Garlasco, tutti i «non ricordo» del carabiniere che fece foto «illecite» al fascicolo di Sempio
- Maurizio Pappalardo elude le domande nel procedimento su Mario Venditti: «Non so chi sia l’indagato. Prendo atto ora di queste immagini».
- La famiglia Poggi e i Cappa querelano Giletti, «Le Iene» e la rivista «Giallo».
Lo speciale contiene due articoli.
Un lungo elenco di «non ricordo». È questo il riassunto del verbale del maggiore dei carabinieri in congedo Maurizio Pappalardo. È stato sentito il 2 febbraio 2026 come persona informata dei fatti nel procedimento bresciano in cui è indagato l’ex procuratore aggiunto di Pavia, Mario Venditti, per la contestata archiviazione di Andrea Sempio. Pappalardo, recentemente condannato a 5 anni e 8 mesi di reclusione per corruzione e stalking nei confronti dell’ex fidanzata, è stato comandante del Nucleo informativo di Pavia sino al giugno 2023. L’ex ufficiale è stato convocato perché, la vigilia di Natale del 2016, con il proprio cellulare ha immortalato sulla scrivania di Venditti atti del procedimento su Sempio, anche se, annotano gli investigatori, «l’insolita foto di atti coperti dal segreto» non era finita nell’archivio del Nucleo guidato da Pappalardo. In compenso «si sarebbe, invece, riscontrato che presso» il vecchio ufficio del maggiore «era stato aperto un fascicolo P (permanente) su Andrea Sempio il 25 marzo 2017», dieci giorni dopo l’istanza di archiviazione avanzata da Venditti e dalla collega Giulia Pezzino e accolta il 23 marzo dal giudice.
Nelle carte visionate dalla Verità gli investigatori annotano che «all’interno del fascicolo P era stato inserito non solo il decreto di archiviazione conforme all’originale, ma anche una richiesta di archiviazione in bozza, con appunti manoscritti, differente dalla richiesta di archiviazione definitiva». Nelle note a margine non manca qualche errore (per esempio Stasi viene nominato Andrea e non Alberto), ma le correzioni sono state recepite nel provvedimento definitivo che, al contrario della bozza, non è finita, però, nel fascicolo P. Nella prima versione, preparata dalla pm Pezzino, a proposito del Dna si legge: «Non è idoneo a effettuare nessun confronto». Tutto in maiuscolo. Invece nel testo definitivo è scritto: «Non ha alcuna valenza indiziaria, né tanto meno probatoria della colpevolezza dell’indagato». Ora gli inquirenti pavesi evidenziano che il Nucleo informativo di Pappalardo non aveva «titolo per disporre del provvedimento in bozza con correzioni» e aggiungono di non conoscere «l’esito di eventuali accertamenti della Procura di Brescia sull’autore della scritta a mano».
Il riferimento è a un appunto scritto a mano su carta intestata della società di intercettazioni Rcs che non è altro che l’incipit dell’istanza definitiva. Ma vediamo che cosa (non) ha detto Pappalardo a febbraio ai sei investigatori (tre carabinieri del Nucleo investigativo di Milano e tre finanzieri) che lo hanno compulsato su delega della Procura di Brescia. Quando gli chiedono con che criterio fosse stato «impiantato» il fascicolo P di Sempio, Pappalardo, nonostante le centinaia di ore di trasmissione sul caso Garlasco, risponde con uno sconcertante «Non so chi sia». A questo punto gli investigatori lo aggiornano, spiegandogli che si tratta della «persona che è attualmente indagata per l’omicidio di Garlasco».
Il maggiore insiste: «Non ne ero a conoscenza, avendo moltissimi fascicoli». E riferisce in base a quali fattori vengano aperti i dossier personali: «Ogni soggetto che viene a contatto con l’amministrazione dell’Arma dei carabinieri ha poi un suo fascicolo P». Nel verbale la linea di Pappalardo non cambia mai. La richiesta di archiviazione in bozza? «Non l’ho mai vista». L’appunto sul foglietto della Rcs? «Sconosco sia la grafia che l’atto, che vedo oggi per la prima volta». E subito dopo sottolinea: «Non sapevo che fosse all’interno del casellario del Nucleo informativo». Un vero e proprio catenaccio, che il militare porta avanti senza tentennamenti per 80 minuti. Quando gli mostrano l’ordinanza di archiviazione, quasi sbotta: «Non ho mai visto nulla su Andrea Sempio». Di fronte alla pagina del registro dei fascicoli P da cui risulta l’apertura di quello 099573 intestato al presunto omicida di Chiara Poggi, Pappalardo non è d’aiuto nemmeno per individuare chi abbia materialmente annotato il nuovo report: «Bisognerebbe vedere chi era in servizio quel giorno» si limita a suggerire. Quindi prosegue nei suoi dribbling: «Non sono in grado di riferire come mai venne impiantato il fascicolo poiché non ho conoscenza personale». E fa presente, per chiarire meglio la sua totale estraneità ai fatti, di non avere mai svolto indagini sulla vicenda di Garlasco. A proposito dei suoi rapporti con la Procura di Pavia, riferisce che il Nucleo informativo gestiva la scorta di Venditti e quindi lui si recava «lì per comprendere se vi fossero criticità».
Il 24 dicembre del 2016 Pappalardo, dal memoriale del servizio, risulta assente giustificato per la legge 104. Gli investigatori, con in mano le foto sospette ritrovate nel cellulare del testimone, gli chiedono se ricordi di essere passato in Procura quel giorno. Risposta, scontata: «Non ho memoria del fatto». A questo punto gli inquirenti gli mostrano i tre scatti incriminati. La prima fotografia ritrae il conferimento di incarico fatto dallo studio Giarda (che all’epoca difendeva Stasi) alla società Skp che ha svolto le indagini che hanno innescato l’apertura del fascicolo su Sempio; le altre due ritraggono, invece, una pagina dei tabulati telefonici acquisiti nel 2007 per l’omicidio di Garlasco e poi allegati alla relazione della Skp. Come detto, per gli investigatori, quelle immagini sono state realizzate con il telefonino di Pappalardo e i documenti immortalati si trovavano sulla scrivania di Venditti. Al testimone viene chiesto come mai abbia scattato queste fotografie. Altra risposta prevedibile: «Non ho memoria. Penso che mi fu chiesto dal comando provinciale poiché si seguiva molto il caso di Garlasco». Gli investigatori fanno presente che quel fascicolo era coperto da segreto. Pappalardo non fa un plissé: «Onestamente non me lo ricordo».
Il corpo a corpo prosegue. Ricorda se qualcuno le diede il permesso di fare queste foto? «No, non lo contestualizzo proprio. Penso che sia stato perché il Provinciale voleva avere Informazioni». Ricorda se fosse presente il dottor Venditti? «Non ve lo so dire. Prendo atto». Esclude di aver avuto incarico dalla Procura di fare accertamenti sulla Skp e sui tabulati? «A livello di Nucleo informativo lo escludo, a meno che qualcuno non lo abbia fatto di sua iniziativa senza dirmi nulla». Era prassi che lei entrasse nell’ufficio del dottor Venditti e prendesse un fascicolo fotografandolo? «Non era certamente prassi. Prendo atto della presenza di quelle foto, ma non ricordo proprio i fatti. Sicuramente non mi sono preso il fascicolo di mia iniziativa». Dalle carte emerge anche che quella vigilia di Natale Pappalardo aveva ricevuto numerose chiamate da un altro carabiniere che lavorava in Procura con Venditti. Ma dalle indagini non risulta che i due si siano incontrati negli uffici giudiziari.
In conclusione resta un mistero il motivo per cui l’allora comandante del Nucleo informativo di Pavia si sia recato nell’ufficio del procuratore aggiunto e abbia scattato tre foto che non sono mai entrate nel fascicolo P di Sempio. Resta altrettanto oscuro come e perché la bozza della richiesta di archiviazione del presunto omicida sia invece finita in quella cartella riservata. L’avvocato di Pappalardo, Beatrice Saldarini, si limita a osservare: «Siccome il verbale del mio assistito non è stato interrotto, evidentemente non sono emersi indizi di reità a carico di Pappalardo». L’informativa che lo riguarda, però, è stata inviata da Brescia a Pavia ed è confluita nel procedimento per l’omicidio di Chiara Poggi. «Questo mi ha stupito, ma neanche tanto» conclude la legale.
E spunta l’inchiesta sui giornalisti per «persecuzione» contro i Poggi
C’è una nuova indagine su Garlasco. Ma questa volta non riguarda direttamente l’omicidio di Chiara Poggi, né la posizione di Andrea Sempio, né la possibile revisione della condanna di Alberto Stasi. Riguarda invece il racconto pubblico della vicenda, le accuse rilanciate in tv e sui social come le piste riemerse a ogni nuova svolta investigativa. A darne notizia è stato ieri Gianluigi Nuzzi a Dentro la notizia. Il fascicolo, affidato al pm Antonio Pansa della Procura di Milano, nasce da una mole imponente di esposti e querele che si sono raggruppati negli anni: circa 200 atti, secondo la ricostruzione televisiva. Una settantina sarebbero stati presentati dai genitori di Chiara Poggi, circa un centinaio dalle gemelle Paola e Stefania Cappa, a cui si aggiungerebbero iniziative di altri soggetti, tra cui l’ingegnere Paolo Reale.
L’ipotesi, in alcuni casi, non sarebbe più soltanto la diffamazione, ma anche quella di atti persecutori. Il punto è capire se la reiterazione di accuse, allusioni, ricostruzioni tv e social abbia superato il limite del diritto di cronaca, trasformando familiari e persone mai indagate in bersagli permanenti. Non si conosce ancora l’elenco degli indagati. È però chiaro da dove nasce il fascicolo: dalle azioni legali presentate negli anni dalla famiglia Cappa e dai Poggi contro blogger, giornalisti, direttori di settimanali, comunicatori, youtuber e opinionisti.
Il fronte più strutturato sembra essere quello della famiglia Cappa, l’avvocato Ermanno Cappa, la moglie Maria Rosa Poggi, zia di Chiara, e le figlie Paola e Stefania. In questi anni la loro linea è stata opposta a quella di molti altri protagonisti della storia di Garlasco. Hanno evitato presenze televisive, senza dare risposta al cosiddetto «circo mediatico», scegliendo anzi una sequenza di azioni giudiziarie contro chi ha continuato a chiamarli in causa. Tra i nomi emersi nelle querele e nelle ricostruzioni figurano Massimo Giletti, per Lo Stato delle cose, Olga Mascolo, per Storie Italiane, l’ex maresciallo Francesco Marchetto e, a quanto pare, anche l’avvocato Antonio De Rensis, legale di Alberto Stasi. Sul fronte della carta stampata è stata querelata Albina Perri, direttrice del settimanale Giallo. Anche se il precedente più concreto riguarda Le Iene: per un servizio del 2022 sono stati condannati per diffamazione aggravata Riccardo Festinese e Alessandro De Giuseppe, in relazione a un servizio ritenuto lesivo nei confronti di Stefania Cappa. Del resto, in questi mesi si è spesso tornati a parlare di vecchie piste che non si sono mai consolidate. Marco Muschitta, l’operaio che nel 2007 disse di aver visto una ragazza simile a Stefania Cappa in bicicletta con un attrezzo da camino, salvo poi ritrattare. Gianni Bruscagin, il cosiddetto «super testimone», che ha riferito di aver saputo indirettamente che Stefania sarebbe stata vista entrare nella casa della nonna a Tromello con un grosso borsone. E poi ci sono state le dichiarazioni di Marchetto su un presunto Suv nero o le ipotesi sul Santuario della Bozzola, le teorie su lividi da stampella e persino il riferimento, rilanciato in tv da Roberta Bruzzone (che ne prese le distanze sostenendo di non condividerla), a un presunto giro di droga. Suggestioni, piste, racconti che si sono rivelati spesso privi di riscontri giudiziari solidi.
C’è poi da tempo depositato un ulteriore esposto in Procura, contenente audio dove si ipotizzerebbe una persecuzione subita dalle due gemelle e persino un tentativo di orientare o depistare le indagini. Se confermato, sarebbe un salto di livello, non più soltanto il possibile accanimento mediatico contro soggetti mai indagati, ma l’ipotesi che il «circo mediatico» abbia provato a incidere sul corso stesso dell’inchiesta.
Nell’inchiesta di Pavia ci mancava solo l’accusa di sessismo tra magistrati. È messa nero su bianco nel verbale di assunzione di informazioni di Giulia Pezzino, l’ex pm (ha lasciato su propria richiesta l’ordinamento giudiziario nel febbraio 2025) che, insieme con l’ex procuratore di Pavia Mario Venditti, coordinò l’indagine del 2016-2017 su Andrea Sempio (poi chiusa con un’archiviazione).
Nell’inchiesta di Pavia ci mancava solo l’accusa di sessismo tra magistrati. È messa nero su bianco nel verbale di assunzione di informazioni di Giulia Pezzino, l’ex pm (ha lasciato su propria richiesta l’ordinamento giudiziario nel febbraio 2025) che, insieme con l’ex procuratore di Pavia Mario Venditti, coordinò l’indagine del 2016-2017 su Andrea Sempio (poi chiusa con un’archiviazione). L’ex toga è stata sentita lo scorso 20 novembre a Brescia nell’ambito dell’inchiesta per corruzione avviata proprio per quell’archiviazione. E ha spiegato perché abbia lasciato l’ufficio giudiziario pavese con una motivazione che lascia sconcertati. I colleghi bresciani le hanno chiesto se, dopo l’addio a Pavia, avesse avuto contatti con Venditti, «magari in occasione della riapertura del caso» e la Pezzino ha risposto: «Ho interrotto i rapporti con lui nel 2018. Tra i motivi che mi hanno portata ad andarmene dalla Procura di Pavia vi era anche l’invidia dei colleghi per il rapporto fiduciario che si è creato con il dottor Venditti. Ero diventata una sorta di punto di riferimento, con cui si relazionava più frequentemente rispetto ad altri, come del resto ero stata per il procuratore Gustavo Cioppa, anche perché ero tra le più anziane». Ed eccoci al punto cruciale: «C’erano battutine e commenti anche di tipo sessista e questo era per me motivo di disagio». Voci malevole avevano riguardato anche una sua presunta relazione con un investigatore che lavorava in Procura. Ma su questa relazione i pm bresciani non le hanno chiesto chiarimenti. La Pezzino si è anche lamentata di non avere ricevuto solidarietà dal suo vecchio capo per quelle chiacchiere: «Ho interrotto i rapporti con Venditti perché, a fronte di questa situazione, lui non mi ha mai tutelata». Anche se, successivamente, i due si sarebbero incrociati in almeno un’occasione: «Dopo che sono andata in Procura minori a Milano, ricordo che ci siamo visti una volta per pranzo a Milano, ma ho capito che lui era interessato solo ad avvalersi del mio supporto in ambito professionale finché sono stata in Procura a Pavia». Accuse pesanti.
La donna non fa sconti neppure al suo vecchio procuratore: «Ho bloccato tutti i numeri anche di Cioppa perché dopo la pensione è andato a fare il consulente di Maroni (Roberto, ex governatore della Lombardia, ndr) in Regione e ritenevo inopportuno continuare a ricevere telefonate da lui».
Nel verbale la Pezzino ricorda che il procedimento era coassegnato a lei e a Venditti e sottolinea: «Non ho mai sottovalutato la rilevanza dell’indagine». Spiega anche di aver affidato le investigazioni all’aliquota di polizia giudiziaria dei carabinieri, la ormai tristemente nota Squadretta di Pavia, per evitare «ogni possibile fuga di notizie»: «Avevo necessità di massima sicurezza sulla serietà dell’attività, anche perché dieci anni prima le indagini erano state caratterizzate da rilevanti omissioni». Poi, però, dopo questo attacco, l’ex pm ammette quella che sembra essere stata una clamorosa lacuna nelle indagini. Domanda: «Avete acquisito anche gli atti d’indagine di Vigevano?». Risposta: «A mio ricordo no, perché gli uffici giudiziari erano stati chiusi e non era facile andare a recuperare gli atti ivi conservati». L’indagine che nel 2016 rimetteva in discussione il delitto di Garlasco (con Alberto Stasi già condannato in via definitiva) si è, dunque, sviluppata senza la previa acquisizione del fascicolo completo del procedimento originario.
Per fortuna della Pezzino, parte del materiale, però, sarebbe stata messa a disposizione dalla dottoressa Laura Barbaini della Procura generale: «Abbiamo acquisito tanta documentazione, ma ora non ricordo quale», ha riferito la testimone. Un altro passaggio interessante del verbale riguarda la richiesta di archiviazione e il mistero delle bozze finite nelle mani sbagliate. Pezzino spiega di avere predisposto personalmente l’istanza: «Ho poi condiviso il file della bozza con Venditti». Gli inquirenti bresciani la incalzano: «Risulta che qualcuno oltre al personale della sezione abbia avuto accesso agli atti? Perché emerge che Pappalardo (il maggiore Maurizio, alla sbarra a Pavia in tre diversi processi, ndr) avesse visionato gli atti». La risposta è netta: «Assolutamente no». I magistrati non sembrano convinti e le chiedono se lei o Venditti abbiano mai mostrato il fascicolo all’ufficiale in congedo. E la Pezzino ribadisce: «Escludo di avere dato accesso agli atti a Pappalardo perché non ne aveva motivo». A questo punto le viene mostrata «una nota manoscritta». L’ex pm spiega subito: «Non ho mai visto questo scritto». Quindi aggiunge: «Guardando la pagina successiva, riconosco la mia richiesta di archiviazione». A quanto risulta alla Verità, tale documento era presente nel fascicolo di Sempio presso il Nucleo informativo, all’epoca guidato da Pappalardo, del comando provinciale di Pavia. Continua la Pezzino: «Può darsi sia la mia bozza rivista dal dottor Venditti. Io gli avevo mandato il file». La testimone conferma di avere mandato la richiesta solo a Venditti e si mostra spiazzata per quella fuga di notizie: «Non so spiegarmela, io non ho dato la bozza a nessun altro». Nel verbale emerge anche il rapporto costante con l’avvocato Gian Luigi Tizzoni, legale della famiglia Poggi: «Mi sono confrontata varie volte con lui. […] Era per me normale condividere con lui i passi delle indagini».
Con il legale ci sarebbe stato anche uno scambio di atti: Tizzoni avrebbe avuto accesso a quelli nuovi e avrebbe fornito alla Procura vecchi documenti del processo contro Stasi. Dal verbale emergono anche altre criticità nella conduzione delle indagini. Per esempio scopriamo che il maresciallo Giuseppe Spoto «ha dichiarato» a Brescia che «non aveva curato con particolare attenzione l’ascolto delle intercettazioni e che Venditti gli aveva dato incarico di trascrivere in fretta per archiviare». Per questo gli inquirenti hanno chiesto alla Pezzino: «Come se lo spiega?». Risposta: «Mi sembra molto strano perché per me era un’indagine molto importante e di particolare delicatezza, in cui ho profuso ogni sforzo. Non nego che volevo chiarire velocemente le posizioni sia di Sempio, che era sotto i riflettori, sia di Stasi, anche per rispetto della famiglia Poggi». Alla Pezzino è stato domandato se avesse mai dato indicazioni al comandante della squadra di investigatori che conduceva le indagini, il luogotenente Silvio Sapone, di contattare, come è in effetti avvenuto, l’indagato Sempio. La risposta è categorica: «Non ricordo assolutamente di avere dato questo incarico». Quando la testimone viene a sapere che Sapone ha riferito di aver ricevuto proprio da lei l’ordine di chiamare Sempio per invitarlo in Procura, salvo poi revocare quella delega, replica decisa: «Escludo categoricamente di avere dato alcuna indicazione di convocare l’indagato per un contatto antecedente all’interrogatorio». E definisce «francamente inverosimile una dinamica del genere». I pm la mettono di fronte a un dato incontrovertibile: «Dai tabulati di Sempio ci risultano una ventina di contatti con Sapone». E la Pezzino sembra restare di stucco: «Se me l’avessero detto, avrei dato indicazione di dare atto dei contatti e di riferirne il motivo».
Nel frattempo la Procura generale di Milano, guidata da Francesca Nanni, sarebbe pronta a chiedere ulteriori atti ai pm di Pavia prima di decidere se presentare una richiesta di revisione della sentenza di condanna definitiva a 16 anni per Stasi. Al momento la Procura di Pavia ha inviato nel capoluogo meneghino solo la documentazione contestata a Sempio nel suo recente interrogatorio. I tempi per arrivare a una determinazione, nonostante la sollecitazione arrivata da Pavia, non saranno brevi, anche perché la Procura generale è febbrilmente impegnata a valutare la regolarità degli atti alla base della concessione della grazia a Nicole Minetti.
- Con due articoli speculari, Polito e la De Gregorio puntano il dito contro gli appassionati di cronaca nera: «Sono populisti». Peccato che i due quotidiani siano pieni di aggiornamenti sul caso Poggi. E che i primi a ridurre l’informazione a tifo siano loro.
- I verbali del 5 maggio 2026 restituiscono ricordi diversi sulla vittima e sul suo rapporto con Alberto Stasi. Per la cugina Paola, il legame non era così forte e Alberto trovò subito un’altra ragazza, Stefania nega.
Lo speciale contiene due articoli.
Basta uno starnuto e il popolo diventa popolino. Basta che il Giornalista Collettivo lo decida e quell’armata «saggia e consapevole» che bocciò la riforma della magistratura al referendum in nome della Costituzione, si trasforma in un’accozzaglia di minus habens divanati e affamati di colpi di scena sul delitto di Garlasco. È la teoria stereo del Corriere della Sera e di Repubblica, che ieri hanno dedicato alla curiosa mutazione antropologica (criticandola aspramente) riflessioni da saggio breve, affidate a grossi calibri come Antonio Polito e Concita De Gregorio. E annegate - da settimane, con granitica coerenza - dentro l’oceano di indiscrezioni, retroscena, supposizioni, gossip, interviste, grafici, presunti appunti, fotomontaggi, big data, da pagina due a pagina sei dei loro autorevoli quotidiani.
Le due testate leader nel pretendere di plasmare la coscienza critica del cittadino italiano sono fortemente preoccupate. «L’ossessione per il true crime è il male oscuro del populismo. Ma c’è forse qualcosa di nuovo nella straordinaria partecipazione di massa ai processi mediatici cui stiamo assistendo negli ultimi tempi, che somiglia sempre più a un’ossessione nazionale in grado perfino di oscurare l’interesse popolare per ben più gravi vicende (le guerre per esempio)», scrive il Corriere, incline all’analisi sociologica. Per Repubblica il problema è perfino più grave: «Da sempre spostare il conflitto sul piano individuale è funzionale a distogliere dal malessere collettivo». E quale sarebbe? «L’allontanamento dalla realtà, dalla passione civile; la distrazione dai danni e dalle omissioni di chi governa le cose, dai problemi reali». Come se Andrea Sempio avesse affondato la Flotilla. Come se a nascondere le prove nei 19 anni di scempio giudiziario fosse stata Giorgia Meloni. Ecco l’assassina, fatele la prova del Dna.
Noi del ceto medio poco riflessivo (che ai doppi falli di Garlasco preferiamo gli aces di Yannik Sinner) avremmo una domanda preliminare: ma invece di sdottoreggiare con punte di lirismo che neanche Eugenio Montale, non era più semplice entrare in riunione e far valere l’understatement con la direzione e l’ufficio centrale? Se nelle vostre homepage campeggiano almeno sei titoli al giorno su Garlasco; se il vostro core business quotidiano è «il video della ricostruzione in 3D del delitto con l’avatar di Andrea Sempio», che volete dal popolino? Lasciatelo in pace e parlatevi. Corriere e Repubblica sono due network di riferimento nello stilare il menù informativo, nel decidere la scaletta, nell’influenzare il dibattito. Sia chiaro, tutto questo è un valore. Ma il corto circuito ha qualcosa di grottesco: da una parte si spinge all’inverosimile la merce, dall’altra si alza il ditino dell’elitaria insofferenza contro la merce sorseggiando Sassicaia. Snobismo in purezza mentre riecheggia la metafora di Stefano Ricucci al tempo dei furbetti del quartierino: fare i froci con il c… degli altri.
Oltre a evidenziare la contraddizione, gli editoriali paralleli suscitano un paio di pensieri sparsi. Da sempre il trittico «soldi, sangue, sesso» ha innervato le pagine dei giornali, non solo italiani. Dalla strage di Erba al delitto Yara, da Cogne ad Avetrana passando per Novi Ligure, il mistero ha sempre avuto un posto in prima fila. Indro Montanelli ripeteva spesso una frase di Ugo Ojetti: «Per fare un buon giornale servono un editoriale contro il governo, un po’ di sangue sparso e i risultati delle partite di calcio». E il moltiplicatore social, quell’enorme bar di Guerre Stellari che tutto appiattisce, è una conseguenza non certo una causa.
Sottolinea Polito: «Ci troviamo davanti a un populismo digitale senza precedenti. Tutto molto divertente per chi guarda, ma sicuramente devastante per chi ne è vittima e deve aggiungere, alla paura, la gogna». Ha ragione. Con un dettaglio: la responsabilità del processo mediatico permanente non è di chi lo guarda girando il ragù e buttando lì un like per noia. Ma di chi ne ha fatto un totem nella stagione di Tangentopoli e in 30 anni non ha mai cambiato spartito. Garlasco non è che la nemesi. E ci ricorda ogni giorno, ogni ora, lo sfacelo di un sistema giudiziario tenuto in piedi dalla santa alleanza fra procure e redazioni, dove le prime dettano gli spartiti e le seconde suonano il trombone.
Seconda riflessione. Troppo comodo applaudire il popolo quando va in piazza o si fa turlupinare dai luoghi comuni («Pace o condizionatori», «Chi non si vaccina si ammala e muore» «Arriva l’helicopter money») per poi derubricarlo a feccia populista quando si appassiona ad altro. Privato della sovranità costituzionale sui grandi temi (sui soldi decide la Bce, sulle riforme l’Europa e i giudici, sulla salute Big Pharma) l’uomo della strada si sente più vicino a un caso di cronaca andato a male (diceva Lev Tolstoj: «Parla del tuo villaggio e parlerai del mondo») piuttosto che al patto di stabilità o al patriarcato tossico. Sicuri che abbia torto? E comunque versatevi un altro calice di Brunello. Dopo Garlasco è in arrivo un nuovo psicodramma collettivo: l’hantavirus. Lo gridano con la sirena i vostri giornali.
Le contraddizioni delle due Cappa: «Chiara era innamorata. Anzi no»
Tra soliloqui di Andrea Sempio, ricostruzioni 3D, impronta 33 e possibile revisione per Alberto Stasi, nel nuovo fascicolo su Garlasco colpisce anche il contrasto tra Paola e Stefania Cappa, cugine di Chiara Poggi. I verbali del 5 maggio 2026 restituiscono due immagini diverse della vittima e dell’andamento del rapporto con Stasi.
Paola racconta che Chiara le avrebbe confidato di non aver avuto intimità con Stasi a Londra: «Questa cosa a mio modo di vedere mi era suonata un po’ strana». Ridimensiona però le vecchie ipotesi sulle «avance respinte»: erano una congettura «molto casuale». E introduce la presunta nuova fidanzata di Stasi: dice di ricordarlo al funerale con Serena S., avendo la sensazione che dal giorno dopo fosse già legato a lei.
Poi sostiene: «Non glielo ho mai sentito dire che fosse innamorata. Diceva che erano fidanzati e stavano bene». Stefania, invece, è netta: «Chiara era innamorata di Alberto». Racconta che la cugina le parlò dei video intimi con Stasi «in maniera molto serena e semplice», senza farle capire di averli fatti controvoglia.
Il nodo diventa la stanza di Chiara. Marco Poggi, sentito nel 2026, spiega che il computer di famiglia era lì e che lui lo usava. Davanti al video di Sempio a scuola trovato sul desktop, dice di essere «caduto dalle nuvole» e ipotizza che Andrea avesse portato un cd per mostrargli «le bravate di scuola». C’è poi la questione dei video intimi trovati su quel computer. Stasi, nel verbale del 20 maggio 2025, conferma che i filmati erano stati girati con la sua fotocamera e inviati a Chiara, tenuti poi su supporti esterni a suo «uso esclusivo». Marco, però, gli chiese prima del fermo se esistessero video sessuali. E quando i pm gli domandano se Sempio potesse averne uno, Marco ipotizza che abbia preso «una penna usb che c’era in camera di Chiara».
La relazione di Paolo Dal Checco aggiunge che il 5 maggio 2007 viene creato sul pc di Chiara «albert.zip», archivio di circa 1 gigabyte; cinque minuti dopo viene impostata una password per l’utente Chiara. L’1 luglio 2007, «1° Maggio.mpg» entra nell’archivio, ormai protetto. Anche fuori dal computer, Chiara appare più vigile: dopo un allarme, secondo Stefania, corse in strada e «non si era calmata subito». Stasi ricorda «cenere» in casa, pur precisando: «Né io né Chiara fumavamo».
Resta poi l’orario: le 9.30. Quattro giorni dopo l’omicidio, in caserma, Stasi ipotizza: «Qualcuno è entrato e lei si è spaventata». Stefania replica: «Ma alle 9.30?». Lui: «Non lo so a che ora». Una frase oggi rilevante, perché l’orario centrale diventerà poi 9.12-9.35. E in altre conversazioni torna l’avvertimento: «Se Chiara è morta alle 9.30-10, ci siete dentro voi altri!».
È il 12 febbraio 2008. Maria Rosa, madre delle gemelle, parla al telefono con la sorella Carla dopo i colloqui con la pm Rosa Muscio, all’epoca titolare dell’inchiesta. E riaffiora quel riferimento temporale: le 9.30. Ma è soprattutto nelle nuove carte della Procura di Pavia che quell’orario diventa il punto attorno a cui ruota la ricostruzione investigativa. Gli inquirenti riportano infatti uno dei soliloqui di Sempio (dell’8 febbraio 2017): «È successo qualcosa quel giorno (inc) era sempre lì a casa (inc) io non so se lei ha detto che lavorava (inc) però cazzo, oh (inc) alle nove e mezza (09.30) a casa… (inc)». Secondo i magistrati, «l’indagato sembra riferirsi all’orario in cui si sarebbe presentato a casa della vittima il giorno dell’omicidio». La Procura, basandosi anche sulla consulenza medico-legale di Cristina Cattaneo, ritiene infatti certo che Chiara abbia disattivato l’allarme della villetta alle 9.12. E aggiunge che, «per semplice somma di orari», essendo trascorsa «al minimo mezz’ora fra l’inizio della digestione» della colazione e la morte, «alle 9.45 Chiara Poggi era viva». Da qui un’altra conclusione investigativa destinata a cambiare il quadro del caso. Per gli inquirenti appare «del tutto irragionevole che possa essere stata uccisa da chi alle 9.35 era a casa propria davanti al proprio computer», cioè Stasi, distante «1,7 chilometri dalla vittima». Diversa, invece, la posizione di Sempio. Per la Procura, quella registrazione ambientale collocherebbe il nuovo indagato all’interno dell’abitazione di via Pascoli intorno alle 9.30. Poi, alle 9.58, secondo i tabulati telefonici, avrebbe chiamato l’amico Mattia Capra. Sempre secondo la consulenza medico-legale, la fase della colluttazione e dell’aggressione sarebbe durata tra i 15 e i 20 minuti. La frase intercettata è delle 17.43. Poche ore dopo che Sempio ha ricevuto la prima notifica per l’invito a comparire nell’indagine aperta nel 2017 e poi archiviata. Ed è proprio attorno alle vecchie indagini che sembrano aprirsi nuovi fronti investigativi. Gennaro Cassese, oggi colonnello dei carabinieri in pensione e all’epoca comandante della compagnia di Vigevano con il grado di capitano, sostiene di non aver ricevuto alcun avviso di garanzia, pur non escludendo l’iscrizione nel registro degli indagati per false informazioni ai pm. A Cassese verrebbe contestato di non aver riferito ai magistrati del malore accusato da Sempio durante l’interrogatorio del 4 ottobre 2008, quello dello scontrino del parcheggio di Vigevano. «È vero, di quell’ambulanza non mi ricordo. Sono passati 18 anni. Ma nessuno può mettere in discussione la massima serietà con la quale ho sempre operato, nel rispetto delle istituzioni». Poi aggiunge: «Io non cambierei nulla di quell’interrogatorio. L’unica cosa che farei è inserire l’orario della sospensione, perché quello andava messo».
Lo scontrino del parcheggio, l’alibi di Sempio, resta al centro della vicenda. L’avvocato Liborio Cataliotti invita alla calma: «Già una delle sorelle Cappa parla delle 9.30 come l’orario dell’omicidio». E precisa: «Nel fascicolo non si dice che lo scontrino è falso». Sull’intercettazione tra Giuseppe Sempio e la moglie, Cataliotti richiama la trascrizione: «Lo scontrino l’hai fatto tu (sospiro) dice lui, cioè il testimone. Questa è testualmente la trascrizione».
Il legale ricorda poi che il vigile del fuoco indicato come possibile elemento critico sull’alibi afferma di «incontrare la signora in altro luogo», che «non è mai successo di incontrarla a Vigevano» e che gli incontri «erano preceduti da telefonate». Aggiunge che «è stato provato» che quel giorno il testimone «era in servizio». Da qui la sua valutazione: «Gli inquirenti sono costretti a ipotizzare che lei sia andata a Vigevano per controllare l’effettiva presenza del testimone in caserma».




