Quello che è successo a Belfast, dove un immigrato sudanese ha tentato di decapitare in mezzo alla strada un cittadini irlandese è la prova del fallimento del modello europeo sull'accoglienza. E Gianluigi Paragone ricorda come la sinistra ha mascherato e insabbiato per anni le violenze degli immigrati in tutta Europa; ma ora la rabbia della gente normale sta esplodendo. Serve una linea netta che difenda prima di tutto l’identità e gli interessi degli italiani: «I cittadini sono stufi del politicamente corretto. E sull'immigrazione Giorgia Meloni alzi l'asticella». E aggiunge un monito: «La destra non interpreti Vannacci come un nemico».
I radical-chic, davanti ai casi che coinvolgono stranieri, ripetono sempre lo stesso refrain: sminuire, sopire, nascondere. Una propaganda che ha stufato i cittadini, determinati a salvare i propri figli e millenni di civiltà.
Le proteste popolari di Belfast raccolgono il testimone di quelle inglesi conseguenti all’accoltellamento di Henry Nowak. Senza soluzione di continuità. Quando gli episodi si ripetono tutti uguali, vuol dire che non sono più episodi ma, piuttosto, il portato di un conflitto in corso. La risposta dei circoli radical-chic, però, è sempre la stessa: sminuire, sopire, nascondere. Fare sparire tutto nell’oblio del politicamente corretto, che impone di considerarli sempre e comunque solo casi isolati di ordinaria follia e niente altro.
Disobbediamo: riprendiamo per i capelli la vicenda Nowak e proviamo a fare il punto della situazione complessiva di diritto. Magari scopriamo che c’è del metodo nella follia di considerare follia episodi simili. Diciamo due cose alla svelta e alla brava. Per esempio: cosa sia il «kirpan» , cioè il pugnale rituale dei Sikh, lo abbiamo imparato tutti. La cosa che, però, nessuno ci ha ancora spiegato è se si può andare in giro con un arnese simile. I principi in ballo sono due: l’ ordine pubblico e la libertà religiosa. Le possibili risposte normative sono, invece, tre: vietare; permettere; permettere solo a certe condizioni.
In Inghilterra - come purtroppo abbiamo visto - il libero kirpan è perfettamente legale: il Criminal justice act del 1988 ne permette il porto per superiori motivi di libertà religiosa. Esempio preclaro di Paese in cui la cosiddetta «inclusività» (qualunque cosa voglia dire) è stata eletta a principio di sistema. Così anche in Canada: nel 2006 la Corte suprema (causa Gurbay Multani vs Commission scolaire Marguerite-Bourgeoys ) giudicò illegittima la decisione di una commissione scolastica che nel 2001 aveva vietato ai ragazzi sikh di portare a scuola un kirpan di 20 cm e aveva imposto di sostituirlo con un kirpan in legno o in plastica. Investita del ricorso, la Suprema corte canadese decise che il divieto di portare un vero kirpan a scuola era «irragionevole», visto che gli studenti sono comunque a contatto con attrezzi e oggetti pericolosi (forbici, compassi e simili) e che non si può limitare il diritto alla libertà di culto se non in presenza di una minaccia «presente e reale»: il semplice «timore», disse, non può giustificare alcuna compressione del diritto. Ragionamento deboluccio assai, non foss’altro perché estensibile all’infinito, visto che il libero compasso, a questo punto, potrebbe legittimare anche la libera pistola. Perché no, visto che a scuola abbiamo già a che fare con cose pericolose come le matite appuntite ? Oltretutto, valutare di volta in volta se la minaccia sia davvero «presente e reale» può richiedere un margine di tempo che, nei momenti di emergenza, potremmo non avere. Tant’è .
Lo Stato di California, invece, permette il kirpan ma a strette condizioni: nel caso giudiziario Cheema vs Thompson (anni Novanta), la Corte suprema riammise alcuni ragazzi sikh che erano stati espulsi da scuola sempre per via del pugnale che portavano allegramente nei corridoi. Ok al kirpan, disse la Corte suprema, ma a patto che venisse cucito al fodero in modo tale da impedirne l’ estrazione. Inghilterra, Canada, California. Insomma, come si vede, ci sono approcci diversi.
E in Italia? L’ Italia, come sempre, risponde all’italiana, cioè ognuno fa quel che gli garba. Premesso che, secondo le nostre leggi, non si può uscir di casa portando con sé un coltello «senza giustificato motivo», nel 2009 il tribunale di Cremona mandò assolto un sikh armato ritenendo che il «giustificato motivo» fosse la sua libertà di culto (articolo 19 della Costituzione). Nel 2015, invece, il tribunale di Mantova decise all’incontrario, condannando il sikh di turno perché il fatto che il kirpan fosse un orpello religioso non rappresentava affatto un «giustificato motivo» tale da cancellare i rischi per la sicurezza pubblica. La difesa fece ricorso appellandosi al principio della libertà religiosa. E qui viene il punto di interesse: la Suprema corte rispose picche al sikh scrivendo testualmente: «Se l’integrazione non impone l’abbandono della cultura di appartenenza [...] il limite invalicabile è costituito dal rispetto dei diritti umani e della civiltà giuridica della società ospitante [...] Non è tollerabile che l’attaccamento ai propri valori porti alla violazione cosciente di quelli della società ospitante». In un contesto storico meno esasperato, affermazioni del genere sarebbero passate per quel che sono: una semplice espressione di buon senso.
Ma, in una società avvelenata da una propaganda immigrazionista che solo i purissimi di cuore possono ancora credere ispirata da valori di fratellanza universale, le considerazioni ovvie e ragionevoli della Cassazione alimentarono a suo tempo polemiche sulla stampa e nei circoli salottieri «progressisti», che bollarono la decisione come «sentenza mediatica», viziata dalla «rappresentazione ossessiva di un nemico alle porte collegato alle migrazioni di origine extraeuropea», e si fecero tifosi perfino di modifiche legislative allo scopo di affermare «statuti normativi particolari per specifici gruppi» (così la rivista Diritto, immigrazione e cittadinanza del febbraio 2017, pubblicazione dell’area di Magistratura democratica). Tradotto in lingua italiana: lo Stato di diritto dovrebbe essere una specie di supermercato delle norme, ove ognuno prende dagli scaffali quel che gli pare: il diritto europeo per gli europei, la sharia per chi vuole la sharia, il codice di Hammurabi per i Babilonesi, il coltellone per i sikh e così via. Il tutto in nome del relativismo giuridico-culturale ormai imperante in certe latitudini politiche. Addirittura, secondo la critica progressista la sentenza di Mantova era una sentenza da censurare perché aderiva alla «ideologia della diversità culturale degli immigrati».
Fermi tutti: che vuol dire? Vorrebbe dire forse che non esistono «differenze culturali» fra i vari popoli del mondo? Ma, se così fosse, segnaliamo il seguente corto circuito: che le (ovvie) «diversità culturali» fra i popoli del mondo vengono negate proprio da coloro che dicono di volerle difendere. Difenderle vuol dire prenderne atto. Se le culture diverse esistono, vien da sé che non possono essere uguali appunto perché diverse. Ma nel momento in cui una ragionevole sentenza ne prende atto, quella stessa sentenza viene crocifissa perché osa dirlo. Perché dirlo sarebbe - appunto - una «scelta ideologica».
Ci avete capito qualcosa? Ancora: su Questione giustizia del gennaio 2017, rivista trimestrale di Magistratura democratica, Alison Dundes Renteln, professoressa della Southern California University - naturalmente di area liberal - scrive sussiegosamente che sarebbe «globalmente risaputo che il kirpan è un simbolo religioso che, pur somigliando a un coltello, non rappresenta alcun pericolo». Nessun pericolo, garantisce l’illuminata professoressa. Garanzia di ferro. Confidiamo, ma senza sperarci troppo, che davanti al cadavere di Henry Nowak abbia cambiato opinione. A ogni modo, al di là della quota di senno da attribuire a simili elucubrazioni radical-chic, ciò che importa è che in Italia, in questo come in altri casi, è il singolo giudice a dover dare corpo e sangue a norme fin troppo lasche. Con la conseguenza che in questi tempi drammatici, e con le varie tendenze para-ideologiche che agitano ormai apertamente il mondo della magistratura associata, un legislatore veramente tale sarà chiamato sempre più a fissare dei paletti di confine, con norme più rigide e meno esposte alle «correnti» (in ogni senso) dell’interpretazione giudiziaria.
La libertà religiosa - mai come ora - va coniugata con il diritto alla sicurezza fisica di ciascuno di noi. Non si parte da zero: dal 2015 in Parlamento risulta registrata una proposta di legge che subordina il porto del kirpan a patto che la Direzione generale della Polizia di Stato certifichi la sua inoffensività con un segno esteriore visibile. Un po’ l’equivalente del tappo rosso per le pistole giocattolo. È la via californiana di cui si è detto all’inizio: permettere, ma a certe condizioni stringenti. Calibrare, adattare, bilanciare. Governare con le armi della ragionevolezza e non con il pregiudizio ideologico l’inevitabile attrito fra culture e religioni diverse che l’immigrazionismo radicale sta producendo. Insomma: è significativo che il caso Henry Nowak sia avvenuto in Inghilterra, Paese che - come il Canada - è considerato la patria del multiculturalismo e che ha adottato, in nome di un malinteso concetto di libertà, normative piuttosto temerarie. Di multiculturalismo, come si vede, si muore.
Dicevamo che non si fa in tempo a ragionare sulla vicenda inglese che arriva l’ennesima aggressione: a Belfast, in pieno giorno, un sudanese ha tentato di decapitare un passante scelto a caso. Anche qui, come nel caso Nowak o come nel caso di Modena o come nei tanti altri casi che ci sono stati e che, purtroppo, ci saranno, lo choc ha fatto esplodere le proteste popolari. Niente da fare, la risposta dei salotti per bene è la stessa di sempre: è l’«ultradestra» che «cavalca» gli episodi, è uno stato di insicurezza soltanto «percepito». E la soluzione-panacea sarebbe addirittura, secondo qualcuno, quella di intensificare la cultura della «inclusività» a scuola, così i bambini buoni diventeranno tanti adulti buoni e vivremo tutti felici e contenti.
Gli argomenti radical-chic sono troppo uguali e monocordi per non pensare a una regia mediatica centralizzata che affida alla pura propaganda la difesa dell’indifendibile. La verità è che c’è una lotta in corso: da un lato, una corrente ideologica e minoritaria accecata dal pregiudizio antioccidentale che, forte del dominio massmediatico, continua a riproporre impiegatiziamente la litania dell’«accoglienza» totale e acritica, offrendo la sua ingenua foglia di fico a quei megapoteri economici che hanno voluto il flusso per azzerare le conquiste sociali degli anni Sessanta e Settanta. Dall’altro, un movimento popolare sempre più determinato a difendere millenni di cultura europea e ormai anche la vita dei suoi figli, che non accetta più l’invasione di masse umane sradicate, portatrici di culture e religioni opposte: una enorme santabarbara di conflitti e tensioni. È un movimento che non ha alcuna copertura mediatica, non ha stelline della tv o intellò televisivi a sostenerlo. Ma, forse, comincia a non averne bisogno. Dio ci guardi dall’ira dei giusti.
Matteo Piantedosi (Ansa)
I numeri del ministro dell’Interno Piantedosi: «Abbiamo un -77% di sbarchi rispetto al 2023 e un - 52% rispetto al 2025. La strage di Amendolara dimostra che l’immigrazione va gestita: subito controlli straordinari».
Si potrebbe definire la polizia 4.0. L’intelligenza artificiale entra a far parte anche delle forze dell’ordine grazie ai decreti legislativi del governo per l’adeguamento alle normative europee. A darne l’annuncio, ieri in question time alla Camera, è stato il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, che proietta così le forze di polizia in una nuova galassia.
Quella delle massime tecnologie avanzate inventate dall’uomo. «L’obiettivo», spiega il ministro, «è mettere a disposizione delle forze di polizia le funzionalità più avanzate, al fine di migliorare l’efficienza delle loro attività, senza mai sostituire il ruolo e le decisioni umane». Infatti, ogni utilizzo dell’Intelligenza artificiale per la sicurezza deve essere sottoposto a una revisione e sorveglianza umana qualificata. «L’IA costituisce uno strumento di supporto e non un poliziotto automatizzato: le decisioni finali rimangono sempre dell’essere umano. Non è previsto alcun sistema di sorveglianza di massa o di “grande fratello” generalizzato, perché è vietato l’utilizzo di banche dati biometriche», chiarisce Piantedosi.
Il ministro si è poi soffermato sulle azioni di governo in materia di politiche migratorie: «Da un lato la lotta al vergognoso traffico dei migranti e all’immigrazione illegale; dall’altro la promozione di canali di immigrazione legale» e ricorda come sia stato consentito «l’ingresso regolare in Italia di circa 100.000 lavoratori stranieri in tre anni». Circa l’immigrazione irregolare, invece, il primo dato riguarda la riduzione degli arrivi. «Quest’anno, ad oggi, abbiamo un meno 77% di arrivi rispetto al 2023 e un meno 52% rispetto al 2025», assicura Piantedosi. «A fronte di meno ingressi, registriamo un aumento dei rimpatri. Da quando ci siamo insediati, il numero totale dei rimpatri è cresciuto di oltre il 40% e, in questi primi mesi dell’anno, il dato è ancora in crescita, di più del 30% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Ma, soprattutto, è cresciuto il rapporto percentuale tra immigrati irregolari sbarcati e immigrati irregolari rimpatriati: siamo passati dal 3% del 2023 al 10% dell’anno scorso e addirittura al 31% dall’inizio dell’anno». Si registra anche una riduzione dei delitti «calati nel 2025 del 2% rispetto al 2024. Meno 15% omicidi volontari, meno 6% furti e meno 4% rapine».
Il ministro torna sulla strage di Amendolara dove 4 braccianti sono stati arsi vivi, annunciando l’avvio «imminente» di una vigilanza straordinaria in tutta Italia, per «prevenzione e repressione di fenomeni di sfruttamento del lavoro». Piantedosi annota anche che «i presunti autori sono entrati in Italia dal confine orientale nel 2018 e nel 2022, cioè prima che l’attuale governo operasse la sospensione della libera circolazione di Schengen al confine orientale».
Riguardo alla critica mossa dalle opposizioni circa la Legge Bossi-Fini, il ministro sottolinea che «qualsiasi giudizio se ne voglia dare, non ha alcun rilievo rispetto ai fatti di Amendolara. Infatti, tutti i cittadini stranieri coinvolti erano in possesso di un titolo di soggiorno che consentiva loro di prestare un’attività lavorativa regolare».
E ricorda che, dal 2022 ad oggi, «sono state effettuate 1.895 denunce e 346 arresti per il reato di sfruttamento del lavoro, ossia caporalato». Rafforzato poi il corpo ispettivo, passato dalle 3.983 unità del 2022, alle attuali 4.366. Nel triennio 2026-2028 è prevista l’assunzione di ulteriori 300 unità e di 150 militari dell’Arma. «Ciò ha contribuito in maniera determinante a raggiungere nel 2025 il numero di oltre 157.000 ispezioni avviate, a fronte delle 100.000 del 2022. Numeri mai raggiunti in passato. E le sanzioni conseguenti sono raddoppiate rispetto a un decennio fa».
Naturalmente le opposizioni protestano. Davide Faraone, vicepresidente di Italia viva: «Numeri che lasciano allibiti. Non si capisce bene dove il ministro li abbia presi. Le unità aggiuntive di cui parla Piantedosi, o dormono oppure non esistono».
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Imagoeconomica
I connazionali emigrati sborseranno 2.000 euro l’anno per potersi curare in un ospedale della penisola. Ci può stare dato che non versano qui le tasse. Però è ingiusto che i migranti siano assistiti per ogni cosa.
Gli italiani residenti in un Paese extra Ue dovranno pagare duemila euro l’anno nel caso decidano di tornare per farsi curare in un ospedale della penisola. Invece i clandestini che non dovrebbero soggiornare in Italia e andrebbero espulsi potranno continuare a beneficiare del Servizio sanitario nazionale gratuitamente. È uno dei paradossi dell’accoglienza, conseguenza di quell’articolo 32 della Costituzione che tutela la salute come diritto fondamentale dell’individuo, garantendo cure a spese dei contribuenti a chiunque sia ritenuto indigente.
Ovviamente è giusto che un espatriato, seppure di cittadinanza italiana, sia chiamato a pagare nel caso riceva assistenza medica a carico del servizio pubblico. Infatti, se risiede all’estero le tasse le paga nel Paese in cui vive e dunque non può pretendere di godere dei vantaggi di un welfare che i contribuenti mantengono in piedi versando ogni anno migliaia di euro di imposte. Tuttavia, ciò che è giusto in linea di principio poi si scontra con la pratica e, paradossalmente, diventa una discriminazione nei confronti di persone che per lunghi anni sono vissute in Italia e con le loro tasse hanno contribuito a far crescere Pil e servizi. Già, perché agli stranieri senza permesso di soggiorno le cure sono comunque garantite, a prescindere dal reddito e dalla residenza. In teoria, uno straniero può addirittura trasferirsi in Italia proprio per essere curato nei nostri ospedali e nel momento in cui dimostra di non avere soldi può ricevere un’assistenza gratuita a carico del servizio sanitario nazionale.
Quante volte è capitato di trovare i corridoi del Pronto soccorso affollati da clandestini che per di più pretendono di essere curati rapidamente, nonostante i malesseri lamentati non siano da codice rosso? Credo che la fila di stranieri sia capitata a tutti, in quanto spesso gli extracomunitari scambiano il Pronto soccorso per la guardia medica o, addirittura, per il dottore di famiglia e dunque se ne avvalgono anche quando hanno una banale influenza. Beh, sappiate che gli immigrati senza permesso ricevono le cure a spese nostre, anche se non hanno una residenza in Italia e non sono in grado di esibire una carta di credito per pagare ticket o medicinali. Requisiti che invece sono richiesti agli italiani che hanno traslocato fuori dai confini nazionali.
Vi sembra incredibile? Eppure, è così e a ribadirlo, recentemente, è stata la stessa Corte costituzionale. I giudici della legge, hanno stabilito con una sentenza che anche in assenza di un permesso di soggiorno regolare, lo straniero con una invalidità non possa essere chiamato a pagare. Disposizione bizzarra, soprattutto nel momento in cui uno straniero con regolare permesso di soggiorno è tenuto a contribuire al pari degli italiani.
La discriminazione è evidente. Perché è pur vero che centinaia di pensionati si trasferiscono all’estero per godere dei benefici di una tassazione favorevole, ma è altrettanto certo che molti di costoro hanno pagato tasse e contributi per una vita e dunque, anche se espatriati, hanno più titolo per essere curati di un clandestino. Poi c’è il caso dei molti giovani costretti a emigrare, per ragioni di studio o di lavoro. Anche per loro fare le valigie significa sobbarcarsi, nel caso ne abbiano bisogno, del pagamento delle spese mediche in Italia, soprattutto se non sono in grado di dimostrare di essere indigenti.
Obblighi da cui sono invece esentati i migranti, i quali proprio in virtù delle loro condizioni hanno diritto all’assistenza gratuita. Come per altro possono ottenere aiuti per le bollette, corsie preferenziali per gli alloggi pubblici e, qualora abbiano figli minori, pure negli asili. Insomma, è il mondo al contrario, dove lo slogan «Prima gli italiani» è stato trasformato in «Prima gli stranieri».
Con buona pace di quell’altro principio costituzionale che dovrebbe garantire a tutti parità di trattamento.
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Cgil e Anpi chiedono a sindaco e prefetto di vietare il corteo pro remigrazione di sabato a Roma. Il solito copione che impone la censura del dissenso, strillando al razzismo, con tanto di manifestazioni di protesta degli antifa.
Figurati se non chiedevano la censura. Ormai non fa nemmeno più notizia: la ragione sociale di Anpi e Cgil è la mordacchia. Esistono per chiedere che le manifestazioni e gli eventi altrui siano cancellati, osteggiati, vietati. Ed eccoli, puntuali, a chiedere che venga impedita la manifestazione del Comitato remigrazione e riconquista prevista per sabato a Roma. Questi geni hanno organizzato persino una assemblea, il 3 giugno, al fine di compilare una lettera da inviare al sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, e al prefetto Lamberto Giannini.
La formano, oltre ai sindacalisti e ai partigiani Nonna Roma, Arci e «oltre trenta realtà associative antifasciste». Nel testo esprimono «la più netta contrarietà e preoccupazione in merito alla manifestazione annunciata per il 13 giugno a Roma sulla cosiddetta remigrazione, una proposta razzista e xenofoba, in aperto contrasto con i valori della Costituzione, con i principi fondamentali della democrazia e con la natura antifascista della nostra Repubblica. Riteniamo estremamente grave», dicono Cgil e soci, «che nella Capitale d’Italia possano trovare spazio soggetti che diffondono e promuovono il rimpatrio forzato delle persone straniere nei Paesi di provenienza, riproponendo nei fatti ideologie fondate sulla superiorità razziale, sull’esclusione e sull’odio, che richiamano le pagine più oscure e vergognose della storia italiana. Roma è una città multiculturale per storia e per tradizione, da sempre attraversata dall’intreccio di popoli, culture e differenze. È inoltre Città Medaglia d’Oro per la Resistenza. Proprio per questo, lo svolgimento di una manifestazione che intende richiamarsi a una nuova marcia su Roma appare ancora più inaccettabile e provocatorio, perché colpisce direttamente l’identità democratica, antifascista e inclusiva della città».
Insomma, Anpi e sindacato ritengono che «le istituzioni abbiano il dovere di dare un segnale netto, a difesa della convivenza civile, della dignità delle persone e dei principi democratici su cui si fonda la nostra Repubblica». In nome dell’antifascismo e della democrazia, i progressisti pretendono che sindaco e prefetto di Roma intervengano «nei rispettivi ambiti di competenza, affinché venga impedito lo svolgimento di questa manifestazione e di ogni altra iniziativa fondata sull’odio razziale, sulla discriminazione e sulla negazione dei diritti sanciti dalla nostra Costituzione».
La solfa la conosciamo, è la stessa di sempre: se non sei d’accordo con loro, devi essere ridotto al silenzio. Ci sarebbe perfino da ignorarli, se questi continui appelli alla cancellazione delle idee divergenti non avessero ogni volta un effetto. Di solito infatti funziona così: viene annunciata una manifestazione di destra, Anpi e compagni fanno caciara, si alza il polverone e le autorità decidono di spostare la manifestazione per «ragioni di ordine pubblico». È accaduto di recente a Bologna, dove l’evento sulla remigrazione è stato confinato in periferia, perdendo ovviamente appeal. Ma anche qualora il programma non cambi il danno c’è ugualmente: qualcuno che magari avrebbe voluto presentarsi in piazza potrebbe rimanere a casa per evitare problemi. Già, perché non solo i simpatici antifa hanno chiesto la censura. Esattamente come accaduto a Milano in occasione di una manifestazione della Lega, Cgil, Anpi e altri hanno convocato un contro corteo, con tanto di locandina disegnata da Zerocalcare, antifascista di professione al servizio di Netflix.
In pratica i nostri eroi protestano contro altri cittadini che protestano. Fantastico, democrazia in purezza. Come spesso accade, poi, alla contro manifestazione della Cgil se ne affiancherà un’altra organizzata da Potere al popolo e affini. Vecchia tecnica: partigiani, sindacato e sinistra di palazzo forniscono la copertura istituzionale. Poi arrivano gli antagonisti a fare il lavoro sporco. Qualora ci fossero disordini, ovviamente, darebbero tutti la colpa alla destra.
È un sistema patetico, che tuttavia porta ancora qualche risultato. Ha addirittura un piccolo aspetto di utilità: mostra cioè quale sia la funzione esclusiva di Cgil e Anpi. E fa riflettere sul ruolo del sindacato: continua da anni a chiedere frontiere aperte e accoglienza, poi però frigna e si sbraccia se i caporali pakistani bruciano vivi quattro connazionali schiavi. Forse se perdessero meno tempo a chiedere di tappare la bocca agli altri e si occupassero con più serietà dei diritti dei lavoratori oggi saremmo in una situazione diversa e non ci sarebbe bisogno di chiedere la remigrazione.
Quello che Cgil e sinistra tutta non capiscono è che la remigrazione è semplicemente la soluzione più umana e pacifica a un problema che potrebbe provocare ben altre reazioni. Basti guardare che cosa accade nel Regno Unito. Dopo un rifugiato ha cercato di sgozzare un uomo in Irlanda del Nord, a Belfast sono esplose manifestazioni piuttosto ruvide. Altre si sono viste in Inghilterra, anzi si vedono ormai da un paio di anni almeno. Finora i governi d’Albione hanno duramente represso ogni protesta, arrivando a incarcerare perfino chi osava pubblicare commenti online a supporto dei cortei. Il premier britannico Starmer non sembra avere cambiato atteggiamento: ieri ha condannato con durezza i disordini di Belfast. Ebbene, la Cgil (più in piccolo) e Starmer fanno le stesse cose: ostacolano e biasimano chi protesta, e intanto alimentano il caos migratorio. Tacciono di fronte a delitti, stupri e disagi, ma strepitano contro il fascismo immaginario.
Proprio l’Irlanda però dovrebbe offrire una importante lezione. A forza di comprimere il malcontento, a forza di censurare, prima o poi si ottiene una deflagrazione. La remigrazione è l’unico modo per evitarla.
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