- Cessate il fuoco di due settimane con la mediazione pakistana. Washington e Teheran cantano vittoria, ma gli attacchi israeliani in Libano rendono la situazione precaria.
- Il prezzo di gas e petrolio sprofonda dopo le notizie sulla riapertura dello Stretto. Crolla il rendimento dei Btp.
Lo speciale contiene due articoli.
Quasi a ridosso della scadenza dell’ultimatum imposto dalla Casa Bianca è stata raggiunta la tregua in Medio Oriente. Ma mentre tutti i protagonisti del conflitto cantavano vittoria, i raid non si sono fermati.
Ad annunciare il cessate il fuoco, dopo l’intensa attività di mediazione svolta soprattutto dal Pakistan, è stato il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump: «Accetto di sospendere i bombardamenti e gli attacchi contro l’Iran per un periodo di due settimane. Si tratterà di un cessate il fuoco bilaterale». La condizione imposta dal tycoon a Teheran è «l’apertura completa, immediata e sicura dello Stretto di Hormuz». Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi ha accolto la richiesta: «Se gli attacchi nei confronti dell’Iran cessano, le nostre potenti forze armate fermeranno le operazioni difensive. Per un periodo di due settimane, sarà possibile il transito sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz in coordinamento con le forze armate dell’Iran». Poco dopo, anche Israele ha confermato di aver accettato la fine temporanea delle ostilità, escludendo però il Libano.
L’appuntamento tra Washington e Teheran per sedersi al tavolo delle delicate trattative per porre fine alla guerra è già stato deciso. Il vicepresidente degli Stati Uniti, J.D. Vance, che guiderà la delegazione americana, si incontrerà sabato a Islamabad con la delegazione iraniana.
Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha tuttavia affermato che «gli Stati Uniti hanno violato tre disposizioni fondamentali del cessate il fuoco ancor prima dell’inizio dei negoziati: l’invasione del Libano, la violazione dello spazio aereo iraniano e la negazione del diritto all’arricchimento dell’uranio. Dopo queste violazioni, un cessate il fuoco o negoziati bilaterali sono irragionevoli».
I raid israeliani nel territorio libanese sono uno degli scogli. Peraltro, dopo che le forze israeliane hanno danneggiato un mezzo militare italiano della missione Unifil, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha fatto convocare l’ambasciatore di Israele in Italia. L’altra spina nel fianco alle trattative sono stati gli attacchi in Iran, dopo la tregua. È stata infatti presa di mira una raffineria di petrolio nell’isola iraniana di Lavan e l’isola di Siri. Ma anche il regime iraniano non ha risparmiato i Paesi del Golfo. Il Financial Times ha rivelato che è stato colpito un oleodotto Est-Ovest dell’Arabia Saudita. In Kuwait, i droni iraniani hanno attaccato gli impianti petroliferi e le centrali elettriche. E anche gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar e il Bahrein hanno segnalato dei raid.
Nel frattempo, Aragchi si è mobilitato, facendo presente al capo dell’esercito pakistano, Asim Munir, le presunte violazioni del cessate il fuoco. Poco dopo, il Wall street journal ha riferito che Teheran avrebbe partecipato ai negoziati di Islamabad a patto che la tregua coinvolgesse anche il Libano. In caso contrario, il regime avrebbe rivisto la sua decisione sulla riapertura dello Stretto. A confermare, almeno in parte, l’indiscrezione è stato il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian: al premier pakistano, Shehbaz Sharif, ha riferito che la sicurezza dello Stretto è collegata alla «completa cessazione degli attacchi», anche nel territorio libanese. A confondere le acque, in serata, è stato il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, affermando che Teheran ha rinunciato alla precondizione del cessate il fuoco in Libano. Dalla Casa Bianca è stato poi reso noto che Beirut «non rientra nell’accordo per il cessate il fuoco».
Sullo Stretto, Trump ha comunicato: «Gli Stati Uniti aiuteranno a gestire il traffico nello Stretto di Hormuz. Si guadagneranno un sacco di soldi». Ma la visione iraniana resta piuttosto distante, con il regime che ha ribadito la necessità di ottenere «il permesso dalla Marina dei Pasdaran per attraversare lo Stretto». La confusione riguarda anche i 10 punti proposti dall’Iran. Inizialmente Trump ha comunicato che il piano iraniano è una «base praticabile su cui negoziare». Ma la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha smentito, sostenendo che la proposta iraniana è «ridicola, inaccettabile e completamente scartata da Trump». Quello su cui è al lavoro l’amministrazione americana «è un piano di pace modificato che rispecchierebbe una proposta di 15 punti avanzata settimane fa». Anche perché, secondo Axios, i 10 punti iraniani includerebbero anche il diritto di arricchire l’uranio. Questione su cui gli americani sono assolutamente contrari. Il tycoon ha infatti rassicurato che «non ci sarà alcun arricchimento dell’uranio» e anzi «gli Stati Uniti, in collaborazione con l’Iran, dissotterreranno e rimuoveranno tutta la polvere nucleare». E il capo del Pentagono Pete Hegseth ha già minacciato che se Teheran non consegnerà le sue scorte di uranio arricchito, gli Stati Uniti se lo andranno «a prendere». Il presidente degli Stati Uniti ha poi precisato che «c’è solo un gruppo di punti significativi che sono accettabili per gli Stati Uniti e ne discuteremo a porte chiuse».
Di certo, è chiaro che tutti siano voluti apparire come vincitori. Secondo il presidente americano, sono stati «raggiunti e superati tutti gli obiettivi militari». Dello stesso tenore sono state le affermazioni di Hegseth: «L’operazione Epic Fury è stata una vittoria storica e schiacciante sul campo di battaglia». A suo dire, Trump «ha fatto la storia». Dall’altra parte, anche il regime iraniano ha cantato vittoria. Il Supremo consiglio di sicurezza nazionale della Repubblica islamica ha dichiarato: «Ci congratuliamo con il popolo dell’Iran per questa vittoria e ribadiamo che funzionari e cittadini devono rimanere uniti e determinati».
Quello che resta è infatti un diffuso stato di allerta e sfiducia. Il capo dello stato maggiore congiunto degli Stati Uniti, Dan Caine, ha sottolineato che se i negoziati falliranno, le forze americane riprenderanno la guerra. I pasdaran hanno già detto di avere «le mani sul grilletto», sbandierando che «qualsiasi aggressione riceverà una risposta di livello superiore». Tra l’altro, pare che a convincere l’Iran ad accettare la tregua, oltre alla Cina, sia stato l’ayatollah Mojtaba Khamenei. Diverse fonti hanno svelato ad Axios che «senza il suo via libera, non ci sarebbe stato alcun accordo».
Borse europee in ripresa, Milano fa +3,7%
La tregua temporanea tra Stati Uniti e Iran ha innescato un immediato saliscendi globale sui mercati, con una rapida compressione del premio per il rischio energetico e un riassorbimento della volatilità implicita su molte classi di investimento. Il mercato ha interpretato il cessate il fuoco (orizzonte di due settimane) come un segnale credibile di de-escalation nello snodo critico dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20% dei flussi petroliferi globali, riducendo i rischi su inflazione e crescita e mettendo il segno più su molte piazze azionarie globali.
In Europa, il rialzo è stato diffuso e sincronizzato. Il Dax ha chiuso a +5,06%, il Cac 40 a +4,49%, l’Euro Stoxx 50 a +4,097, il Ftse 100 a +2,61% e il Ftse Mib a +3,70%, con volumi in aumento rispetto alla media degli ultimi 30 giorni. A livello settoriale, Stoxx Banks (+5,9% circa), Industrial Goods e Auto hanno guidato i rialzi, mentre quello Energy ha sottoperformato per effetto leva del petrolio.
Negli Stati Uniti, quando in Italia era tardo pomeriggio, l’S&P 500 ieri viaggiava a oltre +2,32%, Nasdaq Composite a +2,77% e Dow Jones +2,61%. Il Vix, l’indice che misura la volatilità dei mercati, ieri è sceso sotto area 15 (-10% circa), mentre gli indici di volatilità su Treasury (Move) hanno tirato il freno, segnalando minore incertezza macro. Hanno messo il turbo i semiconduttori e le società tecnologiche a grande capitalizzazione. In Asia, il Nikkei 225 ha chiuso a +5,39%, lo Shanghai Composite +2,69% e l’Hang Seng a +3,09%, con contributo positivo anche da export e immobiliare.
Sul mercato obbligazionario si è osservato un movimento piuttosto chiaro verso un allentamento delle pressioni sui rendimenti, soprattutto negli Stati Uniti. Il Treasury decennale è sceso al -1,24%, mentre il tratto a cinque anni si è posizionato intorno al 3,95% e il biennale al 3,7 (-1,3%). Non da meno è stato il rendimento del Btp a 10 anni che ieri è sceso dal 4 al 3,7% circa, con un crollo simile a quando Mario Draghi pronunciò il suo famoso «whatever it takes» (in quel caso il calo giornaliero fu da 6,35% a 6,1%).
Si tratta di una dinamica coerente con un ridimensionamento delle aspettative inflazionistiche, in particolare di quelle legate all’energia. In questa direzione si muovono anche i Tips, con il breakeven a 10 anni in discesa verso area 2,25%, segnale che il mercato sta rivedendo al ribasso le pressioni sui prezzi nel medio periodo.
In area euro, il quadro appare più stabile e meno direzionale. Il Bund decennale si attesta al 2,95% (+0,28 pb), mentre i rendimenti degli altri principali titoli sovrani restano su livelli contenuti: l’Oat francese intorno al 3,18% e il Bonos spagnolo al 3,34%. Il Btp decennale si è mantenuto al 3,717%, con uno spread rispetto al Bund di circa 77 punti base. Anche il differenziale Bonos-Bund resta a 44 punti base, indicando una sostanziale stabilità del rischio sovrano lungo tutta la struttura delle scadenze.
Anche sul fronte della politica monetaria il quadro resta impostato su toni comunque restrittivi. I contratti Euribor futures e gli OIS continuano infatti a prezzare un tasso sui depositi della Bce intorno in salita entro la fine dell’anno, segnalando che il mercato non si attende un allentamento imminente. Negli Stati Uniti, i Fed Funds futures indicano un percorso simile: il livello dei tassi resta elevato e gli eventuali tagli vengono visti come graduali e non immediati.
Il movimento più marcato della giornata si è comunque registrato ieri sulle materie prime, in particolare sull’energia. Il Wti è sceso a 94,64 dollari, con un calo del 16,21%, mentre il Brent si è portato a 95,73 dollari (-13,62%).
Anche il gas naturale ha seguito la stessa direzione, scendendo a 3,22 (-3,91%). Sul fronte dei metalli, il rame ha guadagnato il 3,92% a 5,7615, riflettendo un miglioramento delle aspettative cicliche, mentre l’alluminio ha registrato un rialzo più contenuto e il ferro si è mantenuto sostanzialmente stabile.
L’oro, in aumento a 4.786,37 (+2,17%), continua invece a beneficiare di una domanda di copertura ancora presente nei portafogli.
L’avvicinarsi dell’ultimatum Usa e le trattative in corso non hanno aperto margini di de-escalation in Medio Oriente. Anzi, il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, ha promesso: «Continueremo con tutte le nostre forze, finché la minaccia non sarà eliminata e tutti gli obiettivi di guerra non saranno raggiunti».
E sul fronte libanese, le Idf hanno eliminato «per errore» pure Pierre Mouawad, ovvero l’esponente del Partito cristiano delle forze libanesi, apertamente contrario a Hezbollah. Le forze militari israeliane hanno ammesso alla Bbc di aver sbagliato. Pare che l’obiettivo fosse una figura chiave della milizia sciita, localizzata in un edificio residenziale a Est di Beirut in cui si trovava anche Mouawad per celebrare la Pasqua in famiglia. Gli attacchi israeliani hanno preso di mira anche Burj Rahal, nel Sud, Mashghara e Kfar Rumman, uccidendo nove persone secondo i media libanesi. Ma Israele deve far fronte anche alle proteste provenienti dalla Chiesa luterana in Terra Santa: uno studente della scuola evangelica di Beit Sahour, in Cisgiordania, è stato arrestato insieme al padre dall’esercito israeliano. Nella nota si afferma che «coloni israeliani stavano illegalmente allestendo un avamposto in un villaggio palestinese vicino a Beit Sahour, molestando i residenti e lanciando gas lacrimogeni contro di loro. Amir Jamal Al-Daraaw e suo padre, il signor Jamal, facevano parte di un gruppo di residenti locali accorsi per difendere le persone attaccate».
Nel principale teatro di guerra, quello iraniano, le forze israeliane hanno invece rivendicato di aver ucciso il comandante dell’intelligence dei pasdaran, Seyed Majid Khademi. La morte, annunciata dagli stessi Guardiani della rivoluzione, è stata poi confermata da Netanyahu e dal ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, che ha avvertito: «Continueremo a dar loro la caccia uno per uno». Khademi era alla guida degli 007 iraniani da neanche un anno: aveva ottenuto l’incarico dopo che il predecessore, Mohammed Kazemi, era stato ucciso durante la guerra dei 12 giorni. Il premier israeliano ha anche celebrato l’uccisione del comandante della sezione 840 della forza Quds, Athar Bakri, considerato il «responsabile di attacchi contro ebrei e israeliani in tutto il mondo». Oltre alle figure chiave del regime, Israele ha sferrato altri attacchi contro l’impianto petrolchimico iraniano di Asaluyeh, che fa parte del giacimento di South Pars. Ma non solo. Stando a quanto riferito dall’agenzia iraniana Fars, è stato colpito un secondo impianto, quello di Marvdasht. Nella notte, sarebbero stati colpiti l’area Est di Teheran e soprattutto la regione centro-orientale del Baharestan, dove si contano almeno 17 vittime. Nel mirino dell’operazione Furia epica sarebbero rientrate anche le strutture energetiche dell’università di Sharif, situata a Nordest della Capitale, e tre aeroporti.
Intanto, continuano a emergere dettagli sul salvataggio del secondo pilota americano dopo l’abbattimento del caccia F-15 nei cieli iraniani. L’ambasciatore americano in Israele, Mike Huckabee, ha riferito che il Mossad ha condiviso le informazioni di intelligence con gli Stati Uniti. Secondo il Jerusalem Post, le Idf, per confondere Teheran, avrebbero lanciato diversi attacchi insieme agli Stati Uniti per allontanare i militari del regime dall’area in cui si trovava il pilota. E pare che le forze israeliane abbiano anche disturbato le ricerche iraniane, «accecando» i sistemi di rilevamento. La Cnn ha poi reso noto che nel blitz sono stati coinvolti centinaia di militari della Delta force dell’esercito e dei Navy seals team six della Marina, oltre agli agenti dell’intelligence.
Chi rimarca il fallimento americano è Teheran: secondo il regime l’amministrazione americana, anziché salvare il pilota, mirava a recuperare l’uranio. Intervenendo in merito, il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baqaei, ha dichiarato che «il luogo in cui l’aereo americano era precipitato» era «a una distanza considerevole» da Isfahan, dove sarebbe stato ritrovato il militare americano. Da qui la considerazione che possa essere stata «un’operazione ingannevole per rubare l’uranio».
Dall’altra parte, con Teheran che continua a lanciare missili, gli allarmi sono scattati soprattutto nel centro di Israele e a Tel Aviv. Ad Haifa è salito a quattro il numero delle vittime all’indomani del raid iraniano contro un edificio residenziale. E Gerusalemme continua ad accusare il regime di aver sganciato bombe a grappolo sui civili. «Questo costituisce un crimine di guerra chiaro e reiterato, commesso con premeditazione», ha reso noto il colonnello Nadav Shoshani, portavoce internazionale delle Idf. I pasdaran hanno poi comunicato di aver colpito una nave portacontainer israeliana, la Sdn7, e una nave d’assalto anfibio americana Lha-7. Quest’ultima sarebbe stata costretta a ritirarsi nell’Oceano indiano meridionale.
E mentre negli Emirati Arabi Uniti e in Kuwait sono scattate le difese aeree per far fronte ai vettori iraniani, nello Stretto di Hormuz è stato segnalato un minimo traffico. Si tratterebbe però di imbarcazioni di Paesi «amici» che avrebbero pagato i pedaggi al regime, stando a quanto riferito da Al Jazeera. Ad aver ottenuto il permesso di attraversare il canale marittimo sarebbero navi francesi, pakistane, indiane e turche.
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- Usa e Israele distruggono un petrolchimico. Bombe su Gerusalemme. Il «Washinton Posti»: «La Cina aiuta gli ayatollah».
Lo speciale contiene due articoli
All’indomani dell’abbattimento del caccia F-15 americano nei cieli iraniani, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, non ha mostrato ripensamenti sull’ultimatum per la riapertura dello Stretto di Hormuz. «Ricordate quando ho dato all’Iran dieci giorni per fare un accordo o riaprire lo Stretto di Hormuz? Il tempo sta per scadere: 48 ore prima che si scateni l’inferno su di loro. Gloria a Dio!» ha scritto il tycoon su Truth. Che ha già minacciato di colpire le centrali elettriche iraniane. A detta del senatore Lindsey Graham, che ieri ha parlato con Trump, il presidente sarebbe fermo su questa posizione: «Sono assolutamente convinto che userà una forza militare schiacciante contro il regime».
Quel che è certo è che l’amministrazione americana «non permetterà che gli Stati Uniti diventino un rifugio per gli stranieri che sostengono regimi terroristici anti-americani». E per questo sono state arrestate «la nipote e la pronipote del defunto generale di divisione Qasem Soleimani, membro del Corpo delle Guardie rivoluzionarie iraniane», ucciso nel 2020 in un raid americano a Baghdad. Le manette sono scattate dopo che il segretario di Stato, Marco Rubio, ha revocato il «loro status di residenti permanenti legali (Lpr)».
Lo stesso Rubio, annunciando che le due parenti dell’ex comandante della Forza Quds iraniana saranno espulse, ha commentato che «Hamideh Soleimani Afshar e sua figlia erano titolari di una carta verde e vivevano nel lusso negli Stati Uniti». La nipote di Soleimani «è anche una fervente sostenitrice del regime iraniano, che ha celebrato gli attacchi contro gli americani e si è riferita al nostro Paese come al “Grande Satana”». Ma non è tutto. All’inizio del mese, è stato revocato lo status legale anche a Fatemeh Ardeshir-Larijani, figlia dell’ex segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale dell’Iran Ali Larijani, e del marito Seyed Kalantar Motamedi.
Intanto, dopo l’abbattimento dell’F-15 e il salvataggio venerdì del primo pilota, restano sconosciute, nel momento in cui scriviamo, le sorti del secondo militare americano disperso in Iran. Sulle eventuali ripercussioni, Trump non si è sbilanciato troppo. In una breve intervista telefonica rilasciata a Nbc News, ha sottolineato che l’episodio non influenzerà i negoziati con l’Iran. E all’Independent, non ha voluto svelare la risposta statunitense nel caso in cui Teheran catturasse il pilota dell’F-15: «Non posso commentare. Speriamo che ciò non accada».
A detta dell’Iran non sarebbe ancora successo: il regime, che messo una taglia sulla sua cattura, ha smentito di averlo ritrovato. Dall’altra parte, diversi esperti americani si sono espressi sulla difficoltà della missione di recupero del militare da parte dell’aeronautica americana. Alla Cbs, un ex comandante dei Pararescue Jumpers dell’aeronautica militare statunitense ha rivelato che se il pilota si trovasse in una zona impervia per gli elicotteri Blackhawk, interverrebbero i paracadutisti: dopo il lancio, dovranno proseguire la missione a piedi. Allo stesso tempo, inevitabilmente, dovranno eludere i nemici. Il pilota disperso invece, secondo l’analista di sicurezza nazionale per la Cbs News, Aaron MacLean, avrebbe a disposizione un kit di primo soccorso, un localizzatore Gps, un segnalatore di emergenza e una radio criptata.
Nel frattempo, sono emersi ulteriori dettagli sull’F-15 abbattuto: le immagini dei rottami suggeriscono che potrebbe essere partito da una delle basi americane situate nel Regno Unito. Tutto tace a tal riguardo da parte del Comando centrale degli Stati Uniti e del ministero della Difesa britannico. Ma secondo Justin Bronk, ricercatore senior del Royal united services institute, si tratterebbe di un F-15 del 494th Fighter squadron della base Raf di Lakenheath, nell’Est dell’Inghilterra. In tal caso sarebbe confermata una linea più morbida da parte del premier britannico, Keir Starmer, che inizialmente aveva negato l’autorizzazione ad utilizzare le basi, salvo poi fare marcia indietro.
Oltre al fronte mediorientale, il grande grattacapo di Trump è all’interno dei confini americani. Mentre le elezioni di midterm si avvicinano e i cittadini americani sono sempre più scontenti sulla guerra in Iran, si fanno sempre più insistenti le voci su un rimpasto. Dopo aver rimosso l’Attorney general Pam Bondi, diverse fonti hanno rivelato a Reuters che la stessa sorte potrebbe toccare al direttore dell’Intelligence nazionale, Tulsi Gabbard, e al segretario al Commercio, Howard Lutnick. Sulla prima, Trump avrebbe già manifestato il suo disappunto, chiedendo consiglio al suo entourage su eventuali sostituti. Sul secondo, il tycoon starebbe ricevendo pressioni da parte dei suoi alleati alla luce dei rapporti di Lutnick con Jeffrey Epstein. Tra l’altro, il tycoon sarebbe sempre più scontento della copertura mediatica riservata al conflitto in Medio Oriente. E il caso del caccia americano abbattuto non fa altro che aumentare la sua frustrazione.
Raid sugli impianti, però i mullah reagiscono
Dopo pesanti attacchi aerei segnalati venerdì notte nella zona Nord di Teheran, ieri mattina un missile è caduto vicino alla centrale nucleare di Bushehr, nell’Iran occidentale, danneggiando un edificio e provocando la morte di un addetto alla sicurezza. Secondo l’Agenzia iraniana per l’energia atomica (Aeoi), «gli impianti principali non sono stati danneggiati». Però la società statale russa per l’energia nucleare Rosatom annunciava l’evacuazione di 198 dipendenti, avvenuta 20 minuti dopo l’attacco. L’amministratore delegato di Rosatom, Alexey Likhachev, l’ha definita la «fase principale» dell’allontanamento di quanti vi stanno lavorando, in base alla pianificazione di inizio del conflitto.
Il personale ha raggiunto il confine armeno a bordo di autobus. «Non è stato riportato alcun aumento dei livelli di radiazione», ha precisato l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) in un post su X, spiegando di essere stata messa al corrente del raid da Teheran. L’agenzia sottolineava che il direttore generale di Aiea, Rafael Mariano Grossi, «esprime profonda preoccupazione per l’incidente segnalato e sottolinea che i siti delle centrali nucleari o le aree circostanti non devono mai essere attaccate». Nel post si ricordava che «gli edifici ausiliari» di un impianto nucleare «possono avere al loro interno apparecchiature di sicurezza vitali». Grossi ribadisce «l’appello alla massima moderazione militare per evitare il rischio di un incidente nucleare».
In un post pubblicato su X, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha incolpato Stati Uniti e Israele degli attacchi a Bushehr, compiuti «per ben quattro volte» da inizio conflitto, e accusato l’Occidente di aver avuto ben altro atteggiamento quando si era indignato «per le ostilità vicino alla centrale nucleare di Zaporizhzhia in Ucraina». Araghchi ha poi avvertito che qualsiasi ricaduta radioattiva potrebbe «porre fine alla vita nelle capitali dei Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo Persico, non a Teheran».
Da Mosca si è fatta sentire con durezza la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova: «Condanniamo fermamente questo atto malvagio, che ha provocato la perdita di vite umane». Ha aggiunto: «Gli attacchi contro gli impianti nucleari iraniani, compresa la centrale nucleare di Bushehr, devono cessare immediatamente».
Ieri mattina, nel mirino sono finite diverse aziende petrolchimiche della provincia del Khuzestan, nel Sud Ovest dell’Iran, che hanno subìto danni agli impianti. Secondo l’agenzia di stampa statale iraniana Tasnim, aerei da combattimento israeliani e americani hanno colpito il complesso petrolchimico di Bu Ali e quello di Bandar Imam, danneggiando alcune parti degli impianti. Anche la zona petrolchimica Speciale di Mahshahr è stata oggetto di raid.
Si tratta di complessi strategici per l’economia industriale iraniana, dove gas e petrolio vengono convertiti in una vasta gamma di prodotti come plastica, fertilizzanti, fibre sintetiche e i danni economici provocati dal blocco del funzionamento saranno di miliardi di dollari. L’Idf ha confermato i bombardamenti, affermando che gli impianti venivano utilizzati da Teheran per la produzione anche di materiali per missili balistici.
Sul fronte israeliano, per tutta la notte di venerdì sono risuonate le sirene. I missili caduti nella parte centrale e meridionale del Paese non hanno causato vittime. Hezbollah ha fatto sapere di aver attaccato le caserme militari israeliane di Liman, a Nord della città di Nahariya, con uno «squadrone di droni d’attacco». Ieri, l’Iran ha lanciato diverse salve di missili balistici contro una dozzina di siti in Israele causando ingenti danni alle abitazioni e ferendo leggermente sei persone a Tel Aviv e in altre aree del centro. Piccoli ordigni esplosivi dispersi in volo da missili a grappolo iraniani sono caduti vicino alla base di Kirya, quartier generale centrale dell’Idf e del ministero della Difesa, ma non sono stati segnalati danni. Nel tardo pomeriggio, sei esplosioni sono state udite a Gerusalemme dopo che l’esercito israeliano aveva segnalato missili in arrivo dall’Iran.
Ieri il Washington Post ha pubblicato la notizia che aziende cinesi fornirebbero all’Iran informazioni di intelligence utili a spiare le forze statunitensi. Tra queste società private ci sarebbe la MizarVision, che sostiene di aver monitorato il dispiegamento delle forze Usa in Medio Oriente, inclusi gruppi di portaerei e basi aeree in Israele, Arabia Saudita e Qatar, utilizzando immagini satellitari e dati pubblici rielaborati con l’Ia.
Secondo alcuni analisti, le società private offrono a Pechino un vantaggio strategico ideale: la possibilità di sostenere indirettamente partner come l’Iran mantenendosi al contempo ufficialmente distanti dal conflitto.





