Milano centro. Notte fonda. Due turiste olandesi di 23 e 24 anni incrociano due stranieri. Uno è marocchino. Bevono qualcosa, fanno due chiacchiere, una passeggiata, si scambiano il contatto Instagram. Un contatto che diventa subito un elemento investigativo, perché consente di risalire a un’identità. Quando l’altro straniero ha lasciato il gruppo e sono rimaste sole con il marocchino lo scenario è cambiato.
La sequenza è finita in un verbale. Con una frase precisa: «Non c’era consenso». I carabinieri di via Moscova hanno identificato l’uomo e lo stanno cercando. L’ipotesi è di violenza sessuale e rapina. Perché il sospettato, che ha precedenti per rapina e lesioni, stando a quanto hanno raccontato le due ragazze, l’altra notte, dopo alcuni baci sarebbe diventato aggressivo. E quando hanno deciso di rientrare in albergo, in viale Zara, scelta dettata dalla paura e da una sensazione che si sarebbe fatta via via più netta, le avrebbe seguite. E raggiunte. In via Larga sarebbe scattata l’aggressione. Una direttrice centrale, coperta da sistemi di videosorveglianza che ora rappresentano il principale strumento di verifica. A una avrebbe strappato il cellulare che stava usando come navigatore, all’altra la borsa (dove c’era anche lo smartphone). «Non sapevo se stesse scherzando o se era serio», verbalizza una delle due olandesi. Entrambe hanno raccontato di essere state costrette a subire atti sessuali per riavere indietro ciò che era stato loro sottratto. La fuga arriva solo dopo una reazione disperata. Una delle due sarebbe riuscita a colpire l’uomo al volto (un dettaglio che viene considerato rilevante nella ricostruzione). È così che si liberano. Mancano pochi minuti alle 5 quando l’ambulanza le accompagna alla clinica Mangiagalli, al centro antiviolenza, dove vengono prese in cura dagli specialisti (il passaggio sanitario diventa parte integrante dell’indagine, per i rilievi e per la cristallizzazione delle condizioni delle due giovani). I carabinieri di via Moscova le hanno rintracciate ieri nell’albergo di viale Zara, dove hanno alloggiato nei giorni scorsi. Le invitano a seguirli in caserma. Le due ragazze formalizzano la denuncia, che finisce sul tavolo del pubblico ministero Alessandro Gobbis. Scatta la procedura del codice rosso. La ricostruzione della nottata, però, resta ancora parziale. Ci sono buchi temporali e geografici che gli investigatori stanno cercando di colmare. L’orario dell’incontro in piazza Duomo è indicato in modo approssimativo, così come quello dell’aggressione e della fuga (il tutto però deve essere accaduto in circa un’ora, ovvero tra le 4 e le 5). Le due olandesi erano arrivate a Milano a inizio settimana per qualche giorno di vacanza. Hanno trascorso la serata in un locale del centro di cui non ricordano il nome né l’indirizzo. Un vuoto che complica il lavoro degli investigatori. Che parte da piazza Duomo. Lì i militari hanno cercato i primi riscontri nelle immagini delle telecamere. Anche per rintracciare qualche testimone. Infine, c’è la presenza del secondo uomo, quello che inizialmente era con il gruppo e che poi si è allontanato. Non è ancora stato identificato. Ma capire chi sia, cosa abbia visto, quando e perché è andato via è un passaggio dell’indagine per nulla secondario. Rintracciarlo significherebbe aggiungere un testimone diretto della fase iniziale, quella ancora priva di elementi. L’unico dettaglio che le ragazze sono riuscite a fornire è che erano sedute su una panchina quando i due si sono presentati. Non in un’area periferica. In pieno centro. Dove ormai anche un incontro casuale può trasformarsi in rischio concreto. «Mi auguro che le autorità rintraccino al più presto il presunto autore», afferma il deputato di Fratelli d’Italia, vicepresidente della commissione Affari costituzionali della Camera ed ex vicesindaco delle giunte di centrodestra milanesi, Riccardo De Corato, che aggiunge: «Dalle denunce delle vittime sembrerebbe che il delinquente sia un marocchino, con precedenti. Siamo alle solite con pregiudicati liberi di girare e commettere violenze e stupri nel capoluogo lombardo». Poi il passaggio più politico: «Il cuore della città va presidiato maggiormente e costantemente dagli agenti di polizia locale, perché tutti i quartieri milanesi sono ormai presi d’assalto da delinquenti, malviventi e criminali e negli ultimi 15 anni, purtroppo, episodi come questi si verificano quotidianamente, sia nelle zone periferiche che in quelle centrali». Il caso non è sfuggito al leader olandese di Pvv, Geert Wilders, che ieri era a Milano per il raduno dei patrioti europei: «Non deve succedere più. Dobbiamo fermare l’immigrazione dai paesi islamici, basta, neanche uno, sono criminali che vogliono seguire la legge della sharia, dovrebbero essere espulsi dai nostri paesi».
Il Consiglio superiore della magistratura durante il plenum di ieri ha promosso Iolanda Apostolico: settima valutazione di professionalità. Venti favorevoli, sei contrari, cinque astenuti.
Scatto di carriera. Postumo, però. Perché la giudice nel 2024 si è dimessa dopo le polemiche per la disapplicazione del decreto Cutro e per un video che la immortalava alla testa di una manifestazione pro-migranti e contro l’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini. Una promozione a carriera finita. Sembra un paradosso, ma è un passaggio tecnico rispetto alla progressione economica dei magistrati. Gli scatti non sono tutti uguali: c’è quello economico, che incide sullo stipendio, e quello funzionale, che apre la strada a incarichi più rilevanti. In questo caso inciderà sulla pensione dell’ex toga salva-migranti.
Non ci gira attorno la consigliera laica Claudia Eccher: «Indipendentemente dal fatto che la Apostolico abbia lasciato la magistratura, il nostro dovere è valutare nel merito il quadriennio di servizio seguendo le leggi e le circolari del Csm. La settima e ultima valutazione di professionalità non è un mero passaggio burocratico, ma determina un avanzamento sia professionale che economico, con riflessi diretti anche sul trattamento pensionistico e di fine rapporto». E arriva al punto: «Nel caso della Apostolico si riscontra una carenza sul prerequisito dell’indipendenza. Non si contesta il diritto ad avere opinioni politiche, ma la scelta di manifestarle in un contesto di contrapposizione frontale con le autorità di pubblica sicurezza e con le scelte del governo, proprio su una materia che rientra nelle sue specifiche competenze funzionali».
Il togato Tullio Morello spiega perché il Csm ha votato a favore della ex collega: «Le sue idee non hanno influenzato la decisione giurisdizionale. Se nelle motivazioni fosse emerso un pregiudizio, allora potremmo discutere della sua imparzialità». Il Consiglio però si è spaccato. Il laico Enrico Aimi è stato duro: «Doveroso esprimere una posizione critica rispetto alla proposta di riconoscere alla Apostolico il superamento della settima valutazione di professionalità. Non può essere un automatismo, ma richiede una verifica rigorosa e sostanziale del permanere dei requisiti fondamentali, ovvero indipendenza, imparzialità ed equilibrio. Nel caso di specie, tali requisiti appaiono meritevoli di un approfondimento ben più incisivo».
Dopo la partecipazione alla manifestazione filmata, «il magistrato», secondo Aimi, «avrebbe dovuto astenersi dalla trattazione di procedimenti in materia di immigrazione». «Non basta essere imparziali, bisogna anche apparirlo, perché la credibilità della giurisdizione si fonda sulla fiducia dei cittadini», ha ricordato la consigliera Isabella Bertolini, aggiungendo: «Proprio per questo ho sottolineato che questi principi impongono rigore, coerenza e senso del limite, soprattutto quando si toccano temi sensibili o esposti al confronto pubblico». Infine, un colpo al Consiglio: «La decisione del Csm rappresenta, a mio avviso, un’occasione persa. Si poteva, e si doveva, aprire una riflessione vera sul modello di magistrato che vogliamo, non solo tecnicamente preparato ma capace di incarnare fino in fondo terzietà, misura ed equilibrio. Senza questa chiarezza, il rischio è quello di indebolire la percezione stessa di imparzialità della magistratura. Oggi il Csm sul caso Apostolicoha dato l’ennesima pessima prova».
- Ad Ancona parroco scrive al sindaco e al prefetto: «Usano ampolle dell’acqua santa per drogarsi. Girano anche coltelli con lunghe lame».
- A Sarzana, nello Spezzino, un extracomunitario fotografato mentre sta arrostendo un micio in un parco per bambini. Rischia 4 anni di carcere e 60.000 euro di multa.
Lo speciale contiene due articoli
Il sagrato non è più la linea di confine. I maranza hanno preso il controllo dei locali e dell’esterno. Fuori spacciano droga, anche pesante, dentro la consumano. La chiesa di Santa Maria delle Grazie, ad Ancona, è diventata una zona franca. Il grido di dolore di don Samuele Costantini, che amministra questa chiesa dal 2020, è arrivato in Prefettura. Un tentativo disperato di salvare la sua parrocchia ormai fuori controllo, prima di dichiarare la resa a quelli che anche lui chiama ormai «maranza». Giovanissimi, spiega don Samuele, «tra i 16 ed i 20 anni, di diverse nazionalità», che starebbero cercando di prendersi quel pezzo di territorio. Il quadro denunciato è netto. È un’occupazione. «Giovani che si ubriacano, che si drogano, che bestemmiano o fanno a botte, che fanno i bisogni sulle pareti della chiesa o rompendo vetri e balaustre». Non è degrado. Ma una sequenza precisa di comportamenti. Nelle siepi, sotto i vasi, i parrocchiani hanno trovato anche dei coltelli. Non erano finiti lì per caso. Ma oggetti pronti «per la prossima rissa». Una delle tante. Come quella di «qualche sera fa», che ha richiesto l’intervento della polizia e di un’ambulanza. Poi, però, terminata l’emergenza tutto torna come prima. I maranza riprendono a ronzare attorno alla chiesa.
Il resto della lettera, rivolta anche al sindaco di Ancona Daniele Silvetti e al vescovo Angelo Spina (e anticipata ieri dal Corriere adriatico) è una lista degli accadimenti: preservativi usati ed escrementi lasciati sul sagrato, boccette d’acqua santa sparite, scritte blasfeme sui muri. E soprattutto la droga. Non solo marijuana ma, denuncia il parroco, anche il più pericoloso crack, che i maranza spaccerebbero abitualmente alla luce del sole. Davanti a fedeli, anziani, famiglie e ragazzi dell’oratorio. L’ipotesi che avanza il sacerdote è questa: «Non penso che si tratti di persone del quartiere, ma che si siano spostati qui dopo il giro di vite operato in altre zone della città». I controlli disposti in centro (dove da un paio di anni si registrano risse, aggressioni e pestaggi) avrebbero consigliato ai maranza di spostarsi verso un’area più periferica. Verso un «luogo sicuro», spiega il sacerdote, «dove possono agire indisturbati». E, così, se li è ritrovati sull’ampio terrazzo che delimita l’area davanti all’ingresso della chiesa. La paura entra dalle porte laterali. «I residenti si lamentano» e «alcuni fedeli hanno ormai anche paura a venire a messa». La conseguenza è semplice: si smette di frequentare. La comunità arretra. Il luogo si svuota. E quello spazio viene riempito da altro. «Non è possibile andare avanti così», denuncia don Samuele. La richiesta è esplicita: «Un aiuto costante dalle forze dell’ordine e dalle istituzioni». Mentre tra i parrocchiani c’è chi avrebbe suggerito una blindatura: «Chiudere con cancelli tutta la zona». Ma don Samuele non l’ha presa in considerazione. «Non me la sento». Per i costi, che sarebbero elevati. Ma soprattutto per il significato: «Verrebbe meno quel senso di apertura al mondo che un luogo sacro dovrebbe avere». È qui che il conflitto diventa netto: apertura contro difesa. Il problema però è esteso anche ai locali attorno. «Il piazzale», scrive il sacerdote, «è divenuto luogo di ritrovo di gruppi di giovani che minano la sicurezza pubblica». Il circolo dell’oratorio registra gli stessi movimenti. I maranza entrano nel bar del circolo, chiedono di usare il bagno, poi si chiudono dentro per mezz’ora. I responsabili hanno capito subito: «L’altro giorno», è una delle testimonianze raccolte ieri dal Corriere adriatico, «è uscito uno di questi ragazzi e si stropicciava continuamente il naso». Oppure lasciano all’interno una densa nube di fumo. Poi, fuori, vengono trovate le boccette usate per contenere l’acqua benedetta. Le svuotano e le usano per fumare crack. In altre occasioni «chiedono di consumare e poi rubano la merce». La domenica delle Palme è ormai un episodio emblematico: «Don Samuele è dovuto uscire fuori a chiedere ai ragazzi di allontanarsi dal sagrato». Motivo: «L’odore degli spinelli arrivava fin dentro la chiesa, insieme alle urla e alle imprecazioni». Qualche giorno dopo qualcuno è entrato, ha lanciato le sedie per aria e buttato in giro un po’ di cose. «Non è una bravata», dicono i parrocchiani. In molti l’hanno presa come un avvertimento. E poi c’è il coltello. «Da cucina, con una lama che faceva paura solo vederla», raccontano. Il clima, insomma, rappresenta il sacerdote nella lettera sarebbe diventato «fortemente intimidatorio». E chiunque «richiami» i maranza «viene insultato». Si è anche «verificato un alterco poi degenerato in una colluttazione fisica». L’uomo più esposto resta, però, il parroco. Quando cerca di parlarci viene deriso o insultato, spesso circondato da risate e provocazioni, con la sensazione che ogni parola scivoli via senza lasciare traccia, in un clima in cui il confronto è diventato impossibile e il rispetto un’eccezione.
Nigeriano uccide e «cuoce» un gatto
A due passi dagli scivoli e da altri giochi dell’area bambini, un clandestino nigeriano si stava per cucinare un gatto appena ucciso. Il barbaro banchetto nel parco pubblico della Crociata a Sarzana, provincia di La Spezia, è stato notato da alcuni passanti che hanno avvertito i carabinieri. L’uomo aveva improvvisato un fornelletto sul quale arrostire la povera bestia, forse un randagio di qualche colonia delle vicinanze o un micio del quale un proprietario potrà denunciare la scomparsa. Ci auguriamo che nessun bambino abbia assistito alla scena.
«Un gesto atroce e inaccettabile in una società civile», l’ha definito Stefano Torri, assessore alla Sicurezza del Comune ligure. «È ora che questa gente torni a casa propria: basta orrori tribali a casa nostra», ha tuonato il senatore della Lega Manfredi Potenti, responsabile del dipartimento Benessere animale. Le immagini sono state commentate con orrore sui social, dove continuano a circolare.
Da «cavernicoli», a comportamenti «non compatibili con la nostra società, è un dato di fatto», al sarcastico «massì, qualcuno di sinistra giustificherà il fatto in quanto il nigeriano non sapeva che in Italia non si possono uccidere i gatti»; da «ma perché non si mangiano tra di loro?», alla condanna per la non reazione dei cittadini che «hanno assistito alla scena e hanno filmato, nessuno lo ha fermato, nessuno ha preso un bastone e glielo ha spaccato nelle ginocchia, siamo buoni sono a filmare, siamo diventati un branco di pecore con il cellulare sempre in mano. Che vergogna».
Di fatto, in un parco cittadino un nigeriano si è alzato dal giaciglio dove era accampato e ancora scalzo (come si vede dalle immagini), indisturbato ha «svoltato» la giornata uccidendo un micio (meglio non chiedersi in quale modo) e lo ha buttato sulla graticola. Non certo per fame, abbondano mense che offrono pasti e alimenti da asporto per garantire la copertura dei bisogni delle persone senza dimora.
Quel gesto crudele non voleva soddisfare un bisogno di cibo, ma un istinto barbaro che non intende sottomettersi alle regole civili. Era già capitato qualche anno fa a Campiglia Marittima (Livorno), che un altro africano fosse stato ripreso mentre arrostiva un gatto in mezzo alla strada, di fronte alla stazione ferroviaria. A fine giugno 2020 il video di quelle zampette protese, mentre il fuoco bruciava l’animale di compagnia trasformato in spiedo, aveva sconvolto le persone normali.
Non certi esponenti di sinistra, che si scatenarono a criticare Matteo Salvini perché aveva osato condannare il gesto del ventenne, originario della Costa d’Avorio. Due anni prima, nel febbraio del 2018 un nigeriano di 29 anni aveva scuoiato, fatto a pezzi e cotto un cane nel Centro di accoglienza di Briatico a Vibo Valentia, in Calabria. Tentò di giustificarsi, dicendo che nel suo Paese questa era l’abitudine e che comunque il cane l’aveva trovato già morto. Le immagini di quei moncherini lasciati a terra, arrostiti, risultarono insopportabili.
Dopo l’ultimo episodio in Liguria, è intervenuta Michela Vittoria Brambilla presidente della Lega italiana difesa animali e ambiente e dell’Intergruppo parlamentare per i diritti degli animali e la tutela dell’ambiente: «Non possiamo tollerare che, nel nostro Paese, avvengano simili episodi, soprattutto quando i responsabili sono persone che evidentemente non rispettano né le nostre leggi né la nostra civiltà».
Ha aggiunto: «Per questa ragione ci accerteremo che il criminale che ha compiuto questo barbaro gesto venga punito in base alla legge Brambilla, che per l’uccisione con crudeltà prevede fino a quattro anni di carcere e 60.000 euro di multa, sempre abbinati, e che - ove ne ricorrano i presupposti - vengano immediatamente avviate le procedure di espulsione».
L’uomo è stato denunciato, hanno fatto sapere le forze dell’ordine. Siamo quasi certi che il nigeriano non finirà in carcere né verrà espulso, troverà qualche giudice indulgente. Quanto alla multa, è evidente che non sarà in grado di pagare la minima sanzione.





