
Scabbia e tubercolosi. La prima passa da pelle a pelle, basta un contatto. La seconda viaggia nell’aria, con un colpo di tosse o un po’ di saliva. Patologie che i medici del reparto di malattie infettive del Santa Maria delle Croci di Ravenna conoscevano bene. Tanto da diagnosticarle ai clandestini che Prefettura e Questura hanno tentato di espellere dal territorio italiano perché considerati pericolosi, ma che grazie ai certificati di inidoneità al trattenimento in un centro per il rimpatrio erano liberi di contagiare. È in questo passaggio che l’inchiesta sui falsi certificati dei medici No-Cpr diventa clamorosa. Perché se si certifica un rischio sanitario e poi lo si lascia circolare, non è più solo una valutazione medica. È una scelta. Una scelta diametralmente opposta rispetto a quelle del periodo della pandemia da Covid, quando bastava un sospetto per isolare, tracciare, limitare. In questo caso no. Qui si scrive che il rischio c’è ma si lascia andare il paziente.
In uno dei casi esaminati dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Ravenna, Federica Lipovscek, l’infettivologo avrebbe certificato una sospetta «malattia tubercolare» e spiegato nelle sue memorie difensive che nella valutazione avrebbe avuto un peso «la destinazione finale del paziente». Non i dati clinici. La destinazione. Tant’è che il giudice afferma che i certificati venivano stilati «in un’ottica di aperta contestazione del sistema di gestione dell’immigrazione clandestina». Otto medici indagati. Tre sospesi per 10 mesi. Altri cinque con stop da 10 mesi delle certificazioni per migranti. La Procura (l’indagine condotta dagli investigatori della Squadra mobile e del Servizio centrale operativo della polizia di Stato è coordinata dai pm Daniele Barberini e Angela Scorza) aveva chiesto un anno di sospensione per tutti. Il gip ha ridotto i tempi e in alcuni casi la misura, ma ha confermato impianto accusatorio e rischio di reiterazione. Su questo punto avrebbero inciso anche le manifestazioni di solidarietà. Per il gip «hanno creato un contesto potenzialmente favorevole alla reiterazione». Ma il pericolo, valuta il giudice, sarebbe stato confermato proprio dalle parole degli indagati. Perché nelle loro memorie difensive avrebbero continuato a richiamare la deontologia. Che, ricorda il gip, impone di curare. E invece «non risulta» che gli indagati avrebbero «attivato accertamenti o trattamenti». Solo certificati. E dopo aver certificato il rischio «non» avrebbero «provveduto alla presa in carico (del paziente, ndr), lasciando le persone libere sul territorio e consentendogli di diffondere le infezioni sospettate». In uno degli episodi ricostruiti dall’accusa sarebbero perfino state suggerire le risposte durante una visita, con gesti e movimenti del capo, quasi a orientare l’esito del colloquio clinico. Nessun esame. Una visita guidata. Nel referto finale, infatti, lo straniero si sarebbe ritrovato, senza una visita dermatologica, ma con una diagnosi di scabbia. Due minuti dopo l’uomo da espellere aveva già in tasca un certificato anti-Cpr. Coincidenza: proprio nel settembre 2024, periodo che coincide con le presunte certificazioni farlocche (ma anche con un massiccio approdo di navi di Ong cariche di migranti), il prefetto dispose una «disinfestazione contro l’acaro della scabbia» di alcuni locali del comando provinciale dell’Arma dei carabinieri di Ravenna che avevano «ospitato persone risultate infette». Sul conto dei tre indagati più esposti il giudice scrive che, «pur di affermare e perseguire la propria ideologia», avrebbero ignorato anche i pareri degli specialisti. In particolare degli psichiatri. Il tema, chiarisce il giudice, non sono le idee. È quando queste diventano atti «antigiuridici particolarmente gravi». Certificati firmati con «insufficienti dati sanitari», in alcuni casi dopo visite di pochi minuti e con patologie sospette. La ramanzina del giudice è condensata in poche righe richiamate ieri dal Corriere della Romagna: «L’indisponibilità di dati sanitari per omesso espletamento dei dovuti accertamenti non giustifica l’emissione di un certificato d’inidoneità», dato che «il compito del medico è proprio quello di accertare l’esistenza di patologie incompatibili con la vita in comunità ristretta». E il mancato approfondimento delle visite non può essere giustificato con la mancanza di tempo «atteso che nessuna disposizione ha introdotto un termine perentorio entro il quale il sanitario deve emettere la valutazione». Ecco perché i medici nella loro linea difensiva avrebbero, secondo il gip, confermato «la sussistenza del reato di falso». Dichiarazioni che invece di smontare l’accusa l’avrebbero confermata. Saldandola al rischio che tutto si ripeta. Come la continua mappatura dei certificati anti-Cpr. Un passaggio che con la deontologia medica non ha nulla a che vedere. Una specie di contabilità parallela. Alla quale seguiva un’esultanza. «Altre due da Ravenna!», scriveva una delle dottoresse nel giugno 2024, ricevendo il pollice alzato da Nicola Cocco, infettivologo della Societa italiana di medicina delle migrazioni, l’associazione che aveva promosso la campagna anti-Cpr. E, così, alcuni indagati avrebbero divulgato dati sensibili dei pazienti inviando i loro referti proprio al dottor Cocco. Un altro passaggio che il gip non ha tralasciato nel corso delle valutazioni delle esigenze cautelari, inscrivendolo nel «pericolo di reiterazione».













