Dopo quante aggressioni con lesioni gravi si può espellere un immigrato o anche solo rinchiuderlo in galera? A me sembrerebbe ovvio che arresto e condanna scattino già alla prima violenza, se poi le risse sono continue penso che sia giusto buttare la chiave. E invece no, la giustizia prima di prendere la decisione di privare della libertà uno straniero violento, a quanto pare ci pensa due volte. Anzi, per la precisione dieci. Tanti sono i fermi di polizia nei confronti di un extracomunitario che staziona tra Marche ed Emilia Romagna.
Gli ultimi interventi delle forze dell’ordine risalgono al 2 aprile, quando alcune pattuglie sono intervenute per sedare e bloccare un immigrato di origine africana che dava in escandescenze. L’operazione si è conclusa con quattro agenti all’ospedale e una prognosi complessiva di 77 giorni. Risultato? Portato davanti al giudice, l’energumeno è stato condannato a pochi mesi e subito liberato. In pratica, gli è stato consentito di continuare a fare ciò che ha sempre fatto da quando è stato segnalato alle forze dell’ordine.
Già il fatto che a un uomo, responsabile di una violenta aggressione nei confronti di quattro agenti, sia consentito di circolare indisturbato è piuttosto scandaloso. Ma questo è niente rispetto a ciò che è venuto dopo. Infatti, trascorsi alcuni giorni, vale a dire il 6 aprile, lo stesso soggetto si è distinto per altre violenze a Cattolica. Chiamata da alcuni negozianti che erano stati aggrediti dall’immigrato, una pattuglia di carabinieri ha rischiato anch’essa di finire al pronto soccorso. Almeno questa volta l’uomo è finito dietro le sbarre? Niente affatto, il giudice, nonostante i precedenti, ha deciso di sospendere la pena in attesa di valutare le condizioni psichiatriche dell’extracomunitario. Cioè, dieci episodi di violenza non sono stati sufficienti per emettere un provvedimento di reclusione o di espulsione.
Aggressioni, rapine, violenze, anche nei confronti di poliziotti e carabinieri non sono giudicate sufficienti per impedirgli di nuocere ancora. Di che altro c’è bisogno? Forse che ci scappi il morto?
Ieri mattina ho letto le motivazioni della condanna nei confronti di Chukwuka Nweke, un nigeriano autore di un efferato delitto a Rovereto. Anche in questo caso l’uomo era noto alle forze dell’ordine per i suoi comportamenti, ma la magistratura non ritenne né di arrestarlo né di cacciarlo. Così tre anni fa aggredì una donna: prima la violentò e poi la uccise. Pensate che qualcuno abbia fatto mea culpa per il brutale omicidio di Iris Setti? Credete che a qualche giudice abbiano tolto la toga? No. Ecco perché la bocciatura della riforma Nordio, che introduceva un’Alta corte disciplinare svincolata dalle correnti della magistratura, riguardava tutti i cittadini e non la Casta come si è voluto far credere. Era una riforma che serviva agli italiani per introdurre anche per giudici e pm la regola che chi sbaglia paga.
Purtroppo i magistrati sono stati bravi a far le vittime e far credere che si volesse metterli al servizio della politica. Così ora ci teniamo i Chukwuka Nweke e i suoi fratelli.
Con tutti i problemi che si ritrova, l’Europa ha deciso di partire dalla Biennale di Venezia. Infatti, mentre la crisi petrolifera rischia di mandare a catafascio l’economia dell’Unione, affondando i bilanci di imprese e famiglie, Bruxelles non ha trovato di meglio da fare che dichiarare guerra alla rassegna artistica guidata da Pietrangelo Buttafuoco.
Il presidente della Fondazione è accusato di non aver impedito l’apertura del padiglione russo e per questa grave colpa la Ue minaccia di togliere il finanziamento di due milioni concesso all’istituzione veneziana. Sta tutto scritto in una lettera inviata nei giorni scorsi: avendo consentito la partecipazione di alcuni artisti russi, Buttafuoco ha violato le sanzioni imposte a Mosca dall’inizio della guerra in Ucraina. «C’è il rischio significativo», scrivono gli euroburocrati, che il Cremlino possa utilizzare la presenza alla mostra «per proiettare un’immagine di legittimità e accettazione internazionale».
Premessa: come ha dimostrato in quattro anni di guerra, Putin se ne infischia altamente dell’immagine di legittimità e accettazione internazionale, perché se fosse preoccupato di ciò non avrebbe bombardato a tappeto città e villaggi, facendo anche strage di civili. Ma a parte questo, la posizione dell’Unione europea contro la Biennale è la migliore rappresentazione dell’ipocrisia (e anche del cinismo) che regna a Bruxelles. Infatti, mentre si preoccupa del padiglione russo di una rassegna artistica, la Ue non fa un plissé di fronte alle enormi contraddizioni di chi da un lato dice di sostenere le sanzioni contro Mosca e dall’altro non si fa problemi nel comprare a man bassa gas russo. In teoria nessuno dei 27 Paesi europei potrebbe acquistare fonti fossili dal Cremlino, ma in realtà le sanzioni non soltanto sono sempre state aggirate, ma spesso le forniture avvengono alla luce del sole. Non mi riferisco solo a quelle di cui beneficiano via gasdotto Ungheria e Repubblica Ceca, ma soprattutto agli acquisti di Francia, Spagna, Belgio e Paesi Bassi. Nel 2025 la Russia è stata per l’Europa il secondo fornitore dopo gli Stati Uniti di gas naturale liquefatto, con un volume di 15 milioni di tonnellate, con una quota pari al 16 per cento del fabbisogno europeo. Ma chi ha riempito i propri stoccaggi con il Gnl di Mosca? Secondo l’Institute For Energy Economics and Financial Analysis, il 41 per cento è stato acquistato dalla Francia, il 28 dal Belgio, il 20 dalla Spagna e il 9 dai Paesi Bassi. Queste forniture, provenienti principalmente dall’impianto di Yamal, in Siberia, hanno generato 7,2 miliardi di euro di introiti per la Russia. Proprio due giorni fa, l’agenzia di stampa Tass ha annunciato che le consegne di gas naturale liquefatto in Spagna sono aumentate a marzo del 123 per cento rispetto all’anno precedente e ora Mosca è il terzo fornitore di Madrid, con una quota di mercato pari al 26 per cento.
Dunque, ricapitoliamo. Primo. Francia e Spagna, due dei Paesi che a parole sono i più decisi sostenitori di Zelensky, nei fatti, con l’acquisto di Gnl russo, stanno finanziando la guerra di Putin con molti miliardi. Secondo. Mentre tutto ciò avviene, Bruxelles si preoccupa se qualche pittore russo espone le sue opere d’arte a Venezia e minaccia di tagliare i fondi alla Biennale. Che dire? Più che un’Unione degli Stati europei sembra l’Unione degli ipocriti, dove il campione di tartufismo è un certo Pedro Sanchez, premier spagnolo sempre pronto a sposare ufficialmente ogni battaglia, che sia contro la Russia, contro Israele o contro gli Stati Uniti, ma poi a fare privatamente gli affari suoi, come quando fece scortare con una nave militare la Flotilla, salvo svignarsela appena le telecamere furono spente, lasciando il naviglio procedere in solitaria. E questo è l’esempio cui si ispira la sinistra italiana, una coalizione di baluba.
C’è un pezzo d’Europa, e anche d’Italia, che fa il tifo per il lockdown. Quel periodo in cui, a causa del Covid, alle persone era impedito di uscire, si consumava poco gasolio e ancora meno benzina, i negozi erano chiusi e le aziende lavoravano in smart working, e così anche le emissioni erano ridotte al minimo.
Un mondo chiuso per epidemia, che adesso qualcuno a quanto pare rimpiange, vedendo nel «tutti a casa» una soluzione facile per far fronte alle difficoltà imposte dalla guerra in Iran. Il primo a parlare di razionamenti, di limitare viaggi, cioè di restare a casa ma abbassando riscaldamento e condizionamento, è stato Dan Jorgensen, socialdemocratico danese e commissario all’Energia della Ue. Poi sono venuti altri, come ad esempio Nino Cartabellotta, orfano inconsolabile della pandemia, divenuto famoso proprio durante il lockdown. Con un post su X, il presidente della fondazione Gimbe ha scritto parole ottimistiche, cui mancava solo l’invito a predisporsi a un prossimo decesso: «Bisogna preparare il Paese a uno shock energetico di lunga durata e disincentivare i consumi. Non spacciare per cura l’ennesimo decreto cerotto». Che cosa c’entri il gastroenterologo Cartabellotta con la guerra e il blocco delle petroliere in uscita dallo stretto di Hormuz non è dato sapere, ma pare evidente che, come molti suoi colleghi, lo «scienziato» sia in crisi da astinenza tv e dunque la crisi energetica gli faccia intravedere la possibilità di tornare ad apparire nei talk show.
Si capisce anche il suggerimento del presidente dell’Anief, Marcello Pacifico. L’associazione riunisce insegnanti e formatori, perciò il sindacalista non si è trattenuto dal suggerire al governo e al Parlamento l’adozione della ormai mitica Dad, didattica a distanza, che consentiva ai docenti di tenere lezioni dal salotto di casa in tuta sportiva se non addirittura in pigiama. «La crisi energetica, con ripercussioni sul costo dei carburanti, potrebbe portare l’Italia entro giugno a un tasso di inflazione altissimo», dunque, ha spiegato Pacifico, «per frenare il costo della vita si potrebbe valutare il collocamento dei lavoratori pubblici in smart working». Insomma, tutti a casa in pantofole anziché in cattedra, anche se, dopo aver lanciato il sasso, il presidente Anief precisa che la scuola dovrà essere l’ultima a chiudere, ma si sa che è sempre meglio prevenire che curare.
Nel frattempo, per alleggerire il clima di pessimismo che aleggia sull’economia europea, Bruxelles ci tiene a ribadire non soltanto che non sono previsti allentamenti del patto di stabilità, cioè nessuna deroga ai vincoli di bilancio, ma che sia a livello comunitario che per quanto riguarda i singoli Stati sono vietati i tagli alle accise. In altre parole, l’Unione sposa la linea Cartabellotta, dicendo che i consumatori devono soffrire e anche un po’ morire.
Negando qualsiasi possibilità di sforamento dei parametri di bilancio e respingendo ogni apertura all’idea di tornare a comprare gas russo (scelta super ipocrita, che non tiene conto del fatto che gli Stati europei continuano ad acquistare il Gnl di Putin e il rialzo dei prezzi dei prodotti fossili sta comunque aiutando l’economia di Mosca), l’Europa apre la strada non soltanto all’austerity raccomandata dall’Agenzia internazionale dell’energia, la cui ricetta in sostanza si riduce a meno spostamenti e meno consumo di carburante, ma pure a un futuro lockdown, come quello adottato durante la pandemia. Del resto, a bordo campo si scalda i muscoli uno che in fatto di chiusure se ne intende. Ringalluzzito dalla vittoria del No al referendum sulla giustizia e spinto dalla possibilità di un ricorso alle primarie per la scelta del candidato leader di centrosinistra, Giuseppe Conte accarezza l’idea di tornare a Palazzo Chigi e di riutilizzare i famigerati Dpcm. A motivarli non sarebbe il Covid ma il virus iraniano. Nella malaugurata ipotesi di una vittoria del centrosinistra alle prossime elezioni potrebbe tornare anche Roberto Speranza, indimenticato ministro della Salute del periodo 2020-2022. Lo slogan, ovviamente, non sarebbe più tachipirina e vigile attesa, ma meno benzina e vigile attesa. Perché ciò che conta è stare in casa e avere pazienza, sempre che la morte di cui sopra non arrivi prima.





