Per più di un anno la sinistra ha chiesto che Giorgia Meloni prendesse le distanze da Donald Trump. Una volta che lo ha fatto, per difendere le ragioni della libertà di manifestazione di pensiero del pontefice, a parte il pregevole intervento di Elly Schlein in difesa dell’autonomia del governo e contro l’attacco di Trump alla Meloni stessa, è stata tutta una serie di: «Lo ha fatto tardivamente», «Lo doveva fare molto prima», «Ormai non ha più peso politico», «Mai rapporti così deteriorati tra Usa e Italia», «Doveva aiutare l’Europa e non mantenere buoni rapporti con Trump» e stupidate del genere.
Se uno va sulla Treccani e legge cos’è la diplomazia troverà che questo termine ha diversi sinonimi che sono negoziazione, tatto e rapporti che richiedono prudenza nella trattazione di affari delicati o anche nelle relazioni tra persona e persona, ivi incluse, ovviamente, quelli tra governanti. Inoltre, sempre la Treccani, ci insegna che esiste la diplomazia segreta, quella tradizionale oppure la diplomazia aperta, tra l’altro, propugnata dagli Stati Uniti a partire dagli anni della prima guerra mondiale e si tratta della tendenza a informare, entro certi limiti, la pubblica opinione di trattative e orientamenti di politica estera.
A me sembra, francamente, che sia quello che ha fatto la Meloni in questo anno che è alle nostre spalle visto anche il soggetto, il biondo Donald, che guida non uno staterello ma la prima superpotenza mondiale, e visto che l’Europa è stata completamente assente (e lo è tuttora); la Meloni ha evidentemente provato a far valere le sue ragioni esprimendo critiche esplicite in molti casi, ma tentando di mantenere una relazione strategica e indispensabile che è quella tra l’Italia, l’Europa e gli Stati Uniti d’America. E voglio ricordare che questo non vale solo per la storia nota che abbiamo alle spalle fin dall’aiuto degli Stati Uniti nella liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Non è, quindi, una questione di riconoscenza per un passato per il quale non ci può essere che gratitudine, ma è frutto di considerazioni geopolitiche contemporanee: l’impossibilità assoluta di non mantenere rapporti con gli Stati Uniti d’America da parte dell’Italia e dell’Europa stessa. Chi non ne conosce i motivi se li vada a studiare, non abbiamo tempo da perdere per spiegarglieli.
C’è poi chi la critica per essersi posta in modo non convincente a favore dei famosi «volenterosi», cioè qualche leader europeo che non ha combinato una cippa di nulla salvo conquistare quegli attimi di notorietà di cui parlò anni fa Andy Warhol e che, beati loro, li hanno gratificati pur nell’assoluta assenza di alcun risultato.
Un’altra critica abbastanza incredibile è che la Meloni, dato questo scontro con Trump, avrebbe perso il suo peso specifico in Europa in quanto prima pensavano che lei rappresentasse un ponte e ora che il ponte sia crollato. Bastava sfogliare Repubblica ieri per leggere, nell’editoriale di Francesco Bei, accuse di «camaleontismo politico» che avrebbero condannato il presidente del Consiglio italiano all’«irrilevanza». Qui, evidentemente, più che un ragionamento è una sessione di lotta greco-romana del cervello di costoro col cervello degli stessi e questo per due motivi: il primo è che fino all’altro ieri avevano sempre sostenuto che i rapporti non avrebbe dovuto tenerli la Meloni personalmente ma l’Europa nel suo complesso, cosa che l’Europa non ha mai fatto; il secondo è che sostenevano che la Meloni avrebbe dovuto tenere la schiena dritta di fronte a Trump e ora che ha drizzato la schiena, fino addirittura a piegarla indietro col rischio di una scogliosi imminente, allora ha perso peso in Europa. Capite che siamo allo stravolgimento e al contorcimento mentale che al confronto un contorsionista professionista potremmo definirlo caratterizzato dal rigor mortis?
È pur vero che la sconfitta al referendum ha rinvigorito il campo largo e quindi, complice anche la primavera, sono rifioriti i vari partiti che albergano in tale campo sentendo odore di poltrone in vista delle elezioni politiche del prossimo anno. Ma è noto che ci sono fiori che possono essere mangiati dagli uomini e questo è proprio il caso del campo largo dove i leader mangiano i fiori altrui avendo idee diverse e inconciliabili tra di loro; tra questi fiori eduli figura il fiore di zucca ma qui c’è proprio il problema: cosa risiede in queste zucche?
Badate che non me lo chiedo io, se lo chiedono i vari leader del campo largo l’uno dell’altro. Se questo è vero su molti temi non lo è di meno sulla politica estera: basti pensare che quando c’è stato da decidere sull’invio delle armi all’Ucraina, pur essendo tre le componenti fondamentali del campo largo, le più votate, hanno prodotto più del doppio di mozioni cioè sette. Immaginate il casino che sarebbe successo se fossero stati al governo: o, per non cadere, si sarebbero autoconvinti a forza delle tesi altrui oppure il governo sarebbe andato in crisi, ma questo è più difficile perché quando la natica di un politico si accomoda sulla poltrona poi risulta anche chimicamente difficile sollevarla dalla medesima. Come dicevano i contadini toscani di una volta: «Il campo ’un deve mai esse’ troppo largo sennò ’un vedi i confini e ti rubano i co’omeri».
Hanno diritto Marina Berlusconi e Pier Silvio Berlusconi di incontrare il segretario politico di Forza Italia, Antonio Tajani, per parlare di ciò che vogliono? Certamente e indiscutibilmente sì. Altrettanto possono incontrare il ministro degli Esteri e vicepresidente del Consiglio dei ministri per conferire con lui sui temi che desiderano.
Altra cosa, però, è incontrare riservatamente un segretario politico e un ministro, convocarlo nella sede di Mediaset per discutere di strategie politiche riguardanti il partito di Forza Italia, fondato dal padre dei due convocanti e tenuto in piedi economicamente, come noto anche ai sassi, grazie alle fideiussioni volute dal padre e confermate dai figli. Quando si fanno incontri di questo livello le modalità scelte, la convocazione e il luogo scelto, in questo caso la sede di un’azienda di comunicazione, hanno un valore altissimo di tipo simbolico che supera addirittura quello dei temi trattati.
È qui che casca l’asino. E questo asino si chiama opportunità. È, infatti, almeno inopportuno convocare il segretario di un partito, sia pure fondato dal padre, ma che deve godere di un’ampia autonomia politica e, soprattutto, è profondamente sbagliato convocare questo signore quando ricopre un incarico istituzionale così fondamentale come quello di ministro degli Esteri. Se questo è vero, ancora di più sbagliato è convocarlo in questo momento in cui il ruolo dei ministri degli Esteri di tutti i Paesi europei va assumendo ormai da tempo un’importanza centrale data la situazione geopolitica internazionale. Questa convocazione indebolisce Antonio Tajani, sia sul fronte interno del partito, sia all’interno della coalizione di centrodestra, ma, ciò che è peggio, lo indebolisce oggettivamente a livello internazionale. Non è un caso che la notizia sia rimbalzata un po’ ovunque.
A mio parere ha sbagliato chi ha convocato Tajani e ha sbagliato Tajani a farsi convocare. Queste cose si fanno riservatamente, molto riservatamente, con la consapevolezza che non è un bene che si sappia che questi incontri siano avvenuti. Si chiama, lo ripeto, opportunità politica. Tajani doveva pretendere e imporre la riservatezza dell’incontro. Non facendolo, ha fatto male a sé stesso e anche al suo ruolo. Anzi, ai ruoli che ricopre.
Le cronache raccontano che all’incontro fosse presente anche Gianni Letta, da sempre consigliere e partecipe attivo delle vicende della famiglia Berlusconi, politica compresa, e che evidentemente mantiene un ruolo di consigliere anche in questa fase di ricerca di un rinnovamento di Forza Italia e di un rilancio del partito. Inoltre, Letta è un libero cittadino, sposato e con figli ma con evidente vocazione cardinalizia. In altri tempi sarebbe stato davvero cardinale. Ma di fatto, se non di diritto, lo è già da tempo. Attenzione: cardinale silente e potente. Secreto. Ma le cronache ci dicono anche che era presente il dottor Danilo Pellegrino, amministratore delegato di Fininvest, la cassaforte di famiglia. Mi dicono essere persona molto competente oltreché perbene e dal tratto gentile. E di questo non dubito.
Mi chiedo quale potesse essere il ruolo del dottor Pellegrino in questa riunione. Non risultandomi che sia un esperto di politica nazionale o di geopolitica e occupandosi di soldi, la risposta sta nel suo ruolo. E anche qui non ci sarebbe nulla di strano se la cosa non fosse stata resa pubblica e se non si fosse volta nella sede di Mediaset a Cologno Monzese. La stessa sede dove io svolgo il mio lavoro di giornalista e conduttore. È inutile chiamare a condurre trasmissioni colleghi legittimamente di orientamento politico di centrosinistra, validi professionisti come Tommaso Labate e Bianca Berlinguer, per rendere più pluralista l’offerta di approfondimento politico di Mediaset, e poi convocare a Mediaset il capo di un partito che si sostiene di fatto grazie alla generosità della famiglia. Sono evidentemente fatti contraddittori tra di loro. Bona intentio contra factum. Scrivo queste cose perché, avendo dato un piccolo contributo alla nascita di questo partito, mi spiace assistere a queste scelte che butteranno discredito sul medesimo ben oltre le mie opinioni.
Nelle redazioni dei miei programmi, due gruppi di lavoro eccellenti, la maggioranza non vota centrodestra né Forza Italia. Ma vota ogni giorno Mediaset con impegno, competenza e professionalità e anche spirito di sacrificio a favore di un conduttore un po’ anarchico, ma non di sinistra. In molti mi hanno chiesto: «E ora cosa succede? Godremo della stessa autonomia della quale abbiamo goduto fino ad ora?». Ho risposto di sì perché col padre prima e col figlio dopo ho sempre lavorato senza interferenze politiche e tutti i partiti, per loro esplicito riconoscimento, vi partecipano volentieri, a partire dai leader.
Io debbo moltissimo alla famiglia Berlusconi da quando, nel lontano 1988, fui assunto da Fedele Confalonieri, dal quale ho imparato molto. Lo stesso avvenne poi con Silvio Berlusconi quando, io giovanissimo, mi incaricò di scrivere in totale autonomia, il primo programma politico. Poi ho avuto la fiducia di Pier Silvio che mi ha confermato fiducia e autonomia. Poi con Marina che mi ha tributato il grande onore di scegliermi per scrivere il libro su suo padre. Dunque scrivo queste cose per amicizia e non per astio che non mi appartiene in generale, figuriamoci in questo caso. Il mio articolo è un atto di amicizia perché agli amici di deve dire sempre la verità di quello che si pensa. Magari sbagliando, ma con sincerità e trasparenza.
Si vuole dare una mano a Forza Italia? Si facciano i congressi. Si lasci che cammini da sola. Si diano consigli, spunti e riflessioni. Si usi la Fondazione Berlusconi, in questo momento di inconsistenza mondiale del pensiero politico, economico e geopolitico. Si prendano i migliori cervelli e si elabori un piano di rinascita del Paese e gli spunti per un nuovo ordine mondiale ormai inesistente. Si elaborino riforme serie e profonde, a partire da quella fiscale.
Questo sarà utile a tutta la politica italiana e internazionale. Più si vuole incidere nel concreto, più le idee e la elaborazione che le crea si rende indispensabile. Piedi per terra e intelligenze che spaziano nel cielo delle idee. Tutto il resto è teatrino.
Il conduttore di Porta a porta si chiama Bruno, come il fondatore dell’Ordine certosino e, generalmente, ha la «pazienza certosina», ma si chiama anche Vespa e, due sere fa, ha tirato fuori le «spine acuminate genitali» (vedi uno studio della Kobe University giapponese che dimostra che non solo le vespe femmine possono difendersi con pungiglione del quale sono dotate) per difendersi dall’aggressore, un parlamentare del Pd, Peppe Provenzano.
Questa non è una difesa d’ufficio di Bruno Vespa, che non ne ha bisogno, ma una presa di posizione contro chi detesta una tv che faccia parlare tutti. Oggi non va più di moda. E che sono tutti Gesù Cristo, «o con me i contro di me»? Datevi una calmata. Prendete dello Xanax magari associato con del Guttalax: a volte, in alcuni soggetti, gli organi interessati dai due farmaci sono collegati.
Come sintetizza bene l’Ansa, «lo scontro è avvenuto durante uno scambio tra Provenzano e Lucio Malan, capogruppo di Fdi al Senato. «Prima ha parlato, adesso lasci parlare», è intervenuto Vespa rivolgendosi a Provenzano. «Stavamo interloquendo dottor Vespa, è legittimo, siamo in uno studio democratico», la risposta dell’esponente Pd. Il conduttore, indicando la sua poltrona, ha chiesto allora a Provenzano: «Vuole venire al posto mio». E il responsabile esteri del Partito democratico ha replicato: «Ci mancherebbe, non lo farei mai. Forse dovrebbe sedersi da quella parte», ha aggiunto, indicando lo spazio del centrodestra. A quel punto Vespa ha sbottato: «Questo non glielo consento, con quello che vedete in giro sulla par condicio, non glielo consento! Ha fatto una battuta, se la poteva risparmiare. Adesso stia zitto, lasci parlare gli altri per favore».
Expertus loquor, parlo per esperienza, se fai parlare tutti sforzandoti di essere imparziale - mi riferisco a una imparzialità numerica degli ospiti tra maggioranza e opposizione - non sempre vieni ripagato di questo. È successo anche a me con un rappresentante del Pd al quale, in un momento della trasmissione un po’ acceso, dissi: «È dura fare politica. Ma, mi creda, anche fare televisione». Mi rispose una cosa del tipo: «Soprattutto per lei che fa entrambe le cose», volendo riferirsi alla mia mancanza di imparzialità. Io non mi chiamo Vespa e non pungo, ma iniziarono a girarmi due componenti del mio apparato genitale e gli risposi come Bruno: «Questo non glielo consento». Molto infastidito perché costui aveva detto il falso. A meno che un conduttore non debba avere le sue opinioni e debba mimare una paralisi facciale da par condicio non assumendo posture o atteggiamenti che le facciano trasparire.
Propongo di far condurre le trasmissioni ai robot frutto dell’Intelligenza artificiale per evitare tutto ciò e farli programmare dalla commissione parlamentare di Vigilanza.
La quale commissione, o meglio la sua componente piddina, puntualmente ha chiesto alla Rai di prendere le distanze da Vespa finendo per suscitare un vero e proprio vespaio sul nulla.
Ma che cazzo (questo termine Vespa, essendo un cardinale della tv non lo userebbe, ma io, essendo un prevosto, posso farlo, anche in onda) avrebbe dovuto fare Vespa? Lasciarsi insultare - perché di insulto alla sua professionalità si tratta - dal deputato Provenzano e non lasciare finire di parlare l’altro senatore di Fratelli d’Italia, Malan, peraltro persona dai modi molto garbati? E se fosse successo a parti inverse, come è successo altre volte in quella trasmissione, nella quale Vespa ha richiamato esponenti della maggioranza, i rappresentanti del Pd avrebbero chiesto ugualmente di censurare Vespa da parte della Rai? Basti ricordare l’epico scontro tra Matteo Renzi, nella stessa trasmissione, e Giorgia Meloni sulla legge elettorale, nella quale l’attuale premier fu ripreso da Vespa stesso con toni accesi e perentori.
Ma di tutti i talk legittimamente a senso unico il Pd non ha nulla da dire? Dico legittimamente perché se non sei servizio pubblico puoi fare le scelte editoriali che vuoi, per carità, ma non è che devi leccare la mano che ti accarezza e mordere quella che non ti accarezza ma ti fa parlare. E tenta di farlo con professionalità, pur non riuscendoci sempre. Chi è senza peccato, scagli il primo televisore.
Ma che «toni sproporzionati e inaccettabili» (vedi cominciato componente piddina della commissione) avrà mai usato? «La prego», «Non le consento»? E chi è Provenzano, un re? Si tratta forse di un delitto di lesa maestà? Qui se c’è qualcosa di leso mi pare che sia la ragionevolezza.
Scriveva il grande Mark Twain che «È meglio tenere la bocca chiusa e lasciare che le persone pensino che sei uno sciocco piuttosto che aprirla e togliere ogni dubbio». Ecco, se l’altra sera in quello studio, qualcuno avesse taciuto, non sarebbe incorso nel rischio paventato da Twain.
Semper idem, sempre la stessa cosa, diceva Cicerone. Sempre la solita minestrina riscaldata, diciamo noi. O sei uno schierato (dalla loro parte) o non sei imparziale. Sarebbe come dire: o sei di parte o non sei imparziale. O sei becco o sei bastonato. O la pensi come me o non pensi proprio.
Lettura estiva consigliata: Trattato sulla tolleranza di tale Voltaire. Ne esistono anche versioni semplificate con mappe concettuali e riassunti.





