«Si vota Sì per una giustizia più veloce, più libera e indipendente dai partiti, dalle correnti e dalla politica. C’è una casta minoritaria di giudici che decide chi viene promosso e chi viene bocciato, nessuno paga per i suoi errori, ci sono migliaia di italiani ingiustamente indagati, addirittura arrestati e messi in galera e poi rilasciati con una vita rovinata e nessuno paga». Così Matteo Salvini, leader della Lega, partecipando a uno dei gazebo organizzati dal partito a Ponte Milvio, a Roma, per sostenere il Sì al referendum.
«Si vota Sì per una giustizia più veloce, più libera e indipendente dai partiti, dalle correnti e dalla politica. C’è una casta minoritaria di giudici che decide chi viene promosso e chi viene bocciato, nessuno paga per i suoi errori, ci sono migliaia di italiani ingiustamente indagati, addirittura arrestati e messi in galera e poi rilasciati con una vita rovinata e nessuno paga». Così Matteo Salvini, leader della Lega, partecipando a uno dei gazebo organizzati dal partito a Ponte Milvio, a Roma, per sostenere il Sì al referendum.
In un fascicolo sul centro sociale le intercettazioni che svelano l’autentica natura dei militanti, tra razzismo e violenze di genere.
Tutti presi dall’ultimo, inesistente allarme sul ritorno del fascismo a margine delle grottesche scene viste il 25 aprile, i media italiani hanno decisamente trascurato una interessante vicenda giudiziaria che riguarda il centro sociale torinese Askatasuna. Come noto, i militanti antagonisti se la sono cavata tutto sommato bene al processo di primo grado andato a sentenza il 31 marzo 2025 presso il tribunale di Torino.
Tutti i 28 imputati sono stati assolti dall’accusa di associazione a delinquere perché «il fatto non sussiste», cosa che ha fatto esultare la gran parte dei giornali. In realtà ci sono state 18 condanne per altri reati di varia natura, spesso violenti, e Giorgio Rossetto, uno dei capi storici del centro sociale, è stato condannato a 3 anni e 4 mesi. Altri militanti sono stati condannati a marzo in un altro processo. Ora però va in scena il procedimento di appello, e soprattutto sono state rese note le motivazioni della sentenza di primo grado. Spulciando quelle carte - come ha fatto benissimo e per prima Sara Sonnessa di TorinoCronaca - emergono parecchi elementi inquietanti. Che non sono stati ritenuti sufficienti a dimostrare l’esistenza di una associazione a delinquere, ma che offrono un suggestivo spaccato socio-culturale, mostrando - tramite le intercettazioni - che cosa pensino e facciano gli antagonisti. Le parti più rilevanti non sono, a differenza di quel che ci aspetterebbe, quelle relative agli scontri di piazza, che pure non mancano (c’è ampia documentazione ad esempio sull’uso di armi rudimentali tipo lo sparapatate che fanno pensare a una sorta di strategia di guerriglia). No, i segmenti che più colpiscono sono quelli che fanno emergere la realtà più vivida del centro sociale, e le vere posizioni dei militanti. I quali, quando la loro ideologia viene messa alla prova della realtà, mostrano reazioni sorprendenti.
«baluba» da educare
Il primo caso emblematico è quello che riguarda una famiglia di stranieri ospitata nello Spazio Neruda, che i militanti gestiscono per «rispondere alla emergenza abitativa». In pratica accolgono varie persone dietro pagamento di una quota pro capite. A quanto risulta, questa famiglia, i Camara, danno problemi. Lui spaccia, lei si lagna un po’ troppo. Anche giustamente, gli antagonisti non possono tollerare che lo straniero da loro accolto venda droga, così si organizzano per mettere in atto una vera e propria espulsione, ovviamente a modo loro. In buona sostanza lo riempiono di botte. Curioso: chissà che direbbero pubblicamente questi militanti se un governo qualsiasi si comportasse allo stesso modo con uno spacciatore. Nelle varie intercettazioni, gli attivisti di Askatasuna parlano ripetutamente degli immigrati africani. Il termine che utilizzano più spesso per indicarli è «negri» o talvolta «negroni» o «baluba». E se da una parte organizzano una mobilitazione per la causa dei neri americani dopo l’omicidio di George Floyd, dall’altra gestiscono le relazioni con la gente di colore in un modo... particolare. In una conversazione intercettata, due dei capetti, i fratelli Raviola, ragionano sull’educazione di un bambino straniero. Parlano di prendere «un bel negretto sano», «già fatto e finito», «già svezzato», da «allevare come un bianco». Al massimo, notano, «spendi un po’ di più a fargli un po’ di imprinting per cacciare via i complessi». E concludono: «Come i cani, sempre meglio prenderli educati da adulti che un cucciolo che dio c... dovresti spaccarlo». In un’altra conversazione è il già citato Rossetto a parlare, esprimendo una visione molto pragmatica e ben poco «umanitaria» dell’immigrazione di massa. Egli spiega a un suo sodale che alcuni stranieri vengono qui apposta per spacciare «non muoiono di fame» e «poi se ne tornano a casa perché hanno messo da parte 15.000/20.000 euro e al loro Paese sono dei ricconi». Anche sulle regole per l’accoglienza Rossetto esprime una visione interessante. A un amico spiega che, dopo l’espulsione a suon di botte dei Camara, c’è un posto in più per accogliere stranieri. «Però dico», spiega, «cerchiamo di... bisogna fare selezione... non basta basarci sulla simpatia di un giorno, di due, tre, quattro, qui ci vuole, ma poi la gente, noi dobbiamo affidarci a gente che poi partecipa... Ci vuole un minimo di preparazione per ospitare della gente nei loro spazi... Se non hanno un minimo anche di preparazione, non sai chi è... Malcolm X... almeno sapere chi cazzo è Malcolm X, non dico Tom Sankara, sai quelli proprio dell’Africa, dei loro Paesi, sai un nigeriano dignitoso, non lo so, ti impegni, sei mesi e voglio sapere tutto della sua vita, se non lo sai... niente, cosa vieni a fare qui Dio... noi non siamo... la Caritas, e se non c’è un minimo d’impegno, di conoscenza, di maturazione, di maturità, che cazzo ce li teniamo a fare». Dal suo punto di vista, è persino un discorso sensato. Peccato che non sia molto politicamente corretto.
A proposito di scorrettezza politica è particolarmente istruttivo leggere le conversazioni in cui i militanti si confrontano con le cosiddette problematiche di genere. In varie occasioni vengono riportati casi di abusi, in particolare da parte di un noto antagonista bolognese, tale Angelo. Costui è piuttosto stimato a livello nazionale, a quanto pare è uno tosto. In una conversazione, una militante accusa il «movimento antagonista di aver tollerato Angelo in quanto considerato uno che spacca». In sostanza i compagni avrebbero tollerato «che lui picchiasse la ragazza, che la minacciasse, che l’avesse sbattuta con la faccia sul tavolo, e lei stessa sarebbe stata costretta a sopportare, oltre una serie di problemi nella sua comunità, anche la presenza e lo sguardo di Angelo». Pare dunque che, nonostante le insistenze delle femministe, i capi antagonisti preferiscano non fare troppo chiasso pubblico sui compagni che menano le donne. Ancora più scivoloso è il caso di un certo Michele, anche lui antagonista, che passa guai a causa di una compagna che lo accusa di abusi. Due militanti ne parlano al telefono. «Loro son andati a casa assieme», dice uno, «han scopato, serata normalissima poi mentre dormiva lui ha tentato un approccio e lei non ha voluto... Gli ha detto che cazzo fai?». Michele ci sarebbe «rimasto male» ma si sarebbe comunque fermato. Per la compagna tuttavia quel gesto sarebbe «un tentativo di stupro... sta roba qua». Michele, in seguito, si sarebbe poi confidato con un amico spiegando di «averne fatte di cose per cui doveva chiedere scusa a tante tipe, per rapporti brutti... nel senso violenze verbali o spinte...». Ma rimaneva convinto di non diversi scusare per «sta storia con una matta, che da subito tutti gli han detto è una matta... perché ne ha già fatte di ste storie qua». A quanto pare le idee femministe sul consenso non riscuotono grande successo in certi ambienti antagonisti. Anzi, commentando la vicenda di Michele e della compagna che lo accusa, un militante dice: «Comunque sembra che questa sia recidiva di ste storie qua». Non è possibile, aggiunge sempre a proposito della ragazza, che «ti capitano tutte a te»: «O son tutti stronzi oppure forse c’hai fatto un po’... c’hai preso gusto insomma».
«vecchi balbuzienti»
La scorrettezza politica impera, fra i ribelli del centro sociale. Ne hanno per tutti: neri, ebrei, arabi, transessuali, immigrati. Sono durissimi con la sinistra moderata. E si fanno beffe persino dei partigiani. In una conversazione che si svolge il 24 aprile del 2020, un militante si lamenta con un altro di dover partecipare a una celebrazione della resistenza il giorno dopo: «Minchia m’hanno tirato in mezzo... andare qua a una lapide domani in quartiere... ma a me non me ne... cioè veramente il 25 aprile è stata la scadenza che io meno...». Il suo compagno, un militante di Roma, risponde spiegando come il 25 aprile sia una «rottura di cazzo infinita... sti cazzo di vecchi balbuzienti che raccontavano cazzate e poi scopri che quelli che erano sopravvissuti è gente che ha portato una lettera in bicicletta una volta... vabbè». Altro episodio patetico è quello del dibattito interno sulla «spesa solidale», una raccolta di cibo effettuata durante il lockdown Covid apparentemente per aiutare i bisognosi. Nelle intercettazioni si legge che una militante «diceva agli altri di non fare la spesa tanto c’era la roba della spesa solidale». Già, a quanto pare alcuni pensavano bene di tenersi i generi alimentari donati. Gesto che per una parte dei militanti era «roba da parassiti». Intendiamoci: si tratta di conversazioni intercettate che non fanno emergere (salvo nel caso delle violenze di genere) atti criminosi. Sono però indicative di un modo di pensare e agire quotidiano decisamente antitetico rispetto all’ideologia che i militanti professano. Dalle carte emerge un ritratto ben poco romantico dei rivoluzionari torinesi, che alle mazzate abbinano spesso e volentieri l’ipocrisia. Ma che, chissà perché, continuano a essere graziati dalla grandissima parte dei media.
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Alessandro Giuli (Ansa)
Il ministro della Cultura insiste con la sua crociata anti russa e manda a Venezia i funzionari. Il leghista Luca Zaia auspica una tregua tra il capo del dicastero (che però diserterà la Laguna) e Pietrangelo Buttafuoco. Mentre rimbalzano le voci di un possibile commissariamento.
Alessandro Giuli nei panni di Leslie Nielsen. La guerra santa di Giuli a Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale e «colpevole» di aver riaperto il Padiglione russo alla prossima Esposizione d'arte, al via il 9 maggio, è infatti persa ancora prima di combatterla. Innanzitutto perché le varie pressioni di Giuli su Buttafuoco affinché si rimangiasse la decisione di riaprire il padiglione russo sono state rispedite al mittente senza troppi complimenti; in secondo luogo perché l’invio di ispettori, decisione di ieri, trasforma quella che era una polemica in una farsa che mette in serio imbarazzo il governo sulla scena internazionale.
Tutto il carteggio fra la Fondazione e le autorità russe, finalizzato alla definizione degli assetti organizzativi e gestionali della presenza della Federazione russa a Venezia, è già stato inviato a Giuli, che ne aveva fatto richiesta, un mese e mezzo fa, senza che da questa corrispondenza emergesse alcuna irregolarità. Cosa potranno mai trovare di scottante gli ispettori? Qualche drone camuffato da aquilone? Un paio di carri armati sapientemente occultati nei cespugli? Vladimir Putin in persona travestito da ritratto di Vladimir Putin in persona? Non si sa. Quello che si sa è che quando si nomina a capo di un’importante, importantissima Fondazione un intellettuale vero come Buttafuoco, uno nelle cui vene scorre la lava dell’Etna, uno che ha scritto più libri di quanti molti dei suoi detrattori ne abbiano letti, non si può poi pretendere che, come purtroppo altri hanno fatto, sacrifichi la sua libertà di pensiero sull’altare di una ragion di Stato tra l’altro pure abbastanza traballante, considerato che nella maggioranza di centrodestra non manca chi chiede, non senza ragione, di tornare a importare gas russo per fronteggiare la crisi energetica (a proposito: e se gli ispettori trovassero bombole di metano di contrabbando sepolte nei giardini, le consegnerebbero alla magistratura o se le porterebbero a casa perché non si sa mai?).
Predica buon senso l’ex presidente della Regione Veneto, Luca Zaia: «Da inguaribile ottimista», commenta Zaia, «mi auguro ancora che il ministro Giuli e il presidente Buttafuoco possano darsi la mano durante gli eventi della Biennale. Sarebbe il segnale migliore: le istituzioni che dialogano, Venezia che accoglie, la cultura che non divide ma continua a costruire ponti». L’ottimismo della volontà si scontra però con il pessimismo di chi è costretto ad assistere ormai da troppe settimane a questa crociata di Giuli, i cui assalti per interposta persona alla roccaforte di Buttafuoco vengono regolarmente respinti con perdite (di immagine e credibilità). Giuli ha già fatto sapere, immaginiamo con somma disperazione di Buttafuoco, che non presenzierà alla cerimonia di inaugurazione di Biennale Arte, tanto che ieri qualcuno si è spinto a sospettare che tra gli ispettori, adeguatamente camuffato, con pipa, trench e occhiali da sole, potesse esserci pure lui.
E la Biennale? L’ufficio stampa invita a fare riferimento all’ultimo comunicato: «In merito alla partecipazione della Federazione russa», si legge nella nota, «la Biennale ribadisce l’assoluto rispetto delle norme. Nessun divieto delle sanzioni europee è stato “aggirato”, come affermato da ricostruzioni giornalistiche. Le sanzioni sono state rigorosamente applicate. Per quanto riguarda la partecipazione della Federazione russa, in ogni passo, in ogni momento nel corso della preparazione dell’Esposizione d’Arte 2026, la Biennale di Venezia si è responsabilmente impegnata nell’osservanza e applicazione delle sanzioni in essere e informando preventivamente le autorità governative. Con la Federazione russa si sono avute le necessarie interlocuzioni, in primo luogo dal presidente, come per ogni altro Paese, su tutte le procedure in essere, anche in materia di visti, come avviene per le centinaia di partecipanti provenienti da Paesi extra europei. Come avviene per tutti i Paesi riconosciuti dalla Repubblica italiana proprietari di un padiglione ai Giardini», recita ancora il comunicato, «che comunicano di partecipare alle Esposizioni d’Arte e di Architettura, anche per la Federazione russa sono state valutate rigorosamente la fattibilità dei progetti e la conformità alle norme vigenti».
Nell’attesa di venire a conoscenza dei risultati dell’ispezione degli ispettori, registriamo anche qualche spiffero che ipotizza il commissariamento della Biennale, uno scenario foriero di una tale ondata di polemiche, tra l’altro tutte interne alla destra, che nemmeno il Mose riuscirebbe ad arginarla. Ispettori, commissari, burocrati da un lato, la libertà dell’arte dall’altro. Chi ne uscirebbe vincitore è già scritto. E a proposito di burocrati, anzi di burosauri, arriva anche il «pieno sostegno al ministro Giuli» del commissario Ue alla Cultura, Glenn Micallef, maltese sostenuto manco a dirlo dai Socialisti, con tanto di ricattuccio: «L’Agenzia Ue ha notificato agli organizzatori l’intenzione di ritirare il contributo di 2 milioni di euro a meno che la decisione sul padiglione russo non sia ritirata». Un motivo in più per stare dalla parte di Buttafuoco.
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Pietrangelo Buttafuoco e Beatrice Venezi (Ansa)
Le opposizioni si stracciano le vesti per i casi Biennale, Beatrice Venezi e Nicole Minetti. L’esecutivo parla con i fatti, tipo il decreto Lavoro. Perché agli italiani interessa di più l’economia.
Ombre sul governo Meloni. Il caso Minetti. La bagarre per la Venezi. L’intrigo della Biennale. È il menù quotidiano di giornali e talk show. Sono le priorità delle opposizioni. Il ministro Carlo Nordio deve andarsene. Se torna a casa lui, deve dimettersi anche Giorgia Meloni. Un coro: dal Fatto quotidianoa Debora Serracchiani, da Otto e mezzo a Massimo Giannini, da DiMartedì a Matteo Renzi. Sintonizzarsi su qualsiasi talk di qualsiasi rete di qualsiasi editore.
Il coro è tutt’altro che polifonico. Monocorde: dimissioni. Variante: la premier venga in Aula. In loop, per altro dal giorno dopo l’insediamento. Quattro anni di governo Meloni con questo arrangiamento. Anziché in un Paese civile del XXI° secolo, sembra di stare su Scherzi a parte o al Grande fratello vip, scegliete voi. Fortuna che il premier e la sua squadra non si fanno troppo condizionare e, mentre le opposizioni si stracciano le vesti, presentano il decreto Lavoro con una serie di norme volte a innalzare i salari, ampliare la base occupazionale del Paese, stabilizzare le situazioni precarie. Le opposizioni sembrano vittime di un errore di sistema, mentre sarebbe indispensabile ingranare un’altra marcia. Fuori ci sono le guerre. Sul fianco Est dell’Europa, in Medio Oriente e in Asia.
Lo Stretto di Hormuz bloccato impedisce i rifornimenti di petrolio e gas di mezzo mondo. Si profila una crisi energetica senza precedenti. C’è la complessa gestione del rapporto preferenziale con il Paese più potente del mondo, governato dall’inquieto Donald Trump. C’è la Cina che conquista mercati in silenzio. Ma gli esponenti del campo largo, tutti, dal segretario del Pd Elly Schlein a Raffaella Paita di Italia viva a Angelo Bonelli di Avs, parlano di Nicole Minetti nel maldestro tentativo di silurare il Guardasigilli. In realtà, dopo la sentenza della Corte costituzionale del 2006 e l’istituzione del «Comparto grazie», accogliere le istanze di grazia compete direttamente al Quirinale. Non a caso nel recente passato il capo dello Stato ne ha rigettate alcune. Non stavolta: Sergio Mattarella ha firmato il provvedimento dopo un’istruttoria più rapida del solito, estinguendo la pena cumulata dall’ex igienista dentale di 3 anni e 11 mesi per l’inchiesta «Rimborsopoli» e per il processo «Ruby bis» al fine di favorire le cure di cui è bisognoso il minore adottato in Uruguay.
Non basta. I nostri politici e i nostri media parlano di Beatrice Venezi, il direttore d’orchestra rigettato dalle maestranze della Fenice di Venezia perché, a insindacabile parere degli orchestrali stessi, non all’altezza di dirigerli. Un ammutinamento espresso in varie forme da quando, sei mesi fa, il sovrintendente del teatro Nicola Colabianchi l’aveva nominata, in attesa dell’insediamento il prossimo ottobre. Anche in questo caso, si è tentato di coinvolgere il premier nella decisione, presa in autonomia e approvata dal ministro Alessandro Giuli, di interrompere la collaborazione con Venezi dopo le accuse di nepotismo nell’assegnazione dei posti dell’orchestra.
Infine, l’altra querelle che vorrebbe intralciare la navigazione meloniana, è quella provocata dalla decisione del presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco di ospitare artisti provenienti dalla Russia (come da Israele, dall’Iran e dagli Stati Uniti), nel tentativo di creare un territorio di immunità e di confronto tra rappresentanti di Paesi in conflitto. Per questo, l’Unione europea ha annunciato la sospensione del finanziamento di due milioni all’istituto veneziano, scaricato anche dal ministro Giuli. Osservandoli nella giusta luce, i casi Minetti, Venezi e Buttafuoco sono poco più che scaramucce. Questioni da riportare nella loro misura. Se Minetti e il suo compagno Giuseppe Cipriani non avevano le carte in regola per accedere all’adozione di uno sfortunato bambino uruguaiano ne risponderanno davanti alle autorità e il provvedimento di clemenza verrà corretto di conseguenza. Il procuratore generale di Milano, Francesca Nanni, ha già ammesso il possibile difetto di perspicacia nella valutazione dell’istruttoria. Ce n’è a sufficienza per un sequel di Paolo Sorrentino intitolato La disgrazia, ma per poco altro.
Se il direttore Venezi era così inviso agli orchestrali della Fenice, forse sarebbe valsa la pena di non forzare la collaborazione che, soprattutto in campo artistico, necessita di piena e assoluta armonia per essere tale. Infine, se nonostante i vertici della Biennale abbiano assicurato il rispetto delle norme sulle sanzioni, l’Ue non vuole concedere i fondi preferendo offrire la ribalta solo ad artisti allineati, vorrà dire che si cercheranno finanziamenti alternativi per un’esposizione libera da ricatti di ortodossie imposte dall’alto.
Ma in tutti i casi si tratta di questioni che non devono indebolire l’operato del governo che ha ancora un anno di legislatura per completare il lavoro iniziato in un momento, come detto, particolarmente drammatico. Presentando le norme del nuovo decreto Lavoro ai giornalisti, Giorgia Meloni e gli altri ministri hanno risposto a tutto campo. Consapevoli che l’operato del governo si misura sulla tenuta dell’economia, con la possibile deroga al patto di stabilità, sull’occupazione e sul ripristino di di corrette mediazioni internazionali. Non certo sulle procedure seguite in qualche remoto tribunale uruguaiano. E nemmeno su certe baruffe lagunari. Le opposizioni mettano il cuore in pace e si riconnettano con la realtà.
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Sigfrido Ranucci (Ansa)
Su Rete 4, il conduttore di «Report» sgancia una presunta bomba contro il ministro: «È stato ospite di Giuseppe Cipriani nel ranch in Uruguay». Il Guardasigilli chiama in diretta per smentirlo. Il giornalista inanella errori e gaffe.
Ucci ucci, sento odore di Ranucci, nel senso di Sigfrido. Brutta bestia l’invidia: c’è chi c’ha gli Epstein files e chi Nicole Minetti, igienista dentale alla corte di Silvio Berlusconi. L’hanno condannata per favoreggiamento della prostituzione e poi l’hanno graziata. E graziosa lo è. La grazia in questo Paese la concede il presidente della Repubblica (articolo 87 della Costituzione); è una sua esclusiva prerogativa e al Quirinale c’è anche un ufficio apposito che studia le pratiche.
Si dà anche il caso che il ministero di Giustizia (gli hanno tolto la dicitura di Grazia proprio perché la Corte costituzionale ha sancito che è incombenza esclusiva del Quirinale) raccolga il fascicolo per gli elementi necessari alla clemenza dopo le indagini della Procura generale e il ministro controfirmi l’atto deciso dal presidente della Repubblica. Ma il grande giornalismo d’inchiesta mica si può fermare ai codici: io, Sigfrido, la giustizia non la faccio, la grido. O magari la sussurro come la rossiniana calunnia: un venticello. Ma sempre per la libertà di stampa! A Rete 4 martedì sera, dalla padrona di casa Bianca Berlinguer, spunta Rula Jebreal che dà la dritta giusta a Ranucci. Sapete che il compagno della Minetti era intimo del pedofilo? Il giustiziere Sigfrido punta subito a Nord-io, nel senso di Carlo ministro della Giustizia iniziatore, ma né istruttore né concessore, della grazia alla Minetti.
Cosa rivela Report? «Una voce poco fa mi ha detto che Carlo Nordio in marzo era in Uruguay ospite del ranch di Giuseppe Cipriani dove ci stava anche la Minetti e dove si organizzano festini», interviene Bianca Berlinguer «con le prostitute». Finalmente abbiamo il nostro Epstein. Carlo Nordio va in Uruguay nel ranch dei «Ciprietti» si fa un paio di ragazzotte, poi anche ombre e cicchetti come usa a Venezia, ritiene la Minetti graziosa, cioè meritevole di grazia, torna a casa e convince Sergio Mattarella a farsi clemente. Ma il pathos deve crescere. Sigfrido lumeggia di avvocati uruguaiani bruciati vivi, di una mamma sparita. Perché la Minetti ha adottato un bambino uruguagio che sta male e Mattarella l’ha perdonata per consentirle di accudirlo. Dunque l’adozione deve essere macchiata di sangue e di mistero: la mamma biologica fatta fuori, i legali ostili ai «Ciprietti» carbonizzati. Chi lo dice? La voce, anzi la fonte di Ranucci che stava lì nel ranch insieme a lui, forse a lei e di sicuro con l’altro che sarebbe il ministro.
D’improvviso, però, al telefono c’è Carlo Nordio che non l’ha presa benissimo - la querela per Ranucci è già pronta - ed esordisce: «Ero a un concerto e mi hanno avvertito di questa vostra bizzarra menzogna». Sigfrido incalza: «Lei era nel ranch in Uruguay a marzo». Nordio replica: «Marzo di che anno?» Ranucci non lo sa, balbetta, ma ripete «Io ho la fonte, l’hanno vista, lei c’era» E la Berlinguer: la fonte, la fonte! Forse serve perché Ranucci ha la salivazione azzerata quando Nordio puntualizza: «Io a marzo facevo la campagna elettorale per il referendum, in Uruguay ci sono andato in missione di Stato l’anno scorso o due anni fa: due giorni a Buenos Aires e una Montevideo, tutti i miei spostamenti sono registrati. Non conosco la signora Minetti, non sono mai stato nel ranch, nella villa o a casa di questi signori: le vostre sono fantasie infamanti». Un cane da Report magari scodinzola ai sinistri, però non molla la preda: «Nega di essere amico di Enrico Cipriani?». Nordio è perplesso: «Vuol dire Arrigo Cipriani (è il padre di Giuseppe in Minetti, ndr)? Avrò cenato nel suo ristorante almeno una quindicina di volte, ma chi non lo conosce a Venezia? Il figlio non lo ricordo». Enrico, Arrigo, stai a guardà il capello, dicono a Roma. Si dà il caso, però, che Arrigo Cipriani abbia assistito Ernest Hemingway mentre scriveva Di là dal fiume e tra gli alberi; se ordini un carpaccio o un Bellini, opti per una ricetta di Arrigo, non Enrico, Cipriani!
Nordio la chiude lì. Ranucci insiste: ho la fonte e domenica a Report sentirete. C’è Epstein (è stato suicidato, sei anni fa) e la Rula incita: «Bravo Sig (abbreviazione di signore?) vai avanti»! La Berlinguer insiste: la fonte, la fonte. Il seguito è l’onorevole Augusta Montaruli - Fdi, vicepresidente commissione vigilanza Rai - che chiede alla Rai di tutelarsi nei confronti di Ranucci; è Nordio che ribadisce la querela; è Sigfrido che fa l’offeso. Bianchina ripete: «Ranucci ha detto che devono verificare, che è una voce». Ma ci si chiede: per sapere della grazia alla Minetti, perché non bussare da Sergio Mattarella che gliel’ha concessa? Ah già: il Quirinale è in salita, meglio puntare a Nord-io.
Pro memoria: Ranucci, come capita a quelli del «fatto separato dalla realtà», aveva già rivelato che il ministro della Giustizia aveva introdotto un trojan nei computer dei magistrati per spiarli. Una bufala, ma la voce era seria. Come Enrico Cipriani.







