Lo scoop pubblicato ieri dalla Verità sull’incontro tra l’ex premier Giuseppe Conte e l’ex commissario per l’emergenza Covid Domenico Arcuri ha scatenato una serie di reazioni politiche tra gli esponenti di Fratelli d’Italia all’interno della commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione della pandemia.
Dopo aver ricostruito il faccia a faccia avvenuto il 18 giugno nell’abitazione romana di Arcuri, quest’ultimo ha confermato che gli capita di incontrare l’ex presidente del Consiglio. Ma c’è anche una sequenza di date a insospettire il centrodestra. Il 17 giugno l’ufficio di presidenza della commissione Covid decide di convocare Arcuri. Il giorno successivo, il 18 giugno, Conte incontra l’ex commissario nell’abitazione romana di quest'ultimo e il 19 giugno Arcuri invia al presidente della commissione, Marco Lisei, una lettera con cui comunica di non avere «alcun problema, né alcun impedimento, d essere sentito nella forma dell’audizione testimoniale».
Il capogruppo dei meloniani alla Camera, Galeazzo Bignami, mette in fila gli avvenimenti: «Oggi sulla Verità, Arcuri ammette candidamente che è solito incontrarsi con Conte. Quindi il testimone chiave della vicenda del Covid è solito incontrarsi con il componente più controverso della commissione Covid. E lo fa con una coincidenza temporale che parla da sé. Il 17 giugno la commissione decide di convocare Arcuri a testimonianza, il 18 giugno Arcuri e Conte si incontrano a casa Arcuri. Il 19 giugno Arcuri per la prima volta scrive alla commissione dicendosi disponibile, anche se in realtà è un obbligo quello di venire in commissione per rendere testimonianza con gli effetti di legge». Per Bignami «non serve Agatha Christie per capire che tre coincidenze in questo caso fanno ben più di una prova. È uno schema già visto e usato in Antimafia da Gioacchino Natoli e Roberto Scarpinato, testimone e commissario protetto dalla sua immunità a essere sentito in commissione: si confrontano prima dell’audizione proprio sui temi di cui dovranno riferire. Un uso distorto delle istituzioni che ha un obiettivo evidente: impedire alla commissione d’inchiesta sul Covid di svolgere il suo lavoro».
Si concentra sulle coincidenze temporali anche la deputata di Fratelli d’Italia Alice Buonguerrieri: «Il 17 giugno l’ufficio di presidenza della commissione Covid decide, con la netta contrarietà del M5s, di escutere a testimonianza Arcuri, nominato da Conte. Il giorno dopo, Conte, componente della stessa commissione, incontra Arcuri. Il giorno dopo ancora, tramite lettera, Arcuri avvisa la commissione, per la prima volta, che è “disponibile” a farsi audire. Disponibile si fa per dire, visto che lui sa bene di essere obbligato dalla legge a rendere testimonianza quando, come in questo caso, è richiesta». Secondo la parlamentare, la ricostruzione della Verità getta gravi ombre sulla futura testimonianza di Arcuri e sul ruolo del suo vecchio dante causa: «Siamo di fronte a fatti gravi, dalla successione temporale inquietante, che rendono ancora più evidente il conflitto di interessi in cui versa Conte, il quale siede in commissione non per far emergere la verità, ma per affossarla».
Anche il presidente dei senatori di Fratelli d’Italia, Lucio Malan, parte dal nostro scoop «sul faccia a faccia tra coloro che gestirono l’emergenza Covid»: «Viene da chiedersi cosa i due avessero da dirsi? C’entra qualcosa con la lettera inviata il giorno dopo da Arcuri al presidente Lisei , in cui ha dato disponibilità a essere audito dalla Commissione? Che avessero necessità di concordare qualche posizione?». Per Malan, «come al solito, Conte preferisce parlare della pandemia altrove, ora probabilmente anche in privato con colui che aveva scelto come commissario all’emergenza Covid, ma non dove dovrebbe e cioè in Commissione». Quindi conclude così: «Fdi continuerà a chiedere che l’ex premier si presenti per raccontare quello che sa su quanto sta emergendo dai lavori».
Sulla stessa linea si colloca Antonella Zedda, vicepresidente dei senatori di Fdi e componente della commissione Covid: «La polemica costruita in queste settimane dalle opposizioni sulla commissione aveva uno scopo ben preciso: proteggere Arcuri. Ora tutto torna. Grazie a un articolo della Verità scopriamo che il 18 giugno, proprio il giorno seguente a un ufficio di presidenza della commissione Covid infuocato, Arcuri e Conte si sono incontrati a cena». La senatrice richiama, infine, il tema dell’audizione testimoniale: «Conte non trova tempo per venire in commissione, dove latita da commissario e dove fugge da audito, ma trova modo di incontrare informalmente un testimone chiave in una tempistica sospetta? Inoltre Arcuri sostiene di essere disposto a venire in commissione, ma vorremmo ricordare a lui e a tutto il M5s che testimoniare sotto giuramento non è una gentile concessione a Fdi, ma un obbligo di legge. Ci chiediamo anche perché non sia venuto prima, quando non era obbligato. Aspettiamo questo momento anche perché sono molti i punti oscuri della sua gestione e gli italiani hanno diritto a delle risposte».
Un anno fa ha chiesto all’Italia la protezione internazionale e, in attesa della decisione, l’altra sera, secondo gli investigatori, avrebbe raggiunto una famiglia di connazionali con una mannaia tra le mani. Shahadat Hossain, ProPal quarantatreenne originario del Bangladesh e sedicente (sui suoi social) vicesegretario generale della sezione Monte Mario del Bnp, il Partito nazionalista del Bangladesh, è il sospettato ricercato per il triplice omicidio di Casalotti, periferia ovest di Roma, via Montiglio: qui sono stati uccisi Kamal Uddin, 39 anni, sua moglie Hosnejahan Momotaj, 38, e la loro bambina Arowa di otto anni (le due avevano raggiunto Kamal in Italia meno di un anno fa). L’altro figlio della coppia, Amir, 20 anni, è ricoverato al Policlinico Gemelli con ferite da taglio e politraumi (non sarebbe in pericolo di vita).
A indicare il nome del sospettato agli investigatori sarebbe stato proprio l’unico sopravvissuto: il ragazzo è stato soccorso da un vicino di casa all’ingresso dello stabile dopo essere riuscito a uscire, insanguinato, dall’appartamento. «Era disteso in mezzo alla carreggiata, continuava a chiedere aiuto e perdeva molto sangue», ha poi riferito l’uomo agli investigatori. Il percorso della sua fuga è tracciato dalle impronte insanguinate sulle scale e sul pianerottolo lasciate mentre, scalzo, ha tentato di salvarsi, dopo la colluttazione.
Chi indaga sta ora cercando di isolare quelle impronte per stabilire quali siano quelle dell’assassino. La fotografia di Hossain è stata diffusa dalla polizia di Stato sui canali social e agli organi di stampa. La richiesta è precisa: chiunque abbia indicazioni o informazioni utili a rintracciarlo può contattare la Squadra mobile. Si lavora sull’ipotesi passionale. Perché Hossain, considerato dagli Uddin un amico di famiglia, avrebbe in passato rivolto attenzioni a Hosnejahan, per la quale, si sospetta, potrebbe aver maturato un’ossessione. E venerdì sera, mentre i due uomini della famiglia erano ancora fuori a lavorare (Kamal, che viveva a Roma ormai da una quindicina d’anni, era conosciuto come «quello del supermercato», perché aiutava i clienti a imbustare la spesa e a riordinare i carrelli), si sarebbe presentato alla porta dell’abitazione di via Montiglio.
Non è ancora chiaro se la mattanza sia stata premeditata. Di certo, però, il delitto si è consumato in due fasi. Prima sarebbe stata aggredita la donna. Poi la bambina. I cadaveri sarebbero stati quindi trascinati e nascosti sotto un letto. Subito dopo l’assassino avrebbe cercato velocemente di cancellare alcune tracce di sangue dall’appartamento. Verso le 22, però, sarebbero rientrati il marito e il figlio maggiore. A quel punto anche loro sarebbero stati aggrediti. L’allarme è stato dato dai vicini, attirati dalle urla provenienti dall’abitazione al primo piano.
Alcuni condomini hanno riferito agli agenti di aver visto una persona fuggire dal palazzo: «Indossava una maglia blu», ha raccontato un testimone. E proprio una maglia blu è stata poi repertata negli ultimi metri di via Montiglio, nel parcheggio di un’abitazione. Con molta probabilità sarebbe quella indossata dall’assassino. La mannaia, invece, era ancora nell’appartamento. Probabilmente con le impronte del macellaio stampate sopra (bisognerà anche stabilire se l’assassino ce l’aveva con sé o se era già nell’appartamento delle vittime). Di Hossain, però, si sono perse le tracce. Ieri l’area di Marconi è stata mappata dall’alto con l’impiego di droni. Da Bologna, invece, è arrivata una segnalazione che sembrava corrispondere all’alert diramato, ma l’uomo poi rintracciato tra i passeggeri di un Frecciarossa non era il sospettato. L’irruzione nell’abitazione del ricercato, stesso quartiere, a poche centinaia di metri dal luogo della strage, ha dato esito negativo. L’uomo avrebbe lasciato però una traccia social (il profilo è seguito da quasi 10.000 follower), postando, proprio venerdì, tra una foto in moschea e l’altra in compagnia dei leader del principale partito d’opposizione del suo Paese, un’immagine con la copertina dell’album «Suhane Pal» del cantautore indiano Kishore Kumar. La grafica è dominata dal colore rosso e riporta un ritratto dell’artista. Poi un’ambigua frase dal tenore sibillino che il traduttore automatico di Facebook riporta così: «Un uomo non muore da solo […]. Ecco perché dovresti morire con i tuoi cari. Così nessuno deve soffrire per nessuno».
Accanto alla sua foto, invece, si è descritto con queste parole: «Sono emotivo, ma non per questo senza principi. Sono una persona semplice e genuina, ma non per questo debole». Di certo, come certifica una delle foto pubblicate, maglia rossa e megafono in pugno, arringava i suoi connazionali durante una manifestazione politica o, forse, sindacale. Anche per questo le verifiche si stanno allargando. Le ricerche si sono quindi estese a Frosinone, dove aveva lavorato (pare in un’azienda agricola) e chiesto asilo un anno fa in Questura. E dove, pare, abbia mantenuto delle relazioni. Ma anche all’estero (dei collegamenti sarebbero spuntati in Inghilterra). Mentre continua la caccia all’uomo, il procuratore aggiunto Giuseppe Cascini ha disposto le autopsie, che verranno eseguite la prossima settimana nell’Istituto di medicina legale del Policlinico Gemelli. In quello stesso ospedale è ricoverato, in prognosi riservata, con ferite da taglio, il sopravvissuto. È lui, per ora, il testimone chiave. L’unico che potrà raccontare con precisione cosa sia accaduto venerdì sera in quell’appartamento.
Dentro l’aula, prima della sentenza, c’è già qualcosa che non torna. È il 12 maggio. Nel palazzo di giustizia di Roma si celebra l’udienza preliminare del procedimento sul mancato aggiornamento del piano pandemico nazionale. Davanti al giudice ci sono gli ex dirigenti del ministero della Salute: Raniero Guerra, Giuseppe Ruocco, Maria Grazia Pompa e Francesco Maraglino (nel frattempo deceduto).
L’accusa è di omissione di atti d’ufficio. Il procedimento si chiuderà con un «non luogo a procedere» per «intervenuta prescrizione». Ma oggi il caso non riguarda la prescrizione. La vicenda è arrivata sul tavolo del ministro della Giustizia, Carlo Nordio, con un’interrogazione parlamentare depositata alla Camera e al Senato da Fratelli d’Italia. I meloniani chiedono «di avviare un’ispezione al tribunale di Roma al fine di verificare la regolarità dello svolgimento del procedimento penale». La richiesta, come anticipato ieri dalla Verità, nasce dai rilievi trasmessi alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione della pandemia, presieduta dal senatore Marco Lisei, dall’associazione dei familiari delle vittime del Covid #Sereniesempreuniti. Il punto di partenza è il verbale dell’udienza. Un verbale redatto con il sistema della fonoregistrazione e successiva trascrizione. Ed è proprio qui che si nota la prima crepa.
Il documento si apre alle 10.48. Ma il giudice Alessandra Boffi esordisce così: «Da questo momento parte con la trascrizione. D’accordo? Vuole formulare la questione avvocato di nuovo? Abbia pazienza, perché abbiamo acceso...». L’udienza, quindi, almeno in parte, era già cominciata. La registrazione no. Tanto che a un avvocato viene chiesto di ripetere la questione. È un dettaglio? Forse. Ma nelle aule giudiziarie i dettagli spesso diventano sostanza. Soprattutto quando, più avanti, proprio la pubblicità dell’udienza diventa terreno di scontro. A un certo punto prende la parola l’avvocato Augusto Sinagra, che rappresentava alcune delle parti civili costituite. Sta spiegando perché, dopo quello che dice di aver visto, aveva deciso di non mettere più piede in un’aula di giustizia penale.
Il giudice lo interrompe. Non per il merito. Per una persona seduta in fondo all’aula. «Mi perdoni. Può chiedere chi è quel signore, lì in fondo, quello in fondo. Mi perdoni, chi è lei? Mi scusi, perché la vedevo... va bene. Prego, mi perdoni avvocato». Sinagra riprende. Ma non lascia passare l’episodio. Lo trasforma nel cuore politico e processuale del suo intervento. Dice al giudice: «Lei ha chiesto l’accertamento dell’identità della persona, adesso. Giudice, sappiamo tutti quanti che questo zelo, questa precisione, chiamiamola così, questa accuratezza nel tenere presente che la Camera di Consiglio non è aperta al pubblico, non è di tutti i giorni, non è di tutti i giudici. Lei con attitudine generosa direi, e anche sincera, stamattina ci ha comunicato che era stato raccomandato di fare queste verifiche». L’avvocato attribuisce alla giudice una precedente comunicazione: quei controlli sarebbero stati «raccomandati».
E proprio qui il ritardo iniziale della fonoregistrazione diventa un elemento che non può essere liquidato come una formalità. Sinagra insiste: «Questa verifica non ha lo scopo di rendere ossequio alla norma del codice, ha lo scopo di dare il minimo della pubblicità possibile quando si parla di queste cose». E ancora: «Non basta che il giudice sia imparziale... lei certamente lo è! Occorre che appaia anche imparziale, ma per apparire imparziale occorre che ci sia un pubblico». Ma proprio quando le parti civili stanno per chiedere che il capo d’accusa venga trasformato in uno più grave, quello di epidemia colposa, c’è un secondo colpo di scena. L’udienza viene interrotta, questa volta per un inconveniente tecnico. Dal verbale risulta che «è partito un videocollegamento in aula». Dagli altoparlanti parte la voce di qualcuno che non è presente. Uno strano e sospetto cortocircuito. Il giudice si accorge che qualcosa non funziona: «Scusate... non credo che sentano, no! Sospendiamo 5 minuti e risolviamo questo problema». Qualcuno, a quel punto, si è chiesto se ci fosse stato un collegamento con l’esterno. Secondo quanto riportato nel materiale trasmesso alla Commissione Covid e ripreso da Fratelli d’Italia, il giudice avrebbe dichiarato di aver subito «pressioni» esterne ed estranee in relazione alle decisioni da assumere nel procedimento, «tanto da impedirle di autorizzare la pubblicità delle udienze». È una ricostruzione politica, non giudiziaria. Ma quel passaggio è stato ritenuto di una gravità tale da finire in un’interrogazione al Guardasigilli.
Nell’interrogazione le «condotte processuali» vengono definite «gravi» e «meritevoli di una approfondita valutazione sotto il profilo ispettivo, disciplinare e politico-istituzionale». I firmatari sostengono che «il condizionamento della funzione giurisdizionale sarebbe stato apertamente menzionato in udienza alla presenza di decine di parti civili costituite», oltre che dei legali degli imputati, e che ciò rappresenterebbe «una evidente lesione dei principi costituzionali di autonomia e indipendenza della magistratura».
Di certo sull’apertura dell’udienza al pubblico c’era molta tensione. Al punto che alle precisazioni dell’avvocato Sinagra il giudice lo interrompe: «Ma non ho capito, ma lei sta facendo un appunto?». L’avvocato replica: «No...», ma viene nuovamente fermato. Ne nasce un breve botta e risposta. E a quel punto il giudice spiega il senso del proprio intervento: «Mi sembra solo che insistesse troppo sul fatto che io abbia richiamato... è mio dovere, perché mi hanno invitato... a contenere il numero delle persone». Una frase che si collega a quanto sostenuto pochi istanti prima da Sinagra, secondo cui il giudice aveva comunicato che era stato «raccomandato di fare queste verifiche». Proprio attorno a queste parole si concentra una parte delle contestazioni nell’interrogazione parlamentare.
Ma mentre attorno a queste parole si concentra una parte delle contestazioni dell’interrogazione parlamentare, il capogruppo di Fdi alla Camera, Galeazzo Bignami, chiede che l’ex premier Giuseppe Conte, invece di «intralciare i lavori» della Commissione Covid, «si faccia audire» e «racconti quello che sa riguardo a ciò che sta emergendo come il più grande scandalo della storia della Repubblica». Ovvero l’acquisto per «1 miliardo 251 milioni di euro» da «consorzi cinesi sconosciuti» di mascherine «rivelatesi farlocche».





