Cronache dell'invasione

Dall’omicida al pedofilo, dallo stupratore al rapinatore: ecco chi sono i clandestini condannati che il governo aveva deciso di espellere e che invece ha dovuto riportare in Italia. Adesso sono a spasso.

I recidivi passati attraverso le porte girevoli del centro di Gjader nonostante il pesante bagaglio penale avevano un asso nella manica: la richiesta di protezione internazionale. L’hanno giocato al momento giusto: poco prima del rimpatrio. Un grimaldello. Valutato dai giudici della Corte d’appello di Roma che li hanno riportati in Italia, dove ora sono liberi di portare a spasso il loro know how giudiziario messo insieme in anni di passaggi tra commissariati, aule di tribunale e uffici di polizia, come motivo per non convalidare il trattenimento e bloccare il rimpatrio. Il risultato è un viaggio circolare: dall’Italia all’Albania e di nuovo indietro.

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Migranti Albania: dall'accordo ai centri - Cronistoria di un esperimento europeo
8 novembre 2024: un gruppo di migranti intercettato in acque internazionali intorno all'Italia arriva a bordo della nave Libra della Marina Militare italiana a Shengjin in Albania (Ansa)

Il 6 novembre 2023 Italia e Albania firmano un protocollo per la costruzione di due centri per migranti in territorio albanese, gestiti e finanziati dall'Italia. Obiettivo dichiarato: esternalizzare parte della gestione delle richieste d'asilo per alleggerire il sistema italiano. Il progetto, primo del genere in Europa, prevede centri a Shengjin (hotspot portuale) e Gjader (centro trattenimento ed espulsioni) con capacità iniziale 3.000 persone all'anno.

Dal novembre 2023 all'operatività dei primi trasferimenti nell'ottobre 2024, tra costruzione accelerata, costi (670-680 milioni di euro fino al 2028), sentenze della magistratura che bloccano i trattenimenti, polemiche politiche e attenzione internazionale: questa è la cronistoria completa dell'accordo Italia-Albania sui migranti, dalle origini alle prospettive future.

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Non c’è nessuna norma che affidi ai camici bianchi il potere di decidere chi entra in un Cpr. C’è solo un’indicazione ministeriale voluta da Luciana Lamorgese e Angelino Alfano. E che andrebbe eliminata quanto prima.

In margine al procedimento penale aperto a Ravenna contro alcuni medici accusati di falso ideologico per avere attestato, contrariamente al vero, che le condizioni di salute di un certo numero di stranieri colpiti da provvedimento di espulsione non consentivano di dare attuazione al provvedimento del questore che disponeva la loro collocazione nei Cpr (Centri di permanenza e rimpatrio), appare legittimo chiedersi da quale fonte normativa risulti che l’avvio ai Cpr non possa avvenire senza la previa certificazione sanitaria che ciò sia compatibile con le condizioni di salute degli interessati.

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Piantedosi: «Sicurezza minata da sentenze ideologiche»
Matteo Piantedosi (Ansa)
Il ministro Matteo Piantedosi commenta i pronunciamenti dei giudici di Roma che hanno rimandato in Italia stupratori e pedofili stranieri inviati in Albania: «Il lavoro contro gli irregolari sovvertito da magistrati impegnati in appartenenze correntizie».

Quattro criminali marocchini torneranno in libertà. Omicidi, violenze sessuali, pedofilia, furti, rapine e tanto altro nei curricula di queste risorse che la Corte d’appello di Roma ha deciso di far rilasciare dopo che erano stati trasferiti nei centri di accoglienza in Albania in attesa del rimpatrio. Nonostante fossero stati giudicati colpevoli di tutti questi reati, reiterando i crimini nel tempo, alcuni giudici hanno stabilito che non fosse opportuno che rimanessero nel Cpr di Gjader. Notizia che ha suscitato grande indignazione in ampia parte dell’esecutivo.

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Stuprata e segregata dalla famiglia islamica ma i servizi sociali scelgono di scaricarla
(iStock)
Niente protezione per una pakistana schiavizzata dopo le nozze combinate. Ora che ha denunciato rischiamo un’altra Saman Abbas.

Nell’aula del tribunale di Ferrara cala il silenzio. La donna seduta davanti ai giudici smette di parlare, porta le mani al volto e comincia a tremare. Non riesce più a respirare. L’udienza viene sospesa. Sta raccontando 12 anni di prigionia domestica. E mentre il processo è ancora in corso, la protezione che aveva ricevuto è stata interrotta: i servizi sociali l’hanno dichiarata autonoma. Il suo nome non possiamo farlo, per motivi di sicurezza. La chiameremo Nida. Ha 35 anni, capelli neri lunghi sulle spalle e una voce che si spezza mentre testimonia. «Prima o poi mi uccideranno. Loro mi vogliono trovare. E mi vogliono ammazzare».

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