Il 15% del nostro metano è a rischio in seguito agli attacchi. I prezzi volano, compresi quelli dell’elettricità. Dopo il taglio delle accise, tocca intervenire sulle bollette. A Bruxelles, invece di aprire il portafogli, difendono le tasse green. E la Lagarde medita di alzare i tassi.
L’altra mattina, su Canale 5, mi è capitato di discutere con un giornalista ucraino della situazione creata dal blocco dello Stretto di Hormuz e delle ricadute che potrebbe avere sulla guerra in Ucraina. Come i lettori sanno, dopo l’attacco all’Iran da parte di Stati Uniti e Israele penso che sia meglio rivedere lo stop all’importazione di gas e petrolio da Mosca. Se lo scopo dell’Europa è non avvantaggiare Vladimir Putin, confermare le sanzioni sulle forniture russe rischia non solo di essere inutile, ma anche di trasformarsi in un boomerang, perché gli stessi Paesi Ue stanno pagando a caro prezzo la crisi energetica.
«Tornare ad acquistare combustibili russi equivale non soltanto a finanziare la guerra, provocando nel giro di un anno la sconfitta dell’Ucraina», ha ribattuto Vladislav Maistrouk, «ma anche a favorire un esodo di milioni di profughi, che inevitabilmente si riverserebbero alle frontiere europee». E per rendere meglio il concetto, il collega ucraino ha citato un vecchio aforisma attribuito a Lenin (ma anche a Marx e a Stalin): «L’ultimo capitalista sarà impiccato con la corda che lui stesso venderà ai propri aguzzini». Morale della favola, comprare greggio e gas dalla Russia equivale a impiccarsi e la corda sarebbe l’onda migratoria che si abbatterebbe sull’Europa. Lasciamo perdere il fatto che 6 o 7 milioni di ucraini sono scappati quattro anni fa, allo scoppio della guerra e l’Europa li ha accolti, offrendo loro ospitalità e spesso un lavoro. E lasciamo pure perdere che, visti gli aiuti ricevuti da Kiev e pagati dai contribuenti europei, minacciare un’invasione per convincere la Ue a non cambiare strategia è un bell’esempio di quanto gli ucraini siano grati per il sostegno ricevuto. Dimentichiamo insomma ciò che finora hanno fatto l’Italia e i suoi partner per difenderli e concentriamoci sul tema principale: conviene o no ripensare le sanzioni? È utile o inutile insistere con lo stop ai combustibili fossili di Mosca?
La risposta è semplice, perché basta osservare la realtà senza pregiudizio. Dopo il blocco dello Stretto di Hormuz, la fiammata dei prezzi di greggio e gas dovuta allo stop delle esportazioni sta facendo incassare a Putin 150 milioni in più al giorno. Nell’arco di un mese l’extragettito che la Russia potrebbe guadagnare potrebbe sfiorare i 5 miliardi. Dunque, se persisterà la chiusura al passaggio delle petroliere in uscita dal Golfo Persico, la decisione della Ue di non rifornirsi da Mosca per evitare di finanziare l’invasione dell’Ucraina si rivelerà inutile. Anche perché, come è noto, ci sono Paesi che continuano a fare affari con la Russia, in barba alle sanzioni. La Cina è sicuramente uno di questi. La guerra, infatti, ha consentito a Pechino, proprio a seguito delle misure adottate da Bruxelles, di beneficiare di combustibili a un prezzo più basso per l’eccesso di offerta. Secondo alcune stime, le «riserve» galleggianti della flotta ombra di Putin ammontano a centinaia di milioni di barili, messi in commercio attraverso raffinerie compiacenti che riciclano il greggio russo. Dunque, l’Europa continua la politica inflessibile di contrasto a Mosca e gli altri ne traggono beneficio, lasciando alle industrie della Ue i costi del rigore.
E però non è tutto. Perché mentre da un lato Bruxelles fa la faccia feroce, dall’altro continua sottobanco ad acquistare gas naturale liquefatto, importando tutto il Gnl estratto nella penisola russa di Yamal. Non ci credete? A gennaio, come ha scritto Mattia Feltri sulla Stampa, aveva comprato il 93 per cento della produzione. Del resto, l’export russo di prodotti petroliferi è in continuo aumento: 21 milioni di tonnellate nel gennaio 2025, 22 in agosto, 23 a settembre. Nel 2025 l’Unione europea ha importato dalla Russia quasi 41 milioni di metri cubi di gas. Tanto per intenderci dall’Azerbaijan abbiamo acquistato 12,4 miliardi di metri cubi e dal Qatar 12. Greggio e gas che non sono commercializzati di nascosto ma sotto gli occhi di tutti, senza che nessuno provveda a fermare petroliere o gasdotti. Insomma, tanto vale togliere le sanzioni, mettendo fine a una grande ipocrisia. A maggior ragione se chi diciamo di voler aiutare, a prezzo di sacrifici della nostra industria e delle nostre famiglie, minaccia di invaderci con 10 milioni di profughi, provando a intimorirci con l’idea che se cediamo a Putin saremo impiccati con la nostra stessa corda.
Aggiungo un’ultima annotazione: meglio avere a che fare con 10 milioni di profughi ucraini che con 10 milioni di altri profughi difficilmente integrabili in arrivo dall’Africa o dal Far East.
Le circostanze impongono di rivedere l'atteggiamento nei riguardi di Mosca. Non possiamo continuare a danneggiarci per seguire le follie europee.
Oscar Luigi Scalfaro non è riuscito a mettermi il bavaglio quando era in vita, ma paradossalmente potrebbe riuscirci da morto. Infatti, anche se scomparso da oltre 14 anni, le norme imposte da colui che io reputo uno dei peggiori presidenti della Repubblica che l’Italia abbia avuto sono ancora in vigore e, purtroppo, producono una serie di effetti nefasti.
Uno di questi l’ho scoperto nei giorni scorsi, quando mi è stato fatto notare che essendo io a favore della riforma della giustizia, quando parlo vengo classificato come se fossi un militante o un esponente del Comitato per il Sì. In vita mia non ho mai avuto alcuna tessera, neppure quella dell’Avis, ma grazie alle regole della par condicio di Oscar Luigi Scalfaro vengo iscritto d’ufficio a un fronte e dunque schedato e classificato, entrando a far parte di una contabilità amministrata con il bilancino dalla Agcom, Autorità garante per le comunicazioni. Dunque, per farla breve, la mia partecipazione a una trasmissione è oggetto di accurata valutazione e inserita in un conteggio su minuti e secondi concessi all’uno o all’altro da una rete tv nell’arco di una giornata o di una fascia oraria.
Fin dai tempi di Scalfaro ho sempre pensato che la par condicio fosse una scemenza. Innanzitutto, perché si basa sul convincimento che gli italiani siano fessi, e dunque abbiano bisogno che l’informazione venga loro somministrata a piccole dosi, con particolari precauzioni e con un antidoto, quasi che gli elettori non siano in grado di intendere e di volere, ma soprattutto di cambiare canale. Ma poi la lottizzazione dell’informazione istituzionalizzata da una legge (questo, infatti, è ciò che di fatto impone la par condicio) si basa sul convincimento che la tv sia il centro del mondo e anche dell’informazione, frutto dell’ossessione che Scalfaro, al secolo il Campanaro, aveva nei confronti di Silvio Berlusconi. Secondo lui le tv del Cavaliere erano l’oppio dei popoli e dunque era necessario sottoporre gli italiani a una cura disintossicante, perché non fossero vittima dell’overdose di propaganda politica. Tuttavia, se già nel secolo scorso, quello per intenderci in cui Scalfaro era capo dello Stato, la televisione non era l’unica fonte, perché la comunicazione politica era già affidata anche ad altri mezzi (la stampa è da sempre schierata a sinistra e nessuno si sogna di riequilibrare editoriali ed articoli), ora lo è ancor meno.
Sui social e in Rete si discute liberamente, senza che nessuno si preoccupi di percentuali a favore di un fronte o dell’altro. Nessuno si chiede quanti siano i post a favore del Sì e quanti quelli per il No. E soprattutto nessuno si interroga su quante visualizzazioni abbia un video rispetto a un altro e dunque quale sia la platea che ha avuto accesso a una posizione. Forse in base alla par condicio, l’occhiuta Agcom ha chiesto a Meta, TikTok o Youtube di controbilanciare i messaggi di un opinionista o di un politico? Eppure, ci sono milioni di utenti che ogni giorno si abbeverano all’informazione che circola sui social network. E allora, che facciamo delle norme prodotte da Scalfaro e che ancora sono in circolazione? Continuiamo a tappare la bocca in tv a chi la pensa diversamente calcolando con il bilancino ogni parola? Ma avete presente che cosa accadrà a breve, anzi, che cosa è già accaduto con l’Intelligenza artificiale, che è in grado di generare milioni di informazioni scarsamente certificate, ma soprattutto senza un padre o una madre che si assumano la responsabilità di ciò che viene diffuso? E che farà la temutissima Agcom, che infligge multe se si sfora di qualche minuto con un intervento in tv e fissa regole rigide per le campagne elettorali? Immagino nulla, anche perché saranno le piattaforme a farsi un baffo delle norme che apparivano già datate all’epoca di Scalfaro e del suo «io non ci sto», ma adesso sono fuori dal mondo. Proprio come i commissari che insistono ad applicarle.
Vista la situazione, e visto che non mi piace essere né classificato né imbavagliato, propongo di abolire l’Agcom. Risparmieremmo un sacco di soldi. Di sicuro quelli che preoccupano il comitato del No, che - fra i tanti argomenti usati per contestare la riforma della giustizia - ha schierato anche la questione dell’istituzione di due Csm e dell’Alta corte disciplinare per parlare di spreco. Beh, non sprechiamo i soldi dell’Agenzia garante della comunicazione, che - anche se non a carico della fiscalità generale - sono pagati dalle aziende editoriali in un periodo in cui le aziende editoriali, stante la crisi di giornali, radio e tv, non se la passano bene.





