevalenza cingalesi ma anche pakistani, romeni e cinesi. Ovvero coloro i quali avrebbero pagato per ottenere documenti che, sulla carta, spettavano loro di diritto. A volte, però, gli indirizzi sarebbero stati fittizi. Ad accorgersene sono stati gli agenti della Polizia locale che al momento della verifica della residenza si ritrovavano abitazioni di pochi metri quadrati, quasi tutte nel centro storico, con una decina di residenti stranieri. In un caso il numero sarebbe salito oltremodo: 20 stranieri ufficialmente stipati in un «basso», le caratteristiche abitazioni al piano terra del vecchio abitato, con ingresso diretto sulla strada del vicolo. «L’iscrizione anagrafica nella città dove si vive», alzano la voce i movimenti partenopei per il diritto alla casa, «è un diritto che non può essere sottoposto alla discrezionalità della pubblica amministrazione, che ha il dovere di procedere all’iscrizione e quindi indicare alle persone senza titolo formale, che sono quasi sempre i più poveri e vulnerabili, dei percorsi trasparenti e lineari per farlo. Se questo non avviene si alimentano tutti i mercati e i ricatti presenti e futuri». Secondo gli attivisti, «neanche si può reagire non riconoscendo il diritto di residenza a centinaia, forse migliaia di singoli e famiglie che in questo momento a Napoli sono “cancellate” (sia migranti che napoletani)». Una lettura che affianca al piano penale quello sociale, indicando nelle difficoltà di accesso ai diritti uno dei fattori che avrebbe favorito il meccanismo contestato dai magistrati. La richiesta al sindaco dem Gaetano Manfredi, infatti, è di «un atto politico dall’amministrazione cittadina che come avvenuto in altre grandi città renda più lineare, sicura e trasparente l’iscrizione anagrafica per tutte le persone che vivono a Napoli, sottraendola a corrotti, faccendieri e traffichini».





