Patrizia Cirulli, milanese, genitori con origini veneto-pugliesi, è una cantautrice originale e raffinata. Le sue creazioni sono frutto di ispirate ricerche personali. È stata quattro volte finalista al premio Tenco e per tre volte ha vinto il premio Lunezia. In un programma su Rai2 Lucio Dalla notò la sua voce, definendola «insolita e straordinaria». Autrice di musica, ha firmato cinque album, tra i quali uno che riscopre un Lucio Battisti poco conosciuto e un altro in cui ha musicato brani di Eduardo De Filippo. L’ultimo, edito da Egea Music, in fisico e in digitale, è Il visionario, reinterpretazione di L’infinitamente piccolo di Angelo Branduardi, raccolta di testi di Francesco d’Assisi e della tradizione francescana. Nel suo prossimo lavoro ascolteremo anche parole sue.
Patrizia, eri una bambina introspettiva e come si è originato il tuo interesse per musica e poesia?
«Ero una bambina introspettiva, riservata. L’interesse per la musica è nato già a 3-4 anni, alla scuola materna. Feci in modo di farmi ritirare dall’asilo perché volevo stare a casa, giocare con i dischi, i miei giocattoli preferiti, e la musica. L’interesse per la poesia è venuto dopo, ma di conseguenza».
La professione svolta dai tuoi genitori?
«Se ne sono andati giovani. Mamma aveva fatto la parrucchiera e da quando siamo nati noi, casalinga. Papà commerciante».
Com’è nato Il visionario, dove musichi e canti testi di Francesco d’Assisi?
«È successo in modo un po’ misterioso perché ho sempre stimato Branduardi e anche questo album. Era circa il 2019 e per gioco, in casa, ho preso la chitarra iniziando a fare Il sultano di Babilonia e la prostituta. Pensai “che bello”, una versione un po’ rallentata, come tendo a fare. L’idea di fare un disco rimase lì. Poi ho conosciuto Mimmo Paganelli, il discografico di Branduardi. Nell’agosto 2023, ecco la parte un po’ misteriosa, continuavano a canticchiare dentro di me canzoni di quell’album a ogni ora del giorno, soprattutto Audite poverelle. Presi coraggio. Per caso, anche se il caso non esiste, dopo qualche giorno abbiamo incontrato Branduardi a un concerto, chiedemmo il permesso e lui rispose “ne sarei onorato”».
Francesco d’Assisi. Nel 2026 ottocento anni dalla morte. Un mistico e un applicatore del cristianesimo. Il suo messaggio potrebbe cambiare le esistenze ma non all’acqua di rose?
«Credo che mettersi in ascolto del messaggio di Francesco, che è quello di Cristo, sia ancora oggi necessario. Lui è stato un essere umano come tutti noi e affinché non sia una cosa all’acqua di rose, come dici tu, bisogna un po’ aprire il cuore, con la volontà nostra di mettere in atto piccole cose quotidiane. Secondo me Francesco è un grande esempio della possibilità del cambiamento».
Abbandonò in piazza le sue vesti, si denudò. Se oggi qualcuno lo facesse?
«Questo è un grande gesto. Lo facessi io oggi mi ricoverano, mi portano via. Potremmo dire che il confine tra l’equilibro mentale e la santità è vicino. C’è da dire che erano altri tempi ma bisogna comprendere il suo gesto simbolico, di grande valore, anche plateale, oggi non posso rifarlo, ma cosa imparo? La sua decisione, la sua coerenza, la rinuncia alla sua famiglia, ma illuminato da una luce divina».
Se tornasse un messia esattamente con le stesse caratteristiche divine di Gesù, quale sarebbe secondo te il suo destino? Internato in una struttura psichiatrica?
«Siccome viviamo in una società molto razionale, tra virgolette molto “scientifica”, se oggi tornasse un messia che facesse i miracoli, magari sarebbe studiato in modo approfondito da questi scienziati, ma rimarrebbero tutti scettici. Infatti la fede non è questione che passa attraverso la scienza. Chi crede non ha bisogno di “vedere”. Dieci giorni fa sono andata a fare un concerto in Abruzzo con il repertorio di Francesco nella bellissima abbazia di San Giovanni in Venere, vicino a Chieti, e il giorno prima a Lanciano, dove c’è stato il primo miracolo eucaristico, un’ostia lì da secoli. In analisi recenti hanno visto che c’è tessuto cardiaco umano, un padre mi ha detto “è un segno, ma noi credenti non abbiamo bisogno di vedere” e per chi non crede non cambia nulla… Tornando alla tua domanda, se arrivasse il messia oggi probabilmente lo porterebbero in un ospedale psichiatrico…».
Massimo Cacciari, non credente, studioso di Francesco, ha fatto notare che il Cantico delle creature è stato ridotto a messaggio quasi folkloristico, il santo che parlava con gli uccellini…
«Il messaggio di Francesco non è ambientalista o ecologista. È vero che amava la natura ma il Cantico delle creature è una lode a Dio attraverso i suoi elementi, per cui è Dio che si rispecchia nelle sue creature e quindi è un ringraziamento all’Altissimo».
La lode di nostra «sorella morte corporale», nocciolo della spiritualità francescana e del cristianesimo. Tuttavia spesso si fa di tutto per rimuovere questo pensiero e non è un atteggiamento cristiano…
«Vero. Francesco è stato il primo ad affrontare in questo modo il tema della morte, conseguenza naturale dell’esistenza. La natura stessa ce lo insegna. Vita-morte-rinascita. È un passaggio. Per Francesco anche la morte è una creatura, una sorella. La morte è ancora un tabù nella società di oggi. Poi ci insegnano che Cristo è risorto, una comunicazione profonda. Certo che la morte non deve diventare il problema della tua esistenza, non devi avere paura di morire».
Canti Audite poverelle, poesia di Francesco indirizzata a santa Chiara e alle sue consorelle. «Non guardate alla vita fora / Quella dello spirito è megliora». Una donna oggi, comunemente, vive in un contesto materialista e competitivo…
«Nel femminile, è evidente che Chiara ha fatto quella scelta consapevole di vita. La frase che hai citato mi emoziona, è magistrale. Io, certo, vivo in questa società, ma cerco di coltivare questo filone interiore e come disse qualcuno diventare “nel mondo senza essere del mondo”. Ci provo. Certo che il modello femminile proposto oggi è diverso, per quanto serva tener conto che storicamente le donne sono state spesso represse ma questo non significa che debbano andare contro sé stesse».
Dal punto di vista sentimentale sei in una relazione?
«Non mi sono mai sposata. Ho un compagno. Ma coltivo questo mio giardino, quello della spiritualità».
Secondo te tra Francesco e Chiara potrebbe esserci stato un principio di amore sentimentale nel senso tradizionale del termine?
«Io non credo. Credo che si siano voluti molto bene. C’era tra l’altro molta differenza di età. Credo si siano riconosciuti, erano anime sorelle, non gemelle. Tra l’altro un amore fraterno, che dura tutta la vita, talvolta può essere migliore di uno passionale».
Come descriveresti la figura di Angelo Branduardi?
«Originale, grande musicista e violinista, questa sua ricerca della poesia, come l’album dedicato a Yeats. Lo stimo molto».
L’album E già di Lucio Battisti, che hai riletto nel tuo Qualcosa che vale. Come potrebbe essere stata la spiritualità di Battisti?
«Ho rifatto quest’album in chiave acustica perché era il primo Battisti senza i testi di Mogol, firmati da sua moglie e da lui. In quell’album ho visto una ricerca spirituale, anche nella meditazione, forse fece uno studio anche a livello di cultura orientale, il brano Rilassati e ascolta sembra un mantra».
Mistero. «Che mistero è la vita / Che mistero sei tu / io ti avevo definita / Ma mi sbagliavo, in te c’è molto di più / Sei profonda / Sei vitale / Non sei mai banale / Io mi ero lasciato affascinare da quel tipo di intellettuale / appariscente / che in fondo non valeva niente».
«Evidentemente aveva avuto a che fare con un tipo intellettuale che all’apparenza sapeva molto ma potrebbe essersi accorto che, da un punto di vista emotivo, non era così ricco… E poi nel brano Scrivi il tuo nome c’è questo verso meraviglioso, “Scrivi il tuo nome su qualcosa che vale”».
Nel tuo album Mille baci hai messo in musica poesie di grandi della letteratura: Salvatore Quasimodo, Alda Merini, Gabriele D’Annunzio, Fernando Pessoa e altri… Vuoi ricordare una poesia con un verso di Pessoa da te ripreso in questo disco?
«Non so se sia amore, (la intona in portoghese, ndr), “non so se è amore che possiedi o che simuli in quello che mi dai, ma dammelo lo stesso perché tanto mi basta”».
Alda Merini…
«Ha avuto questa capacità di un linguaggio che arrivasse a tutti, una poetessa pop diciamo. Lei ha avuto una grande sofferenza - il manicomio, gli elettroshock… - ma è riuscita a trasformare questo dolore in gioia di vivere e creatività attraverso la poesia, amava definirsi la poetessa della gioia. Nell’album ci sono due suoi testi, E più facile ancora e Sono solo una fanciulla».
Sulla Verità del 21 aprile 2026 ho intervistato il teologo e musicologo Pierangelo Sequeri. Sostiene che i testi di canzoni pop proposte nei grandi circuiti sono mediocri. Non è che così, allontanando i giovani dai grandi temi, si finisce per, perdona il termine, rincoglionirli?
«(ride, ndr) Che si sia andati al ribasso è sotto gli occhi di tutti. Se un tempo c’erano De André, Paoli, Battiato… Evidentemente è lo specchio della società, che è cambiata. Un tempo, accanto alla musica pop usa-e-getta questi mostri sacri li potevi ascoltare anche alla radio e adesso non più. Se oggi nascesse un Battiato, un De André, dove lo mandi, al talent show? Ci sono anche cose belle ma esiste un linguaggio omologato per i ragazzi. Non è vero che se sei più esposto hai più valore. Non è così».
Pierangelo Sequeri: «La Chiesa promuova l’educazione musicale. Dietro molte canzoni una regia ideologica»
Per avventurarsi a fondo nel pensiero di Pierangelo Sequeri, nato a Milano il 26 dicembre 1944, figlio di un concertista di violino e di una pianista, finissimo teologo italiano di fama internazionale, sarebbe necessario avere l’ardimento e la curiosità di leggere i 13 volumi finora pubblicati, da Vita e Pensiero, delle sue opere, una vasta operazione editoriale in itinere. Le sue riflessioni teologiche si concatenano con il tema della musica.
Egli è anche musicologo e critico musicale. E giacché il grande tema è trovare sintesi tra popolare ed elitario e comprendere cosa l’esperienza di ascolto dia all’esistenza, in particolare dei giovani, dagli anni Settanta ha composto canzoni. Canzoni liturgiche, certo, proposte nelle messe. Canzoni incise in dischi, album e singoli (editi da Eco, Pro Civitate Christiana e Rusty Records, ne contiamo 12), entrati nella hit parade italiana e internazionale delle liriche del culto cristiano-cattolico. Oltre a quella sacra, il teologo milanese è attento anche ai testi della musica profana. Ripudia testi che considera mediocri e finanche manipolatori, considerandoli distanti da ciò che è autentica ricerca del senso di esistenza e divino. Così, senza stabilire fossati, l’anelito di spiritualità si può cogliere sia in una ballata del laico Fabrizio De André sia in Miracolo di fiori, da lui composta nel 1977. Poiché, per principio, l’esperienza di espressione musicale non può escludere bambini e ragazzi con problemi psichici, egli si è prodigato anche nella pratica della «musicoterapia pediatrica».
Monsignor Sequeri, sappiamo che, in generale, i giovani sono più attratti dalla musica leggera o pop. Essi possono cercare pura evasione disincantata, talora anche distruttiva e nichilista, o qualcos’altro. Ricordiamo la recente uscita del 12° volume delle sue opere, titolato Modulazioni della risonanza e dedicato alla musica. Essa può avere una qualità pedagogica ma si nota, lei osserva, «un’imbarazzante mediocrità delle retoriche e delle pratiche». Ci spieghi…
«La musica si canta, si suona, si danza, si compone in molti modi. Può essere carica di allusioni alle profondità dell’emozione e della riflessione, fino a evocare le forme del pensiero. Ma può essere anche costruita per comunicare leggerezza, spensieratezza, allegria condivisa. Non è qui il problema. Oltretutto ci sono canzoni di grande intensità e riflessione - mi viene in mente La buona novella di De André - e brani di musica che si vorrebbe “impegnata” ma banali imitazioni del repertorio “classico”, e qui non cito niente. I ragazzi sono molto disponibili, in realtà, anche a musiche di interesse non solo evasivo. La vera questione è la manipolazione del gusto. La regìa commerciale - e ideologica - della musica di consumo, seleziona gli ascolti, satura gli ambienti, condiziona il gusto con obiettivi di massificazione. Nel curricolo scolastico, nonostante il fatto che se ne parli da decenni, e tutti i responsabili si riempiano la bocca con l’importanza dell’educazione musicale, si continua a non fare praticamente nulla per offrire conoscenza e padronanza dell’intero orizzonte espressivo della musica. Questo è lo scandalo, non i ragazzi. E anche la Chiesa potrebbe fare di più».
Nel 1977 lei ha scritto Tu sei la mia vita (Symbolum ’77), molto bella. Questa canzone è diventata popolarissima nelle messe. «Tu sei la mia vita, altro io non ho / Tu sei la mia strada, la mia verità…». Come è nata?
«La musica è una sintesi “breve” del “Credo”. Nacque in occasione della decisione dell’arcivescovo di Milano di ripristinare la pratica catecumenale della Traditio Symboli, adattandola ad una proposta quaresimale per i giovani della diocesi. L’antica pratica consisteva nella “consegna” (traditio) del Credo (Symbolum fidei) ai catecumeni, perché lo meditassero e lo imparassero a memoria, in attesa di “restituirlo” (la redditio), recitandolo a memoria alla vigilia della Pasqua, mostrando di averlo assimilato. Di fatto, questo corale ha suscitato affezione dovunque ed è cantato in moltissime lingue, non solo europee».
Impossibile resistere a rivolgerle qualche domanda di carattere teologico. Nel 1992, con Vita e Pensiero ha pubblicato un libro dal titolo Il timore di Dio. Abbiamo l’idea di un Dio dispensatore di punizioni oppure di grazie. Lei sottolinea: «Dio, fin dalla creazione del mondo, e dopo ogni colpa, è passione inestinguibile e tenera cura». Ciò significa che non dobbiamo averne timore?
«Qui c’è da sciogliere un equivoco. Il titolo era fatto apposta per attirare l’attenzione su un luogo comune - Dio deve “fare paura” - per poi indicare pagine della Bibbia che danno un altro senso alla sua rivelazione. La realtà è che l’espressione “timore di Dio”, nella Bibbia, è un’espressione tecnica, di tenore sapienziale. Il suo significato è un atteggiamento in cui si intrecciano rispetto e fiducia: coltivare il timore di Dio è il modo giusto per ricevere da Lui una sapienza della vita che ci tiene lontano dai pericoli e ci indirizza alla pratica della giustizia e del bene. Per esempio: “Chi è l’uomo che teme in Signore? Dio gli insegnerà la via che deve scegliere” (Salmo 25, versetto 12); “C’è una grande sicurezza nel timore del Signore, egli sarà un rifugio per i figli di chi lo teme” (Proverbi, 14, 26-27). Il mio libro segue questa ispirazione, dove appare precisamente che il timore di Dio - che si potrebbe anche tradurre come fede - libera dall’ossessione di sbagliare, ridimensionando fortemente l’idea, molto diffusa nel catechismo tra Ottocento Novecento, di incentrare la fede sul terrore dello sguardo e della punizione divina».
Genericamente l’uomo ha la capacità di discernere, nelle azioni che compie, quali sono mosse dal bene e quali dal male, con varie sfumature. Quando facciamo del bene l’anima sta bene, e quando facciamo dal male il contrario. Se Dio lo definiamo onnipotente perché esiste il male?
«La sua domanda riguarda una questione che non si finirà mai di sollevare. Ma secondo il mio parere è anche diventato uno stereotipo che nasconde i pensieri più veri che dovremmo esplorare. Insomma, la mia idea è che questo tema, che riduce la cosa all’alternativa - “Se c’è Dio non ci dovrebbe essere il male, se c’è il male vuol dire che non c’è Dio” - gioca anche con carte truccate. Eccole. La prima è questa: vuoi prendere questo argomento per negare Dio? Va bene. Ma dopo, il Male resta, anche senza Dio. E non hai più nessuno con cui sfogarti e a cui chiedere come mai. Come fa Giobbe nella Bibbia. Che verrà lodato da Dio, perché non rinuncia a resistere al male e a fare la domanda a Dio stesso, e non ai sapienti che pretendono di sapere tutto».
La seconda?
«La seconda carta truccata è questa. La domanda ti mette sul piedistallo di un tribunale della storia in cui tu sei giudicato innocente e Dio imputato. Complimenti. Però, rifletti. Dio non lo vedi fare queste cose, che ti sembrano - comprensibilmente - ingiuste. Tu e i tuoi simili, invece, siete senza scuse. Li vediamo fare il male, anche quando potrebbero evitarlo. E ci mettono una cattiveria che gli animali non hanno. Ecco lo scandalo vero: questi esseri minuscoli che, da quando sono arrivati, introducono nel mondo la cattiveria gratuita, l’odio insensato, la distruzione della guerra che uccide i figli di entrambi. La mia fede dice che Dio non lascerà impunito nulla, risarcirà tutte le ingiustizie e asciugherà le lacrime. Certo, Dio potrebbe annientare questa umanità molesta e assassina: noi lo faremmo, abbiamo anche le armi per farlo. Ma il genere umano è pieno di creature tenere e meravigliose, capaci di amare anche oltre i loro affetti più cari. E disposte a sacrificarsi per ridurre e non aumentare le ferite degli umani, anche quelle gravi. Dio stravede per questi. Ha incaricato il Figlio di inseguirli fino alla morte e fino all’inferno, per portarli fuori. Mi commuove questa soluzione, e rinuncio alla mia presunzione di giudicare Dio per cose che non so e non capisco. Dio ha in serbo una promessa di resurrezione. Mi prendo l’handicap del mio fratellino sulle spalle, sono felice quando lo vedo sorridere. E vivo molto meglio anch’io».
Nel 2° volume della sua opera omnia, L’assoluto affettivo, osserva: «Il fondamento del giusto senso dell’esistere non è semplicemente l’essere-bene ma il voler-bene. […] Quello che il cristianesimo chiama “Dio” coincide ontologicamente con questo principio. […] Questo indebolimento ontologico dell’affezione ci rende ora impreparati a decifrare e a contenere le potenze selvagge dell’amore ridotto alla pulsione e dell’essere-bene ridotto al godimento». La vita concreta, matrimoniale, amicale, lavorativa presenta varie difficoltà…
«Il principio dell’affezione radicale di Dio, che ha ispirato alla sua libertà d’amore la creazione vulnerabile del mondo e la destinazione compiuta della vita, riguarda creature imperfette, vulnerabili, non divine. È per questo che possiamo sperare, quando anche noi ci presenteremo con i nostri quattro stracci e le nostre ferite alle soglie dell’intimità di Dio».
Ha scritto un saggio su Wolfgang Amadeus Mozart, Eccetto Mozart. Secondo Kierkegaard - si legge - «la musica di Mozart rappresenta la perfetta lievità dello spirito, intanto che esprime l’assoluta genialità dell’erotico».
«Il Signore ha insegnato che può capitare anche ad un ladrone crocifisso di aggiungere una misura di umanità impensabile e assoluta in un contesto di odio e di persecuzione. La rapina rimane una pratica detestabile: ma non riesce a cancellare un gesto d’amore pieno di tenerezza. E non si può prevedere quello di cui un atto d’amore è capace, tra una creatura molto imperfetta e un Dio che vede nel profondo».
Per il pubblico generico ascoltare e giudicare le canzoni appare facile. Tuttavia, dopo la folgorazione dell’idea, per scriverne testi di valore e musicarli serve talento. Il talento di Mariella Nava è perentorio e gli ha valso prestigiosi riconoscimenti. Autrice di testi raffinati e profondi e di musica. Voce moderna e armoniosa, la sua.
Tuttavia i suoi brani hanno catturato anche voci di veterani del pop, da Gianni Morandi a Renato Zero. È una cantautrice completa, un caso unico nel panorama italiano. «Tentazioni e avemarie / e un cielo che si spegne». È un verso della sua Così è la vita, terza a Sanremo 1999, premio per la miglior musica. Il suo auspicio è esserci, all’Ariston, nel 2027.
Mariella, c’è un ricordo che ti piace evocare della tua infanzia a Taranto, città dove sei nata?
«Il lungomare, soprattutto nel momento del tramonto. Ci passavo ore e ore. E poi, siccome ero vicina all’Arsenale nautico, c’era la sirena che scandiva l’inizio del giorno e si risentiva verso le quattro e mezza del pomeriggio».
Tuo padre lavorava in Aeronautica…
«Era motorista. Riparava gli aerei con le sue mani. Era sottufficiale. Aveva un orecchio molto allenato per sentire se un motore girasse bene».
La mamma?
«Insegnante nella scuola elementare».
Diploma al liceo scientifico e poi Conservatorio…
«Sì, maturità scientifica. Il conservatorio durava dieci anni e dopo il quinto, per il corso di composizione, dovevo necessariamente spostarmi. Per il pianoforte presi il diploma al quinto anno».
L’origine del tuo desiderio di comporre e musicare canzoni?
«Per il fatto di amare molto la poesia, poeti non solo italiani e anche stranieri, mi piacevano Montale e Ungaretti, molto ermetici, con le loro immagini e metafore, anche Brassens… Iniziai senza dirlo a nessuno, fino a quando anche i miei amici se ne sono accorti. Univo i testi alla musica, per plasmarli… Così sono nate le mie prime canzoni. I primi miei fan sono stati i miei compagni di scuola, non dicevo che i brani erano miei. Poi confessai… e loro mi esortarono a continuare».
Decidesti di trasferirti a Roma…
«Ho proseguito i miei studi musicali e sono venuta a Roma, studiando con un maestro dell’Accademia di Santa Cecilia, Nazario Carlo Bellandi (1919-2010, ndr). Avevo scritto una canzone che poi mandai al buon Gianni Morandi…».
Questi figli. «Oh, mamma mia ’sti figli / Gesù fammi dormire / Guai a te se me li togli».
«Ho capito che era il pensiero di mia madre. Ero rientrata un po’ troppo tardi e capii che l’avevo messa in ansia. Parole che ho origliato. Diceva a mio padre “questi figli, come sono, il nostro stare in pena”. Ero adolescente, scrissi questa canzone ma la lasciai lì. A circa 24-25 anni lessi che Morandi stava preparando un disco, Uno su mille, assemblando del materiale, rilasciò un’intervista, “vorrei che qualche giovane autore mi mandasse qualche canzone, vorrei linfa nuova”».
E allora cosa facesti?
«Sono andata a cercare nelle Pagine Gialle (sorride, ndr) “Rca Roma”. Presi l’indirizzo e scrissi una lettera, senza troppa speranza, all’attenzione della Rca e di Gianni Morandi. Mandai la cassettina registrata di questo brano con una lettera, “se dovesse piacere, questo è il mio numero”, quello di casa. Un pomeriggio squillò il telefono. Rispose mia madre che mi disse “non ho capito chi è, vai a rispondere”. “Pronto, sono Gianni Morandi” (ne evoca il tono di voce, ndr)».
Era proprio lui…
«Era lui. Mi chiedeva come mai avevo scritto questa canzone e quanti anni avessi. “Sei giovane, come mai hai questi pensieri di una donna adulta?”. Risposi “li ho rubati a mia mamma e li ho messi in una canzone”. “Devi essere molto sensibile, devi venire a Roma, ti voglio far conoscere i miei discografici. Sabato accendi la televisione che sono a Fantastico da Pippo Baudo. Parlerò di te, di questa canzone e la canterò con mio figlio Marco”, che suonava il violino. Infatti ho la registrazione di quella puntata e durante i miei concerti ne parlo e la mostro. Poi andai a Roma ed ebbi il mio primo contratto discografico, e poi il primo Sanremo…».
Sei sposata dal 2003 con Massimo Germani, matrimonio trasmesso a La vita in diretta… Professione?
«Tenente colonnello dell’Aeronautica».
Vi siete sposati in chiesa?
«Sì, nella chiesetta del convento dei Frati Cappuccini ad Albano Laziale».
Avete figli?
«Non ne abbiamo, ma non è stata una scelta, non sono venuti, non abbiamo forzato niente e atteso che il Cielo decidesse per noi».
Da Questi figli sono passati 40 anni. Osservi cambiamenti nel rapporto genitori-figli?
«Una volta i metodi per comunicare erano meno ma si faceva di più. Non so se oggi i ragazzi, quando sono fuori, hanno davvero la possibilità di essere seguiti dai genitori. Comunque è importante che i genitori abbiano fatto un lavoro preventivo ed educativo per dare ai ragazzi giusti riferimenti per non sbagliare».
Nel 1987, nel tuo primo 33 giri Per paura o per amore, targa Tenco, un tuo brano, 28 gennaio, dedicato a Christa McAuliffe, la maestrina statunitense, sposata con due figli, morta a 37 anni nell’esplosione dello Shuttle, 73 secondi dopo il lancio.
«La storia di questa donna m’interessò moltissimo. Non era un’astronauta professionista ma un’insegnante di scuola che volle essere in quella missione per fare la prima lezione dallo spazio. Ero lì davanti alla televisione e rimasi intristita e traumatizzata. Aveva rassicurato più volte il marito, come avesse avuto un presentimento. Il marito non avrebbe voluto, “non andare, rimani qui”. Quindi nella mia canzone, la faccio rivolgere a lui, “amore mio, farò la storia, non ti preoccupare, sarà come una gita”».
Dentro di me, del 1989, nell’album Il giorno e la notte, testo che alcuni considerarono scabroso. Suscitò l’attenzione di Costanzo, che ti chiamò a cantarlo al Costanzo Show. «Ti raggiungo / fino a prenderti l’anima…».
«Sono sempre stata interessata a descrivere, da donna, l’amore. Questo è nato da una riflessione “perché le donne devono cantare canzoni d’amore scritte dagli uomini? Anch’esse hanno una sensualità, un modo di vivere l’amore e quindi lo possono raccontare”. Mi cimentai io a raccontare questo stare dentro a una storia che mi aveva presa, anche la mia scoperta del sesso, ma con l’amore, con il chiaroscuro dell’amore, anche con la voglia di darsi completamente. Costanzo accolse molto bene questa canzone, “tu vieni ogni giorno qui a cantarla”, perché aveva letto che durante una trasmissione Rai ero stata costretta a modificarne i versi».
Si può distinguere tra sesso superficiale e sesso impegnato?
«Assolutamente sì, però è proprio quello che non sento nelle canzoni di adesso, di quest’epoca. È come se i giovani non conoscessero quando si ama profondamente, anche del punto di vista del senso, è come non affrontassero mai la conoscenza della sensualità. La sensualità che c’è in un brano come Il cielo in una stanza io non la trovo…».
Un rapporto amoroso, laddove sia soggetto a disciplina e regole reciproche, perde spontaneità?
«Forse sì, l’amore non va mai imbrigliato eh! Però è anche vero che l’amore è autonomo dentro di noi, è il più democratico dei sentimenti, perché riesce a scardinare quei freni inibitori, è una delle sensazioni più difficili da tenere a bada, quando si ama si ama, il corpo racconta pochissimo se non c’è questo coinvolgimento».
Com’è il tuo rapporto con la spiritualità?
«È molto forte il mio rapporto con la vita, con la natura, con la Terra e quindi con quello che credo abbia creato tutto questo, è troppo ordinato, troppo perfetto, cerchiamo quasi di rifarlo, quasi di riproporlo a nostro modo, di clonarlo, però vedi che tutto si rimette a pari, siamo piccoli, vedi che questo sistema è stato creato e organizzato da Qualcuno, due particelle a distanza infinita l’una dall’altra si comportano nello stesso modo, quindi siamo parte di un Tutto che deve avere una radice, che deve essere stato pensato da qualcuno e ci riconduce a un Uno che dobbiamo onorare, attraverso le cose che ci ha dato…».
Il sodalizio con Renato Zero…
«È stato sempre in Rca, la nostra comune casa discografica, ero lì da poco, lui lì da sempre. Iniziò a seguirmi. Mi disse: “Marie’, scrivi una cosa pure per me”. Fu molto carino perché non è da tutti dare fiducia a una giovane esordiente. E partecipò a Sanremo 1991 con Spalle al muro, “diranno che sei vecchio”. La apprezzò moltissimo e decise di portarla in gara. Dissi “che responsabilità…”. Affrontava il tema della vecchiaia. La interpretò benissimo. Non ricordo un’ovazione così lunga, con il pubblico in piedi, che i conduttori, Edwige Fenech e Andrea Occhipinti, non riuscivano ad andare avanti…».
Notte americana, con Lucio Dalla…
«Avevo scritto una canzone in una notte di luna, ma per le parole, il fraseggio musicale, pensai alla vocalità e all’immaginario di Lucio, il titolo era Tornare vivo, storia di un uomo che viveva e non viveva perché non amava più e in un incontro si riscopre vivo. “Fammi ripartire il cuore”. Con grande coraggio gliela mandai. Ma per un bel po’ non ne seppi più nulla. Un giorno mi ha telefonato, “Mariella, mi hai schienato, hai scritto una cosa pazzesca” (imita voce e accento bolognese di Dalla, ndr). “Solo che a questa canzone gli voglio dare, se mi permetti, un’ambientazione. In un drive in americano”. Ecco perché Notte americana. Andai alle Tremiti da lui, la ascoltai già un po’ elaborata, parlammo molto, nell’album Luna Matana c’erano canzoni bellissime…».
Se dovessi dire il brano di un cantautore italiano che più ami?
«Direi Via del campo di De André».





