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2026-01-10
«Non andate a studiare a Londra». Abu Dhabi teme gli islamisti inglesi
Keir Starmer (Ansa)
Già lo scorso giugno, segnalava il quotidiano di Londra, il ministero della Ricerca emiratino aveva pubblicato una lista delle università sparse in giro per il mondo, per le quali avrebbe offerto borse di studio finanziate dalle casse pubbliche e garantito l’equiparazione dei titoli di studio in patria. Ebbene: dall’elenco, che includeva Stati Uniti, Australia, Francia e persino Israele, erano invece assenti le istituzioni educative inglesi. Meglio mandare i ragazzi da Benjamin Netanyahu, o magari a stretto contatto con i miliziani antisionisti, piuttosto che a casa di Keir Starmer, nonostante egli abbia bandito alcune Ong pro Palestina, attirandosi le critiche di Human rights watch?
Quando i funzionari del governo di sua maestà hanno interrogato gli omologhi arabi sui motivi dell’esclusione, questi ultimi hanno dichiarato apertamente che la loro non era una «svista», bensì una scelta deliberata: «Gli Emirati non vogliono che i loro figli vengano radicalizzati nei campus», ha spiegato una fonte al giornale della City. Proprio l’ondata di proteste seguita alla guerra a Gaza, peraltro, ha accresciuto le preoccupazioni.
I dati più recenti, riferiti all’anno accademico 2023-2024, parlano di una settantina di studenti dal profilo ideologico considerato meritevole delle attenzioni dello Stato e del suo programma per prevenire il fondamentalismo. Cifre piccole in assoluto, se si considera che la platea totale di iscritti agli atenei è di 3 milioni di persone. Fatto sta che, nell’anno accademico terminato a settembre 2025, nelle università del Regno Unito risultavano presenti 213 emiratini, il 22% in meno rispetto all’anno concluso nel settembre 2024 e il 55% in meno rispetto a quello culminato a settembre 2022.
Sono anni, in effetti, che Abu Dhabi, sotto la guida del presidente Mohamed bin Zayed al-Nahyan, rinfaccia a Londra di non aver voluto mettere fuorilegge la Fratellanza musulmana, protagonista del gigantesco equivoco delle primavere arabe: i movimenti che, alle nostre latitudini, vennero interpretati come un anelito alla libertà e alla democrazia, in realtà si trasformarono in un pretesto per la conquista del potere da parte degli estremisti. Starmer aveva assicurato che la faccenda era sotto «stretta revisione», ma non è stato compiuto alcun passo avanti, a fronte della relazione di undici anni fa, secondo la quale la Fratellanza non era collegata a nessun attacco terroristico e a nessuna attività eversiva sul suolo britannico.
Solo Nigel Farage - il leader del partito sovranista Reform Uk, la cui visita nel Paese del Golfo, lo scorso dicembre, secondo il Financial Times, è stata pagata proprio dal governo emiratino - si è impegnato a vietare l’organizzazione. È anche vero che, tra Emirati e Regno Unito, da un po’ non corre buon sangue. Pure il calcio ha contribuito ad aggravare le fratture: ad esempio, sono piovute accuse di «sportwashing» (il tentativo di sfruttare un’attività ludica molto popolare per lavare l’immagine di una nazione) su Khaldun al-Mubarak, patron del Manchester City.
Gli Emirati non sono gli unici a tenere le antenne dritte sulla Fratellanza musulmana: mentre Londra cincischia, ad esempio, la Giordania, nel 2025, ha chiuso la branca locale della fazione islamista, ha proibito di aderirvi e ha posto agli arresti alcuni membri, accusati di aver collaborato alla preparazione di potenziali attentati.
Anche l’Egitto - al Cairo lo sanno bene, dopo i disordini che portarono alla caduta di Muhammad Mubarak - considera la Fratellanza una fonte di destabilizzazione. E insieme ad Arabia Saudita, Tunisia e Algeria, ha adottato provvedimenti per impedire infiltrazioni di attivisti radicalizzati e scongiurare il reclutamento di combattenti, anche all’interno di scuole e università, sia in patria sia all’estero.
Il Regno Unito, all’opposto, ormai da tempo accetta che, sul suo territorio, corti parallele amministrino il diritto di famiglia basato sul Corano; e solo di recente ha accettato di affrontare le conseguenze dello scandalo delle «grooming gang», gli abusi sessuali di massa sui minori, perpetrati tra il 1990 e il 2010 in varie cittadine, ad opera di immigrati pakistani. Troppo a lungo coperti, in nome dell’antirazzismo e della lotta all’islamofobia. Si possono forse considerare islamofobe pure le monarchie del Golfo? Non sarà mica che chi conosce i Fratelli musulmani li evita?
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Provvedimento paradossale degli Emirati: tagliati i fondi a chi vuole iscriversi negli atenei del Regno Unito per paura del proselitismo dei Fratelli musulmani. Ormai i foreign fighters vengono a formarsi in Occidente...Si è ribaltato il mondo: anziché essere i Paesi occidentali ad aver paura degli estremisti provenienti dai Paesi islamici, sono i Paesi islamici ad aver paura che i loro cittadini vengano a radicalizzarsi in Occidente. Lo «strano ma vero» l’ha segnalato il Financial Times. E lo ha notato anche il vicepresidente Usa, JD Vance, che su X l’ha definito un «titolo assolutamente pazzesco»: gli Emirati Arabi Uniti hanno tagliato i fondi agli studenti di Abu Dhabi che intendono frequentare l’università nel Regno Unito, poiché temono l’influsso della propaganda dei Fratelli musulmani negli atenei britannici. Nel cuore dell’Europa ex cristiana, dove, invece, la sharia soverchia spesso il common law. Altro che Siria e Afghanistan: i foreign fighters vengono a formarsi nel Vecchio continente.Già lo scorso giugno, segnalava il quotidiano di Londra, il ministero della Ricerca emiratino aveva pubblicato una lista delle università sparse in giro per il mondo, per le quali avrebbe offerto borse di studio finanziate dalle casse pubbliche e garantito l’equiparazione dei titoli di studio in patria. Ebbene: dall’elenco, che includeva Stati Uniti, Australia, Francia e persino Israele, erano invece assenti le istituzioni educative inglesi. Meglio mandare i ragazzi da Benjamin Netanyahu, o magari a stretto contatto con i miliziani antisionisti, piuttosto che a casa di Keir Starmer, nonostante egli abbia bandito alcune Ong pro Palestina, attirandosi le critiche di Human rights watch?Quando i funzionari del governo di sua maestà hanno interrogato gli omologhi arabi sui motivi dell’esclusione, questi ultimi hanno dichiarato apertamente che la loro non era una «svista», bensì una scelta deliberata: «Gli Emirati non vogliono che i loro figli vengano radicalizzati nei campus», ha spiegato una fonte al giornale della City. Proprio l’ondata di proteste seguita alla guerra a Gaza, peraltro, ha accresciuto le preoccupazioni.I dati più recenti, riferiti all’anno accademico 2023-2024, parlano di una settantina di studenti dal profilo ideologico considerato meritevole delle attenzioni dello Stato e del suo programma per prevenire il fondamentalismo. Cifre piccole in assoluto, se si considera che la platea totale di iscritti agli atenei è di 3 milioni di persone. Fatto sta che, nell’anno accademico terminato a settembre 2025, nelle università del Regno Unito risultavano presenti 213 emiratini, il 22% in meno rispetto all’anno concluso nel settembre 2024 e il 55% in meno rispetto a quello culminato a settembre 2022.Sono anni, in effetti, che Abu Dhabi, sotto la guida del presidente Mohamed bin Zayed al-Nahyan, rinfaccia a Londra di non aver voluto mettere fuorilegge la Fratellanza musulmana, protagonista del gigantesco equivoco delle primavere arabe: i movimenti che, alle nostre latitudini, vennero interpretati come un anelito alla libertà e alla democrazia, in realtà si trasformarono in un pretesto per la conquista del potere da parte degli estremisti. Starmer aveva assicurato che la faccenda era sotto «stretta revisione», ma non è stato compiuto alcun passo avanti, a fronte della relazione di undici anni fa, secondo la quale la Fratellanza non era collegata a nessun attacco terroristico e a nessuna attività eversiva sul suolo britannico. Solo Nigel Farage - il leader del partito sovranista Reform Uk, la cui visita nel Paese del Golfo, lo scorso dicembre, secondo il Financial Times, è stata pagata proprio dal governo emiratino - si è impegnato a vietare l’organizzazione. È anche vero che, tra Emirati e Regno Unito, da un po’ non corre buon sangue. Pure il calcio ha contribuito ad aggravare le fratture: ad esempio, sono piovute accuse di «sportwashing» (il tentativo di sfruttare un’attività ludica molto popolare per lavare l’immagine di una nazione) su Khaldun al-Mubarak, patron del Manchester City.Gli Emirati non sono gli unici a tenere le antenne dritte sulla Fratellanza musulmana: mentre Londra cincischia, ad esempio, la Giordania, nel 2025, ha chiuso la branca locale della fazione islamista, ha proibito di aderirvi e ha posto agli arresti alcuni membri, accusati di aver collaborato alla preparazione di potenziali attentati.Anche l’Egitto - al Cairo lo sanno bene, dopo i disordini che portarono alla caduta di Muhammad Mubarak - considera la Fratellanza una fonte di destabilizzazione. E insieme ad Arabia Saudita, Tunisia e Algeria, ha adottato provvedimenti per impedire infiltrazioni di attivisti radicalizzati e scongiurare il reclutamento di combattenti, anche all’interno di scuole e università, sia in patria sia all’estero.Il Regno Unito, all’opposto, ormai da tempo accetta che, sul suo territorio, corti parallele amministrino il diritto di famiglia basato sul Corano; e solo di recente ha accettato di affrontare le conseguenze dello scandalo delle «grooming gang», gli abusi sessuali di massa sui minori, perpetrati tra il 1990 e il 2010 in varie cittadine, ad opera di immigrati pakistani. Troppo a lungo coperti, in nome dell’antirazzismo e della lotta all’islamofobia. Si possono forse considerare islamofobe pure le monarchie del Golfo? Non sarà mica che chi conosce i Fratelli musulmani li evita?
Roberto Gualtieri (Ansa)
Un bilancio impietoso, stilato ogni giorno dalle associazioni civiche, da Curaa (Cittadini uniti per Roma, i suoi alberi e i suoi abitanti) di Jacopa Stinchelli a Italia nostra, che ha chiesto una moratoria dei cantieri della metro C per le archeo-stazioni «Chiesa Nuova» e «Castel Sant’Angelo». Si parla di circa 40.000 alberi abbattuti ma il conteggio potrebbe essere molto più alto perché il Comune, dopo essersi fatto sfuggire un bilancio ufficiale provvisorio di circa 17.000 fusti demoliti nei primi due anni di mandato di Gualtieri (che aveva promesso di piantare un milione di alberi), da settembre 2021 a settembre 2023, non fornisce più i dati e, alla richiesta di accesso agli atti, risponde che il sistema è in aggiornamento. Fatto sta che l’«ecocidio», come ormai lo definiscono le associazioni di cittadini, si fa sempre più intenso e ha colpito in maniera impressionante il centro storico della città, vetrina per i turisti che arrivano nella capitale pensando di villeggiare all’interno di un polmone verde. Ma non è così: dopo l’abbattimento selvaggio di pini secolari nella collina del Pincio ad aprile del 2024, il Comune è andato avanti tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 falcidiando 67 cipressi storici a Piazza Augusto Imperatore, accanto a via del Corso. L’intervento, sulla carta finalizzato al restauro e alla valorizzazione del monumento, ha suscitato polemiche per la rimozione del «bosco sacro» degli alberi centenari, gran parte dei quali - hanno denunciato agronomi indipendenti e cittadini - erano sani. Contro l’abbattimento massiccio si è schierato anche Andrea Carandini, archeologo e saggista italiano di fama internazionale, che già a novembre aveva denunciato l’abbattimento dei pini secolari accanto alla Torre dei Conti, parzialmente crollata a seguito dei lavori della metropolitana. A febbraio è toccato ad altri 12 pini secolari in via dei Fori Imperiali, la passeggiata che taglia il cuore archeologico di Roma, collegando Piazza Venezia al Colosseo, museo a cielo aperto di cui quegli alberi costituivano parte rilevante. Tra febbraio e marzo, è stato il turno delle tre paulonie secolari di piazza della Chiesa Nuova, proseguimento di Corso Vittorio, l’arteria che collega l’area archeologica di Largo di Torre Argentina al Vaticano: una delle tre specie aveva 300 anni. Alla potatura dei «tre alberi di Trilussa» sono scattate anche le denunce penali.
Pini, platani, cipressi, paulonie, lecci: la marcia delle motoseghe capitoline non si è fermata neanche davanti al Campidoglio, dove a febbraio sono stati fatti a pezzi altri due esemplari di pinus pinea, dopo quelli già abbattuti nel 2023 che erano finiti perfino nelle cronache del New York Times. A Piazza Pia, di fronte a Castel San’Angelo, è stato sradicato tutto: la veduta aerea è sconsolante e anche nell’area adiacente a piazza Adriana sono scomparse decine di lecci. Gli abbattimenti selvaggi colpiscono l’intera città e le periferie.
Il Comune di Roma si difende: sul sito si parla genericamente di alberi non sani, «morti in piedi», tesi discutibile considerato l’elevatissimo numero di abbattimenti. Non solo: molti abbattimenti avvengono in primavera, quando ogni operazione sarebbe vietata dalla legge 157/1992 che li proibisce in periodo di nidificazione. E quando non sono tirati giù, gli alberi di Roma sono spesso capitozzati, una tecnica esplicitamente vietata per legge dal Regolamento del verde pubblico, puntualmente disatteso. A marzo, l’associazione Curaa ha depositato un ricorso d’urgenza al Tar per chiedere una sospensiva cautelare degli abbattimenti nelle aree vincolate del Municipio 1 (centro storico). Ma il Tar non l’ha concessa, rinviando la decisione a mercoledì prossimo.
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Nel frattempo a Bondeno, in provincia di Ferrara, si è tenuto un incontro promosso dal comitato remigrazione, e di nuovo tutti i progressisti si sono scatenati. Sono arrivate le immancabili richieste alle istituzioni di impedire l’iniziativa, la Cgil ha dato in escandescenze, è stato organizzato un presidio di protesta contro l’evento. Tutto legittimo, per carità: mai una volta, però, che qualcuno da sinistra scelga la via del dialogo e non quella dell’attacco frontale o del tentativo di oscuramento. Del resto i primi a dare l’esempio sono stati i parlamentari di sinistra che hanno fisicamente impedito la conferenza sulla remigrazione alla Camera dei deputati, gesto nobile che è costato cinque giorni di sospensione a 22 deputati, di cui dieci del Pd, otto del Movimento 5 stelle e quattro di Avs. Altri dieci deputati, di cui cinque del Pd e cinque del Movimento 5 stelle, si sono presi quattro giorni di sanzione. E sono ancora lì che gridano contro il fascismo e l’ingiusta punizione.
In estrema sintesi, secondo il pensiero buonista dominante, la remigrazione è tema proibito, proibitissimo. Anche se non prevede alcuna deportazione o discriminazione, bensì un aiuto economico agli stranieri per il rimpatrio volontario, cosa che per altro è già messa in pratica dall’Italia e da altre nazioni europee. In compenso, però, l’immigrazione di massa che continua a produrre morti, sfruttamento e disagi sociali può essere non solo promossa ma pure celebrata in ogni modo.
Piccolo esempio. Giusto un paio di giorni fa, nella prestigiosa sede della Radio Vaticana è stato presentato il Festival della Migrazione, in programma dal 5 al 15 novembre di quest’anno in varie città italiane. Per questa edizione il titolo sarà: «Donne migranti - Vite in movimento tra diritti, cittadinanza, lavoro e culture». Edoardo Patriarca, presidente dell’associazione che gestisce la kermesse, ha spiegato che «il Festival è un’esperienza che continua e un progetto culturale, sociale e politico diffuso sul territorio. Culturale perché tratta i temi del diritto alla mobilità, un’esperienza che è parte integrante della natura umana; sociale perché guarda alla realtà del nostro Paese così come è: multiculturale, multireligioso, multietnico, per costruire una convivialità delle differenze senza dimenticare le tradizioni. Politico, in quanto i flussi migratori sono un fenomeno strutturale che non deve essere affrontato con emergenza, barriere e paure, ma con politiche lungimiranti e orientate al futuro». Ecco, questa è la retorica che bisogna utilizzare quando si parla di immigrazione: bisogna celebrare il multiculturalismo, sostenere che agli sbarchi tocca abituarsi, spiegare che lo spostamento è un diritto. Mai che si faccia cenno a tutti gli orrori e le sofferenze che tale meccanismo produce. Del resto se si dovesse parlare del lato oscuro dell’immigrazione mica si potrebbero organizzare festival e altre belle iniziative con ricchi premi e cotillons. Sappiamo come funziona ormai da anni: la celebrazione delle migrazioni è divenuta essa stessa un business, e ci sono professionisti della propaganda che ne traggono sostentamento e beneficio.
Il Festival della migrazione, per altro, gode del sostegno di numerosi enti pubblici e privati. L’edizione 2025 è stata foraggiata dalla Regione Emilia Romagna e ha avuto il patrocinio di parecchi comuni emiliani, oltre a vantare la collaborazione di atenei prestigiosi: Firenze, Padova, Bologna, Ferrara. Poi ci sono gli immancabili aiuti di banche e fondazioni. Chiaro: basta accodarsi al pensiero dominante e arrivano fondi, spazi e applausi. Che i vari profeti dell’accoglienza usano a proprio vantaggio soprattutto per mandare messaggi politici.
Alla presentazione del festival migratorio, tanto per fare un esempio, ha preso la parola il presidente della Fondazione Migrantes, monsignor Giancarlo Perego, arcivescovo di Ferrara-Comacchio e Abate di Pomposa, che come ogni volta se l’è presa con il governo e pure con le autorità europee tra cui Frontex.
«L’azione di Frontex che doveva essere un’azione di supporto al soccorso, in realtà sta diventando di supporto a quegli accordi con la Libia e con la Tunisia e quindi ai respingimenti», ha detto, «mentre stiamo vedendo come il soccorso sia ancora un’emergenza grave. Così come emergenza grave sono mille morti in tre mesi che non si sono mai avuti dal 2017, quando erano 36.000 le persone che attraversavano il Mediterraneo. Lasciar morire la gente, come abbiamo visto in questo triduo pasquale, in mare è certamente un fatto vergognoso per la politica europea, ma anche per l’Italia». A parte che Frontex servirebbe a proteggere i confini europei e non ad altro, ci si chiede che bisogno ci sia di un festival della migrazione quando Perego e gli altri che la pensano come lui possono esternare il loro pensiero ogni giorno e praticamente ovunque. Se ne deduce che per la propaganda c’è sempre spazio. I problemi sorgono quando emerge un pensiero radicalmente alternativo come quello della remigrazione.
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Jannik Sinner trionfa a Montecarlo (Getty Images)
Sinner batte Alcaraz 7-6, 6-3 nella finale del Masters 1000 di Montecarlo e si riprende la vetta Atp. Primo set deciso al tie-break dopo oltre un’ora, poi la rimonta nel secondo: è l’ottavo titolo 1000 per l’azzurro.
Jannik Sinner torna sul trono del tennis mondiale e lo fa vincendo uno dei tornei più prestigiosi della stagione sulla terra battuta. Nella finale del Masters 1000 di Montecarlo, l’altoatesino supera Carlos Alcaraz in due set, 7-6(5), 6-3, al termine di una partita lunga oltre due ore e combattuta soprattutto nel primo parziale. Un successo che vale il titolo e anche il ritorno al numero uno del ranking Atp.
La sfida si gioca in condizioni non semplici, con il vento a disturbare costantemente il ritmo degli scambi e a rendere complicato il controllo dei colpi. Il primo set è segnato da diversi errori, ma anche da una tensione evidente: i game scorrono senza un vero padrone, tra occasioni mancate e improvvisi cambi di inerzia. Sinner fatica a trovare continuità con la prima di servizio, mentre Alcaraz alterna soluzioni brillanti a passaggi a vuoto, soprattutto con il dritto. L’equilibrio resta intatto fino al 6-6, con entrambi costretti più volte ai vantaggi. Nel tie-break l’azzurro cambia passo: alza la qualità al servizio, prende l’iniziativa negli scambi e si costruisce due set point. Sul secondo, un doppio fallo dello spagnolo chiude il parziale dopo oltre un’ora di gioco. L’avvio del secondo set sembra premiare Alcaraz, più aggressivo in risposta e capace di strappare il servizio a Sinner nel terzo gioco. Il match, però, non prende la direzione che lo spagnolo sperava. Sinner resta lucido, non forza le soluzioni e torna subito in partita con un controbreak costruito sulla profondità dei colpi e su una maggiore solidità negli scambi lunghi. Da quel momento cresce progressivamente, mentre Alcaraz perde precisione e si espone a qualche errore di troppo, anche nei momenti in cui avrebbe la possibilità di consolidare il vantaggio. Il passaggio chiave arriva sul 3-3, in un game lungo e molto combattuto: Sinner si procura più di una palla break e alla fine riesce a convertire grazie a una risposta aggressiva seguita da un dritto decisivo. È lo strappo che indirizza definitivamente la partita. L’italiano, avanti nel punteggio, gestisce con attenzione i propri turni di servizio, senza concedere occasioni, mentre lo spagnolo fatica a rientrare. Nel nono game arriva la chiusura: Sinner sale rapidamente sul 40-0 e, alla prima occasione utile, archivia l’incontro con una prima vincente. È il punto finale di una partita meno spettacolare del previsto ma estremamente solida da parte di Sinner, capace di adattarsi alle condizioni e di leggere meglio i momenti del match. Per lui si tratta dell’ottavo titolo Masters 1000 in carriera, un traguardo che conferma la sua continuità ai massimi livelli.
A fine partita Sinner ha espresso tutta la sua gioia: «Non so da dove cominciare per commentare questa settimana. Sono venuto qui per accumulare più partite possibili in vista dei grandi tornei che si avvicinano e ho ottenuto un altro traguardo incredibile» - ha detto il tennista altoatesino - «Tornare numero 1 è importante per me, ma la classifica è secondaria, voglio vincere trofei». Il campione italiano ha poi aggiunto: «Ho cercato di restare lì mentalmente anche quando ero sotto, è stata una partita di alti e bassi per tutti e due, ma oggi non era semplice per il vento che continuava a cambiare. Questo torneo per me vuol dire tanto. Sono super super contento di avere almeno un trofeo come questo a casa». Il successo di Montecarlo ha anche un peso simbolico: Sinner interrompe la serie negativa contro Alcaraz sulla terra battuta e si riprende la vetta del tennis mondiale. Un segnale importante all’inizio della stagione sul rosso, proprio contro il rivale che negli ultimi anni lo aveva più spesso messo in difficoltà su questa superficie.
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Autorevoli commentatori italiani scrivono che sarebbe necessario un «Re-Made in Italy». Inoltre, Giorgio Parisi, premio Nobel 2021 per la fisica invoca (dal 2025) la creazione di un centro di ricerca europeo sull’Intelligenza artificiale con visione sistemica e non solo settoriale per la seguente argomentazione: l’Intelligenza artificiale non è soltanto una nuova tecnologia computazionale, ma è un fenomeno fisico, energetico e informazionale di scala inedita. Concordo, ma data la quasi certa concorrenza intraeuropea suggerisco di crearne intanto uno in Italia con missione d’avanguardia dedicata alla super robotica multifunzionale. Da un paio d’anni sento crescere nel mondo industriale piccolo e grande l’inquietudine per le strategie di competitività futura globale e una crescente domanda per acquisire un maggiore potere cognitivo sia per la conduzione di un’azienda sia per la sua riorganizzazione interna. Sempre più imprenditori, in particolare giovani, mostrano la consapevolezza della discontinuità in atto. Per inciso, si veda il libro di Giordano Riello e Carlo Pelanda Gestire la discontinuità. Dialogo futurizzante tra imprenditore e professore (Rubbettino, luglio 2025). La società di investimento italiana in cui opero ha creato un fondo in collaborazione con una grande azienda statunitense produttrice di sistemi di Intelligenza artificiale per dare il giusto capitale di sviluppo ad aziende innovative. Semplificando, anche se ora il sistema italiano appare in ritardo nelle statistiche comparative internazionali sul piano dell’adeguamento rapido alla rivoluzione tecnologica in atto, ritengo che il potenziale scientifico-tecnico residente in Italia abbia un’elevata capacità di mettersi nel gruppo di testa mondiale della rivoluzione tecnologica, ma a date condizioni.
Prima di suggerirle, devo citare il caso del sistema robotico Mythos prodotto dall’azienda statunitense Anthropic guidata da Dario Amodei che è la prova concreta della discontinuità in corso: è emerso che Mythos ha la capacità di penetrare tutti gli attuali sistemi informatici e, volendo, anche sabotarli. Consapevole di avere in mano una sorta di bomba nucleare e perseguendo un comportamento etico-prudenziale, Amodei la ha immessa solo selettivamente sul mercato (statunitense) ed in configurazione difensiva contro cyberattacchi. Ciò ha irritato il Pentagono, interessato ad avere il sistema completo, e creato un conflitto tra Washington ed Anthropic dopo informazioni che lo spionaggio cinese è riuscito a rubare alcune parti di Mythos. E ciò è una parte della storia. L’altra parte riguarda le riunioni con toni d’emergenza convocate da Scott Bessent, ministro del Tesoro Usa, e Jerome Powell, presidente della Fed, per valutare la vulnerabilità del sistema bancario americano a nuovi «gizmo» come Mythos. Mossa adeguata perché il tenere segreta una tecnologia così potente è impossibile. Infatti ci sono segnali crescenti che alcune potenze stanno cercando non solo sistemi simili a Mythos, ma anche più penetranti. Questo cenno serve intanto a definire una priorità di adattamento: la guerra sta evolvendo dalla cinetica tradizionale a quella informatica con competizione accelerata per la superiorità sulla seconda. Tale evidenza pone in priorità la sicurezza di tutti i sistemi chiave attraverso i quali si svolge la nostra vita civile. In altri termini, per la sicurezza del prossimo futuro non serve solo uno scudo antimissile e antidroni, ma anche uno cibernetico.
Ma se si capisce anche vagamente come Mythos riesca a penetrare tutto l’esistente elettronico è facile immaginare quanto ampia sia l’innovazione possibile. Sia per sfruttarne il potenziale sia per restare concorrenziali e in sicurezza secondo me servono, in valutazione preliminare, le seguenti soluzioni.
1 Creare un Nasdaq italiano, cioè una Borsa dedicata alla tecnologia che possa incrociare bene capitale di investimento e aziende tecnologiche promettenti, in particolare startup. Dalle mie ricerche ricavo che ce ne sono più di 1.000 residenti in Italia, ma con problemi di capitalizzazione. Già Mario Draghi aveva sostenuto l’urgenza di rivedere le regole che limitano i flussi di capitale di rischio (venture capital) per evitare che le startup europee (qui enfatizzo le italiane) migrassero in America dove il capitale di investimento è più fluido.
2 Unire sicurezza e futurizzazione tecnologica. Tema delicato, ma penso inevitabile usare la concentrazione di capitale per programmi militari e di polizia per ricadute rapide sulla futurizzazione dei sistemi civili, soprattutto, robotica eso, endo, sub e cognitiva.
3 Stimolare una rivoluzione cognitiva di massa per diffondere la cultura tecnica utile a costruire una competenza diffusa, per esempio aumentando i programmi universitari di Terza missione, cioè collegando di più università, centri di ricerca e suole superiori.
4 Competizioni a premio per la robotica operativa e cognitiva meglio performante.
Tanto altro, ma suggerisco questi primi passi futurizzanti.
www.carlopelanda.com
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