Si è aperta una crepa nell’amministrazione americana in merito alla guerra in Iran: il capo del Centro per l’antiterrorismo americano, Joe Kent, ha rassegnato le dimissioni, rimproverando al presidente americano Donald Trump di essere cascato nella trappola di Israele e della lobby americana. Soprattutto perché «l’Iran non rappresentava una minaccia imminente».
Il malcontento sulla linea adottata dal tycoon emerge chiaramente nella lettera che l’alto funzionario gli ha indirizzato: «Non posso in buona coscienza sostenere la guerra. L’Iran non rappresentava una minaccia imminente per la nostra nazione, ed è chiaro che abbiamo iniziato questa guerra a causa delle pressioni di Israele e della sua potente lobby americana». Secondo Kent «all’inizio di questa amministrazione, alti funzionari israeliani e membri influenti dei media americani hanno messo in atto una campagna di disinformazione che ha completamente minato l’America first» e «incoraggiato la guerra».
Kent, che ha prestato servizio nelle Forze speciali dell’esercito e nella Cia, nella lettera ha ricordato anche la moglie uccisa dall’Isis in Siria nel 2019. Con le sue dimissioni, la direttrice dell’intelligence Tulsi Gabbard ha perso uno dei suoi principali collaboratori di stampo più moderato in politica estera.
A screditare l’analisi del capo del Centro per l’antiterrorismo americano è stata la Casa Bianca. La portavoce Karoline Leavitt ha subito dichiarato: «Ci sono molte false affermazioni», tra cui quella che «l’Iran non rappresentava una minaccia imminente». E Trump non si vuole mostrare toccato dalla questione: «Sono felice che sia fuori. Era un bravo ragazzo ma molto debole sulla sicurezza».
La stessa sicurezza il tycoon l’ha ostentata anche nei confronti degli alleati della Nato. Dopo il loro rifiuto a intervenire nello Stretto di Hormuz, Trump ha scritto su Truth: «Grazie ai successi militari che abbiamo ottenuto, non abbiamo più bisogno dell’assistenza dei Paesi della Nato». Ma Trump si è spinto oltre. Ha avvertito che gli Stati Uniti dovranno «riflettere» sulla loro adesione all’Alleanza atlantica. Anche perché: «la Nato ha appoggiato la nostra azione, nessuno ha detto «non dovresti farlo'». Ora sta commettendo un errore stupido. Noi, come Stati Uniti, dovremo ricordarcene».
Si dice convinto, in ogni caso, che sarà ripristinata la sicurezza dello Stretto di Hormuz a breve: «Non credo che ci vorrà molto. Stiamo mettendo in sicurezza la costa. Si tratta fondamentalmente della costa e delle acque» ha fatto sapere. E sul tema, ha elogiato, oltre a Israele, anche «i Paesi mediorientali», tra cui il Qatar, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, che «hanno aiutato molto» gli Stati Uniti. Dall’altra parte, l’Iran ha fatto sapere che «la situazione dello Stretto non tornerà al suo status pre-bellico».
Tra l’altro pare che proprio i Paesi del Golfo stiano spingendo il tycoon a proseguire l’operazione contro l’Iran. A rivelarlo sono state tre fonti a Reuters. Gli Stati arabi dell’area non hanno chiesto alla Casa Bianca di iniziare la guerra, ma la posizione sarebbe cambiata dopo che Teheran ha «oltrepassato ogni linea rossa». Parallelamente, pare che l’amministrazione americana stia facendo pressione su questi Paesi per convincerli a entrare nel conflitto a fianco degli Stati Uniti e di Israele. Inoltre, sempre secondo l’agenzia britannica, pare che Washington, poco prima dello scoppio del conflitto, avesse chiesto alla Siria di inviare le sue forze nel Libano orientale per disarmare Hezbollah. Ma Damasco avrebbe rifiutato.
Sulle tempistiche del conflitto, il presidente americano è stato ancora vago. Ha comunicato: «Non siamo ancora pronti ad andarcene, ma ce ne andremo nel prossimo futuro». E dopo che Teheran ha avvertito che un’invasione di terra diventerebbe una nuova Vietnam, Trump ha risposto di «non avere paura di nulla». A tal proposito, stando a quanto riferito dalla Cnn, prosegue il tragitto della nave da guerra USS Tripoli con a bordo migliaia di marines per arrivare in Medio Oriente. Partita dal Giappone, ieri si stava avvicinando allo Stretto di Malacca, al largo di Singapore.
- Il presidente Usa minaccia la teocrazia: «Finora ho risparmiato gli impianti petroliferi». Poi fa un bilancio: «Armi del nemico decimate». E sui presunti aiuti di Putin: «Difficile recriminare, noi lo abbiamo fatto con Kiev». Witkoff apre un canale con il ministro iraniano.
- Silenzio di Mosca su Khamenei jr. Da giorni, voci lo danno in Russia per ricevere cure. Teheran: «Non vogliamo tregue».
Lo speciale contiene due articoli.
Non si vuole sbottonare il presidente americano Donald Trump sulle ragioni dell’invio di oltre 2.000 marines e di una nave d’assalto in Medio Oriente, ma si rincorrono le indiscrezioni secondo cui l’obiettivo sia la presa dell’Isola di Kharg.
Il tycoon si è mostrato infastidito verso le domande che cercano di far luce sulla vicenda. A un reporter che gli ha chiesto «perché sta inviando 5.000 marines e marinai», ha risposto: «Lei è una persona davvero odiosa». Eppure, dopo che gli Stati Uniti hanno distrutto venerdì gli obiettivi militari dell’isola iraniana, alcuni funzionari hanno riferito ad Axios che l’interesse del presidente americano ruota proprio attorno all’idea di conquistare Kharg per mandare al tappeto i pasdaran. Poiché l’isola gestisce il 90% delle esportazioni del greggio iraniano, si strozzerebbero i finanziamenti del regime. E l’operazione potrebbe essere portata a termine solo con l’invasione di terra. Tuttavia, la posta in gioco è alta visto che una mossa del genere scatenerebbe un’ulteriore escalation, con Teheran che risponderebbe con una rappresaglia ancora più massiccia diretta ai Paesi del Golfo. Per questi motivi, un funzionario ha affermato: «Ci sono grandi rischi. Ci sono grandi vantaggi. Il presidente non è ancora pronto e non stiamo dicendo che lo sarà». Pubblicamente a spingere per l’operazione è il senatore repubblicano Lindsey Graham. Ha infatti scritto su X: «Raramente in guerra un nemico ti offre un singolo obiettivo come l’isola di Kharg, che potrebbe cambiare drasticamente l’esito del conflitto. Chi controlla Kharg, controlla il destino di questa guerra».
Anche il New York Times ha rivelato che Trump si trova davanti al bivio se attaccare o meno Kharg o i depositi nucleari. Riguardo all’isola, i soldati americani potrebbero essere bersagliati dagli attacchi dei pasdaran condotti dalla costa o dalle piccole imbarcazioni. In più, non è escluso che il Corpo delle guardie rivoluzionarie Islamiche faccia esplodere gli oleodotti e le infrastrutture portuali. Tradotto: sarebbe richiesta una presenza militare continua, non destinata quindi a concludersi nel breve periodo. Invece, sui depositi nucleari, si tratterebbe di un’invasione unica, non però senza rischi. I tunnel a Isfahan, in cui secondo l’Agenzia internazionale per l’energia atomica è stoccata la maggior parte dell’uranio arricchito al 60%, sono difficili da raggiungere. Anche perché alcuni accessi sono stati distrutti dai bombardamenti americani dello scorso giugno. Nel caso dell’operazione di terra, non è chiaro quanto tempo ci possano impiegare le forze speciali per prelevare i contenitori con la massima cautela.
Pur non svelando le carte dell’amministrazione americana, le dichiarazioni rilasciate ieri da Trump in diverse occasioni sono state dei diretti avvertimenti a Teheran in merito al cuore della loro tenuta economica. Al Financial Times ha fatto presente che Washington è pronta ad attaccare l’isola e questa volta non risparmierebbe le infrastrutture petrolifere. «Avete visto che abbiamo colpito l’isola di Kharg, tutto tranne gli oleodotti. Possiamo colpirla in cinque minuti. E non c’è niente che possano fare al riguardo» ha detto. Nel pomeriggio, in un’intervista rilasciata a Pbs, ha di nuovo minacciato di «distruggerla completamente». E durante una conferenza stampa a Washington ha ribadito: «Abbiamo attaccato l’isola di Kharg e abbiamo distrutto praticamente tutto a parte l’area in cui abbiamo lasciato gli oleodotti intatti, ma potrebbe andare anche diversamente, basta dire una parola e questi oleodotti saranno distrutti».
Facendo un bilancio sulle prime due settimane dell’operazione Furia epica, il tycoon ha reso noto che gli Stati Uniti e Israele hanno colpito «7.000 obiettivi» e «ottenuto la riduzione del 90% dei lanci missilistici» iraniani e il «95% degli attacchi con i droni». E quindi «la Marina è sparita, molte navi sono state affondate, non le usano più, le forze antiaeree sono state decimate, i radar non ci sono più e i leader non ci sono più. I missili stanno sparendo, vengono lanciati a livelli molto bassi perché gliene sono rimasti pochi».
A suo dire, Teheran sarebbe propensa a trattare: «Vuole fare un accordo, stanno negoziando e noi abbiamo voluto un dialogo, io parlo con tutti perché a volte ne viene fuori del bene, ma non so se siano pronti». Di tutt’altro avviso è il regime iraniano. Qualche ora prima, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha ribadito che «l’Iran non ha cercato né una tregua né negoziati. Tali affermazioni sono deliranti». La rappresaglia del regime andrà avanti finché Trump «non capirà che la guerra illegale che sta imponendo agli americani e agli iraniani è sbagliata». Secondo Axios, tuttavia, un canale diplomatico si sarebbe riaperto tra il ministro iraniano e l’inviato Usa Steve Witkoff.
Sono due invece le osservazioni che il presidente americano ha fornito sui rispettivi alleati, ovvero Israele per Washington e la Russia per l’Iran. Sullo Stato ebraico ci ha tenuto a chiarire che Gerusalemme, che avrebbe 100 testate nucleari, «non farebbe mai» un attacco nucleare contro il territorio iraniano. Dall’altra parte, in merito alle indiscrezioni secondo cui Mosca fornirebbe dati satellitari al regime sugli obiettivi da colpire, il tycoon non è apparso disturbato. Al Financial Times, pur spiegando di «non sapere con certezza» se lo zar russo Vladimir Putin abbia aiutato i pasdaran, ha spezzato una lancia a favore della Russia. «Si potrebbe anche sostenere che in una certa misura abbiamo aiutato l’Ucraina. È difficile dire: “Caspita, cosa state facendo?” quando noi abbiamo fatto la stessa cosa con l’Ucraina».
Silenzio di Mosca su Khamenei jr. Gli 007 Usa: «È gay». E Trump ride
Mentre la guerra tra Iran, Usa e Israele sta infiammando l’intero Golfo persico, si infittisce il mistero sulle condizioni e sugli spostamenti della nuova guida suprema, l’ayatollah Mojtaba Khamenei. Da giorni circolano voci secondo cui il leader iraniano, rimasto ferito nel raid in cui è stato ucciso il padre Ali Khamenei, sarebbe stato trasferito a Mosca per ricevere cure mediche. L’indiscrezione, pubblicata dal quotidiano kuwaitiano Al Jarida, sostiene che Mojtaba sarebbe arrivato nella capitale russa il 12 marzo a bordo di un aereo militare e sarebbe stato sottoposto a intervento chirurgico in una clinica privata. Dal Cremlino, però, non è arrivata né una conferma né una smentita: «Non commentiamo mai questo tipo di notizie», ha dichiarato Dmitri Peskov, il portavoce di Vladimir Putin.
Sul giallo si è invece espresso Donald Trump: «Non sappiamo se sia morto o meno, nessuno lo ha visto, e questo è un fatto insolito». Anche il segretario al Tesoro, Scott Bessent, ha dichiarato alla Cnbc che Mojtaba Khamenei potrebbe essere «ferito» e «forse incapacitato», sostenendo inoltre che i vertici iraniani sarebbero in preda al panico: «Se volete usare un’analogia storica», ha detto Bessent, «pensate che sono nel bunker di Hitler, ma Hitler è morto».
Sul nuovo leader iraniano, del resto, stanno circolando indiscrezioni ancora più «delicate». Il New York Post ha riferito ieri che gli 007 statunitensi considererebbero credibili informazioni secondo cui Mojtaba Khamenei potrebbe essere omosessuale. La valutazione sarebbe stata presentata al presidente Trump in persona. Secondo quanto riportato dal quotidiano newyorchese, la notizia avrebbe provocato sorpresa e ilarità nello Studio Ovale, con il tycoon che avrebbe reagito ridendo insieme ad alcuni presenti. Le stesse fonti sostengono che Mojtaba avrebbe avuto per anni una relazione con una persona che aveva lavorato come suo tutore durante l’infanzia.
Nonostante questi rumor sul destino della nuova guida suprema, da Teheran arrivano messaggi di continuità istituzionale. Mojtaba Khamenei avrebbe infatti confermato le nomine di dirigenti e funzionari scelti dal padre, nominando inoltre l’ex comandante dei pasdaran, Mohsen Rezaei, come consigliere militare. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghei, ha anzi rispedito oltre Atlantico le insinuazioni di Bennet sul presunto sbandamento dei vertici iraniani: «Il motivo per cui le autorità americane continuano a diffamarci come “una nazione del terrore e dell’odio”», ha detto, «è che gli iraniani non capitolano davanti al bullismo e resistono alla brutale aggressione contro la loro amata patria». Ancora più chiaro è stato Abbas Araghchi, il ministro degli Esteri in persona: «Non stiamo chiedendo un cessate il fuoco, questa guerra deve finire in un modo tale che nessun altro nemico possa invadere l’Iran», ha affermato alla tv di Stato.
Da parte loro, i Guardiani della rivoluzione hanno annunciato che gli interessi americani nel Golfo potrebbero presto essere colpiti, invitando i dipendenti delle compagnie statunitensi nella regione a «lasciare immediatamente i siti». A finire nel mirino della Repubblica islamica, inoltre, è stata anche la Romania: Bucarest è stata esplicitamente accusata di partecipare a un’«aggressione militare», qualora dovesse consentire agli Stati Uniti di utilizzare basi sul suo territorio per operazioni contro l’Iran. Al tempo stesso, come riferisce Reuters, la Repubblica islamica ha firmato con la Russia un contratto da 589 milioni di dollari per l’acquisto di sistemi di difesa aerea portatili Verba (Manpads). L’accordo, siglato a Mosca a dicembre, prevede 500 lanciatori e 2.500 missili con consegne tra il 2027 e il 2029.
Nel frattempo, proseguono senza sosta le rappresaglie dell’esercito di Teheran. In Israele, per esempio, frammenti di missili balistici iraniani intercettati sono caduti a Gerusalemme nei pressi della Knesset e della Chiesa del Santo Sepolcro. Una grossa scheggia è precipitata persino vicino all’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu.
Italia sotto attacco in Kuwait. Colpito un nostro velivolo Tajani: «Non ci intimoriamo»
A distanza di quattro giorni dall’attacco a Erbil, i pasdaran hanno preso di mira una base militare in cui è di stanza un contingente italiano. Questa volta si tratta di Ali Al Salem, in Kuwait. A renderlo noto è stato il capo di Stato maggiore della Difesa, il generale Luciano Portolano: «Questa mattina (ieri mattina, ndr) la base di Ali Al Salem, in Kuwait, che ospita capacità e personale americano e italiano, è stata oggetto di un attacco con drone che ha colpito uno shelter, all’interno del quale era ricoverato un velivolo a pilotaggio remoto della Task Force Air italiana, andato distrutto». Non si registrano feriti visto che «al momento dell’attacco tutto il personale era in sicurezza e non è stato coinvolto».
Tuttavia, il raid iraniano non è stato di poco conto. Nel post su X dello stato maggiore della Difesa, viene spiegato che «il velivolo» andato distrutto «costituiva un assetto indispensabile per lo svolgimento delle attività operative ed era rimasto schierato nella base al fine di garantire la continuità delle operazioni».
A ridimensionare però le conseguenze è stato in serata il ministro della Difesa, Guido Crosetto: «La perdita del velivolo non ha alcun riflesso sulla sicurezza dei nostri militari schierati nell’area».
Tra l’altro, non è la prima volta che la rappresaglia iraniana si scaglia sulla base di Ali Al Salem. All’indomani dell’inizio dell’operazione Furia epica, la zona era finita sotto tiro dei missili iraniani, con le infrastrutture logistiche e operative che avevano riportato lievi danni. E tra il 5 e il 6 marzo era successo di nuovo: il regime aveva colpito il rifornimento di carburante, scatenando un incendio, mentre due caccia F2000 italiani erano stati colpiti da schegge.
A garantire che non c’è «nessun rischio e nessun problema per i nostri militari» è stato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, al Tg4. «Non ci facciamo intimorire, manterremo fede agli impegni internazionali», ha sentenziato, ribadendo che «gli italiani non sono un obiettivo degli iraniani».
Prima dell’annuncio, il Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche aveva già rivendicato il colpo, sostenendo che in Kuwait sia la base di Ali Al Salem che quella di Arifjan sono «state distrutte da potenti missili e droni iraniani». La base militare di Ali Al Salem non è stata infatti l’unico target di Teheran in Kuwait. L’esercito kuwaitiano ha riferito che tre velivoli senza pilota hanno preso di mira l’aeroporto internazionale. Nel giro di 24 ore sono stati rilevati 14 droni, di cui otto sono stati abbattuti. E con la caduta dei detriti sono stati feriti tre soldati kuwaitiani.
Proseguono a ritmo serrato gli attacchi iraniani anche negli altri Paesi del Golfo. Negli Emirati Arabi Uniti, il ministero della Difesa ha comunicato che sono stati intercettati quattro missili balistici e sei droni provenienti dall’Iran. In Bahrein sono scattate di nuovo le sirene sin dalla mattina e in Arabia Saudita sono stati intercettati almeno 12 droni diretti a Riad e nelle regioni orientali. Sui cieli sauditi però Teheran non vuole responsabilità. Il Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche ha dichiarato che questo attacco «non ha alcun collegamento» con l’Iran. Ma non è tutto. Per il regime, gli autori dei raid sulle infrastrutture civili dei Paesi Arabi sarebbero gli Stati Uniti e Israele con i droni americani Lucas, simili ai Shahed.
Con la situazione incandescente nel Golfo, parallelamente continuano i tentativi dell’amministrazione americana per ripristinare la sicurezza dello Stretto di Hormuz. Con Teheran che tiene in pugno il mercato energetico globale, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump ha lanciato il proprio appello, ovvero che «la Cina, la Francia, il Giappone, la Corea del Sud, il Regno Unito e altri Paesi inviino le proprie navi nell’area».
Le reazioni sono state diverse. La Cina si è proposta come mediatore. Pechino infatti «continuerà a intensificare le comunicazioni con le parti interessate e a svolgere un ruolo costruttivo ai fini della de-escalation». Prudenza è stata espressa dal Giappone e dalla Corea del Sud. Il Regno Unito sta già invece «operando intensamente con i Paesi alleati» per capire come «rendere possibile la navigazione». Meno chiara è la posizione francese. Di certo, il capo dell’Eliseo, Emmanuel Macron, si è sentito ieri con il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian. Sullo Stretto, in prima battuta, il ministero degli Esteri ha negato l’invio di navi, poco dopo un diplomatico francese ha rivelato al Financial Times che Parigi «sta lavorando con diversi partner per garantire il passaggio delle petroliere». E ha aggiunto che il ministro degli Esteri, Jean-Noël Barrot, ne parlerà oggi con l’Ue.
È infatti prevista a Bruxelles la riunione del Consiglio degli affari esteri, in cui si discuterà anche di Hormuz. A tal proposito, Tajani ha fatto sapere che oggi ribadirà a Bruxelles «la necessità di una posizione comune». Ha poi svelato che «nessun Paese europeo ha dato disponibilità militare per forzare Hormuz». Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha affermato che diversi Paesi hanno contattato l'Iran per ottenere un passaggio sicuro per le proprie navi.
Peraltro, se da una parte l’Ue temporeggia sullo Stretto, dall’altra sta considerando il rafforzamento della missione navale europea Aspides nel Mar Rosso. Il dossier verrà discusso oggi, ma Tajani ha già confermato che l’Italia è pronta «a sostenere il rafforzamento della missione». A essere scettico a riguardo è l’omologo tedesco, Johann Wadephul: visto l’iniziativa «non si è dimostrata efficace» nel Mar Rosso, non crede che «un’estensione di Aspides» possa avere delle conseguenze positive. Oltre al Golfo, l’Iran insieme all’alleato Hezbollah ha continuato a bersagliare Israele. I missili iraniani hanno fatto scattare le sirene a Eilat, a Gerusalemme e soprattutto nel centro di Israele, dove le munizioni a grappolo hanno ferito lievemente due persone.
Dall’altra parte, con Gerusalemme che prevede almeno tre settimane di guerra, l’aeronautica militare israeliana ha comunicato di aver lanciato attacchi «estesi» nell’Iran occidentale, ad Hamedan. Stando a quanto riferito da Al Jazeera, i raid israeliani e americani avrebbero danneggiato il centro di ricerca spaziale di Teheran. Intanto, pare che agli Stati Uniti l’operazione in Iran sia costata 12 miliardi di dollari.
Sul fronte libanese, il Times of Israel ha riferito che ieri sarebbe stato eliminato un funzionario di Hamas a Sidone. Unifil è stata ancora presa di mira ma non risulta coinvolto nessun militare italiano. Israele e Libano, tuttavia, dovrebbero tenere colloqui nei prossimi giorni con l'obiettivo di raggiungere un cessate il fuoco duraturo che porti al disarmo di Hezbollah.





