Mentre la nuova guida suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei, ha promesso che sarà vendicato «il sangue dei martiri», Israele ha confermato la scelta di chiudere i luoghi di culto. Il ministero degli Esteri israeliano, per spiegare i motivi della sospensione della «preghiera in tutti i luoghi sacri» e per far fronte alle proteste dei Paesi islamici visto il Ramadan in corso, ha pubblicato su X un video risalente al 28 febbraio che mostra l’impatto dei missili iraniani lanciati sulla Spianata delle Moschee.
Il filmato è accompagnato da una dichiarazione che illustra la posizione israeliana: «Il regime iraniano sta lanciando missili su Gerusalemme. Uno di questi ha colpito a poche centinaia di metri dalla Città Vecchia, dal Muro Occidentale, dalla moschea di Al-Aqsa e dalla chiesa del Santo Sepolcro». E la priorità è proteggere «le vite umane e la sicurezza dei fedeli».
Oltre ai siti religiosi, la rappresaglia di Teheran, a detta dell’esercito iraniano, ha preso ieri di mira «le basi aeree di Palmachim e Ovda» e «il quartiere generale dello Shin Bet», ovvero l’agenzia per la sicurezza interna di Israele.
E man mano che proseguono gli attacchi si rafforza anche il sodalizio bellico tra Hezbollah e il regime iraniano. Nella notte di mercoledì, i pasdaran hanno annunciato di aver avviato poche ore prima contro Israele «un’operazione congiunta e integrata» con missili e droni insieme al gruppo terroristico libanese. A confermarlo è stato anche il portavoce dell’esercito israeliano, Nadav Shoshani: «Hezbollah ha programmato un attacco simultaneo con l’Iran lanciando razzi e droni contro città e comunità in tutto Israele». Nel raid, nello stesso momento, Hezbollah ha lanciato «200 razzi e circa 20 droni», mentre Teheran «ha lanciato missili balistici». L’attacco è diventato «il più grande bombardamento di Hezbollah» dall’inizio degli scontri, bersagliando il Nord del Paese per almeno cinque ore.
In diverse dichiarazioni, i terroristi, che si dicono pronti «a una guerra lunga», hanno comunicato di aver colpito, a Nord della città di Safed, il quartier generale del Comando settentrionale dell’esercito israeliano e la base militare di Ein Zeitim, mentre nel Nord-Est di Haifa hanno preso di mira gli insediamenti di Kiryat Shmona e Nahariya, la base di Misgav e la compagnia militare Yodivat. Hanno aggiunto che i missili sono piombati anche sulle basi di Amiad e di Samson. Peraltro, il capo dell’esercito israeliano, Eyal Zamir, si è scusato pubblicamente con la popolazione per non aver comunicato in anticipo il raid di Hezbollah nella notte: «Ieri sera (mercoledì sera, ndr), si è diffusa nell’opinione pubblica una sensazione di mancanza di chiarezza riguardo alle linee guida difensive. Se c’è stato un errore, e il mio punto di partenza è che c’è stato, io, come capo di stato maggiore sono responsabile di tutto». Anche se i vettori nemici sono stati intercettati, sono stati segnalati alcuni impatti, con le sirene che sono scattate più volte in diverse città, tra cui Gerusalemme, Tel Aviv, Haifa, Eilat.
E nonostante Mojtaba Khamenei abbia dichiarato che Teheran continua a «credere nella necessità dell’amicizia con i suoi vicini», proseguono a tappeto gli attacchi iraniani contro i Paesi del Golfo. Negli Emirati Arabi Uniti sono stati intercettati 10 missili e 26 droni. E un velivolo senza pilota ha colpito un edificio nel quartiere Creek Harbour di Dubai, scatenando un incendio. Il regime si è giustificato sostenendo che è stata bersagliata «una delle torri di Dubai che fungeva da nascondiglio per i soldati americani». Altre esplosioni sono state sentite sempre nel centro della città emiratina, mentre le forze iraniane hanno comunicato di aver colpito «il luogo di raduno delle forze americane sulla Sheikh Zayed Road», sempre negli Emirati Arabi Uniti. Tra l’altro, il governo australiano ha ordinato a tutti i diplomatici «non essenziali» di lasciare il Paese. Dopo la fuga dei turisti, anche i i grandi gruppi finanziari e le maggiori società europee e americane hanno già chiuso i loro uffici negli Emirati. Il Qatar ha reso noto di aver intercettato un missile, mentre l’Oman ha abbattuto un drone. Proseguendo la lista dei Paesi attaccati, pure l’Arabia Saudita non è stata immune: «Un drone nemico è stato abbattuto mentre tentava di avvicinarsi al quartiere delle ambasciate» ha affermato il ministero della Difesa. Sempre Riad ha intercettato tre droni diretti al giacimento petrolifero di Shaybah. In Bahrein, dove le sirene sono suonate più volte, è scoppiato un incendio dopo che sono stati presi di mira i serbatoi di carburante in una struttura di Muharraq. Il ministero dell’Interno ha chiesto ai connazionali e ai residenti di chiudere le finestre delle proprie abitazioni. In Kuwait, il governo ha reso noto che le forze di difesa aeree hanno intercettato diversi missili balistici diretti nel Sud del Paese, dove si contano due feriti. I droni di Teheran hanno poi colpito l’aeroporto internazionale. E in via precauzionale, il ministero dell’Interno del Kuwait ha vietato raduni e matrimoni durante l’Eid Al Fitr, la festa che segna la fine del Ramadan.
- Teheran rivendica due raid e minaccia: «Greggio a 200 dollari» Stati Uniti pronti ad attaccare anche i porti civili lungo lo Stretto.
- L’Agenzia internazionale per l’Energia libera un terzo delle riserve G7. Ma è solo una mossa per tirare a campare, con tempi d’uso lunghi e complessi, pompando una quantità ridotta e sperando nel Mar Rosso.
Lo speciale contiene due articoli
La promessa del regime iraniano di impedire «a un singolo litro di petrolio di passare attraverso lo Stretto di Hormuz» è stata preceduta dagli attacchi contro tre navi.
A rivelare l’aggressione nel corridoio strategico è stata l’agenzia che monitora la sicurezza marittima, la United Kingdom maritime trade operations (Ukmto): senza fornire dettagli sulla nazionalità, ha comunicato che tre imbarcazioni sono state colpite da «proiettili sconosciuti». Nel corso della giornata è emerso che due delle navi colpite sono di proprietà thailandese e greca, mentre il mistero riguarda l’origine della terza nave. A detta dei pasdaran sarebbe israeliana, ma secondo diversi media sono stati registrati lievi danni su una nave giapponese ancorata nel Golfo Persico, distante circa 97 km dallo Stretto.
La prima ad aver confermato l’attacco contro un’imbarcazione del proprio Paese è stata la Marina della Thailandia. Ha reso noto che la nave portarinfuse Mayuree Naree, battente bandiera thailandese e salpata da un porto degli Emirati Arabi Uniti, è stata presa di mira mentre si trovava in transito nello Stretto di Hormuz. Con la nave che andava a fuoco, si sono attivati i soccorsi della Marina dell’Oman: hanno messo in salvo 20 marinai, mentre altri tre risultano dispersi. L’operatore thailandese della nave, Precious shipping, ha affermato che chi manca all’appello potrebbe essere «intrappolato nella sala macchine».
Poco dopo, le Guardie rivoluzionarie iraniane, tramite il comandante navale dei pasdaran Alireza Tangsiri, hanno rivendicato di aver bersagliato la Mayuree Naree, colpevole di aver «tentato di passare illegalmente lo Stretto», è stata colpita «dopo gli avvertimenti delle forze navali».
Ma a detta dei pasdaran è stata anche attaccata «la nave liberiana Express Room, di proprietà di Israele». La nota del regime ribadisce che «gli aggressori, gli Stati Uniti e i loro alleati, non hanno il diritto di attraversare» il corridoio marittimo. In merito alla nave israeliana non sono però arrivate dichiarazioni ufficiali da parte di Israele. Dall’altra parte, Reuters e il Japan Times hanno riferito che la nave One Majesty, battente bandiera giapponese, ha registrato alcuni danni a causa di «un proiettile sconosciuto a 25 miglia nautiche a Nord-Ovest di Ras Al Khaimah», negli Emirati Arabi Uniti.
La terza imbarcazione, su cui i pasdaran non hanno rivendicato l’attacco, sarebbe invece greca. La Ukmto ha per prima reso noto che una nave è stata colpita da un proiettile a 50 miglia nautiche a Nord-Ovest di Dubai. E stando a quanto riferito dal quotidiano greco Naftemporiki, si tratterebbe della Star Gwyneth: batte bandiera delle Isole Marshall, ma è di proprietà della compagnia di navigazione greca Star Bulk Carriers. L’equipaggio è riuscito a mettersi in salvo, mentre la nave è stata colpita allo scafo.
Nel frattempo, resta costante l’attenzione degli Stati Uniti sulle rappresaglie iraniane nello Stretto, ma anche nei porti civili in cui è attiva la marina dell’Iran. A lanciare l’allerta è stato il Comando centrale americano: ha invitato la popolazione civile a evitare «subito tutte le strutture portuali in cui operano le forze navali iraniane» visto che il regime «sta utilizzando i porti civili lungo lo Stretto di Hormuz per condurre operazioni militari che minacciano il traffico marittimo internazionale». Ma non è tutto. Dopo che il Comando centrale degli Stati Uniti ha annunciato di aver eliminato 16 posamine iraniane collocate vicino allo Stretto, Reuters ha svelato che Teheran ha già piazzato una dozzina di mine nell’area. Una fonte ha spiegato all’agenzia britannica che è nota l’ubicazione della maggior parte degli esplosivi. E secondo la Cnn, l’Iran sarebbe ancora in possesso di oltre l’80% delle sue posamine e piccole imbarcazioni.
Dall’altra parte, Teheran ha puntato il dito contro gli Stati Uniti e Israele, ritenuti responsabili dell’attacco con missili a «un’ambulanza marittima» iraniana «di stanza al molo dell’isola di Hormuz». Alle accuse si aggiungono le minacce di uno scenario che preoccupa la tenuta dell’economia globale. Il portavoce del quartier generale del comando militare di Teheran, Ebrahim Zolfaqari, ha infatti avvertito: «Preparatevi al raggiungimento dei 200 dollari al barile perché il prezzo del petrolio dipende dalla sicurezza regionale che avete destabilizzato».
A restringere il campo delle opzioni che si potrebbero utilizzare per tamponare la crisi è stato il presidente francese, Emmanuel Macron. Intervenendo in videoconferenza al vertice del G7 ha sottolineato che il blocco dello Stretto di Hormuz «non giustifica in nessun caso la revoca delle sanzioni» contro la Russia. Parallelamente, il ministro della Difesa spagnolo, Margarita Robles, ha affermato che Madrid non invierà mezzi navali a Hormuz, ma si limiterà a continuare l’impegno «in missioni dell’Alleanza atlantica» in cui si trovano «i cacciamine» spagnoli.
I 400 milioni di barili sbloccati non colmeranno le perdite dal Golfo
Dopo avere smerciato per anni la bufala dell’imminente picco della domanda di petrolio, l’Agenzia internazionale dell’energia (Iea) ha annunciato ieri il rilascio coordinato di 400 milioni di barili di petrolio dalle riserve strategiche dei Paesi membri. La misura di emergenza è stata presa per mettere una toppa all’interruzione dei flussi energetici dal Golfo Persico dopo la crisi nello Stretto di Hormuz. Sull’orlo del panico, l’Iea sottolinea che si tratta del più grande rilascio di scorte mai organizzato dall’agenzia dalla sua fondazione negli anni Settanta.
Quattrocento milioni di barili rappresentano una circa un terzo delle riserve strategiche degli Stati membri dell’Iea, mentre altri 600 milioni di barili sono le riserve commerciali obbligatorie.
Sembra molto, ma il numero assoluto dice poco, perché più dell’ammontare totale del rilascio delle scorte occorre capire la velocità con cui queste arriveranno sui mercati. Oggi il mondo consuma poco più di 100 milioni di barili di petrolio al giorno (mil. bbl/g), e dallo stretto di Hormuz passa circa il 20% di quel quantitativo, pari a circa 20 mil. bbl/g.
Arabia Saudita, Iraq, Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Iran utilizzano infatti questo corridoio per esportare quasi tutta la loro produzione, anche di prodotti distillati e raffinati.
Da qualche giorno l’Arabia Saudita ha intensificato l’uso dell’oleodotto East-West, che collega i campi petroliferi della provincia orientale al porto di Yanbu, sul Mar Rosso. Questa infrastruttura permette di esportare una parte del petrolio saudita evitando il passaggio nello Stretto di Hormuz. La capacità disponibile è limitata rispetto ai flussi normali, però consente una riduzione dell’ammanco di circa 4 mil. bbl/g. Il deficit è quindi valutabile attorno a 16 mil. bbl/g, che potrebbe essere anche un po’ più basso se è vero che alcune petroliere cinesi dirette in Cina con carichi di petrolio iraniano sono passate dallo Stretto di Hormuz senza danni in questi giorni. Ipotizziamo quindi un ammanco di 14 mil. bbl/g.
Se i 400 milioni di barili venissero distribuiti nell’arco di un mese, il sistema globale dovrebbe immettere sul mercato circa 13 mil. bbl/g, che di fatto sanerebbe il deficit. Una portata di questo tipo, però, è pura fantasia, perché richiederebbe una capacità logistica straordinaria nei terminali di stoccaggio, nei porti e nelle raffinerie, che nella realtà non esiste.
Uno scenario più plausibile è quello di un rilascio attorno ai 4 milioni di barili al giorno, livelli compatibili con precedenti operazioni coordinate dell’Iea.
In questo modo, il rilascio sarebbe esaurito in 100 giorni e non sarebbe comunque sufficiente a risanare il deficit giornaliero, che resterebbe pari a 10 mil. bbl/g.
L’annuncio Iea, dunque, ha già il fiato corto, anche per un altro motivo. Il petrolio non è tutto uguale. Il greggio che si origina dai Paesi del Golfo Persico è di qualità cosiddetta medium o medium-light, cioè con certa densità di olio rispetto all’acqua, misurata su una scala stabilita dall’Api (American Petroleum Institute). Un grado Api sopra 31 designa un greggio leggero, mentre valori sotto 22 indicano un petrolio pesante. Il greggio arabo è a 33,4 (light), quello iracheno a 30 (medium), quello iraniano a 28 (medium-heavy), quello del Kuwait a 31 (medium). Il petrolio americano Wti ha invece un grado Api 39,5, molto leggero, il Brent sopra i 38, lo shale oil americano arriva anche a un grado di leggerezza 42. Gradi diversi di greggio danno origine a diverse rese in termini di benzina, gasolio e prodotti vari.
Questo comporta che le raffinerie non possono passare da un greggio all’altro come se nulla fosse. Ci sono dei costi per modificare i trattamenti o gli impianti, e non tutte le riserve potranno essere utilizzate da tutte le raffinerie. Non è dato sapere al momento la qualità dei greggi contenuti nelle riserve che saranno rilasciate, e questo è tutt’altro che un dettaglio. Insomma, i dubbi permangono, tant’è che al di là dell’effetto notizia durato pochi minuti, i prezzi del petrolio ieri non sono scesi, con il Brent che è risalito del 5% sopra i 92 dollari al barile.
Al momento, poi, Iraq, Kuwait e Arabia Saudita hanno annunciato tagli alla produzione per un totale di circa 6 mil. bbl/g, perché non riescono più ad accumulare nelle scarse strutture di stoccaggio il petrolio che non riescono a spedire. Il risultato è che se anche la guerra finisse domani, gli strascichi della turbolenza si protrarrebbero per mesi.
Il sistema energetico internazionale, quindi, conta di funzionare nelle prossime settimane grazie a due strumenti temporanei. Il primo è il rilascio delle scorte strategiche, il secondo è la deviazione di una parte delle esportazioni saudite verso il Mar Rosso. Entrambe le misure consentono di mantenere attivi i flussi, ma si tratta di strumenti che comprano un po’ di tempo, senza eliminare il problema di fondo. La struttura del commercio petrolifero globale rimane fortemente dipendente dal passaggio nello Stretto di Hormuz.
La normalizzazione del mercato energetico richiede il ripristino della navigazione nello Stretto. Senza la riapertura del corridoio marittimo attraverso cui transitano le esportazioni del Golfo, il sistema petrolifero internazionale rimane esposto a una riduzione prolungata dell’offerta. Il che significa avere un problema enorme.
Si accelera la corsa contro il tempo per garantire la sicurezza dello stretto di Hormuz e contenere le ripercussioni sull’economia globale, mentre l’Iran tiene sotto scacco l’area.
È in questo contesto che si inserisce il coordinamento tra l’Italia, il Regno Unito e la Germania. Il governo britannico ha reso noto che il premier Keir Starmer, nella serata di lunedì, ha avuto un colloquio telefonico con il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e con il cancelliere tedesco, Friedrich Merz. I tre leader, come si legge nel comunicato, «discutendo dello Stretto di Hormuz, hanno concordato sull’importanza vitale della libertà di navigazione per le navi in queste acque» e di «collaborare strettamente nei prossimi giorni per far fronte alle minacce iraniane». A tal riguardo, un portavoce di Downing street ha poi specificato: «Il Regno Unito sta collaborando con i nostri alleati su una serie di opzioni per supportare la navigazione commerciale attraverso lo Stretto». A destare stupore è l’assenza del presidente francese, Emmanuel Macron, nella telefonata. Anche perché aveva dichiarato di essere al lavoro con i partner per «una missione puramente difensiva» per riaprire lo Stretto di Hormuz e scortare le navi.
Tornando al colloquio telefonico, non è chiaro esattamente quali misure siano state prese più in considerazione dai tre leader, se il dispiegamento di scorte navali o coperture assicurative adeguate per gli operatori. Va detto che il Regno Unito sembra già essersi mosso sul secondo aspetto visto che la scorsa settimana il cancelliere dello Scacchiere e il segretario economico del Tesoro si sono consultati con uno dei principali mercati assicurativi al mondo, i Lloyd’s di Londra. La posizione italiana si delinea nella bozza di risoluzione del centrodestra sulle comunicazioni in aula oggi di Meloni: l’esecutivo si impegna a «sostenere, anche attraverso iniziative coordinate nell’ambito dell’Unione europea e in cooperazione tra gli Stati membri, i partner della regione del Golfo colpiti dagli inaccettabili attacchi portati dal regime iraniano, prevedendo, qualora tali aggressioni dovessero proseguire, anche forme aggiuntive di assistenza in materia di difesa, protezione delle infrastrutture critiche e supporto logistico».
Nel frattempo, per scortare il traffico mercantile europeo, l’Italia si prepara la prossima settimana a prendere il comando della missione navale Aspides con la nave Rizzo che si trova davanti alle coste dello Yemen, nel Mar Rosso.
A lavorare sulla libertà di navigazione nell’area strategica sono in primis gli Stati Uniti: stanno valutando «una serie di opzioni» per scortare le navi attraverso lo stretto di Hormuz. Tuttavia, è stata ufficialmente smentita dalla Casa Bianca la notizia diffusa dal segretario all’Energia statunitense, Chris Wright, secondo cui la Marina militare statunitense avrebbe accompagnato ieri una petroliera. La situazione già fragile potrebbe ulteriormente precipitare: come riportato da Cbs, l’intelligence americana crede che Teheran si stia preparando per dispiegare le mine lungo lo Stretto. «Se l’Iran ha messo mine nello stretto di Hormuz, di cui non abbiamo segnalazioni, le rimuova immediatamente» altrimenti »le conseguenze militari daranno a livelli mai visti prima. Se le rimuove, invece, sarebbe un passo nella giusta direzione», ha commentato il presidente Usa Donald Trump. Di certo sono arrivate altre minacce. Il capo della sicurezza iraniana, Ali Larijani, ha scritto su X che Hormuz sarà «uno Stretto di pace e prosperità per tutti oppure sarà uno Stretto di sconfitta e sofferenza per i guerrafondai».
Nel frattempo, oltre alla situazione dello Stretto, i Paesi del Golfo devono affrontare i raid iraniani contro le raffinerie petrolifere. Bloomberg ha messo in luce la riduzione della produzione giornaliera di petrolio. In particolare, l’Arabia Saudita ha diminuito la produzione tra 2 e 2,5 milioni di barili al giorno e gli Emirati Arabi Uniti hanno tagliato la loro produzione di 500.000-800.000 barili. A sollevare l’allarme è stata la compagnia petrolifera saudita Aramco. Pur rassicurando che il gruppo continuerà a esportare il 70% della sua produzione di greggio, l’amministratore delegato di Aramco, Amin Nasser, ha avvertito che «ci sarebbero conseguenze catastrofiche per i mercati petroliferi mondiali tanto più a lungo durerà il blocco e più drastiche saranno le conseguenze sull’economia globale».
Spostandoci negli Emirati Arabi Uniti, il colosso petrolifero statale di Abu Dhabi, Adnoc, si è trovato costretto a sospendere le attività nella raffineria di Ruwais, a causa di un incendio scoppiato dopo un attacco con droni. E in Iraq, le autorità hanno sottolineato esplicitamente di essere alla ricerca di rotte «alternative» per esportare il petrolio.
Missili e droni iraniani sono stati lanciati di nuovo contro gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar, il Bahrein, il Kuwait, con le difese aeree che hanno più volte risposto ai vettori. Doha ha intercettato cinque missili, mentre Abu Dhabi ne ha abbattuti otto e distrutto 26 droni. Peraltro, il Teheran Times ha riferito che una petroliera sarebbe esplosa al largo di Abu Dhabi. E in soccorso dei Paesi del Golfo, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha annunciato che questa settimana arriveranno gli esperti militari di Kiev ad Abu Dhabi, Doha e Riad per condividere le loro competenze sulla distruzione dei droni. E pure l’Australia è pronta a inviare aiuti: arriveranno nel Golfo infatti missili aria-aria, un aereo da sorveglianza e il personale di supporto dell’Australian defence force.




