Nessuna guerra è gratis, neppure quelle che non abbiamo dichiarato. Lo abbiamo imparato a nostre spese quattro anni fa, quando Vladimir Putin decise di invadere l’Ucraina. Lo stiamo risperimentando oggi, con l’attacco all’Iran da parte di Stati Uniti e Israele. Il primo effetto dell’intervento militare per eliminare il regime degli ayatollah è un aumento del prezzo europeo del gas: +39% in un solo giorno, mentre le quotazioni del greggio ormai sfiorano gli 80 dollari al barile. Del resto, un quinto del gas naturale liquefatto e pure del petrolio passano dallo Stretto di Hormuz, rotta commerciale che da sabato mattina è meglio non frequentare se non si vuole rischiare di vedere colare a picco la nave e il suo carico.
Risultato, il conflitto, seppure in corso a migliaia di chilometri, avrà un effetto immediato sul nostro portafoglio, perché pagheremo di più sia il gasolio che la benzina, ma le conseguenze le troveremo anche in bolletta, con un rincaro che il nostro Sergio Giraldo stima in 100 milioni al giorno. Nel caso in cui la cifra vi sembri tutto sommato poca cosa, vi invito a fare due conti, moltiplicandola per 365 giorni. Scoprirete così che se le cose non dovessero cambiare in fretta, cioè se il conflitto si prolungasse per un anno, l’Italia - o, meglio, i consumatori - rischierebbe di pagare 36,5 miliardi, ovvero più di una manovra.
Capisco che questi calcoli possano apparire ad alcuni eccessivamente cinici, perché in gioco ci sono gli ideali e le aspirazioni di un popolo che da quasi mezzo secolo vive sotto una tirannide religiosa. Tuttavia, come facemmo ai tempi dell’invasione russa dell’Ucraina, noi non ci mettiamo a discutere se sia meglio l’aria condizionata (o il riscaldamento, vista la stagione) o la libertà, ma ci limitiamo a fare i conti e, soprattutto, a spiegarli a chi li deve pagare. Se la guerra non si risolverà nel giro di un mese, come auspica Donald Trump, per le famiglie sarà una brutta botta e per le imprese pure. Se aumenta il prezzo dell’elettricità, le aziende saranno costrette ad aumentare i prezzi, e questo non soltanto genererà inflazione (che Giraldo stima in uno 0,8 per cento in più), con ricadute sui consumi e sul costo del denaro, ma rallenterà pure le esportazioni, rendendo i nostri prodotti meno convenienti sul mercato rispetto a quelli che non dovranno scontare i rincari.
Ovviamente non voglio dire che questo ci dovrebbe indurre a contestare l’operazione militare contro gli ayatollah: il disordine mondiale non lo stanno portando gli Stati Uniti, c’era già prima, con le trame egemoniche di Khamenei e del clero sciita. E però, dopo l’eliminazione con le bombe della Guida suprema dell’Iran, se il conflitto non si chiuderà in fretta con uncambio di regime a Teheran la situazione rischia di peggiorare.
Tutto ciò dovrebbe indurre delle riflessioni. Innanzitutto, a proposito della dipendenza energetica. Nel 2022 ci siamo ritrovati letteralmente alla canna del gas a seguito della guerra scatenata da Putin, in conseguenza anche delle sanzioni. Per ovviare al problema, abbiamo rinunciato alle forniture russe ricorrendo a quelle qatarine. Ma la nuova guerra rischia di portarci al punto di partenza, come nel gioco dell’oca, lasciandoci senza gas e senza energia. Per di più in un momento in cui le aziende sono sotto stress per le regole ferree imposte dall’Unione europea allo scopo di raggiungere l’obiettivo di emissioni zero. Di fronte a tutto ciò, la Ue che fa? Insiste. Ursula von der Leyen di recente ha esortato ad accelerare gli impegni su rinnovabili e nucleare. Peccato che i diktat per imporre a tappe forzate la diffusione di fonti energetiche «pulite e prodotte internamente» rischi non soltanto di lasciarci senza fonti tradizionali, ma anche di esporci alla dipendenza dalla Cina. Insomma, passiamo da una sottomissione all’altra verso Paesi non proprio liberi. Ma sempre ovviamente in nome della nostra libertà. E sempre senza mai chiedere il permesso a chi dovrà pagare il conto delle decisioni. Lo sappiamo che la guerra in Iran non l’ha scatenata l’Europa. E siamo anche a conoscenza del fatto che oltre a parlare la Ue non farà altro. Però c’è almeno una scelta alla sua portata: fermi il Green deal, almeno eviterà una complicazione che rischia di aggiungere altri costi a quelli dovuti ai conflitti. Perché se la guerra non è gratis, non lo è neppure la transizione ecologica.







