A poco a poco comincia a crollare il castello di carte costruito da Jennie e Dangene Enterprise attorno a The Core, il club privato per super ricchi promesso a Milano in corso Matteotti 14 e mai aperto.
Da più di sette anni le due fondatrici americane amiche di Jeffrey Epstein, hanno continuato a vendere l’idea (su quotidiani compiacenti) di un approdo imminente nel salotto buono milanese, con soci selezionati, quote di iscrizione altissime, business, benessere, medicina della longevità, eventi esclusivi e una nuova cittadella del lusso nel cuore della città. Ma dopo gli articoli della Verità e di altri quotidiani, però, sta emergendo una realtà molto diversa. La sede promessa ai soci è uscita ormai definitivamente dal perimetro del progetto, anche perché, come già raccontato dal nostro giornale, il rapporto contrattuale su quell’immobile è stato risolto per inadempimento il 6 febbraio 2026. Eppure, nonostante questo, il marchio continua a presentare Milano come una community viva, con iscrizioni aperte e centinaia di aderenti.
Più il quadro si chiarisce, più la situazione appare grave. Tanto che il 29 aprile 2026 Jennie e Dangene hanno sentito il bisogno di scrivere direttamente ai membri per rassicurarli. Nella mail, dal tono affettuoso e combattivo, che la Verità ha potuto vedere, attribuiscono la crisi a un inadempimento del soggetto incaricato dello sviluppo immobiliare e assicurano che il loro impegno per Core. Scrivono infatti: «Il nostro impegno per il progetto Core: Milano resta incrollabile», e aggiungono che è «il privilegio della nostra vita combattere per costruire il futuro di questa incredibile community di Core: Milano».
Il problema è che il quadro è già chiaro agli stessi soci che in questi anni hanno versato quote da migliaia di euro per qualcosa che non è mai esistito e mai esisterà. La mail, quindi, non appare più come semplice ottimismo, ma come l’ennesimo tentativo di tenere in piedi la loro fiducia nonostante il crollo della base reale del progetto. Del resto, una parte dei membri si sarebbe già organizzata sul fronte legale. Lo studio legale Lexia ha confermato alla Verità che alcuni soci di The Core si sono rivolti al suo team, guidato dall’avvocato Silvia Cossu, per ricevere assistenza in relazione al fatto che la sede promessa anni fa non sia disponibile e sono in procinto di iniziare un’azione giudiziale con il loro patrocinio per richiedere il risarcimento dei danni. Il segnale è chiarissimo: il malcontento sta diventando materia da avvocati. E le cifre che circolano rendono la vicenda tutt’altro che marginale. La stessa società, tramite l’ufficio stampa, aveva spiegato di avere già 700 soci, «in continua crescita». Se anche solo una parte di loro avesse versato quote di ingresso comprese fra 8.000 e 26.000 euro più Iva, l’ammontare complessivo delle somme in gioco si collocherebbe facilmente in una fascia fra diversi milioni e oltre 15-20 milioni di euro.
È qui che la storia di The Core smette di essere una cronaca di costume e comincia a prendere un possibile rilievo giuridico. Se i fatti raccolti troveranno conferma, in Italia potrebbero entrare in discussione ipotesi di truffa, insolvenza fraudolenta e, a seconda dei flussi societari e della destinazione delle somme, anche altri profili. Il cuore del problema è semplice: continuare a raccogliere adesioni o a mantenere in vita quote già versate mentre il progetto perde la sede promessa potrebbe presto trasformare la vicenda in un fascicolo della procura milanese guidata da Marcello Viola. Per di più The Core non è un solo club, ma una galassia di holding, veicoli operativi, società di management, entità collegate a New York e San Francisco, e perfino strutture non profit legate alla sede di Fifth Avenue. In uno schema interno del marzo 2023, in mano alla Verità, il mondo Core appare come una macchina costruita per ricevere quote, quote di ingresso, ricavi operativi e farli transitare in una rete di soggetti diversi, dove il denaro rischia di scomparire. A rendere il quadro più delicato c’è anche il precedente americano: nel 2025 alcune società del gruppo Core hanno chiuso un contenzioso sui fondi Covid, dopo contestazioni per oltre 4,6 milioni di dollari, pagando 360.000 dollari in un quadro di capacità economica estremamente limitata, vicino al fallimento.
Questa storia non è un caso isolato. A San Francisco, sempre il progetto Core nella Transamerica Pyramid è stato descritto nelle carte di una causa come un club raccontato come imminente, fino a essere considerato «non destinato ad aprire in un futuro prevedibile». Negli Stati Uniti, il Flyfish Club di New York ha raccolto circa 14,8 milioni di dollari vendendo l’accesso a un club ancora da costruire, finendo poi nel mirino della Sec, che ha contestato la vendita di strumenti assimilabili a titoli senza rispettare le regole del mercato finanziario. Nel Regno Unito AllBright ha continuato a vendere l’idea di community, eventi e appartenenza anche mentre la struttura concreta del club - le sedi e gli spazi - stavano per essere smantellate. Insomma, più che un’invenzione originale, somiglia a un copione già collaudato.






