Non conosco Andrea Ninzoli, segretario lombardo dei ragazzi di Forza Italia, tuttavia mi ha colpito una sua intervista in occasione delle manifestazioni del 25 aprile. Conversando con il cronista dell’Huffington Post, il capo dei giovani azzurri non ha escluso l’appoggio del suo partito a un governo di sinistra nel caso in cui il risultato delle prossime elezioni politiche fosse incerto e il Pd, pur avendo la maggioranza, non avesse i numeri per governare. L’apertura a una collaborazione con il partito di Schlein, per quanto proveniente da un giovane dirigente regionale, ha indotto Marcello Sorgi, cronista esperto di cose parlamentari, a scrivere che Forza Italia volge lo sguardo a sinistra.
«Le sue parole», ha spiegato sulla Stampa l’ex direttore del Tg1 «costituiscono sicuramente un indizio di cosa si sta muovendo nella pancia di Forza Italia, e del possibile obiettivo di Marina e Pier Silvio». A sostegno della tesi, Sorgi ricorda che già nell’aprile del 2013 fu lo stesso Silvio Berlusconi ad appoggiare Enrico Letta, consentendogli di trovare la maggioranza che era mancata a Pier Luigi Bersani. E sempre il Cavaliere siglò, mesi dopo, il patto del Nazareno con Matteo Renzi. Insomma, la collaborazione con la sinistra non sarebbe un’eccezione.
Non so quale peso abbia all’interno del partito l’opinione di Andrea Ninzoli e nemmeno sono a conoscenza degli obiettivi dei fratelli Berlusconi, ma avendo a lungo frequentato Silvio Berlusconi posso testimoniare due cose. Primo: è ovviamente vero che il fondatore di Forza Italia a un certo punto valutò la collaborazione con il Pd. Non solo appoggiò il governo Letta, ma quando Renzi gli sottopose il patto del Nazareno (un accordo scritto su un pezzo di carta con inchiostro rosso), il Cavaliere pensò che mettendo insieme il Pdl e il Pd, lui e Renzi avrebbero avuto la maggioranza per governare. Ad Arcore mi disegnò anche uno schema, che escludeva quelli che considerava i partiti più radicali, vale a dire la sinistra estrema e la Lega (all’epoca Fdi contava poco). Il progetto naufragò per una serie di fattori e il primo fu la scelta del presidente della Repubblica nella persona di Sergio Mattarella invece che di Giuliano Amato. In breve, l’alleanza andò in frantumi e non se ne parlò più, anche perché poi di lì a poco Renzi sarebbe caduto sul referendum costituzionale e inoltre cambiarono gli equilibri.
Infatti, riguardando i numeri delle elezioni del 2013, confrontandole con quelle del 2018, ci si rende conto di una cosa. Tredici anni fa, pur in presenza del partito di Mario Monti e del Movimento 5 stelle, il Pd prese il 25,4% e il Pdl il 21,6. Insieme dunque rappresentavano quasi la metà degli elettori. Mentre la Lega era al 4,1% e Fdi al 2, Sel, il partito di Vendola e compagni, stava al 3,2%. Però già nel 2018 i numeri erano radicalmente cambiati: il Pd al 18,7, la Lega al 17,37, Forza Italia al 14, Fdi al 4 e i 5 stelle al 32,6. Un terremoto otto anni fa ha dunque mutato lo scenario politico, rendendo impossibile un governo basato sulla collaborazione tra democratici e azzurri. Vi chiedete perché ponga l’attenzione su ciò che è accaduto in passato? Io credo che il governo Monti prima (sostenuto dalla sinistra e dal partito del Cavaliere) e quello di Letta poi (anche in questo caso, della coalizione di larghe intese fece parte Forza Italia) siano stati pagati a caro prezzo sia dal Partito democratico che da quello moderato. Gli italiani sono favorevoli a un sistema bipolare e non amano le ammucchiate. Prova ne sia che anche il governo Draghi è costato molto a chi lo ha sostenuto e il solo partito a trarne beneficio è stato Fratelli d’Italia, che dal 4% delle precedenti elezioni è passato al 26%, con un incremento di oltre sei milioni di voti. Il Pd è rimasto dov’era, Forza Italia è passata dal 14 all’8%, la Lega dal 17,4 all’8,8 e i 5 stelle dal 32,7 al 15,4. Insomma, la coalizione del cosiddetto governo di unità nazionale (o del presidente) è stata punita. Che cosa voglio dire? Che le alleanze contro natura non piacciono agli italiani e che chi mette insieme gli opposti in nome della governabilità, senza restituire la parola agli elettori, viene punito.
Ricordo un interessante articolo del professore Giovanni Orsina che tempo fa spiegava proprio questo fenomeno. Impedire di tornare al voto, quando il risultato non è chiaro, non è sempre la migliore soluzione, perché può dare luogo al fenomeno di crescente insoddisfazione popolare. Lo dico in vista di possibili alchimie politiche. Occhio, perché gli esempi finora ci dimostrano che mettere insieme chi dovrebbe essere avversario non sempre funziona. E inventarsi categorie nuove, come certi centrini da tavola per assecondare la teoria andreottiana dei due forni, è un esperimento che può finire male.
Dall’Emilia-Romagna alla Campania, le amministrazioni Pd-M5s dicono no ai centri di rimpatrio pure con la scusa di salvare uccelli.
Giovedì scorso, durante una puntata di Dritto e rovescio, Pierfrancesco Majorino, consigliere regionale lombardo del Pd e aspirante sindaco di Milano al posto di Beppe Sala, ha detto che se in Italia non si riescono a costruire Centri per il rimpatrio per chi non ha diritto di restare qui la colpa non è delle amministrazioni di sinistra, ma del governo. Non tocca ai Comuni, ha spiegato, scegliere dove aprire i Cpr, ma al ministero dell’Interno.
Dunque, se nel nostro Paese i clandestini in attesa di espulsione circolano liberamente, la responsabilità non è dei compagni, bensì di Palazzo Chigi. Beh, come spesso capita, la cronaca si è incaricata di smentire il consigliere lombardo del Pd, il quale, al pari di tanti altri suoi compagni, invece di riconoscere che la questione della mancanza di sicurezza nelle città è diretta conseguenza delle politiche della sinistra, preferisce scaricare sull’attuale maggioranza.
La prima notizia che contraddice la tesi di Majorino e di altri esponenti dell’opposizione arriva da Bologna, dove da mesi si discute se inaugurare o meno un centro per stranieri da rispedire a casa. Il consiglio comunale del capoluogo emiliano-romagnolo è giunto fino al punto di approvare un ordine del giorno contrario al Cpr, impegnando il sindaco e la giunta a opporsi a qualsiasi progetto del genere. Inutile dire che Matteo Lepore, primo cittadino della città, non vedeva l’ora di ricevere un mandato per dire no a un Centro per il rimpatrio, perché lui e quelli come lui ritengono che i Cpr siano luoghi di detenzione. Risultato, a Bologna e dintorni quando un immigrato clandestino, che magari ha anche un curriculum criminale di tutto rispetto, deve essere trattenuto prima di essere imbarcato su un aereo con biglietto di sola andata, non si sa dove metterlo e dunque resta in libertà.
Stessa cosa si ripete a Napoli, dove a opporsi all’apertura di un centro per stranieri, oltre alla sinistra e ai gruppuscoli che le ruotano attorno, c’è perfino la Chiesa. Cardinali e vescovi dicono no alla costruzione di un Cpr a Castel Volturno. «La nostra regione», ha scritto in una lettera l’arcivescovo del capoluogo campano, «non può essere continuamente mortificata». L’umiliazione, a quanto si capisce, non consiste nell’aumento della criminalità di importazione, con spaccio di droga e violenza, e neppure nello sfruttamento dei migranti da parte di organizzazioni malavitose, ma nel tentativo di rimandare a casa chi non ha diritto di restare. Il presule dice di non voler criticare il governo, ma poi in realtà va anche oltre, contestando le politiche di contenimento migratorio. Insomma, respingere chi va respinto perché non ha diritto a ricevere protezione o perché ha compiuto più di un reato, secondo la Chiesa non va bene. E figuratevi se va bene alla sinistra che governa la città e la Regione: Gaetano Manfredi e pure Roberto Fico, con il no dell’arcivescovo ci vanno a nozze, perché combacia con la linea della coalizione. Vescovi e compagni vogliono i migranti, ma non a casa loro. E se serve a fermare il Cpr si usano perfino gli uccelli migratori che, come sostengono da sinistra, verrebbero disturbati da un Centro per il rimpatrio.
Risultato, gli unici centri che si possono fare sono quelli in Albania, dove nonostante tutti i tentativi per farli chiudere, finora i compagni non sono riusciti ad avere successo. Però, ogni volta che si registrano episodi di criminalità commessi da stranieri, invece di ammettere le proprie colpe e riconoscere di avere ostacolato l’espulsione dei clandestini, opponendosi ai Cpr o solidarizzando con i magistrati «democratici» che li scarcerano, la sinistra accusa la maggioranza, dicendo che il governo non ha fatto nulla per fermare degrado e criminalità. Cioè, prima legano le mani all’esecutivo, poi lo mettono sul banco degli imputati.
Come si è visto anche nel caso dell’incentivo agli avvocati che assistono i loro clienti per tornare a casa, a difendere il sistema affaristico che prospera sull’immigrazione (per certi legali opporsi ai decreti di espulsione è diventato un business) sono gli esponenti di Pd, 5 stelle e Avs. Secondo loro, un legale che aiuti uno straniero a fare le valigie compie un infedele patrocinio. Ma se qualcuno un bel giorno accusasse i compagni di non aver fatto gli interessi degli italiani? Ormai è chiaro che a sinistra non si occupano della questione nazionale, ma di quella migratoria. Più che rappresentanti del popolo italiano sono i difensori di un popolo di stranieri. E tradire gli interessi dei propri cittadini non è forse molto peggio di un infedele patrocinio?
A Giuseppe Conte non piace che si ricordi il buco creato dal suo governo con il Superbonus. Ieri, dopo che Giorgia Meloni ha ricordato quanto ancora pesi sulle casse pubbliche la misura del 110 per cento voluta dal governo giallorosso, il capo dei 5 stelle ha reagito in malo modo, accusando il presidente del Consiglio di suonare come un disco rotto. «Questa lagna la sentiamo da quattro anni. Basta con le balle: dopo quattro anni e zero riforme il tempo delle Superscuse è scaduto».
Peccato che i numeri e le relazioni delle autorità finanziarie dicano altro e cioè da tempo abbiano riconosciuto che il provvedimento introdotto da Conte e da lui più volte sventolato in campagna elettorale abbia creato gravi problemi di finanza pubblica. Ve lo ricordate quando l’ex premier concludeva i comizi dicendo che grazie a lui gli italiani avevano la possibilità di ristrutturare la casa gratuitamente? Scandiva con forza l’avverbio perché avesse più presa sull’elettorato: gra-tui-ta-men-te. In realtà il bonus 110 per cento non era affatto gratuito. A pagare era lo Stato e di conseguenza i contribuenti. Così si sono scaricati sui conti pubblici gli affari di alcune centinaia di migliaia di famiglie che con il denaro statale si sono rifatti casa.
Conte si nasconde dietro la scusa che questo è servito a rilanciare l’economia nazionale dopo il Covid. Gli studi di Banca d’Italia - istituto indipendente - hanno già abbondantemente smentito questa frottola. L’aumento del Pil ottenuto con il Superbonus non solo è stato più basso di quanto viene detto, e dunque non è stato ripagato da un aumento delle entrate, ma almeno la metà dei lavori sussidiati con denaro pubblico sarebbero stati fatti ugualmente, perché i proprietari degli immobili erano già intenzionati a farli. Dunque, quello di Conte e dei 5 stelle è stato un autentico regalo, fatto utilizzando risorse che potevano essere destinate a sostenere sanità e scuola, ma anche la riduzione delle tasse. Cito non a caso settori che avrebbero potuto beneficiare dei soldi sprecati con il Superbonus, perché sono quelli su cui la coalizione giallorossa oggi all’opposizione insiste di più, accusando l’attuale maggioranza di non aver fatto nulla per migliorare istruzione, liste d’attesa negli ospedali e pressione fiscale. Che cosa sarebbe stato possibile finanziare con 120 miliardi, cifra che è pari al bilancio dell’intero settore scolastico e poco di meno di quello della salute? Aggiungo di più. Le ricerche di Banca d’Italia e dell’Ufficio parlamentare di bilancio, altra authority indipendente, hanno chiarito che il Superbonus è andato a vantaggio dei ceti più abbienti e questo mentre l’opposizione giallorossa continua a parlare di un aumento della povertà in Italia (per altro smentita dall’Istat). Quante famiglie avrebbero potuto essere aiutate con i fondi regalati a chi si è ristrutturato il castello a spese dello Stato?
Infine, due ultime osservazioni. Pagella politica, sito indipendente di fact checking, ha passato al setaccio le dichiarazioni dei leader sulla questione del Superbonus. Quella che riporto è la sintesi pubblicata a dicembre 2025: «Il peso del Superbonus continua a farsi sentire, anche se non influisce direttamente sul deficit. Lo Stato ha accumulato oltre 100 miliardi di debito aggiuntivo e dovrà gradualmente far fronte a una raccolta delle tasse più bassa a mano a mano che i crediti da ripagare maturano. È vero che lo Stato non deve più “scrivere” che ha speso un certo numero di miliardi in più, perché lo ha già fatto nel momento in cui ha concesso il credito. Ma questo non toglie che è proprio quest’anno che dovrà rinunciare a delle risorse dal punto di vista finanziario a causa delle mancate entrate fiscali».
Ultima citazione da Liberi oltre le illusioni, associazione che promuove il pensiero critico e la divulgazione scientifica: «Il Rapporto sulla politica di bilancio 2025 dell’Ufficio parlamentare di bilancio e numerose fonti indipendenti mostrano che il Superbonus è stato caratterizzato da inefficienza economica, effetti regressivi, inflazione settoriale e un’eredità fiscale pesantissima. Questa misura non è un modello da imitare, ma un caso scuola di come l’emergenza può essere usata per giustificare interventi populisti, con benefici di breve periodo e costi che ci accompagneranno per decenni».
Che altro c’è da dire? Caro Conte, basta balle, ne abbiamo sentite troppe.





