Che la giustizia in Italia sia fuori controllo è ormai assodato: ogni giorno, infatti, i tribunali ce ne forniscono prova. Ieri, per esempio, ne abbiamo avuto ampia dimostrazione grazie a due sentenze e all’esternazione di Rocco Maruotti, pm di Rieti che dal febbraio scorso ricopre l’importante ruolo di segretario dell’Associazione nazionale magistrati. Intervenendo a proposito della riforma voluta dal ministro Carlo Nordio, Maruotti si è lasciato andare a uno strampalato accostamento della situazione americana con quella italiana. «Anche questo omicidio di Stato resterà impunito in quella “democrazia” al cui sistema giudiziario è ispirata la riforma Meloni-Nordio». Maruotti ovviamente si riferisce alla morte di Alex Pretti, l’infermiere ucciso in Minnesota durante le proteste per l’espulsione di alcuni migranti. L’uomo, che si opponeva all’intervento della polizia, è stato colpito dai proiettili sparati dagli agenti dell’Ice e la sua morte ha scatenato indignazione e accuse.
Che cosa c’entri Pretti con la riforma della giustizia italiana non è dato sapere, visto che il nostro sistema giudiziario non ha nulla da spartire con quello americano. Tuttavia, benché non ci sia alcun collegamento, uno dei massimi rappresentanti del sindacato dei giudici ne ha approfittato per strumentalizzare la faccenda e usarla come argomento contro la legge che separa le carriere e istituisce l’Alta corte disciplinare delle toghe. Il post di Maruotti non soltanto dimostra il pregiudizio ideologico di cui è imbevuto chi, amministrando la giustizia, non dovrebbe avere pregiudizi («anche questo omicidio di Stato resterà impunito»), ma svela la faziosità di quanti, pur di raggiungere l’obiettivo di sabotare la riforma, sono pronti a sostenere qualsiasi menzogna («la legge Meloni-Nordio è ispirata al sistema americano»).
Un magistrato dovrebbe mostrare equilibrio, ma nel caso di Maruotti si evidenzia semmai la mancanza di equilibrio. Del resto, lo stesso segretario dell’Anm se ne deve essere reso conto, visto che a seguito delle proteste politiche ha deciso di far sparire il post.
Ciò detto, a dimostrare la confusione che regna nelle aule dei tribunali ci sono anche due sentenze, che appaiono l’una contraddire l’altra. A Milano, su richiesta degli avvocati di Alfonso Signorini, il giudice ha vietato a Fabrizio Corona di diffondere altro materiale sulla vita privata dell’ex conduttore del Grande Fratello. Ritenendo diffamatorie le puntate di Falsissimo, l’ordinanza vieta al fotografo di mettere in Rete video che riguardino la vicenda dell’ex direttore di Chi, disponendo anche la rimozione di quelli già precedentemente pubblicati. Corona sostiene che si voglia zittire il suo «diritto» di cronaca, ma visto che contro di lui sono state presentate varie denunce (del conduttore, ma anche di Mediaset) si può pure capire la preoccupazione della magistratura, che senza entrare nel merito della vicenda punta a evitare la diffusione di notizie che potrebbero essere diffamatorie, se non addirittura calunniose.
Tuttavia, mentre a Milano decidono che le questioni private non devono diventare pubbliche, e men che meno devono essere usate per scopi diversi come, ad esempio, una presunta moralizzazione contro un «sistema», a Roma si decide diversamente, quasi che in Italia le leggi siano diverse a seconda della città in cui si vive. Infatti, mentre al Nord si vieta di diffondere informazioni riservate, nella Capitale si fa il contrario, sentenziando la legittimità della diffusione di una registrazione privata tra l’ex ministro Gennaro Sangiuliano e la moglie. Cioè nel primo caso non esiste un diritto di cronaca ma semmai un diritto sacrosanto a non essere sputtanati online. Mentre nel secondo la messa in onda della conversazione tra un esponente del governo e la di lui moglie, registrata senza alcuna autorizzazione e sempre senza alcun consenso delle parti in causa diffusa da una trasmissione del servizio pubblico, è un legittimo uso del diritto di cronaca. È evidente anche a un bambino che se non si possono diffondere informazioni riservate che riguardano la sfera intima di una persona, poi non si possono neppure mandare in onda le telefonate, anche queste private e intime, di altre persone. Se la legge tutela Signorini, com’è giusto che sia, poi deve tutelare anche Sangiuliano. Invece no. La giustizia italiana non è uguale per tutti. Da un lato vieta la diffusione di una registrazione, dall’altro la autorizza. Il tutto in una sola giornata.
Dopo di che ci si chiede perché la maggioranza degli italiani pare intenzionata a votare Sì al referendum che separa le carriere dei magistrati, disponendo che l’elezione del Csm avvenga per sorteggio e non più sulla base di liste presentate dalle correnti politiche dell’Anm. È evidente che gli italiani vogliono cambiare. E non per adottare il sistema americano, ma per porre fine a un sistema dove il magistrato che sbaglia non paga mai.




