Ogni tanto ci spiegano che gli immigrati ci pagheranno le pensioni. Il ragionamento si fonda sul fatto che diminuendo il numero di lavoratori attivi e aumentando quello dei pensionati a carico del sistema previdenziale, servono nuovi ingressi che versino i contributi e consentano all’Inps e agli altri enti di garantire l’assegno mensile a chi sta a riposo.
Il discorso apparentemente non fa una grinza, ma se ci si addentra nei numeri si scopre che al momento siamo noi a pagare, e non poco, i migranti. Forse un domani spetterà a loro farsi carico dell’equilibrio dei conti pubblici, ma di sicuro oggi tocca a noi mettere mano al portafogli per tenere in piedi il traballante sistema del welfare italiano.
Ci vuole poco a capirlo e basta prendere spunto dai recenti dati forniti dalla Fondazione Moressa, istituto che da anni studia il valore economico degli stranieri in Italia. Secondo una ricerca sintetizzata dal Sole 24 Ore, gli immigrati versano nelle casse dello Stato, come imposte sulle persone fisiche, 12,6 miliardi di euro, una cifra che rappresenta il 6,4% dell’Irpef totale incassata ogni anno. Apparentemente si tratta di una percentuale cospicua, ma se si va in profondità si scopre che così non è. Innanzitutto chiariamo che i contribuenti stranieri hanno un reddito medio inferiore a quello di chi è nato in Italia: 17.760 euro contro i 26.920 dei contribuenti autoctoni. Il 38% degli immigrati ha un reddito annuo lordo inferiore ai 10.000 euro, mentre il 40% guadagna fra i 10 e i 25.000 euro.
Dunque, già questo ci fa capire che il loro contributo in termini di tasse, ovvero di contributo alle spese di welfare, è molto basso se non nullo. Del resto, se si confronta il numero di contribuenti nati all’estero con la percentuale di Irpef versata si capisce facilmente che l’incidenza delle tasse pagate dagli stranieri sul totale è inferiore alla percentuale degli stessi lavoratori immigrati. A fronte di quasi cinque milioni e mezzo, pari a circa il 12% dei contribuenti, l’Irpef a carico degli stranieri si ferma al 6,4%. Cioè la forza lavoro supera il decimo del totale, ma paga la metà.
Questi soldi, che sono pari a 12,6 miliardi, dovrebbero servire a finanziare i servizi erogati dallo Stato a favore di tutti i cittadini, vale a dire l’istruzione, la sanità, le prestazioni assistenziali, il sostegno al reddito, gli alloggi pubblici, l’accoglienza ai migranti, ma anche la giustizia, la sicurezza, le stesse pensioni e i costi dell’amministrazione pubblica. Beh, se si fa un conto all’ingrosso di tutto ciò, è evidente che 12,6 miliardi non solo non bastano, ma coprono a mala pena un quarto della cosiddetta spesa pubblica di cui gli stranieri usufruiscono. Se infatti calcoliamo che la spesa sanitaria incide per 140 miliardi e attribuiamo alla popolazione straniera un costo pari al 9,2% (che è la percentuale di immigrati sul totale della popolazione) già abbiamo superato l’Irpef versata dai lavoratori stranieri e senza contare i clandestini. È vero che molti extracomunitari sono giovani e dunque meno bisognosi di cure, ma è altrettanto vero che spesso ricorrono con maggiore frequenza ai servizi sanitari d’emergenza. E se poi aggiungiamo l’istruzione, che vale tra i 9 e i 10 miliardi, si capisce che attualmente il costo è superiore al beneficio.
Diciamo che sommando tutto, cioè ogni servizio, compresi gli alloggi popolari, l’assistenza, la sicurezza e la giustizia, la spesa pubblica sostenuta per gli stranieri potrebbe oscillare fra i 30 e i 45 miliardi. Una cifra all’ingrosso, certo, ma di gran lunga superiore, anche nell’ipotesi più benevola, ai 12,6 miliardi di Irpef. Senza contare che oltre il 30% delle famiglie di immigrati va a ingrossare le cifre della povertà che tanto allarmano la Caritas, la Cgil e tutti i partiti di sinistra. Dunque, al momento, l’idea che gli stranieri ci paghino le pensioni è lontana anni luce dal realizzarsi. Ora, come spiegavo, siamo noi a pagare. E non mi pare poco.


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