Quando si ricorda bambina in una Torino imbiancata dalla neve a Natale ha quel modo incantato di raccontare come fosse una fiaba. È anche questo il modo di essere di Antonella Elia, forse quello che di lei aveva colpito anche Mike. Con la sua spontaneità una volta lo fece sobbalzare ma le voleva così bene che subito dopo la abbracciò.
Ti sei classificata seconda al Grande Fratello Vip 2026, tra i cui concorrenti c’erano Alessandra Mussolini, risultata vincitrice, e Adriana Volpe. Come valuti l’esperienza?
«Molto divertente. È stato faticoso, doloroso, ma molto divertente, un’esperienza off-limits che mi ha segnata, mi ha toccata, forse anche un po’ cambiata…».
Il rapporto più difficile con gli altri in gara?
«Il rapporto più difficile è stato con la Mussolini».
L’isola dei famosi. Concorrente nel 2004 e nel 2012. Nel 2012 hai vinto. Il pubblico sceglie con il televoto. Qual è l’elemento di un personaggio che colpisce più?
«Per quel che mi riguarda la verità e l’umanità. Parlo di me, non degli altri. Viene fuori la mia umanità ma anche la mia stravaganza, la mia libertà, il mio essere insomma».
Nel 2012 cosa è più piaciuto di te, in particolare?
«Guarda, non ne ho la più pallida idea, mi vedo attraverso gli occhi del pubblico, mi nutro di questo e poi penso di essere migliore di quella che sono. Diciamo che di me non c’è mai nulla che mi piaccia, mi vedo in un certo modo attraverso le persone e quello che loro dicono è il mio essere vera, libera, selvaggia, irruente, impulsiva, irresponsabile, queste sono le cose. Irresponsabile veramente non me l’hanno mai detto».
Hai partecipato a tanti reality. A prescindere da come ti senti, da un punto di vista emotivo, quando torni a casa serve una risocializzazione?
«Risocializzazione no perché ti fa piacere essere di nuovo in mezzo alle persone, incontrare delle persone che magari non vedevi da mesi. È molto facile reintegrarsi anche perché senti l’affetto di tutte le persone che hanno tifato per te, che ti hanno sostenuto. Però, psicologicamente, per quel che mi riguarda è sempre un trauma. Lunga o breve che sia la mia esperienza, ne esco sempre un poco frastornata, abbattuta… è sempre una cosa emotiva molto molto forte, per cui dopo è come dovessi leccarmi le ferite, non so, perché a livello emotivo e psicologico comunque si hanno perlomeno delle ferite. I rapporti umani, con gli altri, almeno per me, sono sempre rapporti di tensione, con litigi, amore e odio, tanto, tutto è molto ingigantito perché vivi in una bolla, una realtà a sé, il tuo mondo diventa quelle 15-20 persone e lì si scatenano tutti i tuoi tormenti, le tue passioni, la tua competitività. Sono sempre esperienze per me molto forti».
Sia nella vita professionale sia in quella privata, quale ritieni essere il punto di forza e quello di debolezza del tuo carattere?
«In generale il mio essere vera, non è un vanto eh, ma io non riesco a usare tattiche o maschere o a fingere di essere qualcosa che non sono. Quello che sono si vede e quindi credo sia il mio punto di forza, io non mi nascondo, non faccio nemmeno un tentativo».
Ciò può diventare anche una debolezza?
«Assolutamente, una debolezza nel senso che ti esponi e poi magari soffri e non è fragilità o forse è fragilità ma è soprattutto emotività. Sono estremamente emotiva ma penso di essere comunque forte, dura come la roccia, mi piego ma non mi spezzo. Quindi non sono fragile ma molto emotiva. Le fragili si disfano, si spezzano, si disperano. Io no, io lotto».
Nella tua carriera televisiva, sei stata a fianco di Corrado, Bongiorno, Vianello, Castagna e altri. C’è qualcuno di essi per il quale provi qualche risentimento?
«Risentimenti assolutamente no, ogni lavoro che ho fatto è stato fatto con passione, sia nel mio caso sia nel caso del conduttore che ho affiancato. Sicuramente Corrado, Raimondo e Mike sono le mie tre perle, quelli cui sono stata più legata».
Mike Bongiorno, ti scelse lui per affiancarlo in vari programmi. Celebre quella sua sfuriata alla Ruota della fortuna del 1996. Esultasti quando una concorrente rifiutò una pelliccia offerta dallo sponsor. Come ricomponeste l’incidente?
«Ma immediatamente, perché mi voleva bene. Poco dopo mi ha fatto chiamare nel suo ufficio e mi ha abbracciato».
Nel 2002 ancora accanto a Mike per il programma Qua la zampa!...
«Esatto, ricordo che c’erano dei bei cagnoni»
Hai qualche animale, un cane, un gatto?
«Adesso no, ma ho avuto due pastori tedeschi».
Quali erano secondo te i pregi e i difetti di Mike?
«Non mi permetterei mai di parlare di difetti rispetto a Mike o a Corrado. Proprio no, non esiste al mondo. A parte che Mike lo trovavo adorabile e mi trovavo benissimo con lui…».
Invece il tuo miglior pregio e il tuo peggior difetto?
«Quello di essere una persona vera e quello di essere emotiva. Ma non lo ritengo un difetto. Essere molto emotivi ti espone molto e quindi, esponendomi molto, probabilmente sono una persona a pelle nuda, sono carne viva».
E Raimondo Vianello?
«Auto-ironico, scherzava su tutto e su tutti, su sé stesso, sulla vita, sulla morte, il re dell’autoironia».
Qual è il tuo pensiero sulla spiritualità?
«La spiritualità è la base degli esseri umani. Gli esseri umani se non sono spirituali non hanno ragione di esistere».
Pensi che, dopo, ritroveremo le persone che abbiamo amato?
«Sono convinta che i miei genitori, i miei nonni e la mia seconda mamma mi stiano aspettando. Veramente penso che anche che i miei due cani mi stiano aspettando ma non vorrei essere blasfema».
Non è questione di essere blasfemi, anche la stessa Chiesa cattolica ha varie aperture rispetto a questa tematica. Personalmente ti confesso che ho buone speranze…
«Anch’io!».
E sull’amore, nel senso di amore romantico, pensi possibile quello eterno?
«No, l’amore in senso assoluto sì, resta, ma amore eterno cosa vuol dire? Parli delle coppie?».
Sì.
«L’amore e la passione dopo un po’ diventano affetto, complicità…».
Si tratta sempre di amore, tuttavia. Certo, la passione può andare in calo…
«Certo, si trasforma. Ma in genere diventa noia, fastidio e sopportazione».
Vero anche questo ma con un po’ di lontananza il rapporto potrebbe riaccendersi…
«Certo, perché l’amore comunque non finisce, si trasforma».
Hai perso la mamma quando avevi un anno, il papà, avvocato, in un incidente stradale, purtroppo. Esperienze dolorose. Come hai trovato la forza per arrivare dove sei arrivata?
«È il mio carattere, sono una persona estremamente resiliente e quindi mi risollevo e lotto. Lotto per la mia sopravvivenza, per la realizzazione dei miei sogni, per la mia creatività, io lotto…».
Com’eri da bambina?
«Ero molto vivace. Ma un ricordo di me è che ero sempre un po’ solitaria».
Figlia unica?
«Sì, figlia unica».
Sei nata a Torino. Come ricordi la Torino della tua infanzia?
«Con la neve a Natale, romantica, sempre un po’ grigia però… bella la neve che cadeva a Natale».
In quale città vivi ora?
«A Roma».
Hai fatto teatro, anche cinema. Qual è la cosa alla quale, nei tuoi progetti, terresti di più?
«Questa è una domanda difficile. A me piace recitare ma non sono mai arrivata a fare cinema e fiction. Ho fatto delle cosette. Il teatro mi piaceva molto farlo ma adesso mi piace di più la televisione per cui vorrei continuare a fare tv a meno che non capiti un miracolo e mi offrano una fiction, mi piace tantissimo recitare, magari mi offrissero una fiction, bello, entri in un altro personaggio, magari drammatico, è liberatorio, è catartico».
Tuttavia, lo spettacolo di teatro cui hai partecipato che ti ha dato maggior gratificazione?
«A Chorus Line, il musical di Saverio Marconi».
Perché?
«Perché mi piaceva tanto cantare, ballare, recitare ed era un musical bellissimo degli anni Ottanta, era venuta la coreografa americana a insegnarcelo, un mese e mezzo di prove a Tolentino, nella compagnia erano simpaticissimi, tutti ballerini, abbiamo fatto grande amicizia, esperienza bellissima».
La cosa che più ti annoia di una persona?
«La monotonia, le persone banali, scontate, che so già quello che diranno e quello che faranno».
Una persona imprevedibile dunque?
«La adoro».
Un libro che hai letto che ti ha particolarmente colpito…
«Nel corso della mia vita ho letto libri meravigliosi. Da piccola avevo iniziato Guerra e pace, Anna Karenina. La maturità l’ho fatta con Moravia, lo adoravo, La noia. Ho letto valanghe di libri e leggo anche adesso perché leggere è come fare un viaggio dell’anima. Un libro che mi ha molto toccato è Una vita come tante, di Hanya Yanagihara».
Romanzo imponente di oltre 1.000 pagine edito da Sellerio. Mi parlavi della tua maturità. Classica o scientifica?
«Classica. Veramente avrei voluto fare il liceo artistico perché sin da piccola sognavo di dipingere. Latino e greco li studiai a forza, una palla colossale, mi piacevano italiano, filosofia…».
Oggi dipingi?
«Certo, ma una pittrice brava non s’inventa a meno che tu non sia un talento come Caravaggio».
Soggetti?
«Donne e natura, a olio o acrilico. Solo gelosissima dei miei quadri, è come ci fosse un pezzo di anima mia attaccato, è l’unica cosa di cui vado terribilmente fiera, non li venderei mai».
La canzone pop che più ti piace?
«Sei nell’anima, della Nannini».
Capelli corvini, occhi scuri con nuance di verde, bella voce con cui è diventata nota al pubblico televisivo a Domenica in nei primi anni Duemila. Luisa Corna ha condotto numerose trasmissioni tv, duettato a Sanremo 2002 con Fausto Leali, inciso oltre dieci tra album e singoli, fatto esperienze teatrali e di cinema. È stata protagonista di spot pubblicitari per collant, dentifrici e automobili. Nel novembre 2025 è uscito il suo album cantato dal vivo, Incanto (Azzurra music) con la Merano pop simphony orchestra, interpretando brani cantati da Mina e Battisti («ad esempio Io e te da soli, Se telefonando, Vorrei che fosse amore, di Mina, E penso a te, Il tempo di morire di Battisti e poi canzoni di Natale e altre mie…»). Tuttavia ama anche scrivere per i bambini. Dopo la fiaba Tofu e la magia dell’arcobaleno (2019), sul tema del bullismo, ha ripreso il suo personaggio in Tofu e l’isola di plastica (ed. A.car).
Bella la tua favola. Provenienti da un piccolo e lontano pianeta, Tofu e la sorella Seitan, viaggiando su un arcobaleno, trovano sul pianeta Terra un mare che porta a riva cumuli di bottiglie di plastica.
«Da otto anni vivo al mare, quattro anni in Puglia e altri quattro a Livorno. Mi piace godermelo nei periodi in cui c’è meno confusione. Mi sono resa conto di quanta immondizia restituisca alle coste. Con altre persone organizziamo spesso una piccola raccolta differenziata. Guardando il mare mi è venuta l’idea di questa fiaba. Tofu, arrivato sulla Terra con la sorella, finisce in una lunga distesa di immondizia. Poi fanno vari incontri con il mondo sottomarino e degli umani e finiscono per riunirsi per ripulire il mare. Il senso è quello dell’unione, solo insieme si possono fare le cose. Non c’è un giudizio, ma questa favola vuole insegnare ai bambini ad amare e a rispettare l’ambiente con l’esempio».
Nel libro lo ricordi con un’immagine: per degradarsi, a una bottiglia di plastica servono 450 anni, a una di vetro 1.000, a una lattina 200. Esistono i cestini, i cassonetti. Perché, secondo te, questa inciviltà?
«A volte è anche una questione di superficialità. Poi può succedere anche che, se i cassonetti sono pieni di immondizia, il vento la può trasportare in giro. Forse c’è una scarsa educazione al rispetto dell’ambiente, non tutti hanno la sensibilità di capire che una bottiglia ci metta 450 anni a degradarsi, ma credo che tanti passi in avanti siano stati fatti. Quando ero piccola, la raccolta differenziata non si faceva, oggi la facciamo e la insegniamo anche ai ragazzi. Bisogna andare avanti un po’ per gradi».
Interessante è il fatto che nel libro si può inquadrare un Qr-code e ascoltare le tue canzoni per i bambini, Le principesse del mare, Il cha cha cha dei pesciolini, Il mare canta il rock…
«Venendo dallo spettacolo, dalla musica, dal teatro, mi veniva più facile, come ho fatto nel primo libro, immaginare il racconto con la musica. Ho coinvolto il mio amico maestro Antonino Scala, autore delle musiche, e le illustrazioni sono di Fiora Giovino. All’interno ci sono anche gli spartiti musicali, magari per i bambini che a scuola prendono lezioni, ci sono i pezzi e anche solo le basi per chi vuole cantarli. Ho notato che oggi i bambini cantano le canzoni degli adulti e invece ogni cosa ha il suo tempo».
Infatti ti ricordiamo anche allo Zecchino d’oro 2005. Metti che la società umana potesse toccare con mano l’esempio edificante di un popolo di un altro pianeta…
«A volte ci sono grandi forme di egoismo nel senso che è difficile avere quell’empatia, mettersi nei panni degli altri, molto spesso è più facile giudicare, lo vediamo sui social. Però gli esseri umani riescono anche a sorprenderci, tirar fuori lati positivi. C’è sempre questo doppio aspetto. Se esistesse una società più evoluta a livello empatico sarebbe una bella cosa, forse qualcuno seguirebbe questo esempio e qualcuno no. Ad esempio, ci sono persone che trattano gli animali come figli e altre che fanno cose orribili».
A proposito, hai degli animali?
«Qui personalmente a casa mia no. A casa di mia mamma, invece, ne abbiamo tanti, ho lasciato lì un coniglio, un gatto, perché mi sposto spesso ed è un po’ difficile, abbiamo tipo tre conigli e 12 gatti. Siccome vado e torno, ho preferito così. Stanno benissimo, hanno un bel giardino. Quando arrivo c’è questo gatto, Johnny, che mi corre incontro e io lo abbraccio e gli dico “ma quanto ti voglio bene”».
La tua posizione nei confronti della spiritualità?
«Sono credente. Lo sono sempre stata per educazione. Ho avuto anni in cui mettevo le cose un po’ in discussione. Quando prego sto bene, mi fa stare bene, vado a messa e quando è morto mio padre mi sono resa conto - e mia mamma è super credente - di quanta forza possano dare religione e spiritualità».
Sei nata a Palazzolo sull’Oglio, provincia di Brescia. I tuoi che professione hanno svolto?
«Mio padre aveva un’azienda di cavi, corde, edilizia per le imbarcazioni».
Da ragazzina, Palazzolo ti stava stretta?
«Mi stava stretta nel senso che avevo i miei sogni, sapevo benissimo cosa volevo fare e lì non c’erano tutte queste opportunità e quindi sono andata via molto presto. Già a 17 anni vivevo a Milano da sola per studiare canto e teatro. Più avanti, però, ho sentito sempre più il desiderio di tornare spesso, andavo e tornavo, e anche adesso è così, le mie radici sono lì, la mia casa è lì».
Hai fratelli o sorelle?
«Ho una sorella, Sara, anche lei è una cantante, fa concerti, insegna anche canto in accademia a Brescia».
Nel tuo album Acqua futura, del 2005, canti una canzone, Santa vita. «La vita è santa» è un verso. «E dai falle del male così come sai» è un altro.
«Si riferisce a quel momento esatto in cui in una coppia si percepiscono tensioni, come un momento di paura, quel senso di possesso che una persona avverte, qualcosa non funziona. Il concetto è quello di andarsene quando una persona ti vuole diverso da quello che sei».
Anche un uomo, in una coppia, può subire ciò…
«Certo, comunque nella canzone non parlo di atti violenti ma di quella fase subdola in cui una persona vuol cambiarti a tutti i costi. Questo può succedere in entrambi i casi, anche una donna talvolta può voler schiacciare un uomo, avere la totale supremazia. La cosa più bella in un rapporto è essere liberi e bilanciati, tutti ambiamo a questo, liberi di essere noi stessi. Può succedere spesso che una persona si cambia perché all’altro piaci in quel modo…».
Roberta Bruzzone docet. Dal 2005 al 2010 alla conduzione di una parte di Domenica in…
«Avevo il mio spazio musicale, lo conducevo io, poi c’erano Pippo Baudo, Giletti e Maria Venier».
Prima, tuttavia, avevi esordito con Fabrizio Frizzi.
«Con lui feci la mia prima apparizione televisiva nel 1999. Fabrizio si ricordava sempre del mio compleanno. Fra l’altro ogni tanto ci confrontiamo con Emanuela Aureli, attrice comica, e anche lei dice che Fabrizio si ricordava sempre di noi il giorno del nostro compleanno. Quando inizia con lui mi mise a mio completo agio e non è una cosa da tutti».
Come l’hai immaginato dopo che ne s’è andato?
«Solo cose belle. Si metteva sempre nei panni degli altri. Quando se n’è andato, ho saputo che ha donato anche il midollo, faceva le cose con il cuore, posso solo immaginare che sia in un posto assieme a delle persone come lui».
Giorgio Albertazzi ti ha voluto nella pièce teatrale Mami, pappi e sirene in Magna Grecia…
«Mi contattò lui e feci i canti delle sirene. C’erano questi musicisti che utilizzavano strumenti antichi e dovetti inventare, Giorgio mi diede il testo e inventai la parte melodica. Facemmo lo spettacolo per 15-20 giorni al teatro antico di Pompei, venne registrato dalla Rai e interpretai anche il ruolo della maga Circe. Esperienza recitativa importante».
Per un uomo, una donna può essere vista come una sirena? Ulisse si tappò le orecchie con la cera e si fece legare…
«Tutti noi abbiamo le nostre carte da giocarci no? Tra uomini e donne».
In Nirvana, film visionario di Gabriele Salvatores del 1997, ottima colonna sonora, facesti la parte della Dea Kalì.
«Era un piccolo cameo. All’epoca studiavo recitazione e lui venne in questa scuola a cercare attori con fisionomia indiana. Essendo scura di capelli - scurirono ancora di più - mi scelse come dea Kalì, era un film molto elaborato al computer. Ero anche sulla locandina».
Christopher Lambert ne era il protagonista...
«Quando ho fatto la mia sessione lui non c’era, sul set non lo vidi, ebbi l’occasione di conoscerlo più avanti».
Sei sempre attenta al mondo dei bambini.
«Mi fanno tenerezza, sono il nostro futuro».
Hai figli?
«No, ma mio marito ne ha due, li ho conosciuti già da bambini»
Il 9 settembre 2023 ti sei maritata con l’ufficiale dei carabinieri Stefano Giovino. Come vi siete incontrati?
«Ci siamo conosciuti a Palazzolo…».
Ah, nel tuo paese di nascita…
«Sì, ci siamo conosciuti in una giornata che festeggiava i 100 anni della Croce rossa di Brescia, io sono una donatrice di sangue della Croce rossa e anche lui lo è… Ci siamo incontrati e piaciuti e da lì è iniziata la nostra relazione».
Vivete a Livorno…
«Ogni quattro anni ci spostiamo, per il suo lavoro. Prima in Puglia, anche in Sardegna, e adesso a Livorno. Il prossimo anno sarà spostato. Lo seguo perché, con il mio lavoro, riesco. E vivo in caserma, si sta bene, abbiamo una nostra casa nella caserma».
Da cosa nasce la gelosia di una donna per il suo uomo?
«Dall’insicurezza, dal fatto di non sentirsi sicura».
Cesare Rascel: «Canto mio padre per tenerlo “in vita”. Per Chaplin era il suo unico erede»
Cesare Rascel, classe 1973, manager e artista, è l’unico figlio di Renato Rascel (1912-1991), straordinario attore di teatro e di cinema e protagonista in Rai di tante performance, ma anche autore e interprete di canzoni. Ne scrisse 480.
Una per tutte è la celeberrima Arrivederci Roma. Vive a Roma, è laureato in ingegneria del suono a Boston, ha vissuto dieci anni negli Stati Uniti dove torna una settimana al mese per star vicino ai suoi due amati figli.
Sei un creativo dello spettacolo. Ci racconti di te?
«Sono stato autore per Endemol e Rai e adesso produco i miei eventi. Per sei anni sono stato direttore artistico del festival della musica italiana di New York, Rai 2, e ora lo sono del Bond Street Award di Londra, che premia le eccellenze italiane nel mondo, dalla letteratura alla scienza…».
Hai portato la danza in tv in maniera originale…
«Sono cinque anni che produco questo programma tv sulla danza, una competizione tra ballerini senza gossip o litigi, nato nel periodo del Covid durante il quale la categoria dei danzatori è stata la più penalizzata in assoluto. Poi i corpi di ballo sono stati molto tagliati, anche dai programmi tv. Siamo al quinto anno del Mad tv dance context, che sta dando ottimi risultati, prossimamente ancora in televisione».
Delle famose canzoni di tuo padre vuoi ricordarne una in particolare?
«Te presento Roma mia, l’unica che non riesco a eseguire perché quando la canto mi commuovo sempre, un bellissimo brano un po’ meno conosciuto degli altri che parla di Roma ma anche di papà, del suo amore per la città».
Quindi interpreti le sue canzoni?
«Esatto, le canto in giro per il mondo, faccio dei concerti dal titolo Rascel canta Rascel, cerco di tenere alta la memoria di papà attraverso le sue canzoni».
Come lo ricordi?
«Era molto divertente e scherzoso anche a casa, diciamo che non ci si annoiava mai, aveva questa verve che ho ereditato anch’io, abbiamo sempre vissuto una vita divertente, leggera. Mia madre (Giuditta Saltarini, ndr) era severa con me nel lavoro scolastico, nel quale non ho mai eccelso (sorride, ndr), lui la prendeva più a ridere. Invece sul suo lavoro era incredibilmente preciso».
Renato Rascel è nato a Torino, ma per caso. Il padre, Cesare, da cui hai preso il nome, si trovava lì in tournée con la moglie, Paola Massa, ballerina classica…
«Il cruccio di mio nonno era che non fosse nato a Roma ma, essendosi rotte le acque a Torino… A Roma mio padre è cresciuto a Borgo Pio nel quartiere che poi fu abbattuto per fare via della Conciliazione. Lui, frequentando San Pietro, divenne corista delle voci bianche di Lorenzo Perosi, il suo primo approccio al mondo dello spettacolo. Nel 2012, anniversario della nascita, Torino, che amava, lo celebrò come neanche Roma fece».
Era cattolico?
«Era cattolico ma probabilmente non praticante come si dovrebbe, credente e vicino alla Chiesa per la quale fece anche molta beneficienza».
Tu sei credente?
«No, pur essendo cattolico e avendo ricevuto i sacramenti, ma mantengo un grande rispetto per chi è credente, credo tantissimo nella libertà individuale».
Circa nel 1932 entrò in compagnie teatrali di avanspettacolo e poi cambiò il suo cognome anagrafico, Ranucci, in Rascel. È vero che a ispirarlo fu una marca di cipria?
«All’inizio, quando non era ancora affermato, ebbe svariati nomi d’arte. A un certo punto, camminando per Parigi, vide una grande confezione di cipria a forma di cuore, “Raschel”, pronuncia francese rascel, che gli piacque molto, scegliendolo come nome d’arte. In Italia lo chiamavano Raschel ma volle italianizzare la pronuncia quindi divenne Rascel».
Celebri le sue battute surreali, le sue invenzioni linguistiche…
«È l’inventore del non sense, tipo “c’erano due amici che non si conoscevano da tanto tempo”, “e raggiunse la meta agognata. La gognata…” e proseguiva la frase. Questo non sense non era capito dal pubblico. Pensò di abbandonare perché non otteneva la risata. Al tempo la gente si portava a teatro le uova, la verdura andata a male: ti arrivava la gattata, in casi estremi un gatto morto in faccia. Poi a Bologna fece una serata per gli universitari e quei non sense attecchirono, un pubblico giovane più al passo con i tempi e anche più educato, perché aveva studiato. Ebbe grande successo e andò avanti aggiustando un po’ il tiro ma continuando con quello stile che lo consacrò un grande innovatore e grande comico».
Ieri ho rivisto un programma Rai del 1964 condotto da Johnny Dorelli, Quiz, con lui ospite. Le battute gli venivano spontanee, si capisce che non erano preparate e il pubblico rideva di cuore, non risate artificiali. Battute ancora incredibilmente fresche. Di attori con queste capacità ce ne sono stati pochissimi.
«C’era una indubbia genialità, ma anche il coraggio di dire cose, come quando cantò È arrivata la bufera davanti a degli ufficiali tedeschi in teatro nonostante l’impresario glielo avesse sconsigliato, un misto di incoscienza e coraggio. Poi mio padre, come me, aveva problemi di memoria e così, spesso, s’inventava le battute al momento. Quelle che facevano ridere il pubblico venivano mantenute. Anche Walter Chiari e De Sica avevano questa capacità, sentivano il pubblico».
Durante il Ventennio compose alcune canzoni satiriche che non sfuggirono alla censura…
«Sulla questione della censura non ti so dire molto perché di persona non ne parlammo mai. Potrebbe essere per questa ragione che per un certo periodo visse in Francia e divenne amico di Édith Piaf, con cui fece anche degli spettacoli».
È vero che durante l’occupazione di Roma dei tedeschi trovò protezione in Vaticano?
«Sì, è vero, come è vero che durante i rastrellamenti di Roma nascose due famiglie ebree per proteggerle. Nei primi anni Ottanta fummo dichiarati ebrei onorari alla sinagoga del lungotevere vicino al Palazzo di giustizia».
Nota l’autoironia sul palcoscenico per via della sua statura, 1 e 61. Il piccolo corazziere resta fenomenale.
«Ho una bellissima foto di quando il corpo dei Corazzieri diede a mio padre un premio a forma di elmetto, che ho qui davanti a me. C’erano questi due corazzieri enormi e papà gli arrivava a malapena al petto. Grande affetto e rispetto reciproco. Era tutta intelligenza. Rese un vantaggio quello che poteva essere considerato un difetto».
Anche nella trasmissione con Dorelli ironia sul divario di altezza con le soubrette. «Mi mettete sempre vicino soubrette molto alte»…
«Era lui che le voleva alte per accentuare il contrasto. Riusciva a far immedesimare il pubblico, perché gli italiani di allora generalmente non erano alti. In Enrico ’61 (commedia musicale di Garinei e Giovannini di cui Rascel fu protagonista, ndr), che rappresentò davanti ai reali inglesi, quando balla con Gloria Paul alza braccia e le spalle per accentuare la differenza di statura con lei, molto alta. A mia mamma, alta 1 e 73 ma che con i tacchi arrivava a 1 e 80, glieli faceva sempre mettere sul palcoscenico quando recitava accanto a lui. Il suo primo abito di scena, il famoso cappottone con il taschino sulla schiena era di quattro-cinque taglie più grandi per farlo sembrare ancora più piccino».
A proposito di cappotto, rivelò le sue doti di attore drammatico nel film di Alberto Lattuada, Il cappotto appunto, tratto dall’omonimo racconto di Nikolaj Gogol’.
«Il cappotto fu per lui un turning point, un cambio di passo, perché a un certo punto cominciò a star stretto nel ruolo di “Renatino”, comico molto popolare ed esplorò ruoli anche poliedrici. Comunque in questo film la scena in cui si scalda le mani con il fiato che esce dalle narici del cavallo fu assolutamente estemporanea, improvvisata».
Il Times lo paragonò a Charlie Chaplin.
«Quando Luci della ribalta (film del 1952, lo stesso anno di Il cappotto, ndr) arrivò a Roma, i cinema non erano molto propensi a proiettarlo. Mio padre fermò il suo spettacolo in teatro per dare spazio alla proiezione. Chaplin, che odiava gli attori, in un’intervista a un settimanale italiano disse di ritenerlo l’unico attore in grado di portare avanti la sua legacy, la sua eredità».
Arrivederci Roma, la sua canzone più celebre, conosciuta in tutto il mondo, lo chiamarono dal Giappone a Honolulu per interpretarla…
«È una delle tre canzoni più famose al mondo, insieme a O sole mio e Volare. Deana Martin, la figlia di Dean Martin, mi disse che quando stava un po’ calando l’energia del pubblico, lui la cantava e la serata si riaccendeva. La canto anch’io. L’hanno cantata Tony Bennet, Ray Charles…»
Ne scrisse testo e musica?
«Sì, fece testo e musica, per quanto ci fosse stata anche una rifinitura di Garinei e Giovannini, grandi produttori che contribuirono a renderla celebre. Per Enrico 61’ si avvalse della collaborazione di Ennio Morricone. Strimpellava la chitarra, ci ha tenuto molto che studiassi musica».
Tuo padre può anche essere definito un cantautore?
«Assolutamente sì. Ha scritto 480 canzoni. Frank Sinatra e altri non hanno mai scritto una canzone ma le attribuisci a loro. Ad esempio Roma nun fa’ la stupida stasera e Domenica è sempre domenica le lanciò papà, gli erano affidate per interpretarle».
Zeffirelli, nel Gesù di Nazareth, lo volle nella parte del cieco miracolato.
«Franco e papà erano molto amici. Io e i miei genitori abbiamo trascorso molti Natali a casa sua. Conosceva le sue capacità di attore drammatico e gli disse: “Per questo ruolo saresti perfetto”».
Ti è capitato di sognare tuo padre?
«Sì, mi è capitato, magari mentre mi accompagnava a scuola, ma non ricordo i dettagli. Mi è capitato anche di aver sognato la soluzione a tutti i problemi ma al risveglio non mi ricordavo più quale fosse».





