Essendo un uomo, anche un sacerdote può sentirsi solo, come il giovane protagonista del romanzo del 1936 di Georges Bernanos, Diario di un curato di campagna, che, destinato in un piccolo villaggio francese, Ambricourt, deve affrontare la dura realtà delle cose e anche l’ostilità di alcuni suoi parrocchiani fino ad ammalarsi di cancro, abbracciando la sua mistica evangelica, «Tutto è grazia». Monsignor Antonio Staglianò, classe 1959, è presidente della Pontificia accademia di teologia, il teologo e filosofo di punta della Santa Sede. Vescovo emerito di Noto, è stato ordinato sacerdote il 20 ottobre 1984 e subito dopo nominato viceparroco della cattedrale di Crotone. Ha appena pubblicato Pop-Christology (ed. Ancora), un volume di 800 pagine al servizio dell’evangelizzazione.
In Italia, negli ultimi decenni, il numero di sacerdoti cattolici è diminuito. Oscillano tra i 32.000 e i 38.000. Sovente, oltre alla parrocchia principale, devono operare anche in piccole comunità sprovviste di parroco. Essi riescono a gestire il carico di attività oppure possono trovarsi in difficoltà?
«Sì, i dati indicano una situazione di forte stress. Un sacerdote che deve gestire più comunità rischia di essere ridotto a un “erogatore di servizi sacramentali” - battesimi, messe, funerali - costretto a un logorante “nomadismo pastorale”. Questo modello può portare a una doppia difficoltà. Per il sacerdote, il rischio del burnout (esaurimento nervoso, ndr.) e della riduzione del suo ministero a funzione amministrativa e, per le comunità, quello di diventare semplici “destinatarie” di un servizio, perdendo vitalità propria in attesa di un pastore stabile. La cura delle anime, l’ascolto, la prossimità, la crescita della comunità - dimensioni essenziali del ministero - diventano estremamente difficili in queste condizioni. Ma non possiamo aspettarci che la soluzione arrivi solo da un aumento numerico dei sacerdoti. Tuttavia, la situazione attuale, per quanto gravosa, sta già obbligando molte diocesi e parrocchie a una conversione».
Ciò cosa potrebbe significare?
«Potrebbe significare, primo, rivalutare il ruolo dei battezzati. La carenza di sacerdoti rende visibile e urgente il coinvolgimento dei laici, non come “supplenti” in attesa del prete, ma come protagonisti a pieno titolo della vita e della missione della comunità. Pensiamo ai catechisti, agli animatori della carità, a chi guida la liturgia della Parola. Poi, ripensare le forme di comunione tra comunità. Invece di tante piccole parrocchie isolate e “scoperte”, si sta facendo strada il modello delle “unità pastorali” o dei “distretti”, dove più comunità condividono risorse, progetti e anche il presbiterio. Questo può favorire una pastorale più corale e meno dipendente da un solo individuo. Terzo: un ministero sacerdotale meno “gestore unico” e più “animatore”».
A un sacerdote può accadere di sentirsi solo o incompreso? Nella lettera apostolica dell’8 dicembre 2025 Una fedeltà che genera il futuro, papa Leone XIV ha scritto anche della dolorosa realtà dell’abbandono del ministero.
«Sì, la solitudine e l’incomprensione sono rischi reali e dolorosi, come il Santo Padre ha riconosciuto. Il sacerdote oggi rischia di sperimentare una solitudine strutturale. Queste ferite sono anche un segnale d’allarme per tutta la Chiesa: ci dicono che il modello di ministero e di comunità che abbiamo ereditato ha bisogno di essere curato e rinnovato, perché il sacerdote possa vivere la sua vocazione non come un “lupo solitario”, ma come un membro vitale e amato di quel Corpo di cui è servitore».
La fraternità pastorale ha spazio?
«Anche la fraternità presbiterale, che dovrebbe essere il primo sostegno, a volte fatica a essere uno spazio di vera condivisione vulnerabile. Competizione, differenza di sensibilità, paura del giudizio possono portare a relazioni di superficie. Inoltre, il sacerdote può sentirsi incompreso dalla stessa istituzione ecclesiastica, quando le sue fatiche e le sue proposte non trovano ascolto in un dialogo sinodale vero. Infine, c’è la solitudine esistenziale».
Un sacerdote come può affrontarla?
«Il sacerdote è chiamato a essere un segno di un Altro, a portare il Mistero. In una cultura che spesso guarda al ministero con diffidenza o indifferenza, questa posizione di “testimone” può essere vissuta come un isolamento radicale. Se mancano momenti di approfondimento teologico e spirituale che diano continuamente senso al suo servizio, il rischio è che il “fare” sostituisca l’essere presbitero, portando a un logoramento interiore e alla perdita di gioia. È qui che il sentirsi incompreso può diventare più acuto. La risposta non può essere solo un invito alla resilienza personale, ma una conversione comunitaria».
Nel film di Nanni Moretti, La messa è finita, del 1985, un sacerdote torna dalla missione per guidare una parrocchia a Roma. Celebra una messa, solo, con i chierichetti, nella chiesa vuota. Nella sua famiglia trova il padre innamorato di un’altra donna - e di conseguenza sua madre si toglierà la vita -, la sorella in crisi con il fidanzato e incinta con progetto di abortire, un amico in depressione perché lasciato dalla donna da cui ha avuto un figlio, un altro entrato nella lotta armata… Alla fine sceglierà di fuggire in una parrocchia nel Circolo polare artico.
«Il film di Nanni Moretti è un ritratto profetico e struggente di una crisi che non è solo del sacerdote protagonista, ma di un’intera generazione e di un modello di Chiesa. Quel sacerdote, don Giulio, incarnava l’ideale post-conciliare di un prete “vicino al mondo”, ma si scontra con un mondo che non solo non lo ascolta, ma sembra implodere in frammenti di dolore incomprensibile, proprio attorno a lui. La sua fuga finale in una comunità sperduta è la metafora di un ministero che, di fronte alla complessità del reale, sceglie la purezza del deserto, ma rischia di diventare una rinuncia alla missione. Tuttavia, la nostra risposta alla sensazione d’impotenza non sta nella fuga, ma in una radicale conversione del proprio sguardo e del proprio ruolo. Il primo passo, profondamente teologico, è accettare che l’impotenza fa parte della missione. Cristo stesso sulla croce è l’icona dell’impotenza di fronte al male e alla morte, un’impotenza che però diventa il luogo della salvezza. Il sacerdote non è un supereroe chiamato a risolvere tutti i problemi. La sua tentazione è spesso quella di sostituirsi a Dio, di voler “aggiustare” le vite degli altri. Il sacerdote non è chiamato a essere l’architetto della felicità altrui, ma il custode della domanda di senso nel cuore del caos. Il crollo di questo mito, come accade al protagonista del film, è doloroso, ma necessario».
In Luci d’inverno di Ingmar Bergman, ambientato in Svezia, un parrocchiano con famiglia confida a un pastore i suoi dissidi esistenziali. Questi tenta di dare risposte ma quel parrocchiano si suicida. Un caso diremmo opposto a quello accaduto il 5 luglio 2025, in Piemonte. Un curato di 35 anni si è tolto la vita. Il suicidio di un consacrato sgomenta ancor più.
«Grazie per questa domanda, che sposta il dramma dal piano pastorale a quello personale più profondo e tragico, toccando il tema-tabù del suicidio nel clero. La citazione di Bergman è illuminante, perché mostra il crollo di un paradigma: il pastore come “risolutore” di problemi altrui che, a sua volta, può essere travolto dalla stessa ondata di disperazione. I due casi che cita - il parrocchiano di Bergman e il giovane curato piemontese - sono due volti della stessa tragedia: l’urlo muto della disperazione che bussa alle porte della cura d’anime e, in un caso, ne travolge il ministro stesso. C’è un modello culturale, purtroppo spesso interiorizzato nella Chiesa, del sacerdote come “roccia”, “uomo forte”, immune dalle crisi o capace di risolverle solo con la preghiera e la volontà. Questo modello è teologicamente insostenibile. L’unico “uomo forte” del cristianesimo è Cristo, che però ha vissuto l’agonia, il sudore di sangue e l’abbandono sulla croce. Un sacerdote che nega la propria vulnerabilità, le proprie ansie, la propria depressione, tradisce l’Incarnazione. Sta fingendo di non essere pienamente umano. Il primo, fondamentale sostegno è la legittimazione culturale e spirituale della propria fragilità».
Qualora le problematiche esistenziali diventino difficilmente sostenibili viene da pensare che un sacerdote possa e debba chiedere un sostegno, da confratelli ma anche da uno psicologo…
«Ci vuole una fraternità presbiterale vera, non formale, dove sia possibile dire “non ce la faccio”, “ho paura”, “sono in terapia”, senza sentirsi giudicati o meno degni, dove un confratello anziano o un amico possano essere la prima sponda di ascolto. È poi urgente superare qualsiasi residuo stigma sulla salute mentale nel clero. La depressione, l’ansia, il burnout non sono mancanza di fede ma patologie dell’anima che spesso richiedono un intervento professionale specialistico, come una frattura richiede quello di un ortopedico. Un vescovo o un superiore che incoraggia e facilita l’accesso a psicologi e psichiatri competenti - magari con formazione anche antropologico-teologica - non compie un atto di sfiducia, ma di profonda cura paterna. È infine indispensabile il rapporto con un direttore spirituale maturo, che sappia accompagnare la crisi senza facili risposte, che aiuti a discernere la voce di Dio anche nel buio, che ricordi la Sua misericordia infinita».
In molti hanno tentato di imitare il suo stile. Nessuno, tuttavia, l’ha mai eguagliato. Con fantasia iperbolica Renzo Arbore ha de-istituzionalizzato il tradizionale varietà della Rai inventando una televisione diversa con ritmi, personaggi, canzonette esilaranti e paradossi che facevano riflettere, divertivano e dissacravano. Figlio di un medico dentista che l’incoraggiò a laurearsi in Legge, ha smascherato ipocrisie con eleganza, gentilezza e garbo difendendo sempre la propria libertà. Il jazz, basato sull’improvvisazione creativa, è la sua universale fonte ispiratrice. È appena uscito Mettetevi comodi (ed. Fuoriscena), eccellente libro-intervista con il maestro della tv scritto dal giornalista del Messaggero Andrea Scarpa.
A Foggia sta nascendo «casa Arbore».
«I lavori sono molto avanzati e con i miei architetti, Cappellini e Licheri, gli stessi di Indietro tutta! e di altre mie trasmissioni, stiamo iniziando con l’arredamento. Sarà uno spazio culturale su tre piani nell’ex-liceo scientifico in viale Di Vittorio, dove studiò Gegé Telesforo. Ci saranno posti per piccoli gruppi che potranno suonare ed esercitarsi, una stanza dedicata alle proiezioni, le televisioni per vedere le mie cose perché la Rai mi ha donato tutto il mio repertorio e io l’ho donato alla Rai senza pretendere nulla, quindi uno scambio culturale».
Andiamo agli anni ’90, quelli dell’Orchestra italiana…
«Per me sono stati quelli più belli perché ho conosciuto non solo il successo discografico internazionale ma ho anche cantato sul posto, dall’Australia alla Cina, dal Giappone all’ex Unione sovietica, Nord e Sudamerica, Olympia di Parigi, Rio de Janeiro... Con noi, dovunque andavamo, c’era un regista straordinario che ha filmato tutto, il dietro le quinte, gli arrivi, Rio, il giro di New York nei pullman a due piani promuovendo il concerto… Sto preparando questo materiale per un’eventuale utilizzazione in Rai».
Con Luciano De Crescenzo vi conosceste nel 1967 e scopriste di essere insieme con la stessa ragazza che vi tradiva entrambi. Come lo ricorda?
«Luciano era il primo in tutte le cose che faceva. È stato un grande ingegnere, il primo a utilizzare il computer, lavorava all’Ibm, ha venduto 18 milioni di libri in tutto il mondo, invidiatissimo dagli scrittori napoletani, campione di motonautica, regista e attore. E grande fotografo, ha fatto il bellissimo La Napoli di Bellavista. Quando abbiamo fatto F.F.S.S. (1983, ndr.) la città era vista male, non andava nessun turista, persino i napoletani parlavano male della loro città che per la verità era molto disordinata. A Roma ci siamo incaponiti per fare un film che risolvesse l’immagine di Napoli dandole una chance, noi chiamavamo la scianza, cosa poi avvenuta. Ciampi ci fece un G7 e oggi la città è piena di turisti dall’Italia e dall’estero».
Già dal 1965, in radio, con Boncompagni, creaste la categoria dei giovani…
«È proprio questo. Quando ero giovane ero trattato da ragazzo, il Corriere della Sera faceva il Corriere dei piccoli e poi il Corriere dei ragazzi. Da ragazzi si diventava subito uomini. Con i primi pantaloni lunghi uno era autorizzato a essere uomo, adulto. Con Boncompagni, a Bandiera gialla, abbiamo istituzionalizzato la categoria dei giovani. Quindi il programma era addirittura vietato, perché si scherzava, ai maggiori di 18. Nacquero i teenager e la moda beat. Gli anni dal 1965 al ’72-’73, prima che iniziassero quelli di piombo, furono bellissimi e i giovani coccolati…».
Osserva Roberto D’Agostino, uno dei personaggi di Quelli della notte: «Arbore, mettendo in scena la commedia dell’arte in tv, ha sgangherato e sbeffeggiato la Rai di quegli anni, seriosa e pedagogica, attraverso una baraonda di personaggi (…) in linea orizzontale, non più “l’ecco a voi”». Dopo 40 anni lei come lo legge il suo programma cult?
«Senza volere, noi abbiamo inventato una nuova maniera, anzi la vera maniera di fare il varietà televisivo, perché prima il varietà era quello di Falqui, cioè scritto, codificato, approvato e recitato. Quelli della notte è diventato una specie di modello per tante cose televisive in seguito, ma non è stato eguagliato perché la conversazione strampalata che facevano noi non è stata fatta più».
Nel 1977 Silvio Berlusconi era agli inizi con Telemilano 58, lei al secondo anno dell’Altra domenica. Una cena a Milano con lui e altri, in un ristorante sui Navigli, fu una gara di barzellette tra voi due…
«Certo, confermo. Però devo dire che Berlusconi mi ha contattato ripetutamente quando avevo grande successo dicendomi: “Se proprio non vuoi tradire la Rai dammi almeno dei consigli”. Gli dissi: “Devi fare una televisione diversa da quella della Rai”. E lui mi ha detto “no, io la devo fare uguale”. Gli ho dato qualche ideuzza, sì e più avanti ci siamo incontrati, ma lui è andato per la sua strada, vabbé…».
Poi, nel 1985, al ristorante Giannino di Milano, il futuro premier la chiamò in disparte e le presentò un assegno in bianco per passare da lui…
«Lui disse: “Metti tu la cifra”».
Sua risposta?
«Interpretai la cosa come una gag. Io mi reputo figlioccio della Rai perché sono l’unico della mia generazione che non l’ha mai tradita. Non faccio alcun nome ma gli altri, tutti, hanno avuto il momento di Berlusconi, sono andati da lui, anche miei amici intimi. Alcuni sono tornati indietro, però ci sono andati… Io in Rai sono rimasto sempre. Anche perché la Rai mi lasciava libero e io, un po’ fuori ordinanza… È vero che mi hanno anche levato dei programmi eccetera, ma non volevo un, come si dice, “padrone”. Certamente una grande personalità come quella di Berlusconi mi avrebbe influenzato nelle scelte artistiche perché la tv commerciale aveva e ha anche regole diverse da quelle della Rai».
Aiutò Baudo a rientrare in Rai dopo l’esperienza fallimentare a Mediaset?
«È la verità. Quando fu mandato via, in Rai non lo volevano più. Lui avrebbe voluto tornare. Mi diceva l’allora direttore della Rai, Biagio Agnes, “piuttosto Raffaella Carrà ma non Pippo Baudo”. Vidi Pippo disperato e insistetti. Poi Biagio raccontò che un’anziana incontrata al cimitero gli disse: “Perché non lo riprende?”. La verità è che fui io a convincerlo».
Anni prima con Pippo andaste insieme a far visita a Padre Pio.
«Sì, a San Giovanni Rotondo, andai tre volte, di cui una con Pippo. Padre Pio gli chiese: “Sei venuto per fede o per curiosità?”. Lui rispose “più per curiosità”. E allora Padre Pio gli disse “vattenne”».
Nel libro sostiene che nella tv di oggi prevale l’«isteria del politicamente corretto». Ritiene possibile che qualcuno possa realizzare un programma controcorrente come i suoi?
«No, perché poi c’è la regola dell’auditel che è un dittatore assoluto. Non c’è più il gradimento, difficilissimo che una cosa rivoluzionaria possa essere fatta. Quindi la vedo dura. C’è stato qualche esperimento poi subito crollato».
Idea memorabile e paradossale quella delle «ragazze coccodè» a Indietro tutta!, alludente alla strumentalizzazione della donna. Reazioni dei movimenti femministi?
«Non ci furono reazioni perché si capì che era una satira contro le “ragazze bingo”, usate dagli sponsor per la pubblicità anche in Rai, per esempio a Fantastico. Facemmo una satira di quella televisione, uno sponsor finto - il cacao meravigliao - la “ruotona della fortunona”, Marenco che faceva il bambino perché Boncompagni aveva preso un bambino a Domenica in, insomma tutto ciò che poteva essere contro la dittatura dell’auditel».
Regista del Pap’occhio, che fece scandalo. Nella trama papa Wojtyla vede la sua réclame della birra e la invita, con la squadra dell’Altra domenica, a fare la tv del Vaticano… Milly Carlucci «suorina buonasera».
«Volevo dire che, per la prima volta, si poteva cercare di scherzare su una cosa assolutamente proibita. Non c’erano imitatori della voce del Papa. Volevo dire che, con gusto, si poteva scherzare almeno sul catechismo imparato a scuola. Il film fu poi sdoganato dall’Opus Dei che lo giudicò “ecumenico”».
Karol Wojtyla interpretato da Manfred Freyberger, altoatesino, incredibilmente somigliante.
«Era così somigliante che quando giravamo il film, nella Reggia di Caserta, una suora lo vide e svenne…».
Giovanni Paolo II vide il film?
«No, penso che il Papa proprio no. Però un cardinale molto in vista mi disse: “Non si preoccupi che noi ci siamo divertiti”».
Nel libro si dichiara credente, «cattolico apostolico foggiano».
«(sorride) Io, come diceva De Crescenzo, sono sperante. Voglio innanzitutto dire che sono ossequioso a tutti i comandamenti della religione cattolica. Alcuni mi sono particolarmente cari, come ama il prossimo tuo come te stesso. Quindi confermo gli insegnamenti di quando frequentavo la mia parrocchia a Foggia. Ho visto che non vanno contestati e sono giusti».
Le capita di partecipare a qualche funzione religiosa?
«Qualche volta sì, ma soprattutto ho rapporti personali con i miei santi…».
Con qualcuno in particolare?
«Io sono devoto ai santi della sanità, santissimi Cosma e Damiano».
La sua casa è gremita di oggetti di ogni tipo. Qualcuno, affettivamente, le è più caro?
«L’orologio di mio padre, il corno di corallo di Totò che mi regalò la figlia e altri che mi sono stati rubati. Adesso rimango legato a qualche giocattolo della mia infanzia…».
Tipo?
«I soldatini di piombo, i soldatini famosi di allora. Ho 88 anni e allora si giocava con queste cose, gli ascari».
Ce l’ha ancora la scatola di carne di coccodrillo?
«Sì, ma l’ho dovuta ricomprare perché quella che avevo se l’era mangiata un mio amico di Bologna».
Dove l’ha scovata?
«Sono cittadino onorario di New Orleans, dove sono andato varie volte. A Cape Canaveral ho comprato persino il cibo dell’astronauta, ma non mangio queste cose perché m’incuriosisce tenerle».
Lorenzo Mariani è l’amministratore delegato di Mbda Italia, con sede principale a Roma, impegnata nella progettazione e realizzazione di sistemi missilistici con applicazioni terresti, aeree e navali. L’azienda è parte integrante della joint venture europea Mbda. Il numero di addetti, raddoppiato negli ultimi cinque anni, sta per raggiungere circa 3.000 unità. L’eccellenza tecnologica e la collaborazione con le università ne fanno una realtà strategica non solo per il settore della sicurezza e della difesa, ma anche per sistema economico nazionale.
Ingegner Mariani, ci sintetizza le tappe salienti del suo percorso professionale?
«Sono approdato nell’allora Alenia Difesa grazie alla mia tesi di laurea, un po’ come succede anche oggi ai tanti ragazzi che chiedono di laurearsi con noi. Da quel momento - erano i primi anni Novanta - ho ricoperto numerosi ruoli, dapprima più tecnici, poi con responsabilità crescenti, come nella jv Alenia Marconi Systems, fino a responsabilità manageriali sempre più rilevanti. In particolare, negli anni più recenti, in Leonardo sono stato prima direttore commerciale e ad di Leonardo International, poi condirettore generale e responsabile operazioni e sviluppo business del gruppo. In Mbda ho avuto il piacere di essere stato responsabile dei prodotti già nel 2002 e l’onore di essere, da aprile 2025, amministratore delegato di Mbda Italia e responsabile vendite e business development di Mbda gruppo».
Può schematizzarci i principali parametri economici di Mbda Italia e di Mbda gruppo?
«Siamo in una fase di grande incremento di produzione, legata anche agli attuali scenari geopolitici che ci richiedono maggiori volumi in tempi più rapidi. Mbda, in Italia, è un’azienda da oltre 1 miliardo di euro di ricavi, in ulteriore crescita, con ordinativi ad oggi superiori ai 2 miliardi annui e un portafoglio ordini che si avvicina agli 8 miliardi. Rispetto a meno di cinque anni fa le dimensioni complessive di Mbda Italia sono raddoppiate. Nel quinquennio abbiamo quasi raddoppiato anche il numero dei dipendenti e ora veleggiamo verso i 3.000 e più nei prossimi anni. Ciò si colloca anche nel contesto della crescita di Mbda gruppo che, nel 2024, ha raggiunto un portafoglio record di oltre 37 miliardi e ordini pari a circa 14 miliardi, con un numero di dipendenti ancora in crescita che al momento si attesta attorno ai 19.000 addetti, distribuiti nei cinque Paesi della joint venture, Italia, Francia, Regno Unito, Germania e Spagna. Questa è la dimostrazione più evidente che la cooperazione è vincente da tutti i punti di vista, anche da quello dei parametri finanziari, sui quali c’è molta attenzione da parte dei nostri azionisti».
Quali sono le tipologie di prodotti realizzati?
«Mbda è un leader europeo per la difesa e la sicurezza e fornisce alle Forze armate sistemi complessi. L’innovazione tecnologica è una nostra impronta distintiva. Nel nostro settore essere all’avanguardia tecnologica significa garantire alle Forze armate l’operatività più efficace per la sicurezza di persone, assetti, territori. Perseguiamo questa missione progettando, sviluppando e realizzando sistemi per la difesa aerea, per la protezione dei contingenti, a supporto del campo di battaglia, fino ai sistemi per le operazioni di difesa navale. Si tratta di un’azienda con un ruolo chiave per la sicurezza e la protezione degli Stati. Si tenga conto che esistono applicazioni, come l’aria-aria, dove si fornisce al cliente il solo missile, e altre, invece, dove assieme al missile si consegna al cliente un vero e proprio sistema, costituito da lanciatore e unità di comando e controllo del lancio, inclusivo del radar per il tracciamento del bersaglio. Si parla, in tal caso, di sistemi di difesa aerea per applicazioni sia navali sia terrestri».
In Italia dove sono ubicati i siti produttivi di Mbda?
«In Italia siamo presenti a Roma, con oltre 1.500 addetti, al Fusaro (Bacoli, provincia di Napoli, ndr), dove siamo oltre 700, mentre a La Spezia, che comprende anche l’insediamento di Aulla (Massa Carrara, ndr) - un centro di riferimento per l’integrazione pirica missilistica in Italia - lavorano circa 300 addetti. Stiamo peraltro espandendo la nostra presenza in Campania con un insediamento anche a Pomigliano, dove concentreremo le attività relative ai lanciatori presso un’area di Leonardo, che ci ha messo a disposizione degli spazi anche a Torino dove abbiamo recentemente avviato attività legate ai laser e al programma GCap. Nello specifico, Roma, oltre ad essere la sede del management, è il sito dove insiste il centro di produzione e di integrazione software e dove svolgiamo le attività sistemistiche e di simulazione. Il Fusaro è il nostro sito di produzione; è la “casa del seeker”, l’occhio tecnologico di un sistema missilistico, in pratica un piccolo radar che guida il missile sul bersaglio. Si tratta di un centro di eccellenza a livello europeo per i radome ceramici, realizzati, a oggi, in oltre 10.000 esemplari per quasi tutti i missili prodotti dal gruppo Mbda. La Spezia è invece “la casa dei missili anti-nave”, un centro di sviluppo e integrazione dedicato a questa tipologia di sistemi».
In quali aree geografiche si realizza l’export?
«Quasi in tutto il mondo. Abbiamo, infatti, oltre 90 clienti al mondo e oltre la metà dei nostri ordini viene acquisita al di fuori dei nostri mercati domestici».
Che peso riveste la tecnologia italiana sui vostri prodotti?
«Considerando l’ecosistema della nostra supply chain, al 70% si parla di tecnologia made in Italy per i prodotti specificamente italiani, come i missili antinave Teseo, e Marte, o come Fulgur, il nuovo sistema per la difesa a cortissimo raggio che stiamo sviluppando per l’esercito italiano, così come le loitering munition italiane per la nostra Difesa. La nostra produzione è dunque di grande valore per tutta la catena produttiva presente in Italia. Lavoriamo soprattutto con pmi italiane, che sono più dell’80% del numero complessivo di fornitori, ma anche con centri di ricerca, università e start-up italiane».
Quali sono le figure professionali prevalenti in Mbda?
«In Mbda c’è una forte prevalenza d’ingegneri con specializzazioni di vario tipo, informatici, elettronici, meccanici, delle telecomunicazioni, dell’automazione, nonché fisici e matematici. Di base abbiamo un grande numero di laureati in discipline Stem, quantificabile in oltre il 60% del totale, cui oggi si dedicano anche tante donne. Non a caso, ad esempio, il nostro capo dell’ingegneria è una donna (ing. Stefania Sperandei, nd.). Essendo un’azienda complessa, abbiamo anche diversi profili dedicati alle funzioni di staff come amministrazione, personale e gestione degli stabilimenti».
Molto interessante è l’impegno di Mbda nel raccordo con istituti tecnico-scientifici e facoltà universitarie.
«La nostra azienda si fonda letteralmente sulle materie Stem, in particolare ingegneristiche. Riteniamo fondamentale uno stretto coordinamento con gli Its e le università per promuovere l’interesse verso le materie Stem. Siamo ben felici di avere tanti laureandi che ci scelgono per le loro tesi. A oggi, le università italiane producono laureati con un’elevata preparazione, che possono essere inseriti in tempi rapidi nelle nostre strutture d’ingegneria e produzione. Ovviamente la fase di addestramento, teorica e “on the job”, dura sempre alcuni mesi».
Ci parla delle vostre collaborazioni con atenei e centri di ricerca italiani?
«Per Mbda le collaborazioni con atenei e centri di ricerca sono un grande valore. Crediamo nell’innovazione e nella ricerca “aperta”. Tanti filoni di ricerca sono accelerati grazie a solidi accordi quadro con varie università in tutta Italia. Gli accordi riguardano soprattutto l’esplorazione di tecnologie emergenti per investire su quelle più promettenti e diventano incubatori di tecnologie attraverso contratti di ricerca e dottorati. Ci consentono di definire obiettivi di tesi di laurea attraverso le quali i laureandi possono avvicinarsi al tema complesso e affascinante dei sistemi missilistici ed essere poi dei nuovi possibili colleghi».
In un’intervista per La Verità del 16 dicembre 2024, l’ing. Giuseppe Cossiga, presidente di Mbda Italia e di Aiad, l’associazione delle imprese che realizzano prodotti per aerospazio, difesa e sicurezza, ha sottolineato che, lungi dalla veicolazione da parte di certa stampa di stereotipi negativi nei confronti delle aziende che producono sistemi d’arma, esse sono invece “uno degli strumenti a disposizione di un Paese democratico per garantire la sicurezza dei cittadini nell’ambito di un sistema legislativamente controllato”».
«Concordo pienamente con l’ing. Cossiga. Un sistema di difesa efficace e completo è un’assicurazione per i nostri valori, la nostra sicurezza e protezione. Un Paese non può farne a meno e noi siamo fieri, con i nostri sistemi, di poter garantire alle nostre Forze armate la migliore operatività, a garanzia della protezione e sicurezza del nostro Paese. Del resto è dimostrato che la sicurezza ha un effetto diretto sul benessere economico di un Paese».
Com’è la vita quotidiana di un top manager del suo livello?
«Densa, coinvolgente, a tratti divertente, sicuramente appassionante e senza soluzione di continuità…».





