Le Ong in tribunale la fanno di nuovo franca. Questa volta a Ragusa, dove il giudice civile Rosanna Scollo ha annullato l’ennesimo fermo amministrativo, accogliendo l’opposizione presentata dalla Sea Eye 5 contro il provvedimento disposto dalla Prefettura: fermo di 20 giorni nel porto di Pozzallo, dove la nave era attraccata il 16 giugno del 2025, cancellato e spese di lite (518 euro), oltre ai compensi legali (2.000 euro), a carico del ministero dell’Interno. Per la toga siciliana, «la condotta» della Ong risulterebbe «conforme alla normativa vigente, non essendosi la nave arbitrariamente rifiutata di fornire informazioni o di osservare indicazioni, bensì essendosi limitata a rappresentare la situazione concreta».
Una frase che rovescia l’impianto della contestazione amministrativa. Ma solo in parte.
Per capire il senso della decisione bisogna partire da cosa veniva contestato alla nave. Nel ricorso contro il fermo, l’Ong elencava cinque contestazioni: la presunta illegittimità della procedura sanzionatoria, il difetto di motivazione e di proporzionalità del fermo, rivendicava il «mancato coinvolgimento immediato delle autorità libiche», confutava la contestazione di non avere fornito le informazioni richieste dall’autorità italiana e di non essersi uniformata alle indicazioni ricevute, e infine respingeva la violazione legata al fatto di non avere raggiunto «senza ritardo il porto di Taranto», indicato come place of safety. La sentenza non dà ragione alla Ong su tutta la linea. Il giudice ha rigettato la «violazione degli obblighi di motivazione» del fermo e del principio di proporzionalità della sanzione. Che risultano regolari. La sentenza boccia anche la tesi sulla carenza di giurisdizione italiana: «Il fatto […] pur avvenuto in alto mare, diviene rilevante per l’ordinamento giuridico italiano» e, una volta richiesto il porto di sbarco all’autorità italiana, «il comandante della nave si è assoggettato alle norme italiane». Poi però arriva il rovesciamento. Il giudice premette che l’opposizione è comunque fondata nel merito e spiega dove sarebbe crollato il provvedimento della Prefettura. Il perno è l’onere della prova. La sentenza richiama un principio definito come «unanimemente acquisito». Ed è questo: «Nei giudizi di opposizione a sanzione amministrativa, l’onere di dimostrare l’effettiva consumazione dell’illecito amministrativo, ove il fatto sia contestato, grava integralmente sull’autorità amministrativa». E subito dopo cala la lama: «L’onere in questione non può dirsi assolto nel caso di specie». È qui che la decisione fa una giravolta. Lo Stato, per il tribunale, aveva titolo per intervenire, ma non ha portato in tribunale abbastanza prove. La prima contestazione affrontata nel merito riguarda il mancato coinvolgimento immediato delle autorità libiche per l’assegnazione del porto di sbarco. Dalla documentazione, scrive il tribunale, «si evince chiaramente che alle autorità libiche sono state inviate» delle «email» per segnalare l’evento. Era il 14 giugno 2025. Da Tripoli non arrivò alcuna risposta. La nave, secondo la Prefettura, non avrebbe quindi fornito le informazioni richieste dalle autorità italiane e non si sarebbe uniformata alle indicazioni ricevute. Inoltre, non avrebbe raggiunto senza ritardo Taranto, individuato come porto sicuro. Anche qui il giudice sta dalla parte della Sea Eye 5. Scrive che «il comandante ha sempre dato risposta ad ogni richiesta». Eccetto una. Che appare anche particolarmente grave: «Non è stato in grado» di selezionare «le persone maggiormente vulnerabili» a causa «dell’elevato numero delle persone a bordo (ben 62)» e delle «gravissime condizioni» in cui versavano. La sentenza richiama una mail del 15 giugno in cui il comandante segnalava «persone ustionate, disidratate, in ipotermia e con bruciature e inalazioni da carburante», aggiungendo che «i naufraghi si trovavano in mare da oltre 48 ore». Qui, però, a fronte dell’incapacità in capo al comandante, ci sarebbe un secondo gap della Prefettura: «L’amministrazione» non avrebbe «dato prova del fatto che le persone salvate, una volta sbarcate, non versavano nelle condizioni dichiarate». Sul porto di Taranto, il giudice scrive che la situazione era aggravata anche dalla «carenza d’acqua» e che questa circostanza contribuiva a rendere impossibile raggiungere Taranto, giudicato «troppo distante». Da qui il cambio di rotta: «È stato solo a seguito del dialogo intercorso tra le parti, a fronte delle difficoltà ed esigenze palesate dal comandante, che (l’autorità, ndr) provvedeva ad assegnare il più vicino porto di Pozzallo». La conseguenza è scolpita in una frase: «Il mancato raggiungimento del porto di Taranto non è stato frutto di una ingiustificata disobbedienza, bensì delle comunicazioni intercorse tra la nave e l’autorità italiana». La contestazione secondo cui la Sea Eye 5 non avrebbe fornito le informazioni richieste o si sarebbe rifiutata di uniformarsi alle indicazioni ricevute «non appare corretta». Sostenere il contrario, secondo il giudice, «equivarrebbe ad affermare che il comandante di una nave», unico ad avere esperienza diretta della situazione di bordo, non avrebbe avuto «la possibilità di palesare le concrete difficoltà pratiche di eseguire una data indicazione» e sarebbe stato costretto a eseguire «passivamente» ordini che avrebbero potuto mettere in pericolo «la vita propria, dell’equipaggio e dei naufraghi salvati». Ed è così che il fermo cade. La Ong passa l’esame, ma non a pieni voti: «Sono ravvisabili delle ragioni sufficienti per l’accoglimento della proposta opposizione».
La slavina parte da un esposto anonimo di 23 pagine consegnato all’Ordine dei giornalisti della Liguria che chiama in causa il direttore del Secolo XIX, Michele Brambilla. L’Ordine, presieduto da Tommaso Fregatti, cronista di giudiziaria proprio del Secolo XIX, apre un procedimento disciplinare e convoca i capi delle redazioni genovesi. I fatti esaminati partono dal momento in cui il giornale cambia di mano.
Nel settembre 2024 gli armatori genovesi Aponte lo hanno comprato dalla Finegil dell’ex gruppo Espresso-Repubblica. Secondo le ricostruzioni che circolano sui giornali progressisti, l’ufficio del governatore di centrodestra Marco Bucci avrebbe costruito dossier sul quotidiano ligure (con tanto di black list di cronisti sgraditi) per fare pressione sull’editore e ammorbidire la linea editoriale. Dopo l’audizione all’Ordine, Brambilla sarebbe andato in Procura per presentare una denuncia per diffamazione dopo aver appreso quanto riferito all’Ordine dallo staff di Bucci. La vicenda diventa pubblica e prende forma in due versioni contrapposte. La prima è quella pro Brambilla. All’inizio i rapporti con il governatore sono cordiali. Poi arriva la campagna elettorale delle amministrative. Il centrosinistra candida Silvia Salis. Ed è in quel momento che il Secolo XIX sarebbe finito sotto osservazione. Lo staff del governatore avrebbe preparato rassegne stampa commentate sul lavoro del giornale. I documenti sarebbero stati consegnati dal portavoce Federico Casabella a Bucci. E sarebbero stati arrivati, non si sa come, all’editore Pier Francesco Vago, executive chairman della galassia Aponte.
Spesso l’editore li avrebbe girati al direttore. «Un’attività sistematica», racconta Brambilla: «Io ho sempre fatto un giornale equilibrato. Ma Bucci voleva altro». La paternità dei report viene rivendicata dallo stesso Casabella e da Diego Pistacchi, membro dello staff del governatore. Entrambi ex giornalisti del Giornale. Ma Casabella respinge la definizione di dossier: «Definirli dossier è falso e diffamatorio». Sarebbe stata, sostiene, una normale «mappatura dei media» destinata all’uso interno. Durante la sua audizione emerge, però, un dettaglio. Il portavoce sostiene che quei report sarebbero stati concordati proprio con il direttore del Secolo XIX. Brambilla replica definendo questa ricostruzione «una menzogna (una convinzione che gli ha fatto rimpolpare la sua denuncia in una diffamazione aggravata, ndr)». A fine febbraio arriva il primo punto fermo. L’Ordine archivia la posizione del direttore: nessuna violazione deontologica. La storia però non si ferma lì. I documenti circolano. E Brambilla, dalle pagine della Stampa, rilancia.
Nell’intervista viene riportata la versione secondo cui quei report sarebbero stati redatti d’accordo con il direttore. Brambilla replica con una domanda: «Allora perché (Bucci, ndr) non li mandava a me? Perché li ha mandati al mio editore?». E se il governatore sostiene, invece, che si trattasse di normali critiche, il direttore ribatte: «Quei dossier sono pieni di cose false». Ma, a questo punto, il direttore la spara grossa: «Cercare di controllare la stampa, questo è sempre successo. Ma qui siamo oltre. Siamo vicini alla dittature sudamericane». Quindi aggiunge: «Mi sono sempre sforzato di fare il giornale più equilibrato possibile, ma se anche decidessi di fare un giornale di sinistra, che cosa vuole Bucci?». Certo fa specie sentir parlare di un giornale progressista dall’autore del pamphlet denuncia L’eskimo in redazione, un corrosivo ritratto della storica deriva sinistrorsa dei cronisti dopo il ’68.
Il governatore ieri è intervenuto con un corrosivo comunicato: «Avrei sperato di non dover arrivare al punto di rendere nota la chat con il direttore del Secolo XIX», afferma, «ma sono costretto a farlo per ristabilire la verità e dimostrare che è falso che lui non fosse d’accordo a questo scambio di considerazioni». Bucci contesta l’uso di un messaggio dell’8 maggio 2025 diffuso dal direttore come prova del suo dissenso. Le parole sono queste: «Sono veramente stanco di queste cose. Facciamo un giornale onesto. E stop». Secondo il governatore sarebbe stata una mistificazione: quella frase «non è riferita al report, né a miei messaggi, né al mio staff», ma sarebbe la risposta del direttore a un post apparso su Facebook contro il giornale e da lui segnalato. E, ora, valuta piccato: «Scriverla sulle pagine del proprio giornale e darla ad altri quotidiani come prova che lui rifiutava le nostre segnalazioni è una cosa estremamente grave». La prova che i rapporti andavano avanti senza scossoni sarebbe da rinvenire proprio nelle chat. Il confronto, infatti, sarebbe proseguito normalmente. Il governatore cita uno scambio del 22 novembre: «Invio al direttore alcuni resoconti e preciso di farlo “senza alcuno spirito polemico ma soltanto per proseguire quello che ci siamo detti nel nostro ultimo incontro”». La risposta di Brambilla, secondo il governatore, sarebbe stata: «Va bene, dopo guardo adesso sono in treno». Dopo la lettura sarebbe stato proprio Brambilla, ricostruisce Bucci, «a fare riferimento a un incontro avvenuto in sua presenza con l’editore». Queste sono le sue valutazioni: «Nessuna azione di pressione indebita, dunque».
Il passaggio successivo della chat, a suo dire, dimostrerebbe l’esistenza di uno scambio costante. Le parole di Brambilla sono queste: «Avvisami subito quando vuoi precisare qualcosa o dire la tua, così non si accumulano rassegne e si interviene subito, senza che si sedimenti nulla». Per ricostruire la dinamica dei rapporti con il quotidiano, il governatore insiste su un punto che considera decisivo: la relazione con la direzione del giornale non sarebbe stata episodica. È dentro questa cornice che colloca anche uno dei passaggi centrali della vicenda: «Si dice (Brambilla, ndr) dispiaciuto del tono, difende giustamente il lavoro dei suoi giornalisti, ma mai nega di essere d’accordo a questo confronto costante che prosegue da oltre un anno». La conclusione di Bucci è al vetriolo: «Chiedo», afferma rivolgendosi a Brambilla, «se le ha, che mostri quelle che sono state definite con formula diffamante “black list di giornalisti sgraditi” e che né io né il mio staff abbiamo mai fatto e mai ci sogneremo di fare. Non intendo invece violare la riservatezza di chat che riguardano altre persone, cosa che il direttore invece ha fatto pubblicando messaggi altrui». Ovviamente tra i due litiganti, un giornalista considerato moderato e un governatore di centrodestra (scontro che è stato svelato dai giornali progressisti che a Genova lavorano in pool), gode solo la sindaca della città, presentata subito dai cronisti come vittima di chissà quali complotti. In realtà il trattamento di favore a lei riservato dai media è sotto gli occhi di tutti. In vista del suo auspicato (da molti) lancio come politica di livello nazionale, se non, addirittura, come candidata premier del campo largo.
«Tanto, dopo il referendum, con voi del Foglio faremo i conti». La frase cade lì, secca. Non è una battuta. Non è neppure una provocazione da talk show. Nicola Gratteri, oggi capo della procura di Napoli, l’avrebbe pronunciata parlando con la cronista del Foglio, Ginevra Leganza, dopo la polemica nata da una sua uscita televisiva su La7, quando aveva detto che Sal Da Vinci canta Per sempre Sì ma alla fine «voterà No». Il cantante ha poi smentito.
A quel punto il clima cambia. «Ascolti», avrebbe detto serio Gratteri, «se dovete speculare e diffamare persino su Sal Da Vinci, fate pure. Non è un problema. Tanto, dopo il referendum, con voi del Foglio faremo i conti». La conversazione, stando a quanto riportato ieri dal quotidiano, deve essere stata a tratti delirante: «I conti?», ha chiesto la cronista. Gratteri: «Nel senso che tireremo una rete». «La famosa rete?», chiede ancora la giornalista. Risposta: «Sì, una rete». Ancora una domanda: «Si riferisce alla pesca a strascico?». Risposta secca: «Speculate pure». Il punto, però, non è la polemica televisiva. E neppure la battuta su Sal Da Vinci. Il punto sono proprio i «conti». E i conti si fanno con i numeri.
Il conteggio più citato negli ultimi mesi è quello dell’Unione delle Camere penali sulle principali operazioni coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro negli anni in cui Gratteri era procuratore capo. Il perimetro riguarda le inchieste arrivate almeno a una sentenza di primo grado tra il 2017 e il 2023. Il totale indicato è di «1.121 arresti». Le «assoluzioni» sono «423», cioè «il 37,4%». Non significa automaticamente arresti illegittimi. Anche perché, a proposito di separazioni delle funzioni, la misura cautelare la decide un gip. Ma i numeri raccontano qualcosa di molto concreto: una quota rilevante delle accuse iniziali non ha retto alla prova del processo. E non è l’unico numero che riguarda il distretto giudiziario di Catanzaro. Secondo la relazione del ministero della Giustizia sulle misure cautelari personali e sulla riparazione per ingiusta detenzione, tra il 2018 e il 2024 nel distretto di Catanzaro sono state presentate 847 domande di risarcimento per ingiusta detenzione.
Nel solo 2024 la Corte d’appello di Catanzaro ha definito 198 procedimenti, accogliendone 117: una percentuale di accoglimento pari al 59%, superiore alla media nazionale (circa 45%). Nello stesso periodo, sempre secondo il documento ministeriale, lo Stato ha pagato nel distretto quasi 29 milioni di euro di indennizzi. Solo nel 2024 i risarcimenti liquidati hanno superato i 10 milioni di euro, uno dei livelli più alti registrati tra le Corti d’appello italiane. Si tratta di dati aggregati che riguardano tutte le Procure del distretto ma che restituiscono comunque la dimensione del fenomeno nel territorio in cui operava anche la Procura guidata da all’epoca da Gratteri.
Il caso simbolo è l’inchiesta «Rinascita-Scott», un maxi blitz del dicembre 2019 contro le cosche vibonesi. L’operazione partì con 334 arresti. Con rito abbreviato arrivarono 70 condanne e 20 assoluzioni. Nel troncone principale di primo grado la sentenza registrò 207 condanne e 131 assoluzioni su 338 imputati. Tra le storie finite dentro quell’indagine c’è anche quella di Danilo Tripodi, giovane cancelliere del tribunale di Vibo Valentia indicato come particolarmente zelante. Arrestato con accuse che andavano dalla corruzione alla mafia, è rimasto mesi in carcere e ai domiciliari. La Cassazione ha poi annullato senza rinvio, stabilendo che non era né mafioso né corrotto e parlando di «ipotesi congetturale» costruita su circostanze irrilevanti. Uno schema simile si è visto nell’operazione Stige, il blitz del 2018 contro il clan Farao-Marincola tra Calabria e Germania. Allora gli arresti furono 169.
Negli anni successivi, tra rito abbreviato e ordinario, le assoluzioni sono state numerose: circa cento su 169 arrestati. Tra gli arrestati c’era l’imprenditore vinicolo di Cirò Marina Francesco Zito, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Ha trascorso sei mesi tra carcere e domiciliari. Dopo quasi sette anni è arrivata l’assoluzione definitiva e la Corte d’appello di Catanzaro gli ha riconosciuto 47.000 euro di indennizzo per ingiusta detenzione, sottolineando i danni subiti anche dall’impresa. Alla fine, in Cassazione l’inchiestona conquista condanne definitive per 19 appartenenti al clan e assoluzioni definitive per altri 19 imputati, tra cui gli ex sindaci di Cirò Marina e Strongoli e diversi imprenditori coinvolti nell’indagine.
Poi c’è «Basso Profilo», gennaio 2021: 48 arresti tra imprenditori, politici e presunti uomini della ‘ndrangheta crotonese. Nel processo d’Appello il bilancio è stato di 29 condanne e undici assoluzioni. Tra gli imputati eccellenti dell’area amministrativa figurava anche Pasquale Anastasi, ex dirigente del dipartimento Turismo della Regione Calabria. Arrestato con l’accusa di traffico di influenze aggravato dal metodo mafioso, è stato poi assolto insieme ad altri imputati per i quali erano state chieste pene fino a 8 anni.
Un andamento non molto diverso emerge da «Imponimento», operazione del luglio 2020 contro il clan Arena di Isola Capo Rizzuto: 75 arresti tra Italia e Svizzera. Nel primo grado arrivano 48 condanne e 25 tra assoluzioni e prescrizioni. In altre indagini della Dda di Catanzaro, come «Brooklyn», la Cassazione ha annullato diverse contestazioni nei confronti dell’imprenditore Eugenio Sgromo, escludendo l’esistenza di gravi indizi per alcuni dei reati più pesanti, tra cui il concorso esterno e l’autoriciclaggio. Infine «Farmabusiness», novembre 2020, l’indagine sui rapporti tra ‘ndrangheta e settore farmaceutico. Tra gli arrestati c’era l’ex presidente del Consiglio regionale della Calabria, Domenico Tallini. Nel rito abbreviato del 2022 il tribunale ha pronunciato 14 condanne e 6 assoluzioni, tra cui proprio quella di Tallini. Nel processo ordinario il bilancio si è ulteriormente ridotto: una condanna e due assoluzioni. In questo caso la partita se la sono aggiudicata gli assolti.
Ecco i conti. Ma prima del referendum.





