Un’organizzazione dedita all’occupazione abusiva di appartamenti ed edifici pubblici, che per anni ha imperversato a Padova e dintorni. Così almeno l’hanno definita gli uomini della Digos che hanno indagato 75 persone, accusandone alcune di associazione a delinquere, occupazione abusiva, violenza e resistenza a pubblico ufficiale. Ma il tribunale, di fronte alle accuse, ha decretato il liberi tutti: non perché i fatti non sussistano, ma in quanto il processo è arrivato troppo tardi, con una sentenza emessa 11 anni dopo l’accertamento degli abusi. I giudici perciò hanno dichiarato prescritti i reati e buonanotte ai suonatori, anzi: agli occupatori.
La storia è paradigmatica di tutto ciò che da anni contestiamo: i ritardi della giustizia, lo sguardo strabico di chi dovrebbe perseguire chi non rispetta la legge, l’appropriazione indebita di beni pubblici da parte di gruppi fortemente politicizzati, i militanti dei centri sociali spacciati per filantropi, la connessione con ambienti vicini all’estremismo e, a volte, al terrorismo. Sì, a Padova tutto si tiene. La polizia ha tenuto sott’occhio il gruppo di no global e disobbedienti per anni, intercettandone gli esponenti e individuando chi tirava le fila dell’occupazione delle case. Le registrazioni delle telefonate hanno consentito di capire come si muovesse l’organizzazione e come fosse in grado di bloccare gli sgomberi, organizzando presidi per impedire alla forza pubblica di agire. Gli investigatori alla fine hanno presentato il conto, ma l’inchiesta, iniziata nel 2014 e che già nel 2015 aveva portato all’avvio dei procedimenti giudiziari, si è scontrata con l’inerzia della magistratura, che prima di arrivare a processo ha impiegato anni dovendo anche riformulare le accuse. Capi d’imputazione come resistenza aggravata alle forze dell’ordine si sono infatti trasformati in interruzione di pubblico servizio semplice e dunque anche per quelli è scattata la prescrizione.
A giudizio erano finiti in tanti, tra i quali una professoressa di matematica, che secondo la Digos dirigeva le operazioni muovendo gruppi di extracomunitari (nelle intercettazioni sono chiamati arabi) per impedire l’intervento della polizia nei palazzi occupati. Nell’inchiesta sono finiti pure due esponenti delle nuove Brigate rosse, così da non far mancare neppure qualche deriva terroristica. La combriccola di estremisti a quanto pare aveva anche occupato una palazzina dell’Ater data in gestione all’Associazione sordi veneti, che il gruppo di militanti aveva sfrattato, arrivando a minacciarne funzionari e iscritti. Reati gravi, da perseguire? Ovviamente sì, ma forse la Procura aveva altre priorità e i giudici pure. Così, no global e disobbedienti e persino brigatisti, dopo anni di occupazioni, saranno liberi di organizzarsi per commettere altri reati.
E poi c’è chi nega che ci sia bisogno di una riforma che sanzioni i magistrati che sbagliano e, soprattutto, di leggi che consentano di trattenere in carcere o in questura violenti ed estremisti.
Mi sono sempre chiesto perché la sinistra, il sindacato e la Chiesa non abbiano mai sposato la causa dei migranti sfruttati. Parlano ogni giorno di accoglienza, ma poi, pur avendo quotidianamente sotto gli occhi il moderno schiavismo cui sono condannati molti stranieri che giungono in Italia, fanno finta di niente. Ma non le vedono la sera le migliaia di fattorini del cibo prêt-à-porter che rischiano la vita pedalando contromano senza fermarsi a stop e semafori?
Eppure, in tanti anni di governo del centrosinistra, non è stata varata alcuna legge che impedisse lo sfruttamento dei cosiddetti «rider». Né è stato proclamato uno sciopero generale dalla Cgil di Maurizio Landini per bloccare i fattorini delle pizze. E la Caritas, sempre pronta a sposare la causa degli extracomunitari, ha forse predicato contro la nuova schiavitù del cibo a domicilio? No, loro sono per l’accoglienza senza se e senza ma. Però poi i ma li vediamo ogni giorno arrancare sotto il sole e la pioggia, lungo le strade delle nostre città.
Lo ammetto: non ho mai ordinato neppure una margherita tramite Glovo, Deliveroo o Just eat. Ho sempre guardato i borsoni lerci in cui viene riposto il cibo fumante con parecchio ribrezzo, pensando a quanti germi possano contenere (ma i Nas dove sono?). E ho sempre osservato con compassione gli extracomunitari che bivaccano fuori da pizzerie e fast food in attesa di un ordine. Non per snobismo, ma per realismo: i postini del food sono la conseguenza della comodità di chi aspira a mangiare senza toccare la cucina e senza uscire di casa. La sinistra si riempie spesso la bocca dicendo di voler difendere i più umili e ci fu un ministro che pianse sostenendo di aver abolito il caporalato, ma, come quell’altro ministro che annunciò l’abolizione della povertà, sotto la legge niente. Lo sfruttamento ha cambiato pelle e dalle campagne è arrivato in città. Due euro e mezzo a consegna, con un algoritmo che determina i tempi, trasformando i postini del cibo in cottimisti, ovvero moderni schiavi che percorrono le strade senza badare né alle condizioni atmosferiche né ai segnali stradali. Per loro il tempo è denaro: un esercito di poveri (secondo le stime sarebbero 60.000) che alimenta un business miliardario. Un’indagine della Confcommercio rivela che le sole consegne dei ristoranti valgono 2,5 miliardi l’anno e se si aggiungono quelle dei supermercati e dei negozi specializzati si sfiorano i 5. Di questa montagna di soldi però al fattorino finiscono in tasca gli spiccioli: 4 euro lordi, su uno scontrino medio di 30 euro, con un ricavo per pizzerie e fast food che arriva a 20 euro: il resto lo intasca la piattaforma. E il cliente? Tutto si gioca sul fatto che il consumatore non paga. Ordina, riceve, ma non gli viene applicata una tariffa per la consegna: quella è gratis. Il rovescio della medaglia è che per tenere in piedi l’Amazon del food bisogna sfruttare l’ultimo anello della catena di montaggio, ovvero chi porta a destinazione la pizza. Strano che i compagni, in giacca, cravatta o clergyman, nonostante siano sempre pronti a parlare di salario minimo, di diritti dei lavoratori, di tutela per i più deboli, non se ne siano accorti. Scioperi all’arrivo di ogni weekend per la Palestina, neppure uno per gli schiavi del sabato sera.
C’è voluta un’inchiesta della Procura di Milano per stabilire che i 40.000 rider di Glovo sono sfruttati. E un’altra inchiesta degli stessi pm per accorgersi che Deliveroo usava dei fattorini considerandoli non dipendenti, da retribuire con Tfr, malattia, ferie, ma lavoratori autonomi pagati a consegna: più ne fanno e più incassano. E se si ammalano, se pedalando sempre più in fretta per guadagnare di più finiscono sotto un’auto, sono fatti loro.
La realtà è che quando si parla di accoglienza facciamo finta di non vedere che gli accolti finiscono spesso per fare lavori sottopagati. Vivono ai margini delle nostre città. Qualcuno trova impiego nel mercato dello spaccio, altri, rimanendo nella legalità, consegnano cibo, altri ancora accettano salari più bassi e lavori pericolosi. Poi parliamo di aumento della povertà, senza dire però che i nuovi poveri li creiamo noi, ordinando la pizza: frutto avvelenato della nuova economia.
L’avviso di conclusione indagini, preludio di un processo, a carico di Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministro Nordio, mi ha riportato alla memoria un episodio di tanti anni fa. Era il 4 marzo del 1993 quando il pool di Mani pulite dispose l’arresto di Enzo Carra, portavoce dell’allora segretario della Dc, Arnaldo Forlani. A San Vittore, carcere milanese dove stazionavano perennemente i cronisti, fu portato in manette e la foto del giornalista con gli schiavettoni (prima di diventare capo ufficio stampa della Democrazia cristiana era stato a lungo redattore ed editorialista del quotidiano romano Il Tempo) fece il giro delle redazioni.
Secondo i pm, Carra era a conoscenza di una tangente di cinque miliardi pagata da un dirigente Eni al partito, ma il portavoce di Forlani negò di sapere e dunque finì in carcere con l’accusa di falsa testimonianza. In pratica, non riuscendo ad arrivare al pesce grosso, la procura se la prese con quello piccolo.
Ecco, la storia di Giusi Bartolozzi mi sembra uguale. I pm di Roma che indagano sul caso Almasri, ossia sulla liberazione del capo delle milizie libiche, avrebbero voluto mandare a processo Carlo Nordio, insieme a Matteo Piantedosi e Alfredo Mantovano, cioè mezzo governo, ma il Parlamento ha negato l’autorizzazione a procedere, dunque non restava che Bartolozzi, la quale pur non avendo avuto un ruolo diretto nella vicenda viene accusata di falsa testimonianza, proprio come Carra. Cioè i ministri, grazie all’immunità, sono usciti dalla porta, ma i magistrati provano a farli rientrare nell’inchiesta dalla finestra, perché in un eventuale processo al capo di gabinetto di sicuro chiamerebbero a testimoniare Nordio, Piantedosi e Mantovano, i quali in tribunale - ma non come imputati - avrebbero l’obbligo di rispondere. L’espediente è contestato dal governo, che dopo i passi ufficiali della Procura, probabilmente contesterà le decisioni dei pm davanti alla Corte costituzionale, sostenendo che in questo modo si violano comunque le garanzie parlamentari. Vedremo come si risolverà la faccenda.
Ciò detto, il caso mi riporta alla memoria un altro fatto, che credo spieghi bene perché questa faccenda sia tutta politica e assai poco giudiziaria. Mi spiego. Cominciamo con ricostruire brevemente la vicenda. Osama Almasri è - o era, visto che in Libia le cose sono sempre in movimento - il capo di una milizia che controllava il carcere di Mitiga, a Tripoli. La Corte penale internazionale dell’Aia lo accusò di gravi crimini nei confronti dei migranti e nel gennaio dello scorso anno ne dispose l’arresto.
Il generale in quei giorni era a spasso per l’Europa, ma curiosamente nessuno in Germania e negli altri Stati Ue si occupò di sottoporlo a fermo. Poi, una volta giunto a Torino, ecco scattare l’arresto. Per un paio di giorni Almasri rimane a disposizione dell’autorità giudiziaria. Poi, non essendo arrivata alcuna decisione del ministero della Giustizia, la Corte decide la sua scarcerazione e con un volo dei nostri servizi segreti viene rimpatriato. Sul perché Nordio non abbia agito in quelle 48 ore ci sono diverse versioni: quella ministeriale è che l’Aia abbia sbagliato le procedure, non allegando gli atti indispensabili. Quella della Procura è che la decisione del governo sia stata politica e i ministri si siano resi responsabili di omissione di atti d’ufficio, favoreggiamento (nei confronti di Almasri) e peculato (per aver rispedito il miliziano su un volo dei nostri 007).
Ora, a me pare evidente che il generale libico è stato riportato in Libia per evitare che Tripoli per rappresaglia ci invadesse con migliaia di migranti o arrestasse qualche nostro connazionale, come è accaduto a Teheran con Cecilia Sala. È assolutamente chiaro che l’interesse nazionale fosse prevalente rispetto a tutto il resto, anche alla necessità di consegnare alla corte dell’Aia un torturatore. E a questo proposito ricordo un episodio raccontato da Francesco Cossiga. Durante le esequie di Enrico Berlinguer, a Padova, un giudice veneto spiccò un mandato di cattura contro Arafat. Il capo dei palestinesi fu prelevato mentre era in corso la cerimonia e portato a Palazzo Giustiniani, nell’alloggio di Cossiga, ai tempi presidente del Senato. Lì rimase per il tempo necessario ad accordargli una robusta scorta dei reparti speciali della polizia di Stato e dell’Arma dei carabinieri. A ricordarlo è l’ex capo dello Stato: «Quando gli ufficiali di polizia giudiziaria incaricati del mandato di cattura finalmente individuarono il luogo dove si trovava Arafat, cioè l’aeroporto di Ciampino, quando essi vi giunsero, l’aereo privato egiziano che lo trasportava guarda caso era già decollato».
Qualcuno indagò Cossiga e quanti avevano organizzato la fuga? Fu rinviato a processo il suo portavoce o il suo capo della segreteria? No, perché come spiegava l’allora presidente della Repubblica, «vi sono dei casi in cui gli interessi internazionali dello Stato richiedono che l’azione penale non sia esercitata o non sia comunque soddisfatto l’interesse alla soddisfazione della pretesa punitiva dello Stato». Chiaro, no?
Dunque, perché processare una funzionaria se il suo ministro ha fatto prevalere l’interesse nazionale?





