Le bottiglie, dopo la vittoria al referendum, i magistrati le hanno stappate da Milano a Reggio Calabria (con il procuratore di Reggio Calabria in prima fila). Ma i video che hanno fatto più discutere sono quelli della della festa dell’Associazione nazionali magistrati di Napoli, che hanno fatto il giro del Web, suscitando qualche dubbio sulla terzietà e sull’indipendenza di questi magistrati così incontenibili nei festeggiamenti.
Tra un «Bella ciao» cantato a squarciagola e un «Chi non salta Meloni è», ci ha colpito anche un coretto identico dedicato a una giovane pm di Santa Maria Capua Vetere, Annalisa Imparato, considerata troppo vicina alla destra, oltre che frontwoman della campagna a favore del Sì al referendum. Di fronte a uno spettacolo così poco istituzionale il presidente dimissionario dell’Anm Cesare Parodi ha preso le distanze a modo suo: «Se è stato un gesto estemporaneo dopo una lunga tensione, credo che sia quantomeno umanamente comprensibile anche se io certamente non l’avrei fatto». Nei filmati si vede una scatenata Emilia Galante Sorrentino cantare, mentre si riprende con il telefonino, il coretto contro la collega Imparato. Nella vita di tutti i giorni si occupa di minorenni. Ma mostra entusiasmo, con tanto di bottiglia di bollicine in mano, anche l’ex consigliere del Csm Antonello Ardituro, in abito blu. Tra il 2014 e il 2018 è stato componente del Csm e interlocutore privilegiato, in rappresentanza della sinistra giudiziaria, di Luca Palamara quando venivano discusse le nomine. In una chat dell’epoca l’ex presidente dell’Anm, messaggiando con altri due consiglieri e con un magistrato napoletano, arrivò a lamentarsi del collega con queste parole: «Fra poco Ardituro ci dirà come andare a pisciare nei bagni della Procura». Oggi lo stesso Ardituro lavora alla Direzione nazionale antimafia, sotto la direzione di Giovanni Melillo, per la cui nomina a procuratore di Napoli si spese con zelo, riuscendo a farlo prevalere contro Federico Cafiero De Raho, attuale deputato del Movimento 5 stelle.
In uno dei video della festa si vede in prima fila pure Pierluigi Picardi, maglioncino verde, ex presidente del Tribunale di Napoli Nord. Grida «Bella ciao» anche il giudice Lucia Esposito, bionda e occhialuta. Vicino a lei, in completo grigio, sorridente (sotto i baffi) e canterino c’è Luigi Landolfi, ex pm Dda, oggi alla Pubblica amministrazione, oltre che ex membro del Consiglio giudiziario. Festeggia pure con la sua bella chioma argentea Maria Teresa Orlando, della Procura europea, sezione napoletana. Saltano Carla Sarno, gip di Napoli, con una sgargiante camicia rossa, Armando Bosso, pm di Santa Maria Capua Vetere e attuale componente del Consiglio giudiziario, e Diego Di Nardo, giudice casertano e membro della giunta esecutiva «sezionale» dell’Anm di Napoli. Tra i partecipanti alla festa anche altri nomi importanti, come quello del procuratore generale Aldo Policastro che, tra i primi, aveva acceso il clima della campagna referendaria, associando la riforma al Piano di rinascita nazionale della P2 di Licio Gelli. Con lui anche la sua vice, Simona Di Monte, avvocato generale. Intercettati al toga party pure Vincenzo Caputo, presidente di sezione in Tribunale e i consiglieri di Corte d’Appello Furio Cioffi e Gerardo Giuliano, quest’ultimo figlio di Pasquale, per quattro legislature parlamentare di Forza Italia ed ex sottosegretario. Giuliano era vicepresidente del comitato, ma secondo una nostra fonte, durante la bagarre, sarebbe rimasto più defilato. Bontà sua.
Le cronache hanno registrato anche la presenza di diversi giudici (sulla carta imparziali e terzi) come Rossella Marro (già dirigente della corrente di Unicost), Leda Rossetti (segretaria distrettuale dell’Anm, che, via mail, ha convocato i colleghi all’incontro) e Rosa De Ruggiero. Il Mattino ha raccontato le lacrime di commozione di Alessandra Maddalena, ex presidente dell’Anm. Ovviamente era presente alla festa il presidente della sezione territoriale del comitato «Giusto dire No», il canuto Ettore Ferrara, magistrato in pensione.
Sfruculiando i social si scopre che in Campania le toghe anti riforma sono davvero agguerrite. Ida Teresi, pm antimafia a Napoli, per esempio, nei giorni scorsi, ha rilanciato un post con questo titolo: «Crozza, sono per la separazione delle carriere… o fai il politico o fai l’imputato». Il contenuto condiviso è quello di una satira televisiva costruita sul caso di Andrea Delmastro. Il segnale politico è evidente ed entra nel flusso della comunicazione social di una toga in servizio. Degno di nota anche il post del 7 marzo di Gea Cozzolino, sostituto procuratore generale a Napoli: «Una delle migliori qualità di questo governo? La coerenza!». Il motivo? «Si sono vantati di aver introdotto una norma che punisce i genitori per violazione del dovere di istruzione nei confronti dei figli anche la perdita della potestà genitoriale, poi, però, quando ciò accade tuonano contro i magistrati che applicano le loro leggi». Ogni riferimento alla famiglia del bosco è puramente voluto.
Il 13 marzo l’affondo è diretto: «Chi invoca l’imparzialità dei magistrati e stigmatizza l’influenza delle correnti politicizzate, per essere credibile, dovrebbe dimostrare prima di tutto la sua distanza dalla politica». Il riferimento, diretto, è alla collega di Santa Maria Capua Vetere Annalisa Imparato, che definisce «testimonial per il Sì». Subito dopo richiama una «consulenza in Senato da 2.000 euro al mese bloccata dal Csm». E definisce la collega come «assai vicina alla destra di governo». Una colpa imperdonabile su cui Cozzolino sembra ben informata: «Per dire, qualche mese fa era sul palco di Atreju, accanto ad Arianna Meloni, a parlare di violenza sulle donne. Meloni della quale si era già “occupata” nell’estate 2024 quando, in qualche maniera, Imparato contribuì ad alimentare la bufala del complotto dei magistrati contro la sorella del premier, su una fantomatica inchiesta che in realtà non è mai esistita». Il 16 marzo Cozzolino ha pure attaccato la trasmissione di Nicola Porro: «Da Porro c’è la Meloni da sola senza contraddittorio! E la legge sulla par condicio? Spero che gli italiani capiscano l’importanza di questo referendum».
Ma sulle chat dei magistrati del Sì, costretti a difendersi dagli attacchi dei colleghi vincitori, iniziano a circolare anche i duri attacchi di colleghi di altre zone d’Italia. L’ex segretario dell’Anm, il progressista Luca Poniz, oggi sostituto procuratore generale a Milano, sui social va all’assalto dei legali italiani. Per lui l’esito delle urne ha«travolto un’intera classe dirigente dell’avvocatura, impegnata in un’irresponsabile campagna di violenta delegittimazione della magistratura, in ciò spesso alleata con le posizioni più estreme e non di rado volgari». Il bersaglio è chiaro: le associazioni forensi, accusate di aver giocato una partita politica e di «modesta rappresentatività numerica (4% dell’avvocatura)». L’attacco prosegue: «Si sono mostrate per almeno 25 anni fortemente collaterali a posizioni politiche chiare, e in questa campagna elettorale ciò è emerso con evidenza». Secondo Poniz, i dirigenti della «avvocatura istituzionale non hanno esitato a trascinare l’intero ceto forense in una campagna faziosa e non di rado violenta». Poi la richiesta: «Se esistesse anche un minimo di sensibilità istituzionale, domani stesso ci si attenderebbe dimissioni da parte di chi ha speso impropriamente ruoli di rappresentanza». Nella campagna referendaria si era distinto anche Davide Romanelli, pm a Treviso, il quale, il 13 marzo aveva attaccato direttamente il premier Giorgia Meloni: «Ha evocato, in caso di vittoria del No, stupratori liberati, pedofili in giro, immigrati criminali, figli strappati alle madri, antagonisti impuniti. Un elenco da film horror usato come argomento politico». Il premier, secondo Romanelli, aveva giocato sporco: «Il referendum non è più un voto, ma un ricatto emotivo, o voti Sì, o sei complice del caos». Francesco Agnino, giudice della Corte di Cassazione proveniente dal Tribunale civile di Bari, deve avere pensato che dopo il referendum fosse giunto il tempo di «togliersi qualche sassolino dalle scarpe». Ha scelto Facebook per diffondere il suo atto di accusa contro avvocati e colleghi che hanno sostenuto il Sì al referendum. «Dal mio angolo privilegiato della Corte di cassazione vi invito ad abbandonare la toga, non perché avete sostenuto legittimamente il Sì, ma perché ho letto di vostri ricorsi o sentenze e l’aggettivo che meglio si attaglia è imbarazzanti. Il diritto e in alcuni casi la lingua italiana scorrono paralleli ai vostri scritti imbarazzanti». Da opinione a giudizio sommario. La sua valutazione, dall’alto dell’osservatorio della Suprema corte, è questa: «Dovreste dimettervi o cancellarvi dall’ordine». Il post non è passato inosservato. L’avvocato Antonello Talerico del foro di Catanzaro prende il testo pubblicato dal magistrato e lo seziona. Lo aggancia alle norme. E chiede al Guardasigilli di intervenire, considerando le parole del consigliere Agnino come «comportamenti» che «integrano in astratto le fattispecie disciplinari.
Ma, come abbiamo visto, Agnino non è l’unica toga che durante la campagna referendaria si è lasciata andare. In tv la Imparato ha anche citato il messaggio di una collega. In una chat, un giudice di Catania, Rosalba R., a proposito dei rappresentanti del Sì (con coccarda in vista) dentro ai seggi ha scritto sprezzante: «Da spararli subito […]. Non si può… pace… questi grandissimi cornuti». C’è solo da augurarsi di non essere giudicati da lei, dovesse mai scoprire che si è stati promotori del Sì.
Per tutta la durata della campagna referendaria hanno continuato a ripetere che l’Associazione nazionale magistrati era un soggetto indipendente. Ma già alla diffusione dei primi dati, con il No che avanzava inesorabile, sono scattati i festeggiamenti in stile quartier generale elettorale per le elezioni politiche. Due le sezioni più accese: Napoli e Milano.
È a Napoli che lo sbraco diventa scena. Una cinquantina di toghe di varie generazioni erano tutte concentrate sulla piccola tv della saletta del palazzo di giustizia in uso all’Anm. Borse e soprabiti poggiati sulle poltroncine azzurre. Gli attivisti erano già quasi tutti in piedi, come ad attendere l’ultima azione di gioco in area nella finale dei mondiali di calcio. E lì, in quello spazio che dovrebbe essere attraversato da un’altra idea di misura, scatta qualcosa. Canti e salti di gioia. Lo champagne è in arrivo. Non è una reazione composta. È una liberazione. Si sente un coro: Bella ciao. Si ripete il ritornello. Poi, mentre qualcuno con un telefono cellulare riprende la scenetta, la cantano tutta: «O partigiano…». E quando è il momento della parola «invasor» scatta un riflesso incondizionato: «Chi non salta la Meloni è». L’aura d’indipendenza evapora in un attimo. La presidente della giunta, Leda Rossetti, interviene invitando a evitare commenti su esponenti politici. E allora nel mirino degli ultrà con la toga finisce una collega del tribunale di Santa Maria Capua Vetere, che nelle ultime settimane si era spesa anche in tv per il Sì, Annalisa Imparato: «Chi non salta Imparato è». Se la scena si fosse consumata al contrario con molta probabilità qualcuno dei soloni avrebbe invocato la solita azione del Csm a tutela.
E mentre il procuratore Nicola Gratteri, quello che aveva bollato gli elettori del Sì come indagati e massoni, era nel suo ufficio a lavorare (in serata ha commentato: «Questo risultato non è un rifiuto al cambiamento, ma il rifiuto di un metodo»), in sala si presenta il procuratore generale Aldo Policastro. Gli attivisti della sezione napoletana applaudono con convinzione. Le parole che pronuncerà dopo sono nette: «Noi siamo qui pronti per lavorare fin da subito per una giustizia migliore, più efficiente. Il ministro faccia quello che deve fare e non quello che ha fatto». E come se gli mancassero le parole torna sulla manfrina che aveva confezionato durante la campagna referendaria: «Il dato oggettivo e chiaro è che questa riforma la voleva Licio Gelli con la P2 e poi Silvio Berlusconi. È un dato storico».
Non poteva mancare la lettura della corrente più a sinistra, Magistratura democratica: «Bella ciao è simbolo della liberazione dal nazifascismo, non è una canzone divisiva o contro qualcuno, è simbolo della lotta di Liberazione che ha portato alla nostra Costituzione», rivendica la presidente, Silvia Albano.
Il siparietto si ripete, con variazioni, altrove. A Milano, nell’aula magna del palazzo di giustizia, scoppia un boato. Poi abbracci, sorrisi e, anche qui, bottiglie stappate. «Hanno vinto la Costituzione e l’immagine pubblica dei magistrati». Non è solo la difesa di un principio. Sembra la percezione di uno scampato pericolo. Sul tavolo ci sono patatine e bicchieri di plastica. Poche settimane prima, nello stesso luogo, si era inaugurato l’anno giudiziario. Adesso è un’altra cerimonia. Dalla ritualità istituzionale al rito di appartenenza. Il presidente del tribunale, Fabio Roia, lo definisce un «momento commovente». Dice che «è anche la vittoria della magistratura, che non meritava attacchi e delegittimazione». Il procuratore generale Francesca Nanni aggiunge: «Questa affermazione netta del No significa che vale ancora la pena fare questo lavoro nel modo in cui l’abbiamo sempre fatto». Armando Spataro usa una parola che ritorna: «Mobilitazione». Per lui «è stata decisiva». Ma è una parola che appartiene a un altro vocabolario. Indica una scelta. Non una posizione di osservazione, ma di intervento. Il presidente della giunta ambrosiana dell’Anm, Luca Milani, la rende esplicita: ringrazia tutti i colleghi «che hanno deciso di non rimanere chiusi nelle loro stanze e di confrontarsi con i cittadini, illustrando i contenuti della riforma e difendendo la Costituzione».
Qualcuno del fronte del No che non festeggia c’è. Il presidente dell’Anm, Cesare Parodi, procuratore aggiunto a Torino, si è dimesso a causa dei gravi problemi di salute di un familiare e ha deciso di comunicare la sua decisione poco prima della chiusura delle urne per non legare le dimissioni al risultato dello spoglio. A Genova, il presidente ligure dell’Anm, Federico Manotti, invece, prova a tenere insieme le due dimensioni: «Festeggiamo prima da cittadini e poi da magistrati». È una distinzione che viene evocata proprio mentre si dissolve. Perché subito dopo racconta di una «campagna porta a porta», fatta «nei circoli, nelle piazze, nelle parrocchie, nelle associazioni». Ricorda gli incontri, le spiegazioni, il confronto diretto con la gente.
È una narrazione coerente. Ma è un’altra cosa rispetto a quella che, fino a poche ore prima, veniva proposta. Perché durante la campagna referendaria la magistratura si è presentata non come una parte, ma come una funzione. Poi arrivano i risultati. E lo storytelling cambia.
Si rivendica una battaglia. Si parla di mobilitazione. «Viva l’Italia della Costituzione del 1948», conclude Manotti. È una frase che non ricompone. Perché resta l’idea che, per un giorno almeno, la magistratura non abbia osservato la politica. L’abbia vissuta. E celebrata. Come un partito.
Tutti lo cercavano. Tutti gli scrivevano. Tutti chiedevano incontri o sostegni. E tutti hanno fatto carriera. Le chat del caso Palamara raccontano gli intrecci senza filtri. Con frasi di questo tipo quando ci si affidava al capocorrente di Unicost: «La mia carriera è nelle tue mani». Come fece Gaetano Sgroia, attuale presidente di sezione al tribunale di Salerno.
E con ringraziamenti quando si incassava il risultato, come quello di Francesco Cascini, che si contendeva la poltrona da pm a Piazza Clodio con il collega Carlo Villani: «Senza di te non avevo speranze». Della vicenda si interessò anche Cascini senior, Giuseppe, al quale Palamara scrisse: «Ora in Terza (commissione, ndr) a difendere tuo fratello». Qualche ora dopo, a battaglia vinta arrivarono i ringraziamenti: «Grazie Luca». Lo stesso Cascini senior, poi, diventò procuratore aggiunto a Roma. Palamara convinse il concorrente diretto Sergio Colaiocco a ritirare la domanda.
È una sequenza. Un filo diretto con il centro delle decisioni. Ed è proprio questa trama che aiuta a comprendere come funziona davvero il Csm quando è attraversato dalle correnti. In alcuni casi si potrebbe ritenere una coincidenza: ma tutte le toghe che hanno bussato alla porta di Palamara quando era componente del Csm (2014-2018) hanno fatto carriera in danno di altri magistrati. Pietro Gaeta compare nelle chat perché avrebbe cercato un’interlocuzione con Palamara tramite Pina Casella, in servizio alla Procura generale della Cassazione: «Ciao Luca sono in ufficio con Gaeta che vorrebbe salutarti come già sai». E ancora: «Ciao Luca. Rimandiamo il tuo appuntamento di domani con Gaeta alla prossima settimana?». In quell’occasione Gaeta ottenne la nomina ad avvocato generale. Poi, ulteriormente promosso nel febbraio 2025, ha raggiunto la carica di procuratore generale della Corte di Cassazione.
E proprio con Gaeta si consuma un passaggio paradossale. Il magistrato è stato l’accusatore di Palamara nel procedimento disciplinare, creando una grottesca situazione che viene ricostruita così: il pm Gaeta chiese ai giudici (la famigerata Sezione disciplinare del Csm) la sanzione massima per l’incolpato Palamara, sulla graticola per una condotta, l’interferenza sul Csm, posta in essere dallo stesso Gaeta in concorso con l’incolpato Palamara. La vicenda arrivò in Parlamento tramite le interrogazioni di Maurizio Gasparri, ma i ministri Alfonso Bonafede e poi Marta Cartabia non hanno mai risposto. Di «polvere sotto il tappeto», per dirla come l’attuale Guardasigilli, Carlo Nordio, insomma, ce n’è in abbondanza.
Paolo Abritti, all’epoca referente Unicost, indicò a Palamara i nomi per le presidenze di sezione a Perugia. Tra le richieste c’era quella per Carla Maria Giangaboni, avanzata con un messaggino stringato: «Giangaboni (Area) pst penale». Sarà proprio lei a finire sulla poltrona da presidente della sezione penale del tribunale di Perugia e a occuparsi poi proprio del procedimento contro Palamara. L’ennesimo cortocircuito. Non mancarono le segnalazioni. L’ex deputata dem Donatella Ferranti, ora in Cassazione (ruolo nel quale ha deciso di recente un ricorso dei sostenitori del No al referendum), si spese per due colleghi: «Luca volevo segnalarti che Eugenio Turco ha uno specifico interesse per pres sezione Viterbo. Cerca poi di parlare con Cascini. Mi raccomando per tutto anche Viterbo oltre Francesco». Le due frecce colpirono il centro del bersaglio. Oggi Turco, ulteriormente promosso a gennaio 2026, è presidente del tribunale di Grosseto. Francesco Salzano, invece, è andato in pensione nel 2025. Il tutto senza conseguenze.
Ci sono poi le intermediazioni. Michele Prestipino, citato nelle chat di Francesco Minisci (diventato procuratore di Frosinone a settembre 2025) si sarebbe speso per una collega: «Per presidente sezione tribunale Messina c’è Romeo, che Michele dice che è in quell’ufficio ed è molto brava». Pochi giorni dopo Minisci tornò sull’argomento: «Come si mettono le cose? Me lo ha chiesto Michele, ci tiene». Anche queste chat finirono in un limbo. Prestipino venne promosso viceprocuratore nazionale antimafia nell’aprile 2024 per poi dimettersi dopo un’accusa di rivelazione del segreto d’ufficio, la Romeo, che dopo aver ricoperto l’incarico pietito a Palamara, si è trasferita nello stesso ruolo a Catania. Anche le indicazioni diventano nomine stabili. Per Antonella Consiglio viene chiesta e ottenuta dall’ex procuratore di Roma Giuseppe Pignatone la presidenza dell’ufficio gip di Palermo, ruolo nel quale di recente ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare (annullata dalla Cassazione) per l’ex prefetto Filippo Piritore, accusato di aver depistato le indagini dell’omicidio di Piersanti Mattarella. Laura Pedio, indicata chiaramente nelle chat con un «Greco la vuole?» e con un «è sua, capito?», in quel momento diventa procuratore aggiunto a Milano e, senza alcuno strascico per le chat, viene promossa alla carica di procuratore di Lodi nel settembre 2024. Ma era stato proprio Francesco Greco, ex procuratore di Milano, a fustigare pubblicamente il sistema descritto come quel «mondo che vive nei corridoi degli alberghi e nelle retrovie della burocrazia romana e che non ci appartiene e non appartiene ai magistrati del Nord… ci ha lasciati sconcertati». Uscirono poi i messaggi di confidenza tra Greco e Palamara, con tanto di appuntamento a Roma «al solito posto». Anche Francesco Cananzi, giudice in Cassazione, si mostrò molto critico e si era ripromesso di «rifondare la corrente e di scommettere nel rilancio di Unicst com polo moderato». Mandò un messaggio anche lui: «Luca puoi vedere di fare Falco per pst Chieti». Sepolcro imbiancato. Come quello di Massimo Forciniti, già presidente di sezione al tribunale di Crotone e consigliere del Csm con Palamara, autore di messaggi come «intervieni e vota Fidelbo», viene promosso a maggio 2025 presidente di sezione del Tribunale di Catanzaro. Onelio Dodero, oggi fortemente schierato per il No (in un’intervista alla Stampa ha paragonato il referendum a una scelta «tra Barabba… e Cristo», sostenendo che il sì «sgretolerà sempre di più la democrazia»), arriva alla Procura di Cuneo passando dalle chat della moglie Alessandra Salvadori: «A breve votiamo Cuneo. Tutto ok!» e «Grazie Luca! Davvero una bella notizia finalmente». Dodero è tuttora procuratore di Cuneo. Salvadori, invece, presiede una sezione del tribunale di Torino.
Perfino le richieste più insistenti non hanno intralciato le corse verso i posti più ambiti. Paolo Auriemma, pure lui per il No, scrisse: «Colaiocco continua a chiamarmi. Dice che domani si decide sulla nomina di procuratore aggiunto e mi sembra che abbia le idee abbastanza chiare […]. Però se mi dedichi cinque minuti risolviamo questo problema…». Nel febbraio 2025 diventa procuratore della Repubblica di Rieti. E l’elenco potrebbe continuare. Perché di magistrati che, nonostante le chat con Palamara hanno fatto carriera ce ne sono tanti. Basta rileggere i messaggi. Quante volte lo stratega delle nomine ha ricevuto richieste del tipo: «Posso chiamarti?». Perfino per delle richieste di intervento: «Luca vedi che c’è il proc gen che sta esagerando... prima diceva in giro che non andavo bene perché sarei del posto... adesso va dicendo che non vado bene perché sono senza polso». Il tutto in un sistema di relazioni che non si è fermato. E che, alla prova dei fatti, non ha fermato neppure le carriere.





