Chi ha avuto modo di partecipare a un processo sa che quando un testimone finisce davanti a un giudice, per essere interrogato, deve leggere ad alta voce una formula di rito in cui si impegna a dire tutta la verità e a non nascondere nulla, consapevole delle conseguenze penali di dichiarazioni mendaci.
Ma a quanto pare ci sono testimoni che possono dire il falso e anche omettere una parte della verità, senza per altro rischiare nulla. Vi state chiedendo a che cosa io mi riferisca? Mi spiego subito. Ieri mi ha colpito un comunicato dei componenti della commissione Covid in quota Fratelli d’Italia. Gli onorevoli, con una lunga nota, accusano i colleghi del Movimento 5 stelle di voler dare al testimone Domenico Arcuri, già plenipotenziario del governo Conte durante la pandemia, una specie di immunità testimoniale. In pratica, durante l’ufficio di presidenza della commissione, il gruppo pentastellato ha avanzato la richiesta che la prossima audizione di Arcuri, ovvero di colui che tra il 2020 e il 2021 ha gestito miliardi senza alcun obbligo di rendicontazione, avvenga senza l’obbligo di dire la verità.
Sì, non sto scherzando. Siccome la commissione d’inchiesta sulla pandemia ha le stesse prerogative della magistratura - e quindi chi mente rischia - gli onorevoli grillini, ormai orfani di Grillo e della bandiera della «trasparenza», vorrebbero che all’ex commissario fosse garantita una specie di patente che gli consenta, all’occorrenza, di mentire. O, detto in altre parole, ad Arcuri vorrebbero che fosse data la licenza di sparare balle.
Credo che non ci voglia molto a capire che più si va avanti e più la gestione della stagione Covid appare torbida, con molte verità che non si possono o si vogliono raccontare. Non soltanto abbiamo scoperto l’attivismo di alcuni consulenti legali, che in cambio delle proprie prestazioni chiedevano contropartite pesanti in termini percentuali, accreditando vere o finte vicinanze al presidente del Consiglio dell’epoca, Giuseppe Conte. Non solo abbiamo avuto notizia che i tamponi che avrebbero dovuto accertare la presenza del virus erano fallati e non in grado di garantire alcunché. Non basta aver appreso che miliardi di mascherine furono acquistate da società sconosciute e da aziende senza requisiti. Adesso si vorrebbe anche impedire che la commissione usi fino in fondo i propri poteri per accertare i fatti. In pratica, si vorrebbe consentire ad Arcuri di dire, se lo ritiene, il falso.
È evidente l’obiettivo: i componenti pentastellati puntano a far concludere i lavori della commissione con un nulla di fatto e, soprattutto, senza alcuna accusa nei confronti di chi ha gestito la pandemia, sia che fosse ai vertici della struttura commissariale, sia che avesse altri ruoli. È un gigantesco colpo di spugna, quello a cui si punta. Il Covid non è costato solo decine di migliaia di vite, è anche costato molti miliardi. E su tutto si vorrebbe far calare il sipario senza che nessuno sia chiamato a dare risposte.
La singolare richiesta dei 5 stelle si aggiunge alla deposizione del presidente dell’Anac, l’Agenzia nazionale anticorruzione. Giuseppe Busia, nominato dal governo Conte, davanti ai commissari ha praticamente ammesso di non aver fatto controlli sull’operato dell’organismo anti Covid perché, ha spiegato, ad Arcuri era stato garantito una specie di scudo erariale, divenuto nei fatti anche uno scudo nei confronti dell’Anac. Dunque, davanti a miliardi di spesa autorizzati con la massima urgenza per ragioni di salute nazionale, gli enti che avrebbero dovuto vigilare sono stati costretti a chiudere gli occhi. E adesso qualcuno vorrebbe persino che si chiudesse la bocca. Non ad Arcuri: il bavaglio lo dovremmo indossare noi, evitando di fare domande e pretendere risposte. Ovviamente veritiere.
Il tribunale di Milano ha assolto costruttori e progettisti di un discusso condominio costruito con quello che ormai è chiamato il rito ambrosiano, ossia senza autorizzazione edilizia.
Insieme a imprenditori e architetti, il giudice ha prosciolto da ogni accusa anche i tecnici del Comune e questo è bastato per spingere il sindaco Beppe Sala ad attaccare la Procura, che non solo aveva chiesto la condanna di tutti gli imputati a pene di oltre due anni, ma anche la confisca dell’edificio, ritenendolo totalmente abusivo.
Una sentenza a sorpresa, che giunge dopo diverse pronunce, del Tar e del Consiglio di Stato, che cristallizzano come illecite le cosiddette «rigenerazioni urbane», con cui nel capoluogo lombardo si trasformavano immobili a due o tre piani in palazzi alti anche 80 metri. Tutto ciò come se quella messa in atto dalle imprese fosse una semplice ristrutturazione edilizia, bisognosa della sola comunicazione di inizio attività. Secondo Sala, la sentenza riconosce la correttezza del Comune e dei suoi tecnici e questo lo spinge a criticare «la violenza dei pubblici ministeri», le cui parole a quanto pare lo avrebbero amareggiato.
Ma l’assoluzione significa che d’ora in poi tutti sono liberi di tirare su grattacieli spacciandoli per ristrutturazioni di garage e scantinati? Davvero da oggi si potrà edificare un condominio senza chiedere la concessione edilizia? La risposta è no, e se avesse avuto la pazienza di attendere le motivazioni con cui il giudice di primo grado ha assoluto costruttori, progettisti e funzionari probabilmente anche il sindaco di Milano avrebbe capito che il rito ambrosiano non è conforme alla legge. La sentenza non dice che il fatto non sussiste, come ci sarebbe stato da attendersi se il magistrato avesse ritenuto regolare la costruzione, ma che il fatto non costituisce reato. Cioè le imprese e i tecnici non avrebbero avuto la percezione di commettere un reato, ritenendo in buona fede che la trasformazione di un edificio di otto piani in una torre di 24 fosse possibile anche con una semplice Scia, senza cioè chiedere altri permessi. Come il giudice sia giunto a concludere che gli imputati agivano in buona fede lo capiremo fra 90 giorni con le motivazioni, ma a una prima lettura del dispositivo si comprende che il tribunale ha cercato di trovare una via d’uscita per evitare non soltanto di condannare imprenditori, architetti e dirigenti comunali, ma soprattutto di confiscare un palazzo dove già abitano stabilmente decine di famiglie.
La storia del condominio oggetto del pronunciamento dei giudici è infatti complessa. Alcuni anni fa un’impresa decise di trasformare una palazzina in un condominio, abbattendo la prima per edificare un grattacielo con 88 appartamenti e 150 box. Anche un bambino capirebbe che l’operazione non è esente da impatti sul quartiere. E anche una persona non esperta di regolamenti edilizi comprenderebbe che una nuova costruzione che non salvi niente della precedente ha bisogno di una concessione e non di quella comunicazione con cui si avvisa il Comune del rifacimento del bagno di casa. Ma nel Comune del sindaco verde e col calzino multigender per anni la si è pensata diversamente, fino a che la Procura, inondata da segnalazioni di cittadini esasperati che si vedevano crescere di fianco alla propria abitazione delle torri di 80 metri, ha deciso di vederci chiaro, contestando a immobiliaristi, funzionari e geometri il reato di abuso edilizio. Per il giudice di primo grado tutti hanno agito in buona fede, ingannati dalle consuetudini municipali, ma resta il problema che se quegli edifici non sono in regola, perché sprovvisti di autorizzazione, il Comune prima o poi dovrà esigere una sanatoria, ovvero trovare una via d’uscita che regolarizzi l’abuso.
In altre parole, per ora l’aspetto penale è messo da parte, ma resta quello civile. E soprattutto resta un concetto: nessuno vuole fermare lo sviluppo di Milano, ma se il Comune intende rispettare la legge, per ogni nuova costruzione deve concedere un’autorizzazione edilizia, chiedendo il pagamento degli oneri di urbanizzazione. Già, perché l’amministrazione di Beppe Sala, che piange miseria per i tagli del governo, con il rito ambrosiano ha «regalato» decine di milioni ai costruttori. Soldi che sarebbero potuti essere spesi per chiudere le buche delle strade, manutenere parchi e giardini, migliorare l’illuminazione nelle strade più a rischio. O Sala pensa che bastino le multe agli automobilisti per tenere in piedi il bilancio di una città di un milione e mezzo di abitanti?
Cambia il nome, ma la sostanza resta la stessa. Che lo si definisca prelievo di solidarietà, come fa Romano Prodi, patrimoniale, come dice Elly Schlein, o rimodulazione del carico fiscale per colpire le rendite, come preferiscono raccontare i 5 stelle, alla fine sempre di stangata si parla.
E a svantaggio del ceto medio, perché - come è noto - i grandi capitali non stanno certo ad aspettare che qualcuno li tartassi. Da quando a sinistra ne hanno iniziato a parlare, gli studi legali specializzati in legislazione fiscale sono già al lavoro per trovare le scappatoie che evitino ai propri clienti di vedersi svuotare il portafogli. Così come è successo in Francia, quando i socialisti inventarono una patrimoniale, e così come è accaduto in altri Paesi europei, chi ha i soldi non li tiene sotto il materasso in attesa che arrivino Prodi, Schlein, Conte e compagni. La fuga dei capitali o anche solo il trasferimento all’estero della residenza fiscale di ricconi e holding è nei fatti. Dal Lussemburgo all’Olanda, dall’Irlanda al Delaware, il mondo è pieno di posti pronti a stendere tappeti rossi a milionari e miliardari.
Dunque, nella rete dell’Agenzia delle entrate rischiano di finire solo i pesci piccoli, ovvero quelli che non hanno schiere di consulenti in grado di inventarsi trust e scatole cinesi per sfuggire agli agenti del Fisco. E attenzione, siccome ormai anche a sinistra hanno capito che a parlare di tasse si rischia solo di perdere voti, il passaparola che da qualche giorno va di moda nel Campo largo impone di tenere la bocca chiusa sulla patrimoniale, anche perché per essere efficace un’imposta sulla proprietà deve necessariamente raschiare il fondo del barile, ovvero colpire dai 500.000 euro in su. Al che nel mirino finirebbero moltissimi contribuenti i quali, pur non essendo ricchi nel vero senso della parola, magari a prezzo di svariati sacrifici sono riusciti a comprarsi una casa, oppure l’hanno ricevuta in eredità dai genitori. E adesso la coppia Bonelli e Fratoianni batte cassa, con i rischi recessivi che nel passato, quando Mario Monti introdusse l’Imu, ben conosciamo.
Il silenzio auto imposto tuttavia, vale solo sulla casa, che è il grande amore degli italiani. Perché se si gratta un po’ si capisce che a mettere tutti i compagni d’accordo è la tassazione delle rendite. Invece di colpire il mattone si colpiscono gli investimenti. Del resto, nel passato la sinistra ha spesso colpito i risparmi. È a tutti noto quello che accadde nel 1992, quando nella notte fra il 9 e il 10 luglio il governo di Giuliano Amato fece un prelievo forzoso sui risparmi degli italiani. Un sei per mille sottratto a tutti, ricchi e poveri, industriali e pensionati. Da lì in poi è stato un crescendo. Con Prodi è arrivata l’Eurotassa, imposta di scopo per avere la moneta unica, che colpì i redditi ma anche il Tfr. Quindi ci sono state l’imposta di bollo di Mario Monti (insieme con l’Imu) e la razionalizzazione del prelievo sul capital gain, con l’istituzione di un’aliquota fissa al 20% (al posto di quella precedente al 12,5%). Infine, ecco Matteo Renzi, che adesso accusa Giorgia Meloni di essere Lady tax pensando che gli italiani si siano dimenticati delle sue acrobazie fiscali. Con lui al governo il prelievo sul capital gain fu portato al 26%, ma senza consentire di dedurre le perdite. Adesso Stefano Patuanelli, luogotenente di Giuseppe Conte, dice che si deve spostare il carico di tasse dal lavoro alle rendite. Dunque, col Campo largo al governo è immaginabile che si arrivi al 30% o forse anche più. Siccome in altri Paesi, come ad esempio il Regno Unito, si paga tra il 10 e il 20, e in generale la media europea colloca il capital gain al 19, è facile immaginare, che se vincesse la sinistra, la prima cosa che faranno i ricconi sarà traslocare all’estero e spostare anche le proprie attività finanziare.
A pagare dunque saranno i soliti noti. Ovvero, come è già accaduto ai tempi di Monti, a essere colpiti saranno soprattutto i piccoli patrimoni, con un effetto regressivo. Quando l’ex rettore della Bocconi introdusse l’imposta di bollo ci fu chi parlò di mostro fiscale che agiva come un Robin Hood alla rovescia. Nel prossimo futuro, se vincessero Schlein e Conte come li definiranno? I Bonnie & Clyde dei risparmi, che prendono al ceto medio e lasciano ai ricchi?





