Tra le norme il ritorno del «modello Albania» e le restrizioni sui ricongiungimenti familiari. Punti cardine: «l’interdizione dell’attraversamento del limite delle acque territoriali» per 30 giorni, prorogabili fino a 180 in caso di rischi di terrorismo o pressione migratoria eccezionale.
Cardinale Matteo Zuppi (Ansa)
Jim Ratcliffe, patron del Manchester United, tuona contro l’immigrazione. E persino i rider stranieri dicono: «Siamo troppi». Ma la Cei non ci sente.
Talvolta è davvero deprimente notare come le sorti dell’Europa e dell’Occidente stiano a cuore a chiunque tranne che alla Chiesa cattolica. Sembra che se ne interessi ad esempio uno come Sir Jim Ratcliffe, ricchissimo proprietario della azienda chimica britannica Ineos e azionista del Manchester United, il quale ha sollevato un vespaio nel Regno Unito per alcune dichiarazioni in materia di immigrazione.
«Non si può avere un’economia con nove milioni di persone che ricevono sussidi e un enorme flusso di immigrati in arrivo», ha detto a Sky News il magnate. «Se si vogliono davvero affrontare i principali problemi dell’immigrazione, con le persone che scelgono di ricevere sussidi piuttosto che lavorare per vivere... allora si dovranno fare alcune cose impopolari e mostrare un po’ di coraggio». Secondo Ratcliffe «il Regno Unito è stato colonizzato dagli immigrati» e ora bisognerebbe «fare cose difficili per rimetterlo in carreggiata, perché al momento non credo che l’economia sia in buone condizioni». Servirebbe a suo dire «qualcuno che fosse disposto a essere impopolare per un certo periodo di tempo per risolvere i grandi problemi». Ovviamente non si sono fatte attendere le reazioni dei laburisti, a partire da quella del primo ministro Keir Starmer, secondo cui Ratcliffe ha detto cose «offensive e sbagliate». Starmer ci ha tenuto a dire che «la Gran Bretagna è un Paese orgoglioso, tollerante e inclusivo. Jim Ratcliffe dovrebbe scusarsi». In realtà, Ratcliffe non ha detto nulla che già non si sappia. Da uomo d’affari si è forse affidato troppo al conto economico, ma nella sostanza le sue dichiarazioni non sono peregrine. E le reazioni dei laburisti sono ipocrite oltre che ridicole. Dopo tutto il Regno Unito ha da poco annunciato che espellerà circa 4.000 immigrati irregolari e da mesi e mesi lo stesso Starmer insiste a volersi mostrare inflessibile nei confronti dei clandestini, oltre ad avere proposto norme più restrittive in materia di immigrazione.
Del resto la maggioranza della popolazione europea si è resa conto, non da oggi, del fatto che l’immigrazione di massa costituisca un grave problema. Lo riconoscono tutti tranne la sinistra e, purtroppo, la Chiesa. Dalla quale, ogni tanto, ci si aspetterebbe qualche parola più decisa sulla disfatta culturale occidentale, magari più approfondita e centrata di quelle pronunciate da Jim Ratcliffe. E invece accade l’esatto contrario. È bastato che il governo italiano annunciasse una nuova stretta sugli ingressi di stranieri - necessaria e in fondo fin troppo moderata - per suscitare la reazione indignata delle gerarchie ecclesiastiche. «C’è la necessità della gestione di un fenomeno epocale, gigantesco anche per i numeri, per quello che comporta, e quindi bisogna saperlo gestire insieme», ha detto il presidente della Cei, cardinale Matteo Zuppi. Il quale ha voluto ripetere che l’immigrazione va gestita «guardando avanti, al futuro, mettendo al centro la persona, coniugando la sicurezza con l’accoglienza. Crediamo che le due dimensioni siano complementari, perché c’è sicurezza quando c’è accoglienza». Siamo sempre lì, alle frasi fatte sull’accoglienza, alle banalità buoniste sulla migrazione come fenomeno epocale a cui rispondere spalancando le braccia. Analoga ma forse peggiore la reazione di padre Camillo Ripamonti del Centro Astalli per i rifugiati, secondo cui «sappiamo bene che l’Europa in declino demografico avrebbe bisogno invece di guardare al processo migratorio come uno strumento anche di rilancio verso il futuro delle proprie politiche e della propria sopravvivenza in qualche modo». Contestando le nuove proposte del centrodestra, padre Ripamonti spiega che il governo sbaglia «per paura e perché non si ha quella lungimiranza che invece sarebbe richiesta in questo momento ai legislatori». Vengono i brividi a sentire un sacerdote cristiano che parla di rimpiazzare gli europei con gli stranieri, servendosi degli immigrati come bacino demografico per l’Occidente declinante. Come si faccia a non rendersi conto del razzismo profondo di tale posizione è davvero un mistero. Eppure nel mondo cattolico sono ancora in troppi a pensarla in questo modo. Anche se dovrebbero essere soprattutto gli uomini di Chiesa - e non i Jim Ratcliffe - a preoccuparsi della colonizzazione demografica e culturale.
A completare il quadro arriva il fenomenale titolo di Avvenire sulla stretta migratoria: «Accoglienza zero», grida in prima pagina il giornale dei vescovi. E va forse perdonato perché non sa quello che fa. Sempre in prima pagina, infatti, il quotidiano della Cei presenta una intervista a Ashqaf, pakistano di 52 anni che di mestiere fa il rider, dichiara affranto «siamo in troppi» e fornisce dettagli agghiaccianti sulla «guerra tra poveri per pochi euro» che vivono i fattorini migranti. Come si fa a non capire che l’esito dell’invasione è esattamente questo? Se esiste la guerra tra poveri è perché abbiamo importato migliaia di persone il cui destino è quello di finire a svolgere lavori sottopagati contribuendo a livellare i salari di tutta la popolazione. È la situazione descritta da Ratcliffe: importiamo poveri che spesso finiscono a confliggere fra loro e nel frattempo pesano sul welfare, rendendo più difficile il sostegno pubblico alla popolazione autoctona. La guerra tra poveri, in sostanza, è la regola, la conseguenza inevitabile dell’accoglienza indiscriminata che i bravi cattolici progressisti continuano a sostenere.
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(Ansa)
Espulsioni più facili e veloci, ricongiungimenti familiari più difficili. E c’è il blocco navale fino a sei mesi in situazione di emergenza. «Chi è a bordo di imbarcazioni sottoposte all’interdizione può essere condotto anche in Paesi terzi»: si rilancia il progetto Albania.
Lo speciale contiene due articoli
Un anno di reclusione, con la condizionale, per l’allora direttrice del Cpr di Torino per conto di Gepsa (la società di gestione) Annalisa Spataro, condannata per omicidio colposo per la morte di Moussa Balde, il giovane della Guinea che il 23 maggio 2021 si tolse la vita in isolamento in quella che è stata descritta come una «cella pollaio» dell’ospedaletto. Assolto invece il responsabile sanitario della struttura, Fulvio Pitanti, con la formula «per non aver commesso il fatto». Ai familiari di Balde sono state riconosciute provvisionali per oltre 420.000 euro. Ma il cuore giuridico della decisione è un altro: i pm Giovanni Caspani e Rossella Salvati, che avevano chiesto di condannare a 1 anno e 4 mesi di reclusione Pitanti e, invece, a 2 anni Spataro, durante il processo hanno tracciato una linea precisa: chi dirige una struttura è «garante della sicurezza» del trattenuto.
«Aveva una posizione di garanzia», è stato ripetuto dall’accusa rispetto alla posizione della Spataro. È su questo perno che sembra reggersi una condanna che introduce una questione rilevante. Perché se la «posizione di garanzia» è in capo a chi dirige una struttura come un Cpr, quella presunta responsabilità non resta confinata in quell’aula di tribunale. Diventa un precedente. Per comprendere il percorso del procedimento, però, bisogna fare un passo indietro. Il 23 maggio 2021, nel Cpr di Torino, Balde si toglie la vita impiccandosi. Era rimasto lì, in isolamento, per nove giorni, per una «sospetta psoriasi». Prima di finire nel centro torinese aveva trascorso un paio d’anni nei centri d’accoglienza liguri. A Ventimiglia era stato inseguito e pestato perché ritenuto autore di un furto. Dopo l’aggressione era stato portato in ospedale e dimesso con una prognosi di dieci giorni per lesioni e trauma facciale. Viene trasferito a Torino. Al suo ingresso nel Cpr viene visitato dal dottor Pitanti. Stando all’accusa, «Balde non avrebbe avuto modo di suicidarsi se fosse rimasto sotto osservazione».
Il ragionamento è questo: la direttrice e il medico avevano un «dovere di protezione» verso un giovane che sapevano reduce da un pestaggio e segnato da una profonda «vulnerabilità psichica». L’inerzia, secondo l’accusa, avrebbe violato uno specifico obbligo di tutela. Dalle indagini sarebbe emerso un ampio ventaglio di censure sulla gestione del Cpr, compreso l’uso improprio degli ospedaletti. Moduli lontani dall’infermeria, privi di un posto di osservazione, che sarebbero stati utilizzati per confinare, anche per lunghi periodi, migranti meno collaborativi o con disturbi mentali. Una prassi organizzativa finita sotto la lente dell’accusa. I giudici hanno escluso la responsabilità del medico. Resta tutto in capo alla direttrice, perché, per dirla come i pm, «era garante della sicurezza di Balde ne Cpr e aveva una posizione di garanzia». E quella «posizione di garanzia» non è una formula retorica. Ma un obbligo giuridico.
Questo, stando all’impostazione dell’accusa, è il passaggio decisivo: se una persona è privata della libertà e non è in grado di tutelare se stessa, l’obbligo di tutela ricade su chi dirige la struttura. «È difficile, senza le motivazioni della sentenza, comprendere in fondo il percorso che può aver fatto il tribunale», premette Mario Esposito, professore ordinario di diritto costituzionale. Sentito dalla Verità, spiega: «È possibile possibile imputare l’evento tragico del suicidio di una persona al fatto che le condizioni fossero tali da indurla? Il suicidio è purtroppo un atto tragico, fatale, che di solito è considerato non prevedibile.
C’è una tendenza, prescindendo dal caso, a una sostituzione dei provvedimenti giudiziari che vorrebbero rimediare a pretesi vuoti o carenze delle normative. È una strada che può far deragliare». E che, infatti, è difficile da circoscrivere in un perimetro preciso. Può questa decisione incidere su chi dirige altri Cpr o addirittura su chi dirige un istituto di pena, dove i suicidi sono quasi all’ordine del giorno? Esposito non lo esclude: «Il rischio è quello di farne uno dei tanti casi in cui si ha paura della firma. Ovvero di chi non vorrà prendersi una responsabilità perché sente la minaccia di finire imputato». Con delle responsabilità che si estendono facilmente.
L’avvocato Gianluca Vitale, che ha rappresentato i familiari di Balde, infatti, ha anticipato: «La sentenza ha riconosciuto la responsabilità dell’ente gestore, ma rimane al di fuori di questo processo la responsabilità dello Stato nella gestione del centro e in tutto quello che lì dentro accadeva, perché non c’era controllo da parte della Prefettura. Questo tuttavia non elimina la responsabilità dell’ente gestore. Spero che questa sentenza possa essere da monito per chiunque voglia gestire luoghi di quel genere che comunque non dovrebbero esistere». Ma c’è un ulteriore rischio concreto, quello di trasformare Balde, per finalità politiche, da vittima in martire. «Nessun risarcimento potrà mai compensare il dolore per la scomparsa di Moussa Balde, ucciso dal razzismo sistemico, la combinazione virulenta tra quello diffuso nella nostra società e quello di Stato». Parole dell’eurodeputata Ilaria Salis. Che introduce proprio uno snodo politico: «In un Paese civile e democratico una sentenza come questa dovrebbe quantomeno aprire un dibattito pubblico serio sui Cpr. Non avverrà, perché chi oggi è al potere ha scelto la disumanità e il razzismo come linea politica».
Chiusura delle acque territoriali fino a sei mesi. Via i telefonini nei Cpr
E blocco navale fu: l’impegno elettorale di Giorgia Meloni che più di ogni altro, per il forte valore simbolico, è stata in questi anni di governo del centrodestra identificata come «promessa mancata», si concretizza. Naturalmente nessuno immaginava, neanche la Meloni al momento di lanciare la proposta, uno schieramento di navi militari che stazionassero h24, per 365 giorni l’anno, al confine delle acque territoriali.
L’argomento è estremamente più complesso, ma il ddl sull’immigrazione approvato ieri dal Consiglio dei ministri su proposta del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, contiene una norma che ha il merito di concretizzare il famoso slogan elettorale. «Nei casi di minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale», recita il testo del ddl, «l’attraversamento del limite delle acque territoriali può essere temporaneamente interdetto (a determinate imbarcazioni, ndr) con delibera del Consiglio dei ministri, su proposta del ministro dell’Interno. Costituiscono minaccia grave: il rischio concreto di atti di terrorismo o di infiltrazione di terroristi sul territorio nazionale; la pressione migratoria eccezionale tale da compromettere la gestione sicura dei confini; le emergenze sanitarie di rilevanza internazionale; gli eventi internazionali di alto livello che richiedano l’adozione di misure straordinarie di sicurezza.
L’interdizione ha carattere eccezionale e temporaneo e una durata non superiore a trenta giorni, prorogabile di ulteriori trenta giorni, fino a un massimo di sei mesi». Dunque, si introduce una sostanziale, decisiva stretta alla possibilità di determinate imbarcazioni, a partire da quelle delle Ong, di trasportare senza alcun freno migliaia e migliaia di clandestini in Italia. E per chi dovesse violare il blocco, sono previste conseguenze pesanti: «In caso di violazione dell’interdizione», si legge ancora, «salvo che il fatto costituisca reato, si applica al trasgressore la sanzione amministrativa pecuniaria del pagamento di una somma da euro 10.000 a euro 50.000.
La responsabilità solidale si estende all’utilizzatore o all’armatore e al proprietario della nave. In caso di reiterazione della violazione commessa con l’utilizzo della medesima imbarcazione, si applica la sanzione amministrativa accessoria della confisca dell’imbarcazione e l’organo accertatore procede immediatamente a sequestro cautelare». Ma c’è di più: «I migranti eventualmente a bordo di imbarcazioni sottoposte all’interdizione», si legge ancora, «possono essere condotti anche in Paesi terzi diversi da quello di appartenenza o provenienza con i quali l’Italia ha stipulato appositi accordi o intese che ne prevedono l’assistenza, l’accoglienza o il trattenimento in strutture dedicate, ove operano organizzazioni internazionali specializzate nei settori della migrazione e dell’asilo, anche ai fini del rimpatrio nel Paese di appartenenza». E qui, non esplicitamente, si parla dei centri in Albania.
Stretta sulla protezione complementare. Per ottenerla serviranno quattro condizioni: periodo di soggiorno regolare di almeno cinque anni, conoscenza «certificata» della lingua italiana, disponibilità di un alloggio conforme ai requisiti igienico-sanitari e una disponibilità finanziaria analoga a quella richiesta per i ricongiungimenti familiari. La domanda sarà comunque rigettata se lo straniero «rappresenta una minaccia per l’ordine e la sicurezza pubblica o per la sicurezza dello Stato o di uno dei Paesi con i quali l’Italia ha sottoscritto accordi».
Novità anche sulle espulsioni: «Il giudice», recita il testo del ddl, «ordina l’espulsione dello straniero ovvero l’allontanamento dal territorio dello Stato del cittadino appartenente ad uno Stato membro dell’Unione europea, oltre che nei casi espressamente preveduti dalla legge, quando lo straniero o il cittadino appartenente ad uno Stato membro dell’Unione europea sia condannato ad una pena restrittiva della libertà personale per i delitti di violenza o minaccia a pubblico ufficiale, resistenza a pubblico ufficiale, violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario o ai suoi singoli componenti, con circostanze aggravanti.
Il trasgressore dell’ordine di espulsione o allontanamento pronunciato dal giudice», si legge ancora, «è punito con la reclusione da uno a quattro anni. In tal caso è obbligatorio l’arresto dell’autore del fatto, anche fuori dei casi di flagranza, e si procede con rito direttissimo». Stretta anche sui ricongiungimenti: «Lo straniero può chiedere il ricongiungimento familiare», si legge, «per il coniuge non legalmente separato e di età non inferiore ai diciotto anni, ma in forza di matrimonio trascritto in Italia, e figli minori». Aumenta anche la soglia di reddito per il familiare che deve essere raggiunto dai familiari. Non manca una norma sull’utilizzo dei telefonini: «Per gli stranieri trattenuti nei Cpr», prevede il ddl, «al di fuori degli orari, degli spazi e delle modalità di utilizzo autorizzate, non è consentita la libera detenzione, all’interno della struttura, di telefoni cellulari, anche di proprietà, i quali sono custoditi da personale del soggetto incaricato della gestione per essere messi a disposizione dell’interessato per il periodo strettamente necessario per l’utilizzo».
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Lo straniero che aggredisce un militare a Catanzaro
L’episodio è avvenuto a Catanzaro, mentre a Cosenza fermato un altro picchiatore seriale di donne. A Bologna, minorenne egiziano con una bomba sotto al letto.
Per alcuni giorni anche la città di Cosenza ha vissuto lo stesso incubo del «picchiatore di San Lorenzo»: donne malmenate in strada e lasciate a terra sanguinanti con il viso tumefatto. Da lunedì gli agenti della questura di Cosenza erano sulle tracce di un ventottenne nigeriano che stava seminando il panico da venerdì scorso e ieri gli agenti del Commissariato di Paola sono riusciti a individuare il giovane che vagava nei pressi della stazione ferroviaria.
I poliziotti gli stavano dando la caccia da quando le immagini delle telecamere di videosorveglianza hanno immortalato un uomo di nazionalità non italiana sferrare un pugno in volto a una donna di quarant’anni in via Caloprese, una delle zone più frequentate del centro cittadino dove ci sono uffici e attività commerciali. L’incubo è iniziato venerdì scorso quando la donna è stata colpita all’improvviso da un uomo alto, «di colore»: mentre lei camminava l’ha aggredita senza motivo tirandole un forte pugno in faccia. La quarantenne è stata immediatamente soccorsa dai commercianti della zona intervenuti e l’aggressore è scappato. Sul posto sono giunti i sanitari del 118 e le forze dell’ordine che da quel momento hanno avviato le indagini. Dalle telecamere, poste in zone, è emersa l’identità dell’uomo che era già noto alle forze dell’ordine e anche al personale sanitario: un ventottenne nigeriano con problemi di natura psichiatrica, senza fissa dimora, e con un permesso di soggiorno per motivi di salute. Era stato sottoposto a Trattamento sanitario obbligatorio per ben due volte ed erano giunte diverse segnalazioni sul suo atteggiamento violento e aggressivo.
Mentre la polizia lo cercava, il nigeriano ha continuato a seminare il panico. In via Medaglie d’Oro, nei pressi dell’autostazione cittadina, in una zona frequentata da pendolari e studenti, ha aggredito una signora anziana in modo inaspettato e violento. Il nigeriano, in un momento di raptus e delirio, l’ha picchiata e presa a pugni. La donna, che stava tornando a casa dopo aver fatto la spesa, è stata trasportata in ospedale per le numerose lesioni, ematomi in diversi parti del corpo. Ha riportato anche una frattura al ginocchio a causa della quale è stato necessario sottoporla a un intervento chirurgico. Lo straniero però, si era reso protagonista di un’altra aggressione sempre in zona autostazione picchiando un giovane bengalese. I poliziotti si sono messi sulle sue tracce cercandolo anche fuori città e, ieri, lo hanno trovato mentre vagava senza meta a Paola, sulla costa tirrenica cosentina. È stato fermato e sarà portato in un Cpr in attesa di essere espulso dall’Italia.
«Risorse» sempre più fuori controllo. Un cittadino straniero ha aggredito un militare davanti alla sede del Palazzo di giustizia di Catanzaro. Il giovane, in evidente stato di alterazione, ha iniziato a inveire contro i militari in servizio davanti al Tribunale fino a colpirne uno. La situazione stava degenerando quando un signore, che ha assistito alla scena, ha iniziato a discutere con lui nel tentativo di riportarlo alla calma.
Escalation di follia nella serata di martedì: un trentenne senegalese voleva entrare a tutti i costi nella Circumvesuviana di piazza Garibaldi a Napoli senza biglietto. Quando è stato bloccato ai tornelli è andato in escandescenza: ha inveito contro due poliziotti e quattro militari dell’esercito impegnati nel progetto Strade sicure. Nel tentativo di calmarlo, il senegalese all’improvviso ha poi morso alla mano una donna in servizio come controllore dell’Eav, l’azienda di trasporto pubblico. L’addetta alla Protezione aziendale è stata soccorsa e portata in ospedale. Il trentenne è stato arrestato. Secondo quanto è stato riferito anche dai vertici dell’Eav, il senegalese era stato più volte segnalato alle forze dell’ordine perché aveva avuto comportamenti pericolosi.
Ma non è finita qui. Un minorenne di origini egiziane, domiciliato nel territorio bolognese, è stato arrestato dai carabinieri della compagnia di Casalecchio di Reno perché nascondeva un ordigno sotto il suo letto. L’arresto è scaturito da una perquisizione domiciliare eseguita nell’ambito di un’attività investigativa avviata dopo una rapina. I militari hanno rinvenuto nell’abitazione del ragazzino un ordigno artigianale, costituito da 26 candelotti di esplosivo legati tra loro con nastro adesivo, nascosto in una valigia che si trovava sotto il letto della sua camera. Considerata l’elevata potenzialità offensiva, è stato richiesto l’intervento degli artificieri per le operazioni di messa in sicurezza. Il materiale esplosivo trovato è stato sottoposto a sequestro da parte dei carabinieri. Su disposizione della Procura del tribunale per i minorenni di Bologna, l’adolescente è stato accompagnato in una struttura minorile, a disposizione dell’autorità giudiziaria. Il gip del tribunale per i minorenni dell’Emilia Romagna ha convalidato l’arresto e ha disposto la misura cautelare della custodia in un istituto penale per i minorenni. Proseguono le indagini per comprendere origine e uso di quel materiale nascosto da un ragazzino.
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Andrea Delmastro (Imagoeconomica)
Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro: «La reclusione nel Paese d’origine di chi commette reati è possibile solo con il consenso del reo. Il ricorso del detenuto contro il provvedimento del giudice non dovrebbe più sospendere gli allontanamenti. Serve più durezza».
«Grazie all’operazione verità, fatta dalla Verità. Sono quotidianamente assediato da richieste di provvedimenti svuotacarceri, sul presupposto che saremmo un sistema carcerocentrico. Se abbiamo circa 60.000 detenuti e 144.822 persone “in area penale esterna”, vuol dire che sono più quelli fuori che dentro».
Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia, interviene sul tema sollevato dal direttore Maurizio Belpietro nell’editoriale di ieri. Uno su cinque di coloro che usufruiscono di misure alternative alla detenzione è straniero. Ci sono 30.279 immigrati, condannati per reati anche reiterati, che restano in circolazione. Liberi di tornare a delinquere come spesso capita. Spedirli in galera sembra un’impresa quasi impossibile e, se ci sono stati, non si conoscono i provvedimenti di revoca delle pene alternative.
Sottosegretario, possibile che non ci sia una soluzione?
«La questione va affrontata soprattutto per i 50.000 stranieri con problemi di giustizia nel nostro Paese: oltre 30.000 in area esterna e 20.000 nelle carceri. Problema ancora più inquietante nel Nord Italia, dove maggiore è la presenza di immigrati. Basti pensare che nella casa circondariale Bozza di Bologna ci sono 377 detenuti italiani e 493 stranieri; al San Vittore di Milano gli italiani sono 318 e ben 621 gli stranieri».
E rispedire nei Paesi d’origine chi ha commesso reati in Italia?
«Le misure possibili sono due. La detenzione nel Paese d’origine di chi commette reati, che prevede però il consenso da parte del detenuto. Può essere d’accordo a scontare la pena ” casa sua”, dove magari ha famiglia, ma non è una strada che offre molte adesioni. Difficilmente chi ha assaggiato la civiltà delle nostre galere decide di tornare in Nord Africa o da dove proveniva».
Non credo che si dimezzerebbe il gran numero di stranieri condannati, che circolano per le nostre strade.
«Bisogna fare accordi. La scorsa settimana abbiamo siglato un trattato bilaterale con la Tunisia che si è resa disponibile, sempre previo consenso del detenuto, all’esecuzione penale presso il Paese d’origine. E stiamo spiegando questa opportunità ai detenuti, nella loro lingua. L’altra misura prevista è l’espulsione».
Ecco, appunto, perché non si ricorre più spesso all’allontanamento dello straniero che delinque?
«L’espulsione deve sempre passare da un provvedimento giudiziale, siamo riusciti ad aumentarne il numero del 20% da quando si è insediato questo governo e del 10% dal 2024 al 2025. C’è una difficoltà esecutiva che stiamo cercando di risolvere, perché gli Stati africani fanno resistenza legale a queste misure. Per loro non sono gravose, in quanto le persone espulse arriverebbero libere, ma invocano problemi di sicurezza. Vogliono il passaporto di chi intendiamo espellere, quando il più delle volte gli immigrati ne sono privi; vogliono essere certi che sia un loro connazionale, avanzano una richiesta molto formale di documentazione. Stiamo lavorando per ammorbidire le procedure».
Quindi, trovando i giusti accordi, l’espulsione è la strada più percorribile?
«Sicuramente. E bisognerebbe far sì che il ricorso del detenuto contro il provvedimento del giudice non sospenda più la misura dell’espulsione, come oggi avviene».
Intanto, come si mette un freno alle aggressioni degli «adulti in area penale esterna», che risultano fuori controllo?
«A fronte della violazione di talune prescrizioni in misura alternativa alla detenzione, bisognerebbe intervenire con più durezza. Ma non compete alla politica».
Lei non lo dice ma è evidente, deve essere la magistratura agire diversamente.
«Sono scelte di un altro potere. Certo, io non da sottosegretario ma da cittadino a volte mi chiedo perché persone che, pur beneficiando di una misura di grande magnanimità e generosità che è quella alternativa alla detenzione, violino le prescrizioni e non finiscano in carcere. La qualificazione giuridica del reato, la meritevolezza della misura alternativa sono fatti interpretativi. Ritengo che i provvedimenti dei giudici debbano essere eseguiti e rispettati, ma possono essere discussi».
Si riferisce a qualche provvedimento recente?
«Sono stranito di vivere in una nazione dove chi prende a martellate un poliziotto non viene imputato di tentato omicidio e beneficia immediatamente di una misura alternativa alla carcerazione preventiva. Non conosco il fascicolo processuale del vicebrigadiere condannato a tre anni per “eccesso colposo nell’uso legittimo di armi”, ma non ho visto altrettanta magnanimità».
Nemmeno le attenuanti generiche gli sono state concesse.
«Che in Italia non si negano a nessuno. A un carabiniere sì? Così come sono stranito che persone che sono già state giudicate per altri reati, pur violando determinate prescrizioni continuino a godere di questi privilegi alternativi. Devono tornare in carcere. Ritengo che i giudici debbano essere inamovibili, indipendenti ma non insindacabili: solo gli ayatollah rivendicano l’insindacabilità. Il premier Giorgia Meloni l’ha detto chiaramente, dobbiamo tutti lavorare per la sicurezza. Noi ci stiamo provando, però ognuno deve fare la sua parte».
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