Cesare Rascel: «Canto mio padre per tenerlo “in vita”. Per Chaplin era il suo unico erede»
Cesare Rascel, classe 1973, manager e artista, è l’unico figlio di Renato Rascel (1912-1991), straordinario attore di teatro e di cinema e protagonista in Rai di tante performance, ma anche autore e interprete di canzoni. Ne scrisse 480.
Una per tutte è la celeberrima Arrivederci Roma. Vive a Roma, è laureato in ingegneria del suono a Boston, ha vissuto dieci anni negli Stati Uniti dove torna una settimana al mese per star vicino ai suoi due amati figli.
Sei un creativo dello spettacolo. Ci racconti di te?
«Sono stato autore per Endemol e Rai e adesso produco i miei eventi. Per sei anni sono stato direttore artistico del festival della musica italiana di New York, Rai 2, e ora lo sono del Bond Street Award di Londra, che premia le eccellenze italiane nel mondo, dalla letteratura alla scienza…».
Hai portato la danza in tv in maniera originale…
«Sono cinque anni che produco questo programma tv sulla danza, una competizione tra ballerini senza gossip o litigi, nato nel periodo del Covid durante il quale la categoria dei danzatori è stata la più penalizzata in assoluto. Poi i corpi di ballo sono stati molto tagliati, anche dai programmi tv. Siamo al quinto anno del Mad tv dance context, che sta dando ottimi risultati, prossimamente ancora in televisione».
Delle famose canzoni di tuo padre vuoi ricordarne una in particolare?
«Te presento Roma mia, l’unica che non riesco a eseguire perché quando la canto mi commuovo sempre, un bellissimo brano un po’ meno conosciuto degli altri che parla di Roma ma anche di papà, del suo amore per la città».
Quindi interpreti le sue canzoni?
«Esatto, le canto in giro per il mondo, faccio dei concerti dal titolo Rascel canta Rascel, cerco di tenere alta la memoria di papà attraverso le sue canzoni».
Come lo ricordi?
«Era molto divertente e scherzoso anche a casa, diciamo che non ci si annoiava mai, aveva questa verve che ho ereditato anch’io, abbiamo sempre vissuto una vita divertente, leggera. Mia madre (Giuditta Saltarini, ndr) era severa con me nel lavoro scolastico, nel quale non ho mai eccelso (sorride, ndr), lui la prendeva più a ridere. Invece sul suo lavoro era incredibilmente preciso».
Renato Rascel è nato a Torino, ma per caso. Il padre, Cesare, da cui hai preso il nome, si trovava lì in tournée con la moglie, Paola Massa, ballerina classica…
«Il cruccio di mio nonno era che non fosse nato a Roma ma, essendosi rotte le acque a Torino… A Roma mio padre è cresciuto a Borgo Pio nel quartiere che poi fu abbattuto per fare via della Conciliazione. Lui, frequentando San Pietro, divenne corista delle voci bianche di Lorenzo Perosi, il suo primo approccio al mondo dello spettacolo. Nel 2012, anniversario della nascita, Torino, che amava, lo celebrò come neanche Roma fece».
Era cattolico?
«Era cattolico ma probabilmente non praticante come si dovrebbe, credente e vicino alla Chiesa per la quale fece anche molta beneficienza».
Tu sei credente?
«No, pur essendo cattolico e avendo ricevuto i sacramenti, ma mantengo un grande rispetto per chi è credente, credo tantissimo nella libertà individuale».
Circa nel 1932 entrò in compagnie teatrali di avanspettacolo e poi cambiò il suo cognome anagrafico, Ranucci, in Rascel. È vero che a ispirarlo fu una marca di cipria?
«All’inizio, quando non era ancora affermato, ebbe svariati nomi d’arte. A un certo punto, camminando per Parigi, vide una grande confezione di cipria a forma di cuore, “Raschel”, pronuncia francese rascel, che gli piacque molto, scegliendolo come nome d’arte. In Italia lo chiamavano Raschel ma volle italianizzare la pronuncia quindi divenne Rascel».
Celebri le sue battute surreali, le sue invenzioni linguistiche…
«È l’inventore del non sense, tipo “c’erano due amici che non si conoscevano da tanto tempo”, “e raggiunse la meta agognata. La gognata…” e proseguiva la frase. Questo non sense non era capito dal pubblico. Pensò di abbandonare perché non otteneva la risata. Al tempo la gente si portava a teatro le uova, la verdura andata a male: ti arrivava la gattata, in casi estremi un gatto morto in faccia. Poi a Bologna fece una serata per gli universitari e quei non sense attecchirono, un pubblico giovane più al passo con i tempi e anche più educato, perché aveva studiato. Ebbe grande successo e andò avanti aggiustando un po’ il tiro ma continuando con quello stile che lo consacrò un grande innovatore e grande comico».
Ieri ho rivisto un programma Rai del 1964 condotto da Johnny Dorelli, Quiz, con lui ospite. Le battute gli venivano spontanee, si capisce che non erano preparate e il pubblico rideva di cuore, non risate artificiali. Battute ancora incredibilmente fresche. Di attori con queste capacità ce ne sono stati pochissimi.
«C’era una indubbia genialità, ma anche il coraggio di dire cose, come quando cantò È arrivata la bufera davanti a degli ufficiali tedeschi in teatro nonostante l’impresario glielo avesse sconsigliato, un misto di incoscienza e coraggio. Poi mio padre, come me, aveva problemi di memoria e così, spesso, s’inventava le battute al momento. Quelle che facevano ridere il pubblico venivano mantenute. Anche Walter Chiari e De Sica avevano questa capacità, sentivano il pubblico».
Durante il Ventennio compose alcune canzoni satiriche che non sfuggirono alla censura…
«Sulla questione della censura non ti so dire molto perché di persona non ne parlammo mai. Potrebbe essere per questa ragione che per un certo periodo visse in Francia e divenne amico di Édith Piaf, con cui fece anche degli spettacoli».
È vero che durante l’occupazione di Roma dei tedeschi trovò protezione in Vaticano?
«Sì, è vero, come è vero che durante i rastrellamenti di Roma nascose due famiglie ebree per proteggerle. Nei primi anni Ottanta fummo dichiarati ebrei onorari alla sinagoga del lungotevere vicino al Palazzo di giustizia».
Nota l’autoironia sul palcoscenico per via della sua statura, 1 e 61. Il piccolo corazziere resta fenomenale.
«Ho una bellissima foto di quando il corpo dei Corazzieri diede a mio padre un premio a forma di elmetto, che ho qui davanti a me. C’erano questi due corazzieri enormi e papà gli arrivava a malapena al petto. Grande affetto e rispetto reciproco. Era tutta intelligenza. Rese un vantaggio quello che poteva essere considerato un difetto».
Anche nella trasmissione con Dorelli ironia sul divario di altezza con le soubrette. «Mi mettete sempre vicino soubrette molto alte»…
«Era lui che le voleva alte per accentuare il contrasto. Riusciva a far immedesimare il pubblico, perché gli italiani di allora generalmente non erano alti. In Enrico ’61 (commedia musicale di Garinei e Giovannini di cui Rascel fu protagonista, ndr), che rappresentò davanti ai reali inglesi, quando balla con Gloria Paul alza braccia e le spalle per accentuare la differenza di statura con lei, molto alta. A mia mamma, alta 1 e 73 ma che con i tacchi arrivava a 1 e 80, glieli faceva sempre mettere sul palcoscenico quando recitava accanto a lui. Il suo primo abito di scena, il famoso cappottone con il taschino sulla schiena era di quattro-cinque taglie più grandi per farlo sembrare ancora più piccino».
A proposito di cappotto, rivelò le sue doti di attore drammatico nel film di Alberto Lattuada, Il cappotto appunto, tratto dall’omonimo racconto di Nikolaj Gogol’.
«Il cappotto fu per lui un turning point, un cambio di passo, perché a un certo punto cominciò a star stretto nel ruolo di “Renatino”, comico molto popolare ed esplorò ruoli anche poliedrici. Comunque in questo film la scena in cui si scalda le mani con il fiato che esce dalle narici del cavallo fu assolutamente estemporanea, improvvisata».
Il Times lo paragonò a Charlie Chaplin.
«Quando Luci della ribalta (film del 1952, lo stesso anno di Il cappotto, ndr) arrivò a Roma, i cinema non erano molto propensi a proiettarlo. Mio padre fermò il suo spettacolo in teatro per dare spazio alla proiezione. Chaplin, che odiava gli attori, in un’intervista a un settimanale italiano disse di ritenerlo l’unico attore in grado di portare avanti la sua legacy, la sua eredità».
Arrivederci Roma, la sua canzone più celebre, conosciuta in tutto il mondo, lo chiamarono dal Giappone a Honolulu per interpretarla…
«È una delle tre canzoni più famose al mondo, insieme a O sole mio e Volare. Deana Martin, la figlia di Dean Martin, mi disse che quando stava un po’ calando l’energia del pubblico, lui la cantava e la serata si riaccendeva. La canto anch’io. L’hanno cantata Tony Bennet, Ray Charles…»
Ne scrisse testo e musica?
«Sì, fece testo e musica, per quanto ci fosse stata anche una rifinitura di Garinei e Giovannini, grandi produttori che contribuirono a renderla celebre. Per Enrico 61’ si avvalse della collaborazione di Ennio Morricone. Strimpellava la chitarra, ci ha tenuto molto che studiassi musica».
Tuo padre può anche essere definito un cantautore?
«Assolutamente sì. Ha scritto 480 canzoni. Frank Sinatra e altri non hanno mai scritto una canzone ma le attribuisci a loro. Ad esempio Roma nun fa’ la stupida stasera e Domenica è sempre domenica le lanciò papà, gli erano affidate per interpretarle».
Zeffirelli, nel Gesù di Nazareth, lo volle nella parte del cieco miracolato.
«Franco e papà erano molto amici. Io e i miei genitori abbiamo trascorso molti Natali a casa sua. Conosceva le sue capacità di attore drammatico e gli disse: “Per questo ruolo saresti perfetto”».
Ti è capitato di sognare tuo padre?
«Sì, mi è capitato, magari mentre mi accompagnava a scuola, ma non ricordo i dettagli. Mi è capitato anche di aver sognato la soluzione a tutti i problemi ma al risveglio non mi ricordavo più quale fosse».
Per l’eleganza e il garbo, l’eleganza e la compostezza, la Rai la scelse per informare gli italiani dello storico passaggio dal bianco e nero al colore. Maria Grazia Picchetti, annunciatrice Rai dal 1961 al 1977, era perfetta per quel ruolo istituzionale. Tuttavia, accanto alla dizione impeccabile, con sorpresa, dato che il nonno era di San Donà di Piave, sa essere anche informale fino a lasciarsi andare a qualche frase in vernacolo veneto.
Appariva un po’ misteriosa, ma anche familiare. Disse di no ad Alberto Sordi che la voleva accanto a sé in un film. Con Enzo Tortora strinse una sincera amicizia e si accorò per la sua sventura.
È nata a Verona.
«Sì, ma sono rimasta fino a quattro mesi di vita. Mio padre era dirigente del dazio, trasferito lì. Friulano, di Aviano, la mamma della provincia di Firenze. Fu chiamato in guerra - alpino della “Tridentina”, fece la ritirata del Don dalla Russia - io e la mamma andammo a Cremona e lì feci l’asilo dalle suore».
Poi Brescia…
«Mio padre tornò e a Brescia feci le elementari, le medie e poi il liceo classico Arnaldo, feci francese e poi studiai inglese privatamente. La professoressa d’inglese era sorella di un dipendente della Rai di Milano. Veniva a trovarla a Brescia, mi vide e mi trovò carina. Mi chiese una foto. La Rai stava inaugurando il Secondo Canale. Fui contattata, venni a Milano con la mamma e vinsi il concorso nazionale con borsa di studio».
Destinazione finale: Milano.
«Mi dissero di fare un corso di dizione. Dopo alcuni mesi, arrivò una busta azzurra della Rai. A Roma, in viale Mazzini, chiesero a ognuna di noi dove volesse essere dislocata. Tra Roma, Torino, Napoli e Milano scelsi Milano. Se avessi scelto Roma avrei dovuto lasciare i miei affetti, il fidanzato, il papà e la mamma, mio fratello».
Poi si maritò?
«Mi sono sposata due volte. Il primo marito, da cui ho avuto due figlie, Elena e Manuela, è mancato nel 1996. Nel 2002 mi sono risposata con un giornalista dell’Associated Press, più grande di me di dieci anni, che purtroppo è mancato e ora vivo con la mia domestica e il mio cagnolino Billy, un barboncino. Le mie figlie vengono a trovarmi e i nipoti sono tutti all’estero. Lei è veneto?».
Sì, di Legnago, provincia di Verona.
«Aaah, Legnago. Mi fa venire in mente un carissimo e fraterno amico, il giornalista del Corriere della Sera Giulio Nascimbeni, di Sanguinetto, a Legnago insegnò…».
Certo, conosciuto e intervistato, indimenticabile con la sua Multifilter. Lei fu al suo fianco nel programma Tuttolibri.
«Sì, ne era il protagonista, mi volle al suo fianco, conobbi grandi scrittori. Diventammo amici profondi, di famiglia, anche con mio marito, tanto affetto. Veniva a cena da noi, ci portava pearà e cren da abbinare al bollito».
Un classico della gastronomia veronese.
«A Milano eravamo a un tiro di schioppo dal Corriere e dalla sua casa. Si arrivava a piedi. Come si dice in veneto eravamo proprio tacai…».
Nel 1962 si trovò a condurre Canzonissima poiché con Dario Fo e Franca Rame sorsero problemi.
«Furono cacciati via, malamente anche. Il loro spettacolo non fu gradito dalla Rai e loro abbandonarono. Ci fu uno scontro. Ero lì, nel teatro. Non si sapeva come portare a termine la trasmissione. E allora fu chiamato Gino Bramieri e ricordo che La Notte di Nino Nutrizio quella sera titolò all’incirca: “Gino Bramieri e Maria Grazia Picchetti, show in Canzonissima”».
Lei in copertina su Sorrisi e canzoni Tv del 2 dicembre 1962. È vero, come si legge nel servizio all’interno, che aveva i capelli così neri che doveva cospargerli con un po’ di polvere bianca per evitare problemi tecnici con il bianco e nero?
«Bravo, si è vero, dovevo mettevo un po’ di polvere grigia. Poi ho iniziato a farmi il colore, ne ho cambiati tanti, adesso sono castana con le méches».
La chiamarono «occhi di velluto»…
«Sì, ho ancora adesso due occhi grandi, si vede che sono piaciuti. Sa cosa, Roberto? Il nostro lavoro, specialmente per certi annunci importanti, portava al divismo. Io sono stata tutto fuorché diva. Le mie colleghe erano molto brave ma avevano più occasioni, essendo a Roma».
Infatti nelle celebri Domenica in condotte da Corrado e Baudo, dove varie sue colleghe intervenivano, lei non si vedeva…
«Non sono mai andata».
Per il fatto che era di stanza a Milano?
«Certo, per la direzione chiamare una persona da 600 chilometri di distanza non era semplice. Mi sono un po’ “autoisolata”».
Accanto a Enzo Tortora alla Domenica sportiva. Gli fu sempre vicina nel corso di quella tormentata e ingiusta vicenda giudiziaria.
«Enzo Tortora era il mio cuore, una cara persona, un galantuomo. L’idea che avesse fatto quella fine era lontana anni luce dal mio pensiero. Io ero la “signora fortuna”, intervenivo per la schedina, il Totip, conobbi Nino Benvenuti, Gianni Rivera... Ricordo che rincontrai Enzo nell’atrio della Rai in corso Sempione, indossava un montgomery blu, ci abbracciammo. Scuotendo la testa in maniera tristissima, mi disse: “Maria Grazia, per me è finita”, si vedeva che era malato… “Non dire così, non dire così”, risposi…».
Ci fu quel «dove eravamo rimasti?», quando Tortora tentò di riprendere con Portobello.
«Sì, ma quello era già il canto del cigno… Mi viene una malinconia a parlare di questo… Un galantuomo. I Radicali gli sono stati vicini, solo Pannella, solo loro».
Con l’impegno professionale in Rai, aveva tempo di guardarlo qualche programma?
«Avevo l’ufficio in corso Sempione, c’erano la scrivania, un piccolo frigobar, un divanetto e di fronte una lunga mensola con i monitor, quelli con i tre canali della Rai, la Svizzera, anche Mediaset. Guardavo spesso Superquark di Piero Angela. Eravamo turniste, io al lunedì ero sulla Rete Uno e c’era il famoso film…».
Infatti la ricordo anche in questa veste…
«Sì, ma i fatti che mi hanno dato più share, perché c’erano milioni di spettatori davanti alla tv, sono stati La piovra con Michele Placido, i funerali di un Papa non ricordo bene quale - perché quando morì Paolo VI mi trovavo al mare ma ricordo che misi una camicetta di raso color melanzana, il colore del lutto vaticano - quelli di Berlinguer, dove c’era un oceano di persone, e poi Italia-Perù dei mondiali di calcio di Spagna del 1982. Ma un altro grande avvenimento fu la visita di Alberto Sordi…».
Racconti!
«A Milano, ero alla scrivania e stavo pranzando. Mi avevano portato un vassoio dal bar della Rai. C’era il Giro d’Italia. Suona il telefono. “Sono la costumista di Alberto Sordi”. Non ci ho creduto. Madonna, i me tol in giro… “Signora, sta arrivando il Giro d’Italia, mi dicono essere a 30 chilometri”. E lei: “È la verità, Alberto Sordi è accanto a me e vuole parlarle. Si chiamava Bruna Parmesan. Me lo passò e per convincermi fece l’imitazione di Cric e Croc».
Già, è stato il doppiatore di Oliver Hardy…
«Venne in Rai, mi voleva per la parte di sua moglie in Fin che c’è guerra c’è speranza (1974, ndr.). “Ho la famiglia, ho il lavoro, devo chiedere a mio marito”. Disse di aver già chiesto per me al direttore generale di Roma un permesso di nove mesi. E poi che ero la persona che cercava da tanto tempo per incarnare la borghesia lombardo-veneta. Arrivò a casa mia all’una di notte, con la sua corte, c’era anche Bedy Moratti, rimase lì fino alle 3.30, ma rinunciai. Lui ci rimase male. Poi affidò la parte a Silvia Donà Delle Rose».
Giacché annunciava anche i film, uno che le è piaciuto molto?
«Indovina chi viene a cena (1967, ndr.). Con Spencer Tracy, Katharine Hepburn e Sidney Poitier. Desidero anche ricordare, in particolare, con tanto affetto, Rosanna Vaudetti, ci conoscemmo al corso a Roma e poi stette a Milano con me per qualche anno».
La cara Rosanna! La ringraziamo per averci messo in contatto con lei. Gli annunci erano in diretta?
«Tutti in diretta. Quindi, quando voi mi vedevate, ero lì. Da Berlusconi spesso erano registrati in ampex».
Il 1° febbraio 1977 lei fece lo storico annuncio del passaggio definitivo della Rai al colore, dopo che la Vaudetti, tempo prima, diede il via ai programmi sperimentali…
«Sì, quell’annuncio fu in bianco e nero, in diretta come tutti».
Che atmosfera si respirava in Rai per via di quella trasformazione?
«Molta preparazione per le luci, i fondali, la vecchia tenda in velluto di una volta fu sostituita dai fondali con i simboli, c’era molta aspettativa, era il passaggio dal tradizionale, ormai superato, al moderno».
Con il colore si poteva vedere i toni del vostro maquillage.
«In quell’annuncio del passaggio al colore non avevo trucco. Ma anche dopo, avendo gli occhi grandi, l’ombretto non l’ho mai messo. Solo un po’ di mascara…».
Le è accaduto di trascorrere qualche Natale o Capodanno in Rai per fare gli annunci?
«Eccome, altro che uno! Anche Pasqua. Ci mettevamo d’accordo con le colleghe di Roma tramite il “Servizio di coordinamento e ottimizzazione”, andavamo a turni, tipo una fa Natale e una Capodanno. Ho fatto tanti 31 dicembre. Mangiavamo con i tecnici, come tovaglia avevamo gli “stamponi”, i palinsesti, con il fiasco di vino e ciascuno portava qualcosa da casa».
E a Ferragosto?
«A Ferragosto mi lasciavano andare in ferie!».
Quantunque siano trascorsi 43 anni, molti ancora ricordano la professoressa Serena Stanzani nel film Una gita scolastica (1983) di Pupi Avati, interpretata da Tiziana Pini, bellezza folgorante. Partecipò a una decina di film, fece tv e co-presentò due Sanremo. Figlia unica, a un certo punto decise di congedarsi dal cinema per uno scopo assai nobile, dedicarsi alla cura fino all’ultimo del padre e della madre.
In quel capolavoro di Avati la scelta di far interpretare a Carlo Delle Piane, fino ad allora relegato a parti macchiettistiche, il prof. Carlo Balla, innamorato cotto della Stanzani, fu azzeccatissima. Lui Nastro d’argento come miglior attore protagonista e lei candidata a miglior attrice non protagonista.
Nata a Sanremo…
«Sì, ma ho vissuto a Ventimiglia. Ho avuto un’infanzia serena e felice. Ero un terremoto. Nei primi 4 anni della mia vita non ho dormito la notte. Avevo il jet-lag, notte e giorno invertiti. Mia madre era disperata (sorride, ndr.)».
Di dov’erano i suoi genitori?
«Mio padre romagnolo, di Castel Bolognese, mia mamma di Acqui Terme, in Piemonte. Nel periodo della guerra era stato trasferito proprio ad Acqui Terme, faceva lì il militare, era un bellissimo ufficiale. E così si sono conosciuti. Volevo un fratello, non una sorella, ma niente, mia madre disse “se mi capita un altro figlio così vivace finisco di vivere”… Poi papà lavorò come funzionario nelle Fs».
Da ragazzina voleva fare l’attrice?
«No, assolutamente, non lo pensavo. Scimmiottavo solo le Kessler in tv come fanno i bambini. Pensavo di occuparmi di architettura, design, feci il liceo artistico. Mi sarebbe anche piaciuto fare restauro…».
È alta 1.80. Sbaglio?
«No, è esatto. Mio padre era 1.94, mia mamma 1.75. Era inevitabile…».
Quando si rese conto di avere una bellezza così evidente?
«Guardandomi allo specchio mi rendevo conto di essere una bella ragazza ma pensavo di essere nella norma perché ci troviamo sempre dei difetti. Poi me ne sono resa conto attraverso gli altri».
Decisivo fu il suo incontro con Macario. Come lo conobbe? Lavorò con lui prima a teatro nel 1976 nella commedia Medico, si fa per dire e poi, nel 1978, nella trasmissione Rai del sabato sera Macario più.
«Lo conobbi tramite un amico comune, è stato proprio un caso. Era venuto a Sanremo con una sua commedia. Andammo tutti a vederlo e me lo presentarono. Lui era molto spiritoso. Rispecchiavo, fisicamente, le sue donnine. Appena mi vide mi disse “ti piacerebbe fare l’attrice?”. “Magari”. Mia madre mi fulminò con gli occhi, poi ci rivedemmo il giorno dopo e mi mise in mano un copione da leggere. “Sei matta” disse mia madre in dialetto piemontese. Un dramma. Ma alla fine, nell’arco di 15 giorni, ho firmato un contratto».
Come lo ricorda?
«Mi accolse come una nipotina, mi proteggeva, aveva un senso di responsabilità, venivo dalla provincia, mi trovai a Torino, città che non conoscevo. Per me era una persona di famiglia. Ma professionalmente era molto rigido. Esigeva molto. Le mie prove erano molto più dure di quelle degli altri, tutti attori professionisti».
Nel 1976 primadonna nella terza serata di Sanremo. Conduttore il d.j. Giancarlo Guardabassi…
«Lessi un invito di Mike Bongiorno sulla Domenica del Corriere. Aveva indetto un concorso perché cercava una valletta. Mandai una foto, pensando “figurati se mi chiamano…”. Mi chiamarono, ci fu una selezione, finita a Montecarlo. Ero tra le ultime. Al festival, Guardabassi era seduto a una scrivania con me e un’altra ragazza. Mike fu il consulente musicale».
Secondo Sanremo, edizione 1984, quello in cui vinse la coppia Al Bano-Romina con Ci sarà, a fianco di Baudo alla conduzione.
«Mi hanno cercato. Poco prima era uscita Gita scolastica, avevo già cominciato a fare dei film. Tremavo come una foglia. Nascere a Sanremo e affiancare Pippo Baudo… Lui? Una macchina da lavoro. Cercò di mettermi a mio agio ma era talmente preso… Dava quasi per scontato che fossimo all’altezza, dandoci una traccia. E c’erano sempre imprevisti. Delegava poco. Non so come facesse…».
Che abito indossava nella serata finale di quel festival?
«Verde, mi arrivava poco sopra alla caviglia e avevo un fiocchettone sulla spalla».
Nel 1982 Sordi la volle per il suo film con Verdone In viaggio con papà. La corteggiò?
«Fu un periodo strepitoso, mi capitava un lavoro dietro l’altro. Quasi non me ne rendevo conto. Non pensavo al successo ma a godermi il momento. Sordi, di una simpatia… Beh, era un uomo, un po’ di corte me l’ha fatta. Fui lusingata ma, carinamente, ho messo dei paletti. Capì di che pasta ero fatta e poi mi presentò la crema del cinema italiano, Scola, Monicelli, Costa-Gavras… Mi invitò ovunque».
È vero che Tinto Brass l’avrebbe voluta per un suo film?
«È vero, feci anche un colloquio con lui. Non ricordo se avesse un titolo, era ispirato a un fatto di cronaca accaduto in Francia… Avrei dovuto fare un lavoro su di me abbastanza intenso per fare certe scene… Quel film non si fece e non si parlò di compensi».
Co-protagonista in Una gita scolastica di Pupi Avati, del 1983. Nel 1914, una classe di terza liceo, la 3ªG, va in gita scolastica...
«Da Bologna a Firenze passando per l’Appennino tosco-emiliano. A Porretta Terme avevamo la base».
Il prof. Balla s’innamora di lei, la attende con un gelato. Il gelato si scioglie perché lei va ad amoreggiare con un alunno, Giuseppe.
«Giovanni Veronesi, poi diventato un regista bravissimo. Nel film ero sposata».
Le è capitato, nella vita, di aver a che fare con un ragazzo o un uomo innamorato di lei ma non corrisposto?
«Sì, capita. Sono i casi della vita. Non sempre ci s’incontra. Cercavo di essere delicata, di non offendere la persona, dicendo che non era il momento, evitando di dire che non mi piaceva, anch’io ho i miei gusti, non è carino dare il due di picche…».
Nel film, tuttavia, che occhieggia all’amore eterno, accade l’incredibile. Balla e la Stanzani alla fine se ne vanno insieme, con applauso della scolaresca dalla finestra.
«Sì, io e lui andiamo via insieme e lascio il marito che però mi aveva tradito con mia cugina. Mi sento accolta, lui rinuncia alla scuola, a tutto, per dedicare la vita a me e lo seguo in questa avventura, uno scandalo pazzesco».
Oggi, al di là dei film, una storia così potrebbe accadere?
«Accade tutti i giorni. È pieno di uomini non belli ma con donne bellissime vicino. Ci sono dei perché. Nella donna la bellezza è molto richiesta ma se un uomo non rispecchia questi canoni ma ha una bella testa, una cultura, e se è anche benestante… Non è il caso del film perché lui era un semplice professore…».
Ha pensato, talvolta, di convolare al matrimonio?
«Non mi sono mai sposata, ma mi è stato chiesto. Ho avuto convivenze anche lunghe, importanti, mai dire mai, ma pensavo che se due persone stanno insieme non hanno bisogno di una convalida, è una libera scelta di tutti i giorni. Forse l’avrei fatto se fossero arrivati dei figli per dare loro delle garanzie…».
Avrebbe desiderato un figlio?
«Questo sì. Non è arrivato, forse non l’ho cercato, forse non avevo trovato la persona giusta perché un figlio ti cambia la vita, volevo dargli un padre ma per tutta la vita. Molti adesso si separano. I miei genitori sono stati insieme per tutta la vita. Oggi sono felicemente single, ma non ho chiuso la porta…».
L’ultimo film cui ha partecipato, Boom, del 1999. Poi ha lasciato il mondo del cinema e dello spettacolo. Per dare cura ai suoi genitori, essendo figlia unica?
«Sì, ma non sentendolo come un obbligo. Nella vita ci sono delle priorità. Ho avuto la fortuna di avere due genitori che si sono dedicati a me in toto. Prima di tutto mi hanno messo al mondo. Inizialmente mi sono fatta aiutare da delle persone ma quando le loro condizioni sono peggiorate quello che potevo fare io non lo poteva fare nessun altro. Prima si ammalò più gravemente il papà, Enrico, lo portammo anche a operarsi all’estero, lo seguivo con la mamma, Lucia, la voleva sempre vicina. Entra e esci, per mio papà sono stati quasi 30 anni di ospedale. Il papà è mancato a 88 anni, a Ventimiglia, nel 2009, e la mamma a 92, nel 2019. Quando anche mia madre si è ammalata l’ho portata con me a Milano e me la sono goduta fino all’ultimo».
Che rapporto ha con la spiritualità?
«Sono credente, mia madre e mio padre lo erano tantissimo. Fin che c’era mia madre frequentavo molto di più la chiesa. Mi piace tantissimo entrare nelle chiese, ma vuote. Ho un ottimo rapporto con il mio parroco a Milano, ma nella messa non riesco a raccogliermi…».
Oggi lavora nel settore immobiliare.
«Dovevo uscire dal mondo dello spettacolo ma anche costruire un’alternativa. Già quando facevo l’attrice iniziai a collaborare, nel 1987, con Francesco Conti, nel settore del fitness e del benessere di alto livello. Poi sono passata all’immobiliare, oggi sono una libera professionista in questo settore. Con delle amiche abbiamo uno studio di consulenza a Milano 3».
C’è qualcosa che non rifarebbe?
«Ho incontrato anche persone che mi hanno soffrire, ma rifarei tutto perché, se sono arrivata a piacermi, è forse anche grazie alle esperienze negative».





Meloni: «Contro Salvini un gesto grave»