Maurizio Belpietro analizza l'operato di Giuseppe Conte durante l'emergenza sanitaria e la sua incredibile ascesa politica. Tra le anomalie della gestione Covid, i contratti milionari distribuiti senza motivazione e il silenzio dei grandi media, emerge un quadro preoccupante e di fronte alle richieste di trasparenza richieste dalla Commissione Covid, l’ex Premier risponde con una pioggia di querele per diffamazione.
I connazionali emigrati sborseranno 2.000 euro l’anno per potersi curare in un ospedale della penisola. Ci può stare dato che non versano qui le tasse. Però è ingiusto che i migranti siano assistiti per ogni cosa.
Gli italiani residenti in un Paese extra Ue dovranno pagare duemila euro l’anno nel caso decidano di tornare per farsi curare in un ospedale della penisola. Invece i clandestini che non dovrebbero soggiornare in Italia e andrebbero espulsi potranno continuare a beneficiare del Servizio sanitario nazionale gratuitamente. È uno dei paradossi dell’accoglienza, conseguenza di quell’articolo 32 della Costituzione che tutela la salute come diritto fondamentale dell’individuo, garantendo cure a spese dei contribuenti a chiunque sia ritenuto indigente.
Ovviamente è giusto che un espatriato, seppure di cittadinanza italiana, sia chiamato a pagare nel caso riceva assistenza medica a carico del servizio pubblico. Infatti, se risiede all’estero le tasse le paga nel Paese in cui vive e dunque non può pretendere di godere dei vantaggi di un welfare che i contribuenti mantengono in piedi versando ogni anno migliaia di euro di imposte. Tuttavia, ciò che è giusto in linea di principio poi si scontra con la pratica e, paradossalmente, diventa una discriminazione nei confronti di persone che per lunghi anni sono vissute in Italia e con le loro tasse hanno contribuito a far crescere Pil e servizi. Già, perché agli stranieri senza permesso di soggiorno le cure sono comunque garantite, a prescindere dal reddito e dalla residenza. In teoria, uno straniero può addirittura trasferirsi in Italia proprio per essere curato nei nostri ospedali e nel momento in cui dimostra di non avere soldi può ricevere un’assistenza gratuita a carico del servizio sanitario nazionale.
Quante volte è capitato di trovare i corridoi del Pronto soccorso affollati da clandestini che per di più pretendono di essere curati rapidamente, nonostante i malesseri lamentati non siano da codice rosso? Credo che la fila di stranieri sia capitata a tutti, in quanto spesso gli extracomunitari scambiano il Pronto soccorso per la guardia medica o, addirittura, per il dottore di famiglia e dunque se ne avvalgono anche quando hanno una banale influenza. Beh, sappiate che gli immigrati senza permesso ricevono le cure a spese nostre, anche se non hanno una residenza in Italia e non sono in grado di esibire una carta di credito per pagare ticket o medicinali. Requisiti che invece sono richiesti agli italiani che hanno traslocato fuori dai confini nazionali.
Vi sembra incredibile? Eppure, è così e a ribadirlo, recentemente, è stata la stessa Corte costituzionale. I giudici della legge, hanno stabilito con una sentenza che anche in assenza di un permesso di soggiorno regolare, lo straniero con una invalidità non possa essere chiamato a pagare. Disposizione bizzarra, soprattutto nel momento in cui uno straniero con regolare permesso di soggiorno è tenuto a contribuire al pari degli italiani.
La discriminazione è evidente. Perché è pur vero che centinaia di pensionati si trasferiscono all’estero per godere dei benefici di una tassazione favorevole, ma è altrettanto certo che molti di costoro hanno pagato tasse e contributi per una vita e dunque, anche se espatriati, hanno più titolo per essere curati di un clandestino. Poi c’è il caso dei molti giovani costretti a emigrare, per ragioni di studio o di lavoro. Anche per loro fare le valigie significa sobbarcarsi, nel caso ne abbiano bisogno, del pagamento delle spese mediche in Italia, soprattutto se non sono in grado di dimostrare di essere indigenti.
Obblighi da cui sono invece esentati i migranti, i quali proprio in virtù delle loro condizioni hanno diritto all’assistenza gratuita. Come per altro possono ottenere aiuti per le bollette, corsie preferenziali per gli alloggi pubblici e, qualora abbiano figli minori, pure negli asili. Insomma, è il mondo al contrario, dove lo slogan «Prima gli italiani» è stato trasformato in «Prima gli stranieri».
Con buona pace di quell’altro principio costituzionale che dovrebbe garantire a tutti parità di trattamento.
Quanto vale la vita di un tabaccaio o anche di un semplice commerciante? A quanto pare meno di quella di un rapinatore. Lo so che verrò accusato di semplificare, ma non mi riesce di fare altro se non di andare al sodo.
Di fronte alla sentenza con cui il tribunale di Venezia ha condannato un rapinatore albanese che ha assassinato l’uomo che lo sorprese a rubare in casa propria, infatti, non ho voglia di girare intorno alle cose. Leonard Shehu, lo straniero che massacrò a colpi di chiave inglese il tabaccaio, dovrà scontare 15 anni di carcere e risarcire i fratelli della vittima con 45.000 euro a testa di provvisionale immediatamente esecutiva. Nessun riconoscimento invece, per i cinque nipoti dell’uomo assassinato i quali, se vorranno, dovranno rivolgersi al giudice civile.
Perché dico dunque che la vita di un tabaccaio vale meno di quella di un ladro, anzi di un rapinatore? Perché leggendo la notizia della sentenza di condanna mi sono venuti in mente altri casi, dove le condanne sono state più pesanti, almeno dal punto di vista del risarcimento, ma a dover mettere mano al portafogli erano le vittime.
Prendete la vicenda di Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour che nel 2021 sparò ai rapinatori che erano entrati nel suo negozio, minacciando la moglie e la figlia. Il commerciante, dopo che i banditi avevano arraffato i preziosi e si preparavano a fuggire, sparò ai malviventi uccidendone due e ferendone un terzo. Nonostante i suoi legali avessero invocato la legittima difesa, Roggero è stato condannato in primo grado a 17 anni e nel secondo a 14 e nove mesi. In pratica, la reazione a una rapina con inseguimento dei rapinatori è stata messa sullo stesso piano di un assassinio compiuto da un ladro che si era introdotto in casa del povero tabaccaio. Per lo Stato, reagire a una rapina o compierla sono evidentemente la stessa cosa se ci sono di mezzo una o più vittime. Tuttavia, ciò che invece fa pendere la bilancia della giustizia dalla parte dei criminali è il risarcimento. Il gioielliere, infatti, è stato condannato a pagare 780.000 euro ai parenti delle vittime, cioè dei malviventi, mentre nel caso dell’assassino del commerciante il «rimborso» si limita a 45.000 euro a testa per i due fratelli della vittima e niente per i cinque nipoti del sessantaquattrenne. Ora, basta prendere il dispositivo dei giudici piemontesi e metterlo a confronto con quello dei magistrati veneti per rendersi conto della differenza di valutazione a favore dei famigliari dei banditi. A Venezia, da un lato si è negata la provvisionale per i parenti di secondo grado molto legati al tabaccaio, tra i quali anche il nipote che ha ritrovato il cadavere. A Torino invece, sono stati risarciti in via preliminare pure la convivente di un rapinatore e persino il convivente della madre di un bandito ucciso. Il malvivente rimasto ferito nella sparatoria poi ha reclamato il danno biologico, perché, sebbene sia stato lui a indicare ai complici la gioielleria da svaligiare, a causa dei colpi ricevuti dice di aver subito un danno permanente del 35 per cento.
Ma non c’è solo il caso di Venezia a spiegarci che le vite dei rapinati valgono meno di quelle dei rapinatori. Anni fa i famigliari di Pietro Raccagni, un macellaio bresciano ucciso a bottigliate dai banditi, ricevettero 7.000 euro, mentre i parenti del gioielliere milanese Giovanni Veronesi, massacrato con 42 colpi di cacciavite, si videro risarciti dallo Stato (l’assassino era nullatenente) con 50.000 euro, da dividersi fra il figlio e la sorella del commerciante. Infine, agli eredi di un siriano rimasto ucciso durante la sparatoria con un carabiniere, per il quale La Verità ha raccolto fondi con una sottoscrizione, sono andati 125.000 euro, soldi stanziati anche per rimborsare i parenti residenti all’estero che da anni non vedevano più il congiunto. E a proposito di bilancia della giustizia che pende dalla parte sbagliata, sapete a quanti anni è stato condannato lo zio di Saman per aver assassinato la nipote? All’immigrato pakistano è stata inflitta una pena di 14 anni di carcere, nove mesi meno di Roggero. Il quale ha agito d’impulso, sotto effetto dello choc di aver visto puntare un’arma contro moglie e figlia. Danish Hasnain invece, non aveva una pistola alla fronte quando strangolò la nipote, ma questo non gli ha impedito di ammazzarla per la sola ragione che voleva amare chi le pareva. E questo è il Paese dove la legge è uguale per tutti.




