Ai bravi colleghi di Avvenire, a cui va tutta la nostra solidarietà, è toccato di scodellare in pagina un titolo autobiografico: «Referendum, campagna confusa». Ineccepibile sul piano formale, ma sintomatico. Il fatto è che a essere confusa non è la campagna sul referendum in generale, ma precisamente quella che sta conducendo da giorni la Conferenza episcopale italiana, e al quotidiano dei vescovi tocca l’ingrato e imbarazzante compito di provare a mettere ordine. Compito ovviamente destinato a fallire perché impossibile da portare a termine.
Avvenire ieri ha dovuto ribadire che «la Cei non ha intenzione di entrare nella campagna referendaria». Lo ha ridetto anche il direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali, Vincenzo Corrado, il quale ha dovuto emettere un comunicato per spiegare che «la Conferenza episcopale italiana non è entrata nel merito della questione con indicazioni di voto». Secondo Corrado la Cei ha semplicemente «espresso un forte invito alla partecipazione, sollecitando una corretta informazione per una scelta consapevole e sempre nel segno del bene comune». L’insistenza è sospetta: se si deve continuare a ripetere che la Cei non si schiera è perché essa sembra a tutti gli effetti schierata.
Sarebbe difficile per chiunque dimostrare il contrario. Prima è stato il turno del presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi, che a fine gennaio si è premurato di invitare i cittadini a partecipare alla consultazione: «C’è un equilibrio tra poteri dello Stato che i costituenti hanno lasciato come preziosa eredità da preservare. Autonomia e indipendenza dei giudici sono connotati essenziali per l’esercizio di un processo giusto, valori da perseguire nelle diverse possibili realizzazioni storiche e pluralità di opinioni e orientamenti. La separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici e l’assetto del Csm sono temi che, come pastori e come comunità ecclesiale, non devono lasciare indifferenti». Parole per lo meno ambigue, se non decisamente sbilanciate. La sensazione di uno slittamento verso le posizioni del No è confermata dall’atteggiamento del vicepresidente della Cei, Francesco Savino, vescovo di Cassano allo Jonio. Il quale il prossimo 13 marzo parteciperà al congresso di Magistratura democratica - la più sinistrorsa delle correnti - intitolato «Proteggere la Costituzione per proteggere il futuro». Savino prenderà parte a un dibattito intitolato «L’insofferenza per lo stato di diritto e il nuovo volto del capo», condotto da Massimo Giannini di Repubblica assieme alla presidente di Md, Silvia Albano, e ad altre personalità del mondo progressista. Chiaramente Avvenire è costretto a sorvolare su questa uscita pubblica del monsignore, e la Cei non la commenta. Tuttavia la tempistica con cui la Conferenza episcopale ha fatto intervenire il suo comunicatore Corrado è indicativa. In buona sostanza gli alti rappresentanti dei vescovi spingono surrettiziamente per il No, ma si rendono conto di provocare un notevole imbarazzo che cercano di smussare atteggiandosi a imparziali.
Nella nota che ha diffuso Corrado, per altro, ci sono affermazioni pregnanti e assolutamente condivisibili. Si spiega come il referendum rientri fra le questioni opinabili «riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica». Temi su cui «non bisogna presentare la propria tesi come dottrina della Chiesa». In pratica i vescovi si rimproverano da soli. Il referendum, infatti, non riguarda una questione di specifica rilevanza dottrinale. Gli italiani non sono chiamati a votare su, per dire, aborto o fine vita, cioè su argomenti riguardo ai quali le gerarchie ecclesiastiche dovrebbero prendere posizione. La giustizia è certo una faccenda importante, ma ciascun cattolico è libero di pensarla come vuole. Per questo le scivolate degli alti prelati sono particolarmente sgradevoli e possono portare confusione e smarrimento tra i fedeli.
A tale proposito è importante notare ciò che ha scritto ieri su Startmagazine l’ex ministro Maurizio Sacconi, precisando che la materia giustizia «non è evidentemente dogmatica anche se la Cei, in passato, non ha lesinato critiche al governo sull’Autonomia differenziata che c’entra ben poco con la fede». Sacconi, a dire il vero, è fin troppo tenero quando sostiene che «questa volta la Cei ha preferito il cerchiobottismo invitando, peraltro lodevolmente, a non disertare le urne». Ma il punto centrale dell’intervento di Sacconi è un altro. Egli ricorda che esiste una forte mobilitazione del mondo cattolico a favore del Sì. «Per primo si era però già pronunciato per il Sì l’anziano ma sempre lucido don Camillo (Ruini), che per lunghi anni ha guidato la Chiesa italiana con Giovanni Paolo II», scrive l’ex ministro. «Contemporaneamente, il network Ditelo sui tetti, che riunisce oltre 100 associazioni di ispirazione cristiana ed è molto vicino al Segretario di Stato Parolin, ha dato vita ai comitati civici (ne sono nati già 50) per il Sì evocando il ruolo di Luigi Gedda nel 1948. È un mondo che rimprovera alla magistratura ideologizzata di avere spesso scavalcato il Parlamento sui temi della vita nascente, del genere, della famiglia, dell’eutanasia per cui confida che la riforma riconduca il giudice ad applicare e non creare la norma». Infine bisogna ricordare che «un gruppo di ex parlamentari e giuristi cattolici vicini al centrosinistra ha promosso un comitato nazionale di popolari per il Sì rifacendosi alle posizioni già assunte in passato».
Il caos sulla campagna referendaria sta tutto qui. L’argomento del referendum non riguarda la dottrina della Chiesa, e da una parte ci sono molti cristiani che sostengono le ragioni del Sì. Dall’altra però i vertici della Cei, non nuovi a prese di posizione tendenti a sinistra, alternano uscite sibilline a interventi a sostegno del No. Grazie ad alcuni vescovi, insomma, grande è la confusione sotto il cielo: la situazione è deprimente.







