Soffitti crollati, sospetti abusi edilizi, accuse di abbandono dei figli, ulteriori verifiche patrimoniali ordinate dai giudici. La guerra tra Ilary Blasi e Francesco Totti (la prossima udienza della causa di divorzio sarà a marzo) continua a riservare sorprese e colpi sotto le cinture. Tutto era iniziato con il tira e molla su rolex e borsette, ma da allora il livello dello scontro è salito notevolmente. Portando anche all’iscrizione del Pupone sul registro degli indagati per abbandono di minore, dopo la denuncia presentata dalla conduttrice tv.
L’ultimo capitolo, rivelato nei dettagli dalla Verità.info e ripreso da Dagospia, riguarda la tipica lite tra padrone di casa e affittuario. La showgirl vive a Roma in zona Eur-Torrino con i figli in una magione di 25 vani (972 metri quadrati di aree coperte), con due piscine, campi da calcetto e da padel. In questo momento Ilary è l’inquilina e Francesco il proprietario. Nella villa, a novembre, è crollato un controsoffitto (come si può vedere nel video esclusivo pubblicato dalla Verità) nella zona dove sono ubicate la sala cinema e la celebre stanza delle maglie da calcio di Totti. Un incidente che ha completamente reso inutilizzabili i locali che, come si vede nelle immagini, sembrano colpiti da un’esplosione. Il cedimento sarebbe dovuto a un’importante infiltrazione di umidità. L’intonaco, cadendo, ha svelato grandi macchie di muffa e disperso un odore insopportabile.
L’inquilina Ilary ha chiesto al proprietario Francesco di mettere mano al portafogli per questo intervento di manutenzione straordinaria che, per legge, spetta al titolare dell’immobile. I due litiganti, sempre a novembre, avrebbero effettuato un sopralluogo con i rispettivi tecnici, senza trovare un accordo. Allora la Blasi, tramite l’avvocato Marco De Santis dello studio Andrea Pietrolucci (specializzato anche in contrattualistica immobiliare), ha chiesto un intervento immediato, attivando un cosiddetto articolo 700 in Tribunale. Il codice di procedura civile spiega che cosa sia questo strumento: «Chi ha fondato motivo di temere che durante il tempo occorrente per far valere il suo diritto in via ordinaria, questo sia minacciato da un pregiudizio imminente e irreparabile, può chiedere con ricorso al giudice i provvedimenti d’urgenza, che appaiono, secondo le circostanze, più idonei ad assicurare provvisoriamente gli effetti della decisione sul merito». In attesa della decisione del giudice Ilary avrebbe chiesto, tramite i suoi legali, un accesso agli atti in Comune per verificare la regolarità urbanistica del manufatto. Infatti i soffitti crollati dovrebbero trovarsi in un’area che sarebbe accatastata come garage (C6), 150 metri quadrati che nel 2011 hanno subito una variazione di classamento.
Nello stesso anno la Bel Eur del costruttore Luca Parnasi ha venduto al Capitano la villa (all’epoca di 36 vani) in cambio di 7.911.700 euro: 2,6 sono stati versati sull’unghia, il restante tramite un mutuo acceso con Unicredit. Recentemente gli avvocati dei due litiganti (sia i civilisti Antonio Conte, Alessandro Simeone e Pompilia Rossi che i penalisti Gianluca Tognozzi e Fabio Lattanzi) hanno provato a trovare un accordo tombale, usando l’immobile come merce di scambio: la Blasi si sarebbe resa disponibile ad acquistare a spese proprie un appartamento, in attesa di essere risarcita al momento della vendita della villa da mettere sul mercato a precise e concordate condizioni. Ma l’accordo non è stato trovato e la casa è, adesso, al centro di questa ennesima querelle. Nei mesi scorsi, come rivelato da questo giornale, l’ex capitano della Roma ha dovuto fare i conti anche con un procedimento per omessa dichiarazione.
l’accusa di sperperi
La Blasi aveva accusato l’ex marito nel procedimento civile di avere sperperato molti denari al gioco (solo in bonifici avrebbe scommesso nei casinò «l’impressionante somma complessiva di 3.324.000 euro»), di avere conti esteri nascosti e di non avere pagato i diritti d’immagine. Alla fine dell’accertamento le Fiamme gialle hanno contestato alcune apparizioni pubblicitarie per il cui pagamento l’ex capitano della Roma non aveva aperto apposita partita Iva pur essendo per lui gli spot un’attività non occasionale.
Totti ha ottenuto l’archiviazione del procedimento dopo avere pagato il dovuto all’Erario, circa 200.000 euro, considerando anche sanzioni e interessi. La difesa della Blasi ha rinfacciato all’ex campione di non aver indicato, nell’autocertificazione iniziale, tutte le «carte di credito e tutti i conti correnti a lui intestati o cointestati o sui quali possa comunque operare». Per gli avvocati ci sarebbe stata un’«omissione gravissima» e adesso il giudice civile nella causa di divorzio ha chiesto a un suo consulente di ricostruire fedelmente la situazione patrimoniale dei due litiganti e le movimentazioni finanziarie effettuate dalla separazione a oggi.
Non è finita. Presso la Procura di Roma pende ancora un fascicolo d’indagine per il presunto abbandono di Isabel, la figlia più piccola della coppia. La bambina, all’epoca settenne, venne lasciata sola in casa dalle 21 alla mezzanotte del 26 maggio 2024 da Totti e dalla nuova compagna Noemi Bocchi. Nell’appartamento c’erano anche i figli di quest’ultima di 12 e 9 anni. Gli adulti erano usciti per cena. A presentare denuncia era stata la Blasi. L’ex ballerina, la sera del presunto abbandono, aveva inviato la madre, Daniela Serafini, sotto la casa del Pupone a controllare la situazione e poi aveva chiesto alla nonna della piccola di allertare la Polizia.
Gli agenti, che attesero almeno mezz’ora prima di intervenire, trovarono in casa la moglie del portinaio, Mandica Cocos, che secondo i magistrati «occasionalmente svolgeva attività di collaborazione domestica».
Gli inquirenti hanno verificato, contrariamente a quanto affermato dalla donna, che la stessa non era in casa di Totti durante la serata e che è «verosimilmente giunta in casa di Totti e Bocchi solo in prossimità delle ore 23.57», ma hanno anche scritto, nella richiesta di archiviazione per il reato di abbandono di minore, che «la Cocos era pressoché sicuramente stata allertata prima dell’uscita di casa di Totti e della Bocchi del fatto che i minori fossero soli in casa e che senz’altro si era resa disponibile in ogni evenienza». Insomma la situazione di mancato pericolo si fonderebbe su un presupposto che non risulta dimostrato negli atti.
Infatti, la pm Barbara Trotta ricava l’esistenza di un accordo da questo ragionamento: «In caso contrario difficilmente Totti e la Bocchi avrebbero potuto ottenere che la stessa si facesse trovare presso l’abitazione prima del loro arrivo». È evidente che ci troviamo di fronte a una mera illazione, mancando la prova della «presa in carico» dei minori da parte di un idoneo «custode».
lo scontro legale
Fabio Lattanzi, avvocato della Blasi, si è opposto all’archiviazione sostenendo che «gli elementi di prova acquisiti dalle indagini preliminari giustificano non solo una richiesta di rinvio a giudizio, ma sono tali da far ritenere non probabile, ma certa una condanna». Secondo il legale la pm «avrebbe dovuto effettuare un sopralluogo e avrebbe dovuto sentire coloro che dalle indagini risultavano essere persone informate sui fatti». Attività che non sono state effettuate, anche se «i minori sono stati lasciati soli per ore all’interno di un’abitazione di molti metri quadri disposta su due piani, con la possibilità per gli stessi di accedere alla cucina e a tutti gli ambienti, esposti, in questo modo, a più di un astratto pericolo». Secondo Lattanzi «l’affermazione circa l’assenza di pericolo» sarebbe, dunque, «errata». Il gip, adesso, dovrà stabilire chi abbia ragione.
Secondo la Cassazione n. 4557 del 12 ottobre 2023 è sufficiente che ricorra un pericolo astratto «il cui elemento materiale è integrato da qualsiasi condotta, attiva od omissiva, contrastante con il dovere giuridico di cura o di custodia». Anche secondo la Cassazione n. 5 dell’11 maggio 2021 è sufficiente il pericolo astratto o potenziale. Secondo la Cassazione del 21 giugno 2011 n. 24849 è, invece, necessario che ricorra un pericolo concreto.
figli incustoditi?
La pm nella richiesta di archiviazione ritiene provato che Isabel sia stata lasciata, insieme con altri due minori di 14 anni, sola in casa per tre ore. Ma cita contraddittoriamente una sentenza della Cassazione del lontano 2007 che si riferisce al «pericolo anche meramente potenziale» e non, invece, la giurisprudenza che richiede l’accertamento di una situazione di pericolo concreto certamente più confacente alla tesi della Procura. Appare più condivisibile la sottolineatura della tardività della richiesta di intervento alle forze dell’ordine fatta dalla madre Ilary («più di un’ora e mezza» dopo la scoperta del presunto «abbandono» da parte della Blasi) che dovrebbe dimostrare che anche la stessa showgirl non avrebbe percepito un «pericolo imminente». In realtà la Blasi potrebbe avere procrastinato la chiamata al 112 nella speranza che Totti e la Bocchi rientrassero nell’abitazione in tempi rapidi e, solo dopo avere constatato che ciò non avveniva, potrebbe avere chiesto alla madre di avvisare la Polizia. Certo è che se il gip decidesse di rifarsi alla prevalente e più recente giurisprudenza, che ritiene sufficiente ai fini della configurabilità del reato il solo pericolo astratto, allora dovrebbe disporre l’imputazione coatta poiché non vi è alcun dubbio che Isabel per circa tre ore «si sia trovata in uno stato di pericolo, anche meramente potenziale, per la vita o l’incolumità», come richiede la giurisprudenza più recente. Infatti, è stata la stessa Procura ad assodare che Totti abbia tenuto una condotta che può integrare il reato di abbandono.
Le immagini del controsoffitto crollato nella villa di Totti: nuova lite con Ilary Blasi
Nella villa all’Eur-Torrino dove vive Ilary Blasi con i figli, a novembre è crollato un controsoffitto, rendendo inutilizzabili alcuni locali. Ecco le immagini esclusive del cedimento. La showgirl ha chiesto al proprietario Francesco Totti un intervento di manutenzione straordinaria e ha attivato un ricorso d’urgenza in Tribunale.
Tra Ilary Blasi e Francesco Totti (prossima udienza del processo per il divorzio a marzo) ci mancava solo la tipica lite tra padrone di casa e affittuario.
La showgirl vive a Roma in zona Eur-Torrino con i figli in una magione di 25 vani (972 metri quadrati di aree coperte), con due piscine, campi da calcetto e da padel. In questo momento Ilary è l’inquilina e Francesco il proprietario. Nella villa, a novembre, è crollato un controsoffitto (come si può vedere nel video esclusivo pubblicato dalla Verità) nella zona dove sono ubicate la sala cinema e la celebre stanza delle maglie da calcio di Totti. Un incidente che ha completamente reso inutilizzabili i locali che, come si vede nelle immagini, sembrano colpiti da un’esplosione. Il cedimento sarebbe stato causato da un’importante infiltrazione di umidità. L’intonaco, cadendo, ha svelato grandi macchie di muffa e disperso un odore insopportabile. L’inquilina Ilary ha chiesto al proprietario Francesco di mettere mano al portafogli per questo intervento di manutenzione straordinaria che, per legge, spetta al titolare dell’immobile. I due litiganti, sempre a novembre, avrebbero effettuato un sopralluogo con i rispettivi tecnici, senza trovare un accordo. Allora Ilary, tramite l’avvocato Marco De Santis dello studio Andrea Pietrolucci (specializzato anche in contrattualistica immobiliare), ha chiesto un intervento immediato, attivando un cosiddetto articolo 700 in Tribunale. Il codice di procedura civile spiega che cosa sia questo strumento: «Chi ha fondato motivo di temere che durante il tempo occorrente per far valere il suo diritto in via ordinaria, questo sia minacciato da un pregiudizio imminente e irreparabile, può chiedere con ricorso al giudice i provvedimenti d'urgenza, che appaiono, secondo le circostanze, più idonei ad assicurare provvisoriamente gli effetti della decisione sul merito».
In attesa della decisione del giudice Ilary avrebbe avviato, tramite i suoi legali, un accesso agli atti in Comune per verificare la regolarità urbanistica del manufatto. Infatti le stanze dovrebbero trovarsi in un’area che sarebbe accatastata come garage (C6), 150 metri quadrati che nel 2011 hanno subito una variazione nel classamento. Nello stesso anno la Bel Eur del costruttore Luca Parnasi ha venduto al Capitano la villa (all’epoca di 36 vani) in cambio di 7.911.700 euro: 2,6 sono stati versati sull’unghia, il restante tramite un mutuo acceso con Unicredit. Recentemente gli avvocati dei due litiganti (sia i civilisti Antonio Conte, Alessandro Simeone e Pompilia Rossi che i penalisti Gianluca Tognozzi e Fabio Lattanzi) hanno provato a trovare un accordo tombale, usando l’immobile come merce di scambio: la Blasi avrebbe dovuto acquistare a spese proprie un appartamento, ma avrebbe dovuto essere risarcita della spesa al momento della vendita della villa da mettere sul mercato a precise e concordate condizioni. Ma l’accordo non è stato trovato e la casa è, adesso, al centro di questa ennesima querelle.
Scene da un patrimonio. La banda di presunti terroristi che, dall’Italia, avrebbe foraggiato a suon di milioni la jihad islamica di Hamas, maneggiava denaro, ma, soprattutto, investiva nel mattone. Una scelta che dimostra quanto fosse mal riposta la fiducia di chi affidava a questi signori gli oboli per Gaza.
Gli specialisti dell’Antiterrorismo, in queste ore, stanno cercando di capire con quali soldi uno degli arrestati nell’operazione Domino della Procura di Genova abbia acquistato, negli ultimi mesi, decine di immobili. Il sospetto è che siano stati utilizzati i fondi degli aiuti per Gaza.
Il che dimostrerebbe che questi denari non erano destinati a una rapida consegna nelle mani dei bisognosi, ma a tutt’altri fini.
Nell’ordinanza di arresto per nove persone, il gip Silvia Carpanini dedica un approfondimento a uno dei soggetti finiti in manette, Adel Ibrahim Salameh Abu Rawwa, accusato di concorso esterno in associazione terroristica, avendo dato «un rilevante contributo all’organizzazione». Ufficialmente l’uomo risulta dipendente dell’Associazione benefica di solidarietà col popolo palestinese (presieduta dal coindagato Mohammad Hannoun), di cui era il «referente per la raccolta delle donazioni nelle regioni del Nordest»: «Dal monitoraggio del Sistema informativo valutario, è emerso che l’indagato è stato oggetto di segnalazione da parte della Uif, in merito all’acquisto all’asta, in un lasso temporale ristretto, di oltre 40 immobili senza peraltro accedere ad alcuna linea di finanziamento», scrive la Carpanini. Un vero e proprio immobiliarista che sulla carta era, però, un semplice impiegato dell’Abspp.
In realtà, consultando l’archivio del catasto, si scopre che Rawwa risulta intestatario, a seguito di decreti di trasferimento immobiliari (successivi a fallimenti) emessi dall’autorità giudiziaria, di 90 immobili complessivi: 55 in provincia di Modena (decreto del tribunale di Modena, 24 maggio 2021) e 35 in provincia di Reggio Emilia (decreto del tribunale di Reggio Emilia, 21 dicembre 2023). Si tratta di 48 fabbricati divisi tra appartamenti di varie categorie (da quelle di tipo civile a quelle di tipo economico), un ufficio, 14 autorimesse, otto tra magazzini, cantine e depositi, cinque fabbricati da ultimare (e quindi non classificati) e 14 terreni agricoli. Il patrimonio a mosaico è concentrato in piccoli e medi comuni emiliani.
L’indagine, portata avanti dalla Digos e dal Nucleo di polizia economico-finanziaria di Genova, oltre che dal Nucleo speciale di polizia valutaria, ha approfondito il ruolo di Rawwa.
Nell’ordinanza viene descritto come l’uomo chiave della raccolta fondi, la cerniera tra Italia e Gaza. Con un peso specifico che emerge dai numeri. Quelli che Hannoun, senza retorica, gli riconosce: «Tu da solo in otto mesi (hai raccolto, ndr) quello che non si è mai raccolto in tre o quattro anni». La risposta di Rawwa è secca: «Sì, è vero, senza contare quelli del Pos e altre cose, sono arrivato a quasi 1 milione e 900.000 euro». Denaro che non resta fermo. E Rawwa non è solo il collettore. È anche lo spallone, l’uomo delle valigie e degli zaini. Le intercettazioni lo collocano più volte nelle sedi dell’associazione. O in giro per le consegne. In un’occasione affida a un complice «la somma di 250.000 euro in contanti» al casello autostradale di Lodi («Non li posso tenere tutti da me», è la giustificazione). Oltre ai contanti aveva raccolto altri 56.000 euro tramite Pos e 22.000 euro in bonifici, «per un totale di 340.000 euro», ricostruiscono gli inquirenti. In un’intercettazione spiega la suddivisione dei soldi: «Ogni pacchetto contiene 5 e sono 30, quindi 150.000». Durante le indagini gli investigatori lo hanno pizzicato mentre porta «uno zaino contenente 180.000 euro» proprio ad Hannoun. Sempre al telefono Rawwa rivendica: «Noi siamo l’unica associazione in Italia che raccoglie fondi per Gaza». Ed è in contatto diretto con Osama Alisawi, ex ministro dei Trasporti di Hamas e cofondatore della Abspp. Rawwa spiega anche che per far passare dall’Egitto una carovana di 28 camion, l’associazione di Hannoun ha dovuto distribuire «86.000 euro di mazzette» ai soldati del Cairo: 2.500 per mezzo, più 400 euro per ogni militare di scorta. E quando la «beneficenza» rischia di diventare un problema, Rawwa lo intuisce. Durante una conversazione invita l’interlocutore a «non parlare di queste cose».
Poi detta la linea: «Noi siamo per gli aiuti umanitari». Subito dopo ammette la pressione: «I nostri telefoni al milione per cento sono intercettati». Quando i conti correnti vengono chiusi, Rawwa trova la soluzione. La strategia è semplice: una nuova associazione «con persone che non devono essere già registrate con la vecchia e che non abbiano nulla a che fare con le manifestazioni (e quindi con le posizioni prese pubblicamente a favore della resistenza palestinese), ma che si occupino esclusivamente di volontariato».
Le foto arricchiscono il quadro indiziario. Nel materiale acquisito compaiono immagini di un anniversario di Hamas, con striscioni delle Brigate al Qassam, e Rawwa è lì, presente. In una delle annotazioni si segnala anche il suo like a un post del già citato Alisawi che esprime soddisfazione per l’eccidio del 7 ottobre.
Nella caccia ai denari di Hamas è entrata anche una storia curiosa, quella di un vaglia postale bloccato dagli investigatori. Nel corso delle indagini finanziarie, è stato scoperto che le maggiori risorse erano state depositate sui conti di Poste italiane Spa, compreso 1 milione di euro dell’associazione Cupola d'oro.
Quando gli indagati hanno mangiato la foglia e hanno capito di essere sotto inchiesta hanno provato a spostare quel denaro da Poste ad altri istituti bancari, utilizzando il vaglia. Ma le banche, allertate dalle forze di polizia, non hanno accettato il versamento. Per questo i soggetti arrestati si sono rivolti all’autorità giudiziaria e hanno ottenuto un decreto ingiuntivo emesso da tribunale di Milano a favore della stessa Cupola d’oro. La parola fine al contenzioso l’ha messa il gip di Genova, con le manette.
Nell’inchiesta, al momento, si contano circa 25 indagati, compresi i famigliari di Hannoun, la moglie e i due figli, che sarebbero stati consapevoli della destinazione reale dei fondi. Gli eredi si sarebbero anche prestati al trasporto di denaro. Tra le persone coinvolte anche la giornalista e orientalista torinese Angela Lano, a cui è contestato il concorso in associazione con finalità terroristica. A casa sua, sarebbero state trovate bandiere con i simboli di Hamas. Nelle carte è citato, anche se non risulta indagato, pure Mohamed Shahin, l’imam di Torino, destinato all’espulsione e poi salvato dalla Corte d’appello. Era in contatto con Mahmoud El Shobky, referente piemontese della raccolta fondi, indagato, ma non arrestato. In una telefonata del 26 luglio 2025, un altro arrestato, Yaser Elasaly, lo rassicura: «El Shobky non sa niente, sa che prendiamo la amana (beneficenza, ndr) e la consegniamo agli sfollati e ai bisognosi».
Shanin, invece, probabilmente sapeva la verità.

















