Che l’opposizione parli di dimissioni del presidente del Consiglio dopo la sconfitta del referendum si può capire. È il gioco delle parti, dove chi non è al governo sfrutta ogni occasione per dare addosso a chi sta a Palazzo Chigi. Che però la tentazione di avvicinare le elezioni, puntando a uno scioglimento anticipato della legislatura, venga da ambienti della maggioranza si capisce un po’ meno. Anzi, per dirla tutta, pare una strana voglia suicida. Infatti, si sa chi getta la spugna, ma non si sa mai chi poi la raccoglierà. In altre parole, chi potrebbe garantire che nel caso in cui Giorgia Meloni fosse costretta a salire al Colle, invocando le elezioni anticipate, Sergio Mattarella sia disposto ad assecondare la richiesta? Nessuno.
Anzi, è altamente probabile che il capo dello Stato farebbe ciò che è abilissimo a fare: un governo tecnico o di larghe intese. Matteo Renzi, che pure lo aveva fatto eleggere presidente della Repubblica, quando lasciò Palazzo Chigi scelse Paolo Gentiloni come suo sostituto, convinto che sarebbe rimasto a scaldargli la sedia per qualche mese, giusto il tempo di tornare a votare. Come sia finita si sa: per un anno e mezzo Er Moviola (questo il soprannome dell’ex commissario Ue) restò incollato alla poltrona, concludendo la legislatura e bruciando le ambizioni del Bullo toscano. Dunque, nessuno potrebbe assicurare a Meloni un anticipo del voto. Anzi, semmai si rischia un posticipo, perché l’ultima volta che si sono tenute le Politiche era il 25 settembre del 2022 e dunque, a rigor di logica, si dovrebbe tornare ai seggi dopo cinque anni e non dopo quattro e mezzo. Quindi, l’idea di puntare allo scioglimento anticipato delle Camere per non dare tempo alla sinistra di organizzarsi, di trovare un leader e mettere da parte le divisioni (che già si intravedono), è un azzardo. Con la guerra alle porte, la crisi energetica e i dazi che pesano sulle esportazioni, Mattarella avrebbe gioco facile a piazzare a Palazzo Chigi qualche riserva dello Stato, come già ha fatto nel 2021 con Mario Draghi e come fece Giorgio Napolitano nel 2011 con Mario Monti. Dopo un rettore e un banchiere potrebbe toccarci in sorte un ragioniere (dello Stato) e nel caso non se ne trovasse uno disponibile potrebbe pure capitarci un magistrato, magari della Corte dei conti, così la Repubblica giudiziaria sarebbe perfetta.
No, mettiamo da parte le scorciatoie: il governo ha davanti a sé almeno un altro anno, se non 18 mesi; dunque, urge riempire questo periodo di contenuti e, soprattutto, di decisioni. È vero che, come diceva Giulio Andreotti, tirare a campare è sempre meglio che tirare le cuoia, ma se conosco appena un poco Giorgia Meloni non è certo sua intenzione restare a Palazzo Chigi con il solo obiettivo di diventare la premier più longeva della storia repubblicana. Affondata la riforma della giustizia, bisogna trovare qualche misura che caratterizzi l’ultimo periodo della legislatura e di sicuro non può essere la legge elettorale. Le regole del gioco interessano ai politici, che devono puntare all’elezione, ma non appassionano di certo chi vota. Quanto al premierato e all’autonomia regionale, dopo la bocciatura della riforma sulla giustizia credo sia meglio rimettere tutto nel cassetto, prima di essere vittima di altre delusioni. Che resta, dunque? L’economia. Bisogna cercare di attutire gli effetti dell’instabilità dei mercati causa guerra nel Golfo. Non so se si possa fare riprendendo le forniture con la Russia o ignorando un po’ di regole europee, ma credo che per recuperare consensi il solo modo efficace sia aprire il portafogli, per mettere un po’ di soldi in quello degli italiani. Il caro benzina, l’aumento delle bollette e l’inflazione spaventano gli elettori e per tranquillizzarli c’è un solo modo: far tintinnare i contanti. Certo, il pareggio di bilancio è importante, soprattutto per chi ha un debito pubblico come quello italiano, ma è indispensabile anche quello del bilancio familiare. E direi che quest’ultimo smuove le intenzioni di voto, come Renzi insegnò alle Europee del 2014.
Se poi a questo si potesse aggiungere pure un’altra cosa concreta, come il Piano casa, cominciando a spendere quegli 8 miliardi necessari per offrire «100.000 alloggi a chi la casa non ce l’ha», di certo l’entusiasmo per il governo crescerebbe. Insomma, citando sempre Andreotti, il potere logora chi non ce l’ha, ma se chi ce l’ha lo esercita è destinato a durare nel tempo. Il divino Giulio insegna.
La sconfitta del Sì al referendum è una occasione persa per sanare le storture della giustizia ed è un segnale per in centrodestra: ora bisogna concentrarsi sui temi che stanno a cuore agli elettori.
Che Via Crucis: la Meloni chiede le dimissioni della Santanchè da ministro. Lei resiste ma poi, rimasta sola, lascia in polemica: «Il mio certificato penale è pulito, non voglio essere il capro espiatorio però dico: “Obbedisco”». La sfida del governo adesso è risorgere dopo giornate di passione...
«Chi sbaglia, paga». Avrebbe dovuto essere lo slogan della campagna referendaria, per spiegare che anche i magistrati che commettono errori devono risponderne. Ma dopo il No alla riforma della giustizia «chi sbaglia, paga» è la nuova parola d’ordine di Giorgia Meloni, la quale si sarebbe sfogata con i principali collaboratori, dicendo di non essere più disposta a coprire nessuno. Succede spesso all’interno di un gruppo che il capo si assuma le responsabilità dei sottoposti, difendendoli a spada tratta. Ma dopo la sconfitta del 22 e 23 marzo, il presidente del Consiglio ha capito che serve maggiore rigore, perché nei prossimi mesi la maggioranza si giocherà tutto, in particolare la possibilità di rivincere le elezioni.
Dunque, hanno cominciato a rotolare le prime teste. Giusi Bartolozzi, plenipotenziaria del ministro Carlo Nordio, ha pagato per alcune frasi improvvide pronunciate davanti alle telecamere di una televisione locale. Il sottosegretario Andrea Delmastro Delle Vedove sconta il pasticcio di essere diventato socio di un ristoratore condannato in qualità di prestanome di ambienti criminali. L’una e l’altro sono stati in qualche modo ritenuti responsabili del clima che ha portato alla sconfitta referendaria.
Per quanto riguarda Daniela Santanchè nessuno le imputa il brutto risultato di lunedì, perché sul tema giustizia il ministro del Turismo è stato alla larga, evitando di prendere posizione. E però a imbarazzare sono i guai personali della «pitonessa». Per quanto i processi siano ancora da celebrare e dunque lei come chiunque altro debba essere ritenuta innocente fino a prova contraria, le accuse nei suoi confronti sono gravi, perché si parla di bancarotta, truffa all’Inps, falso in bilancio: non proprio noccioline. Un passo indietro, senza che questo significhi in alcun modo un’ammissione di colpevolezza, era dunque opportuno. Perché sebbene né Bartolozzi, né Delmastro e quindi neppure Santanchè possano essere trasformati nei capri espiatori della sconfitta, è evidente che dopo la batosta di lunedì l’aria è cambiata. Se prima tutto sommato la fine della legislatura sembrava in discesa e dunque si trattava di prepararsi alle elezioni del 2027, adesso il periodo che ci separa dalle prossime politiche è in salita. E non soltanto per la guerra in Iran, per l’aumento del prezzo della benzina e del gas, ma anche perché il voto sulla riforma della giustizia ha fatto capire che perdere si può. Se prima di lunedì, di fronte all’armata Brancaleone dell’opposizione nessuno considerava realistica la sconfitta, ora essere battuti è nel novero delle ipotesi. Come non si può scartare la possibilità che, se il centrodestra perdesse, nel 2029 a Sergio Mattarella succeda un altro Mattarella. Intendiamoci: non lui, che fra tre anni si avvicinerebbe ai 90, ma uno politicamente simile a lui, ovvero di sinistra.
Dunque, bisogna correggere la rotta, perché altrimenti si finisce fuori strada. E qui ritorna il proposito iniziale: «Chi sbaglia, paga». Doveva valere per i magistrati, qualora fosse stata approvata la riforma della giustizia, comincerà a valere per i politici, per lo meno per quelli dell’attuale maggioranza.
Qualcuno potrebbe obiettare che sarebbe stato meglio far dimettere Bartolozzi, Delmastro e Santanchè prima e non dopo le elezioni. Vero, forse sarebbe stato opportuno, ma è altrettanto vero che dividere il fronte e far cadere qualche testa in prossimità del voto avrebbe potuto anche avere l’effetto contrario, ovvero di fare apparire fragile e zoppicante il governo. Ciò detto, io penso che né la plenipotenziaria di Nordio, né il suo sottosegretario, ma neppure il ministro del Turismo abbiano grandi colpe nella sconfitta. Il No al referendum è principalmente un voto di protesta, una manifestazione di dissenso su argomenti in cui il governo non ha alcuna responsabilità. Gaza, Iran, Trump, Netanyahu e le armi all’Ucraina credo abbiano spinto ai seggi un paio di milioni di elettori, ai quali probabilmente della riforma della giustizia premeva il giusto, cioè zero. Come dicono gli esperti di flussi elettorali, forse molti fra coloro che hanno messo la croce sul No neppure torneranno a votare e, se lo faranno, non è detto che sia per il Pd o i 5 stelle. Tuttavia, a prescindere da ciò che sarà, il centrodestra non può farsi cogliere impreparato. Serve una sterzata prima di andare a sbattere. E dunque urge la massima attenzione per evitare gli incidenti di percorso. Che si chiamino Bartolozzi, Delmastro o Santanchè.





