della legislatura avrebbe dovuto fare luce sul periodo, ma tra reticenze e ostacoli fatica a procedere. Con qualche eccezione, come ad esempio l’audizione di ieri, in cui due imprenditori hanno raccontato la strana mediazione per la fornitura di mascherine sanitarie. A proporla sarebbe stato un legale dello studio Alpa, lo stesso per cui aveva lavorato Giuseppe Conte.
I lettori della Verità in parte conoscono il protagonista di questa faccenda, perché già tempo fa il nostro Giacomo Amadori si occupò dell’avvocato Luca Di Donna, raccontando il suo interessamento alla struttura commissariale guidata da Domenico Arcuri, l’uomo di Massimo D’Alema posto dall’allora presidente del Consiglio a capo dell’organizzazione d’emergenza. Ora però due imprenditori, prima Giovanni Buini poi Dario Bianchi, raccontano di essere stati avvicinati da un «collega di studio di Giuseppe Conte». E costui, in cambio di una mediazione, avrebbe richiesto il pagamento di una percentuale sui contratti di fornitura di mascherine. Una partita da decine di milioni, che per fornire una consulenza nell’affare avrebbe preteso il pagamento del 10%. Un ruolo nella vicenda lo avrebbe avuto anche un altro avvocato, collega di Di Donna, il quale avrebbe incontrato Buini dicendo che «qualora ce ne fosse stato bisogno avrebbero potuto agevolarlo o creare opportunità di lavoro con la presidenza del Consiglio, facendo riferimento alla vicinanza di Di Donna con l’allora premier» in cambio, ovviamente, di un compenso. Buini in commissione ha detto tempo fa di considerare la somma richiesta dai due legali – circa 13 milioni di euro su una fornitura da 160 milioni di mascherine – «palesemente una tangente».
Discorso più o meno simile quello di Dario Bianchi, cui Luca Di Donna fu presentato come un legale che avrebbe «potuto agevolare la risoluzione di un contenzioso, che all’epoca era in corso fra la sua azienda e la struttura commissariale». Gli incontri si svolsero presso lo studio Alpa e lo stesso Di Donna si presentò come «collega del premier». Nell’ultimo appuntamento il legale avrebbe detto che la vicenda si sarebbe potuta risolvere, ma solo sottoscrivendo un accordo che impegnasse l’azienda a pagare, con una somma pari al 10% del fatturato, le attività svolte in suo favore. «Non posso dire che sia stata una richiesta di tangente, ma di sicuro è stata una richiesta abnorme e ingiustificata», ha spiegato l’imprenditore, «alla quale non è stato dato seguito». Dopo aver detto no alla «consulenza», il rapporto con la struttura commissariale invece di risolversi si complicò, con un aumento di controlli sulle mascherine fornite dalla ditta.
La Procura di Roma ha indagato sulla faccenda, ma poi ha archiviato. Ora però pare avviata un’altra inchiesta da parte dei pm di Civitavecchia, competenti per il luogo in cui si sarebbero svolti i fatti. Di fronte a tutto ciò la domanda è piuttosto ovvia: durante il Covid, mentre morivano le persone, qualcuno ha speculato sulla tragedia, cercando di lucrare tangenti in cambio di presunte «agevolazioni»? Viene spontaneo anche un quesito: ha senso che Giuseppe Conte sieda proprio nella commissione che deve indagare sulla gestione dell’emergenza? Naturalmente l’ex premier e capo dei 5 stelle non è responsabile di ciò che hanno fatto o non hanno fatto persone a lui vicine, ma la sua presenza nell’istituzione che deve fare piena luce su un periodo in cui egli stesso è stato protagonista non contribuisce a favorire con serenità gli accertamenti dei fatti. «Conte usa la commissione come scudo» dicono gli esponenti di Fratelli d’Italia, mentre dovrebbe spogliarsi del doppio ruolo di testimone e commissario. In effetti, l’ex avvocato del popolo, in questo caso, sembra molto l’avvocato di sé stesso, più attento a tutelare la propria immagine che a fugare le ombre di un periodo buio.
C’è un pezzo d’Europa, e anche d’Italia, che fa il tifo per il lockdown. Quel periodo in cui, a causa del Covid, alle persone era impedito di uscire, si consumava poco gasolio e ancora meno benzina, i negozi erano chiusi e le aziende lavoravano in smart working, e così anche le emissioni erano ridotte al minimo.
Un mondo chiuso per epidemia, che adesso qualcuno a quanto pare rimpiange, vedendo nel «tutti a casa» una soluzione facile per far fronte alle difficoltà imposte dalla guerra in Iran. Il primo a parlare di razionamenti, di limitare viaggi, cioè di restare a casa ma abbassando riscaldamento e condizionamento, è stato Dan Jorgensen, socialdemocratico danese e commissario all’Energia della Ue. Poi sono venuti altri, come ad esempio Nino Cartabellotta, orfano inconsolabile della pandemia, divenuto famoso proprio durante il lockdown. Con un post su X, il presidente della fondazione Gimbe ha scritto parole ottimistiche, cui mancava solo l’invito a predisporsi a un prossimo decesso: «Bisogna preparare il Paese a uno shock energetico di lunga durata e disincentivare i consumi. Non spacciare per cura l’ennesimo decreto cerotto». Che cosa c’entri il gastroenterologo Cartabellotta con la guerra e il blocco delle petroliere in uscita dallo stretto di Hormuz non è dato sapere, ma pare evidente che, come molti suoi colleghi, lo «scienziato» sia in crisi da astinenza tv e dunque la crisi energetica gli faccia intravedere la possibilità di tornare ad apparire nei talk show.
Si capisce anche il suggerimento del presidente dell’Anief, Marcello Pacifico. L’associazione riunisce insegnanti e formatori, perciò il sindacalista non si è trattenuto dal suggerire al governo e al Parlamento l’adozione della ormai mitica Dad, didattica a distanza, che consentiva ai docenti di tenere lezioni dal salotto di casa in tuta sportiva se non addirittura in pigiama. «La crisi energetica, con ripercussioni sul costo dei carburanti, potrebbe portare l’Italia entro giugno a un tasso di inflazione altissimo», dunque, ha spiegato Pacifico, «per frenare il costo della vita si potrebbe valutare il collocamento dei lavoratori pubblici in smart working». Insomma, tutti a casa in pantofole anziché in cattedra, anche se, dopo aver lanciato il sasso, il presidente Anief precisa che la scuola dovrà essere l’ultima a chiudere, ma si sa che è sempre meglio prevenire che curare.
Nel frattempo, per alleggerire il clima di pessimismo che aleggia sull’economia europea, Bruxelles ci tiene a ribadire non soltanto che non sono previsti allentamenti del patto di stabilità, cioè nessuna deroga ai vincoli di bilancio, ma che sia a livello comunitario che per quanto riguarda i singoli Stati sono vietati i tagli alle accise. In altre parole, l’Unione sposa la linea Cartabellotta, dicendo che i consumatori devono soffrire e anche un po’ morire.
Negando qualsiasi possibilità di sforamento dei parametri di bilancio e respingendo ogni apertura all’idea di tornare a comprare gas russo (scelta super ipocrita, che non tiene conto del fatto che gli Stati europei continuano ad acquistare il Gnl di Putin e il rialzo dei prezzi dei prodotti fossili sta comunque aiutando l’economia di Mosca), l’Europa apre la strada non soltanto all’austerity raccomandata dall’Agenzia internazionale dell’energia, la cui ricetta in sostanza si riduce a meno spostamenti e meno consumo di carburante, ma pure a un futuro lockdown, come quello adottato durante la pandemia. Del resto, a bordo campo si scalda i muscoli uno che in fatto di chiusure se ne intende. Ringalluzzito dalla vittoria del No al referendum sulla giustizia e spinto dalla possibilità di un ricorso alle primarie per la scelta del candidato leader di centrosinistra, Giuseppe Conte accarezza l’idea di tornare a Palazzo Chigi e di riutilizzare i famigerati Dpcm. A motivarli non sarebbe il Covid ma il virus iraniano. Nella malaugurata ipotesi di una vittoria del centrosinistra alle prossime elezioni potrebbe tornare anche Roberto Speranza, indimenticato ministro della Salute del periodo 2020-2022. Lo slogan, ovviamente, non sarebbe più tachipirina e vigile attesa, ma meno benzina e vigile attesa. Perché ciò che conta è stare in casa e avere pazienza, sempre che la morte di cui sopra non arrivi prima.





