Ieri, sulla Verità, Alessandro Sallusti ha raccontato le manovre per evitare che la riforma della Giustizia varata dal governo Meloni determini il prossimo Consiglio superiore della magistratura. Da portavoce del comitato del Sì al referendum che dovrà approvare o cancellare la legge che porta il nome del ministro Nordio, Sallusti ha svelato il vero senso della discussione attorno alla data della consultazione popolare. Non si tratta di dare più tempo per organizzarsi a quelli che si oppongono alle nuove norme, ma di fare in modo che la riforma non abbia effetti sul prossimo Csm. Più in là nel tempo si va, nel chiedere agli italiani se sono d’accordo o meno a cambiare la Costituzione e a separare le carriere di pm e giudici, e più diventa impossibile che in autunno, quando l’attuale Csm esaurirà il proprio mandato, si possano eleggere i nuovi Consigli superiori della magistratura previsti dalla riforma.
In pratica, votare il più tardi possibile significa rendere inapplicabili per almeno altri quattro anni le nuove norme. Infatti, se non si vota entro marzo ma più in là nel tempo, allo scadere dell’attuale Csm rischiano di non essere pronti i decreti attuativi che dovranno rendere esecutiva la legge Nordio e, dunque, la componente della magistratura che si oppone alla separazione delle carriere otterrà il risultato di rinnovare il Consiglio con le vecchie regole. Cioè per quattro anni ancora tutto rimarrà così com’è, con le correnti della magistratura a farla da padrone quando si tratta di nominare il capo di una Procura o di decidere sanzioni a carico di un pm o un giudice che ha sbagliato. In barba al volere degli italiani a favore del cambiamento, il gruppo di potere che determina le carriere delle toghe otterrebbe di ritardare l’entrata in vigore della riforma.
Quanto raccontato da Alessandro Sallusti non è un’ipotesi, ma un pericolo concreto, uno sgambetto alla volontà popolare per impedire che la legge di cui si discute da anni entri in vigore. Ma qui non si tratta solo di denunciare le manovre dilatorie della coalizione di magistrati e sinistra che si oppone a cambiare la giustizia. Si tratta anche di capire da che parte sta Sergio Mattarella: se con il Parlamento e con la maggioranza degli italiani che eventualmente approvassero la riforma o con quella parte politica che mira a sabotarne l’applicazione. Il capo dello Stato è vero che secondo la Costituzione ha il ruolo di notaio della Repubblica, e a lui compete la firma di decisioni prese dal governo o dal Parlamento, ma da tempo, anche se non ufficialmente, i suoi interventi indirizzano le scelte politiche. Per di più, da presidente del Csm, Mattarella dovrebbe avere tutto l’interesse a fare in modo che il Consiglio superiore della magistratura sia eletto con norme che godono del consenso della maggioranza degli elettori e non con le vecchie. In altre parole, il presidente dovrebbe stare dalla parte di chi ha fretta di far esprimere gli italiani e non da quella di chi ha intenzione di allontanare l’espressione della volontà popolare allo scopo di continuare a far valere nei tribunali il potere delle correnti.
Il Consiglio superiore della magistratura negli anni scorsi è stato al centro di una serie di scandali che hanno alzato il velo sulle logiche spartitorie delle Procure. Le nomine non erano dettate dalla volontà di assicurare agli italiani giudizi equi e competenti, ma dagli interessi di componenti politicizzate delle toghe. Non erano i più bravi a ricevere la promozione o l’assoluzione dalle accuse loro rivolte ma, come abbiamo scoperto, gli iscritti alle correnti maggioritarie del Csm. Il presidente della Repubblica intende avallare un’operazione che, nel caso in cui gli italiani approvassero la riforma Nordio, consenta di continuare con questo andazzo? Da presidente del Csm, incarico che gli è assegnato dalla Costituzione e non è puramente formale, accetterebbe l’elezione dei membri del Consiglio con regole vecchie, in spregio alla decisione degli italiani? Le domande non sono peregrine perché, come accaduto in passato, la moral suasion del presidente può fare molto, anche evitare l’aggiramento della volontà popolare.







