La sinistra accusa il governo di non fare nulla per la crescita del Pil e ancor meno per abbassare i prezzi delle bollette. I miglioramenti sono ovviamente sempre auspicabili e l’attuale maggioranza, nell’anno che rimane prima del voto, farebbe bene a concentrarsi sui temi economici.
Tuttavia, che cosa avverrebbe per Pil e bollette se a Palazzo Chigi invece di Giorgia Meloni ci fosse un esponente del campo largo? È una domanda che mi sono posto ieri, dopo che Avs, Pd e 5 stelle hanno votato contro il piano per l’apertura di centrali nucleari. Angelo Bonelli dei Verdi ha definito quella di giovedì una «pagina nera della democrazia», perché si sarebbe fatta «carta straccia della volontà degli italiani». Chiara Braga, capogruppo alla Camera del Partito democratico, ha invece detto che il sì al nucleare «è un bluff», perché per costruire i nuovi impianti serviranno 15 o 20 anni. Premesso che se ogni volta si rinvia, per garantirci un’energia a basso prezzo forse di anni ce ne vorranno anche 50, si dà il caso che per la realizzazione ne bastino meno di 10 e dunque nel 2035 le prime centrali potrebbero entrare in funzione. Tuttavia, da una sinistra che ambisce a governare, e dunque a far crescere il Pil e ad abbassare il prezzo delle bollette, io mi aspetterei che se dice no al nucleare, poi dica sì a qualche cos’altro. Ovvero, che scartata una fonte energetica, poi ne abbia un’altra da proporre. E invece no. Mentre respinge in blocco anche solo l’idea di creare energia dalla fissione, quando arriva l’ora delle decisioni il campo largo respinge anche l’idea di parchi eolici o solari. Là dove amministrano, i compagni sono pronti a fare le barricate se vedono anche l’ombra di un mulino collegato alla rete elettrica e allo stesso tempo respingono qualsiasi idea di distese fotovoltaiche. Cioè, si lamentano se la bolletta rincara e denunciano le difficoltà riscontrate dalle imprese che esportano, ma dicono no a tutto ciò che potrebbe consentire di abbassare il prezzo dell’energia elettrica e di conseguenza anche di ridurre i costi per essere più competitivi. Ecco il paradosso della sinistra di lotta e di governo: non vuole il nucleare, anzi minaccia un nuovo referendum per impedire l’installazione anche di un solo reattore, ma poi è in prima fila quando si tratta di lamentarsi se il prodotto interno langue e la luce costa cara.
Da chi fa politica non ci si aspetta che sappia immaginare il futuro, ma quanto meno che non lo ostacoli. E invece no, i compagni sono da sempre contro un futuro che non sia il loro: che si tratti di autostrade, di linee ferroviarie, di tv a colori o semplicemente di centrali nucleari, ogni volta si oppongono. Non indicano un’alternativa, si limitano a sabotare quella degli altri con generici e inconcludenti discorsi.
I reattori non vanno bene? E come dovremmo produrre l’energia che ci serve per far funzionare le aziende e le nostre case? Le centrali a carbone non si possono fare perché inquinano, di quelle idroelettriche dopo il disastro del Vajont neppure parlarne, il gas è una fonte fossile e dunque è meglio evitare, le pale eoliche e i pannelli solari rovinano l’ambiente. Dunque? Che facciamo? Come teniamo accesa l’Italia? Le risposte a questo punto si fanno vaghe. Si parla genericamente di rinnovabili, ma senza entrare nel dettaglio di dove farle e tanto meno delle dimensioni di un campo fotovoltaico o di una distesa di torri eoliche. La realtà è che la sinistra accusa il centrodestra sia per il caro bollette che per la lenta crescita, ma è la responsabile sia dell’uno che dell’altra. Che cosa sarebbe accaduto in Italia se negli ultimi 40 anni non si fosse opposta al nucleare? Che avremmo bollette più basse e che il costo dell’energia non limiterebbe le esportazioni e non farebbe fuggire le aziende. A questo proposito, Bonelli e compagni replicano agitando lo spauracchio della fuga di materiale radioattivo. Ma il Giappone, dove pure si registrò un incidente alla centrale di Fukushima a causa di uno tsunami, di centrali ne sta progettando 19 e non si è certo fatto spaventare da un Bonelli con gli occhi a mandorla.
La verità è che se questa sinistra andasse al governo l’Italia sarebbe spacciata. Pensate solo alle parole del governatore della Banca d’Italia, che l’altro giorno ha parlato della grande sfida dell’Intelligenza artificiale e della necessità di investire in una IA italiana. E come faremo funzionare i cervelloni necessari ad alimentare i grandi data center? Con le pale eoliche, ammesso e non concesso che i compagni ne consentissero l’installazione? Oppure con i pannelli sul tetto? Un singolo polo di calcolo avanzato richiede più di un Gigawatt di potenza, ovvero l’equivalente della potenza necessaria ad alimentare 850.000 case. Ma senza nucleare, senza gas, senza carbone e senza neppure le pale eoliche, perché la governatrice della Sardegna è contraria, l’Italia non potrebbe alimentare i suoi data center e gli italiani pagherebbero la bolletta più cara del mondo. E addio crescita del Pil.
Siccome il giorno in cui dovrà lasciare l’incarico di numero uno del maggiore sindacato italiano si avvicina, Maurizio Landini ha fretta di rilanciare la propria immagine, per prepararsi alle elezioni del 2027. Le regole interne della Cgil prevedono che i dirigenti lascino ogni incarico al compimento del sessantacinquesimo anno di età, che il segretario generale festeggerà il 7 agosto di quest’anno. Dunque, se non vuole finire presto in panchina, il capo della Confederazione rossa deve accelerare e anche trovare rapidamente qualche argomento da cavalcare.
Il governo di centrodestra, e anche i toni accesi che anticipano ogni campagna elettorale, ovviamente aiutano e infatti Landini ha deciso di scendere in campo con una serie di proposte economiche. L’occasione sarà la presentazione di un libro dal titolo L’Italia che non arriva a fine mese, in compagnia di Elly Schlein. Edito dalla Fondazione Feltrinelli, il volume rappresenta la più clamorosa smentita alle tesi care al principale alleato del Pd, che in una precedente legislatura, dopo l’introduzione del reddito di cittadinanza, annunciò per bocca dell’allora suo leader Luigi Di Maio l’abolizione della povertà. Rottamato da Giorgia Meloni, il sussidio non fa al momento parte del programma di Landini, il quale invece è più propenso a rispolverare un vecchio cavallo di battaglia della sinistra, ovvero la patrimoniale, trovando nella segretaria del Pd, che non vuole certo farsi scavalcare a sinistra, un’alleata.
Al segretario della Cgil poco importa che l’idea di una tassa dell’1,3% su patrimoni da due milioni di euro spacchi il campo largo, con Matteo Renzi decisamente contrario (dopo aver lasciato Palazzo Chigi è diventato milionario, e perciò sarebbe tra le vittime dalla stangata) e Giuseppe Conte assai tiepido. Anche l’ala riformista del Partito democratico non vede di buon occhio un prelievo su case, conti correnti e investimenti, criticando la tempistica dell’uscita, che prima del voto rischierebbe di spaventare molti elettori.
Nessuno, né Landini che la propone né quanti prendono le distanze per opportunità o per calcolo, sembra però rendersi conto che la patrimoniale in Italia esiste già e genera ogni anno una raccolta per il fisco pari a una cinquantina di miliardi. A introdurla ci pensò Mario Monti nel 2011, con la famosa manovra che tramortì per un paio d’anni l’economia italiana. L’ex rettore della Bocconi introdusse l’Imu sulla seconda e anche sulla prima casa e non contento inventò l’Ivie, l’imposta sui valori immobiliari all’estero. Il governo Berlusconi poi tolse la tassa sulla residenza principale, ma il resto rimase. Unito peraltro alle imposte di bollo, di registro, catastali, ipotecarie e di successione. In totale, nel 2020 facevano più di 40 miliardi, cifra che ci collocava al di sopra della media Ue sia per gettito erariale che in rapporto al Pil. Tanto per essere chiari, solo cinque Paesi su 27 avevano un prelievo percentualmente più pesante del nostro.
Ho citato i dati del 2020, anno in cui a causa del Covid l’incidenza fu inferiore, perché la patrimoniale all’epoca fu oggetto di uno studio dell’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica diretto da Carlo Cottarelli, uno che non è certo sospettabile di antipatia verso Schlein e compagni, essendo stato senatore del Pd. Oggi in Italia la patrimoniale genera un gettito addirittura maggiore, sopra i 50 miliardi, quasi il doppio dunque di quei 26 che Landini immagina di rastrellare con la sua super imposta. Ma il leader sindacale evidentemente non lo sa. Tutto ciò dimostra che non soltanto l’idea del segretario della Cgil è propaganda, ma che è anche aria fritta.
Del resto, che la tassa sui patrimoni non funzioni lo provano i risultati ottenuti da chi ha perseguito quella strada. In Francia, quando ci provò François Hollande, i grandi capitali fuggirono e in Gran Bretagna, con l’arrivo di Keir Starmer, molti ricconi hanno fatto le valigie. Per non dire della Svezia, che dopo aver sperimentato uno Stato sociale sostenuto da alte tasse ha fatto marcia indietro. Perché chi ha soldi e consulenti non sta certo ad aspettare Landini: alla prima avvisaglia se ne va. Nella rete del fisco così finisce chi ricco non è, ma avendo ereditato una casa in città come Milano rischia di sembrarlo e di pagare grazie a Landini decine di migliaia di euro ogni anno. Una stangata capace di uccidere un’intera fascia di reddito e insieme di far scappare i grandi capitali.
Non resta che sperare che da tipi come il segretario della Cgil gli italiani si tengano alla larga. Qui non si rischia di bloccare il Paese con gli scioperi, ma di ammazzarlo.
E due. Dopo il castello di balle su Nicole Minetti, crolla anche quello su Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, indagati a Firenze per la strage mafiosa del 1993. Il giudice per le indagini preliminari del capoluogo toscano ha infatti deciso l’archiviazione delle accuse contro l’ex capo di Publitalia (il Cavaliere era già uscito dall’inchiesta due anni fa, dopo la morte), con la motivazione che «mancano elementi concreti che provino contatti o rapporti diretti con Cosa nostra».
In altre parole, le testimonianze di una folla di pentiti, tipo Spatuzza e Graviano, non hanno trovato alcun riscontro. Fiumi di inchiostro e migliaia di pagine di giornale da buttare, perché dopo anni di indagine la Procura è stata costretta a gettare la spugna.
Marina Berlusconi se ne lamenta, dicendo che per la sesta volta i pm di Firenze sono costretti ad archiviare le accuse contro il padre e parla di un’emergenza della giustizia, aggiungendo che la sconfitta del referendum di marzo «è stata un’immensa occasione perduta». La figlia del Cavaliere ha ragione a dolersi, perché non si è mai vista un’indagine a puntate, né si è mai assistito a inchieste che, come l’Araba fenice, rinascono dalle ceneri. Dal 1993 a oggi sono trascorsi più di trent’anni e ogni volta però, allusioni e sospetti riemergono come un fiume carsico, con la riapertura di filoni e la produzione di centinaia di faldoni giudiziari, con intercettazioni, deposizioni, trascrizioni. Poi, dopo anni trascorsi a studiare le carte e a cercare collaboratori di giustizia che spifferassero i segreti di Cosa nostra, si finisce sempre lì, ovvero all’archiviazione.
Ma anche questa volta, ne sono certo, dopo aver chiuso il fascicolo d’indagine non sarà pronunciata la parola fine, ma si ricomincerà da capo, tenendo viva la fiammella dell’accusa. Seguiranno altre inchieste, altri spunti investigativi. Del resto, basta un nuovo pentito, un altro carcerato che, con adeguato curriculum criminale, sia a caccia di benefici, ed ecco aperta la strada per la settima inchiesta e forse anche per l’ottava, fino alla scomparsa del reo. La morte (ovviamente auguro a Dell’Utri di campare a lungo e spero che chi scommette contro di lui gli allunghi la vita) è la via d’uscita a cui si tende, per poter archiviare tutto e sostenere che il processo non si è concluso con un’assoluzione, ma è solo finito nel nulla. E in tal modo gli inguaribili manettari potranno continuare a dire che Berlusconi, e di conseguenza l’ex capo di Publitalia, erano collusi con gli stragisti e il trionfo del Cavaliere nel 1994, con la sua discesa in campo, fu aiutato dai picciotti, i quali furono anche all’origine del suo successo imprenditoriale. Milano 2, Fininvest e pure Forza Italia, tutto fondato con i soldi delle cosche. Accuse mai documentate, che mai hanno superato il vaglio di una sentenza, ma che con l’estinzione di un procedimento per morte del reo rimarrebbero in piedi, tramandate se non nei secoli perlomeno negli anni.
Del resto, non è quello che è successo con Giulio Andreotti, che fu assolto ma anche no, perché a seconda di come si interpreta la sentenza, l’ex presidente del Consiglio fu mafioso a metà o se volete frequentò le cosche a intermittenza, ovvero per un certo periodo sì e per un altro no? Il primo cancellato dalla prescrizione, il secondo certificato dall’assoluzione. Cioè, mafioso ma appena appena, il giusto tasso di mascariamento per consentire a una compagnia di magistrati e giornalisti di poter continuare ad accusare il Divo Giulio.
Spiace dirlo, ma temo che se ieri la verità è - come dice Barbara Berlusconi, terzogenita del Cavaliere - crollata addosso agli accusatori del fondatore di Forza Italia, presto quelle stesse accuse saranno ricostruite e si edificherà da capo un castello di balle. Le premesse ci sono tutte, perché nelle pagine con cui la Procura ha chiesto al gip l’archiviazione, si introducono nuove suggestioni e nuove ipotesi. Resta una sola curiosità: perché una magistratura che non si tiene un cecio in bocca e lascia che pacchi di verbali coperti dal segreto finiscano sulle pagine dei giornali, questa volta ha tenuto la bocca chiusa? L’archiviazione è di parecchi mesi fa; eppure, non è trapelata la benché minima indiscrezione. C’entra qualche cosa il referendum sulla giustizia per cui si è votato a marzo? Sapere che dopo trent’anni di inchieste e milioni spesi in indagini le accuse si erano dissolte come bolle di sapone poteva influire sul risultato? La risposta non c’è. Eppure, come diceva proprio Andreotti, a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.





