Talvolta le scelte terrene possono portare ad attraversare inferni con le sembianze di una felicità materiale che finisce per dissolversi nell’inconsistenza di un’illusione contenente una voragine.
Francesco Lorenzi, classe 1982, era un ragazzo di Thiene (Vicenza) appassionato di musica che in parrocchia poneva domande profonde sul senso della vita, ottenendo risposte ritenute deludenti o dogmatiche. Ciò suscitò in lui un sentimento anticlericale. Fondò un gruppo punk, i Sun Eats Hours, che ottennero un rilevante successo internazionale, giungendo a esibirsi anche con i Cure, tra le band cult di questo inquieto genere. Le sue domande originarie, tuttavia, restavano latenti e inevase, quasi un grido. Allo specchio iniziò a guardarsi negli occhi. E progressivamente intuì le ragioni del suo stato. Ciò che cercava non era il punk nichilista fatto di musica arrabbiata e di eccessi. La sua e poi quella dei suoi amici della band, il cui nuovo nome divenne The Sun, fu una svolta cristiana e, nello specifico, cattolica. Nei testi dei brani l’italiano soppiantò l’inglese. Voglio coraggio, ad esempio, è nato dopo l’illuminazione. «Notte fonda, buio pesto / Fisso il vuoto che detesto / Il mondo piange in un inferno / Voglio uscire dal silenzio [...] Tutto parte da noi / Voglio coraggio / Io credo in Te e cambio il mondo». Il rock cristiano - o christian rock - della band non sfuggì alla Santa Sede che vi riscontrò uno strumento efficace per arrivare al cuore dei giovani e al loro linguaggio. Il cardinale Gianfranco Ravasi, insigne biblista, lo invitò all’assemblea sulle culture giovanili del Pontificio Consiglio della Cultura e scrisse la prefazione del suo libro autobiografico La strada del Sole (Rizzoli). L’anima dei The Sun, autore, voce e chitarra, oggi vive a Marostica (Vicenza). L’ultimo album del gruppo reca il titolo Fuoco dentro.
Ricordiamo la formazione dei The Sun, tu, Riccardo Rossi, Matteo Reghelin, Gianluca Menegozzo…
«È la formazione originaria alla quale, nel 2015, si è aggiunto Andrea Cerato e anche lui ha condiviso con noi un cammino spirituale».
Provieni da una famiglia cattolica. Ma diventasti anticlericale.
«La mia famiglia era cattolica ma non particolarmente praticante. Un ambiente tiepido, con una religiosità piuttosto superficiale. Avevo un sentimento anticlericale forte perché, nell’ambiente parrocchiale, quando a 10-12 anni ponevo agli animatori domande sul senso profondo della vita, non trovavo risposte adeguate ed ero liquidato in modo sbrigativo. Poi la mia vita, con il gruppo punk, ha preso un’altra direzione. L’ambiente punk era anticlericale. Non si poteva parlare di nulla che avesse a che fare con la fede cattolica».
Il successo internazionale dei Sun Eats Hours. Tuttavia, allo specchio, ti interrogavi sulle cause della tua infelicità.
«È un momento sacro quello in cui una persona, guardandosi allo specchio, riesce a togliersi varie maschere, un processo che dura una vita. Era l’estate del 2007. Stavamo facendo un tour di 102 concerti in dieci Stati, tra Europa e Giappone. Sin da ragazzino avevo idealizzato il fatto di poter arrivare a quel punto, immaginando che sarei stato felice. Invece, prima di salire su palcoscenici importanti, dentro il mio sguardo scorgevo un vuoto, una mancanza di senso, di pace, che mi scavavano dentro. “Perché non sono felice se è la vita che ho sempre sognato?”. Era una voragine ma anche un’opportunità».
Il gruppo era sul punto di sciogliersi per litigi interni ed eccessi…
«Purtroppo era tipico dell’ambiente. Eccedere nell’alcol, negli stupefacenti, nel sesso porta gravissime conseguenze. I litigi erano una ovvia conseguenza. Per l’alcolismo di Ricky, il batterista con cui avevo fondato la band, amici da sempre, eravamo sul punto di dividerci. Lavorare insieme era diventato davvero difficile. Io non avevo mai avuto grande affezione per l’alcol e le droghe. Talvolta ho esagerato ma mai diventato dipendente. Ma la parte relazionale, sessuale, era molto… Vivere la sessualità in modo disordinato e superficiale lascia molti segni nell’anima».
Il ruolo dei tuoi genitori, di tua madre Bianca…
«Era la fine di ottobre del 2007. Avevo appena concluso quella tournée con un futuro roseo per la mia carriera. Dovevamo andare negli Stati Uniti. Ma stavo vivendo quella grande crisi personale. Convivevo con una ragazza spagnola ma tornavo spesso a casa dei miei genitori perché c’era la possibilità di ascoltarsi e confrontarsi. Questa è stata una grande benedizione, sapevo di poter contare su di loro al cento per cento. Mia madre, quella sera, quasi in punta di piedi, mi disse: “Sai, qui vicino, nel teatro di una parrocchia, fanno un incontro”. Mi sembrava una cosa bizzarra, assurda, non frequentavo più la Chiesa da oltre dieci anni».
Come ti cambiò quell’incontro?
«Trovai ragazzi con una vita ordinaria che magari sognavano di avere una vita come la mia ma sicuramente erano più felici di me. Respiravo autenticità, tra loro si volevano bene. Mi chiesi “perché vengo da un ambiente che reclama fraternità, amicizia, condivisione e queste cose non ci sono?”».
Il cammino conseguente?
«Quei ragazzi iniziarono a diventare degli amici. Li vedevo ogni settimana. Tornai ad andare a messa, il sacramento della riconciliazione ma soprattutto l’adorazione eucaristica settimanale, notturna, dall’una alle 2 di notte nella cappellina della parrocchia di san Sebastiano a Thiene, la preghiera e la meditazione, e questo fece la differenza, l’incontro con Gesù, l’opportunità di sentire nel profondo la sua presenza viva, qui e adesso, ora, del Signore Gesù. Iniziai a sentire che la nostra vita è chiamata all’eternità. Se ciò che vivo oggi ha un effetto così duraturo da incidere sull’eternità, è inevitabile che avvenga un processo di rinascita».
Iniziasti a scrivere i testi dei tuoi brani in italiano…
«La scelta di scrivere in italiano fu un’esigenza. La prima cosa che il Signore fa quando entra nella nostra vita è aiutarci a discernere tra ciò che è autentico e ciò che non lo è, tra ciò che è nella Luce e ciò che è nell’ombra, ricordando il Vangelo di Giovanni. È la battaglia che c’è dentro di noi».
L’ampia platea dei vostri proseliti, all’estero, si trovò spiazzata…
«Questa svolta fu un suicidio discografico. Dovevamo scrivere il quinto album in inglese che ci avrebbe portato negli Stati Uniti, una sorta di Terra promessa per una band come la nostra. Restammo senza un contratto discografico, senza un disco in uscita. Nessuno capì cosa stavo vivendo. Tournée cancellata. Per circa un anno non ebbi il coraggio di condividere con i miei compagni del gruppo le ragioni profonde di quel cambiamento. Avevo paura del giudizio, perché nel nostro mondo la fede è un tema tabù».
Poi, come ti ponesti con i tuoi amici della band?
«Quando rimasi senza nulla compresi che, come altri ragazzi mi avevano testimoniato, Gesù è la via, la verità e la vita e dovevo prendermi cura del mio prossimo, innanzitutto aprendo il mio cuore con Riccardo, Matteo e Gianluca. Feci esperienza di cosa può fare lo Spirito Santo. Pensavo di vederli andarsene via. Ma iniziarono invece a farsi domande profonde e giuste per uscire da certe situazioni, Matteo uscire dalle droghe, Gianluca riprendere in mano la sua vita perché aveva una forte depressione, Ricky uscire dall’alcolismo. Ho visto i miei fratelli rinascere. Poi ricominciammo da zero».
Cambiaste anche il nome.
«Prima ci chiamavamo Sun Eats Hours, el sole magna le ore, come si dice in Veneto, cioè “non perdere tempo”, “la vita finisce”, ok, ma il sole c’è sempre, l’eternità, quindi il sole non mangiava più le ore».
Il 6 febbraio 2013 il cardinal Ravasi, pontificio consiglio della cultura, v’invitò alla Lumsa di Roma, a riflettere sul tema «I giovani e la fede: cosa avvicina e cosa allontana un giovane dalla Chiesa?». Qual è la tua risposta a questa domanda?
«Come quel ragazzino che ero io che faceva domande scomode con il bisogno di risposte serie e adulte, nel cuore di ogni ragazzo c’è questa sete. Cristianesimo e cattolicesimo hanno le più straordinarie verità da condividere ma sono comunicate male. La musica è uno strumento potentissimo ma deve essere supportata dalla vita, dalle esperienze insieme. Organizziamo tanti pellegrinaggi, in Terra Santa, in Giordania, sul cammino di Santiago con altre persone in ricerca, sacerdoti, teologi… La Parola non è morta, è un essere vivente, se capiamo questo la nostra vita si trasforma».
Come ti poni di fronte al pensiero del morire?
«Faccio un esercizio della buona morte, tutti i santi ce lo insegnano».
E l’aldilà?
«Quando ho incominciato questo percorso di fede non avrei nemmeno lontanamente immaginato la quantità di luce che sarebbe entrata nella mia vita. Secondo me ciò che troveremo nell’aldilà è esattamente questo».
Sogno dei miei sogni: «Continuo il mio viaggio anche senza noi / Mi manchi da fare male / Dimmi, dove sei? [...]». Ti riferisci a un amore terreno?
«Questo si riferisce a una mia ex fidanzata. Ma a volte nei miei testi si pensa a una storia d’amore terrena mentre sto parlando di una relazione con Dio».
In fondo le due sfere sono intrecciate. In questo momento stai vivendo una storia d’amore, sei fidanzato?
«Ho una fidanzata, sì».
E i tuoi compagni dei The Sun?
«Matteo è sposato e gli altri due entrambi fidanzati».
Pensi di sposarti?
«Ci sto lavorando».
Moreno Conficconi, rigorosamente romagnolo - è nato nel 1958 a Meldola, provincia di Forlì-Cesena - è stato per 10 anni, dal 1990 al 2000, il braccio destro di Raoul Casadei, il secondo re del liscio. Il primo fu Secondo Casadei, zio di Raoul, che fondò la celebre orchestra romagnola.
Lui, da tutti conosciuto come «Moreno il biondo», è il re contemporaneo di questo genere gioioso e popolare che richiama feste di paese, pranzi di nozze. E un’antropologia contadina i cui scenari erano balli sulle aie per vendemmia e mietitura e quei matrimoni allegri rimpianti da Pasolini. Per le sue connotazioni etnologiche, l’epopea del liscio è stata riscoperta anche da noti cultori della musica. L’attuale detentore dello scettro, musicista e cantante, ha collaborato con nomi altisonanti della repubblica internazionale della musica. È solare («Se ti piace il mare vienimi a trovare!»). La sua orchestra si chiama «Orchestra Grande Evento».
A incoronarti è stato Franco Mussida, prestigioso musicista, 40 anni nella Pfm.
«Sono stato invitato al Cpm di Milano, una scuola di perfezionamento di alto livello, con docenti preparatissimi, grandi musicisti, a parlare della musica popolare nell’open day con i ragazzi. Al termine di questa meravigliosa giornata dove ho anche suonato la mia musica popolare, quindi il liscio, accompagnato dai ragazzi, è salito sul palco, mi ha preso e alzato la mano dicendo “Moreno Conficconi, il re del liscio contemporaneo”, suggellando 50 anni di carriera».
Qual è la filosofia del liscio?
«È quella di essere un’unica interpretazione, quella del ballerino e quella del musicista. È una musica che si dona, una simbiosi tra chi la ascolta e chi la balla».
Valzer, polka e mazurka. Non sono generi nati in Romagna…
«La polka non è nostra, il valzer e la mazurka nemmeno perché giungono dall’Europa. Perché è diventata musica nostra? Perché diventò una musica del popolo, una musica sociale, intratteneva con una caratteristica data dal padre fondatore del liscio, Carlo Brighi (1853-1915, ndr), primo violino dell’orchestra di Toscanini alla Scala, che riuscì a renderla usufruibile dal popolo, non più soltanto nelle corti, pensiamo al valzer. Una musica che permise alle persone di avvicinarsi, di abbracciarsi. Il protagonista non era tanto il musicista, quanto il ballerino. La prima cosa che pensiamo è che la musica deve far ballare la gente».
Alla fine degli anni Venti, Secondo Casadei, figlio di una famiglia di sarti, debuttò con l’Orchestra Casadei. Nel 1954 compose Romagna mia. Ad Alto gradimento Arbore e Boncompagni proposero la sua Io cerco la morosa. Il liscio divenne un fenomeno nazionalpopolare…
«Ci furono due momenti straordinari, con Arbore e poi con il Festivalbar. La svolta fu Romagna mia, che arrivò all’ascolto di tutti anche grazie ai juke-box e a Radio Capodistria che la trasmetteva con le dediche… Il liscio diventò una moda. Secondo Casadei visse questo passaggio, attorno al ‘68. Ma una chiave di lettura è anche quella turistica. Lui e il suo quintetto avevano debuttato all’inaugurazione del primo stabilimento balneare a Gatteo Mare. Poi il turismo riceveva sempre più visite dall’Italia e dall’estero e da lì questa musica, suonatissima, diventò anche commerciale perché c’erano le canzoni-cartolina, con una dedica alle varie località. Ogni località aveva una sua canzone Ti aspetto a Cesenatico sul mare oppure Riccione, Riccione goodbye. Spingevi il bottoncino e sentivi il ritornello».
L’hai conosciuto Secondo, che morì a Forlimpopoli nel 1971?
«L’ho solo visto sul palco, al mio paese, a Galeata, a un “veglione della sporta”, avevo 13 anni, suonavo già il sax e il clarinetto nella banda. Ricordo che fui folgorato da questo musicista vestito di bianco al centro del palco e il mio sogno era di esserci un giorno anch’io, proprio in quell’orchestra, vestito di bianco. Un sogno che vita mi ha regalato, la svolta della mia carriera».
Negli anni Sessanta Secondo fu affiancato dal nipote Raoul Casadei che, purtroppo, se ne andò causa Covid nel marzo 2021. Dal 1990 al 2000, con i Casadei, sei stato il suo braccio destro. Come lo ricordi?
«Portava con sé la sua origine professionale, quella del maestro elementare. Raccontava le canzoni alla gente come dovesse raccontarle a un bambino. Inventò il racconto delle canzoni. Era un sognatore. Ero il suo braccio destro in tutto, un po’ il suo interprete, mettevo qualcosa di mio negli arrangiamenti, ascoltavo rock, blues, di tutto… Gran parte dei testi dagli anni Settanta li ha scritti lui».
I temi?
«Melodie italiane, la nostra è una melodia. Scriveva il pezzo “sanremese”, alla Sal Da Vinci per capirci. Devo dire che con Sal - un caro amico - vincitore a Sanremo ha vinto anche il liscio. Io l’ho fatto Sanremo, con gli Extraliscio, e lui è stato la continuazione di un percorso».
Sin da giovane formasti orchestre. Come nacque il tuo interesse?
«Il mio babbo non era musicista, mia madre cantava nella parrocchia, il suo sogno era un figlio che cantasse e suonasse. A sei anni mi mettevano sugli sgabelli a fare i concertini. Feci anche le selezioni per lo Zecchino d’oro. Non vincevo mai, perché ero scarso a cantare. Mio padre, a Galeata, s’inventò la Coppa canora, per farmi vincere. Neanche lì riuscii, ma arrivai terzo. Mia mamma veniva a prendermi al campo di calcio con la scopa che mi dava sulle gambe. “Va’ a suné”. Io pensavo al pallone».
Passione ancora viva dato che sei nella Nazionale Cantanti.
«Esperienza umana straordinaria. Morandi, Ruggeri, Ramazzotti… Già mi conoscevano. Un sogno esaudito e ne ho ancora tanti».
Dopo l’esperienza con i Casadei hai fondato l’Orchestra Grande Evento, la tua orchestra attuale.
«Con l’ingresso di Mirko Casadei, figlio di Raoul, lasciai l’orchestra. Nel 2002 faccio l’Orchestra Grande Evento. Ritorno sul palco con il fronte di attacco musicale dell’Orchestra Casadei storica e riparte quella storia in un’altra maniera. Con Tassinari e Ferrara andammo anche a Sanremo con gli Extraliscio. Adesso facciamo un tour».
Nelle vostre esibizioni si ascolta solo o anche si balla, come nella tradizione del liscio?
«È diventato quasi un cinquanta e cinquanta. Grazie al lavoro fatto anche da me questa musica è diventata da ascolto. Con il Ravenna Festival, nel 2013, per me c’è stata una svolta. Comunque il ballo rimane sempre».
Nel 2013, appunto, il Ravenna Festival ti ha affidò la realizzazione dello spettacolo Secondo a nessuno, tributo a Secondo Casadei. L’Orchestra Sinfonica Giovanile Cherubini di Riccardo Muti si è unita alla tua, al PalaDeAndré di Ravenna. Quattromila spettatori.
«Franco Masotti, del Ravenna Festival, mi ha chiamato da Riccarda Casadei, figlia di Secondo, per me fondamentale nel dopo-Casadei e nel dopo-Raoul. Mi dicono “vogliamo fare questo evento dedicato alla musica romagnola e a Secondo Casadei” con l’orchestra sinfonica giovanile di Muti, che ha suonato con noi. Entrambe le orchestre dirette dal maestro Giorgio Papini, facemmo cinque pezzi di Secondo e Raoul Casadei».
Hai collaborato con il cantautore Massimo Bubola.
«Sì, coinvolto da Giordano Sangiorgi, mi incontrai con Bubola e realizzammo Un bacio in bicicletta, un brano dialettale di Secondo Casadei».
Il liscio è anche antropologia, etnologia, cultura.
«Esattamente, una cosa che il Ravenna Festival ha iniziato a sdoganare. E c’è da dire anche che se l’orchestra sbaglia una nota il ballerino se ne accorge. Ma io cercavo e cerco una musica che rispetti la tradizione ma libera di raggiungere qualsiasi ascoltatore».
Sarebbe ora si smetterla di giudicare il liscio come un sottogenere.
«Certo, e sono cose reali. Se io ho suonato con David Rhodes, il chitarrista di Peter Gabriel… Se io inizio Tramonto, un classico di Secondo Casadei, e cerco di trasmetterla a chi ha suonato con Peter Gabriel o a Roberto Gualdi, Pfm, se con il gruppo Romagna 2.0 facciamo musica salentina con Stefania Morciano, figura principale della notte della taranta… Il mio sogno futuro è fare una band di folklori europei, internazionali e grazie a queste collaborazioni voglio arrivarci».
Musicalmente, il liscio si sta rinnovando?
«Il mondo del liscio attuale è un contenitore di stili e generi, come fosse un format. Sempre al centro c’è il ballo, ma con contaminazioni rock, funky, blues, folk, elettronica. Ad esempio il mood della quotata orchestra Omar Lambertini è più rockettaro. Io faccio folk, liscio, ma uso i sintetizzatori, non ho la rigidità delle partiture… Ciò che mi lega al sound romagnolo tradizionale è il clarinetto in do, che io suono».
E i giovani?
«Tantissimi ne sono attratti, ma che amano il ballo, tutto parte da lì. È la gioventù dei quarantenni, della famiglia, di chi vuole farsi una serata con gli amici a tavola e poi nei locali, multisale, con la sala del liscio».
Hai composto 700 brani…
«Sì, faccio testi e musica. Per i testi mi sto concentrando sul dialettale romagnolo, molto musicale e adatto anche per l’estero».
Secondo Casadei, scrivendo Romagna mia, si pensava lontano da casa?
«Sì, con il desiderio di tornarci. In origine il titolo era Casetta mia. Il maestro Olivieri gli consigliò di cambiarlo con Romagna mia. Era una canzone di scorta. È la quinta canzone al mondo più eseguita. Incisa in un mucchio di lingue, tra cui il cinese».
Nel 2070 il liscio si ballerà ancora?
«Si ballerà perché è giovane nel suo Dna e lo resterà sempre».
Patrizia Cirulli, milanese, genitori con origini veneto-pugliesi, è una cantautrice originale e raffinata. Le sue creazioni sono frutto di ispirate ricerche personali. È stata quattro volte finalista al premio Tenco e per tre volte ha vinto il premio Lunezia. In un programma su Rai2 Lucio Dalla notò la sua voce, definendola «insolita e straordinaria». Autrice di musica, ha firmato cinque album, tra i quali uno che riscopre un Lucio Battisti poco conosciuto e un altro in cui ha musicato brani di Eduardo De Filippo. L’ultimo, edito da Egea Music, in fisico e in digitale, è Il visionario, reinterpretazione di L’infinitamente piccolo di Angelo Branduardi, raccolta di testi di Francesco d’Assisi e della tradizione francescana. Nel suo prossimo lavoro ascolteremo anche parole sue.
Patrizia, eri una bambina introspettiva e come si è originato il tuo interesse per musica e poesia?
«Ero una bambina introspettiva, riservata. L’interesse per la musica è nato già a 3-4 anni, alla scuola materna. Feci in modo di farmi ritirare dall’asilo perché volevo stare a casa, giocare con i dischi, i miei giocattoli preferiti, e la musica. L’interesse per la poesia è venuto dopo, ma di conseguenza».
La professione svolta dai tuoi genitori?
«Se ne sono andati giovani. Mamma aveva fatto la parrucchiera e da quando siamo nati noi, casalinga. Papà commerciante».
Com’è nato Il visionario, dove musichi e canti testi di Francesco d’Assisi?
«È successo in modo un po’ misterioso perché ho sempre stimato Branduardi e anche questo album. Era circa il 2019 e per gioco, in casa, ho preso la chitarra iniziando a fare Il sultano di Babilonia e la prostituta. Pensai “che bello”, una versione un po’ rallentata, come tendo a fare. L’idea di fare un disco rimase lì. Poi ho conosciuto Mimmo Paganelli, il discografico di Branduardi. Nell’agosto 2023, ecco la parte un po’ misteriosa, continuavano a canticchiare dentro di me canzoni di quell’album a ogni ora del giorno, soprattutto Audite poverelle. Presi coraggio. Per caso, anche se il caso non esiste, dopo qualche giorno abbiamo incontrato Branduardi a un concerto, chiedemmo il permesso e lui rispose “ne sarei onorato”».
Francesco d’Assisi. Nel 2026 ottocento anni dalla morte. Un mistico e un applicatore del cristianesimo. Il suo messaggio potrebbe cambiare le esistenze ma non all’acqua di rose?
«Credo che mettersi in ascolto del messaggio di Francesco, che è quello di Cristo, sia ancora oggi necessario. Lui è stato un essere umano come tutti noi e affinché non sia una cosa all’acqua di rose, come dici tu, bisogna un po’ aprire il cuore, con la volontà nostra di mettere in atto piccole cose quotidiane. Secondo me Francesco è un grande esempio della possibilità del cambiamento».
Abbandonò in piazza le sue vesti, si denudò. Se oggi qualcuno lo facesse?
«Questo è un grande gesto. Lo facessi io oggi mi ricoverano, mi portano via. Potremmo dire che il confine tra l’equilibro mentale e la santità è vicino. C’è da dire che erano altri tempi ma bisogna comprendere il suo gesto simbolico, di grande valore, anche plateale, oggi non posso rifarlo, ma cosa imparo? La sua decisione, la sua coerenza, la rinuncia alla sua famiglia, ma illuminato da una luce divina».
Se tornasse un messia esattamente con le stesse caratteristiche divine di Gesù, quale sarebbe secondo te il suo destino? Internato in una struttura psichiatrica?
«Siccome viviamo in una società molto razionale, tra virgolette molto “scientifica”, se oggi tornasse un messia che facesse i miracoli, magari sarebbe studiato in modo approfondito da questi scienziati, ma rimarrebbero tutti scettici. Infatti la fede non è questione che passa attraverso la scienza. Chi crede non ha bisogno di “vedere”. Dieci giorni fa sono andata a fare un concerto in Abruzzo con il repertorio di Francesco nella bellissima abbazia di San Giovanni in Venere, vicino a Chieti, e il giorno prima a Lanciano, dove c’è stato il primo miracolo eucaristico, un’ostia lì da secoli. In analisi recenti hanno visto che c’è tessuto cardiaco umano, un padre mi ha detto “è un segno, ma noi credenti non abbiamo bisogno di vedere” e per chi non crede non cambia nulla… Tornando alla tua domanda, se arrivasse il messia oggi probabilmente lo porterebbero in un ospedale psichiatrico…».
Massimo Cacciari, non credente, studioso di Francesco, ha fatto notare che il Cantico delle creature è stato ridotto a messaggio quasi folkloristico, il santo che parlava con gli uccellini…
«Il messaggio di Francesco non è ambientalista o ecologista. È vero che amava la natura ma il Cantico delle creature è una lode a Dio attraverso i suoi elementi, per cui è Dio che si rispecchia nelle sue creature e quindi è un ringraziamento all’Altissimo».
La lode di nostra «sorella morte corporale», nocciolo della spiritualità francescana e del cristianesimo. Tuttavia spesso si fa di tutto per rimuovere questo pensiero e non è un atteggiamento cristiano…
«Vero. Francesco è stato il primo ad affrontare in questo modo il tema della morte, conseguenza naturale dell’esistenza. La natura stessa ce lo insegna. Vita-morte-rinascita. È un passaggio. Per Francesco anche la morte è una creatura, una sorella. La morte è ancora un tabù nella società di oggi. Poi ci insegnano che Cristo è risorto, una comunicazione profonda. Certo che la morte non deve diventare il problema della tua esistenza, non devi avere paura di morire».
Canti Audite poverelle, poesia di Francesco indirizzata a santa Chiara e alle sue consorelle. «Non guardate alla vita fora / Quella dello spirito è megliora». Una donna oggi, comunemente, vive in un contesto materialista e competitivo…
«Nel femminile, è evidente che Chiara ha fatto quella scelta consapevole di vita. La frase che hai citato mi emoziona, è magistrale. Io, certo, vivo in questa società, ma cerco di coltivare questo filone interiore e come disse qualcuno diventare “nel mondo senza essere del mondo”. Ci provo. Certo che il modello femminile proposto oggi è diverso, per quanto serva tener conto che storicamente le donne sono state spesso represse ma questo non significa che debbano andare contro sé stesse».
Dal punto di vista sentimentale sei in una relazione?
«Non mi sono mai sposata. Ho un compagno. Ma coltivo questo mio giardino, quello della spiritualità».
Secondo te tra Francesco e Chiara potrebbe esserci stato un principio di amore sentimentale nel senso tradizionale del termine?
«Io non credo. Credo che si siano voluti molto bene. C’era tra l’altro molta differenza di età. Credo si siano riconosciuti, erano anime sorelle, non gemelle. Tra l’altro un amore fraterno, che dura tutta la vita, talvolta può essere migliore di uno passionale».
Come descriveresti la figura di Angelo Branduardi?
«Originale, grande musicista e violinista, questa sua ricerca della poesia, come l’album dedicato a Yeats. Lo stimo molto».
L’album E già di Lucio Battisti, che hai riletto nel tuo Qualcosa che vale. Come potrebbe essere stata la spiritualità di Battisti?
«Ho rifatto quest’album in chiave acustica perché era il primo Battisti senza i testi di Mogol, firmati da sua moglie e da lui. In quell’album ho visto una ricerca spirituale, anche nella meditazione, forse fece uno studio anche a livello di cultura orientale, il brano Rilassati e ascolta sembra un mantra».
Mistero. «Che mistero è la vita / Che mistero sei tu / io ti avevo definita / Ma mi sbagliavo, in te c’è molto di più / Sei profonda / Sei vitale / Non sei mai banale / Io mi ero lasciato affascinare da quel tipo di intellettuale / appariscente / che in fondo non valeva niente».
«Evidentemente aveva avuto a che fare con un tipo intellettuale che all’apparenza sapeva molto ma potrebbe essersi accorto che, da un punto di vista emotivo, non era così ricco… E poi nel brano Scrivi il tuo nome c’è questo verso meraviglioso, “Scrivi il tuo nome su qualcosa che vale”».
Nel tuo album Mille baci hai messo in musica poesie di grandi della letteratura: Salvatore Quasimodo, Alda Merini, Gabriele D’Annunzio, Fernando Pessoa e altri… Vuoi ricordare una poesia con un verso di Pessoa da te ripreso in questo disco?
«Non so se sia amore, (la intona in portoghese, ndr), “non so se è amore che possiedi o che simuli in quello che mi dai, ma dammelo lo stesso perché tanto mi basta”».
Alda Merini…
«Ha avuto questa capacità di un linguaggio che arrivasse a tutti, una poetessa pop diciamo. Lei ha avuto una grande sofferenza - il manicomio, gli elettroshock… - ma è riuscita a trasformare questo dolore in gioia di vivere e creatività attraverso la poesia, amava definirsi la poetessa della gioia. Nell’album ci sono due suoi testi, E più facile ancora e Sono solo una fanciulla».
Sulla Verità del 21 aprile 2026 ho intervistato il teologo e musicologo Pierangelo Sequeri. Sostiene che i testi di canzoni pop proposte nei grandi circuiti sono mediocri. Non è che così, allontanando i giovani dai grandi temi, si finisce per, perdona il termine, rincoglionirli?
«(ride, ndr) Che si sia andati al ribasso è sotto gli occhi di tutti. Se un tempo c’erano De André, Paoli, Battiato… Evidentemente è lo specchio della società, che è cambiata. Un tempo, accanto alla musica pop usa-e-getta questi mostri sacri li potevi ascoltare anche alla radio e adesso non più. Se oggi nascesse un Battiato, un De André, dove lo mandi, al talent show? Ci sono anche cose belle ma esiste un linguaggio omologato per i ragazzi. Non è vero che se sei più esposto hai più valore. Non è così».





