Mentre i coniugi Clinton dichiarano di non sapere chi siano gli invitati al matrimonio della figlia, chi siano i principali donatori della loro Fondazione e di essere stati all’oscuro dei comportamenti scorretti di Jeffrey Epstein, possiamo senza dubbio affermare che esistono due piani di lettura degli Epstein files.
Il primo è quello criminale: ciò che emerge deve essere messo sotto processo sebbene a complicare il tutto esista il patteggiamento secretato stipulato da Epstein con il procuratore Alexander Acosta nel 2008 che conferiva sia ad Epstein che a tutti i suoi complici immunità totale - sì esattamente: negli Usa si può - in cambio dell’ammissione di colpevolezza e una pena detentiva di 13 mesi per sfruttamento della prostituzione. Senza considerare questo passaggio fondamentale non si possono capire gli aspetti legali connessi alla sanzione dei crimini e ciò spiega altresì come mai i primi personaggi a cadere non siano americani. Il secondo piano di lettura attiene i significati di quanto viene rivelato in quegli scambi di lettere e in quelli che presumibilmente possono essere i filmati e le immagini a disposizione del ministero della Giustizia americano, ma anche in questo caso occorre specificare che ci si trova davanti ad una mole enorme di scambi, rapporti e riferimenti, spesso codificati e sempre facenti riferimento a situazioni ulteriori e dai contorni che vanno dal misterioso all’agghiacciante.
Esistono però anche i temi politici o «filosofici» che emergono nei lunghi dialoghi scritti che Epstein intratteneva con alcuni dei suoi amici; esattamente come nei romanzi di Sade i personaggi indugiavano spesso in digressioni filosofiche sulla vita e il mondo tra un crimine e l’altro. Il tema senza dubbio centrale degli interessi di Epstein, dopo quelli sessuali ed esoterici, è quello della selezione razziale intesa in senso darwinista, questione che il finanziere affronta spesso con la disinvoltura e la confidenza che si ha con gli amici i quali, pur appartenendo al mondo della Sinistra liberal e woke, non hanno alcuna ritrosia ad affrontare discorsi di «selezione della specie», «eliminazione dell’umanità inutile», «adeguamento forzato del numero della popolazione» e creazione segreta di una stirpe di bambini dotati del corredo genetico dello stesso Epstein. Se da una parte possiamo classificare queste teorie come le farneticazioni di un folle, dall’altra parte non possiamo non considerare il fatto che argomenti che avrebbero trovato interlocutori entusiasti soltanto in figure di teorici dell’eugenetica come Francis Galton, Ernst Haeckel ed Alfred Ploetz, non vengano affatto rigettati o evitati da registi di Hollywood, teste coronate, finanzieri, scienziati, intellettuali e, dulcis in fundo, inventori di sistemi operativi e già principali finanziatori dell’Oms.
E proprio sull’onda delle pianificazioni globali che Epstein affrontava con i suoi interlocutori, non ultima quella di una pandemia basata su di un virus influenzale costruito in laboratorio che potrebbe ricordare vagamente qualcosa, emerge una costante: il disprezzo sistematico di Epstein e del suo circolo verso il Cattolicesimo, in particolare verso la difesa dei poveri e dei deboli come ostacolo alla selezione della specie, una visione sprezzante che considera a tutti gli effetti il Cattolicesimo come qualcosa di «retrogrado» e di «limitante».
In particolare in uno scambio del 2013 con Boris Nikolic (imprenditore biotech, principale consulente scientifico di Bill Gates ed esecutore testamentario indicato dal finanziere), Epstein critica aspramente l’approccio filantropico delle Ong definendo «ridicola» l’affermazione che «ogni vita sia uguale» e concludendo con la definizione «It is Catholicism at its worst»: «Cattolicesimo al suo peggio». Questa forza percepita come «limite» impedisce una logica di selezione e ottimizzazione di valori calcolabili riferiti agli esseri umani se intesi esattamente come quel «magazzino di riserva» di cui parlava Martin Heidegger a proposito della subordinazione dell’uomo al «pensiero calcolante», la vera radice del male che innerva tutta la storia dell’Essere. Sta esattamente qui il punto decisivo per comprendere l’odio di Epstein - forse potremmo dire dell’«Epsteinismo» - nei confronti del Cattolicesimo: il suo schierarsi apertamente dalla parte del pensiero calcolante inteso come la forza che, attraverso la Tecnica, trascende ogni limite e quindi conferisce a una razza di eletti il potere assoluto e le condizioni di vita liberate dai limiti di «questo mondo».
E se anche gli aspetti biologici dell’umanità vengono regrediti a «magazzino» a disposizione della Tecnica, e ciò non come provocazione distopica di qualche romanziere allucinato ma nei prolungati e argomentati discorsi tra i membri dell’élite mondiale, appare ancora più decisivo il ruolo di coloro che, come Elon Musk o Peter Thiel, di tale deriva abbiano compreso i rischi e si pongano in contrapposizione a essa prevedendo sempre la superiorità dell’umano sulla deriva tecnica transumanista e il rifiuto dell’autonomizzazione dei processi di Ia. Ma il nemico da combattere rimane sempre e comunque quel pensiero calcolante al quale Martin Heidegger contrappose «l’Abbandono», cioè il costante confronto con la Tecnica senza pensarla misura dei valori del mondo. E così, «giunti a questo punto», si arriva a comprendere come l’antica forza che si contrappone al Male si sia incarnata, nella storia, proprio in quella Chiesa cattolica così odiata da Jeffrey Epstein.







