Eccomi Bobby!
«Sono qui pronto per te. Alla grande! Perfetto!».
Perfetto! Ho ascoltato il tuo nuovo brano che mi hai inviato ieri. Video attraente. Il titolo è Io puzzo.
«Simpatico no? (intona una strofa, ndr) “io puzzo, / lo sai che puzzo / giorno e notte puzzo e puzzerò”…».
Si riferisce a chi è disposto a dire verità. Perché la verità può risultare maleodorante?
«Perché a volte qualcuno fa qualcosa di sbagliato, però pensa di non farsi scoprire. Se poi viene scoperto a lui questa verità dà fastidio e, per lui, ha una forma di puzzo».
Ti riferisci a qualcosa in particolare?
«No, riguarda tutto ciò che c’è nel mondo. A volte la verità viene oscurata o camuffata per interessi economici».
Ti professi cattolico e credente.
«Sì, lo sono, tantissimo, e anche mia moglie. Il mio bambino, che ha 13 anni, fa già il chierichetto in chiesa. Io ho avuto anche un piccolo miracolo…».
Racconta…
«Nel ’78, facendo ginnastica con i pesi, non riuscivo a crescere muscolarmente e volevo prendere degli ormoni come certi culturisti americani ma temevo uno shock anafilattico dopo le iniezioni. Riuscii a convincere un farmacista a Milano che mi ha dato un prodotto a base di testosterone per i malati terminali. Non sono cresciuto di muscoli ma un tremendo nervosismo. Quando sono andato a cantare in piazza Duomo a Milano, con 4.000 persone, a un certo punto la voce si è spezzata…».
Ahi…
«Invece di parlare e cantare, usciva solo un rantolo. E sentivo gusto di sangue in bocca. Pensavo di aver ingoiato un dente. Ho chiesto al mio manager di portarmi a Salsomaggiore dall’otorinolaringoiatra di Pavarotti. Mi ha messo una microcamera che entra nel naso e va alle corde vocali e facendomi vedere nello schermo del computer che una corda vocale si era spezzata in due. “Probabilmente non potrai più cantare”».
Drammatico. E poi che è successo?
«Attraverso un mio amico manager di ragazze che fanno spogliarelli a Pigalle, a Parigi, sono andato con lui in auto da lì a Lourdes, e ho visto la grotta - ci sono già andato più volte a ringraziare con mia moglie - con stampelle di persone tornate a camminare grazie a un miracolo. Ho bevuto l’acqua santa, ho lasciato 250 franchi e con la mente ho detto alla Madonna “aiutami tu”. Dopo due mesi, nei quali non parlavo più (evoca un rantolo, ndr), ho provato, le corde vocali si muovevano, e poi la voce è ritornata. Un ateo potrebbe dire che si tratta di un’autoguarigione naturale. Io invece sono convinto che sia stato un piccolo miracolo. Dal ’78 avrò fatto, credo, 5.000 concerti… E la voce va sempre benissimo. È la pura verità».
Parlando di verità, ce ne sarebbe una, quella cristiana, ossia quella di darsi al prossimo…
«Assolutamente, però c’è sempre Satana che combatte dall’altra parte. Tante volte nell’umanità abbiamo visto che spesso è venuto fuori ma sempre il Signore è riuscito a schiacciarlo. Ma c’è sempre questo brutto personaggio di Satana che ha fatto cose orrende e continua a farne».
Pensi sia possibile incidere sul mondo attraverso piccoli gesti quotidiani?
«La volontà c’è, però purtroppo il mondo è in mano a chi ha il potere. E chi ha il potere probabilmente non ascolta le persone ma pensa agli affari suoi».
Continui a fare yoga e a praticare riti tibetani?
«Io pratico i riti tibetani, una forma di ginnastica sanitaria, una tecnica cinese, si chiama thai chi. La praticavano 2.000 anni fa non per combattere, come il karate, ma per dare energia, cercare di contrastare l’invecchiamento. Un maestro di ginnastica direbbe che questi esercizi sono solo stretching. Sarà. Ma come hanno confermato gli astrofisici siamo in un universo con miliardi di raggi cosmici, X, gamma, ultravioletti, siamo pieni di questa energia che ci attraversa. Con questi esercizi i raggi possono penetrare nella spina dorsale e rallentare la vecchiaia, dopo questi esercizi tu sudi… Mi sta arrivando il libro di Aba Pant, Surya Namaskar, che vuol dire saluto al sole. Vorrei riprendere il saluto al sole».
Un altro tuo brano appena uscito, ShishKebab. «Serve amore in quantità / non l’assalto dei parà». Propositi cristiani. Invochi giustamente la pace tra Israele e Palestina.
«Mi ha dato un’enorme tristezza vedere le foto in Palestina dei bambini morti perché credo che la guerra nel passato era tra militari… Ho otto nipoti, il mio primo figlio ha 57 anni e l’ultimo 13. Con i bambini mi sento bene, mi danno un sacco di energia. Poi, avevo presentato un brano per Sanremo ma Carlo Conti l’ha rifiutato…».
Tema?
«Era contro il femminicidio. Si chiama Nata libera e lo promuoverò. Un uomo dice a una donna: “Mi hai dato 10 anni di felicità, ora hai deciso di andare con lui. Pensa alla tua felicità. Se per caso un giorno tu verrai lasciata da lui, io ti riprenderò con un abbraccio e sarò contento”. Una cosa opposta al femminicidio».
Sei un classico del Festival…
«Non mi sono suicidato perché faccio 40 concerti d’estate e ora ne ho già in programma 15. Mi sono liberato dei manager “esclusivisti”. Adesso tutti i contratti li fa il mio chitarrista. Questi manager prendevano tre-quattro-cinque mila sulla mia schiena. Adesso sono libero. Quindi non ho bisogno di Sanremo. Però volevo portare questa canzone. Amadeus mi ha rifiutato 5 volte e Carlo Conti due volte».
Di cosa avrebbe bisogno l’Ariston?
«Avrebbe bisogno di artisti come Fausto Leali, Mina e tutti i miei coetanei. Perché su 16 milioni di spettatori ci saranno secondo me 5 milioni di ragazzi giovani, ma anche 11 milioni di signori dai 70 ai 99 anni che stanno in poltrona. Vedere canzoni di Peppino Di Capri, di Edoardo Vianello sarebbe meglio. Non sono io a decidere quelli che prendono a Sanremo. Ma io saprei come fare».
Con quali criteri sono scelte le canzoni?
«È molto semplice. Da vent’anni sono stati cancellati i dischi, esiste solo Spotify, 90 centesimi di quota, e Streaming, 24 centesimi. Quando c’erano i dischi e Little Tony vendette 3 milioni di copie con Cuore matto e Bobby Solo 2 milioni e mezzo con la Lacrima gli artisti prendevano il 6% e il 94% la casa discografica. Siccome non ci sono i dischi hanno creato X-Factor e Amici, dove sono scelti ragazzi giovani ai quali viene fatto fare un contratto. L’artista prende molto meno. La casa discografica non può più guadagnare con la vendita dei dischi. A un ragazzo giovane che guadagna anche poco e a un concerto vede le ragazzine che si sbracciano per lui non gli dà fastidio che il manager guadagni di più. A me sì, tant’è che mi gestisco con il mio chitarrista. Da 5 anni mi sono liberato da ogni vincolo di esclusività».
Pertanto con quei Sanremo in cui spopolavi con Se piangi se ridi, Zingara e la Lacrima non c’è nulla in comune?
«No, anche perché, fai caso, quando negli anni Sessanta e Settanta un signore che si alzava alle 6 di mattina per andare al lavoro e la sera prima aveva sentito “Dimmi quando tu verrai, dimmi quando quando quando…” (intona il brano di Tony Renis, ndr), se lo ricordava facendo la doccia… Adesso quando sentono queste cose più parlate che cantate, non possono cantare sotto la doccia la mattina dopo. Ma alle case discografiche non interessa perché tutti i successi discografici di Mina, Vanoni, Celentano, Jonny Dorelli, Little Tony, Peppino Di Capri, Bobby Solo, già ce l’hanno. A loro non interessa il discorso della musica ma recuperare del denaro attraverso questi ragazzini tutti contenti pur prendendo molto meno…».
Mi hai inviato un articolo in cui si riferisce essere in corso la più intensa radiazione solare degli ultimi 20 anni…
«Sì, lo dice la Nasa. Dal 1400 gli astronomi hanno osservato i cicli più o meno caldi del Sole. Ora il Sole sta aumentando la forza del calore. Le teorie sono teorie, non sono realtà. Si è detto che la fine del Sole sarà tra 5 miliardi di anni. Ma nessuno può realmente sapere cosa succede dentro al Sole. Noi stiamo parlando grazie ai satelliti ed essi, se questo dovesse continuare, sono a rischio…».
Vivi in provincia di Pordenone.
«Mia moglie, essendo figlia di un sergente maggiore americano che non c’è più, mio suocero, ama vivere vicino alla base americana dove ha delle amiche coetanee. Mio padre prese due medaglie d’argento nel ’43 in Africa e quindi nel libro degli aviatori c’è il nome di Bruno Sarti, mio papà. La base è di origine italiana. L’ho fatto per mia moglie, per farla contenta, ma mi trovo bene in tutta l’Italia. Mia moglie mi vuole bene, è molto più precisa e seria di me. Un artista non può essere troppo serio, lei ha molta pazienza e io le voglio un bene dell’anima».
Bello sentire queste cose!
«È così».
I tuoi colleghi di un tempo…
«Purtroppo ho perso il mio fraterno amico Little Tony. Poi ero legato a Celentano… A Roma lui abitava a via Laurentina e io all’Eur. Tutt’e due soffrivamo d’insonnia. Nel ’75 ci trovavamo a viale Europa all’1 della notte e camminavamo fino alle 4. C’era una farmacia notturna. Mi porta in farmacia, come tu mi porti in un bar , “cosa prendi, un prosecco?” e lui dice al farmacista “Bobby, cosa vuoi un Cebion o un Agrovit?”. Vitamina C. Celentano era troppo forte».
Quando ho intervistato Laura Ephrikian mi ha raccontato che durante le riprese del musicarello Una lacrima sul viso, del ’64, ti vedeva un po’, diciamo, spaesato…
«Il fatto è che ero timido e spaventato da morire. A farmi vincere la timidezza fu il grande Nino Taranto. Lei, prima di Morandi, era fidanzata con un campione di rugby di Udine. Alto 1 e 90. Dovevo baciarla attraverso un cancello. Lui, in friulano mi ha detto “se te la basi davvero vengo zò e te spacco la testa”. Allora, se rivedi il film, la bacio proprio tremando…».
Grazie Bobby!
«Alla grande!».
Prima Pio XII e poi Paolo VI, consapevoli che sotto l’altare pontificale giacessero tomba e spoglie mortali del primo dei loro predecessori, l’apostolo Pietro, le fecero cercare dagli archeologi nelle profondità della terra, annunciandone il loro ritrovamento dopo quasi 2.000 anni di silenzio. Così, sotto le sacre grotte, fu scoperta una necropoli, ossia una «città dei morti».
Nel 2026 scoccano due ricorrenze, quella della posa della prima pietra della Basilica, centro simbolico della cristianità, al cui progetto concorsero Bramante, Raffaello e Michelangelo, e quello della sua dedicazione. Con la prima (520 anni) si torna al 18 aprile 1506, pontificato di papa Giulio II Della Rovere. Con la seconda (400 anni), al 18 novembre 1626, regno di Urbano VIII Barberini, benché la costruzione, pressoché ultimata, non fosse ancora attorniata dalla celebre piazza disegnata da Gian Lorenzo Bernini, su disposizione di Alessandro VII Chigi. Il sepolcro del pescatore che seguì il Maestro e ne portò a Roma il rivoluzionario messaggio, guidando la prima comunità cristiana e subendo, per sua stessa richiesta, il crudele supplizio della crocefissione a testa in giù, forse per sensi di colpa legati al triplice rinnego, si trova qui sotto e anche parte di quelli che tutto fa supporre siano suoi resti ossei. Con Pietro Zander, romano, classe 1964, docente di archeologia alla Pontificia Università Gregoriana, da 27 anni responsabile della sezione Beni artistici della Fabbrica di San Pietro, intraprendiamo un viaggio underground nella città funeraria, tra i 3 e i 7 metri di profondità rispetto alla basilica.
Quando sorse il sepolcreto sottostante?
«La necropoli nasce sulle pendici meridionali del Colle Vaticano dopo la metà del I secolo d.C. Siamo nella quattordicesima regione augustea, un’area periferica rispetto alla città. Il primo nucleo è costituito dal cosiddetto Campo P (Campus Petri), un fazzoletto di terra destinato alla sepoltura dei defunti. Qui venne sepolto San Pietro. Cento anni dopo la sua morte, durante l’impero di Traiano e Adriano, qui si costruirono sepolcri in muratura, simili alle nostre cappelle gentilizie (o tombe di famiglia, ndr.). Questa necropoli, che si trovava sotto la luce del sole, a partire dal 319 fu interrata dall’imperatore Costantino e da papa Silvestro per la costruzione della prima grande basilica di San Pietro, in gran parte demolita».
Pertanto San Pietro fu martirizzato qui nei pressi?
«San Pietro è stato sepolto vicino al luogo del martirio, avvenuto in prossimità del circo di Caligola e di Nerone. All’epoca esistevano campi funerari umili e modesti. La più antica testimonianza del martirio di San Pietro è nel Vangelo di Giovanni, composto probabilmente a Efeso sul finire del I secolo: “[…] quando sarai vecchio stenderai le tue mani (sarai crocifisso) e un altro (Nerone) ti cingerà i fianchi e ti condurrà dove tu non vuoi”».
Come fu seppellito?
«La nascente comunità cristiana di Roma ottenne dalle autorità imperiali il suo corpo straziato. Fu portato sulle pendici meridionali del Colle Vaticano e lì pietosamente sepolto in una fossa scavata nella nuda terra, coperta da due tegole messe a contrasto, a doppio spiovente come il tetto di una casa. Quell’umile fossa sopravvive, a 3 metri di profondità, sotto l’altare maggiore dell’attuale basilica vaticana».
Si può ipotizzare la data della morte di Pietro?
«In base a una serie di studi è verosimile pensare che Pietro sia stato crocifisso nell’autunno del 64 e, con ogni probabilità il 13 ottobre, data che coincide con il Dies imperii, ovvero il giorno del decimo anniversario dell’inizio del principato di Nerone, come indica un testo apocrifo cristiano dell’inizio del II secolo».
È certo che l’apostolo sia deceduto per crocifissione e appeso a una croce a testa in giù per sua volontà?
«Dopo l’incendio di Roma, avvenuto nella notte tra il 18 e il 19 luglio dell’anno 64, Nerone, secondo la testimonianza di Tacito negli Annali, fece condannare a morte nel circo vaticano numerosi cristiani accusati di “odium humani generis”, “odio verso il genere umano”, per distogliere da sé le accuse di molti che lo ritenevano mandante dell’incendio che distrusse la città. Insieme a quella moltitudine di uomini sottoposta agli atroci supplizi, San Pietro fu crocifisso con il capo rivolto verso il basso (Eusebio di Cesarea, San Girolamo). Negli apocrifi Atti di Pietro, databili intorno alla fine del II secolo, emerge che l’apostolo, non ritenendosi degno di subire il medesimo martirio del Salvatore, chiede di essere così immolato: “Vi prego, o carnefici, crocifiggetemi con la testa in giù e non diversamente”. Il filosofo Seneca, contemporaneo di Nerone, ricorda questa forma di martirio parlando delle crocifissioni destinate agli schiavi».
Fin dalla sepoltura di Pietro la Chiesa ha sempre avuto memoria di questo luogo?
«La Chiesa l’ha tramandata da sempre. Basti pensare alla straordinaria successione dei monumenti eretti sopra il suo sepolcro. Sepoltura di Pietro (64 d.C.), Trofeo di Gaio (II secolo), Muro dei graffiti (III secolo), Memoria costantiniana (IV secolo), Altare di Gregorio Magno (VI secolo). Altare di Callisto II (1123), Cupola della Basilica (1593), Altare di Clemente VIII (1594), Baldacchino (1633)».
Nella città dei morti sono inumati anche defunti non cristiani?
«Decorazioni parietali e iscrizioni indicano che all’interno della stessa famiglia convivevano persone di religioni diverse. Vi sono tombe dichiaratamente pagane, con affrescate divinità egizie o del Pantheon greco-romano, e tombe con iscrizioni cristiane».
Quando fu scoperta la necropoli sotto la basilica?
«Fu rinvenuta durante le celebri esplorazioni archeologiche del secolo scorso, 1941-1949».
Il ruolo di papa Pacelli, Pio XII.
«La scoperta di questo sito risale ai primi anni del suo pontificato. Coraggiosamente, dal 1941, volle intraprendere esplorazioni archeologiche nell’area della Confessione Vaticana e nella parte centrale delle sacre grotte. Prima di allora un senso di religioso rispetto e una sorta di timore reverenziale aveva impedito, in ogni epoca, di scavare sotto il pavimento dell’antica chiesa. Altre importanti ricerche furono eseguite in seguito, tra il 1953 e il 1958, dall’ingegnere Adriano Prandi e dalla professoressa Margherita Guarducci. Fu un’impresa senza precedenti che consentì di individuare, sotto l’altare maggiore della basilica, la tomba di Pietro, rimasta inaccessibile e inviolata per quasi 2.000 anni. Una modesta sepoltura sulla quale, 100 anni dopo il martirio dell’apostolo, fu costruita una piccola edicola funeraria chiamata Trofeo di Gaio. Essa indicò ai primi cristiani la tomba di Pietro ed è un’evidenza archeologica perché, negli scavi, emerse una sepoltura più importante delle altre, tanto da attrarne attorno a sé altre, cristiani che volevano essere sepolti vicino a San Pietro».
Nel radiomessaggio natalizio del 1950 Eugenio Pacelli disse: «È stata veramente ritrovata la tomba di San Pietro? A tale domanda la conclusione dei lavori e degli studi risponde con un chiarissimo sì». Sulla questione dei resti ossei aggiunse: «Al margine del sepolcro furono ritrovati resti di ossa umane dei quali però non è possibile provare con certezza che appartenessero alla spoglia mortale dell’apostolo». Un reperto murario è particolarmente importante…
«Su un piccolo frammento d’intonaco, di 3,2 x 5,8 centimetri, proveniente dal cosiddetto “muro rosso” sul quale si addossò l’edicola, furono incise le seguenti lettere greche: Petr[...] Eni[...]. Il graffito è stato interpretato con la frase “Pétr[os] enì” (“Pietro è qui”), oppure con un’invocazione a lui rivolta, “Pétr[os] en i[réne]”, ossia “Pietro in pace”. All’epoca dei primi scavi, sotto Pio XII, non trovarono un corpo composto, ossia uno scheletro. Si capì dopo che Costantino, quando costruì la prima Basilica, fece prelevare le ossa dalla tomba terragna, avvolgendole in un panno di porpora, e portarle a un livello più alto, un muro da cui fu ricavato un loculo dove queste ossa furono deposte. Furono poi ritrovate negli anni Cinquanta da Margherita Guarducci, analizzate e ritenute di un uomo anziano di corporatura robusta, compatibile con San Pietro».
Nel 1968 papa Paolo VI comunicò il ritrovamento dei resti scheletrici di Pietro…
«All’inizio del IV secolo, sullo spessore del “Muro G”, fu ricavato un loculo rivestito internamente di sottili lastre marmoree. Il 27 giugno 1968 furono qui collocate 19 teche trasparenti, legate con filo di rame argentato e sigillate con piombo, con un cospicuo quantitativo di ossa attribuite a San Pietro sulla base delle ricerche di Margherita Guarducci, che il professor Venerando Correnti (1909-1991) riferì a un uomo robusto di età matura, ritrovate con residui di terra che indagini scientifiche riferirono provenienti dal Campo P o «Campus Petri». Paolo VI dispose inoltre che nove frammenti di quelle ossa venissero collocate in un reliquiario d’argento - custodito nella cappella papale del Palazzo apostolico - con inciso «Beati Petri Apostoli esse putantur, “ossa che si ritiene essere dell’apostolo Pietro”. Il 29 giugno 2019 papa Francesco lo ha donato a Bartolomeo I, patriarca di Costantinopoli, come segno di unità».
Negli anni Sessanta nacque un acceso dibattito archeologico. La Guarducci avrebbe recuperato i resti ossei del Santo attraverso la testimonianza di un operaio che aveva lavorato nei primi scavi mettendole in una cassetta di legno finita nei magazzini. Siamo certi che queste reliquie siano del santo?
«Nei tempi concitati delle prime esplorazioni purtroppo non fu raccolta un’adeguata e completa documentazione di scavo, per cui sull’attribuzione delle reliquie resta un margine di cautela. Tuttavia, le diverse informazioni acquisite concorrono nel dirci che le ossa individuate nel secolo scorso siano da riferire, esse putantur, all’apostolo. Qui negli scavi vaticani “saxa loquuntur”, le pietre parlano e ci dicono con forza “Pétr[os] enì”, Pietro è qui».
Essendo un uomo, anche un sacerdote può sentirsi solo, come il giovane protagonista del romanzo del 1936 di Georges Bernanos, Diario di un curato di campagna, che, destinato in un piccolo villaggio francese, Ambricourt, deve affrontare la dura realtà delle cose e anche l’ostilità di alcuni suoi parrocchiani fino ad ammalarsi di cancro, abbracciando la sua mistica evangelica, «Tutto è grazia». Monsignor Antonio Staglianò, classe 1959, è presidente della Pontificia accademia di teologia, il teologo e filosofo di punta della Santa Sede. Vescovo emerito di Noto, è stato ordinato sacerdote il 20 ottobre 1984 e subito dopo nominato viceparroco della cattedrale di Crotone. Ha appena pubblicato Pop-Christology (ed. Ancora), un volume di 800 pagine al servizio dell’evangelizzazione.
In Italia, negli ultimi decenni, il numero di sacerdoti cattolici è diminuito. Oscillano tra i 32.000 e i 38.000. Sovente, oltre alla parrocchia principale, devono operare anche in piccole comunità sprovviste di parroco. Essi riescono a gestire il carico di attività oppure possono trovarsi in difficoltà?
«Sì, i dati indicano una situazione di forte stress. Un sacerdote che deve gestire più comunità rischia di essere ridotto a un “erogatore di servizi sacramentali” - battesimi, messe, funerali - costretto a un logorante “nomadismo pastorale”. Questo modello può portare a una doppia difficoltà. Per il sacerdote, il rischio del burnout (esaurimento nervoso, ndr.) e della riduzione del suo ministero a funzione amministrativa e, per le comunità, quello di diventare semplici “destinatarie” di un servizio, perdendo vitalità propria in attesa di un pastore stabile. La cura delle anime, l’ascolto, la prossimità, la crescita della comunità - dimensioni essenziali del ministero - diventano estremamente difficili in queste condizioni. Ma non possiamo aspettarci che la soluzione arrivi solo da un aumento numerico dei sacerdoti. Tuttavia, la situazione attuale, per quanto gravosa, sta già obbligando molte diocesi e parrocchie a una conversione».
Ciò cosa potrebbe significare?
«Potrebbe significare, primo, rivalutare il ruolo dei battezzati. La carenza di sacerdoti rende visibile e urgente il coinvolgimento dei laici, non come “supplenti” in attesa del prete, ma come protagonisti a pieno titolo della vita e della missione della comunità. Pensiamo ai catechisti, agli animatori della carità, a chi guida la liturgia della Parola. Poi, ripensare le forme di comunione tra comunità. Invece di tante piccole parrocchie isolate e “scoperte”, si sta facendo strada il modello delle “unità pastorali” o dei “distretti”, dove più comunità condividono risorse, progetti e anche il presbiterio. Questo può favorire una pastorale più corale e meno dipendente da un solo individuo. Terzo: un ministero sacerdotale meno “gestore unico” e più “animatore”».
A un sacerdote può accadere di sentirsi solo o incompreso? Nella lettera apostolica dell’8 dicembre 2025 Una fedeltà che genera il futuro, papa Leone XIV ha scritto anche della dolorosa realtà dell’abbandono del ministero.
«Sì, la solitudine e l’incomprensione sono rischi reali e dolorosi, come il Santo Padre ha riconosciuto. Il sacerdote oggi rischia di sperimentare una solitudine strutturale. Queste ferite sono anche un segnale d’allarme per tutta la Chiesa: ci dicono che il modello di ministero e di comunità che abbiamo ereditato ha bisogno di essere curato e rinnovato, perché il sacerdote possa vivere la sua vocazione non come un “lupo solitario”, ma come un membro vitale e amato di quel Corpo di cui è servitore».
La fraternità pastorale ha spazio?
«Anche la fraternità presbiterale, che dovrebbe essere il primo sostegno, a volte fatica a essere uno spazio di vera condivisione vulnerabile. Competizione, differenza di sensibilità, paura del giudizio possono portare a relazioni di superficie. Inoltre, il sacerdote può sentirsi incompreso dalla stessa istituzione ecclesiastica, quando le sue fatiche e le sue proposte non trovano ascolto in un dialogo sinodale vero. Infine, c’è la solitudine esistenziale».
Un sacerdote come può affrontarla?
«Il sacerdote è chiamato a essere un segno di un Altro, a portare il Mistero. In una cultura che spesso guarda al ministero con diffidenza o indifferenza, questa posizione di “testimone” può essere vissuta come un isolamento radicale. Se mancano momenti di approfondimento teologico e spirituale che diano continuamente senso al suo servizio, il rischio è che il “fare” sostituisca l’essere presbitero, portando a un logoramento interiore e alla perdita di gioia. È qui che il sentirsi incompreso può diventare più acuto. La risposta non può essere solo un invito alla resilienza personale, ma una conversione comunitaria».
Nel film di Nanni Moretti, La messa è finita, del 1985, un sacerdote torna dalla missione per guidare una parrocchia a Roma. Celebra una messa, solo, con i chierichetti, nella chiesa vuota. Nella sua famiglia trova il padre innamorato di un’altra donna - e di conseguenza sua madre si toglierà la vita -, la sorella in crisi con il fidanzato e incinta con progetto di abortire, un amico in depressione perché lasciato dalla donna da cui ha avuto un figlio, un altro entrato nella lotta armata… Alla fine sceglierà di fuggire in una parrocchia nel Circolo polare artico.
«Il film di Nanni Moretti è un ritratto profetico e struggente di una crisi che non è solo del sacerdote protagonista, ma di un’intera generazione e di un modello di Chiesa. Quel sacerdote, don Giulio, incarnava l’ideale post-conciliare di un prete “vicino al mondo”, ma si scontra con un mondo che non solo non lo ascolta, ma sembra implodere in frammenti di dolore incomprensibile, proprio attorno a lui. La sua fuga finale in una comunità sperduta è la metafora di un ministero che, di fronte alla complessità del reale, sceglie la purezza del deserto, ma rischia di diventare una rinuncia alla missione. Tuttavia, la nostra risposta alla sensazione d’impotenza non sta nella fuga, ma in una radicale conversione del proprio sguardo e del proprio ruolo. Il primo passo, profondamente teologico, è accettare che l’impotenza fa parte della missione. Cristo stesso sulla croce è l’icona dell’impotenza di fronte al male e alla morte, un’impotenza che però diventa il luogo della salvezza. Il sacerdote non è un supereroe chiamato a risolvere tutti i problemi. La sua tentazione è spesso quella di sostituirsi a Dio, di voler “aggiustare” le vite degli altri. Il sacerdote non è chiamato a essere l’architetto della felicità altrui, ma il custode della domanda di senso nel cuore del caos. Il crollo di questo mito, come accade al protagonista del film, è doloroso, ma necessario».
In Luci d’inverno di Ingmar Bergman, ambientato in Svezia, un parrocchiano con famiglia confida a un pastore i suoi dissidi esistenziali. Questi tenta di dare risposte ma quel parrocchiano si suicida. Un caso diremmo opposto a quello accaduto il 5 luglio 2025, in Piemonte. Un curato di 35 anni si è tolto la vita. Il suicidio di un consacrato sgomenta ancor più.
«Grazie per questa domanda, che sposta il dramma dal piano pastorale a quello personale più profondo e tragico, toccando il tema-tabù del suicidio nel clero. La citazione di Bergman è illuminante, perché mostra il crollo di un paradigma: il pastore come “risolutore” di problemi altrui che, a sua volta, può essere travolto dalla stessa ondata di disperazione. I due casi che cita - il parrocchiano di Bergman e il giovane curato piemontese - sono due volti della stessa tragedia: l’urlo muto della disperazione che bussa alle porte della cura d’anime e, in un caso, ne travolge il ministro stesso. C’è un modello culturale, purtroppo spesso interiorizzato nella Chiesa, del sacerdote come “roccia”, “uomo forte”, immune dalle crisi o capace di risolverle solo con la preghiera e la volontà. Questo modello è teologicamente insostenibile. L’unico “uomo forte” del cristianesimo è Cristo, che però ha vissuto l’agonia, il sudore di sangue e l’abbandono sulla croce. Un sacerdote che nega la propria vulnerabilità, le proprie ansie, la propria depressione, tradisce l’Incarnazione. Sta fingendo di non essere pienamente umano. Il primo, fondamentale sostegno è la legittimazione culturale e spirituale della propria fragilità».
Qualora le problematiche esistenziali diventino difficilmente sostenibili viene da pensare che un sacerdote possa e debba chiedere un sostegno, da confratelli ma anche da uno psicologo…
«Ci vuole una fraternità presbiterale vera, non formale, dove sia possibile dire “non ce la faccio”, “ho paura”, “sono in terapia”, senza sentirsi giudicati o meno degni, dove un confratello anziano o un amico possano essere la prima sponda di ascolto. È poi urgente superare qualsiasi residuo stigma sulla salute mentale nel clero. La depressione, l’ansia, il burnout non sono mancanza di fede ma patologie dell’anima che spesso richiedono un intervento professionale specialistico, come una frattura richiede quello di un ortopedico. Un vescovo o un superiore che incoraggia e facilita l’accesso a psicologi e psichiatri competenti - magari con formazione anche antropologico-teologica - non compie un atto di sfiducia, ma di profonda cura paterna. È infine indispensabile il rapporto con un direttore spirituale maturo, che sappia accompagnare la crisi senza facili risposte, che aiuti a discernere la voce di Dio anche nel buio, che ricordi la Sua misericordia infinita».





