Gli euro-pm indagano ricercatori e docenti dell’ateneo di Palermo per truffa sui fondi
«Possiamo fare quello che vogliamo… ma noi dobbiamo prendere fondi». E quando online apparirono i bandi per l’Università di Palermo il prof mandò un messaggio Whatsapp esplicito: «Buttiamoci a pesce». Le conversazioni disinvolte, però, non sono l’unico elemento raccolto dalla Procura europea che coordina l’inchiesta sulle ipotesi di truffa, turbata libertà di gare pubbliche, falso e frode nelle forniture.
Davanti al giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Palermo ci sono 23 indagati tra professori universitari (ben 12), ricercatori e imprenditori. Gli inquirenti avevano chiesto l’emissione di misure cautelari personali e il sequestro preventivo anche per equivalente. Il gip Cristina Lo Bue, però, ha tirato il freno a mano. Non perché l’impianto sia stato ritenuto carente, ma perché i fatti sono risalenti nel tempo.
L’indagine, che ora è davanti al Tribunale del Riesame, è coordinata dai pm Calogero Ferrara e Amelia Luise e si muove su due livelli. Il primo è quello ufficiale: attività dichiarate, progetti finanziati, laboratori operativi. Il secondo è quello dell’accusa: attività «in realtà mai effettuate». Secondo i pm, un gruppo di docenti, ricercatori e imprenditori avrebbe operato «in tempi diversi e con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso» per ottenere contributi pubblici legati a due progetti: «Bythos», una ricerca su molecole bioattive utilizzando scarti ittici e finanziato nell’ambito del Programma Italia-Malta, e «Smiling», che ha ottenuto fondi del Po Fesr Sicilia per sviluppare prodotti cosmetici dall’utilizzo di sottoprodotti della filiera vitivinicola. Il meccanismo è descritto con formule che ritornano: «Artifizi e raggiri», «costi fittizi», «fatture per operazioni in tutto o in parte inesistenti», simulazione di forniture e servizi.
I numeri danno il peso: per Bythos 1,7 milioni di euro, per Smiling la stessa cifra: 1,7 milioni. Fondi europei ottenuti, secondo l’accusa, inducendo in errore l’amministrazione pubblica. Tra gli indagati figurano il professore Vincenzo Arizza, direttore del dipartimento di Scienze e Tecnologie biologiche, chimiche e farmaceutiche dell’Università di Palermo e responsabile scientifico dei due progetti di ricerca, e Antonio Fabbrizio, amministratore e titolare di fatto della associazione Progetto giovani e della associazione Più servizi Sicilia. Proprio Arizza si sarebbe fatto scappare: «C’è un po’ di casino […] dato che non abbiamo potuto spendere 40.000 euro» sarebbe stato appositamente aumentato il numero delle ore di lavoro del personale interno («stiamo pompando», dice Arizza) al fine di ottenere i «costi» necessari all’ottenimento dei contributi pubblici. Per Arizza, il suo difensore, l’avvocato Vincenzo Lo Re, precisa: «Abbiamo documentato al Riesame l’effettività dei progetti di ricerca». Ma sul registro degli indagati è finito tutto lo staff del professore: Mirella Vazzana e Patrizia Diana, due ordinari; Aiti Vizzini, associato; Manuela Mauro, ricercatrice; e Lucia Branwen Horsby, docente a contratto.
Sono stati due colleghi della Horsby a far saltare il tappo. Decidono di parlare e di mettere nero su bianco nomi e circostanze. È il punto di origine di una ricostruzione che copre cinque anni, dal 2018 al 2023, e che prova a incrinare la narrazione ufficiale dei progetti finanziati. Uno di loro consegna ai pm un’immagine precisa: «Mi risulta che sia stato formulato un ordine di circa 70-80.000 euro per dei materiali che non ho mai visto all’università». Poi aggiunge un dettaglio che cambia la prospettiva: «Il professore Arizza ci chiese di realizzare delle etichette adesive con gli estremi del progetto da apporre sul materiale acquistato». Quelle etichette, secondo quanto dichiarato, non servivano a identificare un acquisto reale, ma a ricostruirlo. È su questi episodi che l’indagine prende forma. Fino a ipotizzare un accordo. I pm parlano di un possibile patto corruttivo tra Arizza e Fabbrizio. Il docente avrebbe favorito l’aggiudicazione alla società di Fabbrizio di servizi legati al progetto europeo Smiling, ricevendo in cambio lavori assegnati e mai svolti dal figlio. Ma sono i dettagli che raccontano davvero l’indagine. C’è una mail del 28 giugno 2019. All’interno c’è questa frase: «La strumentazione è collocata presso il laboratorio del Comune di Lipari». Una comunicazione amministrativa per certificare una fornitura. In realtà, hanno scoperto gli inquirenti, il laboratorio non era ancora stato ristrutturato. Il laboratorio di Lipari diventa il simbolo dell’intera vicenda. Nelle carte ufficiali è descritto come un nodo centrale: «Funzione strategica» per lo «sviluppo di tecniche e analisi relative alla produzione di scarti nelle isole minori». Sulla carta sarebbe stato completato e inaugurato il 29 giugno 2021. Ma quando gli inquirenti sono andati a verificare hanno scoperto che non era operativo, che le attività non erano state svolte e che le forniture non erano avvenute.
Il rettore Massimo Midiri ieri ha espresso «profondo dolore e ferma indignazione». E questo prima di apprendere che nell’inchiesta risultano ricercatori formalmente attivi che, secondo la Procura, «non hanno mai eseguito alcuna ricerca». Relazioni firmate che attestano attività inesistenti. Contratti rinnovati sulla base di lavori mai svolti. La documentazione ufficiale, secondo l’accusa, sarebbe stata «predisposta al fine di trarre in inganno». Proprio la prof Azzana parlando in siciliano stretto di un collega afferma: «Il primo contratto puru su futtiu sanu (pure se l’è rubato intero, ndr)». E anche in questo caso i requisiti dei bandi, secondo l’accusa, sarebbero stati «ritagliati su misura».







