È dall’analisi delle statistiche che sarebbe partita la segnalazione dello Sco, il Servizio centrale operativo della polizia di Stato, che ha prodotto l’iscrizione nel registro degli indagati della Procura di Ravenna di otto medici (sei donne e due uomini) del reparto di Malattie infettive.
Tra maggio 2024 e gennaio 2026 sarebbero 34 gli stranieri destinati al rimpatrio, perché ritenuti socialmente pericolosi o inottemperanti all’ordine di espulsione, che la polizia ha accompagnato all’ospedale di Ravenna per ottenere il nulla osta sanitario propedeutico all’ingresso in un Cpr. Per 14 di loro è arrivato il via libera sanitario. Altri dieci sono stati dichiarati non idonei al trattenimento. Dieci, invece, si sono opposti alla visita. Nonostante una direttiva del Viminale del 2022 preveda che prima dell’ingresso in un Cpr gli stranieri debbano sottoporsi a una valutazione clinica effettuata da un medico del Servizio sanitario nazionale.
È la regola. Senza quel nulla osta l’atto amministrativo si inceppa e non può essere eseguito. L’esecuzione dell’espulsione si arena. Di solito, però, scatta una denuncia per resistenza o per inottemperanza all’ordine di allontanamento. Reati che diventano ostativi (ma non sempre, perché poi tocca a un giudice la valutazione complessiva di ogni singolo caso) rispetto al rilascio di un permesso di soggiorno. Nel frattempo chi si oppone alla visita medica resta libero di circolare in Italia.
È una falla. E non è l’unica. Vista l’ipotesi della Procura di Ravenna, che sta cercando di accertare se alcuni stranieri dichiarati non idonei al trattenimento, invece, non presentavano gli impedimenti previsti dalla legge (malattie contagiose e problemi psichiatrici). Stando all’ipotesi investigativa, alcuni dottori farebbero parte di una rete di attivisti che ostacolerebbe l’invio dei migranti ai Cpr per motivi ideologici. E sarebbero coinvolte nelle indagini anche altre persone al momento non perquisite. La risposta dell’azienda sanitaria è netta. «I miei medici hanno agito nel rispetto del protocollo del 2022 e ho anche sollecitato la Regione a dotarsi di una procedura unica su tutto il territorio», sostiene il direttore generale dell’Ausl Romagna, Tiziano Carradori, che garantisce vicinanza e supporto legale ai sanitari.
Il riferimento al protocollo del 2022 non è secondario. È lì che si annida il cuore della procedura. È su quella direttiva, firmata dal prefetto Luciana Lamorgese, in quel momento ministro dell’Interno, che si regge il sistema dei nulla osta sanitari.
Nel frattempo il fronte sindacale alza la voce. Il Sindacato medici italiani prende posizione. «I medici hanno il dovere etico e giuridico di agire in scienza e coscienza, con l’unico obiettivo della tutela della vita e della salute. Valutano solo lo stato di salute dei pazienti, non sono deputati a esprimersi su altre questioni. La loro azione medica non può essere sottoposta a logiche di parte e di natura politica», afferma il presidente nazionale emerito dello Sri, Cosmo De Matteis, che aggiunge: «Esprimiamo tutta la nostra solidarietà ai medici coinvolti e sostengo l’appello della Società italiana di medicina delle migrazioni, perché la cura non è un reato e non deve discriminare nessuno». Proprio la Società italiana di medicina delle migrazioni aveva diffuso un appello ai medici sulla «presa di coscienza» rispetto alle certificazioni propedeutiche all’ingresso nei Cpr. Due visioni si fronteggiano. Da una parte gli investigatori dello Sco e della Squadra mobile che ipotizzano l’esistenza di una rete medica di attivismo ideologico. Dall’altra i camici bianchi che rivendicano autonomia clinica e tutela della salute. Al di là dell’inchiesta, però, resta aperta la questione giuridica dell’opposizione alla visita medica. È qui che il sistema mostra la sua fragilità. Un dispositivo costruito per garantire tutele sanitarie finisce per diventare, nei fatti, un varco.
«Stranieri irregolari», «rimpatrio», «Cpr», «inidoneità», «certificato», «parere negativo», «patologie acute», «patologie croniche». L’elenco di target da ricercare all’interno del materiale digitale sequestrato ai sei medici del reparto di Malattie infettive dell’ospedale Santa Maria delle Croci di Ferrara, indagati per falso ideologico continuato in concorso, è ampio.
Allo Sco, il Servizio centrale operativo della polizia di Stato, avrebbero incrociato i dati delle mancate espulsioni da inidoneità sanitaria, che a Ferrara sembrano aver prodotto una percentuale rilevante, con le indicazioni contenute in un appello pubblico firmato anche dalla Società italiana di medicina delle migrazioni (la Simm) che conterrebbe una richiesta al personale sanitario rispetto a «una presa di coscienza sulle condizioni e sui rischi per la salute delle persone migranti sottoposte a detenzione amministrativa nei Cpr». La richiesta ai medici chiamati a valutare l’idoneità degli stranieri da espellere rispetto alla loro permanenza in un centro per il rimpatrio sarebbe, nello specifico, «di eseguire la valutazione […] utilizzando, ad eventuale supporto nel procedere all’attestazione dell’inidoneità», un modulo prestampato che sintetizzerebbe le motivazioni di sanità pubblica, di deontologia medica e medico-legali per la valutazione. Gli investigatori della Squadra mobile, insomma, erano a caccia di chat, email, sms ma anche di documentazione che esorterebbe i medici a dare un parere negativo sull’idoneità degli stranieri al trasferimento nei Cpr, prima dell’espulsione, con vademecum o volantini. La ricerca si è estesa a certificati ritenuti incompleti o addirittura del tutto arbitrari. Il presidente della Regione Emilia-Romagna, Michele De Pascale, parla di una comunità sanitaria «profondamente scossa».
E rivendica la presunzione di innocenza: «In questo momento, l’unica cosa certa è che ci sono sei medici, innocenti fino a prova contraria, accusati di aver falsificato delle diagnosi e, senza nemmeno una richiesta di rinvio a giudizio, già attaccati pubblicamente da una delle massime autorità del Paese». Il riferimento è al leader del Carroccio Matteo Salvini, che aveva subito bollato come «da radiazione e da arresto» le accuse, «se confermate», e al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi che venerdì aveva parlato di «posizionamento ideologico, di sabotaggio e di ostruzionismo nei confronti delle iniziative del governo». De Pascale allarga anche il campo: «Oggi la normativa italiana e le direttive ministeriali scaricano sui medici delle Asl italiane una responsabilità enorme, quella di stabilire o meno l’idoneità all’invio al Cpr, peraltro in assenza di linee guida sanitarie chiare e condivise a livello nazionale». Anche il sindaco di Ravenna, Alessandro Barattoni, è intervenuto chiedendo «prudenza e cautela» e denunciando «dichiarazioni improvvide provenienti da alcuni ministri della Repubblica» che «già individuano colpevoli e additano all’opinione pubblica i medici come i responsabili di tutto ciò che non va in tema di rimpatri».
Intanto Alleanza dei Verdi e Sinistra ha presentato un’interrogazione per verificare eventuali ricadute sull’attività del reparto e sul rapporto di supporto sanitario per la verifica preliminare delle condizioni di salute degli stranieri destinati ai Cpr. Lunedì è previsto un flash mob di dieci minuti davanti all’ospedale. I promotori, rispetto alle perquisizioni, parlano di modalità «particolarmente impattanti» e ribadiscono «solidarietà a chi oggi si trova a dover rendere conto» di quelli che definiscono «atti di cura». Falsi, secondo la Procura.
Non bastavano le decisioni orientate di alcuni giudici: ora, in soccorso dei clandestini da espellere, scendono in campo anche i medici. Lo strumento messo a disposizione sarebbe il certificato anti rimpatrio. I pm della Procura di Ravenna, Daniele Berberini e Angela Scorza, l’altro giorno hanno disposto una perquisizione informatica nel reparto di Malattie infettive dell’ospedale Santa Maria delle Croci. L’ipotesi di reato è falsità ideologica continuata commessa da pubblico ufficiale in atto pubblico.
Ma l’inchiesta pare stia cercando di accertare l’esistenza di un sistema. Gli indagati, per ora, sono sei. Stando alle ricostruzioni degli investigatori della Squadra mobile e alle segnalazioni dello Sco, il Servizio centrale operativo della polizia di Stato, i camici bianchi, nell’esercizio delle loro funzioni, avrebbero emesso certificazioni false per impedire che stranieri irregolari, sottoposti a visita, venissero accompagnati nei Cpr. Il meccanismo contestato è preciso: attestare l’inidoneità al rimpatrio «pur in assenza delle specifiche condizioni previste dalla legge». Le condizioni richiamate: malattie infettive contagiose, disturbi psichiatrici, malattie acute o croniche degenerative. La perquisizione non si è limitata agli ambienti di lavoro. Sono state scandagliate anche le abitazioni degli indagati e le loro automobili. Ma il cuore dell’operazione è informatico: telefonini e dispositivi.
Con ricerca mirata di sms, chat ed email tra gli indagati per verificare se esistano comunicazioni idonee a dimostrare la consapevolezza di attestazioni false. Se l’inidoneità al rimpatrio viene certificata senza che ricorrano le condizioni previste, la conseguenza è immediata: il trattenimento nel Cpr non può proseguire. E di casi eclatanti (come quello di Emilio Gabriel Valdez Velazco che in via Paruta a Milano ha assassinato la diciannovenne Aurora Livoli), in cui le certificazioni mediche hanno inciso sul percorso verso il rimpatrio (ma che al momento non sono riconducibili agli indagati), ne erano già stati segnalati un paio proprio a Ravenna: un senegalese irregolare di 25 anni che era stato fermato dopo aver molestato sette donne nelle vicinanze della stazione e poi salvato dal rimpatrio grazie a un certificato medico che lo ha dichiarato «inidoneo» alla permanenza in un Cpr; e un gambiano, anche lui irregolare, che aveva distrutto la pensilina di un bus urbano e che in tasca aveva 15 fogli di via firmati dal questore. In quest’ultimo caso, però, dopo il salvacondotto medico, c’è ricascato.
E dopo un furto è finito in carcere. «Se fosse confermato, sarebbe una vergogna da licenziamento, da radiazione e da arresto», ha commentato il leader del Carroccio Matteo Salvini. Mentre il presidente dell’Ordine dei medici (Fnomceo), Filippo Anelli, replica: «Alle sentenze sommarie sui social rispondiamo con le parole del nostro Codice deontologico. Il dovere del medico è tutelare vita e salute e operare con libertà, indipendenza, autonomia e responsabilità». Anelli esprime fiducia nella magistratura e solidarietà ai colleghi perquisiti, difendendo autonomia e dignità dell’atto medico: «Utilizzare i medici come strumenti di controllo dell’ordine pubblico è un errore». Ma è scattato anche il soccorso rosso.
La Cgil di Ravenna si è subito detta «stupita» per le modalità con cui sono stati condotti gli accertamenti in ospedale, definite come «assimilabili a quelle adottate per reati violenti o contro la persona, ancor più sconcertanti poiché avvenute in un luogo di cura e assistenza». Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha difeso il ruolo dei Cpr, affermando che servono a trattenere, in attesa di rimpatrio, soggetti che hanno commesso reati e sono giudicati pericolosi, respingendo la «narrazione romantica» secondo cui vi finirebbero colf o badanti senza permesso. Il vero problema sui Cpr, aggiunge il Viminale, «sono quelli che per motivi puramente ideologici, anche per contrastare un'azione del governo che intanto ha moltiplicato le espulsioni, fanno sabotaggio e ostruzionismo». E mentre a Ravenna un’inchiesta è già entrata nel vivo, in Toscana la sinistra scivola sullo stesso tema. Un marocchino di 28 anni, che da mesi intimidiva commercianti e cittadini a Scandiano, il 13 gennaio viene accompagnato in Questura a Reggio Emilia per l’avvio delle procedure di espulsione.
Ma il giovane, dichiarato da un sanitario inidoneo al trattenimento in un Cpr, torna di nuovo in città. La vicenda finisce in Parlamento. «Abbiamo presentato un’interrogazione al ministro dell’Interno per sapere per quali ragioni non sia stato disposto il rimpatrio», dichiarano i deputati dem Andrea Rossi e Ilenia Malavasi dopo essersi scoperti securitari. Rossi parla di una situazione «davvero gravosa». E aggiunge: «Troppe persone ritenute pericolose o addirittura affette da malattie psichiatriche sono in attesa di essere ricondotte nel loro Paese e nel frattempo sono dannose alla comunità». Ma O.M., il marocchino del caso Scandiano, classe 1997, sbarcato a Lampedusa il 10 marzo 2009, nel 2022 aveva ottenuto grazie all’emersione (un provvedimento di sanatoria per i migranti introdotto dal governo giallorosso) un permesso di soggiorno in attesa di occupazione. È qui che la memoria dei due parlamentari dem si è fatta selettiva. Proprio un provvedimento del governo votato anche dai dem è stato il primo intralcio. Successivamente, la richiesta di rinnovo del permesso è stata negata per i numerosi precedenti e per l’assenza dei requisiti amministrativi. Il 13 gennaio 2026 viene accompagnato al Cpr di Ponte Galeria.
Poi, il 27 gennaio, parte per il centro albanese di Gjader. Il 9 febbraio, dopo una valutazione sanitaria da parte della Commissione di vulnerabilità che opera nella struttura, viene dimesso. Rientra in Italia con ordine di lasciare il territorio nazionale entro il 16 febbraio. Ma la valutazione sanitaria ha ormai interrotto il percorso verso il rimpatrio. Che non viene eseguito. E a O.M., grazie a un provvedimento del secondo governo Conte e a un certificato medico, nessuno ha potuto impedire di tornare a Scandiano. Con buona pace di Rossi e Malvasi.





