Ecco il risultato del lavoro della Repubblica dei Giudici: Alberto Stasi è in prigione da 16 anni per un delitto che potrebbe non aver commesso e gli indizi ora vedrebbero come colpevole Andrea Sempio. Prove ignorate, perizie ribaltate e l’anomalia della Cassazione. Il sospetto di un errore giudiziario si fa sempre più pesante.
«Ci sono 6 milioni di italiani che non riescono a curarsi nella sanità pubblica». Lo ha detto Elly Schlein nell’intervista di ieri al Corriere della Sera. E dopo aver giurato che, quando nel 2027 sarà eletta presidente del Consiglio, penserà lei a risolvere il problema, la segretaria del Pd si dedica al suicidio assistito. Non so se il disegno di legge patrocinato dal Partito democratico faccia parte di una qualche strategia per ridurre le liste d’attesa, sta di fatto che di proposte concrete della sinistra, per consentire a 6 milioni di italiani di curarsi con la sanità pubblica, al momento non se ne vedono. Mentre si vede benissimo che l’opposizione vuole far approvare una legge che estenda la possibilità di togliersi la vita con l’aiuto dello Stato. Al momento, approfittando di una sentenza della Corte costituzionale che ha creato un vuoto normativo, alcune Regioni già consentono di ricevere assistenza per suicidarsi. Ma la sinistra vorrebbe che questa pratica divenisse legge nazionale e che dunque tutte, senza alcun distinguo sulle condizioni del paziente, fossero obbligate a somministrare quella che un po’ ipocritamente qualcuno chiama «la dolce morte».
Si tratta di una battaglia che i radicali portano avanti da anni e di cui l’associazione Luca Coscioni si è fatta portabandiera. Un suo esponente, l’ex eurodeputato Marco Cappato, per evidenziare l’arretratezza della legislazione italiana ha anche accompagnato in Svizzera, nel viaggio verso la fine, un uomo tetraplegico. Per questo il Comune di Milano lo ha insignito dell’Ambrogino d’oro, onorificenza concessa a personalità che per impegno civico, sociale, culturale o scientifico hanno contribuito a rendere migliore la città. Non si sa come Cappato, aiutando un uomo a suicidarsi, abbia potuto rendere migliore la metropoli lombarda, ma a sinistra - che a Milano è maggioranza - probabilmente non si fanno queste domande o, forse, ritengono che contribuire al decesso di una persona che intenda togliersi la vita sia un passo verso la civiltà. Sta di fatto che il Pd ha sposato la battaglia dei radicali e vuole che il suicidio assistito sia passato dalla mutua, come gli antibiotici, il vaccino e la pastiglia per la pressione.
Lo ha chiarito bene Francesco Boccia, capogruppo del Partito democratico in Senato, dove il 3 giugno si voterà sulla materia. Per lui e per la sua parte politica la «dolce morte» deve essere a cura del Servizio sanitario nazionale, ovvero se ne deve fare carico il contribuente, con l’istituzione di apposite sale all’interno degli ospedali. Immaginate un po’ come dovrebbero essere organizzate le corsie: se si gira a destra si va verso il reparto di neonatologia, mentre a sinistra si finisce in quello di tanatologia, dove si somministra il veleno che deve porre fine a una vita. Tutto ciò all’insegna della civiltà, dove chiunque intenda porre fine alla propria esistenza non ha che da fare domanda e sottoporsi a visita medica, per poi essere instradato verso la sala dell’addio.
È una battaglia in difesa dei diritti, spiegano a sinistra. Sarà, ma l’opposizione è specialista nel fare campagne per le minoranze ignorando le maggioranze. Ci sono, come dice Schlein, 6 milioni di italiani che fanno la fila per curarsi e magari aspettano anni per sottoporsi a un esame o a un intervento? Invece di occuparsene, l’argomento è rinviato a quando la compagna segretaria sarà a Palazzo Chigi. In pratica, al posto di occuparsi del diritto alla salute, sancito dall’articolo 32 della Costituzione, la sinistra si agita per garantire il diritto alla morte, che nella Carta non trova alcun cenno nonostante i giudici della legge dicano il contrario. Il suicidio assistito, invece che 6 milioni di italiani, come dice Elly, riguarda poche centinaia se non decine di persone? Non importa: il Parlamento ha l’obbligo di occuparsene, perché - come sostiene Ilaria Cucchi di Alleanza Verdi e Sinistra - «il Paese ha bisogno di una legge sul fine vita che garantisca uguali diritti a tutti i cittadini e a tutte le cittadine». E di qualche misura che assicuri assistenza sanitaria a chiunque, quando ne parlerà? Quando saremo al governo, è la risposta. Come spiega la segretaria del Pd, «abbiamo tutto in testa e la sanità è al primo posto». C’è da preoccuparsi.
A distanza di quasi 20 anni il delitto di Chiara Poggi fa discutere non soltanto nelle aule di giustizia, e di conseguenza sui giornali e in tv, ma anche nei convegni, come un caso di scuola da cui, in negativo, prendere esempio. Ne ha parlato il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, che - intervenuto a un dibattito - si è chiesto come si possa condannare una persona quando è già stata assolta due volte da una Corte d’assise e da una d’Appello. «È una situazione paradossale, dovuta a una legislazione che andrebbe cambiata, ma è molto difficile», ha spiegato il Guardasigilli. «Certo, oggi un comune cittadino si domanda perplesso come possa esistere una situazione in cui una persona ha scontato una fortissima pena da colpevole, mentre un’altra è attualmente indagata sulla base di prove per le quali l’autore del delitto sarebbe completamente diverso dal primo». A certificare il cortocircuito della giustizia, ribadisco, è il ministro della Giustizia. Il quale ammette l’anomalia, ma addirittura riconosce che quello di Garlasco è un esempio di legislazione sbagliata.
Nel mirino di Nordio c’è il triplo grado di giudizio, quello davanti alla Cassazione, ritenuto una garanzia per l’imputato nel caso sia stato condannato, magari con una pronuncia contraddittoria tra prima istanza e appello, e una stortura qualora la sentenza definitiva contraddica le prime due. I processi per il delitto di Chiara Poggi in effetti rappresentano un caso che alimenta molti interrogativi sul sistema giudiziario italiano. Primo perché la condanna definitiva di Alberto Stasi a 16 anni di carcere è arrivata dopo ben cinque pronunciamenti, ovvero dopo due sentenze favorevoli all’imputato, un rinvio alla Corte d’appello da parte della Cassazione, un rifacimento del dibattimento di secondo grado e una convalida della Suprema corte, più varie richieste di revisione. E secondo perché una volta pronunciata la condanna definitiva, a distanza di quasi 20 anni dal delitto e a 11 dall’incarcerazione di Alberto Stasi, la magistratura inquirente riparte da capo, con un nuovo colpevole, disconoscendo quello che hanno fatto i colleghi requirenti e giudicanti.
E qui sta il punto messo a fuoco da Nordio. Quante toghe si sono occupate del caso Garlasco? Beh, a occhio e croce poco meno di una cinquantina di magistrati, tra giudici e pm. E com’è possibile che a distanza di 20 anni non si sia giunti a un verdetto incontrovertibile? Ma il ministro della Giustizia mette l’accento su una questione, ovvero le due assoluzioni precedenti alla sentenza di condanna. Dice il Guardasigilli: che senso ha ricorrere, dopo che per ben due processi la magistratura non è riuscita a provare al di là di ogni ragionevole dubbio la colpevolezza dell’imputato? Difficile dargli torto: i pm dispongono di molti strumenti per accertare i fatti e individuare il colpevole di un reato. E se non ci riescono né in primo né in secondo grado, che senso ha consentire loro una «rivincita» in Cassazione rimettendo tutto in gioco? Per di più non sulla base di elementi nuovi, di prove raccolte successivamente ai precedenti giudizi, ma sulla valutazione degli stessi indizi già accertati in primo e secondo grado. La logica vorrebbe che l’azione penale si concludesse con la seconda assoluzione: la giustizia ha fatto il suo corso, ma per ben due volte non è riuscita a convincere i giudici della colpevolezza dell’imputato. Non solo la logica, ma anche il buon senso e pure l’economicità e l’efficienza del sistema imporrebbero di fermare le Procure dopo due sconfitte, ma invece non accade. Vi chiedete perché? La questione posta da Nordio non è nuova e infatti lui stesso ammette come cambiare sia complicato. Non per via delle regole, che si possono sempre modificare, ma per l’opposizione di gran parte della magistratura, ossia del corpo meno aperto ai cambiamenti, che, come abbiamo visto al referendum, fa quadrato come nessun’altra corporazione è in grado di fare. Pensate, perfino il legale di Andrea Sempio, l’avvocato Liborio Cataliotti, si dice d’accordo con il ministro: non tanto sulla parte che riguarda l’abolizione del terzo grado di giudizio, ma su quella che evidenzia l’anomalia del caso Garlasco. Ovvero un processo a carico di una persona per lo stesso reato per cui è già stato condannato un altro. Ditemi voi se questo non sarà un caso da manuale del diritto penale: sì, per spiegare come non commettere mai più un pasticcio simile.





