Nella sinistra italiana c’è un deficit di democrazia». Massimo Recalcati è noto al grande pubblico per i suoi saggi di grande successo che indagano l’animo umano, è convintamente di sinistra ma soprattutto è un luminare della psicanalisi, la disciplina terapeutica fondata da Sigmund Freud, che esplora i processi mentali inconsci per curare disturbi psichici.
E ieri, sulla prima pagina di La Repubblica, Recalcati pubblica una impietosa diagnosi sullo stato mentale della sinistra italiana: «Esiste una tentazione ricorrente - scrive commentando l’espulsione della Brigata ebraica dal corteo del 25 aprile a Milano - di una parte della sinistra, quella di credere che il diritto alla memoria e alla libertà appartenga a chi si riconosce sotto una sola bandiera». E ancora: «Si tratta di un vero e proprio cortocircuito ideologico… di un complesso di superiorità che affligge coloro che si sentono dalla parte giusta della storia e quindi autorizzati a espellere, censurare, ridurre gli altri al silenzio».
Sarebbe gioco facile chiosare la notizia con un banale e verissimo: «Professore benvenuto nel mondo reale, meglio tardi che mai»; sarebbe ovvio prevedere che la riflessione autocritica di Recalcati cadrà nel vuoto come quelle fatte in anni ormai lontani, prendendo spunto da altre questioni, da blasonati suoi colleghi quali Norberto Bobbio e Giovanni Sartori perché il corpaccione della sinistra italiana è irriformabile nel suo stupido settarismo. No, prendiamo per costruttivo (e benvenuto) il ragionamento di Recalcati, cioè che l’odierno antifascismo non è, come dovrebbe, la negazione del fascismo, dei suoi principi e dei suoi metodi, bensì più semplicemente l’inverso: un movimento illiberale e violento, in altre parole anti democratico. E lo scorso weekend a Milano se ne è avuta una dimostrazione plastica: cacciate dal corteo del 25 aprile - con la benedizione scioccante del sindaco Beppe Sala, uno dei teorici destinatari dell’appello di Recalcati - le bandiere di Israele che fino a prova contraria appartengono a un popolo martire della repressione nazifascista che ha contribuito alla liberazione dell’Italia, dentro il corteo le bandiere della Palestina di Hamas, un gruppo terroristico che opprime il suo popolo e che ha giurato di cancellare Israele dalla carta geografica riuscendoci per ora solo in parte; fuori le bandiere americane dei veri e unici liberatori, dentro quelle arcobaleno di una pace teorica che peraltro confliggono con lo spirito del 25 aprile che fu il giorno in cui la liberazione arrivò unicamente grazie all’uso massiccio e spesso spietato e vendicativo delle armi (non per nulla si parla di lotta partigiana, non di diplomazia partigiana).
Recalcati mette in guardia: «La democrazia non è mai garantita una volta per tutte. Essa vive solo nella misura in cui si accetta il rischio della parola, della differenza, persino dell’errore. Quando invece si pretende di proteggerla attraverso dispositivi di controllo morale, il confine con l’ideologia totalitaria sfuma pericolosamente». Parole forti, che stampate sul quotidiano La Repubblica fanno un certo effetto in quanto per una volta dirette non al governo delle destre bensì alle opposizioni di sinistra e ai suoi bracci operativi. Parole di psichiatra, medico dei disturbi mentali, che autorizzano a una conclusione: questi dell’Associazione nazionale partigiani, e i loro complici e cantori, sono davvero matti.
No, siccome al peggio non c’è mai limite, ieri il presidente del cantone, tale Mathias Reynard, ha comunicato al nostro ambasciatore a Berna, Gian Lorenzo Cornado, che la Svizzera non pagherà le spese sanitarie sostenute per le prime cure ai ragazzi italiani rimasti feriti e ustionati in quella drammatica notte, in particolare che «la mutua svizzera chiederà all’Italia il rimborso di 100.000 franchi (108.000 euro circa) per il breve ricovero di tre ragazzi italiani». A nulla è valso ricordare allo svizzero vallese che, questione etica e morale a parte, il nostro Paese si è fatto carico per settimane della cura di due cittadini svizzeri all’ospedale Niguarda di Milano e che la protezione civile della Valle d’Aosta ha partecipato ai soccorsi con un proprio elicottero nelle prime ore della tragedia, tutto rigorosamente a spese dell’Italia.
Verrebbe da dire: svizzeri assassini e pure strozzini, ma non si può dire perché qualche assassino e qualche strozzino potrebbe offendersi. Soldi (spesso grondanti di sangue dei dittatori di mezzo mondo), mucche e cioccolato nei secoli hanno prodotto - oltre al governatore Mathias Reynard - un eroe nazionale, Guglielmo Tell, probabilmente mai esistito, il cui unico merito era di avere una buona mira; l’ingegno svizzero non è mai andato oltre il cucù.
In un memorabile monologo Roberto Benigni, gli svizzeri, li racconta così: «Il dialogo con lo svizzero è piuttosto semplice. Non è che c’hanno tanti argomenti: Buon giorno che fai? Andavo in banca, e te? Sono stato a prendere il latte, ora vado a prendere una cioccolata. Ma sì andiamo a prendere una cioccolata in banca…». Con gente così si può parlare di umanità, di onore, di senso di responsabilità? Difficile, siamo lontani anni luce anche per quello che riguarda il senso della vergogna e il cinismo. Non dubitiamo che l’Italia si rifiuterà di pagare un solo franco a gentaglia del genere e le prime dichiarazioni pubbliche vanno in tal senso. Non per mancanza di fiducia, ma su questo vigileremo con particolare tigna, al primo segnale di cedimento la guerra al governo (e alla Svizzera) siamo pronti a dichiara noi.
Gli insulti personali e sessisti a Giorgia Meloni del conduttore televisivo Solovyev hanno provocato reazioni sdegnate e bipartisan e il disgraziato è stato apostrofato con aggettivi di tutti i tipi: pazzo, indegno, sessista, marionetta di Putin e chi più ne ha più ne metta.
Giusto, nessuno può dare della prostituta alla premier italiana e pensare di uscirne indenne, su quelle parole volgari si è aperta addirittura un caso diplomatico con tanto di convocazione alla Farnesina dell’apparentemente incolpevole ambasciatore russo. Giusto anche questo.
Insomma, siamo tutti indignati ma non tutti abbiamo diritto di esserlo perché Solovyev il russo non ha fatto nulla di più o di peggio di quello che autorevoli esponenti dell’intellighenzia della sinistra italiana fanno abitualmente e ovviamente impunemente. Ottobre 2025, studio di DiMartedì, il talk show politico de La7 condotto da Giovanni Floris: un Maurizio Landini segretario del più grande sindacato italiano, la Cgil, con la bava alla bocca che in confronto il russo sembra un agnellino, non ha dubbi e in diretta sostiene che «Giorgia Meloni è una cortigiana», che da vocabolario significa «prostituta di alto livello che offre compagnia e favori sessuali ai nobili». Insomma il copyright di «Meloni prostituta» è made in Cgil ma non risulta che né Landini né Floris siano stati chiamati da chicchessia a renderne conto. Anzi, hanno goduto di una certa solidarietà da parte di politici e colleghi opinionisti e il caso è stato subito derubricato a «Meloni su, dai, non fare la vittima per così poco». Del resto, insultare sul piano personale Giorgia Meloni è lo sport nazionale della sinistra non russa bensì italiana. Il cui guru, Roberto Saviano, ha anticipato e probabilmente ispirato Solovyev: «Meloni è una bastarda».
Il suo amico Luciano Canfora, pluridecorato intellettuale comunista non a caso filologo classico e grecista, non ha voluto mancare alla festa del rutto libero: «Meloni è una cafona», «Meloni è neonazista nell’anima», ha dichiarato in sequenza. Salvo poi entrambi - Saviano e Canfora -piagnucolare alla prima querela: «Siamo in una dittatura, vogliono censurare e impedire la libertà di espressione e di pensiero», si sono lamentati, ottenendo la solidarietà della sinistra e della stampa a intera che ancora un po’ dichiara uno sciopero in loro favore.
Solo un filino meno violento di Saviano e del russo, ma altrettanto volgare, è stato di recente Nicola Fratoianni, che in quanto deputato dovrebbe conoscere almeno le regole della civile convivenza: «La Meloni», ha scritto in un post, «è un topo che scappa». Prostituta, topo, bastarda, che altro si poteva dire? Beh, una cosa non poteva mancare nel campionario che Solovyev ha fatto suo, il più scontato e banale: fascista. Tomaso Montanari, rettore poco magnifico dell’Università per stranieri di Siena: «La Meloni è profondamente fascista, fa sue le parole di Mussolini». Di più: «Meloni è una bandita». E il suo amico Angelo d’Orsi, altro raffinato accademico comunista: «Meloni è una urlatrice da mercato, una faccia che non mi piace». Anche in questi casi sdegno e proteste non pervenute.
Non capisco come questo Paese possa protestare con Putin per le volgarità gratuite di un suo portavoce se poi i nostri giudici mandano assolto, tra una ola generale, il solito Saviano per aver detto di Matteo Salvini «il ministro della malavita»; o come nessuno obietti che Marco Travaglio sia solito appellare in prima pagina il ministro Carlo Nordio come «il Carletto mezzolitro», ipotizzando che sia un povero demente alcolizzato.
Insomma, Solovyev? Un dilettante dell’insulto a riporto degli intellettuali, si fa per dire, italiani. Con in più l’attenuante che il suo capo, Putin, in effetti Giorgia Meloni lo fa uscire di testa con la sua posizione ostinatamente e convintamente filo ucraina. A sinistra anche la solidarietà, come certe bugie, ha le gambe corte.





