«Arrestateli tutti», chiede a gran voce l’opinione pubblica dopo gli scontri di Torino. Vedere una banda di teppisti che aggredisce un agente mentre è a terra, colpendolo con un martello, ha scosso le coscienze degli italiani.
Ma non basta: ci si può indignare e chiedere di mettere tutti in galera, ma poi dopo che la polizia ha eseguito gli arresti, c’è qualcuno che li rimette fuori. Prendete il caso di quei «bravi ragazzi» che mesi fa misero a ferro e fuoco la Stazione centrale di Milano, scontrandosi per ore con le forze dell’ordine. Dopo il fermo di alcuni dei giovani coinvolti nella guerriglia, il tribunale li ha scarcerati, ritenendo che perfino la misura dei domiciliari fosse troppo rigida, perché impediva a chi era studente di frequentare le lezioni. Insomma, la detenzione, seppur nel confortevole salotto di casa, è stata ritenuta una misura sproporzionata in ragione dell’età.
Sorprendente? No. Ogni volta che si prova a mettere dentro i professionisti della violenza, che colgono ogni occasione per devastare le città e scontrarsi con la polizia, c’è sempre una sentenza che li salva e li rimette in circolazione. Prendete la banda dei No tav che da anni tiene in scacco le forze dell’ordine. Nonostante sia evidente l’esistenza di un coordinamento delle manifestazioni e degli scontri con l’unico obiettivo di impedire un’opera pubblica, i giudici hanno assolto i componenti della banda dall’accusa di associazione a delinquere. La Procura aveva chiesto 88 anni di carcere per 26 imputati, ma pur riconoscendo l’esistenza di reati gravi come estorsione, rapina, sequestro di persona, violenza privata, incendio e resistenza a pubblico ufficiale, il tribunale ha negato il reato associativo. I centri sociali sono gruppi organizzati, i militanti si muovono con le modalità di un’organizzazione eversiva, ma per le toghe non esiste l’associazione a delinquere.
Stefano Esposito, ex senatore del Pd, non ha dubbi: a Torino e in Val di Susa c’è un gruppo che ha fatto della lotta all’alta velocità un laboratorio dell’antagonismo e della violenza politica. Ci sono pezzi della sinistra che stanno con questa teppaglia, spiega. «Come sapevo io che sarebbe finita così?», ha detto al Corriere della Sera: «Lo sapevano tutti che gli scontri erano l’obiettivo della manifestazione e che sarebbe finita così. E questo è inaccettabile».
Già. Lo sanno tutti. Quelli che rivendicano la libertà di manifestare il dissenso, ben sapendo che si legittima la libertà di devastare le città e ferire uomini delle forze dell’ordine, e quelli che una volta arrestati li rimettono in libertà, facendo finta di ignorare che la prossima volta faranno anche peggio. Proprio a Torino, inaugurando l’anno giudiziario prima che si verificassero gli incidenti che tanto hanno indignato l’opinione pubblica, il procuratore generale Lucia Musti se l’è presa con la benevola tolleranza dell’upper class, che guarda con compiacimento i disordini di piazza, «che altro non sono se non gravi reati». L’alto magistrato ha accusato quei personaggi che «con il loro scrivere, il loro condurre alla normalizzazione, il loro agire in appoggio» vanno a popolare «un’area grigia, di matrice colta e borghese» che, invece di svolgere un’azione illuminata di deterrenza, finisce per fornire una lettura compiacente «dell’utilizzo delle piazze quale strumento di lotta al di fuori del contesto democratico e in violazione della legalità». Per Musti «in ogni corteo si stacca una frangia nella quale si ritrovano sempre le stesse persone, oltre a nuovi sodali e manovalanza varia, vecchi capi che incitano a distanza alla rivolta e nuovi capi che incitano sul campo».
Ha ragione il procuratore generale di Torino. I soggetti sono sempre gli stessi. Tutti li conoscono. Ma l’informazione che ieri inaugurando l’anno giudiziario non ha fornito è una sola: perché i suoi colleghi li lasciano in libertà nonostante si sappia chi sono e chi li ispira?







