L’ultimo segnale d’allarme è arrivato il 30 maggio. Quando, secondo la Procura di Milano, Zakaria Ben Haddi ha pubblicato sui propri profili social «diversi post inneggianti al martirio, facendo ritenere verosimile una sua immediata ed estemporanea attivazione».
Pochi giorni prima gli investigatori avevano già annotato un altro elemento ritenuto significativo: il riferimento al «tragico evento» avvenuto a Modena il 15 maggio scorso, quando Salim El Koudri aveva travolto i passanti in pieno centro con la sua automobile. Chi indaga l’ha letto come il punto di arrivo di una discesa progressiva dentro l’universo della propaganda jihadista maturato attraverso il Web e i social network. E che viene collocato all’interno di un meccanismo: quello degli attacchi compiuti da singoli individui, senza strutture visibili alle spalle, senza cellule riconoscibili. «Tutti pronti», secondo il pm, «all’azione violenta nei confronti di cittadini inermi tramite l’uso di autoveicoli o di armi prevalentemente da taglio». Ovvero uno scenario da «lupo solitario».
E, così, alla vigilia del suo ventunesimo compleanno, Ben Haddi, nato a Vimercate, in Brianza, è stato fermato con l’accusa di terrorismo internazionale. Il provvedimento è stato disposto dal pubblico ministero Alessandro Gobbis. Per la Procura guidata da Marcello Viola, il giovane si sarebbe associato «all’organizzazione terroristica internazionale comunemente nota come Stato islamico». E, in particolare, «al primo califfo Abu Bakr Al-Baghdadi». Dall’analisi dei profili Instagram e Tiktok, «accessibili a tutti», scrive il pm, «dunque a una platea potenzialmente infinita di utenti», sarebbe saltato fuori materiale ritenuto «apologetico di attentati terroristici contro l’Occidente e di aperta esaltazione e incitamento al martirio». Ma anche «di attentati terroristici in danno dei cristiani». L’inchiesta ha preso forma attraverso il lavoro della Digos di Milano. Gli approfondimenti investigativi si sono tradotti in due informative, datate 29 e 31 maggio, e in una successiva perquisizione. Secondo il pm, proprio dagli ultimi accertamenti sarebbe emersa «una pericolosa accelerazione della propria spirale di radicalizzazione ideologico-religiosa».
A rafforzare i sospetti degli inquirenti c’è un altro elemento: quando viene fermato, Ben Haddi è in possesso di un biglietto aereo per il Marocco. La partenza era fissata per il 9 giugno. Il giovane, secondo l’accusa, avrebbe manifestato la disponibilità all’azione violenta «nella consapevolezza di essere in procinto di lasciare l’Italia». Per la Procura il dato contribuisce a delineare un quadro di pericolosità attuale. Per l’indagato, invece, il viaggio aveva tutt’altra finalità: ha spiegato che doveva recarsi in Marocco per sostenere un esame. Il nome di Ben Haddi, però, era emerso anche in un’altra attività investigativa.
La Digos stava monitorando il gruppo Telegram «Chat Terza posizione» e il canale «Centro studi Terza posizione». Secondo gli investigatori, si trattava di ambienti caratterizzati dalla diffusione di «idee radicali e violente ispirate alle ideologie nazionalsocialiste e suprematiste». Uno degli utenti era stato identificato come «Zacky Ben». Una presenza che gli investigatori collocano nel fenomeno definito «White Jihad» o «ibridazione», cioè la contaminazione tra ambienti ideologicamente diversi ma accomunati dall’estremismo. In quell’ordinanza il fenomeno veniva definito con una formula precisa: «Ibridazione tra propaganda di estrema destra radicale e contenuti riconducibili a gruppi jihadisti». La convergenza non è religiosa, ma ideologica e simbolica: antisemitismo, culto della violenza, mitologie del martirio e fascinazione per il terrorismo diventano un linguaggio comune tra universi apparentemente lontani.
Tra i contenuti recuperati, «tutti connotati», secondo il pm, «da una marcata istigazione alla violenza e per contenuti eversivi», ci sarebbero alcuni messaggi ritenuti significativi, perché valutati come «fattore accelerante di processi di radicalizzazione già in atto». In una conversazione, Ben Haddi scrive: «Impossibile fare un colpo di Stato nella situazione attuale». Era la risposta a un altro utente che sosteneva: «Comunque per poter fare una sovversione e quindi un colpo di Stato ci servono molte più persone, organizzate e non sparse e che tutti seguano la stessa idea o simile». In un’altra circostanza aveva pubblicato la fotografia di un bambino dalla pelle chiara e dagli occhi azzurri accompagnandola con il commento: «Chiaramente è superiore a te». La frase arrivava come replica a chi gli aveva scritto: «Tu sei africano, non sei superiore a nessuno». Quel fascicolo aveva già portato all’arresto di Matteo Celibashi, diciannovenne italo-albanese pavese, ritenuto promotore e ideatore della chat. Il dato più rilevante è che la precedente inchiesta non descriveva soltanto un circuito di estrema destra. Dentro quella comunità digitale comparivano già riferimenti espliciti alla propaganda jihadista, ad Hamas, all’Isis e al Bataclan.
Gli esempi sono espliciti. In un messaggio viene rilanciata l’immagine di un uomo armato con bandiera palestinese e la didascalia: «Fino alla vittoria Gloria ad Hamas gloria agli eroi». In un altro scambio compare uno sticker con un soldato di Hamas e la frase: «Viva Hamas viva le brigate al qassam», a cui un utente risponde: «Gloria eterna». Ancora più netto è il richiamo al Bataclan. Un video con simbolo dell’Isis e riferimenti all’Ordine dei Nove Angoli, subcultura legata all’estremismo neonazista, contiene sottotitoli tradotti così: «L’operazione del teatro Bataclan», «cento morti e un gran numero di feriti», «vendico il sangue dei musulmani, uccido i crociati senza pietà». Un ecosistema online dove estrema destra, antisemitismo e jihadismo si contaminavano in nome della radicalizzazione.
Ma quando Ben Haddi è comparso davanti al giudice per le indagini preliminari Rossana Mongiardo la sua linea difensiva è stata netta: «I miei post avevano solo finalità divulgative». Compreso quello sull’attentato a Modena.
Viaggi e soggiorni in resort, liquidità finita dritta sui conti dei parenti, shopping di borse e oggetti di lusso: Hermès, Chanel, Prada. La gestione dei finanziamenti che dal ministero dell’Interno passavano per la Prefettura di Benevento e arrivavano al consorzio Maleventum, holding del settore dell’accoglienza giunta, prima che scoppiasse un’inchiesta giudiziaria nel 2018, a gestire 13 centri di accoglienza (cinque dei quali finiti all’epoca sotto sequestro per le condizioni sanitarie e di agibilità) e a farsi assegnare l’ospitalità di circa 800 migranti, pari all’80% del totale degli stranieri che trovavano rifugio in provincia di Benevento, avrebbe prodotto, secondo la Procura regionale della Corte dei Conti della Campania, un danno erariale da 1,3 milioni di euro. Ovvero una parte dei 20 milioni erogati tra il 2014 e il 2018 per l’accoglienza dei richiedenti protezione internazionale.
Si tratta delle somme che il Viminale trasferiva per garantire vitto, alloggio, assistenza materiale, servizi di integrazione e gestione ordinaria delle strutture. Soldi pubblici che avevano una destinazione precisa e vincolata: erano destinati a garantire servizi e condizioni di vita dignitose ai richiedenti asilo. La Procura contabile sostiene invece che una parte di quelle risorse sia stata ottenuta attraverso un illecito risparmio sui servizi da fornire agli ospiti. Meno spese per l’assistenza, meno investimenti nelle strutture, meno servizi. Più disponibilità economiche da utilizzare altrove. Secondo le contestazioni, proprio questo tesoretto sarebbe stato impiegato per acquisti nei negozi delle grandi firme, per i viaggi, per i soggiorni e per altre operazioni ritenute estranee agli scopi per i quali i finanziamenti erano stati erogati.
L’inchiesta della magistratura contabile nasce dalla trasmissione, nel dicembre 2018, degli atti del procedimento penale conclusosi il 21 aprile scorso con una sentenza di condanna emessa dal Tribunale di Benevento. E ora sono otto le persone che hanno ricevuto gli inviti a dedurre (azione con cui i destinatari vengono chiamati a fornire le proprie giustificazioni prima dell’eventuale avvio del giudizio di responsabilità amministrativa) firmati dal procuratore contabile e notificati dai finanzieri del Nucleo di polizia economico-finanziaria. Tra loro c’è Paolo Di Donato, ritenuto amministratore di fatto e dominus del consorzio Maleventum. Insieme a lui figurano gli amministratori e i rappresentanti legali che si sono succeduti tra il 2014 e il 2018: Renza Fusco, Elio Ouechtati, Giuseppe Caligiure e Giovanni Pollastro.
Ma nell’inchiesta compare anche un altro filone: quello dei controlli. Tra i destinatari delle contestazioni figurano infatti Felice Panzone, ex funzionario della Prefettura di Benevento addetto alla gestione dei centri di accoglienza (ufficio che avrebbe dovuto verificare il rispetto degli obblighi contrattuali da parte del gestore), e gli ex dirigenti dell’Area Immigrazione Maria Rita Circelli e Giuseppe Canale. A Panzone vengono contestate alcune soffiate dell’imminenza delle ispezioni. Lo avrebbe fatto, si scoprì durante le indagini giudiziarie, utilizzando una frase precisa: «Passate la cera». Un’espressione che, secondo gli investigatori, funzionava come un segnale per indicare l’arrivo imminente dei controlli. L’ex funzionario, secondo le ricostruzioni dell’accusa, disponeva in anticipo delle informazioni relative alle verifiche che sarebbero state effettuate da Prefettura, Asl, carabinieri del Nas e, in una occasione, persino da una delegazione dell’Onu.
L’obiettivo sarebbe stato quello di consentire ai responsabili delle strutture di intervenire rapidamente sulle situazioni più evidenti con servizi di pulizia straordinari. Un maquillage sufficiente a presentare agli ispettori una realtà diversa da quella che normalmente caratterizzava i centri. Fin qui il penale.
Ora, secondo la Procura contabile, Panzone non avrebbe avviato le procedure necessarie per sanzionare le criticità riscontrate. Contestazioni analoghe riguardano anche gli ex dirigenti dell’Area immigrazione della Prefettura, ai quali viene attribuita la mancata applicazione delle penalità previste dal contratto e delle misure previste in caso di irregolarità. Il consorzio era riuscito nel frattempo a costruirsi una certa autorevolezza nel settore. Anche tramite la propaganda. Nel 2016 fu pubblicizzata la storia di un migrante, ospite di una delle strutture del consorzio, che alla stazione di Telese Terme trovò uno zainetto smarrito con all’interno denaro e documenti e decise di consegnarlo al commissariato di polizia. E sempre nel 2016 il consorzio comunicò la propria disponibilità a ospitare gratuitamente 100 sfollati del terremoto nel Centro Italia. Mentre dieci migranti partirono per offrire supporto ai soccorritori. Solo due anni dopo scattarono cinque arresti. Ora le grane con la Corte dei conti per quegli 1,3 milioni di euro andati in fumo.
Una piccola cabina tecnica annerita dal fuoco, le pareti deformate dal calore, il tetto piegato come un foglio di lamiera. Dai basamenti esce ancora del fumo biancastro. Intorno, cavi carbonizzati e materiale elettrico ridotto a una massa indistinta.
All’interno, ciò che resta degli impianti appare come un ammasso nero, sciolto dalle temperature sviluppate dall’incendio innescato, valutano gli investigatori, da «liquido infiammabile».
È la scena lasciata dal rogo che la scorsa notte ha colpito due centraline elettriche lungo la linea ferroviaria Brennero-Verona Porta Nuova, nel tratto compreso tra Peri e Dolcè, al confine tra le province di Verona e Trento. Un incendio che i tecnici hanno subito definito come «di origine dolosa» e che ha paralizzato la circolazione ferroviaria. Per questo motivo il gesto, fino a ieri sera non rivendicato, viene letto dagli investigatori come un possibile tassello di una giornata molto più ampia di mobilitazione sull’asse del Brennero. Le indagini, dopo i rilievi della polizia scientifica, sono state affidate alla Digos della Questura di Verona. La pista privilegiata porta verso gli ambienti dell’ambientalismo radicale o dell’orbita anarco-insurrezionalista (che in passato sulla linea del Brennero ha colpito più volte). L’elemento che orienta gli investigatori è soprattutto la coincidenza temporale. Il sabotaggio è stato infatti compiuto poche ore prima della manifestazione ambientalista organizzata in Austria contro il traffico pesante e il transito dei tir attraverso il corridoio del Brennero (un valico strategico per il commercio). Una protesta annunciata da tempo e culminata con il blocco dell’autostrada del Brennero sul versante tirolese. Secondo la ricostruzione degli investigatori, il rogo avrebbe colpito proprio l’unico sistema di collegamento nei trasporti rimasto operativo mentre l’attenzione era concentrata sulla protesta stradale. Dal punto di vista investigativo, quindi, la tempistica sembra rappresentare al momento uno degli elementi più significativi. Chi ha agito conosceva con precisione il calendario della protesta e ha scelto una finestra temporale in grado di amplificare l’impatto dell’azione.
Un secondo elemento che gli investigatori starebbero valutando riguarda la scelta dell’obiettivo. Le centraline elettriche non sono un bersaglio scelto a caso: colpire strutture essenziali consente di interrompere la circolazione senza intervenire direttamente sui binari.
Una modalità che presuppone la conoscenza del funzionamento della linea ferroviaria e dei suoi punti più vulnerabili. E infatti il risultato è stato immediato. La circolazione dei treni è stata subito interrotta, con ritardi e cancellazioni che si sono trascinati per ore.
Soltanto dalle 12.30 il traffico ferroviario ha ripreso a muoversi, anche se lentamente. E mentre la ferrovia veniva bloccata, in Austria andava in scena la manifestazione contro il traffico di transito. Alle 13, come previsto dagli organizzatori, centinaia di manifestanti hanno occupato l’autostrada del Brennero, a Matrei. Sugli striscioni comparivano slogan come: «L’Ue, il transito e il profitto distruggono la nostra salute» e «via il traffico pesante dalle nostre strade».
La manifestazione si è comunque svolta senza incidenti. I partecipanti rivendicano ragioni ambientali e sanitarie: «I motivi della protesta riguardano il traffico di transito in costante aumento», che causerebbe, secondo i manifestanti, ricadute «soprattutto di natura sanitaria per la popolazione». «Il flusso deve essere ridotto, non si può più andare avanti così», ha dichiarato Karl Mühlsteiger, sindaco di Gries am Brenner e promotore dell’iniziativa, ricordando gli oltre 14 milioni di passaggi di veicoli registrati ogni anno. Proprio la concomitanza tra la manifestazione annunciata e il sabotaggio, però, costituisce quindi uno dei nodi centrali dell’inchiesta.
Gli investigatori dovranno accertare se vi sia stato un collegamento diretto tra gli autori del rogo e gli ambienti della protesta oppure se qualcuno abbia sfruttato la mobilitazione come copertura ideale per compiere un’azione autonoma destinata ad avere un forte impatto.
Paradossalmente, però, proprio la viabilità stradale è stata l’aspetto che ha creato meno problemi. L’uscita obbligatoria al casello di Vipiteno e i percorsi alternativi predisposti tra Val Pusteria e Val Venosta hanno retto. Anche sul versante italiano non si sono registrate particolari criticità. Molti autotrasportatori e viaggiatori avevano infatti scelto di modificare in anticipo i programmi di viaggio. Al termine della manifestazione a Matrei, in Tirolo, il traffico è tornato regolare. Sul versante italiano, è stato riaperto lo snodo viario di Vipiteno. La vera emergenza si è spostata sui binari. Con Digos e Polfer al lavoro, in stretto contatto con l’Antiterrorismo, per capire chi abbia deciso di colpire le infrastrutture ferroviarie e se esista un collegamento tra il sabotaggio e la mobilitazione ambientalista.





