- Dall’esplosione di Internet al monopolio dei social assistiamo a un immobilismo istituzionale che scambia il mercato selvaggio per un fatto inevitabile. Servono regole certe per impedire che il progresso tecnologico si trasformi in una desertificazione spirituale.
- Un report ipotizza lo scenario nel 2028, dove l’eccesso di efficienza causata dall'Ia fa crollare i consumi.
Lo speciale contiene due articoli
Intorno agli anni Duemila ci fu l’esplosione di Internet. Grandi profezie, grandi preoccupazioni, soprattutto a livello di concentrazione di potere, e poi in quattro o cinque si sono spartiti il mondo e non è successo una mazza. Seconda apocalisse intorno agli anni Dieci con l’esplosione dei social. Anche lì grandi preoccupazioni economiche nel frattempo che gli stessi si spartivano anche quelli, ripartendo il monopolio in pochi (si chiamerebbe oligopolio).
Ci si pose anche il problema della dipendenza digitale e, col passare del tempo, tale problema è diventato enorme fino a contare, in Italia, intorno a 400.000 malati. Anche in questo caso sembrava, appunto, di essere davanti a un’apocalisse, sembrava che dovessero essere adottati interventi importanti, soprattutto per la fascia di età che va dalla preadolescenza alla giovinezza (non considerando che spesso i social sono diventati i veri babysitter dei bambini), ma anche qui tanto fumo e quasi nulla arrosto. Intorno al 2020, sembrano le piaghe d’Egitto ma a scadenza decennale è arrivato il momento dell’Intelligenza artificiale e anche qui, anche ultimamente, in questi giorni, sono stati pubblicati rapporti di vario genere, in particolare sul rapporto tra Intelligenza artificiale e perdita di posti di lavoro.
Ma anche in questo caso si assiste, quasi inerti, in tutto il mondo, a queste apocalissi della porta accanto di fronte alle quali si profetizzano tempi nefasti, si preannunciano catastrofi ma poi sulla politica prevale la forza economica di chi possiede e gestisce queste realtà e, alla fine, la politica urla ma lo fa da ferma, senza adottare le misure urgenti che potrebbero attenuare, se non risolvere, gli effetti negativi dell’introduzione dell’Intelligenza artificiale nei cicli produttivi. Non ci sarebbe neanche più quella che Marx chiamò l’alienazione del lavoro e cioè quella della classe operaia che, non possedendo i mezzi di produzione, si trova alienata di fronte al proprio lavoro. Ci sarebbe l’alienazione dal lavoro, cioè l’esclusione dell’uomo dai cicli di produzione fatti dalle macchine e guidati da un’intelligenza non umana ma artificiale.
Quello che sconcerta è che sembra che in questi atteggiamenti, denotati da un’alta percentuale di immobilismo politico e istituzionale - di dimensioni mondiali -, ci sia una specie di acquiescenza, come se ci si trovasse di fronte all’ineluttabile. Andrà così e non ci possiamo fare niente. Questo è totalmente falso ed è anche menzognero, cioè tende a velare di menzogne l’incapacità della politica a dettare norme al mercato. Questo è di una gravità assoluta perché anche uno, come il sottoscritto, che crede in un’impostazione liberale dei rapporti tra Stato e mercato, sa bene che, sia per motivi di storia che di teoria economica, non esiste un mercato senza regole e se esiste, prima o poi, fa danni e collassa.
La questione dell’Intelligenza artificiale, come nel caso di Internet e come in quello dei social, ma in modo più problematico, non rappresenta solo un problema di potenziale violazione delle leggi della concorrenza, considerati i pochi attori in campo e spesso costituenti un cartello (cioè un accordo economico per mettersi d’accordo sui prezzi e falsificare la competizione economica), ma comporta anche un enorme problema educativo e di formazione intellettuale e coscienziale delle persone. Bastino due esempi per capire quali sono i rischi.
Il primo esempio ci è fornito dalla formazione, e cioè da quel processo lungo e difficile che deve sviluppare nel soggetto una capacità autonoma di comprensione e di giudizio sulla realtà, la coscienza critica. Essa è il cardine dello sviluppo di una persona, perché essa è il cuore stesso della persona. Conoscenza e volontà sono alla base del comportamento consapevole: non sceglie bene chi non conosce le varie alternative della scelta; non conosce bene chi, di fronte a una scelta, più che alla propria volontà, si affida a quello che il filosofo tedesco Martin Heidegger chiamava il «si dice». Voleva indicare con esso la passività del soggetto di fronte all’opinione comune e la riduzione della coscienza a tale opinione. Quando i giovani di oggi si affidano all’Intelligenza artificiale, magari inconsciamente, vivono una sorta di alienazione dalla propria coscienza, dalla propria interiorità, dalla propria mente e dal proprio io. Non occorre che spieghi alle lettrici e ai lettori gli effetti devastanti che può avere, nei tragitti descritti dalla psicologia evolutiva, questo tipo di appalto dall’intelligenza naturale a quella artificiale.
Il secondo esempio viene da recenti parole di papa Leone XIV che, rivolgendosi ai sacerdoti di una zona di Roma, ha esplicitamente chiesto di non affidarsi all’Intelligenza artificiale nella scrittura delle proprie omelie o prediche, che dir si voglia. E qui siamo nell’assurdo di soggetti che dovrebbero essere guidati dallo Spirito e si affidano a uno spirito inesistente che mai esisterà, perché mai l’Intelligenza artificiale ne sarà dotata. In questo caso ci sarebbe da fare una lunga riflessione teologica e anche spirituale, ma non abbiamo lo spazio sufficiente per farlo. Lo faremo in un’altra occasione. Basti dire che se il Papa è arrivato a richiamare i sacerdoti su questo punto vuol dire che ha cognizione che ciò stia già avvenendo. Francamente ci è incomprensibile come chi dovrebbe essere la voce dello Spirito non riesca a comprendere l’oltraggio nei confronti dei fedeli di ridire in modo pappagallesco ciò che i Padri della Chiesa sostenevano che dovesse procedere attraverso lo stesso procedimento che per gli animali si chiama ruminatio, cioè un processo di assimilazione lenta, profonda, ma soprattutto spirituale, del Verbo di Dio. Se non lo capiscono loro, cosa possiamo aspettarci da chi pensa solo a questioni di profitto?
L’Intelligenza artificiale fa tremare: disoccupati al 10% e Borsa giù del 40%
Un vecchio film di Alberto Sordi (Io e Caterina) immagina un robot che lava e stira sostituendo la domestica e, soprattutto, la moglie. Citrini Research, alza il tiro, trasformando la commedia in tragedia.
Nel fine settimana la semisconosciuta società di ricerche ha pubblicato un rapporto che sembra un film di fantascienza in formato «noir». È ambientato nel giugno 2028, quando l’Intelligenza artificiale avrà rivoluzionato l’economia mondiale, lasciando dietro di sé disoccupazione in crescita al 10%, azioni in caduta del 40% e consumatori paralizzati dal panico. Tra i settori più vulnerabili, Citrini indica i servizi di consegna di cibo a domicilio e le società di carte di credito. Il rapporto non lascia spazio a dubbi: in soli due anni, il predominio di app come DoorDash e Uber Eats sarà sostituito da alternative «vibe-coded»: strumenti digitali capaci di vendere uno stile di vita prima ancora di consegnare una pizza o un sushi.
Per gli investitori, un’immagine da incubo: immaginate un algoritmo che vi promette felicità, avocado toast e yoga virtuale, mentre il vostro algoritmo preferito per le consegne a domicilio finisce nella soffitta digitale. Non meno colpiti, secondo Citrini, sarebbero i colossi dei pagamenti come Mastercard e Visa. Gli algoritmi di Ia potrebbero eliminare del tutto le commissioni, facendo risparmiare i consumatori ma lasciando a secco i gestori di carte di credito. In pratica: il robot salva il consumatore ma fa piangere l’investitore. E non importa se molto spesso sono la stessa persona.
Non si salvano nemmeno i mattoni. Nel settore immobiliare, dove gli acquirenti avevano tollerato commissioni del 5-6% per decenni, l’Ia ha dimostrato che la conoscenza umana può essere replicata in un battito di byte. Citrini indica che già ora la commissione mediana sul lato acquisto nelle principali aree metropolitane si è compressa dal 2,5-3% a meno dell’1%. Nel frattempo la quota crescente di transazioni ha chiuso senza intervento umano. Insomma: gli algoritmi hanno trasformato l’agente immobiliare in una semplice comparsa digitale.
Secondo Citrini, il boom dell’Ia superintelligente farà strage di colletti bianchi, porterà un calo della spesa per consumi e insolvenze sui mutui che diventerà difficile rimborsare. Le azioni dei settori più esposti hanno subito un tracollo immediato. Lunedì l’Etf che raggruppa le società di software ha ceduto fino al 5%, DoorDash ha perso oltre il 6%, American Express oltre il 7%. Mastercard e Visa tra il 4 e il 5% Uber oltre il 4%.
E se qualcuno pensava che la tecnologia fosse gentile con i dinosauri digitali, Ibm ha dato una lezione memorabile: il titolo ha registrato il peggior crollo giornaliero degli ultimi 25 anni: meno 13%, dopo l’annuncio della startup Anthropic secondo cui il suo sistema Claude Code può modernizzare Cobol, il linguaggio di programmazione vintage ancora in uso sui sistemi Ibm. Un promemoria per dire che nemmeno i giganti più solidi sono immuni quando l’Intelligenza artificiale decide di fare il salto di qualità.
«Per tutta la storia economica moderna, l’intelligenza umana è stata il fattore produttivo più scarso. Ora quel vantaggio declina», scrive Citrini con ironia tagliente. Ed è qui che entra in gioco il vero paradosso umano: se l’Ia elimina le inefficienze, riduce i costi e ottimizza ogni singola transazione, chi continuerà a lavorare? E soprattutto, chi consumerà?
Giuseppe Sersale, strategist di Anthilia Capital Partners Sgr, spiega: «L’economia mondiale si basa su inefficienze “umane” che l’Ia sta azzerando, togliendo lavoro ai colletti bianchi e a tutti coloro che di queste inefficienze campano. Le difficoltà dei vari settori ricadono su chi li ha finanziati. Ma se nessuno ha un lavoro e nessuno può consumare perché produrre ancor?». Forse il quadro disegnato da Citrini è fin troppo apocalittico.
dilagante che caratterizza questo luogo. A mia memoria non ricordo Papi che si siano pronunciati esplicitamente su questa forma di violenza. Certo, di violenza hanno parlato vari Papi: basti pensare all’anatema lanciato ad Agrigento, contro la mafia, il 23 maggio del 1993, 33 anni fa. Ma specificamente su questa forma di violenza, detta microcriminalità, così dilagante, preoccupante, e lesiva della libertà e della dignità della persona, Leone XIV è stato esplicito come raramente ricordiamo da parte di altri Papi.
Durante l’omelia nella parrocchia Sacro Cuore nella zona Castro Pretorio di Roma ha testualmente detto: «In pochi metri si possono toccare le contraddizioni di questo tempo: la spensieratezza di chi parte e arriva con tutte le comodità e coloro che non hanno un tetto; le tante potenzialità di bene e una violenza dilagante; la voglia di lavorare onestamente e i commerci illeciti delle droghe e della prostituzione. La vostra parrocchia è chiamata a farsi carico di queste realtà, ad essere lievito di Vangelo nella pasta del territorio, a farsi segno di vicinanza e di carità. Ringrazio i salesiani per l’opera instancabile che portano avanti ogni giorno, e incoraggio tutti a continuare ad essere proprio qui una piccola fiammella di luce e di speranza». E si badi bene, non ha condannato la spensieratezza di chi viaggia con tutte le comodità, ma semmai la disparità che che esiste tra loro e chi non dispone di un tetto. Elogiato coloro che lavorano onestamente e condannato senza appello coloro che svolgono commerci irregolari ed illeciti di droghe e della prostituzione. Una foto precisa di ciò che avviene nella e intorno alla Stazione Termini di Roma.
Naturalmente sarebbe una distorsione del pensiero e delle parole del Papa, una interpretazione «securitaria» di ciò che ha detto. Non è questo il punto. La Chiesa e il Papa, quando parlano di problemi sociali, hanno sempre in mente il concetto di bene comune. Il bene comune, secondo il Catechismo della Chiesa cattolica, è «l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri di raggiungere più pienamente e più speditamente la propria perfezione». Comprende il rispetto della persona, il benessere sociale e la pace. È proprio al rispetto della persona e al benessere sociale che possiamo con sia pur relativa convinzione riportare le parole del Papa. Ma non si può neanche cadere nell’errore inverso, e cioè non considerare come determinante, nella sua omelia, il riferimento esplicito a che nei luoghi dove le persone si ritrovano o circolano siano garantite le condizioni di sicurezza per le persone stesse. Non c’è infatti dubbio che il rispetto della persona passi anche attraverso la sua libertà dalla paura. Non è una forzatura. Sarebbe semplice riportare vari passi, citazioni e brani di documenti che dimostrano questa convinzione. Sicurezza e rispetto della persona costituiscono una parte di quel bene comune cui la Chiesa nel suo insegnamento sociale fa riferimento come principio fondante della dottrina sociale stessa. Tra l’altro il legame tra insicurezza e povertà o degrado delle città non può non interessare la Chiesa, che vede i più deboli come principali obiettivi e bersagli di questa violenza diffusa anche in luoghi pubblici come le stazioni ferroviarie.
Dunque sarebbe offensivo del pensiero e della figura del Papa interpretare queste sue parole all’interno del dibattito politico che si sta svolgendo nel nostro Paese sul tema della sicurezza e che ha assunto una centralità che non aveva mai avuto. Non si tratta di stiracchiare le parole del Papa a favore di una parte piuttosto che di un’altra, politicamente parlando. Certamente esse possono essere interpretate come un richiamo forte ad interventi importanti e a provvedimenti efficaci per prevenire ed anche reprimere questa forma di violenza dilagante. Non è neanche un caso, del resto, che nelle parole del pontefice siano state accomunate l’insicurezza e la presenza di commerci illeciti con particolare riguardo a droga e prostituzione. Perché tutte e due le tipologie di fenomeni criminali vanno inscritte nell’insieme generale che si chiama degrado. Il degrado non è compatibile con il bene comune perché nel degrado la persona difficilmente può sviluppare sé stessa e i propri progetti di vita. Questo ci pare l’ambito più congruo nel quale collocare le parole del vescovo di Roma.
Concludendo, se da una parte il richiamo del pontefice non può essere iscritto d’ufficio in nessuna delle parti politiche che discutono del tema della sicurezza, certamente non possiamo non rilevare la peculiarità di questo richiamo e anche la sua forza sia in termini di insegnamento sociale che in termini di richiamo esplicito a un necessario intervento risanatore e che ristabilisca la giustizia anche in questo delicato settore della vita sociale. Non si può tirare l’abito del Papa da una parte o dall’altra. Non si può parimenti non rilevare la forza e l’originalità di questo richiamo.
Storia vecchia e ripetitiva. Si tratta di un immobile di via Santa Croce in Gerusalemme a Roma che fu occupato dai movimenti per la casa nel 2013, 13 anni fa. È un immobile che ha fatto molto discutere perché, oltre a essere occupato abusivamente, si svolgevano dentro quelle mura attività, anche commerciali, totalmente illecite. Lo ricorderete in particolare per un fatto.
Quando quel locale rimase senza luce, perché non pagando le bollette il gestore staccò la corrente elettrica, si mosse addirittura l’elemosiniere del Papa, il cardinale placco Krajewski, per riattaccare la luce e far tornare illuminato quell’edificio. Si disse allora, in buona sostanza, che si trattava di un atto di carità (caritas) e che, in quanto tale, superava la legge (lex). La caritas va oltre la lex. Per la verità, questo che avvenne nel maggio del 2019 fu detto che rappresentava la «Chiesa in uscita», tanto cara a papa Francesco.
La Chiesa in uscita, in questo caso, andò contro l’azienda elettrica alla quale invece che le uscite mancano le entrate. Come noto, nei Vangeli sinottici (Matteo 22,21; Marco 12,17 e Luca 20,25) c’è un detto molto celebre: ai Farisei e agli Erodiani che gli chiedevano se fosse lecito pagare i tributi a Roma, cioè le tasse, Gesù rispose: «Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio». Lo fecero per cogliere, come ci dice Marco, Gesù in fallo nel suo discorso. Ma Gesù non esitò un attimo nella risposta e disse la frase sopra riportata. In questo caso del centro protetto dal cardinale e direttamente da papa Francesco, Cesare era in primo luogo l’azienda elettrica che doveva riscuotere le bollette, ma Cesare era anche lo Stato che, impedendo le occupazioni abusive per il rispetto della proprietà privata, avrebbe dovuto sgomberare quel palazzo.
Ma sono passati anni, oltre dieci anni, e quel palazzo è ancora occupato abusivamente e ieri, in questo centro che si chiama Spin time, si è svolto un convegno dal titolo «La nostra parte» nel quale si è celebrata l’assemblea nazionale dell’associazione «Compagno è il mondo».
Personalmente ho visitato quel centro due volte, per questioni di servizi televisivi, quindi parlo con cognizione di causa. Ho trovato solo brutte cose in quel centro? No, assolutamente, ho trovato madri e minori che venivano accuditi e che lì si erano rifugiati. Di fronte a questa situazione ho provato umanamente compassione per quelle donne con dei bambini in un luogo non esattamente adatto a loro. Quando visitai il centro mi fu posta una domanda: «Secondo lei avremmo dovuto lasciare queste mamme e questi bambini all’addiaccio come i pastori lasciano i greggi in un prato recintato? O in un bivacco o in un accampamento?». La mia risposta fu la seguente: «Io credo che di queste cose dovrebbe occuparsi il Comune di Roma predisponendo luoghi adatti alla loro accoglienza. Tra l’altro, molte di queste madri e di questi bambini non sono immigrati irregolari ma italiani. A maggior ragione voi commettete un reato a occupare abusivamente questo locale e nello stesso tempo il Comune non adempie al suo dovere sociale in relazione all’art. 3 della Costituzione che obbliga lo Stato e le sue diramazioni territoriali a rimuovere gli ostacoli che non consentono alle persone di vivere disponendo del minimo essenziale».
Per me la situazione era molto chiara. Del resto, quel Cardinale elemosiniere invece di fare l’elemosina all’Enel avrebbe potuto cercare, negli innumerevoli edifici di proprietà della Chiesa presenti a Roma, luoghi adatti all’accoglienza di quei bambini con le loro mamme. Ma torniamo all’attualità e cioè al convegno tenutosi ieri in questo immobile abusivamente occupato e al quale hanno partecipato diversi rappresentanti del Pd, da Roberto Speranza a Massimo D’Alema fino a Pier Luigi Bersani. Proprio quest’ultimo ha rilasciato delle dichiarazioni a riguardo, e quella che mi ha colpito di più è la seguente: «Finché non sgomberate Casapound, non permettetevi di venirmi a disturbare dove vado io. È veramente incredibile, paragonare situazioni che non c’entrano nulla». Ora, Bersani è troppo intelligente per non sapere che un’occupazione abusiva di qualsiasi edificio, anche per scopi umanitari, è equivalente, da un punto di vista giuridico, all’occupazione di un altro edificio sempre abusivo con scopi anche diametralmente opposti da un punto di vista ideologico. Nel piano di sgomberi predisposto dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi è compresa anche l’occupazione abusiva di Casapound, ma a oggi non è ancora stato fatto e questo è grave tanto quanto il mancato sgombero dell’edificio nel quale si è svolto il convengo cui ha partecipato lo stesso Bersani.
Dirò di più. Da anni si discute sulla legittimità di Casapound - che, tra l’altro, è stata autorizzata a presentarsi alle elezioni politiche qualche anno fa - ebbene, si discute sulla legittimità di questa associazione in quanto sarebbe rea di un reato grave che è quello, contemplato nelle nostre leggi, di «apologia di fascismo». Sono passati vari governi di tutti i colori, ma nessuno di essi ha fatto in modo che qualcuno ponesse la questione a una Procura della Repubblica per capire, in modo definitivo, se quella associazione andasse sciolta o no. Secondo me questa è stata una grave mancanza della politica, che ha continuato a giocherellare sul fascismo di Casapound senza essere poi conseguente nelle azioni da svolgere attraverso un approfondimento da parte della magistratura e anche del Parlamento.
Detto questo, l’occupazione di Casapound equivale all’occupazione di Spin time, quindi andrebbero sgomberati i due edifici quanto prima e senza differenza alcuna, ambedue rei di occupazione abusiva e di violazione del principio costituzionale della proprietà privata, un diritto fondamentale.
Facciamo una metafora, una di quelle tanto care a Bersani: non è che se uno va contro mano in autostrada può ritenere la sua azione legittima perché nello stesso tempo, su un’altra autostrada, un’altra autovettura va contromano. Non potrà dire il conducente della prima autovettura: «Prima fermate quello e poi mi fermo anch’io». Non funziona così perché il diritto vale per tutti, si dice che è equipollente, universale, non è un fatto particolare da applicare alcune volte e altre no.
Tra l’altro, per il mancato sgombero dello Spin time il ministero dell’Interno è stato condannato, è notizia di ieri, a risarcire oltre 21 milioni di euro, proprio per il mancato sgombero di questo immobile di via Santa Croce in Gerusalemme a Roma. A stabilire il risarcimento è stata la seconda sezione civile del Tribunale di Roma, causa intentata da Investire Sgr nella sua qualità di gestore del Fip-Fondo Immobili Pubblici. È una sentenza del 18 dicembre 2025 che è stata appena notificata al ministero dell’Interno e la giudice ha specificato che benché «l’occupazione illecita e quindi il reato è stato posto in essere da soggetti terzi, il danno conseguente a tale occupazione deve essere imputato al ministero dell’Interno che aveva uno specifico obbligo di impedire la prosecuzione dell’illecito». Quei soldi verranno pagati da tutti i contribuenti italiani.
A volte le coincidenze sembra che non vengano a caso e, nel giorno in cui si celebra un convegno dagli alti contenuti geopolitici, si viene a sapere che la magistratura ha condannato un ministero al risarcimento del danno. L’occupazione di Casapound va risolta in fretta così come l’occupazione di Spin time. I parlamentari presenti hanno partecipato a un convegno che si è svolto in un luogo che è oggetto di un provvedimento della magistratura. Contenti loro, scontenti tutti.





