Un video di pochi secondi. Tanto basta per fissare un volto e un orario nell’atrio della stazione di Bologna: quello di Marin Jelenic, 36 anni, croato senza fissa dimora. Dormiva nelle sale d’attesa delle stazioni emiliane e lombarde e viveva di espedienti. Da anni in Italia. Niente parenti. Mai lavorato. Sono le 18.03 di lunedì 5 gennaio. È lì, ripreso dalle telecamere di videosorveglianza, pochi minuti prima che Alessandro Ambrosio, capotreno come suo padre (andato da poco in pensione), originario di Anzola dell’Emilia, una laurea in statistica e una passione per la chitarra, venga trovato senza vita nel piazzale Ovest, lungo viale Pietramellara.
Jelenic non è uno sconosciuto. Negli scali ferroviari del Nord Italia il suo nome circola da tempo, legato a precedenti per porto d’armi da taglio e a comportamenti molesti. Ripetutamente controllato perché ubriaco e, pare, anche sotto effetto di stupefacenti. Ripetutamente denunciato perché trovato con un coltello in tasca. Un volto noto, dicono, soprattutto alla Polfer. Un volto che a Bologna era già stato visto, più volte, anche nella zona di piazza XX Settembre, da anni al centro di polemiche sulla sicurezza perché considerata una zona di spaccio e di consumo di crack. A settembre è stata rinnovata la zone rossa, misura voluta dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. È proprio dalle prime verifiche sul croato che emergono i reati commessi vivendo per strada e le ripetute segnalazioni nelle stazioni ferroviarie. È questa familiarità a far scattare l’intuizione: quando viene individuata la sua presenza vicino al luogo dell’omicidio, la figura ripresa dalle telecamere mentre cammina tra i viaggiatori (vestito con pantaloni neri, una felpa grigia con il cappuccio, giacca e sciarpa) viene collegata al croato. Dopo quel primo spezzone di video nell’atrio, le telecamere lo riprendono di nuovo. Al binario 1. Poi mentre si muove verso il piazzale Ovest. È lì che, secondo quanto ricostruito finora, Alessandro trova la morte. Colpito da almeno una coltellata all’addome. Una ferita che non gli lascia scampo. Per Alessandro era cominciato il suo giorno di riposo. Stava raggiungendo l’auto nel parcheggio riservato ai dipendenti di Trenitalia, un’area non accessibile al pubblico, una stradina stretta tra una rete e una cancellata che conduce fuori dal piazzale Ovest. Viene sorpreso alle spalle e colpito. Cosa sia accaduto esattamente non è ancora chiaro. Né cosa abbia scatenato l’aggressione. E neppure se ci sia stata una colluttazione. Negli indumenti del capotreno vengono trovati il portafogli con il denaro e il cellulare. La pista della rapina, quindi, viene subito esclusa. A scoprire il corpo è un dipendente di Italo. Chiama la polizia ferroviaria. Arrivano gli investigatori della Squadra mobile, quelli della Scientifica per i rilievi, il magistrato di turno in Procura, il pm Michele Martorelli. Il corpo è riverso a terra. Il colpo all’addome è stato fatale. Le immagini delle telecamere non aiutano a risalire a un movente. Raccontano però un dettaglio importante: la vittima sarebbe stata seguita per un lungo lasso di tempo e senza un apparente motivo. Un pedinamento silenzioso, che sarebbe culminato nell’aggressione. Negli uffici della Squadra mobile scattano quindi anche degli accertamenti per cercare di capire se tra i due ci fosse stato un precedente. Se il croato in qualche occasione sia stato redarguito da Alessandro. È il pedinamento a farlo sospettare. «Mio figlio non aveva nemici non aveva litigato con nessuno, questo è un delitto inspiegabile», ha però spiegato Luigi, il papà della vittima. Subito dopo il delitto il croato si allontana. Gli investigatori capiscono che ha preso un treno. La foto segnaletica e il suo volto vengono condivisi con tutti gli uffici delle Forze dell’ordine. L’indicazione: probabilmente è salito su un convoglio in direzione Milano. L’ultima volta che è stato inquadrato dalle telecamere a Bologna camminava tranquillo con una birra in mano. Si è fermato per un attimo davanti a un tabellone con gli orari delle partenze e poi si è incamminato verso il binario 1. Il delitto è stato commesso da pochi minuti. Secondo quanto ricostruito, il croato ha preso un treno regionale da Bologna. A bordo si comporta in modo molesto e aggressivo. Con gli altri passeggeri. E anche nei confronti del personale ferroviario. Tanto da costringere un altro capotreno a farlo scendere. Succede a Fiorenzuola, in provincia di Piacenza, poco prima delle 20. I carabinieri lo prendono in consegna. Lo identificano. Poi lo rilasciano. In quel momento le note di ricerca non sono ancora state diramate. Formalmente sul suo conto non c’è nulla che lo colleghi all’omicidio appena avvenuto. È un passaggio che pesa come un macigno. Perché poche ore dopo, verso mezzanotte, scatta un blitz congiunto di polizia ferroviaria e carabinieri alla stazione di Piacenza. Le informazioni danno quasi per certa la presenza di Jelenic sul treno regionale 3930. Gli uomini salgono a bordo. Lo cercano. Ma del croato non c’è traccia. Il sospettato, a quel punto, è sparito di nuovo. Stando alle notizie diffuse da alcune agenzie di stampa (ma non confermate da alcuna fonte ufficiale) ieri notte sarebbe arrivato a Milano (dove era stato fermato e fotosegnalato per l’ennesima volta lo scorso 23 dicembre). Avvistato in stazione centrale. E poi inquadrato di nuovo dalle telecamere, alle 22.40, in piazzale Duca D’Aosta. Proprio davanti allo scalo ferroviario. Le ricerche, ieri, sono ripartite da lì.







