C’è un accordo bilaterale che arriva da lontano e che rafforza la cooperazione nella prevenzione e nel contrasto alle forme gravi di criminalità e terrorismo. E che riporta nel perimetro della realtà le ipotesi circolate negli ultimi giorni sulla presenza in Italia, per le olimpiadi di Milano-Cortina, di uomini dell’Ice, letteralmente «Immigration and customs enforcement», struttura finita di recente nel mirino delle proteste per gli arresti a Minneapolis, in Minnesota, del gennaio scorso, che hanno visto anche la morte di due persone per mano dei suoi agenti. Si tratta di un’agenzia federale con compiti interni ed esteri: applicazione delle leggi sull’immigrazione negli Usa e indagini su reati transnazionali fuori dal confine. Il governo italiano (il quarto di matrice berlusconiana), al momento della ratifica, era rappresentato dal ministro dell’Interno leghista Roberto Maroni, e quello statunitense (in quel momento guidato dal dem per eccellenza Barack Obama) lo siglarono il 28 maggio 2009. È timbrato, tradotto e firmato.
E soprattutto ratificato. Ed ecco cosa prevede: «scambio e raffronto automatizzato», caso per caso, di «dati dattiloscopici e profili Dna» per indagini e prevenzione; «trasmissione di […] dati personali solo in presenza di riscontri e nel rispetto delle leggi nazionali»; compresi «limiti rigorosi all’uso dei dati», ma anche «obblighi di sicurezza, tracciabilità, cancellazione e tutela della privacy». Non creava strutture parallele, né sostituiva la cooperazione giudiziaria. Ma, soprattutto, fu stabilito che sarebbe rimasto attivo «a tempo indeterminato (anche se modificabile nei contenuti su richiesta di una delle due parti e in qualsiasi momento, ndr)». La formula è quella classica degli atti internazionali, solenne e vincolante. Non è un protocollo tecnico, né una circolare di polizia. È un accordo politico fra due governi. E non incide, come viene precisato testualmente, «sulle procedure di assistenza giudiziaria internazionali vigenti». Garanzie rispettate, insomma.
Passano gli anni. L’accordo resta lì, come tutti gli accordi internazionali che attendono il passaggio decisivo: il Parlamento. E quel passaggio arriva nel 2014. Non con un decreto o con un atto amministrativo, ma con una legge dello Stato. Il 3 luglio 2014 viene promulgata la «Legge numero 99», che autorizza la ratifica e dispone la piena esecuzione dell’accordo firmato cinque anni prima. Il testo è secco: «Il presidente della Repubblica è autorizzato a ratificare l’accordo» sancito «a Roma il 28 maggio 2009». E ancora: «Piena ed intera esecuzione è data all’Accordo […] a decorrere dalla data della sua entrata in vigore». Qui la catena istituzionale si chiude. Il presidente della Repubblica è Giorgio Napolitano. Un nome che, per anni, è stato indicato come garanzia assoluta di equilibrio costituzionale, punto di riferimento anche e soprattutto per quella sinistra progressista che oggi storce il naso e alimenta proteste. La legge è controfirmata dal presidente del Consiglio Matteo Renzi (che ora sui social usa l’argomento Ice di sfuggita per punzecchiare Giorgia Meloni), dal ministro degli Affari esteri Federica Mogherini, dal ministro dell’Interno Angelino Alfano ed è vistato dal Guardasigilli Andrea Orlando. Proprio quest’ultimo deve essere stato colpito da un attacco di memoria selettiva. E, tramite il suo profilo Instagram, ha affermato: «La presenza dell’Ice non è compatibile né con la cultura costituzionale del nostro Paese né con l’appuntamento che si celebrerà». Ma è in ottima compagnia: tutti i partiti di opposizione, da Rifondazione comunista ad Azione, compresi Pd, Movimento 5 stelle, Alleanza dei Verdi e Sinistra, Più Europa e Italia viva, manifesteranno oggi a Milano. Prevista la presenza della Cgil e dell’Anpi. L’appuntamento è in piazza XXV Aprile alle 14.30. E c’è una raccomandazione: tutti con i fischietti per emulare le proteste in Minnesota. Non è l’unica. Sabato 7 scenderanno in piazza i centri sociali con la partecipazione dell’area antagonista. Il ritrovo è alle 15 in piazza Medaglie d’Oro, a poca istanza dal Villaggio Olimpico.
Tutti, però, dimenticano chi ha varato quella legge. Che contiene un punto centrale: chi applica l’accordo e come? Per l’Italia è «il Dipartimento della Pubblica sicurezza del ministero dell’Interno». Per gli Stati Uniti, invece, «il Dipartimento di Giustizia e il Dipartimento per la Sicurezza interna». Qui entra in scena l’ufficio che oggi fa discutere. Homeland security investigations. Non è un corpo autonomo. È definito nei documenti ufficiali americani come «un’importante agenzia federale di polizia all’interno del dipartimento per la Sicurezza interna (Dhs)» . Dipende dal «Department of homeland security, non agisce in proprio. Indaga, come scritto testualmente, «su reati su scala globale, in patria, all’estero e online». I compiti sono elencati senza enfasi: traffico di persone, criminalità organizzata transnazionale, sfruttamento minorile, frodi, violazioni delle sanzioni e terrorismo. E sempre dentro un perimetro di cooperazione che l’accordo bilaterale del 2009 circoscriveva con cura. Il paradosso è tutto qui. Quella legge del 2014 va bene quando la firma Napolitano, quando la vota un Parlamento a maggioranza progressista (che l’ha finanziata, all’epoca, per oltre 10 milioni di euro), quando la esegue un governo guidato da Renzi. Non va più bene se dentro quel quadro normativo si muove l’ufficio americano previsto dalla stessa architettura giuridica (di poche righe e con in allegato proprio il protocollo firmato da Maroni nel 2009). In coda al testo, infine, c’è un’indicazione: «La presente legge, munita del sigillo dello Stato, sarà inserita nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. È fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato». Parole precise. Che restano in vigore, producendo effetti, finché quella legge non verrà modificata o abrogata. Resta al palo un argomento che è utile solo alla protesta di piazza, ma che è irrilevante sul piano giuridico. Con buona pace dell’ex Guardasigilli Orlando.
In Consiglio comunale, a Genova, avevano provato a trasformare la Giornata della memoria in una giornata per Gaza con un ordine del giorno di Alleanza Verdi e Sinistra che chiedeva alla giunta di approvare aiuti per il popolo palestinese. Una prima fase di tensione aveva già visto come protagonista la consigliera della Lista Salis, Sara Tassara, che rivolgendosi al capogruppo di Fratelli d’Italia Alessandra Bianchi aveva ripetuto la parola «assassini» per poi spiegare che era indirizzata al governo israeliano. Un attimo dopo, durante il suo intervento, il capogruppo di Forza Italia Mario Mascia, avvocato, ex assessore comunale e segretario genovese azzurro, prende la parola e, rivolgendosi al consigliere comunale del Partito democratico (nono per numero di preferenze) Si Mohamed Kaabour, nato in Marocco e cittadino italiano dal 2009, lo chiama «Hannoun». Passano pochi secondi e lo richiama «Hannoun». Silvia Salis, che partecipò alle manifestazioni di piazza pro Gaza, compresa quella in cui Mohammad Hannoun pronunciò il discorso finito al centro dell’inchiesta che lo ha privato della libertà con l’accusa di aver finanziato Hamas, lascia l’Aula.
La segue il suo vicesindaco Alessandro Terrile, già responsabile Infrastrutture della segreteria nazionale dem, nonché consulente della società Santa Barbara dell’imprenditore genovese Mauro Vianello, l’uomo che si proclamava «il più comunista di tutti» e che, ha svelato l’inchiesta sull’ex governatore Giovanni Toti, era la «volpe» del porto, che proprio Terrile seguì nell’Ente Bacini, dove Vianello, che ne era il presidente, lo nominò amministratore delegato. Ora chiamare qualcuno «Hannoun» è diventato offensivo. È considerato un insulto talmente grave da spingere la sindaca ad abbandonare l’Aula. Lavori chiusi. Sipario. E mentre la Salis propaganda quella scenetta come «un segnale politico», per la minoranza, invece, sarebbe un pretesto. Un modo per dribblare quell’ordine del giorno. Ma lei, la sindaca, precisa: «Quello che hanno voluto vendere come un lapsus è stato voler chiamare due volte il nostro consigliere Kaabour con il nome di Hannoun, a distanza di diversi secondi l’una dall’altra». Poi l’insulto rivolto alla minoranza: «Li abbiamo lasciati da soli con la loro ignoranza, perché è un atteggiamento ignorante». Mascia, sentito dalla Verità, replica: «Ho chiamato Kaabour Hannoun ma è stato un lapsus e mi sono scusato. Il dato più inquietante di questa querelle, però, è che Hannoun, fino a ieri special guest dei cortei pro Pal, è ormai un condannato senza appello dalle sinistre genovesi usa e getta. Pronunciare il suo nome anche per sbaglio all’indirizzo di un consigliere Pd viene bollato come oltraggio. Alla faccia del garantismo. Non è ancora stato condannato in via definitiva e viene subito ripudiato da chi fino a ieri gli faceva la clac». Ma il consigliere azzurro non si fa passare sotto il naso neppure il passaggio sugli «ignoranti»: «Da laureato cum laude alla prestigiosa Università degli Studi di Genova, con tutto il rispetto per chi non lo è e però non insulta nessuno, viene da sbottare con un “Ma mi faccia il piacere!” alla Totò nella gag con l’Onorevole Trombetta (Totò a colori, film del 1952, ndr) o da chiedersi da che pulpito arriva l’insulto». Infine ha risposto alle nostre domande.
Ha visto che la sindaca si è laureata più o meno con le stesse modalità (criticate dalla sinistra) della ministra Calderone?
«No, non so quali siano queste modalità, come detto io mi sono laureato all’Università di Genova e ho fatto tutti i miei studi a Genova, tanto mi basta per non sentirmi un ignorante né un saccente».
L’ex vicesindaco Pietro Piciocchi sfidò la Salis a esibire il libretto universitario e la prima cittadina evitò di farlo. Vuole ribadire la richiesta?
«Ricordo questa sfida all’Ok Corral a colpi di libretto durante la campagna elettorale ma credevo fosse finita ad armi pari, perché in quel frangente avevo la testa sulla mia corsa e del partito di cui sono segretario. A me del libretto della sindaca non me ne cale proprio. Sempre meglio che ognuno si faccia le lauree, i libretti e gli studi suoi e non pretenda di sindacare i saperi degli altri. Perché non glielo chiede lei il libretto alla sindaca? Magari glielo dà».
Per Hannoun è stato un qui pro quo.
«Che non l’abbia fatto apposta e manco me ne sia accorto, finché non me lo hanno fatto notare i miei colleghi di opposizione, lo testimoniano i video. Eppure il mio lapsus è stato usato come pretesto per salvare la faccia nel Giorno della memoria dell’Olocausto».
E l’ordine del giorno pro Gaza?
«Nonostante l’invito di Liliana Segre a non usare Gaza contro la Shoah degli ebrei, la mattina stessa del Giorno della memoria è puntualmente arrivato in Conferenza dei capigruppo un ordine del giorno straordinario delle sinistre pro Pal elette con la sindaca Salis per esercitare “ogni pressione diplomatica necessaria” al fine di aprire un corridoio giordano alternativo a quello presidiato dal Cogat (Coordinamento attività governative nei territori) dello Stato ebraico».
Voi come avete reagito?
«I capigruppo di centrodestra non hanno prestato il fianco ai tentativi di retromarcia arrivati fuori tempo massimo dal Pd per rinviare la discussione alla prossima seduta, col risultato che l’ordine del giorno è approdato in Consiglio comunale. Il colpo di teatro in Sala Rossa è servito di fatto a trarsi d’impaccio dalla votazione in Aula su Gaza nel Giorno della memoria. Chissà che pandemonio sarebbe scoppiato se con una scusa del genere lo avesse fatto Giorgia Meloni il gesto con la mano per portare fuori dal Parlamento tutti i ministri del governo e tutti i gruppi di maggioranza. E pensare che ai tempi del primo mandato di Marco Bucci le sinistre in Sala Rossa ci belavano dietro quando noi consiglieri di centrodestra votavamo compatti a favore delle delibere del sindaco, figuriamoci cosa sarebbe accaduto se, agli ordini del sindaco, avessimo abbandonato seduta stante gli scranni».
L’Associazione nazionale magistrati inciampa nel caso del software Microsoft Ecm, letteralmente «Endpoint configuration manager», un sistema di gestione centralizzata per gli interventi da remoto sulle reti di computer. Con un comunicato ufficiale, la Giunta esecutiva centrale dell’Anm l’altro giorno ha provato a fare un salto in avanti rispetto al servizio mandato in onda domenica da Report (la trasmissione di Rai3 condotta da Sigfrido Ranucci) sulla sicurezza informatica, che presentava il sistema di intervento da remoto come un mezzo per poter spiare i computer di 40.000 magistrati.
Compresi quelli delle Procure. E, sostenendo che sarebbero emersi «profili di criticità rilevanti rispetto alla sicurezza e alla riservatezza, rimasti senza alcuna significativa spiegazione», ha chiesto al Guardasigilli Carlo Nordio «un chiarimento» e «un intervento immediato per garantire la necessaria segretezza di ogni indagine e delle attività di ogni giudice e pubblico ministero». Ieri l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale, diretta dal prefetto Bruno Frattasi, ha smontato subito l’idea che sia possibile usare quello strumento come se fosse un troyan: è «disabilitata» la funzione controllo da remoto del software Ecm installato sui computer dei magistrati italiani.
Ed eventuali accessi non autorizzati ai dispositivi usati dalle toghe lascerebbero traccia nei log di sistema (dei registri automatici che un computer e i suoi programmi compilano da soli e in modo continuo) che il ministero della Giustizia «ha l’obbligo di conservare almeno per sei mesi». Il quadro tecnico e amministrativo racconta, insomma, una storia molto meno torbida di quella andata in onda in prima serata. Ci sono cascati anche i parlamentari del Movimento 5 stelle, che parlano di «pericoli inquietanti» per la segretezza del lavoro dei magistrati e chiedono al governo di spiegare «quanto accaduto nel 2024, quando la Procura di Torino avrebbe segnalato che tramite il software Ecm i computer degli uffici giudiziari fossero accessibili da remoto senza autorizzazione dell’utente e senza lasciare alcuna traccia». Ieri hanno pure depositato un’interrogazione, a prima firma Cafiero De Raho (già capo della Procura nazionale antimafia), che verrà discussa oggi in commissione Giustizia alla Camera.
È qui che la memoria politica diventa selettiva. Perché quel software non piove dal cielo nel 2024. Non viene calato dal governo Meloni. Viene acquistato nel 2019, con un’adesione a una convenzione Consip firmata dal ministero della Giustizia guidato in quel momento da Alfonso Bonafede, espressione proprio dei pentastellati. Proprio in quell’anno vengono acquistate 42.882 licenze dell’Ecm. Ed è in quel momento che quello strumento è entrato stabilmente nella rete informatica della Giustizia. Nel 2022, con il governo Draghi e Marta Cartabia alla Giustizia, parte una procedura negoziata per il Microsoft unified support: il supporto avanzato per l’Ecm.
Nel 2024, i contratti vengono rinnovati. È sempre nel 2019, come ha spiegato l’Agenzia per la cybersecurity, che la sicurezza è stata implementata. Come? Il sistema di tracciamento già esistente nel programma è stato associato a un sistema denominato «Sentinel», che permette di mettere in relazione movimenti e di generare alert su utilizzi sospetti. Un meccanismo che sarebbe capace di individuare anche le minacce più complesse. La funzione controllo da remoto, spiega ancora l’agenzia, è prevista «nei casi in cui sia necessario fornire supporto all’utente a distanza». Ovvero quando è qualcuno a richiederla. E comunque, precisa l’agenzia, su Ecm «è sempre rimasta disabilitata».
Così come la possibilità di disporre da remoto l’accensione della videocamera eventualmente presente sulla postazione di lavoro, viene sottolineato, «che nella narrazione giornalistica viene presentata come un caso di “videosorveglianza” o di “grande fratello”, in realtà è una funzionalità la cui attivazione generalmente è prevista nei casi in cui sia necessario fornire supporto all’utente a distanza per eventuali difficoltà che egli dovesse incontrare nell’uso del dispositivo stesso». E anche in questo caso deve essere l’utente a richiederlo. Una funzione pensata per l’assistenza, non per il controllo occulto. Tecnici autorizzati del ministero, dunque, possono sbloccare l’abilitazione per fare i loro interventi. E in astratto potrebbe verificarsi un «utilizzo improprio di permessi amministrativi» da parte di un dipendente infedele. Un bug, quindi, c’è.
Ma non è nel software. Qualcuno si è accorto di intrusioni e ha avuto conferma tramite i file di log? Anche in questo caso, però, stando alle verifiche effettuate dall’agenzia, rimarrebbero tracce nel sistema, verificabili dallo stesso ministero e anche dall’agenzia. Non è quindi possibile un accesso fantasma che non lascia segni. Se qualcuno entrasse abusivamente, lo farebbe lasciando impronte digitali informatiche. All’agenzia infatti una segnalazione è arrivata, non da Torino (il cui caso è passato sotto la lente dei magistrati della Procura di Roma che aprirono un fascicolo poi archiviato perché non erano emersi profili penalmente rilevante e neppure pericoli di vulnerabilità del sistema), ma «da un ufficio giudiziario che ha sede nell’ambito di competenza del Cisia (il coordinamento interdistrettuale per i sistemi informativi automatizzati) di Milano. In quel caso, è stato accertato, «la disabilitazione della funzione è stata verificata». Più che di un pericolo concreto, insomma, sembra uno spauracchio. Alimentato dall’Anm.





