- Colpita con missili e droni l’infrastruttura americana «Prince Sultan», nel Golfo: «Due militari sono gravi». Foto di mine anti carro made in Washington nel Sud della Repubblica islamica. Danni all’industria marittima.
- JD Vance: «Terminiamo il compito e ce ne andiamo» .Domani a Islamabad l’atteso vertice con i Paesi mediatori.
- Al G7 Kaja Kallas striglia il repubblicano per la linea morbida con Vladimir Putin. La replica: «Sapete fare meglio?».
Lo speciale contiene tre erticoli
Il rafforzamento della presenza militare statunitense in Medio Oriente prosegue mentre sul terreno si moltiplicano attacchi, dichiarazioni contraddittorie e rivendicazioni difficili da verificare. Le Guardie rivoluzionarie iraniane hanno annunciato di aver individuato e neutralizzato 120 bombe a grappolo nella provincia meridionale di Fars. Gli ordigni sarebbero stati sganciati durante i raid condotti da Stati Uniti e Israele nei pressi del villaggio di Kafri. L’affermazione non è stata accompagnata da elementi verificabili in modo indipendente e si inserisce in un contesto dominato dalla guerra dell’informazione.
Altri elementi arrivano da un’analisi open source. Il gruppo di ricerca Bellingcat, in un’inchiesta rilanciata dal New York Times, sostiene che gli Usa potrebbero aver disperso mine anti carro nel Sud dell’Iran, forse propedeutiche a un’offensiva via terra. Immagini circolate sui social mostrerebbero ordigni compatibili con mine americane Blu-91 e Blu-92, rilasciate da una bomba a grappolo esplosa in quota. Gli oggetti sarebbero stati individuati a Kafari, vicino alla base missilistica di Shiraz. La tv iraniana ha riferito di possibili vittime, invitando la popolazione a non toccare gli ordigni. Anche in questo caso mancano verifiche indipendenti. A questo si aggiunge il tema dell’intensità degli attacchi statunitensi. Nelle prime quattro settimane di guerra, secondo il Washington Post, gli Stati Uniti avrebbero impiegato oltre 850 missili Tomahawk. Il dato ha spinto il Pentagono a valutare un aumento della disponibilità. Tuttavia, la produzione annua resta limitata a poche centinaia di unità, creando problemi di scorte. Secondo fonti dell’amministrazione, il numero di missili disponibili in Medio Oriente sarebbe già sceso a livelli bassi, con il rischio di avvicinarsi alla fase di «Winchester», cioè l’esaurimento delle munizioni.
Le tensioni si sono intensificate anche dopo un attacco iraniano contro la base aerea Prince Sultan in Arabia Saudita. Media statunitensi riferiscono che almeno dodici soldati americani sono rimasti feriti, due in condizioni gravi. L’attacco avrebbe coinvolto un missile e diversi droni. Teheran ha giustificato l’operazione come rappresaglia contro i Paesi del Golfo accusati di offrire supporto logistico agli Stati Uniti. Anche qui la macchina propagandistica iraniana ha diffuso numeri molto diversi. L’agenzia Fars ha sostenuto che oltre 40 militari americani sarebbero stati colpiti, senza fornire riscontri indipendenti. In questa cornice si inserisce la smentita del Comando centrale degli Stati Uniti su un presunto attacco iraniano a Dubai. «Nessun militare statunitense è stato attaccato a Dubai. Il regime iraniano sta diffondendo menzogne sui social media per nascondere che le sue capacità militari sono innegabilmente sopraffatte e indebolite», ha scritto il Centcom su X. I pasdaran avevano sostenuto che missili e droni iraniani avessero colpito due postazioni negli Emirati Arabi Uniti con oltre 500 soldati americani. L’Iran ha anche rivendicato di aver preso di mira una nave statunitense impegnata, secondo Teheran, in attività di supporto logistico alle operazioni militari americane. L’azione sarebbe avvenuta «a una distanza considerevole» dal porto di Salalah, in Oman. A renderlo noto è stato Ebrahim Zolfaghari, portavoce del Comando militare centrale iraniano, in una dichiarazione trasmessa dalla televisione di Stato. Anche qui, però, non c’è nessuna conferma.
Sul fronte israeliano, un attacco missilistico iraniano ha provocato undici feriti a Eshtaol, nei pressi di Gerusalemme, secondo il servizio di emergenza Magen David Adom. Nel frattempo, il conflitto si intreccia con nuovi equilibri regionali. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha effettuato visite a sorpresa negli Emirati Arabi Uniti e in Qatar mentre Kiev cerca di utilizzare la propria esperienza nel campo dei droni per aiutare gli Stati del Golfo a contrastare gli attacchi iraniani. Zelensky ha dichiarato che l’Ucraina ha già firmato accordi di sicurezza decennali con Arabia Saudita e Qatar e prevede un’intesa simile con gli Emirati Arabi Uniti. L’Ucraina è diventata uno dei principali produttori di droni intercettori a basso costo, collaudati contro l’invasione russa.
L’aeronautica israeliana ha bombardato il quartier generale dell’Organizzazione iraniana per le industrie marittime, incaricata della produzione di armi e navi militari. Secondo l’Idf, la struttura era responsabile della ricerca e dello sviluppo di armamenti navali, comprese navi di superficie, sottomarine e sistemi senza equipaggio.
Secondo fonti dell’intelligence statunitense, citate da Reuters, dopo circa un mese di guerra gli Stati Uniti avrebbero distrutto circa un terzo dell’arsenale missilistico e dei droni iraniani. Un ulteriore terzo sarebbe danneggiato o nascosto in tunnel e bunker, quindi non immediatamente utilizzabile. Nonostante le perdite, Teheran conserverebbe capacità significative. Il conflitto appare segnato da una crescente sovrapposizione tra operazioni militari, diplomazia parallela e guerra dell’informazione. Le fake news diffuse dai media iraniani, insieme alle rivendicazioni non verificabili, rendono complesso l’accertamento dei fatti.
Vance: «La guerra? Avanti ancora un po’». Pezeshkian si affida al Pakistan «paciere»
Proseguono i tentativi diplomatici per cercare di porre fine al conflitto iraniano. Secondo l’Afp, il Pakistan ospiterà domani dei colloqui con Turchia, Arabia Saudita ed Egitto sulla crisi mediorientale. Non dimentichiamo che proprio il governo di Islamabad sta da giorni cercando di ritagliarsi un ruolo di primo piano nella mediazione tra Washington e Teheran.
Sotto questo aspetto, è significativo un «dettaglio». Ieri, il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, ha avuto una conversazione telefonica con il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif. Nell’occasione, secondo Reuters, «Pezeshkian avrebbe elogiato gli sforzi diplomatici del Pakistan e i due leader avrebbero discusso delle ostilità nella regione e degli sforzi per porre fine al conflitto». Lodando gli sforzi diplomatici di Islamabad, Pezeshkian, che pure ieri ha promesso «ritorsioni» in caso le infrastrutture iraniane dovessero essere colpite, ha implicitamente riconosciuto il lavoro di mediazione che il governo pakistano sta portando avanti tra Teheran e Washington. Questo avvalora l’ipotesi che il regime khomeinista sia al suo interno spaccato tra un’ala dialogante e un’altra che, gravitante attorno ai pasdaran, auspica la linea dura nei confronti degli Stati Uniti. Un ulteriore segnale di questo stato di cose risiede nel fatto che la risposta ufficiale di Teheran al piano di pace della Casa Bianca, originariamente attesa per venerdì, ieri sera non era ancora arrivata.
Nel frattempo, parlando al podcast «Benny Show», il vicepresidente americano, JD Vance, ha affermato che gli Stati Uniti si ritireranno presto dall’Iran. «Il presidente continuerà a insistere ancora per un po' per assicurarsi che, una volta usciti dal Paese, non dovremo più ripetere questa operazione per molto, molto tempo», ha dichiarato, riferendosi a Donald Trump. «Dobbiamo neutralizzare il governo iraniano per un periodo lunghissimo, e questo è l’obiettivo», ha aggiunto. «Credo che il presidente sia stato molto chiaro al riguardo: non ci interessa rimanere in Iran un anno o due. Stiamo portando a termine il nostro compito, ce ne andremo presto e i prezzi del gas torneranno a scendere», ha proseguito.
Le parole del numero due della Casa Bianca sono significative soprattutto alla luce del fatto che proprio lui potrebbe assumere un ruolo di primo piano negli eventuali colloqui tra Washington e Teheran. Se dovesse mettere il suo vice a capo del team negoziale statunitense, ciò confermerebbe la volontà di Trump di chiudere il prima possibile il conflitto, adottando una soluzione venezuelana: scegliere, cioè, come interlocutore un pezzo del vecchio sistema di potere, dopo averlo adeguatamente addomesticato. In particolare, c’è chi ipotizza che il presidente statunitense possa cercare una sponda nell’esercito convenzionale iraniano (l’Artesh) con l’obiettivo di arginare le Guardie della rivoluzione. Fatto sta che la soluzione venezuelana piace poco a Benjamin Netanyahu. Quello stesso Netanyahu con cui, secondo Axios, Vance avrebbe recentemente avuto una telefonata piuttosto tesa. Del resto, già a ottobre si erano registrate delle fibrillazioni tra i due. Trump potrebbe quindi decidere di «schierare» il suo vice anche per spingere il premier israeliano ad allinearsi ai desiderata di Washington, oltre che per tendere la mano a quei settori della base elettorale statunitense che guardano con freddezza al conflitto in Iran, temendo costosi processi di nation building.
Non si sopiscono intanto le tensioni tra Trump e gli alleati della Nato. Secondo quanto riferito dal Telegraph, il presidente americano starebbe valutando la possibilità di ritirare le truppe statunitensi dalla Germania. «A nessun Paese che non contribuisca con il 5% dovrebbe essere consentito di votare sulle future spese della Nato», ha dichiarato alla testata una fonte vicina alla Casa Bianca. La settimana scorsa, Trump si era lamentato dell’Alleanza atlantica, accusandola di scarsa collaborazione nel tentativo di sbloccare lo Stretto di Hormuz. D’altronde, nonostante stia puntando molto sull’iniziativa diplomatica, non è un mistero che il presidente americano continui a tenere sul tavolo un’opzione: l’invasione militare dell’isola di Kharg. Da quest’ultima dipende circa il 90% dell’export iraniano di petrolio. Nel caso la diplomazia fallisse, Trump potrebbe cercare di conquistarla per costringere i pasdaran a riaprire Hormuz. Del resto, al netto del tentativo di avviare dei colloqui con Teheran, il presidente americano continua a tenere alta la pressione militare sul regime khomeinista: nelle scorse ore, è infatti arrivata in Medio Oriente la portaerei Tripoli con a bordo circa 2.500 marines. Non solo.
Il prossimo obiettivo
La Casa Bianca punta anche a isolare ulteriormente l’Iran sotto il profilo internazionale. Venerdì, Trump ha in tal senso detto che «Cuba sarà la prossima» a cadere: non dimentichiamo che il regime castrista è storicamente uno dei principali punti di riferimento di Teheran in America Latina.
Scontro Kallas-Rubio sulle sanzioni a Mosca
La crescente insofferenza di Bruxelles verso la Casa Bianca è venuta a galla durante la riunione dei ministri degli Esteri del G7 a Parigi: l’Alto rappresentante dell’Ue, Kaja Kallas, ha tacciato gli Stati Uniti di essere troppo accondiscendenti con Mosca. E nel farlo, si è rivolta direttamente al segretario di Stato americano, Marco Rubio.
A rivelarlo è Axios: tre fonti hanno raccontato che il vertice è stato caratterizzato da «un teso scambio di battute» tra i due durante le discussioni sull’Ucraina. Davanti a tutti i ministri, Kallas ha ricordato a Rubio che un anno fa, nello stesso forum, aveva detto che se Mosca avesse ostacolato i tentativi americani per arrivare alla pace, Washington avrebbe perso la pazienza e adottato misure più severe contro il Cremlino. È quindi passata ad accusare l’amministrazione americana di non aver adottato una linea dura, ovvero le sanzioni: «È passato un anno e la Russia non si è mossa. Quando finirà la vostra pazienza?» ha chiesto Kallas a Rubio.
Piccata è stata la risposta del segretario di Stato americano, che avrebbe anche alzato la voce: «Stiamo facendo del nostro meglio per porre fine alla guerra. Se pensate di poter fare di meglio, fate pure. Noi ci faremo da parte». Rubio ha peraltro sottolineato che gli Stati Uniti stanno dialogando con entrambi i protagonisti del conflitto, ma che a essere aiutata, in primis con armi e intelligence, è solo l’Ucraina. Dopo il botta e risposta, stando a quanto riferito da una fonte ad Axios, a manifestare l’apprezzamento del lavoro diplomatico svolto dalla Casa Bianca, auspicando che continui, sono stati alcuni ministri europei. E pare che al termine del vertice, dietro le quinte, Kallas e Rubio abbiano cercato di stemperare i toni. Tra l’altro, di fronte ai giornalisti, il segretario di Stato americano ha voluto negare le tensioni.
In merito al timore che Washington dirotti le armi destinate all’Ucraina in Medio Oriente, a fornire qualche rassicurazione, almeno sullo stato attuale, è stato lo stesso presidente ucraino, Volodymyr Zelensky. Come riportato da Interfax, ha dichiarato: «Non è successo nulla del genere. Non posso dire quali saranno gli sviluppi futuri. Credo che dipenda da molti fattori».
Ma è sulle trattative che il leader di Kiev è particolarmente critico, lamentandosi addirittura di essere stato messo all’angolo nei negoziati: «Parliamo con gli Stati Uniti ogni giorno. La nostra squadra negoziale è in contatto con le loro controparti. Ma abbiamo ancora questa difficoltà: ci sentiamo come mediatori in questo processo piuttosto che come parte in causa». Ma non solo. Il punto di frizione con la Casa Bianca riguarda le garanzie. Dopo che Rubio ha smentito le dichiarazioni di Zelensky secondo cui le garanzie di sicurezza americane sono legate al ritiro ucraino dal Donbass, il leader di Kiev è tornato sul punto. Sostenendo di aver rivelato «solo la punta dell’iceberg», ha dichiarato: «Tutti i segnali emersi durante il processo negoziale suggeriscono che potremmo ricevere garanzie di sicurezza dagli Stati Uniti non prima di un cessate il fuoco, non prima della fine della guerra, ma dopo il ritiro delle nostre truppe dal Donbass». La frustrazione del presidente ucraino riguarda anche le restrizioni sulle sedi dei colloqui trilaterali. Zelensky ha dichiarato che Kiev è al lavoro «per garantire che gli incontri si svolgano in Europa, in Turchia, in Svizzera o ovunque. Anche in Medio Oriente».
Ed è proprio in Medio Oriente che Zelensky ha sancito nuovi accordi in materia di difesa durante il tour nei Paesi del Golfo. Dopo l’Arabia Saudita, ieri è stato il turno degli Emirati Arabi Uniti e del Qatar, nel tentativo di portarli nell’orbita ucraina grazie all’esperienza maturata da Kiev sui droni intercettori. Eppure, per l’amministratore delegato di Rheinmetall, Armin Papperger, non sarebbero così efficienti: ha paragonato infatti i velivoli senza pilota ucraini a dei «Lego» e a «un lavoro da casalinga». A suo dire, l’Ucraina non avrebbe fatto passi da gigante, visto che assembla i droni utilizzando componenti già disponibili, anche tramite la stampa 3D.
Intanto, dopo aver incontrato il presidente degli Emirati, Mohamed bin Zayed, e l’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad al-Thani, il leader ucraino ha annunciato «partnership decennali». Ai giornalisti ha spiegato: «Abbiamo già firmato un accordo in tal senso con l’Arabia Saudita, abbiamo appena firmato un accordo simile con il Qatar, anch’esso decennale, e ne firmeremo uno con gli Emirati. Nel corso di questi dieci anni, ci siamo impegnati nella costruzione di stabilimenti in entrambi i Paesi, con linee di produzione in Ucraina e in questi Stati». Andando più nello specifico, ha sottolineato che stanno discutendo «diverse aree per garantire una cooperazione reciprocamente vantaggiosa: la prima riguarda gli armamenti, la produzione, lo scambio di esperienze e lo scambio di risorse che potrebbero non essere disponibili in un Paese o nell’altro; la seconda riguarda la cooperazione energetica a lungo termine».
A distanza di tre settimane dall’inizio del conflitto, il regime iraniano ha svelato un asso nella manica: tentando di colpire l’isola di Diego Garcia, nel mezzo dell’Oceano indiano, ha mostrato che le sue armi hanno una gittata maggiore di quanto dichiarato.
A entrare nel mirino del regime è stata infatti la base militare angloamericana situata nell’atollo. L’attacco a Diego Garcia non è però andato a segno visto che i due missili balistici non hanno colpito la base: uno avrebbe infatti subito un guasto tecnico, mentre l’altro è stato abbattuto da un missile intercettore SM-3 lanciato da una nave da guerra statunitense. E nonostante Teheran non possa vantarsi di aver distrutto gli obiettivi americani, i raid sembrano confermare che l’Iran abbia missili con una gittata superiore ai 2.000 chilometri stimati, visto che l’isola dista quasi 4.000 chilometri dal territorio iraniano. A tal proposito l’agenzia iraniana Mehr ha spiegato: «Questo lancio rappresenta un passo significativo nel confronto con gli Stati Uniti».
«Questi missili non erano destinati a colpire Israele. La loro gittata raggiunge le capitali europee: Berlino, Parigi e Roma sono tutte a portata di tiro diretto», ha dichiarato ieri il capo di stato maggiore dell’Idf. Peraltro, la base militare angloamericana è stata l’oggetto del recente dissidio tra il presidente americano, Donald Trump, e il premier britannico, Keir Starmer. Il Regno Unito ha infatti deciso di cedere la sovranità dell’arcipelago delle Chagos, in cui si trova anche Diego Garcia, alle Mauritius. L’attività della base militare è però garantita da un contratto di locazione.
Al di là delle dichiarazioni del ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, secondo cui «il signor Starmer sta mettendo in pericolo vite britanniche permettendo che le basi del Regno Unito vengano utilizzate per l’aggressione» degli Stati Uniti «contro l’Iran», sembra che l’attacco iraniano sia stato condotto qualche ora prima del via libera britannico.
Dall’altra parte, ieri il principale bersaglio dell’operazione Furia epica è stato l’impianto iraniano di arricchimento dell’uranio di Natanz, ritenuto essere il cuore del progetto nucleare degli ayatollah. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) ha rilevato che «non è stato segnalato alcun aumento dei livelli di radiazione al di fuori del sito». E pare che l’azione sia stata unilaterale: le Idf hanno infatti smentito di aver partecipato, aggiungendo di non poter commentare le attività condotte dagli Stati Uniti. La ferma condanna è arrivata dall’«amico leale» del regime: Mosca ha bollato l’attacco a Natanz come «una palese violazione del diritto internazionale».
Se in questo episodio l’attacco non è avvenuto di concerto, la collaborazione tra Israele e gli Stati Uniti prosegue per comprendere la sorte del leader supremo iraniano, Mojtaba Khamenei. Stando a quanto riferito da Axios, la Cia e il Mossad ritengono che sia ancora vivo e vegeto. Anche una fonte della sicurezza israeliana ha confermato a Ynet che Khamenei è in vita «ma non in condizioni tali da poter essere visto in pubblico».
E mentre il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, ha affermato che l’unica strada per terminare la guerra è «la cessazione immediata delle aggressioni da parte di Stati Uniti e Israele, accompagnata da garanzie contro una loro ripresa», i media israeliani, citando un funzionario politico, hanno fatto sapere che il conflitto andrà avanti per almeno altre due settimane.
Nel frattempo, prosegue la rappresaglia iraniana. Contro Israele, i pasdaran hanno rivendicato di aver colpito i depositi di carburante destinati agli aerei militari all’aeroporto di Tel Aviv e di aver distrutto un F-16 israeliano nei cieli dell’Iran. Nel pomeriggio un missile iraniano ha bersagliato un edificio a Dimona, nel Sud di Israele, ferendo 39 persone: si tratta della «risposta agli attacchi contro Natanz e Bushehr» hanno affermato le autorità iraniane. Proseguendo con la lista dei raid, a detta dell’emittente statale Irib, la base logistica dell’ambasciata statunitense a Baghdad è stata colpita per tre volte venerdì. Ma a essere finito nel mirino iraniano è stato anche il quartiere generale del Servizio di intelligence dell’Iraq, colpevole di collaborare con i consiglieri americani. Negli Emirati Arabi Uniti sono stati intercettati tre missili e otto droni lanciati dall’Iran. Irib ha rivelato che sono state attaccate le basi militari di Al-Minhad negli Emirati e di Ali Al Salem in Kuwait, ma non ci sono conferme ufficiali. Le difese aeree sono state attivate anche in Arabia Saudita e in Bahrain.
Sull’altro fronte del conflitto, quello libanese, le Idf hanno reso noto nella mattinata di aver ucciso quattro terroristi di Hezbollah «durante un’operazione di terra nel Libano meridionale». Ciò si aggiunge agli attacchi condotti a Beirut «contro obiettivi dell’organizzazione terroristica». Nel pomeriggio Hezbollah ha riferito che i suoi combattenti si sono scontrati per quattro ore con le forze israeliane «nella città di Khiam».
- Ursula: «Collaboriamo con Roma. Ogni Stato necessita di misure ad hoc». Disponibilità della presidente tedesca anche a revisione dei crediti per le emissioni. Giorgia: «Meccanismo perverso. Confido nel via libera dell’Ue». Foti e Urso: «Ascoltato il governo».
- Orbán blocca gli aiuti a Kiev, ira dei leader. Merz: «Sleale». Vance a Budapest a inizio aprile, a ridosso delle elezioni.
Lo speciale contiene due articoli.
Come previsto già dalle prime ore del Consiglio Ue, alla fine l’abolizione degli Ets, ossia il sistema di scambio delle quote di emissione, non è stata neanche discussa. A giugno si parlerà di una sua rimodulazione, ma l’impressione generale è che qualcuno abbia fatto il doppio gioco. L’Italia fin dall’inizio ha chiesto l’abolizione di questi strumenti, convinta che fosse la soluzione migliore per sollevare l’enorme pressione che grava oggi sulle imprese. Eppure, la maggior parte dei Paesi ha ragionato di rivedere gli Ets, non di abolirli, ma con calma, prima dell’estate.
Lo sforzo dell’Italia è stato notevole e qualcosa si è riuscito a ottenere. «Abbiamo portato a casa il risultato che era per noi irrinunciabile e sono soddisfatta di questo lungo Consiglio europeo», ha detto il premier Giorgia Meloni a Bruxelles nella notte tra giovedì e sabato. Scartata l’abolizione degli Ets, si puntava alla revisione. «Siamo riusciti a ottenere la possibilità per gli Stati membri di negoziare con la Commissione per affrontare le distorsioni che alcune regole europee producono», ha aggiunto ieri intervenendo in Rai. «Una di queste, e chiaramente è il nostro obiettivo, è l'Ets, una tassa sulle forme più inquinanti di energia che finisce per determinare un aumento del costo anche per quelle meno inquinanti». «Con il decreto bollette», ha continuato, «puntiamo alla sospensione di questo meccanismo perverso, ma serve un via libera della Commissione europea. E quello che c'è scritto nelle conclusioni del Consiglio ci dà la possibilità di ottenere quel via libera». Per la revisione sistemica, invece, Meloni guarda al prossimo vertice, previsto il 18 e 19 giugno.
«Le conclusioni del Consiglio europeo vanno nella direzione indicata dal governo italiano, grazie un’intensa azione diplomatica del presidente Meloni fatta di pragmatismo e buon senso», ha spiegato l’europarlamentare di Fratelli d’Italia Nicola Procaccini, co-presidente del gruppo dei Conservatori. Per il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, «l’Europa si muove sulla strada indicata dall’Italia». Ha parlato di «una svolta storica» in merito «al riconoscimento che la prossima revisione dell’Ets affronterà, da subito, proprio le questioni rilevanti per il nostro Paese, come l’estensione delle quote gratuite per le industrie energivore e la volatilità del prezzo degli Ets, condizionata anche dalla speculazione finanziaria. Altrettanto significativo è che la Commissione lavorerà già da lunedì con il nostro governo proprio su quanto previsto dal decreto Bollette per affrontare le specificità italiane». Tradotto: il governo incassa una prima apertura al decreto Bollette, non ancora notificato a Bruxelles.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, che inizialmente sembrava aperturista sull’abolizione dello strumento finanziario, ha poi virato per una sua modulazione. Anche lui si è mostrato soddisfatto della sua possibile revisione, e esaltandone però la funzione. «Il sistema di scambio delle emissioni (Ets) è un grande successo. Esiste ormai da più di 20 anni, è un sistema basato sul mercato, aperto a diverse tecnologie», ha detto, aggiungendo che l’Unione europea intende apportare «alcuni aggiustamenti» volti «a migliorare e preservare l’Ets, e non di un cambiamento fondamentale che incide sul cuore del sistema». Infine precisa: «Le misure destinate a beneficiare i singoli Stati membri particolarmente colpiti dagli alti prezzi dell’energia sono fatte su misura, mirate e di natura temporanea: riteniamo che questo sia l’approccio giusto».
Merz alla fine diventa così un alleato in più contro il muro «green» di Paesi nordici, Spagna e Portogallo, rafforzato dall’affondo di Pedro Sánchez contro chi «usa la crisi in Medio Oriente per indebolire la politica climatica» e dalla linea del neo premier olandese Rob Jetten, che non è disposta a retromarce.
L’Italia, insieme ai leader di Visegrád, Austria, Croazia, Grecia, Romania e Bulgaria, ha chiesto anche interventi europei incisivi per raffreddare i prezzi e una proroga delle quote gratuite per le industrie energivore. Un’esortazione affiancata dal presidio della linea intransigente rappresentato da Confindustria che, per bocca del presidente Emanuele Orsini, a Bruxelles ha lanciato un «grido d’allarme», chiedendo il congelamento dell’Ets e riportando al centro il tema del debito comune, per evitare che il ricorso ai soli aiuti di Stato finisca per penalizzare ulteriormente l’Italia, frenata dal deficit di bilancio da tenere sotto sorveglianza.
Nell’immediato, è pronto il via libera a una massiccia flessibilità sugli aiuti di Stato per l’industria, già ampiamente utilizzati durante la pandemia e la crisi energetica seguita alla guerra in Ucraina. Ai Paesi membri è stato raccomandato di effettuare «interventi mirati» di stampo nazionale su tasse, reti e sostegno alle industrie energivore. Nel medio periodo, la strada resta quella spiegata dal presidente del Consiglio europeo Antonio Costa: più indipendenza energetica e puntare ancora su rinnovabili e, per fortuna, anche sul nucleare.
In Italia le conclusioni del Consiglio Ue vengono interpretate dalle opposizioni come una sconfitta: «A questo punto il decreto Bollette non è più sostenibile nella sua impostazione attuale», controbatte Sergio Costa del Movimento 5 stelle. Perché «nasce dall’idea di sterilizzare l’Ets, un’opzione che l’Europa ha respinto».
Orbán blocca ancora gli aiuti a Kiev: «Prima garanzie sul greggio russo»
Le tensioni tra l’Unione europea e l’Ungheria hanno raggiunto l’apice dopo che il premier ungherese Viktor Orbán non ha concesso il via libera al prestito di 90 miliardi di euro all’Ucraina.
Durante il Consiglio europeo, infatti, non è arrivata la fumata bianca. A pesare sul veto di Budapest è l’interruzione della fornitura di petrolio che proviene dall’oleodotto di Druzhba attraverso l’Ucraina. L’impianto, dopo essere stato preso di mira dai raid russi, è fuori uso da due mesi perché, a detta dell’Ungheria, Kiev non ha ancora voluto rimetterlo in moto per ragioni politiche. Dunque, nonostante la promessa recente del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, di riparare l’oleodotto in sei settimane, Orbán è stato inflessibile: «Quello che ho fatto oggi (giovedì, ndr) è stato spezzare il blocco petrolifero imposto da Zelensky. Ho difeso gli interessi del Paese». Peraltro, il premier ungherese ha sottolineato: «Non si tratta solo di far arrivare il petrolio da noi, dobbiamo anche ottenere garanzie dall’Ucraina che questo non accadrà di nuovo».
Ma il dossier relativo a Kiev si intreccia con quello mediorientale sulla questione energetica. E quindi, dopo il rifiuto poco lungimirante di Bruxelles ad aprire al gas e al petrolio di Mosca, Orbán è apparso ancora più intransigente. A tal proposito, ha commentato: «Il comportamento e la strategia degli europei in questo caso sono semplicemente folli» visto che i Paesi dell’Ue hanno bisogno del greggio russo per «sopravvivere».
Che la tensione si tagliasse col coltello, durante il Consiglio, è evidente dalle parole del primo ministro olandese, Rob Jetten: l’atmosfera è stata «gelida». A svelare il dietro le quinte è stato Politico: all’invettiva contro Orbán capeggiata dal presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, sarebbe corrisposta una maggiore comprensione sulle vedute ungheresi da parte di alcuni premier, tra cui Giorgia Meloni e il belga Bart De Wever. Meloni ha però smentito questa versione: «Ho letto delle ricostruzioni bizzarre su quello che avrei detto. Ho sempre detto che la questione è risolvibile e per farlo serve flessibilità».
Di certo, la reazione dei leader europei è stata veemente. Costa ha dichiarato che «nessuno può ricattare le istituzioni europee». Il presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ha puntato il dito contro Orbán per «non aver rispettato la parola data». Il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, ha affermato che il veto, arrivato dopo il consenso formale a dicembre, «costituisce una grave violazione della lealtà tra gli Stati membri». Per il presidente francese, Emmanuel Macron, l’accordo sul prestito «deve essere attuato senza indugio».
La questione sarà di nuovo al centro del dibattito tra almeno un mese, con i leader del Vecchio continente che auspicano l’assenza di Orbán visto che le elezioni in territorio ungherese sono alle porte. «Sperano che il 12 aprile ci sarà un cambio in Ungheria e che si formerà un governo filo-Bruxelles e filo-ucraino», ha detto in merito il primo ministro ungherese. Che ha pure rincarato la dose: «Abbiamo molte carte in mano. Il 40% dell’approvvigionamento elettrico dell’Ucraina passa attraverso l’Ungheria» e, se l’Ue «vuole dare soldi all’Ucraina nel prossimo bilancio settennale, noi non lo approveremo».
A sostenere la rielezione di Orbán sono i leader oltreoceano. A inizio aprile, il vicepresidente degli Stati Uniti, JD Vance, dovrebbe arrivare in Ungheria per ribadire il suo appoggio. Il viaggio arriva a distanza di un mese da quello del segretario di Stato americano, Marco Rubio. A unire i due Paesi è peraltro la comune visione sulla riapertura al gas russo per far fronte alla crisi energetica. Nel frattempo, oggi Budapest accoglierà il presidente dell’Argentina, Javier Milei, che si incontrerà con il leader ungherese.




