A Bologna il cardinale e presidente della Cei Matteo Zuppi, il sindaco Matteo Lepore e l’ex premier Romano Prodi hanno partecipato all’iftar, il pasto serale che interrompe il digiuno quotidiano durante il Ramadan.
(IStock)
Un’azienda ha sostituito una disegnatrice grafica con un algoritmo: una sentenza ora dice che si può fare. Un precedente che penalizzerà i giovani senza esperienza.
Magari Maurizio Landini, il leader maximo della Cgil, tra un corteo pro Pal e un party per il No al referendum con Elly Schlein trova il tempo di occuparsi dei lavoratori. Ieri lo hanno preso in contropiede. Già lo hanno beccato con i rider in bocca - da anni manca un contratto che riconosca la dignità del lavoro ai coscritti del pedale al servizio soprattutto delle Ztl dove s’impigrisce la gauche caviar - e ora lo inchiodano all’algoritmo che tra i tanti vantaggi ha pure quello di non avere rappresentanza sindacale.
La sentenza è tanto nuova quanto allarmante. L’ha emessa il Tribunale di Roma - il pronunciamento è il 9135 del 19 novembre 2025, ma è stato diffuso adesso con la pubblicazione della motivazione - che ha riconosciuto legittimo il licenziamento di una disegnatrice grafica sostituita dall’intelligenza artificiale, che però non è stata ancora intercettata dall’intransigenza sindacale. La dipendente di questa società che si occupa di sicurezza informatica ha perso il posto perché a causa di difficoltà economiche l’azienda ha dato corso a una ristrutturazione e ha introdotto un «operativo» basato sull’Ia che ha reso ridondante il lavoro della disegnatrice. Il giudice di fronte alle motivazioni dall’azienda non ha trovato nulla da eccepire: sussistevano reali esigenze economico-organizzative che impedivano la ricollocazione interna della dipendente.
Questa sentenza apre scenari inediti perché ormai è un dato certo che l’intelligenza artificiale distruggerà posti di lavoro. Per indorare la pillola si dice che ne creerà di nuovi o che si andrà verso la riduzione degli orari, orientamento che si sta assumendo in alcune aziende italiane come ad esempio EssilorLoxottica che sperimenta la settimana di quattro giorni. Secondo le stime dell’Fmi l’Ia impatterà sul 40% dei posti di lavoro e in Italia si prevede una riduzione tra un minimo di un milione a un massimo di 10,5 milioni di posti. Questa sentenza di Roma apre una crepa nella «grande muraglia» della Cgil che sembra arroccata sulla vecchia contrattazione, mentre Cisl e Uil si sono già poste il problema. Secondo alcuni giuslavoristi il pronunciamento del tribunale capitolino non dà luogo a licenziamenti motivati solo dal ricorso all’Ia perché deve comunque aversi il «giustificato motivo» a corroborare la legittimità dell’interruzione del rapporto di lavoro. Si citano i casi dei contabili che, una volta diventati operativi i software gestionali, sono stati ricollocati, ma non mandati a casa. È il cosiddetto principio del ripescaggio: un dipendente le cui funzioni sono sostituite da una «macchina» viene ricollocato in una funzione diversa, ma non perde né qualifica né salario. È però una foglia di fico perché se il ricorso all’Ia come nel caso giudicato a Roma, serve ad abbattere i costi (ed è sempre così) e a rendere più efficienti le produzioni, una motivazione agganciata all’equilibro di gestione dell’azienda si trova. Vengono in mente le lacrime di Elsa Fornero che molto si spende a parlare del conflitto generazionale sulle pensioni, ma che come buona parte dei sostenitori della linea Landini, poco o nulla fa per suggerire ai sindacati l’adeguamento delle norme contrattuali che prevedano, a esempio, una formazione continua in modo che il «ripescaggio» sia di fatto automatico cosicché il dipendente che è sostituito dall’Ia abbia già un posto pronto da occupare. È un tema che tocca soprattutto il lavoro giovanile: per paradosso è il più esposto alla concorrenza dell’Ia perché non può contare sul valore aggiunto dell’esperienza.
Resta il fatto che la sentenza 9135 segna a suo modo una data storica: per la prima volta l’Intelligenza artificiale prende il sopravvento su un dipendente umano. Chissà se il No di Maurizio Landini alla separazione delle carriere delle toghe vale anche per la separazione di quelle delle tute blu e dell’algoritmo.
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(Getty Images)
Serviva la Procura per scoprire che le strade son piene di fattorini sottopagati. Mentre sinistra, sindacato e Caritas predicano accoglienza, ma non vedono lo sfruttamento.
Mi sono sempre chiesto perché la sinistra, il sindacato e la Chiesa non abbiano mai sposato la causa dei migranti sfruttati. Parlano ogni giorno di accoglienza, ma poi, pur avendo quotidianamente sotto gli occhi il moderno schiavismo cui sono condannati molti stranieri che giungono in Italia, fanno finta di niente. Ma non le vedono la sera le migliaia di fattorini del cibo prêt-à-porter che rischiano la vita pedalando contromano senza fermarsi a stop e semafori?
Eppure, in tanti anni di governo del centrosinistra, non è stata varata alcuna legge che impedisse lo sfruttamento dei cosiddetti «rider». Né è stato proclamato uno sciopero generale dalla Cgil di Maurizio Landini per bloccare i fattorini delle pizze. E la Caritas, sempre pronta a sposare la causa degli extracomunitari, ha forse predicato contro la nuova schiavitù del cibo a domicilio? No, loro sono per l’accoglienza senza se e senza ma. Però poi i ma li vediamo ogni giorno arrancare sotto il sole e la pioggia, lungo le strade delle nostre città.
Lo ammetto: non ho mai ordinato neppure una margherita tramite Glovo, Deliveroo o Just eat. Ho sempre guardato i borsoni lerci in cui viene riposto il cibo fumante con parecchio ribrezzo, pensando a quanti germi possano contenere (ma i Nas dove sono?). E ho sempre osservato con compassione gli extracomunitari che bivaccano fuori da pizzerie e fast food in attesa di un ordine. Non per snobismo, ma per realismo: i postini del food sono la conseguenza della comodità di chi aspira a mangiare senza toccare la cucina e senza uscire di casa. La sinistra si riempie spesso la bocca dicendo di voler difendere i più umili e ci fu un ministro che pianse sostenendo di aver abolito il caporalato, ma, come quell’altro ministro che annunciò l’abolizione della povertà, sotto la legge niente. Lo sfruttamento ha cambiato pelle e dalle campagne è arrivato in città. Due euro e mezzo a consegna, con un algoritmo che determina i tempi, trasformando i postini del cibo in cottimisti, ovvero moderni schiavi che percorrono le strade senza badare né alle condizioni atmosferiche né ai segnali stradali. Per loro il tempo è denaro: un esercito di poveri (secondo le stime sarebbero 60.000) che alimenta un business miliardario. Un’indagine della Confcommercio rivela che le sole consegne dei ristoranti valgono 2,5 miliardi l’anno e se si aggiungono quelle dei supermercati e dei negozi specializzati si sfiorano i 5. Di questa montagna di soldi però al fattorino finiscono in tasca gli spiccioli: 4 euro lordi, su uno scontrino medio di 30 euro, con un ricavo per pizzerie e fast food che arriva a 20 euro: il resto lo intasca la piattaforma. E il cliente? Tutto si gioca sul fatto che il consumatore non paga. Ordina, riceve, ma non gli viene applicata una tariffa per la consegna: quella è gratis. Il rovescio della medaglia è che per tenere in piedi l’Amazon del food bisogna sfruttare l’ultimo anello della catena di montaggio, ovvero chi porta a destinazione la pizza. Strano che i compagni, in giacca, cravatta o clergyman, nonostante siano sempre pronti a parlare di salario minimo, di diritti dei lavoratori, di tutela per i più deboli, non se ne siano accorti. Scioperi all’arrivo di ogni weekend per la Palestina, neppure uno per gli schiavi del sabato sera.
C’è voluta un’inchiesta della Procura di Milano per stabilire che i 40.000 rider di Glovo sono sfruttati. E un’altra inchiesta degli stessi pm per accorgersi che Deliveroo usava dei fattorini considerandoli non dipendenti, da retribuire con Tfr, malattia, ferie, ma lavoratori autonomi pagati a consegna: più ne fanno e più incassano. E se si ammalano, se pedalando sempre più in fretta per guadagnare di più finiscono sotto un’auto, sono fatti loro.
La realtà è che quando si parla di accoglienza facciamo finta di non vedere che gli accolti finiscono spesso per fare lavori sottopagati. Vivono ai margini delle nostre città. Qualcuno trova impiego nel mercato dello spaccio, altri, rimanendo nella legalità, consegnano cibo, altri ancora accettano salari più bassi e lavori pericolosi. Poi parliamo di aumento della povertà, senza dire però che i nuovi poveri li creiamo noi, ordinando la pizza: frutto avvelenato della nuova economia.
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Nel riquadro le Stalle Rosse, di proprietà della parrocchia di Staranzano in provincia di Gorizia (IStock)
- Decisione choc della diocesi di Gorizia per Monfalcone, città in cui gli stranieri rappresentano oltre il 30 per cento degli abitanti.
- A Genova una dirigente chiede maggior inclusione per il mese sacro degli islamici.
Lo speciale contiene due articoli.
«Pregare è diritto di tutti». È con questa motivazione che a Monfalcone si è scelto di concedere degli spazi parrocchiali per il Ramadan alla locale comunità musulmana. La decisione è stata comunicata ai fedeli domenica mattina, nel corso delle liturgie celebrate nella chiesa di Staranzano. Ed è proprio alle Stalle Rosse di Staranzano, proprietà della parrocchia appunto, che la folta comunità bengalese troverà ospitalità in questo periodo. Ad illustrare le ragioni di questa scelta sono stati i parroci don Paolo Zuttion e don Flavio Zanetti, attraverso un messaggio pubblicato sul sito dell’Arcidiocesi di Gorizia.
«In considerazione del diritto sancito anche dalla nostra Carta costituzionale per tutti (cittadini e stranieri) di poter professare e pregare secondo la propria esperienza religiosa, senza entrare nelle polemiche politiche che caratterizzano lo stato attuale dei rapporti nel nostro territorio», recita la nota di don Zuttion e don Zanetti, «noi parroci delle comunità cattoliche della città di Monfalcone riteniamo doveroso raccogliere la richiesta della comunità musulmana ed offrire, per quanto è possibile, lo spazio e i tempi necessari per vivere adeguatamente la loro preghiera comunitaria nel periodo del Ramadan». «Per tanto», prosegue il comunicato dei due sacerdoti, «nei giorni di venerdì i fedeli di religione musulmana potranno trovare ospitalità, per qualche ora, nella nostra struttura delle Stalle Rosse in Staranzano».
Infine, i due parroci - che hanno agito evidentemente d’accordo con il vescovo di Gorizia, monsignor Carlo Maria Redaelli, tanto che ieri il Piccolo titolava in prima pagina «Vescovo salva-Ramadan» - hanno formulato l’auspicio che «nel tempo della nostra Quaresima che coincide con il loro mese sacro» possa essere comune e condiviso «il desiderio di maturare sentimenti di rispetto reciproco e di attenzione all’altro superando le paure e le diffidenze degli uni verso gli altri». Va sottolineato che don Zuttion e don Zanetti, per così dire, non hanno inventato nulla, dato che già nel 2021, per fare solo un esempio, un altro sacerdote - don Flavio Luciano, alla guida di una parrocchia di Cuneo - dava ospitalità a 200 persone della comunità islamica locale. Tuttavia, la decisione dei due sacerdoti di certo non era scontata, ecco.
Prova ne siano le parole di ringraziamento subito arrivate dalla comunità musulmana monfalconese. «Vogliamo ringraziare i fratelli cattolici, che hanno sempre dimostrato disponibilità all’espressione della nostra preghiera», ha dichiarato Rejaul Haq Rajiu, presidente dell’associazione Baitus Salat, rimarcando come «tutti i nostri rappresentanti hanno cercato di trovare una soluzione». Di certo i due sacerdoti per trovare «una soluzione» ce l’hanno messa tutta, arrivando ad ampliare la disponibilità delle Stalle Rosse in alternanza con il ricreatorio San Michele per circa sette, otto serate. Tutto questo è stato possibile grazie a mesi di lavoro, come ha spiegato al Piccolo don Zuttion, culminati in un incontro tra i rappresentanti musulmani e il già citato vescovo Redaelli, lo stesso che a fine gennaio Papa Leone XIV ha nominato nuovo segretario del Dicastero per il clero della Santa Sede.
L’auspicio dei due sacerdoti ospitanti di non voler entrare «nelle polemiche politiche» - né, va da sé, di volerle alimentare - per ora sembra trovare ascolto. Infatti anche il sindaco leghista di Monfalcone, Luca Fasan, ha deciso di non voler entrare nel merito delle decisioni assunte dalle parrocchie. «Non ho nulla da dichiarare», le sue parole. Delle critiche tuttavia se la aspetta comunque il sindaco di Staranzano eletto dal centrosinistra, Marco Fragiacomo, il quale naturalmente era al corrente dell’iniziativa dei due parroci - ringraziati «per la capacità di venire incontro e risolvere le questioni» - e che ha dichiarato: «Forse questo costerà delle critiche, ma voglio esprimere la mia grande stima nei confronti dei due sacerdoti, perché cercano di affrontare i problemi, piuttosto che crearli».
I consiglieri regionali del Partito democratico Francesco Martines e Massimiliano Pozzo, commentando la notizia hanno invece scelto toni tutt’altro che concilianti: «La chiesa di Monfalcone, nelle persone del parroco don Zuttion e l’arcivescovo Redaelli, dà una encomiabile lezione di civiltà. Altro che propaganda dell’odio». Evidentemente impazienti di alzare i toni, Martines e Pozzo hanno parlato perfino di «schiaffo sonoro alle politiche liberticide e discriminanti portate avanti negli ultimi anni» dalle forze leghiste. Il riferimento è al lungo braccio di ferro amministrativo sui luoghi di culto islamici che, da tempo, si svolge a Monfalcone. Un dibattito nel tempo risultato anche acceso e davanti al quale, con il placet del vescovo - quindi non con l’iniziativa solitaria di qualche sacerdote -, ora la Chiesa locale ha deciso di intervenire, tendendo la mano alla comunità musulmana nel mese del Ramadan.
Chi teme che questa mano tesa possa presentare dei rischi è l’europarlamentare Anna Maria Cisint, che di Monfalcone è stata sindaco per molti anni, dal novembre 2016 a luglio 2024. «Quando il messaggio dominante diventa quasi esclusivamente quello del “camminare insieme”, senza chiarire verso chi e verso cosa», dichiara l’esponente leghista alla Verità, «si produce una pericolosa ambiguità: si trasmette l’idea che tutte le strade siano equivalenti, che la verità sia negoziabile, che l’identità cristiana sia un dettaglio secondario».
Parole che ricordano quelle dell’indimenticato cardinale Giacomo Biffi, che segnalava che il dialogo si fa sempre in due e, quando oltre ad un’identità accolta, c’è «un’identità affermata».
Meno ginnastica e interrogazioni. Il Corano aiuta i fannulloni a scuola
Non basta la libertà di religione servono anche alcuni «accorgimenti per garantire il benessere psicofisico delle studentesse e degli studenti e favorire un clima scolastico inclusivo». Ma soltanto se si parla di Islam. La pensa così Roberta Pizzirani la dirigente dell’istituto superiore Vittorio Emanuele II-Ruffini di Genova che in nome dell’integrazione ha emanato una disposizione interna in occasione del Ramadan, il mese sacro dell’islam dedicato alla purificazione spirituale e alla preghiera, iniziato ieri. La circolare per l’istituto frequentato da 1400 studenti distribuiti tra liceo, istituto tecnico, professionale e corsi per adulti e detenuti, è diretta al corpo docente e al personale amministrativo con le indicazioni specifiche sulla gestione della didattica nel mese più importante per i musulmani. La Pizzirani ha suggerito di posticipare verifiche e interrogazioni dopo la prima settimana di digiuno per permettere agli studenti di adattarsi ai nuovi ritmi biologici, e di programmare comunque queste prove nelle prime ore del mattino, quando la soglia di attenzione e le energie cognitive sono più elevate. Ha inoltre raccomandato di non fissare test valutativi in concomitanza con la veglia di preghiera del ventisettesimo giorno o per la festa di fine Ramadan. Infine, ha invitato i docenti di scienze motorie a valutare eventuali esoneri dalle lezioni pratiche. Grande sorpresa degli altri studenti per queste regole da mezza vacanza per i compagni musulmani e immancabili polemiche, come hanno raccontato i quotidiani liguri, a cominciare da un gruppo di insegnanti che hanno segnalato la questione all’ufficio scolastico regionale giudicando la direttiva «una intromissione della dirigente nell’organizzazione e nella gestione delle lezioni». Ma il direttore generale dell’ufficio, Antimo Ponticiello, ha diffuso una nota ufficiale per smorzare i toni seppur sostenendo che l’iniziativa della dirigente «intende promuovere un clima inclusivo, senza dettare misure prescrittive e generalizzate per il personale scolastico, e che tali suggerimenti non intendono comprimere la libertà di insegnamento o danneggiare gli altri alunni, ma si inseriscono in una strategia di personalizzazione dei percorsi e nella prevenzione della dispersione scolastica».
«Qui non siamo in Marocco o Pakistan» hanno detto i consiglieri regionali della Lega Sara Foscolo, Sandro Garibaldi e Armando Biasi intervenendo sul caso. «È una inaccettabile e pericolosa islamizzazione, una integrazione al contrario. Non vogliamo arretrare sui nostri valori, non vogliamo calpestare la nostra identità, non vogliamo rinnegare le nostre tradizioni, non vogliamo che la scuola diventi un laboratorio di propaganda e di sottomissione all’Islam. La scuola pubblica deve restare laica e garantire regole uguali per tutti gli studenti, senza differenze legate alla religione» hanno sottolineato i tre esponenti del Carroccio che hanno chiesto al ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara l’invio immediato di ispettori a Genova.
E comunque la dirigente Pizzirani ha difeso la propria posizione sottolineando che si tratta di consigli finalizzati ad aiutare soprattutto i ragazzi dei corsi pomeridiani che rispettano il Ramadan. E sottolineando che è anche un modo per far andare i ragazzi a scuola e non lasciarli a casa ha lanciato un messaggio al suo corpo docente: «Non ci trovo niente di strano, se poi ci sono alcuni insegnanti dei corsi del mattino che si scandalizzano per la mia lettera, io mi scandalizzo per altro e mi hanno capito». A buon intenditor…
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(IStock)
Il Rapporto Sioss scatta la fotografia dell’Italia nel 2024: aumentano gli affidi e i ricoveri in comunità, con forti disparità regionali. Picco critico in Liguria, con 6,5 minori allontanati ogni 1.000 residenti. Il dato più contenuto è in Veneto, fermo a quota 2,6.
Oltre 35.000 minori fuori famiglia. È questo il numero di bambini e adolescenti che in Italia non vivono con i propri genitori. Il dato, relativo a fine 2024, fotografa una situazione che deve far riflettere su come possano essere garantiti i diritti di coloro che non hanno ancora raggiunto la maggiore età.
Stiamo parlando per l’esattezza di 35.667 minori, di cui 15.075 in affidamento familiare (2.342 per meno di cinque notti la settimana o diurno; 12.733 per almeno cinque notti la settimana) e 20.592 nei servizi residenziali, ai quali si aggiungono 21.841 neomaggiorenni (18-20 anni) che continuano ad essere seguiti. Lo segnala il l° Rapporto sui minorenni e neomaggiorenni in carico ai servizi sociali, in affidamento familiare e accolti nei servizi residenziali attraverso i dati Sioss, il Sistema informativo dell’offerta dei servizi sociali, illustrato ieri dal viceministro del Lavoro, Maria Teresa Bellucci.
Scorrendo il documento, in relazione alla popolazione minorile residente nel 2024, il tasso di fuori famiglia rilevato per l’Italia è pari a 3,9 minorenni ogni 1.000 residenti in fascia 0-17 anni (era 3,4 per mille nel 2022; 3,5 per mille nel 2023). In crescita, dunque, e peggiora. E risultano confermate le Regioni dove, nelle annualità precedenti, il tasso risultava più elevato. Si tratta di Liguria (6,5 per mille); Umbria (5,8 per mille) e Molise (5,3 per mille), entrambe con l’incremento più significativo; Sardegna (4,9 per mille); Piemonte (4,7 per mille) e Provincia autonoma di Trento (4,6 per mille). Sul fronte opposto, con valori inferiori si collocano Calabria (2,8 per mille) e Veneto (2,6 per mille).
Nel 2024 i dati registrano 20.592 minorenni accolti nei servizi residenziali al netto dei minori stranieri non accompagnati (Msna), dato in crescita rispetto alle annualità precedenti (+13,9% rispetto al dato del 2022; +12,5% rispetto al 2023). Su base regionale gli incrementi più significativi in termini assoluti si registrano nel Lazio, in Toscana, in Campania e in Sicilia. Sul fronte opposto, la Lombardia registra la riduzione più consistente.
Per quanto riguarda l’età dei minorenni in carico al servizio sociale professionale, la fascia 6-10 anni rappresenta il 29,4% (al netto dei Msna), seguita da quella 11-14 anni (28,4%). I bambini in fascia 3-5 anni rappresentano circa il 12%; quelli con meno di 2 anni intorno al 6%. A fine 2024, i bambini italiani più piccoli (0-2 anni) in carico ai servizi sociali rappresentavano l’11% in Molise, l’8,3% in Campania, l’8,1 % in Lazio e nella Provincia autonoma di Bolzano.
Il 22,1% dei minorenni con cittadinanza italiana presi in carico presenta «una qualche forma di disabilità (fisica, psichica, sensoriale, intellettiva o plurima certificata secondo la legge 104/92) oppure presenta altri disturbi/deficit o una vulnerabilità socioculturale». Il 73,2% dei minorenni in affidamento familiare ha la cittadinanza italiana, il 21,8% è straniero e i Msna rappresentano il 5%.
I dati 2024 segnalano che circa il 76% degli affidamenti è di tipo giudiziale e in Sicilia, Molise, Lazio, Lombardia questi superano il 90%. Più della metà degli affidamenti ha una durata superiore a due anni, la quota di minorenni in affidamento familiare dichiarati adottabili è pari al 6,1%;
Il rientro in famiglia è pari o superiore al 60% nelle Province autonome di Bolzano e Trento, in Piemonte e in Calabria; in Veneto del 54,7%; in Lombardia 36,6%; in Emilia - Romagna 35,5%; nel Lazio 32,4%; in Toscana 44,6%; in Sicilia del 20% e in Valle d’Aosta 16,6%.
Dati che forniscono il quadro della situazione dei minori allontanati. «La nostra esigenza di conoscere ovviamente deriva dalla volontà di tutelare al meglio l’interesse di bambine e bambini, ragazze e ragazzi, che in linea di principio hanno diritto di vivere e crescere all’interno della propria famiglia e devono esserne allontanati solo quand’è dimostrato che la permanenza nell’ambiente familiare metterebbe a rischio i loro diritti fondamentali», ha evidenziato Michela Vittoria Brambilla, presidente della commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza.
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