Giorgia accusa Conte: «Rabbia per quei miliardi». Giorgetti: «Il mondo è cambiato e non si affronta con parametri rigidi. L’Italia è un Paese industriale, ora farà da sola: noi ministri dell’Economia siamo come medici in un ospedale da campo, non basta l’aspirina».
Giancarlo Giorgetti è un uomo prudente, che oltre a tenere a bada i conti dello Stato misura con cura le parole, parlando lo stretto necessario. Tuttavia, quello che ha detto ieri durante la conferenza stampa, al termine del consiglio dei ministri che ha approvato il Documento di finanza pubblica, era ciò che ci aspettavamo di fronte all’emergenza imposta dalla crisi energetica.
Gli è stato chiesto: l’Italia si muoverà da sola? Cioè senza attendere le liturgie di Bruxelles. La risposta è stata chiara: «Io non lo escluderei». E in aggiunta il ministro dell’Economia ha parlato con una metafora. «Tanti colleghi (intesi come ministri, ndr) si ritrovano con me a fare il medico nell’ospedale da campo e in tanti condividiamo lo stesso modo di vedere la situazione. Abbiamo feriti che arrivano da tutte le parti e che dobbiamo curare: non possiamo dargli l’aspirina». Insomma, non è tempo di pannicelli caldi: servono misure concrete di sostegno all’economia e se necessario l’Italia deve fare da sola, senza attendere il via libera di un’Europa che di fronte alla situazione venutasi a creare con il blocco dello stretto di Hormuz non sembra sapere che pesci pigliare. Concetto poi ribadito dallo stesso presidente del Consiglio in un post su X.
Tanto per far capire ancor meglio come la pensino al governo, Giorgetti ha poi fatto un riferimento al Patto di stabilità, ovvero a quell’insieme di regole europee che tra le altre cose impongono il vincolo di un rapporto deficit/Pil al di sotto del 3%, pena l’apertura di una procedura d’infrazione comunitaria. «Io non ho chiesto la deroga al Patto di stabilità, ma ho detto che bisogna essere pronti e flessibili per rispondere alle situazioni. Non rilassati, ma flessibili. Quello che secondo me non è accettabile è la rigidità nel confrontarsi con un mondo che è completamente cambiato». Il ministro non lo dice espressamente, ma il senso è chiaro: le regole di Bruxelles non possono essere un dogma a cui attenersi anche se lo scenario richiede l’adozione di altre misure, perché così facendo ci si schianta. Difficile non essere d’accordo. Sulla Verità ne abbiamo parlato spesso, invocando un cambio di direzione e un’azione per convincere l’Europa ad adottare politiche economiche che invece dei parametri di Maastricht favoriscano la crescita. Ma gli occhiuti funzionari della Ue da questo orecchio paiono non sentirci. Per loro vale soltanto la religione del pareggio di bilancio. E purtroppo alla miopia dei vertici dell’Unione corrisponde anche quella di chi amministra la politica monetaria nel Vecchio continente, ovvero Christine Lagarde.
Negli ultimi quattro anni è successo di tutto: l’invasione dell’Ucraina da parte di Mosca, con conseguenti sanzioni europee e rinuncia al conveniente gas russo; la guerra dei dazi che ha rallentato le esportazioni verso gli Stati Uniti; e ora il conflitto in Iran, con il blocco dello stretto di Hormuz e dunque delle esportazioni di gas e petrolio. Tutto ciò con un’impennata dei prezzi dei combustibili fossili, che a cascata si rovesciano su imprese e famiglie. Di fronte a tutto ciò si può rimanere ancorati al 3% che definisce il rapporto fra deficit e Pil? La risposta è no, perché se cambiano le condizioni devono cambiare le regole. «Noi abbiamo ancora un’industria» si è sfogato Giorgetti, «l’Italia è ancora un Paese industriale, mentre ci sono alcuni Paesi che l’industria non sanno nemmeno cos’è». Il ministro non fa nomi, ma è evidente il riferimento a quanti sono sempre pronti a puntare l’indice sui decimali.
E a proposito di numerini, ieri Eurostat ha «sentenziato» che l’Italia deve ancora sottostare alla procedura d’infrazione, perché il deficit per poche decine di miliardi è al 3,1%. Giorgetti dice che fino al 28 febbraio, cioè fino all’attacco contro l’Iran, avrebbe voluto rientrare nei parametri europei, ma adesso la faccenda non lo interessa più, perché con quel che è accaduto dopo la guerra in Iran lo zero virgola non è la cosa più importante. Ma la decisione di Eurostat ha suscitato allarmati commenti da parte di Giuseppe Conte, ovvero di colui che con il Superbonus ha contribuito a creare un buco che ancora si trascina nei conti dello Stato. Il leader dei 5 stelle strilla perché spera di ottenere visibilità, ma la risposta migliore gliel’ha data la premier, addebitando il mancato obiettivo del 3% di deficit alla gestione dello stesso Conte. Visti i risultati dei suoi anni al governo (reddito di cittadinanza, Superbonus e lockdown) gli italiani sanno che cosa li aspetterebbe nel caso tornasse a Palazzo Chigi. Incrociamo le dita per risparmiarci quest’altra sciagura.
Sapete perché a sinistra sostengono che il decreto per favorire l’assistenza legale nei rimpatri di clandestini sia gravissimo? Perché smonta il business dell’assistenza e fa sfiorire gli affari di un sistema che campa sull’immigrazione. Ricordate le parole di Salvatore Buzzi, il compagno che a Roma aveva dato vita a una cooperativa specializzata nell’accoglienza? «Gli stranieri sono meglio della droga, perché con loro si guadagna di più».
Beh, da allora non è cambiato niente e la questione del gratuito patrocinio per chi rischia di essere espulso è parte del meccanismo che garantisce la filiera delle imprese specializzate in extracomunitari.
Non ci vuole molto a capirlo. Quando un migrante arriva in Italia, la prima cosa che gli capita è di venire a contatto con avvocati specializzati nei ricorsi. Se anche non ha diritto a restare nel nostro Paese, poco importa. Ci sono moduli prestampati che vengono fatti loro firmare e che servono prima a richiedere la protezione umanitaria e poi, quando la domanda sarà respinta, a opporsi al diniego. È una procedura che non porta da nessuna parte dal punto di vista giuridico, ma che assicura allo straniero la possibilità di restare in Italia ed evitare l’espulsione. Al legale tutto ciò porta un compenso modesto, riassumibile in alcune centinaia di euro. Ma se si moltiplica per dieci, cento o duecento casi, alla fine dell’anno sono soldi. Denaro facile, perché non bisogna istruire una causa né cercare espedienti giuridici. Per di più i quattrini sono assicurati, perché a pagare è lo Stato. Arriveranno tardi? Sì, ma arriveranno e spesso con gli interessi. Dunque, il business è garantito e di conseguenza anche quello che viene dopo. Lo straniero ha bisogno di assistenza, deve essere accolto e le cooperative sono pronte a spalancargli le braccia, offrendo vitto e alloggio a spese del contribuente. Poi ci sono altre cooperative pronte a sfruttare il migrante e anche multinazionali a cui la manodopera a basso prezzo e senza nessuna garanzia fa comodo, a cominciare da quelle che si occupano di consegne di cibo per finire ad altre che lavorano nella logistica. Insomma, è un’economia che si fonda sull’utilizzo di persone che non hanno tutele e sono disposte a tutto.
Come si fa a rompere il sistema su cui lucrano in tanti? Il governo prova ad assicurare un compenso a chi aiuterà il migrante a tornare a casa propria e dunque a rinunciare a intasare le aule di giustizia anche se non ha alcuna possibilità di ottenere un permesso di soggiorno o un asilo per motivi umanitari. A sinistra, per avere introdotto un semplice meccanismo che agevola i rimpatri volontari, parlano di «taglie in stile Far West», di deportazione e altre stupidaggini del genere. In realtà non c’è nulla di tutto ciò: semplicemente, come accade in altri Paesi europei, si cerca di favorire il ritorno in patria dello straniero. Non ci sono gli arresti in stile Ice e neppure file di extracomunitari ammanettati che vengono caricati a forza su voli speciali. C’è semplicemente un’assistenza al rimpatrio, come c’è un’assistenza per la compilazione della dichiarazione dei redditi.
Nonostante le perplessità del Colle e nonostante il vociare dell’opposizione, il governo ha deciso di tirare diritto. Il decreto verrà approvato e portato alla firma di Sergio Mattarella e poi, in un secondo tempo, verranno accolti alcuni suggerimenti che dovrebbero consistere nell’ampliamento della platea dei professionisti che potranno occuparsi della faccenda. Non più solo avvocati ma anche associazioni o organizzazioni, che potranno suggerire all’extracomunitario di fare le valigie. Insomma, a Palazzo Chigi non si sono fatti mettere i piedi in testa. Del resto, il gratuito patrocinio costa alle casse dello Stato, senza alcun beneficio e cioè senza un alleggerimento della presenza di stranieri e neppure una diminuzione del contenzioso in tribunale, quasi mezzo miliardo l’anno, cifra raddoppiata nel giro di un decennio o poco più. Dunque, cominciare a smontare il sistema era un obbligo. Perché per questo gli italiani hanno votato centrodestra.
Con il Presidente degli Stati Uniti andare allo scontro frontale non ha mai portato risultati a nessuno. Nemmeno ai leader europei tanto incensati dalla sinistra. Giorgia Meloni ha fatto bene a mettere alcuni punti fermi senza andare alla rottura.





