Forse il segnale più inquietante era arrivato già un mese fa, quando aveva detto: «Neanche la morte mi fa paura sinceramente. Neanche quella. Forse sarebbe la cosa migliore per riposare».
A rileggere quelle parole di Daniela Ferrari, 66 anni, mamma di Andrea Sempio, dopo la corsa al Pronto soccorso di ieri e il ricovero d’urgenza «per eccesso nell’assunzione di farmaci», come conferma l’avvocato Liborio Cataliotti, assumono il tono di un disagio che probabilmente andava oltre la stanchezza e la preoccupazione. È una donna che da oltre un anno vive attraversata da una vicenda che ogni giorno la riporta al centro dell’attenzione. E quella di ieri non è la prima volta che ha comunicato segnali di cedimento.
Già il 28 aprile dello scorso anno, convocata dai carabinieri del Comando provinciale di Milano come testimone, avrebbe dovuto ricostruire la mattina del 13 agosto 2007, quella dell’omicidio di Chiara Poggi: orari, commissioni, il ticket del parcheggio. L’audizione si fermò dopo le prime domande. Daniela accusò un malore. Anche in quel caso arrivò un’ambulanza. Da allora l’inchiesta ha continuato a stringersi attorno alla famiglia Sempio. Il padre Giuseppe è finito indagato a Brescia per l’ipotesi di corruzione in atti giudiziari. Mentre a Pavia la Procura ha continuato a scavare negli intrecci familiari. Non solo quelli con il precedente pool difensivo e con i carabinieri dell’aliquota di polizia giudiziaria della Procura di Pavia che si erano occupati della prima inchiesta cannando completamente le trascrizioni delle intercettazioni. E nel fascicolo, con la discovery successiva all’avviso di chiusura delle indagini preliminari, sono finiti anche aspetti molto personali della vita di Sempio. Ma anche della vita della stessa Ferrari. E tutto questo mentre attorno alla vicenda la pressione mediatica diventava sempre più forte. Forse è per questo che, durante quell’intervista di un mese fa, Daniela Ferrari arrivò a pronunciare una frase che colpì tutti: «Dico la verità, io ci ho pensato. Se io dovessi fare una cosa del genere, cosa dicono? La mamma si è ammazzata perché sa che il figlio è colpevole». Parole che raccontavano soprattutto la paura di una sentenza pronunciata fuori dalle aule di giustizia. «Sai quanti messaggi mi sono già arrivati di gente che mi dice: “Ammazzati che è meglio”?». Meno di un mese dopo è arrivato il ricovero. L’avvocato Cataliotti ha fatto sapere che l’ultimo «bollettino medico» prevede che «rimarrà nel reparto di rianimazione dell’ospedale di Vigevano quantomeno per la notte».
La donna, che non è in pericolo di vita, è stata sottoposta a una lavanda gastrica. La notizia del malore si è diffusa più o meno all’ora di pranzo: la donna è stata soccorsa da un’ambulanza e ricoverata d’urgenza «per un eccesso o diciamo overdose», spiega Cataliotti, «di assunzione di farmaci tranquillanti». Non è ancora chiaro se l’assunzione sia stata volontaria oppure no. Ma c’è una frase pronunciata dal legale che probabilmente aiuta a capire meglio il dramma personale che si consuma di pari passo con il caso giudiziario e mediatico: «È una testimone, non è indagata, ha il solo torto di avere il figlio sottoposto a questo procedimento», afferma Cataliotti, aggiungendo: «È un campanello di allarme che ci dice che è il momento per tutti di abbassare i toni». L’avvocato, intervistato da Gianluigi Nuzzi a Dentro la notizia su Canale 5, ha raccontato di aver ricevuto la comunicazione mentre era in Cassazione con la collega Angela Taccia, per un altro processo. «Come team difensivo», ha sottolineato, «ci siamo raccomandati che Andrea stia vicino alla mamma, la tranquillizzi e le dica che noi moltiplicheremo addirittura gli sforzi perché si dimentichi gli attacchi dei social, le lettere che riceve e le email». Delle tracce della condizione psicologica della Ferrari sono state annotate poco dopo la riapertura dell’inchiesta anche da Andrea su una Moleskine che gli è stata sequestrata: «Mamma in panico per la cosa di Stasi». Quello stesso taccuino sul quale scriveva dei suoi incubi «e», annotarono i carabinieri, «in alcuni si descriveva come un protagonista violento». Ma è in una intercettazione riportata negli atti che, parlando dello scontrino di Vigevano conservato da Andrea, Daniela Ferrari arrivava perfino a rimproverare se stessa: «È colpa mia, gli ho detto io di tenere lo scontrino... gli ho rovinato la vita». Parole che restituiscono il senso di colpa e il peso con cui la donna sembrava vivere quegli sviluppi dell’indagine.
Ora i legali dei Sempio chiedono «un minimo di riserbo». E precisano che per la famiglia si tratta di una vicenda che «non attiene alle indagini in corso», ma esclusivamente «alla sfera personale e privata». Una sfera che, secondo Cataliotti e Angela Taccia, sarebbe stata già ampiamente violata nel corso degli ultimi mesi: «È stata calpestata abbastanza». Mentre il caso continua a occupare trasmissioni televisive, prime pagine e alimenta i social network, gli avvocati dei Sempio provano (anche loro mediaticamente) a tracciare un confine tra l’inchiesta e il dramma personale, «sapendo», affermano, «che comunque il riserbo sperato non ci sarà».
Smantellata la cellula del terrore anarchico che aveva sabotato i treni ad alta velocità
«Io me sento che con grossa fatica, che qualcosa tocca fa’ […] costringere un po’ lo Stato a fa’ i conti che tenere un anarchico in 41 bis è comunque avecce rotture de scatole!».
Nelle carte dell’inchiesta coordinata dalla Procura antiterrorismo di Roma e condotta dalla Digos sugli ambienti anarco-insurrezionalisti c’è una frase pronunciata con quella cadenza sporca da conversazione informale tra militanti romani. Per il gip Rosalba Liso, che ieri ha privato della libertà sette persone (cinque in carcere e due ai domiciliari), gli squat che si riunivano in un casolare di Vicovaro, alle porte della Capitale, pianificavano azioni contro infrastrutture e obiettivi strategici.
«Un’associazione con finalità di terrorismo ed eversione dell’ordine democratico» che cercava di rilanciare la mobilitazione in favore di Alfredo Cospito (è lui l’unico anarchico in 41 bis) con una strategia di «escalation» e pratiche di sabotaggio. Come quelle messe in pratica sulla linea ferroviaria dell’alta velocità Roma-Firenze il 14 febbraio scorso da Nico Aurigemma e Micol Marino che, secondo l’accusa, erano anche i coordinatori della presunta cellula. Con loro sono finiti nei guai Francesco Benedetti, Stefano Marri, Arnau Vallet i Casadevall, Giulia Vidotto e Luna Fratini. Avrebbero operato, secondo gli inquirenti, attraverso una struttura definita come un «gruppo di affinità», sviluppando progetti comuni e tentando di reclutare nuove leve nell’area della protesta pro Pal.
Perché dalle intercettazioni emerge la convinzione che bastino pochi uomini, organizzati in nuclei mobili e autonomi, per costringere lo Stato a «fare i conti» con una pressione continua fatta di sabotaggi, propaganda e azioni dimostrative. «Effettivamente se rifletto su cosa», afferma la Marino durante una chiacchierata intercettata, «penso (si, ndr) possa applicare una pressione tale da essere esercitata in pochi contro (lo Stato, ndr) [...] se non per dire ricatto [...] verso i decisori politici diciamo, con i loro apparati». Pochi probabilmente. Ma a dire di Aurigemma «sparsi per tutta Italia» e «disposti» a «mettere in campo un certo tipo di intervento». Un passaggio che, secondo gli inquirenti, sembrerebbe dimostrare che gli indagati avrebbero superato lo spontaneismo antagonista per cercare di tirare su una rete che ragionava in termini operativi. E tutto ruoterebbe attorno a quel casolare isolato di Vicovaro, trasformato, secondo gli investigatori, in una sorta di base logistica dove si discuteva di azioni dirette, sabotaggi, propaganda e reclutamento.
Durante le perquisizioni, disposte a carico di 18 indagati, sono stati sequestrati manuali e altri documenti ritenuti sensibili ma è anche stato sgomberato il Bencivenga Occupato, centro sociale sulle sponde dell’Aniene. Ed è arrivato il plauso della premier Giorgia Meloni: «L’operazione infligge un duro colpo a chi pensa di poter minacciare la sicurezza della nazione, colpire infrastrutture strategiche e mettere in discussione i principi della convivenza democratica».
In una delle intercettazioni due indagati discutono perfino di un sopralluogo che potrebbe riguardare la catena di fast food McDonald’s (ma nel mirino c’erano anche società attive nel settore della difesa e i Cpr). Aurigemma avrebbe deciso di condividere «il know how per la realizzazione di ordigni esplosivi», proponendo «di portare con sé tutta la componentistica necessaria per «provare, provare e provare!»». Benedetti, dal canto suo, avrebbe messo a disposizione «la propria abitazione a Terni» e si sarebbe proposto «per reperire la componentistica necessaria per la costruzione di ordigni». Ma gli indagati non parlano solo dell’obiettivo. Ragionano soprattutto sul metodo: «Pensiamo che sia meglio partire piano […] renderla pubblica in una sorta di escalation!». La finalità? Secondo gli inquirenti «l’escalation di violenza» doveva essere «capace di condizionare gli organi deputati a decidere sul rinnovo del 41 bis per Cospito».
E allora si colpisce l’alta velocità. Poi arriva la rivendicazione: «Fuoco alle Olimpiadi! Oggi non si viaggia». Una frase costruita per circolare. Perché, secondo gli investigatori, le Olimpiadi Milano-Cortina venivano considerate dagli indagati un simbolo del capitalismo. Ma leggendo le carte emerge soprattutto un altro elemento: l’ossessione per la «riproducibilità» delle azioni. E, per questo, il gruppetto avrebbe anche cercato di diffondere competenze e creare emulazione. Nei comunicati compare infatti questa frase: «Servono soltanto pochi ingredienti per agire contro il mondo della strumentazione, dell’oppressione e della devastazione, un po’ di studio, precauzione, qualche complice, qualche litro di combustibile e… tutto è possibile! Buona fortuna!». Con un richiamo preciso: «Il potere si prepara alla guerra e anche noi anarchici, rivoluzionari, individui coscienti vorremmo fare lo stesso». La propaganda viaggiava di pari passo con l’azione.
E, così, i due anarchici saltati in aria nel casolare del Parco degli Acquedotti, sono diventati dei martiri: «Morti in azione», dicono gli indagati. «Sono morti combattendo contro sto mondo di merda». Fino alla frase (questa volta messa per iscritto) che, più di tutte, sintetizza l’impostazione ideologica contestata dalla Procura: «Non ci interessa sapere cosa sia successo in quel casolare dove hanno trovato la morte. Sappiamo per certo che non loro cuore c’era quell’idea di libertà e anarchia che sentiamo anche noi, sappiamo per certo che in questo mondo dove la guerra fa sempre più vittime innocenti, per agire contro di essa serve anche la violenza rivoluzionaria».
La ricetta di Starmer: migranti a delinquere e lockdown notturno per i giovani inglesi
Il governo laburista delle proibizioni selettive in stile Keir Starmer sta cercando di mette al bando TikTok e Instagram dai 16 anni in giù per via legislativa.
Con una stretta dirigista vorrebbe bloccare lo scrolling infinito, impedire le connessioni criptate per aggirare i controlli, verificare l’età con riconoscimento facciale, documenti digitali e carte di credito.
Tutto in nome della salute mentale dei ragazzi. Ma con una particolarità: la severità scatta solo su alcuni fenomeni. A quattro anni, per esempio, i british baby devono poter decidere se cambiare la loro «attribuzione di genere» a scuola. «I social media», invece, «rendono i bambini e gli adolescenti più infelici, li espongono a molestie e abusi online e possono perfino danneggiare la loro salute mentale», ha dichiarato Starmer annunciando il divieto di accesso adolescenziale ai social. E visto che si tratta di ragazzi ha annunciato il provvedimento «per Natale».
Dopo il regalo sotto l’albero il premier prevede «di far entrare in vigore il divieto all’inizio del prossimo anno, probabilmente in primavera». E, così, per entrare su X, TikTok, Facebook, Snapchat, YouTube e Instagram, ci saranno più controlli che per entrare in Inghilterra. Ma il premier britannico ha spiegato che il governo è pronto anche a seguire il modello australiano, primo Paese al mondo ad aver introdotto il bando totale dei social ai minori di 16 anni. E non basta. Londra sta valutando ulteriori restrizioni per i ragazzi di 16 e 17 anni: un «coprifuoco digitale» dalle 20.30, limitazioni alle piattaforme di gioco online e il blocco dell’autoscrolling.
Quel meccanismo che, nelle parole di Starmer, produce un «costante attaccamento alla macchina» e impedisce agli utenti di smettere di consumare immagini e video. È il fenomeno del doomscrolling: il vortice di contenuti negativi che cattura soprattutto gli adolescenti. E che, secondo gli studi scientifici citati dal governo britannico, sarebbe collegato a disturbi del sonno e dell’alimentazione, al peggioramento del benessere mentale, alla crescita dello stress sociale e dell’ansia, fino alla depressione e alla vulnerabilità psicologica. Starmer, non senza scadere nell’ovvietà, ha affermato che «governare significa fare delle scelte (quelle che sull’immigrazione clandestina non riesce a fare, ndr)». E la scelta del suo governo è chiara: intervenire pesantemente sui comportamenti digitali dei ragazzi.
È la stessa filosofia che Londra ha già adottato sul fumo avviando la cosiddetta «smoke-free generation»: chi è nato dopo il 2008 non potrà mai acquistare legalmente sigarette nel corso della propria vita. Una proibizione permanente costruita per generazioni future che ancora non hanno raggiunto la maggiore età. Poi le sigarette elettroniche usa e getta. E ora i social. Ed è qui che emergono le incoerenze del governo a proibizione selettiva. Perché mister Labour sembra avere antenne sensibilissime su TikTok e Instagram, ma molto meno rigide quando il terreno diventa ideologico. Il vero punto debole della narrazione è legato alle grooming gang. Gli stupratori seriali che hanno abusato di migliaia di ragazzine inglesi mentre le istituzioni britanniche erano negazioniste. Oggi Starmer accusa i conservatori di non aver fatto abbastanza contro i danni provocati dai social network. Ma tra il 2008 e il 2013 era direttore del Crown prosecution service, l’ufficio del pubblico ministero dell’Inghilterra e del Galles. E proprio in quegli anni lo scandalo delle grooming gang travolgeva il Regno Unito. Solo nel 2025 il governo laburista, travolto dall’indignazione dell’opinione pubblica, si è deciso ad avviare un’inchiesta.
Naturalmente il Regno Unito non è isolato. La Francia di Emmanuel Macron vuole vietare i social agli under 15. La Spagna di Pedro Sánchez prepara restrizioni simili. E strette sono annunciate anche in Danimarca, Grecia, Austria e Portogallo. Anche in Cina esistono limiti al tempo trascorso online, restrizioni sui videogiochi e controlli sui contenuti. Ma dentro quella cornice finiscono anche censura, filtraggio ideologico e controllo dei comportamenti. E con la pandemia da Covid, l’Europa ha già dovuto sopportare metodi invasivi di sorveglianza e di controllo imposti dai governi. Compreso il coprifuoco. Che, però, nel caso Uk è digitale. E Starmer sembra essersi già fatto prendere la mano. «Il governo britannico chiarisce che gli adulti potranno continuare a utilizzare i social media verificando la propria identità tramite documenti digitali, riconoscimento facciale, passaporti e carte di credito». È il testo di un retweet di Elon Musk sulla sua piattaforma, accompagnato da questo suo commento: «Uk è uno stato di polizia». Poi, con i pochi caratteri consentiti da X, ha fornito la sua interpretazione di quella che ritiene «una legge sulla censura»: «È un lupo travestito da agnello. Il vero obiettivo è consentire al governo britannico di tracciare ogni persona».
Alla fine anche il Piano Starmer finisce inevitabilmente per ricordare la logica pandemica: sicurezza per tracciamento, tutela in cambio di controllo.





