Parafrasando la frase del celebre filosofo di Zagarolo, alias Stefano Ricucci, fanno tutti i socialisti con i soldi degli altri. Anzi, rimaneggiando l’aforisma attribuito a Pietro Nenni sui puri che trovano sempre qualcuno più puro che li epura, si potrebbe dire che dietro qualcuno che si proclama puro c’è sempre qualcuno che ti depura, nel senso che ti alleggerisce di qualche cosa. A volte mettendo direttamente le mani in tasca, altre volte nascondendo le proprie intenzioni dietro nobili ideali, ma sempre dando sonore fregature al prossimo.
Lo testimoniano gli esempi di questi giorni, a partire da quello di José Luis Zapatero, l’icona socialista a cui la sinistra nostrana ha guardato per anni. L’ex premier rappresentava la quarta via, dopo quella di Bill Clinton e pure quella di Tony Blair. Con gli occhioni da Bambi aveva incantato tutti, introducendo nella cattolicissima Spagna le unioni Lgbt e le adozioni da parte di coppie dello stesso sesso. Dal franchismo all’attivismo gay: in effetti, il salto in avanti o nel buio era stato forte e in Italia i compagni in crisi di identità, dopo le sconfitte elettorali, erano caduti in deliquio di fronte a tanto coraggio.
Una volta lasciato il governo Zapatero, come altri leader della sinistra, ha però trovato i soldi. Tanti, a giudicare da tutto quello che c’era nella cassaforte del suo ufficio. Orologi, gioielli, contanti: una prima stima parla di tre milioni. Ma a quanto pare si tratta dell’antipasto, perché da una società sull’orlo del crac, che però grazie al governo di Pedro Sánchez, altro socialista, aveva ricevuto contributi pubblici, sono arrivati consistenti bonifici, all’ex premier e pure alla società delle figlie. In totale, si parlerebbe di un vorticoso giro di denaro, con annessa una serie di reati. Avuto sentore dell’inchiesta, Zapatero pare volesse levare l’ancora e fuggire a Caracas, dove anche senza Maduro resistono un po’ di compagni. In sovrappiù, mentre crolla il mito del Bambi duro e puro, la magistratura ha spedito la Guardia civil a perquisire la sede del Psoe, il Partito socialista operaio spagnolo.
Così, tra un rinvio a giudizio della moglie dell’attuale premier, l’arresto dei principali collaboratori e ombre di corruzione che lambiscono il governo, anche l’immagine di Pedro Sánchez, icona della sinistra di casa nostra subentrata a Zapatero, rischia di fare la fine evocata da Nenni: epurato.
Ma i socialisti a cui si ispirano Schlein e compagni non portano solo guai giudiziari e sospetti di corruzione. Per i miti della sinistra c’è anche altro. Ieri il sindaco di New York, il democratico Zohran Mamdani ha annunciato un piano casa per fronteggiare l’emergenza abitativa della Grande mela. Il programma, denominato Block by Block, promette 200.000 nuovi alloggi, ma tra le misure ne spunta una perlomeno discutibile. Mamdani, infatti, annuncia di avere intenzione di espropriare i proprietari di casa che non migliorino le condizioni degli edifici e di trasferirne la proprietà agli inquilini. «Quando necessario, intraprenderemo azioni legali energiche per allontanare i proprietari e i gestori immobiliari negligenti», ha annunciato tra gli applausi. L’appropriazione di un patrimonio privato confligge con il V emendamento della Costituzione americana? Non è cosa che paia preoccuparlo.
Ma il vizio di mettere le mani in tasca al contribuente (come non ricordare Giuliano Amato che di notte prelevò i soldi dai conti correnti degli italiani e Romano Prodi che introdusse l’euro-tassa?) non è solo americano. In Francia, la nuova presidente della Corte dei Conti, Amélie de Montchalin, già ministro dell’Ecologia con la premier socialista Élisabeth Borne, ha avuto un’ideona per ripianare il deficit della sanità transalpina. La proposta prevede che lo Stato prelevi direttamente i soldi dai conti correnti degli assistiti, riscuotendo dunque forzosamente le franchigie per medicinali ed esami che restano a carico dei pazienti. Ovviamente, il prelievo riguarderebbe solo i francesi, per i clandestini e pure per i residenti nei dipartimenti d’Oltremare tipo La Mayotte le cure invece rimarrebbero gratis. O meglio, con i socialisti e Macron, a pagare sarebbe come sempre Pantalone.
Non so quanti musulmani abbiano messo la croce sul nome di Andrea Martella, il senatore del Partito democratico che il campo largo aveva schierato per riuscire a conquistare il capoluogo veneto, strappandolo dopo 11 anni al centrodestra. Tuttavia, è evidente che la mossa non ha funzionato. Non soltanto perché a quanto pare non tutti gli stranieri hanno scelto di appoggiare l’ex funzionario del Pci ed ex sottosegretario del governo Conte, ma anche perché giocare la carta islamica probabilmente ha fatto scappare molti elettori, spingendoli a votare per il centrodestra.
Venezia da questo punto di vista si è rivelata un esperimento interessante. Infatti, per la prima volta abbiamo visto all’opera non soltanto il tentativo di utilizzare e strumentalizzare il voto degli stranieri, ma anche gli effetti che questo può avere sul resto dell’elettorato. I musulmani in Italia sono una delle comunità più consistenti e anche più organizzate che ci siano. Le ultime stime parlano di un milione e 700.000 persone e quasi l’80 per cento di queste ha la cittadinanza italiana. Un bacino di elettori enorme che fa gola alla sinistra, la quale infatti non perde occasione per abbracciarne la causa. Il gruppo più consistente è quello che ha nazionalità marocchina, poi seguono i bengalesi, i pakistani e gli albanesi. Ed è sulla seconda comunità, quella proveniente dal Bangladesh, che ha puntato il Pd, cercando di intercettare il voto degli immigrati che vivono a Mestre. Nel Comune di Venezia i musulmani sono circa 40.000 e di questi 12.000 sono bengalesi. In pratica, un residente su cinque.
Non ci vuole molto a capire che il Pd, candidando sette musulmani, strizzava l’occhio a costoro, nel tentativo di ingrossare i propri consensi. Purtroppo per Schlein e compagni il calcolo è risultato sbagliato, perché l’operazione non è stata a somma positiva. Forse il partito ha ottenuto il voto di una parte degli stranieri di origine bengalese, ma altri elettori si sono ben guardati dallo scegliere il campo largo. E anche a Venezia, come ormai capita in quasi tutte le città, il candidato della sinistra ha vinto nel centro della città, ma ha perso nelle aree più periferiche, confermando l’idea che i progressisti trionfano solo nelle Ztl, là dove abitano i radical chic che certo sono distanti dai problemi concreti del resto della popolazione.
Tuttavia, il risultato di Venezia, oltre a smentire la narrazione di una sinistra in grande ascesa, a proposito di Schlein e compagni ci fa capire perché insistano tanto sull’accoglienza. Essendo ormai da tempo in calo di consensi, sperano prima o poi di compensare con il voto degli stranieri ed è per questo che l’altro giorno il capogruppo del Pd Francesco Boccia se l’è presa con il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, reo di aver detto che se gli italiani facessero più figli non ci sarebbe bisogno di immigrati.
Ma il gioco della sinistra, come si è visto a Venezia, oltre a essere perdente, è anche pericoloso. Infatti, ci sono comunità islamiche particolarmente chiuse e dove non di rado invece della legge del Paese che le ospita si applica la sharia. La Gran Bretagna insegna. Londra viene chiama Londonistan, a Birmingham la popolazione musulmana ha raggiunto il 30 per cento e non tutti sembrano convinti di essere sudditi di Sua Maestà, preferendo rispondere più alla legge di Allah che a quella del Regno Unito. In tal caso, se la storia si ripete in Italia, che si fa? È la domanda a cui i grandi strateghi del Pd non sanno rispondere. Parlano tanto di accoglienza, ma a dover accogliere le leggi del nostro Paese sono innanzitutto gli stranieri, ai quali prima di chiedere il voto bisognerebbe domandare di rispettare la Costituzione più della legge islamica.
Come è triste Venezia per il Pd. Nelle scorse settimane la sinistra ha inseguito il sogno di una remuntada in Laguna, una vittoria che dopo il No alla riforma della Giustizia spianasse la strada a una marcia trionfale verso le prossime elezioni politiche. Il voto nel capoluogo veneto era il tassello indispensabile a sostenere la narrazione di un vento che non gonfia più le vele di Giorgia Meloni.
Se il risultato di Salerno, con Vincenzo De Luca in campo, era scontato e quello di Prato anche, riconquistare Venezia dopo i due mandati di Luigi Brugnaro era un passaggio vitale. Per questo il Pd aveva schierato un esponente di primo piano del partito, ovvero Andrea Martella, nato e cresciuto nel Pci, con oltre 25 anni di esperienza in parlamento e un passato perfino da sottosegretario alla presidenza del Consiglio durante il governo Conte bis. E per questo aveva giocato perfino la carta del voto musulmano. Tuttavia, spendere il nome di un pezzo da novanta del partito non è bastato, perché a sbarrargli la strada ci ha pensato un illustre sconosciuto, quasi un ragazzo, con un passato da scout e una storia politica tutta consumata in laguna. Simone Venturini, curriculum da moderato, assessore di Brugnaro per ben due mandati, con delega alla coesione sociale, alla casa e al turismo. Bisogna essere sinceri: i sondaggi non lo davano in vantaggio, ma le urne hanno ribaltato le previsioni. La sua lista ha fatto il pieno di consensi, arrivando da sola allo stesso livello raggiunto da Martella, ma con dietro tutto il campo largo, vale dire Pd, 5 stelle, Avs e compagnia bella.
Venturini ha vinto al primo turno e la sinistra ha perso alla sua prima prova vera, quella di Venezia. In laguna tutto sembrava remare contro un successo del centrodestra. Prima una serie di inchieste contro il sindaco uscente, accusato per la vendita di un terreno di sua proprietà e per la gestione dei fondi della precedente campagna elettorale. Poi le polemiche per la nomina di Beatrice Venezi come direttore della Fenice, con successiva rimozione dall’incarico. Infine, lo scontro sulla partecipazione della delegazione russa alla Biennale, con il ministro della Cultura Alessandro Giuli contro il presidente dell’istituzione artistica Pietrangelo Buttafuoco, entrambi esponenti di un’area vicina a Fratelli d’Italia. Divisioni e passi falsi che sembravano non predire un successo per il centrodestra, anche in considerazione del disimpegno dell’ex governatore Luca Zaia, a lungo ritenuto il migliore candidato per sostituire Brugnaro.
Ma lo sconosciuto Venturini ha scompaginato i giochi, sorprendendo perfino la stessa Giorgia Meloni, che ha definito mondiale la vittoria al primo turno.
A un risultato che fa esultare una parte, corrisponde però la delusione dell’altra, che non può certo consolarsi con De Luca e Biffoni, due dei cinque sindaci passati al primo turno. Infatti, il successo di Salerno con Vincenzo De Luca non è attribuibile a Elly Schlein e ai 5 stelle. L’ex governatore si è candidato contro il parere della segretaria del Partito democratico, che non gli ha concesso neppure il simbolo nella speranza di liberarsi dell’ex governatore una volta per tutte. Nemmeno Matteo Biffoni è un uomo che faccia la gioia della segretaria.
Al Nazareno fino all’ultimo hanno avversato la candidatura del consigliere regionale e Marco Furfaro, plenipotenziario di Elly in Toscana, ha provato a farla saltare, arrendendosi all’ultimo di fronte al pericolo di una sconfitta. Per non parlare poi di Mirello Crisafulli a Enna, altro cacicco che la segretaria avrebbe volentieri lasciato a casa. Dunque, il bilancio di questa prima tornata di amministrative si chiude per il Pd con la riconquista di Pistoia e la perdita di Reggio Calabria, con tre vincitori poco amati dai vertici del partito, e Venezia di nuovo saldamente in mano al centrodestra. Insomma, in laguna sono annegati i sogni della remuntada. E probabilmente è morta anche l’idea di un partito islamico da affiancare a quello democratico. Aver arruolato candidati musulmani infatti non ha portato bene a Elly Schlein. Evidentemente non si possono sostituire gli elettori italiani con quelli d’importazione.





