Voglio fare una proposta: sciogliamo la polizia. E già che ci siamo pure i carabinieri e gli altri corpi di pubblica sicurezza. Risparmieremmo centinaia di milioni di euro, forse addirittura miliardi, e di sicuro avremmo un vantaggio dal punto di vista del numero di processi. Non solo di quelli a carico dei delinquenti, che così potrebbero circolare indisturbati e continuare a delinquere come già fanno, ma pure quelli nei confronti degli uomini delle forze dell’ordine.
I quali ormai sempre più spesso finiscono indagati per aver fatto il proprio dovere e aver difeso i cittadini onesti da ladri, rapinatori, spacciatori, stupratori e così via. Da persone che hanno a cuore la legge, la mia vi sembra una proposta paradossale? Lo è. Ma è anche la reazione spontanea di chi comincia a pensare che in Italia abbiano vinto i malviventi e che, con certa magistratura, non sia più possibile far rispettare il codice.
Come i lettori sanno, su queste pagine ho difeso il vicebrigadiere Emanuele Marroccella, un carabiniere che a Roma è stato condannato a tre anni di carcere e a risarcire con 150.000 euro i parenti di un ladro ucciso dopo che aveva ferito un militare. E sempre sulla Verità ho anche preso le parti della pattuglia che a Milano ha inseguito due fuggiaschi in moto, fino a quando uno dei due si è schiantato contro un palo del semaforo ed è rimasto ucciso: pure in questo caso i militari sono finiti a processo e rischiano una condanna. Sia Marroccella che i colleghi in servizio nel capoluogo lombardo sono stati accusati di aver prestato servizio con troppo zelo, cioè di aver fermato un ladro e di aver inseguito due giovani che non si erano fermati all’alt. Eccesso di uso legittimo dell’arma è la colpa del primo, eccesso colposo nell’adempimento del dovere è la colpa degli altri. Marroccella, in pratica, avrebbe dovuto ignorare il ladro che aveva colpito il collega con un cacciavite. Mentre i carabinieri in servizio nella metropoli lombarda avrebbero dovuto chiudere gli occhi ed evitare di segnalare i due in fuga.
Ma è di ieri la notizia di un altro paradosso: ad Aosta cinque poliziotti sono finiti indagati per aver inseguito un bandito a bordo di un camion. Davide Sevilla, un tizio con una fedina penale macchiata da reati contro il patrimonio e da condanne per spaccio, invece di fermarsi all’alt ha accelerato e, a bordo di un mezzo pesante, ha tentato di sottrarsi all’arresto lungo la statale 26, nella zona di Châtillon. E siccome gli agenti non avrebbero mollato la presa, a un certo punto si sarebbe lanciato dal veicolo in fuga. Non si sa se per l’impatto con l’asfalto, per essere finito sotto le ruote del camion o investito dall’auto della polizia, sta di fatto che Sevilla è morto e i suoi complici, uno è egiziano, che a bordo di un’altra vettura facevano da staffetta, sono stati arrestati. In un’operazione del genere, che ha portato a sgominare una banda specializzata nell’assalto ai Tir, la polizia dovrebbe meritare un encomio. E invece no: gli agenti impegnati nell’operazione sono stati indagati. La magistratura deve accertare come si sono svolti i fatti e dunque i poliziotti dovranno prendersi un avvocato e difendersi dall’accusa di aver provocato, con il loro inseguimento, il decesso del malvivente. Il quale, per inciso, nella fuga avrebbe pure cercato di speronare i veicoli delle forze dell’ordine.
Insomma, siamo alla follia. Da un lato abbiamo chi accetta il rischio di violare la legge e dunque di finire arrestato o peggio di essere «vittima» di un incidente sul «lavoro». Se rapini qualcuno, infatti, ti può capitare che ci sia chi reagisce e il «colpo» non solo vada male, ma finisca anche peggio o con l’arresto o con un «danno collaterale» come in Val d’Aosta. Dall’altro abbiamo uomini delle forze dell’ordine che, per un magro stipendio, fanno rispettare la legge e non soltanto accettano il rischio di essere feriti dai delinquenti, ma corrono pure il pericolo di essere puniti da quello Stato che sono incaricati di difendere. Non vi sembra un paradosso? Di questo passo non ci resta che abolire il codice penale. Ovviamente solo per i malviventi. Per tutti gli altri invece, ovvero per le persone per bene, raddoppiamo le pene. Così impareranno a farsi rapinare senza fiatare e senza chiamare la polizia.
Quella di Giulio Regeni è la storia terribile di un omicidio politico, però quella del film a lui dedicato è invece una banale vicenda di soldi pubblici reclamati e negati. La pellicola incentrata sul ricercatore assassinato dieci anni fa in Egitto è stata usata nelle scorse settimane per costruire uno scandalo contro l’attuale maggioranza, una querelle che, ahinoi, rischia di avere successo e di riportare al passato il sistema di finanziamento pubblico del cinema italiano.
Intendiamoci: nessuno ha intenzione di cancellare la vicenda del giovane friulano vittima di uomini dei servizi segreti del Cairo, anche perché sarebbe impossibile dato che a Roma è in corso un processo contro quattro alti ufficiali del regime di Al Sisi. Questo, però, non significa che si possa usare il caso Regeni come grimaldello per scassinare il bancomat che per anni ha mantenuto attori e registi, finanziando opere di dubbia qualità e con nessun spettatore.
La storia di Giulio Regeni è tragica, ma non può essere trasformata in farsa, con società di produzione che presentano sceneggiature scadenti nella certezza che saranno ricoperte di soldi pubblici, a garanzia dei compensi per il circoletto radical chic che ruota intorno alla cinematografia italiana. Chi ha voluto, in passato, ricostruire la vicenda di Regeni lo ha potuto fare, riuscendo a produrre una miniserie efficace. Ma non basta il nome della vittima dei sicari del Cairo per poter battere cassa. Ciò che sto dicendo vi sembrerà ovvio, ma di questi tempi non lo è. Forse provato dalle polemiche che lo inseguono da oltre un anno, non ultime quelle sulla partecipazione di una delegazione russa alla Biennale, il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, da cui dipendono anche i fondi per il cinema, non soltanto ha condannato l’esclusione del film su Regeni dal novero di quelli da finanziare, ma pare pure intenzionato a tornare al passato. Ovvero a riaprire la mangiatoia pubblica attorno alla quale per un lungo periodo ha banchettato la compagnia di cinematografari italiani e non solo.
L’elenco dei beneficiari di contributi statali è lungo e si resta basiti a scorrerlo, soprattutto quando si scopre che, a fronte di una montagna di denaro, non solo non ci sono opere da premio Oscar, ma neppure esistono pellicole che siano state premiate dal botteghino. Alcuni di questi film sono finiti nel mirino della magistratura perché, più che al grande pubblico, miravano al grande affare del credito d’imposta. Altri, invece, sono al vaglio delle forze dell’ordine perché, nel novero dei richiedenti, c’era pure l’assassino di Villa Pamphili, l’americano che ha ammazzato figlia e fidanzata, abbandonandone poi i cadaveri nella boscaglia.
Tutto ciò consiglierebbe di procedere con prudenza, per evitare sprechi e ruberie. Invece, proprio parlando del film di Regeni, Giuli è tornato sui suoi passi, dicendo di aver pronti 20 milioni per far ritornare il Fondo cinema e audiovisivo ai fasti del passato, con una dotazione di 626 milioni. Sì, avete capito bene. Mentre non si trovano soldi per sostenere spese fondamentali, il ministro della Cultura si prepara a staccare un assegno in bianco a registi e attori. Come e con quali modalità? Ma con una proposta di legge del Pd, che diamine.
Anzi, Giuli fa un appello alla sua maggioranza perché sostenga il disegno del principale partito d’opposizione. Non importa che il Pd, tramite Dario Franceschini, nel mondo del cinema la faccia da sempre da padrone e proprio questo intreccio fra politica e cultura abbia consentito di finanziare a carico dei contribuenti film di nessun peso. Non importa neppure che Giorgia Meloni un anno fa avesse promesso di smantellare il magico mondo con cui per anni si è alimentata una narrazione cinematografica di parte e per pochi intimi.
No, forse per garantirsi un anno senza polemiche, Giuli vuole tornare al passato, rimettendo il settore nelle mani dei soliti noti. E Regeni torna utile per dire che così le cose non vanno e bisogna cambiare. Certo, era molto meglio quando non bastava un nome e neppure una sceneggiatura per avere accesso ai soldi pubblici. Che poi sono la sola cosa che conta in un sistema che non produce grandi opere, ma grandi guadagni per poche persone.
Si chiude il padiglione di Mosca alla Biennale, ma alla grande mostra d'arte c'è spazio per Cuba e altre autocrazie. E intanto, per il testardo rifiuto di trattare con la Russia, siamo tutti costretti a subire una gravissima crisi energetica.





