«Una pace che sia disarmata, cioè non fondata sulla paura, sulla minaccia o sugli armamenti; e disarmante, perché capace di risolvere i conflitti, di aprire i cuori e di generare fiducia, empatia e speranza. La pace non può essere ridotta a slogan: va incarnata in uno stile, personale e istituzionale, che ripudi ogni forma di violenza. Per questo ribadisco con forza: “Il mondo ha sete di pace […]. Basta guerre, con i loro dolorosi cumuli di morti, distruzioni, esuli!”».
Con queste parole, pronunciate ieri nel palazzo presidenziale di Yaoundé in Camerun, papa Leone XIV ha tracciato la rotta della seconda tappa del suo viaggio apostolico in Camerun, richiamando ancora il tema della pace.
Il Pontefice è giunto in questa terra dopo una tappa intensa in Algeria, portando con sé una riflessione profonda maturata proprio nei luoghi di Sant’Agostino. Durante il volo che lo ha condotto in Camerun, Leone XIV ha condiviso con i giornalisti l’emozione della visita ad Annaba, l’antica Ippona, definendo Agostino una figura «profondamente radicata nel passato» ma capace di parlare con straordinaria attualità alla Chiesa e al mondo di oggi. Il Papa ha sottolineato come l’invito del Santo alla ricerca di Dio e della verità, e il suo impegno per costruire la comunità ricercando l’unità nonostante le differenze, sia un messaggio universale, onorato persino in terre a maggioranza non cristiana.
Questa visione di unità è stata messa alla prova dal contesto complesso che il Papa ha trovato al suo arrivo in Camerun. Spesso definito «Africa in miniatura» per la sua ricchezza culturale e linguistica, il Paese è oggi segnato da profonde ferite. Leone XIV si è trovato dinanzi a una nazione che soffre per le tensioni separatiste nelle regioni anglofone del Nord-Ovest e del Sud-Ovest, per le violenze di Boko Haram nell’Estremo Nord e per una crisi economica che alimenta il tribalismo e l’incertezza. In questo scenario, dove oltre 500.000 rifugiati cercano scampo dai conflitti limitrofi, il grido del Papa contro la guerra diventa un appello alla sopravvivenza stessa di un popolo che aspira a essere «attore di pace».
Nel suo discorso alle autorità, alla società civile e al corpo diplomatico, Leone XIV ha ripreso la lezione di Agostino per definire l’etica del potere. Citando il De civitate Dei, ha ricordato che «coloro che comandano sono a servizio di coloro ai quali apparentemente comandano», esercitando l’autorità non per brama di dominio, ma per dovere di provvedere e con «compassione del premunire». In questa prospettiva, governare il Camerun significa amare il proprio popolo - maggioranze e minoranze - ascoltando realmente i cittadini e stimando la loro capacità di contribuire a soluzioni durature.
Il Papa ha inoltre posto l’accento sulla necessità vitale di istituzioni sane e credibili come pilastri per lo sviluppo. La trasparenza nella gestione delle risorse pubbliche e il rigore dello Stato di diritto sono stati indicati come strumenti essenziali per ripristinare la fiducia sociale. Per Leone XIV, è tempo di un «coraggioso salto di qualità» che rompa le catene della corruzione e liberi il cuore dalla sete di guadagno, vista come una forma di idolatria. Lo sviluppo umano integrale, ha ribadito, può fiorire solo dove la legge funge da argine all’arbitrio del più forte.
Infine, il Pontefice ha rivolto lo sguardo ai giovani, esortando le istituzioni a investire nell’istruzione e nell’imprenditorialità per contenere l’emorragia di talenti verso l’estero. La pace autentica, ha concluso, non si decreta ma si vive attraverso un’opera paziente che trasformi le ferite del passato in sorgenti di rinnovamento per tutta la nazione.







