A sinistra sta prendendo piede l’idea che per fermare i maranza, ossia le bande di giovani armati di coltello, bastino gli assistenti sociali. Ne ho avuto prova anche l’altra sera in tv, dove una giuliva Irene Tinagli, ex deputata montiana migrata nelle liste del Pd, spiegava che per evitare gli accoltellamenti nelle aule scolastiche non serve il modello securitario, ma sono necessari professionisti che operino per prevenire i conflitti e i disagi sociali. Il concetto che la mediazione di un terzo, estraneo alla famiglia e alla scuola ma anche alle forze dell’ordine, possa impedire che le bande giovanili si affrontino a colpi di machete è molto di sinistra e trae origine dalla convinzione che un bel dibattito e, magari, una successiva assemblea possano curare ogni cosa, anche i maranza. È il sociologismo applicato alla criminalità dove, alla fine, ogni colpa è riconducibile alla società brutta, sporca e cattiva. Non ci sono delinquenti, ma solo persone che non hanno avuto la possibilità di imboccare la retta via. Tutti nascono buoni, è la società, poi, che li fa diventare criminali. Dunque, per rimetterli in carreggiata servono gli assistenti sociali, ovvero il confronto. Del resto, non è lo stesso concetto per cui si vorrebbe introdurre l’educazione affettiva a scuola, per spiegare quali debbano essere i rapporti che regolano le relazioni uomo-donna e quanto sia sbagliata una società patriarcale, dove le faccende si risolvono a colpi di coltello?
In pratica, invece di disarmare maranza e assassini, si invoca il potere taumaturgico della parola. Come con il confetto Falqui, basta la parola. Solo che qui non siamo di fronte a problemi di stitichezza, ma di delinquenza. E la colpa non è dei giornali di destra, come sostiene Concita De Gregorio. La nota editorialista di Repubblica, già direttrice e affondatrice dell’Unità, infatti, si culla nella convinzione che Youssef Abanoub, il ragazzino di La Spezia accoltellato per questioni di gelosia, sia morto perché la mano del suo assassino è stata armata dagli articoli di giornali come La Verità. «Altre lame hanno armato il loro modo di pensare e di agire». «Le parole con cui cresciamo», ha scritto, «costruiscono il nostro mondo, a ogni latitudine diverso». Peccato che Zouhair Atif, il ragazzo che ha sferrato la coltellata mortale, sia marocchino e non risulti essere un assiduo lettore della Verità. Ammesso e non concesso che, come dice De Gregorio, sul nostro quotidiano «ogni parola sia uno sfregio, un’irrisione, una caricatura offensiva, un’accusa arbitraria, un insulto» (ciò che ho appena riportato ovviamente non è un’accusa ma un’opera di bene), Abu non è stato ucciso da chi è cresciuto leggendoci. Le filastrocche, le favole, le parabole, le canzoni sono quelle che gli hanno trasmesso i suoi genitori, di sicuro non quelle che gli abbiamo comunicato noi. Fosse stato lettore del nostro quotidiano e ne avesse assimilato la cultura, avrebbe scoperto che siamo per il rispetto della legge e delle forze dell’ordine e che non risolviamo le controversie con un coltello, al massimo incrociamo le penne stilografiche.
Tuttavia, pur essendo le parole il nostro pane quotidiano, non pensiamo certo che basti una predica per impedire un assassinio. Se anche mobilitassimo tutti gli assistenti sociali d’Italia, distogliendoli da attività preziose come sottrarre i figli alle famiglie che vivono nel bosco per far crescere i bambini in ambienti sani e sterilizzati, ci sarebbe sempre qualcuno che gira con il coltello in tasca, pronto a colpire chiunque consideri un nemico. Altro che parole. Infatti Atif, l’assassino, era seguito dai servizi sociali che, immagino, l’avranno riempito di parole ma alla fine, dopo averlo curato con le loro chiacchiere, lo hanno giudicato «non pericoloso», lasciandolo libero di accoltellare un coetaneo.
Nei Paesi scandinavi, dove peraltro sono molto tolleranti e dove qualcuno si era convinto che bastassero gli assistenti sociali per risolvere i conflitti, ci si ammazza più che da noi. Perché il tema non è costringere i giovani a partecipare a una seduta di psicologia, ma impedire che circolino con una lama nella cintola dei pantaloni. Abbassare la soglia dell’età per punire quindici o sedicenni è una necessità, perché a quell’età si può già essere baby criminali e la coltellata di un minorenne non fa meno male di quella di un maggiorenne.
Altro che potere della parola. Qui l’unica soluzione è il potere della legalità, che non fa distinzione in base al ceto sociale o alla provenienza, ma adotta misure per prevenire il crimine e, quando questo è commesso, non offre alcuna attenuante. È la soluzione a cui sono arrivati Paesi che hanno sbagliato prima di noi, convinti che bastasse parlare per fermare il crimine. Poi si sono resi conto che serviva arrestare.
Grazie! Nel corso degli anni mi è capitato più volte di chiedere aiuto ai lettori per far fronte a gravi emergenze. E nei casi di alluvioni e terremoti ogni volta ho avuto la prova della solidarietà di chi quotidianamente ci segue. Così come ho toccato con mano il sentimento di umanità di chi ci legge quando un carabiniere, vittima di uno squilibrato, fu ridotto su una sedia a rotelle. Tuttavia, nonostante i risultati assolutamente eccezionali del passato, temevo che questa volta, per la raccolta fondi in favore del brigadiere Emanuele Marroccella, sarebbe stato difficile. Un po’ per via della crisi dell’editoria, che ha ridotto di molto il numero di lettori, e un po’ perché anche l’inflazione, che si mangia stipendi e pensioni, ci mette del suo, dimezzando le disponibilità delle famiglie.
Invece, voi lettori mi avete sorpreso, perché avete risposto al nostro appello con una generosità commovente. Puntavamo a raccogliere 150.000 euro per pagare gli avvocati al militare dell’Arma e per fare fronte alla provvisionale a cui è stato condannato per aver fermato un criminale. Ma la cifra che intendevamo raggiungere è stata abbondantemente superata, al punto che ormai abbiamo toccato quota 450.000. Con il vostro beneplacito, appena sarà necessario verseremo sul conto del brigadiere la somma dovuta, mentre il resto costituirà un fondo per altri casi del genere. Non è la prima volta che uomini delle forze dell’ordine sono costretti a pagare di tasca propria l’adempimento del proprio dovere. E purtroppo non sarà l’ultima: dunque, ciò che avanzerà a seguito del saldo delle pendenze a carico del brigadiere resterà a disposizione di altri uomini delle forze dell’ordine, come ad esempio i carabinieri del caso Ramy, indagati per aver inseguito due giovani che non si erano fermati all’alt, una fuga finita tragicamente per uno dei due ragazzi e che, incredibilmente, ha fatto finire sul banco degli accusati sette militari.
Ora che vi ho informato su come intendiamo procedere con i soldi che ci avete affidato, consentitemi però di fare alcune riflessioni. La prima riguarda la vittima, cioè il ladro per la cui uccisione è stato condannato Marroccella. L’uomo, un siriano che non avrebbe dovuto trovarsi in Italia, aveva una lunga lista di precedenti. Era un ex militare dell’esercito di Assad, esperto di arti marziali, che neppure la minaccia di una pistola ha fermato. Dopo aver colpito il collega del brigadiere con un cacciavite lungo venti centimetri, con quell’arma avrebbe potuto colpire altri carabinieri. Ed è per questo che il brigadiere ha sparato: per evitare la possibilità di un’aggressione e il conseguente ferimento di altri militari dell’Arma. In pratica, Marroccella è stato costretto a intervenire. Non difendeva sé stesso, ma doveva impedire che altri rimanessero vittime del siriano, il quale non aveva nessunissima intenzione di arrendersi. Perciò il suo è stato un uso legittimo dell’arma che gli era stata affidata. La seconda considerazione riguarda i parenti del ladro. Il tribunale ne ha ammessi come parti civili 13. E questi, nonostante in gran parte vivano all’estero, hanno sostenuto di frequentare con assiduità la vittima e dunque di aver diritto a un risarcimento per la sua morte. In totale hanno chiesto circa 13 milioni, ma il tribunale per ora ha riconosciuti 133.800 euro, comprensivi di spese legali. Apparentemente il tribunale ha ridotto a un centesimo le pretese di moglie, figli e fratelli del ladro, peccato che la provvisionale sia immediatamente esecutiva e dunque, nonostante una sentenza di secondo grado possa riformare la condanna del brigadiere, sia praticamente a fondo perduto. Già perché se gli eredi dovessero essere costretti a restituire la somma, sarà difficile riaverla indietro, dato che i parenti sono disseminati all’estero, dove notoriamente le esecuzioni non sono facili. Proprio questo avrebbe dovuto indurre i giudici a maggiore cautela. Se di fronte a condanne per errori medici le toghe non accordano un immediato risarcimento, perché con un carabiniere sì? Perché far gravare sulle sue spalle una provvisionale esecutiva?
C’è poi un’altra considerazione da fare: il siriano, ossia il ladro, era stato più volte incarcerato e avrebbe dovuto essere espulso. Le forze dell’ordine ne avevano chiesto il trattenimento in un Cpr, ossia in un centro di rimpatrio, ma come per l’assassino di Aurora, la giovane stuprata e uccisa a Milano, non se n’era fatto niente. Non perché, come nel caso del peruviano, fosse incompatibile con la custodia nel Cpr, ma perché non c’era posto. Così, mentre l’assassino di Aurora è stato lasciato libero di uccidere, al ladro siriano è stato consentito di continuare a rubare. Fino a quando non ha incontrato un uomo che non si è voltato dall’altra parte ma ha fatto il suo dovere.
La morale di questa storia mi pare evidente: non sono i carabinieri a dover essere trascinati sul banco degli imputati ma i criminali, i Cpr vanno aumentati per consentire le espulsioni e bisogna porre un argine ai risarcimenti in favore dei parenti di delinquenti rimasti vittime - come lo ha definito il cugino del rom ucciso a Lonate Pozzolo - del proprio «lavoro».
Perfino il Papa si è accorto che «ordine e sicurezza sono doni che costano sacrificio a chi li garantisce», cioè a poliziotti e carabinieri. Leone XIV, parlando a dirigenti e funzionari dell’ispettorato di pubblica sicurezza in Vaticano, ha ringraziato gli agenti, riconoscendo che con la loro attività contribuiscono «notevolmente al bene di tutti». Tuttavia, ciò che è evidente per il Pontefice non lo è per la sinistra, che ogni volta si divide tra la necessità di garantire maggiore sicurezza ai cittadini e la diffidenza nei confronti delle forze dell’ordine. La parte più radicale dei compagni non perde mai occasione per criticare la polizia. Le forze dell’ordine inseguono due tizi che non si sono fermati all’alt di una pattuglia schiantandosi contro il palo di un semaforo? Invece di schierarsi dalla parte dei carabinieri, a sinistra stanno con chi ha violato la legge. E infatti per settimane hanno fatto il tifo per i fuggiaschi contro i militari dell’Arma, plaudendo all’iscrizione nel registro degli indagati di quei servitori dello Stato che invece di girarsi dall’altra parte hanno fatto il loro mestiere. E quando gli agenti intervengono a Torino per sgomberare un covo di antagonisti, liberando la città da un presidio di illegalità, i compagni si schierano con gli sgomberati invece che con chi ha ripristinato l’ordine.
La sinistra non riesce mai a prendere le distanze dalle frange più estreme e dagli episodi di violenza, ed etichetta ogni azione come repressione. Secondo politici e giornalisti engagé, la criminalità non si batte reprimendo i delinquenti, ma comprendendo i fenomeni. Secondo loro non serve la repressione, ma l’inclusione. Simili sproloqui si leggono spesso sui giornali organici alla sinistra come Repubblica, ma si sentono con una certa frequenza anche in tv durante i talk show. L’altra sera per esempio mi è capitato di imbattermi nell’intervento di Benedetta Scuderi, una giovane deputata di Alleanza verdi e sinistra. A proposito dei criminali lasciati liberi di girovagare nel nostro Paese e di compiere delitti, invece di proporre espulsioni rapide dei clandestini (nonostante siano una minoranza, la maggior parte dei reati contro il patrimonio e le persone fisiche è commesso da stranieri senza fissa dimora) e nuovi centri per il rimpatrio, ha lanciato un j’accuse contro i luoghi in cui gli extracomunitari vengono trattenuti in attesa di essere rispediti a casa. Da quel che si è capito, secondo lei i Cpr sono lager da chiudere in fretta. Dunque, mentre da un lato ci si duole per il mancato allontanamento dell’assassino di una ragazza di 19 anni e del killer di un giovane ferroviere, dall’altra si contestano i centri dove i criminali devono essere rinchiusi per evitare che compiano altri delitti.
Scuderi è il perfetto esempio delle contraddizioni di una sinistra che parla di sicurezza come valore collettivo e non solo di una parte, ma poi al dunque, quando c’è da varare una stretta sull’immigrazione clandestina, fermando gli sbarchi di chi non ha titolo per essere accolto in Italia, si schiera dalla parte dell’invasione dei cosiddetti profughi. A Milano, dove ha annunciato la costruzione della sua Casa riformista (disperato tentativo di Italia viva per evitare di diventare Italia morta), Matteo Renzi prima ha attaccato il governo perché uno studente marocchino ha accoltellato a scuola un altro studente per gelosia, poi si è detto orgoglioso di aver salvato la gente in mare, cioè di aver spalancato le porte a decine di migliaia di clandestini. Del resto, nella Casa riformista non ha fatto entrare Marco Minniti, il ministro che provò a frenare gli sbarchi, ma Pietro Bartolo, santo protettore dei migranti. Una contraddizione che, nonostante il profluvio di parole durato un’ora, Renzi si è dimenticato di sciogliere.



