La maxi operazione della Dda di Palermo ha fatto riemergere un patrimonio accumulato con il narcotraffico e i relativi proventi a partire almeno dagli anni Ottanta.
C’erano i soldi della droga partita dal Marocco, quelli delle società offshore, quelli che giravano nei paradisi fiscali. E c’era soprattutto il grande fantasma di Matteo Messina Denaro, il padrino per anni invisibile che ha trasformato Cosa nostra in una holding internazionale che, come dimostra la Procura di Palermo, era riuscita a diversificare gli interessi: energia, turismo, supermercati, edilizia, finanza, resort di lusso e paradisi fiscali.
Eppure, la scena iniziale sembra quasi stonata rispetto alla montagna di denaro saltata fuori. Giacomo Tamburello, 66 anni, definito come uno storico trafficante di hashish e indicato da chi indaga come vicino, da sempre, a Matteo Messina Denaro, viveva ai domiciliari nella piccola casa della madre, a Campobello di Mazara. Apparentemente ormai ai margini. In realtà, secondo l’inchiesta della Guardia di finanza, sarebbe il custode del tesoro. Quando è scattato il blitz, Tamburello è stato arrestato in provincia di Trapani. Nello stesso momento, in Spagna, sono finite in manette l’ex moglie Maria Antonina Bruno e il figlio Luca.
Intanto i finanzieri del Gico del Nucleo di polizia economico-finanziaria di Palermo mettevano i sigilli a beni, società e disponibilità finanziarie. Gli inquirenti gli contestano l’autoriciclaggio aggravato dall’avere «agevolato l’attività dell’associazione mafiosa». Ma per capire la portata dell’inchiesta bisogna tornare indietro. Gli investigatori ricostruiscono un sistema economico costruito nel tempo. Secondo i collaboratori di giustizia, Tamburello sarebbe uno dei grandi snodi. Vincenzo Spezia, storico esponente della famiglia mafiosa di Campobello di Mazara, ha raccontato ai magistrati gli intrecci tra Messina Denaro e Tamburello, sostenendo che risalirebbero «al 1983». Finora, spiegano gli investigatori, lo Stato è riuscito a sequestrare a Messina Denaro e ai suoi prestanome circa 4 miliardi di euro.
Ma gli inquirenti sono convinti che quella cifra rappresenti soltanto una porzione della reale disponibilità economica del boss morto dopo 30anni di latitanza. L’inchiesta è nata quasi per caso tre anni fa. Ad Agosto, a Madrid, un finanziere in servizio all’ambasciata italiana segnala al Gico di Palermo una situazione anomala: l’ex moglie di Tamburello, casalinga, risulta avere 12 milioni di euro in conti lussemburghesi e 1 milione e mezzo ad Andorra. L’intuizione avvia l’azione investigativa. Madre e figlio avevano aperto i primi conti ad Andorra nel 2005. Poi erano partiti i trasferimenti internazionali. Conti, società, partecipazioni, immobili, carte di credito, investimenti. Dal 2000 Tamburello e la moglie risultavano separati consensualmente. Lui aveva ufficialmente un’altra compagna. Ma il patrimonio familiare continuava a essere amministrato proprio dall’ex moglie e dal figlio, residenti fra Marbella e la Costa del Sol. Gli investigatori intercettano anche una preoccupazione. Madre e figlio avrebbero valutato di trasferire a Dubai parte delle ricchezze per sottrarle alle indagini. Non hanno fatto in tempo.
Non è una rissa degenerata, né un regolamento di conti.
Questa volta i baby latinos avrebbero colpito solo per dimostrare superiorità, per sbandierare la loro forza. Avevano il volto in parte coperto. E dopo l’aggressione sono spariti saltando su un treno diretto fuori città.
Sono dieci i ragazzi ricercati per la morte di Gianluca Ibarra Silvera, il ventiduenne accoltellato tra i binari della stazione Certosa, alla periferia nord di Milano. Le immagini delle telecamere, che gli investigatori della Squadra mobile e della Polfer stanno analizzando fotogramma per fotogramma, raccontano la fuga sotto i neon sporchi della stazione, proprio pochi istanti dopo la caccia collettiva e l’aggressione. Secondo una prima ricostruzione investigativa, Gianluca era insieme al fratello e al cugino quando il gruppo li ha circondati. E dopo l’accerchiamento sono volate bottiglie, sono spuntati coltelli, sono stati sferrati colpi in rapida sequenza. E alla fine, il fendente che ha trasformato il pestaggio in un omicidio. Arteria femorale recisa. Tecnicamente, sarebbe emerso dagli accertamenti medico-legali, non sarebbe stata una ferita «in sé potenzialmente mortale». Ma nel giro di pochi minuti l’emorragia è diventata inarrestabile, trasformando quel colpo in una condanna. Gianluca si è accasciato sulla banchina del binario sei ed è rimasto a terra mentre gli aggressori fuggivano verso i treni. Secondo gli investigatori gli aggressori avrebbero «agito come degli animali», poi avrebbero «gettato» il ragazzo «su un binario», come un oggetto di cui disfarsi. Gianluca morirà poco dopo all'Ospedale Fatebenefratelli senza mai riprendere conoscenza. Sulla fuga si è subito concentrata l’inchiesta, guidata dal procuratore aggiunto Elio Ramondini e dalla pm Bruna Albertini (coordinati dal procuratore Marcello Viola). La caccia è partita da lì. Ma anche da alcune deduzioni. Non sarebbero emersi elementi rispetto a «uno scontro tra gang», né di relazioni della vittima con gruppi criminali giovanili. Gianluca era incensurato. Seconda generazione ecuadoriana cresciuta a Milano. Ma senza contatti con quel mondo parallelo che ha incrociato martedì alle 22.30. Fuori dalla stazione, nel punto in cui il figlio è stato ucciso, il papà della vittima pronuncia parole che riportano Milano indietro di anni, nell’oscuro universo delle «pandillas» latinoamericane. «Ero qua prima che succedesse e ho riconosciuto uno di loro dai tatuaggi, è il capo dell’MS13». Il riferimento è alla Mara Salvatrucha, la gang salvadoregna diventata uno dei simboli mondiali della violenza urbana latinoamericana. Una sigla che a Milano era già emersa in passato nelle indagini sulle bande giovanili e che molti ricordano anche per la brutale aggressione a un capotreno avvenuta nel 2015. Poi aggiunge che il gruppo era armato: «Bottiglie e coltelli». E soprattutto pronuncia la frase che più ha creato interesse negli investigatori: «Questo è il loro territorio». La stazione.
Un confine da presidiare e da controllare. Un pezzo di periferia in cui il branco detta le regole. Poi arriva il dolore puro: «Vorrei che li prendessero quei bastardi». Il fratello di Gianluca e il cugino, finiti pure loro al centro del pestaggio, hanno assunto il ruolo di testimoni oculari. Il fratello, in particolare, avrebbe riferito agli investigatori della Squadra mobile di non conoscere gli aggressori, precisando che erano persone ignote anche a Gianluca. Parole che avrebbero trovato conferme nei terminali delle forze di polizia.
Il vicepremier e ministro dei Trasporti Matteo Salvini ha subito fatto sapere che il governo è «al lavoro per raddoppiare la presenza di militari, forze dell’ordine e personale di Fs Security che opera sui treni e nelle stazioni». Secondo il leader della Lega, «questa presenza va almeno raddoppiata, per stroncare una violenza quotidiana ormai diventata intollerabile». L’assessore lombardo alla Sicurezza, Romano La Russa, propone invece metal detector nelle stazioni, nelle metropolitane e nelle aree della movida. Una misura che servirebbe a contrastare «il fenomeno delle gang di sudamericani dedite a rapine violente, spaccio e aggressioni a coltellate o machete». Il sindaco di Milano, Beppe Sala, invece, continua a mantenere la sua posizione morbida e boccia l’idea come «una reazione buttata lì», chiedendosi «come si fa a non pensare cosa vuol dire nelle nostre stazioni mettere la gente in fila e impiegare 30-40 secondi per ogni persona che entra». E cerca di spostare l’attenzione: «È un problema non solo di Milano, c’è nel nostro mondo e c’è nel nostro Paese».
Solo qualche ora dopo è scoppiata una maxi-rissa alla stazione di Garbagnate Milanese. Due gruppi di nordafricani si sono fronteggiati a bastonate. Poi è partita una sassaiola contro un treno fermo in banchina. Un sasso ha ferito un giovane al volto, un altro ha mandato in frantumi un finestrino. La Polfer ha identificato 13 ragazzi tra i 19 e i 24 anni. Due i feriti non gravi e 5 contusi, tra cui un bambino di 9 anni.
Jaber Naggay, il ventiduenne marocchino di seconda generazione fermato l’altro giorno a Reggio Emilia per «arruolamento con finalità di terrorismo», sognava un’Europa sotto il controllo del Califfato. «A tutte le donne», nella sua visione, «sarebbe stato […] imposto il velo e non avrebbero più avuto un’opinione propria».
Il suo estremismo religioso è diventato centrale nell’ordinanza di custodia cautelare con cui il gip l’ha privato della libertà. L’indagato, dopo aver gridato per anni «al lupo al lupo» in Germania, con falsi allarmi bomba, minacce di attentati nelle stazioni ferroviarie, lettere dal carcere con riferimenti ad Hamas e Isis, fantasie di ostaggi e martirio e minacce deliranti che gli sono costati l’espulsione verso l’Italia, secondo il giudice avrebbe superato il confine della semplice provocazione entrando in contatto con ambienti capaci di accompagnarlo verso un possibile attentato. Un quadro molto cupo rispetto alla sua radicalizzazione viene segnalato il 26 dicembre 2023. Naggay è nel penitenziario di Adelsheim, in Germania. Parlando con un operatore della struttura, è riportato nel suo curriculum giudiziario, «aveva auspicato la morte per le persone omosessuali, ribadendo che presto il territorio tedesco sarebbe stato occupato dallo Stato islamico». In quello stesso episodio affermò «che era pronto a morire come martire». E anche che «la violenza è un mezzo legittimo per manifestare le sue convinzioni religiose».
Ma c’è anche una frase che sembra uscita da un proclama jihadista: «In nome di Allah il misericordioso. Voglio solo mettervi in guardia, poiché così è scritto nel Corano. Che mettiate in guardia o no i miscredenti, essi non crederanno comunque a nulla». Infine, durante il colloquio con uno psicologo avrebbe manifestato «ammirazione per l’attentatore di Wurzburg (un somalo che il 25 giugno 2021 accoltellò passanti nel centro della città bavarese, provocando tre morti e diversi feriti, ndr)» e spiegato di voler uccidere gli infedeli. Per poi commentare: «Così si può essere grandi come Dio e raggiungere Dio». I tedeschi, a quel punto, gli hanno messo in mano un foglio di via. Lui è quindi tornato dai genitori a Montecchio Emilia. E dalla sua cameretta ha ricominciato a fantasticare. È finito in una chat di Telegram. Lì dentro un contatto (al momento non identificato) dal nome «ForDm» ha cominciato a prendergli le misure. Finché Naggay si propone per «un’operazione». Due parole che gli inquirenti traducono con «un attentato». Naggay in quella chat avrebbe cercato legittimazione, dimostrando di essere pronto. E annunciando: «Registrerò un video in cui confesserò di essere un sostenitore del Daesh». E un attimo dopo: «Organizzerò un’operazione con ostaggi per te». Il tono della conversazione cambia rapidamente. Si parla di soldi, di aiuti, di preparazione tecnica. Naggay chiede denaro: «Mi servono dei soldi». L’interlocutore continua a verificare quanto sia disposto ad andare avanti. A un certo punto usa una definizione che accende un campanello d’allarme: «Lupo solitario». La formula con cui il terrorismo jihadista definisce chi colpisce da solo, usando mezzi rudimentali: coltelli, auto o esplosivi artigianali. Solo un attimo prima l’uomo misterioso si era reso disponibile a fornire a Naggay «dei file su produzione di tossine» e a farlo «entrare» in un «gruppo specializzato». Secondo il gip, Naggay non è più il ragazzo che in Germania telefonava annunciando falsi attentati per vedere le stazioni evacuate e per finire sui giornali. Qui, scrive il giudice, emerge «la concreta disponibilità» dell’indagato «al compimento di atti terroristici». Tutta la conversazione si intreccia con i messaggi mandati alla madre solo poche ore prima del fermo: «Sto veramente male, chiama la polizia, vado a fare una cosa in centro con un coltello». A quel punto gli inquirenti l’hanno preso sul serio. E l’hanno fermato.





