Anche il Csm lo mette nero su bianco: «Le correnti creano debiti elettorali»

La campagna referendaria sta finendo. E comunque vada il voto, quello che ormai è clamorosamente emerso è che il correntismo attuale si rifiuta caparbiamente di rispondere a una sola, ineludibile, domanda: la magistratura è un corpo politico o tecno-giudiziario? Se è tecno-giudiziario, deve accettare che il tanto sbandierato principio di indipendenza si connetta a quello altrettanto importante della riserva di legge, cioè delle materie riservate esclusivamente al legislatore elettivo.
E quindi non può fare l’opposizione politica al libero Parlamento, di destra o sinistra, appunto perché non è un corpo politico. Se, invece, ritiene di esserlo e pretende di fare una vera e propria lotta politica contro il libero Parlamento comunque colorato, allora deve chiedere il voto popolare come qualsiasi altro partito. Deve sottoporsi a una procedura elettiva di piena responsabilità politica. Se l’elezione dei giudici non è possibile, allora la terzietà politica va recuperata in altro modo: cioè riconducendo entro il perimetro dell’alta amministrazione il Consiglio superiore della magistratura, organo pubblico attualmente occupato dalle logiche gruppettare del sistema attuale.
Nella situazione di stallo in cui ci siamo cacciati, è del tutto comprensibile che una classe politica (di destra o di sinistra), che un mandato politico elettorale lo ha avuto veramente da milioni di famiglie, tenti di stabilire delle rigide paratie di definizione dei rispettivi ruoli. E poiché nell’anno del Signore 2019 i metodi spartitori sono venuti fuori in modo inequivocabile, ora è più che mai necessario salvare la terzietà della magistratura e proteggerla anche dai condizionamenti interni. Altro che la difesa di ufficio della situazione attuale, secondo cui il correntismo è sparito perché la magistratura ha scacciato il Mostro solitario (Luca Palamara), come se il Mostro gli accordi li facesse solo con sé stesso. La verità è che - per ragioni sistemiche - il Csm come organo di rappresentanza gruppettara rischia di ridursi solo a un piccolo ente gestorio di interessi privati concorrenti e contrapposti.
A dirlo è lo stesso Csm: il singolo consigliere togato non deve «rendersi acritico interprete in sede consiliare […] di gruppi dell’associazionismo giudiziario o di singoli magistrati anche solo per ragioni di appartenenza o di “debito elettorale”» (delibera del Csm del 20 gennaio 2010). Il «debito elettorale», dunque, esiste e non è una invenzione di noi riformatori piduisti. Se così è, nessuna opera interna di bonifica più o meno solerte serve a qualcosa, perché il sistema funziona appunto per «debito elettorale». Su questo «debito» è fondato tutto il modello attuale dell’autogoverno, un modello sostanzialmente chiuso e condizionante per tutti.
Questo meccanismo su base correntizia si autoalimenta e ormai risponde al principio di inerzia più che al comando degli uomini: un moto rettilineo eterno, silenzioso, destinato a durare all’infinito, che le stesse correnti non sono più in grado di modificare. Ecco perché solo una spinta esterna può interrompere il moto perpetuo della rappresentanza correntizia. Ecco la novità - terrorizzante - del sorteggio. Un modello di governo come tanti, previsto in Costituzione per vicende perfino più drammatiche, utilizzato ampiamente dalla Serenissima di Venezia, che non doveva occuparsi della carriera degli ammiragli, ma doveva metterli in condizione di affrontare le flotte turche. Non piace il sorteggio? Fuori le proposte alternative.
In questa campagna referendaria il Fronte del No non ne ha tirata fuori nessuna, tranne riproporre la solita riformina elettoralistica del Csm, fatta già otto volte e otto volte fallita. In luogo delle proposte concrete, invece, solo una narrazione retorica e liturgica.
A metterli in fila indiana, i racconti del No sono stati più o meno tutti uguali: la magistratura nostalgica dell’immediato Dopoguerra; poi la svolta degli anni Sessanta con il Nuovo in marcia e la nascita delle correnti moderne come luoghi di ricchezza culturale. Poi la stagione dell’impegno antimafia e antiterrorismo, con i suoi eroi e i suoi martiri. In genere questa ultima parte prende il 70 per cento del tempo dell’oratore. Poi la solenne conclusione: «Poiché noi siamo gli eredi morali di quel tempo eroico, ogni riforma va respinta come lesa maestà». Applausi, magari di circostanza. Gli oratori più anziani raccontano aneddoti del passato; i più giovani - che di cose da raccontare non ne hanno - suppliscono sguainando le sciabole appena comprate. Qualche critica del sistema esistente? Non pervenuta. La vicenda Palamara? Tutto risolto. Il correntismo? Soltanto «pluralismo intellettuale». Ma sulle nomine qualche volta si fanno impicci? Giammai: scegliamo sempre i «migliori». E allora gli annullamenti dei Tar? Semplice «dialettica processuale».
Ma anche sulla ricostruzione omerica della storia qualcosa si potrebbe dire. La prima cosa è che ai tempi di mafia e terrorismo, i magistrati impegnati ed eroi furono tanti. Ma non tutti. Paolo Borsellino e Giovanni Falcone non erano proprio osannati da certi ambienti.
Per esempio La Repubblica del 9 gennaio 1992 ospitava un fondo a firma Sandro Viola in cui si leggeva: «Falcone è stato preso da una febbre di presenzialismo […] impulso irrefrenabile a parlare […] il più indecente dei vizi nazionali […] uno dei più loquaci componenti del carrozzone pubblicistico italiano […] entrato a far parte di quella scalcinata compagnia di giro degli “opinionisti al minuto“ […]. Non si capisce perché il dottor Falcone […] non ne faccia la sua professione definita, abbandonando la magistratura […]. Le sirene della notorietà televisiva tendono a trasformare in ansiosi esibizionisti anche uomini all’origine equilibrati […] l’eruzione di una vanità, d’una spinta a descriversi, a celebrarsi come se ne colgono nelle interviste al ministro Gianni De Michelis o dei guitti televisivi […]. La fatuità fa declinare la capacità di autocritica».
Quando si trattò di scegliere al Csm fra Falcone e Meli, un rappresentante correntizio giustificò la bocciatura della candidatura di Falcone dicendo: «Non credo ai geni o ai superuomini. Al posto di Falcone io […] non avrei nemmeno presentato la domanda […]. Né si deve dimenticare che della professionalità fa parte anche la modestia». Mentre un altro delegato associativo così sentenziava: «Non può esservi premio per l’adempimento del dovere, neppure quando si tratti di inedito e straordinario adempimento. L’adempimento del dovere sarebbe non onorato, ma inquinato dal premio» (da Falcone e Borsellino: la calunnia, il tradimento, la tragedia, Editori Riuniti).
Contro la legge che istituiva la super Procura nazionale antimafia voluta da Falcone, l’Associazione nazionale magistrati scioperò e lanciò l’anatema del presidente dell’epoca, Raffaele Bertoni: «Non abbiamo bisogno di un’altra cupola mafiosa» (Huffpost del 5 novembre 2025).
Borsellino, dal canto suo, parlò esplicitamente di un «Giuda» all’interno del Csm. Dopo le stragi però, le interviste televisive recavano spesso la didascalia «amico di Falcone». Tanti amici. Tutti amici. Averceli avuti in vita tutti quegli amici. Di tutto questo naturalmente, ad anni di distanza, non c’è traccia negli attuali discorsi della correntocrazia imperante, che si è autointestata la proprietà in esclusiva dell’eredità morale di Falcone. E perfino della sua compagna Francesca Morvillo, trasformata manu militari in testimonial del No da parte della Anm di Genova. Magistratura come falange macedone. Tutti eroi ed eredi degli eroi.
Torniamo sulla terra: magistratura travagliata, questo sì. Impegnata in gran parte, certo. Ma non tutti erano come quei morti. E non tutti li hanno amati. Quanto poi alla evocazione, altrettanto mitologica, del pionierismo delle prime correnti anni Sessanta e Settanta, stiamo attenti a non esagerare: la spinta ideale della prima ora voleva cambiare gli assetti di potere costituito dell’epoca; oggi il correntismo è una struttura dominante e conservativa, che opera - al di là perfino delle sue intenzioni - come elemento di obiettivo condizionamento. Stiamo attenti a nascondere i problemi di oggi cercando nel passato l’alibi della nostra attualissima inerzia.
Insomma: ha un senso continuare con l’eterno ritorno dell’uguale? Il referendum del 22-23 marzo è la sfida eterna fra chi vuole tentare strade nuove e dall’altro un vecchio potere conservatore che non vuole cedere una centralità politica a cui non ha diritto: trattandosi di tendenze politico-sociali e forse antropologiche di fatto inconciliabili, il contrasto prescinde dalle volontà individuali ed è destinato ad aumentare comunque, non a ridursi. L’assetto democratico è incompatibile con la mancanza di responsabilità politica di qualunque ceto di potere pretenda di svolgere di fatto funzioni di indirizzo politico senza averne avuto alcun mandato.
Con il sorteggio voluto dal ministro della Giustizia, Carlo Nordio, si esce finalmente in mare. Dalla palude delle frasi fatte al mare aperto del cambiamento. Una bella sfida, finalmente. Una sfida che, però, va combattuta fra noi vivi. Lasciando finalmente in pace quelli che sono morti non per uno schieramento, ma per tutti.






