Non conosco Paolo Petrecca e non ho ascoltato la sua telecronaca dell’inaugurazione dei Giochi olimpici invernali. Do però per acquisito che non sia stata brillantissima e che sia stata azzoppata da incertezze ed errori, perché su questo mi pare concordino un po’ tutti. Da giorni infatti non si parla d’altro: se ne lamenta l’opposizione, che chiede le dimissioni del collega, e sono sul piede di guerra pure i giornalisti della Rai, che per protesta hanno deciso di non firmare i servizi messi in onda. Di quest’ultima iniziativa immagino che gli italiani se ne siano fatta una ragione, mentre mi domando perché degli onorevoli di Pd, Avs e 5 stelle debbano intromettersi in una faccenda che, semmai, riguarda i vertici della televisione pubblica e non certo la sinistra, la quale farebbe bene a occuparsi degli scontri di piazza e degli attentati alle linee ferroviarie invece che delle dirette tv.
Ciò detto, però, vorrei alzare il velo di ipocrisia che impedisce di affrontare il «caso Petrecca» per quel che è, ovvero una faida politica. Premessa: come tutti o quasi tutti i giornalisti del servizio pubblico, l’attuale numero uno dei servizi sportivi ha uno sponsor politico e si dice che il suo sia Fratelli d’Italia. A proposito della lottizzazione dei partiti a viale Mazzini, nella prima Repubblica circolava una battuta che sintetizzava bene la spartizione. Quando bisognava assumere dieci giornalisti, cinque dovevano essere in quota Dc, due con la tessera del Psi, uno dei socialdemocratici, uno era comunista e infine, se lo si trovava, se ne assumeva anche uno bravo. Non credo che, con l’avvento della cosiddetta seconda Repubblica, la situazione sia cambiata di molto. Petrecca ha il suo sponsor, così come ce l’ha gran parte degli altri suoi colleghi, perché nella televisione pubblica la carriera dipende per lo più da decisioni politiche. Bruno Vespa in passato venne crocifisso per aver detto, da direttore del Tg1, che la Dc era il suo azionista di maggioranza, ma era la verità.
Dunque chi critica Petrecca lo fa sostanzialmente perché lo avversa politicamente. Se fosse stato del Pd o dei 5 stelle, di certo né la Schlein né Conte lo avrebbero attaccato per i suoi balbettii.
Però nel caso del direttore di RaiSport c’è qualche cosa di più ed è proprio qui l’ipocrisia che provoca il voltastomaco in qualsiasi persona onesta. Petrecca, infatti, non avrebbe mai dovuto condurre la telecronaca dell’inaugurazione dei Giochi. Al suo posto avrebbe dovuto esserci un collega che da due anni si preparava a seguire l’evento, ossia Auro Bulbarelli. Figlio di Rino, storico direttore della Gazzetta di Mantova, Auro - che come Petrecca non conosco personalmente - è vicedirettore di RaiSport, ma rispetto all’attuale numero uno dei servizi sportivi ha alle spalle anni da telecronista delle principali corse ciclistiche in giro per il mondo. Fino a una settimana prima dell’inaugurazione dei giochi, Bulbarelli era il giornalista delegato a raccontare la cerimonia. Ma durante la conferenza stampa di presentazione gli è sfuggita una frase, ovvero ha dato una notizia, annunciando che venerdì ci sarebbe stata una sorpresa di Sergio Mattarella «paragonabile a quanto avvenuto alle Olimpiadi di Londra del 2012 con Elisabetta II e James Bond». In pratica, il collega ha fatto il suo mestiere, spoilerando ciò che il comitato olimpico e il Quirinale volevano tenere segreto. Mal gliene incolse: dal Colle e non solo sono partite telefonate irritate. Aver rivelato un segreto, ossia che il capo dello Stato avrebbe provato a imitare la Regina d’Inghilterra (senza svelare che sarebbe giunto a bordo di un tram guidato da Valentino Rossi) è stato giudicato un atto di lesa maestà. Dunque, Auro è stato rimosso e al suo posto è arrivato Petrecca. Nessuno ovviamente ha chiesto conto della sostituzione, perché non sia mai che qualcuno disturbi l’immagine armoniosa dell’inquilino del Colle (sono certo che lui nemmeno sapesse dell’indiscrezione, ma come spesso capita, i collaboratori sono più realisti del re). Tutti zitti, sindacati e Ordine, per un collega ingiustamente rimosso per aver fatto il proprio mestiere, ma tutti pronti a sparare vigliaccamente a zero su Petrecca, colpevole, oltre che di qualche gaffe, di non avere lo sponsor giusto che piace al sindacato, all’Ordine e all’opposizione. Il vero scandalo è questo. Non il direttore di RaiSport.
Ci sono trentamila stranieri condannati per reati più o meno gravi che non stanno in prigione ma sono lasciati liberi di circolare nelle nostre città e, spesso, di tornare a delinquere. Il ministero della Giustizia li classifica con una dicitura un po’ oscura, ossia «adulti in area penale esterna», un modo burocratico-ministeriale per dire che semplicemente non sono rinchiusi in una cella.
In pratica, si tratta di persone alle quali sono concessi il beneficio della sospensione dell’esecuzione della pena o misure alternative alla detenzione. In Italia, per finire in galera, ci si deve impegnare molto, perché grazie alla legge Cartabia solo con una condanna superiore a quattro anni si finisce al fresco. Così, migliaia di ladri, spacciatori, ma anche di attaccabrighe che si sono resi responsabili di minacce, lesioni e danneggiamenti, oppure balordi che si sono macchiati del reato di violazione di domicilio o di appropriazione indebita, sono lasciati liberi di continuare a fare i propri comodi e, in qualche caso, anche di commettere gravi delitti.
La notizia vi stupisce? In effetti, il mondo «sommerso» dei condannati rimessi in circolazione non è noto all’opinione pubblica. In genere, quando si parla di delinquenza d’importazione si fa riferimento a chi sta in carcere. E, come si sa perché ne abbiamo scritto spesso, su circa 60.000 detenuti presenti nei nostri reclusori, un terzo (vale a dire 20.000 persone) è costituito da immigrati. La percentuale è già altissima, in quanto gli stranieri in Italia non sono il 30 per cento della popolazione. E anche se raffrontato ai 5,5 milioni di immigrati, il dato rimane comunque allarmante. Tuttavia, le considerazioni di cui sopra non tengono conto della realtà nascosta, ovvero dei condannati che non stanno in prigione perché devono scontare pene cosiddette lievi. In totale, appunto, fanno 30.000, che sommati ai 20.000 già dentro fanno 50.000 stranieri con problemi di giustizia, all’incirca come gli abitanti di una media città, tipo Mantova o Chieti. Ma chi sono questi «fantasmi» della cronaca giudiziaria che dalle statistiche ufficiali non emergono? Leggendo il rapporto del ministero di Giustizia si scopre che i soggetti di nazionalità straniera censiti al 15 gennaio di quest’anno erano: 4.571 marocchini, 4.147 albanesi, 3.890 tunisini, 1.824 nigeriani, 1.464 senegalesi. Seguono egiziani, peruviani, ucraini, moldavi eccetera. Insomma, la provenienza ricalca la percentuale di chi sta in carcere, con la sola differenza che gli «adulti in area penale esterna» non hanno commesso reati ritenuti gravissimi o, per lo meno, sono stati condannati a pene inferiori ai 4 anni o a periodi di cura da trascorrere in una Rems, struttura che si occupa di persone affette da malattie mentali. Secondo uno studio che risale a un paio di anni fa, nelle Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza il 25 per cento degli ospiti era straniero e il 30 per cento dei rifugiati e richiedenti asilo era soggetto a disturbi da stress post traumatico. In altre parole, si trattava di soggetti bisognosi di cure che però non sempre potevano ricevere assistenza a causa del sovraffollamento delle stesse Rems. Così, come nel caso dell’immigrato che nel quartiere San Lorenzo di Roma ha preso a pugni diverse donne (l’ultima aggredita - a cui è stato rotto il setto nasale - è una mamma che transitava in bicicletta con il figlio), lo straniero resta libero.
Alle misure alternative al carcere o alla sospensione della pena dovrebbero avere accesso solo i condannati senza precedenti o che si preveda non reiterino il reato. Ma così non è. Come i due stranieri uccisi a Rogoredo, spesso hanno un curriculum delinquenziale che dovrebbe portare al trattenimento dietro le sbarre. Oppure al ricovero in centri specializzati per disturbi mentali. In realtà, questo mondo sommerso - un esercito di «invisibili» - resta tale senza che nessuno se ne accorga. Per lo meno fino a quando, come nel caso di Roma o di Milano, non accadano fatti gravi. Senza quelli, però, «l’adulto in area penale esterna» come lo chiama il ministero è libero di continuare la sua vita ai margini e anche la sua attività criminale.
Gli scontri di Torino per lo sgombero di Askatasuna, quelli di Milano contro le Olimpiadi invernali e il sabotaggio di Bologna che ha paralizzato la circolazione ferroviaria, dimostrano che esiste un’area antagonista che si contrappone allo Stato e tenta di creare il caos. Tuttavia, oltre a confermare l’esistenza di frange estreme le cui azioni si avvicinano al terrorismo, i fatti degli ultimi dieci giorni sono anche la prova della presenza di uno schieramento politico che ogni volta non riesce a scegliere da che parte stare.
Non voglio evocare il periodo in cui parte della sinistra non sapeva decidere se schierarsi con le Br o con lo Stato. Però, oggi come allora, nel campo progressista c’è un ampio fronte che ancora, dinnanzi a fenomeni di criminalità e violenza politica, non è in grado di sostenere le forze dell’ordine. A parole condannano gli scontri, ma fra i compagni, quando giunge l’ora di approvare delle misure di contrasto, è un fuggi fuggi. La parola repressione è giudicata troppo forte e infatti, appena si fa cenno a provvedimenti per inasprire le pene o a strumenti per impedire che le manifestazioni si trasformino in episodi di guerriglia urbana, ecco scattare una reazione pavloviana. Ogni decisione per impedire che si mettano a ferro e fuoco le città è considerata autoritaria. Come ai tempi della legge Reale, che vietava ai manifestanti di scendere in piazza travisati con caschi o passamontagna, con chiavi inglesi o sanpietrini, a sinistra si evocano misure dittatoriali, quando invece si tratta di semplici strumenti per prevenire che i cortei si tramutino in assalti a negozi, banche e istituzioni. Come cinquant’anni fa, quando si introdussero i fermi di polizia contro i violenti, i compagni sembrano temere una deriva cilena.
Ma in che modo si fermano le bande organizzate, i gruppi che scommettono sul caos e l’anarchia se non con divieti e pene? Alla domanda precisa su quali provvedimenti prendere per impedire quanto successo a Torino o a Milano, la sola risposta che gli esponenti del Pd, di Avs e dei 5 stelle sanno fornire è che ci vogliono più poliziotti e che si devono pagare meglio, dimenticando che in passato anche loro, anzi forse proprio loro, hanno contribuito al blocco del turn over e ai tagli degli stipendi degli agenti. Ma a prescindere dalle riduzioni salariali e di organico, che cosa cambierebbe se in servizio ci fossero 10.000 agenti in più? Si potrebbe procedere ad arresti preventivi impedendo ai violenti di partecipare ai cortei? Sarebbe possibile trattenere i militanti dei centri sociali e negare l’ingresso in Italia ai black bloc stranieri? No, non sarebbe consentito e dunque più agenti non servono a nulla se poi le forze dell’ordine sono punite più dei facinorosi. Come abbiamo più volte dimostrato, l’Italia ha un numero di uomini in divisa superiore a quello di altri Paesi europei, i quali però hanno meno reati di quelli commessi a casa nostra.
Il problema dunque non è l’organico, ma le mani legate che la politica - di sinistra - e la magistratura hanno imposto a poliziotti e carabinieri. Se sono impossibili le azioni preventive e se a ogni intervento gli uomini in divisa rischiano più dei delinquenti, è evidente che l’azione preventiva e anche successiva a un reato diventa difficile.
A sinistra non piace la repressione. Agli arresti i compagni preferiscono il dialogo. Ma che dialogo ci può essere fra lo Stato e un criminale, politico o comune? Ovviamente nessuno, perché non è con la gentilezza che si fermano i reati. La sociologia, secondo cui le violenze traggono origine dalle diseguaglianze sociali, ha fallito tanto tempo fa e non sembra il caso di tornare ad applicarla. Contro i fatti di Torino, Milano e Bologna la sola reazione è data dalla legge, ma questo a sinistra faticano a capirlo. Per i progressisti è più pericoloso Andrea Pucci sul palco dell’Ariston che un black bloc in piazza a Torino o a Milano. E i risultati si vedono.





