Me lo vedo Ulas Demir parlare in Italia o in qualche altra parte del mondo di intelligenza artificiale, di robot e dei processi di automatizzazione del lavoro. E magari precisare che le macchine non arriveranno mai a sostituire gli uomini ma i processi sono inevitabili. Sì, me lo vedo, non fosse altro perché il tema della IA è sulla bocca di tutti.
Però Ulas Demir è stato fermato all’aeroporto di Bergamo perché indagato per caporalato. E lui è il manager del ramo italiano di un colosso delle costruzioni, la Caddel, impegnato a costruire il nuovo consolato americano a Milano. Secondo la Procura di Milano «assumeva, impiegava, utilizzava i lavoratori in condizioni di sfruttamento approfittando del loro stato di bisogno. I lavoratori venivano sfruttati attraverso la palese e reiterata violazione della normativa in materia di orario di lavoro, periodi di riposo, riposo settimanale e attraverso la corresponsione di retribuzioni in palese contrasto con la contrattazione collettiva nonché con la soglia di cui all’articolo 36 della Costituzione». E per questo voleva scappare dall’Italia e ritornare a Istanbul.
Altro che nuovi processi di trasformazione del lavoro, di intelligenze artificiali e di robot, qui siamo ancora all’illusione che i lavoratori possano essere poco più che servi della gleba; del resto come definire donne e uomini costretti a lavorare per pochissimi euro nei cantieri o nei campi o in quei lavoretti che le definizioni moderne allocano nell’ambito della gig economy, dai rider agli addetti delle pulizie dei bnb?
Certo, la vicenda che vede coinvolto il colosso delle costruzioni Caddel e il manager del ramo italiano, Ulas Demir, è incredibile per l’upgrade del caporalato, per il rocambolesco tentativo di fuga e per il luogo dove si consumava, cioè il cantiere del nuovo consolato americano a Milano. Un progetto da 200 milioni, una cifra importante anche per Milano, metropoli non nuova a cantieri «griffati». E allora tu pensi che in un appalto da 200 milioni ci possono guadagnare tutti, nel pieno rispetto dei ruoli, delle mansioni e del mercato. Non ti aspetti invece che per tirare su l’edificio vengano fatti arrivare dall’India centinaia di lavoratori e che, una volta in Italia, queste persone vengano sfruttate e sottopagate. Il racconto di alcuni è impressionante per cattiveria e miseria di condizioni: paghe da 2 euro l’ora. Per venire in Italia hanno pagato 5.000 euro. Lavorano sei giorni su sette, una media di dieci ore al giorno, uno stipendio tra 800 e 1.400 euro. In teoria. Perché in tasca restano poco più di 600 euro visto che «500 servono per dormire e 300 per mangiare», hanno raccontato ai magistrati.
In attesa di capire gli sviluppi dell’inchiesta pensiamo al mega appalto: nauseante vero?
E che dire dei guadagni che fanno le multinazionali della gig economy, le piattaforme del delivery e del mondo sharing: con tutti i soldi che stanno facendo, davvero dovevano aspettare un tribunale per mettere un po’ più di ordine nei contratti e un bel po’ di rispetto verso i rider? Sì, perché questa economia che si basa sugli algoritmi e sulla intelligenza artificiale è predatoria: capitalismo della sorveglianza, l’hanno definita non a torto.
I rider che consegnano il cibo a domicilio, gli sfruttati dei cantieri milionari, i disgraziati schiavizzati nei campi di lavoro agricolo ci confermano che l’immigrazione irregolare toglie dignità.







