Cosa c’è nella testa dei giocatori di calcio della Nazionale del nostro Paese?
Non è una domanda relativa alle loro capacità intellettive, delle quali ci interessa praticamente zero, essendo che, semmai, quel che ci interessa è che riescano a buttare la palla nella porta degli avversari e a difendere la propria. La domanda è relativa al fatto se costoro abbiano no la coscienza di essere dei privilegiati e di appartenere alla nazione italiana, cittadini come tutti gli altri.
Risulta infatti che i calciatori avessero chiesto un premio di 10.000 euro a testa, circa 300.000 euro in totale, come premio in caso di vittoria nella partita contro la Bosnia e la qualificazione al Mondiale, dove invece hanno vergognosamente e incredibilmente perso, portando l’Italia per la terza volta consecutiva fuori dal Mondiale stesso.
Allora capite che la domanda non è più se capiscano qualcosa o non capiscano niente, ma se abbiano una coscienza civile minima o non sappia neanche di cosa si parli. Meglio lasciar perdere questioni di tipo etico e morale, perché, evidentemente, sarebbe chiedere troppo a dei personaggetti anche un po’ squallidi e privi del minimo senso della decenza.
Tutti questi, esagerando, chiamiamoli «signori», va ricordato che oltre a guadagnare già stipendi altissimi nelle squadre in cui giocano il campionato italiano, sono anche ampiamente retribuiti per la loro partecipazione alla Nazionale stessa. È gente che guadagna molto bene e sulle quali paghe avremmo molto da dire. Ma lasciamo perdere, il mondo da qualche anno va ormai così. La colpa, eventualmente, non è attribuibile a loro che prendono quei soldi (nel caso della Nazionale, soldi pubblici), ma semmai di chi glieli dà, in un sistema che facciamo fatica a capire.
Evidentemente, per loro, 10.000 euro equivalgono ad un caffè per un operaio. Avevano proprio bisogno di quei 10.000 euro? Ma che comportamento è?
Per cui, va bene aver mandato via Gravina, presidente Figc, e Gattuso, ct della Nazionale, ma bisognerebbe anche cambiare la testa dei giocatori che - se fosse confermato lo scoop di Repubblica e fino ad ora da nessuno smentito - si tratta di qualcosa ormai lontano anni luce dai valori in generale dello sport e del calcio in particolare calcio.
Ma dove vive questa gente? Su quale pianeta hanno la loro residenza? Sul pianeta Terra e in Italia o in un luogo non precisato ma dai contorni irreali, una sorta di paese dei balocchi dove i balocchi sono loro stessi?
Ci poniamo questa domanda, perché, nel caso in cui vivano in Italia, e comunque su questa Terra, se ogni tanto si prendono la briga di informarsi sulla nostra situazione, sulle guerre in corso, sul periodo di vacche magre per la maggior parte degli italiani a causa delle crisi energetiche e degli stipendi inadeguati che prendono nella maggior parte dei casi, ebbene se vivono qui allora è certo che non sono sfiorati neanche dal senso di vergogna che dovrebbe attanagliargli la coscienza, chiedendo un premio ulteriore in denaro, quello stesso denaro che scarseggia ormai per molti milioni di italiani. Non è certo questione di fare del moralismo a buon mercato. Ma una cosa è il moralismo e altra cosa, ben diversa, e che ci fa incazzare assai, è il non rendersi conto dell’inopportunità totale del gesto che hanno compiuto formulando quella richiesta, a nostro avviso indegna, e simbolo della totale incoscienza della situazione che ci circonda, sia da un punto di vista internazionale, sia da un punto di vista economico. La situazione di coloro che tifano per la Nazionale con sincero spirito patriottico e che sono stati delusi per l’ennesima volta da questi personaggi viziati e privi di alcun senso della realtà che li circonda.
Ma si rendono conto o no che già dovrebbero essere onorati, lusingati, orgogliosi e sentire nel profondo la responsabilità umana e civile di indossare la maglia azzurra?
Se uno chiede 10.000 euro in più per fare quello per il quale è già abbondantemente pagato, con quale testa, con quali sentimenti, con quale impegno sincero, forte, responsabile scenderà in campo a rappresentare la nazione e cioè tutti i cittadini, tifosi o meno, che versano le tasse anche per pagare loro e tutta l’organizzazione calcistica?
Ma che razza di comportamento è?
Roba della quale vergognarsi, ma per vergognarsi occorre disporre di una coscienza e di una coscienza che si è in grado di valutare i propri comportamenti non solo in relazione dei valori, ma soprattutto in relazione alle circostanze nelle quali le nostre decisioni vengono assunte.
Ma che schifo è? Poi ci meravigliamo che nelle partitelle domenicali i genitori dei giocatori, magari adolescenti o ancora bambini, se accapiglino come animali contro l’arbitro o contro i tifosi della squadra avversa. Il pesce puzza dalla testa e in questo caso l’odore insopportabile.
Il sottoscritto, di calcio, non capisce una mazza. Ho solo due convinzioni: tifo per la Lucchese per questioni di riconoscenza civica verso la città dove sono nato, tifo contro la squadra del Pisa per motivi di rivalità storica ben fondati e per motivi di natura gastroenterica con effetti lassativi non riferibili sulle colonne di un quotidiano di tutto rispetto come questo.
Detto ciò so, invece, qualcosa sui temi della concorrenza economica e sul fatto che essa vada applicata anche in campo pubblico quando si vende, appunto, un bene pubblico, tipo lo Stadio di San Siro di proprietà del Comune. Non sono interessato a riportare qui tutte le osservazioni fatte in materia dalla Procura di Milano e dalla Corte dei Conti ben riassunte ieri su queste colonne da Alessandro Da Rold ma, indipendentemente da esse, sarebbe stato un gioco da ragazzi capire che, aprendo le porte alla vendita riservata ai due Club milanesi Milan e Inter, si sarebbe andati contro l’obbligo che impone la vendita di un bene comunale attraverso una procedura come un’asta o un bando in cerca del miglior offerente.
Tutto questo va fatto garantendo due principi fondamentali: la trasparenza e la concorrenza. La trasparenza perché devono essere evitate intese - chiamiamole con termine non tecnico - «sottobanco» che, in questo modo, possono favorire quelli che sono a conoscenza della cosa e sfavorire chi non ne è a conoscenza per mancanza di trasparenza e conseguente opacità; la concorrenza perché risulta ovvio che vendendo un bene pubblico, cioè di tutti, si debba ottenere il massimo vantaggio economico che, in qualche modo, si riversa poi sulla comunità civica nel suo insieme. Per completezza di informazione, bisogna ricordare che sono possibili altre due forme di vendita: una è quella della licitazione privata, cioè una sorta di procedura di concorrenza ristretta, e l’altra è quella della trattativa privata o diretta con gli interessati all’acquisto ma, generalmente, avviene per importi molto limitati o situazioni particolari nelle quali non rientra la vendita di uno stadio. Detto questo, la via maestra è quella dell’asta pubblica. Punto.
Sallusti dice: ma a chi doveva proporla il Comune la vendita di uno stadio, che tra l’altro viene demolito per essere ricostruito in un’altra zona, se non al Milan e all’Inter? Risposta: e se ci fosse stato un acquirente interessato, mettiamo un americano, un cinese, un australiano, un cittadino del Lussemburgo, un miliardario italiano con residenza finta a Rocca Cannuccia di Sopra disposto a corrispondere cifre ben superiori a quelle che i due club milanesi, ormai, sono disposte a versare? E se si fosse fatto un bando dove si fosse previsto un uso esclusivo calcistico di Inter e Milan, la possibilità per il Comune di ospitare concerti, una serie di clausole favorevoli ai due Club e al Comune stesso, naturalmente con una convenienza economica da parte dell’acquirente consistente, come esiste ormai al mondo per molti stadi, di creare attorno allo stadio stesso attività commerciali di vario tipo e di utilizzo profittevole di spazi annessi e connessi allo stadio? Non si poteva fare questa asta pubblica internazionale? Tra l’altro corredata, oltre che di un’offerta economica, di una utilizzazione mista dell’immobile e di un progetto architettonico da valutare congiuntamente all’offerta economica in modo tale da guadagnare un bel po’ di soldi e non dare licenza di edificare un obbrobrio architettonico?
Come ho detto più sopra lasciamo perdere per un attimo le questioni giuridiche legate alla Procura e alla Corte dei Conti e facciamo solo un ragionamento legato a considerazioni di economia pubblica, diritto degli appalti, scienza delle finanze, diritto amministrativo, diritto alla concorrenza e chi più ne ha più ne metta, come quello che ho tentato di fare in queste poche riflessioni. Ovvio, scontato, fuori discussione, lapalissiano, pacifico, intuitivo anche per la mente di un cretino, financo logico per un idiota che in tutto questo dovessero essere tutelate le squadre dell’Inter e del Milan. Ma tutto andava fatto attraverso, non un bando, ma due bandi. Il primo di essi, constatato che si parla di questa storia dal 2019, anno nel quale lo Stadio Meazza fu inserito, il 28 di marzo di quell’anno, nel Piano delle alienazioni comunali, ebbene, il primo bando avrebbe dovuto chiamarsi «Bando alle ciance». Il secondo, e ciò sarebbe dovuto consistere in ciò che abbiamo detto sopra, Bando o Appalto pubblico.
Con questo articolo inizia e finisce la mia carriera di giornalista che si occupa di affari sportivi. Mi ha promesso direttamente Belpietro che non mi chiederà mai più nulla di ciò che concerne lo sport in generale e in particolare. Amen.
Paolo Del Debbio analizza le dinamiche nel centrodestra alla luce della sconfitta al referendum sulla riforma della magistratura, tra le dimissioni di ministri e sottosegretari e l'addio di Maurizio Gasparri al ruolo di capogruppo in Forza Italia.





