Da quando è scoppiato il conflitto in Iran, la questione delle basi americane in Italia è tornata d’attualità. La sinistra, con il Pd in testa, vorrebbe che il governo negasse l’uso degli scali ai velivoli degli Stati Uniti, perché la Costituzione italiana ripudia la guerra e dunque anche gli aerei che decollano per bombardare Teheran dovrebbero essere ripudiati. Dal punto di vista politico le ragioni dell’opposizione si capiscono: più che preoccuparsi di ciò che accade in Persia, pensa a come sfruttare in funzione antigovernativa i timori di un’estensione del conflitto.
Tuttavia, come ha ricordato Giorgio Gandola su queste pagine, qualcuno fra i compagni deve aver dimenticato quando, con Massimo D’Alema a Palazzo Chigi, l’Italia non solo concesse ad americani e Nato le basi per attaccare la Serbia, ma partecipò a una guerra senza neppure informare il Parlamento. E il primo ad averlo scordato a quanto pare è proprio l’ex premier, il quale, rispondendo al ministro degli Esteri Antonio Tajani, ha sostenuto che la missione umanitaria del 1999 fu autorizzata da un voto delle Camere a cui partecipò, dando voto favorevole, persino Silvio Berlusconi. Sì, è vero, ma a cose fatte. Ovvero ad aerei decollati e rientrati alla base dopo aver bombardato Belgrado. Il tutto alle spalle degli italiani.
Non lo dico io: lo testimoniano gli atti parlamentari. Infatti, è sufficiente confrontare la data della seduta in cui D’Alema, divenuto premier da pochi mesi, informò il Parlamento della missione contro la Serbia. Il dibattito iniziò alle 14.05 del 26 marzo del 1999, con il seguente ordine del giorno: «Comunicazioni del governo e discussione delle mozioni Comino, Armando Cossutta, Pisanu e Bertinotti sulla crisi in Kosovo». Sì, proprio così: ufficialmente si parlò della crisi in Kosovo, ma in realtà quella discussione, e il voto che ne seguì, serviva a dare una parvenza di legalità ai bombardamenti in corso da due giorni. Già, perché gli aerei della Nato cominciarono a sganciare ordigni a grappolo il 24 marzo.
Del resto, che tutto fosse stato fatto in gran segreto, nascondendo agli italiani, e dunque alle Camere, ciò che il governo di D’Alema stava facendo, lo ha raccontato tempo fa l’ex comandante di Stato Maggiore della Difesa e comandante delle nostre Forze armate, il generale Mario Arpino. Ricordando quei giorni, l’alto ufficiale ha svelato non soltanto che c’era l’ordine di non parlare di operazioni di attacco, ma solo di difesa, ma ha rammentato una telefonata che ricevette in quelle ore da Sergio Mattarella, ai tempi vicepresidente del Consiglio: «Ho saputo che un suo dipendente, il comandante del gruppo Tornado di Piacenza, al rientro della squadriglia dalla missione ha rilasciato un’intervista dove ha raccontato di aver lanciato missili contro postazioni radar serbe… È inammissibile. La ritengo personalmente responsabile…». «In effetti», ha ricostruito Arpino, «era successo che il comandante dell’analogo gruppo della Luftwaffe ospitato sulla base, che non aveva alcuna restrizione nei confronti dei media, avesse ammesso il lancio di missili antiradar. D’altro canto, l’intervista era congiunta, e il comandante italiano non aveva altra scelta che associarsi.
I contadini, interrogati dai giornalisti ai margini della rete aeroportuale, avevano del resto già raccontato di aver visto i Tornado italiani e tedeschi partire con i missili e ritornare senza…». Cioè Mattarella, che del governo era il vice presidente, intimava il silenzio sulle operazioni militari ad attacco già avviato, mentre D’Alema alla Camera sosteneva che «il contributo specifico delle Forze armate italiane era limitato alle attività di difesa integrata del territorio nazionale». E su quello il Parlamento votò.
Ma per capire l’ipocrisia della sinistra riguardo all’uso di basi militari e il richiamo alla Costituzione che ripudia la guerra, credo sia utile rileggere alcuni passaggi della lettera che Carlo Scognamiglio, all’epoca ministro della Difesa, scrisse al Corriere due anni dopo. Il titolo dell’intervento già dice tutto: «Il governo D’Alema nacque per rispettare gli impegni Nato», cioè per bombardare la Serbia. «Serviva un governo che garantisse alle Forze armate italiane la possibilità di assolvere con dignità i propri compiti nell’Alleanza di fronte all’imminenza di un conflitto» ricordava Scognamiglio. E D’Alema «il 24 marzo si assunse la responsabilità di acconsentire l’inizio delle ostilità». Serve altro per strappare il velo di ipocrisia? Beh, una perla è la frase con cui Scognamiglio in un’intervista definì curiosamente l’attività dei nostri Tornado come «difesa integrata». Bombardavamo, ma per difenderci da un nemico che non ci aveva attaccato e per integrarci, o meglio per adeguarci, alle decisioni prese da Bill Clinton. E adesso, 27 anni dopo, perfino la sosta degli aerei in una base aerea americana in Italia diventa, per la sinistra, una violazione della Costituzione.







