Adesso che il prezzo del gas oscilla intorno ai 54 dollari a megawattora, cioè oltre il 20 per cento in più di due settimane fa, e il greggio sfiora i 100 dollari al barile, tutti riscoprono l’urgenza dell’autonomia energetica.
«L’Italia dipende troppo, più della media europea e delle principali economie occidentali, dalle fonti fossili importate», spiega il Corriere della Sera. «Consumiamo più energia di quanta ne produciamo e per soddisfare i nostri bisogni ci riforniamo da un parterre diversificato di fornitori. Ma questa dipendenza, unita al carattere manifatturiero ed energivoro dell’economia, può tradursi in un mix pericoloso quando gli equilibri geopolitici traballano», osserva Repubblica. In pratica ora che il Paese rischia il blackout c’è chi scopre l’acqua calda.
Da più di cinquant’anni l’Italia è esposta dal punto di vista energetico alle crisi geopolitiche. Nel 1973, per effetto della guerra del Kippur fra Israele ed Egitto, i prezzi del petrolio andarono alle stelle e, per far fronte alla situazione d’emergenza, non solo gli italiani furono lasciati a piedi, ma il governo di Mariano Rumor spense i lampioni e impose una specie di coprifuoco, interrompendo in anticipo i programmi tv per mandare tutti a nanna più presto. E per ovviare alla crisi energetica lo stesso esecutivo avviò la costruzione di alcune centrali nucleari. Peccato che tredici anni dopo, il 26 aprile del 1986, l’esplosione del reattore di Chernobyl costrinse a fermare il piano di investimenti che avrebbe consentito di renderci autonomi e di non dipendere dalle fonti fossili e dunque dai Paesi del Medioriente o dalla Russia.
Ma chi decise di imporre, con un referendum, uno stop all’energia pulita prodotta dall’atomo? Gli stessi che ora si agitano per il rincaro delle bollette. Nel novembre del 1987 si votò per impedire all’Enel di partecipare alla costruzione di centrali nucleari all’estero, negando al governo la possibilità di individuare nuovi impianti. A proporre il voto per affossare il programma che ci avrebbe reso autonomi dal punto di vista energetico, decretando la chiusura di una serie di centrali già esistenti (Caorso, Trino, Latina e Garigliano), furono i Verdi, i Radicali e Democrazia proletaria, con il sostegno del Pci e di tutta la sinistra. Nel 2011, dopo che il governo Berlusconi ripropose il nucleare, approfittando dell’incidente di Fukushima la banda dei quattro - ossia Verdi, Radicali, Sinistra estrema e Pd – tennero a battesimo un nuovo referendum per impedire la costruzione di nuove centrali e dunque il divieto venne reiterato.
Perché ricordo le due campagne condotte contro un investimento che ci avrebbe consentito di essere autonomi dal punto di vista energetico o quantomeno non totalmente dipendenti dal gas? Per la ragione semplice che se siamo in balìa di «equilibri geopolitici che traballano» si devono ringraziare quelle forze politiche che da quattro anni fanno campagna elettorale utilizzando i rincari delle bollette. L’Italia è esposta alle fluttuazioni del mercato a causa delle scelte dell’opposizione, che prima ha inseguito la transizione green come soluzione di tutti i mali del Paese e oggi non si rassegna ad ammettere gli errori e, soprattutto, a recitare il mea culpa. È curioso sentire Elly Schlein proporre misure per contenere gli aumenti senza riconoscere che la politica condotta dal suo partito negli ultimi quarant’anni è stata dannosa. Ed è ancor più incredibile che di fronte alla drammaticità del momento sul nucleare ancora non faccia marcia indietro. Perfino Ursula von der Leyen, la vestale della riconversione ecologica, dice che urge passare al nucleare. Certo, lo sostiene con un ritardo di almeno dieci anni e lo fa senza fare un plissé, cioè senza riconoscere che la marcia forzata verso la decarbonizzazione è una missione suicida, che rischia di desertificare l’industria europea. Però, anche se non manda al macero i propositi partoriti fino ad oggi, un passo in avanti verso l’unica fonte che non ci renderebbe schiavi delle forniture cinesi, russe o mediorientali almeno lo fa. Schlein e compagni, nemmeno quello.
Gli Stati Uniti allentano le sanzioni contro la Russia. Già una settimana fa, dopo le prime bombe su Teheran, il Tesoro americano aveva autorizzato le raffinerie indiane ad acquistare milioni di barili di greggio da Vladimir Putin, facendo per 30 giorni un’eccezione al divieto imposto dopo l’invasione dell’Ucraina e inasprito di recente. Ma quello che era ritenuto inderogabile all’inizio del 2026, dopo il blocco dello Stretto di Hormuz, oggi non lo è più.
Così Donald Trump va oltre ed estende la moratoria concessa a Nuova Delhi anche ad altri Paesi, Europa compresa. Per un mese sarà consentito l’acquisto di petrolio russo stoccato in mare, che secondo alcune stime si aggira intorno a 120 milioni di barili, trasportati in giro per il mondo da una flotta ombra di circa 800 petroliere. Tutto ciò per consentire la stabilizzazione dei mercati energetici globali, scossi dal conflitto in Iran.
Ne abbiamo scritto giorni fa. Quanto possono reggere le economie globali se l’Iran impedisce il transito delle navi cariche di greggio? Un mese, qualche settimana? E quanto a lungo possono sopportare gli Stati un prezzo del petrolio che è doppio, triplo o quadruplo rispetto a quello praticato prima dell’inizio del conflitto? Anche in questo caso parliamo di mesi, perché il rincaro si tradurrebbe immediatamente in aumento delle bollette e una fiammata dell’inflazione, che famiglie e imprese faticherebbero a sopportare.
Insomma, se anche Stati Uniti e Israele sono in grado di proseguire la campagna contro il regime degli ayatollah, continuando i bombardamenti, e se pure l’Iran può resistere per altro tempo, insistendo a colpire i Paesi del Golfo, a non reggere è il resto del mondo e in particolare l’Europa. Dunque, Trump toglie le sanzioni alla Russia per immettere petrolio a prezzi più bassi e alleggerire la tensione sul mercato. E l’Ue che fa? Dice di no. Sì, non strabuzzate gli occhi, l’Unione europea è contraria e rifiuta il petrolio (e il gas) di Putin perché non vuole darla vinta allo zar del Cremlino. Posizione certamente nobile, perché i soldi che Mosca incasserebbe con la vendita dei combustibili fossili verrebbero immediatamente reinvestiti in armi, per sostenere l’offensiva contro l’Ucraina. Il Financial Times ha calcolato che la sola fiammata dei prezzi abbia fruttato alla Russia quasi 2 miliardi di euro in più e a questi livelli in un mese potrebbe anche incassare fra i 3,3 e i 4,9 miliardi.
Ovviamente stiamo parlando di quotazioni del greggio al massimo livello, mentre la decisione di Trump di togliere le sanzioni serve a raffreddare i mercati immettendo petrolio a costi più bassi. Ma, comunque sia, è ovvio che se riesce a piazzare i milioni di barili caricati dalla flotta ombra, Putin con il ricavato finanzierà la guerra. O per lo meno alzerà il prezzo per raggiungere una tregua. Dunque, l’Europa dice no. Ma siamo sicuri che sia una buona scelta? Capisco le remore di Bruxelles (e anche di Francia, Germania e Italia), ma oggi l’Unione è in grado di resistere a uno choc petrolifero che rischia di trascinare il continente in recessione? I prezzi dell’energia e dei carburanti ai valori massimi potrebbero far collassare interi sistemi, oltre che i magri bilanci delle famiglie e questo potrebbe compromettere oltre alla situazione sociale anche quella politica.
Sarò ancora più esplicito: davvero l’Europa si vuole immolare nella difesa delle sanzioni contro Mosca, accettando di pagare a caro prezzo la decisione? Non siamo più di fronte al bivio proposto nel 2022 da Mario Draghi, «si tratta di scegliere tra libertà e aria condizionata», ormai siamo oltre, perché qui non si tratta di rinunciare a ridurre le temperature estive, ma di mettere a repentaglio la vita delle imprese e il futuro delle famiglie.
Comprendiamo le resistenze, ma oggi, di fronte a una guerra che potrebbe prolungarsi e avere ricadute pesanti sui bilanci dell’intera Europa, serve il coraggio di una decisione che tuteli gli interessi nazionali.
Dicono che la riforma della giustizia del governo Meloni serva alla Casta per garantirsi l’impunità. Niente di più falso.
Se si scorre l’elenco delle persone innocenti finite in carcere, e che con un’Alta corte disciplinare introdotta dalla legge Nordio ci si augura si assottigli, si scopre che gli arrestati ingiustamente non sono né politici né ricchi, ma persone semplici. Beniamino Zuncheddu, in galera per 33 anni prima di essere assolto, faceva il pastore. Giuseppe Gullotta, 22 anni in prigione, era un muratore. Come Angelo Massaro, 21 anni al gabbio.
Domenico Morrone, 15 anni in galera, faceva il pescatore. Daniele Barillà, 7 anni e mezzo di detenzione, era un piccolo imprenditore. Saverio De Sario, per tre anni privato della libertà, faceva l’autotrasportatore, mentre Giuseppe Lastella, che ha scontato una pena di 11 anni prima di essere ritenuto innocente, aveva un autosalone. Poi c’è Giuseppe Giuliana, 9 anni di calvario di penitenziario in penitenziario, bracciante agricolo. Potrei continuare, perché la lista è lunga. Dal 1991 sono stati più di 33.000 gli errori giudiziari e fra loro i politici o i ricchi sono una minoranza. La maggioranza, al contrario, è gente comune, spesso povera gente, che non ha neppure la possibilità di pagare un avvocato di grido o anche solo uno che si prenda a cuore la questione. Perché quasi sempre non serve un principe del foro per smontare le accuse, basterebbero un bravo pm e un giudice scrupoloso, che si leggessero le carte e che verificassero prove e testimonianze.
Nel caso di Beniamino Zuncheddu il solo accusatore era un altro pastore che aveva visto l’assassino, descrivendolo in un primo momento come alto e con il volto travisato con una calza da donna. Ma poi un investigatore lo convinse che l’uomo era basso, a viso scoperto e somigliava proprio a Zuncheddu, così nonostante sette persone avessero giurato che stava con loro in un altro posto, il povero pastore fu condannato. Forse qualche magistrato di quelli che si occuparono del suo caso è stato accusato di negligenza? No, hanno fatto tutti una tranquilla carriera. Loro promossi, per merito o anzianità; Zuncheddu in galera a consumare, da innocente, la sua vita.
È qui il nocciolo della questione: se il Csm è la cassa di compensazione per carriere e sanzioni, con una spartizione fra correnti, è ovvio che il magistrato responsabile di un errore, di una mancata scarcerazione o di aver ignorato prove o testimonianze a discarico dell’accusato, non pagherà mai. La lottizzazione non premia il merito, ma l’amico, il compagno di cordata. E così è stato ed è.
Molti anni fa gli italiani votarono in massa per la responsabilità civile dei magistrati, cioè per far pagare a chi indossa la toga l’errore compiuto. Beh, a fronte di 33.000 orrori giudiziari e di un risarcimento che nell’ultimo trentennio è costato alle casse dello Stato 1,2 miliardi di lire, sapete quanti sono i magistrati chiamati a rispondere del proprio operato mettendo mano al portafogli? Uno. Sì avete letto bene. Uno solo ha pagato, gli altri sono rimasti impuniti anche dal punto di vista del loro patrimonio.
Quando si entra nei tribunali si legge una scritta che vale per tutti, medici, giornalisti, ingegneri, politici e gente comune: tutti gli italiani sono uguali davanti alla legge. E allora perché il magistrato che sbaglia è più uguale degli altri?
Se io sbaglio un articolo e diffamo qualcuno ne rispondo penalmente e civilmente, anche se il mio è un reato colposo e non doloso. E allora perché chi indossa la toga resta impunito?
Dicono poi che la separazione delle carriere serva a punire i magistrati. Una balla: serve a sanzionare chi sbaglia e a restituire indipendenza, autonomia (dalle correnti) e autorevolezza alla maggior parte di pm e giudici che fanno diligentemente il loro lavoro.
Dicono anche che questa è la riforma di Gelli e di Berlusconi. Menzogne: questa è la legge che avrebbe voluto Indro Montanelli, che del Cavaliere dopo la sua discesa in campo non era certo amico. Il video integrale lo trovate online, qui io riporto l’essenziale: «Sono convinto che la magistratura debba essere indipendente, però chiedo ed esigo che abbia un autogoverno di controllo e soprattutto risponda dei suoi gesti. Oggi noi abbiamo una magistratura che non risponde a nessuno dei suoi errori, spesso catastrofici. Mai un magistrato ha pagato per questo. Io voglio che i magistrati paghino». Sono passati più di quarant’anni da quando pronunciò queste parole. Forse il 22 e 23 marzo è la volta buona per riuscire a metterle in pratica.





