Qualora vi troviate in un qualsiasi luogo del Paese e stiate cercando un ristorante o una trattoria dove desinare leggete pure le recensioni dei clienti, fiorenti sulla Rete e sui social, ma evitate di farci troppo affidamento. Potrebbero derivare da una serie di fattori incidentali e soprattutto estemporanei. Il malumore suscitato da un diverbio tra moglie e marito a tavola o la difficoltà nel trovare parcheggio in una sera affollata possono influenzare l’impulsivo giudizio rilasciato sul Web.
Non fidatevi neppure di elettrizzanti foto di una pietanza pubblicate da clienti di un locale, ai quali forse, più che la qualità degli ingredienti, interessava assai di più una serata non «in bianco». Invece chiedete al ristoratore quale pastificio produce gli spaghetti che vi sono serviti e date un’occhiata al bagno. Parola di Giovanni Mencarelli, classe 1980, in arte Dj Mitch, ex Iena, voce storica di Radio 105, in onda su Food Network, canale 33, dal 23 gennaio 2026 con il programma Recensioni del terzo tipo, di cui cura anche la regia, realizzato in collaborazione con Roberto Pascal Pisan e Salvatore Barbato. Sei puntate, ogni venerdì alle 22 - l’ultima è il 20 febbraio prossimo - visitando ristoranti del nord Italia e incontrando i loro operatori. Il consiglio è di non fermarsi di fronte a foto di facciata e giudizi sbrigativi, magari di psicopatici e odiatori seriali. Ma di confrontarsi e osservare. Le cucine dei ristoranti non sono come quelle dell’episodio Hostaria! del film I nuovi mostri di Monicelli, dove cuoco (Ugo Tognazzi) e cameriere (Vittorio Gassman) ne combinano di orripilanti nel dietro le quinte della sala.
Come nasce l’idea di questa trasmissione?
«Sono anni che faccio questo mestiere di dj e vado a mangiare fuori spesso e volentieri. Spesso tanti ristoranti m’invitano come ospite. Abbiamo l’idea che se una cosa costa molto pensiamo sia eccellente. E se il menu è di basso prezzo diamo per scontato sia di scarsa qualità. In Italia abbiamo un sacco di eccellenze e prodotti locali e molti ristoranti utilizzano ottime materie prime. Il problema? È nella comunicazione. Talvolta il ristoratore, involontariamente, non promuove il prodotto indicandone la materia prima. Fai un risotto allo zafferano? Utilizzi uno zafferano di qualità? La carne, di che taglio è? Sono ancora pochi che nel menu mettono questi particolari…».
Ti avvali della collaborazione di chef ed esperti. Quali sono i parametri che verificate?
«Non è che siamo i Nas… A noi piace confrontarci con chef e ristoratori. Io sono un buongustaio. Mia moglie mi dice che mangerei “la qualunque”. Ho deciso di farmi affiancare da un professionista che può riconoscere errori nella preparazione di un determinato piatto. Grazie a loro ho scoperto cose che non conoscevo. Ad esempio l’acqua influenza la cottura della pasta, la consistenza del risotto. Le varie tipologie d’acqua hanno un gusto sempre diverso e quindi si può tranquillamente dire che l’acqua è un ingrediente e fa la differenza. Alcuni ristoranti utilizzano acqua ad osmosi, filtrata, e questo è un vantaggio».
Sul Web, sui siti dei ristoranti, sui social si vedono foto attraenti dei piatti. Si trovano pure recensioni. Ma, al di là della foto e del gusto, non si va molto in profondità…
«Esatto. Oggi, quando decidiamo di mangiar fuori ci basiamo spesso su recensioni, foto viste sui social, like. Possiamo dire che i ristoranti sono diventati influencer. Ma quando vai lì ti chiedi “la recensione è reale?”, “il cibo è all’altezza?”. Il cliente però dovrebbe avere l’accortezza di segnalare al ristoratore se il piatto non è di suo gusto piuttosto che fare una recensione cattiva del ristorante, scritta con l’impulso di un’incazzatura magari per un ritardo nel servizio o per la difficoltà di trovare parcheggio, una sorta di vendetta personale. Poi magari alcuni che la leggono non ci vanno più. E i ristoratori sono anche padri di famiglia».
Con i tempi che corrono cenare al ristorante con la famiglia può essere un piccolo investimento… Talvolta si preferisce un ristorante di fiducia…
«Oggi andare a mangiare fuori è diventato un lusso. Spendiamo i nostri soldi per un’emozione o per un momento di aggregazione. La scelta del ristorante può essere legata a vecchie recensioni o al passaparola. Quando viaggio, appena arrivo in un paese la prima cosa che mi chiedo è “dove vado a mangiare?” (sorride, ndr). Mi faccio segnalare due-tre ristoranti da persone del luogo e vado su Internet a leggerne le recensioni. Poi a volte ti rendi conto che le recensioni non sono veritiere. Le persone del posto magari sanno se la pasta è fatta in casa, ossia non industriale, perché questo dà un valore aggiunto. Facciamo un programma che aiuta le persone a scegliere e ad avere consapevolezza di spendere dei soldi e di voler essere gratificate».
Criteri utilizzati per la scelta dei ristoranti?
«Prendiamo una città o una sua zona, un quartiere, ad esempio City Life a Milano, e guardiamo su Internet quali sono i ristoranti più quotati, con più storie, recensiti meglio. Ne scegliamo tre. Ma non è una gara tra ristoranti o un’inchiesta dove andiamo di nascosto. Ci presentiamo con il ristoratore faccia a faccia e gli facciamo leggere una recensione cattiva per suscitare un’emozione, assaggiamo e lo chef si permette di dare un consiglio. Non è che siamo le Iene che arrivano con le telecamere perché, sapendo di essere ripresi, ci metterebbero più passione. Ogni tanto chiedo un cambio di piatto con un cliente e poi magari dopo gli pago la cena. Così siamo certi di assaggiare qualcosa non fatta apposta per noi».
Qualche criticità individuata?
«Qualcuna sì, nei ristoranti e nei piatti, e le abbiamo approfondite con i ristoratori. Ma non abbiamo demolito i ristoratori. La difficoltà è dire la verità. La critica dev’essere dura ma onesta, ossia rispetto del piatto e del ristoratore».
Non è detto che ristoranti non stellati e con prezzi abbordabili non diano qualità…
«Con Igles Corelli, chef stellato, andiamo in tre ristoranti. Lo porto anche in situazioni per niente stellate. Siamo andati anche in una birreria. La sua è una valutazione professionale. Ci sono ristoranti in Italia con prezzi modici che utilizzano ottime materie prime ma non lo dicono. Possiamo aver mangiato una eccellente tagliata senza conoscerne la qualità specifica. Se la consumavamo in un ristorante di fascia alta avrebbe avuto un altro prezzo. Mi piacerebbe che i clienti cominciassero a chiedere con consapevolezza cosa stanno mangiando. Poi magari fanno recensioni negative perché non hanno trovato parcheggio».
E sul fenomeno degli «hacker da divano» cosa diciamo? In teoria qualcuno può lasciare una recensione perfida senza essere nemmeno andato in quel locale…
«Ci sono anche queste realtà e non si può negarlo. Tutto quello che è nel Web oggi può essere dopabile. La normativa italiana impedisce di fare recensioni false. Ma ci sono anche piattaforme in cui si possono comprare pacchetti di recensioni e questo falsa e vizia il mercato. Il fatto è che accanto a ogni recensione bisognerebbe allegare lo scontrino con l’elenco dei piatti che hai ordinato».
Quando si entra in un ristorante, specialmente se non si conosce, quale la prima cosa che si dovrebbe fare?
«Guardare è il bagno che dev’essere ordinato, pulito, provvisto di carta igienica. Il bagno è l’anima del ristorante».
In alcuni ristoranti i clienti possono osservare la cucina a vista, ossia circondata da vetri trasparenti…
«Solitamente la cucina non si vede. Negli ultimi anni si sta diffondendo ed è una pratica professionale. Ma questo non significa che se non c’è la cucina a vista in un ristorante si mangi male».
Il vostro viaggio ha avuto tappe anche in alcune pizzerie?
«Siamo andati in una pizzeria in Brianza che fa pizze napoletane. La pizza napoletana, con bordo alto, è diversa da quella classica e a una persona non abituata potrebbe sembrare meno buona. Solo uno chef che ha studiato può permettersi di dire se una pizza è fatta male».
Talvolta si mangiano pizze che lasciano una sete pazzesca…
«Anche a me è capitato di mangiare pizze che si sono riproposte durante la notte… Dipende dalla farina, dai lieviti…».
Nella prima puntata avete anche affrontato il tema della «pausa pranzo». Alcuni locali propongono menu a prezzo fisso.
«Di fronte a un menu a prezzo fisso di 10-12 euro si può pensare “sarà robaccia”. Ma con 10-12 euro puoi benissimo mangiar bene. Più che il costo della materia prima a incidere è quello della forza-lavoro, dell’affitto del locale, dell’energia. Poi volevo dire, anche a proposito del pesce…».
Prego.
«Se si entra in un locale dove si sente puzzo di pesce, diffidare. Se è fresco il pesce non ha odore. Me l’ha spiegato un cuoco giapponese quando siamo andati in un locale you can eat che utilizza un salmone di ottima qualità».
Lo chef veneto Massimiliano Alajmo sostiene che un manicaretto evoca il rapporto con la madre…
«Tante volte, quando degusti un piatto, torni alla cucina della mamma. Torni a casa con questo percorso emotivo e ciò ti dà la veridicità di quel locale».
A casa cucini?
«Siccome dispongo di limoni, perché la mattina mi faccio dei “beveroni”, con mia moglie ne abbiamo usati per cucinare un risotto mantecato con limoni e capperi».



