Quantunque siano trascorsi 43 anni, molti ancora ricordano la professoressa Serena Stanzani nel film Una gita scolastica (1983) di Pupi Avati, interpretata da Tiziana Pini, bellezza folgorante. Partecipò a una decina di film, fece tv e co-presentò due Sanremo. Figlia unica, a un certo punto decise di congedarsi dal cinema per uno scopo assai nobile, dedicarsi alla cura fino all’ultimo del padre e della madre.
In quel capolavoro di Avati la scelta di far interpretare a Carlo Delle Piane, fino ad allora relegato a parti macchiettistiche, il prof. Carlo Balla, innamorato cotto della Stanzani, fu azzeccatissima. Lui Nastro d’argento come miglior attore protagonista e lei candidata a miglior attrice non protagonista.
Nata a Sanremo…
«Sì, ma ho vissuto a Ventimiglia. Ho avuto un’infanzia serena e felice. Ero un terremoto. Nei primi 4 anni della mia vita non ho dormito la notte. Avevo il jet-lag, notte e giorno invertiti. Mia madre era disperata (sorride, ndr.)».
Di dov’erano i suoi genitori?
«Mio padre romagnolo, di Castel Bolognese, mia mamma di Acqui Terme, in Piemonte. Nel periodo della guerra era stato trasferito proprio ad Acqui Terme, faceva lì il militare, era un bellissimo ufficiale. E così si sono conosciuti. Volevo un fratello, non una sorella, ma niente, mia madre disse “se mi capita un altro figlio così vivace finisco di vivere”… Poi papà lavorò come funzionario nelle Fs».
Da ragazzina voleva fare l’attrice?
«No, assolutamente, non lo pensavo. Scimmiottavo solo le Kessler in tv come fanno i bambini. Pensavo di occuparmi di architettura, design, feci il liceo artistico. Mi sarebbe anche piaciuto fare restauro…».
È alta 1.80. Sbaglio?
«No, è esatto. Mio padre era 1.94, mia mamma 1.75. Era inevitabile…».
Quando si rese conto di avere una bellezza così evidente?
«Guardandomi allo specchio mi rendevo conto di essere una bella ragazza ma pensavo di essere nella norma perché ci troviamo sempre dei difetti. Poi me ne sono resa conto attraverso gli altri».
Decisivo fu il suo incontro con Macario. Come lo conobbe? Lavorò con lui prima a teatro nel 1976 nella commedia Medico, si fa per dire e poi, nel 1978, nella trasmissione Rai del sabato sera Macario più.
«Lo conobbi tramite un amico comune, è stato proprio un caso. Era venuto a Sanremo con una sua commedia. Andammo tutti a vederlo e me lo presentarono. Lui era molto spiritoso. Rispecchiavo, fisicamente, le sue donnine. Appena mi vide mi disse “ti piacerebbe fare l’attrice?”. “Magari”. Mia madre mi fulminò con gli occhi, poi ci rivedemmo il giorno dopo e mi mise in mano un copione da leggere. “Sei matta” disse mia madre in dialetto piemontese. Un dramma. Ma alla fine, nell’arco di 15 giorni, ho firmato un contratto».
Come lo ricorda?
«Mi accolse come una nipotina, mi proteggeva, aveva un senso di responsabilità, venivo dalla provincia, mi trovai a Torino, città che non conoscevo. Per me era una persona di famiglia. Ma professionalmente era molto rigido. Esigeva molto. Le mie prove erano molto più dure di quelle degli altri, tutti attori professionisti».
Nel 1976 primadonna nella terza serata di Sanremo. Conduttore il d.j. Giancarlo Guardabassi…
«Lessi un invito di Mike Bongiorno sulla Domenica del Corriere. Aveva indetto un concorso perché cercava una valletta. Mandai una foto, pensando “figurati se mi chiamano…”. Mi chiamarono, ci fu una selezione, finita a Montecarlo. Ero tra le ultime. Al festival, Guardabassi era seduto a una scrivania con me e un’altra ragazza. Mike fu il consulente musicale».
Secondo Sanremo, edizione 1984, quello in cui vinse la coppia Al Bano-Romina con Ci sarà, a fianco di Baudo alla conduzione.
«Mi hanno cercato. Poco prima era uscita Gita scolastica, avevo già cominciato a fare dei film. Tremavo come una foglia. Nascere a Sanremo e affiancare Pippo Baudo… Lui? Una macchina da lavoro. Cercò di mettermi a mio agio ma era talmente preso… Dava quasi per scontato che fossimo all’altezza, dandoci una traccia. E c’erano sempre imprevisti. Delegava poco. Non so come facesse…».
Che abito indossava nella serata finale di quel festival?
«Verde, mi arrivava poco sopra alla caviglia e avevo un fiocchettone sulla spalla».
Nel 1982 Sordi la volle per il suo film con Verdone In viaggio con papà. La corteggiò?
«Fu un periodo strepitoso, mi capitava un lavoro dietro l’altro. Quasi non me ne rendevo conto. Non pensavo al successo ma a godermi il momento. Sordi, di una simpatia… Beh, era un uomo, un po’ di corte me l’ha fatta. Fui lusingata ma, carinamente, ho messo dei paletti. Capì di che pasta ero fatta e poi mi presentò la crema del cinema italiano, Scola, Monicelli, Costa-Gavras… Mi invitò ovunque».
È vero che Tinto Brass l’avrebbe voluta per un suo film?
«È vero, feci anche un colloquio con lui. Non ricordo se avesse un titolo, era ispirato a un fatto di cronaca accaduto in Francia… Avrei dovuto fare un lavoro su di me abbastanza intenso per fare certe scene… Quel film non si fece e non si parlò di compensi».
Co-protagonista in Una gita scolastica di Pupi Avati, del 1983. Nel 1914, una classe di terza liceo, la 3ªG, va in gita scolastica...
«Da Bologna a Firenze passando per l’Appennino tosco-emiliano. A Porretta Terme avevamo la base».
Il prof. Balla s’innamora di lei, la attende con un gelato. Il gelato si scioglie perché lei va ad amoreggiare con un alunno, Giuseppe.
«Giovanni Veronesi, poi diventato un regista bravissimo. Nel film ero sposata».
Le è capitato, nella vita, di aver a che fare con un ragazzo o un uomo innamorato di lei ma non corrisposto?
«Sì, capita. Sono i casi della vita. Non sempre ci s’incontra. Cercavo di essere delicata, di non offendere la persona, dicendo che non era il momento, evitando di dire che non mi piaceva, anch’io ho i miei gusti, non è carino dare il due di picche…».
Nel film, tuttavia, che occhieggia all’amore eterno, accade l’incredibile. Balla e la Stanzani alla fine se ne vanno insieme, con applauso della scolaresca dalla finestra.
«Sì, io e lui andiamo via insieme e lascio il marito che però mi aveva tradito con mia cugina. Mi sento accolta, lui rinuncia alla scuola, a tutto, per dedicare la vita a me e lo seguo in questa avventura, uno scandalo pazzesco».
Oggi, al di là dei film, una storia così potrebbe accadere?
«Accade tutti i giorni. È pieno di uomini non belli ma con donne bellissime vicino. Ci sono dei perché. Nella donna la bellezza è molto richiesta ma se un uomo non rispecchia questi canoni ma ha una bella testa, una cultura, e se è anche benestante… Non è il caso del film perché lui era un semplice professore…».
Ha pensato, talvolta, di convolare al matrimonio?
«Non mi sono mai sposata, ma mi è stato chiesto. Ho avuto convivenze anche lunghe, importanti, mai dire mai, ma pensavo che se due persone stanno insieme non hanno bisogno di una convalida, è una libera scelta di tutti i giorni. Forse l’avrei fatto se fossero arrivati dei figli per dare loro delle garanzie…».
Avrebbe desiderato un figlio?
«Questo sì. Non è arrivato, forse non l’ho cercato, forse non avevo trovato la persona giusta perché un figlio ti cambia la vita, volevo dargli un padre ma per tutta la vita. Molti adesso si separano. I miei genitori sono stati insieme per tutta la vita. Oggi sono felicemente single, ma non ho chiuso la porta…».
L’ultimo film cui ha partecipato, Boom, del 1999. Poi ha lasciato il mondo del cinema e dello spettacolo. Per dare cura ai suoi genitori, essendo figlia unica?
«Sì, ma non sentendolo come un obbligo. Nella vita ci sono delle priorità. Ho avuto la fortuna di avere due genitori che si sono dedicati a me in toto. Prima di tutto mi hanno messo al mondo. Inizialmente mi sono fatta aiutare da delle persone ma quando le loro condizioni sono peggiorate quello che potevo fare io non lo poteva fare nessun altro. Prima si ammalò più gravemente il papà, Enrico, lo portammo anche a operarsi all’estero, lo seguivo con la mamma, Lucia, la voleva sempre vicina. Entra e esci, per mio papà sono stati quasi 30 anni di ospedale. Il papà è mancato a 88 anni, a Ventimiglia, nel 2009, e la mamma a 92, nel 2019. Quando anche mia madre si è ammalata l’ho portata con me a Milano e me la sono goduta fino all’ultimo».
Che rapporto ha con la spiritualità?
«Sono credente, mia madre e mio padre lo erano tantissimo. Fin che c’era mia madre frequentavo molto di più la chiesa. Mi piace tantissimo entrare nelle chiese, ma vuote. Ho un ottimo rapporto con il mio parroco a Milano, ma nella messa non riesco a raccogliermi…».
Oggi lavora nel settore immobiliare.
«Dovevo uscire dal mondo dello spettacolo ma anche costruire un’alternativa. Già quando facevo l’attrice iniziai a collaborare, nel 1987, con Francesco Conti, nel settore del fitness e del benessere di alto livello. Poi sono passata all’immobiliare, oggi sono una libera professionista in questo settore. Con delle amiche abbiamo uno studio di consulenza a Milano 3».
C’è qualcosa che non rifarebbe?
«Ho incontrato anche persone che mi hanno soffrire, ma rifarei tutto perché, se sono arrivata a piacermi, è forse anche grazie alle esperienze negative».
«Il più rock di tutti i tempi? Beethoven. In Italia i testi contano più che all’estero»
Dal cilindro magico della musica fuoriesce un profluvio di brani che ci catturano o ci hanno catturato. Canzoni leggere? Testi impegnati? In fondo poco importa. Ci hanno raggiunto, interessato, immalinconito o rasserenato. Tuttavia, esiste un teorema in base al quale spiegare il successo o l’insuccesso di una canzone?
Domenico Paganelli, detto Mimmo, tarantino e milanese d’azione, è stato dirigente artistico della Rca (oggi Sony Bmg), della Peer Southern e della Emi. È un alchimista della musica pop ed è appena uscito il suo libro Music Masterclass (edizioni Dantone). La sua è sempre stata una politica della qualità e ha collaborato con mostri sacri del pop italiano, da Dalla a Battiato, da Vecchioni a Fossati, da Bennato a Guccini, da Branduardi a Vasco Rossi, da De Gregori a Rino Gaetano e molti altri.
Come conobbe Rino Gaetano?
«Aveva appena fatto Sanremo. Lo conobbi nel 1977. Quando veniva a Milano ero io che organizzavo la promozione, le radio, le interviste, erano nate le tv private».
I testi di questo cantautore, talvolta più espliciti, talaltra più enigmatici, davano fastidio a qualche potente?
«Era un cantautore emergente. Secondo me non ha dato fastidio ai potenti perché aveva un certo modo di dire le cose… Una volta cantò Nun te reggae più davanti a Susanna Agnelli (sorella di Gianni Agnelli, ndr.) e lei lo trovò divertente…».
Sì, ad Acquario, in Rai, 1978. Tuttavia, in quell’occasione, Costanzo lo mise un po’ alla berlina…
«In quella trasmissione era molto timido, non tanto a suo agio. Usò tutto il mestiere possibile. In effetti non fu molto aiutato. Ma la sua coerenza fece sì che disse ciò che pensava».
Il cielo è sempre più blu. Canzone di denuncia sociale. Quel refrain era ironico o sarcastico?
«In quella canzone parlava di qualcosa di negativo ma i grandi fanno in modo di bilanciarlo con qualcosa di positivo e non c’è frase più bella di questa che lui ha scritto. “Guardiamo avanti e siamo positivi”. Non era sarcastico ma ironico. L’ironia è una grande arma».
Sono stati espressi dubbi sulla sua morte, in quell’incidente stradale…
«Non ho mai creduto a disegni nascosti. C’è da dire che Rino è un artista anomalo. Quando è morto era sì famoso ma non c’era ancora il sentore del mito e ha quasi superato gli altri cantautori, ma post mortem. Dalla, Pino Daniele, Pino Mango - che se ne andò sul palco - erano già grandi in vita. Lui vendette molto con Gianna, un singolo, ma per gli album era da 30-50.000 copie, una quantità all’epoca non elevatissima ma normale».
La celebre Luci a San Siro di Vecchioni, che parlava di compromessi imposti per vendere dischi. «Parli di sesso, da buoncostume… / Scrivi Vecchioni / scrivi canzoni / che più ne scrivi più sei bravo e fai i danée…».
«Era una critica nei confronti del “fai questo che vogliono le discografiche” ma un artista può prendere la scorciatoia per il successo. Il duetto Vecchioni-Guccini al premio Tenco è più una riflessione tra artisti. Insomma, il denaro non ha mai fatto schifo a nessun artista. Vecchioni scrisse quella canzone per un artista barese, Rossano, e aveva un altro titolo e un altro testo. Non successe nulla, la ripescò ma il testo non gli calzava e lo riscrisse. Venne quel capolavoro di Luci a San Siro. Più di una volta Guccini mi ha detto che questa canzone l’avrebbe voluta scrivere lui».
Il pubblico può influire sul mercato discografico?
«Il pubblico, alla lunga, è sempre un sovrano. Si facevano anche gli spot su un disco e questo poteva far vendere di più. Ma il pubblico ha un sesto senso. C’è da dire poi che nelle scuole si insegnano i cantautori, ma tra dieci o vent’anni forse si farà la stessa cosa con la musica rap…».
Il fatto che un disco abbia successo dipende anche dal momento in cui esce?
«Può accadere che un album sia bellissimo ma un po’ in anticipo sui tempi. Deve essere giusto al momento giusto. Se è troppo in anticipo non va bene, se troppo in ritardo nemmeno. Se è troppo in ritardo significa che ciò che in quel disco l’artista dice è stato già detto da qualcun altro. Dal momento in cui un artista concepisce un disco, diciamo a casa sua, al momento operativo passano circa sei mesi, talvolta un anno e nel frattempo il mondo va avanti. Può succedere che un altro esca prima con caratteristiche simili e sia un problema replicarlo».
Nella sua carriera di discografico ha promosso musica e testi di qualità.
«Ho iniziato in discografia nel 1971. Ho fatto negozio, vendita, ascoltavo concerti di artisti nazionali e internazionali. Poi entrai nella stanza di bottoni. Mi interessava tutto, non mi piaceva tutto ma cercavo il bello ovunque. Siamo abituati a dividere il mondo in rock, pop, folk, jazz e via di seguito, ma quello è il vestito. La canzone in sé non ha un genere. Sono la registrazione e l’arrangiamento del pezzo che determinano se esso è pop, rock o altro. Amavo scomporre le canzoni senza lasciarmi prendere dal vestito».
Ci faccia capire.
«Una canzone melodica può diventare rock e sembrare scritta per essere rock. Quando faccio le masterclass dico ai ragazzi: “Quando si scrive il testo il genere ancora non esiste”, e già mi guardano male. Gli canticchio Fotoromanza di Gianna Nannini, in tre quarti, ma il tre quarti poteva essere un liscio dei Casadei. Questo per dire che l’arrangiamento modifica tutto. Dico ai ragazzi: “Sapete qual è il compositore più rock del mondo di sempre? È Beethoven. T-ta-ta-tan” (accenna la Sinfonia n. 5, ndr.). Quello è rock, anche se non esisteva. Il maestro Walter Margoni, “Gualtiero”, autore di Guarda che luna, si metteva al pianoforte, prendeva una canzone, ad esempio di Ramazzotti o Mina, e mi diceva: “Adesso ti faccio capire perché è un successo”». La scomponeva come un lego. Questo mi ha aperto la mente».
Preso atto che dev’esserci una metrica delle note che ne sancisca l’«orecchiabilità», quanto è importante il testo?
«Il testo ha sempre importanza e nel nostro Paese ancora di più che nel mondo anglosassone, dove ci sono canzoni meravigliose ma quando le traduci un po’ di amaro in bocca rimane. Nella nostra lingua i termini hanno spesso molti sinonimi, da loro molto meno. Con poche centinaia di parole loro scrivono. Pensiamo invece alle parole che usa Battiato i cui testi sono tuttavia enormemente diversi rispetto a un cantante pop degli anni Sessanta…».
Cantautori più profondi e autori più semplici, con rispetto di entrambi.
«Per un cantautore il testo può arrivare anche all’80%di importanza. I cantautori hanno inventato un modo più libero di scrivere. Negli anni del boom economico si scrissero i testi più ingenui ed è giusto. Poi il 1968 e, dalla fine degli anni Settanta, quel “noi” che si usava è diventato “io”, con l’eccezione di Vasco Rossi che negli anni ’80 ha detto “Siamo solo noi”».
Resta il fatto che anche le canzonette leggere hanno un loro diritto di cittadinanza, tant’è che a tante di esse, lo ammettiamo o no, siamo affezionati…
«Sono d’accordissimo. Se uno va al mare mette ad esempio Vamos a la playa. Se ci eleviamo a giudici facciamo un errore. Ma la realtà è che le canzoni più belle sono quelle sentite da chi le ha scritte e non fatte a tavolino per puro marketing. Quindi distinguerei le Canzonette dalle canzonette con la “c” minuscola, quelle preconfezionate. Il ballo del qua qua è una Canzonetta con la “c” maiuscola. Conosco il compositore, svizzero. Un giorno gli è venuta così, spontaneamente, bellissima, da organetto, tradotta in moltissime lingue, una canzone così viene una volta nella vita… Oggi c’è la tendenza a trovare scorciatoie per il successo. Je so’ pazzo di Pino Daniele è una Canzonetta con la “c” maiuscola».
Quali speranze ha oggi, agli inizi, un cantautore talentuoso anche per sostentarsi economicamente?
«Dico sempre, live, live, live, ovunque, da dieci persone in su prendere tutto e soprattutto non prostituirsi artisticamente ma fare il vestito che ti vuoi mettere. Oggi la canzone d’autore è in crisi, è una nicchia. Una volta beneficiavano di vendite anche cantautori più mediocri, perché l’andazzo era quello. Oggi non c’è più e quindi si fa fatica».
Le grandi case discografiche di oggi scommettono sulla qualità?
«No. Oggi le majors hanno il 20% del personale che avevamo noi. Da quando hanno avuto l’idea della “musica liquida” non c’è più il possesso, ma solo l’ascolto. I ragazzi hanno disimparato a possedere l’album, il disco, che non si comprano più. Negli anni Sessanta lo streaming era il juke box. La musica digitale non fa guadagnare per vivere. I divi dei ragazzini sono sui social, magari non li conosciamo, con milioni di like e di streaming, la qualità non conta più. Non si parte più da zero, come facevamo noi, con il rischio di non vendere un disco…».
Luigi Tenco. Ho chiesto un parere a Orietta Berti, Iva Zanicchi, Vilma Goich, al criminologo Francesco Bruno. Tutti convinti che il suo non sia stato un suicidio…
«Le case discografiche cercavano il miglior disco possibile. Alle volte è normale che un artista vada verso il calcio d’angolo. C’erano due problemi, l’artista che andava troppo o verso destra o verso sinistra, e la censura, ufficiale e no. Inizialmente Ciao amore, ciao, il ritorno dalla guerra, era una canzone molto più profonda e magari anche molto più bella. Doveva rimanere un po’ più sull’amore. Ma non vedo un complotto. Secondo me lui era già una pianta con i segni del vivere, era molto critico, voleva fare musica d’autore. Non andò in finale ma alcune canzoni erano bruttine. Vide questa cosa come un attacco al suo modo di ragionare e, secondo me, andò in crisi. Aveva un principio di depressione. Tenco dedicò la sua vita a tenere integra la sua arte, ecco perché, secondo me, si sentiva così. Altri artisti non avevano il problema del Sanremo e non ci andavano».
Quando si parla con Dario Baldan Bembo appare facile attaccare con Amico è, il brano da lui musicato e cantato, assurto a inno senza confini dell’amicizia, sentimento universale che peraltro si presta a considerazioni dalle infinite sfaccettature. Tuttavia è interessante anche ricordare Canto universale, «sconosciutissima, di cui ho scritto anche il testo, canzone molto normale, bella, semplice, senza enfasi, dedicata a Gesù Cristo». La cantò Mia Martini con quella voce struggente. Giacché anche l’ermeneutica dei testi, ossia l’analisi del loro contenuto, è importante, eccone un verso. «C’è un uomo che ha detto va’ / la strada conosci già / ma il gregge si è poi smarrito / dietro l’infinito di una falsa realtà». Quella canzone si conclude con un frinire di cicale, sotto le stelle. E tutto torna.
Sebastiano, tuo padre, di origini venete.
«Papà è morto nel 1973. Nato a Fiesso d’Artico (Venezia, ndr), nel 1896. Più vado avanti nella vita e più continuo ad apprezzare la sua vita perché è stato un volontario nella prima guerra mondiale, uno dei primi aviatori, fece una cosa da eroe. Ho una foto che tengo come una reliquia in cui è ripreso addirittura con D’Annunzio».
Come conobbe tua mamma, Domenica Andreini, originaria di Maggiora?
«Questa è una parte nascosta della mia vita. Io non conosco neanche l’anno in cui si sono sposati. Ai tempi erano abituati a non parlare mai di loro. Io di mio padre non so molto, quello che sono riuscito a sapere è soprattutto dalle foto…».
Tua madre era insegnante di pianoforte…
«Sì, certo, diplomata in conservatorio. Ma non l’ho mai sentita suonare il pianoforte in casa. Un tempo c’era questa mentalità, devo dire distorta, che siccome mia madre aveva quattro figli - io e i miei tre fratelli - non era “conveniente” che una donna suonasse il pianoforte perché era ritenuta una cosa poco seria. E di questo ho sofferto molto, perché mi sarebbe molto piaciuto vederla suonare…».
Pertanto non ha influito sulla tua formazione musicale?
«Assolutamente no. È una cosa che mi è nata dentro perché mi ricordo, quando avevo 10-12 anni - avevo il pianoforte in casa perché mio padre l’aveva comprato - mi sono accorto che mi piaceva moltissimo e ho approfondito l’argomento…».
Sei nato a Milano, ma poi c’è Maggiora, un piccolo Comune di media collina in provincia di Novara.
«Sono nato in casa, come accadeva una volta. Ho sempre avuto questa doppia realtà, Maggiora come piccolo paradiso della mia vita, fin dalle vacanze di scuola alle elementari - quando ci vado mi vedo con i miei amici, andiamo nei prati, a pranzi, ho fatto anche dei fantastici concerti - mentre a Milano, non potendo fare tutte queste cose, vivo da tranquillo cittadino. Ho due case, una a Milano e poi mi trasferisco in campagna, diciamo da giugno a ottobre, perché la vita è molto meglio là».
Proprio a Maggiora, nel 1982, hai musicato l’album Spirito della terra (1982). «Spirito della vita / Siamo gente di città / Che non vuole sapere più quello che sa». Un ritorno alle origini.
«Sì, certo. Tra l’altro, l’ho realizzato in una condizione assolutamente unica, in aperta campagna, in un bosco dove trovai una radura. Mettemmo le tende, i bungalow, pochi lo sanno, nessuno ha mai fatto un album in un bosco, con il torrente che passava e i rumori della natura. Con un’orchestra, abbiamo vissuto lì due mesi, bellissimo, una vita fuori dalla realtà, e in quella situazione è nato anche Amico è…».
Sei sposato?
«Ci ho tentato due volte e adesso, però, sono felicemente in compagnia».
Figli?
«Ne ho uno, ha 41 anni, Luca, il mio carissimo figlio, ha un bellissimo lavoro in una televisione ma lo prendo sempre nei miei album perché è un chitarrista eccezionale».
Nel 1966 hai conosciuto Ico Cerutti che ti portò nel clan Celentano, come tastierista.
«Di Celentano quasi nessun ricordo. Ho cominciato la mia carriera con Ico Cerutti, in un complesso di professionisti, c’era Gianni Bedori - Johnny Sax -, ci chiamavano dappertutto per far ballare la gente. Poi, da esecutore, sono diventato compositore e cantante».
Amico è. Testo di Nini Giacomelli, Sergio Bardotti e anche di Mike Bongiorno che la volle come sigla di Superflash…
«Mike è stato davvero il patron di Amico è. Grande merito anche di Nini Giacomelli e Sergio Bardotti, gli inventori proprio dell’inno dell’amicizia. Io avevo scritto la musica, bella fin che vuoi (la intona, ndr) ma su questa traccia vollero proprio scrivere qualcosa sull’amicizia. Poi è intervenuto lui, che ha dato la zampata finale. Da una canzone normale è diventato un inno dell’amicizia andato in tutto il mondo attraverso la canzone in francese di Céline Dion Hymn à l’amitié…».
Un ricordo di Mike?
«Un grandissimo personaggio. Quando è morto la televisione è morta un po’, come è successo quando è mancato Pippo Baudo».
A proposito di amicizia, sono migliori le amicizie esclusive, tipo «il mio miglior amico», oppure no?
«Rispetto a questo ragionamento sono molto meno selettivo nel senso che accetto molto di più, accetto tutto, che sia un’amicizia superficiale o meno. L’importante è il rapporto umano. Invece di scegliere qual è l’amicizia migliore, l’importante è l’amicizia in totale, quindi evviva qualsiasi amicizia».
Nelle storie di amicizia della tua vita hai più prediletto amicizie singole o compagnie?
«Ho avuto la fortuna di averle tutt’e due. Ho grandissimi amici oggi che conosco da 50-60 anni, fin dalle elementari. A Milano ho un amico, lo chiamo “primus amicus”, Mario Gorna, l’ho conosciuto in prima elementare. Li chiamo amici “rocciosi”, ne ho almeno sei o sette. Ho anche avuto un mucchio di compagnie, si sono un po’ diradate, ogni non sono tanto tempi da compagnie, tempi molto brutti».
Tra amici è comune litigare…
«Beh, litigare fa parte dell’amicizia, ma il litigare può portare ad approfondirla e questa è una cosa positiva».
Può esistere l’amicizia senza implicazioni erotiche tra un uomo e una donna?
«Sì, ma nella mia voglia di sincerità ho sempre detto che di solito un’amicizia tra un uomo e una donna è sempre una donna a deciderla, l’uomo andrebbe sempre più avanti. È sempre la donna che mette le mani avanti, “calma”, anche perché l’uomo è un po’ più mascalzoncello, cerca sempre di andare più avanti».
Hai amicizie con donne?
«Sììì, ho tante amiche, a Maggiore, ad esempio, ho una carissima amica, si chiama Carla, è anche una mia vicina di casa per cui non ti dico le cene, i pranzi, il nuoto al lago, le giocate a tennis, un’amicizia che continua tuttora…».
Cesare Pavese sosteneva che una donna può rovinare l’amicizia tra due uomini, dividerla…
«Non vorrei spiegarmi male, ma la presenza di una donna è talmente importante nei rapporti umani che può determinare la rovina di qualcosa. È importante nelle cose positive ma anche in quelle negative, nel senso che può essere una rovina paurosa ad esempio a livello familiare…».
Anche certe amicizie maschili o femminili somigliano agli amori….
«Sì, sicuro. L’amore, secondo me, determina tantissime cose, più di quanto ci immaginiamo. Dove c’è un rapporto umano già c’è amore, in qualche sua forma, e di forme ce ne sono migliaia».
Negli ambienti dello spettacolo e della musica, le amicizie sincere e autentiche sono improbabili?
«È una domanda che mi sono sempre fatto ma alla fine ho desistito dall’approfondire perché secondo me è importante non chiedersi mai se questa amicizia è sincera o no, l’importante è viverla e basta, forse è illusorio, ma l’importante è vedere le cose migliori, non sono mai stato a scavare per vedere la cosa migliore o peggiore. Mi sono sempre soffermato su ciò che è positivo e secondo me è il modo migliore di vivere la vita».
Dal punto di vista spirituale qual è la tua posizione?
«La penso nella maniera che ritengo più giusta che sia, l’avere la sicurezza che oltre questa vita c’è qualcosa. Sarebbe un peccato che dopo non ci sia un seguito. Ma non prendermi come un uomo di fede. Penso di essere molto di più e molto di meno. Ho però una fede scientifica nella presenza di mia madre, che è morta da tanti anni. Continua ad aiutarmi. È più della fede, è più vera, è un rapporto “scientifico” che ho con lei e quando ho bisogno di un aiuto, la chiamo e lei mi soddisfa sempre. Ma dobbiamo avere davvero la voglia di sentirli. Ci ricopriamo di tante maschere. Sarebbe meglio vivere senza».
Credi al ritrovarsi nell’aldilà?
«Io spero di sì. Ho perso due gatti, Pancho e Fosca, che avevano passato con me 18 anni di vita e anche con loro cerco sempre di dire “ci ritroveremo”».
A chi lo dici…
«Questi discorsi cerchiamo di evitarli perché siamo legati al discorso del giorno, soldi, vacanze. E sai dove li faccio? Sempre in campagna sotto un cielo di stelle. Lo consiglio a tutti. È difficile ragionare su questo quando sei in mezzo al traffico. A Maggiora, con gli amici, ci si raduna intorno a un tavolo, sotto un cielo stellato, a parlare di Dio e delle stelle».
A quale dei tuoi brani sei più legato?
«Sono tutte mie creature. La musica più toccante è stata la prima, Aria, del 1975, testo di Bardotti, dove c’è molta spiritualità».
Progetti?
«Fare un grande concerto a Maggiora, dove ho fatto Amico è, ricordandone tutte le emozioni».
Ci dai un ricordo di Bruno Lauzi, con cui hai collaborato?
«Forse non ha avuto il successo che meritava. Quando lo vedevo impazzivo di piacere perché era sempre incazzato con il mondo intero. Era incazzatissimo col mondo ma si capiva che lo amava, usava l’ironia. Quando iniziava a parlare lo bevevo, come un bicchiere di champagne».





