Capelli corvini, occhi scuri con nuance di verde, bella voce con cui è diventata nota al pubblico televisivo a Domenica in nei primi anni Duemila. Luisa Corna ha condotto numerose trasmissioni tv, duettato a Sanremo 2002 con Fausto Leali, inciso oltre dieci tra album e singoli, fatto esperienze teatrali e di cinema. È stata protagonista di spot pubblicitari per collant, dentifrici e automobili. Nel novembre 2025 è uscito il suo album cantato dal vivo, Incanto (Azzurra music) con la Merano pop simphony orchestra, interpretando brani cantati da Mina e Battisti («ad esempio Io e te da soli, Se telefonando, Vorrei che fosse amore, di Mina, E penso a te, Il tempo di morire di Battisti e poi canzoni di Natale e altre mie…»). Tuttavia ama anche scrivere per i bambini. Dopo la fiaba Tofu e la magia dell’arcobaleno (2019), sul tema del bullismo, ha ripreso il suo personaggio in Tofu e l’isola di plastica (ed. A.car).
Bella la tua favola. Provenienti da un piccolo e lontano pianeta, Tofu e la sorella Seitan, viaggiando su un arcobaleno, trovano sul pianeta Terra un mare che porta a riva cumuli di bottiglie di plastica.
«Da otto anni vivo al mare, quattro anni in Puglia e altri quattro a Livorno. Mi piace godermelo nei periodi in cui c’è meno confusione. Mi sono resa conto di quanta immondizia restituisca alle coste. Con altre persone organizziamo spesso una piccola raccolta differenziata. Guardando il mare mi è venuta l’idea di questa fiaba. Tofu, arrivato sulla Terra con la sorella, finisce in una lunga distesa di immondizia. Poi fanno vari incontri con il mondo sottomarino e degli umani e finiscono per riunirsi per ripulire il mare. Il senso è quello dell’unione, solo insieme si possono fare le cose. Non c’è un giudizio, ma questa favola vuole insegnare ai bambini ad amare e a rispettare l’ambiente con l’esempio».
Nel libro lo ricordi con un’immagine: per degradarsi, a una bottiglia di plastica servono 450 anni, a una di vetro 1.000, a una lattina 200. Esistono i cestini, i cassonetti. Perché, secondo te, questa inciviltà?
«A volte è anche una questione di superficialità. Poi può succedere anche che, se i cassonetti sono pieni di immondizia, il vento la può trasportare in giro. Forse c’è una scarsa educazione al rispetto dell’ambiente, non tutti hanno la sensibilità di capire che una bottiglia ci metta 450 anni a degradarsi, ma credo che tanti passi in avanti siano stati fatti. Quando ero piccola, la raccolta differenziata non si faceva, oggi la facciamo e la insegniamo anche ai ragazzi. Bisogna andare avanti un po’ per gradi».
Interessante è il fatto che nel libro si può inquadrare un Qr-code e ascoltare le tue canzoni per i bambini, Le principesse del mare, Il cha cha cha dei pesciolini, Il mare canta il rock…
«Venendo dallo spettacolo, dalla musica, dal teatro, mi veniva più facile, come ho fatto nel primo libro, immaginare il racconto con la musica. Ho coinvolto il mio amico maestro Antonino Scala, autore delle musiche, e le illustrazioni sono di Fiora Giovino. All’interno ci sono anche gli spartiti musicali, magari per i bambini che a scuola prendono lezioni, ci sono i pezzi e anche solo le basi per chi vuole cantarli. Ho notato che oggi i bambini cantano le canzoni degli adulti e invece ogni cosa ha il suo tempo».
Infatti ti ricordiamo anche allo Zecchino d’oro 2005. Metti che la società umana potesse toccare con mano l’esempio edificante di un popolo di un altro pianeta…
«A volte ci sono grandi forme di egoismo nel senso che è difficile avere quell’empatia, mettersi nei panni degli altri, molto spesso è più facile giudicare, lo vediamo sui social. Però gli esseri umani riescono anche a sorprenderci, tirar fuori lati positivi. C’è sempre questo doppio aspetto. Se esistesse una società più evoluta a livello empatico sarebbe una bella cosa, forse qualcuno seguirebbe questo esempio e qualcuno no. Ad esempio, ci sono persone che trattano gli animali come figli e altre che fanno cose orribili».
A proposito, hai degli animali?
«Qui personalmente a casa mia no. A casa di mia mamma, invece, ne abbiamo tanti, ho lasciato lì un coniglio, un gatto, perché mi sposto spesso ed è un po’ difficile, abbiamo tipo tre conigli e 12 gatti. Siccome vado e torno, ho preferito così. Stanno benissimo, hanno un bel giardino. Quando arrivo c’è questo gatto, Johnny, che mi corre incontro e io lo abbraccio e gli dico “ma quanto ti voglio bene”».
La tua posizione nei confronti della spiritualità?
«Sono credente. Lo sono sempre stata per educazione. Ho avuto anni in cui mettevo le cose un po’ in discussione. Quando prego sto bene, mi fa stare bene, vado a messa e quando è morto mio padre mi sono resa conto - e mia mamma è super credente - di quanta forza possano dare religione e spiritualità».
Sei nata a Palazzolo sull’Oglio, provincia di Brescia. I tuoi che professione hanno svolto?
«Mio padre aveva un’azienda di cavi, corde, edilizia per le imbarcazioni».
Da ragazzina, Palazzolo ti stava stretta?
«Mi stava stretta nel senso che avevo i miei sogni, sapevo benissimo cosa volevo fare e lì non c’erano tutte queste opportunità e quindi sono andata via molto presto. Già a 17 anni vivevo a Milano da sola per studiare canto e teatro. Più avanti, però, ho sentito sempre più il desiderio di tornare spesso, andavo e tornavo, e anche adesso è così, le mie radici sono lì, la mia casa è lì».
Hai fratelli o sorelle?
«Ho una sorella, Sara, anche lei è una cantante, fa concerti, insegna anche canto in accademia a Brescia».
Nel tuo album Acqua futura, del 2005, canti una canzone, Santa vita. «La vita è santa» è un verso. «E dai falle del male così come sai» è un altro.
«Si riferisce a quel momento esatto in cui in una coppia si percepiscono tensioni, come un momento di paura, quel senso di possesso che una persona avverte, qualcosa non funziona. Il concetto è quello di andarsene quando una persona ti vuole diverso da quello che sei».
Anche un uomo, in una coppia, può subire ciò…
«Certo, comunque nella canzone non parlo di atti violenti ma di quella fase subdola in cui una persona vuol cambiarti a tutti i costi. Questo può succedere in entrambi i casi, anche una donna talvolta può voler schiacciare un uomo, avere la totale supremazia. La cosa più bella in un rapporto è essere liberi e bilanciati, tutti ambiamo a questo, liberi di essere noi stessi. Può succedere spesso che una persona si cambia perché all’altro piaci in quel modo…».
Roberta Bruzzone docet. Dal 2005 al 2010 alla conduzione di una parte di Domenica in…
«Avevo il mio spazio musicale, lo conducevo io, poi c’erano Pippo Baudo, Giletti e Maria Venier».
Prima, tuttavia, avevi esordito con Fabrizio Frizzi.
«Con lui feci la mia prima apparizione televisiva nel 1999. Fabrizio si ricordava sempre del mio compleanno. Fra l’altro ogni tanto ci confrontiamo con Emanuela Aureli, attrice comica, e anche lei dice che Fabrizio si ricordava sempre di noi il giorno del nostro compleanno. Quando inizia con lui mi mise a mio completo agio e non è una cosa da tutti».
Come l’hai immaginato dopo che ne s’è andato?
«Solo cose belle. Si metteva sempre nei panni degli altri. Quando se n’è andato, ho saputo che ha donato anche il midollo, faceva le cose con il cuore, posso solo immaginare che sia in un posto assieme a delle persone come lui».
Giorgio Albertazzi ti ha voluto nella pièce teatrale Mami, pappi e sirene in Magna Grecia…
«Mi contattò lui e feci i canti delle sirene. C’erano questi musicisti che utilizzavano strumenti antichi e dovetti inventare, Giorgio mi diede il testo e inventai la parte melodica. Facemmo lo spettacolo per 15-20 giorni al teatro antico di Pompei, venne registrato dalla Rai e interpretai anche il ruolo della maga Circe. Esperienza recitativa importante».
Per un uomo, una donna può essere vista come una sirena? Ulisse si tappò le orecchie con la cera e si fece legare…
«Tutti noi abbiamo le nostre carte da giocarci no? Tra uomini e donne».
In Nirvana, film visionario di Gabriele Salvatores del 1997, ottima colonna sonora, facesti la parte della Dea Kalì.
«Era un piccolo cameo. All’epoca studiavo recitazione e lui venne in questa scuola a cercare attori con fisionomia indiana. Essendo scura di capelli - scurirono ancora di più - mi scelse come dea Kalì, era un film molto elaborato al computer. Ero anche sulla locandina».
Christopher Lambert ne era il protagonista...
«Quando ho fatto la mia sessione lui non c’era, sul set non lo vidi, ebbi l’occasione di conoscerlo più avanti».
Sei sempre attenta al mondo dei bambini.
«Mi fanno tenerezza, sono il nostro futuro».
Hai figli?
«No, ma mio marito ne ha due, li ho conosciuti già da bambini»
Il 9 settembre 2023 ti sei maritata con l’ufficiale dei carabinieri Stefano Giovino. Come vi siete incontrati?
«Ci siamo conosciuti a Palazzolo…».
Ah, nel tuo paese di nascita…
«Sì, ci siamo conosciuti in una giornata che festeggiava i 100 anni della Croce rossa di Brescia, io sono una donatrice di sangue della Croce rossa e anche lui lo è… Ci siamo incontrati e piaciuti e da lì è iniziata la nostra relazione».
Vivete a Livorno…
«Ogni quattro anni ci spostiamo, per il suo lavoro. Prima in Puglia, anche in Sardegna, e adesso a Livorno. Il prossimo anno sarà spostato. Lo seguo perché, con il mio lavoro, riesco. E vivo in caserma, si sta bene, abbiamo una nostra casa nella caserma».
Da cosa nasce la gelosia di una donna per il suo uomo?
«Dall’insicurezza, dal fatto di non sentirsi sicura».
Cesare Rascel: «Canto mio padre per tenerlo “in vita”. Per Chaplin era il suo unico erede»
Cesare Rascel, classe 1973, manager e artista, è l’unico figlio di Renato Rascel (1912-1991), straordinario attore di teatro e di cinema e protagonista in Rai di tante performance, ma anche autore e interprete di canzoni. Ne scrisse 480.
Una per tutte è la celeberrima Arrivederci Roma. Vive a Roma, è laureato in ingegneria del suono a Boston, ha vissuto dieci anni negli Stati Uniti dove torna una settimana al mese per star vicino ai suoi due amati figli.
Sei un creativo dello spettacolo. Ci racconti di te?
«Sono stato autore per Endemol e Rai e adesso produco i miei eventi. Per sei anni sono stato direttore artistico del festival della musica italiana di New York, Rai 2, e ora lo sono del Bond Street Award di Londra, che premia le eccellenze italiane nel mondo, dalla letteratura alla scienza…».
Hai portato la danza in tv in maniera originale…
«Sono cinque anni che produco questo programma tv sulla danza, una competizione tra ballerini senza gossip o litigi, nato nel periodo del Covid durante il quale la categoria dei danzatori è stata la più penalizzata in assoluto. Poi i corpi di ballo sono stati molto tagliati, anche dai programmi tv. Siamo al quinto anno del Mad tv dance context, che sta dando ottimi risultati, prossimamente ancora in televisione».
Delle famose canzoni di tuo padre vuoi ricordarne una in particolare?
«Te presento Roma mia, l’unica che non riesco a eseguire perché quando la canto mi commuovo sempre, un bellissimo brano un po’ meno conosciuto degli altri che parla di Roma ma anche di papà, del suo amore per la città».
Quindi interpreti le sue canzoni?
«Esatto, le canto in giro per il mondo, faccio dei concerti dal titolo Rascel canta Rascel, cerco di tenere alta la memoria di papà attraverso le sue canzoni».
Come lo ricordi?
«Era molto divertente e scherzoso anche a casa, diciamo che non ci si annoiava mai, aveva questa verve che ho ereditato anch’io, abbiamo sempre vissuto una vita divertente, leggera. Mia madre (Giuditta Saltarini, ndr) era severa con me nel lavoro scolastico, nel quale non ho mai eccelso (sorride, ndr), lui la prendeva più a ridere. Invece sul suo lavoro era incredibilmente preciso».
Renato Rascel è nato a Torino, ma per caso. Il padre, Cesare, da cui hai preso il nome, si trovava lì in tournée con la moglie, Paola Massa, ballerina classica…
«Il cruccio di mio nonno era che non fosse nato a Roma ma, essendosi rotte le acque a Torino… A Roma mio padre è cresciuto a Borgo Pio nel quartiere che poi fu abbattuto per fare via della Conciliazione. Lui, frequentando San Pietro, divenne corista delle voci bianche di Lorenzo Perosi, il suo primo approccio al mondo dello spettacolo. Nel 2012, anniversario della nascita, Torino, che amava, lo celebrò come neanche Roma fece».
Era cattolico?
«Era cattolico ma probabilmente non praticante come si dovrebbe, credente e vicino alla Chiesa per la quale fece anche molta beneficienza».
Tu sei credente?
«No, pur essendo cattolico e avendo ricevuto i sacramenti, ma mantengo un grande rispetto per chi è credente, credo tantissimo nella libertà individuale».
Circa nel 1932 entrò in compagnie teatrali di avanspettacolo e poi cambiò il suo cognome anagrafico, Ranucci, in Rascel. È vero che a ispirarlo fu una marca di cipria?
«All’inizio, quando non era ancora affermato, ebbe svariati nomi d’arte. A un certo punto, camminando per Parigi, vide una grande confezione di cipria a forma di cuore, “Raschel”, pronuncia francese rascel, che gli piacque molto, scegliendolo come nome d’arte. In Italia lo chiamavano Raschel ma volle italianizzare la pronuncia quindi divenne Rascel».
Celebri le sue battute surreali, le sue invenzioni linguistiche…
«È l’inventore del non sense, tipo “c’erano due amici che non si conoscevano da tanto tempo”, “e raggiunse la meta agognata. La gognata…” e proseguiva la frase. Questo non sense non era capito dal pubblico. Pensò di abbandonare perché non otteneva la risata. Al tempo la gente si portava a teatro le uova, la verdura andata a male: ti arrivava la gattata, in casi estremi un gatto morto in faccia. Poi a Bologna fece una serata per gli universitari e quei non sense attecchirono, un pubblico giovane più al passo con i tempi e anche più educato, perché aveva studiato. Ebbe grande successo e andò avanti aggiustando un po’ il tiro ma continuando con quello stile che lo consacrò un grande innovatore e grande comico».
Ieri ho rivisto un programma Rai del 1964 condotto da Johnny Dorelli, Quiz, con lui ospite. Le battute gli venivano spontanee, si capisce che non erano preparate e il pubblico rideva di cuore, non risate artificiali. Battute ancora incredibilmente fresche. Di attori con queste capacità ce ne sono stati pochissimi.
«C’era una indubbia genialità, ma anche il coraggio di dire cose, come quando cantò È arrivata la bufera davanti a degli ufficiali tedeschi in teatro nonostante l’impresario glielo avesse sconsigliato, un misto di incoscienza e coraggio. Poi mio padre, come me, aveva problemi di memoria e così, spesso, s’inventava le battute al momento. Quelle che facevano ridere il pubblico venivano mantenute. Anche Walter Chiari e De Sica avevano questa capacità, sentivano il pubblico».
Durante il Ventennio compose alcune canzoni satiriche che non sfuggirono alla censura…
«Sulla questione della censura non ti so dire molto perché di persona non ne parlammo mai. Potrebbe essere per questa ragione che per un certo periodo visse in Francia e divenne amico di Édith Piaf, con cui fece anche degli spettacoli».
È vero che durante l’occupazione di Roma dei tedeschi trovò protezione in Vaticano?
«Sì, è vero, come è vero che durante i rastrellamenti di Roma nascose due famiglie ebree per proteggerle. Nei primi anni Ottanta fummo dichiarati ebrei onorari alla sinagoga del lungotevere vicino al Palazzo di giustizia».
Nota l’autoironia sul palcoscenico per via della sua statura, 1 e 61. Il piccolo corazziere resta fenomenale.
«Ho una bellissima foto di quando il corpo dei Corazzieri diede a mio padre un premio a forma di elmetto, che ho qui davanti a me. C’erano questi due corazzieri enormi e papà gli arrivava a malapena al petto. Grande affetto e rispetto reciproco. Era tutta intelligenza. Rese un vantaggio quello che poteva essere considerato un difetto».
Anche nella trasmissione con Dorelli ironia sul divario di altezza con le soubrette. «Mi mettete sempre vicino soubrette molto alte»…
«Era lui che le voleva alte per accentuare il contrasto. Riusciva a far immedesimare il pubblico, perché gli italiani di allora generalmente non erano alti. In Enrico ’61 (commedia musicale di Garinei e Giovannini di cui Rascel fu protagonista, ndr), che rappresentò davanti ai reali inglesi, quando balla con Gloria Paul alza braccia e le spalle per accentuare la differenza di statura con lei, molto alta. A mia mamma, alta 1 e 73 ma che con i tacchi arrivava a 1 e 80, glieli faceva sempre mettere sul palcoscenico quando recitava accanto a lui. Il suo primo abito di scena, il famoso cappottone con il taschino sulla schiena era di quattro-cinque taglie più grandi per farlo sembrare ancora più piccino».
A proposito di cappotto, rivelò le sue doti di attore drammatico nel film di Alberto Lattuada, Il cappotto appunto, tratto dall’omonimo racconto di Nikolaj Gogol’.
«Il cappotto fu per lui un turning point, un cambio di passo, perché a un certo punto cominciò a star stretto nel ruolo di “Renatino”, comico molto popolare ed esplorò ruoli anche poliedrici. Comunque in questo film la scena in cui si scalda le mani con il fiato che esce dalle narici del cavallo fu assolutamente estemporanea, improvvisata».
Il Times lo paragonò a Charlie Chaplin.
«Quando Luci della ribalta (film del 1952, lo stesso anno di Il cappotto, ndr) arrivò a Roma, i cinema non erano molto propensi a proiettarlo. Mio padre fermò il suo spettacolo in teatro per dare spazio alla proiezione. Chaplin, che odiava gli attori, in un’intervista a un settimanale italiano disse di ritenerlo l’unico attore in grado di portare avanti la sua legacy, la sua eredità».
Arrivederci Roma, la sua canzone più celebre, conosciuta in tutto il mondo, lo chiamarono dal Giappone a Honolulu per interpretarla…
«È una delle tre canzoni più famose al mondo, insieme a O sole mio e Volare. Deana Martin, la figlia di Dean Martin, mi disse che quando stava un po’ calando l’energia del pubblico, lui la cantava e la serata si riaccendeva. La canto anch’io. L’hanno cantata Tony Bennet, Ray Charles…»
Ne scrisse testo e musica?
«Sì, fece testo e musica, per quanto ci fosse stata anche una rifinitura di Garinei e Giovannini, grandi produttori che contribuirono a renderla celebre. Per Enrico 61’ si avvalse della collaborazione di Ennio Morricone. Strimpellava la chitarra, ci ha tenuto molto che studiassi musica».
Tuo padre può anche essere definito un cantautore?
«Assolutamente sì. Ha scritto 480 canzoni. Frank Sinatra e altri non hanno mai scritto una canzone ma le attribuisci a loro. Ad esempio Roma nun fa’ la stupida stasera e Domenica è sempre domenica le lanciò papà, gli erano affidate per interpretarle».
Zeffirelli, nel Gesù di Nazareth, lo volle nella parte del cieco miracolato.
«Franco e papà erano molto amici. Io e i miei genitori abbiamo trascorso molti Natali a casa sua. Conosceva le sue capacità di attore drammatico e gli disse: “Per questo ruolo saresti perfetto”».
Ti è capitato di sognare tuo padre?
«Sì, mi è capitato, magari mentre mi accompagnava a scuola, ma non ricordo i dettagli. Mi è capitato anche di aver sognato la soluzione a tutti i problemi ma al risveglio non mi ricordavo più quale fosse».
Per l’eleganza e il garbo, l’eleganza e la compostezza, la Rai la scelse per informare gli italiani dello storico passaggio dal bianco e nero al colore. Maria Grazia Picchetti, annunciatrice Rai dal 1961 al 1977, era perfetta per quel ruolo istituzionale. Tuttavia, accanto alla dizione impeccabile, con sorpresa, dato che il nonno era di San Donà di Piave, sa essere anche informale fino a lasciarsi andare a qualche frase in vernacolo veneto.
Appariva un po’ misteriosa, ma anche familiare. Disse di no ad Alberto Sordi che la voleva accanto a sé in un film. Con Enzo Tortora strinse una sincera amicizia e si accorò per la sua sventura.
È nata a Verona.
«Sì, ma sono rimasta fino a quattro mesi di vita. Mio padre era dirigente del dazio, trasferito lì. Friulano, di Aviano, la mamma della provincia di Firenze. Fu chiamato in guerra - alpino della “Tridentina”, fece la ritirata del Don dalla Russia - io e la mamma andammo a Cremona e lì feci l’asilo dalle suore».
Poi Brescia…
«Mio padre tornò e a Brescia feci le elementari, le medie e poi il liceo classico Arnaldo, feci francese e poi studiai inglese privatamente. La professoressa d’inglese era sorella di un dipendente della Rai di Milano. Veniva a trovarla a Brescia, mi vide e mi trovò carina. Mi chiese una foto. La Rai stava inaugurando il Secondo Canale. Fui contattata, venni a Milano con la mamma e vinsi il concorso nazionale con borsa di studio».
Destinazione finale: Milano.
«Mi dissero di fare un corso di dizione. Dopo alcuni mesi, arrivò una busta azzurra della Rai. A Roma, in viale Mazzini, chiesero a ognuna di noi dove volesse essere dislocata. Tra Roma, Torino, Napoli e Milano scelsi Milano. Se avessi scelto Roma avrei dovuto lasciare i miei affetti, il fidanzato, il papà e la mamma, mio fratello».
Poi si maritò?
«Mi sono sposata due volte. Il primo marito, da cui ho avuto due figlie, Elena e Manuela, è mancato nel 1996. Nel 2002 mi sono risposata con un giornalista dell’Associated Press, più grande di me di dieci anni, che purtroppo è mancato e ora vivo con la mia domestica e il mio cagnolino Billy, un barboncino. Le mie figlie vengono a trovarmi e i nipoti sono tutti all’estero. Lei è veneto?».
Sì, di Legnago, provincia di Verona.
«Aaah, Legnago. Mi fa venire in mente un carissimo e fraterno amico, il giornalista del Corriere della Sera Giulio Nascimbeni, di Sanguinetto, a Legnago insegnò…».
Certo, conosciuto e intervistato, indimenticabile con la sua Multifilter. Lei fu al suo fianco nel programma Tuttolibri.
«Sì, ne era il protagonista, mi volle al suo fianco, conobbi grandi scrittori. Diventammo amici profondi, di famiglia, anche con mio marito, tanto affetto. Veniva a cena da noi, ci portava pearà e cren da abbinare al bollito».
Un classico della gastronomia veronese.
«A Milano eravamo a un tiro di schioppo dal Corriere e dalla sua casa. Si arrivava a piedi. Come si dice in veneto eravamo proprio tacai…».
Nel 1962 si trovò a condurre Canzonissima poiché con Dario Fo e Franca Rame sorsero problemi.
«Furono cacciati via, malamente anche. Il loro spettacolo non fu gradito dalla Rai e loro abbandonarono. Ci fu uno scontro. Ero lì, nel teatro. Non si sapeva come portare a termine la trasmissione. E allora fu chiamato Gino Bramieri e ricordo che La Notte di Nino Nutrizio quella sera titolò all’incirca: “Gino Bramieri e Maria Grazia Picchetti, show in Canzonissima”».
Lei in copertina su Sorrisi e canzoni Tv del 2 dicembre 1962. È vero, come si legge nel servizio all’interno, che aveva i capelli così neri che doveva cospargerli con un po’ di polvere bianca per evitare problemi tecnici con il bianco e nero?
«Bravo, si è vero, dovevo mettevo un po’ di polvere grigia. Poi ho iniziato a farmi il colore, ne ho cambiati tanti, adesso sono castana con le méches».
La chiamarono «occhi di velluto»…
«Sì, ho ancora adesso due occhi grandi, si vede che sono piaciuti. Sa cosa, Roberto? Il nostro lavoro, specialmente per certi annunci importanti, portava al divismo. Io sono stata tutto fuorché diva. Le mie colleghe erano molto brave ma avevano più occasioni, essendo a Roma».
Infatti nelle celebri Domenica in condotte da Corrado e Baudo, dove varie sue colleghe intervenivano, lei non si vedeva…
«Non sono mai andata».
Per il fatto che era di stanza a Milano?
«Certo, per la direzione chiamare una persona da 600 chilometri di distanza non era semplice. Mi sono un po’ “autoisolata”».
Accanto a Enzo Tortora alla Domenica sportiva. Gli fu sempre vicina nel corso di quella tormentata e ingiusta vicenda giudiziaria.
«Enzo Tortora era il mio cuore, una cara persona, un galantuomo. L’idea che avesse fatto quella fine era lontana anni luce dal mio pensiero. Io ero la “signora fortuna”, intervenivo per la schedina, il Totip, conobbi Nino Benvenuti, Gianni Rivera... Ricordo che rincontrai Enzo nell’atrio della Rai in corso Sempione, indossava un montgomery blu, ci abbracciammo. Scuotendo la testa in maniera tristissima, mi disse: “Maria Grazia, per me è finita”, si vedeva che era malato… “Non dire così, non dire così”, risposi…».
Ci fu quel «dove eravamo rimasti?», quando Tortora tentò di riprendere con Portobello.
«Sì, ma quello era già il canto del cigno… Mi viene una malinconia a parlare di questo… Un galantuomo. I Radicali gli sono stati vicini, solo Pannella, solo loro».
Con l’impegno professionale in Rai, aveva tempo di guardarlo qualche programma?
«Avevo l’ufficio in corso Sempione, c’erano la scrivania, un piccolo frigobar, un divanetto e di fronte una lunga mensola con i monitor, quelli con i tre canali della Rai, la Svizzera, anche Mediaset. Guardavo spesso Superquark di Piero Angela. Eravamo turniste, io al lunedì ero sulla Rete Uno e c’era il famoso film…».
Infatti la ricordo anche in questa veste…
«Sì, ma i fatti che mi hanno dato più share, perché c’erano milioni di spettatori davanti alla tv, sono stati La piovra con Michele Placido, i funerali di un Papa non ricordo bene quale - perché quando morì Paolo VI mi trovavo al mare ma ricordo che misi una camicetta di raso color melanzana, il colore del lutto vaticano - quelli di Berlinguer, dove c’era un oceano di persone, e poi Italia-Perù dei mondiali di calcio di Spagna del 1982. Ma un altro grande avvenimento fu la visita di Alberto Sordi…».
Racconti!
«A Milano, ero alla scrivania e stavo pranzando. Mi avevano portato un vassoio dal bar della Rai. C’era il Giro d’Italia. Suona il telefono. “Sono la costumista di Alberto Sordi”. Non ci ho creduto. Madonna, i me tol in giro… “Signora, sta arrivando il Giro d’Italia, mi dicono essere a 30 chilometri”. E lei: “È la verità, Alberto Sordi è accanto a me e vuole parlarle. Si chiamava Bruna Parmesan. Me lo passò e per convincermi fece l’imitazione di Cric e Croc».
Già, è stato il doppiatore di Oliver Hardy…
«Venne in Rai, mi voleva per la parte di sua moglie in Fin che c’è guerra c’è speranza (1974, ndr.). “Ho la famiglia, ho il lavoro, devo chiedere a mio marito”. Disse di aver già chiesto per me al direttore generale di Roma un permesso di nove mesi. E poi che ero la persona che cercava da tanto tempo per incarnare la borghesia lombardo-veneta. Arrivò a casa mia all’una di notte, con la sua corte, c’era anche Bedy Moratti, rimase lì fino alle 3.30, ma rinunciai. Lui ci rimase male. Poi affidò la parte a Silvia Donà Delle Rose».
Giacché annunciava anche i film, uno che le è piaciuto molto?
«Indovina chi viene a cena (1967, ndr.). Con Spencer Tracy, Katharine Hepburn e Sidney Poitier. Desidero anche ricordare, in particolare, con tanto affetto, Rosanna Vaudetti, ci conoscemmo al corso a Roma e poi stette a Milano con me per qualche anno».
La cara Rosanna! La ringraziamo per averci messo in contatto con lei. Gli annunci erano in diretta?
«Tutti in diretta. Quindi, quando voi mi vedevate, ero lì. Da Berlusconi spesso erano registrati in ampex».
Il 1° febbraio 1977 lei fece lo storico annuncio del passaggio definitivo della Rai al colore, dopo che la Vaudetti, tempo prima, diede il via ai programmi sperimentali…
«Sì, quell’annuncio fu in bianco e nero, in diretta come tutti».
Che atmosfera si respirava in Rai per via di quella trasformazione?
«Molta preparazione per le luci, i fondali, la vecchia tenda in velluto di una volta fu sostituita dai fondali con i simboli, c’era molta aspettativa, era il passaggio dal tradizionale, ormai superato, al moderno».
Con il colore si poteva vedere i toni del vostro maquillage.
«In quell’annuncio del passaggio al colore non avevo trucco. Ma anche dopo, avendo gli occhi grandi, l’ombretto non l’ho mai messo. Solo un po’ di mascara…».
Le è accaduto di trascorrere qualche Natale o Capodanno in Rai per fare gli annunci?
«Eccome, altro che uno! Anche Pasqua. Ci mettevamo d’accordo con le colleghe di Roma tramite il “Servizio di coordinamento e ottimizzazione”, andavamo a turni, tipo una fa Natale e una Capodanno. Ho fatto tanti 31 dicembre. Mangiavamo con i tecnici, come tovaglia avevamo gli “stamponi”, i palinsesti, con il fiasco di vino e ciascuno portava qualcosa da casa».
E a Ferragosto?
«A Ferragosto mi lasciavano andare in ferie!».





