
Dalle urne deserte del 2022 alla sfida decisiva del 2026: l’Italia torna a votare sulla giustizia. Al centro del quesito la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, la nascita di due Csm distinti e l'introduzione del sorteggio per l'elezione dei membri togati, misura pensata per arginare il peso delle correnti. A differenza di quattro anni fa, stavolta non è previsto il quorum: l'esito dipenderà esclusivamente dalla maggioranza dei voti validi. Dal caso Tortora allo scandalo Palamara, ecco la cronistoria dei referendum sulla giustizia, i dettagli tecnici della riforma Nordio e gli scenari politici che si apriranno all'indomani del voto.
Due referendum sulla giustizia a distanza di quattro anni ridefiniscono il rapporto tra politica e magistratura in Italia. Il 12 giugno 2022, cinque quesiti abrogativi – su custodia cautelare, separazione carriere, Csm e valutazione magistrati – promossi da Lega e Radicali si infrangono contro il quorum: l’affluenza si ferma al 20,9%, tutti i referendum risultano invalidi. L’astensionismo record, favorito dall’opposizione di Anm e di parte della sinistra, conferma lo status quo. Lo scandalo Palamara del 2019 aveva aperto una finestra per le riforme, ma la campagna del 2022, breve e tecnica, risulta inefficace.
Oggi, a marzo 2026, il governo di Giorgia Meloni rilancia la battaglia sulla giustizia con un referendum costituzionale confermativo sulla separazione delle carriere dei magistrati (pm e giudici in corpi distinti, Csm sdoppiato), approvato dal Parlamento con maggioranza assoluta. Stavolta il quorum non è richiesto: basta la maggioranza dei voti validi. Il tema è chiaro: separazione sì o no. La campagna elettorale è lunga e strutturata, con il governo protagonista e le opposizioni – Pd, M5s e Avs – fortemente contrarie.
Lo scontro è frontale: da un lato centrodestra (Meloni, Salvini, Tajani), che presenta la separazione come strumento per garantire l’indipendenza dei pm dai giudici e chiudere la stagione Palamara; dall’altro la sinistra e l’Anm, che accusano il governo di voler attaccare la Costituzione del 1948 e trasformare i pm in una «polizia del governo».
I sondaggi di marzo 2026 indicano un quadro equilibrato, con un lieve vantaggio del Sì e un'ampia quota di indecisi. In gioco c’è il futuro ordinamento giudiziario italiano: una vittoria del Sì comporterebbe una trasformazione radicale sul modello francese o statunitense, mentre un No bloccherebbe per anni le riforme della giustizia.
Dal flop del quorum del 2022 alla sfida costituzionale del 2026, passando per lo scandalo Palamara e le riforme Nordio del 2023-24, la cronistoria dei referendum sulla giustizia mostra come queste due consultazioni stiano decidendo il rapporto tra Stato e magistratura per una generazione intera.
Il contesto: i referendum sulla giustizia in Italia (1987-2026)
Il referendum è uno strumento di democrazia diretta previsto dalla Costituzione italiana per permettere ai cittadini di incidere direttamente sulle leggi. L’articolo 75 stabilisce che 500.000 cittadini, o cinque Consigli regionali, possono proporre l’abrogazione totale o parziale di una legge ordinaria. La validità del voto dipende dal quorum, fissato al 50%+1 degli aventi diritto: solo se questo numero di elettori partecipa, la maggioranza semplice dei voti validi decide l’abrogazione. Alcuni limiti rendono inammissibile il referendum su leggi tributarie, bilancio, amnistia, indulto o ratifica di trattati internazionali. Prima di andare alle urne, la Corte Costituzionale verifica, generalmente nei primi mesi dell’anno, che il quesito sia chiaro, omogeneo e non «costituzionalmente necessario».
Storicamente, il referendum è stato utilizzato soprattutto dai Radicali, guidati da Marco Pannella, da minoranze politiche escluse dal Parlamento e da movimenti nati attorno a singole battaglie, come il divorzio nel 1974 e l’aborto nel 1981. Sul tema della giustizia, la prima consultazione popolare risale al 1987, con il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati. Gli anni ’80 erano caratterizzati da scandali giudiziari e politici: il caso più emblematico fu quello di Enzo Tortora, condannato erroneamente nel 1983, assolto solo dopo anni di carcere e morto nel 1988. L’opinione pubblica percepiva i magistrati come «intoccabili», con errori giudiziari raramente sanzionati.

Il quesito del 1987, promosso dai Radicali, chiedeva l'abrogazione delle norme del Codice di Procedura Civile che limitavano la responsabilità civile dei magistrati, rendendoli di fatto immuni da risarcimenti diretti per errori giudiziari. L’8 novembre 1987, l’affluenza raggiunse il 65%, superando il quorum, e il Sì vinse con l’80,2%. Tuttavia, la successiva Legge 117/1988 (Legge Vassalli), emanata dal Parlamento per dare attuazione al voto, introdusse un sistema di 'responsabilità indiretta': il cittadino può citare solo lo Stato, che poi eventualmente si rivale sul magistrato. Questa mediazione legislativa spinse i Radicali a denunciare una 'vittoria di Pirro', sostenendo che la volontà popolare fosse stata tradita da procedure troppo complesse.
Negli anni Novanta e Duemila, diversi referendum giustizia furono tentati, ma quasi sempre con scarso successo. Nel 1995, il referendum sulle carceri, mirante ad abolire fondi del Ministero della Giustizia per l’edilizia penitenziaria, fu respinto. Nel 1997, un secondo tentativo sulla responsabilità dei magistrati fu bocciato dalla Consulta. Nel 2000, il referendum sui giudici popolari nei processi vide prevalere il No. Il trend mostrava come il tema giustizia fosse tecnico e complesso, difficile da mobilitare tra gli elettori, e che il quorum fosse raramente raggiunto, fatta eccezione per il 1987.

Un’altra consultazione significativa avvenne nel 2011, con quattro quesiti tra cui quello sulla giustizia, nel contesto del governo Berlusconi IV (2008-2011) e dello scontro tra premier e magistratura legato ai processi Ruby, Mediaset e Mills. Berlusconi accusava i magistrati di un presunto complotto «comunista». Il quesito giustizia chiedeva l’abrogazione del legittimo impedimento, norma del 2010 che permetteva al premier di non presentarsi alle udienze se impegnato nelle funzioni di governo. Gli altri tre quesiti riguardavano acqua pubblica, nucleare e privatizzazioni. Il 12-13 giugno 2011, con un’affluenza del 54,8%, tutti i quesiti superarono il quorum e il Sì vinse con il 94-96%. Il referendum omnibus vide un’alta mobilitazione sociale, con la giustizia che giocò da traino su altri temi.
Il periodo più recente comprende i tentativi multipli dei Radicali e della Lega nel 2021-2022, dopo lo scandalo Palamara del 2019. Nell’estate 2021 furono raccolte 1,2 milioni di firme, più del doppio delle 500.000 necessarie, anche tramite piattaforma digitale sperimentale. A gennaio 2022, la Corte Costituzionale giudicò ammissibili 5 su 6 quesiti, bocciando l’abrogazione totale della legge Severino. Il voto del 12 giugno 2022 registrò un flop storico: affluenza al 20,9%, tutti i referendum invalidi. Questo confermò l’incapacità dei quesiti abrogativi di mobilitare l’elettorato su temi complessi e tecnici.
Nel 2026, il governo Meloni propone invece un referendum costituzionale confermativo sulla separazione delle carriere dei magistrati, approvato dal Parlamento con maggioranza assoluta. La differenza cruciale rispetto al 2022 è che non è richiesto il quorum: decide la maggioranza dei voti validi. La campagna è lunga, il tema chiaro, e la posta in gioco altissima: se il Sì vincerà, cambierà profondamente l’ordinamento giudiziario italiano; un No bloccherebbe la riforma.
Questo excursus storico mostra come i referendum sulla giustizia, dal 1987 al 2026, abbiano alternato vittorie e flop, passando da campagne tecniche e complesse a consultazioni di massa, evidenziando le differenze fondamentali tra strumenti abrogativi e costituzionali e il ruolo cruciale del quorum nella validità del voto.
Lo scandalo Palamara: il detonatore delle riforme
Lo scandalo che ha coinvolto Luca Palamara, ex magistrato del Csm, è stato uno degli eventi centrali nella recente storia della giustizia italiana e ha rappresentato un vero e proprio catalizzatore per i referendum e le riforme del 2022 e del 2026. Le chat emerse nel 2019, che rivelavano logiche di correnti, favoritismi e interferenze politiche all’interno del Consiglio superiore della magistratura, hanno alimentato una percezione diffusa di magistratura politicizzata e poco trasparente. Per anni, la vicenda Palamara ha continuato a dominare il dibattito pubblico, creando terreno fertile per iniziative legislative e consultazioni popolari.

Nel 2022, i Radicali e la Lega tentarono di sfruttare questa indignazione sociale per promuovere cinque quesiti abrogativi sulla giustizia. La raccolta firme risultò record: 1,2 milioni, più del doppio di quelle necessarie, comprese adesioni tramite piattaforma digitale sperimentale. Lo scandalo Palamara, pur essendo ormai datato di tre anni, servì da argomento simbolico per motivare l’opinione pubblica a sostenere l’iniziativa. Tuttavia, l’effetto di questo «motore morale» si attenuò durante la campagna: il clamore originale si era già parzialmente dissolto e, unito a quesiti tecnici difficili da comprendere e a una campagna breve di soli tre mesi, portò al flop del quorum: il 12 giugno 2022 l’affluenza si fermò al 20,9%, rendendo tutti i referendum invalidi. Lo scandalo, pur potente come detonatore iniziale, non fu sufficiente a garantire il successo di un referendum abrogativo complesso e frammentario.
Nel 2026, la memoria collettiva dello scandalo Palamara rimane ancora rilevante: sette anni dopo, la vicenda continua a rappresentare un esempio concreto di collusione interna e di opacità nel sistema giudiziario italiano. Il governo Meloni ha fatto della separazione delle carriere dei magistrati – distinguendo chiaramente pm e giudici e prevedendo un Csm sdoppiato – il fulcro della propria campagna costituzionale. Lo scandalo Palamara viene citato come argomento chiave: lo slogan politico principale è chiaro e diretto: «Separazione carriere impedirà un nuovo Palamara». L’idea è che la riforma strutturale possa prevenire il ripetersi di casi di corruzione e collusione all’interno del Csm, rafforzando l’indipendenza dei pubblici ministeri dai giudici.
Le opposizioni, dal canto loro, replicano con un argomento diametralmente opposto: Palamara sarebbe un’eccezione, non una regola sistematica, e la riforma proposta dal governo è considerata eccessiva. Pd, M5s e altri attori critici sottolineano che le modifiche costituzionali potrebbero alterare l’equilibrio della magistratura e trasformare i pm in strumenti di indirizzo politico, andando ben oltre la lezione dello scandalo. Il dibattito politico si polarizza così intorno a un nodo simbolico: Palamara come caso emblematico, strumentalizzato a fini di propaganda, ma interpretato in modo diverso a seconda delle fazioni.

Lo scandalo ha avuto inoltre un impatto culturale: continua a rimanere nella memoria collettiva come esempio di malfunzionamento e collusione interna, e funge da elemento narrativo forte nelle campagne elettorali e nei dibattiti pubblici, sia per chi promuove le riforme sia per chi le contesta. Nel 2026, pur essendo passato un significativo arco temporale, il caso Palamara offre al governo Meloni la possibilità di costruire un argomento semplice e facilmente comprensibile per spiegare ai cittadini la necessità della separazione delle carriere, in un referendum costituzionale in cui il quorum non è richiesto e il tema può essere sintetizzato in un chiaro Sì o No.
In sintesi, lo scandalo Palamara rappresenta il filo rosso che collega i due momenti cruciali della giustizia italiana degli ultimi anni: nel 2022 ha alimentato un movimento di indignazione e mobilitazione, pur senza tradursi in successo elettorale, mentre nel 2026 diventa strumento politico e simbolico centrale nella campagna costituzionale del governo Meloni. La vicenda dimostra come un singolo scandalo possa avere effetti prolungati e differenziati a seconda dello strumento referendario utilizzato, della qualità della campagna e della capacità di comunicazione dei partiti.
2022: I 5 quesiti e il flop del quorum
Il referendum sulla giustizia del 12 giugno 2022 rappresenta un precedente fondamentale per comprendere la sfida attuale. Nonostante la spinta emotiva dello scandalo Palamara e una raccolta firme record (1,2 milioni), la consultazione si risolse in un flop storico: l’affluenza si fermò al 20,9%, ben lontana dal quorum del 50%+1 necessario per i referendum abrogativi.
A differenza della riforma costituzionale su cui voteremo questa domenica, i quesiti del 2022 miravano a modificare l'ordinamento tramite l'abrogazione parziale di leggi esistenti. Dei sei quesiti proposti originariamente da Lega e Radicali, la Corte Costituzionale ne ammise solo cinque, come vedremo nel dettaglio.
I 5 quesiti votati nel 2022 erano:
- Abrogazione parziale della Legge Severino: si proponeva di eliminare l'automatismo della decadenza per gli amministratori locali condannati.
- Limitazione della custodia cautelare: mirava a ridurre i casi in cui è possibile incarcerare una persona prima del processo, eliminando il «pericolo di reiterazione del medesimo reato» per i reati meno gravi.
- Separazione delle funzioni (non ancora carriere): proponeva di rendere definitivo il passaggio tra il ruolo di pm e quello di giudice, impedendo di cambiare funzione più volte durante la carriera.
- Valutazione dei magistrati: mirava a permettere anche ai membri laici (avvocati e docenti) dei Consigli giudiziari di votare sulla valutazione della professionalità dei magistrati.
- Riforma del Csm: puntava ad abolire l'obbligo di raccogliere da 25 a 50 firme per presentare la propria candidatura al Consiglio Superiore della Magistratura, per indebolire il peso delle correnti.

La bocciatura della Consulta: il quesito Severino
Prima del voto, la Corte Costituzionale svolse la verifica di ammissibilità prevista dall’articolo 75 della Costituzione. Due furono i grandi esclusi che ridimensionarono la portata politica della consultazione: l'abrogazione totale della legge Severino e la responsabilità civile diretta dei magistrati.
La motivazione della Corte per il quesito Severino evidenziava che la legge non poteva essere eliminata in toto senza compromettere principi costituzionali fondamentali e obblighi internazionali. Per quanto riguarda la responsabilità civile, la Consulta ritenne che il quesito avrebbe introdotto una responsabilità diretta del magistrato tale da minarne l'autonomia necessaria all'esercizio della funzione. La bocciatura di questi temi «forti» contribuì a raffreddare l'interesse del grande pubblico.
La campagna referendaria 2022: Salvini vs astensionismo
La campagna fu dominata dallo scontro tra i promotori (Lega e Radicali) e il fronte dell'astensionismo, guidato dall'Anm e da parte della sinistra. Matteo Salvini presentò i quesiti come l'unica via per garantire trasparenza e indipendenza, ma l'astensionismo organizzato si dimostrò determinante. La brevità della campagna e la complessità tecnica dei temi, uniti all'invito a «non andare al mare» (storico slogan astensionista), portarono al risultato disastroso.
12 giugno 2022: il flop del quorum
L'invalidità dei cinque quesiti per mancato raggiungimento del quorum segnò una pesante sconfitta politica per il centrodestra. Tuttavia, quell'esperienza è servita da lezione per la sfida di dopodomani: il governo Meloni ha capito che per riformare la giustizia la via dell'abrogazione è troppo fragile. Per questo oggi siamo chiamati a un referendum costituzionale: stavolta non c'è quorum che tenga, deciderà chi vota.

2023-2025: Le riforme Meloni e la strada verso il referendum costituzionale
Il fallimento del referendum abrogativo del 2022 segna un punto di svolta nella strategia del centrodestra sulla giustizia. Le elezioni politiche del settembre 2022 consegnano la maggioranza alla coalizione guidata da Giorgia Meloni, che diventa il primo presidente del Consiglio donna della storia repubblicana. Fin dall’inizio, la riforma della giustizia viene indicata come priorità politica.
Rispetto al 2022 cambia l’impostazione: non più referendum abrogativi tecnici e frammentati, ma una riforma costituzionale organica, centrata sulla separazione delle carriere dei magistrati. In questa direzione si inserisce la nomina, il 22 ottobre 2022, di Carlo Nordio a Ministro della Giustizia: ex magistrato, garantista e sostenitore delle riforme del sistema giudiziario. Una scelta con forte valore politico, che unisce competenza tecnica e visione riformatrice.
Le riforme ordinarie 2023-2024: gli interventi preparatori
Tra il 2023 e il 2024 il governo interviene con una serie di riforme ordinarie che anticipano, in parte, il progetto più ampio.
Riforma del Csm (giugno 2023, legge 71/2023)
Il primo intervento riguarda il Consiglio Superiore della Magistratura. Viene introdotto un sorteggio temperato delle candidature, con l’obiettivo di ridurre il peso delle correnti, insieme a nuove incompatibilità tra incarichi nel Csm e ruoli direttivi nelle procure. Il mandato viene esteso da quattro a cinque anni.
Si tratta tuttavia di una riforma limitata, che non incide sulla separazione delle carriere né modifica in modo strutturale il sistema di autogoverno della magistratura.
Abolizione del reato di abuso d’ufficio (agosto 2024, legge 114/2024)
Viene abrogato l’articolo 323 del Codice Penale. Il governo motiva la scelta sostenendo che il reato fosse spesso utilizzato contro amministratori pubblici per decisioni discrezionali, producendo un effetto di paralisi amministrativa. I dati disponibili indicano migliaia di procedimenti ogni anno, in larga parte archiviati o conclusi con assoluzioni.
Le opposizioni (Pd, M5s, Avs) criticano la misura come un indebolimento della lotta alla corruzione, mentre l’Associazione Nazionale Magistrati e diverse organizzazioni anticorruzione esprimono preoccupazione per la perdita di uno strumento investigativo.
Modifiche al traffico di influenze illecite (2024)
Il governo interviene sull’articolo 346-bis del Codice Penale, riducendo l’ambito applicativo del reato e circoscrivendone i casi perseguibili.
Intercettazioni (riforma parziale 2024)
Vengono introdotte limitazioni alla pubblicazione delle intercettazioni sui mezzi di informazione, con l’obiettivo dichiarato di tutelare la privacy degli indagati. Le critiche parlano di un possibile effetto restrittivo sul diritto di cronaca.
Questi interventi rappresentano correzioni mirate, ma non incidono sul nodo centrale della riforma, che resta la separazione delle carriere.
Il DDL costituzionale: separazione delle carriere e Alta Corte disciplinare
Il passaggio decisivo avviene il 16 novembre 2024, quando il Consiglio dei Ministri approva il disegno di legge costituzionale (AC 1917), intitolato Modifiche della Costituzione in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare.
I punti principali della riforma sono:
- Separazione delle carriere: distinzione tra magistratura giudicante (giudici) e requirente (pubblici ministeri), con accesso tramite concorsi distinti e senza possibilità di passaggi tra le due funzioni.
- Csm sdoppiato: superamento del Consiglio Superiore della Magistratura unitario e creazione di due organi distinti, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri.
- Componenti laici eletti con maggioranze qualificate: rafforzamento dei quorum parlamentari per ridurre il rischio di nomine politiche.
- Alta Corte disciplinare: istituzione di un organo autonomo per i procedimenti disciplinari più rilevanti nei confronti dei magistrati.
- Maggiore specializzazione delle funzioni: distinzione più marcata tra ambiti operativi all’interno della magistratura.
L’iter parlamentare e il passaggio al referendum
Il disegno di legge costituzionale ha seguito l’iter rigoroso previsto dall'articolo 138 della Costituzione, che impone due deliberazioni successive per ciascuna Camera a distanza di almeno tre mesi. Poiché l'approvazione definitiva del 18 novembre 2025 è avvenuta a maggioranza assoluta ma senza raggiungere i due terzi dei componenti, si è reso necessario il passaggio al referendum confermativo di dopodomani. A differenza del 2022, la scelta è tra un solo Sì o un solo No, e non è previsto alcun quorum di validità. 
Referendum 22-23 marzo 2026: la sfida costituzionale
Il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026 rappresenta il passaggio decisivo della riforma della giustizia promossa dal governo guidato da Giorgia Meloni. Gli elettori sono chiamati a esprimersi su un quesito unico, chiaro nella sua formulazione ma con implicazioni profonde sull’assetto della magistratura italiana:
«Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Modifiche alla Costituzione in materia di ordinamento giurisdizionale e istituzione Alta Corte disciplinare”, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale il 14 gennaio 2026?»
La scelta è netta: votando Sì si approva la riforma e dunque la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri; votando No si respinge la modifica costituzionale, mantenendo l’attuale assetto unitario della magistratura.
A differenza del referendum abrogativo del 2022, questa consultazione presenta una caratteristica decisiva: non è previsto alcun quorum. In base all’articolo 138 della Costituzione, sarà sufficiente la maggioranza dei voti validi per determinare l’esito. Anche con un’affluenza ridotta, il risultato sarà comunque valido. È una differenza sostanziale rispetto al 2022, quando il mancato raggiungimento del 50%+1 degli aventi diritto rese nulli tutti i quesiti.
Anche sul piano pratico il voto è più semplice: una sola scheda, con due opzioni – Sì o No – contro le cinque schede del referendum precedente, che avevano contribuito a creare confusione tra gli elettori.
Le posizioni politiche: un confronto frontale
La campagna referendaria si è rapidamente trasformata in uno scontro politico diretto tra maggioranza e opposizioni, con posizioni nette e difficilmente conciliabili.
Sul fronte del Sì si schiera compatto il centrodestra. Fratelli d’Italia, guidato da Giorgia Meloni, ha fatto della riforma una delle principali bandiere politiche della legislatura. La presidente del Consiglio ha sostenuto la campagna con interventi pubblici e presenza mediatica, presentando la separazione delle carriere come uno strumento per garantire una giustizia più equilibrata e trasparente.
La Lega di Matteo Salvini sostiene con convinzione il Sì, anche come rivincita politica dopo il fallimento referendario del 2022. Il partito insiste sulla necessità di superare le distorsioni emerse negli anni, richiamando spesso il tema della responsabilità della magistratura.
Forza Italia, guidata da Antonio Tajani, mantiene una linea coerente con la tradizione garantista del partito, sostenendo la riforma con toni più moderati ma allineati alla coalizione. Anche le forze minori del centrodestra si sono espresse a favore del Sì.
Lo slogan sintetico del fronte favorevole ruota attorno a un messaggio semplice: separazione delle carriere come garanzia di equilibrio e fine delle distorsioni interne alla magistratura, spesso richiamando il caso Palamara come simbolo di un sistema da riformare.

Sul fronte opposto, il No unisce le principali forze di opposizione. Il Partito democratico, guidato da Elly Schlein, contesta la riforma definendola un intervento che altera l’equilibrio costituzionale e mette in discussione l’unità della magistratura, considerata un principio fondamentale dell’ordinamento repubblicano. Il Movimento 5 stelle di Giuseppe Conte esprime una contrarietà netta, sostenendo che la riforma rischia di indebolire l’indipendenza dei pubblici ministeri e di introdurre meccanismi di controllo politico, in particolare attraverso la nuova architettura disciplinare. Alleanza Verdi-Sinistra si colloca su posizioni analoghe, interpretando la riforma come un potenziale indebolimento dei contrappesi istituzionali.
Un ruolo rilevante nella campagna è svolto anche dall’Associazione Nazionale Magistrati, che si è espressa per il No e ha partecipato attivamente al dibattito pubblico, criticando la riforma per i suoi effetti sull’equilibrio interno alla magistratura.
Le posizioni intermedie
Accanto ai due schieramenti principali, esistono posizioni più articolate.
Italia Viva, guidata da Matteo Renzi, presenta al suo interno sensibilità diverse: pur riconoscendo in linea generale il tema della separazione delle carriere, il partito non esprime una posizione univoca sulla riforma specifica.
Azione di Carlo Calenda adotta una linea critica: favorevole in linea di principio alla separazione, ma scettica rispetto al testo approvato dal Parlamento.
Il mondo cattolico organizzato mantiene un atteggiamento prudente, senza indicazioni di voto esplicite su un tema considerato prevalentemente tecnico e istituzionale.
La campagna referendaria e il ruolo dei media
La campagna referendaria del 2026 si distingue nettamente da quella del 2022 per intensità e visibilità. Il confronto si sviluppa su più livelli: comunicazione politica, media tradizionali e piattaforme digitali.
Il fronte del Sì punta su una comunicazione diretta e semplificata, centrata su casi concreti di malfunzionamento della giustizia e sulla necessità di riforma strutturale. Il riferimento allo scandalo Palamara resta uno degli elementi narrativi principali.
Il fronte del No insiste invece sulla difesa dell’equilibrio costituzionale, sottolineando i rischi di una riforma percepita come troppo incisiva e complessa. Tra gli argomenti ricorrenti vi sono il confronto con altri modelli europei e le possibili conseguenze sull’indipendenza della magistratura.

I media tradizionali – televisione, stampa e radio – dedicano ampio spazio al confronto, con dibattiti, tribune politiche e approfondimenti. Le principali testate si posizionano lungo linee editoriali riconoscibili, contribuendo a polarizzare il dibattito. Parallelamente, i social media giocano un ruolo crescente, soprattutto nel raggiungere l’elettorato più giovane, con campagne mirate e contenuti semplificati.
I sondaggi e l’incertezza del voto
In ottemperanza al divieto di diffusione dei sondaggi nei 15 giorni precedenti il voto, le ultime proiezioni ufficiali risalenti al 7 marzo indicavano una situazione di estremo equilibrio. Secondo quei dati, il consenso per il Sì oscillava tra il 45% e il 50%, con il No a brevissima distanza e una massa critica di indecisi stimata tra il 20% e il 25%. Alla vigilia del voto, la sensazione prevalente tra gli osservatori è quella di un esito imprevedibile, dove ogni variazione dell'affluenza sarà decisiva.
Lo scontro politico: garantisti vs giustizialisti (2022-2026)
Il referendum del marzo 2026 si inserisce in una frattura politica e culturale che attraversa da decenni il dibattito italiano sulla giustizia: quella tra garantisti e giustizialisti. Una contrapposizione che, tra il 2022 e il 2026, si è evoluta senza cambiare natura, ma modificando profondamente i rapporti di forza.
Nel 2022, il fronte garantista – rappresentato in particolare da Lega e Radicali – aveva tentato di incidere sull’ordinamento giudiziario attraverso cinque quesiti abrogativi. Il fallimento del quorum aveva però dimostrato i limiti dello strumento referendario su temi tecnici e complessi. Nel 2026, lo stesso impianto culturale trova una nuova traduzione politica nella riforma costituzionale promossa dal governo guidato da Giorgia Meloni, che punta direttamente alla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri.
In questo senso, il passaggio dal 2022 al 2026 segna un rafforzamento del fronte garantista: ciò che non era riuscito attraverso l’abrogazione parziale di norme esistenti viene ora perseguito attraverso una modifica strutturale della Costituzione. Una linea già sostenuta in passato anche da Matteo Salvini, che nel 2022 aveva fatto della riforma della giustizia una battaglia centrale, senza riuscire a tradurla in risultato referendario.
Timeline completa: 1987-2026
La storia dei referendum sulla giustizia in Italia si sviluppa lungo quasi quarant’anni, tra tentativi riusciti, fallimenti per mancato quorum e, più recentemente, il passaggio a una riforma costituzionale organica.
Scenari post-voto 2026: cosa succede se vince il Sì o il No
Il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026 rappresenta uno snodo decisivo per il sistema giudiziario italiano. L’esito del voto produrrà effetti immediati sul piano normativo, ma anche conseguenze politiche e istituzionali di medio-lungo periodo.
In assenza di quorum, il risultato dipenderà esclusivamente dalla maggioranza dei voti validi. Gli scenari possibili si articolano in due ipotesi principali – vittoria del Sì o del No – cui si aggiunge una terza eventualità residuale legata a un margine estremamente ristretto.
Scenario 1 – Vittoria del Sì: approvazione della riforma
Se prevale il Sì, la legge costituzionale viene definitivamente approvata ed entra in vigore dopo la promulgazione e la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Si apre così una fase attuativa complessa, che richiederà ulteriori interventi legislativi per rendere operativi i principi introdotti.
Nel breve periodo, il governo guidato da Giorgia Meloni rivendicherebbe il risultato come una conferma della propria linea riformatrice. Le forze di maggioranza sottolineerebbero il valore sistemico della separazione delle carriere, mentre le opposizioni continuerebbero a esprimere riserve sull’impianto della riforma.
Sul piano tecnico, l’attuazione richiederà una serie di leggi ordinarie. Tra i passaggi principali:
- definizione delle modalità di accesso separate alle carriere di giudice e pubblico ministero;
- istituzione e funzionamento dei due Consigli superiori distinti;
- avvio dell’Alta Corte disciplinare;
- regolazione del regime transitorio per i magistrati già in servizio.
La transizione rappresenta uno dei nodi più delicati. I magistrati attualmente in ruolo continueranno a operare secondo il sistema vigente, mentre le nuove regole si applicheranno progressivamente alle future generazioni. Solo nel medio periodo il modello separato potrà dirsi pienamente a regime.
La trasformazione dell'ordinamento si ispirerebbe al modello francese, dove le carriere sono separate ma i magistrati appartengono a un corpo unitario con garanzie di indipendenza. Il richiamo al modello statunitense è invece parziale, poiché la riforma italiana mantiene l'accesso tramite concorso pubblico e non prevede l'elezione politica dei procuratori, garantendo l'autonomia del pm dal potere esecutivo attraverso la creazione di due Csm distinti.
Sul piano politico, una vittoria del Sì rafforzerebbe la posizione dell’esecutivo e della sua leadership. Per il governo si tratterebbe di un risultato significativo, capace di incidere sull’agenda della legislatura. Le opposizioni, pur mantenendo la loro contrarietà, dovrebbero confrontarsi con un esito referendario favorevole alla riforma.

Scenario 2 – Vittoria del No: respinta la riforma
Se prevale il No, la legge costituzionale viene respinta e non entra in vigore. Rimane quindi inalterato l’attuale assetto della magistratura, basato sull’unità delle carriere e su un unico Consiglio superiore.
Le conseguenze immediate riguarderebbero soprattutto il piano politico. Un esito negativo rappresenterebbe una battuta d’arresto per il governo guidato da Giorgia Meloni, trattandosi di una riforma fortemente identificata con l’azione dell’esecutivo. Tuttavia lo stesso premier ha più volte ribadito come un eventuale vittoria del No al referendum non intaccherebbe in alcun modo l'esecutivo fino al termine naturale della legislatura del 2027. Anche dall'opposizione Elly Schlein ha promesso di non chiedere le dimissioni del governo in caso di esito negativo del referendum. In tal senso il precedente più rilevante è quello del referendum costituzionale del 2016 promosso dal governo di Matteo Renzi, respinto dagli elettori e seguito dalle dimissioni del presidente del Consiglio. Ma ogni contesto politico presenta caratteristiche proprie, e le eventuali conseguenze istituzionali dipenderebbero dalle valutazioni della maggioranza parlamentare e del governo. Sul piano delle politiche della giustizia, la bocciatura della riforma renderebbe più difficile, almeno nel breve periodo, riaprire il dossier sulla separazione delle carriere. Il sistema resterebbe quello attuale, con eventuali interventi limitati a riforme ordinarie. Le opposizioni leggerebbero il risultato come una conferma delle proprie posizioni e come una difesa dell’impianto costituzionale vigente. Allo stesso tempo, il dibattito sulla giustizia non verrebbe meno, ma continuerebbe a svilupparsi su altri fronti, come l’efficienza del sistema e la durata dei processi.
Scenario 3 – Margine ristretto e contenzioso
Una terza ipotesi, meno probabile ma tecnicamente possibile, è quella di un risultato molto equilibrato. In presenza di uno scarto ridotto tra Sì e No, potrebbero emergere contestazioni e verifiche formali sul risultato, secondo le procedure previste dall’ordinamento. Anche in questo caso, tuttavia, l’esito finale produrrebbe effetti giuridici definitivi: approvazione o bocciatura della riforma. La principale conseguenza riguarderebbe piuttosto il clima politico, con un possibile aumento della polarizzazione e delle tensioni tra gli schieramenti.
I fattori che influenzano il risultato
Diversi elementi possono incidere sull’esito del referendum:
- l’affluenza, che in assenza di quorum non incide sulla validità ma può influenzare il peso relativo dei diversi elettorati;
- l’orientamento degli indecisi, che rappresentano una quota rilevante alla vigilia del voto;
- l’efficacia della campagna referendaria, sia sul piano mediatico sia su quello territoriale;
- il contesto politico generale, inclusa la percezione dell’operato del governo e delle opposizioni.

Una scelta destinata a incidere nel lungo periodo
Al di là degli scenari immediati, il referendum del 2026 è destinato ad avere effetti di lungo periodo.
Una eventuale approvazione della riforma aprirebbe una fase di trasformazione dell’ordinamento giudiziario, con tempi di attuazione necessariamente graduali. Una bocciatura consoliderebbe invece l’assetto vigente, rinviando a una fase successiva eventuali interventi strutturali.
In entrambi i casi, il voto del marzo 2026 rappresenta un passaggio rilevante nel rapporto tra politica e magistratura e contribuisce a ridefinire i confini del dibattito pubblico sulla giustizia in Italia.
Guida al Voto: Referendum Costituzionale 2026
Per partecipare alla consultazione di domenica 22 e lunedì 23 marzo, ecco tutto quello che c'è da sapere:
- Orari dei seggi: * Domenica 22 marzo: dalle 7:00 alle 23:00.
- Lunedì 23 marzo: dalle 7:00 alle 15:00.
- Cosa portare: Una tessera elettorale valida e un documento di identità con foto (carta d'identità, patente o passaporto). In caso di tessera elettorale smarrita o esaurita, gli uffici comunali resteranno aperti per tutta la durata delle votazioni.
- Niente Quorum: A differenza dei referendum abrogativi (come quello del 2022), questo è un referendum confermativo ex art. 138 Cost. Il voto è valido qualunque sia il numero di elettori che si reca alle urne. Vince l'opzione (Sì o No) che ottiene la maggioranza dei voti validi.
- Come si vota: Riceverai una sola scheda.
- Traccia un segno sul SÌ se vuoi che la riforma entri in vigore (separazione delle carriere e nuovo assetto del Csm).
- Traccia un segno sul NO se vuoi che la Costituzione resti invariata e la magistratura mantenga l'assetto attuale.





