Quando, nel maggio 1980, Gianmaria Derìu iniziò a prestare servizio come agente di custodia presso il sistema carcerario dell’isola dell’Asinara fu assalito dalla malinconia.
Nel corso della sera, scrutando le luci tremule della Sardegna, gli venivano quasi i lucciconi. Nel 1984 divenne sottufficiale, nel 1987 aiuto-coordinatore del servizio navale. Fu promosso con il grado di ispettore superiore di polizia penitenziaria. Nel 1997 la struttura fu dismessa e poi istituito il Parco nazionale dell’Asinara e nel marzo 1998 andò via l’ultimo detenuto. Due anni prima del congedo è stato distaccato dal ministero della Giustizia a quello dell’Ambiente e oggi, anche in collaborazione con la Regione Sardegna, è il custode dell’isola. Oggi, dopo 46 anni, sua malinconia tornerebbe se dovesse lasciarla.
L’insieme carcerario dell’Asinara è stato paragonato al penitenziario di Alcatraz, nella Baia di San Francisco, chiuso nel 1963, da cui il noto film del 1979 Fuga da Alcatraz, con Clint Eastwood, storia dell’evasione di tre detenuti di cui non si conobbe mai il destino. Rarissimi anche i tentativi di fuga dall’Asinara. Se ad Alcatraz fu rinchiuso Al Capone, nell’isola sarda hanno soggiornato Raffaele Cutolo, Totò Riina, Leoluca Bagarella, Renato Vallanzasca, Pasquale Barra, detto «o’ animale», che, con altri, il 17 agosto 1981 a Nuoro, a Badu e Carros, sventrò il boss della mala milanese Francis Turatello. Se ne spartirono il cuore. «Per fortuna quel giorno non c’ero», ricorda il sottufficiale. «Una volta, nell’ora d’aria, mi chiese: “Tieni o’ pattadese?”, coltello a serramanico sardo, “che questi li scanno tutti”». Alcuni detenuti comuni ebbero buona condotta. Uno di essi costruì un veliero e lo donò all’ispettore. L’ha sistemato nel museo della memoria, visitabile, con oggetti originali, metal detector, forchette e chicchere con stemma del ministero della Giustizia. Essendo stretto collaboratore dell’ente parco è attento anche alla sua biodiversità.
Qual è stato il percorso che la portò a operare all’Asinara?
«Dopo un corso accelerato a Cassino, 80° battaglione, in tempo di leva, sono stato destinato al supercarcere di Nuoro Badu e Carros. Decisi di restare. Finito l’anno ero destinato a Lucca. Mia madre, in lacrime, fece di tutto per bloccare il mio trasferimento. Scelse lei l’Asinara. Essendo, all’epoca, scapolo, vivevo in caserma e talvolta, la sera, sentivo un po’ di malinconia. Mi sono sposato il 1° maggio 1985».
Il sistema carcerario come si strutturava?
«C’erano otto carceri sparse per l’isola, con un sottufficiale responsabile. Ogni diramazione aveva un nome, con una popolazione media per ogni carcere di circa 120 detenuti».
E l’organico del personale penitenziario in servizio?
«Meno di 300 unità, ma in 60-70 eravamo destinati al servizio navale con vigilanza delle coste dell’isola, pattugliamento e trasporto di persone».
L’insediamento carcerario ha una lunga storia…
«Ci furono un lazzaretto, una colonia penale, un sanatorio per malati tubercolari e psichici. Nel 1971 portarono i primi presunti mafiosi. Negli anni di piombo il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa studiò le isole e fece trasformare il sanatorio giudiziario in super carcere, chiamato Fornelli. Arrivarono terroristi rossi e neri. Nel 1979 i rossi fecero la “rivolta delle caffettiere”. Con le moka ricavarono bombe mediante il plastico passato loro dalle fidanzate, perché il vetro era stato tolto. Ma non vinsero la rivolta. Alle 3 del mattino furono lanciati i lacrimogeni e ci fu la resa. Io non c’ero. Ebbi a che fare con loro a Nuoro, Franceschini, Ognibene, Alunni, Notarnicola e quelli di Ordine Nero. I rossi tentarono di coinvolgere anche i neri ma si odiavano: tant’è che alla resa dei rossi i neri applaudirono».
Nelle celle terroristi di estrema sinistra ed estrema destra stavano separati?
«Dovevi tenerli rigorosamente separati».
E i rossi, ad esempio, stavano in più di uno nella stessa cella?
«Sì, al loro arrivo nel reparto bunker. Ciò era utile perché, attraverso una microspia, poteva essere registrato ciò che si dicevano. Alla fine del 1980 le Br sequestrarono il magistrato Giovanni D’Urso chiedendo, per la liberazione, la chiusura del supercarcere di Fornelli, dov’erano rinchiusi i detenuti a regime speciale. Si simulò ma, una volta liberato il magistrato, riaprì subito».
Tra i detenuti a regime speciale c’era anche Raffaele Cutolo…
«In un carcere bunker. Aveva un comportamento dignitoso. Non poteva parlare con gli agenti se non per richieste al sottufficiale. Mi disse che Enzo Tortora non l’aveva mai conosciuto. Quando Tortora diventò europarlamentare, venne all’Asinara e andò da Cutolo. “Lei sarebbe il mio capo?”, gli chiese. Chinando il capo rispose: “No, lei è stato una persona sfortunata”. Tortora andò via».
Don Raffae’, all’Asinara, si sposò nel 1983 con Immacolata Iacone, che ho intervistato in esclusiva per La Verità.
«La accompagnavo nel bunker dove si svolgeva il colloquio. Gli chiesi: “Mi dica Cutolo, che matrimonio sarà questo, con questa ragazza giovane, bella…”. Rispose: “Eh brigadie’, io piaccio”. Qui fu detenuto anche uno dei figli, Roberto Cutolo. Aveva comportamenti irrispettosi nei confronti del personale, lo dicemmo al padre, che lo redarguì. Tornato in libertà fu assassinato (a colpi di pistola, nel dicembre 1990, ndr.)».
Nell’estate del 1985 giunsero all’Asinara i magistrati Falcone e Borsellino, per preparare il maxi processo di Palermo a Cosa Nostra, iniziato nel 1986.
«Il 2 agosto 1985 nasce mia figlia, mi presi un paio di giorni. Ero capoposto al bunker. Mi chiamò il vicedirettore: “Devi rientrare immediatamente”. “C’è un’evasione in corso?”. “No, ma non ti posso dire al telefono”. All’indomani, trasportati da motovedetta, arrivarono sull’isola il dottor Falcone, con la compagna Francesca Morvillo e la suocera, e il dottor Borsellino con la moglie e i tre figli. Li accompagnammo nella foresteria. C’era solo un detenuto comune che cucinava e puliva la struttura. Quando lo vide Falcone notò il pantalone marrone. Chiese: “Ma chi è?”. “Un detenuto”. “E dove dorme?”. “In cella, come tutti gli altri”. S’incazzò, si mise a telefonare, facemmo tornare il detenuto in cella, trovammo un agente bravo che sapeva cucinare, ma anche la signora Agnese, la moglie di Borsellino, lo sapeva fare, trovai in lei una seconda mamma. Quando stette male Lucia, figlia del dottor Borsellino, lui dovette assentarsi. Mi disse: “Mi raccomando, le affido la famiglia”. “Dotto’, non si preoccupi”. Manfredi, che aveva 13 anni, era sempre con me, la mia cameretta vicina alla sua, mi sentii come un fratello maggiore».
Poi Borsellino rientrò all’Asinara…
«Quando rientrò portò tutti i faldoni. Il giudice Falcone era un po’ sollevato. Iniziarono a lavorare fino alle 3-4 del mattino, scrivevano tutto a penna per completare le carte per il maxi processo. Verso le 2 bussavo e a loro faceva piacere per staccare un po’, c’erano nuvole di fumo, fumavano in continuazione, Falcone il sigaro, Borsellino sigarette. A volte si stuzzicavano, anche con qualche tensione, ma non erano solo magistrati. Qualcosa di diverso li accomunava e poi finiva tutto in battute di spirito, come fossero fratelli».
Furono loro a chiedere di soggiornare all’Asinara?
«No, era stata una scelta dello Stato e della magistratura. Ma la figura che vedevano come un padre era il giudice Antonino Caponnetto».
Quanto tempo restarono?
«Un mese intero, rimasi sempre lì, anche con una Fiat Campagnola a disposizione. Attorno alla foresteria c’erano agenti di custodia armati di mitra, a mare una motovedetta armata perché si temeva un attacco via mare».
Alla fine degli anni Ottanta era iniziata la dismissione del sistema penitenziario dell’Asinara…
«Alcune diramazioni erano state dismesse, due piccole carceri rimaste, Fornelli fu chiusa nel 1987, Cutolo tradotto a Cagliari. Nel 1988 pochi detenuti lavoravano nella pastorizia e nel caseificio. Nel 1992 Falcone e Borsellino furono uccisi nelle stragi di via Capaci e via D’Amelio. Immediatamente arrivano da Roma gli ordini di riaprire. Interventi straordinari furono eseguiti nel supercarcere di Fornelli e varie modifiche nel bunker di Cala D’Oliva dov’erano rinchiusi i mandanti delle stragi. Monitor, registrazione immagini 24 ore al giorno, portoni blindati con un sistema in blocco, andavi passo a passo, personale scelto. L’elicottero atterrava lì vicino nel campo da calcio».
Chi trasportava l’elicottero?
«Non lo vorrei nemmeno nominare, ma trasportava Riina. Veniva dall’aula bunker di Palermo».
Dopo l’assassinio di Falcone e Borsellino, il capo di Cosa Nostra, nel 1993, fu rinchiuso all’Asinara.
«Ero già graduato, mi convoca il direttore per fare il capoposto. C’era un’indennità di 40.000 lire in più per presenza, turni di 6 ore e 40. Ma dissi: “No no, con questo personaggio non voglio avere nulla a che fare essendo il mandante dei nostri due magistrati eroi”. Il direttore capì il mio stato d’animo e mi esentò».
Nel 1986, Matteo Boe, poi latitante e sequestratore di Farouk Kassam, riuscì a evadere…
«Ero capo diramazione a Santa Maria. Mi chiamano a casa. “Evasione in corso”. Era il 1° settembre 1986. Rientrai nell’isola. Furono messe sentinelle anche all’isola Piana. Non si vedeva. Passò del tempo. Niente. Le cronache dicono che fosse stata la convivente a portarselo via con un gommone, anche se io mi ero fatto un’altra idea. Suo complice nell’evasione Salvatore Duras che arrestarono dopo un anno quando si mise a sparare con un kalashnikov alla festa di Capodanno a Cagliari. Mentre facevano legna in campagna tramortirono la guardia, la legarono e fuggirono. Boe fu ricatturato in Corsica. Poi qualche caso di allontanamento nell’isola, ma ritrovati la sera stessa. Dal supercarcere, però, nessuno c’è mai riuscito».
Quando si ricorda bambina in una Torino imbiancata dalla neve a Natale ha quel modo incantato di raccontare come fosse una fiaba. È anche questo il modo di essere di Antonella Elia, forse quello che di lei aveva colpito anche Mike. Con la sua spontaneità una volta lo fece sobbalzare ma le voleva così bene che subito dopo la abbracciò.
Ti sei classificata seconda al Grande Fratello Vip 2026, tra i cui concorrenti c’erano Alessandra Mussolini, risultata vincitrice, e Adriana Volpe. Come valuti l’esperienza?
«Molto divertente. È stato faticoso, doloroso, ma molto divertente, un’esperienza off-limits che mi ha segnata, mi ha toccata, forse anche un po’ cambiata…».
Il rapporto più difficile con gli altri in gara?
«Il rapporto più difficile è stato con la Mussolini».
L’isola dei famosi. Concorrente nel 2004 e nel 2012. Nel 2012 hai vinto. Il pubblico sceglie con il televoto. Qual è l’elemento di un personaggio che colpisce più?
«Per quel che mi riguarda la verità e l’umanità. Parlo di me, non degli altri. Viene fuori la mia umanità ma anche la mia stravaganza, la mia libertà, il mio essere insomma».
Nel 2012 cosa è più piaciuto di te, in particolare?
«Guarda, non ne ho la più pallida idea, mi vedo attraverso gli occhi del pubblico, mi nutro di questo e poi penso di essere migliore di quella che sono. Diciamo che di me non c’è mai nulla che mi piaccia, mi vedo in un certo modo attraverso le persone e quello che loro dicono è il mio essere vera, libera, selvaggia, irruente, impulsiva, irresponsabile, queste sono le cose. Irresponsabile veramente non me l’hanno mai detto».
Hai partecipato a tanti reality. A prescindere da come ti senti, da un punto di vista emotivo, quando torni a casa serve una risocializzazione?
«Risocializzazione no perché ti fa piacere essere di nuovo in mezzo alle persone, incontrare delle persone che magari non vedevi da mesi. È molto facile reintegrarsi anche perché senti l’affetto di tutte le persone che hanno tifato per te, che ti hanno sostenuto. Però, psicologicamente, per quel che mi riguarda è sempre un trauma. Lunga o breve che sia la mia esperienza, ne esco sempre un poco frastornata, abbattuta… è sempre una cosa emotiva molto molto forte, per cui dopo è come dovessi leccarmi le ferite, non so, perché a livello emotivo e psicologico comunque si hanno perlomeno delle ferite. I rapporti umani, con gli altri, almeno per me, sono sempre rapporti di tensione, con litigi, amore e odio, tanto, tutto è molto ingigantito perché vivi in una bolla, una realtà a sé, il tuo mondo diventa quelle 15-20 persone e lì si scatenano tutti i tuoi tormenti, le tue passioni, la tua competitività. Sono sempre esperienze per me molto forti».
Sia nella vita professionale sia in quella privata, quale ritieni essere il punto di forza e quello di debolezza del tuo carattere?
«In generale il mio essere vera, non è un vanto eh, ma io non riesco a usare tattiche o maschere o a fingere di essere qualcosa che non sono. Quello che sono si vede e quindi credo sia il mio punto di forza, io non mi nascondo, non faccio nemmeno un tentativo».
Ciò può diventare anche una debolezza?
«Assolutamente, una debolezza nel senso che ti esponi e poi magari soffri e non è fragilità o forse è fragilità ma è soprattutto emotività. Sono estremamente emotiva ma penso di essere comunque forte, dura come la roccia, mi piego ma non mi spezzo. Quindi non sono fragile ma molto emotiva. Le fragili si disfano, si spezzano, si disperano. Io no, io lotto».
Nella tua carriera televisiva, sei stata a fianco di Corrado, Bongiorno, Vianello, Castagna e altri. C’è qualcuno di essi per il quale provi qualche risentimento?
«Risentimenti assolutamente no, ogni lavoro che ho fatto è stato fatto con passione, sia nel mio caso sia nel caso del conduttore che ho affiancato. Sicuramente Corrado, Raimondo e Mike sono le mie tre perle, quelli cui sono stata più legata».
Mike Bongiorno, ti scelse lui per affiancarlo in vari programmi. Celebre quella sua sfuriata alla Ruota della fortuna del 1996. Esultasti quando una concorrente rifiutò una pelliccia offerta dallo sponsor. Come ricomponeste l’incidente?
«Ma immediatamente, perché mi voleva bene. Poco dopo mi ha fatto chiamare nel suo ufficio e mi ha abbracciato».
Nel 2002 ancora accanto a Mike per il programma Qua la zampa!...
«Esatto, ricordo che c’erano dei bei cagnoni»
Hai qualche animale, un cane, un gatto?
«Adesso no, ma ho avuto due pastori tedeschi».
Quali erano secondo te i pregi e i difetti di Mike?
«Non mi permetterei mai di parlare di difetti rispetto a Mike o a Corrado. Proprio no, non esiste al mondo. A parte che Mike lo trovavo adorabile e mi trovavo benissimo con lui…».
Invece il tuo miglior pregio e il tuo peggior difetto?
«Quello di essere una persona vera e quello di essere emotiva. Ma non lo ritengo un difetto. Essere molto emotivi ti espone molto e quindi, esponendomi molto, probabilmente sono una persona a pelle nuda, sono carne viva».
E Raimondo Vianello?
«Auto-ironico, scherzava su tutto e su tutti, su sé stesso, sulla vita, sulla morte, il re dell’autoironia».
Qual è il tuo pensiero sulla spiritualità?
«La spiritualità è la base degli esseri umani. Gli esseri umani se non sono spirituali non hanno ragione di esistere».
Pensi che, dopo, ritroveremo le persone che abbiamo amato?
«Sono convinta che i miei genitori, i miei nonni e la mia seconda mamma mi stiano aspettando. Veramente penso che anche che i miei due cani mi stiano aspettando ma non vorrei essere blasfema».
Non è questione di essere blasfemi, anche la stessa Chiesa cattolica ha varie aperture rispetto a questa tematica. Personalmente ti confesso che ho buone speranze…
«Anch’io!».
E sull’amore, nel senso di amore romantico, pensi possibile quello eterno?
«No, l’amore in senso assoluto sì, resta, ma amore eterno cosa vuol dire? Parli delle coppie?».
Sì.
«L’amore e la passione dopo un po’ diventano affetto, complicità…».
Si tratta sempre di amore, tuttavia. Certo, la passione può andare in calo…
«Certo, si trasforma. Ma in genere diventa noia, fastidio e sopportazione».
Vero anche questo ma con un po’ di lontananza il rapporto potrebbe riaccendersi…
«Certo, perché l’amore comunque non finisce, si trasforma».
Hai perso la mamma quando avevi un anno, il papà, avvocato, in un incidente stradale, purtroppo. Esperienze dolorose. Come hai trovato la forza per arrivare dove sei arrivata?
«È il mio carattere, sono una persona estremamente resiliente e quindi mi risollevo e lotto. Lotto per la mia sopravvivenza, per la realizzazione dei miei sogni, per la mia creatività, io lotto…».
Com’eri da bambina?
«Ero molto vivace. Ma un ricordo di me è che ero sempre un po’ solitaria».
Figlia unica?
«Sì, figlia unica».
Sei nata a Torino. Come ricordi la Torino della tua infanzia?
«Con la neve a Natale, romantica, sempre un po’ grigia però… bella la neve che cadeva a Natale».
In quale città vivi ora?
«A Roma».
Hai fatto teatro, anche cinema. Qual è la cosa alla quale, nei tuoi progetti, terresti di più?
«Questa è una domanda difficile. A me piace recitare ma non sono mai arrivata a fare cinema e fiction. Ho fatto delle cosette. Il teatro mi piaceva molto farlo ma adesso mi piace di più la televisione per cui vorrei continuare a fare tv a meno che non capiti un miracolo e mi offrano una fiction, mi piace tantissimo recitare, magari mi offrissero una fiction, bello, entri in un altro personaggio, magari drammatico, è liberatorio, è catartico».
Tuttavia, lo spettacolo di teatro cui hai partecipato che ti ha dato maggior gratificazione?
«A Chorus Line, il musical di Saverio Marconi».
Perché?
«Perché mi piaceva tanto cantare, ballare, recitare ed era un musical bellissimo degli anni Ottanta, era venuta la coreografa americana a insegnarcelo, un mese e mezzo di prove a Tolentino, nella compagnia erano simpaticissimi, tutti ballerini, abbiamo fatto grande amicizia, esperienza bellissima».
La cosa che più ti annoia di una persona?
«La monotonia, le persone banali, scontate, che so già quello che diranno e quello che faranno».
Una persona imprevedibile dunque?
«La adoro».
Un libro che hai letto che ti ha particolarmente colpito…
«Nel corso della mia vita ho letto libri meravigliosi. Da piccola avevo iniziato Guerra e pace, Anna Karenina. La maturità l’ho fatta con Moravia, lo adoravo, La noia. Ho letto valanghe di libri e leggo anche adesso perché leggere è come fare un viaggio dell’anima. Un libro che mi ha molto toccato è Una vita come tante, di Hanya Yanagihara».
Romanzo imponente di oltre 1.000 pagine edito da Sellerio. Mi parlavi della tua maturità. Classica o scientifica?
«Classica. Veramente avrei voluto fare il liceo artistico perché sin da piccola sognavo di dipingere. Latino e greco li studiai a forza, una palla colossale, mi piacevano italiano, filosofia…».
Oggi dipingi?
«Certo, ma una pittrice brava non s’inventa a meno che tu non sia un talento come Caravaggio».
Soggetti?
«Donne e natura, a olio o acrilico. Solo gelosissima dei miei quadri, è come ci fosse un pezzo di anima mia attaccato, è l’unica cosa di cui vado terribilmente fiera, non li venderei mai».
La canzone pop che più ti piace?
«Sei nell’anima, della Nannini».
Capelli corvini, occhi scuri con nuance di verde, bella voce con cui è diventata nota al pubblico televisivo a Domenica in nei primi anni Duemila. Luisa Corna ha condotto numerose trasmissioni tv, duettato a Sanremo 2002 con Fausto Leali, inciso oltre dieci tra album e singoli, fatto esperienze teatrali e di cinema. È stata protagonista di spot pubblicitari per collant, dentifrici e automobili. Nel novembre 2025 è uscito il suo album cantato dal vivo, Incanto (Azzurra music) con la Merano pop simphony orchestra, interpretando brani cantati da Mina e Battisti («ad esempio Io e te da soli, Se telefonando, Vorrei che fosse amore, di Mina, E penso a te, Il tempo di morire di Battisti e poi canzoni di Natale e altre mie…»). Tuttavia ama anche scrivere per i bambini. Dopo la fiaba Tofu e la magia dell’arcobaleno (2019), sul tema del bullismo, ha ripreso il suo personaggio in Tofu e l’isola di plastica (ed. A.car).
Bella la tua favola. Provenienti da un piccolo e lontano pianeta, Tofu e la sorella Seitan, viaggiando su un arcobaleno, trovano sul pianeta Terra un mare che porta a riva cumuli di bottiglie di plastica.
«Da otto anni vivo al mare, quattro anni in Puglia e altri quattro a Livorno. Mi piace godermelo nei periodi in cui c’è meno confusione. Mi sono resa conto di quanta immondizia restituisca alle coste. Con altre persone organizziamo spesso una piccola raccolta differenziata. Guardando il mare mi è venuta l’idea di questa fiaba. Tofu, arrivato sulla Terra con la sorella, finisce in una lunga distesa di immondizia. Poi fanno vari incontri con il mondo sottomarino e degli umani e finiscono per riunirsi per ripulire il mare. Il senso è quello dell’unione, solo insieme si possono fare le cose. Non c’è un giudizio, ma questa favola vuole insegnare ai bambini ad amare e a rispettare l’ambiente con l’esempio».
Nel libro lo ricordi con un’immagine: per degradarsi, a una bottiglia di plastica servono 450 anni, a una di vetro 1.000, a una lattina 200. Esistono i cestini, i cassonetti. Perché, secondo te, questa inciviltà?
«A volte è anche una questione di superficialità. Poi può succedere anche che, se i cassonetti sono pieni di immondizia, il vento la può trasportare in giro. Forse c’è una scarsa educazione al rispetto dell’ambiente, non tutti hanno la sensibilità di capire che una bottiglia ci metta 450 anni a degradarsi, ma credo che tanti passi in avanti siano stati fatti. Quando ero piccola, la raccolta differenziata non si faceva, oggi la facciamo e la insegniamo anche ai ragazzi. Bisogna andare avanti un po’ per gradi».
Interessante è il fatto che nel libro si può inquadrare un Qr-code e ascoltare le tue canzoni per i bambini, Le principesse del mare, Il cha cha cha dei pesciolini, Il mare canta il rock…
«Venendo dallo spettacolo, dalla musica, dal teatro, mi veniva più facile, come ho fatto nel primo libro, immaginare il racconto con la musica. Ho coinvolto il mio amico maestro Antonino Scala, autore delle musiche, e le illustrazioni sono di Fiora Giovino. All’interno ci sono anche gli spartiti musicali, magari per i bambini che a scuola prendono lezioni, ci sono i pezzi e anche solo le basi per chi vuole cantarli. Ho notato che oggi i bambini cantano le canzoni degli adulti e invece ogni cosa ha il suo tempo».
Infatti ti ricordiamo anche allo Zecchino d’oro 2005. Metti che la società umana potesse toccare con mano l’esempio edificante di un popolo di un altro pianeta…
«A volte ci sono grandi forme di egoismo nel senso che è difficile avere quell’empatia, mettersi nei panni degli altri, molto spesso è più facile giudicare, lo vediamo sui social. Però gli esseri umani riescono anche a sorprenderci, tirar fuori lati positivi. C’è sempre questo doppio aspetto. Se esistesse una società più evoluta a livello empatico sarebbe una bella cosa, forse qualcuno seguirebbe questo esempio e qualcuno no. Ad esempio, ci sono persone che trattano gli animali come figli e altre che fanno cose orribili».
A proposito, hai degli animali?
«Qui personalmente a casa mia no. A casa di mia mamma, invece, ne abbiamo tanti, ho lasciato lì un coniglio, un gatto, perché mi sposto spesso ed è un po’ difficile, abbiamo tipo tre conigli e 12 gatti. Siccome vado e torno, ho preferito così. Stanno benissimo, hanno un bel giardino. Quando arrivo c’è questo gatto, Johnny, che mi corre incontro e io lo abbraccio e gli dico “ma quanto ti voglio bene”».
La tua posizione nei confronti della spiritualità?
«Sono credente. Lo sono sempre stata per educazione. Ho avuto anni in cui mettevo le cose un po’ in discussione. Quando prego sto bene, mi fa stare bene, vado a messa e quando è morto mio padre mi sono resa conto - e mia mamma è super credente - di quanta forza possano dare religione e spiritualità».
Sei nata a Palazzolo sull’Oglio, provincia di Brescia. I tuoi che professione hanno svolto?
«Mio padre aveva un’azienda di cavi, corde, edilizia per le imbarcazioni».
Da ragazzina, Palazzolo ti stava stretta?
«Mi stava stretta nel senso che avevo i miei sogni, sapevo benissimo cosa volevo fare e lì non c’erano tutte queste opportunità e quindi sono andata via molto presto. Già a 17 anni vivevo a Milano da sola per studiare canto e teatro. Più avanti, però, ho sentito sempre più il desiderio di tornare spesso, andavo e tornavo, e anche adesso è così, le mie radici sono lì, la mia casa è lì».
Hai fratelli o sorelle?
«Ho una sorella, Sara, anche lei è una cantante, fa concerti, insegna anche canto in accademia a Brescia».
Nel tuo album Acqua futura, del 2005, canti una canzone, Santa vita. «La vita è santa» è un verso. «E dai falle del male così come sai» è un altro.
«Si riferisce a quel momento esatto in cui in una coppia si percepiscono tensioni, come un momento di paura, quel senso di possesso che una persona avverte, qualcosa non funziona. Il concetto è quello di andarsene quando una persona ti vuole diverso da quello che sei».
Anche un uomo, in una coppia, può subire ciò…
«Certo, comunque nella canzone non parlo di atti violenti ma di quella fase subdola in cui una persona vuol cambiarti a tutti i costi. Questo può succedere in entrambi i casi, anche una donna talvolta può voler schiacciare un uomo, avere la totale supremazia. La cosa più bella in un rapporto è essere liberi e bilanciati, tutti ambiamo a questo, liberi di essere noi stessi. Può succedere spesso che una persona si cambia perché all’altro piaci in quel modo…».
Roberta Bruzzone docet. Dal 2005 al 2010 alla conduzione di una parte di Domenica in…
«Avevo il mio spazio musicale, lo conducevo io, poi c’erano Pippo Baudo, Giletti e Maria Venier».
Prima, tuttavia, avevi esordito con Fabrizio Frizzi.
«Con lui feci la mia prima apparizione televisiva nel 1999. Fabrizio si ricordava sempre del mio compleanno. Fra l’altro ogni tanto ci confrontiamo con Emanuela Aureli, attrice comica, e anche lei dice che Fabrizio si ricordava sempre di noi il giorno del nostro compleanno. Quando inizia con lui mi mise a mio completo agio e non è una cosa da tutti».
Come l’hai immaginato dopo che ne s’è andato?
«Solo cose belle. Si metteva sempre nei panni degli altri. Quando se n’è andato, ho saputo che ha donato anche il midollo, faceva le cose con il cuore, posso solo immaginare che sia in un posto assieme a delle persone come lui».
Giorgio Albertazzi ti ha voluto nella pièce teatrale Mami, pappi e sirene in Magna Grecia…
«Mi contattò lui e feci i canti delle sirene. C’erano questi musicisti che utilizzavano strumenti antichi e dovetti inventare, Giorgio mi diede il testo e inventai la parte melodica. Facemmo lo spettacolo per 15-20 giorni al teatro antico di Pompei, venne registrato dalla Rai e interpretai anche il ruolo della maga Circe. Esperienza recitativa importante».
Per un uomo, una donna può essere vista come una sirena? Ulisse si tappò le orecchie con la cera e si fece legare…
«Tutti noi abbiamo le nostre carte da giocarci no? Tra uomini e donne».
In Nirvana, film visionario di Gabriele Salvatores del 1997, ottima colonna sonora, facesti la parte della Dea Kalì.
«Era un piccolo cameo. All’epoca studiavo recitazione e lui venne in questa scuola a cercare attori con fisionomia indiana. Essendo scura di capelli - scurirono ancora di più - mi scelse come dea Kalì, era un film molto elaborato al computer. Ero anche sulla locandina».
Christopher Lambert ne era il protagonista...
«Quando ho fatto la mia sessione lui non c’era, sul set non lo vidi, ebbi l’occasione di conoscerlo più avanti».
Sei sempre attenta al mondo dei bambini.
«Mi fanno tenerezza, sono il nostro futuro».
Hai figli?
«No, ma mio marito ne ha due, li ho conosciuti già da bambini»
Il 9 settembre 2023 ti sei maritata con l’ufficiale dei carabinieri Stefano Giovino. Come vi siete incontrati?
«Ci siamo conosciuti a Palazzolo…».
Ah, nel tuo paese di nascita…
«Sì, ci siamo conosciuti in una giornata che festeggiava i 100 anni della Croce rossa di Brescia, io sono una donatrice di sangue della Croce rossa e anche lui lo è… Ci siamo incontrati e piaciuti e da lì è iniziata la nostra relazione».
Vivete a Livorno…
«Ogni quattro anni ci spostiamo, per il suo lavoro. Prima in Puglia, anche in Sardegna, e adesso a Livorno. Il prossimo anno sarà spostato. Lo seguo perché, con il mio lavoro, riesco. E vivo in caserma, si sta bene, abbiamo una nostra casa nella caserma».
Da cosa nasce la gelosia di una donna per il suo uomo?
«Dall’insicurezza, dal fatto di non sentirsi sicura».





