Per Walter Onichini, macellaio di Legnaro (Padova) incensurato che il 22 luglio 2013 sparò al ladro che gli era entrato in casa e che stava scappando, la giustizia, in tutto il suo iter, ha mantenuto una costante: lo scorrere dei mesi. Ben 72 per arrivare alla sentenza di appello e 96 se si considera anche la Cassazione: 4 anni, 10 mesi e 27 giorni di reclusione per tentato omicidio. Sentenza definitiva.
Per Walter Onichini, macellaio di Legnaro (Padova) incensurato che il 22 luglio 2013 sparò al ladro che gli era entrato in casa e che stava scappando, la giustizia, in tutto il suo iter, ha mantenuto una costante: lo scorrere dei mesi. Ben 72 per arrivare alla sentenza di appello e 96 se si considera anche la Cassazione: 4 anni, 10 mesi e 27 giorni di reclusione per tentato omicidio. Sentenza definitiva. E subito eseguita (48 ore dopo Onichini era in carcere a Venezia). L’uomo ferito, un pregiudicato albanese che è stato condannato a 3 anni e 8 mesi per l’intrusione, non ha mai scontato la sua condanna in quanto irreperibile. Dopo aver passato due anni e mezzo in carcere, nel gennaio 2023, Onichini ottiene l’affidamento in prova: può lavorare e deve svolgere servizi di pubblica utilità. Ma il ciclo del tempo, per lui, non è cambiato neppure quando ha chiesto la grazia.
Novembre 2021: Sara Scolaro, moglie di Onichini, presenta istanza al magistrato di sorveglianza attraverso il suo legale, l’avvocato Ernesto De Toni. Il fascicolo resta in quella sede per nove mesi. Solo ad agosto 2022 viene inoltrato al ministero della Giustizia. Passa circa un altro anno. Un ulteriore segmento temporale senza esiti intermedi pubblici. Tanto che l’avvocato De Toni dirà ai giornalisti: «La domanda di grazia è rimasta ferma a Padova per oltre nove mesi e poi finalmente trasmessa al ministro della Giustizia a Roma e di essa nessuno aveva più saputo dirci nulla». La decisione arriva a distanza di 22 mesi e con parere contrario della pubblica accusa: richiesta respinta dal Quirinale, firma Sergio Mattarella. Per Nicole Minetti, invece, la stessa procedura sembra aver viaggiato su un binario accelerato. Il procedimento, dopo 166 giorni dalla presentazione della domanda, registra il parere positivo del sostituto procuratore generale di Milano Gaetano Brusa: per la magistratura nulla osta alla concessione della grazia. Il parere arriva all’interno di un’istruttoria compatta. L’atto finale del Quirinale, ancora con firma di Sergio Mattarella, è dello scorso febbraio. Otto mesi. Richiesta 27 luglio 2025, il Quirinale sollecita il ministero della Giustizia il 6 agosto, lo scorso febbraio la pena viene cancellata. Prima ancora di essere eseguita. Minetti è liberata dal peso di dover scontare una condanna da 3 anni e 11 mesi ai servizi sociali.
Il percorso di Onichini a confronto sembra una gimcana. Le indagini furono avviate la notte stessa in cui dal fucile di Onichini partirono i due colpi che ferirono Elson Ndreca (irregolare sul territorio italiano con un provvedimento di espulsione sulle spalle), che era entrato nell’abitazione da una finestra. Venne colpito alle gambe. Secondo la ricostruzione processuale, Onichini lo caricò in auto con l’intenzione di portarlo in ospedale. Ma il tragitto si interruppe: Ndreca venne lasciato a circa un chilometro dall’abitazione, in una strada di campagna. Onichini rientrò a casa e chiamò i carabinieri. Il 18 dicembre 2017 arrivò la sentenza di primo grado: 4 anni e 11 mesi di reclusione, oltre al pagamento delle spese legali e a una provvisionale di 25.000 euro a favore della parte offesa. In appello, dopo un percorso durato complessivamente sei anni dal fatto, la Corte d’Appello di Venezia ha confermato l’impostazione accusatoria, escludendo la legittima difesa, nonostante il procuratore generale avesse chiesto di riqualificare il reato in «eccesso colposo di legittima difesa putativa». La richiesta non è stata accolta, perché, secondo i giudici, Onichini non aveva nulla da temere. Né lui né la sua famiglia. La Corte di Cassazione, il 10 settembre, ha confermato la condanna. Nel settembre 2021 la sentenza è diventata definitiva: 4 anni, 10 mesi e 27 giorni per tentato omicidio. Durante la fase esecutiva, i ricorsi presentati dalla difesa di Onichini sono stati rigettati. Nessuna modifica dell’impianto sanzionatorio nei gradi successivi. Solo dopo due anni e mezzo di detenzione, il tribunale di sorveglianza ha concesso l’affidamento in prova. Onichini ha potuto lavorare presso l’azienda di macellazione della sorella, rientrando a casa la sera e svolgendo al contempo attività di volontariato obbligatoria. In udienza ha dichiarato di essere pentito e il procuratore generale, questa volta, ha espresso parere favorevole alla misura.
Nel periodo in cui la richiesta di grazia per Onichini segue il suo iter, il Quirinale ne concede una «parziale» a Crocifisso Martina, guardia giurata di Torchiarolo (Brindisi), che aveva riportato una condanna a 14 anni di reclusione per l’omicidio di Marco Tedesco, avvenuto la notte del 23 gennaio 2007 nel corso di un tentativo di rapina, e che, così, ha potuto scontare sei anni di pena in meno, con uscita anticipata dal 2036 al 2026.
La sequenza degli atti, per Onichini, si sviluppa così: fatto nel 2013, primo grado nel 2017, appello dopo sei anni, Cassazione nel 2021, richiesta di grazia presentata nel gennaio 2021 (mentre la sentenza è già eseguita e quindi lui è detenuto), inoltro al ministero nell’agosto 2022, decisione di rigetto dopo circa un anno. Nel frattempo, due anni e mezzo di carcere prima dell’accesso all’affidamento in prova. Per Minetti la stessa sequenza si è concentra in pochi mesi, con una progressione ravvicinata tra richiesta, pareri e decisione finale. Il doppio binario del Quirinale.
I bonifici inviati in un arco temporale di quasi dieci anni (tra il 2012 e il 2021) da Silvio Berlusconi a Marcello Dell’Utri «per ragioni di affetto e gratitudine» costeranno un processo al cofondatore di Forza Italia, ex presidente di Publitalia e già senatore. Ieri mattina il giudice dell’udienza preliminare del tribunale di Milano, Giulia Marozzi, ha rinviato a giudizio Dell’Utri e la moglie Miranda Ratti. La prima udienza si terrà il prossimo 9 luglio davanti alla Seconda sezione penale.
La vicenda riguarda donazioni (spesso indicate come «aiuti per spese legali e personali») per circa 42 milioni di euro. Su una parte consistente della cifra, però, è scattata la prescrizione. La somma contestata, infatti, è scesa a poco meno di 11 milioni (cifra che è sotto sequestro). Il fascicolo è approdato a Milano nel marzo dello scorso anno, trasferito da Firenze per competenza territoriale, dopo un’eccezione sollevata dai difensori dei Dell’Utri, con una impostazione giudiziaria condivisa dal pm della Procura antimafia milanese Pasquale Addesso e dal procuratore Marcello Viola (titolari del fascicolo).
Il cuore dell’accusa è tecnico. L’ex senatore di Forza Italia risponde della violazione della legge Rognoni-La Torre, perché non avrebbe comunicato le variazioni patrimoniali, in questo caso superiori a 42 milioni di euro, non rispettando gli obblighi (dieci anni, tra il 2012 e il 2024) legati alla sua condanna definitiva (ed espiata) per concorso esterno in associazione mafiosa. Nei confronti della moglie, invece, è ipotizzata l’intestazione fittizia di beni, perché una parte consistente dei 10.840.000 euro sarebbe transitata sui suoi conti bancari.
Il procedimento ha una storia lunga e si porta dietro un cambio radicale dell’impostazione accusatoria. L’indagine era uno stralcio dell’inchiesta sui mandanti esterni delle stragi commesse da Cosa Nostra nel 1992 e nel 1993. Nel 2017, per la quarta volta in meno di 40 anni, una Procura (prima Firenze, poi Roma e Milano e infine di nuovo Firenze) ha avviato un procedimento su Berlusconi con quella ipotesi. Lì erano state trasmesse le intercettazioni del boss di Cosa Nostra Giuseppe Graviano disposte dai magistrati di Palermo nel carcere di Ascoli (dove Graviano era detenuto), nell’ambito dell’inchiesta sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia. E sempre a Firenze erano state inviate alcune Sos (Segnalazioni di operazioni sospette) dell’Unità di informazione finanziaria di Bankitalia che evidenziavano «anomalie» nella gestione dei flussi finanziari in arrivo sui conti della famiglia Dell’Utri. Uno dei quali, acceso al Monte dei Paschi, era risultato spesso in rosso. Lì, ricostruiva l’Uif, arrivavano di tanto in tanto i sostanziosi bonifici del Cav con causale «prestito infruttifero».
I pm della Procura antimafia fiorentina avevano quindi quantificato in 42 milioni di euro (fra bonifici, prestiti infruttiferi e operazioni immobiliari) il totale dei passaggi finanziari tra Berlusconi e Dell’Utri, contestando anche l’aggravante dell’agevolazione mafiosa, e ipotizzando che la generosità del Cavaliere costituisse il «prezzo» del silenzio mantenuto dal suo braccio destro. Nell’ottobre 2025 la Corte di Cassazione aveva dichiarato inammissibile un ricorso della Procura di Palermo sul sequestro di quegli stessi beni (disposto precedentemente), precisando che il passaggio di denaro non proverebbe il silenzio di Dell’Utri a tutela del Cav. In quel procedimento, coordinato dall’ex pm Antonio Ingroia, l’accusa iniziale a carico di Dell’Utri (anche questa poi trasferita a Milano su disposizione della Procura generale) era di estorsione. L’aggravante mafiosa è quindi caduta definitivamente nel corso dell’udienza preliminare fiorentina (gup Anna Liguori). Senza quel tassello il quadro accusatorio è cambiato e il procedimento si è slegato dalle stragi, diventando di competenza milanese. Qui il primo passaggio è stato il sequestro, validato dal gip Emanuele Mancini, dei quasi 11 milioni di euro (già precedentemente sequestrati anche a Firenze).
La difesa contesta l’impianto: «Confidiamo di dimostrare l’assenza di responsabilità dei nostri assistiti anche nel presente procedimento», affermano gli avvocati Francesco Centonze, Filippo Dinacci, Tullio Padovani e Lodovica Beduschi, che precisano: «Si rileva che la medesima vicenda è già stata esaminata, negli stessi termini, da sei diverse autorità giudiziarie, tra cui per due volte la Cassazione, che hanno escluso la realizzazione di trasferimenti fraudolenti di somme di denaro da parte della signora Ratti e di Dell’Utri». Anche sul merito la linea difensiva è chiara: si tratta di «bonifici effettuati in maniera del tutto lecita e trasparente da Berlusconi per ragioni di affetto e gratitudine verso l’amico Dell’Utri». A Milano il processo, quindi, parte all’interno di un perimetro diverso: niente aggravante mafiosa, niente collegamento diretto con le stragi, ma la contestazione della violazione degli obblighi di rendicontazione previsti dalla legge Rognoni-La Torre. «Con più azioni e omissioni, in tempi diversi, in esecuzione di un medesimo disegno criminoso, pur essendovi tenuto», si legge nel capo d’imputazione, Dell’Utri avrebbe omesso «di comunicare, entro i termini stabiliti dalla legge, le variazioni patrimoniali». È su questo punto che ora si giocherà la partita processuale: non più il «perché» dei finanziamenti, ma la ragione per la quale non sarebbero stati dichiarati.
Tensioni, aggressioni, feriti, insulti, bandiere che trasformano chi le porta in un bersaglio. Con chi non sta dalla parte più rossa che finisce fuori dal corteo. Il 25 aprile è il solito campo di battaglia. A Milano, prima ancora che la manifestazione si avvii, un gruppo di militanti del Carc prende la testa e prova a dettare la linea: «Fuori i sionisti dal corteo». Lo urlano mentre parte Bella ciao, con il clima che è tutt’altro che quello di una memoria condivisa. La resa dei conti: «Al corteo non vogliamo né nazisti né fascisti». E questo era scontato. L’ultimo passaggio: «Né sionisti». È la linea di confine.
In via Palestro arrivano le forze dell’ordine in assetto antisommossa. Devono liberare la strada per far partire il corteo. Il presidente dell’Associazione nazionale partigiani, Gianfranco Pagliarulo, si occupa della cernita: «La bandiera ucraina va bene, ma quella di Israele no». Dopo un lungo blocco il corteo riparte verso Piazza Duomo, dove sono già iniziati i comizi finali. Ma la tensione non si scioglie. Un gruppo di circa un centinaio di manifestanti con bandiere palestinesi segue lo spezzone della Brigata ebraica quando esce dal corteo in via Senato. Vengono fermati da un cordone di polizia. Gli slogan sono sempre gli stessi: «Palestina libera», «Milano sa da che parte stare», «fuori i sionisti da Milano». La Brigata ebraica deve lasciare il corteo. La «colpa è dell’Anpi, del presidente nazionale Pagliarulo e del presidente provinciale Primo Minelli, sono antisemiti senza saperlo», tuona il presidente della comunità ebraica di Milano, Walker Meghnagi, al termine dell’incontro con il questore Bruno Megale. Per il leader di Alleanza dei Verdi e Sinistra Angelo Bonelli, invece, è tutta colpa di un tizio che si è presentato al corteo con la foto di Benjamin Netanyahu: «Una provocazione inaccettabile». Ma non è l’unico colpo di scena. Il Coordinamento per la pace all’improvviso si stacca dal percorso principale all’altezza di San Babila per dirigersi verso corso Matteotti e quindi piazza San Fedele, vicino a Palazzo Marino, sede del Comune, dove è previsto il presidio conclusivo. Un avvertimento a Beppe Sala che ha deciso di non interrompere il gemellaggio con Tel Aviv. Per gli organizzatori «la Liberazione va ancora attuata». Sul furgone del Coordinamento sono esposte una bandiera palestinese e vessilli di Cuba, Venezuela e Iran. A Napoli si va oltre il simbolico. Un gruppo di attivisti espone l’immagine del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara a testa in giù, sotto un patibolo di cartone. Lo striscione dietro è chiaro: «Da sempre per sempre studenti partigiani». Le parole d’ordine sono ancora più nette: «Contro il governo Meloni, contro la guerra, il genocidio del popolo palestinese, il razzismo istituzionale e la corsa agli armamenti». A Roma la tensione è salita subito. Al parco Schuster arriva un annuncio che gela la piazza: «Attenzione, hanno sparato a due nostri compagni con una pistola ad aria compressa». Un uomo su uno scooter, volto coperto da casco, tira fuori l’arma e spara. Due persone, marito e moglie, con il fazzoletto dell’Anpi al collo, vengono colpite. «Non sono gravi», dicono dal palco, ma la scena è surreale: ambulanze, paura. Secondo le testimonianze, l’uomo indossava una giacca mimetica e un casco, è arrivato in motorino, ha sparato e poi si è fuggito. La coppia è stata medicata sul posto dai soccorritori del 118. L’uomo è stato colpito al collo e a una mano, la moglie a una spalla. La Procura di Roma attende una prima informativa della Digos, che ha sentito i due feriti e acquisito le immagini delle telecamere. Sempre a Roma, a Porta San Paolo, scoppia la guerra delle bandiere. Qui l’Anpi non deve aver pontificato sulle autorizzazioni: Ucraina e Palestina viaggiano insieme. Un gruppo, però, viene preso di mira. «Calci, sputi e spray al peperoncino». La denuncia è precisa: «A compiere l’aggressione sarebbe stato un gruppo riconducibile a Cambiare Rotta, Potere al popolo e altri militanti». E sarebbero stati usati «metodi squadristi». La scena successiva pesa: «Il gruppo che ci ha attaccato ha continuato a marciare indisturbato, fianco a fianco con l’Anpi e con i partiti della sinistra». Il presidente dei Radicali italiani, Matteo Hallissey, l’ha riassunta così: «Ci hanno spruzzato spray al peperoncino negli occhi e strappato e tolto le bandiere dell’Ucraina». È la piazza selettiva. Con lui c’erano anche Ivan Grieco e il segretario Filippo Blengino: «Io avevo una bandiera dell’Ucraina intrecciata a quella della Palestina e loro ci hanno aggrediti». A piazzale Ostiense la scena si ripete. Bandiere ucraine nel mirino. «Siete dei nazisti», gridano alcuni manifestanti. Parte lo spray urticante. Intervengono poliziotti in borghese. Le bandiere vengono strappate. È una guerriglia combattuta a colpi di slogan e aggressioni.
E mentre le strade attorno alla Piramide vengono chiuse, le forze dell’ordine presidiano l’area, tra bandiere rosse dell’Usb e nere di Cambiare rotta, mentre dal palco si alternano interventi «contro le guerre e contro il governo». Il corteo sfila con in testa il sindaco Roberto Gualtieri e Maurizio Landini. La tensione però arriva alle stelle quando il sindaco è sul palco. Una contestatrice urla: «Fascista, fai schifo, stai vendendo la città, infame, lobbista, vergogna». La donna viene invitata ad allontanarsi e lo fa senza incidenti. Gualtieri prova a chiudere: «Sono cose che succedono, a noi le piazze piacciono vere». A Bologna Tino Ferrari, anziano ex professore iscritto a Italia viva viene allontanato dal corteo, colpevole di portare una bandiera ucraina intrecciata a quella europea. Per Matteo Renzi è «un clima di odio inaccettabile».
Alla festa della Bolognina antifascista, che stando alla narrazione degli organizzatori «riunisce percorsi di lotta, culturali e associativi nel solco della tradizione antifascista locale», ai bambini insegnano a lanciare la «cacca» contro gli «stro…». E gli «stro…» rappresentati in foto sono Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Ignazio La Russa, Donald Trump ed Elon Musk. Firenze offre un’altra scena, meno violenta ma altrettanto significativa. Piazza della Signoria blindata. Transenne, fioriere, accessi limitati. I cittadini restano fuori. Protestano. Alla fine si apre, ma dopo un confronto con prefettura e questura. Ma il segnale è chiaro: anche qui la gestione della piazza è diventata un problema. Le celebrazioni cominciano con mezz’ora di ritardo, mentre fuori restano cittadini e manifestanti pro Palestina, «poche decine». Fuori anche le bandiere ucraine. Torino resta sul piano più antagonista. Il corteo organizzato da Askatasuna parte da via Balbo, a pochi passi dalla palazzina sgomberata, e attraversa Vanchiglia tra le lapidi dei partigiani, con oltre mille persone. In testa lo striscione: «Nella memoria l’esempio, nella lotta la pratica. Vanchiglia partigiana, que viva Askatasuna».





