- Grane legali e anni di galera, poi ha smesso di farsi inseguire dalla cronaca: ora (con metodi discutibili) sul Web la guida lui.
- Il modello Antonio Medugno: «Non ho fatto sesso col presentatore per entrare al “Grande Fratello”».
Lo speciale contiene due articoli
Fabrizio Corona non solo è sopravvissuto alla sua turbolenta carriera di re dei paparazzi (che per anni ha assoldato) e alle relative conseguenze giudiziarie, ma sta trasformando tutta quella saga in un prodotto di consumo: con Falsissimo sul suo canale YouTube e su Netflix (che ha prodotto una serie su di lui) con Io sono notizia. È stato tra i pochi «giornalisti» (anche se non è iscritto all’albo) a trasformare se stesso in un brand. Prima con le mutande e i profumi, adesso con le notizie più o meno verificate. Un marchio che ora passa per le più moderne piattaforme online. Il suo quartier generale è in zona stazione Centrale a Milano. Tavolo quadrato pieno di appunti, otto enormi schermi alla parete. Sempre connesso. Sempre al telefono. I suoi collaboratori, che ribattezza tutti con un nomignolo, faticano a stargli dietro. «Ama», che martellava durante i video, da qualche puntata è sparito. Al suo posto ora c’è «Ben». Nella società Atena, piccola Srl con 1.000 euro di capitale sociale, il 99% appartiene a mamma Gabriella e l’1% a Francesca Persi, che finì in carcere con lui per aver nascosto nel controsoffitto di casa 1,7 milioni di euro in contanti e che ora - con 10 euro di capitale - fa l’amministratrice. Lui non compare, ma è chiaro chi sia il capitano della ciurma del veliero pirata. Un po’ Capitan Harlock e un po’ personaggio dei romanzi dello scrittore australiano James Roy. Sempre al limite. Sempre da vita spericolata. Uno che, a sentire chi lo frequenta, ha una fissa: «Superare suo padre». Vittorio, giornalista di razza (come il fratello Puccio) che, nel 1993, da vicedirettore di Studio aperto, voleva rivoluzionare il tg, facendo arrabbiare non poco Emilio Fede. L’imprinting, quindi, arriva in casa. E Fabrizio il giornalista provò a farlo. «Ma erano stipendi da fame e io volevo guadagnare», ammette in una puntata di Falsissimo. Allora punta sull’immagine e la sceglie come campo d’azione. Prima come fotomodello, periodo che risale agli anni Novanta e durante il quale sostiene di aver conosciuto Melania Trump, indossatrice anche lei che, «all’epoca», racconta durante un siparietto con l’avvocato Ivano Chiesa, suo storico difensore, «alloggiava all’Hotel Pola, una sola stella, era l’albergo delle modelle scappate di casa». È durante la vita notturna milanese che comincia a costruire la sua rete di relazioni che diventeranno la base per il suo ingresso nel mondo del gossip. Nel quale entra dalla porta principale, grazie a un amico, Lele Mora, in quel momento tra gli agenti più influenti dell’industria televisiva italiana. Fonda l’agenzia di paparazzi Corona’s, che diventa presto centrale in quello che è passato alla storia come lo scandalo dei fotoricatti ai vip, deflagrato a Potenza nel 2007. Il pm Henry John Woodcock lo fa arrestare. Corona trascorre 33 giorni in carcere a Potenza, altri 44 a Milano, dove riesce perfino a scattarsi un selfie con una macchina fotografica usa e getta. Viene indagato, prosciolto, poi di nuovo indagato, poi processato, poi a volte assolto e a volte condannato. Come nel caso della bancarotta per il fallimento della Corona’s: 46 mesi di carcere. Nel 2015 ha già un cumulo di pene che supera i 13 anni e per un po’ è stato anche latitante. E dopo altri 823 giorni di carcere ottiene l’affidamento alla prova. Ma fioccano altre condanne: 1 anno per evasione dai domiciliari, 7 mesi per resistenza (mentre i poliziotti provano a riportarlo dentro lui protesta, si provoca delle lesioni in diretta Instagram).
Nel settembre 2023 termina di scontare il suo debito con lo Stato e torna libero. Per la Questura di Milano è un soggetto da «sorveglianza speciale», ma i giudici rigettano la proposta, ritenendo che non sia pericoloso. E poco tempo dopo gli restituiscono il passaporto. In quel periodo, con poca fortuna, lancia una Academy in cui, con il suo solito piglio, elargisce lezioni su come fare soldi con le criptovalute. Finché non arriva Falsissimo. Che non è un programma. E non è un format televisivo. Non è neppure una Web-serie. È la presa di controllo del racconto. Qui c’è il salto vero: da uomo inseguito dalla cronaca a uomo che la racconta. Ogni puntata (sono già 20 quelle caricate, e a volte ricaricate dopo essere state abbattute dai controlli di YouTube) è costruita come un episodio di una saga trash, tra rivelazioni e attacchi frontali. Recita, fa le facce, imita le voci. Si piace. Indossa polo che esaltino la sua fisicità. Si mette in posa come un bodybuilder davanti allo specchio. Il linguaggio è greve, a volte sgrammaticato, a tratti violento. Nella ricostruzione della cronaca giudiziaria non mancano gli strafalcioni giuridici, ma il copione nell’insieme tiene. Il leitmotiv è sempre lo stesso: «Queste notizie ve le do solo io, non credete alle favole». È lo stesso meccanismo della stagione dei paparazzi, ma traslato nel digitale. Prima c’erano le foto. Ora c’è lui, l’affabulatore digitale. Con due abilità particolari: quella di trasformare i protagonisti di un fatto di cronaca in personaggi (l’avvocato Massimo Lovati in Gerry La Rana) e quella di farsi raccontare le storie dal suo giro ristretto, da amici, conoscenti, persone che gli parlano perché si fidano, perché vogliono sfogarsi, perché cercano sponda o protezione. Lui ascolta. Registra mentalmente e non solo. Accumula. Poi, quelle vicende che nascono come vicende private (separazioni, tradimenti, conflitti, rancori, fragilità), vengono trasformate in casi pubblici. È accaduto con Fedez e Angelica. Corona succhia le storie, le riorganizza, le ribattezza e le drammatizza. La confidenza diventa narrazione e la storia personale un episodio. Con qualche incidente di percorso per chi decide di affidargli le proprie confidenze o il proprio materiale. È accaduto ai due che volevano segnalargli una storia di calcio scommesse cercando di vendergli un video. Sono diventati parte della storia. Una cosa è certa, la volta seguente Corona riesce comunque a conquistare altra fiducia. È accaduto quando si è presentato, con tanto di telecamera nascosta, a casa di Ciro Grillo e ha ripreso anche Beppe alle prese con la lettura. Con Corona, Ciro, che si è chiuso nel silenzio durante tutto il processo, si è lasciato andare: «I magistrati ormai sono detentori della morale sessuale… sono detentori dell’etica pubblica». E ha incassato fiducia anche con il blitz a casa di Eva, tentatrice di Temptation island. Dopo aver fatto il piacione con la mamma ha incastrato la ragazza, portandola su una spiaggia per una lunghissima intervista. In studio ha fatto ascoltare un paio di volte un messaggio audio che le avrebbe mandato Raoul Bova: «Una delle cose più strane che ho ascoltato durante la mia pazza vita», commenta, prima di fare un pistolotto all’attore su come dovrebbe comportarsi un personaggio famoso con «una ragazzina». È stato «sedotto» e abbandonato da Corona persino uno sgamato uomo di legge come Lovati. E infine c’è Alfonso Signorini, terminale, un tempo, di molti degli scoop fotografici di Corona. Uno che per anni ha deciso chi raccontare e come. Oggi viene raccontato proprio da Corona, senza regole e su un palco che nessuno controlla. È il passaggio di consegne più crudele del gossip.
Gli avvocati di Medugno replicano a Signorini: «Antonio è parte lesa»
Antonio Medugno, l’ex concorrente del Grande Fratello Vip che ha denunciato il giornalista e conduttore del reality Alfonso Signorini ha rotto il silenzio e in due video su Instagram ha raccontato il percorso che lo ha portato a denunciare il conduttore e il suo ingresso nella casa: «Per anni ho provato a seppellire tutto», spiega nel primo video, pubblicato il 31 dicembre. «Quando vivi dinamiche di vergogna e paura spesso non denunci subito: ti chiudi, ti colpevolizzi e temi di non essere creduto. Soprattutto temi l’impatto sulla tua vita e sul lavoro». L’ex gieffino ammette l’esistenza di messaggi ambigui, già rivelati dal difensore di Signorini, Domenico Aiello, ma sottolinea il contesto: «Col senno di poi riconosco che avrei dovuto mettere un confine prima. Ma quando sei giovane, hai tante pressioni lavorative e temi di bruciarti opportunità, non ragioni sempre in modo lucido».
E ieri, nella seconda puntata del suo racconto, Medugno ha svelato come sarebbe approdato nel cast della trasmissione condotta da Signorini: «Al Grande Fratello sono entrato dopo avere passato una notte con una delle ex partecipanti al Grande Fratello di quell’anno».
«A lei», prosegue il racconto, «raccontai del provino e del fatto che non mi avessero ammesso all’interno della casa e che ci fossi rimasto male. Lei ne parla con Alfonso (Signorini, ndr). Non ho idea di cosa scatti nella testa di Alfonso ma lui subito dopo mi propone un secondo provino, stavolta da fare in videochiamata. Quindi io non lo vedo una seconda volta neanche per fare il provino. Di conseguenza io una cosa devo toglierla, una volta per tutte: l’idea che io abbia fatto sesso per lavorare è completamente falsa. Non c’è stato alcun secondo incontro (con Alfonso Signorini, ndr) e nel primo come sapete io ho rifiutato qualsiasi tipo di contatto fisico».
Inoltre ieri, in perfetto stile Me too, Cristina Morrone e Giuseppe Pipicella, legali dell’ex concorrente del Grande Fratello Vip che ha denunciato il giornalista e conduttore del reality, hanno puntato il dito sulle parole con cui Aiello ha apostrofato l’ex gieffino.
Il tono della nota diffusa dai legali di Medugno ricorda le prese di posizione di loro colleghi che rappresentavano donne vittime in altri casi di presunti abusi sessuali. E anche se l’espressione non viene usata esplicitamente, l’argomento è quello della vittimizzazione secondaria. «Le affermazioni volte a screditare il signor Antonio Medugno, definendolo “balordo” e attribuendogli condotte preordinate al solo fine di ottenere visibilità», scrivono i legali, «sono di una gravità inaudita oltre ad essere diffamatorie e del tutto estranee al tono e al rispetto che dovrebbe dimostrare un avvocato». E ancora: «È doveroso ricordare», prosegue la nota, «che un avvocato, per primo, dovrebbe astenersi da qualsiasi affermazione idonea a screditare pubblicamente una presunta vittima di violenza sessuale, evitando ogni forma di ulteriore vittimizzazione e dimostrando rispetto per la delicatezza della materia».







