Il caso Epstein continua a produrre nuove scosse. E a finire sotto i riflettori è, ancora una volta, Andrea Mountbatten-Windsor. Le ultime rivelazioni provenienti dal Regno Unito, infatti, aggiungono dettagli sempre più imbarazzanti ai suoi già controversi rapporti con Jeffrey Epstein. Secondo ricostruzioni emerse da fonti britanniche, durante gli anni in cui ricopriva incarichi ufficiali come inviato speciale per il commercio, Andrea avrebbe inserito, tra le note spese rimborsate dallo Stato, anche servizi di «massaggi» non meglio specificati, insieme a spese particolarmente elevate per voli e soggiorni alberghieri.
Il punto, ovviamente, non è soltanto contabile. Ex funzionari citati dalla stampa inglese descrivono un quadro sconcertante: nel corso di missioni istituzionali all’estero, all’ex principe sarebbero state messe a disposizione prostitute in quantità tale da destare preoccupazioni anche sotto il profilo della sicurezza nazionale. Il timore - ventilato in ambienti governativi - è che un simile comportamento abbia potuto produrre materiale compromettente, rendendo l’ex principe una facile preda di servizi segreti stranieri.
I timori, del resto, aumentano proprio perché di mezzo c’è di nuovo il nome di Epstein. Secondo le stesse ricostruzioni, infatti, alcune di queste frequentazioni si sarebbero intrecciate con i viaggi sul jet privato del finanziere pedofilo, il famigerato «Lolita Express». In un filone d’inchiesta ancora oggetto di accertamenti, si ipotizza perfino che giovani donne possano essere state fatte arrivare nel Regno Unito a bordo di quell’aereo, con transiti che avrebbero coinvolto anche basi della Royal air force. Allo stato attuale, non ci sono ancora conferme, ma il solo fatto che l’ipotesi venga presa in considerazione descrive bene la gravità della situazione.
A rendere l’intreccio ancora più ingarbugliato c’è anche un dettaglio operativo: le guardie del corpo di Andrea, pagate dai contribuenti britannici, avrebbero svolto mansioni di sicurezza privata in contesti estranei a impegni ufficiali, fungendo da «buttafuori» in eventi collegati all’entourage di Epstein. Se confermata, una simile circostanza renderebbe la posizione dell’ex principe ancora più indifendibile.
A fare da appendice a questa nuova fase dello scandalo c’è anche la posizione di Sarah Ferguson. Dalle email emerse nei file risulta che l’ex duchessa di York ebbe scambi cordiali con Epstein tra il 2009 e il 2011. Dopo l’arresto dell’ex marito, la Ferguson avrebbe prontamente lasciato il Regno Unito, rendendosi irreperibile. Secondo alcune ricostruzioni giornalistiche, si troverebbe tra l’Europa e gli Emirati Arabi Uniti.
Ma il terremoto non colpisce soltanto il ramo degli York. Ieri è arrivato un altro colpo di scena: l’arresto di Peter Mandelson, storico esponente laburista, già ministro nei governi di Tony Blair e Gordon Brown e fino a poco tempo fa ambasciatore britannico negli Stati Uniti. Mandelson è stato fermato con l’accusa di cattiva condotta nell’esercizio della funzione pubblica nell’ambito delle indagini sui file Epstein. Le email rese pubbliche nelle scorse settimane avevano già documentato rapporti e scambi tra Mandelson ed Epstein, anche successivi alla condanna del finanziere pedofilo nel 2008, tanto che un paio di settimane fa l’ex ministro aveva lasciato sia la Camera dei Lord sia il Partito laburista. Nel mirino i documenti condivisi col faccendiere americano. Secondo il Financial Times, l’inchiesta ha messo sotto forte pressione il primo ministro Keir Starmer, che aveva nominato Mandelson ambasciatore a Washington nonostante i legami noti con Epstein.
Lo scandalo, però, non si limita solo al Regno Unito. Oltre Atlantico, infatti, lo scorso fine settimana un giovane di 21 anni, identificato ieri come Austin Tucker Martin, è stato ucciso dopo aver tentato di introdursi armato a Mar-a-Lago, la residenza di Donald Trump in Florida. Secondo le ricostruzioni delle principali testate americane, il ventunenne era ossessionato dai documenti resi pubblici sul caso Epstein e avrebbe scritto a conoscenti di essere convinto che il governo stesse coprendo le responsabilità di potenti figure dell’establishment statunitense. Armato di fucile, si sarebbe rifiutato di deporre l’arma davanti agli agenti del servizio di sicurezza, che hanno quindi aperto il fuoco. L’Fbi sta ora ricostruendo il profilo del giovane e il ruolo che le teorie del complotto hanno avuto nel suo gesto.
Ma non è finita qui. Un’inchiesta pubblicata ieri dal Guardian racconta anche della rivolta di docenti e studenti di prestigiose università americane - dalla Columbia a Yale, passando per Harvard e l’Ucla - dopo la pubblicazione dei file che documentano legami, donazioni e frequentazioni tra Epstein e gli ambienti accademici. In alcuni casi sono state chieste dimissioni o rimozioni da incarichi di vertice, mentre in altri sono state avviate revisioni interne sui meccanismi di accettazione delle donazioni. Le università dell’Ivy league, accusate per anni di aver chiuso gli occhi di fronte a generose elargizioni di dubbia provenienza, si trovano ora costrette a pagare il fio per il loro comportamento, che mina pesantemente la credibilità dell’intero sistema filantropico degli atenei americani.







