In crisi di consenso per i pasticci urbanistici combinati e mollato perfino da chi dovrebbe sostenerlo (i Verdi non hanno votato la vendita dello stadio di San Siro, il Pd si vergogna di lui al punto di sollecitare discontinuità), Sala si gioca la carta dell’antitrumpismo. Invece di parlare della mancanza di sicurezza in città, che fino a ieri definiva un problema di percezione, il sindaco si attacca a Trump. Non parla delle migliaia di famiglie rimaste senza casa e senza soldi perché la sua amministrazione ha consentito di edificare grattacieli senza concessione edilizia. No, parla di quella che lui chiama una milizia privata illegale. Fino a ieri probabilmente Sala nemmeno sapeva dell’esistenza dell’Ice, che non è privata e tantomeno illegale, ma un’agenzia federale americana che opera da decenni, prima sotto la presidenza Bush poi sotto quella di Obama. Certo, gli episodi delle ultime settimane hanno acceso un faro sull’operato di alcuni agenti dell’Ice. Ma sostenere che tutti i funzionari dell’Immigration and customs enforcement siano criminali «non allineati al nostro modo democratico di garantire la sicurezza», come ha detto Sala, sarebbe come sostenere che i carabinieri sono tutti assassini perché due di loro sono stati condannati (con sentenza passata in giudicato, non accusati) per l’omicidio di Stefano Cucchi.
Inoltre, qual è il problema se uomini delle forze dell’ordine degli Stati Uniti scortano atleti o alte cariche istituzionali americane? Durante le visite ufficiali di delegazioni di altri Paesi, i nostri servizi di sicurezza collaborano da sempre con quelli esteri, consentendo ad agenti stranieri di scortare i propri rappresentanti. Succede con gli israeliani, con i francesi, con gli inglesi e perfino con gli iraniani. Dunque, cos’è che non va giù a Sala, che ci siano gli americani? Deve dimostrarsi antitrumpiano per non essere sfiduciato prima del tempo dalla sua maggioranza? Non mi risulta che prima dell’insediamento dell’attuale inquilino della Casa Bianca, quando pure c’erano arresti di bambini immigrati e decessi di stranieri sotto custodia dell’Ice, il sindaco si prendesse la briga di criticare i metodi poco urbani della polizia americana. Né mi risulta che, con il governo precedente a quello attuale (per la cronaca, c’era Mario Draghi e il ministro dell’Interno era Luciana Lamorgese), nonostante Milano fosse al top della criminalità, Sala dicesse di non sentirsi tutelato dall’esecutivo e da chi stava al Viminale. Capisco che, quando si è arrivati al capolinea, chi non ha intenzione di scendere si attacchi a tutto pur di non perdere la poltrona su cui si è stati seduti a lungo, ma c’è modo e modo per riuscire ad agguantare una cadrega di riserva e quella dell’attuale primo cittadino di Milano appare una maniera un po’ sguaiata.
La città lombarda, presentata per anni come un modello, è in crisi. Lo dicono tutti, perfino quelli che fino a ieri votavano per Sala e ora si vergognano di dirlo. Per anni si è finto di non vedere i problemi, nascondendo tutto sotto un lenzuolo di ipocrisia. Di fronte a chi segnalava un incremento preoccupante dell’immigrazione clandestina, sindaco e compagni replicavano parlando di accoglienza. E a quanti invocavano una maggiore presenza delle forze dell’ordine e una maggiore repressione della delinquenza, ribattevano condannando il modello securitario. Secondo loro serviva più inclusione, più dialogo. Risultato, i criminali (ossia spacciatori, stupratori, ladri e rapinatori) sono stati fronteggiati a parole. E la sparatoria dell’altra sera, al boschetto di Rogoredo, è il risultato. Un morto e un agente indagato per omicidio volontario è il loro bilancio.
Il governo (socialista) della Danimarca: «Chi si macchia di reati per almeno un anno di detenzione sarà espulso». Ovviamente non basta dirlo: servono accordi e volontà politica. Ma se qualcuno dà l’esempio...
Non lo dite a Ilaria Salis, che mostrandosi in catene e denunciando le condizioni degradanti delle carceri ungheresi è riuscita a conquistare un seggio al Parlamento europeo. Ma secondo la Cedu, la Corte europea dei diritti dell’uomo, le prigioni italiane sono peggiori di quelle di Budapest. Infatti, il nostro Paese colleziona una condanna dopo l’altra per il trattamento inumano cui sottopone i detenuti e gli imputati. Il tema su cui battono i giudici di Strasburgo è quasi sempre il sovraffollamento: dietro le sbarre ci sarebbe il doppio degli «ospiti» consentiti. Problema annoso. Infatti, per ridurre il numero delle persone trattenute, nel passato si è fatto ricorso a una serie di escamotage, tra cui cancellare i reati oppure ridurre d’imperio le pene. Nel primo caso, con la ministra dei migliori Marta Cartabia si è fatto in modo che alcune violazioni del codice penale fossero perseguibili solo a querela di parte, in modo da far sparire un po’ di cause dai tribunali e poter dichiarare di aver ridotto l’arretrato giudiziario. Nel secondo, si sono varate amnistie e indulti con il solo obiettivo di rilasciare i condannati prima che avessero scontato per intero la pena.
Tuttavia, le furbizie nazionali hanno sempre avuto vita breve, perché una volta svuotate le celle con queste astuzie, dopo un po’ tornavano a riempirsi. Infatti, ora siamo di nuovo ai massimi della capienza. In totale, il numero dei detenuti avrebbe raggiunto quota 63.000 a fronte di una disponibilità di posti in guardina che raggiunge a malapena le 40.000 unità. Nel carcere romano di Regina Coeli il tasso di sovraffollamento ha toccato il 187 per cento, mentre in quello di Milano, San Vittore, siamo al 230 per cento. In media però si supera il 100 per cento in tutti i reclusori della penisola. Oltre alle condanne della Cedu, che continuano ad arrivare, è evidente che prima o poi il bubbone è destinato a scoppiare. Anche perché, come abbiamo raccontato di recente, dietro le sbarre ci sono molti stranieri e la maggioranza è costituita da detenuti di fede musulmana, che in cella hanno anche i loro imam, alcuni dei quali radicalizzati. Una situazione esplosiva, che mischia il disagio per le condizioni degradanti di alcune prigioni all’integralismo islamico, con conseguenze potenzialmente disastrose.
Che fare di fronte a tutto ciò? Mica si possono aprire i cancelli o abolire i reati come si è fatto finora. Una soluzione, tuttavia, arriva dalla civilissima Danimarca, regno governato da una premier socialdemocratica, Mette Frederiksen. L’idea è semplice: rispedire a casa tutti i detenuti stranieri che hanno ricevuto una pena superiore a un anno. A proporla è il ministro dell’Integrazione, il socialdemocratico Kaare Dybvad, secondo il quale i criminali stranieri condannati per reati gravi, come aggressione aggravata e stupro, dovrebbero essere espulsi. La misura servirebbe a svuotare le celle, ma anche a inasprire la politica sull’immigrazione.
Ebbene, se noi seguissimo l’esempio di uno dei Paesi scandinavi considerati più tolleranti godremmo dello straordinario beneficio non solo di liberarci di migliaia di criminali, ma anche di svuotare le carceri. Come abbiamo ricordato di recente, oggi in prigione ci sono più di 20.000 stranieri. Se questi venissero rispediti a casa, i penitenziari italiani si alleggerirebbero di un terzo degli «ospiti» e avremmo risolto il problema del sopraffollamento e perfino delle condanne della Cedu. Adottando una politica simile, ci priveremmo anche di un esercito di potenziali recidivi, che una volta tornati in libertà spesso tornano a delinquere. Spacciatori, ladri, stupratori, perché di questo parliamo quando si fa riferimento ai detenuti stranieri. Per l’Italia sarebbe un affare anche se si dovesse sobbarcare le spese per riportarli a casa. Certo, poi bisogna sempre pregare che i Paesi da cui provengono siano disposti a riprendersi i pregiudicati e la cosa non è affatto scontata, perché a nessuno piace importare criminali, anche se di casa.
Però, a prescindere dagli aspetti pratici e anche dalla fattibilità dell’operazione, il fatto che un governo socialdemocratico pensi di organizzare dei charter per riportare nei loro Paesi i delinquenti, dimostra che in Europa il vento sta cambiando e solo da noi ci si scandalizza a sentir parlare di remigrazione.
A breve Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour condannato per aver sparato a tre rapinatori, uccidendone due e ferendo il terzo, dovrà dire addio a ogni suo bene. La sua casa e i soldi guadagnati in una vita da lui e dalla sua famiglia serviranno a pagare i parenti dei rapinatori, i quali hanno chiesto un indennizzo del valore di 3,3 milioni e il tribunale ha già concesso loro una provvisionale esecutiva di 780.000 euro, cui si devono aggiungere decine di migliaia di euro di parcelle degli avvocati. Le famiglie dei banditi, del resto, si sono costituite in massa: madri, figli, sorelle, fratelli e conviventi. In totale 15 persone, tutte a rivendicare un risarcimento per la morte dei loro cari, che, impegnati in una rapina, sono stati inseguiti da Roggero.
Il gioielliere avrebbe dovuto lasciarli scappare anche se avevano minacciato con una pistola moglie e figlia e legato quest’ultima. Invece di affrontare, a sua volta con un’arma, i criminali, forse avrebbe dovuto alzare le mani in segno di resa. Probabilmente i delinquenti gli avrebbero svaligiato il negozio, ma almeno si sarebbe risparmiato non soltanto una condanna a 14 anni di carcere ma pure di finire sul lastrico a 71 anni. Invece questo è ciò che sta accadendo dopo che la Corte d’Appello ha sostanzialmente confermato la sentenza di primo grado, riducendo in parte la pena. Oltre a finire in carcere nel caso in cui la Cassazione confermasse il giudizio, Roggero si vede costretto a pagare i parenti di chi lo voleva rapinare. Nonostante il perito nominato dalla Procura abbia ritenuto che quel giorno, dopo essere stato vittima di altre rapine violente e dopo aver visto la moglie e la figlia in pericolo, la sua capacità di intendere e soprattutto di volere si sia alterata fino al punto da renderla «grandemente scemata», Roggero deve risarcire i famigliari di chi ha rovinato la sua vita e quella della sua famiglia. Non solo i parenti, ma anche le conviventi, le quali evidentemente hanno diritto a essere indennizzate nonostante non siano legalmente coniugate.
Ricordo che anni fa, alla compagna di una vittima dell’attentato di Nassirya fu negato ogni risarcimento perché non era sposata. Ma quella era appunto la donna che aveva trascorso anni al fianco di un uomo ucciso durante una missione umanitaria in Iraq, non la convivente di un rapinatore. E nemmeno la figlia di una convivente.
Vi sembra tutto assurdo? Beh, tenetevi forte: il risarcimento andrà anche al patrigno di uno dei rapinatori, per la sofferenza patita. Ma soprattutto andrà pure a uno dei tre banditi, quello ferito e costituitosi parte offesa mentre è detenuto presso la casa di reclusione di Chiavari. Il componente del terzetto scampato all’assalto alla gioielleria di Grinzane Cavour, oltre a un’invalidità parziale, di fronte ai giudici ha lamentato un danno biologico e chiesto un risarcimento di 250.000 euro.
Insomma, tutti in fila per riscuotere da Roggero. Il quale ha già sborsato 300.000 euro e aggiungendo il resto deciso dal tribunale, oltre alle parcelle legali delle parti avverse e pure quelle per la sua difesa, ha visto bruciare più di 1 milione di euro. Ora tocca alla casa, ai terreni e a un edificio comprato negli anni. Dopo il pignoramento (il sequestro cautelare dei beni immobili è stato disposto subito) si procederà all’asta. Ma questo non è che l’inizio, perché con la vendita dell’abitazione della famiglia i parenti dei rapinatori riscuoteranno la cosiddetta provvisionale, cioè la somma stabilita dai giudici in via provvisoria, perché poi probabilmente seguirà la causa civile, per ottenere il resto di quei 3,3 milioni rivendicati dai familiari dei banditi.
Vi sembra giusto? A me no. Io credo che risarcire i parenti di un rapinatore, cioè di colui che accetta il rischio di uccidere o di farsi uccidere, sia sbagliato. Ne ho scritto anche a proposito della condanna del vicebrigadiere Emanuele Marroccella, il quale è stato condannato a indennizzare anche lontani parenti che vivono all’estero (in tutto 13). Se il loro congiunto non avesse cercato di rubare, ferendo un carabiniere, nessuno gli avrebbe sparato. Insomma, lo avete capito: la reazione a un crimine non può trasformare una vittima in un bancomat.





