Il secondo round di colloqui ad Abu Dhabi tra la delegazione ucraina e quella russa, avvenuto con la mediazione degli americani Steve Witkoff e Jared Kushner, ha segnato dei passi avanti sulle trattative di pace.
Il clima di cauto ottimismo emerge dalle dichiarazioni rilasciate dagli alti dirigenti statunitensi. Pur riconoscendo che sono necessarie «altre discussioni», hanno annunciato: «Non pensiamo di essere così lontani da un incontro Putin-Zelensky, visti i recenti progressi nei colloqui». E produttivo è stato anche il dialogo che ha preceduto il trilaterale: a Mosca il presidente russo, l’inviato americano e il genero di Donald Trump hanno parlato per quattro ore. Per non perdere il nuovo slancio, è già stata fissata la riunione tra le tre squadre negoziali: si vedranno tra una settimana, il 1° febbraio, sempre negli Emirati Arabi.
A svelare l’esito positivo del faccia a faccia tra la parte ucraina guidata da Rustem Umerov e quella russa diretta dal capo della direzione generale dello Stato maggiore delle Forze Armate, Igor Kostyukov, è stato anche il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky. «Le conversazioni sono state costruttive» ha scritto su X dopo aver visionato un report sull’incontro. E ha precisato che «il punto principale su cui si sono concentrate le discussioni riguarda i possibili parametri della fine della guerra». Andando più nei dettagli ha comunicato che è stata Washington, nel trilaterale, a «sollevare la questione dei possibili formati per formalizzare i parametri», «nonché delle condizioni di sicurezza necessarie per raggiungere tale obiettivo». Gli stessi dirigenti statunitensi hanno messo in luce che i protocolli di sicurezza previsti per Kiev nel dopoguerra sono molto forti. Il presidente ucraino ha poi aggiunto che alle discussioni hanno partecipato anche i rappresentanti militari dell’Ucraina, della Russia e degli Stati Uniti: «Hanno individuato una lista di questioni per un potenziale prossimo meeting». Tra l’altro, stando a quanto riportato da Axios, ad Abu Dhabi pare che, oltre al trilaterale, i rappresentanti di Kiev e di Mosca si siano incontrati anche senza la mediazione statunitense. Che l’atmosfera sia stata «positiva e costruttiva» l’ha poi confermato anche un portavoce del governo degli Emirati Arabi Uniti.
E nonostante il Cremlino non si sia ancora sbilanciato ufficialmente sull’esito dei colloqui, anche la Tass ha reso noto che «sono stati raggiunti risultati» e quindi «i negoziati potrebbero proseguire».
Poco prima dell’inizio della riunione si pensava a un altro buco nell’acqua. Una fonte aveva infatti ribadito alla Tass: «La questione territoriale rimane la più complessa nei trilaterali. Il ritiro delle forze armate ucraine dal Donbass è importante e si stanno prendendo in considerazione diversi parametri di sicurezza al riguardo».
Ma oltre ai progressi nelle trattative, è anche vero che Mosca, poco prima che le delegazioni si ritrovassero nella stessa stanza per negoziare, ha bombardato soprattutto le più grandi città dell’Ucraina: Kiev e Kharkiv. A rendere nota l’entità dei danni è stato Zelensky: «A Kharkiv sono stati danneggiati un ospedale per la maternità, un dormitorio per sfollati, una facoltà di medicina ed edifici residenziali. Attualmente, ci sono decine di feriti, tra cui un bambino. Nella capitale e nella sua regione, l’obiettivo principale dei russi era il settore energetico». E ha quindi lanciato l’appello verso gli alleati: «Non possiamo ignorare questi attacchi: dobbiamo reagire, e reagire con forza. Contiamo sulla risposta e sull’assistenza di tutti i nostri partner». Tra l’altro, i raid russi hanno lasciato oltre un milione di persone senza elettricità. Nella capitale oltre 3.000 gli edifici rimasti privi del riscaldamento. Ma oltre a Kiev, anche la città di Cernihiv, situata nel Nord del Paese, si trova in difficoltà. Il vice primo ministro ucraino, Oleksiy Kuleba, ha infatti dichiarato che a Kiev sono 800.000 le persone rimaste senza elettricità, mentre a Cernihiv sono 400.000.
Nel frattempo, Kiev e Budapest continuano a essere ai ferri corti. Il premier ungherese, Viktor Orbán, ha riferito che l’Ungheria non permetterà all’Ucraina di aderire all’Unione europea. «Al momento, Bruxelles non ospita vertici, ma consigli militari. I leader dell’Unione europea hanno deciso che la Russia perderà la guerra sul fronte ucraino. Sono in corso i preparativi per la guerra e il pericolo più grande per le nostre vite è che i nostri figli si arruolino nell’esercito e finiscano in uniforme sul suolo ucraino». Ha poi sottolineato che Budapest non avrà un parlamento disposto a votare per l’adesione di Kiev «per i prossimi 100 anni». L’espressione ha scatenato un botta e risposta, con il ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha, che ha criticato l’operato del governo ungherese all’interno dei suoi stessi confini. Piccata è stata la reazione dell’omologo ungherese, Péter Szijjártó, che ha accusato Kiev di voler interferire nelle elezioni di Budapest.
Il tema dell’undertourism e della valorizzazione dei territori meno noti è il fil rouge del terzo Forum internazionale del turismo. L’evento, che ha aperto i battenti ieri al Palazzo del Ghiaccio a Milano, si concluderà oggi con la firma del Patto di Amalfi tra il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, il ministro del Turismo, Daniela Santanchè e i sindaci firmatari della carta.
Che il nostro Paese si stia già inserendo nella traiettoria della delocalizzazione è evidente anche dai risultati raggiunti nel 2025. «Il turismo italiano è tornato a essere forte e competitivo. E ci è riuscito anche grazie ad un’altra scelta strategica, cioè quella di puntare su due direttrici: la destagionalizzazione e la delocalizzazione dei flussi», ha annunciato il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in un videomessaggio per il Forum. Il premier ha poi ricordato che l’Italia «è diventata la seconda nazione europea per presenze turistiche: abbiamo superato per la prima volta nella storia la Francia, ci avviciniamo ai livelli della Spagna».
Nella giornata di ieri, nel fare gli onori di casa, anche il ministro del Turismo, Daniela Santanchè, ha sottolineato come il 2025 sia stato l’anno dei record per il turismo italiano «con quasi 480 milioni di presenze stimate, il primato europeo per permanenza media dei turisti, un impatto sul Pil di 237,4 miliardi di euro e una spesa turistica di 185 miliardi di euro». E quindi il 2026 sarà «l’anno della consacrazione del “Modello Italia”». Il ministro ha poi rivelato la visione decennale sul comparto, illustrando alcune proposte, tra cui «una riforma strutturale sulla dimensione delle imprese» su cui il ministero del Turismo è già al lavoro con il Mef per facilitare «i processi di aggregazione delle aziende alberghiere»; «un patto di equità» che miri «a ridurre del 10% la fiscalità sulle imprese turistiche»; «una Pa più efficiente», ma anche «l’allineamento del calendario scolastico». Tornando al presente, i dati confermano l’importanza della delocalizzazione: i piccoli comuni, ha annunciato Santanchè, «sono cresciuti del 6,85% nelle presenze e del 7,86% negli arrivi sul 2024, contribuendo a circa il 20% dei pernottamenti complessivi». Tra l’altro «il Fondo da 34 milioni di euro dedicato ai piccoli comuni ha generato un impatto economico stimato di oltre 98 milioni di euro».
Il tema della distribuzione dei flussi turistici in diverse località si riflette anche nelle stesse Olimpiadi di Milano-Cortina, a cui è stata dedicata una tavola rotonda. Il ministro per lo Sport, Andrea Abodi, presente in video collegamento, ricordando che si tratta della «prima esperienza di Olimpiadi e Paralimpiadi diffuse», si è detto certo che lo «stesso modello» sarà utilizzato «da chi verrà dopo». Sulla stessa linea anche il presidente della Fondazione Milano Cortina 2026, Giovanni Malagò: «Dalla prima edizione dei Giochi olimpici al 2026 c’è sempre stata una sola città», ma «oggi si deve allargare il territorio». Tra l’altro, l’impatto dei Giochi sul turismo è evidente: «Stiamo già vedendo come i flussi esteri per il periodo delle Olimpiadi» arrivino «da diversi continenti, con una forte spinta dall’Asia ed in particolare dalla Cina», ha dichiarato l’ad di Enit, Ivana Jelinic, durante l’evento.
L’Europa, dopo essere stata strigliata dal presidente americano Donald Trump, è finita nel mirino anche del leader di Kiev, Volodymyr Zelensky.
«È smarrita, frammentata, non agisce come una grande potenza», ha detto il presidente ucraino dal palco del World economic forum a Davos, divenuto ormai la sede per esporre senza mezzi termini la debolezza dell’Ue. Per gran parte del suo discorso, avvenuto poco dopo l’incontro con il tycoon, Zelensky ha criticato l’immobilità dei suoi alleati più stretti, avvertendo che «Trump non ascolterà questo tipo di Europa». «Un anno fa a Davos ho terminato il mio discorso dicendo che l’Europa deve sapere come difendersi», ma dopo 12 mesi «non è cambiato nulla». E ha quindi passato in rassegna le questioni più delicate in cui i partner europei non hanno brillato per incisività: dalla Groenlandia all’Iran, dalle spese militari alle misure poco efficaci contro la Russia.
«La maggior parte dei leader non sa bene cosa fare» sulla Groenlandia e «sembra che tutti aspettino solo che l’America si calmi su questo argomento, sperando che passi». Ha poi criticato la mossa di alcuni Paesi europei di inviare un numero irrisorio di soldati nell’isola: «O si dichiara che le basi europee proteggeranno la regione dalla Russia e dalla Cina e si stabiliscono quelle basi, oppure si rischia di non essere presi sul serio, perché 40 soldati non proteggeranno nulla». Ma l’Ue si è anche espressa troppo tardi sulla situazione in Iran poiché tutti erano «distratti da Natale e Capodanno». E per sottolineare la differenza tra la capacità americana di prendere le redini e la passività europea ha dichiarato: «Nicolás Maduro è sotto processo a New York, mentre Putin no». Anzi «non solo è a piede libero, ma sta ancora combattendo per gli asset congelati in Europa». A tal proposito, Zelensky ha attaccato l’Ue sostenendo che non ha nemmeno deciso «una sede per il tribunale» speciale per i crimini di guerra commessi da Mosca. L’invettiva del leader ucraino ha coinvolto l’incapacità di Bruxelles di decidere «come utilizzare i beni russi congelati» e l’atteggiamento passivo riguardo allo schieramento dei missili russi Oreshnik in Bielorussia. Ha anche specificato che i Paesi dell’Ue sono «persi di fronte a Trump», visto che a Kiev è stato consigliato di «non parlare dei Tomahawk agli americani, per non rovinare l’atmosfera».
Le stoccate hanno pure riguardato la spesa per la difesa: è solo grazie all’intervento americano che i membri Ue della Nato spenderanno il 5% del Pil. E ammettendo che senza il coinvolgimento di Washington «è impossibile parlare di garanzie di sicurezza per l’Ucraina», ha lanciato l’appello per formare una difesa europea comune, visto che al momento l’Europa «fa affidamento sulla convinzione che, in caso di pericolo, la Nato agirà».
Europa a parte, ieri le trattative di pace sono state al centro dei colloqui, con gli Stati Uniti che hanno dialogato con entrambi i protagonisti del conflitto. Prima Trump ha incontrato a Davos Zelensky, successivamente nella serata, Steve Witkoff e Jared Kushner hanno visto il presidente russo, Vladimir Putin, a Mosca. Riguardo al bilaterale con Kiev, Trump ha rivelato che è stato «un buon incontro». Zelensky, dal palco di Davos, ha spiegato che «i documenti volti a porre fine a questa guerra sono quasi pronti» ma «l’ultimo miglio è sempre difficile».
Se da una parte il leader di Kiev ha infatti annunciato che è stata raggiunta un’intesa con Washington «sulle garanzie di sicurezza», dall’altra ha ribadito che la questione territoriale «non è ancora stata risolta». Prima dell’incontro con Putin, Witkoff è però apparso ottimista: durante la colazione ucraina a margine del Forum di Davos, ha rivelato che «i negoziati sono ridotti a un’ultima questione». La tregua energetica potrebbe invece essere sul tavolo del trilaterale tra l’Ucraina, gli Stati Uniti e la Russia che si terrà oggi e domani negli Emirati Arabi Uniti. Secondo il Financial Times, saranno Washington e Kiev ad avanzare questa proposta a Mosca. A rappresentare l’Ucraina saranno principalmente il segretario del Consiglio per la Sicurezza, Rustem Umerov e il capo dell’Ufficio del presidente, Kirill Budanov, mentre a guidare la delegazione russa sarà l’inviato di Putin, Kirill Dmitriev. I negoziatori americani saranno sempre Witkoff e Kushner.
Ma a mettere i bastoni tra le ruote alle iniziative diplomatiche della Casa Bianca è il capo dell’Eliseo, Emmanuel Macron. Ha annunciato che la Marina francese ha abbordato nel Mediterraneo una petroliera, denominata Grinch, sospettata di far parte della «flotta fantasma» e «proveniente dalla Russia». L’operazione è avvenuta «in alto mare» tra la Spagna e il Nord Africa, con la collaborazione del Regno Unito. All’entusiasmo di Zelensky, che ha scritto su X: «Questa è esattamente la determinazione necessaria per garantire che il petrolio russo non finanzi più la guerra della Russia», si contrappone il gelo di Mosca. Al momento si è limitata a sottolineare che l’ambasciata russa a Parigi non ha ricevuto la notifica da parte delle autorità francesi.





