«La relazione psicodiagnostica non documenta patologie psichiatriche clinicamente evidenti né compromissioni cognitive o ideative tali da incidere automaticamente sull’esercizio della responsabilità genitoriale». La perizia dei consulenti della famiglia Trevallion stronca la relazione della psichiatra Simona Ceccoli, la perita nominata dal Tribunale per i minorenni dell’Aquila nell’ambito della vicenda che riguarda la famiglia del bosco di Palmoli, in provincia di Chieti.
Il super consulente della famiglia anglo-australiana, Tonino Cantelmi, assieme alla psicologa Martina Aiello, hanno letto e riletto le conclusioni tratte dalla psichiatra Ceccoli che ha negato il ricongiungimento della famiglia nel bosco, smembrandole in ogni punto. In quella perizia, Nathan Trevallion e Catherine Birmingham vengono considerati non adatti perché «troppo rigidi». Ma il professore Cantelmi evidenzia come «rigidità, ostinatezza, controllo, introversione, evitamento, difensività e bassa introspezione non sono automaticamente indicatori di incapacità genitoriale. Molte persone possono essere rigide, riservate o difensive senza per questo essere genitori inadeguati. La relazione dice che certe caratteristiche di Catherine «potrebbero» incidere sulla qualità della relazione con i minori, soprattutto in situazioni che richiedono flessibilità, sintonizzazione emotiva e adattamento». Cantelmi lo dice chiaramente: essere rigidi non significa essere cattivi genitori.
I consulenti della famiglia nel bosco vanno dritti al punto evidenziando le criticità della relazione del tribunale: «In assenza di osservazioni dirette, ripetute e specifiche dell’interazione genitore-minore che dimostrino un pregiudizio concreto, la relazione non appare sufficiente, da sola, a fondare decisioni fortemente limitative della responsabilità genitoriale. La relazione contiene alcuni dati utili, ma la sua forza probatoria è limitata. Il punto principale è questo: non emergono patologie psichiatriche clinicamente evidenti in nessuno dei due genitori, mentre molte delle conclusioni negative derivano da inferenze psicologiche indirette, soprattutto da test grafici/proiettivi, osservazioni di setting e interpretazioni cliniche probabilistiche».
Ad esempio, per Catherine Birmingham «l’esame psichico», mettono nero su bianco i periti di parte, «riporta che è orientata nel tempo e nello spazio, risponde a tono, appare lucida e coerente, ha modalità di pensiero esente da ideazione psicopatologica e tono dell’umore nella norma. Vengono notate irritabilità, controllo e rigidità, ma non un disturbo psichiatrico. Per Nathan Trevallion, il quadro è ancora più favorevole: viene descritto come calmo, tranquillo, orientato, lucido, concreto, con affetto sincero e sincera preoccupazione per i minori. Anche per lui viene esclusa ideazione psicopatologica e il tono dell’umore è nella norma. Questo è fondamentale: la relazione non accerta una patologia mentale, non accerta disorganizzazione psicotica, non accerta alterazioni dell’esame di realtà, non accerta incapacità cognitiva, non accerta disturbo dell’umore clinicamente evidente. Quindi, eventuali misure limitative della genitorialità non possono essere fondate su una diagnosi psichiatrica, perché la relazione stessa non la formula».
Riguardo a ciò, Cantelmi precisa: «Questo linguaggio è prudente, ma proprio per questo è difensivamente utile: non siamo davanti a una conclusione certa, ma a una possibilità clinica».
Il ministro per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità, Eugenia Roccella, sulla sua pagina Facebook ieri è tornata sul caso della famiglia del bosco perché «c’è un tema che ormai va ben oltre anche il caso specifico. L’ennesima puntata di questa storia infinita, che sembra a volte sul punto di concludersi, e invece ogni volta si incarta su nuovi pareri di esperti e si complica, rafforza una sensazione che si fa sempre più preoccupante. Non entro ovviamente nel merito della perizia depositata dalla consulente del tribunale, perché non l’ho letta e in ogni caso non toccherebbe a me valutarla. Ciò che si legge sugli organi di stampa, però, dà l’idea che ci si trovi come davanti a uno di quei videogiochi nei quali ogni volta che si risolve un problema si passa al quadro successivo e si incontra un ostacolo più grande. La separazione dei bambini dai loro genitori, come abbiamo ripetuto mille volte, deve essere un’extrema ratio, a cui ricorrere solo in caso di pericoli gravissimi e immediati. Ma se prima viene posto un problema di socialità dei bambini, poi di idoneità dell’abitazione, e via via fino ad arrivare a valutazioni sulle capacità genitoriali, la sensazione è che il trauma dell’allontanamento resti un elemento subordinato a tutti gli altri. E il risultato non riguarda solo i piccoli Trevallion, ma un clima di diffidenza che questa vicenda rischia di alimentare nei confronti delle istituzioni, dei servizi sociali, dei professionisti, degli uffici giudiziari, e nei confronti dello stesso istituto dell’affido che invece - lo dice il nome stesso - dovrebbe fondarsi proprio sulla fiducia».






