Marcello Veneziani su questo giornale aveva suggerito un argomento per il discorso di fine anno del presidente della Repubblica. Ovviamente, invece di mettere al centro del suo intervento il futuro che ci attende, il capo dello Stato ha preferito parlare del passato. Così, se c’era un modo per evidenziare la distanza che regna fra la più alta carica del Paese e le sfide che attendono gli italiani nel 2026, diciamo che Sergio Mattarella lo ha trovato. Il suo messaggio, interamente improntato sulla nascita della Repubblica, sarebbe andato bene in un libro di storia, non certo in un discorso al Paese in vista dei problemi con cui ci dovremo confrontare. Purtroppo la predica inutile del Colle è un format (che riconosco non essere stato inaugurato dall’attuale inquilino del Quirinale) a cui siamo abituati da anni, e dunque quella del 31 dicembre, come il panettone e lo spumante, fa ormai parte delle tradizioni, anche se meno gradevole delle altre due.
Ciò detto, del discorso di Mattarella mi ha colpito il riferimento ai giovani, liquidati in poche parole proprio in chiusura dell’intervento. «Qualcuno - che vi giudica senza conoscervi davvero - vi descrive come diffidenti, distaccati, arrabbiati». Il capo dello Stato poi ha esortato la «generazione Z» a non rassegnarsi e a essere esigente e coraggiosa. Tuttavia, se c’è qualcuno che con le sue parole ha dimostrato di non conoscere davvero i giovani, questo è proprio il presidente della Repubblica, che dopo il pistolotto con cui ha rievocato 80 anni di storia, ha deciso di chiudere con un riferimento ai ragazzi, appiccicato al resto del messaggio quasi per caso, senza alcuna reale intenzione né di approfondire il disagio giovanile e men che meno di capire le aspirazioni di adolescenti e ventenni.
Se solo il capo dello Stato avesse avuto notizia delle recenti riflessioni fatte dagli organi di polizia, preoccupati dalla recrudescenza della delinquenza giovanile, si sarebbe risparmiato di parlare di giovani «diffidenti, distaccati e arrabbiati». Se c’è un fenomeno che nel corso del 2025 si è evidenziato è quello dell’aumento dei reati da parte dei ragazzini. Minorenni con il coltello in mano, branchi pronti ad aggredire e derubare i coetanei, gruppi determinati a scontrarsi con le forze dell’ordine. Certo, i maranza non sono rappresentativi dell’intero universo degli adolescenti e dei ventenni, però se i questori denunciano con preoccupazione la crescita di queste bande è evidente che non si tratta di una percezione dell’opinione pubblica e nemmeno della valutazione di qualche osservatore politicamente orientato. Altro che ragazzi dipinti da chi non li conosce bene come «diffidenti, distaccati e arrabbiati». Qui stiamo tenendo a battesimo le gang che altri Paesi, per esempio la Francia, hanno già visto all’opera. Banditi in erba, quasi sempre di origine straniera, spesso di seconda generazione, che in Italia ritengono di poter fare ciò che nei loro Paesi sarebbe represso senza esitazione. Solo a fine anno, mentre Mattarella parlava, a Roma la zona del Colosseo era segnalata come off limits per aggressioni e risse, a Torino la gang di Askatasuna si scontrava con la polizia e a Milano il centro era di fatto chiuso ai festeggiamenti per il timore di violenze come in passato. Altro che inclusione, come invoca il capo dello Stato: qui sarebbe necessaria la repressione, ma il sistema buonista spesso invocato dal Colle rischia di regalarci la rassegnazione, ovvero un cedimento alla violenza di chi è giudicato «diffidente, distaccato e arrabbiato».
Certo, sarebbe stato interessante se, invece che parlarci del passato, degli 80 anni della Repubblica e di tutte le conquiste raggiunte, dalla riforma sanitaria a quella agraria, dal voto alle donne allo statuto dei lavoratori, Mattarella ci avesse raccontato del presente e del futuro. Sarebbe stato un segno di modernità, di uno sguardo aperto verso le sfide che ci attendono, di una vera vicinanza nei confronti dei giovani. Invece Mattarella ha scelto di voltarsi indietro, di commemorarsi e di rallegrarsi, dimostrando ancora una volta non solo di non comprendere le giovani generazioni, ma neppure il secolo che ha di fronte e i cambiamenti con cui l’Italia e l’Europa si dovranno confrontare nel 2026 e negli anni a venire. Non proprio un messaggio ben augurante per la più alta carica dello Stato.







