C’è stato un tempo in cui il presidente della Repubblica minacciava di mandare i carabinieri a Palazzo dei Marescialli. Un reparto in assetto antisommossa al comando di un generale di brigata schierato in piazza Indipendenza, a Roma, di fronte alla sede del Consiglio superiore della magistratura, pronto a intervenire nell’aula nel caso in cui il Csm avesse deciso di tenere una seduta per censurare l’operato del presidente del Consiglio. Naturalmente, il capo dello Stato che ha avuto il coraggio di contrapporsi così perentoriamente alla deriva politica dell’organo di autogoverno delle toghe non è Sergio Mattarella, ma Francesco Cossiga.
Il «Picconatore» si oppose alla pretesa di trasformare il Consiglio superiore in una specie di terza Camera dello Stato e ritenne che l’intervento a gamba tesa di un ristretto gruppo di magistrati nei confronti del capo del governo fosse ai limiti dell’insurrezione e al di fuori dei poteri previsti dalla Costituzione.
Ma appunto quella di Cossiga fu un’azione che appartiene a una stagione passata, perché adesso, qualsiasi cosa faccia o decida il Csm non trova un altolà da parte del Quirinale, ma semmai un via libera. Lo si è visto anche ieri, quando a sorpresa Mattarella ha deciso di partecipare al plenum del Consiglio superiore della magistratura. Pur essendone il presidente, il capo dello Stato non è mai stato presente alle riunioni dell’organo di autogoverno. I suoi interventi del resto sono limitati alle occasioni in cui il Colle ha qualche messaggio da recapitare. E ieri di certo ce n’era uno importante, da rendere noto proprio nel mezzo della polemica politica in vista del referendum. Ma Mattarella non è andato a Palazzo dei Marescialli per rimettere in riga le toghe e per ribadire che al pari di tanti altri anche i magistrati sono servitori dello Stato, i quali pur se tutelati da indipendenza e autonomia garantita dalla Costituzione devono rispettare e applicare le leggi della Repubblica. No, il presidente ha voluto presiedere il plenum per ribadire il suo sostegno all’organismo di autogoverno dei magistrati, ma soprattutto per dare una botta al governo, che proprio in questi giorni è impegnato in una campagna referendaria sulla riforma della giustizia.
Il capo dello Stato non ha sentito il bisogno di replicare al procuratore capo di Napoli, Nicola Gratteri, il quale ha detto che massoni, indagati e imputati voteranno Sì alla riforma, arruolando dunque nel malaffare chiunque non si opponga come lui alla separazione delle carriere. No, il presidente non ha trovato nulla da ridire sul fatto che un importante magistrato considerasse pendagli da forca coloro che non si intruppano nella battaglia dell’Anm contro la legge Nordio. Né ha invocato la presunzione di innocenza per chi pur indagato potrebbe essere vittima della giustizia e da vittima decidere che gli errori dei magistrati debbano essere oggetto di un procedimento disciplinare indipendente, non condizionato dall’appartenenza ad alcuna corrente della quale magari gli stessi pm e giudici facciano parte.
Mattarella invece ha voluto sottolineare «il valore del ruolo di rilievo costituzionale del Consiglio superiore della magistratura», bacchettando dunque, pur senza nominarlo, il ministro della Giustizia Carlo Nordio, colpevole di aver ripetuto ciò che disse un giudice antimafia come Nino Di Matteo, ovvero che la gestione delle nomine degli uffici giudiziari risponde spesso a un sistema molto simile a quello mafioso. Che altro è il Sistema emerso con le intercettazioni a carico dell’ex presidente dell’Anm Luca Palamara se non uno scambio di favori, un traffico di interessi, una lottizzazione della giustizia e una spartizione delle poltrone in nome della legge? Ma di tutto ciò Mattarella non ha parlato. Si è limitato a esercitare quella che i giornali hanno chiamato una «moral suasion energica». Nei confronti delle balle che il fronte del No sta propagandando, dicendo che il governo vuole mettere i pm sotto il controllo della politica? Macché: il richiamo energico è a Palazzo Chigi e al ministro della Giustizia, a cui è chiesto «il rispetto che occorre ribadire e manifestare, particolarmente da parte delle altre istituzioni, nei confronti di questa istituzione». Con le sue frasi felpate il presidente non dice di essere schierato in questa battaglia referendaria, da una parte, ossia quella dei magistrati. Ma il suo No anche senza essere stato pronunciato si è sentito forte e chiaro.
La sinistra sulla sicurezza non è credibile. Nel senso che sebbene dopo aver parlato a lungo di percezione negli ultimi tempi abbia riscoperto la questione, non ha proposte concrete per garantire agli italiani la soluzione ai loro problemi. Chi lo ha detto? Il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, o il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi? Oppure è una frase pronunciata dal leader della Lega, Matteo Salvini, o da quello di Forza Italia, Antonio Tajani? No, le parole sopra riportate non sono di nessun esponente di centrodestra, ma di Michele De Pascale, governatore della rossissima Emilia-Romagna.
All’improvviso, il presidente di una Regione da sempre governata dai progressisti sostiene che la sinistra offre soluzioni che non funzionano, come il dialogo o la prevenzione. Boom. Mai s’era sentito un esponente autorevole smentire così nettamente la linea ufficiale del partito. De Pascale a dire il vero ha fatto anche di più: mentre molti rappresentanti del Pd, in cui lui stesso milita, criticano l’apertura di nuovi centri per il rimpatrio dei migranti, il governatore ha offerto di costruirne uno nella sua stessa regione. «Magari non lo farei a Bologna, per non inasprire le tensioni sociali, ma siccome cerco di lavorare per risolvere i problemi...», ha ribattuto a chi da sinistra lo ha criticato.
Qualcuno potrebbe pensare che l’ex sindaco di Ravenna, città nella quale la magistratura ha indagato una serie di medici accusati di firmare certificati per impedire che dei sanissimi migranti finissero nei Cpr, sia impazzito. Oppure che si sia convertito alle tesi di centrodestra in vista di un salto della barricata. In realtà, credo che De Pascale non sia solo sano di mente, ma, a differenza di alcuni suoi compagni scesi in piazza per sostenere i dottori accusati di false attestazioni sanitarie, abbia una percezione concreta di ciò che desiderano gli italiani. Altro che difesa a oltranza dei migranti (anche di quelli con decine di reati sulle spalle, come nel caso dell’algerino risarcito da un giudice per essere stato dirottato nel Cpr in Albania per un paio di giorni). E basta con l’idea che i Centri per il rimpatrio siano dei lager. Per affrontare il problema della sicurezza non basta la prevenzione, come insistono a dire Elly Schlein e compagni, i quali reclamano più poliziotti ma allo stesso tempo li vorrebbero con le mani legate. Serve anche la repressione, dice De Pascale. Il quale in questo modo non parla alla pancia del Paese, come credono alcuni suoi compagni di partito, ma alla pancia del Pd.
Lo spiega bene un sondaggio recentemente licenziato da Swg, società di certo non sospetta di simpatie verso il centrodestra. Le rilevazioni sul tema della sicurezza dicono che il 76 per cento degli italiani è favorevole all’espulsione degli immigrati condannati. Fin qui siamo all’ovvio dei popoli: difficile credere che esista chi voglia tener in casa dei pregiudicati stranieri. Ma la novità è che se l’87 per cento degli elettori di centrodestra si dichiara favorevole a una remigrazione dei delinquenti, anche il 76 per cento di chi vota centrosinistra la pensa allo stesso modo.
Interessanti sono pure altre risposte sul tema degli extracomunitari. Alla domanda se sia giusto un blocco navale per fermare gli sbarchi, il 49 per cento degli interpellati dice sì e solo il 38 si dichiara contrario. Ma separando destra e sinistra si scopre che è favorevole il 76 per cento degli elettori moderati, ma lo è pure il 24 per cento dei progressisti. Cioè un compagno su quattro vede di buon occhio una flotta che tuteli i nostri confini. Non è tutto. Swg ha sollecitato una risposta sul tema della stretta ai ricongiungimenti familiari dei migranti, argomento affrontato dal nuovo decreto Sicurezza. Beh, tenetevi forte: gli italiani sono quasi spaccati a metà, con un 45 per cento favorevole e un 42 contrario, ma se il sì al giro di vite per chi vota centrodestra arriva al 63 per cento, per gli elettori della sinistra siamo a un favorevole su tre. In pratica, il vento sta cambiando anche per i compagni e mi sa che il governatore dell’Emilia-Romagna ha annusato l’aria. Gli italiani sono stanchi di accoglienza, ma soprattutto di delinquenza.
è in corso una partita di calcio, non soltanto l’hooligan rischia l’arresto, ma in un battibaleno la giustizia lo «condanna» a quattro anni di Daspo, proibendogli l’accesso allo stadio. Se invece la bomba carta è lanciata contro le forze dell’ordine durante una manifestazione, come si è visto a Torino e Milano, al massimo si rischia un buffetto.
Lo so che sembra incredibile e che i poliziotti dovrebbero essere tutelati al pari se non più dei calciatori, ma a differenza di quel che recita la Costituzione la giustizia non è uguale per tutti. Infatti, mentre con i tifosi violenti nessuno invoca la libertà di manifestare e anche di protestare, nel caso degli antagonisti che lanciano bombe carta e sanpietrini la sola idea di un fermo di polizia per scongiurare scontri di piazza è ritenuta liberticida. Della differenza di trattamento e anche dell’ipocrisia che circola a sinistra ne abbiamo avuto prova nei giorni scorsi. Un tifoso interista che ha lanciato un petardo contro il portiere della Cremonese è stato arrestato e la questura ha emesso nei suoi confronti un giusto divieto di accedere alle manifestazioni sportive per quattro anni. E per gli scontri che si sono verificati a dicembre fra tifoserie della Cremonese e del Napoli sono stati giustamente adottati altri venti Daspo, con il divieto complessivo per una cinquantina d’anni di frequentare lo stadio. E i diritti a manifestare e partecipare a eventi sportivi? A quanto pare non soltanto nessuno se n’è preoccupato, ma non c’è stato neppure qualcuno che abbia accusato il colpo parlando di limitazione della libertà.
Ma quel che è normale e ovviamente auspicabile nei confronti dei tifosi violenti, curiosamente non è ritenuto altrettanto legittimo e altrettanto opportuno se di mezzo ci sono altri violenti, in particolare quelli rossi. Infatti, sia dopo gli scontri di settembre a Milano, sia dopo quelli di Torino, non risulta che sia stato usato altrettanto rigore. Anzi. Nel caso di alcuni partecipanti ai tafferugli di fronte alla stazione Centrale del capoluogo lombardo, dopo essere stati fermati dalla polizia sono stati subito rilasciati per consentire loro di seguire le lezioni. A due degli arrestati per resistenza aggravata e danneggiamento (la via di accesso alla stazione di Milano era stata trasformata in un campo di battaglia, con lancio di pietre, cestini dei rifiuti e bombe carta) il tribunale del riesame ha infatti revocato i domiciliari per consentire la frequenza scolastica. Quel giorno il gruppo di antagonisti, fra cui molti studenti, aveva provato a sfondare il cordone delle forze dell’ordine, ingaggiando una serie di scontri con gli agenti andati avanti dalla mattina alla sera. Però i giudici chiamati a pronunciarsi sugli arresti domiciliari hanno ritenuto che la misura cautelare fosse sproporzionata rispetto al «rischio di reiterazione del reato» e dunque li hanno liberati. Non molto di più è capitato al giovane che a Torino ha partecipato ai tafferugli contro la polizia per lo sgombero del centro sociale Askatasuna. L’immagine del poliziotto colpito da una decina di manifestanti, uno dei quali impugnava un martello, l’abbiamo vista tutti. Così come abbiamo notato che nel gruppo, fra tante tute nere, ne spiccava una rossa. E nonostante il giovane di Arezzo non sia apparso impegnato in una gita turistica, i giudici non hanno ritenuto di tenerlo in cella nemmeno un giorno. E neppure di applicare qualche cosa di simile al Daspo, per impedire che in futuro il contestatore tornasse in piazza a scontrarsi con gli agenti. Anzi: siccome il governo ha ipotizzato un fermo preventivo di 12 ore per evitare altri fenomeni di guerriglia urbana tipo quelli visti a Torino, l’opposizione è insorta, accusando la maggioranza di torsione autoritaria allo scopo di reprimere il dissenso.
La conclusione mi pare evidente: ci sono petardi democratici, che si possono lanciare contro gli agenti, e ci sono mortaretti antidemocratici che se sparati non in piazza, ma su un campo di calcio valgono da soli quattro anni di bando dallo stadio. Fossi un ultrà dell’Inter (è la mia squadra del cuore, ma non vado allo stadio) i prossimi fuochi d’artificio li farei rossi, magari accompagnandoli con qualche striscione pro Pal e pure slogan che inneggino ad Askatasuna. Sono certo che in tal caso la mano della giustizia sarebbe più leggera: altro che Daspo, per gli hooligan ci sarebbe anche un premio.





