Per gli inquirenti, Andrea Sempio è stato il solo a uccidere Chiara Poggi. Convocato in Procura il prossimo 6 maggio per l’ultimo interrogatorio prima della chiusura delle indagini, potrebbe avvalersi della facoltà di non rispondere.
La sentenza del Tribunale uruguagio che dà il piccolo a Nicole Minetti certifica: difficile attribuire errori di giudizio alle autorità italiane.
L’Interpol ha comunicato alla Procura generale di Milano di aver ricevuto la delega e di essersi attivata per svolgere con urgenza gli accertamenti all’estero nel caso della grazia concessa a Nicole Minetti. Non sono stati comunicati dei tempi (si parla della settimana prossima) per le prime risposte ai quesiti sono stati sollevati dopo quanto emerso dall’inchiesta giornalistica de Il Fatto quotidiano.
Tra le cose che le toghe milanesi hanno evidenziato c’è l’esigenza di accertare la veridicità della sentenza del 20 aprile 2024 del tribunale uruguaiano di Maldonado sul minore adottato dall’ex igienista dentale e dal compagno Giuseppe Cipriani e lo stile di vita condotto dalla Minetti all’estero. Eventuali anomalie, anche senza rilievi di natura penale, in attesa del completamento delle verifiche, potranno essere segnalati dalla Procura generale al dicastero di via Arenula. La verifica dell’autenticità della sentenza, della quale il 17 luglio del 2024 il Tribunale per i minorenni di Venezia ha dichiarato la validità in Italia, dovrà passare per ovvie ragioni per canali formali.
Ma dalla consultazione della copia già in mano alle autorità italiane, che La Verità ha visionato, emerge che il documento originale è consultabile e scaricabile dal portale internet dell’autorità giudiziaria uruguaiana attraverso il semplice utilizzo di un Qr code che si trova su tutte le pagine dell’atto. Dal confronto tra il documento consultabile online e quello agli atti dei procedimenti italiani (la cui traduzione giurata, allegata alla sentenza, è stata effettuata da una professionista del settore direttamente in Uruguay), non emerge alcuna differenza nei passaggi più importanti e delicati della decisione presa dai giudici del Paese sudamericano. Passaggi che, in alcuni dettagli, disegnano uno scenario diverso da quello ricostruito, attraverso altri documenti, dall’inchiesta del Fatto.
Come già noto, il procedimento riguarda la «decadenza della potestà genitoriale» del bambino, ma l’oggetto del procedimento contiene anche una frase che amplia l’oggetto della decisione del tribunale di Maldonado: «Separazione definitiva, adozione piena».
Nella traduzione giurata si legge anche: «La parte attrice (Nicole Minetti e il compagno Giuseppe Cipriani, ndr) compare ai fini di promuovere una domanda di separazione definitiva, di decadenza della potestà genitoriale e di adozione del minore». «La separazione definitiva e le sue conseguenze legali», prosegue il documento, «sono richieste nei confronti dei genitori biologici del bambino con indirizzo sconosciuto». Secondo il tribunale, quindi, padre e la madre del bambino adottato dalla Minetti sono irreperibili. Tanto che nella sentenza non si trova traccia di alcuna opposizione da parte loro alla richiesta di adozione. Inoltre, «dagli atti risulta che i genitori hanno abbandonato il bambino al momento della sua nascita, secondo il fascicolo. Senza altri parenti responsabili e con il padre privato della libertà; con decreto […], si è deciso di collocarlo provvisoriamente presso l’Inau (Istituto per bambini e adolescenti in Uruguay)».
La collocazione del bambino in una struttura fosse provvisoria era un fatto già noto e proprio su questo si basano una parte dei dubbi scaturiti dalle ricostruzioni giornalistiche che hanno portato alla riapertura degli accertamenti da parte della Procura generale di Milano. Ma nella sentenza la frase prosegue con «in attesa di una famiglia dall’Anagrafe unico dei genitori adottivi». Un dettaglio che, a differenza di quanto risulterebbe dalla documentazione resa nota nei giorni scorsi, ricostruisce si una «collocazione provvisoria» del bambino, ma propedeutica alla successiva adozione.
Nel marzo del 2020 la coppia italiana, che ha già conosciuto il piccolo durante attività di volontariato, presenta «formalmente la domanda di adozione all’ufficio amministrativo dell’Inau; solo nell’aprile 2021 si decide di qualificarli come famiglia adottiva» del bambino. Il piccolo, si legge nella sentenza, «presentava sintomi respiratori di bronchite in considerazione di quanto sopra, i comparenti hanno ottenuto un’autorizzazione per far vivere il bambino con loro». Il 28 aprile del 2021 «l’Inau comunica (alla coppia, ndr) di essere stati qualificati e scelti come famiglia adottiva, concedendo l’affidamento provvisorio. I comparenti convivono in modo stabile da più di cinque anni in un immobile di proprietà della famiglia. Entrambi hanno un lavoro stabile che permette loro di provvedere ai bisogni del bambino. È stato integrato come parte della famiglia, con affetto, sostegno e cura, in modo che possa raggiungere la migliore qualità di vita. Tutti coloro che lo circondano lo percepiscono come quello che è “nostro figlio”, lui si riferisce ai comparenti come “mamma e papà”».
Del resto, secondo la sentenza, i rapporti tra il piccolo e i genitori naturali, sono inesistenti: «Nel fascicolo è stato accertato che» il piccolo «non ha legami con la sua famiglia di origine e quindi non ci sono legami in questo senso che la Sede dovrebbe considerare di mantenere. Fatto salvo il diritto del bambino di conoscere la sua identità e la sua origine di figlio adottivo».
È in questo contesto, che i giudici uruguaiani concludono che «vi sono chiari motivi per accogliere la domanda. Il concetto di “interesse superiore del minore” si riferisce al soddisfacimento dei diritti fondamentali del bambino. Non si può considerare né l’interesse dei genitori né quello dello Stato, l’unico interesse rilevante è l’adempimento dei diritti dell’infanzia».
La documentazione che l’Interpol sta acquisendo permetterà di accertare se la sentenza del tribunale di Maldonado rispetta o meno quanto emerso durante l’istruttoria dell’adozione. Ma alla luce di quanto messo nero su bianco dai giudici, diventa difficile attribuire qualsiasi errore su questo punto alle istituzioni italiane che a vario titolo si sono occupate della domanda di grazia presentata dalla Minetti.
Continua a leggereRiduci
Nicole Minetti (Ansa)
I magistrati passeranno al setaccio le relazioni intrattenute in Uruguay per ricostruire le attività dell’ex igienista dentale. Verifiche su eventuali procedimenti penali all’estero e sui documenti sanitari presentati.
Il fascicolo s’ingrossa. La Procura generale di Milano riparte da zero effettuando nuove e più approfondite verifiche su Nicole Minetti, l’ex igienista dentale che ha chiesto e ottenuto la grazia per il suo bambino adottato in Uruguay e affetto da una malattia grave.
Dopo la richiesta del Quirinale al ministero della Giustizia di verificare se i presupposti che hanno portato il capo dello Stato a firmare l’atto di clemenza siano fondati, la Procura generale di Milano, che si dice già pronta «a cambiare parere» sulla clemenza, sta acquisendo la sentenza di adozione in Uruguay per verificarne la veridicità e ha incaricato l’Interpol di effettuare accertamenti tra Uruguay e Ibiza.
Si sta cercando di capire se ci siano eventuali procedimenti penali all’estero a carico di Minetti, da cui, se così fosse, si evincerebbe che non ci sarebbe stato quel «cambio di vita» testimoniato dalla donna. Tra i motivi addotti dalla stessa Minetti nella richiesta di grazia, infatti, emergeva «una seria e concreta volontà di riscatto sociale».
«Ho fatto tutto secondo le regole, l’adozione e il resto», si difende lei. «Non sono indagata né in Uruguay né in Spagna».
Il precedente mandato del ministero della Giustizia per le verifiche era «standard», prevedeva cioè accertamenti eseguiti di prassi in caso di domanda di grazia. Nulla all’estero. Il caso, ora, si è così trasformato in un’indagine internazionale a più livelli.
Ci si muove su più fronti per ricostruire lo stile di vita di Minetti e la sua rete di contatti e relazioni. Pare che negli ultimi sei anni si fosse divisa tra Italia e Uruguay e che qui conducesse una vita di eccessi. Nella blindatissima tenuta a Maldonado in Uruguay, di proprietà del compagno Giuseppe Cipriani, erede dello storico Harry’s Bar di Venezia, o a bordo del suo gigantesco yacht Gin Tonic, la coppia organizzava ricevimenti esclusivi per un selezionatissimo pubblico internazionale di imprenditori, celebrità e volti dello spettacolo.
Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, nega di essere mai stato ospite nel ranch di Cipriani: «Non esiste al mondo. Sono stato ospite di Arrigo Cipriani all’Harry’s Bar una decina di volte, ma il figlio non lo conosco».
Verranno ripetuti anche gli accertamenti sull’autenticità dei documenti sanitari presentati per i quali emergono le prime incongruenze: gli ospedali di Padova e il San Raffaele di Milano, citati nella richiesta di grazia, negano di aver mai visitato il bambino. Ma la coppia Minetti-Cipriani si giustifica dicendo di non essersi rivolta direttamente a quegli ospedali, ma a professionisti di loro fiducia che conoscevano, dopodiché si sarebbero recati a Boston, dove il bambino è stato sottoposto, nel 2021, a un intervento chirurgico. Adesso la Procura vuole ottenere informazioni e documenti su tutte le persone vicine a Minetti ma anche sulle modalità di adozione del figlio e su queste speciali cure negli Usa di cui ha bisogno, sui genitori biologici del ragazzino e sulla scomparsa sospetta dei loro avvocati, morti carbonizzati.
Il lavoro degli inquirenti si concentra sul procedimento di adozione del bambino che era stato affidato all’Inau, l’istituto uruguayano per l’infanzia, col quale Minetti organizzava progetti benefici nella tenuta di Cipriani, dove appunto la coppia è venuta in contatto con il piccolo al centro della vicenda.
È il tribunale dei minori di Venezia che con un documento datato 19 luglio 2024 dichiara «efficace» in Italia l’adozione del figlio di Minetti e Cipriani, già certificata nel febbraio del 2023 dal tribunale uruguayano di Maldonado. Il documento riporta il «presupposto che il minore» in questione «si trovava in stato di abbandono sin dalla nascita, con separazione definitiva dai genitori biologici, i quali sono stati dichiarati decaduti dalla responsabilità genitoriale». C’è però un documento ufficiale che prova che la coppia si è rivolta al tribunale di Maldonado per avere l’affidamento del bimbo e privare i genitori naturali della genitorialità.
Per Minetti, tra la richiesta di grazia e il via libera i tempi sono stati da record. La domanda di grazia è stata inviata a Sergio Mattarella il 6 agosto scorso. Il Colle sollecita il ministero ad aprire la pratica per valutare la grazia. Il 9 gennaio 2026 arriva il «parere favorevole» della Procura generale della Repubblica presso la Corte d’Appello di Milano, fino alla firma del Quirinale per ragioni umanitarie. Appena 166 giorni dalla domanda. Un mese dopo il provvedimento.
Minetti, intanto, non è già più in Italia. La responsabile della struttura in centro a Milano dove faceva volontariato non la vede da 15 giorni. Probabilmente è in Uruguay. Ha lasciato subito il Paese perché la grazia era immediatamente eseguibile. Se il provvedimento del Colle venisse revocato non sarebbe così facile farla rientrare. A farsi sentire ieri sono stati i legali, che hanno fatto sapere di aver inviato alla Procura «l’intera documentazione giudiziaria e amministrativa utile, al fine di consentire un riscontro puntuale su fonte diretta e ufficiale dei passaggi rilevanti relativi alla procedura di adozione e ai presupposti rappresentati nel procedimento di grazia». Per gli avvocati della Minetti «alcune ricostruzioni mediatiche» che avrebbero fornito «una rappresentazione falsa» della vicenda.
Continua a leggereRiduci
L’ex consigliera infranse il basso profilo tenuto fino ad allora con un servizio su «Chi» nel settembre 2024. Dopo pochi mesi parte la domanda di clemenza e il Colle si attiva in soli 10 giorni. Da lì in poi, ministero, Procura e di nuovo Quirinale bruciano le tappe.
Come usare un sommergibile nucleare per trasportare una cassa di fucili del secolo scorso. Se si mettono in fila le date e i modi della concessione della grazia all’ex consigliere regionale di Forza Italia, Nicole Minetti, salta all’occhio la notevole sproporzione tra la caratura del personaggio e le cautele, la riservatezza e la rapidità adottate dal Quirinale per cancellare la sua condanna.
Il tutto in un contesto istituzionale profondamente cambiato dal 2006 e che ha portato, non a caso, a far sì che il dicastero di Via Arenula restasse solo «ministero della Giustizia» anche nella dizione ufficiale, avendo perso ogni competenza sui provvedimenti di grazia.
L’igienista dentale del San Raffaele, paracadutata nel 2010 al Pirellone con Forza Italia nel listino bloccato, è sempre stata di poche parole. Si è dimessa nel 2012, sull’onda dello scandalo Ruby, e di lei gli stessi compagni di partito ricordano solo, a parte l’avvenenza, il fatto che non parlava con i giornalisti ed era sempre marcata da un addetto stampa. Accusata dai pm milanesi di essere una sorta di «regista» del Bunga Bunga milanese di Silvio Berlusconi, in realtà non era certo l’unica figura di questo tipo, ma ha praticamente pagato per tutti. In due processi distinti, Minetti ha preso nel complesso tre anni e 11 mesi. Nel 2022 viene disposta l’esecuzione cumulata con misure alternative al carcere. Secondo il Fatto Quotidiano l’esecuzione non è mai cominciata: Minetti aveva chiesto l’affidamento ai servizi sociali, e l’udienza per decidere era stata fissata a dicembre dello scorso anno. All’inizio del 2025, però, ha presentato la domanda di grazia che oggi è al centro dello scandalo.
In tutti questi anni, la Minetti ha mantenuto il suo tradizionale riserbo e non concede interviste. Con un’unica, sostanziale, eccezione. A metà settembre del 2024, sul mondadoriano Chi, allora diretto da Alfonso Signorini, esce un bel servizio fotografico che la ritrae per le strade di Milano con un bimbo. Il settimanale parla di una vita da «mamma di lusso», tra «Ibiza, Monte Carlo e New York» con «il suo fidanzato Giuseppe Cipriani». Nessun riferimento all’Uruguay, dove Cipriani ha una villa spettacolare e dove avviene l’adozione contestata.
La nuova Nicole in versione mamma premurosa è dunque sdoganata, fotografie alla mano. Il 27 luglio 2025, l’avvocato Antonella Calcaterra scrive al Quirinale, Ufficio Grazie, e chiede clemenza per la sua assistita. Nel giro di soli dieci giorni, il responsabile dell’ufficio, il magistrato Enrico Gallucci, gira la documentazione al ministero. Qui, per le verifiche di rito, possono servire anche uno o due anni. Invece per l’ex badante di Ruby Rubacuori bastano poche settimane. È come se il nome Minetti non dicesse più nulla, o dicesse troppo, e il 9 gennaio di quest’anno, dopo soli quattro mesi e con l’estate in mezzo, arriva anche il semaforo verde della Procura generale di Milano. Il provvedimento di clemenza viene firmato da Sergio Mattarella il 18 febbraio. E resta segreto. Pare perché essendoci di mezzo un minore non si volevano speculazioni. Sarà, ma intanto il sommergibile ha concluso la missione con successo. Minetti eviterà anche i lavori socialmente utili e continuerà la sua silenziosa esistenza.
Questa grazia fantasma non poteva che materializzarsi in un programma tv che si chiama Chi l’ha visto. Succede quasi due mesi dopo, a metà aprile, quando il conduttore del programma Rai, Federico Ruffo, annuncia sui social la grazia alla Minetti «per motivi umanitari». Nessuno obietta alcunché, perché il Colle ha sempre ragione, mentre il Fatto Quotidiano comincia a indagare sulla contestata adozione in Uruguay nella generale riprovazione dei giornaloni, in veste di Igienisti del Quirinale. Fino alla svolta di tre giorni fa: il Colle fa intendere di essere stato ingannato da qualche misteriosa entità e chiede un’indagine severa a Via Arenula. Così, gli stessi Igienisti del Quirinale cavalcano lo scandalo e lo girano interamente contro il governo di Giorgia Meloni.
E qui, la faccenda si fa un po’ più tecnica, ma non meno interessante. Chi decide veramente i provvedimenti individuali di clemenza? Il capo dello Stato, non c’è dubbio. Lo dice la Costituzione e lo spiega bene una sentenza della Consulta (la numero 200) del 2006, che afferma: «La titolarità sostanziale del potere di grazia compete al presidente della Repubblica». In forza di questa sentenza, il vecchio ministero di Grazia e Giustizia è andato in soffitta e al Quirinale, da vent’anni, c’è un apposito ufficio, affidato al magistrato Gallucci. Che ieri, interpellato dal Foglio, non si è minimamente nascosto dietro un dito e ha detto: l’attività istruttoria spetta al ministero, «ma l’affermazione circa la titolarità presidenziale del potere sostanziale di concedere la clemenza individuale ha spostato il baricentro decisionale sulla presidenza della Repubblica, imponendo all’ufficio di supporto al capo dello Stato l’esame e la valutazione di tutte le pratiche di grazia». E così, da un lato le grazie le decide il capo dello Stato, ma la Costituzione sancisce sempre la sua irresponsabilità politica. Insomma, questa sentenza del 2006 è davvero un piccolo capolavoro.
Adesso, dopo lo scandalo, sono in corso tutte quelle «verifiche» e quelle «indagini accurate» che non sono state fatte di fronte a quel sommergibile inarrestabile. Alla fine, chissà che anche il regista Paolo Sorrentino non debba rimettere mano al suo film La Grazia. Sperando che il nuovo titolo non diventi La Trattativa.
Continua a leggereRiduci
True
2026-04-30
Svolta Garlasco: Sempio in Procura. Per gli inquirenti a uccidere Chiara è stato solo lui
Andrea Sempio (Ansa)
Convocato il 6 maggio con una nuova accusa per l’omicidio Poggi senza il concorso con altri. L’avvocato: «Atti non depositati».
Colpo di scena clamoroso nella nuova indagine sul delitto di Garlasco. L’indagine a carico di Andrea Sempio per l’omicidio di Chiara Poggi, trovata morta nella villetta di famiglia il 13 agosto del 2007, non è più in concorso con ignoti, o con Alberto Stasi, il fidanzato della vittima, condannato come unico esecutore del delitto nel 2014.
È la novità contenuta nell’invito a comparire redatto dalla Procura di Pavia per l’amico del fratello della ventiseienne uccisa, convocato dai pm per il 6 maggio. La modifica del capo di imputazione verosimilmente è legata anche alla trasmissione alla Procura generale di Milano di un’informativa utile a presentare un’eventuale istanza di revisione per l’allora fidanzato di Chiara Poggi, unico condannato in via definitiva a 16 anni di reclusione per il delitto.
La notizia ha spiazzato i legali dell’indagato: «Stiamo valutando i passi più opportuni per la nostra strategia difensiva, tenendo conto del fatto che per la seconda volta dall’inizio dell’inchiesta Andrea viene convocato ma senza che gli atti delle indagini siano stati depositati», ha spiegato l’avvocato Angela Taccia, che assiste Sempio assieme al collega Liborio Cataliotti, dopo la notifica di una convocazione per l’interrogatorio da parte dei pm di Pavia. Da quanto si può intuire, Sempio potrebbe, come già fatto in un precedente interrogatorio, decidere di avvalersi della facoltà di non rispondere, poiché le indagini non sono state ancora chiuse con il deposito di tutti gli atti.
Va detto che una convocazione dell’indagato a pochi giorni dalla probabile chiusura delle indagini non è un fatto abituale.
Ma a ben vedere la mossa della Procura guidata da Fabio Napoleone si inserisce perfettamente nel solco delle ultime mosse di magistrati di Pavia.
Il 23 aprile scorso, infatti, poche ore dopo che le agenzie avevano battuto la notizia del deposito alla Procura generale di Milano dell’esposto di una giornalista che rappresenterebbe ipotesi di tentativi di manipolazione delle indagini, era filtrata anche l’indiscrezione che il giorno successivo era previsto un incontro tra il procuratore di Pavia Fabio Napoleone e la procuratrice generale di Milano Francesca Nanni, proprio sull’indagine Garlasco. A quanto era emerso il colloquio, sarebbe stato chiesto da Napoleone per parlare in particolare del possibile giudizio di revisione della sentenza di condanna a 16 anni che Alberto Stasi sta finendo di scontare.
Uno scenario confermato dopo l’incontro tra la Nanni, la sua vice e avvocato generale, Lucilla Tontodonati, e il procuratore Napoleone. Il quale da oltre un anno, assieme all’aggiunto Stefano Civardi e alle pm Valentina De Stefano e Giuliana Rizza, sta lavorando alla nuova inchiesta sul delitto di Garlasco. Su input dei difensori di Stasi era stata disposta una nuova consulenza tecnica relativa al Dna isolato sulle unghie della vittima per poi ottenere, più di un anno fa, la riapertura dell’inchiesta con una imputazione abbastanza singolare: Andrea Sempio avrebbe ucciso Chiara in concorso con il condannato Stasi e con altri. Un escamotage, a detta di tanti esperti, per procedere con gli accertamenti delegati ai carabinieri e alla fine approdare a qualcosa che è più di una ipotesi. E la novità di oggi sembra confermare che si trattasse proprio di un escamotage.
Sta di fatto che dalle nuove indagini sarebbe emerso uno scenario ben diverso da quello restituito dalla sentenza passata in giudicato nel 2015: la mattina del 13 agosto 2007 nella villetta di Garlasco non c’era Stasi ma Sempio con altri complici. Complici che poi, con ulteriori verifiche, sono stati «sbianchettati» lasciando come unico responsabile l’amico del fratello di Chiara.
«Nelle prossime settimane riceveremo una informativa su quello che è stato fatto dalla procura di Pavia» aveva spiegato la dottoressa Nanni, in un punto stampa convocato al termine del colloquio con Napoleone, aggiungendo che ovviamente la prima cosa da fare sarà studiare le carte. «Non sarà uno studio né veloce né facile» ma un’analisi attenta, anche per valutare «se chiedere ulteriori atti». Dopo di che, probabilmente tra qualche mese, si deciderà «se eventualmente proporre una richiesta di revisione. Nessuna dichiarazione», ha ripetuto la pg, «prima di studiare e capire come stanno le cose».
Qualora ci fossero gli estremi, la proposta di revisione dovrà passare attraverso i giudici d’appello di Brescia, e poi, in caso di ricorso della parte civile, che è fermamente convinta della colpevolezza di Stasi, anche attraverso quelli della Cassazione.
Continua a leggereRiduci






