La sconfitta del Sì al referendum è una occasione persa per sanare le storture della giustizia ed è un segnale per in centrodestra: ora bisogna concentrarsi sui temi che stanno a cuore agli elettori.
Che Via Crucis: la Meloni chiede le dimissioni della Santanchè da ministro. Lei resiste ma poi, rimasta sola, lascia in polemica: «Il mio certificato penale è pulito, non voglio essere il capro espiatorio però dico: “Obbedisco”». La sfida del governo adesso è risorgere dopo giornate di passione...
«Chi sbaglia, paga». Avrebbe dovuto essere lo slogan della campagna referendaria, per spiegare che anche i magistrati che commettono errori devono risponderne. Ma dopo il No alla riforma della giustizia «chi sbaglia, paga» è la nuova parola d’ordine di Giorgia Meloni, la quale si sarebbe sfogata con i principali collaboratori, dicendo di non essere più disposta a coprire nessuno. Succede spesso all’interno di un gruppo che il capo si assuma le responsabilità dei sottoposti, difendendoli a spada tratta. Ma dopo la sconfitta del 22 e 23 marzo, il presidente del Consiglio ha capito che serve maggiore rigore, perché nei prossimi mesi la maggioranza si giocherà tutto, in particolare la possibilità di rivincere le elezioni.
Dunque, hanno cominciato a rotolare le prime teste. Giusi Bartolozzi, plenipotenziaria del ministro Carlo Nordio, ha pagato per alcune frasi improvvide pronunciate davanti alle telecamere di una televisione locale. Il sottosegretario Andrea Delmastro Delle Vedove sconta il pasticcio di essere diventato socio di un ristoratore condannato in qualità di prestanome di ambienti criminali. L’una e l’altro sono stati in qualche modo ritenuti responsabili del clima che ha portato alla sconfitta referendaria.
Per quanto riguarda Daniela Santanchè nessuno le imputa il brutto risultato di lunedì, perché sul tema giustizia il ministro del Turismo è stato alla larga, evitando di prendere posizione. E però a imbarazzare sono i guai personali della «pitonessa». Per quanto i processi siano ancora da celebrare e dunque lei come chiunque altro debba essere ritenuta innocente fino a prova contraria, le accuse nei suoi confronti sono gravi, perché si parla di bancarotta, truffa all’Inps, falso in bilancio: non proprio noccioline. Un passo indietro, senza che questo significhi in alcun modo un’ammissione di colpevolezza, era dunque opportuno. Perché sebbene né Bartolozzi, né Delmastro e quindi neppure Santanchè possano essere trasformati nei capri espiatori della sconfitta, è evidente che dopo la batosta di lunedì l’aria è cambiata. Se prima tutto sommato la fine della legislatura sembrava in discesa e dunque si trattava di prepararsi alle elezioni del 2027, adesso il periodo che ci separa dalle prossime politiche è in salita. E non soltanto per la guerra in Iran, per l’aumento del prezzo della benzina e del gas, ma anche perché il voto sulla riforma della giustizia ha fatto capire che perdere si può. Se prima di lunedì, di fronte all’armata Brancaleone dell’opposizione nessuno considerava realistica la sconfitta, ora essere battuti è nel novero delle ipotesi. Come non si può scartare la possibilità che, se il centrodestra perdesse, nel 2029 a Sergio Mattarella succeda un altro Mattarella. Intendiamoci: non lui, che fra tre anni si avvicinerebbe ai 90, ma uno politicamente simile a lui, ovvero di sinistra.
Dunque, bisogna correggere la rotta, perché altrimenti si finisce fuori strada. E qui ritorna il proposito iniziale: «Chi sbaglia, paga». Doveva valere per i magistrati, qualora fosse stata approvata la riforma della giustizia, comincerà a valere per i politici, per lo meno per quelli dell’attuale maggioranza.
Qualcuno potrebbe obiettare che sarebbe stato meglio far dimettere Bartolozzi, Delmastro e Santanchè prima e non dopo le elezioni. Vero, forse sarebbe stato opportuno, ma è altrettanto vero che dividere il fronte e far cadere qualche testa in prossimità del voto avrebbe potuto anche avere l’effetto contrario, ovvero di fare apparire fragile e zoppicante il governo. Ciò detto, io penso che né la plenipotenziaria di Nordio, né il suo sottosegretario, ma neppure il ministro del Turismo abbiano grandi colpe nella sconfitta. Il No al referendum è principalmente un voto di protesta, una manifestazione di dissenso su argomenti in cui il governo non ha alcuna responsabilità. Gaza, Iran, Trump, Netanyahu e le armi all’Ucraina credo abbiano spinto ai seggi un paio di milioni di elettori, ai quali probabilmente della riforma della giustizia premeva il giusto, cioè zero. Come dicono gli esperti di flussi elettorali, forse molti fra coloro che hanno messo la croce sul No neppure torneranno a votare e, se lo faranno, non è detto che sia per il Pd o i 5 stelle. Tuttavia, a prescindere da ciò che sarà, il centrodestra non può farsi cogliere impreparato. Serve una sterzata prima di andare a sbattere. E dunque urge la massima attenzione per evitare gli incidenti di percorso. Che si chiamino Bartolozzi, Delmastro o Santanchè.
Fuori uno, fuori due e forse pure fuori tre. Giorgia Meloni ha impiegato 24 ore a decidere che serviva un cambio di passo. Qui c’è da salvare il governo e soprattutto evitare di giocarsi le prossime elezioni e di consegnare il Paese alla sinistra per cinque anni, quando si voterà il presidente della Repubblica. La sconfitta del referendum brucia, perché quando fu varata la riforma della giustizia sembrava un gioco da ragazzi. Da almeno 30 anni il Paese aspettava una legge che arginasse lo strapotere dell’Anm e dunque le modifiche costituzionali sembravano obiettivi facili, perché godevano del consenso della maggioranza degli italiani.
A gennaio i sondaggi segnalavano una distanza di quasi 20 punti fra il fronte del No e quello del Sì, con quest’ultimo in vantaggio. Dunque, come è stato possibile andar sotto di quasi 9 punti, cancellando la speranza di rendere più efficiente e imparziale la magistratura, e mettendo una serie ipoteca sul futuro del governo e di quello prossimo venturo? Di sicuro ci sono un paio di fattori che hanno influenzato il voto e tra questi segnalo il cosiddetto popolo di Gaza, che ha indirizzato contro Meloni e il suo governo la rabbia accumulata in questi anni, accresciuta nell’ultimo mese a causa della guerra in Iran. il vecchio antiamericanismo della sinistra radicale, che si somma a quello giovanile. Inoltre, nelle regioni del Sud può aver influito anche il reddito di cittadinanza, che il centrodestra ha giustamente abolito ma che agli elettori che ne beneficiavano, molti dei quali sostenitori dei 5 stelle, non deve aver fatto certo piacere.
Però, oltre a tutto ciò, sono stati commessi errori marchiani di comunicazione. La campagna referendaria è stata condotta male e all’ultimo, lasciando spazio agli slogan menzogneri dell’Anm e della sinistra, che hanno puntato tutto non sul merito della riforma, ma hanno trasformato il voto in un referendum sul governo e sul premier. Sì o No a Giorgia Meloni. A peggiorare le cose poi si sono messi i casi Bartolozzi e Delmastro. Il capo di gabinetto del ministro Nordio, già nel mirino per il caso Almasri, si è lasciata sfuggire un paio di frasi che hanno messo l’esecutivo in difficoltà. Dire che la magistratura è un plotone d’esecuzione, se si ricopre un delicato incarico a fianco del responsabile della Giustizia, significa spararsi nei piedi. Che giudici e pm siano talvolta politicamente orientati lo può sostenere un comune cittadino, non chi guida il ministero di via Arenula. Così come da un capo di gabinetto, ovvero da un funzionario pubblico, non ci si aspetta che dichiari di essere pronto a lasciare l’Italia in caso di vittoria del No: sono frasi che uno si aspetta da qualche scrittore che ama l’esilio, non da quanti rivestono ruoli di responsabilità.
Anche il caso Delmastro non può essere taciuto. L’imbarazzo con cui a Palazzo Chigi hanno accolto la notizia di una compartecipazione societaria con la figlia di un condannato per intestazione fittizia di beni e per di più con l’aggravante mafiosa era evidente dal primo giorno. Se Meloni ha scelto la linea del silenzio è stato per non inquinare ulteriormente il voto, ma dopo la sconfitta le dimissioni non potevano mancare e così è stato.
Il premier sceglie di far piazza pulita e dopo l’addio di Bartolozzi e Delmastro non è detto che sia finita. Come dicevo, c’è da salvare la legislatura. Nella migliore delle ipotesi le Camere saranno sciolte in primavera, ma nella peggiore la legislatura potrebbe trascinarsi fino a dopo l’estate, dato che nel 2022 le elezioni si tennero a fine settembre, e dunque Meloni non può stare sulla graticola. È chiaro che questi mesi non saranno facili. Un po’ perché non c’è tempo di varare nuove riforme (il premierato credo sia stato definitivamente accantonato e l’autonomia regionale credo farà la stessa fine). Restano le misure economiche, che sono indispensabili, soprattutto con la guerra in Iran e l’aumento del prezzo dei combustibili. Ma c’è bisogno di stabilità e non di chi parla troppo e frequenta male. Come ricordo spesso, nel 2029 c’è da eleggere il prossimo presidente della Repubblica e mi auguro che non ci sia un altro Mattarella. Dunque, urge serrare i ranghi e fare piazza pulita. La partita non è ancora conclusa.





