C’è un pezzo d’Europa, e anche d’Italia, che fa il tifo per il lockdown. Quel periodo in cui, a causa del Covid, alle persone era impedito di uscire, si consumava poco gasolio e ancora meno benzina, i negozi erano chiusi e le aziende lavoravano in smart working, e così anche le emissioni erano ridotte al minimo.
Un mondo chiuso per epidemia, che adesso qualcuno a quanto pare rimpiange, vedendo nel «tutti a casa» una soluzione facile per far fronte alle difficoltà imposte dalla guerra in Iran. Il primo a parlare di razionamenti, di limitare viaggi, cioè di restare a casa ma abbassando riscaldamento e condizionamento, è stato Dan Jorgensen, socialdemocratico danese e commissario all’Energia della Ue. Poi sono venuti altri, come ad esempio Nino Cartabellotta, orfano inconsolabile della pandemia, divenuto famoso proprio durante il lockdown. Con un post su X, il presidente della fondazione Gimbe ha scritto parole ottimistiche, cui mancava solo l’invito a predisporsi a un prossimo decesso: «Bisogna preparare il Paese a uno shock energetico di lunga durata e disincentivare i consumi. Non spacciare per cura l’ennesimo decreto cerotto». Che cosa c’entri il gastroenterologo Cartabellotta con la guerra e il blocco delle petroliere in uscita dallo stretto di Hormuz non è dato sapere, ma pare evidente che, come molti suoi colleghi, lo «scienziato» sia in crisi da astinenza tv e dunque la crisi energetica gli faccia intravedere la possibilità di tornare ad apparire nei talk show.
Si capisce anche il suggerimento del presidente dell’Anief, Marcello Pacifico. L’associazione riunisce insegnanti e formatori, perciò il sindacalista non si è trattenuto dal suggerire al governo e al Parlamento l’adozione della ormai mitica Dad, didattica a distanza, che consentiva ai docenti di tenere lezioni dal salotto di casa in tuta sportiva se non addirittura in pigiama. «La crisi energetica, con ripercussioni sul costo dei carburanti, potrebbe portare l’Italia entro giugno a un tasso di inflazione altissimo», dunque, ha spiegato Pacifico, «per frenare il costo della vita si potrebbe valutare il collocamento dei lavoratori pubblici in smart working». Insomma, tutti a casa in pantofole anziché in cattedra, anche se, dopo aver lanciato il sasso, il presidente Anief precisa che la scuola dovrà essere l’ultima a chiudere, ma si sa che è sempre meglio prevenire che curare.
Nel frattempo, per alleggerire il clima di pessimismo che aleggia sull’economia europea, Bruxelles ci tiene a ribadire non soltanto che non sono previsti allentamenti del patto di stabilità, cioè nessuna deroga ai vincoli di bilancio, ma che sia a livello comunitario che per quanto riguarda i singoli Stati sono vietati i tagli alle accise. In altre parole, l’Unione sposa la linea Cartabellotta, dicendo che i consumatori devono soffrire e anche un po’ morire.
Negando qualsiasi possibilità di sforamento dei parametri di bilancio e respingendo ogni apertura all’idea di tornare a comprare gas russo (scelta super ipocrita, che non tiene conto del fatto che gli Stati europei continuano ad acquistare il Gnl di Putin e il rialzo dei prezzi dei prodotti fossili sta comunque aiutando l’economia di Mosca), l’Europa apre la strada non soltanto all’austerity raccomandata dall’Agenzia internazionale dell’energia, la cui ricetta in sostanza si riduce a meno spostamenti e meno consumo di carburante, ma pure a un futuro lockdown, come quello adottato durante la pandemia. Del resto, a bordo campo si scalda i muscoli uno che in fatto di chiusure se ne intende. Ringalluzzito dalla vittoria del No al referendum sulla giustizia e spinto dalla possibilità di un ricorso alle primarie per la scelta del candidato leader di centrosinistra, Giuseppe Conte accarezza l’idea di tornare a Palazzo Chigi e di riutilizzare i famigerati Dpcm. A motivarli non sarebbe il Covid ma il virus iraniano. Nella malaugurata ipotesi di una vittoria del centrosinistra alle prossime elezioni potrebbe tornare anche Roberto Speranza, indimenticato ministro della Salute del periodo 2020-2022. Lo slogan, ovviamente, non sarebbe più tachipirina e vigile attesa, ma meno benzina e vigile attesa. Perché ciò che conta è stare in casa e avere pazienza, sempre che la morte di cui sopra non arrivi prima.
Il «Bullo» sponsorizza l’ascesa di Silvia Salis così da indebolire Conte e Schlein. L’Ingegnere spinge per sostituire la Meloni con un governo tecnico.
Carlo De Benedetti in versione Nostradamus prevede che presto Giorgia Meloni sarà spazzata via. In un’intervista a Lilli Gruber andata in onda giovedì sera, l’Ingegnere ha sputato veleno contro il presidente del Consiglio, definita, nella mezz’ora scarsa di chiacchiere da salotto su La7, «menzognera di prima qualità», «annebbiata», «infantile» e «asservita in ginocchio da Trump».
Perché l’ex padrone di Olivetti, che piazzò vecchie telescriventi al ministero delle Poste in cambio di tangenti, ce l’abbia tanto con il premier non è dato sapere ma si può immaginare. Viene infatti il sospetto che sia perché Meloni non lo invita alla mattina a fare colazione nelle stanze dorate di Palazzo Chigi come faceva invece Matteo Renzi. Il quale, tra un caffè e una brioche, gli spifferava notizie sulle prossime riforme, come ad esempio quella sulle banche popolari. Grazie a quella confidenza, rivelata appena uscito da lì al suo broker, De Benedetti guadagnò in un amen 600.000 euro, come poi avrebbe accertato l’inchiesta della magistratura, che però - guarda caso - nel comportamento dell’Ingegnere non riscontrò alcun reato.
Tornando all’apparizione tv dell’ormai più che novantenne imprenditore, a colpire non è tuttavia la bile sputata contro Meloni, ma le sue previsioni su quel che a breve potrebbe accadere. Il Nostradamus con cittadinanza svizzera (ma stupenda tenuta nelle Langhe) pronostica una prossima cacciata del presidente del Consiglio, colpito da una crisi internazionale. Secondo l’ex padrone di Repubblica, lo shock a cui andiamo incontro è analogo a quello del 1973, con la guerra del Kippur, ma a suo dire con effetti perfino peggiori. Dall’agio della sua residenza e dall’alto della sua presunzione, l’Ingegnere predice uno scenario catastrofico e, «siccome noi abbiamo complessivamente una classe politica non particolarmente attrezzata», Meloni sarà spazzata via. «E a questo punto?», lo ha incalzato una gongolante Lilli Gruber. «Beh, Mattarella sarà costretto a trovare un presidente del Consiglio tecnico, ma anche politico» ha replicato De Benedetti, evocando l’ipotesi di un governo di unità nazionale. Che cosa ciò voglia dire lo ha spiegato lui stesso subito dopo: «A noi manca un Winston Churchill che abbia il coraggio di dire al Paese che servono misure lacrime e sangue». In pratica, siamo alla riedizione dell’operazione Monti, con la quale Giorgio Napolitano piazzò al governo l’ex rettore della Bocconi, liquidando l’esecutivo guidato da Silvio Berlusconi. Anche allora in qualche modo c’era lo zampino dell’Ingegnere, perché prima di accettare l’incarico ma subito dopo aver capito quali fossero le intenzioni del capo dello Stato, Monti fece il giro dei poteri forti, consultando proprio De Benedetti. In pratica, qualcuno dall’alto si preparava a dare il benservito a un governo democraticamente eletto per imporre agli italiani delle poco democratiche misure. Tutto ciò ovviamente senza passare dalle elezioni e senza consentire al popolo sovrano di esprimere la propria opinione. Ora, a sentire l’Ingegnere, è tutto pronto per il bis. Far cadere Giorgia Meloni per imporre qualcuno che faccia come allora il lavoro sporco, con tagli e tasse. Per la prima tessera del Pd (appena nacque il Partito democratico, De Benedetti si precipitò a iscriversi) non sono importanti le primarie, le elezioni, le candidature, perché tutto deve essere lasciato a Mattarella. Tutto è nelle sue mani. Ovvero nelle mani di un presidente della Repubblica trasformato in monarca, che pur senza essere mai stato scelto dagli italiani ormai regna sul Colle da più di undici anni e a fine mandato passerà alla storia con addirittura un mandato di 14, record mai visto nelle democrazie occidentali.
Tornando però a De Benedetti, consola solo una cosa e cioè che con le previsioni non ci abbia mai preso. Fin da quando in maniera sprezzante rifiutò di entrare in affari con Steve Jobs per poi passare alla sua scalata alla Société Générale de Belgique (dove prima di essere cacciato disse: «Sono venuto a fischiare la fine della ricreazione»), l’Ingegnere ha una lunga lista di pronostici sbagliati. L’ultima riguarda proprio Meloni, a cui nel 2022 predisse vita breve, perché Berlusconi non avrebbe mai accettato di farle da «paggetto» e si sarebbe sfilato. Come sappiamo non è andata così, ma i rancori dell’uomo che per una vita ha brigato con il potere è meglio conoscerli, perché si capisce quali trame il potere punti a ordire, magari approfittando di qualche ex premier in cerca di rivincite.
Dopo la batosta del referendum, molti hanno tirato Giorgia Meloni per la giacchetta. C’è chi le ha suggerito un rimpasto, per rafforzare la squadra di governo eliminando i ministri più scarsi, e chi (ignorando che il ricorso alle urne lo decide il capo dello Stato) addirittura ha proposto di portare gli italiani alle elezioni, per ricevere un nuovo mandato popolare. Per fortuna il presidente del Consiglio non ha prestato attenzione a queste esortazioni. Così, presentandosi ieri alle Camere, il premier non soltanto ha smentito un aggiustamento della squadra di governo, ma ha pure spiegato di non avere alcuna intenzione di dimettersi per anticipare il voto.
Giorgia Meloni, dunque, si dimostra più lucida di certi aspiranti statisti, soprattutto quando annuncia di non avere in serbo misure roboanti, «tipo potrete ristrutturare le vostre ville con i soldi dello Stato», ricordando quei tipi che invitano tutti al bar per poi lasciare il conto da pagare ad altri. «L’ultimo anno di questa legislatura non sarà tempo di attesa, ma di costruzione, per rafforzare una decisione solida, che è difendere l’interesse degli italiani». E quale sia questo interesse il premier sembra averlo ben chiaro e credo si possa sintetizzare come abbiamo fatto qualche giorno fa nella regola delle tre «S». Come ho spiegato, non si tratta del vecchio insegnamento dei capi cronisti ai giovani redattori, ovvero la scrittura di articoli che parlino di sesso, sangue e soldi. No, in politica le tre «S» sono sicurezza, salute e soldi. E cominciando da quest’ultima, Meloni ha toccato il tema del pareggio di bilancio, dicendosi pronta a superarlo in caso di necessità, e del piano Casa, una proposta a cui il governo sta lavorando da tempo e che dovrebbe essere portata in Consiglio dei ministri all’inizio di maggio. Un programma per dare alle giovani generazioni un tetto, con la costruzione di 100.000 abitazioni a prezzo calmierato, sia per la vendita che per l’affitto. Il mattone è la pietra angolare su cui costruire una strategia per fermare il declino demografico, ma anche per consentire di studiare e lavorare lontano da casa. Mettere sul mercato nuovi alloggi equivale a mettere nelle tasche degli italiani, soprattutto a quelli a reddito più basso, un po’ di quattrini. Non si tratta di spregiudicate operazioni, come gli 80 euro infilati in busta paga da Matteo Renzi a un mese esatto dalle Europee o il Superbonus, ma di un atto concreto per migliorare le condizioni di decine di migliaia di famiglie.
Alle Camere Meloni ha però parlato anche di sicurezza, argomento che fu centrale nella campagna elettorale del 2022 e che anche ora è ai primi posti del programma politico. Il presidente del Consiglio ha ammesso di non essere soddisfatta dei risultati raggiunti e oltre a illustrare il rafforzamento degli organici delle forze dell’ordine, per avere più personale in strada, ha annunciato l’assunzione di 10.000 ausiliari di carabinieri e polizia per fare più prevenzione sul territorio. Però, a proposito dei migranti, dopo aver parlato della possibilità di un blocco navale temporaneo per fermare gli sbarchi, Meloni ha aggiunto che, una volta lasciate alle spalle le polemiche sulla riforma della giustizia, si aspetta che i magistrati applichino le leggi, quelle stesse che l’Europa ora guarda con interesse, prendendole a esempio.
Nel dibattito parlamentare c’è stato spazio anche per l’ultimo tema, quello della salute, che pur essendo di competenza regionale, per il governo è argomento centrale. «Non è accettabile che ci siano ancora così tante disparità. Avremo presto i dati del sistema di monitoraggio delle liste d’attesa e questo ci consentirà di intervenire in modo efficace». Ovviamente per ridurre i tempi per curarsi.
Ma alle opposizioni la regola delle tre «S» importa poco. Ieri alla Camera e al Senato non volevano sentir parlare di piano Casa, di sicurezza o salute, ma di Donald Trump e Benjamin Netanyahu, le loro ossessioni. Da Meloni pretendevano una dura condanna del presidente americano e del premier israeliano, come se agli italiani una polemica con Washington e Tel Aviv porti qualche cosa nelle tasche. Così abbiamo assistito al solito teatrino, con qualcuno che chiedeva perfino di distanziarsi da Orbán (da Xi Jinping invece no, anzi quello è ritenuto da Giuseppe Conte una buona alternativa a Trump, forse perché non ha ancora bombardato Taiwan). Alla fine, l’esibizione di chiacchiere inutili si è conclusa con Meloni che salutava dicendo: «Ho sentito tanti insulti e demagogia, ora aspettiamo le proposte. Ma se l’opposizione continuerà a inveire, ce ne faremo una ragione». Sipario.





