Mancano tre giorni al voto sulla riforma della giustizia. Negli ultimi due mesi ho girato l’Italia in lungo e in largo quale portavoce della campagna del Sì. Ho incontrato migliaia di persone che volevano informarsi, capire la riforma in tutti i suoi dettagli. A differenza di quelli del No che votano contro un governo senza porsi il problema di una giustizia più giusta ed efficiente, noi del Sì siamo stati nel merito della questione dimostrando di avere la ragione dalla nostra parte.
Loro si affidano a Fiorella Mannoia e Manuel Agnelli, due bravi artisti che di giustizia ne sanno meno di quanto io ne sappia degli Assiro-babilonesi. Dalla nostra parte, la parte del Sì, ci sono i due più grandi giuristi di sinistra, Augusto Barbera e Giuliano Pisapia; con loro c’è Enzo Iacchetti, con noi alcuni dei migliori magistrati d’Italia. Basterebbe questo per definire gli schieramenti, ma la verità è un’altra e va ben oltre la riforma della giustizia.
Il loro calcolo, neppure più tanto segreto, è il seguente: se vincono i No potrebbe cambiare l’aria; se cambia l’aria si riapre la possibilità per la sinistra di vincere le elezioni politiche del prossimo anno; chi vince le elezioni del prossimo anno sceglierà il sapo dello Stato successore di Sergio Mattarella, che, ricordo, nella storia della Repubblica non è mai stato indicato dai liberali e dai conservatori. Tutto qui, a suo modo semplice.
Ora, è vero che quello di domenica e lunedì non è un voto sulla politica, ma il rischio che lo diventi è assai alto. Ognuno faccia come crede, ma prendiamo coscienza della vera posta in palio e detto che riformare la giustizia già in sé è tanta roba non cadiamo nella loro trappola. In poche ore ci giochiamo il futuro dell’Italia dei prossimi 20 anni. Dopo tanta fatica vale la pena di regalare alle sinistra una simile opportunità? Avere dubbi è un lusso che non possiamo permetterci e la campagna referendaria lo ha dimostrato.
Vorrei farvi due esempi di quello che mi è capitato, mi rendo conto insignificanti rispetto alla portata di ciò di cui stiamo parlando, ma come noto spesso sono i dettagli a svelare l’insieme. Il primo è che in uno dei tanti dibattiti televisivi a cui ho partecipato - ero negli studi di DiMartedì, trasmissione condotta da Giovanni Floris su La7 - ho incrociato il procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, volto del No famoso per la quantità enorme di cavolate che ha inanellato nelle sue numerose esternazioni. Mi è sembrato educato salutarlo, gli ho allungato la mano accompagnato da un banale «Buona sera dottore». Lui mi ha guardato con disprezzo: «Io a lei non solo non le stringo la mano, ma neppure la saluto perché lei è un mascalzone. Io e lei facciamo i conti dopo il 23 marzo». Possiamo fidarci di un pm che minaccia un cittadino per questioni politiche e di libertà di critica?
Il secondo è che un paio di settimane fa ho ricevuto un avviso di garanzia per una vecchia querela - parliamo di un paio di anni fa - fatta da un magistrato. La firma in calce all’atto è del pm di Milano Fabio De Pasquale. Chi è costui? È lo stesso De Pasquale condannato per due volte, in primo grado e in Appello, a otto mesi di carcere per avere truccato l’inchiesta da lui fatta contro i vertici dell’Eni. Ecco, io non vorrei vivere in un Paese dove un pm con un simile curriculum sia tranquillamente alla sua scrivania dalla quale per di più si permette di inquisire il portavoce del Comitato per il Sì al referendum nel bel mezzo della campagna elettorale.
Detto questo vorrei trarre le fila di questa mia esperienza e condividere alcuni buoni motivi per andare a votare e votare Sì.
1Ho incontrato tanti, ma davvero tanti magistrati che non vedono loro di liberarsi dalla Casta di colleghi lottizzati che li tengono in ostaggio. Molti di loro ci hanno messo la faccia, altri si sono tenuti in disparte dai riflettori per paura di ritorsioni, ma in privato mi hanno confessato che voteranno Sì.
2Se avessi anche il più piccolo dubbio che questa riforma metta la magistratura sotto il controllo della politica (cosa che non solo non è scritta da nessuna parte, semmai nella legge è ribadito con forza il contrario) voterei No e vi inviterei a fare altrettanto perché la magistratura libera è uno dei pilastri della democrazia.
3È falso e offensivo che questa riforma è uno sfregio alla Costituzione. Cambiare la Carta in base alle esigenze dei tempi è stato previsto dai Padri costituenti, né il presidente della Repubblica né la Corte costituzionale che ne sono i custodi avrebbero potuto - e ne hanno i poteri - permettere di votare una legge incostituzionale.
4Non è vero che questa è una riforma di parte. I suoi contenuti sono stati più volte proposti da esponenti sia del Pd che dei 5 stelle (il ministro della Giustizia dei governi Conte, Alfonso Bonafede, voleva il sorteggio per i membri del Csm).
5Siamo l’unico Paese europeo, Grecia a parte, a mantenere l’organizzazione fascista della magistratura (corporazione unica tra pm e giudici), tutte le altre democrazie hanno adottato la separazione delle carriere.
6Non è vero che oggi il pm cerca anche le prove a discapito dell’indagato altrimenti più di un processo su due non finirebbe con l’assoluzione «per non avere commesso il fatto».
7Ogni otto ore un italiano finisce ingiustamente in carcere (1.000 all’anno) e questo avviene perché in fase istruttoria il giudice che deve autorizzare ogni richiesta del pm (arresto, intercettazione, sequestri, rinvio a giudizio) copia pedissequamente le tesi dell’accusa.
8Non esiste alcuna meritocrazia nella gestione delle carriere (il 96,4 dei magistrati ottiene «ottimo» nella verifica quadriennale cui è sottoposto), con il nuovo Gran giurì sganciato dal Csm le cose certamente cambieranno.
9Il sorteggio non solo non intacca l’autonomia dei due Csm, semmai l’inverso perché chi andrà all’organo di autogoverno (che non è una istituzione rappresentativa, cosa che presupporrebbe una elezione, bensì amministrativa, non dovrà più rispondere alle logiche correntizie).
:Ormai quattro anni fa i politici di centrodestra ci hanno chiesto il loro voto per andare al governo e fare le riforme, a partire da quella della giustizia. Per una volta che mantengono la parola lasciarli soli nel momento decisivo sarebbe non solo incoerente ma vorrebbe dire tradire anche il nostro voto e ciò in cui crediamo.
Avete presente lo slogan di chi si oppone al referendum sulla giustizia? È del tipo: giù le mani dalla magistratura che deve rimanere libera e indipendente. Bene, immaginate se il presidente del Comitato «Sì referendum», il professor Nicolò Zanon, venisse beccato a perorare la causa di un suo cliente con il presidente del tribunale che sta esaminando la pratica in questione. Il commento più moderato, immagino, sarebbe: «Visto? Ecco la prova: quelli che sostengono il Sì vogliono condizionare i giudici».
Ma siccome a intrallazzare con la magistratura per proteggere il proprio cliente con imbarazzante complicità e confidenza è stato beccato il presidente del Comitato del No, espressione dell’Associazione nazionale magistrati, il professor Enrico Grosso, allora nessuno fiata, il caso viene velocemente archiviato dai media e dalla sinistra come un incidente di percorso di nessuna rilevanza etica e giudiziaria. Eppure la questione di cui stiamo parlando è di una gravità assoluta e ben dimostra che cosa ci sia dietro la maschera moralista dei fautori del No: mantenere il rapporto insano, ovviamente clandestino, tra la magistratura e quel sistema opaco che è il governo della giustizia. È accaduto l’altra sera all’Università di Aosta durante un convegno organizzato per discutere dell’imminente referendum.
Prima che iniziassero i lavori, Enrico Grosso e il presidente del tribunale, Giuseppe Marra, parlottano tra di loro non sapendo che microfoni e videocamere della diretta streaming sono già accesi. Grosso è il consulente del governatore della Regione, Renzo Testolin, sulla cui recente elezione pende un ricorso per incompatibilità. Grosso perora, Marra annuisce, rassicura e fornisce dettagli probabilmente utili alla difesa. La registrazione, poi cancellata, finisce su alcuni siti e non lascia spazio ad equivoci: il presidente del Comitato del No prova a trattare fuori dalle aule di tribunale con un magistrato evidentemente amico per di più titolare dell’ufficio che deve redimere la causa.
Ora si capisce meglio perché questi non ne vogliono sapere di sorteggi e carriere separate: chissà mai che con la riforma incappino in magistrato che se li avvicini a un convegno per parlargli di una tua causa quello invece di ascoltarti e annuire chiami i carabinieri.
Il «Fatto Quotidiano» ha pubblicato ieri un lungo articolo, a firma di Liana Milella, che dà conto della posizione del procuratore Giovanni Melillo sul referendum confermativo della riforma della giustizia approvata dal Parlamento. Melillo non è un magistrato qualsiasi: dopo una lunga e, come si dice in questi casi, «onorata carriera», dal 2022 è a capo della Procura nazionale antimafia, cuore e motore di tutta l’azione investigativa che riguarda mafia e terrorismo.
Melillo il suo parere lo ha affidato a una rivista specializzata, Giustizia insieme, ed è un parere nettamente contrario alla riforma. Liana Milella lo racconta non senza enfasi sospetta: «Giovanni Melillo, Gianni per tutti i colleghi, sceglie una domenica mattina per distruggere in poco più di due cartelle spirito e contenuto della riforma che il ministro Carlo Nordio vende agli italiani come la panacea di tutti i mali della giustizia». Nonostante la collega sia una decana del giornalismo giudiziario e conosca quindi bene vita, opere e miracoli di ogni magistrato di un certo peso, in questo articolo-panegirico dimentica di informare i suoi lettori di un paio di cose che potrebbero meglio inquadrare la figura di Melillo, cose che non riguardano la sua indiscussa capacità bensì il suo posizionamento politico dentro e fuori il suo mondo. Melillo, infatti, dal 2014 al 2017 è stato capo di gabinetto di Andrea Orlando, leader del Pd e allora ministro della Giustizia sia di Renzi che successivamente di Gentiloni. Sono gli anni del massimo potere di Luca Palamara e del suo metodo correntizio di gestione del sistema giudiziario ma evidentemente Melillo, nonostante si trovi al centro dei giochi, non si accorge di nulla.
Anzi, risulta per tabula che sia lui sia il ministro Orlando con quel Palamara intrattengono cordiali e frequenti rapporti. Ecco come Palamara racconta, mai smentito, nel libro Il Sistema quel periodo d’oro: «Siamo nel 2017, per la Procura di Napoli sono in corsa Giovanni Melillo, capo di gabinetto del ministro Orlando - i due si erano conosciuti a Napoli quando il primo era procuratore aggiunto e il secondo commissario del Pd campano - e Federico Cafiero De Raho, procuratore di Reggio Calabria. Su Melillo ci sono forti dubbi, in quel momento è un magistrato distaccato e ovviamente targato politicamente Pd. I miei colleghi di corrente di Napoli non lo vogliono e fanno quadrato attorno a Cafiero. Io mi ritrovo tra due fuochi: da una parte i miei, dall’altra gli ottimi rapporti personali sia con Orlando che con Melillo, che da consigliere del Csm spesso consultavo per capire gli umori del ministero. Della nomina di Melillo ne parlo direttamente con Orlando e conveniamo alcune mosse utili…».
Insomma, Melillo a Napoli ci arriva anche grazie al metodo Palamara ora rinnegato da tutti. Rinnegato a parole ma non nella sostanza, visto che l’unico vero modo per debellarlo è approvare una riforma della giustizia che introducendo il sorteggio dei componenti del Csm taglia la testa al toro impazzito. Il No di Melillo alla riforma ha un sapore tipo nostalgia canaglia, di un’epoca in cui politica e magistratura sono andate a braccetto (magistrati capi di gabinetto di politici) e le nomine decise con intrighi e accordi sottobanco. Il dottor Melillo c’era, non dubitiamo senza colpe ma c’era. Perché voterà No è interessante, ma ci scusi l’impertinenza: perché non ci parla anche della sua amicizia e dei suoi rapporti con Luca Palamara e già che c’è pure con il Pd?





