Quasi amici. Anzi, no: proprio amici amici. Lo dice Domenico Arcuri, ex commissario straordinario durante l’emergenza Covid, a proposito di Giuseppe Conte, commissario che indaga sulla gestione dell’emergenza Covid. Vi pare un’anomalia o quanto meno una frequentazione poco opportuna? Può darsi, ma un amico non lo si può scegliere sulla base elle relazioni politiche o delle inchieste prossime venture.
Certo, forse sarebbe meglio che un componente della commissione d’inchiesta deputata a indagare su alcuni fatti, e inevitabilmente a porre domande ai protagonisti di una stagione, evitasse di incontrare un testimone che potrebbe essere chiamato a chiarire proprio quei fatti. Uno degli argomenti del recente referendum sulla giustizia riguardava l’impossibilità di garantire l’imparzialità di chi giudica se frequenta chi indaga. Ma nel caso della commissione Covid siamo un po’ oltre, perché il commissario che deve porre quesiti e in seguito anche tirare le conclusioni su quegli stessi quesiti, non sta sullo stesso piano ma addirittura nello stesso salotto di chi è chiamato, con la sua testimonianza, a fornire spiegazioni. È un po’ come se il pm del caso Garlasco andasse a casa di una persona informata dei fatti e lo facesse in compagnia del giudice che un domani dovrà valutare la testimonianza. Succedesse qualche cosa del genere probabilmente grideremmo allo scandalo e immagino che se ci fossero imputati o anche solo parti lese, ci sarebbe chi chiederebbe la ricusazione delle toghe coinvolte.
Ecco, nel caso della commissione Covid, siamo di fronte a questo enigma: dell’organismo fa parte Conte, il quale, oltre a essere stato presidente del Consiglio nel 2020-2021, quando furono prese misure d’emergenza per sconfiggere la pandemia, è anche amico amico del commissario da lui nominato per combattere il virus. Che in quella stagione non tutto sia andato per il verso giusto e che siano stati spesi un mucchio di soldi, anzi di miliardi, è ormai certo. Dunque, la commissione dovrebbe andare fino in fondo, sentendo i protagonisti e chiedendo loro chi decise che cosa e perché alcuni fornitori, che poi si rivelarono inadatti, furono preferiti rispetto ad altri. Qualche domanda andrebbe posta a chi aveva la possibilità di prendere le decisioni, in questo caso Conte. Ma l’ex premier oggi siede in commissione Covid, cioè indossa la toga del pm e del giudice, e i pm e i giudici non possono essere chiamati a rispondere, perché dovrebbero svestirsi del proprio ruolo per poi indossare quelli del testimone. Già questa è un’anomalia a cui forse bisognerebbe porre rimedio, ma l’unico che lo può fare è lo stesso Conte.
Poi però c’è il secondo aspetto sorprendente e cioè che, come rivelato dal nostro Giacomo Amadori, l’ex presidente del Consiglio e attuale commissario è amico amico di Arcuri, ovvero di uno che la sa lunga sulla gestione della pandemia, persona che la commissione vuole audire. E così eccoci arrivati al nodo della faccenda: di cosa parlano i due amici quando si incontrano, come ad esempio la scorsa settimana? «Di tutto e di niente», ha detto rispondendo al nostro vicedirettore lo stesso Arcuri. Tutto può voler dire anche dei lavori della commissione, ma magari anche no. Di certo, gli incontri fra un testimone e un commissario all’insaputa degli altri alimentano dubbi. E infatti ieri gli esponenti di Fratelli d’Italia, tra i più assidui nell’accendere un faro su quel che accadde cinque anni fa, si sono scatenati, chiedendo come sia possibile che l’ex commissario parli con l’attuale componente di un istituto preposto a indagare senza riferire nelle sedi istituzionali.
Difficile dar loro torto, anche perché in un’inchiesta della magistratura è spuntato un altro commissario, sempre dei 5 stelle, ma questa volta al lavoro nella commissione Antimafia, che parlava all’insaputa dei colleghi con un testimone, anticipando le domande e suggerendo le risposte. È così che si fanno le indagini? E il mito dello streaming, bandiera dei 5 stelle per garantire con la diretta video la massima trasparenza dentro i palazzi del potere, che fine ha fatto? Domande legittime, che aspettano risposte più che legittime, ovvero necessarie. Perché altrimenti ci sarà sempre chi alimenterà dubbi su una gestione dell’emergenza, che oltre a diversi errori è costata anche molta sofferenza. Arcuri ha detto al nostro Amadori che è pronto a parlare. Noi siamo pronti ad ascoltare e soprattutto a fare domande, riferendo le risposte, con lo stesso scrupolo con cui da anni ci interroghiamo sugli effetti dell’emergenza Covid.
Ci sono voluti trent’anni per approvare la legge sulle unioni civili. Prima i Pacs, poi i Dico, quindi DiDoRe, infine la legge Cirinnà. Discussioni, battaglie, cortei per le vie delle principali città. Alla fine, il 20 maggio del 2016 ci fu la promulgazione da parte del presidente della Repubblica e il 5 giugno dello stesso anno l’entrata in vigore delle nuove norme. Ne valeva la pena? Probabilmente, per chi ha così ottenuto di regolare davanti alla legge la propria unione, sì. Ma valeva la pena di un così grande impegno politico per un risultato minimo?
A guardare i numeri, si direbbe di no. Li ha pubblicati ieri il Sole 24 ore, mettendo in fila i risultati di dieci anni di applicazione della legge. Quando nel 2016 le unioni civili furono introdotte nell’ordinamento italiano, 4.376 coppie chiesero di veder certificare il proprio rapporto davanti a un pubblico ufficiale. Tante, ma anno dopo anno a chiederlo sono sempre state di meno. L’ultimo dato disponibile riguarda il 2024 e si parla di 2.936 coppie. In totale, dal 2016 a due anni fa, ci sono state 24.000 unioni civili. Considerando che, secondo dati Istat e Ipsos, le persone che si identificano come gay o lesbiche sono all’incirca il 2% della popolazione italiana, vale a dire poco meno di un milione 200 mila persone, in dieci anni ha usufruito della legge appena il 2% degli interessati.
Non riuscite a capire dove ho intenzione di andare a parare con questa caterva di numeri? Voglio arrivare a una semplice considerazione che trae spunto, oltre che da queste cifre, anche dall’ennesima sfilata gay, l’ultima ieri nelle vie del centro di Milano dove ha partecipato a sorpresa anche Elly Schlein dicendo che «l’Italia su diritti Lgbtqia+ non è in Europa». Gli omosessuali e le lesbiche che strillano ci fanno una testa tanta con i diritti sono una esigua minoranza. Alla maggioranza dei gay o anche delle persone di sesso femminile che hanno una relazione con altre donne, non interessano i carri allegorici che rivendicano l’orgoglio di amare una persona dello stesso sesso. Quelli che protestano e si vestono a festa per finire in tv o sui giornali non rappresentano l’intero mondo omosessuale, ma godono di una straordinaria visibilità grazie ad alcuni partiti e a certi giornali i quali, nella loro furia ideologica, nemmeno si rendono conto di dare una immagine caricaturale di quel mondo.
Insomma, i gay sono molto più seri di chi pensa di rappresentarli con il gay pride. E gli stessi gay e lesbiche sono molto meno interessati alla battaglie che una parte politica dice di combattere per loro. Aggiungo di più. Se si analizzano i dati delle unioni civili, «conquista» che la sinistra rivendica come segno di progresso, si scopre che non soltanto una minoranza ha deciso di farne uso, ma quella minoranza è prevalentemente maschile. Significa che le donne lesbiche preferiscono sottrarsi a questo tipo di formalizzazione della propria relazione? Probabilmente sì. Ma in loro nome - e nel nome di centinaia di migliaia di persone gay - la sinistra ha tenuto impegnato il Parlamento con una discussione che semplicemente non era una priorità per gli interessati.
Invece di parlare di come garantire l’energia al Paese, di come migliorare la sanità, di quali soluzioni adottare per realizzare infrastrutture più moderne, chi è stato al governo negli anni fra il 2011 e il 2022 ha discusso d’altro, condannando l’Italia a un ritardo su temi vitali per la crescita economica e sociale.
Qualcuno potrebbe dire che il dibattito sulle unioni civili appartiene al passato e, dunque, è inutile rinvangare una storia andata. Non è così e non solo perché a sinistra le tentano tutte per introdurre il reato di omofobia (ultimamente, dopo il duplice delitto di Viareggio, i compagni si sono inventati anche il gaycidio), ma perché preoccupati di fare gli interessi di una minoranza della minoranza, ignorando i diritti della maggioranza. Ora, ad esempio, si battono per introdurre il suicidio assistito, ovvero il diritto alla morte somministrata dallo Stato.
Quanti sono in Italia i casi di persone che chiedono di porre fine alla propria vita in un ospedale e con l’aiuto di un medico? Poche decine. Ma in Parlamento sembra che l’Italia sia colpita da un’epidemia di richieste per ottenere la dolce morte e, dunque, nei Consigli regionali, nelle commissioni Camera e Senato non si parla d’altro, ignorando il mondo reale, che, invece di parlare di come ottenere il fine vita, preferisce discutere di come arrivare a fine mese.
Immagino che da ieri nessuno avrà più dubbi sul prezzo da pagare per la transizione energetica. Volkswagen, ossia il più grande gruppo automobilistico europeo e il secondo nel mondo, si prepara a licenziare 100.000 dipendenti, all’incirca un sesto dell’intera sua forza lavoro. La decisione sarebbe maturata in seguito al calo delle vendite ma soprattutto dei profitti che nello scorso anno si sarebbero ridotti di oltre il 40 per cento. Che a Wolfsburg, in Bassa Sassonia, le cose non andassero a gonfie vele lo si era capito da tempo, quando l’azienda aveva annunciato un programma di riduzione del personale da qui al 2030.
Ma mesi fa nessuno immaginava che i tagli fossero di simili dimensioni. Soprattutto, all’inizio dell’anno non vi erano segnali di cessione di interi rami d’azienda. Invece, pochi giorni fa è arrivata la notizia della vendita della divisione motori marini, ceduta per 7,4 miliardi, e ieri la doccia fredda di un piano di «esuberi» con il doppio dei numeri previsti nella peggiore delle ipotesi. Come se non bastasse, sulla stampa specializzata sono iniziate a circolare voci che non escludono il fallimento del gruppo.
Volkswagen è un colosso industriale di oltre 320 miliardi di fatturato e con 114 stabilimenti sparsi nel mondo. Ma pur essendo un gigante ha i piedi d’argilla, costituiti non già dall’alto debito, che pure esiste, ma dagli obblighi indotti dalle misure imposte dall’Unione europea per combattere il cambiamento climatico. La rivista tedesca Manager magazin, in uno dei suoi ultimi numeri, ha dedicato alla questione della sostenibilità del gruppo un’inchiesta, sentendo in forma anonima i componenti del consiglio di amministrazione della casa automobilistica e le risposte non sono state confortanti. Sei dei nove membri del cda si sono spinti fino a definire l’azienda a rischio di sopravvivenza. Altri tre hanno parlato di una «situazione tesa». Nessuno ha scelto l’opzione che descriveva il quadro come «non critico».
La crisi della Volkswagen tuttavia non è isolata. Innanzitutto perché coinvolge l’industria della componentistica, con tagli pesanti anch’essi già annunciati; ma poi se il gruppo di Wolfsburg sta male, neppure i concorrenti si sentono granché bene. Martin Brudermueller, presidente del consiglio di sorveglianza di Mercedes Benz, due giorni fa dalle pagine del quotidiano economico Handelsblatt ha lanciato l’allarme: la situazione è gravissima, il costo del lavoro è fuori controllo e la produttività non basta più a contrastare i competitor internazionali. Secondo Brudermueller, la crisi in Germania è molto più grave di quanto la maggior parte delle persone pensi.
Qualcuno potrebbe fare spallucce e magari anche pensare che se i tedeschi arrancano, gli italiani potrebbero trarne vantaggio o per lo meno ne potrebbe guadagnare l’industria automobilistica di casa nostra. Sbagliato. Non solo perché le aziende del settore hanno tutte, chi più chi meno, gli stessi problemi, ma una parte delle nostre imprese che operano nell’automotive lavorano per le grandi case della Germania. Dalle viti ai motori, dai freni ai cambi, molta componentistica montata dai veicoli di Volkswagen, Audi, Mercedes, Opel Bmw e Porsche è made in Italy. Dagli pneumatici (5,5 per cento) per finire alle parti meccaniche o ai sedili (21,2), le imprese nazionali lavorano a pieno ritmo per Berlino e dintorni e la crisi le investe inevitabilmente.
Certo, nessuno immaginava che introducendo norme sempre più stringenti per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione gli effetti sarebbero stati questi. Ma ora solo gli stupidi rifiutano di ammettere che così si è spinta l’auto verso il baratro. Aver accelerato l’adozione dei motori elettrici, penalizzando quelli termici, rischia infatti di far scomparire la spina dorsale dell’industria europea. E solo i folli possono negare che, di questo passo, la transizione energetica ci porterà a una distruzione di valore e alla perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro, creando problemi sociali spaventosi. Purtroppo, i pazzi sono però alla guida dell’Europa e ogni giorno fanno danni. E a questo proposito, l’ultima invenzione riguarda il regolamento Ue sul metano, che potrebbe farci perdere fino al 43 per cento delle forniture di gas e fino all’87 per cento degli acquisti di petrolio, a causa del rischio di non conformità ai requisiti imposti da Bruxelles agli importatori.
Dodici Paesi, tra cui l’Italia (più la Germania), hanno lanciato l’allarme, ma ieri il commissario all’energia, il danese Dan Jorgensen, ha chiuso la porta a qualsiasi modifica. «Il mio compito», ha detto, «è garantire l’attuazione dei provvedimenti per combattere il cambiamento climatico». Dunque, avanti fino alla morte dell’economia europea. E della nostra.





