La conversazione avvenuta il 7 marzo 2024 in piazza Cavour a Roma, davanti alla Cassazione, tra il magistrato, una delle sue presunte amanti e l’ex moglie.
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Austerità, business sulla pelle dei malati, promesse non mantenute: un libro racconta come siamo arrivati a consentire solo ai ricchi la possibilità di curarsi. Nel silenzio di chi loda la Costituzione più bella del mondo.
Cara Natasha, quando ho scritto il mio primo libro, ormai tanti anni fa, chiesi al mio editore: «A chi facciamo fare la prefazione?». Lui mi rispose: «A nessuno». Da allora mi sono convinto che le prefazioni siano proprio inutili, un esercizio narcisistico di qualche trombone, un riempitivo di pagine che è bene saltare a piè pari per andare subito laddove c’è il succo. Per questo mi ero ripromesso di non scriverne più. Per non passare per trombone, e per non fare esercizi di narcisismo: di quelli ne faccio già fin troppi, sarebbe meglio fare qualche esercizio per gli addominali, piuttosto. Però quando tu e Lorenzo Bertocchi, che ha voluto questo libro, mi avete chiesto una Prefazione, non ho saputo dire di no. Un po’ per la stima che ho per voi. Un po’ perché i «ladri di salute» li sento miei, dal momento che quel titolo è nato e cresciuto dentro Fuori dal Coro. E mi sarebbe sembrato di tradire un po’ noi stessi se avessi negato queste poche righe, pur continuando a pensare che siano del tutto inutili.
Quello che conta, infatti, è la sostanza, che tu racconti bene, e che dunque non ho nessun motivo di anticipare o di «bruciare». Vorrei dire solo una cosa: la salute in Italia non è più un diritto garantito. Semplicemente: non lo è più. Eppure, tutti coloro che si riempiono la bocca a più riprese con la Costituzione più bella del mondo non spendono una parola, nemmeno una, per la più clamorosa e devastante violazione della Costituzione che avviene ogni giorno nel nostro Paese. Che avviene negli ospedali, nelle Asl e nei famigerati Cup, i Centri unici di prenotazione, diventati ormai un girone infernale per chiunque sia malato. Perché la verità è questa: oggi in Italia si può curare solo chi è ricco. Chi ha i soldi. Chi può permettersi visite, esami e operazioni privatamente. Per tutti gli altri c’è solo l’infinita attesa. Il rinvio al 2027. O magari al 2028. Lo sportello sbattuto in faccia. La lista chiusa. L’angoscia. La paura. E, infine, la condanna a morte.
Ecco: i «ladri di salute» sono coloro che hanno provocato tutto ciò. Sono coloro che hanno sforbiciato le spese sanitarie senza pietà (dal 2010 al 2020 37 miliardi di euro in meno). Sono coloro che in nome del bilancio hanno chiuso reparti, ridotto i medici, massacrato gli infermieri. Sono coloro che ci continuano a ripetere che bisogna ridurre i costi perché non si possono fare debiti per curare i malati (mentre si possono fare per comprare 800 miliardi di armi). Sono coloro che strizzano l’occhio ai guadagni dei privati. A chi fa business sulla pelle dei malati. Sono coloro che hanno trasformato la sanità in un gigantesco affare che ormai non pensa a curare chi soffre ma pensa solo a curare i bilanci delle aziende. I «ladri di salute» sono coloro che hanno messo il dio denaro davanti alla pietà del medico, il fatturato di Big Pharma davanti all’umanità della sofferenza. E, se permetti, i «ladri di salute» sono anche tutti quelli che si continuano a riempire la bocca di promesse, a volte anche trasformate in leggi e decreti, che non cambiano nulla. E illudono soltanto chi sta male senza tirarlo fuori dal suo orrore quotidiano.
In questi mesi ti ho vista, cara Natasha, scagliarti con coraggio contro i «ladri di salute». E ti ho vista buttarti nel racconto di questa tragedia diffusa, silenziosa e dimenticata con la passione di chi ama non solo il nostro mestiere, ma anche la vita. Non è un dettaglio da poco. Ho sempre pensato infatti che per fare bene il giornalista non basti avere la tecnica, bisogna avere anche il cuore. E tu hai entrambi, li hai sempre avuti. E in abbondanza. Essere mamma, e aver conosciuto da mamma la sofferenza dei bimbi e i sentieri tortuosi degli ospedali, ti ha permesso di avvicinarti alle storie con una forza e insieme con una dolcezza che raramente si vedono in un inviato. Ora, per la prima volta, cerchi di trasferire tutto ciò in un libro. Dici all’inizio di sentirti inadeguata, ma i lettori ci metteranno un attimo a capire che non lo sei. Non appena cominceranno a leggere.
E allora lo vedi che queste mie righe fanno solo perdere tempo? Che altro c’è da dire? Abbiamo visto passare, insieme, tanti volti e tante storie, nel nostro studio. Tanti ne hai incontrati sul campo. Tanti casi li abbiamo risolti. Tanti sono rimasti irrisolti, a testimonianza di un problema troppo grande e drammatico per essere contenuto dalle nostre forze. Ma resta il bisogno di raccontare quello che c’è dietro i numeri, dietro le statistiche, dietro i dati ministeriali, il Gimbe e l’Agenas. E quello che c’è, è la vita delle persone. Ci sono le loro sofferenze, i loro palpiti, le loro delusioni, la loro rabbia per aver avuto per tanti anni fiducia in uno Stato che ora li abbandona, per aver pagato tasse che non servono nemmeno ad avere una visita cardiologica, ci sono tinelli pieni di dignità e di amarezza, ci sono pugni sbattuti sul tavolo, telefoni che restano muti, giorni avvolti dal tormento e notti travolte dagli incubi. Ci sono le ferite in una carne che troppo spesso è considerata solo carne da macello. E che invece qui, tra queste pagine, ritrova dignità e un filo di speranza. Andatele a leggere subito dunque, queste pagine, saltando una Prefazione che ha come unico merito quello di aver dato ragione, tanti anni dopo, al mio vecchio editore: ha dimostrato che le Prefazioni non servono a nulla.
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(Ansa)
Nel 2020, «Time» metteva in copertina un anestesista dell’ospedale di Ravenna. Oggi, nella stessa struttura, otto dottori sono accusati di aver firmato certificati tarocchi per ideologia. E di aver lasciato liberi stranieri malati (loro, che maledivano i no vax).
Come risulta sfocata la copertina che la prestigiosa rivista Time dedicò agli «eroi in prima linea» nella lotta al coronavirus. Non tanto per il tempo trascorso, era l’aprile del 2020, ma perché altra deontologia sembra dettare il comportamento di certi camici bianchi dell’ospedale Santa Maria delle Croci di Ravenna, rispetto agli «angeli» in prima linea contro la pandemia.
Nella stessa struttura, otto medici dell’Infettivologia oggi risultano indagati per falso ideologico continuato in concorso in atti pubblici. «Siamo abituati ad essere sotto pressione, ma non lo siamo mai stati così come lo siamo ora. I dispositivi di protezione non mancano, ovviamente però abbiamo tutti paura di essere infettati», era la testimonianza dell’allora quarantaduenne Francesco Menchise, anestesista dell’unità di terapia intensiva, la cui immagine campeggiava in prima pagina su Time.
La rivista spiegava che la scelta era stata di pubblicare «le storie di lavoratori coraggiosi che rischiano la vita per salvare la nostra». Oggi, invece, ci sono medici indagati per non aver trattato migranti con malattie come la tubercolosi, o infezioni come la scabbia, pur di non dichiararli idonei all’ingresso nei Cpr e quindi per il rimpatrio. Secondo le indagini, mettevano a rischio la vita dei cittadini e nemmeno si preoccupavano di curare i clandestini, nella foga ideologica di stilare falsi certificati.
Dalle carte sono emersi scambi di messaggi tra i medici indagati e Nicola Cocco (non indagato), referente della Società italiana di medicina delle migrazioni (Simm), che da anni esorta i medici a dare un parere negativo sull’idoneità degli stranieri al trasferimento nei Cpr. Violando pure il codice etico, secondo il giudice, perché invitava i medici a mandare i referti ai fini di una «mappatura» delle inidoneità, divulgando così dati sensibili dei pazienti. Ogni tassello che si aggiunge all’inchiesta, fornisce un quadro preoccupante di irresponsabilità sanitaria. Pensare che proprio da Ravenna, dimenticando in fretta l’umanità dei primi giorni dell’emergenza Covid, partirono accuse pesanti nei confronti di chi non voleva vaccinarsi. Nel gennaio del 2022, al giornalista del Resto del Carlino che chiedeva se le nuove misure restrittive fossero la conseguenza del comportamento di chi non si è vaccinato, il ravennate Venerino Poletti direttore del dipartimento toracico dell’Ausl Romagna e professore al Campus di Forlì e Ravenna così rispondeva: «Sì. Hanno responsabilità verso sé stessi, i propri cari, ma anche nei confronti della comunità in cui vivono. Per una scelta del tutto scellerata impediscono o rendono difficoltose le cure per i pazienti che hanno necessità urgenti e spesso complesse».
Non una parola su di tutti i tridosati che ugualmente riuscivano a infettare sconfessando politiche sanitarie, quelle sì scellerate. Nello stesso mese, su Corriere Romagna un medico dell’ospedale di Ravenna si sfogava: «Ormai i ricoverati da noi sono tutte persone non vaccinate. Quelli che in corsia vengono identificati come “gli irriducibili”, i più ostinati nonostante quadri clinici preoccupanti. E i più difficili da trattare per i camici bianchi, costretti, dopo due anni, a dover combattere oltre che con la malattia, anche con l’ideologia». Dovevano combattere anche con i vaccinati che finivano in terapia intensiva, ma guai a farlo sapere. C’erano gli untori, i non vaccinati contro il Covid, che per certi medici (e politici, vedi Pier Luigi Bersani) potevano anche essere abbandonati a sé stessi in un lazzaretto. C’erano regioni, come l’Emilia-Romagna in rivolta contro il ritorno di medici e infermieri «no vax» in corsia; e c’erano i medici di base accusati di fornire falsi green pass, come il ravennate Mauro Passarini arrestato nel novembre del 2021. L’allora sindaco di Ravenna, Michele de Pascale, ritenne «inqualificabile, e doppiamente deplorevole» la condotta del medico, spiegando che gli illeciti «non si limitano a concretizzarsi nella violazione di norme e nella messa a repentaglio della salute di singoli cittadini e dell’intera collettività, cose già di per sé gravissime, ma offendono profondamente la professionalità e l’etica di tutto il personale medico e sanitario».
Però, con otto medici su undici del reparto di Infettivologia del Santa Maria delle Croci di Ravenna indagati anche per aver mandato in giro migranti infetti, oggi de Pascale nelle vesti di governatore dell’Emilia- Romagna ha il coraggio di prenderne le difese. «Per quasi nove anni sono stato sindaco della città, compresi gli anni del Covid, conosco uno per uno i reparti e i volti di quell'ospedale e so bene quali sentimenti stanno attraversando i professionisti e le professioniste del Santa Maria delle Croci. A ciascuno di loro va il mio abbraccio e la vicinanza piena».
Gli infettivologi che avrebbero firmato falsi certificati anti-rimpatrio a fronte di patologie sospette, per almeno 64 cittadini extracomunitari, secondo il gip devono rispondere del reato di falso ideologico e avrebbero infranto l’obbligo di curare i pazienti, senza disporre ulteriori accertamenti o prese in carico. Hanno agito per «forte coinvolgimento ideologico ed emotivo», calpestando deontologia e questioni di salute pubblica.
Se un medico certificava l’inidoneità al vaccino Covid, invece era denunciato all’Ordine professionale, sospeso e spesso radiato.
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Controlli delle Fiamme gialle di Lucca su tutta la Provincia per verificare la corretta applicazione dei prezzi dei carburanti e le obbligatorie comunicazioni al Mimit.
L’intensificazione dell'attività risponde all’esigenza di tutela dei consumatori e mira ad assicurare la necessaria trasparenza dei prezzi praticati al pubblico e la regolarità delle operazioni di rifornimento presso gli impianti di distribuzione stradale di carburanti.
In questo ambito si sono concentrati i controlli delle Fiamme Gialle lucchesi che hanno individuato situazioni di irregolarità in un distributore di Lucca ed in uno di Viareggio.
La posizione più grave è sicuramente dell’esercente dell’impianto in zona Torre del Lago che risulta non essersi mai iscritto al portale telematico predisposto dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy per la comunicazione a livello centrale dei prezzi applicati.
La comunicazione, da effettuarsi attraverso il portale Osservaprezzi carburanti (accessibile all’indirizzo https://carburanti.mise.gov.it) obbliga gli esercenti a comunicare i prezzi praticati con cadenza almeno settimanale, anche in assenza di variazioni di prezzo.
La mancata iscrizione ha pertanto comportato l’ulteriore sanzione dell’omessa comunicazione delle variazioni dei prezzi applicati nei 120 giorni antecedenti all’avvio del controllo.
All’esito del controllo, oltre all’irrogazione di una sanzione amministrativa pari a 6.400 euro, è stata inoltrata alla Prefettura di Lucca specifica proposta di sospensione dell’attività commerciale per un periodo che può andare da 1 a 30 giorni.
Le operazioni di riscontro eseguite dai finanzieri nel corso dei servizi di controllo economico del territorio, attraverso le pattuglie poste a disposizione della Sala Operativa del Comando Provinciale e rispondenti al numero di pubblica utilità «117», hanno consentito di individuare anche un’altra analoga posizione irregolare in un distributore di Lucca dove l’esercente, benchè regolarmente iscritto al portale del Mimit (Ministero delle Imprese e del Made in Italy), ha dimenticato di effettuare le periodiche comunicazioni settimanali.
Le operazioni condotte dalla Guardia di Finanza testimoniano il costante impegno del Corpo nel garantire trasparenza, correttezza e pieno rispetto delle regole di mercato, contrastando le più subdole forme speculative che incidono sui consumatori e sulla gestione dell’economia anche familiare.
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Sit-in dei medici pro immigrazione a Ravenna (Ansa)
La gip di Ravenna inchioda i medici contrari alle espulsioni. I camici bianchi accusati di falsificare i certificati hanno agito in «aperta contestazione del sistema di gestione dell’immigrazione». Di fronte al pericolo scabbia o tubercolosi lasciarono le persone libere di diffondere infezioni.
Qual è il compito di un medico? Curare chi è malato, ovviamente. Ma se al posto del giuramento di Ippocrate prevale quello a una militanza politica, ecco che anche i principi etici fondamentali che dovrebbero guidare chi indossa un camice bianco vengono meno. È ciò che sostengono i magistrati che hanno indagato una serie di dottori a Ravenna, accusandoli di falso ideologico e di interruzione di pubblico servizio.
La storia riguarda otto specialisti in servizio presso il reparto di malattie infettive dell’ospedale romagnolo. Secondo i pm compilavano falsi certificati di inidoneità al trattenimento dei migranti nei Cpr, i centri per il rimpatrio di stranieri che non hanno diritto a restare nel nostro Paese ma devono essere espulsi. In base a quanto emerso dalle indagini e dalle intercettazioni telefoniche, il pregiudizio ideologico dei medici prevaleva sugli accertamenti sanitari, anche quando lo straniero era malato. Infatti, a prescindere dalle condizioni dell’extracomunitario, i dottori sottoscrivevano moduli prestampati in cui si asseriva l’inidoneità alla permanenza dentro una struttura.
Tra il 24 settembre del 2024 e i primi di gennaio del 2026, su 64 irregolari accompagnati in ospedale per essere sottoposti a una visita allo scopo di accertarne le condizioni di salute, 44 sono tornati liberi, in gran parte perché ritenuti non idonei ad essere ospitati in un Cpr. In pratica, più o meno quanto accaduto con l’assassino di Aurora Livoli, la diciannovenne di Latina stuprata e uccisa da un peruviano che avrebbe dovuto essere rinchiuso in un centro per il rimpatrio, ma che, in base a un certificato medico, era stato ritenuto non compatibile con la struttura per via di problemi urinari. Quali fossero queste difficoltà di minzione non è dato sapere, però si sa che, una volta lasciato libero di proseguire le proprie attività delittuose, Emilio Velasco ha aggredito e tentato di stuprare una donna prima di rivolgere le proprie attenzioni criminali su Aurora.
Tornando invece ai medici di Ravenna, gli inquirenti si sono insospettiti per quei certificati in serie con cui si attestavano condizioni che impedivano il trattenimento dei migranti. Tutti uguali, tutti in favore di stranieri irregolari. E così hanno avviato le indagini, intercettando i telefoni dei medici. Risultato, nelle chat scambiate fra i dottori è apparso chiaro che a ispirare la condotta degli infettivologi non erano le scelte sanitarie, ma quelle ideologiche. Per loro la decisione era militante, in base a un pregiudizio nei confronti dei Cpr, Le frasi scambiate sono chiare. Una dottoressa si definiva «anarchica e antagonista», più o meno come quelli di Askatasuna. Un’altra si rallegrava per i certificati di inidoneità: «Bene! Gli facciamo il culo a questi maledetti sbirri (ossia a carabinieri e poliziotti che accompagnavano i migranti, ndr)». È questo il tenore dei messaggi che si sono scambiati i medici, i quali si scrivevano a proposito della necessità di restare uniti e di cambiare qualche piccola frase nella certificazione di inidoneità dei migranti, così da non suscitare sospetti.
Tuttavia, la parte ancor più incredibile della faccenda è contenuta nell’ordinanza in cui il giudice per le indagini preliminari, Federica Lipovscek, ha sospeso per 10 mesi dalla professione tre dottori, vietando ad altri cinque di occuparsi dei certificati di idoneità ai centri per il rimpatrio. Non solo secondo il gip c’è il rischio di reiterazione del reato, ma gli infettivologi a fronte di pericoli di infezioni da scabbia o tubercolosi non hanno provveduto alla presa in carico dei malati, per curarli, ma li hanno lasciati liberi, consentendo la diffusione di possibili infezioni.
Per il giudice i medici si richiamano al codice deontologico, senza porsi il problema delle violazioni di legge. E, purtroppo, scrive il magistrato, le manifestazioni di solidarietà dopo l’avvio dell’inchiesta da parte di politici, colleghi e movimenti, non hanno fatto venir meno la possibilità di una reiterazione del reato, ma hanno creato un contesto favorevole alla prosecuzione dei comportamenti contestati. Insomma, la discesa in campo della sinistra li ha trasformati in eroi che aiutavano i migranti anche a costo di diffondere malattie. Il contrario di ciò che dovrebbe fare un medico.
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