dilagante che caratterizza questo luogo. A mia memoria non ricordo Papi che si siano pronunciati esplicitamente su questa forma di violenza. Certo, di violenza hanno parlato vari Papi: basti pensare all’anatema lanciato ad Agrigento, contro la mafia, il 23 maggio del 1993, 33 anni fa. Ma specificamente su questa forma di violenza, detta microcriminalità, così dilagante, preoccupante, e lesiva della libertà e della dignità della persona, Leone XIV è stato esplicito come raramente ricordiamo da parte di altri Papi.
Durante l’omelia nella parrocchia Sacro Cuore nella zona Castro Pretorio di Roma ha testualmente detto: «In pochi metri si possono toccare le contraddizioni di questo tempo: la spensieratezza di chi parte e arriva con tutte le comodità e coloro che non hanno un tetto; le tante potenzialità di bene e una violenza dilagante; la voglia di lavorare onestamente e i commerci illeciti delle droghe e della prostituzione. La vostra parrocchia è chiamata a farsi carico di queste realtà, ad essere lievito di Vangelo nella pasta del territorio, a farsi segno di vicinanza e di carità. Ringrazio i salesiani per l’opera instancabile che portano avanti ogni giorno, e incoraggio tutti a continuare ad essere proprio qui una piccola fiammella di luce e di speranza». E si badi bene, non ha condannato la spensieratezza di chi viaggia con tutte le comodità, ma semmai la disparità che che esiste tra loro e chi non dispone di un tetto. Elogiato coloro che lavorano onestamente e condannato senza appello coloro che svolgono commerci irregolari ed illeciti di droghe e della prostituzione. Una foto precisa di ciò che avviene nella e intorno alla Stazione Termini di Roma.
Naturalmente sarebbe una distorsione del pensiero e delle parole del Papa, una interpretazione «securitaria» di ciò che ha detto. Non è questo il punto. La Chiesa e il Papa, quando parlano di problemi sociali, hanno sempre in mente il concetto di bene comune. Il bene comune, secondo il Catechismo della Chiesa cattolica, è «l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri di raggiungere più pienamente e più speditamente la propria perfezione». Comprende il rispetto della persona, il benessere sociale e la pace. È proprio al rispetto della persona e al benessere sociale che possiamo con sia pur relativa convinzione riportare le parole del Papa. Ma non si può neanche cadere nell’errore inverso, e cioè non considerare come determinante, nella sua omelia, il riferimento esplicito a che nei luoghi dove le persone si ritrovano o circolano siano garantite le condizioni di sicurezza per le persone stesse. Non c’è infatti dubbio che il rispetto della persona passi anche attraverso la sua libertà dalla paura. Non è una forzatura. Sarebbe semplice riportare vari passi, citazioni e brani di documenti che dimostrano questa convinzione. Sicurezza e rispetto della persona costituiscono una parte di quel bene comune cui la Chiesa nel suo insegnamento sociale fa riferimento come principio fondante della dottrina sociale stessa. Tra l’altro il legame tra insicurezza e povertà o degrado delle città non può non interessare la Chiesa, che vede i più deboli come principali obiettivi e bersagli di questa violenza diffusa anche in luoghi pubblici come le stazioni ferroviarie.
Dunque sarebbe offensivo del pensiero e della figura del Papa interpretare queste sue parole all’interno del dibattito politico che si sta svolgendo nel nostro Paese sul tema della sicurezza e che ha assunto una centralità che non aveva mai avuto. Non si tratta di stiracchiare le parole del Papa a favore di una parte piuttosto che di un’altra, politicamente parlando. Certamente esse possono essere interpretate come un richiamo forte ad interventi importanti e a provvedimenti efficaci per prevenire ed anche reprimere questa forma di violenza dilagante. Non è neanche un caso, del resto, che nelle parole del pontefice siano state accomunate l’insicurezza e la presenza di commerci illeciti con particolare riguardo a droga e prostituzione. Perché tutte e due le tipologie di fenomeni criminali vanno inscritte nell’insieme generale che si chiama degrado. Il degrado non è compatibile con il bene comune perché nel degrado la persona difficilmente può sviluppare sé stessa e i propri progetti di vita. Questo ci pare l’ambito più congruo nel quale collocare le parole del vescovo di Roma.
Concludendo, se da una parte il richiamo del pontefice non può essere iscritto d’ufficio in nessuna delle parti politiche che discutono del tema della sicurezza, certamente non possiamo non rilevare la peculiarità di questo richiamo e anche la sua forza sia in termini di insegnamento sociale che in termini di richiamo esplicito a un necessario intervento risanatore e che ristabilisca la giustizia anche in questo delicato settore della vita sociale. Non si può tirare l’abito del Papa da una parte o dall’altra. Non si può parimenti non rilevare la forza e l’originalità di questo richiamo.
Storia vecchia e ripetitiva. Si tratta di un immobile di via Santa Croce in Gerusalemme a Roma che fu occupato dai movimenti per la casa nel 2013, 13 anni fa. È un immobile che ha fatto molto discutere perché, oltre a essere occupato abusivamente, si svolgevano dentro quelle mura attività, anche commerciali, totalmente illecite. Lo ricorderete in particolare per un fatto.
Quando quel locale rimase senza luce, perché non pagando le bollette il gestore staccò la corrente elettrica, si mosse addirittura l’elemosiniere del Papa, il cardinale placco Krajewski, per riattaccare la luce e far tornare illuminato quell’edificio. Si disse allora, in buona sostanza, che si trattava di un atto di carità (caritas) e che, in quanto tale, superava la legge (lex). La caritas va oltre la lex. Per la verità, questo che avvenne nel maggio del 2019 fu detto che rappresentava la «Chiesa in uscita», tanto cara a papa Francesco.
La Chiesa in uscita, in questo caso, andò contro l’azienda elettrica alla quale invece che le uscite mancano le entrate. Come noto, nei Vangeli sinottici (Matteo 22,21; Marco 12,17 e Luca 20,25) c’è un detto molto celebre: ai Farisei e agli Erodiani che gli chiedevano se fosse lecito pagare i tributi a Roma, cioè le tasse, Gesù rispose: «Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio». Lo fecero per cogliere, come ci dice Marco, Gesù in fallo nel suo discorso. Ma Gesù non esitò un attimo nella risposta e disse la frase sopra riportata. In questo caso del centro protetto dal cardinale e direttamente da papa Francesco, Cesare era in primo luogo l’azienda elettrica che doveva riscuotere le bollette, ma Cesare era anche lo Stato che, impedendo le occupazioni abusive per il rispetto della proprietà privata, avrebbe dovuto sgomberare quel palazzo.
Ma sono passati anni, oltre dieci anni, e quel palazzo è ancora occupato abusivamente e ieri, in questo centro che si chiama Spin time, si è svolto un convegno dal titolo «La nostra parte» nel quale si è celebrata l’assemblea nazionale dell’associazione «Compagno è il mondo».
Personalmente ho visitato quel centro due volte, per questioni di servizi televisivi, quindi parlo con cognizione di causa. Ho trovato solo brutte cose in quel centro? No, assolutamente, ho trovato madri e minori che venivano accuditi e che lì si erano rifugiati. Di fronte a questa situazione ho provato umanamente compassione per quelle donne con dei bambini in un luogo non esattamente adatto a loro. Quando visitai il centro mi fu posta una domanda: «Secondo lei avremmo dovuto lasciare queste mamme e questi bambini all’addiaccio come i pastori lasciano i greggi in un prato recintato? O in un bivacco o in un accampamento?». La mia risposta fu la seguente: «Io credo che di queste cose dovrebbe occuparsi il Comune di Roma predisponendo luoghi adatti alla loro accoglienza. Tra l’altro, molte di queste madri e di questi bambini non sono immigrati irregolari ma italiani. A maggior ragione voi commettete un reato a occupare abusivamente questo locale e nello stesso tempo il Comune non adempie al suo dovere sociale in relazione all’art. 3 della Costituzione che obbliga lo Stato e le sue diramazioni territoriali a rimuovere gli ostacoli che non consentono alle persone di vivere disponendo del minimo essenziale».
Per me la situazione era molto chiara. Del resto, quel Cardinale elemosiniere invece di fare l’elemosina all’Enel avrebbe potuto cercare, negli innumerevoli edifici di proprietà della Chiesa presenti a Roma, luoghi adatti all’accoglienza di quei bambini con le loro mamme. Ma torniamo all’attualità e cioè al convegno tenutosi ieri in questo immobile abusivamente occupato e al quale hanno partecipato diversi rappresentanti del Pd, da Roberto Speranza a Massimo D’Alema fino a Pier Luigi Bersani. Proprio quest’ultimo ha rilasciato delle dichiarazioni a riguardo, e quella che mi ha colpito di più è la seguente: «Finché non sgomberate Casapound, non permettetevi di venirmi a disturbare dove vado io. È veramente incredibile, paragonare situazioni che non c’entrano nulla». Ora, Bersani è troppo intelligente per non sapere che un’occupazione abusiva di qualsiasi edificio, anche per scopi umanitari, è equivalente, da un punto di vista giuridico, all’occupazione di un altro edificio sempre abusivo con scopi anche diametralmente opposti da un punto di vista ideologico. Nel piano di sgomberi predisposto dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi è compresa anche l’occupazione abusiva di Casapound, ma a oggi non è ancora stato fatto e questo è grave tanto quanto il mancato sgombero dell’edificio nel quale si è svolto il convengo cui ha partecipato lo stesso Bersani.
Dirò di più. Da anni si discute sulla legittimità di Casapound - che, tra l’altro, è stata autorizzata a presentarsi alle elezioni politiche qualche anno fa - ebbene, si discute sulla legittimità di questa associazione in quanto sarebbe rea di un reato grave che è quello, contemplato nelle nostre leggi, di «apologia di fascismo». Sono passati vari governi di tutti i colori, ma nessuno di essi ha fatto in modo che qualcuno ponesse la questione a una Procura della Repubblica per capire, in modo definitivo, se quella associazione andasse sciolta o no. Secondo me questa è stata una grave mancanza della politica, che ha continuato a giocherellare sul fascismo di Casapound senza essere poi conseguente nelle azioni da svolgere attraverso un approfondimento da parte della magistratura e anche del Parlamento.
Detto questo, l’occupazione di Casapound equivale all’occupazione di Spin time, quindi andrebbero sgomberati i due edifici quanto prima e senza differenza alcuna, ambedue rei di occupazione abusiva e di violazione del principio costituzionale della proprietà privata, un diritto fondamentale.
Facciamo una metafora, una di quelle tanto care a Bersani: non è che se uno va contro mano in autostrada può ritenere la sua azione legittima perché nello stesso tempo, su un’altra autostrada, un’altra autovettura va contromano. Non potrà dire il conducente della prima autovettura: «Prima fermate quello e poi mi fermo anch’io». Non funziona così perché il diritto vale per tutti, si dice che è equipollente, universale, non è un fatto particolare da applicare alcune volte e altre no.
Tra l’altro, per il mancato sgombero dello Spin time il ministero dell’Interno è stato condannato, è notizia di ieri, a risarcire oltre 21 milioni di euro, proprio per il mancato sgombero di questo immobile di via Santa Croce in Gerusalemme a Roma. A stabilire il risarcimento è stata la seconda sezione civile del Tribunale di Roma, causa intentata da Investire Sgr nella sua qualità di gestore del Fip-Fondo Immobili Pubblici. È una sentenza del 18 dicembre 2025 che è stata appena notificata al ministero dell’Interno e la giudice ha specificato che benché «l’occupazione illecita e quindi il reato è stato posto in essere da soggetti terzi, il danno conseguente a tale occupazione deve essere imputato al ministero dell’Interno che aveva uno specifico obbligo di impedire la prosecuzione dell’illecito». Quei soldi verranno pagati da tutti i contribuenti italiani.
A volte le coincidenze sembra che non vengano a caso e, nel giorno in cui si celebra un convegno dagli alti contenuti geopolitici, si viene a sapere che la magistratura ha condannato un ministero al risarcimento del danno. L’occupazione di Casapound va risolta in fretta così come l’occupazione di Spin time. I parlamentari presenti hanno partecipato a un convegno che si è svolto in un luogo che è oggetto di un provvedimento della magistratura. Contenti loro, scontenti tutti.
Sabotaggi treni, ora basta. Estirpiamo questa feccia con la stessa forza usata con le Br
Ora basta. I sabotaggi alle linee ferroviarie vanno interrotti immediatamente, con la stessa forza con cui furono sconfitte negli anni Settanta le Brigate rosse. Non di meno, perché il pericolo delle bombe e dei sabotaggi alle centraline elettriche e agli scambi delle linee ferroviarie hanno in sé un potenziale letale nei confronti dei passeggeri. Non pensiate che io stia esagerando per motivi di totale dissenso con quei gruppi, antagonisti o anarchici non importa, che li compiono ormai da troppo tempo e che, per fortuna, fino a oggi non hanno avuto conseguenze letali.
Strani questi difensori del popolo che, agendo in questo modo criminale, alla fine, in caso di una tragedia, coinvolgerebbero il popolo stesso. Non so, ma nella loro mente lucida e malata (le due caratteristiche possono coesistere), reputano un successo bloccare il traffico ferroviario e, in particolare, le linee ad Alta velocità. Nelle loro menti queste linee ferroviarie dell’Alta velocità rappresentano una forma e un’espressione di un capitalismo malato da abbattere e, forse, anche di uno Stato che ha imboccato, secondo loro, una strada repressiva e totalitaria.
A parte l’idiozia sottostante a questa analisi, e sulla quale comunque occorre riflettere perché va diffondendosi come abbiamo visto in altri periodi della nostra storia nazionale, questi difensori del popolo non considerano che, in un giorno come ieri, su quei treni non salgono solo rappresentanti del capitalismo avanzato, presunti seguaci di ideologie totalitarie, fanatici, secondo loro, del fascismo (capite il livello di follia?), ma salgono persone appartenenti a tutti i ceti sociali che, lavorando al Nord, duramente, per tutta la settimana, si affidano alle ferrovie per raggiungere i propri cari e per guadagnare un tempo di affetto e calore ultra meritato insieme a loro. Perché questi signori non sono andati ieri a vedere nelle stazioni chi aspettava i treni? Perché non si sono mischiati a quel popolo che dovrà rinunciare a una fondamentale pausa di riposo in famiglia, con i propri cari, con i propri amici ed amiche, con coloro che stanno a cuore tanto da desiderarne l’incontro, spesso agognato, nel fine settimana? Perché questi difensori del popolo ogni tanto non vanno in mezzo al popolo? Fanno esattamente quello che sosteneva una santa del nostro tempo, Madre Teresa di Calcutta quando affermava che tutti parlano dei poveri, ma in pochi parlano con i poveri. Questi vanno oltre: non solo non parlano con i poveri ma fanno azioni che alla fine vanno contro i poveri perché un ricco se non può prendere il treno noleggia un’auto e raggiunge, legittimamente, in modo anche più comodo, la località che desidera. Il povero no. Se rimane a piedi se ne devi tornare nel suo monolocale al Nord e non raggiungere i propri cari che sono, in molti casi, la maggiore ricchezza di cui dispongono.
Bei difensori del popolo! Complimenti a questa feccia dell’umanità che mostra una preoccupante, squallida, feroce volontà di perseguire i propri ideali malati. Non dimostrano di avere neanche lontanamente in testa un’etica della responsabilità che guarda agli effetti delle proprie azioni considerando, soprattutto, i soggetti che ne subiranno le peggiori conseguenze.
Se prima o poi facessero deragliare un treno, magari un regionale, magari colmo fino allo stremo di pendolari, a chi farebbero male? Al governo che detestano, all’imperialismo internazionale o, piuttosto, a della gente che si fa il mazzo per portare a casa l’indispensabile e a volte, purtroppo, anche meno dell’indispensabile. Ma che razza di gente è questa? Va detto con chiarezza, senza infingimenti e senza indugio, che sono dei criminali che pensano solo a sé stessi, malati di narcisismo ed egocentrismo, nascosti dietro una ideologia contorta, contraddittoria, illogica, violenta e con prezzo della convivenza civile.
Lo ripeto: ora basta. Si deve fare tutto quello che è possibile, soprattutto attraverso i nostri servizi di intelligence che sono i migliori in Europa, nonché le nostre forze dell’ordine, per individuare e assicurare alle patrie galere questi soggetti. Se non si tagliano le radici ora crescerà un albero velenoso e noi, in questo Paese, gli alberi velenosi ne abbiamo conosciuti anche troppi. Qui, in questo caso, non è consentito alcun distinguo, non è consentita alcuna spiegazione di tipo sociologico o giustificazionista, è solo permessa una condanna unanime e fortemente repressiva.
Più si traccheggia e più quei semi si trasformeranno in fiori e frutti velenosi, tanto velenosi da uccidere esseri umani, persone che non hanno alcuna colpa se non di essere cittadini normali che portano con sé un patrimonio di diritti non conciliabili con questi soggetti liberi ed in circolazione nelle nostre città.
Condanna unanime o meno, nutriamo speranza nei nostri servizi di sicurezza e nelle forze dell’ordine e nelle loro capacità dimostrate, provate, consolidate di stanare le parti marce della nostra società perché essa possa vivere nella tranquillità alla quale ha diritto.





