- Spese disinvolte e aerei gratis al vaglio dei pm di Roma. Guidati da Lo Voi, al quale il governo tolse il privilegio dei voli di Stato.
- Pd e M5s gridano allo scandalo. Ma l’Authority l’hanno eletta loro. L’opposizione invoca lo scioglimento del Garante, però dimentica di fare autocritica: l’attuale composizione fu scelta durante il governo giallorosso. Infatti, in caso di dimissioni, la nomina spetterebbe alla maggioranza.
Lo speciale contiene due articoli.
Peculato, corruzione e sospette connivenze con colossi come Meta e Ita Airways. Ipotesi che la Procura di Roma ricostruisce in un decreto di perquisizione che ieri ha spinto gli investigatori del Nucleo di Polizia economico finanziaria della Guardia di finanza fin nelle stanze dei bottoni del Garante della privacy, per verificare se l’Authority fosse stata trasformata in un bancomat. Oltre al presidente Pasquale Stanzione risultano indagati i membri del collegio: Guido Scorza, Agostino Ghiglia e Ginevra Cerrina Feroni. L’indagine, coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe De Falco, è partita da un’inchiesta di Report, la trasmissione di Sigfrido Ranucci, che aveva sollevato dubbi sulle spese di rappresentanza dell’Autorità e sui rapporti con le due aziende. L’origine è dichiarata nell’introduzione del decreto. Che, subito dopo, riconosce apertamente: molte informazioni provengono «da accessi civici» e altre da «fonti interne» sulle quali al momento la Procura mantiene riserbo. La premessa, insomma, è questa: le condotte, definite dai magistrati «disinvolte» sarebbero emerse «a più riprese e in molteplici occasioni, disvelando comportamenti che da meri illeciti offensivi del decoro dell’ente sarebbero sfociati con facilità nelle ipotesi delittuose provvisoriamente ascritte, oltre a integrare, in molteplici occasioni, la abrogata fattispecie del reato di abuso d’ufficio». Al centro dell’attenzione ci sono le «spese significative» del presidente Stanzione nella macelleria romana di Angelo Feroci. Lo shopping da tirannosauro rex è costato per il 2023 1.551 euro, per il 2024 addirittura 3.318 euro e per il 2025 1.749 euro. Un appetito giustificato, secondo l’accusa, con vaghe ricevute per «pasti pronti». Poi c’è la questione Meta, la multinazionale di Mark Zuckerberg. Gli smart glasses Ray-Ban stories, un concentrato di tecnologia e rischi per la privacy, avevano attirato l’attenzione del Garante, che aveva ipotizzato una sanzione da 44 milioni di euro. Poi progressivamente ridotta e, infine, annullata. E Scorza aveva elogiato gli smart glasses di Meta in un video pubblicato sui social. La sua imparzialità è, quindi, finita sulla graticola. Ora gli investigatori stanno cercando di capire «se e in che modo questi», si legge nel decreto, «si sia astenuto dalle adunanze riguardanti il procedimento a carico della società». Non è tutto: si indaga anche su un incontro, avvenuto il 16 ottobre 2024 durante il Como Lake, tra un’esponente di Meta, Angelo Mazzotti, all’epoca responsabile delle relazioni istituzionali della società, e Ghiglia. Un incontro, secondo l’accusa, «le cui finalità e il cui contenuto non sono noti». La ricostruzione successiva punta i riflettori sui rapporti con Ita Airways. Secondo il pm i membri del Collegio avrebbero chiuso un occhio sulle irregolarità della compagnia, ricevendo in cambio «tessere Volare classe executive», dal valore di 6.000 euro ciascuna. Ed ecco il reato di corruzione: «Omettendo un atto del loro ufficio, ovvero non erogando alcuna sanzione se non una meramente formale alla società Ita Airways […]», scrive il pm, «ricevevano come utilità tessere Volare». E l’ipotizzato conflitto d’interessi si fa ancora più stridente se si considera che «il responsabile della protezione dei dati era, per gli anni 2022 e 2023, un avvocato dello studio legale fondato da Scorza e del quale è partner la moglie». Il contrappasso per gli indagati è che a occuparsi della loro passione per il volo sia l’ufficio guidato da Francesco Lo Voi, che qualche mattacchione ha soprannominato «Lo Volo». La boutade trae origine dalla querelle del procuratore con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, il quale aveva messo nero su bianco le ragioni con cui negava al capo della Procura di Roma l’uso dei voli di Stato. Ma non è finita. C’è pure una rimborsopoli (inchieste che in passato sono spesso finite in un nulla di fatto). Vengono contestati anche l’utilizzo di rimborsi per spese «estranee al mandato» e l’uso «dell’auto di servizio per finalità estranee alla funzione». Ghiglia, per esempio, avrebbe usato l’auto di servizio per recarsi nella sede di un partito politico. E poi ci sono i numeri. Le spese di rappresentanza e gestione sarebbero schizzate: da una spesa marginale nel 2021 (poco superiore a 20.000 euro)» a «circa 400.000 euro annui nel 2024». I costi per organi e incarichi istituzionali avrebbero raggiunto, nel 2024, l’importo complessivo di 1 milione e 247.000 euro, in larga parte riconducibile a rimborsi per «viaggi, soggiorni in alberghi a cinque stelle, cene di rappresentanza, servizi di lavanderia, ma anche per fitness e cura della persona». Pure le missioni all’estero sono finite sotto la lente. In particolare, quella del G7 di Tokyo (2023), il cui costo, secondo «fonti interne e documentazione informale», avrebbe superato gli 80.000 euro, di cui 40.000 destinati ai soli voli. E mentre Ranucci non nasconde soddisfazione per la profezia che si è avverata, Stanzione ha assicurato di essere «tranquillo». Ora tocca alla Procura cercare di dare consistenza a quello che nel decreto definisce il «fumus» delle contestazioni.
Pd e M5s gridano allo scandalo. Ma l’Authority l’hanno eletta loro
Monta lo sdegno a sinistra sul caso del Garante della Privacy. Ieri mattina sono partite le perquisizioni nella sede dell’Authority. E Report, la trasmissione Rai condotta da Sigfrido Ranucci che aveva sollevato il caso, sui suoi social scrive: «Tutti i membri del Garante della Privacy sono indagati per peculato e corruzione, in un’inchiesta della Procura di Roma». Si tratta del presidente Pasquale Stanzione e i componenti del Collegio Ginevra Cerrina Feroni (in quota Lega), Agostino Ghiglia (quota Fdi) e Guido Scorza (quota M5s). Al vaglio degli inquirenti ci sono anche le spese della macelleria del presidente Stanzione: dal 2023 al 2025 ben 6.619,95 euro».
Pd, Movimento Cinque Stelle e Avs, già dopo la puntata andata in onda a inizio novembre scorso chiesero a gran voce lo scioglimento del collegio, dimenticandosi però che non è nelle facoltà del governo. Elly Schlein, segretaria del Pd, parlava di un «quadro grave e desolante sulle modalità di gestione» e della necessità di un «segnale forte di discontinuità». Secca la replica del premier Giorgia Meloni: «Questo Garante è stato eletto durante il governo giallorosso. Se il Pd e i 5s non si fidano di chi hanno messo all’Autorità, non se la possono prendere con me», aveva replicato il premier mentre il responsabile organizzativo di Fdi, Giovanni Donzelli, aggiungeva: «Favorevoli allo scioglimento di qualsiasi ente o autorità nominata dalla sinistra».
Anche adesso il registro non cambia. «Le perquisizioni e i sequestri negli uffici del Garante per la privacy, con l’intervento della Guardia di Finanza e un’indagine aperta dalla procura dopo i servizi di Report, rappresentano l’ennesimo colpo durissimo alla credibilità dell’istituzione. Spese di rappresentanza e la mancata sanzione a Meta per i Ray-Ban Stories sono al centro di un’inchiesta che è solo uno degli elementi che da mesi mette in discussione scelte e comportamenti del Collegio». Così gli esponenti del Movimento 5 stelle in commissione vigilanza Rai, Dario Carotenuto, Dolores Bevilacqua, Anna Laura Orrico e Gaetano Amato. Nella nota tuttavia non si legge nessuna autocritica sulla selezione del Garante compiuta proprio dal Movimento insieme al Pd quando governavano insieme. Anzi. «Lo stesso presidente Pasquale Stanzione risulterebbe indagato. In una situazione del genere, restare aggrappati alle poltrone è un atto di grave irresponsabilità. Così si espone l’istituzione al pubblico ludibrio e si nega la minima tutela del suo prestigio. Per questo ribadiamo una richiesta di semplice igiene istituzionale: l’intero Collegio si dimetta. Subito. Per rispetto dell’Autorità, dei cittadini e della funzione che essa dovrebbe svolgere».
Ancora più duri quelli di Alleanza Verdi Sinistra. Il portavoce Angelo Bonelli denuncia: «Un problema politico e istituzionale immediato. Un’Authority deve essere indipendente, terza, al di sopra delle parti. Qui emergono elementi che indicano una gestione non trasparente. Il Garante non può essere percepito come sotto l’influenza dell’esecutivo né come una sua succursale. In questo quadro, la permanenza dell’attuale presidente è incompatibile con la funzione di garanzia che l’Autorità deve svolgere. Per ristabilire terzietà, autorevolezza e fiducia, le dimissioni dell’intero collegio sono un atto necessario». Il capogruppo Peppe De Cristofaro parla di «preoccupanti zone d’ombra». Questa vicenda mette in luce alcune criticità su questa autorità di garanzia, come i conflitti di interesse e gli stretti rapporti di alcuni suoi componenti con la politica». Dimenticandosi anche qui di evidenziare quale parte politica abbia messo Stanzione su quella poltrona.
Per il Pd parla Sandro Ruotolo, responsabile Informazione: «Cos’altro dobbiamo aspettare per le dimissioni dei membri del collegio del Garante per la protezione dei dati personali?». E poi: «La credibilità dell’Authority era già stata messa seriamente in discussione nei mesi scorsi» spiega, facendo riferimento «a quando si scoprì che, alla vigilia della multa inflitta a Report, un membro del collegio, Agostino Ghiglia, ex parlamentare ed esponente di Fratelli d’Italia, si era recato il giorno prima in via della Scrofa, sede nazionale del partito di governo». Nessuna prova, solo illazioni. Eppure Ruotolo per conto del Pd parla di «un fatto politicamente e istituzionalmente gravissimo per ciò che compromette sul piano dell’indipendenza e dell’imparzialità. Eppure, nonostante tutto questo, sono rimasti al loro posto. Nessuna assunzione di responsabilità, nessun passo indietro». Cenni alla responsabilità di chi ha messo quelle persone in quelle posizioni? Zero. L’imbarazzo è evidente, tanto che sono in pochi a parlare della vicenda. Sostanzialmente si tratta di uno scontro tra dem e giustizia in qualche modo. Giorgia Meloni e il governo ne escono comunque bene perché la responsabilità non è dell’esecutivo e, se si dimettesse, la nomina del nuovo Garante spetterebbe alla maggioranza.
I due testi, per ora in bozza, si muovono in parallelo: uno sul piano normativo, l’altro su quello operativo. E intervengono in modo sistematico su codice penale, piazze, manifestazioni, maranza, strumenti di offesa. Con importanti proposte sulla funzionalità delle forze dell’ordine (anche attraverso nuove assunzioni) e uno scudo che introduce la non iscrizione nel registro delle notizie di reato quando il fatto appare compiuto in presenza di cause di giustificazione come la legittima difesa o l’adempimento del dovere. Viene, inoltre, estesa la tutela legale anche alla fase giudiziaria. Ma il torchio del Viminale guidato dal ministro Matteo Piantedosi viene stretto anche su criminalità diffusa e immigrazione clandestina. Il perimetro è ampio. E leggendo i documenti (un pacchetto di circa 60 norme su sicurezza e immigrazione), che hanno una spinta politica che arriva dalla Lega e che da lunedì sono sul tavolo di Palazzo Chigi (è previsto che vengano portati per l’approvazione già al prossimo cdm), sembrano lanciare un segnale esplicito. Il disegno di legge in materia di sicurezza pubblica, immigrazione, funzionalità delle forze di polizia e del ministero dell’Interno, insieme al decreto legge sul loro potenziamento operativo, compone un intervento organico che ridefinisce il rapporto tra prevenzione, repressione e gestione dell’ordine pubblico. La linea è quella di accelerare espulsioni e rimpatri, evitando che le procedure si incaglino nei passaggi giudiziari, e di rendere strutturali strumenti finora emergenziali, come le zone rosse. L’obiettivo dichiarato è semplificare, rendere più rapida l’azione dello Stato, rafforzare la prevenzione e ridurre gli spazi di elusione. Il primo capo è dedicato alla sicurezza pubblica, il secondo all’immigrazione e alla protezione internazionale, il terzo alla funzionalità delle forze di polizia e del ministero dell’Interno, nonché alle misure in favore delle vittime del dovere, della criminalità organizzata e del terrorismo. Dentro questo schema le pietre angolari sulle quali poggia l’intervento sono: la stabilizzazione delle zone rosse nelle città, con una maggiore vigilanza nelle aree più sensibili allo spaccio e alla criminalità (si potenziano i sistemi di videosorveglianza urbana, i presidi territoriali della polizia di Stato, anche temporanei, e viene istituito un fondo da 50 milioni di euro per la sicurezza ferroviaria, mentre negli impianti sportivi vengono introdotti sistemi di identificazione biometrica remota a posteriori, con riconoscimento facciale attivabile dopo la commissione di un reato); il potenziamento dei Daspo e delle misure di prevenzione; il rafforzamento del fondo sicurezza urbana a disposizione dei sindaci; il contrasto all’immigrazione illegale; la velocizzazione e una maggiore efficacia delle espulsioni e dei rimpatri. Il testo introduce la possibilità di interdizione temporanea delle acque territoriali per minaccia grave all’ordine pubblico o alla sicurezza nazionale. Con interdizione che può durare fino a sei mesi ed è disposta con delibera del Consiglio dei ministri e su proposta del ministro dell’Interno. I migranti a bordo di imbarcazioni interdette possono essere condotti in Paesi terzi con cui l’Italia ha accordi specifici. È prevista inoltre la possibilità di consegna allo Stato di appartenenza di persone ritenute pericolose per la sicurezza nazionale. Si rafforzano le disposizioni sull’espulsione ordinata dal giudice anche per reati contro la persona, il patrimonio e l’ordine pubblico.
Si interviene sui ricongiungimenti familiari restringendo le categorie ammesse e rafforzando i controlli reddituali. Viene ridefinito il concetto di protezione complementare e introdotta la definizione di Paese terzo sicuro, con conseguente inammissibilità della domanda di protezione internazionale e non sospensione dell’esecutività in caso di ricorso. Un trucchetto al quale ricorrevano tutti gli immigrati da espellere. Si rafforzano inoltre le strutture di trattenimento dei cittadini stranieri, le procedure di rimpatrio e le modalità di accoglienza. Viene reintrodotta la procedibilità d’ufficio per il furto commesso con destrezza e per le ipotesi aggravate, modificando quanto era stato stabilito dalla riforma Cartabia.
Ci sono le misura anti maranza, ampliando il catalogo dei reati per i quali è possibile applicare l’ammonimento del questore nei confronti dei minorenni tra i 12 e i 14 anni, includendo lesioni personali, rissa, violenza privata e minaccia quando commessi con armi o strumenti atti ad offendere. Divieto assoluto di andare in giro con strumenti a lama flessibile, acuminata e tagliente superiore a cinque centimetri, a scatto o a farfalla. Per altri coltelli e strumenti con lama superiore a otto centimetri, il porto è vietato in assenza di giustificato motivo ed è punito con la reclusione da 6 mesi a 3 anni. Sono previste aggravanti specifiche in caso di commissione del reato da parte di persone con volto coperto o in luoghi sensibili come stazioni ferroviarie, istituti scolastici, parchi e giardini pubblici.
Viene inoltre introdotto il divieto di vendita ai minorenni, anche online, di armi improprie e strumenti da punta e taglio, con obbligo di registro elettronico delle vendite e sanzioni fino a 12.000 euro in caso di reiterazione.
Cinque anni di carcere per una gravidanza scoperta in ospedale e per un aborto terapeutico che per la Procura di Brescia erano stati prodotti da una violenza sessuale aggravata su una bimba di dieci anni e che, però, il giudice dell’udienza preliminare ha valutato come atti sessuali con una minorenne. È questa la pena inflitta dal gup Valeria Rey all’imputato, un profugo bengalese di 29 anni, dopo aver derubricato il reato, abbassando così la cornice edittale che ha prodotto una condanna finale inferiore alla richiesta della pm Federica Ceschi, che chiedeva 6 anni e 8 mesi. Una richiesta prudente, già tirata verso il basso. E spinta dal cambio di contestazione ancora più giù, fino a un livello che fotografa la distanza tra la percezione della gravità del fatto e il suo inquadramento giuridico finale. Il resto l’hanno fatto la scelta del rito, l’abbreviato (che comporta lo sconto di un terzo della pena) e le attenuanti generiche.
Secondo il giudice «non c’è stata violenza», anche se l’uomo ha agito senza che la bambina, vista l’età, potesse essere in grado di esprimere il consenso. È in questo spazio di equilibrismo giuridico, proprio mentre è in corso un acceso dibattito politico sulla riforma dell’articolo 609 bis del codice penale, che introduce il concetto del «consenso libero e attuale» (in assenza di una volontà chiara, presente e consapevole è violenza, stando al testo approvato alla Camera e che, al momento, è fermo al Senato per approfondimenti), che si colloca una pena che va dai 5 ai 10 anni invece dei 6-12 previsti per la violenza sessuale su minore. Tra i due reati, lo dice lo stesso impianto normativo richiamato nel processo, la differenza di pena è di 2 anni. Ed è esattamente lì che il ragionamento giudiziario si è spostato.
«I fatti sussistono e sono connotati sicuramente da particolare gravità», ammette l’avvocato Davide Scaroni, che difende l’imputato. Ma quella parola, violenza, è uscita dal dispositivo. L’avvocato Scaroni rivendica la correttezza giuridica: «Il mio assistito, sin dal momento del fermo, ha spiegato che tra di loro c’era una sorta di relazione e che non c’è stata mai violenza. Non ha mai negato quanto avvenuto, spiegando che si trattava di episodi consensuali». Poi ha aggiunto: «Il nostro codice prevede che ci sia possibilità di consensualità. Lo prevede anche sotto i dieci anni di età. Quindi vuol dire che il sistema contempla che possa esserci un consenso anche da persone di età molto contenuta». L’avvocato evidenzia anche la distanza dalla soglia minima della pena: «Il giudice si è ampiamente discostato dal minimo edittale. Come ritengo giusto che sia in un caso del genere che, seppur non connotato da violenza, mantiene ovviamente la propria gravità assoluta». Secondo Scaroni, il procedimento si è giocato tra «due versioni» contrapposte, «quella della persona offesa e quella dell’assistito». E «confrontando le due versioni con gli elementi di prova emersi durante le indagini preliminari», spiega, «immagino che il giudice possa aver ritenuto che ci fosse quantomeno un ragionevole dubbio che si sia trattato di atti sessuali con minorenne e non di violenza». Per il deposito delle motivazioni il giudice si è preso 90 giorni.
I fatti risalgono all’estate del 2024. Il luogo è il centro d’accoglienza di San Colombano in Val Trompia, un ex albergo che ospitava una ventina di richiedenti asilo (chiuso poco dopo l’arresto del bengalese). La bambina viveva lì con la madre. E anche il bengalese era ospite della struttura. Un giorno la bambina viene portata in ospedale per forti dolori addominali. I medici scoprono che è incinta. Madre e figlia vengono trasferite in una struttura protetta. L’uomo viene arrestato dopo aver ammesso di aver avuto dei rapporti con la piccola. Nel fascicolo del pubblico ministero viene ricostruito che la madre aveva notato un cambiamento nella figlia, «taciturna, triste e apatica», e aveva chiesto aiuto a un’educatrice. La verità emerge solo quando i medici decidono di procedere con un aborto terapeutico. Dal posto di polizia dell’ospedale parte la segnalazione. La squadra mobile si concentra su un unico sospettato, il profugo proveniente dal Bangladesh. Una dozzina di giorni dopo scatta il fermo. Davanti al gip, al momento della convalida, il ventinovenne fa scena muta.
Nel frattempo la testimonianza della bambina viene raccolta con incidente probatorio, in un’aula protetta. E proprio a seguito di quella deposizione la Procura aveva inquadrato i fatti come corrispondenti al reato di violenza sessuale aggravata. Ma tutto si è giocato sul consenso. Né durante l’inchiesta né all’udienza preliminare è diventato centrale il fattore culturale. «Ci tengo a evidenziarlo», dice ancora l’avvocato Scaroni, «questo non è stato un punto della discussione». Il legale ha affidato ai giornalisti anche un’altra precisazione: «Il termine pedofilia nel nostro codice penale non esiste, la pedofilia è una parafilia ma non è un termine utilizzato all’interno del codice penale, che parla invece di atti sessuali con minorenne e, proprio perché il consenso è viziato, si applicano esattamente le stesse pene della violenza sessuale». Contestazione che a Ciro Grillo è costata 8 anni. Una sproporzione che non è passata inosservata. «Aspettiamo le motivazioni e decideremo se fare appello», afferma il capo della Procura di Brescia Francesco Prete, che aggiunge: «C’è da valutare la corretta qualificazione giuridica del fatto». Gli atti sessuali con minorenne non convincono neppure chi in aula ha sostenuto l’accusa.





