Come si dice suicidio in danese? Secondo l’Intelligenza artificiale, che mi aiuta nella ricerca, la traduzione è selvmord. E nella lingua di Hans Christian Andersen come si scrive ipocrita? Sia per le donne che per gli uomini si usa hikler. State pensando che mi voglia trasferire a Copenhagen? Tranquilli, non correte a festeggiare: non ho nessuna intenzione di traslocare. Mi sono interessato alla trasposizione dei due termini dopo aver letto l’intervista rilasciata alla Stampa dal commissario europeo all’Energia, il danese Dan Jorgensen.
Intervistato dal corrispondente a Bruxelles del quotidiano sabaudo, l’esponente socialdemocratico di Odense mi ha richiamato alla mente sia la volontà di togliersi la vita, sia l’atteggiamento ipocrita di chi fa il contrario di ciò che predica. Infatti, alla domanda se per effetto della guerra in Iran non sia il caso di ripensare al divieto di acquisto del gas russo, Jorgensen risponde con un perentorio «assolutamente no». «La Russia ha trasformato l’energia in un’arma contro di noi e non dovremo mai più ripetere l’errore di mettere il nostro destino economico e il nostro benessere nelle mani di Putin». Peccato che senza il gas del Qatar e senza quello di Mosca, con le pompe di benzina a secco perché dal Golfo non arriva più una goccia di petrolio, il nostro destino economico e il nostro benessere sono messi in serio dubbio a prescindere da Putin. Jorgensen addirittura esclude che si possa tornare al gas russo anche una volta raggiunta la pace in Ucraina. «Il divieto è nella nostra legislazione, non si tratta di sanzioni che possono essere eliminate una volta finita la guerra».
In altre parole, anche quando si raggiungerà una tregua, l’Europa continuerà a essere in guerra con Mosca. Come lo definireste voi un simile atteggiamento? Per me non c’è alcun dubbio: la Ue in questo modo sceglie di suicidarsi perché, nonostante abbia a portata di mano chi potrebbe evitare uno choc energetico, insiste a rifiutare alcun contatto e, addirittura, si impone di non acquistare gas e petrolio russo anche nel caso in cui si raggiunga la pace. Pure un bambino sarebbe in grado di capire che in questo modo a farsi del male è per prima l’Europa, il cui comportamento è autolesionistico. Ma Jorgensen dice che il problema non è riallacciare relazioni commerciali con Mosca, ma ridurre i consumi di fonti fossili, accelerando la transizione energetica. Peccato che il Green deal abbia messo in croce il sistema industriale europeo, regalando quote di mercato crescenti, in particolare nel settore automobilistico, alla Cina. In pratica, stiamo procedendo dritti verso uno selvmord, per dirla in danese.
Tuttavia, il comportamento europeo è pure fortemente ipocrita perché, mentre da un lato dice di non voler mettere il proprio destino nelle mani di Putin, dall’altro sottobanco continua a finanziare la guerra in Ucraina. L’ipocrisia al quadrato. Lo dice lo stesso commissario Ue all’Energia nell’intervista alla Stampa. Leggere per credere. «C’è ancora una terribile guerra in corso in Ucraina e Putin sta facendo molti soldi grazie a questa crisi. Aiutarlo a riempire di nuovo le sue casse è una cosa impensabile per l’Unione europea. Dal 2022 abbiamo speso più soldi comprando energia dalla Russia di quanti ne abbiamo dati in aiuti all’Ucraina».
Jorgensen parla di imbarazzo, ma in realtà la definizione più appropriata per definire il comportamento del Vecchio Continente credo sia ipocrisia. Da un lato si fanno dichiarazioni di principio e si varano decine di sanzioni. Dall’altro si fa il contrario. Ci sono due magnifici grafici di una recente ricerca dove si evidenziano gli acquisti di gas attraverso gli oleodotti e di Gnl sbarcato da navi russe, dove si vede che l’acquirente principale è l’Europa. Il Crea, centro indipendente di ricerca sull’energia con sede a Helsinki, nel suo ultimo rapporto spiega che, nel solo mese di marzo, 14 spedizioni di prodotti petroliferi provenienti da raffinerie che utilizzano greggio russo e che sono classificate dalla Ue tra quelle ad alto rischio sono sbarcate nei porti europei.
E, sempre a marzo, i proventi delle esportazioni russe di combustibili fossili hanno raggiunto il livello più alto degli ultimi anni, con un raddoppio delle entrate. Ma chi sta acquistando gas e petrolio russo? Per quanto riguarda il Gnl, la Ue compra la metà delle forniture di Mosca, mentre per il gas il principale acquirente è, con il 33%, sempre l’Unione. Nel solo mese di marzo i cinque maggiori importatori europei hanno versato nelle casse del Cremlino 1,3 miliardi di euro. E chi è stato a dare il maggior contributo? La Spagna, con 355 milioni e un incremento del 124% rispetto al mese precedente. Poi seguono l’Ungheria, la Francia, il Belgio e la Bulgaria. Inoltre i nuovi dazi sul carbonio imposti dalla Ue per favorire la transizione green, oltre a danneggiare l’industria europea, stanno impedendo all’Ucraina di importare in Europa l’acciaio prodotto da Kiev.
Dunque, riepilogando, l’Unione compra gas dalla Russia finanziando la guerra di Putin ma nega all’Ucraina, per una questione ecologica, di poter vendere i suoi prodotti. Come lo definireste voi questo comportamento? In danese si dice hykler.
Con il Presidente degli Stati Uniti andare allo scontro frontale non ha mai portato risultati a nessuno. Nemmeno ai leader europei tanto incensati dalla sinistra. Giorgia Meloni ha fatto bene a mettere alcuni punti fermi senza andare alla rottura.
Ormai è chiaro che attaccando il Papa (e di conseguenza pure Giorgia Meloni che si è schierata con il pontefice), Donald Trump ha compiuto un clamoroso errore. Non solo perché gran parte dei cattolici sta con Leone XIV e non con il presidente americano, ma anche perché mettendosi contro la Chiesa e pure contro uno dei pochi governi «amici», l’inquilino della Casa Bianca ha contribuito al proprio isolamento.
Tuttavia, c’è una cosa su cui il commander in chief americano non ha torto ed è l’estrema pericolosità dell’Iran per la pace nel mondo. Paradossalmente, a dimostrare quale rischio si corra se non si disarmano gli ayatollah c’è proprio la guerra scatenata da Trump. Attenzione: non voglio in alcun modo legittimare i bombardamenti americani e israeliani, né dire che gli Stati Uniti hanno diritto di fare ciò che vogliono perché sono i gendarmi del globo. No, semplicemente mi limito ad annotare che, a differenza di quanto tutti si attendevano, Teheran ha dimostrato una capacità di resistenza sorprendente, che deve far riflettere e non poco.
Gli ayatollah devono fare i conti con l’esercito più potente del mondo e con l’intelligence più letale del pianeta. Insieme, Stati Uniti e Israele rappresentano una micidiale macchina da guerra. Tuttavia, il regime di Teheran resiste. I primi hanno ucciso la guida suprema e, insieme a Khamenei, i vertici militari e politici della Repubblica islamica. Eppure gli ayatollah non capitolano, ma rilanciano e minacciano l’intera stabilità dell’area del Golfo. Nessuno immaginava che, decapitato il serpente, questi rigenerasse altre teste pronte a colpire. Nessuno poteva sapere che l’Iran avesse una quantità di missili e droni di gran lunga superiore a quella stimata dal Pentagono e dunque in grado di continuare a tenere in scacco la regione. Allo stesso tempo, credo che né Washington né Tel Aviv avessero previsto che, una volta attaccata, Teheran reagisse contro le petro-monarchie, ovvero i Paesi che campano vendendo greggio. Decine di velivoli comandati a distanza e costruiti con poche decine di migliaia di euro hanno messo in ginocchio l’economia del Golfo e di conseguenza quella occidentale, in particolare europea.
Come avete visto, ho tralasciato la questione dell’uranio arricchito che tanto preoccupa Benjamin Netanyahu e Donald Trump, ma che pure è una reale minaccia, perché se non venisse fermato il regime teocratico di Teheran il rischio che un bel giorno sganci una bomba atomica su Israele per cancellarlo dalla faccia della terra esiste. Come esiste il pericolo che destabilizzi le citate monarchie del Golfo, per imporre la sua visione dell’islam fino alla Mecca.
Tutto ciò giustifica la guerra scatenata da Trump e Netanyahu? No, perché il conflitto è stato iniziato su presupposti sbagliati, ovvero che gli ayatollah sarebbero caduti così come sono caduti Maduro e lo Stato socialista venezuelano. Purtroppo, a complicare le cose c’è il fanatismo religioso, oltre che un Paese molto più complesso del previsto. Risultato: il conflitto può essere un boomerang perché, se Khamenei junior e i suoi accoliti restano al potere, il sistema affaristico e terroristico iraniano rischia di essere legittimato e, in prospettiva, irrobustito. Anche perché, come si è visto, gli uomini forti di Teheran hanno intessuto relazioni con la Cina e la Russia, e dunque il nemico da sconfiggere non è più soltanto la Repubblica islamica, ma anche quella socialista e la federazione guidata da Putin.
Rischiamo in pratica di trovarci di fronte (ma forse, come segnala il Financial Times a proposito del satellite di Pechino che avrebbe guidato i colpi d’artiglieria dei pasdaran, l’abbiamo già davanti) a un’alleanza di Paesi canaglia, con possibili nuove guerre.
Non so, ma forse non lo sa neppure lui, come Trump pensi di uscire dall’angolo in cui si è ficcato senza rendersene conto, ma di fronte a una guerra che non si può perdere (perché il prezzo da pagare sarebbe salato) ma neppure vincere (perché l’avversario seppur tramortito resiste) c’è una soluzione, e non è costituita dalle bombe bensì dai soldi. Fermare il flusso di denaro che continua a sostenere il regime iraniano è l’unica possibilità per strozzare il regime.
Ma resta il fatto che, senza la Cina, e senza un’intesa per raggiungere una tregua in Ucraina, per Teheran sarà sempre facile, come è accaduto per anni, vendere il petrolio sotto banco e mantenersi a galla.
La guerra, insomma, prima che contro gli iraniani andava e va condotta contro il denaro sporco che tiene in vita il sistema teocratico di Teheran. E per vincerla serve raggiungere una pace con la Russia e un’intesa con Pechino.





