Dopo i magistrati, i giuristi, gli insegnanti e i persino i giornalisti democratici, ci toccano pure i medici democratici. Che senso abbia definirsi democratici, che cosa voglia dire in pratica e in che cosa questi professionisti si differenzino da chi fa onestamente il proprio lavoro, rispettando la legge, non si sa. O meglio: si intuisce che dietro il paravento dell’aggettivo democratico si nasconde una visione politica di parte, che ovviamente fa apparire l’appropriazione indebita del termine un po’ meno democratica. Ne è prova la vicenda dei cosiddetti medici democratici di Ravenna, posti sotto inchiesta dalla locale Procura.
Della vicenda ci siamo occupati nei giorni scorsi. Alcuni dottori sono stati iscritti nel registro degli indagati per aver certificato l’inadeguatezza di decine di migranti al trattenimento in un Cpr. I medici accusati pare si siano difesi sostenendo che il giudizio sulle condizioni sanitarie degli stranieri in oggetto spetta solo a chi indossa il camice bianco e non a quanti hanno una divisa. Dunque, non tocca alla polizia stabilire se un extracomunitario possa essere rinchiuso in un centro per il rimpatrio oppure no. Argomentazione sensatissima, a prescindere che sia sostenuta da un democratico oppure da un antidemocratico. Peccato che gli accertamenti disposti dai pm abbiano dimostrato che i certificati erano prodotti in serie, senza neppure accertare le condizioni dei «pazienti». In pratica, un falso commesso così tante volte da essere reiterato. Qualcuno potrebbe pensare che quella del personale incaricato sia soltanto negligenza, conseguenza del fatto che il lavoro dei camici bianchi si è fatto via via sempre più burocratico.
Nel caso di Ravenna però, la ripetitività delle visite non c’entra nulla. Semplicemente i certificati erano fotocopie per ragioni ideologiche. I medici democratici in questo modo esprimevano non il loro punto di vista sanitario, ma quello politico. Garantivano che la persona fosse inadatta a essere rinchiusa in un Cpr per atto politico. Invece di andare in piazza a manifestare in difesa degli extracomunitari, oppure di scrivere a un giornale per esprimere le proprie opinioni, i medici democratici di Ravenna avevano organizzato una sorta di resistenza passiva. Peccato che sostenere il falso, certificare una malattia che non c’è, dichiarare un’incompatibilità con il trattenimento che non esiste sia un reato. Gli accusati in principio si erano difesi dicendo di aver giurato su Ippocrate e non sul codice penale, di non essere poliziotti ma medici, e dunque esentati da obblighi di ordine pubblico e solo soggetti alla Scienza con la s maiuscola. Ma a quanto pare la Procura ha in mano intercettazioni e messaggi che i camici bianchi si sono scambiati da cui emergerebbero chiaramente le intenzioni. Che non avevano a che fare con la medicina, ma con la militanza. Medici democratici, appunto. Ovvero attivisti, che fra loro si scambiavano messaggi con le istruzioni per sottrarre gli extracomunitari agli «sbirri». Dalle 400 pagine dell’inchiesta emerge la volontà di manifestare un dissenso politico. Addirittura ci sarebbe stato un modulo, fatto circolare in chat, da trascrivere con qualche lieve modifica per impedire che il migrante finisse nel Cpr. Risultato, ora ai dottori, accusati di falso ideologico, è stato presentato il conto con la richiesta della sospensione dalla professione per un anno. Ovviamente, a nessuno è impedito di pensare che agli stranieri debbano essere spalancate le porte, ma i certificati non sono opinioni. Quelle, se si vuole, si esprimono in piazza o su un manifesto, non in un documento nascondendole dietro una patologia che non c’è.
Ma a riprova del connubio fra democratici, un immigrato pakistano colpito da mandato d’arresto europeo, emesso dalle autorità greche per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e omicidio volontario è stato rimesso in libertà perché in carcere potrebbe star male. Giudici democratici e anche un po’ medici democratici.
Quale sia l’obiettivo di Donald Trump e di Benjamin Netanyahu è piuttosto evidente: non si fermeranno fino a quando gli ayatollah non alzeranno bandiera bianca.
O perlomeno fino a che i loro eserciti non avranno esaurito le scorte di missili. Altrettanto chiaro è l’obiettivo di ciò che resta del regime iraniano dopo l’uccisione di Khamenenon avendo scampo, proverà a coinvolgere nella guerra altri Paesi dell’area, nella speranza di gettare l’intera regione nel caos. Allo stesso tempo i pasdaran punteranno a vendere cara la pelle, giocando sull’aumento del prezzo del gas e del petrolio per rendere il conflitto costoso e insostenibile nel tempo. È per questo che hanno bloccato lo stretto di Hormuz, al cui imbocco stazionano migliaia di navi.
Detto ciò, se sono chiari sia gli obiettivi che le strategie dei contendenti, per quanto riguarda l’Europa si procede speditamente nel buio più fitto. Ursula von der Leyen si è presa il weekend per pensare, trascorso il quale non pare però aver ottenuto granché dalla riflessione. A parte generiche dichiarazioni, che sono state sovrastate da quelle dei leader dei singoli Paesi (vedi Macron), non sembra infatti avere alcuna strategia per affrontare la crisi. Lasciamo perdere il coinvolgimento diretto nel conflitto, con i droni di Teheran che hanno colpito una base aerea nella parte meridionale di Cipro. L’isola, oltre a far parte della Ue, dal primo gennaio ricopre la presidenza del Consiglio dell’Unione. Dunque, il bombardamento porterebbe a un coinvolgimento diretto dell’Europa, ma la baronessa che governa Bruxelles ha preferito far finta di niente.
Tuttavia, se è consentito ignorare un drone scagliato contro un aeroporto, più difficile è evitare di prendere posizione dinnanzi agli scossoni dell’economia. Con il prezzo del gas alle stelle e quello del petrolio intorno ai 100 dollari al barile (i Guardiani della rivoluzione sognano di farlo schizzare addirittura a 200), l’Europa rischia una sincope. Già l’economia del vecchio continente boccheggia, per via dell’aumento dei costi delle materie prime, dell’energia e dei dazi, ma se si aggiunge un rincaro del gasolio e del combustibile da riscaldamento c’è il pericolo concreto che entri in coma. Molti Paesi non sono ancora riusciti a riprendersi dallo shock causato dalla fine delle forniture a basso costo dalla Russia, misura inevitabile dopo le sanzioni imposte a Mosca a causa dell’invasione dell’Ucraina. Veder salire i prezzi dell’energia senza potersi rivolgere a fonti alternative a basso costo, perciò, sarebbe il colpo finale.
Ovviamente Ursula von der Leyen tutto questo lo sa. Ciò che invece non è in grado di immaginare è come si esce da un vicolo cieco che rischia di essere la tomba delle ambizioni di rilancio dell’economia europea. Gli investimenti nel green al momento non sono in grado di sostituire la produzione energetica derivante dal combustibile fossile. E nonostante la presidente Ue parli di accelerare il processo di transizione per raggiungere l’obiettivo di emissioni zero, al momento a gas e petrolio non c’è alternativa.
Dunque? Un’idea ci sarebbe, ma richiede di dover ammettere di aver sbagliato tutto e, in particolare, di darla vinta all’odiato Putin. La soluzione, infatti, è raggiungere una tregua in Ucraina (senza i droni di Teheran potrebbe convenire anche a Mosca) e poi riaprire i gasdotti che Kiev ha sabotato. Vi pare una bestemmia? Forse lo è, se si considera che in quattro anni sono morti centinaia di migliaia di soldati, ma se il gas e il petrolio non possono arrivare dal Medioriente, è difficile immaginare che possano giungere da altre sponde. Del resto, come ha rivelato il Financial Times, già oggi l’Europa si prepara a una marcia indietro, riaprendo l’oleodotto russo che serve all’Ungheria. Fatta un’eccezione (per Orbán, il quale altrimenti avrebbe minacciato di bloccare le decisioni Ue), se ne può fare un’altra. La sola cosa certa è che l’Europa non può restare né al buio né al freddo. E dunque sono necessarie un po’ di fantasia e diplomazia per trovare la soluzione. A dire il vero serve anche un’altra cosa, ovvero che a guidare la Ue ci sia una statista, figura di cui al momento, a Bruxelles, non disponiamo. Purtroppo, ci è toccata una Von der Leyen e siccome siamo al secondo mandato della baronessa significa che l’Europa ama l’azzardo. Oppure è pronta al suicidio.
Nessuna guerra è gratis, neppure quelle che non abbiamo dichiarato. Lo abbiamo imparato a nostre spese quattro anni fa, quando Vladimir Putin decise di invadere l’Ucraina. Lo stiamo risperimentando oggi, con l’attacco all’Iran da parte di Stati Uniti e Israele. Il primo effetto dell’intervento militare per eliminare il regime degli ayatollah è un aumento del prezzo europeo del gas: +39% in un solo giorno, mentre le quotazioni del greggio ormai sfiorano gli 80 dollari al barile. Del resto, un quinto del gas naturale liquefatto e pure del petrolio passano dallo Stretto di Hormuz, rotta commerciale che da sabato mattina è meglio non frequentare se non si vuole rischiare di vedere colare a picco la nave e il suo carico.
Risultato, il conflitto, seppure in corso a migliaia di chilometri, avrà un effetto immediato sul nostro portafoglio, perché pagheremo di più sia il gasolio che la benzina, ma le conseguenze le troveremo anche in bolletta, con un rincaro che il nostro Sergio Giraldo stima in 100 milioni al giorno. Nel caso in cui la cifra vi sembri tutto sommato poca cosa, vi invito a fare due conti, moltiplicandola per 365 giorni. Scoprirete così che se le cose non dovessero cambiare in fretta, cioè se il conflitto si prolungasse per un anno, l’Italia - o, meglio, i consumatori - rischierebbe di pagare 36,5 miliardi, ovvero più di una manovra.
Capisco che questi calcoli possano apparire ad alcuni eccessivamente cinici, perché in gioco ci sono gli ideali e le aspirazioni di un popolo che da quasi mezzo secolo vive sotto una tirannide religiosa. Tuttavia, come facemmo ai tempi dell’invasione russa dell’Ucraina, noi non ci mettiamo a discutere se sia meglio l’aria condizionata (o il riscaldamento, vista la stagione) o la libertà, ma ci limitiamo a fare i conti e, soprattutto, a spiegarli a chi li deve pagare. Se la guerra non si risolverà nel giro di un mese, come auspica Donald Trump, per le famiglie sarà una brutta botta e per le imprese pure. Se aumenta il prezzo dell’elettricità, le aziende saranno costrette ad aumentare i prezzi, e questo non soltanto genererà inflazione (che Giraldo stima in uno 0,8 per cento in più), con ricadute sui consumi e sul costo del denaro, ma rallenterà pure le esportazioni, rendendo i nostri prodotti meno convenienti sul mercato rispetto a quelli che non dovranno scontare i rincari.
Ovviamente non voglio dire che questo ci dovrebbe indurre a contestare l’operazione militare contro gli ayatollah: il disordine mondiale non lo stanno portando gli Stati Uniti, c’era già prima, con le trame egemoniche di Khamenei e del clero sciita. E però, dopo l’eliminazione con le bombe della Guida suprema dell’Iran, se il conflitto non si chiuderà in fretta con uncambio di regime a Teheran la situazione rischia di peggiorare.
Tutto ciò dovrebbe indurre delle riflessioni. Innanzitutto, a proposito della dipendenza energetica. Nel 2022 ci siamo ritrovati letteralmente alla canna del gas a seguito della guerra scatenata da Putin, in conseguenza anche delle sanzioni. Per ovviare al problema, abbiamo rinunciato alle forniture russe ricorrendo a quelle qatarine. Ma la nuova guerra rischia di portarci al punto di partenza, come nel gioco dell’oca, lasciandoci senza gas e senza energia. Per di più in un momento in cui le aziende sono sotto stress per le regole ferree imposte dall’Unione europea allo scopo di raggiungere l’obiettivo di emissioni zero. Di fronte a tutto ciò, la Ue che fa? Insiste. Ursula von der Leyen di recente ha esortato ad accelerare gli impegni su rinnovabili e nucleare. Peccato che i diktat per imporre a tappe forzate la diffusione di fonti energetiche «pulite e prodotte internamente» rischi non soltanto di lasciarci senza fonti tradizionali, ma anche di esporci alla dipendenza dalla Cina. Insomma, passiamo da una sottomissione all’altra verso Paesi non proprio liberi. Ma sempre ovviamente in nome della nostra libertà. E sempre senza mai chiedere il permesso a chi dovrà pagare il conto delle decisioni. Lo sappiamo che la guerra in Iran non l’ha scatenata l’Europa. E siamo anche a conoscenza del fatto che oltre a parlare la Ue non farà altro. Però c’è almeno una scelta alla sua portata: fermi il Green deal, almeno eviterà una complicazione che rischia di aggiungere altri costi a quelli dovuti ai conflitti. Perché se la guerra non è gratis, non lo è neppure la transizione ecologica.





