Dimenticate gli ideali dell’Occidente. Democrazia, libertà, diritto internazionale non sono mai stati al centro di Absolute resolve, nome in codice con cui gli Stati Uniti hanno chiamato la loro operazione speciale in Venezuela. L’arresto di Maduro ha come unico motivo ispiratore gli affari e il controllo geopolitico delle materie prime che consentono all’America di mantenere il predominio economico sul mondo. Trump ha deciso di intervenire in Sud America e minaccia di prendersi, con le buone o le cattive, la Groenlandia perché vuole limitare l’attivismo della Cina a livello globale. In discussione c’è la cosiddetta Via della seta, che non è un’autostrada ma una strategia commerciale e politica per estendere l’influenza di Pechino sul resto del mondo, a partire dall’Africa e dall’Europa per finire appunto alla parte meridionale del continente americano.
Quando per prima cosa, appena ritornato alla Casa Bianca, Trump decise di «espropriare» il Canale di Panama, strappandone il controllo al gruppo cinese che lo gestiva, fu un gesto di forza che anticipava le linee guida del suo mandato. Se si analizzano le mosse che ha compiuto dopo il suo insediamento, si comprende qual è l’obiettivo del presidente Usa: ridurre la dipendenza del mondo da Pechino e aumentare la dipendenza dall’America. Togliere ai cinesi il controllo della porta d’ingresso commerciale è stata la decisione più importante, a cui ha fatto seguito l’intervento contro TikTok, il social network che per contatti ha scavalcato Meta. Anche l’apertura nei confronti di Putin per raggiungere un cessate il fuoco in Ucraina, fa parte della strategia per imporre un nuovo ordine mondiale. Raggiungere una tregua, anche a costo di sacrificare la sovranità di Kiev, serve a consentire di ripristinare i rapporti con la Russia, riducendo la dipendenza di Mosca dai cinesi. E, a pensarci bene, anche le minacce contro l’Iran hanno come nodo centrale il gigante asiatico, che di Teheran è fornitore per quanto riguarda la tecnologia ma è anche cliente, per l’acquisto del petrolio necessario a tenere in piedi l’industria cinese.
Tuttavia, la mossa che più aiuta a comprendere la filosofia americana è forse l’intervento in Venezuela. Caracas rischiava di diventare la stazione di rifornimento delle imprese di Pechino che, pur essendo all’avanguardia nella produzione di turbine eoliche e pannelli solari, continua ad alimentarsi con fonti fossili, tanto da essere uno dei Paesi che nel mondo ha le più alte emissioni di CO2. Xi Jinping compra petrolio e gas dalla Russia, dall’Iran e dal Venezuela e chiudere i rubinetti significa togliere energia al più grande concorrente degli Stati Uniti. Senza il combustibile necessario a far viaggiare la macchina, la fuoriserie cinese rischia di fermarsi, anche se le sue vetture sono alimentate da una batteria elettrica. Così come è importante mettere le mani sui giacimenti petroliferi del Venezuela, è indispensabile garantirsi le forniture di materie prime, soprattutto di quelle terre rare imprescindibili per assicurarsi il predominio nelle nuove tecnologie. Dunque, dopo Caracas ecco che nel mirino di Trump finisce la Groenlandia. La grande isola danese è uno dei territori più promettenti per l’estrazione delle cosiddette terre rare, ovvero di quei metalli che servono per la produzione di microchip, batterie e mezzi per la difesa. Oggi la Cina ha quasi il monopolio nell’estrazione e nell’impiego di questi materiali, ma secondo uno studio la Groenlandia possiede più di 40 dei 50 minerali che gli Stati Uniti hanno classificato come essenziali per la sicurezza nazionale e la stabilità economica. Secondo il Centro comune di ricerca della Commissione europea, nel sottosuolo dell’isola si troverebbe il 18 per cento delle riserve globali di neodimio, praseodimio, disprosio e terbio, all’incirca il 25 per cento della domanda globale. Gli aerei e i droni militari, i motori elettrici, gli schermi piatti e le apparecchiature mediche: tutta la moderna tecnologia, per funzionare, ha bisogno di questi materiali e il fatto che il controllo dell’estrazione e la lavorazione siano nelle mani della Cina non promette nulla di buono per l’America, ma nemmeno per l’Europa.
Ieri Paolo Gentiloni, ex premier ed ex commissario Ue, si è accorto che di fronte a un cambiamento mondiale l’Unione balbetta. Beh, benvenuto nel mondo reale e non in quello artificiale di Bruxelles, fatto di regole inutili e di transizioni che portano alla distruzione dell’industria. Se l’Europa esistesse, invece che alla Bulgaria avrebbe aperto le porte alla Groenlandia, investendo nei suoi immensi giacimenti e anche oggi, al posto di preoccuparsi per il milione e mezzo di abitanti del Kosovo, si darebbe da fare per i 55.000 nativi groenlandesi. Ma, appunto, vorrebbe dire che ha smesso di balbettare.
Chissà se qualcuno chiederà scusa ai genitori di Aurora Tivoli, la ragazza assassinata, secondo l’accusa, da un clandestino peruviano con precedenti per violenza sessuale e rapina. Emilio Gabriel Valdez Velazco, 57 anni, è arrivato in Italia nove anni fa e dal 2017 a oggi è vissuto ai margini, collezionando denunce e arresti. La polizia lo ha fermato più volte e gli ha consegnato un paio di decreti di espulsione per pericolosità sociale. Ma con una serie di scuse Valdez Velazco è sempre riuscito a sottrarsi all’ordine di rimpatrio. Una volta, a consentirgli di evitare di essere rispedito a casa, dove probabilmente era già noto, è stata la mancata validità del suo passaporto. Il documento infatti risultava scaduto e in attesa che l’autorità consolare del suo Paese gliene rilasciasse uno nuovo, Valdez Velazco ha continuato a circolare indisturbato in Italia.
In realtà, nel periodo tra la fallita espulsione e la concessione di un passaporto in regola, il presunto assassino (già, fino a che non sia intervenuta una sentenza definitiva, anche nel suo caso, nonostante le telecamere lo abbiano ripreso alle spalle di Aurora l’ultima volta che la giovane è stata vista viva, la colpevolezza è presunta) avrebbe dovuto essere trattenuto nel Cpr di Milano. Però al centro di via Corelli che avrebbe dovuto «ospitarlo» è stato rifiutato «a causa dell’inidoneità alla vita in comunità». Sì, avete letto bene: le forze dell’ordine avrebbero voluto impedirgli di andarsene a spasso per le note ragioni di pericolosità sociale, ma per «un’asserita patologia delle vie urinarie», certificata da un medico, Valdez Velazco è stato lasciato libero di tentare di violentare una ragazza alla fermata della metropolitana e di aggredire, e probabilmente uccidere, Aurora, una giovane che ha avuto il solo torto di incontrarlo.
Vi chiedete come sia possibile rimettere in circolazione una persona già finita in carcere (dove ha scontato solo parte della pena) per violenza sessuale, fermata per altre violenze commesse nel corso degli anni e per rapina aggravata, oltre che per immigrazione clandestina? La domanda va girata non soltanto ai magistrati che quasi sempre, con varie attenuanti, consentono a fior di delinquenti di trovare la scappatoia per non finire dietro le sbarre, ma anche a quella classe politica e giornalistica che ancora insiste a non voler vedere il nesso fra criminalità e immigrazione clandestina. Ogni volta che si mostrano i dati sugli arresti per stupro, per furto e rapina, costoro alzano sempre il ditino per spiegare che la maggioranza dei reati è commessa da italiani. È ovvio che in valore assoluto i connazionali figurano in cima alle classifiche, ma se si confrontano i numeri con la popolazione immigrata, basta un minimo di onestà per comprendere che il fenomeno della delinquenza d’importazione non è una percezione, come ogni tanto qualche «sinistrato» prova a spiegare.
La morte di Aurora, per cui immagino che né magistrati né opinionisti chiederanno scusa, dovrebbe essere di monito per cambiare le leggi sull’immigrazione clandestina, ma soprattutto per far comprendere che estendere dei diritti anche a chi non ha alcun titolo per beneficiarne può essere pericoloso. Le decisioni di rimettere in libertà o accogliere in Italia soggetti a rischio hanno delle conseguenze a carico delle persone più fragili. E Aurora era fra queste. Invece di essere aiutata è stata lasciata sola, nelle mani del suo assassino.
Blitz anti-Cina a Caracas: deposto il dittatore. Cade il mito del diritto internazionale: ogni potenza pensa a sé e pesano sempre più i rapporti di forza, meglio capirlo.
Quando alla metà di marzo di 15 anni fa la Francia di Nicolas Sarkozy, con la scusa di difendere la popolazione civile ma con l’obiettivo di tutelare i propri affari, decise di bombardare la Libia, nessuno si indignò. Anzi, la Gran Bretagna prima, gli Stati Uniti dopo, seguiti poi da altri Paesi tra cui la stessa Italia, decisero di sostenere l’azione militare, giustificando l’intervento con una risoluzione dell’Onu che istituiva una zona d’interdizione al volo nello spazio aereo di competenza dello Stato africano. In quel modo fu fatto fuori Muammar Gheddafi, che certo non era uno stinco di santo, e nemmeno un leader eletto democraticamente, ma era pur sempre la massima autorità della Libia, cioè di un Paese sovrano. Nessuno tra coloro che oggi accusano l’America di Donald Trump di aver compiuto un atto di pirateria internazionale contro il Venezuela, bombardando Caracas e arrestando Nicolás Maduro e la moglie, ai tempi di Gheddafi se la prese. Anzi, fatta eccezione per alcune rarissime obiezioni (ricordo che il giornale che all’epoca dirigevo fu la sola voce critica in Italia), tutti applaudirono perché la coalizione composta da francesi, inglesi e americani esportava la democrazia a Tripoli, ponendo fine a una dittatura durata più di 40 anni. Nessuno si pose il problema del rispetto del diritto internazionale, e quanti misero in luce gli interessi geopolitici ed economici che avevano portato a bombardare Gheddafi rischiarono di passare per sostenitori del colonnello.
In realtà, la democrazia «esportata» da Barack Obama insieme ad alcuni leader europei e con il sostegno attivo di Hillary Clinton, che all’epoca era segretario di Stato, aveva come obiettivo la difesa degli interessi dei Paesi intervenuti. In altre parole, mentre alcuni dittatori venivano lasciati in pace, in Libia qualcuno aveva deciso un cambio di regime.
Perché oggi, a 24 ore dall’intervento americano in Venezuela, è importante ricordare il caso libico? Perché fa piazza pulita di tutte le chiacchiere a cui assistiamo da tempo. Il diritto internazionale non si basa sulle buone intenzioni, sui diritti umani e sulla difesa dei princìpi che ispirano le democrazie: si regge sugli interessi e ogni Paese difende i propri, con i mezzi di cui dispone. Se gli Stati Uniti fossero davvero preoccupati dell’esistenza in America Latina di alcuni narco-Stati, avrebbero da tempo bombardato la Colombia, il Messico e l’Honduras. E se avessero a cuore i diritti umani avrebbero già spazzato via Daniel Ortega e sua moglie Rosario Murillo in Nicaragua. Ma alla Casa Bianca sono più preoccupati dell’influenza esercitata dai cinesi in alcuni Paesi del continente americano che del traffico di stupefacenti. Come ai tempi di Cuba, avere come vicino di casa una potenza nemica agli Usa non piace. Così come non credo siano contenti di lasciare nelle mani di Pechino le materie prime di cui è ricco il Venezuela (il petrolio è la più importante). Trump non ha deciso di attaccare il Venezuela perché Maduro era un dittatore che affamava e torturava il suo popolo. Così come la Francia non bombardò la Libia perché Gheddafi era tiranno, l’America ha colpito per difendere i propri interessi.
Per quanto si cerchi di guardare ai fatti del mondo con categorie che riducono i problemi a un conflitto tra il bene e il male, tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, gli eventi ci riportano rapidamente alla realtà. Gli Stati Uniti tutelano i propri affari, nel cortile di casa come fuori. È ciò che ha provato a fare maldestramente Vladimir Putin in Ucraina, trovando però gli americani, insieme agli europei, a fargli lo sgambetto. È quanto vorrebbe provare a fare Xi Jinping con Taiwan.
È inutile stupirsi: quando alla fine degli anni Ottanta George Bush padre decise di invadere Panama, lo fece per tutelare gli interessi americani, non certo per porre fine alle violazioni dei diritti umani da parte delle squadracce agli ordini del generale Manuel Noriega. So che la cosa non piacerà a molti: ma le logiche che governano la geopolitica non le detta l’Onu e nemmeno una società di benefattori, bensì il rapporto di forza fra gli Stati. E la teoria comunemente conosciuta come «Prima l’America» non significa un disimpegno Usa dallo scenario globale, ma semmai una ridefinizione della sua presenza. Che ci sia Trump o qualcun altro, gli Stati Uniti continuano a essere il gendarme del mondo, ma il gendarme interviene solo quando fa comodo a Washington. L’Iran dunque è avvisato.





