Novità sulla sparatoria avvenuta a Rogoredo il 26 gennaio in cui è stato ucciso Abderrahim Mansouri: l’autopsia confermerebbe la versione dell’agente: «Si conferma che la distanza di sparo è ben superiore ai 25 metri (il poliziotto aveva dichiarato 20 metri) e che il proiettile entra a livello temporoparietale destro con andamento verso la parte posteriore del cranio, ma senza uscire. Tali considerazioni risultano compatibili con uno sparo quando il poliziotto si trovava di fronte al marocchino». Lo ha comunicato l’avvocato Pietro Porciani, legale dell’agente Carmelo Cinturrino, indagato per omicidio volontario di Mansouri.
Sul versante dell’altra sparatoria avvenuta a Rogoredo nei giorni scorsi, quella di piazza Mistral del 1° febbraio, la Procura ha invece iscritto nel registro degli indagati non solo l’agente che ha materialmente risposto al fuoco del cinese irregolare, ma l’intero equipaggio dell’Uopi: quattro poliziotti, con l’ipotesi di lesioni colpose e il richiamo alla scriminante dell’uso legittimo delle armi.
In Italia l’iscrizione nel registro degli indagati, anche quando è solo tecnica, impone comunque di difendersi: nominare subito un avvocato e anticipare le spese. È il nodo sollevato dal Siulp nelle parole del segretario generale Felice Romano: «Per i poliziotti la maggior preoccupazione non è rischiare la propria vita, ma dover poi entrare nella centrifuga di un sistema giudiziario da cui usciranno strapazzati nel morale e patrimonialmente massacrati».
Nel caso di Milano l’indagine non riguarda solo chi ha sparato: anche chi guidava il mezzo e chi era a bordo si ritrova iscritto. Come osserva Romano, la Procura ha scelto di indagare «non solo chi ha risposto al fuoco, ma tutti e quattro», arrivando a quello che il sindacato definisce un vero cortocircuito, evocato con l’espressione della «responsabilità di gregge».
La conseguenza è immediata e concreta. Anche quando l’esito finale è prevedibilmente favorevole, l’indagine produce effetti reali: la necessità di un legale, le parcelle anticipate, l’incertezza sui rimborsi. A Milano, dove il costo della vita è tra i più alti d’Europa, per un agente che guadagna intorno ai 1.600-1.700 euro al mese, affrontare spese legali iniziali da anche 5.000 euro significa incidere direttamente sull’equilibrio familiare: la parcella finale può arrivare fino a 40.000 euro. Non è solo una questione di stipendio, ma di tempi e di meccanismi: il rimborso delle spese legali non è automatico e passa dal vaglio dell’Avvocatura dello Stato, senza scadenze stringenti e con il rischio, tutt’altro che teorico, di un rifiuto che apre a nuovi contenziosi.
Romano descrive l’iscrizione come l’avvio di un percorso a ostacoli che scatta subito dopo l’avviso di garanzia: «Ciò che il resto del mondo chiama garanzia defensionale per i poliziotti è l’inizio di un tribolato, affannoso percorso», che può durare anni e non restituisce automaticamente quanto anticipato, nemmeno in caso di archiviazione. «Per chi guadagna 1.700 euro al mese e deve mantenere una famiglia non è una passeggiata di salute», avverte. Per l’altro agente accusato di omicidio volontario dopo essersi visto puntare contro una pistola, la trafila sarà inevitabilmente ancora più lunga e costosa.
Andrea Varone, segretario del Siulp di Milano, spiega che l’impatto è immediato: le spese legali vanno anticipate, la parcella deve essere vidimata e inviata all’Avvocatura dello Stato, che entro 45 giorni può concedere solo un anticipo parziale, intorno al 30%. Il resto resta a carico dell’agente.
Il confronto con altri Paesi accentua il divario: nel Regno Unito, in Francia e in Germania l’uso delle armi è prima sottoposto a verifiche interne strutturate e l’intervento penale non è automatico. In Italia, l’assenza di un filtro preliminare attiva subito il circuito penale, scaricando sul singolo operatore il peso economico e psicologico.







