Il sottoscritto, di calcio, non capisce una mazza. Ho solo due convinzioni: tifo per la Lucchese per questioni di riconoscenza civica verso la città dove sono nato, tifo contro la squadra del Pisa per motivi di rivalità storica ben fondati e per motivi di natura gastroenterica con effetti lassativi non riferibili sulle colonne di un quotidiano di tutto rispetto come questo.
Detto ciò so, invece, qualcosa sui temi della concorrenza economica e sul fatto che essa vada applicata anche in campo pubblico quando si vende, appunto, un bene pubblico, tipo lo Stadio di San Siro di proprietà del Comune. Non sono interessato a riportare qui tutte le osservazioni fatte in materia dalla Procura di Milano e dalla Corte dei Conti ben riassunte ieri su queste colonne da Alessandro Da Rold ma, indipendentemente da esse, sarebbe stato un gioco da ragazzi capire che, aprendo le porte alla vendita riservata ai due Club milanesi Milan e Inter, si sarebbe andati contro l’obbligo che impone la vendita di un bene comunale attraverso una procedura come un’asta o un bando in cerca del miglior offerente.
Tutto questo va fatto garantendo due principi fondamentali: la trasparenza e la concorrenza. La trasparenza perché devono essere evitate intese - chiamiamole con termine non tecnico - «sottobanco» che, in questo modo, possono favorire quelli che sono a conoscenza della cosa e sfavorire chi non ne è a conoscenza per mancanza di trasparenza e conseguente opacità; la concorrenza perché risulta ovvio che vendendo un bene pubblico, cioè di tutti, si debba ottenere il massimo vantaggio economico che, in qualche modo, si riversa poi sulla comunità civica nel suo insieme. Per completezza di informazione, bisogna ricordare che sono possibili altre due forme di vendita: una è quella della licitazione privata, cioè una sorta di procedura di concorrenza ristretta, e l’altra è quella della trattativa privata o diretta con gli interessati all’acquisto ma, generalmente, avviene per importi molto limitati o situazioni particolari nelle quali non rientra la vendita di uno stadio. Detto questo, la via maestra è quella dell’asta pubblica. Punto.
Sallusti dice: ma a chi doveva proporla il Comune la vendita di uno stadio, che tra l’altro viene demolito per essere ricostruito in un’altra zona, se non al Milan e all’Inter? Risposta: e se ci fosse stato un acquirente interessato, mettiamo un americano, un cinese, un australiano, un cittadino del Lussemburgo, un miliardario italiano con residenza finta a Rocca Cannuccia di Sopra disposto a corrispondere cifre ben superiori a quelle che i due club milanesi, ormai, sono disposte a versare? E se si fosse fatto un bando dove si fosse previsto un uso esclusivo calcistico di Inter e Milan, la possibilità per il Comune di ospitare concerti, una serie di clausole favorevoli ai due Club e al Comune stesso, naturalmente con una convenienza economica da parte dell’acquirente consistente, come esiste ormai al mondo per molti stadi, di creare attorno allo stadio stesso attività commerciali di vario tipo e di utilizzo profittevole di spazi annessi e connessi allo stadio? Non si poteva fare questa asta pubblica internazionale? Tra l’altro corredata, oltre che di un’offerta economica, di una utilizzazione mista dell’immobile e di un progetto architettonico da valutare congiuntamente all’offerta economica in modo tale da guadagnare un bel po’ di soldi e non dare licenza di edificare un obbrobrio architettonico?
Come ho detto più sopra lasciamo perdere per un attimo le questioni giuridiche legate alla Procura e alla Corte dei Conti e facciamo solo un ragionamento legato a considerazioni di economia pubblica, diritto degli appalti, scienza delle finanze, diritto amministrativo, diritto alla concorrenza e chi più ne ha più ne metta, come quello che ho tentato di fare in queste poche riflessioni. Ovvio, scontato, fuori discussione, lapalissiano, pacifico, intuitivo anche per la mente di un cretino, financo logico per un idiota che in tutto questo dovessero essere tutelate le squadre dell’Inter e del Milan. Ma tutto andava fatto attraverso, non un bando, ma due bandi. Il primo di essi, constatato che si parla di questa storia dal 2019, anno nel quale lo Stadio Meazza fu inserito, il 28 di marzo di quell’anno, nel Piano delle alienazioni comunali, ebbene, il primo bando avrebbe dovuto chiamarsi «Bando alle ciance». Il secondo, e ciò sarebbe dovuto consistere in ciò che abbiamo detto sopra, Bando o Appalto pubblico.
Con questo articolo inizia e finisce la mia carriera di giornalista che si occupa di affari sportivi. Mi ha promesso direttamente Belpietro che non mi chiederà mai più nulla di ciò che concerne lo sport in generale e in particolare. Amen.
Paolo Del Debbio analizza le dinamiche nel centrodestra alla luce della sconfitta al referendum sulla riforma della magistratura, tra le dimissioni di ministri e sottosegretari e l'addio di Maurizio Gasparri al ruolo di capogruppo in Forza Italia.
Ha dichiarato al Financial Times l’ambasciatore statunitense presso la Ue, Andrew Puzder: «Se Turnberry non viene attuato, torniamo al punto di partenza. Non so dove si andrebbe a finire. Gli Stati Uniti vorranno continuare a fare affari con l’Europa ma i termini potrebbero non essere altrettanto favorevoli. L’ambiente certamente non sarà altrettanto favorevole. E ci sono altri acquirenti». Questo accordo, firmato nel resort di Trump in Scozia, prevede l’acquisto da parte della Unione europea di 750 miliardi di dollari di energia statunitense entro il 2028, tra cui Gnl, petrolio e tecnologie nucleari civili. Nello stesso accordo è stata applicata una tariffa del 15% sulla maggior parte delle esportazioni europee, mentre la Ue ha accettato di ridurre a zero i propri dazi su beni industriali e su alcuni prodotti agricoli statunitensi.
Da dove nasce la questione del Gnl? Fondamentalmente dal fatto che il Qatar, che produce un quinto del Gnl mondiale, ha dovuto interrompere le esportazioni dopo che l’Iran ha bloccato lo stretto di Hormuz.
È vero che l’Europa ha ritardato la ratifica di un trattato su cui lo stesso commissario europeo per il Commercio, Maros Sefcovic, ha avvertito gli eurodeputati: «Un accordo è un accordo e dobbiamo attenerci alla dichiarazione congiunta di Turnberry». Ma è vero anche che, nel frattempo, è successo di tutto e l’Europa ha dovuto anche occuparsi di altre questioni. Tra queste ci sono tre focolai di guerra accesi: Gaza-Israele, Russia-Ucraina e gli attacchi di Usa e Israele all’Iran che, tra l’altro, la scorsa settimana ha attaccato il complesso di Ras Laffan in Qatar creando ulteriori problemi all’offerta globale di Gnl. Tutto questo è vero e, del resto, che l’Europa agisca con tempi biblici non è una novità.
Detto tutto ciò, non ci pare giustificata, essendo sproporzionata e fuori luogo, la minaccia di Donald Trump. Una cosa è il richiamo a ratificare un patto sottoscritto da Bruxelles. Altra cosa sono le minacce. Non pensiamo che il biondo Donald, in questo momento, sia nelle condizioni di minacciare qualcuno. In particolare, dopo che, inaspettatamente, ha fatto cessare il conflitto in Iran per cinque giorni e non è dato sapere, a questo punto, cosa voglia fare: se ritirarsi anche da quel focolaio, come ha fatto negli altri due casi, dopo aver fatto proclami che poi non hanno avuto alcun seguito. Non è che può far ricadere sull’Europa, e lo scriviamo noi della Verità che con l’Europa non siamo stati mai teneri, sul nostro continente, i suoi problemi economici interni e la sua perdita di consensi andata a picco durante gli ultimi tempi. Oramai con Trump stanno il 36-38% degli americani; il tycoon ha bisogno di soldi per rincuorare quella base elettorale che non lo tollera più per tutte queste guerre che un tempo prometteva di interrompere, ma anche per la crisi economica che attanaglia in particolare le classi medio basse che non lo avevano votato, il cuore dell’America produttiva che sta in mezzo alle due coste americane.
Una volta in più ci appare che il presidente americano non sia guidato, sia nelle dichiarazioni che negli atti concreti, da una logica comprensibile e digeribile anche dai suoi alleati storici più fedeli, tra cui l’Italia. Con questo non vogliamo assolutamente sostenere ciò che è stato sostenuto a sinistra per lungo tempo: «O con l’Europa o con gli Usa». Questa è follia pura, perché ricordiamo che gli Usa sono la prima super potenza mondiale ma, certamente, non possiamo neanche accettare minacce e ricatti che sorgono dalla mancanza di popolarità interna del presidente Trump e dal non aver saputo far ripartire la macchina economica americana.
Scriviamo queste cose certamente non animati da un senso di sollievo ma, semmai, da un senso di timore per un ordine mondiale che ormai è a pezzi e che non può non avere una presidenza degli Stati Uniti che non sia un soggetto che possa, in qualche modo, collaborare a ristabilire, sia pure con enormi difficoltà, qualche linea guida che riporti l’ordine mondiale entro il territorio della ragionevolezza. Cosa che attualmente non vediamo all’orizzonte e non solo, ovviamente, per colpa degli Stati Uniti, ma anche dell’Europa stessa che, pur essendo una potenza economica mondiale di primo piano, non riesce a trasformare questa potenza economica in una altrettanto forte potenza politica sullo scacchiere internazionale.





