Cognome e nome: Corona Fabrizio. Catania, 1974. Se non ci fosse, bisognerebbe non inventarlo (il simbolo, of course, non la persona).
Ex fotografo? «Mi arrabbio se mi chiamano così, non ho mai fatto una foto in vita mia». Imperatore dei paparazzi, allora? No.
Piuttosto - ipse dixit a Claudio Sabelli Fioretti per D, il magazine di Repubblica, il 25 luglio 2025 - «re della comunicazione». Quella fai-da-te: «Noi produciamo gossip, non lo aspettiamo», sentenziava spavaldo già 20 anni fa.
Perché il suo mestiere è «fare soldi muovendomi all’interno dello spettacolo», tenendo fede alla promessa fatta alla mamma: «Le ho sempre detto: “Sarò uno che a 30 anni avrà un sacco di soldi”».
Portati a casa come? «Vendendo» notizie. Con il metodo Corona: se eventi, vicende e retroscena ci sono, bene. E sennò li si crea. Purché se ne parli, come si sa fin dai tempi del Dorian Gray di Oscar Wilde. Dei fatti? Macché: di Corona, ovvio.
Il Robin Hood della causa sua, un moralizzatore alla Cialtron Heston: Corona di spine per privilegiati e famosi, allo scopo di arricchirsi lui.
Granitico nel formulare sentenze, con una strafottenza che ricorda quella di Gianni Melluso, Gianni cha-cha-cha, uno dei grandi accusatori di Enzo Tortora, che infamava davanti ai giudici: «Enzino, confessa, liberati la coscienza».
Io sono notizia, assicura Fabrizio cha-cha-cha, come da documentario in cinque puntate che ne celebra le gesta, «il titolo più visto su Netflix in Italia», certifica la stessa piattaforma, che non fa rilevare i suoi ascolti dall’Auditel.
Serie costata 2.400.000 euro, 800.000 finanziati dallo Stato con il tax credit, in quanto «opera culturale» (stravaganza su cui si è già espresso su queste colonne Maurizio Caverzan).
Per Aldo Grasso, critico del Corriere della Sera, «un lungo, brutto spot, che cerca di trasformare un pregiudicato - bancarotta fraudolenta, frode fiscale, corruzione, estorsione, detenzione di banconote false - in uno spregiudicato, un mitomane in un mito del nostro tempo».
Curioso tempismo, comunque.
Il pregevole manufatto è approdato sugli schermi a ruota del virulento attacco di Corona ad Alfonso Signorini, accusato di una serie di nefandezze per cui il giornalista ha presentato querela «per la campagna calunniosa e diffamatoria» che lo ha investito (e denunciato financo Google per non aver rimosso i video realizzati da Corona), spingendolo ad autosospendersi da Mediaset.
Che a sua volta ha intrapreso le vie legali a tutela dei vertici dell’azienda e di altri conduttori, oggetto di «diffamazione aggravata e minacce».
Corona infatti può sopravvivere mediaticamente solo alzando «il livello dello scontro», come si diceva negli anni Settanta, quando gli scandali erano quelli politico-economici della Prima repubblica, gli scoop - veri o inventati - erano di Mino Pecorelli, direttore del settimanale Op, e la ribellione libertaria all’ordine costituito la conduceva Marco Pannella.
Oggi - perché la storia prima si presenta come tragedia, poi come farsa - si rimesta nella cesta delle mutande sporche.
Corona è costretto a mettere sempre più «menta» nel ventilatore, perché ciò gli consentirà - se i bersagli dei suoi schizzi di fango non incassano ma reagiscono - di atteggiarsi a vittima del sistema, il paladino della giustizia, l’unico depositario della verità, il giustiziere della Rete cui i ricchi e potenti vogliono chiudere la bocca. Un martire, insomma.
Nei giorni scorsi, perfino Paolo Madron, che ha firmato libri-intervista con Cesare Romiti e Luigi Bisignani, ha cercato di vedere - su Lettera43.it - il bicchiere mezzo pieno nella «crociata» intrapresa da Furbizio (copyright by Dagospia): «La sua irruzione ha fatto saltare tutto non perché abbia portato verità definitive - Corona non è un testimone: è un detonatore - non perché sia più credibile, ma perché parla lo stesso linguaggio del sistema cui appartiene geneticamente, solo senza il filtro dell’ipocrisia». Non basta: «Le accuse pesanti girano sulle piattaforme, mentre i giornali si autocensurano. Perché devono preservare una rete di relazioni che garantisce la loro sopravvivenza». Quasi un peana per Corona, le cui clip «nascono su Youtube, migrano su Instagram e TikTok, vengono rilanciate e vivono di commenti, reazioni e polarizzazioni». In ultima analisi: il migliore dei mondi possibili.
Se non fosse per un dettaglio tutt’altro che marginale, che perfino Madron non può trascurare: «Toccherà alla magistratura il compito di stabilire se Corona dica il vero o se stia semplicemente recitando l’ennesimo numero da fustigatore morale a gettone», ah ecco.
Ma il punto è proprio questo: come si può fare da cassa di risonanza a un egregio signore che all’inizio del marzo scorso giurava pubblicamente: «Se da qui ai prossimi cinque mesi uscirà un’immagine video dove papa Francesco parla dal vivo, io mi ritirerò a vita. Questa immagine non uscirà mai perché il Papa è morto»? Bergoglio era talmente defunto che il 23 marzo si affacciò da un balcone del Policlinico Gemelli, per poi rendere l’anima a Dio il 21 aprile successivo. Il 24 marzo, al Palapartenope di Napoli, ha provato a giustificarsi: «A me l’hanno detto persone che lavorano al Gemelli» (ah, beh...), «a 51 anni ho scelto di fare informazione seria» (e meno male). Risultato? L’hanno spernacchiato rumorosamente, con lui impegnato a cercare di uscire dall’angolo: «Così pochi dalla mia parte? Perché avete paura della verità», consolandosi: «tanto finiamo su tutti i giornali», che è poi l’unico traguardo che gli preme davvero nell’era dei social network, rendere virali, e quindi monetizzabili, i suoi blitz e le sue panzane.
Per la bufala sulla dipartita del Papa si è autoassolto: perché l’hanno sì ripreso in un video ad annunciarla urbi et orbi, ma «non ho scritto questa cosa sul mio giornale, sui miei social, non l’ho detta in tv», quindi non vale. E dire che l’art. 121 del Tulps, il Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, vieta il mestiere di ciarlatano. O di «caciottaro», epiteto con cui lo sfregiò Ilary Blasi durante un urlato faccia-a-faccia nel 2018. Nei peggiori bar di Caracas? No: al Grande Fratello Vip, in prima serata su Canale 5.
Ma anche non avesse pestato il mentone del falso decesso del Santo Padre, come non ricordare come si rappresentava durante una lite al telefono con Nina Moric, finita sul sito del Giornale il 13 marzo 2007 ? «Io rovino la vita alle persone, sono un pezzo di m... e non ho più neanche sensi di colpa». E lei: «A me non mi piace questo tipo di vita tua, mi fa schifo, schifo!», conclude il brogliaccio: «Lei dice che lo manderà in prigione perché testimonierà contro di lui, lui chiede dove siano le prove e che non servirà a nulla se non a rimanere entrambi senza soldi. Nina continua ad accusarlo di essere stato ed essere ancora l’amante di Lele Mora», l’agente che ha tenuto professionalmente a battesimo Corona, rapporto su cui molto si è inzigato (Platinette: «Fabrizio in pochi anni ha ottenuto 5 milioni di euro, a casa mia queste si chiamano marchette. Non so come si chiamano a casa di altri»), ma anche fossero vere tutte le illazioni: so what?
In un altra cronaca, questa volta del Corriere della Sera, a firma di Giuseppe Guastella e Biagio Marsiglia, 22 giugno 2007, Corona confidava a Moric «di guadagnare “soldi marci” perché “nascono da un guadagno che provoca il più delle volte dolori sentimentali, crisi enormi a moltissima gente”». Confessione che deve essere sfuggita a Marco Travaglio, che pure è un fan delle intercettazioni, tanto più se «a strascico», altrimenti non si spiegherebbe la chiusa di un suo articolo del 2014: «Una grazia almeno parziale (a Corona, che alla fine aveva cumulato pene per 14 anni, poi ridotti a nove) sarebbe il minimo di “umanità” per ridare speranza a un ragazzo che ne ha combinate di tutti i colori, ma senza mai far male a nessuno. Se non a sé stesso», epigrafe che a Trastevere avrebbero chiosato con un sonoro: «‘A Marcolì, ma che c... stai a dì?», una benevola disposizione d’animo che il direttore del Fatto Quotidiano ribadisce peraltro nel documentario di Netflix.
Il bello è che spesso a promuovere l’immagine di Corona sono stati e sono ancora giornalisti e conduttori tv che hanno invitato il «pericolo pubblico numero 1», vedi Enrico Mentana nel 2007 a Matrix su Canale 5, e ancora lo cercano oggi, strapagandolo: ecco quindi i 30.000 euro - a ospitata - che Corona avrebbe incassato dalla Rai andando da Mara Venier, Nunzia Di Girolamo, Francesca Fagnani, Massimo Giletti, tutti in forza al servizio pubblico, con Giletti recidivo, perchè Corona lo ha avuto ospite a Non è l’Arena su La7 nel 2021 ma anche nel 2018, quando Furbizio al termine della puntata s’incoronò con lo scolapasta della vanità: «Mi sento un eroe nazionale». Dimenticando che perfino le statue di quelli veri spesso sono avvolte in un sudario di guano.
Moric: «A modo suo mi avrà anche amata. Ma è troppo innamorato di sé per amare qualcuno».
Corona: «Alla fine credo di essere un povero bullo colpevole solo di fare un mestiere del c...».
Amen.






