Chissà quanto ancora si discuterà sul grado di follia, di italianità e di fanatismo islamico di Salim El Koudri, il giovane autore della tentata strage di Modena. È una discussione accademica che punta ad allontanare dalle nostre menti l’incubo che d’ora in avanti anche noi, dopo francesi, belgi, spagnoli e tedeschi, potremmo trovarci a fare i conti con il terrorismo islamico. Mettiamo una cosa in chiaro: il terrorismo non è uno stato della psiche, è il modus operandi con cui persone evidentemente poco equilibrate mirano a seminare il terrore colpendo nel mucchio.
In questo senso, quanto sano o quanto malato che sia, Salim El Koudri è un terrorista e il fatto che al momento non risulti una sua radicalizzazione nel senso classico della parola (affiliazione a gruppi jihadisti) non solo non mi tranquillizza ma semmai mi preoccupa ancora di più. Perché pone un problema inedito ed enorme, quello degli immigrati di seconda generazione. El Koudri non era un poveraccio allo sbando, l’Italia gli aveva permesso di integrarsi fino a completare il ciclo di studi e laurearsi. Eppure quando ha deciso di vendicare i suoi personali insuccessi ha scelto la strada classica del terrorismo islamico.
E qui sta l’inquietante novità che potenzialmente riguarda se non tutti certamente tanti immigrati «italiani» o «italianizzati». A differenza dei loro padri, sbarcati in Italia tra mille peripezie, sofferenze e problemi, il loro problema non è la pura sopravvivenza, né il sogno di stabilizzarsi in una sorta di terra promessa dove già si trovano. Qualcuno dei loro padri ce l’ha fatta (pare anche i genitori di Salim), altri sono finiti nelle mani della criminalità organizzata, altri ancora hanno scelto di delinquere in proprio rinunciando anche solo al tentativo di integrarsi. Ma nessuno di loro si è mai messo in testa di fare la guerra allo Stato che li stava ospitando sia pure in modo precario, semmai hanno ignorato sistematicamente le leggi e le regole che erano tenuti a rispettare. Insomma, nel bene o nel male, gli immigrati di prima generazione avevano e hanno altro per la testa, priorità diverse che occuparsi dei «cristiani di merda», come invece ha fatto Salim.
Se uno analizza gli attentati islamisti che hanno scosso l’Europa - dal Bataclan a Nizza - scopre che gli autori sono stati tutti immigrati di seconda generazione con una follia in testa ben precisa: vendicare le sofferenze dei genitori, le proprie frustrazioni e innescare la guerra contro gli infedeli nel nome di Allah. Contando su due fattori: la copertura culturale e politica delle sinistre europee anti occidentali, la saldatura con i movimenti estremisti no global.
In questo senso i segnali di allarme non sono mancati. Nell’ottobre del 2025 dopo i violenti scontri tra centri sociali e forze dell’ordine a Torino, il prefetto non ebbe dubbi: «La novità è che gli antagonisti hanno coinvolto gli immigrati di seconde generazioni delle periferie». E che dire di ciò che accadde nel 2022, quando qualche migliaio di giovani immigrati di prevalentemente di seconda generazione misero a ferro e fuoco il lungolago del Garda tra Peschiera e Castelnuovo al grido di «Siamo venuti a riprenderci il nostro territorio, l’Africa deve venire qui». E ancora. Novembre 2025: spedizione punitiva contro un maestro di una scuola elementare, nel quartiere torinese di Barriera di Milano. A organizzarla sarebbe stato un gruppo di «maranza» auto proclamatisi giustizieri, guidati dall’influecer Don Alì, di origini marocchine ma cresciuto a Torino, che dopo l’aggressione ha alimentato la gogna mediatica pubblicando su Instagram un video con il volto del maestro.
Morale: giustamente noi siamo concentrati sul contrastare le ondate migratorie e i problemi di legalità e sicurezza che comportano. Ma non ci siamo mai posti il problema del «dopo», della convivenza con persone ufficialmente integrate, o con una certa leggerezza catalogate come «italiani», e quindi teoricamente non offensive. Non tutte, certamente, costituiscono una minaccia, ma il caso di Salim El Koudri, matto o non matto non importa, è un campanello di allarme che sarebbe grave sottovalutare.
Nicola Porro aveva deciso di lasciare per una quindicina di giorni. Nelle riunioni di redazione preparatorie dei giorni precedenti si cercava un tema per iniziare l’avventura con un ospite tale da compensare di suo la mia inesperienza. Sapendo della competenza sul tema Garlasco di uno degli autori, il collega Stefano Zurlo, lo implorai di tentare una missione impossibile, quella di avere in studio Andrea Sempio che, salvo un precedente e fugace passaggio da Bruno Vespa, non si era mai concesso a un confronto televisivo. Di Sempio era nota la sua ritrosia all’apparire pubblicamente, cosa comprensibile alla luce del fatto che buona parte dell’informazione stava mettendo le fondamenta per costruire un nuovo mostro da dare in pasto all’opinione pubblica.
Sul tema avevo poche idee e per di più confuse, né mi interessava fingere l’inverso, scendere cioè sul terreno tecnico-giuridico - impronte, orari scontrini e quant’altro - già fin troppo coperto in ogni sede dai colleghi esperti. No, a me interessava - nel limite dei pochi minuti a disposizione - mostrare agli italiani il lato umano - sembra una contraddizione in termini - di un presunto assassino. E fu probabilmente questo approccio, né investigativo né accusatorio, a convincere i suoi avvocati Liborio Cataliotti e Angela Taccia, ad accettare l’invito. Il primo ad arrivare negli studi Mediaset di Cologno fu Cataliotti. Mi raggiunse in camerino, pensai che volesse concordare le domande, quantomeno conoscerle in anticipo per dare qualche dritta al suo assistito le cui parole già allora venivano esaminate una per una nella speranza di un passo falso.
Mi anticipò: «Sono qui per dirle che ad Andrea può chiedere tutto, ma proprio tutto ciò che vuole e ritiene utile. Non temiamo nulla e non abbiamo nulla da nascondere». Poco dopo arriva Andrea. Ora, non è certo la prima volta che mi trovavo a tu per tu con protagonisti di importanti fatti di cronaca, però da subito provai una sensazione inedita che non saprei descrivere esattamente, ma che ha che fare con il dubbio: sto stringendo la mano a un assassino o a una vittima di una clamorosa persecuzione giudiziaria? Non so se e quanto Sempio si fosse preparato, certo è che se lo avesse fatto, aveva fatto di tutto per mascherarlo. Chiunque si appresti ad andare in televisione la prima cosa che fa è scegliere con cura aspetto e abbigliamento per fare innanzitutto buona impressione. Lui niente: barba sfatta di qualche giorno, capelli arruffati, jeans, sneaker logore ai piedi, un banale golfino azzurro aperto sul davanti che lascia intravvedere una maglietta nera. Insomma, non certo la mise di chi vuole recitare una parte diversa da ciò che è nella vita di tutti i giorni. Non lo avevo mai visto prima, cercai di metterlo a suo agio, ma presto mi resi conto che tra i due quello nervoso e preoccupato ero io, e non solo per l’esordio da conduttore. Mi guardava diritto in faccia, mi è parso che pensasse: «Lo so che tu credi che io sia un assassino». Avrei voluto dirgli: «Non è vero, penso soltanto che sei nei guai fino al collo», ma le parole non mi uscirono dalla bocca, non mi sembrava professionale emettere sentenze o dare giudizi. Una volta microfonato è entrato nello studio e si è accomodato al tavolone rotondo di Dieci minuti con la stessa naturalezza e sicurezza di chi sta entrando nel suo bar abituale. Non una esitazione, non un moto anche solo di semplice curiosità per tutte quelle luci, telecamere e maxischermi alle pareti che già riproducevano a mo’ di gigantografia la sua immagine. Parte il countdown, si inizia. Gli chiedo della sua vita passata e presente, dei suoi amori, delle sue paure. Risponde con impressionante naturalezza per un esordiente del video, spiega con logica le apparenti contraddizioni che stanno emergendo dalle carte. Una sola volta mi è parso in difficoltà, quantomeno esitante. Quella in cui gli chiedo: «Lei pensa mai ad Alberto Stasi?». Ci pensa, è come se la sua risposta sincera faccia paura anche lui. Perché la risposta, riassunta, è: «No, non ho mai pensato né penso a Stasi». Dentro di me mi dico: «Ti conveniva mentire, questo non farà che abbassare il tuo già non alto livello di simpatia da parte dell’opinione pubblica». I dieci minuti stanno per finire, dalla regia mi dicono nell’auricolare, che porto nell’orecchio: «Funziona, vai avanti, siamo autorizzati a sforare». Io vado avanti per altri dieci, lui è sempre più a suo agio e sicuro, per nulla imbarazzato risponde su tutto.
Anche all’ultima domanda: «Scusi se glielo chiedo così brutalmente: lei ha ucciso Chiara Poggi?». Lui è lapidario: «Non ho ucciso io Chiara». Sigla di chiusura. Lo accompagno verso l’uscita degli studi. Finalmente sul suo viso spunta un sorriso mentre mi dice semplicemente «Grazie». Ora, io non so chi ha ucciso Chiara, ma se Sempio ha accettato di affrontare l’opinione pubblica senza alcuna rete di protezione mettendosi nelle mani di uno sconosciuto quale ero io per lui e lo ha fatto nel modo che vi ho detto i casi sono due: o è un vero pazzo o è un innocente che non teme nulla.
Nella sinistra italiana c’è un deficit di democrazia». Massimo Recalcati è noto al grande pubblico per i suoi saggi di grande successo che indagano l’animo umano, è convintamente di sinistra ma soprattutto è un luminare della psicanalisi, la disciplina terapeutica fondata da Sigmund Freud, che esplora i processi mentali inconsci per curare disturbi psichici.
E ieri, sulla prima pagina di La Repubblica, Recalcati pubblica una impietosa diagnosi sullo stato mentale della sinistra italiana: «Esiste una tentazione ricorrente - scrive commentando l’espulsione della Brigata ebraica dal corteo del 25 aprile a Milano - di una parte della sinistra, quella di credere che il diritto alla memoria e alla libertà appartenga a chi si riconosce sotto una sola bandiera». E ancora: «Si tratta di un vero e proprio cortocircuito ideologico… di un complesso di superiorità che affligge coloro che si sentono dalla parte giusta della storia e quindi autorizzati a espellere, censurare, ridurre gli altri al silenzio».
Sarebbe gioco facile chiosare la notizia con un banale e verissimo: «Professore benvenuto nel mondo reale, meglio tardi che mai»; sarebbe ovvio prevedere che la riflessione autocritica di Recalcati cadrà nel vuoto come quelle fatte in anni ormai lontani, prendendo spunto da altre questioni, da blasonati suoi colleghi quali Norberto Bobbio e Giovanni Sartori perché il corpaccione della sinistra italiana è irriformabile nel suo stupido settarismo. No, prendiamo per costruttivo (e benvenuto) il ragionamento di Recalcati, cioè che l’odierno antifascismo non è, come dovrebbe, la negazione del fascismo, dei suoi principi e dei suoi metodi, bensì più semplicemente l’inverso: un movimento illiberale e violento, in altre parole anti democratico. E lo scorso weekend a Milano se ne è avuta una dimostrazione plastica: cacciate dal corteo del 25 aprile - con la benedizione scioccante del sindaco Beppe Sala, uno dei teorici destinatari dell’appello di Recalcati - le bandiere di Israele che fino a prova contraria appartengono a un popolo martire della repressione nazifascista che ha contribuito alla liberazione dell’Italia, dentro il corteo le bandiere della Palestina di Hamas, un gruppo terroristico che opprime il suo popolo e che ha giurato di cancellare Israele dalla carta geografica riuscendoci per ora solo in parte; fuori le bandiere americane dei veri e unici liberatori, dentro quelle arcobaleno di una pace teorica che peraltro confliggono con lo spirito del 25 aprile che fu il giorno in cui la liberazione arrivò unicamente grazie all’uso massiccio e spesso spietato e vendicativo delle armi (non per nulla si parla di lotta partigiana, non di diplomazia partigiana).
Recalcati mette in guardia: «La democrazia non è mai garantita una volta per tutte. Essa vive solo nella misura in cui si accetta il rischio della parola, della differenza, persino dell’errore. Quando invece si pretende di proteggerla attraverso dispositivi di controllo morale, il confine con l’ideologia totalitaria sfuma pericolosamente». Parole forti, che stampate sul quotidiano La Repubblica fanno un certo effetto in quanto per una volta dirette non al governo delle destre bensì alle opposizioni di sinistra e ai suoi bracci operativi. Parole di psichiatra, medico dei disturbi mentali, che autorizzano a una conclusione: questi dell’Associazione nazionale partigiani, e i loro complici e cantori, sono davvero matti.





