«Si vota Sì per una giustizia più veloce, più libera e indipendente dai partiti, dalle correnti e dalla politica. C’è una casta minoritaria di giudici che decide chi viene promosso e chi viene bocciato, nessuno paga per i suoi errori, ci sono migliaia di italiani ingiustamente indagati, addirittura arrestati e messi in galera e poi rilasciati con una vita rovinata e nessuno paga». Così Matteo Salvini, leader della Lega, partecipando a uno dei gazebo organizzati dal partito a Ponte Milvio, a Roma, per sostenere il Sì al referendum.
«Si vota Sì per una giustizia più veloce, più libera e indipendente dai partiti, dalle correnti e dalla politica. C’è una casta minoritaria di giudici che decide chi viene promosso e chi viene bocciato, nessuno paga per i suoi errori, ci sono migliaia di italiani ingiustamente indagati, addirittura arrestati e messi in galera e poi rilasciati con una vita rovinata e nessuno paga». Così Matteo Salvini, leader della Lega, partecipando a uno dei gazebo organizzati dal partito a Ponte Milvio, a Roma, per sostenere il Sì al referendum.
Ansa
Il popolo persiano non è mai stato domato. Il libro di uno dei suoi scrittori spiega perché il fondamentalismo religioso che lo opprime è ancora più pericoloso del comunismo.
L’Iran non sta perdendo la guerra. Non ci sono i segnali di crollo che si erano verificati in Libia e in Iraq dopo i primi giorni. L’Iran si è preparato per decenni alla guerra ed è in grado di resistere. Se una parte della sua popolazione vuole la libertà dallo Stato islamico anche a costo della morte, è indubbio che un’altra parte sia disposta a combattere per lo Stato islamico fino alla morte. D’altronde, quattro decenni di indottrinamento non possono essere passati invano. La domanda è: «Perché attaccare l’Iran?» Chi ce lo fa fare di far morire un po’ di gente, aumentare le distruzioni, prendere a calci le nostra già scalcinate economie? L’Iran è un Paese atroce e ingiusto. Innegabile. Lo è anche la Corea del Nord, se per questo. Non è la stessa cosa. La risposta a queste domande esiste. Vale la pena di fare la guerra all’Iran anche a costo di morti e distruzioni, anche a costo di povertà, esattamente come valeva la pena di combattere Hitler. Lo spiega un iraniano.
La risposta si può trovare in un vecchio libro, purtroppo non tradotto in italiano: Islamic Fundamentalism: The New Global Threat (Fondamentalismo islamico: la nuova minaccia globale) di Mohammad Mohaddessin. Esso spiega come l’Iran sia il cuore del male e come solo il crollo della Repubblica islamica iraniana possa permettere la pacificazione del mondo, mentre la sua esistenza garantisce un rigagnolo continuo di terrorismo, destabilizzazione, morte, distruzione, un fiumiciattolo immondo che non si arresta mai, e che alla fine facendo le somme ha un bilancio ben più tragico di una definitiva guerra. Mohammad Mohaddessin (nato nel 1955 a Qom, Iran) è un politico e scrittore iraniano, noto per la sua opposizione al regime teocratico instaurato dopo la rivoluzione del 1979. Figlio di un Grande Ayatollah, è cresciuto in un ambiente religioso tradizionale, ma si è presto avvicinato a movimenti politici contrari al sistema clericale dominante. Durante gli anni della rivoluzione iraniana, Mohaddessin aderì all’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo iraniano (Pmoi/Mek), gruppo di ispirazione islamico-progressista e nazionalista che si opponeva sia allo Scià sia al futuro governo di Khomeini. Dopo la presa del potere da parte dei religiosi, Mohaddessin fu costretto all’esilio e divenne membro del Consiglio nazionale della resistenza iraniana (Ncri), l’organo politico del movimento in esilio. Attualmente è il presidente della Commissione degli Affari esteri del Ncri e una delle voci più note della resistenza iraniana in ambito internazionale. È autore di diversi saggi sul fondamentalismo religioso e sulla politica iraniana, tra cui Islamic Fundamentalism: The New Global Threat, in cui analizza e critica l’espansione del fondamentalismo ispirato al regime di Teheran.
Islamic Fundamentalism: The New Global Threat, pubblicato nel 1993 (con successive ristampe fino al 2001), denuncia il regime instaurato dopo la rivoluzione iraniana del 1979 e illustra i danni e i rischi che ne derivano per la regione e il mondo intero. Il cuore del libro è un ritratto approfondito del regime teocratico iraniano, fondato dall’Ayatollah Khomeini e proseguito sotto Rafsanjani. Mohaddessin descrive l’applicazione della dottrina del Vali-e-Faqih, la guida suprema religiosa-politica, e l’erosione delle strutture economiche e civili iraniane a causa della gestione autoritaria. Vengono inoltre documentate azioni esterne attribuite al regime iraniano, come l’esportazione della rivoluzione, il coinvolgimento in un enorme numero di atti terroristici e il finanziamento clandestino di armamenti e programmi nucleari. Mohaddessin traccia anche una mappa geografica dell’influenza ideologica di Teheran: dal Medio Oriente all’Asia Centrale, dall’Africa occidentale fino a certe aree dell’Occidente. L’autore dimostra che i petrodollari e il fascino dell’ideologia rivoluzionaria iraniana alimentano la penetrazione del «Khomeinismo» in vari contesti vulnerabili. In contrapposizione al regime, Mohaddessin propone la sua organizzazione, i People's Mojahedin, come forza politica democratica, nazionalista e antifondamentalista. Loro aspirano a sovvertire l’attuale governo iraniano per instaurare un sistema plurale, pluralista e laico. Nell’intervista del 1995, Mohaddessin esplicita il suo rifiuto totale del «fondamentalismo moderato», paragonato a una contraddizione in termini, e conferma la volontà di cooperare con l’Occidente per promuovere la democrazia in Iran.
Il sottotitolo del libro, The New Global Threat, rappresenta un allarme che non è certo esagerato. Il fondamentalismo è una minaccia ben più grave di altre minacce storiche come la guerra fredda e la proliferazione nucleare. Nel caso del fondamentalismo islamico, c’è anche la religione. Il comunista doc potrebbe non aver troppa voglia di morire, l’islamista doc, soprattutto se è un fallito da un punto di vista relazionale e lavorativo, può desiderare la morte santa con tutto il cuore. Altrettanto forte del desiderio del paradiso è la paura dell’inferno, cui sono condannati collaborazionisti dell’Occidente, Dio non voglia del grande e piccolo satana (Usa e Israele), ma anche tutto l’esercito di gente che cerca di farsi gli affari suoi. Il comunista doc non aveva alle spalle una tradizione plurimillenaria, non aveva un’arma potente come la sete imposta nel ramadan per distinguere eroi, traditori, tiepidi e collaborazionisti. Il comunista doc non era uno che sfigurava con l’acido il volto delle ragazze che portano male il velo. Il comunista doc non proveniva da un sistema che ha condannato a morte per lapidazione una dodicenne che aveva subito uno stupro. Mohaddessin sostiene l’ovvio: e cioè che l’ideologia iraniana, autoritaria, religiosa, assassina ed espansiva, costituisce un pericolo reale, specie ora che la fine della Guerra fredda ha lasciato un vuoto di influenza nelle aree musulmane ex-sovietiche e africane.
Il libro di Mohaddessin fornisce un resoconto diretto e documentato della natura repressiva e radicale del regime iraniano post 1979, con la sua espansione ideologica e militare. Offre inoltre un’alternativa politica tramite i People's Mojahedin, proponendosi come contrappeso democratico alla teocrazia iraniana. Il taglio è fortemente normativo: l’autore non si limita a descrivere, ma promuove attivamente un modello politico alternativo, come ovvio che sia. Il libro è scritto da un iraniano. Nessuno può accusarlo di colonialismo bianco e altre idiozie del genere. È la voce di un uomo che vuol salvare il suo Paese perché lo ama profondamente, perché il suo cuore sanguina a ogni ragazza sfregiata per non aver portato il velo, a ogni ragazzo impiccato a una gru. Oltre che essere iraniano, prima che essere iraniano Mohaddessin è una creatura umana. Il suo popolo è l’umanità. Ed è anche per l’umanità che deve essere salvata dall’orrore del fondamentalismo che fa sentire la sua voce. Il coraggio è contagioso. La forza di una catena è quella del suo anello più debole. La forza di un popolo è quella del suo anello più forte, fino a che qualcuno si batte, quel popolo non è domato e non è vinto. Il popolo iraniano non è mai stato domato, non è mai stato vinto. È un popolo per cui vale la pena di combattere.
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Riduci
Sulla crisi in Medio Oriente il ministro ha dichiarato: «L’Italia non partecipa e non parteciperà assolutamente alla guerra. Noi lavoriamo con la nostra diplomazia per cercare di impedire un allargamento del conflitto».
Tajani ha poi sottolineato l’importanza del traffico nello Stretto di Hormuz: «Ci auguriamo che quanto prima si possa tornare a transitare attraverso Hormuz per impedire che ci sia un’impennata nel costo dell’energia». Infine, il ministro ha assicurato controlli contro eventuali speculazioni: «Stiamo vigilando affinché non ci sia assolutamente speculazione da parte delle imprese. Chi specula verrà sanzionato».
Marco Bucci (Ansa)
Il presidente ligure smentisce il direttore Michele Brambilla: «Rapporti cordiali, niente pressioni». Ne beneficia il sindaco di Genova, che appare come «martire» e coltiva sogni nazionali.
La slavina parte da un esposto anonimo di 23 pagine consegnato all’Ordine dei giornalisti della Liguria che chiama in causa il direttore del Secolo XIX, Michele Brambilla. L’Ordine, presieduto da Tommaso Fregatti, cronista di giudiziaria proprio del Secolo XIX, apre un procedimento disciplinare e convoca i capi delle redazioni genovesi. I fatti esaminati partono dal momento in cui il giornale cambia di mano.
Nel settembre 2024 gli armatori genovesi Aponte lo hanno comprato dalla Finegil dell’ex gruppo Espresso-Repubblica. Secondo le ricostruzioni che circolano sui giornali progressisti, l’ufficio del governatore di centrodestra Marco Bucci avrebbe costruito dossier sul quotidiano ligure (con tanto di black list di cronisti sgraditi) per fare pressione sull’editore e ammorbidire la linea editoriale. Dopo l’audizione all’Ordine, Brambilla sarebbe andato in Procura per presentare una denuncia per diffamazione dopo aver appreso quanto riferito all’Ordine dallo staff di Bucci. La vicenda diventa pubblica e prende forma in due versioni contrapposte. La prima è quella pro Brambilla. All’inizio i rapporti con il governatore sono cordiali. Poi arriva la campagna elettorale delle amministrative. Il centrosinistra candida Silvia Salis. Ed è in quel momento che il Secolo XIX sarebbe finito sotto osservazione. Lo staff del governatore avrebbe preparato rassegne stampa commentate sul lavoro del giornale. I documenti sarebbero stati consegnati dal portavoce Federico Casabella a Bucci. E sarebbero stati arrivati, non si sa come, all’editore Pier Francesco Vago, executive chairman della galassia Aponte.
Spesso l’editore li avrebbe girati al direttore. «Un’attività sistematica», racconta Brambilla: «Io ho sempre fatto un giornale equilibrato. Ma Bucci voleva altro». La paternità dei report viene rivendicata dallo stesso Casabella e da Diego Pistacchi, membro dello staff del governatore. Entrambi ex giornalisti del Giornale. Ma Casabella respinge la definizione di dossier: «Definirli dossier è falso e diffamatorio». Sarebbe stata, sostiene, una normale «mappatura dei media» destinata all’uso interno. Durante la sua audizione emerge, però, un dettaglio. Il portavoce sostiene che quei report sarebbero stati concordati proprio con il direttore del Secolo XIX. Brambilla replica definendo questa ricostruzione «una menzogna (una convinzione che gli ha fatto rimpolpare la sua denuncia in una diffamazione aggravata, ndr)». A fine febbraio arriva il primo punto fermo. L’Ordine archivia la posizione del direttore: nessuna violazione deontologica. La storia però non si ferma lì. I documenti circolano. E Brambilla, dalle pagine della Stampa, rilancia.
Nell’intervista viene riportata la versione secondo cui quei report sarebbero stati redatti d’accordo con il direttore. Brambilla replica con una domanda: «Allora perché (Bucci, ndr) non li mandava a me? Perché li ha mandati al mio editore?». E se il governatore sostiene, invece, che si trattasse di normali critiche, il direttore ribatte: «Quei dossier sono pieni di cose false». Ma, a questo punto, il direttore la spara grossa: «Cercare di controllare la stampa, questo è sempre successo. Ma qui siamo oltre. Siamo vicini alla dittature sudamericane». Quindi aggiunge: «Mi sono sempre sforzato di fare il giornale più equilibrato possibile, ma se anche decidessi di fare un giornale di sinistra, che cosa vuole Bucci?». Certo fa specie sentir parlare di un giornale progressista dall’autore del pamphlet denuncia L’eskimo in redazione, un corrosivo ritratto della storica deriva sinistrorsa dei cronisti dopo il ’68.
Il governatore ieri è intervenuto con un corrosivo comunicato: «Avrei sperato di non dover arrivare al punto di rendere nota la chat con il direttore del Secolo XIX», afferma, «ma sono costretto a farlo per ristabilire la verità e dimostrare che è falso che lui non fosse d’accordo a questo scambio di considerazioni». Bucci contesta l’uso di un messaggio dell’8 maggio 2025 diffuso dal direttore come prova del suo dissenso. Le parole sono queste: «Sono veramente stanco di queste cose. Facciamo un giornale onesto. E stop». Secondo il governatore sarebbe stata una mistificazione: quella frase «non è riferita al report, né a miei messaggi, né al mio staff», ma sarebbe la risposta del direttore a un post apparso su Facebook contro il giornale e da lui segnalato. E, ora, valuta piccato: «Scriverla sulle pagine del proprio giornale e darla ad altri quotidiani come prova che lui rifiutava le nostre segnalazioni è una cosa estremamente grave». La prova che i rapporti andavano avanti senza scossoni sarebbe da rinvenire proprio nelle chat. Il confronto, infatti, sarebbe proseguito normalmente. Il governatore cita uno scambio del 22 novembre: «Invio al direttore alcuni resoconti e preciso di farlo “senza alcuno spirito polemico ma soltanto per proseguire quello che ci siamo detti nel nostro ultimo incontro”». La risposta di Brambilla, secondo il governatore, sarebbe stata: «Va bene, dopo guardo adesso sono in treno». Dopo la lettura sarebbe stato proprio Brambilla, ricostruisce Bucci, «a fare riferimento a un incontro avvenuto in sua presenza con l’editore». Queste sono le sue valutazioni: «Nessuna azione di pressione indebita, dunque».
Il passaggio successivo della chat, a suo dire, dimostrerebbe l’esistenza di uno scambio costante. Le parole di Brambilla sono queste: «Avvisami subito quando vuoi precisare qualcosa o dire la tua, così non si accumulano rassegne e si interviene subito, senza che si sedimenti nulla». Per ricostruire la dinamica dei rapporti con il quotidiano, il governatore insiste su un punto che considera decisivo: la relazione con la direzione del giornale non sarebbe stata episodica. È dentro questa cornice che colloca anche uno dei passaggi centrali della vicenda: «Si dice (Brambilla, ndr) dispiaciuto del tono, difende giustamente il lavoro dei suoi giornalisti, ma mai nega di essere d’accordo a questo confronto costante che prosegue da oltre un anno». La conclusione di Bucci è al vetriolo: «Chiedo», afferma rivolgendosi a Brambilla, «se le ha, che mostri quelle che sono state definite con formula diffamante “black list di giornalisti sgraditi” e che né io né il mio staff abbiamo mai fatto e mai ci sogneremo di fare. Non intendo invece violare la riservatezza di chat che riguardano altre persone, cosa che il direttore invece ha fatto pubblicando messaggi altrui». Ovviamente tra i due litiganti, un giornalista considerato moderato e un governatore di centrodestra (scontro che è stato svelato dai giornali progressisti che a Genova lavorano in pool), gode solo la sindaca della città, presentata subito dai cronisti come vittima di chissà quali complotti. In realtà il trattamento di favore a lei riservato dai media è sotto gli occhi di tutti. In vista del suo auspicato (da molti) lancio come politica di livello nazionale, se non, addirittura, come candidata premier del campo largo.
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Riduci
Luigi Perina (Imagoeconomica)
Luigi Perina, ex presidente del Tribunale di Vicenza: «Da presidente di tribunale, ho visto magistrati prosciolti che hanno reiterato condotte scorrette e ritardi. Con l’Alta Corte, prevista dalla riforma, la funzione disciplinare (libera dalle correnti) diventa trasparente».
Ho svolto il servizio quasi quarantennale di giudice del lavoro in primo grado e, poi, come presidente della Sezione lavoro in tribunale e Corte d’appello; infine sono stato presidente del tribunale di Vicenza sino al 31 dicembre 2025. Ho rivestito cariche associative, compiti istituzionali di addetto alla formazione decentrata e di componente del Consiglio giudiziario.
Svolgendo queste funzioni ci sono stati momenti in cui è emersa l’importanza dell’appartenenza o meno a un gruppo associato, in positivo o in negativo, e di cui parlerò più avanti. Prima di tutto espongo alcune riflessioni su due questioni referendarie: il sorteggio dei componenti del Csm e l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare.
La questione del sorteggio non può essere affrontata seriamente senza chiarimenti necessari sui concetti di rappresentanza e di rappresentatività. Vi è una netta distinzione concettuale tra rappresentanza e rappresentatività: la prima consiste nella delega data, tramite le elezioni, dai cittadini a soggetti che esercitano il potere decisionale, come il Parlamento e gli enti territoriali, allo scopo di garantire che il comando politico sia legittimato dal consenso popolare. Del tutto diverso è il concetto di rappresentatività, che sta a significare la capacità di un organo di riflettere effettivamente le diverse componenti della società interessate all’amministrazione (della giustizia nel nostro caso) all’interno delle istituzioni. Il Csm è un esempio tipico del concetto di rappresentatività in un organo amministrativo. È un errore inescusabile per gli esperti di diritto collegare l’elezione dei componenti togati del Csm al concetto di rappresentanza. Infatti, la rappresentanza politica è tipica delle assemblee parlamentari nonché degli enti territoriali e non si attaglia al Csm. Non esiste nella Costituzione questo concetto con riferimento al Csm. Per il Csm non vige il concetto di rappresentanza politica perché non è un parlamentino della magistratura, bensì un organo rappresentativo di alta amministrazione.
I sostenitori del No alla riforma non tengono conto di questo concetto e ragionano sulla natura «quasi parlamentare del Csm» in modo che il sorteggio violerebbe l’autonomia e indipendenza della magistratura, rendendo debole il Csm e quindi «prono» alla politica. Corollario di questa natura «quasi parlamentare» sarebbe perciò la necessità di avere doti politiche per poter svolgere le funzioni di consigliere: questa affermazione è un’invenzione funzionale alla tesi dei «No alla riforma» sul metodo del «sorteggio». Non trova riscontro nelle norme, nella giurisprudenza della Corte e nemmeno nella storia del Csm e dei membri togati eletti. Il conseguente concetto di autogoverno di chi ritiene assolutamente necessaria l’elezione diretta dei togati travisa le norme costituzionali. Infatti l’articolo 105 indica quattro delineate e tassative funzioni del Consiglio, non esemplificative, né prese a caso: le assunzioni, le assegnazioni delle sedi e i trasferimenti, le promozioni, gli aspetti disciplinari. Per esercitare queste quattro attività non è necessaria la competenza politica ma serve solo l’ordinaria preparazione, sapienza e diligenza del magistrato, nulla più (altro che «parlamentino» della magistratura!).
Opinare diversamente vuole dire svilire il disegno dei Padri costituenti i quali, da un lato sono stati attenti a evitare incursioni esterne sulla giurisdizione, difendendo l’autonomia dei magistrati da «appetiti» dei poteri esecutivo e legislativo, da «allargamenti e incursioni» di questi poteri nell’ordine giudiziario; dall’altro lato i Costituenti hanno voluto difendere i singoli magistrati da se stessi, cioè da sudditanze e incursioni dall’interno della magistratura. Preoccupazione, quest’ultima, assai esplicita nei lavori della Assemblea costituente. Per i Padri fondatori ciò che importa è fissare nell’articolo della Costituzione, «come quattro chiodi», i punti essenziali su cui è competente il Consiglio e nei quali non può ingerirsi il ministro. L’altra primaria preoccupazione è stata quella di evitare il carattere elettorale delle decisioni inerenti queste quattro materie (i «quattro chiodi»). I Padri costituenti che espressamente si sono pronunziati sulla questione (da Meuccio Ruini a Orazio Condorelli a Oscar Luigi Scalfaro) si ponevano il problema dell’elettoralismo, ossia del rischio che l’elettoralismo potesse arrecare alla autonomia del singolo, creando interdipendenze tra magistrati, tra elettore ed eletto (con il possibile «do ut des»). Infine, esclusero che indipendenza e «rappresentanza» fossero legate insieme. La scelta per funzioni esclusivamente tecniche e amministrative dei componenti dell’organo di «autogoverno» rendeva appropriata la dizione «designati» oppure «nominati», proprio per l’assenza di orientamenti politici da rappresentare. La parola «eletti» venne poi provvisoriamente utilizzata, mutuandola dalla legge ordinaria allora vigente sul Consiglio della magistratura (ereditata dal precedente regime). Ed è rimasta provvisoriamente nel testo, come indicato dal presidente Umberto Terracini nei verbali di fine novembre 1947, in attesa di ri-discussione che non è mai avvenuta (la Costituzione è stata promulgata un mese dopo, il 1° gennaio 1948). Dai lavori sopra citati si ricava che il termine utilizzato non aveva una precisa connotazione: le parole «eletti», «designati» o «nominati» non avevano un’accezione politica o elettoralistica ed erano quasi sinonimi. I Costituenti non intendevano legittimare l’autogoverno dei magistrati come parlamentino rappresentativo della categoria; al contrario si sono preoccupati che le questioni di competenza funzionale relative ai magistrati non fossero condizionate da influenze politiche esterne o interne. Ritenevano così di aver salvaguardato l’indipendenza dei singoli, senza danneggiamenti possibili, eliminando il «sottobosco» di lettere (oggi sms e messaggi su chat), raccomandazioni, promesse, assicurazioni, ecc. L’autogoverno così inteso è compatibile con il sorteggio dei «governanti» all’interno di un corpo elettorale, quello dei magistrati, idonei in quanto hanno superato un selettivo concorso pubblico. La riforma referendaria non incide minimamente sul principio che regola il Csm che è la rappresentatività, cioè la proporzionalità tra la componente laica e togata.
Passando all’esame del secondo tema (l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare) va rilevato che una delle quattro funzioni del Csm è quella di dirimere le questioni disciplinari, ossia una funzione più vicina a quella giudiziaria che a quella meramente amministrativa. Quindi nessuno scandalo, né arretramento del tasso di democrazia deriva dal prevedere che questa funzione sia esercitata da altro organo separato dal Csm. La gestione concreta di questo potere, l’entità dei procedimenti trattati (pochi obiettivamente), le condanne (pochissime) e le assoluzioni (molto elevate) sono di per sé sintomatiche di come i giudizi disciplinari siano trattati in modo «domestico»; l’associazionismo correntizio qui si manifesta in tutta la sua forza. Pertanto la proposta di esternalizzare la funzione disciplinare non può che rendere più trasparente ed efficace la questione della responsabilità del singolo magistrato. Nella mia esperienza semidirettiva (presidente di sezione in tribunale e in appello) e direttiva (presidente di tribunale) sono venuto a conoscenza diretta dei disciplinari dei colleghi degli uffici da me presieduti: pochissimi casi, relativi ai ritardi nel deposito delle sentenze e delle ordinanze (spesso molto consistenti nel numero e nella durata). In taluni casi si trattava di condotte reiterate.
Taluni sono finiti con il proscioglimento, con la formula della lieve entità (di lieve a mio avviso vi era solo il giudizio della Sezione disciplinare), oppure di condanna alla sanzione minima (a mio avviso una specie di buffetto sulla guancia). In questo modo nella sostanza talune di queste persone sottoposte ai procedimenti hanno trascorso gran parte del tempo della loro attività con continui e consistenti ritardi, di fatto impuniti. A volte anche la pura e semplice lentezza nelle procedure disciplinari così come la velocizzazione delle stesse sono frutto di esigenze correntizie o di altro tipo, ossia «punitive» o «quasi premiali» dell’incolpato, tenuto conto della incidenza dell’illecito disciplinare su conferme, progressioni in carriera, trasferimenti del magistrato, decisi dal medesimo Csm. Per esperienza diretta nel caso di un mio esposto disciplinare, la lentezza della procedura, a mio avviso, può essere stata condizionata dai profili associativi più che da un’esigenza di tutela del singolo magistrato, con rilevanti danni alle persone che denunciano questi fatti e all’esercizio corretto ed ordinato delle funzioni dell’ufficio.
Accenno, infine, alla mia esperienza quadriennale di componente del Consiglio giudiziario (anche se svolta come indipendente), in quanto ricca di episodi in cui l’aspetto tecnico e quello latamente politico di appartenenza alle correnti talvolta si incrociavano. Da ultimo alcune considerazioni sui contenuti e sui toni dell’attuale dibattito referendario. Alcuni sostenitori del No alla riforma, che vuol dire mantenimento del meraviglioso e funzionante status quo, possono essere paragonati, a mio avviso, alla classe, alla casta, alla corporazione degli scribi della civiltà israelita. Alcuni sostenitori del «No alla riforma costituzionale» parlano di onestà di chi voterà per il No e per converso di disonestà di quelli che voteranno Sì. Un poco come facevano gli scribi con quelli che non la pensavano come loro, ossia che erano da loro ritenuti non ortodossi o puri, e dunque non fedeli alla tradizione e alle regole dell’ebraismo. Trovo assonanze nelle parole di molte persone che manifestano l’attuale situazione di difesa statica e a oltranza della Costituzione così come fosse un testo sacro, sottoponendo a continue critiche e stigmi le opinioni di coloro che manifestano un diverso modo di affrontare queste tematiche. Gli scribi erano nella società ebraica una casta potente; erano chiamati i dottori della legge, una classe di intellettuali formata con studi che duravano moltissimi anni. Spesso associati ai farisei, avevano funzioni assai diverse: erano gli interpreti ufficiali delle scritture, responsabili della stesura di documenti legali e dell’insegnamento della legge di Mosè. Essi si ritenevano custodi della Verità delle Scritture, e perciò dell’impossibilità di esprimersi in modo difforme dall’interpretazione che loro stessi davano.
Per gli scribi bestemmia chi dice e sostiene diversamente; la bestemmia è contro la Divinità, l’Essere supremo e va sanzionata con la pena capitale. Anche questa tendenza distruttiva dell’avversario, in senso figurato ovviamente, a mio avviso è manifestato dall’acredine e accanimento di alcuni esponenti del «No alla riforma», che forse non si giustifica altrimenti se non con la presunzione di essere unici possessori della verità (come gli scribi, appunto) e di considerare gli altri come ignoranti, faziosi o collusi.
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Riduci





