E se il conflitto con l’Iran finisse come quello in Afghanistan? Se cioè la macchina da guerra degli Stati Uniti e quella israeliana non riuscissero ad averla vinta sugli ayatollah? Nel passato è già accaduto che la resistenza di forze apparentemente inferiori tenesse testa a quello che è considerato un esercito invincibile. Basta pensare, oltre che a Kabul, a Corea, Vietnam, Iraq e perfino Somalia, dove l’operazione Restore Hope, nata per stabilizzare il Paese e spazzare via i signori della guerra, si concluse con un ritiro umiliante dopo la morte di 19 marines.
No, non sarebbe la prima volta che gli americani sono costretti a fare i conti con una sconfitta, ammettendo di essere finiti nel pantano. Ma in questo caso, se accadesse, cosa che non mi auguro e non perché penso che gli Usa abbiano sempre ragione, sarebbe una catastrofe globale, politica e militare.
Perché affaccio l’idea di un clamoroso insuccesso di Stati Uniti e Israele? Primo perché è il pensiero inespresso che serpeggia fra gli osservatori. E secondo perché ci sono una serie di fattori che mi rendono inquieto sul risultato di una missione che avrebbe dovuto essere rapida e che invece rischia di trasformarsi in un conflitto più lungo e complesso del previsto. Non ci sono soltanto le dichiarazioni contrastanti di questi giorni, con Donald Trump che parla di fine della guerra, Bibi Netanyahu che lo smentisce e i pasdaran che alzano i toni, annunciando di voler infliggere una lezione al Grande e al piccolo Satana. C’è la sensazione che Stati Uniti e Israele abbiano sottovalutato sia l’arsenale di cui dispone l’Iran, sia il collante religioso e militare su cui si regge il regime degli ayatollah. Teheran non è Caracas e i Guardiani della rivoluzione non sono la Fuerza Armada Nacional Bolivariana. Il potere su cui poggia la Repubblica islamica non si è squagliato al primo colpo come è accaduto in Venezuela, ma anzi - nonostante l’impopolarità della dittatura - rimane saldo.
Del resto, clerici e laici cresciuti in quasi cinquant’anni all’ombra di Khomeini e di Khamenei sanno di non avere alternative: se oggi si arrendessero sarebbero morti, perché quello che non farebbero americani e israeliani lo completerebbe, come avviene in ogni resa dei conti dopo il crollo di una tirannia, il popolo oppresso. Dunque, l’Iran non soltanto non si arrenderà, come sarebbe ovvio dopo un bombardamento a tappeto, ma farà qualsiasi cosa, come appunto scatenare il caos.
Lo abbiamo visto, Teheran ha molti missili e moltissimi droni e grazie a quelli è in grado di infiammare l’intera regione. Infatti, non riuscendo a colpire gli Stati Uniti o a fare enormi danni a Israele, spara sui Paesi vicini, con la scusa che ospitano basi americane. Colpisce gli Emirati arabi, il Qatar, il Bahrein, l’Arabia Saudita, il Kuwait, con l’evidente intento di trascinarli in guerra e di destabilizzare i loro governi. Le bombe piovono sugli avamposti degli Stati Uniti, ma anche sui grattacieli e sulle infrastrutture, per fare più male. Però l’estensione del conflitto non si ferma a questo. Da quasi due settimane l’Iran blocca lo stretto di Hormuz, impedendo a migliaia di petroliere di transitare, paralizzando così il traffico della fonte energetica su cui si regge l’economia globale. Quanto possono durare l’Europa e la sua industria senza petrolio? Le scorte si stanno assottigliando e probabilmente si esauriranno nell’arco di un mese o poco più. E dopo?
La guerra ha in pratica un orizzonte temporale: non può continuare all’infinito, non solo perché agli Stati Uniti e a Israele costa 1 miliardo di dollari al giorno, ma perché i Paesi del Golfo e la stessa Europa non sono in grado di reggere un conflitto di anni. E allo stesso tempo, «terminare il lavoro», per usare le parole di Trump, prima di averlo concluso, ovvero lasciando un Khamenei paradossalmente ancora più cattivo del precedente, rappresenterebbe non solo un fallimento, ma una disfatta senza precedenti. In quanto, anche con un regime acciaccato, gli ayatollah avrebbero vinto contro il Grande e il piccolo Satana. Per il Medio Oriente sarebbe un disastro, ovvero un segnale ai movimenti, terroristici e non, che provano a sovvertire le monarchie del Golfo. Non solo: sarebbe un messaggio anche alla Russia di Putin e alla Cina di Xi Jinping, che a questo punto avrebbero meno remore a fare quello che hanno in mente. Mosca a continuare il lavoro sporco in Ucraina, Pechino a cominciare quello a Taiwan.
Adesso che il prezzo del gas oscilla intorno ai 54 dollari a megawattora, cioè oltre il 20 per cento in più di due settimane fa, e il greggio sfiora i 100 dollari al barile, tutti riscoprono l’urgenza dell’autonomia energetica.
«L’Italia dipende troppo, più della media europea e delle principali economie occidentali, dalle fonti fossili importate», spiega il Corriere della Sera. «Consumiamo più energia di quanta ne produciamo e per soddisfare i nostri bisogni ci riforniamo da un parterre diversificato di fornitori. Ma questa dipendenza, unita al carattere manifatturiero ed energivoro dell’economia, può tradursi in un mix pericoloso quando gli equilibri geopolitici traballano», osserva Repubblica. In pratica ora che il Paese rischia il blackout c’è chi scopre l’acqua calda.
Da più di cinquant’anni l’Italia è esposta dal punto di vista energetico alle crisi geopolitiche. Nel 1973, per effetto della guerra del Kippur fra Israele ed Egitto, i prezzi del petrolio andarono alle stelle e, per far fronte alla situazione d’emergenza, non solo gli italiani furono lasciati a piedi, ma il governo di Mariano Rumor spense i lampioni e impose una specie di coprifuoco, interrompendo in anticipo i programmi tv per mandare tutti a nanna più presto. E per ovviare alla crisi energetica lo stesso esecutivo avviò la costruzione di alcune centrali nucleari. Peccato che tredici anni dopo, il 26 aprile del 1986, l’esplosione del reattore di Chernobyl costrinse a fermare il piano di investimenti che avrebbe consentito di renderci autonomi e di non dipendere dalle fonti fossili e dunque dai Paesi del Medioriente o dalla Russia.
Ma chi decise di imporre, con un referendum, uno stop all’energia pulita prodotta dall’atomo? Gli stessi che ora si agitano per il rincaro delle bollette. Nel novembre del 1987 si votò per impedire all’Enel di partecipare alla costruzione di centrali nucleari all’estero, negando al governo la possibilità di individuare nuovi impianti. A proporre il voto per affossare il programma che ci avrebbe reso autonomi dal punto di vista energetico, decretando la chiusura di una serie di centrali già esistenti (Caorso, Trino, Latina e Garigliano), furono i Verdi, i Radicali e Democrazia proletaria, con il sostegno del Pci e di tutta la sinistra. Nel 2011, dopo che il governo Berlusconi ripropose il nucleare, approfittando dell’incidente di Fukushima la banda dei quattro - ossia Verdi, Radicali, Sinistra estrema e Pd – tennero a battesimo un nuovo referendum per impedire la costruzione di nuove centrali e dunque il divieto venne reiterato.
Perché ricordo le due campagne condotte contro un investimento che ci avrebbe consentito di essere autonomi dal punto di vista energetico o quantomeno non totalmente dipendenti dal gas? Per la ragione semplice che se siamo in balìa di «equilibri geopolitici che traballano» si devono ringraziare quelle forze politiche che da quattro anni fanno campagna elettorale utilizzando i rincari delle bollette. L’Italia è esposta alle fluttuazioni del mercato a causa delle scelte dell’opposizione, che prima ha inseguito la transizione green come soluzione di tutti i mali del Paese e oggi non si rassegna ad ammettere gli errori e, soprattutto, a recitare il mea culpa. È curioso sentire Elly Schlein proporre misure per contenere gli aumenti senza riconoscere che la politica condotta dal suo partito negli ultimi quarant’anni è stata dannosa. Ed è ancor più incredibile che di fronte alla drammaticità del momento sul nucleare ancora non faccia marcia indietro. Perfino Ursula von der Leyen, la vestale della riconversione ecologica, dice che urge passare al nucleare. Certo, lo sostiene con un ritardo di almeno dieci anni e lo fa senza fare un plissé, cioè senza riconoscere che la marcia forzata verso la decarbonizzazione è una missione suicida, che rischia di desertificare l’industria europea. Però, anche se non manda al macero i propositi partoriti fino ad oggi, un passo in avanti verso l’unica fonte che non ci renderebbe schiavi delle forniture cinesi, russe o mediorientali almeno lo fa. Schlein e compagni, nemmeno quello.
Maurizio Belpietro interviene a proposito dell'allarmante vicenda dei Trevallion: «È un sequestro di minori ad opera di uno Stato etico che agisce con la complicità di giustizia minorile e assistenti sociali».





