Dopo il risarcimento alla nave della Rackete, dissequestrato un altro scafo della Sea Watch. I magistrati sono tenuti ad applicare le leggi, non a interpretarle e nemmeno a stravolgerle. Ma ogni giorno assistiamo a un rovesciamento della realtà e pure del diritto.
Al plenum del Csm Sergio Mattarella ha invocato il rispetto delle istituzioni, con evidente riferimento al Consiglio superiore della magistratura i cui membri, secondo una recente polemica innescata dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, sarebbero eletti con un sistema «para-mafioso». Ma il rispetto degli italiani e della loro volontà da chi viene garantito? Il capo dello Stato, che pure è sempre attento a evocare i principi costituzionali, non mi sembra che chieda di osservare l’articolo uno della Carta su cui è fondata la nostra Repubblica.
Eppure, il secondo comma è chiaro: la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. Non appartiene al Quirinale e nemmeno al Csm, men che meno è di proprietà dei giudici i quali, vale la pena di ricordarlo, sono servitori dello Stato, tenuti ad applicare le leggi, non a interpretarle e nemmeno a stravolgerle. Eppure, noi ogni giorno assistiamo ormai a un rovesciamento della realtà e pure del diritto.
L’ultimo esempio è stato fornito dalle recenti sentenze che coinvolgono alcuni migranti e le Ong che da anni fanno la spola tra le sponde africane e quelle italiane. Partiamo dal caso della Sea Watch e di Carola Rackete, la capitana tedesca che, ignorando le disposizioni delle autorità, decise di forzare il blocco che era stato imposto all’imbarcazione di cui era al comando, schiantandosi contro una motovedetta della Guardia di finanza. Il tribunale ha stabilito un risarcimento. Non nei confronti dello Stato italiano, le cui disposizioni sono state bellamente ignorate. E nemmeno a vantaggio del corpo delle fiamme gialle, il cui mezzo navale pure subì dei danni. Nessun indennizzo neppure per i poveri finanzieri, che se la sono vista brutta e hanno rischiato di essere schiacciati dalla Sea Watch contro la banchina. No, i soldi – 76.000 euro – andranno all’organizzazione della capitana. Cioè: aver disubbidito all’altolà è valso un premio. Il presidente del tribunale di Palermo, Piergiorgio Morosini, ex segretario delle toghe rosse, dice che la sentenza non è altro che la presa d’atto di un comportamento dell’amministrazione pubblica non conforme alla legge. In pratica, aver tenuto ferma la nave condotta da Carola Rackete avrebbe generato un diritto al risarcimento della Ong per il «danno» subito. E il danneggiamento della motovedetta della Gdf? Il detrimento patito dallo Stato che ha visto un’organizzazione infischiarsene allegramente delle disposizioni imposte dalle autorità? Chi pagherà mai le perdite derivanti per esempio dal processo intentato contro l'allora ministro dell’Interno Matteo Salvini per aver bloccato un’imbarcazione carica di migranti ed essere stato imputato della fantasiosa accusa di «sequestro di persona» (mai peraltro usata nei confronti del ministro Luciana Lamorgese, che pure una volta succeduta a Salvini fermò come il suo predecessore le barche degli extracomunitari)?
Morosini, cioè l’ex capo di Magistratura democratica e oggi alla guida del tribunale palermitano, dice che il risarcimento della Sea Watch non ha nulla a che vedere con lo speronamento della stessa imbarcazione. Sarà, ma è forte la sensazione che alcuni procedimenti procedano speditamente, mentre altri arranchino. Prendete il caso dell’algerino risarcito per essere stato trasferito in un centro per il rimpatrio in Albania. Com’è possibile che il presunto danno patito dallo straniero giunga a sentenza prima delle infinite vicende giudiziarie che lo riguardano e che dovrebbero valere la sua espulsione a vita?
Qui non si tratta di mancare di rispetto alle istituzioni, ma di rispettare la volontà popolare. Gli italiani hanno votato Giorgia Meloni perché arginasse l’immigrazione e cacciasse chi non ha diritto a restare in Italia, soprattutto a seguito di reati. E perché la magistratura non rispetta le decisioni di un popolo che secondo la Costituzione è sovrano? Tre elettori di sinistra su quattro vogliono le espulsioni degli stranieri condannati e uno su quattro chiede il blocco navale. Perfino i compagni hanno capito che cosa bisogna fare. I soli a non averlo compreso e a continuare a tifare invasione a quanto pare sono alcuni magistrati.
Le tre esse dei grandi casi di cronaca che appassionano l’opinione pubblica ci sono tutte: sesso, sangue e soldi. Ma il caso Epstein è molto di più di un caso di cronaca: è una storia di politica e affari, ovviamente loschi.
Ogni giorno le carte rilasciate dall’amministrazione americana contribuiscono ad alimentare uno scenario inquietante, dove il traffico di minorenni creato dal finanziere suicida e dalla sua complice Ghislaine Maxwell non è il fine, ma il mezzo. Le giovani non sono il centro della storia, ma il contorno. Questo non è il #MeToo della grande finanza, ma il sistema di potere con cui si puntava a controllare il mondo. Le ragazzine portate a Little Saint James, nelle isole Vergini americane, a bordo del Lolita Express, non erano lì solo per contribuire al piacere degli importanti ospiti, ma per essere usate come «merce di scambio» e ancor più, da quello che si capisce, come arma di ricatto, da impiegare verso politici e potenti del globo.
La morte di Virginia Giuffre, la grande accusatrice di Jeffrey Epstein e dell’ormai ex principe Andrea; il libro postumo in cui testimonia ciò che non è riuscita a testimoniare da viva in un’Aula di tribunale e la pressione del mondo Maga vicino a Donald Trump hanno alzato il velo su uno scandalo mondiale. Presidenti, imprenditori, intellettuali e faccendieri, tutti insieme appassionatamente, tutti uniti da lussuria e cupidigia, da interessi e vizi. Non sono un moralista e mi interessa poco in quale letto finiscano la serata gli uomini politici e i grandi imprenditori della rivoluzione digitale. Tuttavia, qui non sono in discussione le vite private delle persone e nemmeno le pratiche sessuali di ciascuno. Nel caso Epstein emerge un sistema fondato sull’abuso, sulla violazione delle regole, sullo sfruttamento delle persone e delle informazioni riservate, sulla capacità di tessere relazioni che andavano oltre gli Stati, gli schieramenti, le aziende.
Dicono che Epstein sia stato un grande manipolatore. Di certo, è stato un uomo che pur non avendo alcun titolo da vantare - non era neppure professore - è riuscito a fingersi prima insegnante, poi banchiere, quindi consigliere speciale di fior di imprenditori e infine intimo amico di magnati e principi. Di lui si può dire che sapeva come sfruttare per il proprio tornaconto l’animo e le debolezze umane. Per anni ha costruito una ragnatela in cui è riuscito a intrappolare aspiranti altezze reali (non c’è solo il figlio prediletto della regina Elisabetta, ma anche qualche altra testa coronata della vecchia Europa), fior di banchieri, capi di Stato, ministri, ambasciatori, artisti. A questi personaggi ricchi e potenti offriva donne, spesso ragazzine minorenni abbacinate dal lusso e dunque facili prede. E negli incontri riservati o nelle feste non mancava neppure la droga, che a quanto pare Epstein faceva coltivare direttamente in una delle sue proprietà, in modo da non rimanere mai senza.
Raccontata così, la storia potrebbe apparire una vicenda assai simile, anche se sviluppata alla grande, a quella di Alberto Genovese, il mago della fintech che a Milano aveva trasformato il suo appartamento in una specie di isola per orge a base di droga. Ma a Terrazza sentimento, dove si impasticcavano e stupravano le ragazze, manca rispetto a Pedophileisland l’elemento del ricatto e del malaffare. Se il fondatore di Facile.it violentava le giovani dopo averle stordite con la droga dello stupro, con Epstein le ragazze erano schiave di una cupola in cui si manipolavano segreti e potere. Le minorenni servivano per ottenere dal principe Andrea le informazioni riservate del governo inglese. I soldi e forse altro erano necessari per avere la compiacenza del primo ministro norvegese Thorbjørn Jagland. E poi c’era Jack Lang, il superministro della cultura di Mitterand e di tanti governi francesi, uno degli uomini più potenti degli Emirati arabi, Bin Sulayem, l’ex funzionaria della Casa Bianca ai tempi di Obama, Kathryn Ruemmler, ora a capo dell’ufficio legale della Goldman Sachs e, sempre vicino a Obama, l’ex segretario al Tesoro Larry Summers, fino a ieri presidente della Harvard University, e poi il genio dell’informatica Bill Gates, con il super genio della cinematografia Woody Allen. L’elenco è lungo, ma l’eterogeneità delle persone coinvolte dimostra che Epstein non si poneva limiti. Da ciascuno, americano o non, ricco o solo potente, poteva riuscire in qualche modo a guadagnare, lavorando sull’eugenetica, la geopolitica o i vaccini. Così ha accumulato un patrimonio enorme, stimato da alcuni come assai vicino al miliardo. Sesso, sangue (a Zorro ranch nel New Mexico sarebbero sepolti i cadaverici di due giovani, strangolate durante un rapporto fetish) e soldi. Un intrigo internazionale al cui confronto ogni altro giallo impallidisce, perché nessun’altra storia ha avvolto nella sua tela così tante vittime e si è diffusa in tutto il mondo, occupandosi di governi, monarchie e persino di pontefici da eliminare. Ma quello che abbiamo finora scoperto forse è solo l’inizio.
Dopo il risarcimento alla nave della Rackete, dissequestrato un altro scafo della Sea Watch. I magistrati sono tenuti ad applicare le leggi, non a interpretarle e nemmeno a stravolgerle. Ma ogni giorno assistiamo a un rovesciamento della realtà e pure del diritto.
Al plenum del Csm Sergio Mattarella ha invocato il rispetto delle istituzioni, con evidente riferimento al Consiglio superiore della magistratura i cui membri, secondo una recente polemica innescata dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, sarebbero eletti con un sistema «para-mafioso». Ma il rispetto degli italiani e della loro volontà da chi viene garantito? Il capo dello Stato, che pure è sempre attento a evocare i principi costituzionali, non mi sembra che chieda di osservare l’articolo uno della Carta su cui è fondata la nostra Repubblica.
Eppure, il secondo comma è chiaro: la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. Non appartiene al Quirinale e nemmeno al Csm, men che meno è di proprietà dei giudici i quali, vale la pena di ricordarlo, sono servitori dello Stato, tenuti ad applicare le leggi, non a interpretarle e nemmeno a stravolgerle. Eppure, noi ogni giorno assistiamo ormai a un rovesciamento della realtà e pure del diritto.
L’ultimo esempio è stato fornito dalle recenti sentenze che coinvolgono alcuni migranti e le Ong che da anni fanno la spola tra le sponde africane e quelle italiane. Partiamo dal caso della Sea Watch e di Carola Rackete, la capitana tedesca che, ignorando le disposizioni delle autorità, decise di forzare il blocco che era stato imposto all’imbarcazione di cui era al comando, schiantandosi contro una motovedetta della Guardia di finanza. Il tribunale ha stabilito un risarcimento. Non nei confronti dello Stato italiano, le cui disposizioni sono state bellamente ignorate. E nemmeno a vantaggio del corpo delle fiamme gialle, il cui mezzo navale pure subì dei danni. Nessun indennizzo neppure per i poveri finanzieri, che se la sono vista brutta e hanno rischiato di essere schiacciati dalla Sea Watch contro la banchina. No, i soldi – 76.000 euro – andranno all’organizzazione della capitana. Cioè: aver disubbidito all’altolà è valso un premio. Il presidente del tribunale di Palermo, Piergiorgio Morosini, ex segretario delle toghe rosse, dice che la sentenza non è altro che la presa d’atto di un comportamento dell’amministrazione pubblica non conforme alla legge. In pratica, aver tenuto ferma la nave condotta da Carola Rackete avrebbe generato un diritto al risarcimento della Ong per il «danno» subito. E il danneggiamento della motovedetta della Gdf? Il detrimento patito dallo Stato che ha visto un’organizzazione infischiarsene allegramente delle disposizioni imposte dalle autorità? Chi pagherà mai le perdite derivanti per esempio dal processo intentato contro l'allora ministro dell’Interno Matteo Salvini per aver bloccato un’imbarcazione carica di migranti ed essere stato imputato della fantasiosa accusa di «sequestro di persona» (mai peraltro usata nei confronti del ministro Luciana Lamorgese, che pure una volta succeduta a Salvini fermò come il suo predecessore le barche degli extracomunitari)?
Morosini, cioè l’ex capo di Magistratura democratica e oggi alla guida del tribunale palermitano, dice che il risarcimento della Sea Watch non ha nulla a che vedere con lo speronamento della stessa imbarcazione. Sarà, ma è forte la sensazione che alcuni procedimenti procedano speditamente, mentre altri arranchino. Prendete il caso dell’algerino risarcito per essere stato trasferito in un centro per il rimpatrio in Albania. Com’è possibile che il presunto danno patito dallo straniero giunga a sentenza prima delle infinite vicende giudiziarie che lo riguardano e che dovrebbero valere la sua espulsione a vita?
Qui non si tratta di mancare di rispetto alle istituzioni, ma di rispettare la volontà popolare. Gli italiani hanno votato Giorgia Meloni perché arginasse l’immigrazione e cacciasse chi non ha diritto a restare in Italia, soprattutto a seguito di reati. E perché la magistratura non rispetta le decisioni di un popolo che secondo la Costituzione è sovrano? Tre elettori di sinistra su quattro vogliono le espulsioni degli stranieri condannati e uno su quattro chiede il blocco navale. Perfino i compagni hanno capito che cosa bisogna fare. I soli a non averlo compreso e a continuare a tifare invasione a quanto pare sono alcuni magistrati.




