Quanto vale la vita di un tabaccaio o anche di un semplice commerciante? A quanto pare meno di quella di un rapinatore. Lo so che verrò accusato di semplificare, ma non mi riesce di fare altro se non di andare al sodo.
Di fronte alla sentenza con cui il tribunale di Venezia ha condannato un rapinatore albanese che ha assassinato l’uomo che lo sorprese a rubare in casa propria, infatti, non ho voglia di girare intorno alle cose. Leonard Shehu, lo straniero che massacrò a colpi di chiave inglese il tabaccaio, dovrà scontare 15 anni di carcere e risarcire i fratelli della vittima con 45.000 euro a testa di provvisionale immediatamente esecutiva. Nessun riconoscimento invece, per i cinque nipoti dell’uomo assassinato i quali, se vorranno, dovranno rivolgersi al giudice civile.
Perché dico dunque che la vita di un tabaccaio vale meno di quella di un ladro, anzi di un rapinatore? Perché leggendo la notizia della sentenza di condanna mi sono venuti in mente altri casi, dove le condanne sono state più pesanti, almeno dal punto di vista del risarcimento, ma a dover mettere mano al portafogli erano le vittime.
Prendete la vicenda di Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour che nel 2021 sparò ai rapinatori che erano entrati nel suo negozio, minacciando la moglie e la figlia. Il commerciante, dopo che i banditi avevano arraffato i preziosi e si preparavano a fuggire, sparò ai malviventi uccidendone due e ferendone un terzo. Nonostante i suoi legali avessero invocato la legittima difesa, Roggero è stato condannato in primo grado a 17 anni e nel secondo a 14 e nove mesi. In pratica, la reazione a una rapina con inseguimento dei rapinatori è stata messa sullo stesso piano di un assassinio compiuto da un ladro che si era introdotto in casa del povero tabaccaio. Per lo Stato, reagire a una rapina o compierla sono evidentemente la stessa cosa se ci sono di mezzo una o più vittime. Tuttavia, ciò che invece fa pendere la bilancia della giustizia dalla parte dei criminali è il risarcimento. Il gioielliere, infatti, è stato condannato a pagare 780.000 euro ai parenti delle vittime, cioè dei malviventi, mentre nel caso dell’assassino del commerciante il «rimborso» si limita a 45.000 euro a testa per i due fratelli della vittima e niente per i cinque nipoti del sessantaquattrenne. Ora, basta prendere il dispositivo dei giudici piemontesi e metterlo a confronto con quello dei magistrati veneti per rendersi conto della differenza di valutazione a favore dei famigliari dei banditi. A Venezia, da un lato si è negata la provvisionale per i parenti di secondo grado molto legati al tabaccaio, tra i quali anche il nipote che ha ritrovato il cadavere. A Torino invece, sono stati risarciti in via preliminare pure la convivente di un rapinatore e persino il convivente della madre di un bandito ucciso. Il malvivente rimasto ferito nella sparatoria poi ha reclamato il danno biologico, perché, sebbene sia stato lui a indicare ai complici la gioielleria da svaligiare, a causa dei colpi ricevuti dice di aver subito un danno permanente del 35 per cento.
Ma non c’è solo il caso di Venezia a spiegarci che le vite dei rapinati valgono meno di quelle dei rapinatori. Anni fa i famigliari di Pietro Raccagni, un macellaio bresciano ucciso a bottigliate dai banditi, ricevettero 7.000 euro, mentre i parenti del gioielliere milanese Giovanni Veronesi, massacrato con 42 colpi di cacciavite, si videro risarciti dallo Stato (l’assassino era nullatenente) con 50.000 euro, da dividersi fra il figlio e la sorella del commerciante. Infine, agli eredi di un siriano rimasto ucciso durante la sparatoria con un carabiniere, per il quale La Verità ha raccolto fondi con una sottoscrizione, sono andati 125.000 euro, soldi stanziati anche per rimborsare i parenti residenti all’estero che da anni non vedevano più il congiunto. E a proposito di bilancia della giustizia che pende dalla parte sbagliata, sapete a quanti anni è stato condannato lo zio di Saman per aver assassinato la nipote? All’immigrato pakistano è stata inflitta una pena di 14 anni di carcere, nove mesi meno di Roggero. Il quale ha agito d’impulso, sotto effetto dello choc di aver visto puntare un’arma contro moglie e figlia. Danish Hasnain invece, non aveva una pistola alla fronte quando strangolò la nipote, ma questo non gli ha impedito di ammazzarla per la sola ragione che voleva amare chi le pareva. E questo è il Paese dove la legge è uguale per tutti.
La sinistra non vuole che sul Covid si facciano troppe domande. Dunque, ha deciso di abbandonare i lavori della commissione istituita per fare chiarezza sulla gestione della pandemia. È successo ieri, durante una seduta agitata in cui la delegazione di Pd e 5 stelle ha addirittura chiesto le dimissioni del presidente dell’organismo bicamerale, il senatore Marco Lisei.
L’esponente di Fratelli d’Italia è finito nel mirino dell’opposizione per aver consentito che alcuni testimoni venissero interrogati negli uffici del commissariato di polizia. Capita spesso che le Procure incarichino gli ufficiali di pubblica sicurezza di sentire delle persone informate sui fatti, cioè a conoscenza di possibili reati. Gli interrogatori, infatti, non sono condotti sempre dai pubblici ministeri. Dunque, nel caso di una Commissione d’inchiesta che ha poteri investigativi, e di fronte alla quale le persone sentite sono tenute a dire il vero, gli interrogatori pare siano stati fatti non da parlamentari ma da funzionari di polizia. E allora? È evidente che chi non ha nulla da nascondere non dovrebbe avere problemi a rispondere a un onorevole o a un poliziotto. Inoltre, quella che ora protesta e minaccia un mini Aventino non è la stessa parte politica che in passato, con Silvio Berlusconi al governo, sfilava al grido di «intercettateci tutti», per mostrare di essere candidi come la neve? E come si è passati dall’idea di essere immacolati e pronti a confrontarsi con chiunque, fosse anche un maresciallo in ascolto delle telefonate personali, a non interrogateci proprio?
In effetti, la posizione politica di una sinistra che un tempo era per difendersi nel processo e non dal processo pare molto contraddittoria. Invece di affrontare con trasparenza gli accertamenti della commissione d’inchiesta sui costi e gli affidamenti durante il Covid, le prova tutte per impedire che proseguano i lavori dell’organismo. L’opposizione parla di plotone d’esecuzione contro la sinistra. In realtà, i lavori della commissione stanno mettendo in luce una serie di stranezze che, considerato l’ammontare delle somme spese senza molta rendicontazione durante quel periodo, generano molti interrogativi.
Non ci sono solo i banchi a rotelle, la cui adozione per combattere il virus fece sghignazzare mezzo mondo, e nemmeno le forniture di mascherine fallate o, come abbiamo scoperto di recente, i tamponi non certificati a rilevare il contagio da Covid. Ci sono anche pagamenti erogati per prestazioni professionali molto dubbie. Lo ha rilevato un testimone, il quale di fronte alla commissione ha parlato di un bonifico di diverse centinaia di migliaia di euro, versate sul conto di un avvocato, collega dello studio dell’ex premier Giuseppe Conte. I commissari hanno incalzato il teste per conoscere la motivazione del pagamento. E questi avrebbe spiegato che la consulenza prestata dal professionista sarebbe stata saldata per prestazioni marginali, come ad esempio il controllo dei documenti e la preparazione di una lettera per sollecitare il saldo di una fattura. Insomma, un servizio a dir poco caro, perché tra controllo e sollecito sarebbero stati spesi 454.000 euro. Eppure, tale somma è stata pagata senza batter ciglio. Perché? Sono domande alle quali la commissione parlamentare vorrebbe dare una risposta. Ma forse, più che dei poliziotti incaricati di porre quesiti, a sinistra hanno paura proprio di questo, di essere chiamati a rispondere dei molti lati oscuri di una stagione in cui, con la scusa dell’emergenza, tutto fu consentito e, soprattutto, moltissimo si è speso.
Infatti, guarda caso, dopo aver protestato per gli interrogatori affidati agli agenti fuori dalle mura del Parlamento, l’opposizione chiede lo scioglimento dell’organismo d’inchiesta. In pratica, su una vicenda che ha visto decine di migliaia di morti e per cui si sono spesi decine di miliardi, i compagni vorrebbero far calare il sipario.
Cade un’altra tegola sulla campagna di Travaglio contro l’ex consigliera lombarda graziata dal Colle: la super testimone dal notaio dice di non saper nulla delle «cene eleganti» al ranch. La maxi causa di Cipriani al «Fatto» avviata negli Usa si fa pesante.
La telenovela che ha per protagonista Nicole Minetti ci riserva ogni giorno una sorpresa. È di ieri la notizia che Graciela, la famosa massaggiatrice del Gin Tonic, il ranch di Punta dell’Est in Uruguay dove si sarebbero tenute le presunte «cene eleganti» dell’ex igienista dentale, si è rimangiata tutto. La «gola profonda« del Fatto quotidiano, ovvero la fonte che ha dato vita alla campagna del quotidiano contro la grazia a Minetti, è talmente profonda che è sparita. Non prima di essersi rivolta a un notaio per rilasciare una dichiarazione giurata inviata ai magistrati italiani, in cui sostiene di non aver mai visto escort e coca nella villa della coppia Minetti-Cipriani.
In pratica, la testimone chiave smonta le accuse che secondo il giornale di Marco Travaglio lei stessa aveva formulato e fa intendere che le sue parole siano state strumentalizzate. Ovviamente non fa cenno a chi sia l’autore della manipolazione, ma si capisce che l’ex dipendente del ranch non ha alcuna intenzione di puntellare le traballanti accuse del Fatto, lasciando dunque il quotidiano con il cerino in mano.
E la fiammella ora rischia di scottare i polpastrelli di Travaglio e compagni, prova ne sia che il giornale, dopo aver letto la relazione con cui la Procura generale della corte d’appello di Milano spazzava via le insinuazioni circa la vita di Minetti in Spagna e Uruguay, ha spedito un cronista direttamente a Punta dell’Est, alla disperata ricerca di nuovi testimoni. La lettera della procuratrice Francesca Nanni non era infatti tenerissima nei confronti del Fatto.
Anche se con un linguaggio burocratico, la magistratura incaricata dal Quirinale di verificare se Minetti continuasse la vita di prima, e dunque non fosse meritevole di un provvedimento di clemenza da parte del presidente della Repubblica, ha accusato il giornale di aver diffuso «notizie non veritiere». Un pugno in faccia per quello che un tempo era definito l’organo delle Procure, che ha costretto Travaglio a pronunciare, come un Oscar Luigi Scalfaro qualsiasi, «non ci sto», minacciando querela nei confronti della stessa Procura generale.
Tuttavia, il problema non è quanto ha scritto Francesca Nanni, ma che cosa ha firmato Graciela di fronte al notaio. Per questo l’inviato in Uruguay insegue tassisti, cronisti e poliziotti, nella speranza non soltanto di riuscire a parlare con Graciela e strapparle la smentita della smentita, ma anche nel tentativo di trovare altri che possano confermare che nel ranch di Cipriani e Minetti si svolgessero incontri a luci rosse. Al momento, il cronista in trasferta è costretto a registrare solo mezze frasi e qualche suggestione: troppo poco per riuscire a ribaltare la «sentenza» della procuratrice generale.
Forse Graciela si è spaventata del clamore della faccenda e teme di fare la fine del vaso di coccio fra vasi di ferro. Forse qualcuno l’ha minacciata. Forse è stata inghiottita dal mare. Insomma, gli scenari evocati sono misteriosi. L’unico non preso in considerazione è che la donna, magari risentita per essere stata licenziata, abbia voluto vendicarsi di Cipriani e pure di Minetti. Un’ipotesi che certo lascerebbe ancor più esposto il Fatto, che in questa storia sembra giocarsi la partita della vita.
Già, perché oltre a doversi difendere dalle accuse che la procuratrice generale Francesca Nanni ha rivolto contro la testata, Travaglio e compagni hanno un grosso problema costituito dalla causa che l’ex igienista dentale e il compagno hanno intentato contro il giornale. Non in Italia ma di fronte al tribunale di New York. I procedimenti giudiziari per diffamazione e per danni, in America non seguono l’iter a cui siamo abituati da noi. E nemmeno vengono applicati i parametri risarcitori in vigore a Milano o Roma. Dover ingaggiare uno studio legale rischia di costare molte centinaia di migliaia di euro e in caso di condanna l’esborso potrebbe essere pesantissimo. Insomma, oltre alla reputazione del giornale, che secondo Travaglio sarebbe stata lesa dalla relazione di Francesca Nanni, in gioco c’è la sopravvivenza stessa del quotidiano. Il caso dunque non è più costituito dalla grazia a Minetti, ma dalla disgrazia che rischia di abbattersi sul Fatto. L’aspetto paradossale della faccenda è che il giornale, dopo aver a lungo beneficiato dei guai giudiziari di Berlusconi, ora da una costola dei processi a Berlusconi rischia di subire il danno più grave nei suoi vent’anni di storia. Per la sinistra e per la corrente giudiziaria dei compagni sarebbe un colpo mortale.





