Provati da oltre 400 giorni di carcere a Caracas, ma finalmente in Italia: Alberto Trentini e Mario Burlò sono atterrati all’aeroporto di Ciampino con un volo di Stato ieri mattina. Ad abbracciarli, non appena scesi dalle scalette dell’aereo, sono stati i loro cari: la madre del cooperante veneto, Armanda Colusso, e i figli dell’imprenditore torinese, Gianna e Corrado.
A osservare la scena, dietro i vetri dell’aeroporto, come per non essere di troppo in quel momento tanto atteso dalle famiglie, il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e il ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Il premier e il vicepremier, che ha definito il momento «toccante», hanno incontrato i due connazionali poco dopo: «Hai abbracciato mamma? È stata tanto in pensiero lo sai, vero?», ha detto Meloni rivolgendosi a Trentini. Il momento dei saluti istituzionali è stato breve: «Non vi voglio disturbare perché avete del tempo da recuperare», ha comunicato il presidente del Consiglio, prima di congedarsi.
Il cooperante italiano e la famiglia, tramite una dichiarazione letta dall’avvocato, Alessandra Ballerini, hanno fatto sapere di essere «felicissimi», ma quella loro «felicità ha un prezzo altissimo», dato che «non si possono cancellare le sofferenze e questi interminabili 423 giorni». E il pensiero, inevitabilmente, «va a tutte le persone ancora detenute e alle loro famiglie. La solidarietà dentro e fuori dal carcere è stata la nostra salvezza».
A sottolineare lo spirito di solidarietà tra tutti i sequestrati è stato anche Burlò. Che ha raccontato lo strazio vissuto in oltre un anno di detenzione: «Le condizioni di El Rodeo I sono terrificanti», con la cella che è «tre metri e mezzo per due con una latrina centrale, un tubo dove lavarsi con l’acqua e nient'altro. Dove c’è la latrina, a mezzo metro mangi». L’imprenditore ha spiegato che per lui e Trentini, con cui ha condiviso la cella, quella non era una prigione ma «un campo di concentramento» visto che uscivano «con la maschera come a Guantanamo e con le manette». Ha poi confermato di non aver subito «violenze fisiche», ma il «non poter parlare con i figli, senza il diritto di difesa, senza poter parlare con un avvocato» è già di per sé «una tortura». Tra l’altro, ha dichiarato che «dormivano per terra con gli scarafaggi», con la paura che li avrebbero «ammazzati». Burlò, che ha detto di non aver mai saputo formalmente l’accusa, ha ricordato il momento dell’arresto: «Mi fermano, do il passaporto, guardano internet e mi dicono che sono un politico che vuole far saltare il governo». Diventa sempre più chiaro, anche secondo gli analisti, come la loro detenzione sia stata un doppio sequestro: è stata la ritorsione di Nicolás Maduro dopo il mancato riconoscimento italiano del suo regime. E pare che il dittatore, a ottobre, avesse chiesto all’esecutivo italiano di dissociarsi dalla linea dell’amministrazione americana sul dossier venezuelano, in cambio della liberazione di Trentini. Ricevuta la risposta negativa, ha bloccato il rilascio. Quel che è certo è che nei prossimi giorni Trentini e Burlò saranno ascoltati in procura a Roma.
La commozione del loro ritorno a casa ha avvolto il Senato: due applausi bipartisan hanno segnato l’informativa di Tajani sulla situazione in Venezuela. La liberazione è l’epilogo di «un lavoro durato mesi: lavoro silenzioso, costante, da parte del governo che ha consentito, dopo la rimozione di Maduro, di cogliere un obiettivo sentito fortemente dalla popolazione italiana». Ringraziando il personale diplomatico e non, il vicepremier ha ammesso: «Noi dobbiamo essere orgogliosi di come operano all’estero per tutelare in ogni circostanza l’interesse dei nostri cittadini». D’altronde anche lo stesso Burlò ha detto a Tajani: «che la vicinanza dello Stato gli aveva permesso di resistere meglio alle difficoltà che stava affrontando». Il riconoscimento del lavoro italiano arriva anche dalla Spagna: il leader del Partito popolare spagnolo, Alberto Núñez Feijóo, ha commentato: «Il premier italiano Giorgia Meloni ha accolto all’uscita dell’aereo i prigionieri politici incarcerati dal regime venezuelano. Lontani dalla dittatura, vicini a coloro che l’hanno subita. È così che si fa», mentre ha accusato il governo spagnolo di lavorare «fianco a fianco con i seguaci di Maduro». E con la caduta del dittatore venezuelano che «rappresenta un’occasione storica per il Venezuela e per tutta l’America Latina», Tajani ha illustrato che, una volta raggiunta la stabilità nel Paese, si potrà lavorare «per la crescita», con le imprese italiane che «potranno avere un ruolo di primo piano». Oltre all’energia, il ministro pensa «alla gestione delle risorse idriche e alle infrastrutture». Ha dunque annunciato di aver dato mandato «alla Cooperazione allo sviluppo, di avviare una serie di iniziative urgenti di collaborazione tecniche ed economiche a partire dal settore sanitario a favore della popolazione». L’Italia è pronta a collaborare in tal senso «anche con le organizzazioni della società civile attive nel Paese e con la chiesa locale».
Che la cattura di Nicolás Maduro stia ridefinendo i rapporti tra l’Italia e il Venezuela è evidente dalla notizia più attesa: Alberto Trentini torna a casa.
Il cooperante italiano, rinchiuso nel carcere El Rodeo a Caracas per 423 giorni, è stato liberato insieme al connazionale Mario Burlò. Ad annunciare la novità, alle 5 di ieri mattina, è stato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani: «Alberto Trentini e Mario Burlò sono liberi e sono nella sede dell’ambasciata d’Italia a Caracas». Ed è proprio nel luogo della rappresentanza diplomatica italiana che è stata scattata la prima foto dei due: Trentini, che indossa una t-shirt rossa, appare sorridente seppur visibilmente dimagrito. Al suo fianco, Burlò, mostra un volto disteso. I due non erano nemmeno a conoscenza della cattura del dittatore venezuelano: «È stato tutto così improvviso. Inaspettato» ha detto Trentini. Sia il cooperante sia Burlò, che sono in buone condizioni, hanno reso noto di non essere stati «torturati». E mentre aspettava l’aereo per tornare in Italia, l’operatore umanitario ha dichiarato al Tg1: «Desidero ringraziare il presidente del Consiglio, il governo italiano, il ministro degli Esteri Tajani, il corpo diplomatico che si è attivato e ha portato a termine la liberazione mia e di Mario».
A parlare subito con i due connazionali è stato il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che ha espresso «gioia e soddisfazione» per il loro rilascio. Condividendo parole di gratitudine verso «le autorità di Caracas, a partire dal presidente Rodriguez», ha poi aggiunto che «questo risultato è il frutto del lavoro discreto, ma efficace, portato avanti in questi mesi non solo dal governo, ma dalla rete diplomatica, dall’intelligence». È evidente, come sottolineato da Tajani, che «la svolta c’è stata quando il presidente Rodriguez ha detto che ci sarebbe stata una decisione per liberare i prigionieri politici». Da quel momento l’Italia ha «rinforzato l’azione diplomatica, lavorando sottotraccia in silenzio». Il vicepremier ha condiviso qualche dettaglio in più sulle ore concitate che hanno preceduto la scarcerazione: «Ieri sera (domenica sera, ndr) verso le 20:10, il ministro degli Esteri del Venezuela mi ha comunicato che il presidente Rodriguez aveva deciso di liberare Trentini». «Alle 3:50 di stamane (ieri, ndr) il nostro ambasciatore mi ha chiamato per dirmi che erano arrivati» in ambasciata il cooperante e Burlò. Cruciale è stato anche il sostegno di Washington, con il segretario di Stato americano, Marco Rubio, che «si è dimostrato molto sensibile alla questione dei prigionieri italiani». E nonostante la liberazione abbia scaturito una felicità bipartisan, a scagliarsi contro Meloni, accusandola di «sudditanza» verso Washington è stato il presidente M5s, Giuseppe Conte, che ha detto al Tg3: «L’azione degli Stati Uniti in Venezuela» è «un atto gravissimo che prelude al Far West».
Polemiche a parte, l’esito positivo arriva dopo che Trentini ha trascorso più di un anno dietro le sbarre del carcere di massima sicurezza, senza accuse. Il cooperante di 46 anni era arrivato sul territorio venezuelano il 17 ottobre del 2024 per la missione con la Ong Humanity & inclusion. E il 15 novembre, mentre era in viaggio verso Guasdualito per fornire supporto alle comunità locali, è stato fermato a un posto di blocco e arrestato. Da quel momento la sua detenzione è stata avvolta dal silenzio. In oltre un anno di detenzione, il regime di Maduro ha permesso a Trentini di parlare con la famiglia solamente tre volte: il 16 maggio, il 26 luglio e il 9 ottobre del 2025. L’ambasciatore d’Italia in Venezuela, Giovanni De Vito, era poi riuscito a visitare sia Trentini che Burlò il 23 settembre e il 27 novembre del 2025. Lo stesso silenzio e isolamento ha coinvolto la detenzione dell’imprenditore torinese: Burlò era arrivato in Venezuela sempre nel 2024 e la famiglia, dopo averlo sentito il 9 novembre di quell’anno, ha saputo della sua detenzione tramite una nota del console italiano al tribunale di Torino, visto che Burlò era chiamato a rispondere di presunte indebite compensazioni di crediti fiscali.
Ora l’attenzione del governo italiano è rivolta ai «42 italo venezuelani» detenuti ancora in Venezuela, ha messo in luce Tajani. L’altra priorità è «lavorare per il cambio di passo nei rapporti con il Venezuela» ha proseguito, aggiungendo che «per questo, in accordo con il premier Meloni, abbiamo intenzione di alzare il livello di rappresentanza diplomatica, finora con l’incaricato d’affari, al rango di ambasciatore». Tra l’altro, ha ricordato Tajani, che in Venezuela «c’è anche una presenza importante dell’Eni» e quindi l’Italia conta «di continuare a essere protagonista in quell’area».
La questione dei detenuti è stata al centro anche del colloquio in Vaticano tra papa Leone XIV e il leader dell’opposizione venezuelana, María Corina Machado. Il premio Nobel per la pace, che incontrerà giovedì Donald Trump, ha chiesto al Pontefice di «intercedere per tutti i venezuelani che continuano a essere rapiti e scomparsi».
L’annunciata rappresaglia russa in risposta al presunto attacco ucraino alla residenza di Vladimir Putin è arrivata: il missile ipersonico Oreshnik è stato sganciato sull’Ucraina occidentale, colpendo la regione di Leopoli.
A lanciare l’allerta, prima del raid, era stato lo stesso presidente ucraino, Volodymyr Zelensky: «Ci sono informazioni che un altro massiccio attacco russo potrebbe verificarsi stanotte». Dall’altra parte, il ministero della Difesa russo ha sostenuto che sono stati colpiti «obiettivi strategici» come reazione «all’attacco terroristico perpetrato dal regime di Kiev» contro la residenza dello zar, sempre smentito dall’Ucraina. Ma oltre alla motivazione ufficiale, sia la tempistica sia il fatto che Leopoli disti solamente un’ora di macchina dal confine polacco lasciano pensare a un messaggio simbolico rivolto tanto alla Nato quanto a Washington.
Zelensky, che ha chiesto «una chiara reazione del mondo, soprattutto degli Stati Uniti», avvertendo che l’uso dell’Oreshnik è stato «dimostrativamente» vicino al confine con l’Ue. Per questo si tratterebbe, per il leader di Kiev, di una sfida lanciata a Paesi come Polonia, Romania e Ungheria. Ma la minaccia arriva anche a stretto giro dal sequestro della petroliera battente bandiera russa e dalla cattura di Nicolás Maduro. E a tal proposito, il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitry Medvedev, ha già messo le mani avanti, sostenendo che dopo l’azione americana in Venezuela, gli Stati Uniti dovrebbero riconoscere «la legittimità» delle operazioni russe in Ucraina.
Nel frattempo, in una dichiarazione congiunta Keir Starmer, Emmanuel Macron e Friedrich Merz hanno definito l’utilizzo dell’Oreshnik come «un’inaccettabile escalation». Sulla stessa linea anche l’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, che ha anche esortato «i Paesi dell’Ue» ad «attingere maggiormente alle loro scorte di difesa aerea e a fornire aiuti». Le parole di Kallas hanno sollevato la reazione del capo della delegazione negoziale russa, Kirill Dmitriev, il quale ha etichettato l’Alto rappresentante Ue come una persona «non molto brillante né informata», visto che «dovrebbe sapere che non esistono difese aeree contro il missile ipersonico». Effettivamente l’arma viaggia a 3 chilometri al secondo e al momento non può essere intercettata. Pare però, secondo diversi media internazionali, che il missile fosse equipaggiato con testate «fittizie».
Ma oltre all’Oreshnik, sull’Ucraina sono piombati «242 droni e oltre 22 missili da crociera». E a trovarsi in una situazione particolarmente critica è Kiev. La capitale conta almeno quattro morti, 26 feriti e 20 palazzi danneggiati. In assenza di acqua e con «metà dei condomini di Kiev, quasi 6.000», al gelo, il sindaco della capitale, Vitali Klitschko, ha invitato la popolazione ad abbandonare «temporaneamente» Kiev e a spostarsi «in luoghi dove sono disponibili fonti alternative di energia elettrica». L’Ucraina ha poi fatto presente che Mosca ha colpito due navi cargo sul Mar Nero, uccidendo un membro dell’equipaggio di nazionalità siriana. Dall’altra parte della barricata, nella regione russa di Belgorod, a seguito degli attacchi ucraini più di 500.000 persone sono rimaste senza elettricità.
E mentre l’autorità ucraina ha assegnato la gara d’appalto per lo sviluppo di un giacimento di litio a un consorzio legato all’amministrazione Trump, il presidente americano si è espresso sul dopoguerra. Al New York Times, Donald Trump ha rivelato che gli Stati Uniti sarebbero pronti a essere coinvolti nella futura difesa dell’Ucraina, ma solamente perché è «fermamente convinto» che la Russia «non invaderebbe di nuovo». Intanto, dopo che il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha esortato l’Ue a parlare con Mosca, Dmitriev ha accolto positivamente le sue parole, affermando che «un dialogo rispettoso è sempre una buona cosa».





