- La Meloni e altri 18 leader chiedono di accelerare sugli hub nei Paesi terzi. Macron: «Non è conforme ai nostri principi».
- Immigrati scatenati nel Nord d’Italia: a Brescia un africano, regolare, aggredisce un piccolo di 3 anni al parco. Nella Bergamasca, un magrebino entra in una casa e prova a stuprare una ventitreenne.
Lo speciale contiene due articoli.
Migranti e bilancio europeo. Su questo si concentra l’azione di Giorgia Meloni che ieri, nella seconda giornata di Consiglio europeo, ha riunito 13 leader proprio per parlare delle soluzioni basate sui Paesi terzi. «Negli ultimi mesi l’Europa ha compiuto passi avanti significativi: dalla lista europea dei Paesi sicuri di origine al nuovo concetto di Paese terzo sicuro, dalla Dichiarazione di Chisinau all’accordo sul nuovo regolamento Rimpatri, fino al sostegno finanziario dell’Unione europea per soluzioni innovative in materia migratoria», ha dichiarato Meloni sui social.
Ora serve accelerare. È il momento di passare dalle regole ai fatti, a partire dall’attuazione del regolamento Rimpatri. Con la lettera congiunta inviata oggi insieme al primo ministro Frederiksen e ad altri 17 Capi di Stato e di governo, chiediamo di avviare rapidamente progetti pilota concreti, efficaci e replicabili. Valutando anche ipotesi di centri di rimpatrio congiunti in Paesi terzi». La lettera indirizzata al presidente del Consiglio Ue Antonio Costa firmata, oltre che dalla premier italiana e danese, dai leader di Austria, Belgio, Bulgaria, Cipro, Repubblica Ceca, Estonia, Grecia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Romania, Slovacchia, Slovenia, Svezia. Si legge: «Dobbiamo mostrare risultati concreti che facciano una reale differenza per i nostri cittadini e procedere con soluzioni basate in Paesi terzi il prima possibile». Per i leader si tratta del modello «più efficace per scardinare i modelli di business dei trafficanti di migranti, rimuovere gli incentivi alla migrazione irregolare verso l’Europa e garantire che coloro che non hanno il diritto legale di soggiornare in Europa siano rimpatriati».
Fonti di Palazzo Chigi hanno fatto sapere che nel corso della riunione è stato mostrato apprezzamento per i risultati conseguiti negli ultimi mesi, tra cui l’istituzione della lista europea dei Paesi sicuri di origine, l’introduzione del nuovo concetto di Paese terzo sicuro, l’adozione della Dichiarazione di Chisinau sulla migrazione, l’accordo politico sul nuovo regolamento Rimpatri e, più recentemente, l’inserimento di un riferimento al sostegno finanziario dell’Unione per le soluzioni innovative in materia migratoria nell’ambito dei negoziati sul prossimo Quadro finanziario pluriennale.
Nella lettera mancano le firme di Spagna e Francia. Infatti se da un lato il cancelliere tedesco Friedrich Merz si pone contro la linea italiana in materia di bilancio Ue, il presidente francese Emmanuel Macron e il premier spagnolo Pedro Sanchez, prendono le distanze dal modello Albania.
«La Francia non sostiene il modello dei cosiddetti “return hubs” i centri per il rimpatrio dei migranti irregolari in Paesi terzi sostenuti da un gruppo di Stati membri guidato da Italia, Danimarca e Paesi Bassi», ha spiegato Macron al termine del Consiglio europeo. «Per quanto riguarda la Francia, noi non effettuiamo rimpatri verso Paesi terzi perché non credo che sia né efficace né conforme ai principi della nostra comunità», ha affermato il capo dell’Eliseo esprimendo anche contrarietà all’ipotesi di utilizzare il bilancio dell’Unione europea per finanziare questo tipo di strumenti. «Per quanto mi riguarda, occorre rispettare le politiche di ciascuno Stato». Fonti diplomatiche spagnole assicurano invece che non ci sarebbe stato alcuno scontro tra Meloni e Sánchez, sulla politica Ue per le migrazioni, ma che si sarebbe trattato di uno «scambio» di opinioni, un «dialogo» che non avrebbe restituito le sensazioni di un vero e proprio scontro come riportato dai media. Sánchez ha rivendicato i risultati dell’approccio alla migrazione spagnolo, chiarendo che si tratta di una competenza specifica di ogni Paese e che non tutti devono usare gli stessi strumenti. Il premier spagnolo avrebbe anche ribadito il pieno impegno per il controllo delle frontiere dell’Ue, nel rispetto del patto per la migrazione europeo e in tutte le relazioni dell’Unione. I due leader, precisa la fonte, hanno avuto anche un incontro bilaterale al termine della riunione degli amici della Coesione, in cui non sarebbe emerso nessun problema.
Acqua sul fuoco rispetto a quanto riportato da Politico che ha scritto che i due si sarebbero scontrati sulla decisione di Madrid di regolarizzare la posizione di circa 500.000 richiedenti asilo. Comunque sia andata, la distanza dei due Paesi su questi temi resta. Una posizione quella spagnola e francese, che però risulta evidentemente minoritaria in Europa.
Una posizione che non rispetterebbe neanche i desideri dei propri cittadini perché secondo un sondaggio di Swg commissionato da Will media, mostrato nella trasmissione di La7, Tagadà, più della metà dei cittadini spagnoli e francesi è favorevole all’attuazione dei centri di rimpatrio in Paesi terzi. Un dato più alto di quello italiano, in cui la fetta di popolazione che è favorevole si aggira intorno al 40% mentre circa il 25% sarebbe contrario. Ad ogni modo il tema migranti verrà ampiamente discusso a ottobre, quando è prevista una riunione strategica così come spiegato nelle conclusioni del vertice sul quadro finanziario pluriennale, migrazione, droghe e altri temi del vertice dei leader Ue a Bruxelles. Il Consiglio europeo ha fatto il punto sui progressi compiuti nell’ambito dell’agenda legislativa e nell’attuazione delle sue precedenti conclusioni e alla luce della recente lettera della presidente della Commissione Ursula von der Leyen, il Consiglio europeo sollecita la prosecuzione dei lavori intensificati su tutti i fronti, compresa la dimensione esterna e i partenariati globali, in linea con il diritto dell’Ue e internazionale.
Nigeriano tenta di strangolare bimbo. Tunisino cerca di violentare ragazza
Prima un bambino di dieci anni, poi uno di appena tre. Presi per il collo in un parco pubblico, davanti alle famiglie, in pieno giorno. Una scena che a Brescia, e non solo, nessuno riesce a togliersi dalla testa. Un video di pochi secondi, diffuso dal Tg1, mostra gli istanti successivi all’aggressione. Si vede un uomo agitato che cerca di divincolarsi dalla presa di chi lo ha fermato. Poi l’arrivo della polizia e il trasferimento in Questura. La polizia lo identifica: cittadino nigeriano di 29 anni con permesso di soggiorno ma con precedenti per droga. Lo straniero era nel parco Guido Alberini e, secondo gli investigatori, era «in evidente stato di alterazione psicofisica». A un certo punto, hanno raccontato i presenti, ha afferrato al collo i due bambini. Il primo sarebbe riuscito a sfuggire alla presa e a scappare. Il secondo, un bambino di tre anni, sarebbe stato invece afferrato con forza al collo, strattonato violentemente e scaraventato a terra. Gli investigatori parlano di un tentativo di strangolamento. Poi, uno dei presenti, Aslam Naveed, pakistano, si è lanciato contro il nigeriano. «L’ho messo a terra, l’ho stretto e ho detto a mia moglie di chiamare la polizia». Ma le ha prese anche lui: «Sono malato di cuore e mi ha colpito al petto, avevo dolore ma non l’ho lasciato andare», ha aggiunto Naveed. Poteva trasformarsi in una tragedia. Le accuse sono pesanti: lesioni personali aggravate, resistenza e violenza a pubblico ufficiale. Durante il fermo avrebbe infatti colpito gli agenti intervenuti con calci e pugni. Le notizie diffuse successivamente parlano anche di un disagio psichico. E siccome sono state avviate le pratiche per la revoca del permesso di soggiorno e l’espulsione, questo è un dettaglio che potrebbe avere un peso. Perché se dovesse finire in un Cpr qualche camice bianco (come è accaduto in modo seriale a Ravenna) potrebbe certificare l’incompatibilità con il trattenimento. Per ora il giudice ha disposto gli arresti domiciliari. Ma il caso merita particolare attenzione sul fronte giudiziario. I due bambini presi di mira non hanno riportato conseguenze fisiche e non hanno avuto giorni di prognosi. Ma l’episodio, considerato particolarmente grave, ha provocato sgomento in città. A intervenire è stata anche il sindaco di Brescia, Laura Castelletti: «Quanto accaduto al parco Alberini è un fatto gravissimo, che scuote profondamente la nostra comunità». E, con una certa preoccupazione, ha richiamato anche la questione delle misure adottate nei confronti dell’aggressore: «In queste ore è stato annunciato l’avvio delle procedure per la revoca del permesso di soggiorno e per l’espulsione dell’uomo coinvolto. Allo stesso tempo, però, molti cittadini faticano a comprendere come, dopo un episodio di questo tipo, la persona si trovi agli arresti domiciliari in attesa di giudizio. È una situazione che evidenzia una distanza palese tra il sentimento diffuso nella popolazione e le risposte che lo Stato riesce a fornire di fronte a fatti che coinvolgono minori e suscitano sconcerto».
Lo Stato, in realtà, ha risposto subito. È la via giudiziaria quella che appare più scivolosa. Il presidente della Lombardia Attilio Fontana ha definito la notizia «raccapricciante» e la situazione «inaccettabile», sostenendo che «non si può negare che esista un problema di ordine pubblico e sicurezza». Ma quello di Brescia non è stato ieri l’unico caso che ha alterato la quotidianità della città lombarde. A Ponteranica, alle porte di Bergamo, cambia lo scenario, ma resta la stessa sensazione di vulnerabilità.
Il pomeriggio di paura si è consumato all’interno di una palazzina. Una ragazza di 23 anni era sola in casa e si stava preparando per fare la doccia quando uno sconosciuto è entrato nell’abitazione.
Secondo la ricostruzione dei carabinieri, l’uomo avrebbe prima scavalcato la recinzione della proprietà, poi raggiunto l’appartamento al primo piano e infine infranto una porta a vetri per fare irruzione. Una volta dentro avrebbe sorpreso la ragazza, l’avrebbe presa per i capelli, trascinata verso il giardino condominiale nel probabile tentativo di violentarla. Uno dei presenti ha raccontato che «lei urlava» e «chiedeva aiuto». Ma anche che «lui l’ha spogliata in un secondo». A salvarla sono state le sue urla. I vicini si sono precipitati all’esterno e hanno compreso immediatamente la gravità della situazione. Sono intervenuti. Uno di loro ha aperto una canna dell’acqua e ha puntato il getto contro l’aggressore, mentre gli altri l’hanno immobilizzato (anche con una corda che era in giardino) e lo hanno trattenuto fino all’arrivo dei carabinieri. Sul posto sono arrivati i militari del Radiomobile della Compagnia di Bergamo che hanno preso in custodia l’uomo, identificato come un cittadino di origine tunisina con lo status di richiedente asilo.
La ventitreenne è stata soccorsa dal personale sanitario e trasportata all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo per gli accertamenti e il supporto medico e psicologico. A raccontare quei momenti è il padre della ragazza. «Avevo appena finito di lavorare a Bergamo quando ho ricevuto la chiamata di mia figlia. Era disperata, gridava, diceva che c’era qualcuno in casa e mi chiedeva di venire subito. Mi sono precipitato a Ponteranica in tempo record e lì ho scoperto l’agghiacciante aggressione che aveva appena subìto, da uno sconosciuto che ha cercato di violentarla nel nostro giardino. Sono intervenuti i vicini che hanno fermato quell’uomo». In entrambi i casi, la differenza tra una tragedia e una notizia di cronaca l’hanno fatta le persone presenti sul posto.
Aveva messo incinta una bimba di dieci anni, ospite come lui del centro d’accoglienza di San Colombano di Collio, in provincia di Brescia, e, per questo, era stato arrestato.
Ora, però, per il giudice dell’udienza preliminare del tribunale di Brescia, Valeria Rey, la gravidanza è prova del rapporto sessuale, ma non della coercizione.
Né fisica, né psicologica. Elementi che la toga ha ritenuto sufficienti per condannare (con rito abbreviato, procedura che dà diritto allo sconto di un terzo della pena) il ventinovenne del Bangladesh imputato a 5 anni per il reato di atti sessuali con minorenni, ma non quanto servirebbe per far schizzare la pena verso quelle previste per la violenza sessuale. E, quindi, ha riqualificato il reato rispetto all’originaria contestazione presentata dalla Procura (che aveva chiesto una condanna a 6 anni e 8 mesi).
I fatti risalgono al 2024 e l’inchiesta fu avviata alla scoperta della gravidanza. La madre della piccola si è anche costituita parte civile. Il difensore dell’imputato, l’avvocato Davide Scaroni, nel corso dell’ultima udienza aveva fatto verbalizzare che l’imputato aveva anche cercato di risarcire la vittima «privandosi di tutto ciò che aveva». I passaggi tecnici la difesa li ha messi in campo tutti: la confessione, prima ancora che le indagini scientifiche certificassero la presenza del Dna dello straniero, il pentimento con dichiarazione in udienza, il risarcimento della parte offesa e la richiesta del rito abbreviato. Nelle pagine della sentenza, il gup ha analizzato i racconti della vittima, di sua madre, della loro compagna di stanza, della titolare del centro realizzato nell’albergo «Il cacciatore» e anche dell’imputato.
La bambina, ritenuta in grado di testimoniare, disse di essere stata presa con la forza, costretta a subire la violenza e minacciata di morte nel caso avesse rivelato gli abusi. Parlò di due episodi e li collocò in due stanze diverse del centro. L’imputato, invece, si è detto convinto che la bambina fosse più grande della sua età e che con lei la relazione sarebbe stata sincera e ricambiata, tanto da ipotizzare un futuro matrimonio al quale la madre non si sarebbe opposta. Un passaggio che la toga deve aver preso per buono, visto che ha motivato con queste parole: «L’ordinamento italiano appronta una tutela assoluta alla sfera sessuale dei minori infraquattordicenni, indipendentemente dall’eventuale adesione che la persona offesa abbia dato al rapporto. L’esistenza del consenso rappresenta il “discrimen” tra la violenza e la fattispecie degli atti sessuali con minorenne. La soluzione non può essere rimessa semplicisticamente alla valorizzazione dell’età della persona offesa, perché per espressa scelta del legislatore anche i minori di anni dieci possono manifestare un valido consenso agli atti sessuali».
L’analisi del telefono cellulare dell’imputato non avrebbe fornito elementi utili a confermare la violenza sessuale. E non è bastato uno dei passaggi della testimonianza della mamma della piccola, secondo cui ci sarebbero state delle prove sullo smartphone della bimba che, però, non è stato possibile analizzare in quanto riportato nel Paese d’origine della famiglia prima che arrivasse nelle mani degli inquirenti. Alcune contraddizioni riscontrate dal giudice nelle versioni fornite dalla vittima e da sua madre, poi, devono aver definitivamente indicato la strada giuridica del cambio d’imputazione: «La madre della parte offesa», argomenta la Rey, «era favorevole al matrimonio, pur ignorando e disapprovando che i due avessero rapporti (in ospedale è poi stato praticato alla bimba un aborto terapeutico, ndr)». Mentre gli elementi «di carattere obiettivo» raccolti, secondo il giudice, «non consentono di riscontrare le dichiarazioni rese dalla persona offesa sullo specifico tema dell’uso di violenza al fine di consumare il rapporto sessuale».
Me è in un passaggio preciso che la toga bresciana mostra di aver accolto almeno in parte l’impianto difensivo. Quando avevano lasciato l’Africa, scrive il giudice, «la precoce sessualizzazione dei minori non era un evento anomalo, ma largamente diffuso. Ciò rende la versione dell’imputato non inverosimile, ma non esente da responsabilità penale». Nella nazione d’origine, poi, «i matrimoni con minorenni non sono affatto una rarità e solo nel luglio 2024 sono stati vietati con l’emanazione di un atto che li proibisce». Ed ecco il ragionamento tecnico messo nero su bianco dal giudice: «Si stima equa l’applicazione di una pena base di anni 9 di reclusione», per «la particolare gravità del fatto», desumibile «dall’età della persona offesa e dall’esito della condotta, culminata in una gravidanza, con evidenti e profonde conseguenze sul piano psicologico».
La pena base è stata quindi ridotta a 6 anni per le attenuanti generiche e aumentata «per la continuazione» a 7 anni e 6 mesi di reclusione». Un incremento che, osserva il giudice, «riflette la gravità della condotta». Infine ha applicato la riduzione prevista per il rito abbreviato. Risultato: 5 anni di reclusione. Il giudice, quindi, pur ritenendo particolarmente grave il fatto (richiamando l’età della persona offesa e una condotta culminata in una gravidanza), esclude che vi siano elementi sufficienti a colmare il divario probatorio necessario per sostenere l’accusa di violenza sessuale. La nuova qualificazione giuridica, però, non deve aver convinto la Procura, che avrebbe già valutato di impugnare la sentenza.
- Il questore di Roma Roberto Massucci : «Negli ultimi due anni reati diminuiti del 23%. Ma chi delinque è per lo più uno straniero che non si integra». E parla di «una sorta di costrizione al crimine». Una conferma ulteriore del fatto che la remigrazione è la soluzione giusta.
- Fermato in Emilia un minorenne jihadista. Aveva manuali per fabbricare bombe e mescolava islam e suprematismo.
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«Negli arresti effettuati, che spesso riguardano sempre le stesse persone immigrate, l’anello mancante per comprendere il fenomeno è rappresentato dalla mancata integrazione». Una situazione che può trasformarsi in «una sorta di costrizione al reato». Mentre pronuncia queste parole riferendosi alle periferie della Capitale, il questore di Roma Roberto Massucci ha davanti una platea di addetti ai lavori.
Quella di un convegno organizzato dal Siulp dal titolo «Roma, immigrazione e sicurezza integrata». A riferire le parole del questore è una nota del sindacato di polizia. «Quella della immigrazione», ha spiegato Masucci, «è una questione molto delicata e con molti attori in campo. La polizia di Stato ha le sue peculiarità ed una esclusività di funzione che debbono però trovare la giusta corrispondenza in termini operativi ed economici».
Poi ha evidenziato l’impegno degli agenti che operano sul territorio: «Dietro al fenomeno migratorio l’aspetto umano è preponderante e i colleghi dietro alla gestione di tale fenomeno hanno una professionalità invidiabile». Ma non basta, per Massucci «l’azione delle forze dell’ordine deve essere supportata» anche «da strategie di visione e correzione strutturale».
Poche ore prima, altra location, in pieno centro città, quella del seminario tecnico «Sicurezza urbana: innovazione, infrastrutture e partenariato pubblico-privato per le città del futuro», promosso nella capitale dall’Ordine degli ingegneri della Provincia di Roma e dall’Ordine degli architetti Ppc di Roma e provincia e dedicato al contributo di istituzioni, professionisti e imprese per la sicurezza delle città. È sempre Massucci che parla, ancora una volta a dei tecnici. E il concetto che il questore porta avanti è quello della necessità di «un’operazione di sartoria sociale». Ovvero «un filo che unisce azioni convergenti per rivedere la sicurezza sul territorio». Perché, spiega ancora il questore, «la psicologia sociale ci insegna che l’ambiente impatta significativamente sul comportamento delle persone».
Come noto, il cuore del problema, nella Capitale, pulsa nelle zone più lontane dal centro. Non a caso Massucci indica proprio quelle come il punto nevralgico da affrontare: «Partire dalle periferie è la precondizione principale per la sicurezza di una grande collettività come quella romana».
Del resto, i numeri che emergono dalle attività della Polizia di Stato a Roma raccontano una pressione costante. Dall’inizio del 2026 (fino ad aprile) nelle aree periferiche sono state controllate 9.606 persone, con 223 accompagnamenti negli uffici di polizia. Gli arrestati sono 179, mentre 175 persone risultano indagate in stato di libertà. E sul fronte dell’immigrazione il lavoro legato alla sicurezza non è mancato: si contano 25 espulsioni amministrative e dieci trattenimenti nei Centri per il rimpatrio.
Per Massucci però gli agenti non possono fare tutto da soli: «L’azione delle forze dell’ordine deve essere supportata da strategie di visione e correzione strutturale, attivando un percorso di miglioramento continuo per la sicurezza di tutti».
Secondo il questore, il tema della sicurezza richiede un approccio integrato e il coinvolgimento di competenze diverse. «Le collaborazioni con gli ordini professionali, che apportano il proprio know-how tecnico, sono fondamentali», ha sottolineato Massucci, che poi ha richiamato anche il rapporto tra qualità degli spazi urbani e comportamenti sociali.
L’appello del questore ai tecnici presenti nella sala ubicata nella centralissima piazza della Repubblica arriva mentre le forze dell’ordine continuano a concentrare uomini e mezzi nei quadranti più difficili della città. Il Municipio VI delle Torri è il simbolo di questa emergenza. Territorio molto vasto e il più alto tasso di criminalità, compresa la piazza di spaccio di Tor Bella Monaca, la più grande d’Europa. Gli interventi delle Volanti hanno già sfiorato quota 12.000. Ma le mappe della criminalità portano sempre nelle stesse aree: Casilino, Prenestino e Fidene sono i commissariati che registrano il maggior numero di sequestri di droga. Lo spaccio continua a essere il principale motore economico delle attività illegali. E in molti quartieri l’attività al dettaglio è nelle mani di immigrati. Nel 2026 sono già stati sequestrati 61 chili di sostanze stupefacenti, 14 dei quali di cocaina. Dove gira droga, gira anche molto denaro. Nei primi mesi dell’anno la polizia ha sequestrato oltre 1 milione di euro nelle periferie, contro i 256.266 euro complessivamente sequestrati nell’intero 2025. E accanto ai soldi spuntano anche le armi.
Dall’inizio dell’anno nelle periferie romane ne sono state sequestrate 52, oltre a cinque sequestri di munizioni. Numeri che fotografano quartieri dove il controllo del territorio passa spesso attraverso l’intimidazione e la disponibilità di strumenti offensivi. La Questura, per contrastare il fenomeno, ha rafforzato la presenza di agenti sul territorio. I sette commissariati dell’anello periferico ora hanno 139 agenti in più rispetto allo scorso anno, raggiungendo un organico complessivo di 624 poliziotti. Il Casilino guida la graduatoria con 112 unità, seguito da Fidene-Serpentara e Prenestino. Ed è proprio in quell’intreccio tra degrado urbano, esclusione sociale, immigrazione irregolare e criminalità che Roma continua a giocarsi una delle sue partite più difficili. Ma dalle statistiche emerge anche qualche dato positivo: «Negli ultimi due anni abbiamo registrato una diminuzione dei reati del 23 per cento», ha detto ancora Massucci. Ma le periferie restano un tema delicatissimo.
Preso un jihadista 16enne a Bologna. Voleva colpire giudici e giornalisti
Aveva in casa materiale suprematista, di propaganda jihadista e manuali per la fabbricazione di armi il sedicenne residente in provincia di Bologna arrestato con l’accusa di detenzione di materiale con finalità di terrorismo. Durante l’operazione, svolta con il supporto della Digos di Bologna e il coordinamento della Direzione centrale della polizia di prevenzione, è stata eseguita una perquisizione personale, domiciliare e informatica, su decreto della Procura presso il tribunale per i minorenni di Bologna. Le indagini sono iniziate nell’autunno 2025 nell’ambito del monitoraggio dei canali di estrazione suprematista e hanno portato al ritrovamento del materiale sequestrato al ragazzo.
Come già avvenuto in altri casi simili che vedevano coinvolti altri adolescenti, le indagini evidenzierebbero un pericoloso intreccio tra contenuti riconducibili all’estremismo suprematista e alla propaganda jihadista. Si tratta di un fenomeno che gli specialisti del contrasto al terrorismo definiscono «white jihad», una convergenza di ideologie teoricamente distanti e incompatibili, ma che trovano un punto di congiunzione nella comune esaltazione della violenza quale strumento di affermazione ideologica. Nella prima fase le indagini sul canale Web che hanno portato a identificare nel sedicenne l’utilizzatore dell’account, erano coordinate dalla Procura distrettuale di Venezia. La Digos di Verona, durante un monitoraggio di routine dei canali di comunicazione di estrazione suprematista, aveva puntato i riflettori su un utente che aveva pubblicato online manuali per l’esecuzione di azioni violente con l’utilizzo di veicoli pesanti e un elenco numerato di suggerimenti utili a garantire l’anonimato sul Web. La scoperta della residenza dell’indagato nel bolognese ha poi portato al trasferimento del fascicolo alla Procura per i minorenni del capoluogo emiliano.
Nel corso della perquisizione nell’abitazione dell’adolescente arrestato sono stati rinvenuti fogli in formato A4 con disegni, simboli ed emblemi riconducibili all’ideologia suprematista, e una pagina dattiloscritta con indicazioni per la realizzazione di un giubbotto antiproiettile artigianale. Inoltre, sullo smartphone del ragazzo è stato trovato altro materiale di propaganda suprematista e jihadista, manuali per la fabbricazione di armi artigianali, uno per la costruzione di una pistola, un testo tradotto dal cirillico contenente indicazioni su sostanze chimiche aggressive e un manuale per il confezionamento di ordigni artigianali.
C’era anche il video integrale dell’attentato terroristico compiuto a Christchurch, in Nuova Zelanda nel 2019, corredato da messaggi nei quali l’autore della strage, che aveva provocato 51 vittime, veniva indicato come modello da emulare. Le conversazioni rilevate dagli investigatori, hanno fatto emergere anche propositi di ricostituzione di organizzazioni clandestine sul territorio nazionale, riferimenti all’utilizzo di armi artigianali e all’ipotesi di possibili azioni violente nei confronti di categorie come «magistrati e giornalisti influenti». Il sedicenne è stato arrestato in flagranza di reato ed è stato trasferito presso una comunità di prima accoglienza ad Ancona. L’arresto del ragazzo è stato convalidato dall’autorità giudiziaria che nei confronti del giovane ha applicato, per la durata di due mesi, il divieto di utilizzare dispositivi elettronici e di accedere a internet, e il divieto di ricercare o detenere materiale riconducibile a ideologie eversive o terroristiche.





