E a Cipro, alle elezioni dello scorso maggio, il partito più votato è stato il Raggruppamento democratico che, a dispetto del nome non ha nulla a che spartire con il nostro Pd ma, anzi, si colloca sul fronte opposto: senza contare che l’estrema destra ha raddoppiato i propri seggi. Certo, ci si può consolare con la sconfitta di Viktor Orbán, ma al trionfo di Peter Magyar (ha conquistato la maggioranza assoluta) si contrappone la scomparsa della sinistra dal Parlamento di Budapest.
Per socialisti e compagni, dunque, il quadro non è confortevole, ma se si aggiunge quanto accaduto ieri è, se possibile, addirittura drammatico. Cominciamo da Keir Starmer, premier di un Paese che da dieci anni non fa più parte dell’Unione, ma che ultimamente aspirerebbe a ritornarvi. Il leader laburista, dopo mesi di passione, si è rassegnato a fare le valigie. Il suo consenso era ridotto al minimo: i sondaggi, infatti, lo davano da tempo in caduta libera, con percentuali che quasi facevano rimpiangere Boris Johnson e perfino Liz Truss. A fargli rapidamente perdere il gradimento pare siano state una serie di scelte sbagliate molto progressiste, tipo togliere i sussidi per il riscaldamento o prendersela con chi protestava contro gli effetti di una immigrazione senza controllo. Risultato, adesso il Labour si affida al sindaco di Manchester, altro socialista, il quale oscilla fra Tony Blair e Jeremy Corbyn, ovvero due che più lontani non potrebbero essere. Le premesse per un nuovo fallimento dunque ci sono tutte, con grande soddisfazione di Nigel Farage, leader di Reform Uk, un tipo che, fino a poco tempo fa, era considerato una specie di guitto (ha partecipato anche alla versione inglese dell’Isola dei famosi), ma che di recente spopola a ogni elezione.
Tuttavia, se la sinistra inglese piange, quella spagnola di certo non ride. Delle difficoltà in cui si dibatte Pedro Sánchez, leader del Psoe, si sa: la coalizione che lo ha portato al governo perde i pezzi e per mantenersi a galla il politico più amato da Elly Schlein è costretto a ogni genere di mediazione. Di recente, però, le cose si sono fatte più complicate, anche perché i guai non sono politici ma giudiziari. Prima le indagini a carico dei familiari, poi quelle sulla sua cerchia di collaboratori, quindi l’irruzione della Guardia civil prima a casa e negli uffici di Luis Zapatero, nume tutelare dei compagni, e poi nella sede dello stesso partito operaio. Nella cassaforte dell’ex premier gli agenti hanno trovato un tesoro, composto da orologi di lusso e gioielli oltre, naturalmente, ai contanti. Un colpo capace di tramortire chiunque, perché nel mirino della magistratura è finita l’icona del progressismo e della moralità. Sánchez ha provato a fare finta di niente, anzi a gridare al complotto, ma è difficile credergli, soprattutto dopo quanto successo negli ultimi due giorni. Prima il rinvio a giudizio della moglie Begoña Gómez, accusata di traffico d’influenze e contro cui è stato deciso il ritiro del passaporto. Per uno che deve guidare un Paese, avere la moglie che non può espatriare non è proprio un bel biglietto da visita. Se poi a questo si aggiunge la condanna del suo ex braccio destro José Luis Ábalos a 24 anni e tre mesi di reclusione per i reati di criminalità organizzata, corruzione, traffico di influenze e appropriazione indebita, si capisce che il faro della sinistra italiana rischia di spegnersi a breve.
A questo punto, visto che su 27 Paesi europei, 14 sono guidati da coalizioni di centrodestra, tre da destra, cinque da partiti liberali e solo quattro dalla sinistra (anche se sulla Slovacchia ci sarebbe da dire), viene spontanea una domanda: ma se l’Europa è sostanzialmente spostata a destra, perché la Ue continua a fare scelte di sinistra? In altre parole: fino a quando Bruxelles potrà continuare a ignorare il fallimento dei socialisti?
Dopo lo scontro, piovono prediche e suggerimenti al premier perché rompa con gli Usa: una follia economica e politica. Il cui vero obiettivo è far tornare l’Italia sotto il controllo di Bruxelles, e di quello sì c’è da aver paura. Vance in Svizzera cerca l’intesa con l’Iran. Libano e Donald complicano tutto.
Come immaginavo, a sinistra non hanno perso l’occasione per sfruttare cinicamente la polemica fra Donald Trump e Giorgia Meloni. Invece di difendere l’Italia, che nella persona del presidente del Consiglio è stata oggetto di frasi offensive e sgarbate, commentatori e politici hanno strumentalizzato la faccenda per rivolgerla politicamente contro il premier. La colpa del capo del governo? Non essersi schierata fin da subito contro il presidente americano. «Accorgersi solo ora di questa postura pazzotica e dispotica del commander in chief rivela un’ingenuità insopportabile», scrive Massimo Giannini su Repubblica. Sulle cui pagine elenca una serie di questioni che avrebbero dovuto spingere Giorgia Meloni a dichiarare guerra all’America già un anno fa. L’accoglienza riservata a Putin durante l’incontro ad Anchorge, il trattamento usato nei confronti di Zelensky, l’annunciato Anschluss della Groenlandia, l’invasione del Venezuela, il discorso di JD Vance a Monaco, eccetera. Non si capisce che cosa si spettasse l’editorialista di Repubblica dal presidente del Consiglio. L’interruzione dei rapporti diplomatici? Dichiarazioni forti o minacce di uscire dalla Nato o da altri organismi di cooperazione internazionale?
Premesso che se il premier avesse deciso qualche cosa del genere non credo che Trump si sarebbe spaventato, né penso che avrebbe fatto marcia indietro, e anche se Meloni avesse preso posizione nei confronti di qualche decisione del presidente degli Stati Uniti, nulla sarebbe cambiato. Così come niente è mutato quando altri leader europei hanno avuto scontri più o meno vivaci con il commander in chief. Macron, Merz, Starmer e Sánchez, che prima di Meloni sono finiti nel mirino dell’inquilino della Casa Bianca, sono forse riusciti a fargli cambiare idea? Non mi pare. Dunque, una polemica con Trump al massimo avrebbe accelerato quello che poi nei giorni scorsi abbiamo visto.
Ma, dicono i critici alla Giannini, «ora paghiamo il prezzo di tanta sottomissione. Nessuno chiedeva alla ex militante del Msi di rompere con gli Stati Uniti, opzione impensabile per qualunque governo. Ma di dissentire con dignitosa fermezza, questo sì. E adesso, incassata la giusta solidarietà per l’oltraggio subito ma persa miseramente la scommessa americana, Meloni dovrebbe riconoscere l’errore e dire agli italiani come vuole rimediare». Lo stesso editorialista di Repubblica si rende conto che pretendere di entrare in guerra con l’America è un po’ azzardato e dunque si limita. Ma «dissentire con dignitosa fermezza» a che cosa ci avrebbe portato? Forse avrebbe fatto felici Giannini e quelli come lui, ma dal punto di vista politico, delle relazioni con gli Usa e degli interessi nazionali, che cosa avremmo guadagnato? Come è di tutta evidenza nulla, mentre al contrario avremmo avuto molto da perdere, in quanto gli Stati Uniti sono da sempre uno dei nostri principali partner, e rompere o anche solo rendere più complicati i rapporti costa.
Dunque, fino all’ultimo, cioè fino a quando Trump non è passato alle offese, Meloni ha preservato le relazioni con gli Usa, facendo un netto distinguo fra le uscite un po’ bizzarre del presidente americano e le entrate dovute agli scambi commerciali. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. La Germania resta sempre il Paese verso cui esportiamo di più, ma gli Stati Uniti continuano a crescere, al punto che l’America è diventata il principale partner extraeuropeo dell’Italia. Nel 2025 la crescita è stata del 7,2%, per un valore complessivo di 70 miliardi, il 50% in più di quel che importiamo da oltreoceano. E tutto ciò proprio nell’anno in cui Trump ha introdotto i dazi sulle merce in arrivo dall’Europa. Dunque, di cosa si dovrebbe scusare Meloni e quali errori dovrebbe ammettere? A differenza di quanto sostiene Giannini, l’Italia non ha pagato alcun prezzo per «tanta sottomissione», ma semmai ha guadagnato e quasi certamente continuerà a guadagnare, perché a prescindere dagli scontri verbali con Trump, le relazioni - politiche ed economiche - con gli Usa continuano a essere eccellenti. Perché dunque commentatori e politici insistono a descrivere una crisi che non c’è? La risposta è semplice. Da anni provano a spingere l’Italia fra le braccia di Bruxelles e verso l’accettazione di regole e regolette care ai vertici della Ue. Il disegno è quello di sempre, ovvero puntare alla completa sottomissione nei confronti di un’Europa dove socialisti e verdi la fanno da padrone. In tal caso sì, per usare le parole di Giannini, il nostro Paese pagherebbe a caro prezzo l’accettazione delle politiche Ue. Ma è proprio per evitare tutto ciò che un ruolo autonomo dell’Italia è la sola cosa che ci convenga.
Secondo molti a Trump manca qualche rotella. In effetti, visto che spesso dice una cosa per poi poco dopo smentirla, il dubbio che abbia qualche problema mentale è comprensibile. Tuttavia, ammesso e non concesso che difetti di lucidità, c’è una cosa che non manca di sicuro al presidente degli Stati Uniti, ed è la capacità di dominare la comunicazione e pure di manipolarla.
Ogni giorno inonda le redazioni con le sue prese di posizione, quasi sempre esagerate. Risultato: le uscite di Trump sono sempre o quasi titoli da prima pagina e la dichiarazione di oggi oscura quella del giorno prima.
Prendete l’attacco a freddo contro Giorgia Meloni, rilanciato anche ieri attraverso il social network da lui fondato. Da quanto si capisce non è stato il giornalista de La7 a stuzzicarlo, ma è stato proprio lui a voler dire quelle cose contro il presidente del Consiglio italiano. Il cronista non era dunque a caccia di valutazioni sull’operato del premier, ma è stato il tycoon a voler dire che era stato implorato di fare un selfie con lei e lui avrebbe ceduto perché si è impietosito. Concetto dettagliato meglio ieri via «Truth»: l’insistenza di Meloni per avere una photo-opportunity sarebbe dovuta, secondo Trump, al calo di popolarità. Del capo del governo italiano, non sua. Tesi ovviamente grottesca, in quanto è noto che se c’è qualcuno ai minimi storici dei consensi quello è proprio il presidente americano, non certo la leader di Fratelli d’Italia, il cui partito continua a godere di un gradimento personale elevato, superiore a quello di alleati e avversari.
Dunque, perché Trump insiste a raccontare balle, ma soprattutto per quale ragione se la prende con colei che in Europa su temi come l’Ucraina e sui dazi, due argomenti a cui il presidente americano è molto sensibile, ha sempre mostrato posizioni più ragionevoli? La risposta non è che una. Dopo il disastroso accordo per il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran, il capo della Casa Bianca ha bisogno di distogliere l’attenzione su quello che sta succedendo nel Golfo. Anzi: su quello che non sta succedendo. Israele continua a bombardare il Libano e Teheran, oltre a minacciare una reazione, continua a voler far pagare il pedaggio a chi attraversa lo stretto di Hormuz. Dunque, anche se Trump dice di aver vinto la guerra, il conflitto continua, pure se in forme diverse. Non solo. I negoziati, che dovevano iniziare immediatamente dopo la firma della tregua, non sono ancora partiti e non si sa quando saranno avviati né a che cosa porteranno. In patria, perfino il movimento Maga e l’ala più conservatrice dei repubblicani sono critici verso l’intesa, e la popolarità del tycoon è bassissima, al punto che alle elezioni di Midterm rischia di perdere il controllo sia della Camera che del Senato.
Che fare, dunque? L’unica cosa che a Trump riesce bene: attaccare. E per di più a testa bassa, in modo villano, come ha osservato perfino uno mai tenero con Meloni come Massimo Cacciari. Vi chiedete che senso abbia? Beh, la questione del pessimo accordo con l’Iran è sparita dalle prima pagine per lasciar spazio ai commenti sullo sconclusionato attacco al premier.
Ovviamente non c’è solo la stampa italiana, comprensibilmente sensibile anche ai sospiri di Giorgia Meloni. Ci sono soprattutto i giornali esteri, che così hanno altro di cui occuparsi rispetto all’Iran. Mettere in prima pagina gli attacchi al presidente del Consiglio di un Paese amico fa uscire dai radar tutto il resto, guai con l’Iran compresi. Insomma, la strategia del pazzo potrebbe servire a far dimenticare i molti errori compiuti. In pratica, Trump usa le armi della vecchia distrazione di massa: più fa rumore e più lo sguardo dell’opinione pubblica si volgerà non sull’Iran ma su nuove polemiche ogni giorno. Dunque, sono pronto a scommettere che non sia finita qui, ma che il presidente americano nei prossimi giorni o nelle prossime settimane farà di tutto per stupirci ancora. Più alza i toni e più si abbassa la nostra attenzione su cose che Trump preferisce non farci vedere.





