- Il governo pone la questione di fiducia sul decreto che invia nuove armi all’Ucraina. I tre deputati su cui può contare il generale non hanno ancora detto come voteranno. Solo una cosa è certa: la sinistra si dividerà.
- Per accelerare l’ingresso di Kiev, Bruxelles valuta l’ipotesi dell’«allargamento inverso» e studia le mosse per superare l’opposizione ungherese. Sullo sfondo il ruolo di Washington e i contatti diplomatici tra Europa, Russia e Stati Uniti.
Lo speciale contiene due articoli.
Sul decreto per inviare nuovi aiuti militari all’Ucraina il governo pone, per la prima volta, la fiducia. Il motivo? Capire fino a che punto è disposto a spingersi Futuro nazionale, il partito del generale Roberto Vannacci, contrario all’invio a Kiev di nuove armi, che annovera tra le sue fila tre deputati: Edoardo Ziello e Rossano Sasso, fuoriusciti dalla Lega, e Emanuele Pozzolo, ex Fdi. L’annuncio della questione di fiducia è stato dato ieri mattina a Montecitorio dal ministro della Difesa Guido Crosetto: «La questione di fiducia», ha detto Crosetto, «obbliga tutti i rappresentanti della maggioranza a dire, su un tema politico così rilevante, che continuano ad appoggiare il governo. È un atto che dà ancora più forza. Non è un modo per scappare da una crisi interna». La chiama per il voto di fiducia è in programma oggi a partire dalle 13 e 30, le dichiarazioni di voto inizieranno alle 11 e 50. La tesi dell’opposizione, e pure di Fn, è che la questione di fiducia serva a evitare la discussione degli emendamenti che chiedono lo stop agli aiuti militari a Kiev presentati dagli stessi vannacciani, dal M5s e da Avs, ma è una tesi che non convince più di tanto: mentre infatti pentastellati e sinistra voteranno tranquillamente contro la fiducia, adesso sono i tre moschettieri del generale a dover decidere cosa fare: astenersi o votare contro, infatti, significa uscire dalla maggioranza, e a quel punto chi sa se mai più potranno essere accolti nel centrodestra. Non a caso, prendono tempo: «Cosa voteremo domani (oggi, ndr) in Aula? È oggetto di decisione del nostro capo, il generale Vannacci, che ho avuto modo di sentire e che mi ha confermato che sarà lui sostanzialmente a darci una indicazione prima della chiama nominale». «Siamo in una fase di valutazione tra la nostra componente parlamentare e il presidente del partito, Vannacci», conferma Rossano Sasso, «e domani (oggi, ndr), prima di arrivare in Aula per la famosa chiama, ve lo faremo sapere».
Vi faremo sapere: le acrobazie dialettiche dei neo futuristi nazionalisti stridono un po’ coi modi spicci e franchi di Vannacci, ma l’effetto sorpresa può anche essere un modo per conquistare le prime pagine dei giornali di oggi. In termini numerici, se i tre dovessero uscire dalla maggioranza, i problemi per il centrodestra ci sarebbero ma non gravissimi; dal punto di vista politico, però, si sancirebbe quella spaccatura a destra che è stata un po’ l’incubo nascosto della coalizione di governo, perché Futuro nazionale, con le mani libere, potrebbe intercettare un po’ di elettori delusi dalla postura totalmente filo Ucraina e assai filo Ue del governo guidato da Giorgia Meloni. Vannacci però sa bene che il prezzo da pagare per la rottura sarebbe alto: a quel punto soprattutto la Lega, bersaglio degli attacchi di Fn, avrebbe tutte le ragioni per mettere il veto a qualsiasi futura alleanza con gli scissionisti, che ieri, attorniati da tante telecamere come non era loro mai accaduto, hanno srotolato pure il canonico striscione: «Stop soldi per Zelensky, più sicurezza per gli italiani». C’è anche qualche osservatore assai fantasioso che ipotizza che la nascita di Fn serva invece a tenere gli scontenti di destra nell’alveo di un partito che sarà comunque nel centrodestra alle prossime politiche del 2027: scenario totalmente da escludere se non fossimo in Italia, Paese dei dietrofront politici per antonomasia. «Noi siamo interlocutori del centrodestra», argomenta un assai cauto Sasso, «e faremo di tutto per non far vincere Schlein, Fratoianni e Conte».
«Cosa faranno i deputati di Vannacci? Non lo so, dai frutti li riconosceremo, come dice il Vangelo», risponde a precisa domanda Crosetto, citando l’apostolo Matteo. La parabola in questione recita così: «Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci». Pecore o lupi rapaci, i vannacciani? Oggi sapremo. Ciò che invece già sappiamo è che a sinistra c’è poco da gioire per le tensioni nella maggioranza: in politica estera, come noto e sancito ancora una volta dagli emendamenti presentati, M5s e Avs sono contrari all’invio di altre armi in Ucraina, mentre il Pd è favorevole. Come di consueto, a spargere sale sulle ferite dem è la vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno, ormai leader di fatto dell’opposizione interna alla segretaria Elly Schlein: «M5s, Avs e i deputati di Futuro nazionale», scrive la Picierno sui social, «hanno presentato una serie di emendamenti per cancellare la proroga dell’invio di aiuti militari all’Ucraina. L’ennesima pagina vergognosa e preoccupante per il nostro Paese. Possibile che un pezzo del campo largo abbia le stesse posizioni di Vannacci?». È evidente che l’ala picierniana del partito si prepara a rinnovare il veto del 2022 a un’alleanza col M5s. I titoli dei giornali di oggi saranno sulla spaccatura nel centrodestra, ma la voragine che divide il campo avversario è assai più pericolosa.
Ucraina nell’Ue, Bruxelles cerca scorciatoie per aggirare i veti
Bruxelles sta cercando degli escamotage per far sì che l’Ucraina aderisca all’Unione europea già il prossimo anno, pur senza aver completato le riforme necessarie.
Nella convinzione che la procedura accelerata sia urgente, alcuni funzionari e diplomatici europei hanno rivelato a Politico che una delle opzioni sul tavolo è il cosiddetto «allargamento inverso»: prima si aderisce e successivamente si inseriscono man mano gli obblighi e i diritti. A parlare di questo modello inedito lo scorso venerdì, secondo un diplomatico, sarebbe stata la stessa presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen.
Questa mossa senza precedenti prenderebbe in considerazione alcune fasi. Da una parte, l’attenzione di Bruxelles è rivolta alla preparazione dell’Ucraina e quindi al lavoro che deve svolgere sui cluster negoziali. Dall’altra parte, si starebbero discutendo le modalità con cui rendere più snello il procedimento di adesione all’Ue e quindi la nuova idea dell’«allargamento inverso». Ma con l’opposizione del premier ungherese, Viktor Orbán, all’adesione di Kiev, il piano di Bruxelles includerebbe le opzioni con cui aggirare il suo veto, analizzando diversi scenari. Gli occhi dell’Ue sono infatti puntati sulle prossime elezioni in Ungheria, che si terranno ad aprile: se Orbán dovesse perderle, la speranza è che il suo rivale, il leader del partito di opposizione Tisza, Peter Magyar, abbia un atteggiamento diverso. Ma qualora Orbán venisse confermato premier, il piano B di Bruxelles si appoggerebbe sul presidente americano, Donald Trump: visto che l’adesione dell’Ucraina è inclusa nei 20 punti del piano di pace, l’aspettativa è che il tycoon eserciti il suo ascendente sul leader ungherese, facendogli cambiare idea. E se anche quest’opzione dovesse fallire, l’ultima spiaggia di Bruxelles si chiama articolo 7 del Trattato Ue: è lo strumento con cui si sospendono i diritti di uno Stato membro, incluso quello di voto.
Di certo le visioni di Bruxelles non intralciano l’appoggio di Washington a Orbán, anche in vista delle elezioni: nei prossimi giorni il segretario di Stato americano, Marco Rubio, sarà proprio in Ungheria per «rafforzare gli interessi bilaterali e regionali comuni».
Non è invece ancora chiaro quando si terranno i prossimi trilaterali tra gli Stati Uniti, la Russia e l’Ucraina. Secondo il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, il prossimo round di colloqui si svolgerà a breve, ma «non ci sono ancora date specifiche». Che ci sia «ancora molta strada da fare» per arrivare a un accordo ne è convinto il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov. In un’intervista rilasciata a Ntv, ha infatti sottolineato: «Non dobbiamo lasciarci andare a una percezione entusiastica di ciò che sta accadendo, cioè che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, abbia messo in riga gli europei e Volodymyr Zelensky pretendendo che obbediscano». Tra l’altro, il viceministro della diplomazia russa, Alexander Grushko, ha ricordato che l’accordo di pace, oltre a dover «tenere conto degli interessi di sicurezza dell’Ucraina», deve anche garantire quelli «della Russia».
Nel frattempo prosegue l’attività del presidente francese, Emmanuel Macron, per aprire un canale di comunicazione con Mosca, senza «delegare» Washington, visto che «la Russia si trova alle nostre porte». Sempre specificando che lo zar russo Vladimir Putin «non vuole la pace», Macron ha dichiarato che il dialogo con Putin deve essere «ben organizzato con gli europei», ma deve anche avvenire senza «troppi interlocutori, con un mandato preciso e una rappresentanza semplice». Dall’altra parte il Cremlino, tramite Peskov, ha confermato che ci sono stati dei primi «contatti» con Parigi e che «ciò, se desiderato e necessario, aiuterà a stabilire rapidamente un dialogo al massimo livello».
All’indomani dei colloqui trilaterali di Abu Dhabi, definiti dal Cremlino «costruttivi e complessi», un attentato contro il numero due dei servizi di intelligence militare russa ha rischiato di incrinare l’attività diplomatica.
Ieri mattina, in un condominio di Mosca, il generale russo Vladimir Alekseyev è stato ferito gravemente da diversi colpi di arma da fuoco. A ricostruire la dinamica è stato il quotidiano Kommersant: l’aggressore, prima di scappare, ha sparato sulle scale del palazzo, colpendo il braccio, il piede e il petto di Alekseyev. Sull’attentato sono al lavoro «le agenzie di intelligence», ha riferito il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. Ma, sebbene l’identità dell’aggressore non sia ancora nota, i primi sospetti sono ricaduti su Kiev. Ad accusare esplicitamente l’Ucraina è stato il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov: «Questo atto ancora una volta ha confermato la determinazione del regime di Zelensky nel provocare continuamente per far saltare il processo negoziale». Però, nonostante le accuse, Peskov ha confermato che a breve si svolgeranno altri negoziati sulla pace in Ucraina.
Quel che è certo è che Alekseyev ha svolto un ruolo di primo piano nei servizi di intelligence su diversi fronti. Il generale di 64 anni, premiato dal presidente russo, Vladimir Putin, con il titolo di Eroe della Federazione russa, è uno degli ufficiali di alto rango che ha condiviso con lo zar le informazioni di intelligence per l’invasione dell’Ucraina nel 2022. Tra l’altro, nell’estate del 2023, ha negoziato con Yevgeny Prigozhin durante l’ammutinamento del gruppo Wagner. Il generale è anche finito nel mirino delle sanzioni degli Stati Uniti e dell’Ue: nel primo caso per la presunta interferenza russa nelle elezioni presidenziali americane del 2016, nel secondo per l’avvelenamento nel 2018 a Salisbury dell’ex agente russo, Sergei Skripal. Pur non rivendicando l’attacco, il comandante del reggimento ucraino Azov, Denys Prokopenko, ha scritto che, nel caso in cui Alekseyev sopravvivesse, «non dormirebbe sonni tranquilli». Stando a quanto reso noto da Prokopenko, nel maggio del 2022 il generale russo avrebbe rappresentato Mosca nei colloqui a Mariupol durante il ritiro dei militari ucraini dall’acciaieria Azovstal. E «la tortura regolare dei combattenti catturati dell’Azov» sono la prova di quanto Alekseyev avesse infranto la promessa di rispettare la Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra.
Contro la Russia è intanto in arrivo il ventesimo pacchetto di sanzioni dell’Ue. E per la ventesima volta, il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, è convinta che le misure funzioneranno. Visto che «questo è l’unico linguaggio che la Russia capisce», von der Leyen ha annunciato che la Commissione «sta proponendo un nuovo pacchetto di sanzioni» che «riguarda energia, servizi finanziari e commercio». Per quanto riguarda il settore energetico, ha comunicato che sarà introdotto «un divieto totale dei servizi marittimi per il petrolio greggio russo». Tra i bersagli di Bruxelles anche «20 banche russe», «una serie di raffinerie in Russia colpite dai raid ucraini, per impedire il coinvolgimento di operatori dell’Ue nelle loro riparazioni» e «altre società coinvolte nella prospezione, nella trivellazione e nel trasporto di petrolio». L’alto rappresentante dell’Ue, Kaja Kallas, pure lei certa che «le sanzioni danneggiano gravemente l’economia russa», visto che Mosca «non è invincibile» e «sta perdendo terreno», ha dichiarato che verrà proposto «di attivare il nostro strumento anti-elusione verso un Paese per impedire che prodotti sensibili raggiungano la Russia».
Ma mentre i vertici di Bruxelles continuano la stretta su Mosca, sempre più Paesi mirano invece ad aprire un canale di comunicazione con il Cremlino. A incassare il colpo è l’Ue: la portavoce della Commissione, Paula Pinho, ha ammesso: «Stiamo effettivamente assistendo a un cambiamento nella posizione di alcuni Stati membri». Il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, seppur contrario ad aprire «canali per colloqui paralleli» visto che i negoziati di Abu Dhabi restano centrali, ha comunque dichiarato: «Noi siamo sempre pronti ad avere dei colloqui con la Russia». Lo stesso Lavrov ha rivelato che Mosca è in contatto «segreto» con alcuni leader europei, la cui posizione però non differisce da quanto dichiarano pubblicamente. Ha poi bollato i tentativi del presidente francese, Emmanuel Macron, di dialogare con Putin come «una diplomazia patetica», visto che non ha mai telefonato allo zar.
Chi cerca un accordo con Mosca è Washington, nell’ambito della non proliferazione nucleare. Dopo la scadenza del trattato New Start sia la Russia sia gli Stati Uniti sono decisi ad aprire nuovi colloqui in merito. Il sottosegretario di Stato americano per il controllo degli armamenti, Thomas DiNanno, sostiene però la necessità che «al tavolo dei negoziati» si unisca anche la Cina, visto che «l’arsenale nucleare cinese non ha limiti». Dall’altra parte, per la Russia, nelle trattative devono essere coinvolti anche il Regno Unito e la Francia.
Mentre è in corso la tregua per il gelo, un esteso blackout ha colpito l’Ucraina e la Moldavia. Il leader di Kiev, Volodymyr Zelensky, ha però attribuito la colpa a un guasto nel sistema elettrico, escludendo per ora l’ipotesi di un cyberattacco. L’interruzione della rete elettrica, scattata alle 10.42 di ieri, ha coinvolto almeno cinque regioni ucraine, tra cui Kiev, Kharkiv e Vinnytsia. Nella capitale sono state sospese le forniture idriche e anche la metropolitana si è trovata costretta a fermare le proprie corse. Il presidente ucraino ha cercato di fare chiarezza già nella mattinata: «Il primo ministro, Yullia Svyrydenko, e il ministro dell’Energia, Denys Shmyhal, hanno riferito sulla situazione di emergenza nel sistema elettrico ucraino causata da problemi tecnici sulle linee di interconnessione tra la nostra rete e quella moldava.
Tutte le misure di risposta necessarie a livello del sistema energetico ucraino sono state attivate». Il malfunzionamento avrebbe infatti causato interruzioni simultanee su due linee elettriche ad alta tensione: una collega le reti di Moldavia e Romania, mentre l’altra mette in collegamento l’Ucraina centrale e occidentale.
A escludere esplicitamente un attacco cyber è stata una nota diffusa dal ministero della Trasformazione digitale: «L’emergenza nel sistema energetico non è stata causata da un attacco informatico». Dal primo pomeriggio, il sistema elettrico è stato parzialmente ripristinato, ma il sindaco di Kiev, Vitaliy Klitschko, a fine giornata, ha sottolineato che «3.419 grattacieli» sono rimasti «senza riscaldamento». Nella serata, Zelensky ha dichiarato: «Le cause sono in fase di indagine. Al momento non ci sono conferme di interferenze esterne o attacchi informatici. A causa delle condizioni meteorologiche, le linee si sono ghiacciate e si sono verificati spegnimenti automatici».
Il guasto a cascata in Moldavia ha coinvolto anche la capitale Chisinau, mettendo fuori uso alcuni semafori e mezzi pubblici. A intervenire in merito è stato il ministro dell’Energia della Moldavia, Dorin Junghietu: «A causa della perdita della corrente elettrica sul territorio dell’Ucraina, è scattato il sistema di protezione automatico».
E se la tregua riguarda solo le infrastrutture energetiche, Mosca ha preso di mira «oggetti delle infrastrutture di trasporto» utilizzate dalle forze armate ucraine. Dall’altra parte, Kiev, secondo Rbc Ukraine, ha colpito obiettivi militari russi nei territori occupati di Luhansk, Donetsk, Zaporizhzhia.
Sul fronte delle trattative, lo svolgimento del secondo round di negoziati ad Abu Dhabi previsto oggi resta un punto interrogativo. Dopo che il leader di Kiev non ha escluso il rinvio «a causa della situazione tra Stati Uniti e Iran», la Tass ha invece precisato che i colloqui non sono stati cancellati. Nel frattempo, l’inviato del Cremlino, Kirill Dmitriev, ha incontrato a Miami la delegazione americana composta dall’inviato Steve Witkoff, il genero di Donald Trump, Jared Kushner, il segretario al Tesoro, Scott Bessent e il consigliere della Casa Bianca, Josh Gruenbaum. Il primo a esprimersi sull’esito del meeting è stato Witkoff. Definendo il colloquio «produttivo e costruttivo», ha scritto su X: «Siamo incoraggiati da questo incontro, dal fatto che la Russia stia lavorando per garantire la pace in Ucraina». A confermare la riuscita positiva è stato anche Dmitriev: «Incontro costruttivo con la delegazione statunitense per la pace. Discussione produttiva anche sul gruppo di lavoro economico Usa-Russia».
Ma per il leader di Kiev è «indispensabile» l’incontro con il presidente russo, Vladimir Putin, per sciogliere il nodo dei territori. Egli, inoltre, confida nel vertice con gli Usa della prossima settimana. Dopo aver respinto il faccia a faccia a Mosca e aver invitato lo zar russo a Kiev, Zelensky ha affermato che «nessuno, tranne i leader, sarà in grado di risolvere» la questione territoriale. Durante un’intervista a una radio ceca ha infatti precisato: «Come minimo, dovremmo avere l’opportunità di mantenere i contatti con la Federazione russa, con il leader della Russia», altrimenti «le nostre squadre non saranno in grado di concordare sulle questioni territoriali».
Da Mosca arrivano intanto gesti di distensione verso l’Italia. In occasione a Roma del congresso di Democrazia sovrana popolare, è andata in onda un’intervista alla portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova: «Il nostro obiettivo è la pace anche con il popolo italiano. Agli italiani dico: se volete conoscere ciò che accade nel mondo, venite in Russia. Non è vero ciò che viene trasmesso nelle tv italiane».





