C’era un tempo in cui tutto era più semplice: le guardie prendevano i ladri e i ladri presi dalle guardie finivano in galera. Era talmente semplice da prestarsi a un gioco, quello del «guardie e ladri». Poi è successo un qualcosa che lentamente ha complicato le regole e ci siamo ritrovati che nessuno ha più voglia di scherzarci su e, nella divisione, è la guardia che rischia di passare i guai (sempre che non gli sia passata la voglia di fare bene il suo lavoro di guardia). L’ultima è successa nella periferia Ovest di Milano, la sera del 5 gennaio, in un palazzo dove i residenti decidono di chiamare le forze dell’ordine per bloccare un uomo «particolarmente molesto».
E in effetti quando gli agenti arrivano ed entrano nell’appartamento trovano un ventiquattrenne egiziano con un coltello in mano che urla qualsiasi cosa e non accenna né a placarsi né ad arrendersi. Anzi, nonostante le condizioni di inferiorità numerica, punta uno dei poliziotti, lo atterra, lo blocca e gli infila ripetutamente il coltello nel petto. Per fortuna il giubbotto in dotazione «rallenta» l’azione della lama. Nel tentativo di fermare lo scalmanato delinquente, il capoequipaggio della Volante prima tenta di bloccargli il braccio mentre affonda i fendenti col coltello, poi estrae l'arma d'ordinanza e spara all’egiziano ferendolo alla gamba. Fady Helmy Abdelmalak Hanna, questo è il nome del nordafricano, era noto alle forze dell’ordine in quanto senza una fissa dimora in Italia con precedenti per resistenza, danneggiamento e occupazione abusiva. Era regolare, ma a questo punto uno domanda: abbiamo davvero bisogno di questa gente? E soprattutto perché era libero? E perché era libero anche Jelenic Marin, il croato che ha accoltellato il giovane capotreno a Bologna? Anch’egli era noto alle forze dell’ordine; anche lui era un osservato speciale nelle stazioni del Nord Italia a tal punto che quando le telecamere lo hanno immortalato, non è stato difficile mettere a fuoco il profilo delinquenziale. Dunque, perché questi vagabondi - armati di coltello per sopravvivere nel Far West dei disperati - possono mettere a rischio le persone perbene?
La questione è sempre la stessa. Ne aveva già parlato anche Belpietro l’altro giorno a proposito dell’omicidio di Aurora Livoli, la ragazza uccisa da un peruviano clandestino, senza fissa dimora e con pericolosi precedenti: Emilio Gabriel Valdez Velazco, 57 anni. Anche questo signore era assai noto alle nostre questure e ai comandi dei carabinieri perché ne aveva combinate di davvero grosse, sempre per reati a sfondo sessuale. Non solo, era già stato colpito da un ordine di espulsione ma si sa che le vie della burocrazia italiana sono davvero infinite. E varie, tant’è che persino al Cpr dove lo avevano collocato la permanenza è durata poco: una asserita patologia alle vie urinarie, accertata da un medico, gli aveva permesso di uscire. E delinquere, finanche uccidere Aurora. Ci sarebbe anche, almeno secondo le vittime, il nordafricano che ha accoltellato un quindicenne fuori dal cinema di Milano, «reo» di aver cercato di impedire il furto del giubbotto dell’amico. Ma sì, tanto mica c’è la correlazione tra clandestini e delinquenza: sono cose che ci inventiamo da queste parti per vendere i giornali oppure le urlano quei cattivoni del centrodestra per un pugno di voti in più. Purtroppo per i protagonisti del centrosinistra e per i loro gazzettieri, il nesso c’è eccome e non da oggi: già nel 2008 il professore Marzio Barbagli scrisse un libro assai documentato su immigrazione e sicurezza; e importanti report analoghi arrivano da un altro sociologo, Luca Ricolfi. Per non dire delle statistiche che arrivano dal Viminale. Insomma, i dati ci sono per poter affrontare seriamente la questione.
Invece che cosa accade? Accade che, come dicevamo all’inizio, quando le guardie acciuffano i ladri e i delinquenti, poi costoro non finiscono in galera o non vengono isolati affinché non delinquano ulteriormente. Dunque il problema non è nel campo degli agenti (il cui numero e le cui competenze vorremmo sempre che crescessero) ma è nel campo di chi li rimette in libertà approfittando di smagliature legislative o burocratiche. Così quando la gente dice che non ne può più o si lamenta che questi delinquenti «se ne fregano perché non hanno paura» afferma concetti più che comprensibili. Quando mi capita di stare nelle trasmissioni di Paolo Del Debbio o di Mario Giordano e di sentir parlare certi maranza, resto di stucco: è come se davvero non avessero paura di niente. E infatti poi ti ritrovi l’egiziano che assale il poliziotto, il peruviano che uccide la ragazza, il croato che accoltella il capostazione. Le forze dell’ordine li prendono e poi…
La politica internazionale vive per lo più del dietro le quinte: qualcuno può parlare con certezza delle conversazioni bilaterali tra Usa e Russia, tra Cina e Russia, tra Cina e America? Il solo bisbigliare ci fa intercettare che si stiano spartendo il mondo in un giro di compasso che ricrea l’ordine mondiale, ridiscutendo le linee rosse e pure quelle di tutti gli altri colori che il business dispone: fondi sovrani, colossi energetici, multinazionali del settore digitale o delle armi, proprietà e controllo delle aree dove si innervano i minerali preziosi per le industrie moderne; e poi il controllo delle infrastrutture, quelle che poggiano in fondo agli oceani o sulla terra o sono sospese nei cieli.
È una partita che stanno giocando solo le potenze pienamente sovrane che dispongono di spada e moneta. Le famose relazioni internazionali hanno una regola fondamentale: pacta sunt servanda, il che significa che, al di là dei processi di ratifica (upgrade del diritto europeo, per esempio), è l’equilibrio raggiunto tra le potenze che ne determina l’osservanza, e non la «potenza» della norma. Era per paura che il mondo scoppiasse che, durante la Guerra fredda, America e Urss non si sovrastarono vicendevolmente. Caduto il Muro, l’America credette che la Storia avesse esaurito la propria spinta e lei avesse vinto. Invece la Storia è tornata e sta facendo l’appello delle grandi potenze. Quel 9 novembre 1989 non illuse solo l’America, ma illuse anche la vecchia Europa, che innescò - per paura della riunificazione delle due Germanie - l’unificazione per via monetaria. Una moneta per fare l’Europa politica, per tenere tutti compatti. Una moneta e tanta retorica: via i confini, via le sovranità nazionali, via gli interessi nazionali e i popoli... Fintanto che, fuori dall’Europa, un nuovo ingranaggio veniva impiantato - altro errore di prospettiva americano - nel grande gioco: la Cina nel Wto. Non solo, anche la Russia tornava a ripensarsi potenza e lo faceva usando la leva delle armi nucleari e della grande disponibilità energetica, le cui infrastrutture con Putin ridiventavano dello Stato, ribaltando i «guai» di Eltsin. Così, mentre l’Europa allargava le maglie del mercato energetico, liberalizzandolo secondo i dettami del neoliberismo, la Russia nazionalizzava, si sfregava le mani e si presentava come il più conveniente e suadente alleato energetico.
Un anno e mezzo fa scrissi un libro - Maledetta Europa - per analizzare che cosa sarebbe successo e, senza particolari doti di veggenza, lessi i fatti per come si presentavano, senza farmi fregare dalla retorica europeista. Che invece prosegue ancor oggi il suo incantesimo manipolatorio. E se sono qui a scrivere sulla Verità è perché un altro gruppo di realisti, ben orchestrato dal direttore/editore Maurizio Belpietro, pensa che vada fatta la tara a questa Ue. Pochi giorni fa Ernesto Galli della Loggia sul Corriere scriveva: «Il problema vero dell’Unione europea alla fine è uno solo: che i suoi cittadini non si sentono europei. E naturalmente un organismo politico fondato sul consenso ma verso il quale i suoi membri non sentono alcun sentimento di appartenenza, non consiste realmente in nulla. Nel senso che non riuscirà mai ad attingere il grado di sovranità necessario a prendere quelle decisioni davvero cruciali che riguardano la pace e la guerra, cioè la vita e la morte dei suoi cittadini: cioè le decisioni che attestano per l’appunto l’esistenza di un autentico attore politico. I cittadini dell’Unione sanno bene che cosa vuol dire essere spagnoli, danesi o polacchi. Lo hanno appreso da secoli di storia. […] L’Unione sembra venire dal nulla, non avere alcun passato, manca perfino di una Costituzione che spieghi ai suoi cittadini i valori su cui si fonda, che cosa sia e voglia essere, a chi essi devono obbedire. L’Unione europea insomma manca di un’identità». Benvenuto.
Manca il popolo sovrano perché i «registi» della Ue scelsero l’euro come sineddoche dell’Europa, senza un battesimo popolare attraverso un referendum popolare. Unione europea è ciò che oggi intendiamo per Europa, ed è un errore politico enorme, gigantesco. Un errore così grande che è bene smontarlo: l’Europa ci sta fregando e in un tempo in cui sono tornate a comandare le grandi potenze - Usa, Cina e Russia - ci fregherà sempre di più. Che senso ha restare imbambolati nell’ingannevole pendolo che ipnotizza a non mollare e a spingere per più Europa? L’Europa non può giocare la partita perché è fuori dalla Storia per gli errori di presunzione commessi ex tunc. L’America «pensa» il Venezuela (e forse domani la Groenlandia) allo stesso modo in cui la Russia «pensa» il Donbass e la Cina «pensa» Taiwan. Se l’accordo prevede questa spartizione, l’Europa non ha alcun peso per cambiare tale meccanica. Ha perso perché ha scelto una moneta prima dell’identità, la burocrazia invece di un referendum. Per questo, si rompano i patti dell’Unione e li si riconvertano nella vecchia e migliore formula della Cee, con Stati sovrani alleati ma non vincolati a un morto che cammina.
Il governo tedesco si è davvero messo in testa di ricominciare da dove aveva un pessimo conto in sospeso con la Storia: l’esercito, le armi, l’idea di grandezza. La Germania riprende il filo di quel Novecento che lei aveva strizzato tra le «sue» due guerre mondiali, con tanto di idea di essere la nazione più forte, la più potente. E sappiamo come andò a finire. Tornano alla mente le sacrosante parole di diffidenza che il Divin Giulio pronunciò a proposito della possibile unificazione delle due Germanie: «La amo talmente tanto che preferisco averne due».
Il Muro non era ancora caduto e anche la diplomazia italiana lavorava perché quei confini restassero divisi per evitare strane idee di supremazia in odor di Reich. Tuttavia sappiamo anche che la supremazia, finita la Guerra Fredda, i tedeschi se la presero con la moneta cioè con l’economia, mettendo il giogo all’eurozona e obbligando tutti alle loro regole di austerity. Regole che infransero con il ripetersi del surplus della bilancia commerciale, cosa che poi l’America ha fatto scontare a tutti quanti.
Senza perdersi troppo con le storie della Storia che conosciamo bene, arriviamo al ritorno in armi: dopo la moneta, riecco la Spada, l’esercito con tanto di reclutamento tra i giovani (si comincia per via volontaria con un test, ne parleremo più sotto), per affermare nuovamente il proprio primato nell’Europa della Ue e per guardare alla pari la Gran Bretagna e la Francia, dove pure si parla di leva volontaria. Ma soprattutto la carta militarista serve al cancelliere Merz per rimettere in moto quell’economia industriale sfiancata dai deliri del green e dal venir meno del gas dalla Russia. Come rimettersi in piedi allora? Convertendo le fabbriche e i modelli industriali in economie di Difesa, riaccendendo i motori di tutto ciò che gira attorno agli eserciti: dalle armi classiche ai droni, dai carri armati agli aerei, dai software di difesa allo sviluppo di nuovi addestratori e altro ancora. Mentre Trump si ostina a lavorare per una via d’uscita dalla guerra e per un ripristino delle relazioni internazionali, e pure Macron si sta avviando alla ricucitura attraverso canali diplomatici (spesso sottotraccia) ed economico/finanziari, il cancelliere Merz preferisce giocare sulla zona grigia, ovvero la minaccia dello Zar sul Baltico, al fine di riavviare le macchine industriali tedesche, non perdere la guerra del Pil e non finire triturato nella crisi politica tedesca.
Ci riuscirà? Difficile dirlo. Intanto perché se è vero che c’è una parte della Confindustria tedesca che esulta per il sostegno pubblico alla riconversione delle fabbriche, c’è un’altra parte che non è così convinta della virata militarista del governo. Non mancano le proteste in piazza, anche in chiave AfD (che in queste politiche di riarmo non c’entra nulla). Specie tra i giovani e i giovanissimi, i quali sono al centro di una campagna di sondaggio obbligatorio sul loro stato di salute fisica e sull’atteggiamento nei confronti della vita militare. Una cosa del tipo: siete pronti per la guerra?
Le cose stanno in questi termini. Col nuovo anno, tutti i maschi tedeschi neo maggiorenni dovranno compilare obbligatoriamente i questionari inviati dalle forze armate sulla loro idoneità al servizio; le donne over 18 potranno invece compilarlo solo su base volontaria nel caso di interesse ad arruolarsi. Secondo quanto affermato dal ministero della Difesa, a partire da gennaio saranno inviati circa 54.000 sondaggi al mese. Chi si rifiuta di rispondere rischia una multa fino a 1.000 euro. Il test è il compromesso che hanno trovato le forze di maggioranza dopo una discussione spigolosa sulla reintroduzione della leva obbligatoria. Si tratta di 14 domande che il Telegraph ha avuto modo di visionare: si tratta per lo più di domande sulla propria forma fisica, con una autovalutazione con opzioni che vanno da «molto buono» a «basso»; o sulla volontà di arruolarsi nell’esercito e su una serie di opzioni su quale parte delle forze armate gli intervistati desiderano arruolarsi. Il sondaggio inoltre - sempre secondo lo storico quotidiano britannico - chiede ai giovani di valutare il loro livello di interesse ad arruolarsi nell’esercito su una scala da 1 a 10 e di dire quando potrebbero arruolarsi, per quanto tempo vorrebbero prestare servizio e se hanno disabilità. Una sezione è dedicata ai percorsi di carriera con un elenco delle divisioni in cui è possibile entrare, come Esercito, Marina e Aeronautica. Due ulteriori opzioni sono la sicurezza informatica e il supporto logistico. Insomma, non è difficile scorgere un antipasto di quel che verrà: un reclutamento a più vasta scala. Come dicevamo la linea del governo Merz sta già dividendo la Germania, con partecipate proteste in piazza. Ma più della paura della Russia, si temono pericolosi ritorni al passato; del resto i libri di Storia parlano chiaro. Lo dovrebbero sapere anche gli industriali «militaristi».





