Meno male che c’è Mattarella. Il capo dello Stato vola a Cortina e risolleva le sorti delle Olimpiadi, facendo incetta di medaglie. Il presidente della Repubblica sorvola la frana di Niscemi e risolleva il morale della popolazione. A guardare le cronache di questi giorni sembra di essere tornati all’Istituto Luce, l’Unione cinematografica educativa creata durante il fascismo per meglio propagandare le attività del regime. Manca solo di vedere Mattarella circondato da spighe di grano, ma in compenso abbiamo già visto l’uomo del Colle circondato dai big di Sanremo, che per lui hanno intonato Azzurro, la celebre canzone di Adriano Celentano. Sì, l’operazione per rendere pop il presidente e trasformarlo nell’uomo politico più amato dagli italiani è in corso a reti e testate unificate. Infatti, non passa giorno che l’Istituto Luce del Quirinale non escogiti qualcosa, con la collaborazione dell’Istituto Lecca Lecca che è attivamente al lavoro nelle redazioni di giornali e tv. Ieri, per esempio, bastava leggere il commento alle Olimpiadi apparso sul Corriere della Sera a firma di Aldo Grasso, che curiosamente porta lo stesso cognome del portavoce di Mattarella: «La sciagurata telecronaca Rai della cerimonia d’apertura faceva presagire il peggio. [...] La solita Italia dell’improvvisazione, dell’approssimazione, dell’ignoranza sportiva esibita senza pudore. Quando si parte così, si teme il tracollo. E invece no. Le cose sono andate meglio del previsto. Anche perché il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha fatto ciò che questa politica spesso non sa fare: ha messo le Olimpiadi sotto la sua ala istituzionale, ha dato stabilità all’evento». Cosa da non credere. Per anni migliaia di tecnici e operatori hanno lavorato alacremente per concludere i lavori per l’inaugurazione dei Giochi, centinaia di atleti si sono allenati per poter competere e vincere 30 medaglie, ma il merito è di Mattarella, che ha «messo le Olimpiadi sotto la sua ala». Peccato che Grasso che cola (di saliva) non si sia accorto che il telecronista incaricato di raccontare l’inaugurazione delle Olimpiadi sia stato estromesso dopo una telefonata di protesta partita dal Quirinale, con cui un altro Grasso senza colate (di saliva) protestava perché il giornalista si era permesso di fare il giornalista, cioè di rivelare che il capo dello Stato per l’inaugurazione si sarebbe prestato a una sorpresa (cioè arrivare sul tram con Valentino Rossi). Per questo il direttore di Raisport, Petrecca, ha impugnato il microfono per raccontare i Giochi. E per questo abbiamo avuto una «sciagurata telecronaca Rai della cerimonia d’apertura». Tutto ha origine da Mattarella e dai suoi collaboratori, ma Mattarella per il Corriere della melassa è il salvatore della Patria, perché «ha messo le Olimpiadi sotto la sua ala istituzionale». Cioè, è bastato che indossasse il piumino bianco della squadra olimpica e l’Italia ha vinto i Giochi. L’ondata di bava deve aver imbarazzato perfino il capo dello Stato, che infatti si è sentito in dovere di precisare che le medaglie le hanno conquistate gli atleti, non lui, rifiutando l’appropriazione indebita attribuitagli da stampa e tv.
Il Mattarella taumaturgico è il risultato di dieci anni di monarchia, di un settennato che si è voluto trasformare in un quattordicennio, unico caso al mondo di Repubblica democratica fondata sulla moltiplicazione dei mandati. Dopo aver messo sotto la sua ala le Olimpiadi, decretandone il successo in barba alla faticosa competizione cui si sono sottoposti gli atleti, ora attendiamo che il presidente imponga le mani sugli abitanti di Niscemi per fermare la frana e riportare il paese nisseno ai precedenti splendori. Nel passato abbiamo avuto il Presidente partigiano e quello picconatore: adesso ci tocca il Presidente Pranoterapeuta. Speriamo che prima o poi ce ne tocchi uno che faccia il presidente come Costituzione comanda.
Da sempre Massimo D’Alema si considera il Migliore. È cresciuto nel culto di Palmiro Togliatti, perché, pioniere del Pci, ad appena 9 anni tenne un discorso davanti al segretario del partito che di lui avrebbe detto: «Questo non è un bambino ma un nano», sospettando che l’età non fosse quella dichiarata.
Da uno così, che prima ha brigato per diventare segretario del Pds e poi per fare il presidente del Consiglio, missioni entrambe compiute, non ci si può dunque che aspettare un complesso di superiorità che il nostro, dotato di una naturale antipatia, non fa nulla per dissimulare. Si sente il più bravo, il più intelligente e il più furbo. Appunto, il Migliore tra i compagni e non solo. Questo lo ha da tempo convinto di poter far fesso chiunque e di poter dire tutto e il suo contrario senza che nessuno se ne accorga. La penultima prova l’ha data giorni fa, con un’intervista al Corriere della Sera in cui ha annunciato il voto contrario alla riforma della giustizia. Immaginando che qualcuno ricordasse le sue proposte in materia di giudici e Csm di quando era presidente della commissione Bicamerale, ha messo le mani avanti prima ancora di sentire le obiezioni, dando ai suoi compagni rimasti coerenti con le idee di 30 anni fa dei voltagabbana. Insomma, non è lui ad aver cambiato opinione, ma loro, in un ribaltamento dei ruoli che non poteva non lasciare a bocca aperta i pochi che conoscono la storia. Ma D’Alema sa che a conoscerla davvero, a ricordare le prese di posizione del passato, sono pochi e dunque, sentendosi più furbo degli altri, perfino dei suoi compagni, non si è fatto scrupolo di dar loro dei traditori, a cui naturalmente con tono condiscendente ha poi detto di volere bene.
Ma, come dicevo, quella non era che la penultima prova del complesso di superiorità di cui soffre. L’ultima l’ha offerta sabato, al convegno nel centro abusivo che ai contribuenti italiani rischia di costare 21 milioni. Il palazzo romano occupato da anni dai centri sociali è quello che il Comune non ha mai sgombrato e a cui l’elemosiniere di papa Francesco riattaccò la corrente, a spese del contribuente, non del pontefice. Lo avesse fatto chiunque altro, di rubare l’energia elettrica con un collegamento abusivo, sarebbe finito in galera, ma trattandosi di un monsignore ed essendoci la compiacenza della sinistra e dell’allora sindaco Virginia Raggi, tutti hanno fatto finta di niente, così gli italiani pagano anche la bolletta degli inquilini morosi del suddetto edificio.
Tuttavia, questa è la storia del palazzo abusivo, dove guarda caso D’Alema e compagni (c’erano Roberto Speranza, l’indimenticato ministro della Salute ai tempi del Covid, e Pier Luigi Bersani, anche lui indimenticato segretario del Pd che si fece mettere i piedi in testa dai 5 stelle in diretta streaming) hanno tenuto il congresso della loro corrente. Ma poi viene la storia di quel che ha detto l’ex premier diventato negli anni mediatore d’affari. Alla platea di compagni, l’ex pioniere portato davanti a Togliatti si è messo a parlare di declino dell’Occidente, che «le destre vogliono recuperare invocando un assetto da guerra e i pieni poteri». A D’Alema sul tema degli armamenti ha dato manforte Bersani, il quale riscuotendo grandi applausi ha invitato a chiamare il 118, perché «se serve un sistema missilistico per difendere l’Unione europea, comprare dagli americani significa stare fuori come i balconi». Nel palazzo occupato abusivamente, il rosso antico va di moda e infatti da vecchi nostalgici, D’Alema e compagni rispolverano l’antiamericanismo e il pacifismo. Nessuno però ha il coraggio di ricordare a colui che si crede il Migliore quella telefonata con cui lui si proponeva mediatore per una partita di aerei e navi da guerra da vendere alla Colombia. Anzi, alle forze paramilitari del Paese latinoamericano. Fu uno scoop del nostro giornale, con cui demmo conto non solo dei traffici con uno studio legale americano per evitare noie, ma anche di una somma pari a 80 milioni che i partecipanti all’affare avrebbero dovuto spartirsi se fosse andato in porto. Come per la riforma della giustizia, il líder Maximo conta sulla memoria corta della sinistra. Ma soprattutto confida su un solido complesso di superiorità. Perché se lui, come crede, è il Migliore, gli altri sono fessi. E dunque può perfino far loro credere che nonostante abbia mandato i nostri aerei a bombardare Belgrado, aggirando il Parlamento, lui è per la pace nel mondo. Anche se andava a braccetto con i capi di Hezbollah, quei simpaticoni a cui piaceva tirare missili su Israele.
Come i lettori sanno, La Verità sta dalla parte delle forze dell’ordine quando queste, per aver fatto il proprio dovere, sono messe sotto accusa. Abbiamo difeso i carabinieri del caso Ramy, perché un militare che ha inseguito chi fuggiva all’alt non può finire sul banco degli imputati per «eccesso colposo nell’adempimento del proprio dovere». Né un vicebrigadiere può essere condannato per «eccesso colposo di uso legittimo dell’arma» per aver fatto fuoco contro un ladro che aveva ferito un collega. Come gli agenti in servizio antisommossa a Pisa, che respinsero i manifestanti pro-Pal che volevano forzare il cordone di polizia, è assurdo che si debbano difendere dall’accusa di «eccesso colposo di legittima difesa». In un’operazione in piazza o in un servizio in strada nessuno sa quale uso della forza proporzionato debba essere usato. Chi indaga - e a volte condanna - poliziotti e agenti per aver fatto il proprio dovere dovrebbe provare sulla propria pelle che cosa significhi confrontarsi con delinquenti o con manifestanti violenti e avere pochi istanti per reagire. Dunque, giù il cappello di fronte agli uomini in divisa, per i quali abbiamo raccolto e raccoglieremo fondi per sostenerli nei processi che dovessero subire per aver fatto rispettare la legge e aver difeso gli italiani.
Tuttavia, proprio perché siamo convinti che il nostro giornale abbia qualche titolo per parlare del rispetto che si deve agli uomini delle forze dell’ordine, crediamo sia necessario anche discutere di chi, pur rappresentando lo Stato, lo infanga. Ovviamente tutti, e a maggior ragione un poliziotto, sono innocenti fino a prova contraria ovvero fino a che non sia intervenuta una sentenza definitiva di condanna. Però le notizie che emergono dall’inchiesta sul conflitto a fuoco in un boschetto alla periferia di Milano, dove un agente ha sparato, uccidendolo, a uno spacciatore, ci inquietano e sollecitano una nostra presa di posizione. La storia risale a settimane fa: una pattuglia antidroga in servizio nella zona di Rogoredo si sarebbe trovata davanti un extracomunitario armato e uno dei poliziotti avrebbe reagito uccidendo lo straniero con un colpo di pistola. L’uomo era noto alle forze dell’ordine e oltre a essere clandestino era già più volte finito nei guai. Le indagini hanno appurato che il revolver da lui impugnato era una scacciacani, ma questo ovviamente l’ispettore che ha sparato non lo poteva sapere. O così per lo meno sembrava all’inizio. Però poi l’inchiesta della Procura ha fatto emergere altro.
Secondo i pm, lo spacciatore era disarmato e il poliziotto che lo ha ucciso avrebbe, dopo averlo colpito, alterato la scena del crimine, depistando le indagini. In pratica, facendosi aiutare dai colleghi presenti sul luogo della sparatoria, avrebbe recuperato un’arma giocattolo e l’avrebbe messa in mano all’extracomunitario, il quale a questo punto sarebbe stato ucciso mentre era disarmato. Tra il colpo di pistola sparato dall’agente e la chiamata al 118 sarebbero intercorsi 23 minuti, ovvero il tempo per raggiungere il commissariato, trovare un’arma, anche se finta, e collocarla accanto al cadavere.
Ma non ci sarebbe solo la messa in scena. L’ispettore accusato di aver sparato e aver depistato le indagini, dagli spacciatori avrebbe preteso il pizzo - ogni giorno centinaia di euro - e pure dosi di cocaina. Insomma, una storiaccia, che rischia di infangare l’immagine degli uomini delle forze dell’ordine e di alimentare l’odio che in certe parti politiche si nutre nei confronti della polizia e dei carabinieri.
Ribadiamo: ognuno è innocente fino a prova contraria e dunque anche l’agente accusato di omicidio e depistaggio deve essere ritenuto tale fino alla conclusione dei processi. Però già ora ci permettiamo di dire che se ciò che sta emergendo dall’inchiesta della Procura di Milano fosse confermato, pur difendendo da sempre le forze dell’ordine, per un poliziotto che ha macchiato l’immagine di chi indossa la divisa con gravi delitti crediamo sia giusta una pena senza sconti. Non ci piace parlare di sentenze esemplari, perché una condanna non deve essere un monito nei confronti di altri. E però, così come è giusto difendere chi fa un lavoro difficile per un magro stipendio, è altrettanto necessario condannare chi di quel lavoro ha fatto uno strumento di menzogna ed estorsione. Non siamo giudici, ma ci auguriamo che chi imbroglia la fiducia che è riposta nella polizia venga punito senza alcuna attenuante.





