Vi ricordate l’imprenditrice balneare Cinzia Dal Pino, 65 anni? La sera dell’8 settembre 2024, a Viareggio, in una strada di un rione della cittadina passò più volte sul corpo di Noureddine Mezgui, detto Said, marocchino di 52 anni, che stava camminando su un marciapiede, accusato di averla derubata della borsa. In realtà il furto c’era stato poco prima all’uscita di un ristorante e la scena fu ripresa dalle telecamere di sorveglianza. Le immagini fecero il giro di tutte le televisioni, ma non quelle della rapina bensì quelle del successivo inseguimento. Per questa donna accusata di omicidio volontario con aggravanti di crudeltà, minorata difesa della vittima, futili motivi e ricorso a mezzo insidioso, la pm ha richiesto l’ergastolo dopo l’esito positivo della perizia psichiatrica.
Non c’è dubbio che non si tratti in alcun modo di legittima difesa, né ciò che ha fatto la donna è in alcun modo giustificabile. Comprensibilmente, lei ha chiesto di essere comunque valutata per un percorso di giustizia riparativa, e cioè per qualcosa di previsto dal codice che, pur condannando la rea, le permette di svolgere attività tali da riparare al reato commesso con tanta ferocia. Bisogna ricordare infatti che la donna, lo testimoniano le telecamere stesse, passò con le ruote del veicolo più di una volta sopra il corpo dell’extracomunitario 52enne. Queste immagini le ricordano tutti gli spettatori perché ebbero larga diffusione, e per diversi giorni, su tutte le televisioni. Mezgui morì per le ferite riportate nell’investimento.
Due giorni fa la Procura di Modena ha chiesto una perizia psichiatrica per Salim El Koudri, il 31enne fermato per tentata strage e lesioni aggravate dopo che il 16 maggio a Modena ha travolto sette persone sulla via Emilia e tentato di accoltellarne una. A due dei feriti sono state amputate le gambe, a una solo una e a un’altra tutte e due. Il pm ha chiesto l’accertamento psichiatrico, ritenendolo necessario per accertare condizioni e movente. Per carità, nulla da eccepire. Ma credo che, nel caso in cui le condizioni non risultino tali da poter definire il soggetto «incapace di intendere e di volere», vadano considerate con molta attenzione. Le modalità con le quali questo signore - diciamo così - ha compiuto il gesto, presentano evidente emulazione di gesti simili, tipo quello del tir a Nizza. A me pare che questa emulazione non possa che essere riportata a modalità terroristiche, e dunque sarebbe ragionevole ipotizzare - a parte grazie a Dio l’assenza di vittime - una pena paragonabile a quella chiesta per l’imprenditrice viareggina. Sarà poi da verificare con molta attenzione tutto quello che il giovane aveva scritto sui social, perché se non c’è dubbio che lo stesso fosse combattuto e nutrito dalla rabbia per non sentirsi valorizzato per la laurea presa a pieni volti, questo non può certamente essere considerato un tentativo di attenuazione della responsabilità penale di questo trentunenne.
Bene, quello che sappiamo già sono le possibili motivazioni di ordine religioso che si evincono da vecchie mail, delle quali siamo già venuti a conoscenza, dove l’uomo tratta i cristiani come delle «merde» e ritiene che la sua condizione sociale ed economica sia ascrivibile, senza giustificarne assolutamente il perché, ai cristiani stessi, «rei» di averlo emarginato e ridotto in queste condizioni per pregiudizi - se non odio - nei confronti dell’islam. Certamente il movente non potrà essere costituito dalla rabbia, perché la rabbia può sì essere un movente, ma in casi diversi, come ad esempio una donna che ha subito per anni maltrattamenti dal marito e si trova in condizioni tali per le quali deve decidere tra salvare la propria vita o uccidere il marito stesso. A nostro modesto avviso, la motivazione religiosa non può che avere una rilevanza molto importante dal punto di vista della ricerca del movente: e se questa fosse appurata, la condanna non può che essere conseguente.
Direte voi, ma che c’entra l’imprenditrice viareggina per la quale è stato chiesto l’ergastolo con questo signore per il quale siamo ancora in attesa della perizia psichiatrica? Certamente le due situazioni sono molto diverse e non possono essere equiparate, ma non c’è dubbio che la rabbia di quella signora non possa non esser valutata. Non dubitiamo della perizia psichiatrica, ma ci pare abbastanza spaesante che a distanza di pochi giorni si apprendano due notizie che ci lasciano perplessi. Nessuna giustificazione per la signora omicida, molta «attenzione» per il 31enne aspirante stragista. Non vi sembra che questo ci faccia riflettere un po’?
Con l’Intelligenza artificiale è in gioco l’umanità dell’uomo. Dopo tante pubblicazioni a cavallo tra la banalità, il conformismo e l’ovvietà ci voleva Leone XIV per individuare con la lucidità di chi conosce le profondità dell’umano (mai dimenticare che è un agostiniano), ma conosce anche le potenzialità costruttrici e distruttrici della scienza e soprattutto delle sue applicazioni tecnico-informatiche (non dimenticare mai che questo Papa, prima che teologo, è laureato in matematica).
Il titolo dell’enciclica dice già tutto: Magnifica humanitas. Sulla custodia della persona umana nel tempo dell’Intelligenza artificiale. Tutta l’enciclica è percorsa dal pensiero agostiniano ma ci piace in particolare sottolinearne quattro aspetti: l’amore e la passione per la verità che va cercata dentro l’essere umano, il valore e la dignità della persona umana - idea presente nei vari commenti di Agostino al Libro della Genesi -, la ricerca della giustizia, la fraternità universale sinonimo di pace e rifiuto della guerra. Nell’enciclica ci sono tre citazioni esplicite, e una implicita, tratte dalle opere dell’Ipponate. La prima dovrebbe essere nota a tutti i cattolici perché descrive l’essenza dell’essere umano e del suo desiderio e tormento per l’infinito: «Ci hai fatti, Signore, per Te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te». (Confessioni, 1,1).
Perché è così importante questa citazione per affrontare un tema come quello dell’Intelligenza artificiale? Perché non è, e non sarà mai, possibile inserire la dimensione spirituale dell’uomo all’interno dell’Intelligenza artificiale: questo vorrebbe dire che nei robot c’è l’anima e l’anima dentro i robot non ci sarà mai. Non ci sarà mai la possibilità che un robot faccia quello che il cardinale beato John Henry Newman scelse come suo motto: «Cor ad cor loquitur», il cuore parla al cuore. Ormai con l’IA si possono creare «fidanzate» o «fidanzati» con cui dialogare; una volta fornite all’IA un po’ di informazioni su sé stessi, essa le elabora fino a intrattenere conversazioni alle quali molti si affidano per avere un uomo o una donna a cui parlare, attraverso cui fuggire alla propria solitudine.
Ho voluto fare questa esperienza spinto dalla trasmissione Fuori dal coro di Mario Giordano. È stata un’esperienza aberrante. Appena iniziata, la trovavo assurda, poi questa ironia si è trasformata in un’angoscia perché ho pensato a coloro che cascano in questa trappola costruita da uomini senza il senso dell’umanità, ma solo col senso del profitto. Un profitto basato su un mondo artificiale, entrati nel quale si viene risucchiati da una spirale che talora porta specie i più giovani alla dipendenza digitale fino alle estreme conseguenze.
Quel desiderio inappagabile, che solo Dio può appagare in modo totale, non può essere appagato neanche dal più profondo e sincero degli amori umani, neanche dalla sublimazione dell’arte, neanche dalla contemplazione delle bellezze della natura. Ecco perché la citazione del fondatore dell’Ordine cui appartiene Leone XIV coglie la sostanza del problema. Vi sono al mondo alcuni uomini molto potenti che posseggono questo strumento che può divenire devastante in quanto distruttore della vita reale a favore di una vita virtuale inesistente. Infatti, la vita spirituale esiste ma non si vede, mentre quella virtuale si vede ma non esiste.
Il pontefice, ex matematico statunitense, scrive cose che interpellano direttamente coloro che sono istituzionalmente responsabili della regolamentazione degli aspetti più importanti della vita, coloro che rivestono ruoli politici. Al paragrafo numero 105 dell’enciclica Leone XIV scrive: «Perché l’IA rispetti la dignità umana e serva davvero il bene comune, è essenziale che siano chiare le responsabilità in tutti i passaggi: da chi progetta e addestra i sistemi fino a chi li utilizza e a chi decide di affidare a essi le scelte concrete. In molti casi, tuttavia, i processi interni che conducono a un risultato possono essere poco trasparenti, e ciò rende più difficile attribuire responsabilità, correggere gli errori. È qui che diventa decisivo ciò che chiamiamo accountability: la possibilità di identificare chi deve “rendere conto” delle decisioni, motivarle, controllarle e, quando necessario, contestarle e rimediare ai danni che ne derivano».
In queste poche righe il Papa indica alle istituzioni la strada da percorrere, ma indica, allo stesso tempo, l’inerzia che ha caratterizzato esse, fino a ora, con interventi mediocri, insufficienti, non all’altezza del fenomeno e soprattutto - ci dispiace molto scriverlo - compiacenti con le grandi multinazionali che dominano in modo incontrastato questo settore che incide nella vita interiore delle persone e nello sviluppo della loro personalità, cioè ciò che di più importante esiste al mondo. Infatti, al punto 106, il Papa specifica che «questa esigenza è ancora più urgente perché esiste spesso uno squilibrio tra la velocità dello sviluppo tecnologico e il ritmo con cui maturano consapevolezza, norme, controlli e istituzioni capaci di governarne gli effetti. Non basta invocare genericamente l’etica: servono quadri giuridici adeguati, vigilanza indipendente, educazione degli utenti, una politica che non abdichi al proprio compito. Altrimenti il cambiamento sarà governato solo da logiche tecnocratiche e presentato come necessario e inevitabile, finendo per imporre regole dettate da chi possiede dati, infrastrutture e capacità di calcolo».
C’è chi si è inventato l’«algoretica», cioè l’inserimento dell’etica all’interno dell’Intelligenza artificiale. Ma si sono è dimenticato che l’etica è frutto della conoscenza e della volontà che nascono dall’interiorità dell’uomo e che non potranno mai abitare nell’interiorità inesistente di un robot. Anche questo il Papa sottolinea con forza al punto 107. Il Papa paragona poi la logica dell’IA a quella della competizione armata che, scrive: «Oggi non è più militare ma economica e cognitiva. È la corsa all’algoritmo più performante e alla banca dati più vasta, al fine di consolidare un vantaggio geopolitico o commerciale su tutti gli altri… Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano».
Cosa dire in più e cosa dire in modo più chiaro e penetrante? La politica nazionale e internazionale si è affrettata a elogiare quanto scritto dal Papa e ad applaudire all’enciclica. È come se uno scolaro applaudisse al professore che lo ha bocciato. Prendiamo Elly Schlein, che ieri ha vergato una nota per dire: «È un messaggio potentissimo quello che arriva oggi da papa Leone XIV con la sua prima enciclica, Magnifica humanitas, messaggio reso ancora più forte dalla data scelta, il 135° anniversario della Rerum Novarum di papa Leone XIII, l’enciclica in difesa dei diritti dei lavoratori, fondamento della dottrina sociale della Chiesa». Rimanendo nei termini teologici, la politica su questo tema può solo pronunciare un convinto e non retorico: «Mea culpa, mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa».
C’è un altro concetto agostiniano che ci spiega bene ciò che sta malvagiamente operando, in alcuni casi, l’Intelligenza artificiale: portare l’uomo fuori di sé per cercare in un mondo artificiale il suo sé. Agostino scrive: «Non uscire fuori di te, ritorna in te stesso: nell’uomo interiore abita la verità» (La vera religione, 39,72-73). Da buon matematico Leone XIV non manca di riportare tutte le funzioni positive che può avere l’Intelligenza artificiale, ma queste sono note, meno noto, e non affrontato, è invece il nocciolo dell’enciclica: le conseguenze sull’uomo dell’IA stessa.
Solidarietà da parte dall’Anm-Associazione nazionale magistrati, della sottosezione di Modena e del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Bologna a Fausto Gianelli - il legale che assiste Salim El Koudri il trentunenne che, sabato scorso, ha investito diversi pedoni in centro a Modena - raggiunto da diversi attacchi sul Web. Non una parola sulle vittime e sulle famiglie della vittime. Non chiedo mica tanto: due parole tra parentesi, un inciso, un «nel rispetto delle vittime e delle loro famiglie». No.
Non una parola, non un ricordo non un istinto di manifesta pietà per chi ha subito e non per chi ha commesso il reato. Ringraziamo la sezione modenese dei magistrati perché ci ricorda che «la difesa è un diritto inviolabile in ogni stato e grado di ogni processo e qualunque tentativo di delegittimazione o intimidazione della funzione difensiva contrasta con i principi dello Stato di diritto». Non ne avevamo francamente bisogno essendoci sempre battuti per il «giusto processo», ivi compresi i diritti della difesa, anche in tempi nei quali non tutti lo facevano.
E ringraziamo ugualmente il Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Bologna che, a seguito degli «attacchi mediatici gravemente denigratori» subiti dal collega ci ricorda che «l’articolo 24 della Costituzione afferma che la difesa è diritto inviolabile di ogni cittadino quale sia il reato che gli viene contestato. È un presidio di di civiltà che non ammette eccezioni». Anche in questo caso, non ne avevamo assolutamente bisogno. Se c’è qualche idiota in giro che attacca la difesa del delinquente che ha commesso i reati si rivolgano a lui o a loro e non ricordino inutilmente a tutti i cittadini modenesi e italiani che la difesa nel processo è un diritto inviolabile. Grazie, ma fin qui ci arrivavamo da soli.
Non so se la difesa si sia impaurita da queste minacce, nel caso ci dispiacerebbe, ma siamo certi che i cittadini italiani sono più intimiditi della difesa da ciò che è accaduto a Modena. E che rappresenta un bruttissimo precedente anche per l’evidente emulazione delle modalità con le quali è stato compiuto questo atto criminale. Non era una scelta ricordare le vittime, accanto ai diritti della difesa, era secondo me un obbligo che avrebbe reso queste dichiarazioni più credibili.
Tutto questo sto scrivendo perché non ci pare che il problema principale consista nell’interrogarsi sugli inalienabili diritti della difesa che nessun essere ragionevole può mettere in dubbio, salvo volere sollevare artatamente un caso per qualche cretino che si è espresso da cretino. Quello che è accaduto a Modena ci interroga su questioni molto più fondamentali che non su un diritto incontestato e incontestabile della difesa. Esso ci interroga, come ampiamente spiegato nell’intervista di ieri rilasciata a Francesco Borgonovo da Claudio Bertolotti, già caposezione contro intelligence e sicurezza della Nato in Afghanistan, e oggi direttore dell’Osservatorio sul radicalismo, nonché dal commento del direttore Belpietro, sul fatto che questo tipo di attentato può riferirsi a singoli con disagi mentali e di altro tipo che trovano nell’islamismo lo sfogo della loro rabbia.
Vedremo cosa il trentunenne Salim El Koudri abbia scritto sui suoi social una volta che essi saranno decrittati. Ad oggi sappiamo che i cristiani sono definiti «merde». E poco ci importa che una volta in carcere abbia chiesto di parlare con un sacerdote e di avere a disposizione la Bibbia. Potrebbe essere una strategia difensiva suggerita e non spontanea. Comunque sia, di questa cosa, possiamo tranquillamente non tenerne conto. Perché, altrimenti, tra un diversivo e una serie di giustificazioni sociali e psichiche, qui finiamo per trascurare l’elemento sicurezza che, in questo caso, è l’elemento centrale, se non l’unico, che può e deve interessarci. Inutile e dannoso perdersi in questioni totalmente marginali e scontate.
Il reato, anzi i reati commessi sono stati evidentemente pianificati con molta precisione: strada trafficata e auto a tutta velocità. Poi, a peggiorare di molto il quadro di ciò che è successo, c’è di mezzo il masso dell’emulazione di atti che ci ricordano attentati terroristici come quelli in Francia in Germania. Non si tratta della stessa cosa, ovviamente, anche per il numero delle vittime, per fortuna, ma si tratta di modalità che nessuno può non riconoscere come imitazione di quelle. E quelle erano di matrice islamica. Qualcuno lo può contestare? Qualcuno può far finta di niente? È un caso? Si tratta di una coincidenza fortuita? Vedremo.
Intanto sappiamo che questo signore ha cancellato tutto quello che era possibile dal suo computer. Evidentemente non cancella chi non ha scritto cose che da un giorno all’altro possano diventare capi di imputazione. Che da un giorno all’altro possono trasformarsi da semplici opinioni o insulti a prove di una connessione tra ciò che si è fatto e il fanatismo di matrice islamica.
Non lo vogliamo chiamare terrorismo? Bene, basta e avanza chiamarlo fanatismo: come si dice in Toscana, «se non è zuppa, è pan bagnato». In questo Paese tra zuppe e pan bagnati ne abbiamo piene le scatole. Soprattutto quando queste zuppe costringono all’amputazione di due gambe o anche di una sola e a persone ridotte male in un letto di ospedale o a casa propria, avendo rischiato la vita per questa zuppa impazzita in giro per la città di Modena.





