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Il centrodestra litiga. Questi tre già godono
Mario Monti, Giuseppe Conte e Romano Prodi (Ansa)
Dopo la sconfitta al referendum e gli screzi nella coalizione, gli ex premier Monti, Prodi e Conte smaniano sui giornali per tornare in pista col campo largo: in ballo le elezioni e il Quirinale. La maggioranza è avvisata.

Credo che la lettura dei giornali di ieri sia sufficiente a far comprendere quale rischio corrano gli italiani nel caso in cui a Palazzo Chigi tornasse il centrosinistra. Sfogliando i quotidiani di domenica, infatti, mi sono imbattuto in rapida successione in un articolo di Mario Monti sul Corriere della Sera, in un’intervista a Giuseppe Conte sulla medesima testata e in un’intervista a Romano Prodi sulla Stampa.

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Il centrodestra litiga: così si fa male
Da sinistra, Massimiliano Romeo, Ignazio La Russa e Antonio Tajani (Ansa)
A Milano Ignazio La Russa lancia Maurizio Lupi sindaco, Massimiliano Romeo nicchia («Decidiamo qui, non a Roma»), Antonio Tajani di traverso («Sosteniamo i civici») e Forza Italia manifesta «contro» il Carroccio. Ripartono pure gli scontri sulle nomine pubbliche: altro che Quirinale, qui si rischia...

Dopo la batosta del referendum sulla giustizia il centrodestra avrebbe bisogno di dimostrarsi unito, per prepararsi il meglio possibile alle elezioni del 2027. Invece, a quanto pare, i partiti che compongono la coalizione fanno di tutto per dare la sensazione di correre ciascuno per conto proprio. E pure di dover sistemare nuove e passate rivalità. Un esempio del caos, e anche del nervosismo, che regna tra leader e colonnelli della maggioranza, lo si è avuto nella giornata di ieri, con una serie di dichiarazioni che hanno fatto emergere vecchi dissidi e ambizioni mai sopite.

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Il dopo Orbán è meglio di Orbán
Péter Magyar e Viktor Orbán (EP Photo)
La sinistra, priva di rappresentanti nel Parlamento di Budapest, e la Ue hanno fatto festa per la vittoria di Péter Magyar. Però lui chiede di levare le sanzioni alla Russia e stoppa l’allargamento dell’Unione all’Ucraina, alla quale non darà soldi. Che sberla ai compagni.

Péter Magyar meglio di Viktor Orbán? Forse, ma a quanto pare non nel senso auspicato dai tanti che ieri si sono spellati le mani per la caduta di colui che ha guidato l’Ungheria per 16 anni. Se si leggono i commenti di queste ore, pare che a Budapest sia finito un regime totalitario, ma le cose non stanno esattamente così. Premesso che non ho grandi ricordi di dittatori cacciati a furor di voti: Ceausescu, tanto per rimanere in area, fu liquidato da una rivolta popolare e fucilato subito dopo, e così pure è capitato a Gheddafi.

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