È notte piena il 4 gennaio 2011 quando Andrea Sempio, unico indagato per l’omicidio di Chiara Poggi, sembra fare i conti con sé stesso. È uno dei tanti racconti che compongono la sua autobiografia diventata un pezzo importante dell’indagine dei carabinieri del Nucleo investigativo di Milano.
L’informativa da 300 pagine che riassume i punti salienti dell’inchiesta è una radiografia della sua intimità tratta da un’enorme massa di appunti, riflessioni, fantasie, ricerche sul Web, sfoghi, sogni violenti, ossessioni sessuali, vuoti temporali e frasi lasciate lì, come se qualcuno, prima o poi, dovesse leggerle. È un viaggio nella mente di Andrea. Che parte dai manoscritti sequestrati durante la perquisizione del 14 maggio 2025 e, come in un film, riavvolge indietro nel tempo il nastro fino al 2018. Proprio in quel momento preciso, secondo gli investigatori, compare un elemento anomalo. Prima del 2017 quasi non esiste nulla. Eppure Sempio, scrivono i carabinieri, appare come una persona che annota riflessioni da sempre. Una grafomania costante. E allora quel vuoto, stando alle ricostruzioni dell’accusa, sarebbe significativo. Perché coincide con gli anni del delitto di Garlasco e con il periodo in cui lui entra nell’inchiesta.
La polizia giudiziaria lo scrive chiaramente: il procedimento aperto a suo carico tra il 2016 e il 2017 avrebbe rappresentato «una barriera di consapevolezza». E una frase intercettata il 27 febbraio 2025 sembra andare esattamente in quella direzione: «Le ho bruciate tutte… vaffanculo, andiamo a processo». Bruciate. In alcuni casi, il periodo successivo alla maturità sparisce dai racconti autobiografici. Altrove compare una formula secca, quasi cinematografica. Sempio annota: «Fast forward», avanti veloce. Per il resto, invece, si racconta senza pudore. Nei diari parla del «bullismo» subito alle superiori, delle difficoltà relazionali, «dell’autolesionismo», del suicidio dell’amico Michele Bertani, del «satanismo», dell’incapacità di integrarsi, della difficoltà ad approcciarsi alle donne. Poi, improvvisamente, il tono cambia. «Commesso cose brutte». Non le spiega. Le lascia lì, accanto ad altre parole: «Paura, dolore, poca esperienza sessuale». E ancora: «Ne ho passate tante… cose che altri non hanno mai vissuto, né vivranno».
Subito dopo arriva un altro passaggio che, nell’informativa, viene isolato: «Perché so difendermi se serve. Perché cazzo ho visto, subìto e fatto cose che fottetevi tutti, provate a vivere la metà di che cazzo ho vissuto io». Una parte sostanziosa dell’informativa riguarda la sessualità. I carabinieri descrivono un uomo che vive il rapporto con le donne quasi sempre con frustrazione, tensione o rifugiandosi nell’autoerotismo. Negli appunti annota incontri mancati, ragazze viste per caso, «eye contact» mai trasformati in approccio reale. Ogni occasione sfumata finisce con la solita mesta conclusione: «Una sega». Come quando era stato a «un passo dal parlare alla bionda».
La difficoltà nel contatto fisico emerge anche nella relazione psicologica del Racis (Raggruppamento carabinieri investigazioni scientifiche), richiamata dai carabinieri. Sempio parla di disagio non solo con le partner, ma perfino con gli amici. Dice di trovarsi meglio nei contesti di gruppo che nel rapporto «faccia a faccia». E torna continuamente su un rifiuto sentimentale subito a 17 anni. «Una vera e propria batosta». Quel tema, il rifiuto, oggi è centrale nell’impostazione accusatoria della Procura di Pavia, che l’ha posizionato come base del possibile movente. L’informativa entra poi in un territorio ancora più delicato: pornografia, fantasie, intrusioni digitali. Nell’iPhone vengono trovate fotografie intime di una collega ricevute tramite Whatsapp dietro compenso economico. Ma per gli investigatori Sempio non si sarebbe limitato a riceverle consensualmente. Avrebbe anche effettuato accessi abusivi impossessandosi illegalmente di foto e video privati. Lo stesso, scrivono i carabinieri, sarebbe accaduto anche nei confronti di un’altra ragazza che lavorava con lui.
Negli atti compare pure un video girato di nascosto: la telecamera inquadra la giovane sotto la gonna. Parallelamente emergono frequentazioni online di forum per aspiranti o sedicenti seduttori e di siti di pornografia estrema. Gli investigatori segnalano «numerosissime visite» a categorie porno «incesto» e «stupro». Ma, soprattutto, ricostruiscono una navigazione Internet che alterna pornografia, torture e violenza. Il 13 luglio 2014 Sempio, per esempio, cerca un «test psicologico killer». Poi visita le pagine «Il test del serial killer» e «Scopri il serial killer che c’è in te». Il 15 gennaio 2014, tra le 19.07 e le 19.40, secondo la ricostruzione dei carabinieri, passa da ebook come Death dealers manual e Manual for the independent assassin a video Youtube di sgozzamenti, esecuzioni, torture e decapitazioni in Siria. Poi torna su forum di seduzione. Poi webcam porno. Poi ancora video su killer professionisti.
Non una consultazione casuale generata «da popup», scrivono gli investigatori, ma una caccia consapevole. E poi ci sono i sogni trascritti in una moleskine. Sempio annota scene violente e sessualmente aggressive, che i carabinieri riassumono con formule come «sogna che accoltella delle persone» o «che stupra E.». In un altro, una donna bionda gli punta contro un taser e «lui le salta addosso e le apre la faccia». L’informativa arriva al punto più scivoloso con un file Word intitolato «Genesi dell’aggressione predatoria»: un testo costruito sull’idea che «nell’istinto predatorio» non vi sia cattiveria, ma desiderio di possesso. Vi si legge che «uno può prendere una donna con la forza perché la desidera» e che la morte può essere «un eventuale effetto collaterale». Compare anche il caso di Issei Sagawa: «Pur rendendomi conto della gravità dell’omicidio, ci vedo una storia d’amore».
Dentro questo universo mentale, il capitolo centrale resta Garlasco. Secondo l’informativa, dal 2013 Sempio consulta pagine sulla vicenda e su Alberto Stasi; dal settembre 2014, però, le ricerche diventano mirate al Dna sotto le unghie di Chiara. Il 29 novembre 2014 cerca «Stasi undici indizi», il 13 febbraio 2015 approfondisce su Wikipedia il «Dna mitocondriale». Per gli investigatori, non è semplice curiosità: dal 2016 Sempio avrebbe capito che le indagini potevano arrivare a lui. Le intercettazioni del 2017 mostrano una famiglia che si prepara a subire indagini. In auto, i genitori rassicurano Andrea: «Tutto quello che è stato detto, è stato riscontrato». La madre gli chiede se sia preoccupato; lui risponde: «No, preoccupato no. Di sicuro non sono tranquillissimo». Il padre gli suggerisce di dire che sono passati dieci anni, se non ricorda, e richiama il Dna come punto da gestire con gli avvocati. Quel tema torna nei monologhi di Andrea: «’Sta merda di Dna», bofonchia. Poi calcola la posta in gioco: «C’è in ballo 30 anni di galera». Le sue annotazioni seguono le tappe processuali di Stasi: «Ha chiesto riapertura», «mamma in panico per la cosa di Stasi», «archiviato ancora».
Altro tema centrale è quello che riguarda lo scontrino del parcheggio di Vigevano. Per anni baluardo difensivo, nelle nuove carte si incrina: nel 2025 Giuseppe dice alla moglie Daniela: «Lo scontrino lo hai fatto tu». Lei piange: «È colpa mia, gli ho detto io di tenere lo scontrino […] gli ho rovinato la vita all’Andrea». Dentro questo snodo entra Antonio, vigile del fuoco in congedo: dai tabulati emergono Sms con Daniela tra il 12 e il 13 agosto, mentre l’utenza di lei si muove verso Vigevano. Sentito nel 2025, ammette incontri «solo ed esclusivamente di natura intima» e non «sentimentale». Così, nella nuova indagine, la sessualità della provincia pavese del 2007 diventa una chiave per rileggere Garlasco: non più zona d’ombra tra Alberto e Chiara. La notte tra l’1 e il 2 agosto 2007, Alberto è a Londra e Chiara a Garlasco. Mancano 12 giorni all’omicidio. Lui le dice di averle comprato dei «regalini», poi precisa: «Sono regalini sexy». Lei non si irrigidisce: chiede se sia stato nel sexy shop visto insieme, lui risponde «non solo» e racconta Soho, «quartiere a luci rosse». Il dialogo di questi due ventenni ci restituisce gli ardori tipici dell’età. Per i carabinieri, quelle chat smontano l’idea che la sessualità fosse terreno di crisi tra i due: mostrerebbero una coppia complice, capace di parlare di sex toys, pornografia e video intimi senza disagio.
Il punto, allora, non è più se i filmati a luci rosse separassero Alberto da Chiara, ma se quell’intimità, vista o desiderata da altri, possa aver trasformato Chiara, agli occhi di qualcuno, da ragazza irraggiungibile a bersaglio. Ed è così che, nelle nuove carte, il movente attribuito a Stasi si sgretola. Mentre quello attribuito a Sempio sembra crescere attorno a un soliloquio in cui l’indagato sembra ammettere di essere stato rifiutato da Chiara: imita la vittima («Non ci voglio parlare con te»); dice di averle chiesto di vedersi e annota che lei «ha messo giù il telefono». Da lì, nella lettura dei carabinieri, il tono si sarebbe fatto rancoroso: «Cioè è stata bella stronza». E si salderebbe a uno dei nodi della condanna di Stasi: il sangue. Sempio evoca la tesi secondo cui Alberto avrebbe «evitato le macchie» e il dibattito sul sangue ormai secco, quasi a ripercorrere il punto più discusso della scena del crimine: come l’assassino potesse muoversi nella villetta senza lasciare addosso le tracce che tutti si aspettavano. Ma anche nella nuova inchiesta al momento sembra mancare una vera «pistola fumante».
- Chiusa la nuova inchiesta per il delitto di Chiara Poggi, si va verso il rinvio a giudizio dell’amico del fratello della vittima.
- Pm di Pavia in pressing per la revisione di Stasi. Il legale dell’ex fidanzato condannato: «Ha speranza crescente, tiene i piedi per terra».
Lo speciale contiene due articoli.
Il cerchio attorno ad Andrea Sempio, unico indagato per l’omicidio di Chiara Poggi sembra essersi stretto tramite una profonda immersione nella sua vita privata, familiare e digitale. Lo si deduce leggendo i contenuti dell’avviso di chiusura delle indagini preliminari che ieri gli ha fatto notificare la Procura di Pavia, 18 pagine fitte che elencano il materiale a suo carico.
Nell’elenco anche 98 intercettazioni realizzate dai magistrati di Brescia nell’ambito del processo per corruzione nei confronti dell’ex procuratore aggiunto di Pavia Mario Venditti. Audio richieste espressamente dagli inquirenti pavesi ai colleghi bresciani. Venditti, insieme con la collega Giulia Pezzino, aveva curato l’indagine che nel 2017 si chiuse con l’archiviazione di Sempio per l’ipotesi di corruzione in atti giudiziari.
Il nuovo capo d’imputazione è quello già anticipato nell’avviso a comparire per rendere interrogatorio. Per gli inquirenti si tratta di un omicidio aggravato dalla «crudeltà» e dai «motivi abietti», collegati al movente: «L’odio per la vittima a seguito del rifiuto» di un «approccio sessuale». Un movente che gli investigatori devono aver cercato (e a loro giudizio, trovato) tramite una mappatura digitale totale della vita di Sempio. Non soltanto telefoni e computer, ma cronologie, archivi personali conservati su Cloud e hard disk, email, profili social. E, soprattutto, tre pennette Usb. Lì, con molta probabilità, chi indaga deve aver cercato traccia dei video intimi tra Chiara e Alberto Stasi. Un dettaglio che si incrocia inevitabilmente con l’ultimo soliloquio di Sempio intercettato, quello in cui, dopo aver affermato di aver visto i «video», cita proprio una «pennetta». «Fin dal 2009, fin dal processo Stasi, che ci fosse una pendrive decisiva ai fini della soluzione del giallo di Garlasco era già notizia, non è che sia una novità», ha affermato, cercando di arginare possibili congetture, l’avvocato Liborio Cataliotti, che poi ha aggiunto: «Quanto alla portata dell’accusa non c’è nessuna novità».
Chi pensava di trovare nell’avviso di chiusura delle indagini riferimenti all’arma del delitto, infatti, deve essere rimasto deluso. Non c’è ancora, inoltre, una dinamica dei fatti completamente definita. La parola «almeno» si ripete per tre volte in poche righe in riferimento alle lesioni che avrebbero prima tramortito e poi ucciso Chiara. Però c’è una frase molto interessante, infilata quasi casualmente nell’elenco dei reperti sequestrati ai genitori di Sempio. Una nota del Nucleo investigativo di Milano riporta un appunto manoscritto ritrovato a casa Sempio: «Già stato audito ma i carabinieri si sono dimenticati di chiedere a Sempio dove fosse la mattina dell’omicidio». Il documento sembra suggerire che la pista sul commesso trentottenne, quella del 2017, potrebbe non essere stata approfondita davvero.
E qui il collegamento con Brescia, dove le indagini sono ancora in corso, diventa inevitabile. Anche perché è difficile pensare che i genitori dell’indagato si riferiscano al figlio indicandone il cognome. Non ci sono ulteriori riferimenti che, in questo momento, aiutino a interpretare meglio quello scritto. Ma il peso dell’inchiesta bresciana emerge in modo concreto se si arriva alle ultime pagine. Qui vengono elencate le intercettazioni provenienti dal procedimento sui magistrati. Una massa enorme di captazioni, se si pensa che quelle realizzate da Pavia e ritenute dal pool di Fabio Napoleone come «rilevanti» sono 114 e quelle trasmesse da Francesco Prete sono 98. È il segnale che i due fascicoli si sono intrecciati e saldati. Dentro quel collegamento aleggia inevitabilmente l’ipotesi che nel 2017 alcune verifiche fondamentali possano non essere state fatte. Tra queste di certo ci sono le trascrizioni di alcuni audio «cannate» dai carabinieri della «Squadretta» di Venditti, che le avrebbero riportate solo parzialmente e, in alcuni casi, le avrebbero ritenute irrilevanti. Ma c’è anche un altro dettaglio. In un’agenda di colore marrone, con la prima pagina che riporta la data 27 luglio 2018, e quindi riferibile al periodo immediatamente successivo all’archiviazione dell’inchiesta coordinata da Venditti, sarebbe stato scovato un appunto parziale che cominciava con «libero di» e finiva con «bel culo». Nell’atto consegnato all’indagato non viene ricostruito il contesto e l’utilità al fine delle indagini. Ma per essere finito nella documentazione selezionata dagli inquirenti deve essere stato ritenuto come un elemento d’interesse.
La Procura è entrata anche nell’archivio familiare dei Sempio, portando via ai due coniugi una fotocamera digitale, vecchi telefoni cellulari, una cornice digitale Telefunken, quaderni pieni di appunti manoscritti, agende e fogli sparsi. Ma anche circa 81 tra cd e dvd, alcuni dei quali descritti nel fascicolo come contenenti materiale «pornografico». Poi c’è il cerchio degli amici di Andrea. Gli inquirenti hanno sequestrato materiale a Roberto Freddi, Mattia Capra e Michele Bertani. È soprattutto il nome di quest’ultimo a riportare il caso all’interno di una dimensione oscura. Bertani, morto suicida nel 2016, era uno degli amici storici di Andrea. Come ultimo post sui social il ragazzo aveva riportato una citazione della canzone La Verità del gruppo rap Club Dogo: «La verità sta nelle cose che nessuno sa, la verità mai nessuno te la racconterà». Un passaggio particolarmente suggestivo sul quale per mesi si è arrovellato il circuito mediatico. In uno dei tanti monologhi intercettati, Sempio sembrava rivolgersi proprio a lui: «Da 0 a 18 anni tutte le c… le abbiamo fatte assieme». E in un passaggio successivo dice: «Perché ti impicchi, adesso che ti sei impiccato che cosa hai ottenuto? Sei morto, sei morto». A casa dei genitori di Bertani sono stati acquisiti materiale personale e vecchi dispositivi elettronici: un block notes con numerose pagine manoscritte, una copertina plastificata del liceo Cairoli di Vigevano piena di appunti, un curriculum vitae, 13 fotocopie collegati al gruppo musicale Invers. E anche la documentazione relativa a un ricovero psichiatrico del 2015.
Nel fascicolo sono finiti anche materiale proveniente dalla trasmissione Le Iene: 57 file audio e video contenuti in una cartella denominata «Garlasco», per un totale di 36,5 gigabyte. Un segnale ulteriore di quanto l’indagine abbia rastrellato tutto ciò che negli anni ha riguardato il delitto, comprese piste e contributi televisivi. «Catalogo le prove in due categorie», ha spiegato l’avvocato Cataliotti, «da un lato quelle tradizionali e le consulenze, che non ci preoccuperebbero, perché saremmo assolutamente in grado di fronteggiarle; dall’altro le captazioni, riassunte, o meglio che a noi sono state riassunte, la maggior parte delle quali rappresentate dal soliloquio, e che invece sarebbero probanti. Io mi permetto di fare appello alla prudenza». Le valutazioni dell’avvocato sono queste: «È come se ci trovassimo di fronte a un soggetto che dopo aver commesso un reato, pressoché non provato e pressoché volontariamente, perché consapevole di essere intercettato, avrebbe fornito lui stesso le prove per sorreggere le accuse». Una situazione che Cataliotti definisce «paradossale». I Poggi, ha commentato l’avvocato Gian Luigi Tizzoni, «sanno che è colpevole Stasi e che, in qualche modo, si vuole cercare di togliergli questo ruolo. Direi che la situazione è unica, forse, nel panorama giudiziario italiano».
Adesso, però, il tempo delle piste mediatiche e delle ipotesi parallele sembra essersi ristretto. La risposta, dopo quasi 20 anni di errori, omissioni, archiviazioni e improvvisi ritorni dal passato, con molta probabilità sarà affidata all’aula di un tribunale.
Pm di Pavia in pressing per la revisione di Stasi
La Procura di Pavia ha disposto la trasmissione alla Procura generale di Milano del materiale raccolto su Andrea Sempio per «sollecitare» una eventuale richiesta di revisione del processo che nel 2015 si è chiuso con la condanna definitiva a 16 anni per Alberto Stasi. Il procuratore di Pavia, Fabio Napoleone, nella nota che accompagnerà gli atti, scrive che «si è provveduto, in data odierna, a notificare l’avviso di conclusione delle indagini» nei confronti di Andrea Sempio, «con conseguente deposito di tutti gli atti del procedimento penale relativo all’omicidio di Chiara Poggi».
La Procura chiarisce anche che provvederà «come già reso noto, a inoltrare al procuratore generale di Milano l’atto contestato all’indagato nel corso del suo interrogatorio del 6 maggio 2026», cioè quello notificato l’altro giorno a Sempio, «illustrativo e riassuntivo dei nuovi elementi probatori, raccolti a seguito della riapertura delle indagini 2016/2017», per «l’eventuale esercizio di ogni sua prerogativa». Dentro quel passaggio c’è tutta la complessità della nuova fase giudiziaria del caso Garlasco. Perché la Procura di Pavia, di fatto, sta dicendo alla Procura generale di Milano: valutate voi se esistono le condizioni per chiedere la revisione del processo Stasi davanti alla Corte d’Appello di Brescia. Una strada che, però, come aveva già confermato proprio il procuratore generale Francesca Nanni dopo aver incontrato (il 24 aprile scorso) Napoleone, pare sia lunga. Lo studio delle carte «non sarà né facile né breve», aveva spiegato il magistrato. Una frase che fotografa la dimensione del materiale investigativo accumulato negli anni attorno al delitto di Garlasco.
Nel frattempo, anche la difesa di Stasi prepara la sua strategia. Dopo l’analisi completa degli atti, gli avvocati presenteranno la richiesta di revisione per tentare di cancellare la condanna definitiva. E insieme all’istanza potrebbe arrivare anche la richiesta di sospensione della pena, che porterebbe alla scarcerazione di Stasi, attualmente in regime di semilibertà. Il suo legale, Antonio De Rensis, prova a descrivere lo stato d’animo del suo assistito: «Alberto ha una speranza sempre più crescente, ma ha anche comunque un equilibrio che lo fa rimanere con i piedi per terra, consapevole della sua situazione attuale di detenuto, e altrettanto consapevole che questa è un’indagine seria, che forse ci permetterà di lavorare intensamente e nel tempo più veloce possibile, compatibilmente con la mole degli atti, per preparare una richiesta di revisione».
Poi sembra inviare un messaggio preciso al fronte schierato contro il suo assistito: «Questa indagine fa e farà tanta paura a qualcuno, si cerca di sfuggire dalla realtà immaginando situazioni che non hanno niente a che vedere con la realtà. Chissà che questa indagine non ci faccia scoprire che qualche censore verrà poi censurato».
Piove su Pavia mentre Andrea Sempio entra in Procura. Guida lui. Accanto c’è l’avvocato Liborio Cataliotti. Dietro, Angela Taccia. Mancano 15 minuti alle 10. Poco dopo arriva anche Marco Poggi. Quando Sempio esce, quasi 4 ore dopo, c’è un’auto civetta dei carabinieri a proteggerlo dall’assalto di telecamere e microfoni.
Dopo l’interrogatorio, in cui l’indagato si è avvalso della facoltà di non rispondere, sono diventate di pubblico dominio, almeno in parte, le prove che i pm gli avrebbero squadernato davanti nel lungo faccia a faccia. L’asso in mano ai magistrati sarebbe un’intercettazione ambientale. Sempio, come aveva già fatto decine di volte nel 2017, parla da solo in macchina. Una cimice nell’abitacolo capta una serie di frasi che, secondo la Procura di Pavia e i carabinieri di Milano, smentirebbero la versione delle telefonate fatte a casa Poggi alla vigilia dell’omicidio per cercare Marco (che era in vacanza e Sempio lo sapeva). La data della captazione è 14 aprile 2025. Poco più di un anno fa. Sempio sa già di essere nuovamente indagato. Lo sa da circa un mese. E questo diventa un elemento che rende l’intercettazione un importante spunto investigativo, sebbene da chiarire. «Ho visto il video di Chiara e Alberto» è la frase rilanciata dal Tg1 sui suoi canali social.
Ma c’è un passaggio ancora più delicato: quello sul presunto approccio. Sempio avrebbe detto di aver chiamato Chiara prima del delitto e lei avrebbe risposto: «Non ci voglio parlare con te». Poi avrebbe attaccato il telefono. Ed è qui che gli inquirenti ritengono di aver trovato la crepa nella difesa di Sempio. Che per anni aveva assicurato che quelle chiamate sarebbero state fatte «per sbaglio». Una in particolare, rapidissima. Pochi secondi. E aveva aggiunto di non avere avuto nessun rapporto particolare con la ragazza. Ma le parole registrate sembrano raccontare altro. «Lei ha detto... “non ci voglio parlare con te”». Sempio, stando a quanto riportato da alcune agenzie, in questo passaggio avrebbe imitato una voce femminile. Per poi aggiungere: «Era tipo… io ho detto “riusciamo a vederci?”». Un possibile approccio che rappresenterebbe il movente dell’omicidio. Anche perché lei, apprendiamo dal monologo, avrebbe tagliato corto, suscitando il risentimento del respinto («Mi ha messo giù… e ha messo giù il telefono… ah ecco che fai la dura…»). Accanto a quella che appare come una confessione c’è anche una frase che sembra confermare il (tragico) rifiuto: «Ma io non l’ho mai vista in questo modo, l’interesse non era reciproco, cazzo». Un rapporto sbilanciato, un interesse non contraccambiato che sarebbe stato confermato anche dalle testimonianze delle gemelle Paola e Stefania Cappa.
L’intercettazione sembra incastonarsi a perfezione nel capo d’imputazione stampigliato sull’invito a comparire per rendere interrogatorio che la Procura ha fatto notificare a Sempio qualche giorno fa. Perché sembra dimostrare che la relazione tra i due sarebbe stata diversa da quella raccontata fino a ieri. Non una semplice conoscenza indiretta attraverso Marco, con il quale nella narrazione ufficiale giocava alla playstation. La chiave del giallo, a questo punto, sarebbe tutta nel pc di Chiara (ma in uso a tutta la famiglia, Marco compreso e, quindi, probabilmente anche Sempio). Collegata direttamente al mistero dei video intimi di Chiara contenuti nel computer e protetti solo dopo che, probabilmente, era già stati visionati da più persone. Il filmato che potrebbe avere scatenato la fantasia e incoraggiato Sempio a provarci con Chiara è citato più volte nel soliloquio dell’indagato, quando, avrebbe inscenato una specie di botta e risposta: «Lei dice “non l’ho più trovato” il video. Io ho portato il video». E ancora: «Anche lui lo sa… perché ho visto… dal suo cellulare… perché Chiara non… con quel video e io ce l’ho dentro la penna, va bene un cazzo». Frasi spezzate. Piene di interruzioni. Di vuoti. Di parole incomprensibili. Ma il dato investigativo resta. E queste intercettazioni sarebbero state fatte ascoltare anche a Marco Poggi, forse per convincerlo a cercare nei ricordi qualche altro elemento utile alle indagini. Se cercavano conferme da Marco, però, potrebbero non averle trovate. Il fratello di Chiara avrebbe, infatti, ribadito di non aver mai visto insieme a Sempio video della sorella con Alberto Stasi.
Fuori dalla Procura la difesa di Sempio ha provato a contenere l’onda d’urto delle nuove rivelazioni: «Non c’è sostanzialmente nulla di nuovo, è tutto spiegabilissimo. Siamo calmi e lucidi», afferma la Taccia. Ma è soprattutto Cataliotti a mostrare irritazione: «Alla faccia del segreto istruttorio, mi viene da dire». Poi argomenta: «Io ho appena lasciato il mio cliente e avevamo tutti il telefono spento, non può essere trasudato da noi quanto si sta dicendo, tra l’altro in modo non aderente alla realtà». E aggiunge un dettaglio importante: la difesa non ha ancora ascoltato direttamente gli audio. Ieri a Pavia sono state illustrate agli avvocati di Sempio le fonti di prova solo oralmente e senza che sia stata data loro la possibilità di ascoltare le captazioni ambientali e telefoniche. «La Procura», ha spiegato il legale, «ha ritenuto che rappresentare fonti di prova non pregiudichi le indagini, noi non commentiamo». E ha aggiunto: «Ci confronteremo con queste stesse fonti di prova non appena il supporto che le riassume ci verrà consegnato». Cataliotti conclude: «Io non ho sentito le intercettazioni del soliloquio, pieno di nc, cioè di "non comprensibile”». È il punto con il quale la difesa prova a rallentare la corsa dell’accusa. Un uomo che parla da solo in auto non produce automaticamente una confessione. E non produce automaticamente nemmeno una verità lineare. Infatti il legale offre immediatamente più scenari interpretativi: «Vedremo se Sempio commentava il racconto di qualcun altro, se parlava con se stesso o interloquiva con altri».
La permanenza in Procura di Sempio era apparsa subito «incongrua» per un interrogatorio senza risposte. Adesso Cataliotti conferma che il motivo è dovuto solo al lungo rosario di prove snocciolato dagli inquirenti: «L’interrogatorio è durato 2 ore e 40 minuti, noi abbiamo ascoltato passivamente la narrazione che verrà condensata in uno scritto su cui punteremo la nostra attenzione per replicare laddove possibile fin da subito, laddove non possibile più avanti». La Procura, insomma, ha esposto il proprio impianto accusatorio. Di certo gli avvocati qualche valutazione devono averla fatta. Se i magistrati avessero avuto in mano gravi indizi concordanti e precisi avrebbero chiesto una misura cautelare. La convocazione per l’interrogatorio con molta probabilità fa parte di una strategia che mira a mettere Sempio con le spalle al muro. A fargli fare un ultimo passo falso. Magari crollando davanti ai pm.
Di certo il giorno prima dell’interrogatorio la difesa aveva fatto sapere di avere «conferito incarico a uno psicoterapeuta di redigere una consulenza personologica» su Sempio. Un atto che Cataliotti definisce uno dei «presupposti opportuni prima dell’eventuale sottoposizione» del suo assistito a interrogatorio. E, così, 19 anni dopo il delitto di Garlasco, si stringe attorno a tre telefonate, a un’intercettazione ambientale, a un presunto approccio e a un rifiuto. Mentre l’alibi, quello confortato dal ticket del parcheggio di Vigevano, non regge. Soprattutto di fronte a questa frase che ora pesa come un macigno: «L’interesse non era reciproco, cazzo».





