Per favore, non leggete questo libro. Se siete ubriachi di politicamente corretto, se avete paura di passare per «islamofobi», se vi siete lasciati abbindolare dalle parole d’ordine del multiculturalismo e della finta integrazione, se vi siete lasciati convincere dagli «accoglioni», che straparlano di accoglienza per difendere i loro interessi, se non avete a cuore la società costruita con il sudore e difesa con il sangue dei vostri nonni, se non amate le tradizioni, se non avete radici.
Se non vi interessa la morte della nostra civiltà, se non vi preoccupa il fatto che in Europa ormai si tirano giù le statue della Madonna e si tirano su quelle delle donne con il velo, se vi sta bene che le scuole elementari portino i vostri figli in moschea a inginocchiarsi verso la Mecca, se vi sembra normale vedere sparire le croci e moltiplicarsi i muezzin, se vi sembra giusto che il Natale sia sostituito dalla festa d’inverno e Gesù Bambino da Cucù Bambino, se vi garba leggere sui giornali che il presepe è razzista e che in classe si festeggia il ramadan, se non vi preoccupano le tante Saman d’Italia, gli imam di Brescia che inneggiano alle spose bambine, la sharia applicata in intere zone del Paese con il silenzio complice delle nostre autorità, se anche voi mangiate halal e siete favorevoli al ripudio e alla poligamia, se insomma pensate che l’Islam sia il nostro futuro e la sottomissione il nostro destino, non leggete questo libro. Non fatelo. Potrebbe essere pericoloso per voi. E per la vostra stabilità.
Ma se avete ancora un briciolo d’amore per la vostra terra. Se vi ribellate all’idea di assistere al funerale della nostra civiltà. Se vi stringe il cuore a pensare ai nostri avi morti sul Carso per consegnare una nazione a Maometto. Bene: allora questo libro dovete non solo leggerlo. Ma studiarlo. Recitarlo. Diffonderlo. Divulgarlo. Farlo diventare il manuale per la sopravvivenza di questa nostra povera Italia. E dovete avere un briciolo del coraggio che avuto Anna Maria Cisint, una donna che subisce minacce di morte e vive sotto scorta perché ama la verità e il suo Paese ancor più della sua stessa vita. Di politici ne ho incontrati molti in questi anni di professione. Di politici che si battono non per una cadrega ma per un’idea assai pochi. Ho sempre avuto l’impressione che Anna sia uno di questi. E lei, da quando la conosco, non l’ha mai smentito. Anzi, l’ha confermato giorno dopo giorno.
Sono capitato a Monfalcone quasi per caso, tanti anni fa. La trasformazione era in corso. Quello che era un paese dell’aristocrazia operaia, per lo più di sinistra, abitato dai dipendenti dei cantieri navali e dalle loro famiglie stava cambiando pelle. Al posto degli operai stavano arrivando le cooperative. Il lavoro dato in subappalto. E poi in subappalto del subappalto. E poi in subappalto del subappalto del subappalto. Così, con questo meccanismo perverso, l’aristocrazia operaia è stata sostituita da lavoratori sottopagati, per lo più immigrati, per lo più bengalesi, per lo più musulmani, disposti ad accettare condizioni un tempo impensabili. Stipendi bassi, meno sicurezza.
È a Monfalcone che ho visto, per la prima volta, in purezza, gli effetti veri dell’immigrazione. Ed è lì che per la prima volta ho capito le vere ragioni dell’immigrazione.
E ho capito anche perché nei salotti bene e nell’informazione mainstream si fa il tifo per l’invasione: perché ha prodotto la più grande opera di distruzione dei diritti dei lavoratori che sia mai avvenuta nella storia. A vantaggio della grande finanza e del grande capitale, che nei salotti e nell’informazione mainstream hanno i loro menestrelli.
Ma quest’operazione ha avuto un corollario. Una conseguenza inevitabile. Monfalcone è diventata ben presto una delle città italiane (o forse: la città italiana) con la più alta percentuale di stranieri. E per di più tutti musulmani. È diventato un laboratorio dell’Italia che verrà. E questo laboratorio ha subito dimostrato l’altro volto spiacevole dell’immigrazione: non solo essa contribuisce in modo determinante al peggioramento delle condizioni di vita degli italiani, ma porta pure alla distruzione della nostra storia, delle nostre radici, della nostra cultura. Forse della nostra stessa esistenza. La maggior parte degli islamici, infatti, non vuole integrarsi. Vuole conquistarci. Non viene in Italia per accettare le nostre regole ma per imporre le sue. Non far crescere la nostra civiltà ma per sostituirla con la sua. Non per conoscere le nostre tradizioni ma per affermare le sue. Tu chiamala, se vuoi, sottomissione.
Del resto, pensateci: l’Islam ha sempre cercato di sottomettere l’Europa. Ci ha provato, nel corso della storia, più volte con le armi. E noi, nel corso della storia, con le armi abbiamo sempre risposto e abbiamo vinto, come a Poitiers (732), come a Lepanto (1571), come a Vienna (1683). Questa volta però l’invasione non è più con le armi, ma con la demografia e con l’immigrazione. E noi non vinceremo, perché non abbiamo nemmeno ancora capito che dobbiamo combattere. Non abbiamo nemmeno ancora capito che dobbiamo difenderci. Infatti si continua a parlare di integrazione, di multiculturalismo, di accoglienza. «Non vorrete mica costruire dei muri». «Siete razzisti». «Siete islamofobi».
È qui che parte la battaglia di Anna Maria Cisint. Una battaglia coraggiosa, a volte solitaria, sempre in contropelo, senza mediazioni. Una battaglia fatta di principi, ma anche di conoscenza delle leggi, fatta di ideali, ma anche di capacità di muoversi nei meandri dell’amministrazione. Una battaglia che la espone ogni giorno a rischi personali ma che le dona anche il senso più vero dell’avventura politica, quella di battersi non per un inciucio, una cadrega, una nomina, un accordo elettorale, ma per ciò che di più importante abbiamo e cioè la salvezza della nostra società. Se tutto questo non vi interessa, non leggete questo libro. Ma credete a me: non sapete quel che vi perdete…









