Nell’ordinanza di sospensione per tre degli otto medici del reparto di Malattie infettive del Santa Maria delle Croci di Ravenna c’è un passaggio che mette a fuoco l’ipotesi che abbiano agito per ideologia più che per deontologia: il ribaltamento delle diagnosi formulate dagli psichiatri. È uno degli elementi che risultano dall’analisi del giudice per le indagini preliminari, Federica Lipovscek, di una trentina di certificati utilizzati per dichiarare alcuni stranieri irregolari non idonei al trasferimento nei Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr).
Il giudice distingue tra certificati fondati su accertamenti oggettivi e documenti che invece non troverebbero riscontro clinico o risulterebbero addirittura in contrasto con esami diagnostici e pareri specialistici, tra i quali quelli psichiatrici. Secondo la toga, i medici, in alcuni casi, si sarebbero limitati a dichiarare la non idoneità senza disporre ulteriori verifiche o indicare cure. E una volta escluso il trasferimento nei centri di rimpatrio gli immigrati tornavano a girovagare per Ravenna.
Il 10 luglio 2025, in particolare, una infettivologa ha certificato la non idoneità di un ventiseienne ghanese utilizzando un modulo prestampato diffuso dalla Società italiana di medicina delle migrazioni e circolato tra i colleghi come modello per opporsi ai trattenimenti nei Cpr. Quando la questura ha chiesto chiarimenti sarebbe arrivato un secondo referto che annullava il precedente ipotizzando una sospetta malattia polmonare cronica. Diagnosi che, però, non avrebbe trovato conferma dopo una radiografia del torace.
Il giovane era stato identificato dopo aver danneggiato una pensilina del trasporto urbano. Pochi giorni dopo era stato arrestato per un furto aggravato in un supermercato e accusato anche di resistenza, minacce e violenza a pubblico ufficiale. Quando viene accompagnato in ospedale per la visita medica, gli accertamenti (esami del sangue, radiografia e controllo toracico) non rilevano alcuna patologia. Viene comunque dichiarato non idoneo al trasferimento sulla base del sospetto di scabbia e di una presunta fragilità dovuta all’abuso di alcol e sostanze. Le analisi, però, avevano escluso la presenza della scabbia. E quanto alla fragilità, osserva il gip, è lo stesso giovane, in Italia da dieci anni, ad avere scelto di non intraprendere alcun percorso di disintossicazione, una circostanza che non può essere considerata un impedimento al trasferimento in un Centro di permanenza per i rimpatri.
Alla stessa dottoressa il giudice attribuisce anche altri certificati ritenuti falsi, tra cui uno che avrebbe ribaltato proprio la valutazione di uno psichiatra. Su undici certificati firmati da una seconda infettivologa, invece, otto sarebbero stati considerati falsi. In due casi, anche questa volta, la non idoneità sarebbe stata giustificata con il sospetto di scabbia, ma senza alcuna visita dermatologica. Dalle intercettazioni sarebbe emerso anche un confronto con lo psichiatra che aveva visitato lo straniero. Dopo avere appreso che il giovane voleva restare in Italia, la dottoressa avrebbe manifestato l’intenzione di aiutarlo.
Nelle chat tra colleghi sarebbe comparsa anche una frase che il giudice considera significativa: «Il modo per esprimere il dissenso è la non idoneità».
Il giudice per le indagini preliminari ricorda che le certificazioni mediche sono comunque valutazioni professionali, ma precisa che esistono criteri oggettivi o generalmente accettati. In diversi casi, secondo l’accusa, quei criteri sarebbero stati disattesi consapevolmente, inducendo in errore i destinatari delle attestazioni, tra cui la questura. Per questo il giudice valuta quelli che definisce dei «falsi valutativi» come penalmente rilevanti e colloca le condotte contestate dalla Procura nella cornice di un «movente ideologico». Perché al centro dell’indagine non ci sono soltanto i certificati medici ma gli effetti che quei documenti, nei casi in cui sono risultati non corrispondenti alla realtà, avrebbero prodotto sulle procedure di rimpatrio. Trattenendo, così, in Italia immigrati inviati dalle autorità al trattenimento per l’espulsione.
Le Ong in tribunale la fanno di nuovo franca. Questa volta a Ragusa, dove il giudice civile Rosanna Scollo ha annullato l’ennesimo fermo amministrativo, accogliendo l’opposizione presentata dalla Sea Eye 5 contro il provvedimento disposto dalla Prefettura: fermo di 20 giorni nel porto di Pozzallo, dove la nave era attraccata il 16 giugno del 2025, cancellato e spese di lite (518 euro), oltre ai compensi legali (2.000 euro), a carico del ministero dell’Interno. Per la toga siciliana, «la condotta» della Ong risulterebbe «conforme alla normativa vigente, non essendosi la nave arbitrariamente rifiutata di fornire informazioni o di osservare indicazioni, bensì essendosi limitata a rappresentare la situazione concreta».
Una frase che rovescia l’impianto della contestazione amministrativa. Ma solo in parte.
Per capire il senso della decisione bisogna partire da cosa veniva contestato alla nave. Nel ricorso contro il fermo, l’Ong elencava cinque contestazioni: la presunta illegittimità della procedura sanzionatoria, il difetto di motivazione e di proporzionalità del fermo, rivendicava il «mancato coinvolgimento immediato delle autorità libiche», confutava la contestazione di non avere fornito le informazioni richieste dall’autorità italiana e di non essersi uniformata alle indicazioni ricevute, e infine respingeva la violazione legata al fatto di non avere raggiunto «senza ritardo il porto di Taranto», indicato come place of safety. La sentenza non dà ragione alla Ong su tutta la linea. Il giudice ha rigettato la «violazione degli obblighi di motivazione» del fermo e del principio di proporzionalità della sanzione. Che risultano regolari. La sentenza boccia anche la tesi sulla carenza di giurisdizione italiana: «Il fatto […] pur avvenuto in alto mare, diviene rilevante per l’ordinamento giuridico italiano» e, una volta richiesto il porto di sbarco all’autorità italiana, «il comandante della nave si è assoggettato alle norme italiane». Poi però arriva il rovesciamento. Il giudice premette che l’opposizione è comunque fondata nel merito e spiega dove sarebbe crollato il provvedimento della Prefettura. Il perno è l’onere della prova. La sentenza richiama un principio definito come «unanimemente acquisito». Ed è questo: «Nei giudizi di opposizione a sanzione amministrativa, l’onere di dimostrare l’effettiva consumazione dell’illecito amministrativo, ove il fatto sia contestato, grava integralmente sull’autorità amministrativa». E subito dopo cala la lama: «L’onere in questione non può dirsi assolto nel caso di specie». È qui che la decisione fa una giravolta. Lo Stato, per il tribunale, aveva titolo per intervenire, ma non ha portato in tribunale abbastanza prove. La prima contestazione affrontata nel merito riguarda il mancato coinvolgimento immediato delle autorità libiche per l’assegnazione del porto di sbarco. Dalla documentazione, scrive il tribunale, «si evince chiaramente che alle autorità libiche sono state inviate» delle «email» per segnalare l’evento. Era il 14 giugno 2025. Da Tripoli non arrivò alcuna risposta. La nave, secondo la Prefettura, non avrebbe quindi fornito le informazioni richieste dalle autorità italiane e non si sarebbe uniformata alle indicazioni ricevute. Inoltre, non avrebbe raggiunto senza ritardo Taranto, individuato come porto sicuro. Anche qui il giudice sta dalla parte della Sea Eye 5. Scrive che «il comandante ha sempre dato risposta ad ogni richiesta». Eccetto una. Che appare anche particolarmente grave: «Non è stato in grado» di selezionare «le persone maggiormente vulnerabili» a causa «dell’elevato numero delle persone a bordo (ben 62)» e delle «gravissime condizioni» in cui versavano. La sentenza richiama una mail del 15 giugno in cui il comandante segnalava «persone ustionate, disidratate, in ipotermia e con bruciature e inalazioni da carburante», aggiungendo che «i naufraghi si trovavano in mare da oltre 48 ore». Qui, però, a fronte dell’incapacità in capo al comandante, ci sarebbe un secondo gap della Prefettura: «L’amministrazione» non avrebbe «dato prova del fatto che le persone salvate, una volta sbarcate, non versavano nelle condizioni dichiarate». Sul porto di Taranto, il giudice scrive che la situazione era aggravata anche dalla «carenza d’acqua» e che questa circostanza contribuiva a rendere impossibile raggiungere Taranto, giudicato «troppo distante». Da qui il cambio di rotta: «È stato solo a seguito del dialogo intercorso tra le parti, a fronte delle difficoltà ed esigenze palesate dal comandante, che (l’autorità, ndr) provvedeva ad assegnare il più vicino porto di Pozzallo». La conseguenza è scolpita in una frase: «Il mancato raggiungimento del porto di Taranto non è stato frutto di una ingiustificata disobbedienza, bensì delle comunicazioni intercorse tra la nave e l’autorità italiana». La contestazione secondo cui la Sea Eye 5 non avrebbe fornito le informazioni richieste o si sarebbe rifiutata di uniformarsi alle indicazioni ricevute «non appare corretta». Sostenere il contrario, secondo il giudice, «equivarrebbe ad affermare che il comandante di una nave», unico ad avere esperienza diretta della situazione di bordo, non avrebbe avuto «la possibilità di palesare le concrete difficoltà pratiche di eseguire una data indicazione» e sarebbe stato costretto a eseguire «passivamente» ordini che avrebbero potuto mettere in pericolo «la vita propria, dell’equipaggio e dei naufraghi salvati». Ed è così che il fermo cade. La Ong passa l’esame, ma non a pieni voti: «Sono ravvisabili delle ragioni sufficienti per l’accoglimento della proposta opposizione».
La slavina parte da un esposto anonimo di 23 pagine consegnato all’Ordine dei giornalisti della Liguria che chiama in causa il direttore del Secolo XIX, Michele Brambilla. L’Ordine, presieduto da Tommaso Fregatti, cronista di giudiziaria proprio del Secolo XIX, apre un procedimento disciplinare e convoca i capi delle redazioni genovesi. I fatti esaminati partono dal momento in cui il giornale cambia di mano.
Nel settembre 2024 gli armatori genovesi Aponte lo hanno comprato dalla Finegil dell’ex gruppo Espresso-Repubblica. Secondo le ricostruzioni che circolano sui giornali progressisti, l’ufficio del governatore di centrodestra Marco Bucci avrebbe costruito dossier sul quotidiano ligure (con tanto di black list di cronisti sgraditi) per fare pressione sull’editore e ammorbidire la linea editoriale. Dopo l’audizione all’Ordine, Brambilla sarebbe andato in Procura per presentare una denuncia per diffamazione dopo aver appreso quanto riferito all’Ordine dallo staff di Bucci. La vicenda diventa pubblica e prende forma in due versioni contrapposte. La prima è quella pro Brambilla. All’inizio i rapporti con il governatore sono cordiali. Poi arriva la campagna elettorale delle amministrative. Il centrosinistra candida Silvia Salis. Ed è in quel momento che il Secolo XIX sarebbe finito sotto osservazione. Lo staff del governatore avrebbe preparato rassegne stampa commentate sul lavoro del giornale. I documenti sarebbero stati consegnati dal portavoce Federico Casabella a Bucci. E sarebbero stati arrivati, non si sa come, all’editore Pier Francesco Vago, executive chairman della galassia Aponte.
Spesso l’editore li avrebbe girati al direttore. «Un’attività sistematica», racconta Brambilla: «Io ho sempre fatto un giornale equilibrato. Ma Bucci voleva altro». La paternità dei report viene rivendicata dallo stesso Casabella e da Diego Pistacchi, membro dello staff del governatore. Entrambi ex giornalisti del Giornale. Ma Casabella respinge la definizione di dossier: «Definirli dossier è falso e diffamatorio». Sarebbe stata, sostiene, una normale «mappatura dei media» destinata all’uso interno. Durante la sua audizione emerge, però, un dettaglio. Il portavoce sostiene che quei report sarebbero stati concordati proprio con il direttore del Secolo XIX. Brambilla replica definendo questa ricostruzione «una menzogna (una convinzione che gli ha fatto rimpolpare la sua denuncia in una diffamazione aggravata, ndr)». A fine febbraio arriva il primo punto fermo. L’Ordine archivia la posizione del direttore: nessuna violazione deontologica. La storia però non si ferma lì. I documenti circolano. E Brambilla, dalle pagine della Stampa, rilancia.
Nell’intervista viene riportata la versione secondo cui quei report sarebbero stati redatti d’accordo con il direttore. Brambilla replica con una domanda: «Allora perché (Bucci, ndr) non li mandava a me? Perché li ha mandati al mio editore?». E se il governatore sostiene, invece, che si trattasse di normali critiche, il direttore ribatte: «Quei dossier sono pieni di cose false». Ma, a questo punto, il direttore la spara grossa: «Cercare di controllare la stampa, questo è sempre successo. Ma qui siamo oltre. Siamo vicini alla dittature sudamericane». Quindi aggiunge: «Mi sono sempre sforzato di fare il giornale più equilibrato possibile, ma se anche decidessi di fare un giornale di sinistra, che cosa vuole Bucci?». Certo fa specie sentir parlare di un giornale progressista dall’autore del pamphlet denuncia L’eskimo in redazione, un corrosivo ritratto della storica deriva sinistrorsa dei cronisti dopo il ’68.
Il governatore ieri è intervenuto con un corrosivo comunicato: «Avrei sperato di non dover arrivare al punto di rendere nota la chat con il direttore del Secolo XIX», afferma, «ma sono costretto a farlo per ristabilire la verità e dimostrare che è falso che lui non fosse d’accordo a questo scambio di considerazioni». Bucci contesta l’uso di un messaggio dell’8 maggio 2025 diffuso dal direttore come prova del suo dissenso. Le parole sono queste: «Sono veramente stanco di queste cose. Facciamo un giornale onesto. E stop». Secondo il governatore sarebbe stata una mistificazione: quella frase «non è riferita al report, né a miei messaggi, né al mio staff», ma sarebbe la risposta del direttore a un post apparso su Facebook contro il giornale e da lui segnalato. E, ora, valuta piccato: «Scriverla sulle pagine del proprio giornale e darla ad altri quotidiani come prova che lui rifiutava le nostre segnalazioni è una cosa estremamente grave». La prova che i rapporti andavano avanti senza scossoni sarebbe da rinvenire proprio nelle chat. Il confronto, infatti, sarebbe proseguito normalmente. Il governatore cita uno scambio del 22 novembre: «Invio al direttore alcuni resoconti e preciso di farlo “senza alcuno spirito polemico ma soltanto per proseguire quello che ci siamo detti nel nostro ultimo incontro”». La risposta di Brambilla, secondo il governatore, sarebbe stata: «Va bene, dopo guardo adesso sono in treno». Dopo la lettura sarebbe stato proprio Brambilla, ricostruisce Bucci, «a fare riferimento a un incontro avvenuto in sua presenza con l’editore». Queste sono le sue valutazioni: «Nessuna azione di pressione indebita, dunque».
Il passaggio successivo della chat, a suo dire, dimostrerebbe l’esistenza di uno scambio costante. Le parole di Brambilla sono queste: «Avvisami subito quando vuoi precisare qualcosa o dire la tua, così non si accumulano rassegne e si interviene subito, senza che si sedimenti nulla». Per ricostruire la dinamica dei rapporti con il quotidiano, il governatore insiste su un punto che considera decisivo: la relazione con la direzione del giornale non sarebbe stata episodica. È dentro questa cornice che colloca anche uno dei passaggi centrali della vicenda: «Si dice (Brambilla, ndr) dispiaciuto del tono, difende giustamente il lavoro dei suoi giornalisti, ma mai nega di essere d’accordo a questo confronto costante che prosegue da oltre un anno». La conclusione di Bucci è al vetriolo: «Chiedo», afferma rivolgendosi a Brambilla, «se le ha, che mostri quelle che sono state definite con formula diffamante “black list di giornalisti sgraditi” e che né io né il mio staff abbiamo mai fatto e mai ci sogneremo di fare. Non intendo invece violare la riservatezza di chat che riguardano altre persone, cosa che il direttore invece ha fatto pubblicando messaggi altrui». Ovviamente tra i due litiganti, un giornalista considerato moderato e un governatore di centrodestra (scontro che è stato svelato dai giornali progressisti che a Genova lavorano in pool), gode solo la sindaca della città, presentata subito dai cronisti come vittima di chissà quali complotti. In realtà il trattamento di favore a lei riservato dai media è sotto gli occhi di tutti. In vista del suo auspicato (da molti) lancio come politica di livello nazionale, se non, addirittura, come candidata premier del campo largo.





