- Altre quattro imbarcazioni legate a Teheran sono passate da Hormuz. Donald Trump: «Ci saranno novità nei prossimi due giorni».
- Mentre si discute di pace, però, proseguono i bombardamenti da entrambe le parti.
Lo speciale contiene due articoli
Il blocco navale imposto dagli Stati Uniti contro l’Iran sta producendo effetti immediati sul traffico nello Stretto di Hormuz, senza però riuscire a interrompere completamente il transito marittimo. Nelle ultime ore alcune navi legate a Teheran sono comunque riuscite a superare il passaggio, mentre sul fronte diplomatico si intensificano gli sforzi per riaprire il dialogo ed evitare un ulteriore aggravamento della crisi. Un portavoce del Servizio europeo per l’Azione esterna ha sottolineato la gravità della situazione: «La situazione attuale - la chiusura - sta effettivamente causando danni enormi e il ripristino della libertà di navigazione è per noi di fondamentale importanza. Respingiamo e continueremo a respingere qualsiasi misura o accordo che ostacoli la sicurezza marittima e limiti la libertà di passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz, in conformità con il diritto internazionale. Quanto sta accadendo oggi nello Stretto di Hormuz rappresenta un chiaro appello a una forte coalizione internazionale per la sicurezza marittima». Il portavoce ha poi precisato: «Noi, l’Unione europea, accogliamo con favore e abbiamo accolto con favore tutte le iniziative annunciate dagli Stati membri, compreso un maggiore coordinamento con i nostri partner nella regione, per garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz». Sulla stessa linea anche il governo italiano. «Bisogna continuare a lavorare per mandare avanti i negoziati di pace, fare ogni sforzo possibile per stabilizzare la situazione, riaprire lo Stretto di Hormuz, che per noi è fondamentale. Chiaramente non solo per i carburanti, ma anche per i fertilizzanti», ha dichiarato il premier Giorgia Meloni.
Secondo le ricostruzioni basate sui dati di monitoraggio, almeno quattro imbarcazioni riconducibili all’Iran hanno attraversato lo stretto dopo l’entrata in vigore del blocco annunciato da Washington a partire dalle 16 di ieri. Due di queste unità risultano aver fatto scalo in porti iraniani. Tra i casi segnalati c’è la portarinfuse Christianna, transitata dopo aver attraccato a Bandar Imam Khomeini. La petroliera Rich Starry, sottoposta a sanzioni statunitensi, ha invece lasciato Sharjah, negli Emirati Arabi Uniti, dirigendosi verso est e attraversando lo stretto nelle ore notturne. Un’altra unità, la Murlikishan, anch’essa colpita da restrizioni americane, ha effettuato il passaggio in direzione opposta dopo essere partita dal porto cinese di Lanshan, risultando poi localizzata a est dell’isola di Qeshm. Nella stessa giornata la petroliera Elpis ha lasciato Bushehr dirigendosi verso est, anche in questo caso senza una destinazione chiara. Non si esclude che alcune di queste navi abbiano manipolato i sistemi di tracciamento per mascherare i propri spostamenti. A quasi 48 ore dall’avvio dell’operazione americana, il traffico in entrata e in uscita dai porti iraniani del Golfo Persico e del Golfo di Oman appare drasticamente ridotto. Gli analisti parlano di un’attività ancora presente, ma discontinua e irregolare. Il Comando centrale degli Stati Uniti rivendica l’efficacia del dispositivo militare. Nelle ultime ventiquattro ore, riferisce, «nessuna nave è riuscita a superare il blocco statunitense» e «sei navi mercantili hanno seguito le direttive delle forze americane per invertire la rotta e rientrare in un porto iraniano sul Golfo di Oman».
L’operazione coinvolge oltre diecimila uomini tra marinai, marines e aviatori, supportati da una decina di navi da guerra e numerosi assetti aerei. Secondo il Centcom, «il blocco viene applicato in modo imparziale contro le navi di tutte le nazioni in entrata o in uscita dai porti iraniani e dalle aree costiere, inclusi tutti i porti iraniani sul Golfo Arabico e sul Golfo di Oman. Le forze Usa stanno sostenendo la libertà di navigazione per le navi che transitano nello Stretto di Hormuz verso e da porti non iraniani». Sul piano diplomatico emergono segnali di possibile riapertura. «I colloqui tra Stati Uniti e Iran potrebbero riprendere nei prossimi due giorni», ha detto Donald Trump in un’intervista al New York Post. «Abbiamo in mente un altro luogo» per i colloqui con l’Iran, ha aggiunto il presidente, precisando che «si stanno muovendo delle cose, ma non credo che sarà lì che faremo il nostro prossimo incontro», riferendosi al Pakistan. L’obiettivo resta sempre raggiungere un’intesa prima della scadenza della tregua prevista il 21 aprile. Il Pakistan si sta muovendo per favorire un secondo ciclo di negoziati tra Stati Uniti e Iran già nel corso della settimana. Lo riferiscono tre funzionari pakistani al New York Times, spiegando che l’intento è sfruttare il clima emerso dall’incontro di Islamabad tra il vicepresidente JD Vance e il presidente del parlamento iraniano Mohammed Bagher Ghalibaf. Resta però incerto il livello della prossima riunione: non è chiaro se parteciperanno nuovamente esponenti politici di primo piano o se il confronto sarà affidato a tecnici e funzionari incaricati di approfondire i nodi ancora aperti. «La palla è nel campo dell’Iran», ha dichiarato il vicepresidente degli Stati Uniti, JD Vance, spiegando che i negoziati del fine settimana si sono interrotti per l’assenza di interlocutori autorizzati a concludere un’intesa. «Sarebbero dovuti tornare a Teheran, dalla Guida Suprema o da qualcun altro, per ottenere l’approvazione dei termini che avevamo proposto». Da parte iraniana emergono anche segnali di prudenza: Teheran starebbe valutando una sospensione temporanea del traffico nello stretto per evitare un’immediata escalation e preservare il margine negoziale. Intanto Israele continua a indicare come condizione imprescindibile la rimozione dell’uranio arricchito, mentre Teheran stima in circa 270 miliardi di dollari i danni subiti e vorrebbe essere risarcito.
Israele e Libano tornano a parlarsi. Rubio: «Cancelleremo Hezbollah»
Nel tentativo di raggiungere la fine delle ostilità tra il Libano e Israele, ieri gli Stati Uniti hanno ospitato i primi colloqui diretti tra i due Paesi. E nonostante per il regime iraniano qualsiasi trattativa sia legata a doppio filo al cessate il fuoco nel territorio libanese, i funzionari americani hanno cercato di presentare l’incontro come una questione separata dai negoziati tra la Casa Bianca e Teheran.
Si tratta di «un’opportunità storica» ha annunciato il segretario di Stato americano Marco Rubio, dopo aver accolto a Washington l’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, Yechiel Leiter, e la sua omologa libanese, Nada Hamadeh Moawad. Vero è che l’ultimo incontro di alto livello tra i due Paesi risale al 1993. Dopo oltre 30 anni quindi, i funzionari israeliani e libanesi sono apparsi vicini nelle foto di rito e seduti allo stesso tavolo per oltre due ore.
A rendere incerto l’esito del meeting, ancor prima che iniziasse, sono state le aspettative diverse. Per il Libano, la priorità era discutere il cessate il fuoco. Al contrario, Israele aveva annunciato che i colloqui si sarebbero concentrati sul disarmo di Hezbollah e sull’avvio delle relazioni pacifiche con Beirut. Chi ha definito il perimetro degli obiettivi è stato Rubio che, rivolgendosi ai giornalisti, ha dichiarato: «So che alcuni di voi stanno ponendo domande sul cessate il fuoco. Ma la questione va ben oltre. Si tratta di porre fine in modo definitivo a 20 o 30 anni di influenza di Hezbollah in questa parte del mondo, non solo ai danni che ha inflitto a Israele, ma anche a quelli che ha inflitto al popolo libanese». E quindi: «La speranza di oggi (ieri, ndr) è di poter delineare il quadro su cui costruire una pace permanente e duratura». A far parte della delegazione americana c’erano anche il consigliere del dipartimento di Stato, Michael Needham, l’ambasciatore statunitense presso le Nazioni Unite, Mike Waltz, e l’ambasciatore statunitense in Libano, Michel Issa.
Al termine del meeting, l’ambasciatore israeliano Leiter ha annunciato che il Libano non vuole più essere «occupato» da Hezbollah. L’auspicio del presidente libanese Joseph Aoun è che l’incontro «segni l’inizio della fine delle sofferenze del popolo libanese». E ha riconosciuto che «l’unica soluzione è che l’esercito libanese si ridispieghi ai confini riconosciuti dalla comunità internazionale e si assuma la piena responsabilità della sicurezza dell’area, senza collaborare con nessuno».
A ostacolare le trattative è Hezbollah che già lunedì sera aveva chiesto al governo libanese di boicottare l’incontro negli Stati Uniti. E con la richiesta rimasta inascoltata, l’esponente di alto rango del Consiglio politico del gruppo terroristico, Wafiq Safa, ha comunicato al Guardian che in ogni caso Hezbollah non rispetterà gli eventuali accordi tra il Libano e Israele. Nelle stesse ore del meeting tra i diplomatici, le Idf hanno quindi avvertito di «un possibile aumento del fuoco dal territorio libanese probabilmente concentrato sulla regione settentrionale». Questa eventualità si è subito concretizzata: le sirene sono scattate in tutta la Galilea in seguito al lancio di razzi. Ma anche Gerusalemme ha continuato ad attaccare il Libano meridionale, prendendo di mira l’area di Tiro e le zone al confine. In particolare, Al Jazeera ha riferito che i raid hanno colpito la città di Haneen, la periferia di Al-Abbasiyya, e anche Tayr Debba, Zibqin e Sarafand.
E ancor prima del faccia a faccia a Washington, un raid israeliano, stando a quanto reso noto dall’agenzia di stampa libanese Nna, ha ucciso tre persone della stessa famiglia nella Bekaa occidentale. Inoltre, nel distretto di Sidone si contano altre tre vittime. A Bint Jbeil, nel Sud del Libano, sono stati feriti dieci soldati delle Idf durante uno scontro a fuoco.
- Cessate il fuoco di due settimane con la mediazione pakistana. Washington e Teheran cantano vittoria, ma gli attacchi israeliani in Libano rendono la situazione precaria.
- Il prezzo di gas e petrolio sprofonda dopo le notizie sulla riapertura dello Stretto. Crolla il rendimento dei Btp.
Lo speciale contiene due articoli.
Quasi a ridosso della scadenza dell’ultimatum imposto dalla Casa Bianca è stata raggiunta la tregua in Medio Oriente. Ma mentre tutti i protagonisti del conflitto cantavano vittoria, i raid non si sono fermati.
Ad annunciare il cessate il fuoco, dopo l’intensa attività di mediazione svolta soprattutto dal Pakistan, è stato il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump: «Accetto di sospendere i bombardamenti e gli attacchi contro l’Iran per un periodo di due settimane. Si tratterà di un cessate il fuoco bilaterale». La condizione imposta dal tycoon a Teheran è «l’apertura completa, immediata e sicura dello Stretto di Hormuz». Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi ha accolto la richiesta: «Se gli attacchi nei confronti dell’Iran cessano, le nostre potenti forze armate fermeranno le operazioni difensive. Per un periodo di due settimane, sarà possibile il transito sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz in coordinamento con le forze armate dell’Iran». Poco dopo, anche Israele ha confermato di aver accettato la fine temporanea delle ostilità, escludendo però il Libano.
L’appuntamento tra Washington e Teheran per sedersi al tavolo delle delicate trattative per porre fine alla guerra è già stato deciso. Il vicepresidente degli Stati Uniti, J.D. Vance, che guiderà la delegazione americana, si incontrerà sabato a Islamabad con la delegazione iraniana.
Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha tuttavia affermato che «gli Stati Uniti hanno violato tre disposizioni fondamentali del cessate il fuoco ancor prima dell’inizio dei negoziati: l’invasione del Libano, la violazione dello spazio aereo iraniano e la negazione del diritto all’arricchimento dell’uranio. Dopo queste violazioni, un cessate il fuoco o negoziati bilaterali sono irragionevoli».
I raid israeliani nel territorio libanese sono uno degli scogli. Peraltro, dopo che le forze israeliane hanno danneggiato un mezzo militare italiano della missione Unifil, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha fatto convocare l’ambasciatore di Israele in Italia. L’altra spina nel fianco alle trattative sono stati gli attacchi in Iran, dopo la tregua. È stata infatti presa di mira una raffineria di petrolio nell’isola iraniana di Lavan e l’isola di Siri. Ma anche il regime iraniano non ha risparmiato i Paesi del Golfo. Il Financial Times ha rivelato che è stato colpito un oleodotto Est-Ovest dell’Arabia Saudita. In Kuwait, i droni iraniani hanno attaccato gli impianti petroliferi e le centrali elettriche. E anche gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar e il Bahrein hanno segnalato dei raid.
Nel frattempo, Aragchi si è mobilitato, facendo presente al capo dell’esercito pakistano, Asim Munir, le presunte violazioni del cessate il fuoco. Poco dopo, il Wall street journal ha riferito che Teheran avrebbe partecipato ai negoziati di Islamabad a patto che la tregua coinvolgesse anche il Libano. In caso contrario, il regime avrebbe rivisto la sua decisione sulla riapertura dello Stretto. A confermare, almeno in parte, l’indiscrezione è stato il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian: al premier pakistano, Shehbaz Sharif, ha riferito che la sicurezza dello Stretto è collegata alla «completa cessazione degli attacchi», anche nel territorio libanese. A confondere le acque, in serata, è stato il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, affermando che Teheran ha rinunciato alla precondizione del cessate il fuoco in Libano. Dalla Casa Bianca è stato poi reso noto che Beirut «non rientra nell’accordo per il cessate il fuoco».
Sullo Stretto, Trump ha comunicato: «Gli Stati Uniti aiuteranno a gestire il traffico nello Stretto di Hormuz. Si guadagneranno un sacco di soldi». Ma la visione iraniana resta piuttosto distante, con il regime che ha ribadito la necessità di ottenere «il permesso dalla Marina dei Pasdaran per attraversare lo Stretto». La confusione riguarda anche i 10 punti proposti dall’Iran. Inizialmente Trump ha comunicato che il piano iraniano è una «base praticabile su cui negoziare». Ma la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha smentito, sostenendo che la proposta iraniana è «ridicola, inaccettabile e completamente scartata da Trump». Quello su cui è al lavoro l’amministrazione americana «è un piano di pace modificato che rispecchierebbe una proposta di 15 punti avanzata settimane fa». Anche perché, secondo Axios, i 10 punti iraniani includerebbero anche il diritto di arricchire l’uranio. Questione su cui gli americani sono assolutamente contrari. Il tycoon ha infatti rassicurato che «non ci sarà alcun arricchimento dell’uranio» e anzi «gli Stati Uniti, in collaborazione con l’Iran, dissotterreranno e rimuoveranno tutta la polvere nucleare». E il capo del Pentagono Pete Hegseth ha già minacciato che se Teheran non consegnerà le sue scorte di uranio arricchito, gli Stati Uniti se lo andranno «a prendere». Il presidente degli Stati Uniti ha poi precisato che «c’è solo un gruppo di punti significativi che sono accettabili per gli Stati Uniti e ne discuteremo a porte chiuse».
Di certo, è chiaro che tutti siano voluti apparire come vincitori. Secondo il presidente americano, sono stati «raggiunti e superati tutti gli obiettivi militari». Dello stesso tenore sono state le affermazioni di Hegseth: «L’operazione Epic Fury è stata una vittoria storica e schiacciante sul campo di battaglia». A suo dire, Trump «ha fatto la storia». Dall’altra parte, anche il regime iraniano ha cantato vittoria. Il Supremo consiglio di sicurezza nazionale della Repubblica islamica ha dichiarato: «Ci congratuliamo con il popolo dell’Iran per questa vittoria e ribadiamo che funzionari e cittadini devono rimanere uniti e determinati».
Quello che resta è infatti un diffuso stato di allerta e sfiducia. Il capo dello stato maggiore congiunto degli Stati Uniti, Dan Caine, ha sottolineato che se i negoziati falliranno, le forze americane riprenderanno la guerra. I pasdaran hanno già detto di avere «le mani sul grilletto», sbandierando che «qualsiasi aggressione riceverà una risposta di livello superiore». Tra l’altro, pare che a convincere l’Iran ad accettare la tregua, oltre alla Cina, sia stato l’ayatollah Mojtaba Khamenei. Diverse fonti hanno svelato ad Axios che «senza il suo via libera, non ci sarebbe stato alcun accordo».
Borse europee in ripresa, Milano fa +3,7%
La tregua temporanea tra Stati Uniti e Iran ha innescato un immediato saliscendi globale sui mercati, con una rapida compressione del premio per il rischio energetico e un riassorbimento della volatilità implicita su molte classi di investimento. Il mercato ha interpretato il cessate il fuoco (orizzonte di due settimane) come un segnale credibile di de-escalation nello snodo critico dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20% dei flussi petroliferi globali, riducendo i rischi su inflazione e crescita e mettendo il segno più su molte piazze azionarie globali.
In Europa, il rialzo è stato diffuso e sincronizzato. Il Dax ha chiuso a +5,06%, il Cac 40 a +4,49%, l’Euro Stoxx 50 a +4,097, il Ftse 100 a +2,61% e il Ftse Mib a +3,70%, con volumi in aumento rispetto alla media degli ultimi 30 giorni. A livello settoriale, Stoxx Banks (+5,9% circa), Industrial Goods e Auto hanno guidato i rialzi, mentre quello Energy ha sottoperformato per effetto leva del petrolio.
Negli Stati Uniti, quando in Italia era tardo pomeriggio, l’S&P 500 ieri viaggiava a oltre +2,32%, Nasdaq Composite a +2,77% e Dow Jones +2,61%. Il Vix, l’indice che misura la volatilità dei mercati, ieri è sceso sotto area 15 (-10% circa), mentre gli indici di volatilità su Treasury (Move) hanno tirato il freno, segnalando minore incertezza macro. Hanno messo il turbo i semiconduttori e le società tecnologiche a grande capitalizzazione. In Asia, il Nikkei 225 ha chiuso a +5,39%, lo Shanghai Composite +2,69% e l’Hang Seng a +3,09%, con contributo positivo anche da export e immobiliare.
Sul mercato obbligazionario si è osservato un movimento piuttosto chiaro verso un allentamento delle pressioni sui rendimenti, soprattutto negli Stati Uniti. Il Treasury decennale è sceso al -1,24%, mentre il tratto a cinque anni si è posizionato intorno al 3,95% e il biennale al 3,7 (-1,3%). Non da meno è stato il rendimento del Btp a 10 anni che ieri è sceso dal 4 al 3,7% circa, con un crollo simile a quando Mario Draghi pronunciò il suo famoso «whatever it takes» (in quel caso il calo giornaliero fu da 6,35% a 6,1%).
Si tratta di una dinamica coerente con un ridimensionamento delle aspettative inflazionistiche, in particolare di quelle legate all’energia. In questa direzione si muovono anche i Tips, con il breakeven a 10 anni in discesa verso area 2,25%, segnale che il mercato sta rivedendo al ribasso le pressioni sui prezzi nel medio periodo.
In area euro, il quadro appare più stabile e meno direzionale. Il Bund decennale si attesta al 2,95% (+0,28 pb), mentre i rendimenti degli altri principali titoli sovrani restano su livelli contenuti: l’Oat francese intorno al 3,18% e il Bonos spagnolo al 3,34%. Il Btp decennale si è mantenuto al 3,717%, con uno spread rispetto al Bund di circa 77 punti base. Anche il differenziale Bonos-Bund resta a 44 punti base, indicando una sostanziale stabilità del rischio sovrano lungo tutta la struttura delle scadenze.
Anche sul fronte della politica monetaria il quadro resta impostato su toni comunque restrittivi. I contratti Euribor futures e gli OIS continuano infatti a prezzare un tasso sui depositi della Bce intorno in salita entro la fine dell’anno, segnalando che il mercato non si attende un allentamento imminente. Negli Stati Uniti, i Fed Funds futures indicano un percorso simile: il livello dei tassi resta elevato e gli eventuali tagli vengono visti come graduali e non immediati.
Il movimento più marcato della giornata si è comunque registrato ieri sulle materie prime, in particolare sull’energia. Il Wti è sceso a 94,64 dollari, con un calo del 16,21%, mentre il Brent si è portato a 95,73 dollari (-13,62%).
Anche il gas naturale ha seguito la stessa direzione, scendendo a 3,22 (-3,91%). Sul fronte dei metalli, il rame ha guadagnato il 3,92% a 5,7615, riflettendo un miglioramento delle aspettative cicliche, mentre l’alluminio ha registrato un rialzo più contenuto e il ferro si è mantenuto sostanzialmente stabile.
L’oro, in aumento a 4.786,37 (+2,17%), continua invece a beneficiare di una domanda di copertura ancora presente nei portafogli.
L’avvicinarsi dell’ultimatum Usa e le trattative in corso non hanno aperto margini di de-escalation in Medio Oriente. Anzi, il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, ha promesso: «Continueremo con tutte le nostre forze, finché la minaccia non sarà eliminata e tutti gli obiettivi di guerra non saranno raggiunti».
E sul fronte libanese, le Idf hanno eliminato «per errore» pure Pierre Mouawad, ovvero l’esponente del Partito cristiano delle forze libanesi, apertamente contrario a Hezbollah. Le forze militari israeliane hanno ammesso alla Bbc di aver sbagliato. Pare che l’obiettivo fosse una figura chiave della milizia sciita, localizzata in un edificio residenziale a Est di Beirut in cui si trovava anche Mouawad per celebrare la Pasqua in famiglia. Gli attacchi israeliani hanno preso di mira anche Burj Rahal, nel Sud, Mashghara e Kfar Rumman, uccidendo nove persone secondo i media libanesi. Ma Israele deve far fronte anche alle proteste provenienti dalla Chiesa luterana in Terra Santa: uno studente della scuola evangelica di Beit Sahour, in Cisgiordania, è stato arrestato insieme al padre dall’esercito israeliano. Nella nota si afferma che «coloni israeliani stavano illegalmente allestendo un avamposto in un villaggio palestinese vicino a Beit Sahour, molestando i residenti e lanciando gas lacrimogeni contro di loro. Amir Jamal Al-Daraaw e suo padre, il signor Jamal, facevano parte di un gruppo di residenti locali accorsi per difendere le persone attaccate».
Nel principale teatro di guerra, quello iraniano, le forze israeliane hanno invece rivendicato di aver ucciso il comandante dell’intelligence dei pasdaran, Seyed Majid Khademi. La morte, annunciata dagli stessi Guardiani della rivoluzione, è stata poi confermata da Netanyahu e dal ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, che ha avvertito: «Continueremo a dar loro la caccia uno per uno». Khademi era alla guida degli 007 iraniani da neanche un anno: aveva ottenuto l’incarico dopo che il predecessore, Mohammed Kazemi, era stato ucciso durante la guerra dei 12 giorni. Il premier israeliano ha anche celebrato l’uccisione del comandante della sezione 840 della forza Quds, Athar Bakri, considerato il «responsabile di attacchi contro ebrei e israeliani in tutto il mondo». Oltre alle figure chiave del regime, Israele ha sferrato altri attacchi contro l’impianto petrolchimico iraniano di Asaluyeh, che fa parte del giacimento di South Pars. Ma non solo. Stando a quanto riferito dall’agenzia iraniana Fars, è stato colpito un secondo impianto, quello di Marvdasht. Nella notte, sarebbero stati colpiti l’area Est di Teheran e soprattutto la regione centro-orientale del Baharestan, dove si contano almeno 17 vittime. Nel mirino dell’operazione Furia epica sarebbero rientrate anche le strutture energetiche dell’università di Sharif, situata a Nordest della Capitale, e tre aeroporti.
Intanto, continuano a emergere dettagli sul salvataggio del secondo pilota americano dopo l’abbattimento del caccia F-15 nei cieli iraniani. L’ambasciatore americano in Israele, Mike Huckabee, ha riferito che il Mossad ha condiviso le informazioni di intelligence con gli Stati Uniti. Secondo il Jerusalem Post, le Idf, per confondere Teheran, avrebbero lanciato diversi attacchi insieme agli Stati Uniti per allontanare i militari del regime dall’area in cui si trovava il pilota. E pare che le forze israeliane abbiano anche disturbato le ricerche iraniane, «accecando» i sistemi di rilevamento. La Cnn ha poi reso noto che nel blitz sono stati coinvolti centinaia di militari della Delta force dell’esercito e dei Navy seals team six della Marina, oltre agli agenti dell’intelligence.
Chi rimarca il fallimento americano è Teheran: secondo il regime l’amministrazione americana, anziché salvare il pilota, mirava a recuperare l’uranio. Intervenendo in merito, il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baqaei, ha dichiarato che «il luogo in cui l’aereo americano era precipitato» era «a una distanza considerevole» da Isfahan, dove sarebbe stato ritrovato il militare americano. Da qui la considerazione che possa essere stata «un’operazione ingannevole per rubare l’uranio».
Dall’altra parte, con Teheran che continua a lanciare missili, gli allarmi sono scattati soprattutto nel centro di Israele e a Tel Aviv. Ad Haifa è salito a quattro il numero delle vittime all’indomani del raid iraniano contro un edificio residenziale. E Gerusalemme continua ad accusare il regime di aver sganciato bombe a grappolo sui civili. «Questo costituisce un crimine di guerra chiaro e reiterato, commesso con premeditazione», ha reso noto il colonnello Nadav Shoshani, portavoce internazionale delle Idf. I pasdaran hanno poi comunicato di aver colpito una nave portacontainer israeliana, la Sdn7, e una nave d’assalto anfibio americana Lha-7. Quest’ultima sarebbe stata costretta a ritirarsi nell’Oceano indiano meridionale.
E mentre negli Emirati Arabi Uniti e in Kuwait sono scattate le difese aeree per far fronte ai vettori iraniani, nello Stretto di Hormuz è stato segnalato un minimo traffico. Si tratterebbe però di imbarcazioni di Paesi «amici» che avrebbero pagato i pedaggi al regime, stando a quanto riferito da Al Jazeera. Ad aver ottenuto il permesso di attraversare il canale marittimo sarebbero navi francesi, pakistane, indiane e turche.





