Non importa se siano oratori o luoghi sacri. Entrano, incuranti di simboli che non riconoscono. E colpiscono. Il nuovo bersaglio dei maranza sono i sacerdoti. Due aggressioni nel giro di pochi giorni. La prima si colloca a Caravaggio, nella pianura bergamasca. Un centro che vive attorno al santuario e all’oratorio. È qui che la sera del Sabato santo don Andrea Piana entra dopo le confessioni.
Dentro, di ritorno dal campetto da calcio dell’oratorio, trova un ragazzo con una pezza sulla guancia. La spiegazione arriva subito: «Don, ci hanno picchiato dei ragazzi stranieri». Il sacerdote li raggiunge e prova a fissare un limite: «Gli ho detto di non mettere più piede in oratorio». Non funziona. Il gruppo, una decina di minori, stranieri e di seconda generazione, lo accerchia. «Parlavo», ha raccontato il prete, «ma guardavano per terra». Poi hanno cominciato a sbeffeggiarlo. Quando il don alza la voce richiamandoli con un «abbiate il coraggio di guardarmi in faccia» la risposta è fisica. «Uno di loro», racconta don Piana, «mi ha spintonato». Poi sarebbero saltati fuori «bastoni» e «una pietra».
«Me li hanno lanciati contro», ricorda il sacerdote. La scena si sposta dalla soglia dell’oratorio alla piazza davanti alla chiesa, sotto il campanile. L’aggressione continua. Da un bar intervengono alcune persone. Ma «l’unico loro atteggiamento», rammenta Piana, «è stato quello di sfida». L’escalation, però, affonda le sue radici nel recente passato. «Li conosco bene», dice il prete: «Con me hanno avuto spesso un atteggiamento provocatorio». Ed è scattata un’azione di prevenzione: l’accesso al campetto dell’oratorio non sarà più libero.
Al Giambellino di Milano, invece, la situazione è molto più delicata. La sequenza è durata un anno. Un ventunenne egiziano si presenta alla parrocchia di San Curato d’Ars chiedendo aiuto. Da quel momento, stando alle denunce, si apre una fase che viene definita di «persecuzione». Gli episodi si accumulano: violenze fisiche, minacce di morte, danneggiamenti. Lo straniero entra nei locali «per dormire o per fare i propri bisogni», scavalca i cancelli, resta «contro la volontà dei responsabili». Il quadro ricostruito dagli investigatori è progressivo. «Un atteggiamento sempre più ostile e aggressivo», fino a «minacciare di morte» il parroco e l’ausiliaria. La presenza sarebbe diventata costante e invasiva.
La sintesi è in una formula raccolta dagli investigatori: un comportamento «tale da generare un forte stato d’ansia nelle vittime e condizionare lo svolgimento della vita parrocchiale». La conseguenza è ridurre l’attività alle sole celebrazioni. Il 3 aprile arriva la risposta giudiziaria. Il commissariato esegue una misura cautelare in carcere per atti persecutori. Gli inquirenti segnalano il rischio che la situazione «potesse degenerare rapidamente». Viene escluso qualsiasi legame con contesti di fondamentalismo. Ma l’egiziano era già destinatario di alcuni ordini di allontanamento e coinvolto in precedenti episodi di resistenza, minacce e molestie. Sul fondo resta un precedente che ha segnato il confine.
A Como il nome di don Roberto Malgesini torna al centro dell’attenzione con l’avvio del percorso di beatificazione. Fu ucciso a coltellate da un clochard tunisino che aveva aiutato più volte il 15 settembre 2020 mentre portava la colazione ai senzatetto. Una condanna patteggiata per rissa e qualche denuncia per resistenza non bastarono per espellere il tunisino. Proprio nel giorno in cui i giudici avrebbero dovuto trattare il ricorso dell’immigrato il prete venne ucciso mentre faceva la carità.
Tre incontri, uno dei quali nello studio Alpa, promesse di soluzione dei problemi dei dazi per gli sdoganamenti di mascherine e una richiesta avanzata dall’avvocato Luca Di Donna, che «si presentò come collega del presidente Conte»: «Il 10% sulle forniture».
Alberto Bianchi, manager della Jc Electronics, azienda di Colleferro che durante l’emergenza aveva ottenuto un contratto per la fornitura di materiali con la Protezione civile, poi revocato (una vicenda finita in Tribunale, dove in primo grado la presidenza del Consiglio è stata condannata a risarcire oltre 200 milioni di euro), torna in audizione davanti alla commissione parlamentare sulla gestione della pandemia da Covid guidata dal senatore Marco Lisei. Conte, all’epoca presidente del Consiglio, ora è proprio tra i commissari che dovranno esprimersi sulla gestione pandemica.
Bianchi racconta il primo incontro con Di Donna allo studio Alpa, a Roma. Il manager prospetta i problemi dell’azienda. Il professionista, ricorda Bianchi, «mi fece intendere che il rapporto di lavoro avrebbe potuto giovare in qualche modo nella risoluzione». Avrebbe preso nota e avrebbe chiuso con una frase rimasta sospesa: «Mi disse che si sarebbe fatto risentire». Il secondo incontro viene presentato come un passaggio intermedio. «Mi disse “ho attivato una persona” e mi fece questo nome, generale Ventriglia, però non è che mi disse “abbiamo risolto”, era un follow-up». Al terzo incontro, del maggio 2020, nell’abitazione dell’avvocato, il tono sarebbe cambiato. Bianchi riferisce ciò che gli sarebbe stato prospettato: «Avremmo potuto risolvere i nostri problemi contrattualizzando le attività». Ma c’è un vuoto che Bianchi sottolinea più volte: «Non ho mai ricevuto alcun foglio di carta o documento». Alice Buonguerrieri di Fratelli d’Italia gli chiede se si trattava di un contratto di consulenza. Lui risponde: «Posso soltanto supporre che si trattasse di un contratto di consulenza. Era un contratto, ma l’oggetto del contratto io non lo conosco». Poi la cifra. «Il 10% sul fatturato delle attività già svolte e di quelle future». Ovvero delle forniture per la struttura commissariale. Buonguerrieri gli chiede di quantificare. Lui risponde: «Poteva essere 1 milione, 10 o 100». Anche perché, aggiunge l’ingegnere, «mi accennò che potevamo sviluppare altri contratti». Sulla natura della proposta Bianchi resta prudente: «Non posso dire che fosse una richiesta di tangente». Ma la definizione arriva subito dopo: «Era sicuramente una richiesta abnorme». La decisione del manager sarebbe stata immediata: «Mi sono alzato e me ne sono andato».
Dopo l’incontro, però, c’è una data che Bianchi tiene a mente: il 29 maggio 2020. Da quel momento tutto si complica. «Mi ricordo», afferma, «che i miei spedizionieri mi dissero che il nostro profilo di rischio era cambiato». Ricorda ciò che gli avrebbero detto: «Guarda che tutte le tue merci che arrivano in dogana da oggi in poi sono assoggettate a visita merce». Prima, dice Bianchi, «io inviavo i documenti e stop». Dopo, invece, ogni collo veniva verificato. E ai commissari dell’opposizione lancia una sfida: «Andate alle Dogane e chiedete i profili di rischio che insistevano sulla mia partita Iva e quelli sulle altre società che rifornivano la struttura commissariale, da quello si evince che il comportamento era diverso». Bianchi mette in fila i numeri: «Il 25% dei controlli sono avvenuti prima, il 75% dopo quella data». E descrive una pressione continua: «Ho avuto per 14 mesi sette funzionari dell’Agenzia delle Entrate per il controllo dell’intera vicenda 2020». Non solo. «Ho subito anche due sequestri di mascherine subito dopo. Poi due dissequestri. In un giorno mi sono state dissequestrate e risequestrate». Il peso economico è quello che resta. «Ho ricevuto sanzioni per dazi e Iva per circa 12 milioni. Pagavo circa 50.000 euro al mese di dilazione».
Ovviamente Bianchi ha cercato di difendersi. Presentò due esposti. Uno a Roma contro il commissario Domenico Arcuri e alcuni funzionari e un secondo a Civitavecchia contro l’Agenzia delle Dogane. La prima inchiesta fu archiviata. «Su Civitavecchia», però, afferma Bianchi, «non posso parlare perché ci sono indagini in corso». Siparietto dell’opposizione: «A me risulta chiuso anche quello di Civitavecchia», afferma la deputata dem Ylenia Zambito. Bianchi ribadisce: «Non ho accanto il mio legale, posso solo ricordare che ci sono attività giudiziarie in corso».
La deposizione sembra ricalcare alcuni passaggi di un’audizione precedente, quella di Giovanni Buini, imprenditore umbro, che ai commissari aveva già raccontato di una trattativa da 60 milioni per una fornitura da 160 milioni di mascherine. Anche nel racconto di Buini apparve Di Donna che, con Gianluca Esposito, pure lui avvocato, gli sarebbe stato presentato come intermediario con la struttura commissariale. A Buini sarebbe arrivata la richiesta di una commissione «altissima»: il 5%. E l’imprenditore si ferma. La Procura di Roma apre un fascicolo che, però, finisce presto in archivio.
In questo racconto si inserisce anche un’altra inchiesta (della quale la Procura di Roma chiese l’archiviazione). Di Donna e il collega Esposito finirono sul registro degli indagati per associazione a delinquere finalizzata al traffico illecito di influenze. Al centro c’era ancora una volta un’intermediazione. «Un supporto qualificato», si leggeva in un accordo del 30 marzo 2020, nell’ambito della «realizzazione di un contratto di sviluppo per il tramite di Invitalia Spa-ministero Sviluppo economico». Per raggiungere l’obiettivo, l’accordo predisposto da Di Donna ed Esposito prevedeva cinque «fasi», tra cui «scouting ed esame preliminare», «assistenza amministrativa nella predisposizione del business plan e del progetto» e «assistenza legale nella procedura amministrativa presso Invitalia». La parcella? «Per tutte le attività professionali descritte nel presente incarico al professionista è riconosciuto un compenso determinato in una percentuale pari al 5%, oltre oneri di legge (rimborso spese forfettario, Iva e Cassa avvocati), da calcolarsi sul totale del valore dell’operazione». Da pagare soltanto «alla data del relativo decreto di concessione del contributo pubblico». E per attività nei rapporti con Mise (di cui Esposito è stato per anni uno dei direttori generali) e Invitalia (struttura guidata in precedenza da Arcuri). La società era la Jarvit dell’imprenditore calabrese Francesco Alcaro.
«È inquietante quanto l’ingegnere Bianchi ha riferito su ciò che è avvenuto a seguito del suo rifiuto», afferma il senatore Lucio Malan. «Fatti gravi», li definisce Buonguerrieri, parlando di «percentuali abnormi sul fatturato» e chiedendo che «Conte deve essere chiamato a rispondere». Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, si chiede: «È normale che il collega del presidente del Consiglio incontri imprenditori proponendo loro di agevolare la risoluzione di problemi a fronte del pagamento di una percentuale?». E conclude: «Conte deve dimettersi per testimoniare su un giro di percentuali di dimensioni uniche nella storia della Repubblica».
Con un post su Facebook Christian Raimo, prof di liceo e scrittore che si muove tra attivismo, editoria e militanza, che ha amministrato la Cultura da assessore del Terzo municipio di Roma Capitale per poi candidarsi senza successo alle elezioni europee con Alleanza dei Verdi e Sinistra e che piace ai progressisti, è arrivato a teorizzare la strage dei proprietari di case.
La premessa, in stile lotta di classe d’antan, si lega alle difficoltà economiche di una fascia di popolazione che una volta veniva definita classe media e che oggi fatica a tirare avanti. «Metà o più dei miei amici, quarantenni, cinquantenni», annota il prof, «cerca casa o lavoro o un lavoro in più con cui provare ad arrivare a fine mese. Nei giorni di Pasqua e di bilanci la ferita è più evidente. È una classe media o ormai ex-media, tutti più o meno laureati e dottorati, molti insegnano, ma da quest’anno non stanno in piedi».
Il post, da oltre 2.000 reazioni, è diventato subito uno sfogatoio da follower. Nei 300 commenti c’è chi auspica iper tassazioni per le case sfitte, chi sente di vivere nel «Quarto mondo», chi sostiene l’occupazione illegale. E chi sente di saperne un po’ in più e blatera «sul monopolio unilaterale dell’offerta». Ovviamente ispirato dal ragionamento di Raimo, che trasuda uno slang da sindacalismo rosso degli anni Sessanta, in cui il proprietario trasloca per lasciare il posto al padrone: «Chi vive in affitto», scrive Raimo, «è in piena angoscia. Sa che nel 2027 o nel 2028 il padrone di casa di sicuro non rinnoverà l’affitto, gliel’ha già detto o fatto capire». Per dare consistenza al disagio, il prof, usando qualche passaggio in romanesco, cita un episodio concreto: «Oggi chiacchieravo con un mio collega, 50 anni, separato e single, senza figli, a cui il padrone di casa ha aumentato l’affitto ancora, altrimenti “se te non la voi la casa la do ai bengalesi, ai filippini” gli ha detto, “quelli je faccio scucire 2.000 euro per 35 metri quadrati, ce stanno due famije co i fiji”».
È il passaggio in cui il disagio, nella narrazione di Raimo, prende forma. Ma con un paradosso: in un racconto che nasce all’interno di una sensibilità progressista, la figura dell’immigrato diventa una leva retorica per una minaccia implicita. Il «padrone» evoca gli stranieri per alzare il prezzo, Raimo li usa per rafforzare la narrazione sull’ingiustizia. Ma il risultato non cambia: restano uno strumento. Finché non si arriva al cuore del post: «Mentre mi raccontava questo obbrobrio io ho pensato alla ricina». La potente tossina che si estrae dai semi della pianta del ricino e che viene usata come veleno (tornata alla ribalta dopo l’apertura, nei giorni scorsi, di un’inchiesta a Campobasso su un presunto duplice avvelenamento di una mamma e di sua figlia). A questo punto il professore mette da parte l’analisi sociale e, prendendo la china da sceneggiatore thriller, scrive: «L’odio che mi viene per i proprietari di molte case che sfruttano, per pura speculazione, la presunta mancanza di case mi fa immaginare trame per polizieschi in cui uno dopo l’altro una serie di padroni di case, gestori di Airbnb, gestori di fondi immobiliari vengono avvelenati a morte senza che si capisca se c’è un disegno comune o un serial killer ispirato da sentimenti di ghiaccio, dopo che sua madre è stata sfrattata a 87 anni per metterci un b&b nel suo vecchio appartamento («Trama clamorosa! L’avrei tenuta nascosta per non farmi rubare l’idea», gli scrive tra i commenti un follower, ndr)». Altro che politiche pubbliche. Raimo, a questo punto del suo racconto, si è completamente lasciato alle spalle le elucubrazioni da antagonista sociale per avventurarsi in uno scenario crime che ricorda gli attacchi all’antrace del 2001 negli Stati Uniti. Poi, certo, alla fine arriva la retromarcia. «Fuori dalla vendetta romanzesca», scrive il prof piegando il racconto verso la polemica, «ci vorrebbero almeno delle politiche serie dell’abitare contro questa violenza di massa». La scena madre, però, è già andata in onda: il professore che, davanti al caro affitti, pensa alla ricina. Quasi a completare il Salis pensiero sulla proprietà privata. Perché la traiettoria l’aveva tracciata proprio l’eurodeputata con la quale Raimo ha condiviso la campagna delle europee con Avs. Ilaria Salis, icona degli occupatori abusivi di abitazioni, che sui rapporti di proprietà ha costruito la sua identità politica anche a colpi di emendamenti al Parlamento europeo, ritiene infatti che non sia possibile perseguire le occupazioni abusive contro «i proprietari con molteplici patrimoni residenziali». La casa è il terreno di conflitto e il proprietario una figura da contrastare. Il post di Raimo, dopo essersi collocato esattamente sullo stesso piano, però, introduce uno scenario in cui il nemico «padrone» viene eliminato. Neppure l’ultrà finita nei guai in Ungheria con la Banda del martello era riuscita a spingersi così tanto.





