Pierangelo Sequeri: «La Chiesa promuova l’educazione musicale. Dietro molte canzoni una regia ideologica»
Per avventurarsi a fondo nel pensiero di Pierangelo Sequeri, nato a Milano il 26 dicembre 1944, figlio di un concertista di violino e di una pianista, finissimo teologo italiano di fama internazionale, sarebbe necessario avere l’ardimento e la curiosità di leggere i 13 volumi finora pubblicati, da Vita e Pensiero, delle sue opere, una vasta operazione editoriale in itinere. Le sue riflessioni teologiche si concatenano con il tema della musica.
Egli è anche musicologo e critico musicale. E giacché il grande tema è trovare sintesi tra popolare ed elitario e comprendere cosa l’esperienza di ascolto dia all’esistenza, in particolare dei giovani, dagli anni Settanta ha composto canzoni. Canzoni liturgiche, certo, proposte nelle messe. Canzoni incise in dischi, album e singoli (editi da Eco, Pro Civitate Christiana e Rusty Records, ne contiamo 12), entrati nella hit parade italiana e internazionale delle liriche del culto cristiano-cattolico. Oltre a quella sacra, il teologo milanese è attento anche ai testi della musica profana. Ripudia testi che considera mediocri e finanche manipolatori, considerandoli distanti da ciò che è autentica ricerca del senso di esistenza e divino. Così, senza stabilire fossati, l’anelito di spiritualità si può cogliere sia in una ballata del laico Fabrizio De André sia in Miracolo di fiori, da lui composta nel 1977. Poiché, per principio, l’esperienza di espressione musicale non può escludere bambini e ragazzi con problemi psichici, egli si è prodigato anche nella pratica della «musicoterapia pediatrica».
Monsignor Sequeri, sappiamo che, in generale, i giovani sono più attratti dalla musica leggera o pop. Essi possono cercare pura evasione disincantata, talora anche distruttiva e nichilista, o qualcos’altro. Ricordiamo la recente uscita del 12° volume delle sue opere, titolato Modulazioni della risonanza e dedicato alla musica. Essa può avere una qualità pedagogica ma si nota, lei osserva, «un’imbarazzante mediocrità delle retoriche e delle pratiche». Ci spieghi…
«La musica si canta, si suona, si danza, si compone in molti modi. Può essere carica di allusioni alle profondità dell’emozione e della riflessione, fino a evocare le forme del pensiero. Ma può essere anche costruita per comunicare leggerezza, spensieratezza, allegria condivisa. Non è qui il problema. Oltretutto ci sono canzoni di grande intensità e riflessione - mi viene in mente La buona novella di De André - e brani di musica che si vorrebbe “impegnata” ma banali imitazioni del repertorio “classico”, e qui non cito niente. I ragazzi sono molto disponibili, in realtà, anche a musiche di interesse non solo evasivo. La vera questione è la manipolazione del gusto. La regìa commerciale - e ideologica - della musica di consumo, seleziona gli ascolti, satura gli ambienti, condiziona il gusto con obiettivi di massificazione. Nel curricolo scolastico, nonostante il fatto che se ne parli da decenni, e tutti i responsabili si riempiano la bocca con l’importanza dell’educazione musicale, si continua a non fare praticamente nulla per offrire conoscenza e padronanza dell’intero orizzonte espressivo della musica. Questo è lo scandalo, non i ragazzi. E anche la Chiesa potrebbe fare di più».
Nel 1977 lei ha scritto Tu sei la mia vita (Symbolum ’77), molto bella. Questa canzone è diventata popolarissima nelle messe. «Tu sei la mia vita, altro io non ho / Tu sei la mia strada, la mia verità…». Come è nata?
«La musica è una sintesi “breve” del “Credo”. Nacque in occasione della decisione dell’arcivescovo di Milano di ripristinare la pratica catecumenale della Traditio Symboli, adattandola ad una proposta quaresimale per i giovani della diocesi. L’antica pratica consisteva nella “consegna” (traditio) del Credo (Symbolum fidei) ai catecumeni, perché lo meditassero e lo imparassero a memoria, in attesa di “restituirlo” (la redditio), recitandolo a memoria alla vigilia della Pasqua, mostrando di averlo assimilato. Di fatto, questo corale ha suscitato affezione dovunque ed è cantato in moltissime lingue, non solo europee».
Impossibile resistere a rivolgerle qualche domanda di carattere teologico. Nel 1992, con Vita e Pensiero ha pubblicato un libro dal titolo Il timore di Dio. Abbiamo l’idea di un Dio dispensatore di punizioni oppure di grazie. Lei sottolinea: «Dio, fin dalla creazione del mondo, e dopo ogni colpa, è passione inestinguibile e tenera cura». Ciò significa che non dobbiamo averne timore?
«Qui c’è da sciogliere un equivoco. Il titolo era fatto apposta per attirare l’attenzione su un luogo comune - Dio deve “fare paura” - per poi indicare pagine della Bibbia che danno un altro senso alla sua rivelazione. La realtà è che l’espressione “timore di Dio”, nella Bibbia, è un’espressione tecnica, di tenore sapienziale. Il suo significato è un atteggiamento in cui si intrecciano rispetto e fiducia: coltivare il timore di Dio è il modo giusto per ricevere da Lui una sapienza della vita che ci tiene lontano dai pericoli e ci indirizza alla pratica della giustizia e del bene. Per esempio: “Chi è l’uomo che teme in Signore? Dio gli insegnerà la via che deve scegliere” (Salmo 25, versetto 12); “C’è una grande sicurezza nel timore del Signore, egli sarà un rifugio per i figli di chi lo teme” (Proverbi, 14, 26-27). Il mio libro segue questa ispirazione, dove appare precisamente che il timore di Dio - che si potrebbe anche tradurre come fede - libera dall’ossessione di sbagliare, ridimensionando fortemente l’idea, molto diffusa nel catechismo tra Ottocento Novecento, di incentrare la fede sul terrore dello sguardo e della punizione divina».
Genericamente l’uomo ha la capacità di discernere, nelle azioni che compie, quali sono mosse dal bene e quali dal male, con varie sfumature. Quando facciamo del bene l’anima sta bene, e quando facciamo dal male il contrario. Se Dio lo definiamo onnipotente perché esiste il male?
«La sua domanda riguarda una questione che non si finirà mai di sollevare. Ma secondo il mio parere è anche diventato uno stereotipo che nasconde i pensieri più veri che dovremmo esplorare. Insomma, la mia idea è che questo tema, che riduce la cosa all’alternativa - “Se c’è Dio non ci dovrebbe essere il male, se c’è il male vuol dire che non c’è Dio” - gioca anche con carte truccate. Eccole. La prima è questa: vuoi prendere questo argomento per negare Dio? Va bene. Ma dopo, il Male resta, anche senza Dio. E non hai più nessuno con cui sfogarti e a cui chiedere come mai. Come fa Giobbe nella Bibbia. Che verrà lodato da Dio, perché non rinuncia a resistere al male e a fare la domanda a Dio stesso, e non ai sapienti che pretendono di sapere tutto».
La seconda?
«La seconda carta truccata è questa. La domanda ti mette sul piedistallo di un tribunale della storia in cui tu sei giudicato innocente e Dio imputato. Complimenti. Però, rifletti. Dio non lo vedi fare queste cose, che ti sembrano - comprensibilmente - ingiuste. Tu e i tuoi simili, invece, siete senza scuse. Li vediamo fare il male, anche quando potrebbero evitarlo. E ci mettono una cattiveria che gli animali non hanno. Ecco lo scandalo vero: questi esseri minuscoli che, da quando sono arrivati, introducono nel mondo la cattiveria gratuita, l’odio insensato, la distruzione della guerra che uccide i figli di entrambi. La mia fede dice che Dio non lascerà impunito nulla, risarcirà tutte le ingiustizie e asciugherà le lacrime. Certo, Dio potrebbe annientare questa umanità molesta e assassina: noi lo faremmo, abbiamo anche le armi per farlo. Ma il genere umano è pieno di creature tenere e meravigliose, capaci di amare anche oltre i loro affetti più cari. E disposte a sacrificarsi per ridurre e non aumentare le ferite degli umani, anche quelle gravi. Dio stravede per questi. Ha incaricato il Figlio di inseguirli fino alla morte e fino all’inferno, per portarli fuori. Mi commuove questa soluzione, e rinuncio alla mia presunzione di giudicare Dio per cose che non so e non capisco. Dio ha in serbo una promessa di resurrezione. Mi prendo l’handicap del mio fratellino sulle spalle, sono felice quando lo vedo sorridere. E vivo molto meglio anch’io».
Nel 2° volume della sua opera omnia, L’assoluto affettivo, osserva: «Il fondamento del giusto senso dell’esistere non è semplicemente l’essere-bene ma il voler-bene. […] Quello che il cristianesimo chiama “Dio” coincide ontologicamente con questo principio. […] Questo indebolimento ontologico dell’affezione ci rende ora impreparati a decifrare e a contenere le potenze selvagge dell’amore ridotto alla pulsione e dell’essere-bene ridotto al godimento». La vita concreta, matrimoniale, amicale, lavorativa presenta varie difficoltà…
«Il principio dell’affezione radicale di Dio, che ha ispirato alla sua libertà d’amore la creazione vulnerabile del mondo e la destinazione compiuta della vita, riguarda creature imperfette, vulnerabili, non divine. È per questo che possiamo sperare, quando anche noi ci presenteremo con i nostri quattro stracci e le nostre ferite alle soglie dell’intimità di Dio».
Ha scritto un saggio su Wolfgang Amadeus Mozart, Eccetto Mozart. Secondo Kierkegaard - si legge - «la musica di Mozart rappresenta la perfetta lievità dello spirito, intanto che esprime l’assoluta genialità dell’erotico».
«Il Signore ha insegnato che può capitare anche ad un ladrone crocifisso di aggiungere una misura di umanità impensabile e assoluta in un contesto di odio e di persecuzione. La rapina rimane una pratica detestabile: ma non riesce a cancellare un gesto d’amore pieno di tenerezza. E non si può prevedere quello di cui un atto d’amore è capace, tra una creatura molto imperfetta e un Dio che vede nel profondo».
Per il pubblico generico ascoltare e giudicare le canzoni appare facile. Tuttavia, dopo la folgorazione dell’idea, per scriverne testi di valore e musicarli serve talento. Il talento di Mariella Nava è perentorio e gli ha valso prestigiosi riconoscimenti. Autrice di testi raffinati e profondi e di musica. Voce moderna e armoniosa, la sua.
Tuttavia i suoi brani hanno catturato anche voci di veterani del pop, da Gianni Morandi a Renato Zero. È una cantautrice completa, un caso unico nel panorama italiano. «Tentazioni e avemarie / e un cielo che si spegne». È un verso della sua Così è la vita, terza a Sanremo 1999, premio per la miglior musica. Il suo auspicio è esserci, all’Ariston, nel 2027.
Mariella, c’è un ricordo che ti piace evocare della tua infanzia a Taranto, città dove sei nata?
«Il lungomare, soprattutto nel momento del tramonto. Ci passavo ore e ore. E poi, siccome ero vicina all’Arsenale nautico, c’era la sirena che scandiva l’inizio del giorno e si risentiva verso le quattro e mezza del pomeriggio».
Tuo padre lavorava in Aeronautica…
«Era motorista. Riparava gli aerei con le sue mani. Era sottufficiale. Aveva un orecchio molto allenato per sentire se un motore girasse bene».
La mamma?
«Insegnante nella scuola elementare».
Diploma al liceo scientifico e poi Conservatorio…
«Sì, maturità scientifica. Il conservatorio durava dieci anni e dopo il quinto, per il corso di composizione, dovevo necessariamente spostarmi. Per il pianoforte presi il diploma al quinto anno».
L’origine del tuo desiderio di comporre e musicare canzoni?
«Per il fatto di amare molto la poesia, poeti non solo italiani e anche stranieri, mi piacevano Montale e Ungaretti, molto ermetici, con le loro immagini e metafore, anche Brassens… Iniziai senza dirlo a nessuno, fino a quando anche i miei amici se ne sono accorti. Univo i testi alla musica, per plasmarli… Così sono nate le mie prime canzoni. I primi miei fan sono stati i miei compagni di scuola, non dicevo che i brani erano miei. Poi confessai… e loro mi esortarono a continuare».
Decidesti di trasferirti a Roma…
«Ho proseguito i miei studi musicali e sono venuta a Roma, studiando con un maestro dell’Accademia di Santa Cecilia, Nazario Carlo Bellandi (1919-2010, ndr). Avevo scritto una canzone che poi mandai al buon Gianni Morandi…».
Questi figli. «Oh, mamma mia ’sti figli / Gesù fammi dormire / Guai a te se me li togli».
«Ho capito che era il pensiero di mia madre. Ero rientrata un po’ troppo tardi e capii che l’avevo messa in ansia. Parole che ho origliato. Diceva a mio padre “questi figli, come sono, il nostro stare in pena”. Ero adolescente, scrissi questa canzone ma la lasciai lì. A circa 24-25 anni lessi che Morandi stava preparando un disco, Uno su mille, assemblando del materiale, rilasciò un’intervista, “vorrei che qualche giovane autore mi mandasse qualche canzone, vorrei linfa nuova”».
E allora cosa facesti?
«Sono andata a cercare nelle Pagine Gialle (sorride, ndr) “Rca Roma”. Presi l’indirizzo e scrissi una lettera, senza troppa speranza, all’attenzione della Rca e di Gianni Morandi. Mandai la cassettina registrata di questo brano con una lettera, “se dovesse piacere, questo è il mio numero”, quello di casa. Un pomeriggio squillò il telefono. Rispose mia madre che mi disse “non ho capito chi è, vai a rispondere”. “Pronto, sono Gianni Morandi” (ne evoca il tono di voce, ndr)».
Era proprio lui…
«Era lui. Mi chiedeva come mai avevo scritto questa canzone e quanti anni avessi. “Sei giovane, come mai hai questi pensieri di una donna adulta?”. Risposi “li ho rubati a mia mamma e li ho messi in una canzone”. “Devi essere molto sensibile, devi venire a Roma, ti voglio far conoscere i miei discografici. Sabato accendi la televisione che sono a Fantastico da Pippo Baudo. Parlerò di te, di questa canzone e la canterò con mio figlio Marco”, che suonava il violino. Infatti ho la registrazione di quella puntata e durante i miei concerti ne parlo e la mostro. Poi andai a Roma ed ebbi il mio primo contratto discografico, e poi il primo Sanremo…».
Sei sposata dal 2003 con Massimo Germani, matrimonio trasmesso a La vita in diretta… Professione?
«Tenente colonnello dell’Aeronautica».
Vi siete sposati in chiesa?
«Sì, nella chiesetta del convento dei Frati Cappuccini ad Albano Laziale».
Avete figli?
«Non ne abbiamo, ma non è stata una scelta, non sono venuti, non abbiamo forzato niente e atteso che il Cielo decidesse per noi».
Da Questi figli sono passati 40 anni. Osservi cambiamenti nel rapporto genitori-figli?
«Una volta i metodi per comunicare erano meno ma si faceva di più. Non so se oggi i ragazzi, quando sono fuori, hanno davvero la possibilità di essere seguiti dai genitori. Comunque è importante che i genitori abbiano fatto un lavoro preventivo ed educativo per dare ai ragazzi giusti riferimenti per non sbagliare».
Nel 1987, nel tuo primo 33 giri Per paura o per amore, targa Tenco, un tuo brano, 28 gennaio, dedicato a Christa McAuliffe, la maestrina statunitense, sposata con due figli, morta a 37 anni nell’esplosione dello Shuttle, 73 secondi dopo il lancio.
«La storia di questa donna m’interessò moltissimo. Non era un’astronauta professionista ma un’insegnante di scuola che volle essere in quella missione per fare la prima lezione dallo spazio. Ero lì davanti alla televisione e rimasi intristita e traumatizzata. Aveva rassicurato più volte il marito, come avesse avuto un presentimento. Il marito non avrebbe voluto, “non andare, rimani qui”. Quindi nella mia canzone, la faccio rivolgere a lui, “amore mio, farò la storia, non ti preoccupare, sarà come una gita”».
Dentro di me, del 1989, nell’album Il giorno e la notte, testo che alcuni considerarono scabroso. Suscitò l’attenzione di Costanzo, che ti chiamò a cantarlo al Costanzo Show. «Ti raggiungo / fino a prenderti l’anima…».
«Sono sempre stata interessata a descrivere, da donna, l’amore. Questo è nato da una riflessione “perché le donne devono cantare canzoni d’amore scritte dagli uomini? Anch’esse hanno una sensualità, un modo di vivere l’amore e quindi lo possono raccontare”. Mi cimentai io a raccontare questo stare dentro a una storia che mi aveva presa, anche la mia scoperta del sesso, ma con l’amore, con il chiaroscuro dell’amore, anche con la voglia di darsi completamente. Costanzo accolse molto bene questa canzone, “tu vieni ogni giorno qui a cantarla”, perché aveva letto che durante una trasmissione Rai ero stata costretta a modificarne i versi».
Si può distinguere tra sesso superficiale e sesso impegnato?
«Assolutamente sì, però è proprio quello che non sento nelle canzoni di adesso, di quest’epoca. È come se i giovani non conoscessero quando si ama profondamente, anche del punto di vista del senso, è come non affrontassero mai la conoscenza della sensualità. La sensualità che c’è in un brano come Il cielo in una stanza io non la trovo…».
Un rapporto amoroso, laddove sia soggetto a disciplina e regole reciproche, perde spontaneità?
«Forse sì, l’amore non va mai imbrigliato eh! Però è anche vero che l’amore è autonomo dentro di noi, è il più democratico dei sentimenti, perché riesce a scardinare quei freni inibitori, è una delle sensazioni più difficili da tenere a bada, quando si ama si ama, il corpo racconta pochissimo se non c’è questo coinvolgimento».
Com’è il tuo rapporto con la spiritualità?
«È molto forte il mio rapporto con la vita, con la natura, con la Terra e quindi con quello che credo abbia creato tutto questo, è troppo ordinato, troppo perfetto, cerchiamo quasi di rifarlo, quasi di riproporlo a nostro modo, di clonarlo, però vedi che tutto si rimette a pari, siamo piccoli, vedi che questo sistema è stato creato e organizzato da Qualcuno, due particelle a distanza infinita l’una dall’altra si comportano nello stesso modo, quindi siamo parte di un Tutto che deve avere una radice, che deve essere stato pensato da qualcuno e ci riconduce a un Uno che dobbiamo onorare, attraverso le cose che ci ha dato…».
Il sodalizio con Renato Zero…
«È stato sempre in Rca, la nostra comune casa discografica, ero lì da poco, lui lì da sempre. Iniziò a seguirmi. Mi disse: “Marie’, scrivi una cosa pure per me”. Fu molto carino perché non è da tutti dare fiducia a una giovane esordiente. E partecipò a Sanremo 1991 con Spalle al muro, “diranno che sei vecchio”. La apprezzò moltissimo e decise di portarla in gara. Dissi “che responsabilità…”. Affrontava il tema della vecchiaia. La interpretò benissimo. Non ricordo un’ovazione così lunga, con il pubblico in piedi, che i conduttori, Edwige Fenech e Andrea Occhipinti, non riuscivano ad andare avanti…».
Notte americana, con Lucio Dalla…
«Avevo scritto una canzone in una notte di luna, ma per le parole, il fraseggio musicale, pensai alla vocalità e all’immaginario di Lucio, il titolo era Tornare vivo, storia di un uomo che viveva e non viveva perché non amava più e in un incontro si riscopre vivo. “Fammi ripartire il cuore”. Con grande coraggio gliela mandai. Ma per un bel po’ non ne seppi più nulla. Un giorno mi ha telefonato, “Mariella, mi hai schienato, hai scritto una cosa pazzesca” (imita voce e accento bolognese di Dalla, ndr). “Solo che a questa canzone gli voglio dare, se mi permetti, un’ambientazione. In un drive in americano”. Ecco perché Notte americana. Andai alle Tremiti da lui, la ascoltai già un po’ elaborata, parlammo molto, nell’album Luna Matana c’erano canzoni bellissime…».
Se dovessi dire il brano di un cantautore italiano che più ami?
«Direi Via del campo di De André».
Questi occhi, così intensamente celesti ed evocativi, gli occhi di Dalila Di Lazzaro, che lei tende finanche a minimizzare, hanno visto il successo ma anche il dolore, soprattutto quello per la perdita del figlio Christian. E quello che, purtroppo, continua a persistere e a limitare i suoi spostamenti, dovuto a una caduta in motocicletta nel 1997, a Roma, per colpa di una buca sul selciato.
L’attrice e modella (altezza: 1,80), di cui fa piacere cogliere una leggera inflessione friulana rimasta, è ambasciatrice e portavoce del dolore neuropatico cronico attraverso un’associazione, Nevra (www.nevra.it). A complicarle la vita ha contribuito anche il vaccino per il Covid.
Dalila, sei nata a Udine nel gennaio 1953. Cosa vorresti ricordare di questa città nella tua infanzia?
«La libertà dei bambini, che potevano giocare per strada, andare in bicicletta… Prendevo la bici e, con le forbici, andavo a rubare le rose che sbocciavano nei giardini delle ville dando sulla strada. E c’era questo profumo di tiglio, t’inebriava».
Com’eri da bambina?
«Tendevo a essere solitaria. Inventavo, immaginavo. Nel grande giardino di casa, laggiù in fondo, addomesticavo le galline. Ero bravissima. Uno dice che le galline son stupide e invece no. Mi abbracciavano, pensa tu… Mi mettevo su un muretto più alto, gli mettevo i semini e loro venivano. E poi c’era un fico meraviglioso. Passavo ore a mangiare i fichi che mi facevano venire l’irritazione negli angoli della bocca. Poi, verso sera, mi distendevo e guardavo la luna, pensando “cosa pagherei per andarci…”».
È vero che tuo padre faceva il pugile?
«Sì, pesi massimi. Si allenava con Carnera, che gli ruppe il naso. Era alto 1, 90, proprio un boxeur professionista, fece incontri in Francia, Jugoslavia… Questo prima di sposarsi. Poi mollò è diventò vigile urbano di Udine. Vide arrivare una bellissima ragazza in bicicletta, mia madre. La rivide e andò a finire che si sposarono. Andavano in giro in moto».
Fratelli o sorelle?
«C’è mia sorella Daniela, che vive a Udine, e un’altra, purtroppo venuta a mancare. Eravamo in tre sorelle».
Eri ribelle?
«Ero pacifica. Mia madre mi diceva “vai a prendermi le sigarette, vai a giocare la schedina”, faceva freddo d’inverno, con la nebbia. Dicevo sempre sì. Anche perché mia sorella Daniela era ribelle, rispondeva male e prendeva qualche ceffone».
Poi la gravidanza, gli inizi come modella…
«Il fatto di essere rimasta incinta a 15 anni ha dato molto fastidio ai miei. Andai a casa di mio marito, ma a mia suocera ’sta cosa non andava bene. Diceva “almeno vai a lavorare” e una sua amica ha cominciato a fare sfilate… Però nella mia vita ho sempre avuto l’angoscia che tutti gli uomini mi mettevano le mani addosso, le violenze da bambina di 5 anni in su, l’ho scritto nei miei libri. A 17-18 anni a Milano feci foto per Grazia, Gioia, Vogue… Mandavo i soldi a casa, mio figlio era dai miei. Poi l’agente mi disse “c’è un’occasione a Roma” e mi trasferii».
A Roma come andò?
«Iniziai con le pubblicità e andai a vivere in affitto con una ragazza che faceva la hostess. Poi cominciarono i film, potendo così mandare più soldi per il piccolo e finalmente portarlo a Roma. C’erano anche i furbi, un sottobosco tremendo, ti chiamavano per fare foto, volevano ti mettessi nuda. Per l’educazione avuta dai miei genitori, molto severi, meno male l’ho scampata sempre, sempre, li mandavo a quel paese e scappavo via».
Con il padre del tuo amatissimo Christian, nato il 5 aprile 1969, ti sposasti?
«Sì, mi sono sposata, io 15 e lui 17. Il viaggio di notte lo facemmo insieme alla suocera perché non ci prendevano in albergo, essendo minorenni. Durò circa 3 anni e mezzo. Poi a 18 anni sono andata a Roma».
Vi siete rivisti dopo?
«Non l’ha presa bene».
E per vostro figlio?
«Io glielo mandavo espressamente, tramite mia madre, ma trovava scuse. Non ho mai voluto una lira, ho mantenuto io mio figlio, e gli parlavo sempre, sempre bene di suo padre, mai parlato male. È questo che bisogna fare con i bambini. Con suo padre ha sempre avuto un rapporto tranquillo».
Il tuo ex-marito è vivente?
«Sì».
Poi con i film, oltre 40 cui hai partecipato, sei diventata famosa. Quali quelli cui sei più legata?
«Io direi Oh, Serafina! (1976, ndr) di Lattuada, il mio lancio nel cinema. Luigi Comencini, quando ero alle prime armi, mi ha fatto fare l’infermiera di Bette Davis nel film Lo scopone scientifico con Sordi e la Mangano. È stato molto carino con me, mi prese per tre film. Poi Jacques Deray (Tre uomini da abbattere, 1980, ndr) con Delon in Francia».
In Oh Serafina! come fu il rapporto con Pozzetto?
«Non era un uomo così affabile. Dopo il set si ritirava sulla sua roulotte… Il giorno della scena finale, in centro a Milano, pioveva che Dio la mandava, c’era un’attrice di teatro che nel film faceva la sua tata, non avevamo la roulotte, chiesi a Lattuada di metterci al riparo. Bussò alla roulotte e Pozzetto ci fece entrare, ma doveva essere lui a rendersi conto…».
Hai spesso fatto parti di femme fatale in storie di passioni anche oscure. Ti consideri una femme fatale?
«No, no, no. Si vede il mio fisico. Ho detto di no per 4 anni per far film mezza nuda, che andavano di moda, perché non li sopportavo. Al mio agente dicevo che volevo fare film che lasciano un segno, drammatici, impegnativi».
Alain Delon...
«A 14-15 anni in camera mia avevo il poster. Sono crescita col mito di Delon. Fu un’emozione. Mi corteggiava pesantemente, ma per questa storia non ero tanto per la quale, c’era Mireille Dark. Io dicevo, “ma Mireille?”. Poi la lasciò per altre attricette».
E Gianni Agnelli?
«Particolare, molto simpatico, buffo, mi faceva scherzi. Ma era un mondo un po’ particolare da cui cercavo di allontanarmi perché non aveva niente a che fare con il mio. Lui continuava a corrermi dietro. Un giorno gli dissi “mi sono fidanzata e ora non posso più seguirti” e lui rispose “ah, ho capito, allora hai un fidanzato che ti picchia, che ti picchia…” (imita la voce dell’Avvocato, ndr)… Risposi “ma no, mi sono innamorata”. Era legato, mi cercò per 3 anni, poi sono volata verso l’amore con questo ragazzo giovane».
Ti sei espressa a favore dell’adozione da parte di genitori non sposati.
«Nel periodo in cui Christian voleva un fratello o una sorella, volevo tanto adottare una bambina. Tutto in Italia è così complicato. Anche quando Christian è mancato, pensavo magari di dare una famiglia a un povero ragazzo in un orfanotrofio, perché no? Ma non hanno dato ascolto al cuore».
Già, Christian, purtroppo volato via a 22 anni in un incidente stradale a Roma. Lo senti vicino a te, lo sogni?
«No, per carità, in sogno morirei dal dolore, sarebbe un’emozione fortissima. Tutti i giorni, tutti i giorni, boh, non voglio dire niente, ho una grande sensibilità come donna, dovunque vado trovo dei cuori, se apro l’uovo si forma un cuore, ho migliaia di foto, un “buongiorno per sempre” che mi manda mio figlio. Questo mi dà una grande serenità, un barlume di luce verso la vita che sarà, dopo questa».
Sei devota a Sant’Espedito…
«Io sono devota a Dio, a Gesù, alla Madonna, a Padre Pio, sono cristianissima, e anche a Sant’Espedito. Lo prego perché ho problemi con il dolore neuropatico, è come avere un leone che ti sbrana la schiena, e lui è un santo per richieste impossibili. È vicino a casa, in una chiesa, metto una candela, gli dico una preghiera. Un italiano su quattro soffre di dolore neuropatico cronico, è micidiale».
Originato dall’incidente motociclistico?
«Sono dovuta andare in America, un mucchio di soldi… per, purtroppo, capire quello che avevo».
Un po’ meglio dopo gli Stati Uniti?
«Era andata meglio… Ma con il Covid, dopo questi maledetti vaccini, ho avuto un crollo neuropatico mostruoso. Ho avuto problemi al cuore, al pancreas, poi ho vertigini mostruose, cosa che non avevo prima. Poi mi è venuta una cosa agli occhi».
Che marca di vaccino hai fatto?
«Pfizer, mortacci sua! Scusa se lo dico. Se li avessi davanti li ammazzerei quelli che ci hanno imposto questo vaccino. Se ti fai il vaccino e poi ti viene il Covid che roba è? L’anno prima del Covid ho fatto quello per la Sars, tre volte ricoverata al Policlinico con broncospasmi micidiali che mi sembrava di soffocare e questo era l’anticipo di quello che ci volevano iniettare. Tanti amici miei che se ne sono andati…».
Tornando a Sant’Espedito?
«Nella mia famiglia ha fatto un miracolo, a mio cognato, a me no… Stava per morire per un tumore al fegato. In ospedale gli diedi il santino, “pregalo”. L’ha fatto, ora sta bene, il tumore è sparito, il diabete sceso, sta benissimo. Io gli chiedo “fa’ che la guerra finisca nel mondo”».
Protagonista dello spot del collirio Octilia, 1986. L’autista vede i tuoi occhi nello specchietto retrovisore. Da chi li hai presi?
«Sia il papà sia la mamma avevano occhi azzurri bellissimi. I miei occhi hanno visto cose bellissime e cose bruttissime. Mi auguro adesso di continuare ad amare la vita, un dono immenso».
Manuel Pia, bravo musicista, il tuo compagno, mi ha fatto ascoltare una sua canzone, I bambini delle fate.
«È una compagnia meravigliosa che Dio mi ha mandato. Ero molto scettica. Avevo la porta chiusa con sette mandate, perché di matti se ne incontrano tanti. Mi ero chiusa un po’ in me stessa. In una serata di 14 anni fa ho visto questo ragazzo con i capelli lunghissimi che suonava la chitarra in maniera pazzesca. Poi al bar mi sono sentito bussare sulla spalla. “Vorrei mandarti la mia musica”. Rimasi stupita dalla sua sensibilità. L’ho chiamato. Tra un caffè e l’altro, dopo sei mesi, siamo diventati intimi».
Vorresti rivedere i luoghi della sua infanzia a Udine?
«Mi piacerebbe tanto, ho un piccolo cane. Hanno tolto gli aerei. Non posso andare in auto per via del dolore neuropatico che mi costringe alla morfina. Ma ci tornerò, perché la mia nipotina Francesca, la figlia di mia sorella, mi vuole abbracciare…».





