Dopo lo scontro, piovono prediche e suggerimenti al premier perché rompa con gli Usa: una follia economica e politica. Il cui vero obiettivo è far tornare l’Italia sotto il controllo di Bruxelles, e di quello sì c’è da aver paura. Vance in Svizzera cerca l’intesa con l’Iran. Libano e Donald complicano tutto.
Come immaginavo, a sinistra non hanno perso l’occasione per sfruttare cinicamente la polemica fra Donald Trump e Giorgia Meloni. Invece di difendere l’Italia, che nella persona del presidente del Consiglio è stata oggetto di frasi offensive e sgarbate, commentatori e politici hanno strumentalizzato la faccenda per rivolgerla politicamente contro il premier. La colpa del capo del governo? Non essersi schierata fin da subito contro il presidente americano. «Accorgersi solo ora di questa postura pazzotica e dispotica del commander in chief rivela un’ingenuità insopportabile», scrive Massimo Giannini su Repubblica. Sulle cui pagine elenca una serie di questioni che avrebbero dovuto spingere Giorgia Meloni a dichiarare guerra all’America già un anno fa. L’accoglienza riservata a Putin durante l’incontro ad Anchorge, il trattamento usato nei confronti di Zelensky, l’annunciato Anschluss della Groenlandia, l’invasione del Venezuela, il discorso di JD Vance a Monaco, eccetera. Non si capisce che cosa si spettasse l’editorialista di Repubblica dal presidente del Consiglio. L’interruzione dei rapporti diplomatici? Dichiarazioni forti o minacce di uscire dalla Nato o da altri organismi di cooperazione internazionale?
Premesso che se il premier avesse deciso qualche cosa del genere non credo che Trump si sarebbe spaventato, né penso che avrebbe fatto marcia indietro, e anche se Meloni avesse preso posizione nei confronti di qualche decisione del presidente degli Stati Uniti, nulla sarebbe cambiato. Così come niente è mutato quando altri leader europei hanno avuto scontri più o meno vivaci con il commander in chief. Macron, Merz, Starmer e Sánchez, che prima di Meloni sono finiti nel mirino dell’inquilino della Casa Bianca, sono forse riusciti a fargli cambiare idea? Non mi pare. Dunque, una polemica con Trump al massimo avrebbe accelerato quello che poi nei giorni scorsi abbiamo visto.
Ma, dicono i critici alla Giannini, «ora paghiamo il prezzo di tanta sottomissione. Nessuno chiedeva alla ex militante del Msi di rompere con gli Stati Uniti, opzione impensabile per qualunque governo. Ma di dissentire con dignitosa fermezza, questo sì. E adesso, incassata la giusta solidarietà per l’oltraggio subito ma persa miseramente la scommessa americana, Meloni dovrebbe riconoscere l’errore e dire agli italiani come vuole rimediare». Lo stesso editorialista di Repubblica si rende conto che pretendere di entrare in guerra con l’America è un po’ azzardato e dunque si limita. Ma «dissentire con dignitosa fermezza» a che cosa ci avrebbe portato? Forse avrebbe fatto felici Giannini e quelli come lui, ma dal punto di vista politico, delle relazioni con gli Usa e degli interessi nazionali, che cosa avremmo guadagnato? Come è di tutta evidenza nulla, mentre al contrario avremmo avuto molto da perdere, in quanto gli Stati Uniti sono da sempre uno dei nostri principali partner, e rompere o anche solo rendere più complicati i rapporti costa.
Dunque, fino all’ultimo, cioè fino a quando Trump non è passato alle offese, Meloni ha preservato le relazioni con gli Usa, facendo un netto distinguo fra le uscite un po’ bizzarre del presidente americano e le entrate dovute agli scambi commerciali. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. La Germania resta sempre il Paese verso cui esportiamo di più, ma gli Stati Uniti continuano a crescere, al punto che l’America è diventata il principale partner extraeuropeo dell’Italia. Nel 2025 la crescita è stata del 7,2%, per un valore complessivo di 70 miliardi, il 50% in più di quel che importiamo da oltreoceano. E tutto ciò proprio nell’anno in cui Trump ha introdotto i dazi sulle merce in arrivo dall’Europa. Dunque, di cosa si dovrebbe scusare Meloni e quali errori dovrebbe ammettere? A differenza di quanto sostiene Giannini, l’Italia non ha pagato alcun prezzo per «tanta sottomissione», ma semmai ha guadagnato e quasi certamente continuerà a guadagnare, perché a prescindere dagli scontri verbali con Trump, le relazioni - politiche ed economiche - con gli Usa continuano a essere eccellenti. Perché dunque commentatori e politici insistono a descrivere una crisi che non c’è? La risposta è semplice. Da anni provano a spingere l’Italia fra le braccia di Bruxelles e verso l’accettazione di regole e regolette care ai vertici della Ue. Il disegno è quello di sempre, ovvero puntare alla completa sottomissione nei confronti di un’Europa dove socialisti e verdi la fanno da padrone. In tal caso sì, per usare le parole di Giannini, il nostro Paese pagherebbe a caro prezzo l’accettazione delle politiche Ue. Ma è proprio per evitare tutto ciò che un ruolo autonomo dell’Italia è la sola cosa che ci convenga.
Secondo molti a Trump manca qualche rotella. In effetti, visto che spesso dice una cosa per poi poco dopo smentirla, il dubbio che abbia qualche problema mentale è comprensibile. Tuttavia, ammesso e non concesso che difetti di lucidità, c’è una cosa che non manca di sicuro al presidente degli Stati Uniti, ed è la capacità di dominare la comunicazione e pure di manipolarla.
Ogni giorno inonda le redazioni con le sue prese di posizione, quasi sempre esagerate. Risultato: le uscite di Trump sono sempre o quasi titoli da prima pagina e la dichiarazione di oggi oscura quella del giorno prima.
Prendete l’attacco a freddo contro Giorgia Meloni, rilanciato anche ieri attraverso il social network da lui fondato. Da quanto si capisce non è stato il giornalista de La7 a stuzzicarlo, ma è stato proprio lui a voler dire quelle cose contro il presidente del Consiglio italiano. Il cronista non era dunque a caccia di valutazioni sull’operato del premier, ma è stato il tycoon a voler dire che era stato implorato di fare un selfie con lei e lui avrebbe ceduto perché si è impietosito. Concetto dettagliato meglio ieri via «Truth»: l’insistenza di Meloni per avere una photo-opportunity sarebbe dovuta, secondo Trump, al calo di popolarità. Del capo del governo italiano, non sua. Tesi ovviamente grottesca, in quanto è noto che se c’è qualcuno ai minimi storici dei consensi quello è proprio il presidente americano, non certo la leader di Fratelli d’Italia, il cui partito continua a godere di un gradimento personale elevato, superiore a quello di alleati e avversari.
Dunque, perché Trump insiste a raccontare balle, ma soprattutto per quale ragione se la prende con colei che in Europa su temi come l’Ucraina e sui dazi, due argomenti a cui il presidente americano è molto sensibile, ha sempre mostrato posizioni più ragionevoli? La risposta non è che una. Dopo il disastroso accordo per il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran, il capo della Casa Bianca ha bisogno di distogliere l’attenzione su quello che sta succedendo nel Golfo. Anzi: su quello che non sta succedendo. Israele continua a bombardare il Libano e Teheran, oltre a minacciare una reazione, continua a voler far pagare il pedaggio a chi attraversa lo stretto di Hormuz. Dunque, anche se Trump dice di aver vinto la guerra, il conflitto continua, pure se in forme diverse. Non solo. I negoziati, che dovevano iniziare immediatamente dopo la firma della tregua, non sono ancora partiti e non si sa quando saranno avviati né a che cosa porteranno. In patria, perfino il movimento Maga e l’ala più conservatrice dei repubblicani sono critici verso l’intesa, e la popolarità del tycoon è bassissima, al punto che alle elezioni di Midterm rischia di perdere il controllo sia della Camera che del Senato.
Che fare, dunque? L’unica cosa che a Trump riesce bene: attaccare. E per di più a testa bassa, in modo villano, come ha osservato perfino uno mai tenero con Meloni come Massimo Cacciari. Vi chiedete che senso abbia? Beh, la questione del pessimo accordo con l’Iran è sparita dalle prima pagine per lasciar spazio ai commenti sullo sconclusionato attacco al premier.
Ovviamente non c’è solo la stampa italiana, comprensibilmente sensibile anche ai sospiri di Giorgia Meloni. Ci sono soprattutto i giornali esteri, che così hanno altro di cui occuparsi rispetto all’Iran. Mettere in prima pagina gli attacchi al presidente del Consiglio di un Paese amico fa uscire dai radar tutto il resto, guai con l’Iran compresi. Insomma, la strategia del pazzo potrebbe servire a far dimenticare i molti errori compiuti. In pratica, Trump usa le armi della vecchia distrazione di massa: più fa rumore e più lo sguardo dell’opinione pubblica si volgerà non sull’Iran ma su nuove polemiche ogni giorno. Dunque, sono pronto a scommettere che non sia finita qui, ma che il presidente americano nei prossimi giorni o nelle prossime settimane farà di tutto per stupirci ancora. Più alza i toni e più si abbassa la nostra attenzione su cose che Trump preferisce non farci vedere.
Buongiorno, sono Carlo Rusconi, uno degli 8 imputati assolti dal giudice relativamente alla cosiddetta Torre Milano. Ho letto, con stupore le qualunquiste affermazioni contenute nei due articoli a firma Maurizio Belpietro e Alessandro Da Rold. Spiace che una testata come la vostra si appiattisca su posizioni di tale livello. Sono sicuro di non farvi cosa sgradita nel paragonare il titolo e il contenuto degli articoli a quel campione di obiettività rappresentato dal Fatto quotidiano e al grande giornalista Gianni Barbacetto. Qui di seguito trascrivo il titolo dei vostri due articoli: La Verità L’illecito c’è ma solo amministrativo Le toghe: prevale la «buona fede» di Alessandro Da Rold Per i giudici è lecito costruire senza permessi - Per I giudici va bene costruire senza licenze di Maurizio Belpietro Passo ora a riportare il titolo dell’articolo del Fatto quotidiano a firma Barbacetto: Torre Milano, la sentenza: è abusiva, ma in buona fede. Evito, poi, di commentare gli articoli (che ho letto e non condivido) in quanto può essere sufficiente il titolo. Bene, non penso che il giornalismo italiano avesse bisogno di tre esponenti di questo livello. Chi ve lo dice, è una persona che non ha mai, dico mai commesso alcun reato. Le regole sono chiare, sono applicate dal 2012 (se fosse necessario, ricordo, giunta Albertini) che non ritengo di accettare una assoluzione «in quanto manca l’elemento soggettivo del reato». Io non ho commesso alcun reato.
Carlo Rusconi
La risposta di Maurizio Belpietro
Gentile signore, capisco la sua amarezza. Lei avrebbe desiderato un’assoluzione piena ma, purtroppo, ne è arrivata una che la scagiona ma non del tutto. Nessun condanna per abuso edilizio, nessuna confisca dell’immobile, come avrebbe voluto la Procura. Tuttavia, un proscioglimento che la manda in libertà non perché il fatto non sussiste, bensì per buona fede. Lei e gli altri sette imputati non avevate la percezione di commettere un reato. O, per lo meno, questo è ciò che si deduce leggendo il dispositivo del giudice. Dovremo aspettare qualche mese per avere la completezza delle motivazioni contenute in sentenza, ma già ora è possibile qualche osservazione. Lei si lamenta perché il titolo della Verità le ricorda quello del Fatto quotidiano, giornale che, da quanto capisco, non le sta molto simpatico.
Tuttavia il nostro titolo non si discosta molto da quello del Corriere della Sera, che - è vero - mette in evidenza l’assoluzione - in primo grado - ma aggiunge, come noi, l’elemento della buona fede. Non so quanti imputati di fronte ai giudici rivendichino il fatto che, nei loro comportamenti, non c’era la percezione di commettere un reato. Però, seguendo le cronache giudiziarie, posso dire che raramente mi sono trovato a commentare sentenze di assoluzione perché l’imputato non aveva contezza di violare la legge.
Pensi solo a un testimone che, davanti a un magistrato, non dica tutto quel che sa e nasconda, per ragioni di riservatezza, qualche elemento a carico di un omicida: sarà consapevole che in quel momento sta compiendo il reato di favoreggiamento? Probabilmente no, e quando rivendicherà la sua «ignoranza» del codice, difficilmente troverà un giudice a dargli ascolto. Ma lei dice, io non ho commesso alcun reato, né in malafede né in buona fede, perché si è sempre fatto così. E cita il rito ambrosiano che, nel ramo urbanistico, consentiva di realizzare grattacieli con una semplice Scia. Si è fatto con giunte di sinistra e giunte di destra, sostiene lei, e cita l’amministrazione di Gabriele Albertini nel 2012. Beh, la informo che l’ultima giunta di centrodestra, a Milano si è vista nel 2011. Quattordici anni fa, periodo a cui lei fa risalire l’inizio della pratica di costruire senza concessione edilizia, il sindaco era Giuliano Pisapia, ovvero un esponente della sinistra rosso-verde. Albertini, cui lei fa riferimento, concluse il suo mandato nel 2006, poi ci sono stati i cinque anni di Letizia Moratti. Certo, è curioso che il rito ambrosiano di tirar su palazzi senza autorizzazione ma con una semplice comunicazione sia stato introdotto durante amministrazioni che si riempiono la bocca con l’ambiente e si dichiarano contro la speculazione edilizia ma poi, nei fatti, si sono dimostrate pronte a chiudere gli occhi di fronte a un’urbanizzazione quanto meno discutibile. E questo non lo dico io, ma alcuni dei professionisti che, intercettati dalla Procura, rivelano quanto sia poco accettabile che, con semplici Scia, ovvero comunicazioni di inizio lavori, si consenta la costruzione di edifici che nulla hanno a che vedere con quelli che si pretende di ristrutturare. Se fosse normale commutare un palazzo in un condominio, certo architetti e ingegneri in privato non commenterebbero negativamente.
Ciò detto, non vorrei sembrarle contro lo sviluppo di Milano. Io sono felice e favorevole che la città cresca e abbia costruzioni più efficienti e, diciamolo, anche più belle. Però vorrei che chi realizza nuovi insediamenti paghi gli oneri di urbanizzazione e non cerchi scorciatoie per versare di meno. Non lo dico perché mi piace vedere tartassate le imprese. Lo sostengo perché so che ogni soldo in più versato nelle casse comunali si può tradurre non solo in migliori servizi per il cittadino, ma anche in tasse in meno per il contribuente. Se l’amministrazione Sala avesse preteso il dovuto per ogni nuovo edificio, probabilmente non dovrebbe aumentare la Tari e nemmeno sarebbe costretta a cercare di far cassa con le multe. Ogni soldo risparmiato dai costruttori, infatti, è un soldo che pagherà qualcun altro.
Quindi, io le auguro di essere prosciolto anche in altri eventuali gradi di giudizio, ma da cittadino milanese mi auguro che, come sentenziato da Tar e consiglio di Stato, oltre che dalla Cassazione, chi costruisce paghi il dovuto.





