Rimarrà nel carcere di Terni Mohammad Hannoun, l’architetto attivista palestinese accusato di aver finanziato Hamas, l’organizzazione terroristica responsabile della strage del 7 ottobre, attraverso le associazioni benefiche che controllava e indicato dalla Procura antiterrorismo di Genova come vertice della cellula italiana dell’organizzazione. Lo hanno deciso ieri i giudici del Tribunale del Riesame, Marina Orsini, Luisa Camposaragna e Paola Calderan (che depositeranno le motivazioni tra 30 giorni), chiamati a pronunciarsi sulle misure cautelari eseguite il 27 dicembre scorso su ordine del gip Silvia Carpanini.
La decisione non è monolitica. I giudici hanno annullato tre delle sette misure cautelari effettivamente eseguite, su un totale di nove disposte (due indagati erano all’estero e sono risultati irreperibili). Stando all’accusa, 7 milioni di euro, camuffati da beneficenza per il popolo palestinese, sarebbero partiti dall’Italia per Hamas, tramite tre entità: l’Associazione benefica di solidarietà col popolo palestinese, fondata a Genova nel 1994 (dal 2007 avrebbe movimentato 800.000 euro solo per il suo funzionamento); l’Associazione benefica di solidarietà col popolo palestinese-Organizzazione di volontariato, costituita nel 2003; e la più recente Associazione benefica La Cupola d’Oro, aperta a Milano, in via Venini, nel dicembre 2023 con l’obiettivo di sostituire le associazioni genovesi, ormai troppo attenzionate.
Con Hannoun restano in carcere Dawoud Ra’Ed Hussny Mousa, operativo, secondo l’accusa, nella raccolta e nel trasferimento dei fondi, anche tramite trasporto di contante, come Albustanjy Riyad Abdelrahim Jaber, e Yaser Elsalay, che avrebbe preso parte alla struttura operativa dell’associazione milanese. I tre scarcerati, invece, sono: Rahed Al Salahat, referente dell’associazione per Firenze e per la Toscana, Ibrahim Abu Rawwa (dipendente dell’Abspp e referente per il nord Est) e Khalil Abu Deiah, custode dell’associazione Cupola d’Oro di Milano (gli ultimi due sono accusati non di appartenere ad Hamas come gli altri ma di aver comunque contribuito al suo finanziamento). Deiah è stato l’unico tra gli arrestati a farsi interrogare dalla Procura. Mentre per Al Salah i giudici del Riesame avrebbero ravvisato, su segnalazione della difesa, errori e criticità nelle trascrizioni degli audio delle intercettazioni.
Le difese parlano di «chiara vittoria sul piano dei principi». Perché sarebbe stata esclusa l’utilizzabilità della cosiddetta «battlefield evidence» di provenienza israeliana. Un passaggio sul quale aveva insistito particolarmente il collegio difensivo. Ma nel quale i pm credono ancora, in quanto l’utilizzo del materiale d’intelligence rispetterebbe gli studi e le raccomandazioni sull’utilizzo della documentazione proveniente da contesti bellici e trasmesso da Eurojust e dal Consiglio d’Europa. L’avvocato Nicola Canestrini, che difende Rawwa, parla di un «risultato importante, perché viene affermato che la giustizia non può essere usata come strumento di guerra». Sul resto, precisa, «attendiamo le motivazioni, ricordando che vale per tutti la presunzione di innocenza».
Inevitabilmente più amara è la posizione dei legali di Hannoun. Fabio Sommovigo, uno dei difensori, mette insieme soddisfazione parziale e dissenso netto: «Non siamo ovviamente soddisfatti del mancato annullamento della misura». Ma subito dopo segnala quello che considera uno snodo decisivo: «Notiamo che già in questa fase l’impianto accusatorio ha ceduto in modo importante a partire dal piano dell’utilizzabilità del materiale israeliano». Le difese sperano anche nella Cassazione, dove, conclude Sommovigo, «si apriranno nuove prospettive difensive». Per ora però Hannoun resta detenuto in un carcere di massima sicurezza.







