Italia sotto attacco in Kuwait. Colpito un nostro velivolo Tajani: «Non ci intimoriamo»
A distanza di quattro giorni dall’attacco a Erbil, i pasdaran hanno preso di mira una base militare in cui è di stanza un contingente italiano. Questa volta si tratta di Ali Al Salem, in Kuwait. A renderlo noto è stato il capo di Stato maggiore della Difesa, il generale Luciano Portolano: «Questa mattina (ieri mattina, ndr) la base di Ali Al Salem, in Kuwait, che ospita capacità e personale americano e italiano, è stata oggetto di un attacco con drone che ha colpito uno shelter, all’interno del quale era ricoverato un velivolo a pilotaggio remoto della Task Force Air italiana, andato distrutto». Non si registrano feriti visto che «al momento dell’attacco tutto il personale era in sicurezza e non è stato coinvolto».
Tuttavia, il raid iraniano non è stato di poco conto. Nel post su X dello stato maggiore della Difesa, viene spiegato che «il velivolo» andato distrutto «costituiva un assetto indispensabile per lo svolgimento delle attività operative ed era rimasto schierato nella base al fine di garantire la continuità delle operazioni».
A ridimensionare però le conseguenze è stato in serata il ministro della Difesa, Guido Crosetto: «La perdita del velivolo non ha alcun riflesso sulla sicurezza dei nostri militari schierati nell’area».
Tra l’altro, non è la prima volta che la rappresaglia iraniana si scaglia sulla base di Ali Al Salem. All’indomani dell’inizio dell’operazione Furia epica, la zona era finita sotto tiro dei missili iraniani, con le infrastrutture logistiche e operative che avevano riportato lievi danni. E tra il 5 e il 6 marzo era successo di nuovo: il regime aveva colpito il rifornimento di carburante, scatenando un incendio, mentre due caccia F2000 italiani erano stati colpiti da schegge.
A garantire che non c’è «nessun rischio e nessun problema per i nostri militari» è stato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, al Tg4. «Non ci facciamo intimorire, manterremo fede agli impegni internazionali», ha sentenziato, ribadendo che «gli italiani non sono un obiettivo degli iraniani».
Prima dell’annuncio, il Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche aveva già rivendicato il colpo, sostenendo che in Kuwait sia la base di Ali Al Salem che quella di Arifjan sono «state distrutte da potenti missili e droni iraniani». La base militare di Ali Al Salem non è stata infatti l’unico target di Teheran in Kuwait. L’esercito kuwaitiano ha riferito che tre velivoli senza pilota hanno preso di mira l’aeroporto internazionale. Nel giro di 24 ore sono stati rilevati 14 droni, di cui otto sono stati abbattuti. E con la caduta dei detriti sono stati feriti tre soldati kuwaitiani.
Proseguono a ritmo serrato gli attacchi iraniani anche negli altri Paesi del Golfo. Negli Emirati Arabi Uniti, il ministero della Difesa ha comunicato che sono stati intercettati quattro missili balistici e sei droni provenienti dall’Iran. In Bahrein sono scattate di nuovo le sirene sin dalla mattina e in Arabia Saudita sono stati intercettati almeno 12 droni diretti a Riad e nelle regioni orientali. Sui cieli sauditi però Teheran non vuole responsabilità. Il Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche ha dichiarato che questo attacco «non ha alcun collegamento» con l’Iran. Ma non è tutto. Per il regime, gli autori dei raid sulle infrastrutture civili dei Paesi Arabi sarebbero gli Stati Uniti e Israele con i droni americani Lucas, simili ai Shahed.
Con la situazione incandescente nel Golfo, parallelamente continuano i tentativi dell’amministrazione americana per ripristinare la sicurezza dello Stretto di Hormuz. Con Teheran che tiene in pugno il mercato energetico globale, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump ha lanciato il proprio appello, ovvero che «la Cina, la Francia, il Giappone, la Corea del Sud, il Regno Unito e altri Paesi inviino le proprie navi nell’area».
Le reazioni sono state diverse. La Cina si è proposta come mediatore. Pechino infatti «continuerà a intensificare le comunicazioni con le parti interessate e a svolgere un ruolo costruttivo ai fini della de-escalation». Prudenza è stata espressa dal Giappone e dalla Corea del Sud. Il Regno Unito sta già invece «operando intensamente con i Paesi alleati» per capire come «rendere possibile la navigazione». Meno chiara è la posizione francese. Di certo, il capo dell’Eliseo, Emmanuel Macron, si è sentito ieri con il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian. Sullo Stretto, in prima battuta, il ministero degli Esteri ha negato l’invio di navi, poco dopo un diplomatico francese ha rivelato al Financial Times che Parigi «sta lavorando con diversi partner per garantire il passaggio delle petroliere». E ha aggiunto che il ministro degli Esteri, Jean-Noël Barrot, ne parlerà oggi con l’Ue.
È infatti prevista a Bruxelles la riunione del Consiglio degli affari esteri, in cui si discuterà anche di Hormuz. A tal proposito, Tajani ha fatto sapere che oggi ribadirà a Bruxelles «la necessità di una posizione comune». Ha poi svelato che «nessun Paese europeo ha dato disponibilità militare per forzare Hormuz». Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha affermato che diversi Paesi hanno contattato l'Iran per ottenere un passaggio sicuro per le proprie navi.
Peraltro, se da una parte l’Ue temporeggia sullo Stretto, dall’altra sta considerando il rafforzamento della missione navale europea Aspides nel Mar Rosso. Il dossier verrà discusso oggi, ma Tajani ha già confermato che l’Italia è pronta «a sostenere il rafforzamento della missione». A essere scettico a riguardo è l’omologo tedesco, Johann Wadephul: visto l’iniziativa «non si è dimostrata efficace» nel Mar Rosso, non crede che «un’estensione di Aspides» possa avere delle conseguenze positive. Oltre al Golfo, l’Iran insieme all’alleato Hezbollah ha continuato a bersagliare Israele. I missili iraniani hanno fatto scattare le sirene a Eilat, a Gerusalemme e soprattutto nel centro di Israele, dove le munizioni a grappolo hanno ferito lievemente due persone.
Dall’altra parte, con Gerusalemme che prevede almeno tre settimane di guerra, l’aeronautica militare israeliana ha comunicato di aver lanciato attacchi «estesi» nell’Iran occidentale, ad Hamedan. Stando a quanto riferito da Al Jazeera, i raid israeliani e americani avrebbero danneggiato il centro di ricerca spaziale di Teheran. Intanto, pare che agli Stati Uniti l’operazione in Iran sia costata 12 miliardi di dollari.
Sul fronte libanese, il Times of Israel ha riferito che ieri sarebbe stato eliminato un funzionario di Hamas a Sidone. Unifil è stata ancora presa di mira ma non risulta coinvolto nessun militare italiano. Israele e Libano, tuttavia, dovrebbero tenere colloqui nei prossimi giorni con l'obiettivo di raggiungere un cessate il fuoco duraturo che porti al disarmo di Hezbollah.
- Gli Usa: «Operazione riuscita, infrastrutture petrolifere risparmiate, per ora». Il regime teme un’invasione di terra.
- Emirati nel mirino: «Intercettati nove razzi e 33 droni». Colpito il consolato a Erbil. Stessa sorte per l’ambasciata Usa a Baghdad. E Teheran minaccia pure l’Ucraina.
Lo speciale contiene due articoli
Dopo essere stata risparmiata per due settimane dagli attacchi americani e israeliani, l’isola iraniana di Kharg è stata colpita dagli Usa, che mirano a ripristinare la sicurezza di Hormuz, ma anche a colpire il cuore dell’economia iraniana.
Conosciuta dalla popolazione come «l’isola proibita» per via dei controlli militari serrati, Kharg dista solo 24 chilometri dalla costa iraniana e 483 dallo Stretto di Hormuz. E nonostante le piccole dimensioni, l’isola è di vitale importanza per il regime: gestisce il 90% delle esportazioni del greggio iraniano. Dal terminale transitano tra 1,3 e 1,6 milioni di barili al giorno. Grazie alle acque profonde che la circondano, consente l’attracco di superpetroliere che dall’isola risalgono il Golfo, passando in mezzo allo Stretto, con le destinazioni principali in Asia, in primis la Cina.
Ad annunciare nella notte il raid è stato il presidente americano, Donald Trump: «Su mio ordine, il Comando centrale Usa ha condotto uno dei più potenti bombardamenti nella storia del Medio Oriente, annientando completamente ogni obiettivo militare sull’isola di Kharg, gioiello della corona iraniana». E pur spiegando di «non aver distrutto le infrastrutture petrolifere» per «ragioni di decenza», ha avvertito il regime che riconsidererà «immediatamente questa decisione» qualora «l’Iran, o chiunque altro, dovesse fare qualcosa per interferire con il libero e sicuro passaggio delle navi attraverso lo Stretto».
Chi è entrato più nello specifico degli obiettivi presi di mira è stato il Comando centrale delle forze armate statunitensi (Cencom): «L’attacco ha distrutto depositi di mine navali, bunker per missili e numerosi altri siti militari». Si parla di «oltre 90 obiettivi militari iraniani» colpiti a Kharg. E anche il Centcom ha confermato che sono state «preservate le infrastrutture petrolifere».
Sull’isola, stando a quanto riferito dall’agenzia di stampa iraniana Fars, sono state sentite almeno 15 esplosioni. E a essere stati bersagliati sarebbero una postazione di difesa aerea, una base navale, la torre di controllo dell’aeroporto, un hangar per elicotteri di una compagnia petrolifera offshore. Altri media iraniani hanno confermato che le infrastrutture petrolifere non hanno subito danni, con le esportazioni di petrolio che da Kharg, quindi, continuano «senza interruzioni». Il vicegovernatore della provincia di Bushehr, nel Sud dell’Iran, Ehsan Jahanian, ha anche dichiarato che «nessun militare, dipendente di compagnie petrolifere o residente dell’isola ha subito perdite nell’attacco». Nel frattempo, il comandante della Marina del corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche, Alireza Tangsiri, ha sostenuto che lo Stretto di Hormuz «non è ancora stato bloccato militarmente» ma è sotto «il controllo» iraniano.
Se da una parte questa è la fotografia attuale, dall’altra si rincorrono voci su un’eventuale invasione di terra degli americani che porterebbe a un’ulteriore escalation e a pericolose conseguenze per l’economia globale. Il Pentagono ha infatti inviato nel Golfo una task force che include una nave d’assalto anfibio e unità di appoggio. Si parla di almeno 2.000 Marines a bordo, oltre agli elicotteri e ai caccia F-35. Il target potrebbe essere l’isola di Kharg, ma anche le tre piccole isole situate al centro dello Stretto di Hormuz. Il dipartimento della guerra degli Stati Uniti si è però rifiutato di commentare queste indiscrezioni. A esporsi su questo scenario è stato il parlamentare iraniano, Manouchehr Mottaki, che ha dichiarato: «Se osano commettere un simile atto e occupare una parte del nostro territorio, perché non dovremmo andare in una parte del loro territorio, che ora esiste sotto forma delle loro basi regionali, effettuare un atterraggio con gli elicotteri e catturare le loro forze?».
È evidente che lo stato di salute dell’isola è legato a doppio filo alla tenuta economica del Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche. Già nel 1984, nel pieno della guerra tra Iran e Iraq, un documento della Cia sottolineava: «Gli impianti petroliferi sull’isola di Kharg sono i più vitali del sistema petrolifero iraniano e il loro continuo funzionamento è essenziale per il benessere economico dell’Iran e per la sua capacità di finanziare lo sforzo bellico contro l’Iraq». Qualche anno prima, nel 1979, nel pieno della cosiddetta crisi degli ostaggi in Iran, il presidente americano Jimmy Carter aveva valutato i piani dei generali per conquistare l’isola, salvo poi non ordinare gli attacchi su Kharg. Tornando al presente, recentemente il leader dell’opposizione israeliana, Yair Lapid ha spiegato che la distruzione del terminal «paralizzerebbe l’economia iraniana» e addirittura «rovescerebbe il regime».
L’isola, anche in virtù della geopolitica marittima, è estremamente militarizzata, con l’accesso che è sorvegliato dal Corpo delle guardie rivoluzionarie e dalla Marina, inclusa la 112° brigata di combattimento di superficie Zolfaghar. Come riporta Iran international, questa unità opera con motovedette d’attacco rapido. Le imbarcazioni sono anche equipaggiate con missili antinave, razzi e mine navali. A ciò si aggiungono lanciatori costieri di missili e sistemi radar, ma anche reti di sorveglianza e basi per droni con lo scopo di tenere sotto controllo le attività presenti nel Golfo Persico settentrionale.
Il fumo avvolge ancora lo skyline di Dubai, con il regime iraniano che ha preso di mira il distretto finanziario vicino al Burj Khalifa, a conferma che Teheran intende mettere sotto scacco l’economia degli Emirati Arabi Uniti.A essere danneggiata, in seguito alla caduta dei detriti di un drone intercettato, è una delle torri del Dubai international financial centre (Difc), ovvero il distretto che ospita più di 1.500 aziende e oltre 50.000 lavoratori.
Dagli anni 2000, il quartiere finanziario è stato il volano dello sviluppo di Dubai, attirando banche come Goldman Sachs e Morgan Stanley. A seguire, grazie alla sicurezza e alla bassa tassazione, il panorama di Dubai si è arricchito con società fintech e fondi speculativi.
In merito all’attacco, mentre le autorità emiratine si limitavano ad annunciare un «piccolo incidente» sulla facciata di un edificio nel centro di Dubai, senza precisare il luogo, circolavano su internet i video e le foto della torre malridotta, con le finestre in frantumi. Tramite i filmati dei residenti, girati non senza rischio visto che possono scattare le manette, Reuters ha confermato la posizione della struttura, confrontando la facciata e la planimetria con le immagini satellitari.
Secondo le testimonianze raccolte dal Financial Times, si è trattato dell’esplosione più forte dall’inizio del conflitto. Un dirigente che ha la sede proprio nel Difc ha rivelato che gli iraniani «hanno solo bisogno di terrorizzarci per strangolare l’economia». Dello stesso avviso è l’ex ambasciatrice degli Emirati Arabi Uniti all’Onu, Lana Nusseibeh: ha dichiarato a Reuters che Teheran sta cercando di attaccare il modello economico emiratino che negli anni ha attirato 700.000 iraniani. Va detto che l’area sta diventando sempre più deserta: diverse aziende hanno chiesto ai dipendenti di lavorare da casa, mentre alcuni funzionari del Paese e banchieri hanno spiegato al Financial Times che la ripresa economica dipende da un cessate il fuoco che risolva la minaccia missilistica iraniana.
Che il quartiere con la più alta concentrazione di società finanziarie della regione sia nel mirino del regime iraniano è evidente anche da due incidenti che si sono verificati giovedì. Un drone è stato avvistato nei cieli sopra il Difc prima di puntare verso la costa e poco dopo i detriti di un altro velivolo senza pilota intercettato sono caduti nei pressi della metropolitana, con il fumo che era ben visibile dagli uffici del distretto finanziario.
Oltre all’episodio del Difc, nel tardo pomeriggio il ministero della Difesa ha confermato che sono stati intercettati altri missili balistici e droni provenienti da Teheran. Nell’ultimo bollettino le autorità emiratine hanno riferito che il Paese ha intercettato sette missili e 27 droni. E in totale, dall’inizio «della palese aggressione iraniana», gli Emirati Arabi Uniti hanno abbattuto 285 missili balistici, 15 missili da crociera e 1.567 velivoli senza pilota. I feriti sono 141.
In questo contesto, Dubai ha attivato una linea telefonica gratuita per la salute mentale, disponibile in arabo e in inglese, denominata «state tranquilli». L’obiettivo è offrire sostegno ai residenti e ai turisti che si trovano alle prese con continue allerte missilistiche. Nel frattempo, la frase pronunciata il 7 marzo dal presidente degli Emirati, Mohamed bin Zayed al-Nahyan, è diventata un simbolo della forza del Paese. Il presidente, rivolgendosi all’Iran, aveva detto: «Gli Emirati Arabi Uniti hanno la pelle dura e la carne amara: non siamo una preda facile». E come riportato dal Khaleej Times, quella dichiarazione è stata adottata dai residenti: appare scritta sui copriruota di scorta delle auto, sulle custodie per cellulari, sulle tele dipinte a mano. E a chiarire il futuro rapporto con Teheran è stata l’ex ambasciatrice Lana Nusseibeh: ha detto a Reuters che sarà difficile ripristinare i rapporti come se nulla fosse successo considerando «la distruzione e il caos che l’Iran ha causato». Peraltro, ha spiegato che quando si era recata a Teheran per risolvere la crisi a livello diplomatico, due settimane prima dall’inizio delle ostilità, i funzionari iraniani non le avevano fatto presente che gli Emirati Arabi Uniti sarebbero potuti diventare un bersaglio.




