Come è triste Venezia per il Pd. Nelle scorse settimane la sinistra ha inseguito il sogno di una remuntada in Laguna, una vittoria che dopo il No alla riforma della Giustizia spianasse la strada a una marcia trionfale verso le prossime elezioni politiche. Il voto nel capoluogo veneto era il tassello indispensabile a sostenere la narrazione di un vento che non gonfia più le vele di Giorgia Meloni.
Se il risultato di Salerno, con Vincenzo De Luca in campo, era scontato e quello di Prato anche, riconquistare Venezia dopo i due mandati di Luigi Brugnaro era un passaggio vitale. Per questo il Pd aveva schierato un esponente di primo piano del partito, ovvero Andrea Martella, nato e cresciuto nel Pci, con oltre 25 anni di esperienza in parlamento e un passato perfino da sottosegretario alla presidenza del Consiglio durante il governo Conte bis. E per questo aveva giocato perfino la carta del voto musulmano. Tuttavia, spendere il nome di un pezzo da novanta del partito non è bastato, perché a sbarrargli la strada ci ha pensato un illustre sconosciuto, quasi un ragazzo, con un passato da scout e una storia politica tutta consumata in laguna. Simone Venturini, curriculum da moderato, assessore di Brugnaro per ben due mandati, con delega alla coesione sociale, alla casa e al turismo. Bisogna essere sinceri: i sondaggi non lo davano in vantaggio, ma le urne hanno ribaltato le previsioni. La sua lista ha fatto il pieno di consensi, arrivando da sola allo stesso livello raggiunto da Martella, ma con dietro tutto il campo largo, vale dire Pd, 5 stelle, Avs e compagnia bella.
Venturini ha vinto al primo turno e la sinistra ha perso alla sua prima prova vera, quella di Venezia. In laguna tutto sembrava remare contro un successo del centrodestra. Prima una serie di inchieste contro il sindaco uscente, accusato per la vendita di un terreno di sua proprietà e per la gestione dei fondi della precedente campagna elettorale. Poi le polemiche per la nomina di Beatrice Venezi come direttore della Fenice, con successiva rimozione dall’incarico. Infine, lo scontro sulla partecipazione della delegazione russa alla Biennale, con il ministro della Cultura Alessandro Giuli contro il presidente dell’istituzione artistica Pietrangelo Buttafuoco, entrambi esponenti di un’area vicina a Fratelli d’Italia. Divisioni e passi falsi che sembravano non predire un successo per il centrodestra, anche in considerazione del disimpegno dell’ex governatore Luca Zaia, a lungo ritenuto il migliore candidato per sostituire Brugnaro.
Ma lo sconosciuto Venturini ha scompaginato i giochi, sorprendendo perfino la stessa Giorgia Meloni, che ha definito mondiale la vittoria al primo turno.
A un risultato che fa esultare una parte, corrisponde però la delusione dell’altra, che non può certo consolarsi con De Luca e Biffoni, due dei cinque sindaci passati al primo turno. Infatti, il successo di Salerno con Vincenzo De Luca non è attribuibile a Elly Schlein e ai 5 stelle. L’ex governatore si è candidato contro il parere della segretaria del Partito democratico, che non gli ha concesso neppure il simbolo nella speranza di liberarsi dell’ex governatore una volta per tutte. Nemmeno Matteo Biffoni è un uomo che faccia la gioia della segretaria.
Al Nazareno fino all’ultimo hanno avversato la candidatura del consigliere regionale e Marco Furfaro, plenipotenziario di Elly in Toscana, ha provato a farla saltare, arrendendosi all’ultimo di fronte al pericolo di una sconfitta. Per non parlare poi di Mirello Crisafulli a Enna, altro cacicco che la segretaria avrebbe volentieri lasciato a casa. Dunque, il bilancio di questa prima tornata di amministrative si chiude per il Pd con la riconquista di Pistoia e la perdita di Reggio Calabria, con tre vincitori poco amati dai vertici del partito, e Venezia di nuovo saldamente in mano al centrodestra. Insomma, in laguna sono annegati i sogni della remuntada. E probabilmente è morta anche l’idea di un partito islamico da affiancare a quello democratico. Aver arruolato candidati musulmani infatti non ha portato bene a Elly Schlein. Evidentemente non si possono sostituire gli elettori italiani con quelli d’importazione.
Altro che vittima della mancata integrazione, come ci vorrebbero far credere Elly Schlein e compagni, i quali, dopo la strage di Modena, invece che maggior rigore contro i fondamentalisti reclamano l’assunzione di psicologi per aiutarli. La trasmissione Fuori dal coro, con un servizio in esclusiva andato in onda ieri sera, dimostra che in almeno un telefono in uso a Salim El Koudri la polizia ha trovato immagini di violenza che fanno sospettare che quello di sabato scorso non sia stato il gesto di un pazzo, ma l’atto consapevole di un terrorista.
Non solo: tra gli scritti del padre del giovane marocchino gli inquirenti avrebbero rinvenuto frasi in arabo contro la colonizzazione dell’Africa da parte dell’Occidente, con appelli a recuperare la propria identità. Ovviamente l’indagine è solo all’inizio, perché finora sono stati analizzati solo due dei cellulari dell’autore della strage e mancano all’appello altri device rinvenuti nella sua abitazione. Fra l’altro il lavoro della polizia è complesso, perché alcuni file potrebbero essere stati cancellati e la procedura per recuperarli è lunga e difficile e non è detto che alcuni degli strumenti elettronici in uso a El Koudri siano stati da lui stesso fatti sparire prima di lanciarsi ad alta velocità contro la folla. Come per altro sarebbero stati chiusi i suoi profili social.
Una cosa comunque è certa: gli inquirenti si convincono sempre più che quella del giovane laureato presso l’Università di Modena non sia un’azione dovuta a follia, ma si tratti di una scelta volontaria e consapevole, a lungo progettata.
Naturalmente, la difesa dell’attentatore punta ad accreditare l’idea che El Koudri sia una persona con gravi problemi mentali. Non a caso l’avvocato si è subito premurato di richiedere una perizia psichiatrica, oltre ad affrettarsi a far sapere che il giovane aveva chiesto una Bibbia e la visita di un prete, allontanando così ogni sospetto di radicalizzazione islamica e avvicinando l’idea che l’attentatore sia quantomeno confuso. La strategia del legale è comprensibile, tuttavia è un dato di fatto che il gesto di El Koudri risponda perfettamente a ciò che gli estremisti islamici usano fare. L’auto trasformata in strumento per uccidere i cristiani e l’uso del coltello per finire chi è rimasto ferito sono proprio i caratteristici strumenti del terrore sollecitati dallo Stato islamico. Del resto, che quanto accaduto sia guardato con favore dai fondamentalisti di Allah lo dimostrano le frasi che in Rete inneggiano a El Koudri. Per alcuni, il giovane marocchino è un uomo coraggioso che combatte «da solo nel cuore del territorio dei crociati», mentre altri parlano di vendetta legittima e auspicano che Allah gli conceda il paradiso, come si confà a un martire.
E la sinistra? Insieme con alcuni esponenti della magistratura procede nella politica dei distinguo, denunciando le presunte strumentalizzazioni invece dei terroristi. Come abbiamo scritto ieri, sono giunte manifestazioni di solidarietà nei confronti del legale del giovane, il quale è stato minacciato in quanto «colpevole» di assistere El Koudri. Certo, nessuno ha diritto di prendersela con un avvocato che fa il proprio mestiere e che, come in ogni democrazia che sia tale, fa del suo meglio per difendere l’accusato. Tuttavia, non si può dimenticare che cosa ha fatto il giovane marocchino e neppure si può ridurre la strage a un problema di integrazione o di carenza dei servizi sociali. Come spiegano gli esperti di terrorismo, a Modena ricorrono tutti i segnali caratteristici dell’attentato terroristico. La rabbia contro il Paese che ti ospita, l’uso dell’autovettura come arma per uccidere, il coltello per finire chi non è rimasto ucciso, la consapevolezza, quasi la ricerca, del martirio. Negare tutto ciò non è un scelta saggia, ma il tentativo di nascondere la testa sotto la sabbia per non vedere. Più che una strategia, pare la politica dello struzzo, per rimuovere un pericolo che si è concorso a creare ignorando gli allarmi.
Da domani gli automobilisti che intendono fare il pieno avranno una sgradita sorpresa. Nonostante le misure adottate dal governo per contenere il rincaro dei prezzi dei carburanti, il gasolio tornerà sopra i 2 euro al litro. Purtroppo, la guerra in Iran e il blocco dello Stretto di Hormuz hanno conseguenze immediate per chi usa l’auto. Ancora di più ne avranno sull’inflazione, dato che i beni di largo consumo, come i generi alimentari e la maggior parte di quelli che si trovano nei supermercati, viaggiano su gomma e, dunque, ogni rincaro alla pompa si riflette sui prodotti in vendita sugli scaffali.
Per evitare il peggio, l’esecutivo ha messo in campo un taglio alle accise, ma il provvedimento costa caro alle casse dello Stato e per non incorrere nelle ire di Bruxelles - e soprattutto nelle sanzioni Ue - è limitato nel tempo. Tuttavia, alla notizia del rincaro del prezzo del gasolio, se ne aggiunge un’altra ancor meno piacevole. Il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Vincenzo Carbone, intervenendo al Festival dell’economia di Trento, ha spiegato che nell’ultimo anno il grado di infedeltà delle domande di Superbonus è arrivato al 33%. In pratica, una domanda su tre cela una frode ai danni dello Stato. Come capirete, si tratta di una percentuale enorme che, tradotta in valore assoluto, credo rappresenti una cifra di parecchi miliardi.
Ernesto Maria Ruffini, il predecessore dell’attuale capo della riscossione, prima di dimettersi per provare a rifondare la Dc per poi offrirla in matrimonio al Pd, stimò che le truffe sfiorassero la somma record di 20 miliardi. È vero che su una spesa di 174 miliardi (tale è l’ultimo calcolo del ministero dell’Economia e delle finanze) si parla di una percentuale di poco sopra al 10%, ma è altrettanto vero che la cifra equivale, più o meno, a una finanziaria, con l’aggravante che quello non è, come in ogni manovra di bilancio, il conto di decine se non centinaia di interventi. No, in questo caso la cifra di 20 miliardi rappresenta un’uscita che non ha paragoni perché, nella storia della Repubblica, non ci sono spese simili per un unico capitolo e per pochi beneficiari. Pensate quanti interventi a sostegno di automobilisti e trasportatori sarebbero stati possibili se non fossero stati regalati a poche migliaia di famiglie tutti quei soldi. Soprattutto, la spesa folle del Superbonus ha premiato non solo proprietari di casa ma anche di ville superlussose e castelli.
Cioè, invece di avere a disposizione un «tesoro» (non lo chiamo con il diminutivo con cui di solito si definiscono questi fondi per la semplice ragione che non si tratta di pochi miliardi), lo Stato è costretto pure a dare la caccia ai truffatori e a non poter agire fuori dalla procedura di infrazione europea, perché in bilancio mancano proprio i soldi che il governo Conte bis ha regalato a una minoranza di privilegiati. Ovviamente, è inutile piangere sul latte versato. La maggioranza giallorossa composta da 5 stelle e Pd ha scavato una voragine nei conti dello Stato. Ma una cosa, forse, è necessario dirla o, meglio, saperla. Visto che ormai siamo in campagna elettorale e sia destra sia sinistra guardano alle elezioni del 2027, quando si dovrà votare per la prossima legislatura, credo sia opportuno chiedere un impegno alle forze politiche, ovvero la promessa che non ci saranno mai più né Superbonus né reddito di cittadinanza. Almeno sarà chiaro a tutti se chi si candida per governare ha intenzione di scassare un’altra volta i conti dello Stato.





