Voce suggestiva e inconfondibile quella di Wilma Goich. Nel 1965 divenne subito famosa a Sanremo con Le colline sono in fiore. In quell’anno conobbe Edoardo Vianello e nel 1970 anche le loro voci s’intrecciarono. Nacquero «I Vianella». Spopolarono nella Rai in bianco e nero dei primi anni Settanta, anticipando il duo Al Bano-Romina Power, diventato fenomeno di massa nel 1981. Come Al Bano e Romina, «I Vianella» hanno divorziato per poi ricostituire, a fini artistici, il duo.
Wilma, ieri al telefono mi diceva che in questi giorni è in sala di registrazione. Novità?
«È un pezzo molto bello che sarà inserito in un album, in parte remixato, che avevo inciso anni fa con mia figlia, che cantava molto bene».
È nata nel 1945 a Cairo Montenotte, provincia di Savona. I suoi genitori, dalmati italiani, si erano trasferiti da Zara…
«Sì perché mio padre fu chiamato dall’allora Montecatini, poi Montedison, essendo un chimico molto bravo. Aveva studiato a Fermo. Andava avanti e indietro da Zara a Fermo. Cairo Montenotte allora era piccolissimo, c’era solo la fabbrica e pochi abitanti, e poi un’altra fabbrica. Poi è tornato a Zara, ha sposato mia madre per stare con lei. Quindi sia io sia mio fratello, di tre anni più grande di me, mancato l’anno scorso, siamo andati lì».
Fuggivano dall’ex- Jugoslavia di Tito?
«Non erano profughi, mentre i loro parenti, mamme, zie, nonne, lo erano tutti, scappati da Tito».
Quale la genesi del suo interesse per il canto?
«La prima canzone fu sentendo il giradischi a 78 giri di un collega di mio padre, di Carosone, La pansé, la cantavo a tre anni. Ero birichina. Andavo sulle punte dei piedi, ballavo, cantavo. Mio padre mancò a 42 anni per via della chimica, non c’erano precauzioni - ha vissuto 4 anni con questo tumore - e io, mia mamma e mio fratello siamo andati a Savona. A Savona feci medie e ragioneria. Lì andai per sette anni da un maestro di canto, il maestro di Renata Scotto, grande soprano».
Già famosa nel 1965 a Sanremo con Le colline sono in fiore e altri successi seguenti. Nel 1967 a Un disco per l’estate interpretò Se stasera sono qui, scritta da Luigi Tenco. La scrisse per lei?
«Aveva fatto un provino con pianoforte e voce alla Ricordi, poi passò alla Rca. Poi a Sanremo si uccise. Mi proposero di fare Se stasera sono qui, non la volevo fare perché ero amica di Luigi. L’arrangiamento era terrificante ma Reverberi lo rifece».
Nel 1967, all’Ariston, lei c’era.
«Sì, mi ero appena sposata con Edoardo, il 2 gennaio 1967, c’era anche lui, lui alla Rca e io alla Ricordi. Vennero a dirci, a me ed Edoardo, che Luigi si era ammazzato».
Condivide la versione ufficiale del suicidio?
«Non l’ho mai condivisa. Mai pensato che Luigi si potesse ammazzare. Non era il tipo. Aveva un suo spirito, un’ironia. Diedero una spiegazione allucinante, sul fatto della canzone della Berti».
Come ha conosciuto Edoardo Vianello, il suo ex marito?
«L’ho conosciuto in Svizzera tra il 1965 e il ‘66 prima a Zurigo - era con una fidanzata - e poi l’ho rivisto poco dopo a Lugano, lui era solo e ha cominciato a farmi il filo. L’ho fatto sospirare per un po’ di mesi».
In chiesa?
«Sì, ad Ariccia. Rita Pavone e Ennio Morricone erano i testimoni di Edoardo. Iller Pataccini e Teddy Reno i miei».
L’idea di formare «I Vianella»?
«Nacque quando ero incinta. Avevo smesso di fare serate. Eravamo a casa ed essendo circondati da svariati autori come Amedeo Minghi, Luciano Rossi, Gigi Lopez, con la chitarra Edoardo faceva prove su prove insieme, non riuscivamo a trovare una sonorità, era difficile mescolare le due voci. Alla fine ci ho rimesso io perché, alla fine, lui faceva il canto e io il controcanto. Non sapevamo come chiamare il duo. A Foggia, in una serata - avevo appena avuto la bambina - il presentatore disse “Vianell’a’Foggia”, da lì l’idea di chiamarci “I Vianella”. Mia figlia è nata nel luglio 1970. Ritengo tutte le nostre canzoni bellissime, eravamo bravi, non facevamo gossip».
Semo gente de borgata e Fijo mio scritte da Franco Califano…
«Lo conobbi con Edoardo. La prima canzone che ha scritto, Da molto lontano, era per Edoardo. Quando ho conosciuto Edoardo collaboravano, non solo artisticamente, ma anche nel senso che ciascuno dei due procurava le fidanzate all’altro. Era un giro de’ donne che non finiva mai. Ci siamo separati nel ’78 e abbiamo cantato insieme fino all’80, arrivava la coppia Al Bano-Romina, molto più pop».
Lei e il suo ex-marito, negli anni dei Vianella, eravate felici sia professionalmente sia privatamente?
«Inizialmente sì, poi la cosa si è guastata…».
La tradiva?
«Eh, appunto. Lui è sempre stato molto facile a farsi conquistare. L’ho scoperto un sacco di volte e alla fine mi sono rotta».
E lei?
«No, vabbé, io ero una ragazzina, di quelle ingenue, arrivavo da Cairo Montenotte, per me lui era dio».
Adesso è innamorata?
«Nooo, sono più vent’anni che sono da sola e voglio stare da sola. Anche se nella vita non si può dire mai. Dopo la morte di mia figlia, Susanna, il 7 aprile 2020, ho detto “se io devo vivere” - perché dovevo morire io, non lei – “devo cercare di vivere al meglio, altrimenti muoio dal dolore”. Ho un nipote, Gianlorenzo, per gli amici “Giallo”, il figlio di mia figlia, che adoro, che è vita, ma il dolore non va via, è lì».
I Vianella tornarono (2014) con l’album C’eravamo tanto amati…
«Ci proposero delle canzoni, che ci piacevano, ci proposero di ricostituire il duo. Lui ha accettato e anch’io. Durò poco. Dopo la nostra separazione si risposò, divorziò e si risposò una terza volta. Alle due mogli non piaceva il fatto che cantassimo assieme. Io Edoardo non lo sento più da anni e dopo che è morta mia figlia non lo voglio più sentire. Perché - non voglio offendere nessuno - ma non mi è piaciuto come si è comportato con me, mia figlia e mio nipote, col quale non ha contatti. Con Vianello ho chiuso».
Inutilmente mia, inutilmente tua: Vianello: «Vigliacco come sempre / inutilmente mia […] Quel che è stato non tornerà». Wilma: «E sono irragionevolmente tua…».
«Vianello è tra gli autori. Per questo abbiamo rifatto la coppia. Perché ci piaceva l’idea della canzone. Lui è stato il mio grande amore. Dopo la separazione ho avuto altri amori. E poi mi sono rotta, basta».
Rimane ancora amarezza?
«Con gli anni ho chiuso, pur avendo tantissimi ricordi, perché con questa separazione ho sofferto tantissimo. L’ultima storia è stata con un ragazzo di 20 anni meno di me, durata parecchio, io non ero innamorata, lui sì».
I regali di Edoardo li ha tenuti?
«Ogni compleanno mi faceva tanti regali per quanti anni facevo. Avevamo un rapporto bellissimo. Lui li nascondeva e mi organizzava la caccia al tesoro…».
Gagliardo!
«Qualcosa ho tenuto, altro no».
Ritiene che le anime si possano ritrovare?
«Questo non lo so. È come se le persone che non abbiamo più stessero in un’altra dimensione ma vicinissima a noi. Loro possono vederci o sentirci, noi no. Ho fatto sogni incredibili. Quando mi sono separata mio padre mi è venuto in sogno: “Cosa stai decidendo di fare?”, disse che era giusto così. Mi è venuto in sogno anche quando è morta mia figlia. Mi diceva: “Non oso neanche guardarti negli occhi per il tuo dolore”».
Susanna…
«Quando era in coma è venuta a salutarmi in sogno. Credo che i defunti non siano tutti così privilegiati, possono vedere i propri cari ma solo quelli che se lo meritano. Susanna era sensitiva ma aveva paura di questo. Un ragazzo che conobbe, non ebbe una storia, solo un amico caro, che andava al Costanzo… Alla maturità mia figlia aveva la prova di inglese, diceva “non so niente”. Quando tornò a casa disse “me l’ha fatto tutto lui”. E quando è morto l’ha appreso seduta nel divano davanti alla tv. Un giorno entrammo in casa e lei lo vide seduto in quel divano. Era una grande amica di Fiorello (Rosario Fiorello, ndr) che, quando parla di lei, ancora oggi piange».
«Tutte le volte che vado in televisione mi fanno piangere, sono sempre cose strappalacrime». «Il discorso è che ci sono argomenti che, nonostante siano passati anni, sono sempre…». Certo, sensibili, come lo è Giovanni Scialpi, classe 1962, in arte Scialpi, mito della generazione dei giovani degli anni Ottanta. A un certo punto della sua vita il cantautore ha lasciato il mondo della canzone per stare vicino alla madre, Giuseppina, colpita dalla malattia di Alzheimer, per darle presenza e cure. Ciò l’ha fatto per molti anni, rinunciando a esibirsi e mettendosi a repentaglio dal punto di vista economico. Gesto nobile, verrebbe da dire, ma ha ragione lui. Che c’è da stupirsi? Si tratta di un atto che dovrebbe essere vissuto come normale e dovuto. Un gesto permanente di cura.
«Siamo isole nell’oceano della solitudine / e arcipelaghi le città / io ti vorrei raggiungere». Versi di Cigarettes and coffee. Era il 1984. Ma testo e musica li scrivesti a 14 anni…
«A 13 anni e mezzo per la precisione. Sì, per ripicca a un papà assente, non per colpa sua: essendo lui poliziotto, per guadagnare di più andava in trasferta e lasciava Parma. Mia madre protestò insieme ad altre mogli di poliziotti e mandò una lettera al capo dello Stato. Quando ero piccolo capì che ero un po’ speciale, sensibile, rischiavo l’introversione, lei lavorava, stavo da solo…».
Volevi esprimerti…
«Sì, chiesi a mio padre di regalarmi una chitarra perché un’insegnante delle superiori aveva un negozio di dischi: per 35.000 lire la comprai e con altre 5.000 lire presi un libretto con i rudimenti. Quindi da autodidatta, con i primissimi accordi, ho iniziato a inventare».
Dunque creasti Cigarettes and coffee proprio con questa chitarra?
«Me la regalarono per Santa Lucia e quello stesso giorno iniziai con un dito solo, ha un giro cromatico usato più dagli americani (accenna Feelings, ndr.). Siccome ascoltavo Il fantasma del palcoscenico di Brian del Palma, ero innamorato della protagonista, Jessica Arber - somigliava a mia madre e a mia zia - le dedicai Cigarettes and coffee. Musica e parole sono venute insieme».
Sei figlio unico. Avresti voluto avere un fratello o una sorella?
«Ci ho pensato a 5-6 anni. Mi facevo le fantasie, avrei voluto avere un gemello per scambiarmi l’identità, un fratellino gemello per avere la complicità, forse per confrontarmi con me stesso».
La solitudine è condizione che può far soffrire, ma da essa può nascere lo sgorgo poetico,
«L’arte, anche quella che diverte, nasce dalla sofferenza, questo è un postulato. Se stai bene e sei felice non produci arte. Io, un bambino solo, pensa a quanta materia potevo generare».
Pregherei: «Pregherei, sei mi sentisse lui, / chiederei, / chiederei che ne sarà di noi».
«La canzone è pragmatica e logica. Dice: “Prendimi tutto quello che vuoi, ma lasciami l’amore che mi fa soffrire”, “lascialo così! Non lo toccare!”, è proprio un monito! (sorride, ndr). Per me Dio è qualcosa che rappresenta non proprio un’iconografia cristiana, sono gli alieni che ci hanno messo qui, erano gli dei in altre culture, l’Olimpo degli dei era sicuramente un’astronave, io credo a queste cose, ogni tanto hanno mandato qualcuno per emanciparci e l’ultimo è stato Gesù. Nella Bibbia c’è scritto: “Ascese al cielo”. Mi ricorda tanto Star Trek. L’uomo esiste sulla terra da migliaia di anni prima di Cristo, quanti Gesù saranno scesi? Forse la Chiesa cattolica ne fa una versione un po’ romanzata ma, detto questo, sono allineato con la Chiesa».
Talvolta ci arrabbiamo perché proviamo infelicità. Ti capita di pregare Dio?
«Assolutamente sì. La preghiera è un’invocazione, una forma di energia che possa arrivare il più lontano possibile. Nei miei concerti, prima di cantare Pregherei, dico: “Lo sapevate che la prima forma di preghiera è stato il canto? Quindi vorrei che questa sera cantaste, pregaste con me, affinché chi toglie il respiro del mondo con la violenza, la morte, il crimine, la guerra, non abbia più ragione di esistere”. Di solito parte un coro di 10.000 persone».
Rocking rolling: «Per resistere, per difenderci, per non cedere mai..». La musica è un grido di libertà?
«È un grido di libertà ma anche uno strumento, insieme alla parola e al pensiero, non di ribellione, ma di affermazione di valori, concetti, pensieri. “Per resistere, per difenderci”, diceva la canzone. Da chi? Da chi non ha valori, non ha scrupoli. Uno ci legge la vita, anche quotidiana, di tutti noi».
Tua madre, da ragazzo, vide che ti baciavi con un altro ragazzo.
«Probabilmente aveva capito, non per auto-incensarmi, che ero un bambino intelligente. Andavo a scuola per diventare geometra. Facendo i compiti con un mio compagno di classe, mi baciai con lui. Collaboravo con Radio Parma e lavoravo come cameriere all’Uno più di Parma, vicino al Battistero, era il 79-80. Arrivò in un locale mentre ero abbracciato con il mio primo fidanzatino, Claudio, 5 anni insieme da quando avevo 14 anni, ci sentiamo ancora molto spesso. Un giorno comprai due anellini, andai alla Chiesa di Ognissanti in via Bixio, a Parma, dove andavo a messa e cantavo nel coro, ce li scambiammo».
Con Francesco, tuo padre, un rapporto difficile. Quando ebbe problemi di salute ti approssimasti.
«Quando ha avuto l’infarto mi sono avvicinato. Noi Toro siamo per la famiglia. Quando è stato male ho fatto la mia parte di figlio. Poi ha avuto l’aneurisma e poi gli è venuto il tumore alla testa, inoperabile. Ho cercato di renderlo felice e sereno, di farlo andare via bene. Negli ultimi giorni facevamo questo gioco, pugno contro pugno, “dai babbo, spingi!” per stimolargli la forza. E vedevo che lui sorrideva».
Desideri ritrovare i tuoi cari nella dimensione ultraterrena?
«Guarda, io parlo di energie che si mescolano con altre energie. La mia missione post-mortem, che ho già stabilito, è andare a ritrovare l’energia dei miei cari, mia madre in primis, tutte le persone che mi sono state vicino, mio nonno, mia nonna, mia zia, la mia cagnolina Emily… Ecco, voglio rifarmi una famiglia nell’universo».
Tua mamma, Giuseppina, persona dolcissima. Fu colpita dall’Alzheimer. Lasciasti il mondo della canzone per 10 anni per occuparti di lei, starle vicino e darle cura e affetto. Gesto ammirabile.
«Ti contesto “ammirabile”. Non lo trovo ammirabile ma un dovere che tutti i figli dovrebbero avere nei confronti dei genitori. Dovrebbe essere la cosa più logica e normale. Ed è passata come una cosa straordinaria. Pensa a che livello di civiltà siamo arrivati. Cinica. Quel periodo durò quasi nove anni. All’inizio, quando apparivano le prime dimenticanze, era facile perché, pur non lavorando, potevo portarla a Roma ad esempio…».
Un problema anche economico.
«Certamente. Ho dovuto togliere tutto. Firmai la liberatoria, ci fu la solidarietà di alcune amiche dello spettacolo, ma siamo un Paese di bastardi, ti chiedo di scriverlo, perché basta che uno abbia un problema per essere emarginato a vita. Sono un redivivo perché mi sono tolto questo marchio. Quando ero a casa non dico che vivessi in indigenza, ma solo con la pensione e le spese di due malati insomma. Non potevo lasciare mia mamma sola per andare a lavorare da qualche parte. Un po’ mi riposavo, ma dopo il terzo/quarto anno non mi sono più riposato, tant’è vero che i medici si preoccupavano quasi più di me che della mia mamma».
Di quegli anni c’è un momento che ricorderai per sempre?
«Sì, ce l’ho, ed è stato l’ultimo momento che l’ho vista. L’Alzheimer è una malattia feroce e atroce. Mi sono ritrovato il 23 dicembre 2024 - lei è morta nel 2016 - con mia madre completamente fuori di sé, urlava, si era sporcata, si tirò via i vestiti, a Parma un metro di neve, 7 gradi sotto zero. Alle 4 e mezzo del mattino l’ho pulita più o meno, l’ho vestita, l’ho portata a fare un giro con un faretto glaciale, a Barriera Bixio, alle 6 e mezza del mattino apriva il bar, le ho preso cappuccino e cornetto, come piaceva a lei, il cuore infranto, un sorriso e un fiume di lacrime dentro. La portai a casa e le dissi “mamma, adesso facciamo la doccia insieme”. Siano entrati tutti e due, nudi, a fare la doccia, tra mamma e figlio non c’era più quel pudore di quando ero ragazzo, era un figlio che curava una mamma. Quando siamo usciti lei si è voltata, mi ha guardato negli occhi e mi ha detto “Giovanni, perdonami”. Poi si è rigirata e si è persa completamente. Di corsa ho cercato una casa di cura comunale vicino a casa e per sei mesi non sono andato a trovarla, mi faceva troppo male. Avevo una depressione in atto, me l’avevano detto. L’Alzheimer ha una quota molto alta tra le malattie degenerative degli anziani. Andai a Nizza da Dalila Di Lazzaro, un’amica da tanto tempo, guardammo la tv, ci abbracciamo e nel lettone mi addormentai subito, la prima notte di sollievo».
Per l’Alzheimer le istituzioni aiutano?
«Le istituzioni, se sai attivarle, fanno il minimo indispensabile. Non la butterei in politica. Dovrebbero esserci un’assistenza e un protocollo anche per malattie degenerative. Ma noi siamo un popolo di goliardi, spesso la droga la fa la padrona. Nel Tevere hanno trovato molte tracce di cocaina… Se mi capita di aver a che fare con persone alterate mi sento ancora più solo e per la strada è un pericolo…».
Ti è accaduto di sognarla, tua madre?
«Sì, mi è apparsa in sogno tre o quattro volte da quando è morta, ma stato un sogno amaro perché è stata una voce al telefono e diceva che non tornava a casa, oppure in cucina, ma di schiena, senza mai vederla in viso».
Ieri eri in sala registrazione. Hai ripreso l’attività.
«Sì, con un cortometraggio su valori/denaro, per stimolare le generazioni di oggi a non pensare che sei potente perché hai il denaro. Il mio nuovo tour partirà probabilmente in autunno».
Una canzone del repertorio italiano che più hai ascoltato?
«Battiato, La cura, simbolicamente dedicata a tutti, anche con una risatina, “curatevi”».
«Cielo grigio su / foglie gialle giù. / Cerco un po’ di blu / dove il blu non c’è». Mondo duro e difficile quello della canzone, fatto di sogni e fatica, frenesie e malinconia. Pietruccio Montalbetti, classe 1941, il leggendario fondatore dei Dik Dik - quelli di Sognando la California e di L’Isola di Wight - ha raccontato in un libro, Storia di due amici e dei Dik Dik (ed. Minerva), gli anni ormai lontani della nascita della band e la storia dell’amicizia, durata tutta la vita, con una figura altrettanto leggendaria, Lucio Battisti, stella della musica italiana che si spense nel 1998. Torna la Milano degli anni Sessanta, laboratorio dove, nei quartieri e nelle stanze in affitto, i giovani provavano a vivere di musica.
Come nacquero i Dik Dik?
«Abitavo in un quartiere di Milano, in via Stendhal. I miei amici d’infanzia erano Cochi Ponzoni - mio compagno di classe in terza elementare - Moni Ovadia, Lallo (Giancarlo Sbriziolo, cantante dei Dik Dik, ndr). Avevo imparato a suonare la chitarra da ragazzo da un musicista tornato dal campo di concentramento, famiglia sterminata. Abitava al primo piano di casa mia. Mia mamma lo aiutava. Facemmo un gruppo, “The Dreamers”. Vedevo Lallo e Pepe (Erminio Salvaderi, mancato nel 2020 causa Covid., ndr) che suonavano insieme ai giardini pubblici di piazza Napoli e facemmo questo complesso. Ci contattò Ermanno Palazzini e ci hanno chiamato “Gli squali”. “Ci mancano due elementi”. Ci portò Sergio Panno e Mario Totaro, batteria e tastiere. Lallo faceva l’odontotecnico, un altro lavorava in banca come ragioniere, Pepe e gli altri due erano universitari, ma benestanti. Io il più licenziato in assoluto di Milano, ho fatto il muratore, il facchino… Compare il desiderio di fare un disco».
Per suonare andavate in una sala della parrocchia…
«Andavamo nella Chiesa del Rosario, la parrocchia dove abitavamo, e la sera io andavo alla Ricordi, al negozio. Scopro due cose importanti. Il viceparroco, don Angelo, che ci dava la saletta per suonare, aveva fatto il seminario insieme al segretario di monsignor Giovanni Battista Montini, poi diventato Papa. E seppi che la Ricordi procurava gli organi da chiesa a tutta la Curia. Sono riuscito a farmi fare una lettera per la Ricordi firmata da monsignor Montini: “Raccomando questi ragazzi che sono dei bravi parrocchiani”. Andai alla Ricordi, di sopra c’era Iller Pattacini, direttore artistico. “Facciamo un provino”. La Ricordi aveva noleggiato un cinema parrocchiale in via dei Cinquecento, lì facemmo i provini. Mi chiamò Pattacini. “Il provino piace, facciamone un altro”. Arrivai con una 500 prima degli altri. Nella penombra ho sentito il suono di un pianoforte».
Chi lo suonava?
«Sono entrato e ho visto subito un ragazzo con cui si creò un’empatia immediata. “Sei un tecnico?”. “No, faccio parte di un complesso. E tu?”. “Mi chiamo Lucio Battisti, suono in un’orchestra, sono qua per il provino”. Disse che era venuto lì in tram da piazza del Duomo, viveva in una pensione. A un certo punto mi chiese se volevo sentire le sue canzoni. Gli diedi una chitarra, una Ibanez che ho ancora. Si era creata una simpatia, chi s’immaginava questa amicizia? Dopo il suo provino l’accompagnai in piazza del Duomo, novembre 1965. Era il chitarrista dei Campioni. Mi disse “abbiamo un tour in Nord Europa”. Ci salutiamo. Raccontai a mia mamma di questo incontro».
Poi che successe?
«Pataccini mi chiamò, decisero di fare un contratto con noi. “Trovate un nome giusto”. Stavo leggendo un libro, Kon-Tiki di Thor Heyerdal, un esploratore norvegese, si parlava del vulcano Krakatoa, volevo mettere consonanti che non si usano nella nostra lingua, poi lessi dik-dik sul dizionario - piccole antilopi, in Tanzania, nella savana ne ho viste due e gli ho detto: “Grazie ragazze!” -. Dissi “ragazzi ho trovato il nome”. Preparai un cartellone. Lo presentai alla Ricordi, c’erano tutti. È ancora il logo attuale dei Dik Dik. Rimasero allibiti, tranne una segretaria che disse: “Avrà successo”».
E per tornare a Battisti?
«Il 24 dicembre del 1965, con un contratto già in mano, sto attraversando piazza del Duomo, “a’ Pietro’, so io, Lucio, te ricordi?”. Gli chiesi: “Com’è andata?”. “Sono qui, al freddo”. Prendemmo un caffè. Tornai a casa e lo dissi a mia madre. “Ma ti pare che un ragazzo della sua età possa passare il giorno di Natale da solo?”. La mamma di Lucio abitava a Roma. “Adesso vai al night e lo inviti a pranzo”. Aveva i calzoni neri con la riga e la giacca rossa. “Ti aspetto al n. 65 di via Stendhal”. A mezzogiorno era lì con un fiasco di vino. Al tempo si usavano i presepi. C’era mio fratello Cesare, che poi divenne il suo fotografo, mia mamma, mia zia. Da allora chiamò mia madre sempre “mamma”. Nel muro del corridoio c’era un telefono. Mia mamma telefonò alla sua: “Signora, stia tranquilla, suo figlio è qua e passa il Natale con noi”, sua mamma era emozionata, piangeva, e lui “mamma, non piangere, sto bene”, nevicava, passammo il Natale così. Da lì in poi le nostre vite si sono unite. Viveva in una casa popolare in via dei Tulipani 19, era solo, andavamo in giro con la mia 500, veniva spesso da noi a mangiare. Nel nostro primo disco 1-2-3 mettemmo anche la sua canzone, Se rimani con me, “di Lucio Battisti”. Quando la vide: “a’ Pietru’, fantastico”, mi abbracciò. Il secondo nostro disco era Sognando la California, misi Dolce di giorno, sempre con la firma di Lucio Battisti. E poi, la storia è tutta scritta in questo libro…».
Sognando la California…
«L’ho scoperta io, ho scritto un testo che non era la versione di quello in americano, la portai da Mogol e lui la mise a posto. Tutte le canzoni di Battisti sono di Battisti. Emozioni è sua…».
Cinquanta milioni di dischi venduti…
«Sì, ma avevamo percentuali irrisorie e guadagnavamo attraverso i concerti. Io non ho mai fumato, non mi sono mai drogato, mai superalcolici, sempre fatto attività fisica. E scrivo libri. Anche per raccontare i miei viaggi. A 70 anni ho fatto l’Aconcagua, 7.000 metri, senza ossigeno, poi attraversato la catena dell’Himalaya, ho vissuto con gli indios dell’Amazzonia… Quando finirò il nuovo libro voglio fare teatro, io alla chitarra, un altro chitarrista, una violinista e una voce fuori campo. Ho tante cose da raccontare dei miei viaggi, del mio pensiero e poi canto Battisti e lo racconto…».
Viaggi solitari?
«Sempre da solo. Quando arrivavo in certi luoghi magari mi avvalevo di una guida. Nell’Aconcagua avevo una guida, 35 gradi sotto zero. Ancora adesso faccio palestra, guardo poco la televisione, studio astronomia, astrofisica e filosofia».
Hai trovato la libertà?
«Certo, la solitudine ti fa sentire libero. Per il cibo non ho problemi. Mangio perché devo vivere, non vivo per mangiare, non ho problemi sessuali nel senso che non sono assatanato, continuo a fare concerti, l’anno scorso 70».
Sei sposato?
«Sono sposato con una bellissima donna, psicanalista, non abbiamo figli, ora siamo qui dal veterinario con il nostro cane...».
La personalità di Battisti era tormentata?
«Sua sorella, Alba Rita, mi raccontava che da bambino era grasso, diceva che era molto sofferente, si metteva davanti a un albero con le sue emozioni, era molto riservato. Quando prese una bella casa vicino a Lecco andavo a trovarlo. Da quando Lucio è morto tutti a dire “l’ho scoperto”, “ho fatto questo e quest’altro”, ma nessuno l’aveva capito, nemmeno io, l’unico che lo aveva capito fu Roby Matano (1934-2023, ndr), cantante nei Campioni, il primo gruppo dove suonava. Lui aveva un amore, ma lei puntava su qualcuno che avesse il denaro, poi si sposò ed ebbe un figlio, volle che mi conoscesse, gli disse “lui è stato quello che mi ha fatto avere il mio primo contratto”, ma non è vero, non mi vanto di niente, solo di aver avuto con lui un’empatia e una simpatia durata tutta la vita… Di lui non avevano capito niente. Quando abitava in via dei Tulipani, aveva un terrore, quello degli ospedali. Una volta ebbe un blocco intestinale, lo portai a casa mia, mia mamma gli fece un clistere alla vecchia maniera, aveva 40 di febbre, telefonai a un amico medico, dice “portamelo qui”, ma lui aveva paura. Svegliai il proprietario del bar Foppa, che mi abitava sopra, mi diede un sacchetto con del ghiaccio e passò tutta la notte con il ghiaccio sulla testa, al mattino arrivò il medico e la febbre era scesa. Una volta abbiamo affrontato il tema della morte. Mi chiese “tu non hai paura della morte?”. Risposi “no, e tu?”. “Io ho paura della sofferenza” mi disse. Quando fu portato all’ospedale, chi l’ha preso in cura era una compagna di quartiere poi diventata medico. “Lei, signor Battisti, ha un tumore così esteso che non possiamo fare la chemioterapia, che non sopporterebbe”. Ha firmato per non avere accanimento terapeutico. L’hanno sedato ed è morto come voleva lui, senza sofferenza».
Che idea ti sei fatto dell’aldilà?
«Io non ho il beneficio della fede, però ho inserito nella mia filosofia quello che dicono Socrate, Platone e persino Sant’Agostino, ossia il dubbio, che ti consente di cercare delle verità. Siamo materia universale. Penso che quando moriremo entreremo a far probabilmente parte della materia dell’universo. L’importante è avere una morale. Cerco di aiutare le persone, sono diventato benestante e quando mi chiedono di fare cose ad esempio per i bambini le faccio gratis, non giro in Ferrari ma con una Peugeot “del ’15-18”, io la chiamo la “Ferrarelle”…».
Desideri aggiungere qualcosa a questo tuo interessante racconto?
«Sì, che i proventi di questo libro li dono tutti a Emergency».





