«Il più rock di tutti i tempi? Beethoven. In Italia i testi contano più che all’estero»
Dal cilindro magico della musica fuoriesce un profluvio di brani che ci catturano o ci hanno catturato. Canzoni leggere? Testi impegnati? In fondo poco importa. Ci hanno raggiunto, interessato, immalinconito o rasserenato. Tuttavia, esiste un teorema in base al quale spiegare il successo o l’insuccesso di una canzone?
Domenico Paganelli, detto Mimmo, tarantino e milanese d’azione, è stato dirigente artistico della Rca (oggi Sony Bmg), della Peer Southern e della Emi. È un alchimista della musica pop ed è appena uscito il suo libro Music Masterclass (edizioni Dantone). La sua è sempre stata una politica della qualità e ha collaborato con mostri sacri del pop italiano, da Dalla a Battiato, da Vecchioni a Fossati, da Bennato a Guccini, da Branduardi a Vasco Rossi, da De Gregori a Rino Gaetano e molti altri.
Come conobbe Rino Gaetano?
«Aveva appena fatto Sanremo. Lo conobbi nel 1977. Quando veniva a Milano ero io che organizzavo la promozione, le radio, le interviste, erano nate le tv private».
I testi di questo cantautore, talvolta più espliciti, talaltra più enigmatici, davano fastidio a qualche potente?
«Era un cantautore emergente. Secondo me non ha dato fastidio ai potenti perché aveva un certo modo di dire le cose… Una volta cantò Nun te reggae più davanti a Susanna Agnelli (sorella di Gianni Agnelli, ndr.) e lei lo trovò divertente…».
Sì, ad Acquario, in Rai, 1978. Tuttavia, in quell’occasione, Costanzo lo mise un po’ alla berlina…
«In quella trasmissione era molto timido, non tanto a suo agio. Usò tutto il mestiere possibile. In effetti non fu molto aiutato. Ma la sua coerenza fece sì che disse ciò che pensava».
Il cielo è sempre più blu. Canzone di denuncia sociale. Quel refrain era ironico o sarcastico?
«In quella canzone parlava di qualcosa di negativo ma i grandi fanno in modo di bilanciarlo con qualcosa di positivo e non c’è frase più bella di questa che lui ha scritto. “Guardiamo avanti e siamo positivi”. Non era sarcastico ma ironico. L’ironia è una grande arma».
Sono stati espressi dubbi sulla sua morte, in quell’incidente stradale…
«Non ho mai creduto a disegni nascosti. C’è da dire che Rino è un artista anomalo. Quando è morto era sì famoso ma non c’era ancora il sentore del mito e ha quasi superato gli altri cantautori, ma post mortem. Dalla, Pino Daniele, Pino Mango - che se ne andò sul palco - erano già grandi in vita. Lui vendette molto con Gianna, un singolo, ma per gli album era da 30-50.000 copie, una quantità all’epoca non elevatissima ma normale».
La celebre Luci a San Siro di Vecchioni, che parlava di compromessi imposti per vendere dischi. «Parli di sesso, da buoncostume… / Scrivi Vecchioni / scrivi canzoni / che più ne scrivi più sei bravo e fai i danée…».
«Era una critica nei confronti del “fai questo che vogliono le discografiche” ma un artista può prendere la scorciatoia per il successo. Il duetto Vecchioni-Guccini al premio Tenco è più una riflessione tra artisti. Insomma, il denaro non ha mai fatto schifo a nessun artista. Vecchioni scrisse quella canzone per un artista barese, Rossano, e aveva un altro titolo e un altro testo. Non successe nulla, la ripescò ma il testo non gli calzava e lo riscrisse. Venne quel capolavoro di Luci a San Siro. Più di una volta Guccini mi ha detto che questa canzone l’avrebbe voluta scrivere lui».
Il pubblico può influire sul mercato discografico?
«Il pubblico, alla lunga, è sempre un sovrano. Si facevano anche gli spot su un disco e questo poteva far vendere di più. Ma il pubblico ha un sesto senso. C’è da dire poi che nelle scuole si insegnano i cantautori, ma tra dieci o vent’anni forse si farà la stessa cosa con la musica rap…».
Il fatto che un disco abbia successo dipende anche dal momento in cui esce?
«Può accadere che un album sia bellissimo ma un po’ in anticipo sui tempi. Deve essere giusto al momento giusto. Se è troppo in anticipo non va bene, se troppo in ritardo nemmeno. Se è troppo in ritardo significa che ciò che in quel disco l’artista dice è stato già detto da qualcun altro. Dal momento in cui un artista concepisce un disco, diciamo a casa sua, al momento operativo passano circa sei mesi, talvolta un anno e nel frattempo il mondo va avanti. Può succedere che un altro esca prima con caratteristiche simili e sia un problema replicarlo».
Nella sua carriera di discografico ha promosso musica e testi di qualità.
«Ho iniziato in discografia nel 1971. Ho fatto negozio, vendita, ascoltavo concerti di artisti nazionali e internazionali. Poi entrai nella stanza di bottoni. Mi interessava tutto, non mi piaceva tutto ma cercavo il bello ovunque. Siamo abituati a dividere il mondo in rock, pop, folk, jazz e via di seguito, ma quello è il vestito. La canzone in sé non ha un genere. Sono la registrazione e l’arrangiamento del pezzo che determinano se esso è pop, rock o altro. Amavo scomporre le canzoni senza lasciarmi prendere dal vestito».
Ci faccia capire.
«Una canzone melodica può diventare rock e sembrare scritta per essere rock. Quando faccio le masterclass dico ai ragazzi: “Quando si scrive il testo il genere ancora non esiste”, e già mi guardano male. Gli canticchio Fotoromanza di Gianna Nannini, in tre quarti, ma il tre quarti poteva essere un liscio dei Casadei. Questo per dire che l’arrangiamento modifica tutto. Dico ai ragazzi: “Sapete qual è il compositore più rock del mondo di sempre? È Beethoven. T-ta-ta-tan” (accenna la Sinfonia n. 5, ndr.). Quello è rock, anche se non esisteva. Il maestro Walter Margoni, “Gualtiero”, autore di Guarda che luna, si metteva al pianoforte, prendeva una canzone, ad esempio di Ramazzotti o Mina, e mi diceva: “Adesso ti faccio capire perché è un successo”». La scomponeva come un lego. Questo mi ha aperto la mente».
Preso atto che dev’esserci una metrica delle note che ne sancisca l’«orecchiabilità», quanto è importante il testo?
«Il testo ha sempre importanza e nel nostro Paese ancora di più che nel mondo anglosassone, dove ci sono canzoni meravigliose ma quando le traduci un po’ di amaro in bocca rimane. Nella nostra lingua i termini hanno spesso molti sinonimi, da loro molto meno. Con poche centinaia di parole loro scrivono. Pensiamo invece alle parole che usa Battiato i cui testi sono tuttavia enormemente diversi rispetto a un cantante pop degli anni Sessanta…».
Cantautori più profondi e autori più semplici, con rispetto di entrambi.
«Per un cantautore il testo può arrivare anche all’80%di importanza. I cantautori hanno inventato un modo più libero di scrivere. Negli anni del boom economico si scrissero i testi più ingenui ed è giusto. Poi il 1968 e, dalla fine degli anni Settanta, quel “noi” che si usava è diventato “io”, con l’eccezione di Vasco Rossi che negli anni ’80 ha detto “Siamo solo noi”».
Resta il fatto che anche le canzonette leggere hanno un loro diritto di cittadinanza, tant’è che a tante di esse, lo ammettiamo o no, siamo affezionati…
«Sono d’accordissimo. Se uno va al mare mette ad esempio Vamos a la playa. Se ci eleviamo a giudici facciamo un errore. Ma la realtà è che le canzoni più belle sono quelle sentite da chi le ha scritte e non fatte a tavolino per puro marketing. Quindi distinguerei le Canzonette dalle canzonette con la “c” minuscola, quelle preconfezionate. Il ballo del qua qua è una Canzonetta con la “c” maiuscola. Conosco il compositore, svizzero. Un giorno gli è venuta così, spontaneamente, bellissima, da organetto, tradotta in moltissime lingue, una canzone così viene una volta nella vita… Oggi c’è la tendenza a trovare scorciatoie per il successo. Je so’ pazzo di Pino Daniele è una Canzonetta con la “c” maiuscola».
Quali speranze ha oggi, agli inizi, un cantautore talentuoso anche per sostentarsi economicamente?
«Dico sempre, live, live, live, ovunque, da dieci persone in su prendere tutto e soprattutto non prostituirsi artisticamente ma fare il vestito che ti vuoi mettere. Oggi la canzone d’autore è in crisi, è una nicchia. Una volta beneficiavano di vendite anche cantautori più mediocri, perché l’andazzo era quello. Oggi non c’è più e quindi si fa fatica».
Le grandi case discografiche di oggi scommettono sulla qualità?
«No. Oggi le majors hanno il 20% del personale che avevamo noi. Da quando hanno avuto l’idea della “musica liquida” non c’è più il possesso, ma solo l’ascolto. I ragazzi hanno disimparato a possedere l’album, il disco, che non si comprano più. Negli anni Sessanta lo streaming era il juke box. La musica digitale non fa guadagnare per vivere. I divi dei ragazzini sono sui social, magari non li conosciamo, con milioni di like e di streaming, la qualità non conta più. Non si parte più da zero, come facevamo noi, con il rischio di non vendere un disco…».
Luigi Tenco. Ho chiesto un parere a Orietta Berti, Iva Zanicchi, Vilma Goich, al criminologo Francesco Bruno. Tutti convinti che il suo non sia stato un suicidio…
«Le case discografiche cercavano il miglior disco possibile. Alle volte è normale che un artista vada verso il calcio d’angolo. C’erano due problemi, l’artista che andava troppo o verso destra o verso sinistra, e la censura, ufficiale e no. Inizialmente Ciao amore, ciao, il ritorno dalla guerra, era una canzone molto più profonda e magari anche molto più bella. Doveva rimanere un po’ più sull’amore. Ma non vedo un complotto. Secondo me lui era già una pianta con i segni del vivere, era molto critico, voleva fare musica d’autore. Non andò in finale ma alcune canzoni erano bruttine. Vide questa cosa come un attacco al suo modo di ragionare e, secondo me, andò in crisi. Aveva un principio di depressione. Tenco dedicò la sua vita a tenere integra la sua arte, ecco perché, secondo me, si sentiva così. Altri artisti non avevano il problema del Sanremo e non ci andavano».
Quando si parla con Dario Baldan Bembo appare facile attaccare con Amico è, il brano da lui musicato e cantato, assurto a inno senza confini dell’amicizia, sentimento universale che peraltro si presta a considerazioni dalle infinite sfaccettature. Tuttavia è interessante anche ricordare Canto universale, «sconosciutissima, di cui ho scritto anche il testo, canzone molto normale, bella, semplice, senza enfasi, dedicata a Gesù Cristo». La cantò Mia Martini con quella voce struggente. Giacché anche l’ermeneutica dei testi, ossia l’analisi del loro contenuto, è importante, eccone un verso. «C’è un uomo che ha detto va’ / la strada conosci già / ma il gregge si è poi smarrito / dietro l’infinito di una falsa realtà». Quella canzone si conclude con un frinire di cicale, sotto le stelle. E tutto torna.
Sebastiano, tuo padre, di origini venete.
«Papà è morto nel 1973. Nato a Fiesso d’Artico (Venezia, ndr), nel 1896. Più vado avanti nella vita e più continuo ad apprezzare la sua vita perché è stato un volontario nella prima guerra mondiale, uno dei primi aviatori, fece una cosa da eroe. Ho una foto che tengo come una reliquia in cui è ripreso addirittura con D’Annunzio».
Come conobbe tua mamma, Domenica Andreini, originaria di Maggiora?
«Questa è una parte nascosta della mia vita. Io non conosco neanche l’anno in cui si sono sposati. Ai tempi erano abituati a non parlare mai di loro. Io di mio padre non so molto, quello che sono riuscito a sapere è soprattutto dalle foto…».
Tua madre era insegnante di pianoforte…
«Sì, certo, diplomata in conservatorio. Ma non l’ho mai sentita suonare il pianoforte in casa. Un tempo c’era questa mentalità, devo dire distorta, che siccome mia madre aveva quattro figli - io e i miei tre fratelli - non era “conveniente” che una donna suonasse il pianoforte perché era ritenuta una cosa poco seria. E di questo ho sofferto molto, perché mi sarebbe molto piaciuto vederla suonare…».
Pertanto non ha influito sulla tua formazione musicale?
«Assolutamente no. È una cosa che mi è nata dentro perché mi ricordo, quando avevo 10-12 anni - avevo il pianoforte in casa perché mio padre l’aveva comprato - mi sono accorto che mi piaceva moltissimo e ho approfondito l’argomento…».
Sei nato a Milano, ma poi c’è Maggiora, un piccolo Comune di media collina in provincia di Novara.
«Sono nato in casa, come accadeva una volta. Ho sempre avuto questa doppia realtà, Maggiora come piccolo paradiso della mia vita, fin dalle vacanze di scuola alle elementari - quando ci vado mi vedo con i miei amici, andiamo nei prati, a pranzi, ho fatto anche dei fantastici concerti - mentre a Milano, non potendo fare tutte queste cose, vivo da tranquillo cittadino. Ho due case, una a Milano e poi mi trasferisco in campagna, diciamo da giugno a ottobre, perché la vita è molto meglio là».
Proprio a Maggiora, nel 1982, hai musicato l’album Spirito della terra (1982). «Spirito della vita / Siamo gente di città / Che non vuole sapere più quello che sa». Un ritorno alle origini.
«Sì, certo. Tra l’altro, l’ho realizzato in una condizione assolutamente unica, in aperta campagna, in un bosco dove trovai una radura. Mettemmo le tende, i bungalow, pochi lo sanno, nessuno ha mai fatto un album in un bosco, con il torrente che passava e i rumori della natura. Con un’orchestra, abbiamo vissuto lì due mesi, bellissimo, una vita fuori dalla realtà, e in quella situazione è nato anche Amico è…».
Sei sposato?
«Ci ho tentato due volte e adesso, però, sono felicemente in compagnia».
Figli?
«Ne ho uno, ha 41 anni, Luca, il mio carissimo figlio, ha un bellissimo lavoro in una televisione ma lo prendo sempre nei miei album perché è un chitarrista eccezionale».
Nel 1966 hai conosciuto Ico Cerutti che ti portò nel clan Celentano, come tastierista.
«Di Celentano quasi nessun ricordo. Ho cominciato la mia carriera con Ico Cerutti, in un complesso di professionisti, c’era Gianni Bedori - Johnny Sax -, ci chiamavano dappertutto per far ballare la gente. Poi, da esecutore, sono diventato compositore e cantante».
Amico è. Testo di Nini Giacomelli, Sergio Bardotti e anche di Mike Bongiorno che la volle come sigla di Superflash…
«Mike è stato davvero il patron di Amico è. Grande merito anche di Nini Giacomelli e Sergio Bardotti, gli inventori proprio dell’inno dell’amicizia. Io avevo scritto la musica, bella fin che vuoi (la intona, ndr) ma su questa traccia vollero proprio scrivere qualcosa sull’amicizia. Poi è intervenuto lui, che ha dato la zampata finale. Da una canzone normale è diventato un inno dell’amicizia andato in tutto il mondo attraverso la canzone in francese di Céline Dion Hymn à l’amitié…».
Un ricordo di Mike?
«Un grandissimo personaggio. Quando è morto la televisione è morta un po’, come è successo quando è mancato Pippo Baudo».
A proposito di amicizia, sono migliori le amicizie esclusive, tipo «il mio miglior amico», oppure no?
«Rispetto a questo ragionamento sono molto meno selettivo nel senso che accetto molto di più, accetto tutto, che sia un’amicizia superficiale o meno. L’importante è il rapporto umano. Invece di scegliere qual è l’amicizia migliore, l’importante è l’amicizia in totale, quindi evviva qualsiasi amicizia».
Nelle storie di amicizia della tua vita hai più prediletto amicizie singole o compagnie?
«Ho avuto la fortuna di averle tutt’e due. Ho grandissimi amici oggi che conosco da 50-60 anni, fin dalle elementari. A Milano ho un amico, lo chiamo “primus amicus”, Mario Gorna, l’ho conosciuto in prima elementare. Li chiamo amici “rocciosi”, ne ho almeno sei o sette. Ho anche avuto un mucchio di compagnie, si sono un po’ diradate, ogni non sono tanto tempi da compagnie, tempi molto brutti».
Tra amici è comune litigare…
«Beh, litigare fa parte dell’amicizia, ma il litigare può portare ad approfondirla e questa è una cosa positiva».
Può esistere l’amicizia senza implicazioni erotiche tra un uomo e una donna?
«Sì, ma nella mia voglia di sincerità ho sempre detto che di solito un’amicizia tra un uomo e una donna è sempre una donna a deciderla, l’uomo andrebbe sempre più avanti. È sempre la donna che mette le mani avanti, “calma”, anche perché l’uomo è un po’ più mascalzoncello, cerca sempre di andare più avanti».
Hai amicizie con donne?
«Sììì, ho tante amiche, a Maggiore, ad esempio, ho una carissima amica, si chiama Carla, è anche una mia vicina di casa per cui non ti dico le cene, i pranzi, il nuoto al lago, le giocate a tennis, un’amicizia che continua tuttora…».
Cesare Pavese sosteneva che una donna può rovinare l’amicizia tra due uomini, dividerla…
«Non vorrei spiegarmi male, ma la presenza di una donna è talmente importante nei rapporti umani che può determinare la rovina di qualcosa. È importante nelle cose positive ma anche in quelle negative, nel senso che può essere una rovina paurosa ad esempio a livello familiare…».
Anche certe amicizie maschili o femminili somigliano agli amori….
«Sì, sicuro. L’amore, secondo me, determina tantissime cose, più di quanto ci immaginiamo. Dove c’è un rapporto umano già c’è amore, in qualche sua forma, e di forme ce ne sono migliaia».
Negli ambienti dello spettacolo e della musica, le amicizie sincere e autentiche sono improbabili?
«È una domanda che mi sono sempre fatto ma alla fine ho desistito dall’approfondire perché secondo me è importante non chiedersi mai se questa amicizia è sincera o no, l’importante è viverla e basta, forse è illusorio, ma l’importante è vedere le cose migliori, non sono mai stato a scavare per vedere la cosa migliore o peggiore. Mi sono sempre soffermato su ciò che è positivo e secondo me è il modo migliore di vivere la vita».
Dal punto di vista spirituale qual è la tua posizione?
«La penso nella maniera che ritengo più giusta che sia, l’avere la sicurezza che oltre questa vita c’è qualcosa. Sarebbe un peccato che dopo non ci sia un seguito. Ma non prendermi come un uomo di fede. Penso di essere molto di più e molto di meno. Ho però una fede scientifica nella presenza di mia madre, che è morta da tanti anni. Continua ad aiutarmi. È più della fede, è più vera, è un rapporto “scientifico” che ho con lei e quando ho bisogno di un aiuto, la chiamo e lei mi soddisfa sempre. Ma dobbiamo avere davvero la voglia di sentirli. Ci ricopriamo di tante maschere. Sarebbe meglio vivere senza».
Credi al ritrovarsi nell’aldilà?
«Io spero di sì. Ho perso due gatti, Pancho e Fosca, che avevano passato con me 18 anni di vita e anche con loro cerco sempre di dire “ci ritroveremo”».
A chi lo dici…
«Questi discorsi cerchiamo di evitarli perché siamo legati al discorso del giorno, soldi, vacanze. E sai dove li faccio? Sempre in campagna sotto un cielo di stelle. Lo consiglio a tutti. È difficile ragionare su questo quando sei in mezzo al traffico. A Maggiora, con gli amici, ci si raduna intorno a un tavolo, sotto un cielo stellato, a parlare di Dio e delle stelle».
A quale dei tuoi brani sei più legato?
«Sono tutte mie creature. La musica più toccante è stata la prima, Aria, del 1975, testo di Bardotti, dove c’è molta spiritualità».
Progetti?
«Fare un grande concerto a Maggiora, dove ho fatto Amico è, ricordandone tutte le emozioni».
Ci dai un ricordo di Bruno Lauzi, con cui hai collaborato?
«Forse non ha avuto il successo che meritava. Quando lo vedevo impazzivo di piacere perché era sempre incazzato con il mondo intero. Era incazzatissimo col mondo ma si capiva che lo amava, usava l’ironia. Quando iniziava a parlare lo bevevo, come un bicchiere di champagne».
Anna Ammirati, bella e profonda. Conversando con lei si sprigionano l’anima emotiva e sanguigna che la stringe alla sua città, Napoli, dove è cresciuta, e quella legata a Roma, dove vive e in cui, con determinazione, è diventata ottima attrice di cinema, teatro e fiction televisive impegnate. Nel 2024 ha partecipato al pluripremiato film di Gabriele Salvatores Napoli-New York.
Anna, sei nata il giorno di Capodanno, un giorno estremo…
«Sì, proprio il primo gennaio, di pomeriggio».
Com’eri da bambina?
«Ero estroversa, gioiosa, inclusiva. Regalavo i miei giocattoli agli altri. Ho bellissimi ricordi».
Mamma e papà avevano a che fare col mondo dello spettacolo?
«No, io sono una borghese acquisita, sono figlia della working class. I miei non c’entravano con lo spettacolo. Il lavoro che faccio l’ho desiderato fin da piccola. Dopo il liceo ho sempre detto “andrò a Roma per fare l’attrice” e così è stato».
Hai esordito a teatro a 8 anni…
«Mia madre aveva intuito molto presto questa mia passione e mi avvicinò al teatro facendomi partecipare a compagnie amatoriali che rappresentavano opere di Eduardo De Filippo».
Studi liceali, accademia di teatro, perfezionamento alla Biennale di Venezia… Determinata.
«Credo che questo lavoro sia fatto soprattutto di studio e disciplina. Ad esempio, ora che sto aspettando la partenza di un progetto di teatro a settembre, studio molto le poesie, un esercizio di memoria, perché non è semplice memorizzare un copione se non ti alleni continuamente».
Titolo di questo spettacolo?
«Quarant’anni e non li dimostra, scritto da Titina e Peppino De Filippo. Il “quarant’anni e non li dimostra” è il mio personaggio, una donna che ha sempre vissuto accanto al padre dedicandosi sempre alla famiglia e agli altri. A 40 anni scopre improvvisamente di esistere come donna e quindi anche con la possibilità dell’amore…».
Il tuo primo film. Protagonista di Monella di Tinto Brass, del 1998.
«Un mio amico dell’accademia una mattina portò una foto mia con sé perché il regista cercava la protagonista ma anche il suo fidanzato. Andò da Tinto o da un suo aiuto e come a volte succede lui non fu scelto ma fui scelta io perché cercava una “Lolita”. Monella, storia scritta da Barbara Alberti e da Brass, è la trasposizione di Lolita, una ragazza giovane, spontanea, vitale, più scugnizza che provocatrice».
Lolita, il romanzo di Nabokov…
«Esattamente. L’esperienza fu bellissima, Brass è un grande regista. Ha attraversato varie fasi, quella blu, quella rossa, quella bianca, la fase politica, quella erotica…».
Ricordiamo un suo stupendo e surreale film del 1964, con Alberto Sordi, Il disco volante, sempre attuale.
«Certo. E La vacanza (1971, ndr) con la Redgrave e Franco Nero…».
Tra i molti film in cui hai partecipato, E dopo cadde la neve, di Donatella Baglivo, del 2005, sul terremoto dell’Irpinia del 1980. All’epoca avevi meno di due anni...
«Non so perché ma ho un preciso ricordo di quel terremoto. Mi ricordo che stavo mangiando le “patate di zucchero”, sai quelle americane, che mi piacciono da morire. Ricordo che mia madre mi stava imboccando e disse “andiamo”. Io piangevo sulle scale perché volevo finirle, un ricordo che, nonostante fossi piccolissima, mi è sempre rimasto. Ho un ricordo proprio della scossa e dovemmo scappare. Donatella Baglivo, che è una documentarista, ha voluto raccontare quel fatto attraverso immagini vere e ricostruzioni di fiction».
In L’amore buio, del 2010, regia di Antonio Capuano, fai la parte dell’analista di Irene, una ragazza violentata da suoi coetanei.
«Volevo lavorare con Antonio Capuano da sempre, l’ho proprio inseguito. Poi qualcuno mi disse “Antonio sta preparando un film”. In quel periodo mi trovavo a Napoli e lo incontrai a piazza del Gesù. Gli dissi “stai preparando un film? Mi avevi promesso che mi avresti chiamata e non me lo dici?”. Lui mi guardò e mi propose un ruolo quasi come fosse uno scambio di contrabbando, “teng’ na’ psicologa, a vuo’ fa’?”. Dissi sì. Il film si divideva come si divide Napoli, la parte alta e la parte bassa. Io ero la psicologa di questa ragazzina di Posillipo che praticamente è un’altra città, i quartieri sulla collina, con queste ville sul mare, mentre la Napoli del centro storico, dei Quartieri Spagnoli, è quella che pulsa, diciamo popolare, anche se vivere oggi nel centro storico di Napoli non se lo possono permettere tutti. Non so se si sente, sta uscendo il mio caffè…».
In effetti un po’ si sente, peccato non arrivi il profumo…
«Questa ragazzina viene violentata da un gruppo di minorenni, ma poi si innamora del suo aguzzino, un ragazzino di 17 anni che le scrive lettere dal carcere. Nasce una storia d’amore assurda, particolare. Credo che Capuano volesse raccontare la forza dell’amore che riesce a superare anche una cosa così drammatica. L’amore è l’atto più rivoluzionario di questa terra. Puoi pure essere Elon Musk ma quando arriva ti stende. Non te lo puoi comprare, non lo puoi inventare, non puoi decidere quando arriva e non c’è niente che possa fermare una cosa così enorme, anche quando arriva tra due adulti che magari non sono liberi e quell’amore diventa struggente e doloroso. È come arrivasse uno tsunami, mi viene da dire che l’amore non guarda in faccia nessuno. Penso che oggi avere qualcuno che ti vuole veramente bene sia l’unica forma di salvezza».
Sei credente?
«Sono credente, sì, molto credente, sono cristiana, quando posso vado in chiesa, credo in Dio e in Gesù Cristo».
Da quanto tempo vivi a Roma?
«Da 28 anni ma torno spesso a Napoli, lì ci sono i miei genitori. Sono nata a Castellammare di Stabia in clinica, ma sono cresciuta a Napoli».
Come la vedi questa stupenda città che è Napoli?
«Negli ultimi anni ha ritrovato un’energia, una centralità culturale, anche un orgoglio nuovo, un turismo che fa paura, più curiosità verso la sua identità ma, accanto alla bellezza enorme e alla creatività, ci sono ancora fragilità sociali molto forti e forse è proprio questo che continua a renderla così viva e difficile da raccontare davvero. Cambia continuamente ma resta sempre la stessa, ti seduce e ti ferisce».
Roma, invece, come la descrivi?
«È un po’ strega. Quando ci sono me ne vorrei andare e quando non ci sono mi manca da morire. Per me è stata il luogo della trasformazione. Sono arrivata qua a 18 anni. Qui sono diventata una donna, qui è nata mia figlia, a Napoli ci sono le radici, l’istinto, l’infanzia, la parte più emotiva di me. A Roma ho imparato la resistenza. Non ti regala niente subito, ti mette alla prova, ti costringe ad avere molta pazienza, ti obbliga a una disciplina enorme, ti costringe anche alla capacità di stare nella solitudine, ma allo stesso tempo ti dà una libertà enorme perché dentro Roma convivono mondi completamente diversi, politica, spiritualità, borghesia, periferie, ma non ti costringe a diventare romano, ti insegna ad affrontare la complessità e anche a stare dentro la storia».
Vuoi dirci della tua situazione sentimentale attuale?
«Ho una figlia di 23 anni, Sara, si sta laureando in storia dell’arte a Venezia, vive e studia là e per questo frequento tantissimo Venezia. È molto colta, mi insegna anche cose che non so… In questo momento ho un compagno e sono molto innamorata».
Nel docu-drama Rai del 2017, Paolo Borsellino. Adesso tocca a me, hai interpretato Agnese Borsellino, la moglie del giudice. Cosa ti ha dato questa esperienza?
«Sono entrata nella parte di una donna realmente esistita, già questo per me era una responsabilità enorme, entrare nella vita di una donna che ha attraversato il dolore con una dignità impressionante. Viveva quotidianamente la paura, l’attesa, il peso di quella situazione. Per me non era importante imitare Agnese Borsellino ma restituirle la sua umanità, soprattutto la sua forza silenziosa. Sul copione appuntai che non cercava la scena, il protagonismo. Immaginai cosa significa amare qualcuno con la costante paura di perderlo. Ho cercato di raccontare non solo il suo dolore dopo la strage ma anche la sua quotidianità, fumava tantissimo, lui le faceva gli scherzi telefonici. Camminavo per Palermo nelle strade che lei frequentava, facevo la spesa nei negozi dove andava lei…».
Il tuo primo lavoro in teatro. Protagonista di Un amore di Dino Buzzati, regia di Giulio Bosetti, del 1998.
«L’incontro con Giulio Bosetti è stato una grande scuola. Eleganza particolare, è stato uno dei grandi del nostro teatro. La scrittura di Dino Buzzati, c’è sempre dentro un’inquietudine, un mistero, un’attesa. Tra l’altro questa rappresentazione la feci subito dopo il film di Brass. Antonio Salines, che è stato un grande attore, faceva un personaggio in Monella. Disse a Bosetti: “La ragazza protagonista potrebbe essere la tua Laide”. Ricordo che a Tinto non fece piacere che Bosetti - mi portò il romanzo di Buzzati, storia di un amore completamente sbilanciato che per lui diventa ossessione, molto attuale - venisse sul set per conoscere la sua attrice. Questo non l’ho mai raccontato a nessuno».
Gli uomini di oggi appaiono un po’ fragili.
«Penso che ci si difenda molto e ci si ascolti poco. Non amo la guerra tra i sessi. Uomini e donne devono trovare un dialogo meno ideologico, meno basato sul potere. Credo che gli uomini che oggi sanno mostrarsi umani abbiano molto più fascino. Questi sono gli uomini che mi interessano. L’autenticità richiede molto più coraggio. E questo vale anche per le donne. Tutti abbiamo bisogno delle stesse cose, essere compresi, amati, rispettati e sentirci visti, porca miseria».





