- Termini choc: in poche ore massacrati di botte un funzionario del Mimit e un rider. Presa un’orda di stranieri: un tunisino con precedenti, un egiziano appena espulso (invano) e molti altri irregolari. Ma ormai è la norma.
- La città del dem Lepore allo sbando: in stazione due uomini Polfer sono stati aggrediti da un tunisino. In zona università un magrebino è stato «affettato» con lame e machete.
Lo speciale contiene due articoli.
Orbitavano da mesi intorno alla stazione di Roma. In piena zona rossa. Sono stranieri con precedenti. Uno di loro fresco di decreto di espulsione non eseguito. Nomi finiti in fascicoli che si accumulano. E che sabato sera hanno colpito di nuovo.
Due volte a distanza di un’ora. Alle 22 in punto, in via Giolitti, la strada che costeggia uno dei due lati dello scalo, quella dove si concentrano gli accessi pedonali ai binari e dove si intrecciano i movimenti di viaggiatori e pendolari a quelli di decine di stranieri, di pregiudicati e di predatori urbani, è finito nella roulette russa della stazione Termini un uomo di 57 anni. Un funzionario del ministero delle Imprese e del made in Italy che era uscito di casa per andare in farmacia. Viene puntato da un gruppo di stranieri. Le telecamere della stazione inquadrano la scena. Si vedono sette, forse otto persone che si dirigono verso la vittima.
Sembrano muoversi come un branco che ha scelto la preda. E quando sono a due passi dalla vittima, scatta l’aggressione. Non cercano il portafogli, non rubano nulla. Ma è un massacro. L’uomo, colpito ripetutamente al volto, finisce in coma farmacologico nel reparto di terapia intensiva del Policlinico Umberto I, con prognosi riservata: ha riportato la frattura della mandibola e diverse fratture. Un’ora dopo, a poche centinaia di metri, in via Manin, strada che costeggia una parte dell’Esquilino, tra palazzi residenziali e piccole attività commerciali, a ridosso di piazza dei Cinquecento, scatta la seconda scena di violenza. Stesso quartiere.
Stessa aria pesante che aleggia intorno alla stazione. Un rider tunisino di 23 anni viene aggredito mentre effettua una consegna. Botte. Sangue sull’asfalto. Il ragazzo cade, si rialza, prova a scappare. La bicicletta resta lì, abbandonata. Il rider, invece, finisce in ospedale, ma le sue condizioni sono meno gravi. Alcuni agenti sono riusciti a parlarci quasi subito per ricostruire con precisione le fasi dell’aggressione. Il movente in questo caso sarebbe un tentativo di rapina. Ma la brutalità è identica.
All’inizio gli investigatori hanno trattano i due episodi come distinti. Poi, però, le immagini, i movimenti, i volti, gli spostamenti dei gruppi, evidentemente hanno suggerito altro. «Non si esclude che i due fatti possano essere collegati», fanno sapere dalla questura. Scatta la caccia. Polfer, commissariato Viminale, Squadra mobile. Un dispiegamento che sembra quello di un rastrellamento. La zona di Termini si trasforma in un grande posto di blocco e viene setacciata per ore. Pattuglie che entrano ed escono dalla stazione, agenti che controllano documenti, tasche, zaini. Sedici persone vengono accompagnate all’Ufficio immigrazione per accertamenti. Una fila di volti che fotografa la marginalità dell’area cittadina dalla quale sono stati prelevati.
Per quattro di loro, risultati destinatari di provvedimenti di espulsione, si aprono le porte del Cpr di Ponte Galeria. Altri tre vengono fermati per fatti diversi, ma nello stesso contesto di caos: un quarantaseienne delle Mauritius che, si è scoperto, era latitante, inseguito da un ordine di carcerazione per reati di varia natura, un peruviano di 43 anni che durante i controlli ha danneggiato una volante polizia e un terzo straniero deteneva sostanze stupefacenti con finalità di spaccio. Due i denunciati. È il bollettino che racconta la serata fuori controllo in un’area in cui ogni accertamento fa emergere un mondo sommerso di irregolarità, precedenti e provvedimenti rimasti sulla carta.
Tutta l’attività investigativa, però, si è concentrata sui due pestaggi. Per quello subito dal funzionario del ministero la polizia ha fermato due giovani: un diciottenne egiziano con un curriculum che pesa quanto il suo fascicolo: rapina, ricettazione, porto di armi e oggetti atti a offendere. Ma, soprattutto, c’è un dettaglio che brucia: era già destinatario di un provvedimento di espulsione, emesso dal questore la scorsa settimana perché irregolare sul territorio nazionale. Non doveva essere lì sabato sera. Con lui finisce in stato di fermo un ventenne tunisino con precedenti per rissa, porto di oggetti atti a offendere, reati legati agli stupefacenti nel 2024 e nel 2025. Per entrambi l’accusa è pesantissima: tentato omicidio. Per l’aggressione al rider, invece, vengono fermati due tunisini (i provvedimenti sono già stati convalidati dall’autorità giudiziaria). Un ventiduenne, risultato detentore di un regolare permesso di soggiorno, ma con precedenti di polizia (molto recenti) per la violazione delle leggi sugli stupefacenti e per minaccia. E un diciottenne senza fissa dimora, irregolare e senza documenti.
Dalle immagini acquisite, però, emerge la presenza di altri stranieri. Alcune fonti sostengono che ci siano almeno una ventina di persone coinvolte ancora da identificare. Che al momento sembrano ancora solo delle ombre che scorrono sui monitor della videosorveglianza. Ombre di stranieri che si muovono intorno alla scena, che entrano ed escono dal campo visivo delle telecamere, che osservano, seguono e forse partecipano. E che qualcuno, negli uffici della Squadra mobile, sta cercando in queste ore di trasformare in nomi e cognomi. Perché sabato sera, nonostante quell’area fosse presidiata, hanno deciso di colpire. E lo hanno fatto ben due volte. Sotto gli occhi di una città che, ancora una volta, ha trovato conferma di quanto sia pericolosa l’area attorno alla stazione Termini.
Agenti picchiati, Bologna è un incubo
Due agenti della Polfer presi a pugni e testate in stazione e un giovane sfigurato a colpi di machete in pieno pomeriggio, nella zona universitaria. Ci aveva provato, nei giorni scorsi, il sindaco di Bologna, Matteo Lepore, a scaricare sul governo la responsabilità del feroce omicidio del capotreno di 34 anni, avvenuto lo scorso 5 gennaio, sempre alla stazione di Bologna. Ma questi due nuovi episodi, entrambi caratterizzati da una dinamica così violenta da mettere bene in evidenza il senso di impunità di chi li ha commessi, avvenuti in meno di 48 ore in due quartieri della città teoricamente già attenzionati proprio sul tema sicurezza, riportano tutti di colpo alla realtà.
Bologna soffre di un male chiamato «lassismo», tipico delle amministrazioni Pd, che passa attraverso i messaggi che la politica locale, con le sue mancanze più o meno inconsapevoli, lancia alla criminalità, sempre pronta ad assediare un territorio poco protetto. Un male che, di certo, non può trovare la sua cura soltanto nel numero di agenti impegnati per strada.
Ancora non si sono asciugate le lacrime versate dai colleghi ferrovieri per la morte del capotreno Alessandro Ambrosio, ucciso nel parcheggio dei ferrovieri di Trenitalia con un solo fendente alla schiena da Marin Jelenic, croato con precedenti su cui pendeva un decreto di allontanamento, che, ancora una volta, due agenti vengono assaliti mentre svolgono il loro lavoro all’interno dello scalo ferroviario. Nella notte tra sabato e domenica due uomini della Polfer addetti ai controlli di routine, hanno incrociato un giovane tunisino con precedenti per lesioni che, nel vederli avvicinare, si è innervosito. Quando gli agenti gli hanno chiesto di seguirli in ufficio per l’identificazione, l’uomo ha reagito con violenza: calci pugni e una testata al volto di uno dei due, mentre l’altro è stato ferito alla mano. Per quanto, probabilmente, in preda a chissà quali droghe, il giovane tunisino ha reagito con tanta violenza perché era infastidito da quei controlli, vissuti come una intromissione. E, dal suo punto di vista, non aveva tutti i torti. A Bologna tutti lo sanno: nessuno disturba più di tanto chi i propri affari loschi se li gestisce in zona stazione. Una sacca di tolleranza lasciata a sé stessa sperando che, così, il resto della città possa restare pulito.
E invece no. Nel pomeriggio di sabato, sempre a Bologna ma nella zona universitaria del centro storico, un ventenne di origine tunisina è stato trovato a terra in una pozza di sangue, gravemente ferito. Una vera e propria esecuzione su pubblica via: il volto sfigurato da due tagli profondi alla testa e alla guancia, il corpo devastato da colpi di machete e una lama ancora conficcata nella coscia. Una scena che ricorda, pericolosamente, quelle che si vedevano nella città di Ferrara prima del 2019, ossia prima che la giunta cambiasse colore, con l’elezione del sindaco leghista, Alan Fabbri, dopo oltre 70 anni di sinistra al potere. A Ferrara, quella che a lungo era stata sminuita come la conseguenza di una semplice «lotta tra bande per lo spaccio», si rivelò essere una caratteristica manifestazione della presenza attiva della mafia nigeriana che, nella città estense, aveva messo radici. Senza ovviamente che alcuna delle amministrazioni di sinistra susseguitesi negli anni, se ne accorgesse. «Chiedo al sindaco di istituire una task force di 100 agenti della polizia locale dedicati al presidio del territorio del centro e della zona della stazione», ha sollecitato Matteo di Benedetto, capogruppo Lega in Consiglio comunale a Bologna. Per Galeazzo Bignami, capogruppo alla Camera di Fdi, si tratta degli ennesimi episodi dovuti ad una «situazione determinata dalle scelte buoniste e permissiviste del Comune che hanno attratto a Bologna ogni genere di sbandati».
Non si conoscevano. Si sono incrociati per caso su una banchina della linea 2 della metropolitana di Milano, stazione Cimiano. Lei, Aurora Livoli, 19 anni, gli avrebbe chiesto qualche euro per comprare le sigarette. Lui, Emilio Gabriel Valdez Velazco, 57 anni, peruviano, in carcere per rapina, ieri, durante un interrogatorio a tratti surreale e zeppo di particolari, ha confessato di averla uccisa nel condominio di via Paruta.
È da lì che parte il racconto verbalizzato e poi ripetuto ai giornalisti dal difensore del peruviano, l’avvocato Massimiliano Migliara. Velazco viene interrogato nel carcere di San Vittore, dai pm Letizia Mannella e Antonio Pansa. Dice di aver abusato sessualmente della ragazza. Poi la confessione: «L’ho strangolata (come confermerebbe l’autopsia, che ha riscontrato la frattura dell’osso ioide), ma non mi sono accorto di averla uccisa». A quel punto, è sempre la sua versione, sarebbe uscito dal cortile una prima volta verso l’una della notte tra il 28 e il 29 dicembre per poi tornare indietro perché aveva dimenticato il cellulare. Sarebbe rientrato e rimasto lì fino alle 3, convinto che Aurora fosse ancora viva, «in dormiveglia». Tanto che l’avrebbe coperta con un giubbotto. Proprio quello trovato poggiato sul cadavere.
Una ricostruzione che gli inquirenti stanno radiografando. L’indagato ha spiegato che, dopo l’incontro in metropolitana, avrebbe condotto la giovane nel cortile del condominio di via Paruta. Le telecamere di sorveglianza documentano l’incontro, ma anche il tragitto successivo. In quel cortile, la mattina del 29 dicembre, Aurora viene trovata senza vita. Il difensore parla di «una reazione a cortocircuito». Dice che il suo assistito «non voleva ucciderla». Aggiunge che in quell’uomo c’è stata «una rottura con il senso della realtà». Un concetto che il difensore ribadisce: «Dal mio punto di vista, è emerso un notevole problema di percezione della realtà da parte del mio assistito».
A supporto della tesi difensiva c’è un frame che l’avvocato inserisce «tra gli elementi assolutamente incongrui»: lui è all’interno della metropolitana di Cimiano, il luogo in cui aveva commesso la tentata rapina, e «davanti a tutti i passeggeri», racconta il legale, «abbraccia Aurora e s’inginocchia». Durante l’interrogatorio, durato oltre tre ore, «non ci sono state esternazioni accentuate», valuta l’avvocato, aggiungendo: «Tutto è stato gestito bene dal punto di vista emotivo, ma si evidenziava una profonda disperazione di quest’uomo che si è reso conto a posteriori di quello che aveva fatto». Per ora, però, non c’è una richiesta formale di perizia psichiatrica. Anche se, anticipa Migliara, «è un interesse oggettivo di tutti accertare questo fatto». Velazco, sempre secondo quanto riferito dal legale, avrebbe agito «ubriaco e sotto effetto di cocaina». E forse era già sotto l’effetto di alcol e droga quando ha tentato la rapina ai danni di un’altra diciannovenne (anche lei peruviana), sempre in stazione. Per quell’episodio è già detenuto.
La Procura di Milano si prepara, quindi, a chiedere al gip la custodia cautelare in carcere anche per l’omicidio. I pm, che avevano valutato se contestare il nuovo reato di femminicidio, introdotto dalla legge in vigore da dicembre, una norma che punisce con l’ergastolo «chiunque cagiona la morte di una donna quando il fatto è commesso come atto di discriminazione o di odio verso la persona offesa in quanto donna», hanno poi optato per l’omicidio volontario aggravato e la violenza sessuale.
Ma è un altro l’elemento che fa riflettere. Velazco, nonostante una condanna già scontata per violenza sessuale, risultava incensurato nel casellario. Ed era libero. Qui la versione del difensore diventa sorprendente. «Non ci sono colpe», afferma, «ma delle disfunzioni nel sistema perché abbiamo un casellario che lavora con una metodologia ottocentesca. Basta inserire una lettera sbagliata e risulta negativo, poi ci sono i problemi di aggiornamento». Nessuna responsabilità sulla mancata espulsione? «Il mio assistito», afferma l’avvocato, «non è stato espulso perché ha un fratello e una sorella che sono cittadini italiani, quindi non c’è stata una negligenza. Un conto è il respingimento della richiesta di un permesso di soggiorno, un altro è l’esecuzione di un’espulsione». Parole che, però, non cancellano il quadro complessivo. Velazco, identificato in Italia con un alias, aveva precedenti per violenza sessuale: una nel 2019 ai danni di una diciannovenne a Milano, per la quale era stato arrestato e condannato, un palpeggiamento a una quarantenne a Cologno nel 2024 e, nel giugno 2025, lo stupro di un’altra diciannovenne in un appartamento, sempre a Cologno, episodio per cui, pur identificato e indagato, era rimasto a piede libero in attesa degli sviluppi giudiziari. Ma, sostiene l’avvocato, aveva già scontato una pena «in modo più che positivo», concludendo «con una misura alternativa che gli dava dei margini di libertà».
Dello scollamento dalla realtà non devono essersi accorte, però, né la compagna né la figlia della donna, con le quali Velazco viveva. «Io e mia madre», ha affermato la ragazza, «non ci siamo mai accorte di nulla, non sapevamo che fosse ritenuto pericoloso». Con loro si sarebbe comportato sempre in modo corretto: «Era tranquillo, portava la spesa, accompagnava mia madre a lavoro». Racconta l’arresto, avvenuto mentre stava andando a prendere l’autobus con la madre: «L’hanno preso lì, alla fermata». E chiude con una frase netta: «Non tornerà mai più in questa casa».
Il killer del capotreno sfasciò un negozio, molestava e rapinava. Nessuno l’ha cacciato
Viveva da barbone, ma si muoveva come un killer. Sempre almeno con un coltello addosso. Inarrestabile. La fuga del collezionista di lame, Marin Jelenic, croato di 36 anni, fermato l’altra sera a Desenzano del Garda con l’accusa di aver ucciso, la sera prima, per motivi abietti, il capotreno Alessandro Ambrosio, 34 anni, aggredendolo alle spalle nel parcheggio riservato ai dipendenti della stazione di Bologna, è stata ricostruita pezzo per pezzo dagli investigatori.
Dopo l’omicidio, Jelenic, pur avendo in tasca un biglietto per l’Austria (da Tarvisio a Villach, con partenza prevista alle 10.30 del mattino successivo al delitto), non scappa subito all’estero. Resta in Italia. Si sposta come fa di solito: con i treni. La notte successiva al delitto la trascorre in una sala d’aspetto dell’ospedale Niguarda di Milano. È lì che arriva poco dopo la mezzanotte, seguendo una traiettoria che gli investigatori delle Squadre mobili di Milano e Bologna, insieme alla Polfer, riescono a ricostruire grazie alle immagini di videosorveglianza. Dopo l’omicidio viene controllato una prima volta dalla Polfer alla stazione di Bologna. È un passaggio decisivo: quell’identificazione permette di dare un nome alla sagoma ripresa dalle telecamere. Poi prende un treno verso Piacenza, viene fatto scendere a Fiorenzuola perché molesto e senza biglietto, identificato di nuovo e rilasciato dai carabinieri, che in quel momento non hanno ancora l’alert di ricerca per l’omicidio. Riparte. Arriva a Milano Rogoredo. Poco dopo le telecamere lo riprendono in piazza Duca d’Aosta, all’uscita della stazione Centrale milanese. Sempre in transito. Sempre armato. A mezzanotte e un quarto prende il tram della linea 4, quello che lo porta al Niguarda. Si riposa. Prende fiato. Poi parte per Desenzano. Quando viene fermato ha con sé due coltelli. Due strumenti compatibili con una vita passata a collezionare armi bianche e a uscire indenne da ogni controllo. Ora quelle lame verranno analizzate per accertare se abbia tenuto con sé l’arma del delitto. Se una delle due è la stessa che ha colpito alle spalle il capotreno. Al momento, spiegano gli investigatori, il movente non è stato individuato. La Procura di Bologna, però, gli contesta l’omicidio volontario con due aggravanti: aver agito per motivi abietti e aver commesso il fatto all’interno o nelle immediate adiacenze di una stazione ferroviaria (quest’ultima è stata introdotta lo scorso anno, proprio per rafforzare la tutela negli scali ferroviari). Una norma pensata per fermare chi trasforma le stazioni in territori di caccia. L’udienza di convalida del fermo sarà fissata a Brescia. Poi il pm di Bologna Michele Martorelli affiderà l’autopsia al medico legale Elena Giovannini. A raccontare il momento del fermo è il questore di Brescia Paolo Sartori: «Il suo atteggiamento aveva insospettito la pattuglia della polizia di Stato che lo ha individuato e fermato nelle vicinanze della stazione di Desenzano». Jelenic non aveva uno smartphone. Durante la fuga, però, avrebbe chiesto in prestito cellulari a diverse persone e contattato utenze croate, ora al vaglio degli investigatori. Ma non è tanto la nonchalance con la quale dopo il delitto è riuscito a spostarsi per mezza Italia a sorprendere. È la facilità con cui, per anni, ha continuato a girare armato senza che nessuno riuscisse a fermarlo. Il suo passato è zeppo di avvenimenti che avrebbero dovuto permettere di renderlo inoffensivo. Pendeva un ordine di allontanamento emesso dal prefetto di Milano, dopo che il 22 dicembre era stato sorpreso con un coltello in via Scheiwiller, in zona Corvetto. Avrebbe dovuto lasciare il territorio nazionale entro dieci giorni. E i controlli di questo tipo sono una costante nel recente passato di Jelenic. Dal 2023 è stato fermato e denunciato almeno cinque volte per porto illegale di coltelli. Alcuni procedimenti sono finiti archiviati per la speciale tenuità del fatto. A giugno 2025, a Bologna, viene controllato di nuovo: i carabinieri gli sequestrano un cutter e un astuccio con 20 lame. Un kit da killer tascabile. Sempre a Bologna ma il 3 dicembre scorso viene fermato di nuovo con un coltello in tasca. A Milano semina terrore in un condominio con un coltello da cucina. E alla fine a suo carico risulta una sola condanna (ma con pena sospesa) per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni a Vercelli. Sempre a piede libero. Negli ultimi giorni di dicembre si trova a Pavia. Il 30 dicembre le forze dell’ordine lo fermano con un coltello di 24 centimetri. Sequestro, denuncia, poi di nuovo libero. Alcuni automobilisti riferiscono di averlo visto anche nei giorni precedenti, nella zona di piazza Minerva. La stazione di Pavia è una delle tappe abituali dei suoi continui spostamenti in treno. C’è poi un episodio a Udine, il 18 ottobre. Un supermercato messo sottosopra dopo che Jelenic viene scoperto a nascondere birre nello zaino. Lattine lanciate contro una bilancia, calci contro gli espositori. Quando arrivano i carabinieri viene ammanettato. Prima di uscire sputa contro un dipendente. Il titolare decide di non denunciare: «Mi avevano detto», ammette, «che non avrebbero potuto fare nulla». Ore dopo torna di nuovo nelle vicinanze del supermercato. Ancora libero. Per anni ha attraversato indenne (ma armato) stazioni e città. Fino a quando uno di quei coltelli non ha smesso di essere un «fatto di lieve entità» e ha prodotto un morto. Solo a quel punto l’uomo che nessuno era riuscito a fermare non ha continuato a essere un inarrestabile.





