Lorenzo Mariani è l’amministratore delegato di Mbda Italia, con sede principale a Roma, impegnata nella progettazione e realizzazione di sistemi missilistici con applicazioni terresti, aeree e navali. L’azienda è parte integrante della joint venture europea Mbda. Il numero di addetti, raddoppiato negli ultimi cinque anni, sta per raggiungere circa 3.000 unità. L’eccellenza tecnologica e la collaborazione con le università ne fanno una realtà strategica non solo per il settore della sicurezza e della difesa, ma anche per sistema economico nazionale.
Ingegner Mariani, ci sintetizza le tappe salienti del suo percorso professionale?
«Sono approdato nell’allora Alenia Difesa grazie alla mia tesi di laurea, un po’ come succede anche oggi ai tanti ragazzi che chiedono di laurearsi con noi. Da quel momento - erano i primi anni Novanta - ho ricoperto numerosi ruoli, dapprima più tecnici, poi con responsabilità crescenti, come nella jv Alenia Marconi Systems, fino a responsabilità manageriali sempre più rilevanti. In particolare, negli anni più recenti, in Leonardo sono stato prima direttore commerciale e ad di Leonardo International, poi condirettore generale e responsabile operazioni e sviluppo business del gruppo. In Mbda ho avuto il piacere di essere stato responsabile dei prodotti già nel 2002 e l’onore di essere, da aprile 2025, amministratore delegato di Mbda Italia e responsabile vendite e business development di Mbda gruppo».
Può schematizzarci i principali parametri economici di Mbda Italia e di Mbda gruppo?
«Siamo in una fase di grande incremento di produzione, legata anche agli attuali scenari geopolitici che ci richiedono maggiori volumi in tempi più rapidi. Mbda, in Italia, è un’azienda da oltre 1 miliardo di euro di ricavi, in ulteriore crescita, con ordinativi ad oggi superiori ai 2 miliardi annui e un portafoglio ordini che si avvicina agli 8 miliardi. Rispetto a meno di cinque anni fa le dimensioni complessive di Mbda Italia sono raddoppiate. Nel quinquennio abbiamo quasi raddoppiato anche il numero dei dipendenti e ora veleggiamo verso i 3.000 e più nei prossimi anni. Ciò si colloca anche nel contesto della crescita di Mbda gruppo che, nel 2024, ha raggiunto un portafoglio record di oltre 37 miliardi e ordini pari a circa 14 miliardi, con un numero di dipendenti ancora in crescita che al momento si attesta attorno ai 19.000 addetti, distribuiti nei cinque Paesi della joint venture, Italia, Francia, Regno Unito, Germania e Spagna. Questa è la dimostrazione più evidente che la cooperazione è vincente da tutti i punti di vista, anche da quello dei parametri finanziari, sui quali c’è molta attenzione da parte dei nostri azionisti».
Quali sono le tipologie di prodotti realizzati?
«Mbda è un leader europeo per la difesa e la sicurezza e fornisce alle Forze armate sistemi complessi. L’innovazione tecnologica è una nostra impronta distintiva. Nel nostro settore essere all’avanguardia tecnologica significa garantire alle Forze armate l’operatività più efficace per la sicurezza di persone, assetti, territori. Perseguiamo questa missione progettando, sviluppando e realizzando sistemi per la difesa aerea, per la protezione dei contingenti, a supporto del campo di battaglia, fino ai sistemi per le operazioni di difesa navale. Si tratta di un’azienda con un ruolo chiave per la sicurezza e la protezione degli Stati. Si tenga conto che esistono applicazioni, come l’aria-aria, dove si fornisce al cliente il solo missile, e altre, invece, dove assieme al missile si consegna al cliente un vero e proprio sistema, costituito da lanciatore e unità di comando e controllo del lancio, inclusivo del radar per il tracciamento del bersaglio. Si parla, in tal caso, di sistemi di difesa aerea per applicazioni sia navali sia terrestri».
In Italia dove sono ubicati i siti produttivi di Mbda?
«In Italia siamo presenti a Roma, con oltre 1.500 addetti, al Fusaro (Bacoli, provincia di Napoli, ndr), dove siamo oltre 700, mentre a La Spezia, che comprende anche l’insediamento di Aulla (Massa Carrara, ndr) - un centro di riferimento per l’integrazione pirica missilistica in Italia - lavorano circa 300 addetti. Stiamo peraltro espandendo la nostra presenza in Campania con un insediamento anche a Pomigliano, dove concentreremo le attività relative ai lanciatori presso un’area di Leonardo, che ci ha messo a disposizione degli spazi anche a Torino dove abbiamo recentemente avviato attività legate ai laser e al programma GCap. Nello specifico, Roma, oltre ad essere la sede del management, è il sito dove insiste il centro di produzione e di integrazione software e dove svolgiamo le attività sistemistiche e di simulazione. Il Fusaro è il nostro sito di produzione; è la “casa del seeker”, l’occhio tecnologico di un sistema missilistico, in pratica un piccolo radar che guida il missile sul bersaglio. Si tratta di un centro di eccellenza a livello europeo per i radome ceramici, realizzati, a oggi, in oltre 10.000 esemplari per quasi tutti i missili prodotti dal gruppo Mbda. La Spezia è invece “la casa dei missili anti-nave”, un centro di sviluppo e integrazione dedicato a questa tipologia di sistemi».
In quali aree geografiche si realizza l’export?
«Quasi in tutto il mondo. Abbiamo, infatti, oltre 90 clienti al mondo e oltre la metà dei nostri ordini viene acquisita al di fuori dei nostri mercati domestici».
Che peso riveste la tecnologia italiana sui vostri prodotti?
«Considerando l’ecosistema della nostra supply chain, al 70% si parla di tecnologia made in Italy per i prodotti specificamente italiani, come i missili antinave Teseo, e Marte, o come Fulgur, il nuovo sistema per la difesa a cortissimo raggio che stiamo sviluppando per l’esercito italiano, così come le loitering munition italiane per la nostra Difesa. La nostra produzione è dunque di grande valore per tutta la catena produttiva presente in Italia. Lavoriamo soprattutto con pmi italiane, che sono più dell’80% del numero complessivo di fornitori, ma anche con centri di ricerca, università e start-up italiane».
Quali sono le figure professionali prevalenti in Mbda?
«In Mbda c’è una forte prevalenza d’ingegneri con specializzazioni di vario tipo, informatici, elettronici, meccanici, delle telecomunicazioni, dell’automazione, nonché fisici e matematici. Di base abbiamo un grande numero di laureati in discipline Stem, quantificabile in oltre il 60% del totale, cui oggi si dedicano anche tante donne. Non a caso, ad esempio, il nostro capo dell’ingegneria è una donna (ing. Stefania Sperandei, nd.). Essendo un’azienda complessa, abbiamo anche diversi profili dedicati alle funzioni di staff come amministrazione, personale e gestione degli stabilimenti».
Molto interessante è l’impegno di Mbda nel raccordo con istituti tecnico-scientifici e facoltà universitarie.
«La nostra azienda si fonda letteralmente sulle materie Stem, in particolare ingegneristiche. Riteniamo fondamentale uno stretto coordinamento con gli Its e le università per promuovere l’interesse verso le materie Stem. Siamo ben felici di avere tanti laureandi che ci scelgono per le loro tesi. A oggi, le università italiane producono laureati con un’elevata preparazione, che possono essere inseriti in tempi rapidi nelle nostre strutture d’ingegneria e produzione. Ovviamente la fase di addestramento, teorica e “on the job”, dura sempre alcuni mesi».
Ci parla delle vostre collaborazioni con atenei e centri di ricerca italiani?
«Per Mbda le collaborazioni con atenei e centri di ricerca sono un grande valore. Crediamo nell’innovazione e nella ricerca “aperta”. Tanti filoni di ricerca sono accelerati grazie a solidi accordi quadro con varie università in tutta Italia. Gli accordi riguardano soprattutto l’esplorazione di tecnologie emergenti per investire su quelle più promettenti e diventano incubatori di tecnologie attraverso contratti di ricerca e dottorati. Ci consentono di definire obiettivi di tesi di laurea attraverso le quali i laureandi possono avvicinarsi al tema complesso e affascinante dei sistemi missilistici ed essere poi dei nuovi possibili colleghi».
In un’intervista per La Verità del 16 dicembre 2024, l’ing. Giuseppe Cossiga, presidente di Mbda Italia e di Aiad, l’associazione delle imprese che realizzano prodotti per aerospazio, difesa e sicurezza, ha sottolineato che, lungi dalla veicolazione da parte di certa stampa di stereotipi negativi nei confronti delle aziende che producono sistemi d’arma, esse sono invece “uno degli strumenti a disposizione di un Paese democratico per garantire la sicurezza dei cittadini nell’ambito di un sistema legislativamente controllato”».
«Concordo pienamente con l’ing. Cossiga. Un sistema di difesa efficace e completo è un’assicurazione per i nostri valori, la nostra sicurezza e protezione. Un Paese non può farne a meno e noi siamo fieri, con i nostri sistemi, di poter garantire alle nostre Forze armate la migliore operatività, a garanzia della protezione e sicurezza del nostro Paese. Del resto è dimostrato che la sicurezza ha un effetto diretto sul benessere economico di un Paese».
Com’è la vita quotidiana di un top manager del suo livello?
«Densa, coinvolgente, a tratti divertente, sicuramente appassionante e senza soluzione di continuità…».
Nelle sue 40.000 apparizioni televisive, Fiorella Pierobon, per molti anni popolare volto di Canale 5, non ha mai dimenticato una vocazione che fin da bambina portava nell’anima, quella per l’arte. Annunciatrice e conduttrice tv, dopo aver lasciato, nel 2003, il piccolo schermo, si è trasferita a Nizza, in Francia. Qui, a casa e nel suo atelier al 31 di rue Droite, la via degli artisti, realizza dipinti e sculture.
È nata a Somma Lombardo. Ma il suo cognome manifesta inequivocabili origini venete…
«Tecnicamente, sono nata a Somma Lombardo (Varese, ndr), nel senso che sono nata in quell’ospedale. I miei sono veneti, semo tuti de noialtri, ma sono originaria di Comabbio di Vergiate, nasco lì. Si spostarono dal Veneto prima in Piemonte e poi in Lombardia».
Il suo esordio in tv già a 17 anni con Tutto Uncinetto.
«Telealtomilanese, la prima televisione libera della Lombardia, aveva un programma, Pomofiore, poi andato su un’altra rete, Ciperita, condotto da Raffaele Pisu. Facevo la prima telepromozione, parlando del mensile Tutto Uncinetto. Questo nel 1977».
Da bambina e ragazzina, arte e tv erano già un interesse manifesto?
«Quello per l’arte di sicuro, perché alle elementari presi un premio dalla Regione Lombardia. Ma per la televisione assolutamente no, cantavo solo nei cori in chiesa…».
Pertanto com’è nata la sua avventura televisiva?
«Per puro caso, perché stavo assistendo al programma di cui dicevo prima, a Busto Arsizio, e lì mi notò il direttore della pubblicità, chiedendomi se volevo partecipare a questa trasmissione il venerdì sera. Risposi “perché no?” e da lì sono passata a Telenorditalia. La mattina le scalette, il pomeriggio gli annunci e la sera un programma in diretta… Poi alcuni rimasero senza lavoro. Il canale l’acquisì Berlusconi e allora ci siamo trasferiti a Milano, passai a Canale 51, poi a Italia 1 e poi a Canale 5, Superflash e Bis con Mike…»
Sul suo sito Web (fiorellapierobon.com) scrive: «Ho scelto di abbracciare una nuova vita, ritornando al mio primo amore, la pittura». La sua inclinazione per l’arte ha dato i suoi frutti…
«Sì. Dopo tanti anni il mio lavoro si era ridotto a pochi annunci giornalieri, trasmissioni non ce n’erano più da fare perché monopolizzate più o meno dalle stesse persone. Decisi di lasciare, ma non pensavo succedesse tutto questo. Mi sono trasferita nella casa che già avevo in Francia e iniziai a dipingere. Amici pittori mi hanno coinvolto in mostre collettive. Capii che c’era interesse. Decisi di aprire l’atelier e tutto mi è esploso tra le mani perché mai avrei pensato di arrivare in tutto il mondo con i miei lavori…».
Vive prevalentemente a Nizza?
«Ho sempre tenuto casa e residenza in Italia. A Nizza ho preso casa per poter lavorare. Non volevo cavalcare l’onda della notorietà e ho detto “faccio tutto in Francia… non mi conoscono… se entrano lo fanno solo perché interessati al mio lavoro”».
Le sue realizzazioni hanno ottenuto una quotazione ufficiale da Drouot, una sua opera è stata acquisita dal museo «Dino Zoli» di Forlì, è stata invitata alla 54ª Biennale di Venezia e molto altro...
«È gratificante. Ai primi tempi, quando la gente si fermava davanti all’atelier a guardare i miei lavori avevo un po’ d’imbarazzo perché sono cose personali, uno lavora e fa cose per sé stesso».
Cosa vuole esprimere?
«Ogni lavoro ha un momento. Il mio lavoro è principalmente astratto, ma ha anche qualcosa di figurativo. Metto il colore sulla tela e poi dipingo con le mani. Disegno come fosse una scultura».
«A Nizza», scrive, «ho potuto lavorare con serenità e in completo anonimato». Ai tempi della tv la notorietà aveva un prezzo da pagare?
«Non mi ha mai dato fastidio perché è l’affetto delle persone che ti seguono e ti stimano. Sono sempre stata la persona di casa, di famiglia. È ancora una gioia quando m’incontrano e si ricordano di me. C’erano però anche fan un po’ strani che ti aspettavano fuori dagli studi televisivi, e dovevi uscire dalla parte dietro. Alcuni mi hanno ossessionato per anni con convinzioni, tipo che siamo sposati, ecco, quelli fanno un po’ paura…».
Adesso è più tranquilla insomma…
«Ho un cognome, come il suo, che può ricordarne uno francese. Comunque, nell’atelier, l’ho messo di lato. Quello che si vede è soprattutto il lavoro e quindi una persona entra soltanto per questo motivo. I lavori più impegnativi li realizzo a casa».
Durante i suoi annunci si affacciavano personaggi famosi. Come Vianello e la Mondaini.
«Loro, in particolare, erano proprio amici, soprattutto lei, venivano anche a casa a trovarmi. Ho lavorato pure con Corrado, con Mike, con Sordi, Dorelli. Pressoché con tutti. Corrado era di una gentilezza d’altri tempi. Un’altra persona con cui ho avuto un bellissimo rapporto è stato Nino Manfredi, con la moglie».
Nel 1989, in una striscia, in pigiama presentava uno spezzone di un film e augurava la buonanotte.
«Quella era proprio una sponsorizzazione, per la camomilla Sogni d’oro. Il programma mio che ha avuto più successo, dando filo da torcere a Linea verde, è stato Rivediamoli, la domenica mattina avevo 12 milioni di telespettatori. Erano spezzoni di programmi tv, brillanti, entravo e facevo gag tra uno spezzone e l’altro. In alcune puntate avevo anche cani di canili che presentavo… Ho fatto anche la volontaria in canile».
Ha degli animali?
«Sempre avuto dei cani, in un periodo ne ho avuti anche sette. Adesso ne ho due, uno purtroppo se n’è appena andato».
Quale ricordo porta di Silvio Berlusconi?
«Buono. Ho avuto solo un piccolo scontro con lui all’inizio, non lo avevo mai incrociato. Mi avevano chiamato in Rai e andai a sentire cosa volevano. Sono sempre stata una libera professionista. Mi fotografarono fuori e le foto uscirono sui giornali. Dopo un po’ lo incontrai a una festa di Sorrisi & Canzoni in un bellissimo palazzo a Milano. Mi disse che era dispiaciuto della cosa. Dissi «guardi, ma non ho detto che vado, sono andata per sentire… Anche lei sarebbe andato…». Dopo questo piccolo battibecco tutto è cambiato. Alla festa per i 10 anni di Canale 5, a Roma, chiesero se potevo portare mio figlio per tagliare la torta. S’era fatto molto tardi, mi dissero che per tornare potevo salire sull’aereo con Berlusconi. C’erano anche Mike e altri dirigenti. Abbiamo parlato di famiglia, figli, lavoro. In quel momento era molto concentrato sul Milan e gli dissi che c’era un po’ di maretta perché non avevamo un punto di riferimento. E allora disse “ci penso io”. Infatti, la settimana dopo, mandò una lettera e sistemò quelle cose. Era molto attento a qualsiasi cosa».
Ha un figlio?
«Sì, un figlio che oggi ha 45 anni e lavora in pubblicità».
Lei ha anche cantato.
«Di programmi musicali ho fatto Discoverde di Salvetti, dove lanciai Ligabue e Biagio Antonacci. Li presentai per la prima volta… Ho sempre fatto le sigle dei miei programmi».
Pure in coppia con Gianni Bella con il brano I veri tesori, musica di Bella, parole di Mogol. Doveva andare a Sanremo 1993 ma…
«Sapevano che cantavo. Dissi “volentieri!” ma fu quell’anno della polemica perché non volevano più personaggi tv al festival, ma solo cantanti, siamo arrivati a un passo dall’entrare ma non entrammo per questo motivo».
Le è mancato il mondo della tv da quando se n’è allontanata?
«No, anche perché l’ho lasciato quando ancora non c’erano tutte queste televisioni anche tematiche… Se ci fosse stata la realtà di oggi forse avrei potuto trovare qualcosa di interessante da fare ancora. Quando sono andata via io, la tv mi sembrava già brutta ma con il tempo è diventata anche peggio».
Dal 21 marzo al 3 maggio 2020, su Radio Francigena, web-radio fondata da lei e suo marito, Alberto Pugnetti, faceva Io resto a casa, programma sul Covid con interviste a persone famose e comuni. A 5 anni da questa frattura?
«La gente la vedo più destabilizzata, prima la vedevo più centrata. Si sperava in un miglioramento che in realtà non c’è stato. Continuano a fare quello che vogliono… Mi sembra proprio un mondo di pazzi».
Cos’è, secondo lei, la serenità?
«In questo momento, in generale, serenità non ce n’è. Ci sono dei momenti in cui magari stacchi, nel mio caso quando gioco con il mio nipote piccolino, adesso ha 5 anni - l’altro ne ha già 14 - quando sei magari in mezzo al verde, incontri degli animali. Ma serenità non ce n’è proprio, fra la guerra, pressioni, la gente arrabbiata che deve lavorare fino a età improponibili, gli stipendi… Non vedo gente serena».
L’arte è anche una terapia?
«Sì, per me è questo. Mentre inizio a lavorare metto musica, spesso Leonard Cohen. Poi, lavorando, c’è un momento in cui mi accorgo che non c’è più la musica ma chi sa da quanto tempo, da tanto sono concentrata…».
Qual è il suo rapporto con la spiritualità?
«Non sono una cattolica, anche se sono battezzata, ma sono credente nel senso che ho la certezza matematica che c’è qualcosa, sono sicura. Ma non seguo il filone religioso della Chiesa cattolica. Se mi parla di Gesù sono d’accordo con lei ma il resto, ecco, non fa per me…».
In questo momento della sua vita, qual è la cosa cui tiene di più?
«In assoluto la famiglia, che è al primo posto. Ma volevo chiederle la gentilezza di parlare di una cosa, perché parlo così raramente con i giornalisti».
Prego.
«Una cosa che mi disturba è che spesso la gente mi contatta: “Ho visto che hanno scritto che sei morta”. Questo perché sui siti danno il là perché la gente legga. Nel titolo scrivono “ci ha lasciato” e uno pensa “è morta” e poi uno va a leggere e scrivono “ci ha lasciato perché è andata a vivere in Francia”. Mio marito ha ricevuto messaggi da amici che non vediamo da tempo: “Ci dispiace per Fiorella, ho saputo che è mancata”. È una cosa che mi fa stare così male… Non succede solo a me ma anche ad altri. Ormai sono 7-8 anni che, regolarmente, più volte l’anno questo succede. È una cosa veramente brutta…».
Il paradosso è che l’amore terreno, la cosa comunemente più attraente e ricercata del mondo, è un gioco a scacchi non solo con il destino, ma anche con la morte, come nel Settimo sigillo di Bergman oppure, per richiamare la commedia all’italiana, nel Vedovo di Dino Risi, con Sordi e la Valeri. Tuttavia, chi cerca un partner può imbattersi in una trappola, talvolta rovinosa e talaltra mortale, architettata dal narcisista maligno a danno di una vittima sana ma sovente fragile. La nota psicologa e criminologa Roberta Bruzzone spiega che la strategia dei narcisisti (o delle narcisiste) maligni si basa sulla «chimica dell’inganno».
Le suadenti sostanze, come ossitocina e dopamina, da essi infuse nel cervello delle vittime stimolano gli stessi bersagli cerebrali dove incidono eroina e cocaina, inducendo dipendenza tossica.
Dottoressa, è in tour, anche nel 2026, con Amami da morire. Anatomia di una relazione tossica. Quali sono i tratti psicologici e comportamentali principali di un/una narcisista maligni?
«Un marchio di fabbrica tipico, abbastanza diffuso, di questa categoria di persone è essere totalmente concentrati sui propri bisogni e soprattutto aver necessità impellente di controllare la vita di soggetti da cui traggono nutrimento, riconoscimento, considerazione, attenzione. All’inizio portano l’altro a vivere emozioni in maniera euforica. In realtà quel meccanismo serve a introdurre una serie di componenti neuro-biologiche che intossicano letteralmente le mente e la capacità razionale della vittima e, a quel punto, la concentrazione del narcisista si sposta totalmente sui suoi bisogni e la vittima ne diventa un’estensione».
Quali danni si possono subire?
«I danni che si possono avere da una persona di questo tipo, sia esso maschio o femmina - perché non c’è alcuna differenza sostanziale - sono incalcolabili. Possono essere di tipo relazionale, traumatico, affettivo, patrimoniale. Questo tipo di personalità svuota e sgretola qualunque tipo di situazione e di persona».
Il problema s’ingenera nella famiglia di origine del narcisista?
«Esistono due macro-stili genitoriali, pur con sfumature diverse, che possono facilitare lo sviluppo di questa personalità. Da un lato il genitore iper-idealizzante, che tratta il figlio come un piccolo dio, non gli permette la possibilità di sbagliare e quindi viene portato a sviluppare un falso Sé grandioso che nega tutte le vulnerabilità e le criticità perché sente di ottenere la considerazione del genitore solo quando ne asseconda le aspettative. L’altro scenario è quello di un genitore che ti svaluta a prescindere dandoti dei compiti che non puoi assolutamente fronteggiare in maniera adeguata, condannandoti a un fallimento sistematico per poi svalutarti nella maniera più totale, sentendosi onnipotente rispetto al figlio. In questo caso il bambino o la bambina possono difendersi sviluppando un falso Sé grandioso, rifugiandosi dietro a una sorta di armatura che nega tutte le fragilità e lo porta a ritenere il mondo degli adulti minaccioso e a rifugiarsi nell’idea della totale inutilità delle relazioni con gli altri. Questi sono due scenari tipici del narcisismo maligno».
Il narcisismo maligno è da considerarsi una psicopatologia?
«Ci sono diverse sfumature da considerare. Quando la situazione è particolarmente grave, ossia esistono indicatori indispensabili per fare diagnosi, parliamo di disturbo della personalità vero e proprio che rientra nei manuali di psichiatria. Ci sono diverse modalità con cui il narcisismo maligno può manifestarsi sotto il profilo psichiatrico. Ogni narcisista sviluppa una specie di adattamento al tipo di patologia che ha. Quindi preferisco parlare di funzionamento narcisistico per collocare nel perimetro del narcisismo anche soggetti che non rispondono perfettamente agli indicatori per fare diagnosi ma hanno un tipo di funzionamento caratterizzato da questa modalità».
Sono consapevoli di avere questo problema?
«Non è che sono consapevoli, nel senso che se dici al narcisista “sei narcisista” ti attaccherà in maniera viscerale. Sono consapevoli del funzionamento che hanno, nel senso che mentono, sono focalizzati a ottenere risultati che non meritano. A loro piace, ad esempio, nutrirsi della sofferenza degli altri. Ecco, per questi aspetti sono perfettamente consapevoli».
Nell’approccio hanno una sorta di progetto premeditato per assoggettare il partner?
«Assolutamente sì. All’inizio il narcisista dà una rappresentazione di sé abbagliante, nutriente, appagante, seducente. Per cui, nella fase iniziale, la trappola è costruita in maniera assolutamente efficace. Però già nella mente del narcisista che indossa quella maschera e recita quel copione c’è già quello che succederà dopo, quando la vittima sarà sotto controllo. Già dal primo istante della relazione questi soggetti mentono in maniera assolutamente convincente e hanno in mente ben altro rispetto a quello che dicono».
Appare pertanto evidente che il narcisista non abbia la capacità di amare…
«Non ha la capacità di amare nessuno, neanche sé stesso in realtà. Non è capace di stare in una relazione sana, genuina e nutriente perché la relazione lo spaventa. Per stare in una relazione bisogna mettersi in gioco, bisogna accettare il fatto che quella relazione può fare male e questo il narcisista non riesce assolutamente ad accettarlo. Entra in una relazione solo nella misura in cui la controlla, anche quella con eventuali figli, controlla la relazione con persone da cui ha bisogno di ricevere conferme, ma è una forma di controllo e non di relazione».
Può essere fondato dire che il narcisista odi sé stesso?
«Il nucleo centrale del narcisista è una dis-regolazione dell’autostima, si odia profondamente, si reputa un fallito, ha un vissuto d’inadeguatezza con gli altri angosciante, cerca in tutti i modi di nascondere e mascherare. La sua vita la passa a mostrare il Sé grandioso per evitare che la gente veda davvero chi c’è dietro quella maschera. L’Io del narcisista è fragile, inadeguato, angosciato, teme il giudizio altrui, deve travestirsi in qualcosa di diverso da sé per sembrare adeguato. Odia profondamente sé stesso e ancora di più quelli che lo smascherano».
Può essere anche una persona che conduce uno stile di vita impeccabile dal punto di vista della salute fisica?
«Molti di loro sono estremamente, talvolta maniacalmente attenti alla salute e alla forma fisica proprio perché l’aspetto fisico è uno strumento di seduzione e manipolazione».
È vulnerabile alle dipendenze da alcol, stupefacenti, farmaci?
«Guardi, sì, perché alla base c’è un Io fragile che sperimenta angoscia e quindi se è in difficoltà può rifugiarsi in una serie di sostanze per medicare quella condizione in maniera fai-da-te. Molti di loro possono anche abusare di psicofarmaci per allontanare l’aspetto depressivo che, prima o poi, nella vita del narcisista si affaccia, soprattutto quando gli anni cominciano a passare».
Che danni può provocare al partner?
«I danni sono molteplici e a vari livelli, dall’isolarlo dalla rete di relazioni, da indurre nel partner paure, angosce e insicurezze che in realtà non gli appartengono, dal sottrargli denaro, dal tradirlo in continuazione, dal cercare di manipolare i figli per usarli come armi contro di lui, fino a forme di abuso psicologico vero e proprio come il gaslithting, un bombardamento psicologico vero e proprio volto a far sì che addirittura l’altro dubiti di sé stesso, dei suoi ricordi, delle sue percezioni della realtà. Non a caso parliamo di legame traumatico».
Come riconoscere un/una narcisisti maligni?
«Il problema è che spesso questi soggetti, da un punto di vista sociale, manifestano un adattamento efficiente. Soltanto chi li conosce davvero nella sfera privata e intima si può rendere conto. Guardiamo la Petrolini (caso Chiara Petrolini, accusata di aver ucciso a Traversetolo i due figli neonati, ndr), che rientra nello spettro narcisistico. Era perfettamente adeguata, anche iper-adeguata. Quindi nessuno poteva immaginarsi che celasse in sé una dimensione così oscura e distruttiva. Si era addirittura mascherata dietro l’apparenza della baby sitter, attenta ai bambini. Ma essendo soggetti fortemente dis-regolati prima o poi qualche pasticcio lo fanno. Se non sei nella sfera di interesse del narciso - e quindi da te non vuole niente - si comporta in maniera perfetta, per questo sono così efficaci nella fase dell’aggancio, all’inizio sembrano le persone migliori del mondo».
Ma il narcisismo tossico, nelle società moderne, è sempre esistito?
«Il primo trattato ufficiale, di Sigmund Freud, è del 1914. È qualcosa che ci accompagna dalla notte dei tempi».
Come lei giustamente osserva esistono anche molte sfumature. Nell’episodio n. 232 del 1994 dell’Ispettore Derrik, Di notte, mentre correva a casa, una moglie ogni sera beve, va nei night e incontra uomini. Il marito l’attende a casa fino a notte tarda e quando lei torna la accoglie con amore. «Nessun partner è insostituibile» consiglia. Ed è indubitabile che l’amore debba essere simmetrico e la dipendenza tossica sia rovinosa. E per un uomo o una donna che non trovano pace?
«C’è gente che si ostina, s’incaponisce, vuole a tutti i costi cercare di cambiare queste persone, liberissimi di fare questa scelta, ma è la peggiore possibile. L’amore non deve essere un sacrificio ma scegliere di stare con qualcun altro, di sostenerlo quando serve, ma in un quadro di reciprocità e autonomia».





