Paolo Del Debbio analizza le dinamiche nel centrodestra alla luce della sconfitta al referendum sulla riforma della magistratura, tra le dimissioni di ministri e sottosegretari e l'addio di Maurizio Gasparri al ruolo di capogruppo in Forza Italia.
Ha dichiarato al Financial Times l’ambasciatore statunitense presso la Ue, Andrew Puzder: «Se Turnberry non viene attuato, torniamo al punto di partenza. Non so dove si andrebbe a finire. Gli Stati Uniti vorranno continuare a fare affari con l’Europa ma i termini potrebbero non essere altrettanto favorevoli. L’ambiente certamente non sarà altrettanto favorevole. E ci sono altri acquirenti». Questo accordo, firmato nel resort di Trump in Scozia, prevede l’acquisto da parte della Unione europea di 750 miliardi di dollari di energia statunitense entro il 2028, tra cui Gnl, petrolio e tecnologie nucleari civili. Nello stesso accordo è stata applicata una tariffa del 15% sulla maggior parte delle esportazioni europee, mentre la Ue ha accettato di ridurre a zero i propri dazi su beni industriali e su alcuni prodotti agricoli statunitensi.
Da dove nasce la questione del Gnl? Fondamentalmente dal fatto che il Qatar, che produce un quinto del Gnl mondiale, ha dovuto interrompere le esportazioni dopo che l’Iran ha bloccato lo stretto di Hormuz.
È vero che l’Europa ha ritardato la ratifica di un trattato su cui lo stesso commissario europeo per il Commercio, Maros Sefcovic, ha avvertito gli eurodeputati: «Un accordo è un accordo e dobbiamo attenerci alla dichiarazione congiunta di Turnberry». Ma è vero anche che, nel frattempo, è successo di tutto e l’Europa ha dovuto anche occuparsi di altre questioni. Tra queste ci sono tre focolai di guerra accesi: Gaza-Israele, Russia-Ucraina e gli attacchi di Usa e Israele all’Iran che, tra l’altro, la scorsa settimana ha attaccato il complesso di Ras Laffan in Qatar creando ulteriori problemi all’offerta globale di Gnl. Tutto questo è vero e, del resto, che l’Europa agisca con tempi biblici non è una novità.
Detto tutto ciò, non ci pare giustificata, essendo sproporzionata e fuori luogo, la minaccia di Donald Trump. Una cosa è il richiamo a ratificare un patto sottoscritto da Bruxelles. Altra cosa sono le minacce. Non pensiamo che il biondo Donald, in questo momento, sia nelle condizioni di minacciare qualcuno. In particolare, dopo che, inaspettatamente, ha fatto cessare il conflitto in Iran per cinque giorni e non è dato sapere, a questo punto, cosa voglia fare: se ritirarsi anche da quel focolaio, come ha fatto negli altri due casi, dopo aver fatto proclami che poi non hanno avuto alcun seguito. Non è che può far ricadere sull’Europa, e lo scriviamo noi della Verità che con l’Europa non siamo stati mai teneri, sul nostro continente, i suoi problemi economici interni e la sua perdita di consensi andata a picco durante gli ultimi tempi. Oramai con Trump stanno il 36-38% degli americani; il tycoon ha bisogno di soldi per rincuorare quella base elettorale che non lo tollera più per tutte queste guerre che un tempo prometteva di interrompere, ma anche per la crisi economica che attanaglia in particolare le classi medio basse che non lo avevano votato, il cuore dell’America produttiva che sta in mezzo alle due coste americane.
Una volta in più ci appare che il presidente americano non sia guidato, sia nelle dichiarazioni che negli atti concreti, da una logica comprensibile e digeribile anche dai suoi alleati storici più fedeli, tra cui l’Italia. Con questo non vogliamo assolutamente sostenere ciò che è stato sostenuto a sinistra per lungo tempo: «O con l’Europa o con gli Usa». Questa è follia pura, perché ricordiamo che gli Usa sono la prima super potenza mondiale ma, certamente, non possiamo neanche accettare minacce e ricatti che sorgono dalla mancanza di popolarità interna del presidente Trump e dal non aver saputo far ripartire la macchina economica americana.
Scriviamo queste cose certamente non animati da un senso di sollievo ma, semmai, da un senso di timore per un ordine mondiale che ormai è a pezzi e che non può non avere una presidenza degli Stati Uniti che non sia un soggetto che possa, in qualche modo, collaborare a ristabilire, sia pure con enormi difficoltà, qualche linea guida che riporti l’ordine mondiale entro il territorio della ragionevolezza. Cosa che attualmente non vediamo all’orizzonte e non solo, ovviamente, per colpa degli Stati Uniti, ma anche dell’Europa stessa che, pur essendo una potenza economica mondiale di primo piano, non riesce a trasformare questa potenza economica in una altrettanto forte potenza politica sullo scacchiere internazionale.
L’Europa se n’è inventata un’altra. Seguite il ragionamento perché è talmente sottile, arguto e fino da rasentare pericolosamente il nulla assoluto. Poiché con la guerra ci può essere un problema di approvvigionamento del gas (ma va’?, ci era sfuggito), e ora già costa troppo (menomale che ce l’hanno detto, sennò avremmo pensato che qualcuno ci stesse rubando i soldi nel portafoglio), mettetene da parte un po’ meno e, soprattutto, consumatene di meno perché se aumenta troppo il numero di coloro che ne comprano tanto (la domanda) poi aumenta il prezzo e cresce l’inflazione.
Follia pura. Nessuna logica economica. Sprezzo della realtà. Menefreghismo totale nei confronti delle conseguenze di queste misure. Poiché gas, benzina e gasolio sono aumentati un secondo dopo l’attacco all’Iran, da parte di Israele e degli Stati Uniti, dovrebbe risultare chiaro ed evidente anche a un cretino che gli aumenti sono stati compiuti da compagnie che hanno speculato: non ne hanno aumentato il prezzo perché lo hanno pagato di più, ma perché hanno rubato soldi ai consumatori vendendo gas, benzina e gasolio che avevano già e che non avevano pagato a prezzi alti perché la Guerra non c’era ancora.
Chiaro? Cosa avrebbe dovuto fare l’Europa? Avviare tempestivamente, cioè il giorno dopo gli aumenti ingiustificati, un’azione del Commissario della concorrenza per impedire intese tra compagnie petrolifere per alzare il prezzo e speculare su famiglie imprese. Avrebbe dovuto poi, una volta riportato il gas al suo valore naturale di mercato, invitare tutti gli Stati membri a stoccare il più possibile in modo da prevenire, nel caso di prolungamento della guerra, l’aumento del prezzo e quindi dell’inflazione. Poiché sono degli imbelli, cioè degli inermi e privi di alcun coraggio, non hanno agito nei tempi giusti facendo le cose giuste, ma nei tempi sbagliati facendo le cose sbagliate.
Essendoci di mezzo il gas, evidentemente non hanno usato il cervello che avrebbe prodotto un ragionamento, un flatus vocis, ma hanno usato quella parte del corpo che produce appunto il gas e non si esprime attraverso la bocca col ragionamento, ma produce esclusivamente un «flatus culi». Lo stoccaggio, cioè l’immagazzinamento, la conservazione e il deposito del gas era stato considerato dalla Ue un buono strumento di prevenzione dell’aumento dei costi e lo aveva esortato fino al 90% delle possibilità. Non si capisce perché ora indichi nell’80% il limite massimo. Ma che cacchio di ragionamento hanno fatto? Per fare i conti leggono la mano dei benzinai? Fanno le carte agli autotrasportatori? Fanno delle sedute spiritiche? No, perché non c’è in natura altra spiegazione, almeno di stampo economico. L’Ansa ci informa che «in una lettera visionata dal Financial Times, il commissario per l’energia Dan Jorgensen ha istruito i ministri dell’energia dell’Ue a non affrettarsi a reintegrare le riserve di gas dei loro Paesi e a usare la “flessibilità” per ridurre la domanda da parte di famiglie e industrie in un momento in cui l’offerta è tesa». Nella missiva la percentuale di stoccaggio consigliata come obiettivo è pari all’80%, il 10% in meno rispetto al target finora indicato. Ma se al posto di Jorgensen avessero messo Dan Peterson, certamente avrebbe fatto cose più ragionevoli.
Quel genio che porta indegnamente il nome di Peterson ha poi esortato a consumare di meno. A parte che le temperature si stanno alzando e quindi il consumo di gas e gasolio diminuiranno automaticamente, ma questo è già un ragionamento eccessivo per le menti gassose. Chi dovrebbe diminuire l’uso di gas? Le imprese? Così produrrebbero di meno e si creerebbe ulteriori disoccupazione? Le famiglie? Caro Dan, le famiglie ci pensano da sole a ridurre l’uso di gas, di benzina e di gasolio, purtroppo. Lei dovrebbe pensare a come non farglielo ridurre, non invitarli a ridurlo, famiglie o imprese che siano. Ma possibile mai che in queste poche esortazioni riportate dal Financial Times non ne abbia azzeccata una. Ma sa che lei non passerebbe neanche l’esame di microeconomia che di solito si affronta il primo anno di università, dove spiegano il formarsi dei prezzi e le regole della concorrenza? In uno studio condotto dai ricercatori del I-Aer si legge che «l’analisi, condotta su 457 piccole e medie imprese italiane, evidenzia un segnale molto chiaro: il 58% delle aziende ha deciso di congelare temporaneamente gli investimenti previsti per il 2026, mentre il 46% sta valutando di rinviare nuove assunzioni per preservare liquidità e margini in uno scenario di forte volatilità energetica». Ma lei in un’impresa, per capire come funziona, c’è mai stato? E come funziona l’economia di una famiglia lo sa o no? Perché delle due l’una: o glielo hanno spiegato e non ci ha capito una mazza, o vive talmente fuori dalla realtà che proprio la ignora. Le due ipotesi non sono incompatibili nello stesso soggetto. E questo è il caso del nostro commissario europeo per l’Energia.





