Monfalcone si trova a pochi chilometri dal confine italo-sloveno e per questo è una delle prime città di approdo dei migranti della rotta balcanica. Qui ci sono centinaia di sentieri che attraversano il Carso e che i clandestini percorrono per entrare illegalmente nel nostro Paese.
Gli immigrati che arrivano così a Monfalcone vengono identificati dalle forze dell’ordine e, se non hanno i documenti, compilano un’autocertificazione nella quale dichiarano la loro età. Se si dicono minorenni, vengono affidati al centro d’accoglienza per minori non accompagnati della città, il Timavo, gestito dalla coop Duemilauno. Per il programma Fuori dal coro di Mario Giordano, nella puntata di ieri sera su Rete 4, sono stata proprio nella struttura Timavo perché ho scoperto che per sei mesi tre immigrati pakistani si sono finti minorenni. Ali Touheed ha dichiarato di avere 17 anni, in realtà ne ha 30. Rizwan Hassan diceva di essere minore, ma ha 26 anni. E per finire, Ali Sajid ha 22 anni. I tre pakistani hanno nascosto i loro documenti per sei lunghi mesi, fino a quando sono andati alla questura di Gorizia per fare richiesta di protezione internazionale. In quel momento, le forze dell’ordine hanno scoperto la truffa: i tre sono ultramaggiorenni e non hanno diritto di stare nella comunità per minori non accompagnati. Insomma, fingendosi diciassettenni, i pakistani hanno ottenuto accoglienza immediata, ma al Comune di Monfalcone le loro bugie sono costate oltre 58.000 euro (ogni minore «costa» 108 euro al giorno, ndr).
Così sono andata nella comunità Timavo per chiedere spiegazioni. La prima educatrice che incontro mi confessa che questo trucchetto è molto diffuso fra gli immigrati che arrivano illegalmente in Italia e che «capita spesso» nei centri d’accoglienza. Ma mi invita a rimanere così da poter parlare con altri educatori. Dopo qualche minuto, senza presentarsi arrivano a passo spedito verso di me un uomo e una donna. Presumibilmente una educatrice e un mediatore culturale. «Come avete fatto a non accorgervi», gli chiedo, «che questi tre immigrati non erano minorenni? In sei mesi lo Stato vi ha dato 58.000 euro e sono soldi dei cittadini italiani». L’educatrice apre la porta, mi dice di uscire e mette le mani sulla telecamera per non farsi riprendere. E mentre io continuo a fare domande, gli animi dei due si scaldano. Il mediatore culturale mi spinge verso la porta, l’educatrice copre l’obiettivo della telecamera.
Riesco a divincolarmi e a riprendere tutta la scena. Poi gli faccio notare che per legge, se loro hanno dubbi circa l’età dei minori che ospitano, devono comunicarlo alle autorità competenti, in modo da rendere possibili le visite mediche che permettono di capire più precisamente quanti anni ha la persona. «Ma voi non lo avete fatto», preciso, «e avete preso i soldi». Sentendo queste parole, il mediatore culturale dà in escandescenze, mi mette le mani addosso e mi spinge fuori dal centro d’accoglienza.
Ma per capire se questa pratica di fingersi minori per aggirare la legge italiana è diffusa fra gli immigrati, sono andata in alcuni centri d’accoglienza per under 18 non accompagnati in provincia di Udine. In tutte le strutture in cui sono stata, ho detto di aver incontrato alcuni clandestini che mi hanno spiegato di essere minorenni, ma non in possesso di documenti. «Cosa devono fare?», chiedo. Grazie a una telecamera nascosta ho filmato tutte le risposte che ho ricevuto. Nel primo centro d’accoglienza, due educatori mi spiegano che i carabinieri identificano gli immigrati e «se si dichiarano minorenni, così vengono trattati». «Ci sono un sacco di leggi», continuano, «che tutelano i minori. E loro (i clandestini, ndr) lo sanno. Se dicono di avere 17 anni, i carabinieri lo scrivono e nessuno può rimandarli a casa». Allora domando: «Ma se non sono veramente minori, che succede? Gli fanno delle visite?». «Se loro dicono che sono minorenni, i carabinieri lo prendono per vero», rispondono, «non fanno le visite. I carabinieri non hanno tempo di fare indagini sull’età. Si dichiarano minori? Il giorno stesso sono accolti».
Incredula della facilità con la quale si può aggirare la legge, mi sposto in un’altra struttura per minori. Ma purtroppo anche questa educatrice mi conferma che «i migranti fanno questo giochetto di dichiararsi minori anche quando non lo sono». «Poi», continua, «dovrebbe essere la questura a fare i controlli in merito all’età, ma non lo fa perché costa troppo». Ma non solo. La donna mi spiega che quando gli immigrati entrano in Italia e sono maggiorenni che vogliono spacciarsi per minorenni, «o buttano i documenti o li nascondono» in modo tale da «poter dichiarare di avere 17 anni, questo è il sistema».
Cambio centro d’accoglienza, ma il registro - purtroppo - è sempre lo stesso. «Dichiararsi minorenni», sostiene l’educatrice, «significa avere tutto assicurato. Loro fanno conto, quando vengono qui, di risultare minorenni. Molti sono stati respinti in Francia, Spagna e Belgio e poi, fingendosi minori, entrano in Italia». E noi li accogliamo, sapendo che ci ingannano. Perché nessuno fa qualcosa?



