Riportiamo di seguito un ampio estratto dell’intervista ad Alex Zanardi, morto il primo maggio scorso, condotta dal direttore della Verità, Maurizio Belpietro, durante la trasmissione L’antipatico, il 21 ottobre 2004.
Lei, in tutte le interviste, si dichiara un uomo fortunato. Solo perché non è morto?
«No, perché credo che sia una questione di genetica: ho un carattere estremamente ottimista e positivo per cui mi è stato fatto questo dono e con questo riesco a fare un uso eccezionale di quanto mi è rimasto e a essere assolutamente soddisfatto della vita che continuo a vivere».
Ma lei ha anche una dose di autoironia. Il libro che ha scritto, mi pare volesse intitolarlo «Un uomo tagliato per le corse», «Ho ancora il piede sul gas», e così via. Poi ha scelto un titolo più serio. Come mai? Da cosa le viene questa ironia?
«Mah, anzitutto dal fatto che mi aiuta a vivere. Secondo, credo che sia abbastanza innata. Però la mia vita, ripeto, continua a essere caratterizzata dall’ironia un po’ perché lo voglio, un po’ perché mi aiuta».
Ma come fa a scherzare su una tragedia come la sua? Cioè su incidente così, dove lei ha perso le gambe?
«Sarebbe giusto non scherzare nel momento in cui la si considerasse una tragedia. Io non la considero assolutamente tale, anzi. Ritengo di essere la persona fortunata di un tempo, la vita non mi ha assolutamente sottratto nulla, anzi mi ha dato un’occasione per dimostrare a me stesso che ho carattere che, insomma, tutto sommato alla sera quando torno a casa e guardo la mia brutta faccia allo specchio, comunque riesco a vedere qualcosa che mi piace, credo sia il senso della vita».
L’incidente avvenne quattro giorni dopo la strage delle Twin Towers. La corsa sembrava non dover partire poi, invece, si decise di partire. Come mai?
«Beh, non è che sia stata una mia scelta. Io, anzi, credo da un punto di vista psicologico mi sono abbastanza fatto in disparte, nel senso che nella categoria nella quale correvo erano predominanti diciamo le persone di passaporto americano. Quindi credo che fosse loro diritto decidere in modo riservato».
Decisero loro, dunque?
«Esattamente, se la corsa doveva andare avanti o meno».
Ma è vero che il prete che portò l’estrema unzione utilizzò l’olio del motore dell’auto dell’incidente?
«Quello c’era disponibile... Ce n’era anche tanto fra parentesi, assieme a un altro liquido che non sta bene ricordare cosa fosse. Però sì, mi ha dato l’estrema unzione. Mi piace pensare che da quel punto di vista sono già pronto, anche se io non mi sento assolutamente pronto per lasciare questo mondo».
Quando si è risvegliato in ospedale… Ha capito?
«Beh, io sono stato tenuto in coma farmacologico, quindi forzato, per una buona settimana. Poi hanno ridotto i sedativi proprio per permettere a mia moglie di darmi questa notizia».
È stata lei a darle la notizia?
«Sì».
Come gliel’ha data? Come gliel’ha spiegato?
«In modo abbastanza diretto. Vede, è quasi impossibile, da un punto di vista medico, che io oggi sia qui a parlare con lei. Ebbene, mia moglie in quella circostanza ha pensato bene mentre io dormivo di utilizzare il tempo per ordinarmi una macchina con i comandi manuali, perché sapeva che, agendo in quel modo, mi avrebbe dato i mezzi per ricostruire la mia vita, fare quadrato attorno alle mie passioni, ai miei desideri».
Quando è tornato a camminare la gente come ha reagito, come la vedeva?
«La gente mi aiuta tantissimo perché, vede, una persona, un portatore di handicap, normalmente è una persona che ha due problemi: uno quello che si porta addosso, il secondo quello di dover costantemente rimettere a proprio agio l’interlocutore che ha davanti. Perché una persona, alla scoperta di un handicap, si allontana».
Ma si allontanano anche da lei? O si avvicinano?
«No, con me è diverso… ho avuto un’esposizione mediatica tale per cui la gente sa già che io sorrido a quello mi è successo, che sono una persona felice, che affronta le cose in un determinato modo. Per cui mi raggiunge, mi danno grosse pacche sulle spalle “Ciao Alex”. L’altro giorno ho trovato da dire con qualcuno al semaforo, questo m’ha detto “Vieni giù, se hai coraggio”. Gli ho detto “Se hai pazienza arrivo”. Mi ha riconosciuto e ci siamo messi a ridere. Quindi insomma la mia vita è più semplice grazie alla mia notorietà».
Ma qualche giorno dopo essere uscito dall’ospedale, se non sbaglio, anche sua moglie fu ricoverata. Fu una situazione un po’ difficile in quel momento.
«Sì, a Bologna diciamo che le sfighe non vengono mai da sole. Mia moglie ha subito tre operazioni di ernia al disco; dovesse fare la quarta praticamente la mettono sui libri di medicina. Comunque nel periodo dell’inizio della riabilitazione io stavo andando a casa, trovai anche l’ascensore rotto (oltre al danno, la beffa) e ricordo che, scendendo le scale, arrivò una signora simpaticissima, bolognese, che mi disse “Ma lei è Zanardi?”. Dico “Sì, sono io”. Dice: “Guardi, le devo proprio delle scuse perché quando con mio marito l’ho vista alla televisione ho detto: beh, speriamo che quel ragazzo lì muoia perché, dopo che ci han tolto le gambe, che vita è”. Ho detto “Aspetti signora guardi che tolgo un attimo la mano dal corrimano per appoggiarla in una zona tipicamente maschile...”. Poi, in realtà, si è scusata “No, ma la mia voleva essere una frase per sottolineare la sua forza”».
E quando è tornato a casa come ha reagito, come è stata la situazione?
«A casa è stato inizialmente molto difficile, devo dire, perché quando uno è all’ospedale è molto coccolato, deve pensare soltanto a se stesso, è una struttura preposta a soddisfare le tue esigenze. A casa diventa difficile».
Ha avuto momenti di sconforto?
«All’inizio un pochettino, anche perché l’unica cosa che riuscivo a fare da solo era cambiare canale con il telecomando della televisione. Però anche Daniela, mia moglie, mi ha aiutato tantissimo a non fermarmi in quel momento».
Quando è scattata la voglia di rivincita?
«Nel momento in cui vedi i pazienti che nella tua situazione hanno fatto delle cose che tu speri di poter fare un giorno. Dentro di te…».
Quali pazienti? Quale è stato il suo modello?
«Anche con problemi di natura diversa. Le faccio un esempio. Un giorno io ero a casa sul letto, sa uno di quei momenti in cui veramente ero pronto non dico a gettare la spugna, ma quasi; avevo bisogno di stare un po’ da solo per piangermi addosso. Stavo per spegnere la televisione e arrivò mio figlio che si inseguiva coi cugini, mi strappò il telecomando di mano, cambiò canale e poi si portò via il telecomando. Ebbene, di lì a poco, c’era una trasmissione sportiva, fecero un servizio su Wayne Rainey, un pilota che è rimasto paralizzato, correva nel moto mondiale e faceva questo servizio dalla California, dove ha aperto una scuola per piloti portatori di handicap su go-kart. Avevano mostrato delle immagini in cui lui correva, si sportellavano, ridevano coi suoi occhiali da sole, sotto il sole californiano. E io lì veramente mi sono sentito un verme e ho detto: ma io che diritto ho di lamentarmi? Io posso fare molto di più di quella persona volendo. Per cui queste cose, unitamente a quello che ho visto al centro di Vigorso a Bologna, dove io ho fatto la mia riabilitazione, mi hanno messo tanta benzina nel serbatoio».
Com’è il rapporto con suo figlio? È vero che quando lei tornò a casa le disse «Papà, non hai più i piedi»?
«Il mio rapporto con i bambini è bellissimo e credo che sia arrivato da loro il complimento più bello. Mio nipote mi ha fatto veramente riflettere. Un giorno avevamo trascorso una giornata bellissima, io poi quando mi “smonto”, come dico fra virgolette, e gioco a nascondino, riesco a trovare dei posti in cui difficilmente un altro essere umano riesce a infilarsi... Insomma avevamo fatto una giornata in cui veramente io ero stato il catalizzatore di tutti questi bambini. E mio nipote, andando a letto, disse al papà: “Papà, quando divento grande voglio fare due cose: voglio guidare una Ferrari e voglio essere senza gambe come lo zio Sandro”. Come se il segreto della mia simpatia fosse l’essere senza gambe. Questo è stato per me una cosa che mi commuove ancora adesso, ed è stato il complimento più bello che io abbia mai ricevuto».
Lei ha cominciato a correre sui go-kart, ma fu una decisione quasi dei suoi genitori, per metterla al riparo da qualche cosa.
«Sì, sembra assurdo ma avevo una sorella che morì in un incidente stradale e i miei genitori mi comprarono il go-kart come alternativa al motorino, o almeno tale doveva essere l’accordo. Poi in realtà mio padre era troppo buono per farmi rinunciare…».
Pensavano di toglierla dalla strada per metterla sulla pista?
«Io credo a ragione, perché noi non ci rendiamo conto di quanti rischi corriamo quotidianamente nella vita di tutti i giorni. Quindi il fatto di sapermi a sfogare determinate necessità, in pista, con il casco, con la tuta, in un ambiente molto più prevedibile.... Era un modo di base per tenermi con loro, anche il fine settimana: si andava via, in campeggio, una cosa, quell’altra...».
Come reagisce di fronte alla parola «handicappato», «invalido»?
«Ma lo sono, di fatto, che mi piaccia o no. Ci sono anche dei vantaggi, insomma: trovo sempre il parcheggio».
Lei forse, con un po’ di presunzione, una volta disse, prima che succedesse l’incidente, «Io ho tutto sotto controllo». Oggi pensa di avere tutto sotto controllo?
«La realtà è che un pilota fa il proprio lavoro consapevole del fatto che ci sono certi rischi. Però, da un punto di vista di probabilità, è molto difficile che accada proprio a lui...».
Ma la Formula Uno è più rischiosa oggi?
«No, no, era molto più rischiosa in passato. Oggi doti come il coraggio sono marginali, non sono più così importanti. Un tempo salire in macchina con i serbatoi di alluminio montati sul fianco, su cui venivano attaccate i marchi degli sponsor… quello era pericoloso, era un esercizio da uomini veri, cioè, il pilota, la classica immagine che abbiamo noi del pilota, l’uomo vero, che fuma la sigaretta, la butta, spegne il mozzicone con il piede, dice: adesso vado…».
Lei, dei i suoi colleghi di Formula Uno, non parla molto bene.
«Mah, no, non è vero. Cerco di essere realista».
Ralf Schumacher?
«Ralf è un ragazzo che io ho incontrato in un periodo della sua vita in cui probabilmente non era ancora a uno stadio completo di maturazione. Del pilota non si discute: è un gran pilota, così come il fratello. Da un punto di vista umano, non abbiamo avuto un gran rapporto, anzi. È deprimente pensare che qualcuno faccia quadrato attorno alle tue debolezze per costruire i propri punti di forza: un esercizio inutile, a mio avviso».
Ha mai pensato di lasciare del tutto il mondo delle corse?
«Sì, ma non perché ho perso le gambe. Semplicemente quando le cose non andavano come speravo, all’inizio della mia carriera, quando vedevo i miei genitori fare dei sacrifici enormi».
Quale sarà la sua prossima sfida?
«Non lo so. Ce ne sono tante. Però penso che la vita è bella sempre e bellissima quando riesci a trovare la giusta combinazione tra avvenimenti belli e brutti e anche tra quel pizzico di sorpresa di tanto in tanto che ti permette di ricevere iniezioni rapide di adrenalina».
Come si fa a farsi notare se come cantante non sei destinato a passare alla storia o la storia purtroppo si è dimenticata di te? Semplice, non è necessario eseguire un brano che lasci il segno, per la musica o per le parole: basta farsi precedere da un gesto o una dichiarazione che segua l’onda e faccia apparire l’Artista (mi raccomando, con la «A» maiuscola) come un interprete contro il potere. E così ecco Piero Pelù, il quale con «lucida ironia», come segnala il Corriere della Sera, al concertone del primo maggio ha definito Benito Mussolini un «morto sul lavoro».
Un «morto sanguinario e traditore», catturato dai partigiani e fucilato mentre scappava travestito da soldato tedesco. Certo, quello del cantante dei Litfiba è un coraggio che a ottant’anni di distanza non fa rischiare niente, se non l’applauso. Lo stesso ottenuto parlando del genocidio dei pellerossa, di quello degli armeni e degli ebrei, dei rom, dei gay e degli oppositori politici. Ma poteva mancare un riferimento alla Palestina e alla Flotilla? Ovviamente no. E dunque ecco Pelù urlare dal palco: «Palestina libera e fanculo i colonialismi». Cose mai sentite in una pubblica piazza.
Ma il cantante de Il diablo venerdì pomeriggio era in ottima compagnia. C’era chi, come Big Mama, ha chiuso la sua esibizione con il bacio gay dei suoi ballerini; chi come Frah Quintale ha invitato il pubblico a tenere gli occhi aperti perché «sono tempi bui»; chi come Geolier, cantante che ha realizzato una serie di video in cui si ostentavano kalashnikov e belle ragazze, si è lamentato perché le giovani generazioni sono vittime di violenza; chi come Serena Brancale ha rispolverato il mito di Che Guevara, intonando Hasta siempre comandante e infine chi, come Delia, ha corretto Bella ciao per renderla più inclusiva: non ci si rivolge più al partigiano ma all’essere umano. Un festival dell’impegno, che però si ferma dopo due strofe. Una celebrazione dell’ovvio, che non va oltre la banalità del bene. Gli slogan sono già logori ancora prima di essere pronunciati. C’è chi dal palco di San Giovanni dice «insieme possiamo cambiare le cose» (le Bambole di pezza) e chi invita a «prendersi il futuro» (Mobrici), ma anche chi sostiene che «la felicità è un diritto» (Maria Antonietta): non si sa se vada messa nella Costituzione come il lavoro e poi, come il lavoro, dimenticata. Una passerella di frasi fatte, buone anche per i Baci Perugina.
Il meglio di tutti però lo ha dato Levante, indossando una maglietta con il cognome del capo dello Stato. Altro che Che Guevara, il vero mito dell’Italia resistente è Sergio Mattarella, a cui l’Italia che si oppone (il 25 aprile, il primo maggio, la Festa della Repubblica e pure Pasqua, Natale, Santo Stefano e il 31 dicembre) si rivolge ogni sera deferente. Infatti, usando il nome del presidente della Repubblica, Levante ha bucato il video e pure le pagine dei giornali. Le pagelle dei cronisti l’hanno subito premiata. Parlare di Mussolini per accostarne l’immagine a Giorgia Meloni, come fa il povero Tomaso Montanari, ormai non suscita più alcuno scandalo. E pure il bacio gay: Fedez l’ha sdoganato a Sanremo. E la Flotilla, dopo mesi passati a discutere delle gite in alto mare degli attivisti, non emoziona più nessuno, neppure se i corpi speciali israeliani fermano le barche appena fuori dal porto. Insomma, per far parlare di sé senza avere né un repertorio straordinario né una voce particolare tocca usare Mattarella. Che con la musica c’entra poco, ma se non hai una canzone che ti faccia guadagnare un titolo puoi sempre buttarla in politica. Ovviamente badando bene a non toccare il caso Minetti, perché il Quirinale, dopo i chiarimenti sul potere di grazia in capo al presidente, è imbarazzato assai. E attenti a non insistere troppo neppure su Che Guevara, che essendo sudamericano potrebbe riportare alla memoria il pasticcio uruguaiano e un’adozione che, fino a quando l’Interpol non farà chiarezza, rischia di intaccare l’immagine del nostro Comandante.
E a proposito di chi, non sapendo come riemergere, si inventa ogni cosa, l’avete sentita Rosy Bindi? Parlando di Trump si è chiesta perché certi attentati riescano e altri no. Riflessioni profonde di una pasionaria democristiana di sinistra che Silvio Berlusconi definì proditoriamente (attenti: Prodi, compagno di Bindi e di altri di sinistra, non c’entra nulla) più bella che intelligente. Detto ciò, a me sembra che il primo maggio più che la festa dei Lavoratori sia la festa dei saltimbanchi.
«C’è un complotto contro il Quirinale». Piero Sansonetti, direttore dell’Unità (sì, non ve ne siete accorti ma lo storico quotidiano comunista, come gli zombi, è tornato dall’oltretomba), non ha dubbi. L’affare Minetti è stato studiato per colpire Sergio Mattarella. Gli autori della losca manovra al momento non sono stati ancora identificati, ma già qualcuno adombra il sospetto che ci sia la manina dei servizi segreti. Magari di quelli russi, che con il presidente della Repubblica hanno un conto aperto, da quando il capo dello Stato paragonò l’invasione dell’Ucraina a quella della Cecoslovacchia da parte di Hitler.
Se esiste, il complotto però a me pare che lo abbiano fabbricato direttamente lassù sul Colle. Altro che barbe finte, missioni sotto copertura, provocazioni di potenze straniere: l’operazione Disgrazia è tutta farina del sacco del Quirinale. E se Mattarella è in imbarazzo, come dicono, deve ringraziare qualche suo collaboratore. Del resto, è stato lo stesso portavoce di Mattarella a chiarire i contorni della faccenda l’11 aprile, quando iniziarono le prime polemiche per il provvedimento che cancellava le pene inflitte all’ex igienista dentale di Silvio Berlusconi. «La concessione dell’atto di clemenza - in favore del quale si è espresso il competente procuratore generale della Corte d’appello in un ampio parere - si è fondata anche sulle gravi condizioni di salute di uno stretto familiare minore della Minetti, che necessita di assistenza e cure particolari presso ospedali altamente specializzati». Ora il concetto è stato ribadito da un nuovo commento rilasciato alle agenzie, in cui si sottolinea il ruolo della Procura generale. E, come ci ricordano ogni giorno i quirinalisti, ossia quella curiosa categoria di giornalisti che raccoglie ogni sospiro del presidente, il capo dello Stato è un fine giurista, ossia una persona che pesa le parole. Dunque, se ci fosse stato anche un lontanissimo sospetto che l’operazione Minetti fosse in qualche modo manovrata dall’esterno, il sempre cauto Mattarella non avrebbe certo autorizzato quella nota. Non solo: leggendo il comunicato balza all’occhio come si faccia riferimento non soltanto alle condizioni di salute del bambino adottato dalla coppia Minetti-Cipriani, ma soprattutto all’ampio parere del procuratore generale della Corte d’appello. Non si parla del ministero, dell’opinione di Nordio o dei suoi collaboratori, ma esclusivamente del via libera formulato dal giudice competente a esprimersi sulle richieste di grazia. Nei fatti, è così confermato che il ruolo del ministero, in questo ma anche in altre misure di clemenza, è assolutamente marginale, perché a via Arenula compete solo la consultazione del casellario, per evidenziare eventuali pendenze penali, e l’invio della pratica alla Procura, oltre che, nel caso questa tardi a rispondere entro i termini fissati, un eventuale sollecito per ottenere la risposta.
Nel tentativo di sviare la responsabilità del Colle che, come da sentenza della Corte costituzionale, è il solo titolare del potere di grazia, qualcuno ha pure provato ad alzare un polverone, sostenendo che il ministero avrebbe omesso, nel passare la pratica al procuratore generale, di richiedere indagini all’estero. In pratica, Nordio e compagni (alla giustizia operano molti esponenti di Magistratura democratica) si sarebbero «dimenticati» di ordinare le rogatorie per conoscere le «attività» estere della coppia Minetti-Cipriani, ovvero se in Uruguay l’ex consigliere regionale conducesse uno «stile di vita» (la definizione è della Procura generale) censurabile. Ma, come si fa notare al ministero, la richiesta di grazia non è un procedimento penale, bensì un atto amministrativo nella disponibilità del capo dello Stato. Dunque, non segue l’iter penale. E del resto, Nordio non ha al suo servizio la polizia giudiziaria (che, invece, è agli ordini dei pm) e quindi le richieste di approfondimento inviate a Milano sono le stesse che si formulano in questi casi, né più né meno. E se le risposte non piacevano, come fanno notare in tribunale a loro volta con una nota, il ministero e il Quirinale potevano rimandarle indietro e sollecitare un ulteriore approfondimento. Cosa che non è avvenuta.
In conclusione, nonostante ci sia chi prova a immaginare complottoni o depistaggi degli 007 stranieri, la faccenda nasce al Quirinale e si sviluppa con una serie di suggestioni giornalistiche tutte da dimostrare. Certo, se le informazioni alla base della storia sono come quelle di Sigfrido Ranucci sui viaggi del ministro della Giustizia, la questione non finisce qui.





