Tra poche ore sapremo se la riforma dell’ordinamento giudiziario allestita dalla maggioranza di governo avrà superato il vaglio popolare. Chi in queste ore si sta recando alle urne con l’unico obiettivo di azzoppare Giorgia Meloni, rischia di affossare definitivamente l’ultimo tentativo di staccare la magistratura dalle ideologie e le sentenze dalla discrezionalità.
In questa battaglia senza esclusione di colpi la voce più rumorosa è stata quella delle toghe organizzate in correnti e sindacato, capaci di opporsi alle modifiche proposte dal potere politico con forza di partito Il comitato per il No, con base negli uffici dell’Associazione nazionale magistrati e guidato dai capataz delle correnti, ci ha fatto sapere che il 77% delle toghe non fa parte di gruppi. Quindi il 23, rispondiamo noi, decide praticamente tutto. Ma le ragioni della maggioranza silenziosa dei magistrati, molti dei quali favorevoli al Sì, non sono state rappresentate dalla minoranza rumorosa, che ha in mano le chiavi del sistema e delle nomine. Per questo il Fronte del No ha risposto con tanta virulenza all’idea del cambiamento: sorteggiare i componenti del Csm e far giudicare gli errori delle toghe da un’Alta Corte disciplinare esterna al Csm priverebbe le correnti della loro stessa ragion d’essere ovvero dello ius decidendi sulla vita professionale dei magistrati (dalle promozioni alle sanzioni). In questa lotta per la sopravvivenza, molti pm e giudici hanno preferito non esporsi e lasciare il palcoscenico ai difensori dello status quo, i quali occupano tutti i principali ruoli decisionali della categoria. Difficile, quindi, far emergere verità alternative.
Per fortuna una cinquantina di toghe, attive o in quiescenza, in rappresentanza di mondi e sensibilità diversi (cattolici conservatori, progressisti riformatori e persino ex grillini) sono uscite allo scoperto per provare a liberare la magistratura da queste incrostazioni ideologiche e consentire la realizzazione di quel giusto processo con giudici davvero terzi e imparziali agognato dai Padri costituenti e dai loro epigoni, come l’ex Guardasigilli Giuliano Vassalli che aveva tracciato il solco per la separazione delle carriere dei magistrati e per l’effettiva equiparazione di accusa e difesa. I Cinquanta si sono fatti portavoce di una vera e propria rivoluzione culturale e hanno provato a rispondere con argomenti concreti alle infinite fake news del Fronte del No che annunciava peste e cavallette.
Sono scesi in campo Antonio Di Pietro e l’ex procuratore generale della Cassazione Luigi Salvato, i consiglieri del Csm Andrea Mirenda e Isabella Bertolini e il presidente di sezione della Cassazione Giacomo Rocchi, l’ex presidente della Corte d’Appello di Roma e del Tribunale di Torino Luciano Panzani e il capo dipartimento del ministero Antonio Sangermano, ma anche i procuratori Giuseppe Capoccia, Alfonso D’Avino, Antonio Gustapane e Antonello Racanelli.
Al loro fianco si sono schierati tanti colleghi impegnati tutti i giorni a mandare avanti la giustizia da magistrati «semplici» in territori di frontiera. Tutti insieme, come voci di un unico coro, hanno iniziato a spiegare per iscritto su questo giornale che la riforma non è un tentativo di mettere sotto il controllo dell’Esecutivo la magistratura, ma di dare definitiva attuazione al cosiddetto sistema accusatorio introdotto nel nostro Paese nel 1989, in base al quale accusa e difesa dovrebbero trovarsi sullo stesso piano. Il risultato è stato un puzzle di articoli spesso bellissimi, ma soprattutto onesti e ricchi di aneddoti e di vita vissuta. La ciliegina sulla torta è stata l’intervista al presidente emerito della Corte costituzionale, Augusto Barbera, che ha confermato, se ce ne fosse stato bisogno, che i veri riformisti votano Sì, mentre chi vuole mantenere un sistema nato con il fascismo e improntato alla necessità di un controllo del manovratore sulla giustizia vota No. È stata la parola definitiva.
Che ha chiuso una campagna referendaria piena di sgambetti e colpi bassi. Il procuratore di Napoli Nicola Gratteri ci ha fatto sapere che «voteranno per il Sì indagati, imputati, massoneria deviata e centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente». Poi abbiamo scoperto che una delle toghe impegnate nella battaglia per il No era il pregiudicato Piercamillo Davigo, seguito a ruota («Il rimedio è peggiore del male») dall’ex piduista e pluripregiudicato Luigi Bisignani, finito pure nelle maglie dell’inchiesta sulla cosiddetta P4. Il segretario generale dell’Anm Rocco Maruotti è persino riuscito a collegare in modo ardito l’uccisione da parte della polizia di un attivista Usa alla «riforma Meloni-Nordio». Per fortuna, i Cinquanta, invece, di perdere tempo a terrorizzare i cittadini, vaticinando future dittature e deportazioni di pm, hanno preferito spiegare, testo costituzionale alla mano, che cosa cambierà con la riforma. Lo hanno fatto con competenza e pazienza. Qualcuno ci ha messo più cuore, qualcun altro ha preferito entrare nel dettaglio delle norme. Ma tutti si sono segnalati per chiarezza e preparazione. I nostri lettori, grazie a loro, hanno capito davvero su cosa siamo chiamati a votare. Anziché alzare polveroni i nostri editorialisti e intervistati hanno voluto evidenziare l’occasione offerta dalla riforma: una modernizzazione dell’ordinamento giudiziario, ma soprattutto dell’intero Paese. Per questo ringraziamo questi magistrati che hanno permesso ai nostri lettori di comprendere il vero spirito della legge. L’unica cosa che potete fare per non rendere inutile il loro sforzo è ascoltarli e andare a votare Sì.
Gli audio choc del sostituto procuratore generale della Cassazione, Mario Fresa, pubblicati ieri dalla Verità, hanno scosso anche i timpani dei consiglieri del Csm che appena tre mesi fa avevano votato contro il trasferimento del magistrato dal Palazzaccio per incompatibilità ambientale.
Da parte sua il procuratore generale della Cassazione, Piero Gaeta, non aveva ritenuto necessario avviare l’azione disciplinare (che deve valutare anche il possibile vulnus all’immagine della magistratura, a prescindere dai risvolti penali), nonostante la controversa vicenda che coinvolgeva una donna ucraina che, dopo una serata passata in compagnia del magistrato, contemporaneamente amante e datore di lavoro, era stata trovata ferita sul lungomare di Fregene.
Le carte del procedimento aperto a Civitavecchia avevano registrato una vicenda con punti oscuri, che, però, non avevano portato al rinvio a giudizio di Fresa soprattutto per mancanza di denuncia. Alla fine l’uomo ha incassato 12 voti a favore e 7 contrari, mentre sei consiglieri si sono astenuti. All’epoca il togato del Csm Marco Bisogni aveva ammesso che la delibera lasciava «la porta aperta se dovessero esserci sviluppi». Mentre per la collega laica Isabella Bertolini aveva sottolineato che «su questa vicenda occorre una riflessione profonda».
silenzio d’attesa
Ieri nessuno dei consiglieri del Csm ha accettato di rilasciare dichiarazioni ufficiali sul caso per evitare accuse di violazione del silenzio elettorale connesso al referendum sulla riforma dell’ordinamento giudiziario. Ma, comunque, un paio di membri di Palazzo Bachelet ci hanno confessato che, subito dopo il voto di oggi e domani, chiederanno l’apertura di una pratica sulla complessa vicenda per capire se Fresa sia ancora in grado di svolgere con serenità il proprio lavoro.
Intanto prosegue la battaglia legale tra Fresa e l’ex coniuge, che chiameremo B.. La donna, di origine sudamericana, il 16 marzo, è stata convocata dai carabinieri per l’identificazione e la nomina del difensore in quanto indagata per inosservanza al provvedimento del giudice civile che ha prescritto l’affido condiviso del figlio. Infatti da luglio la signora sta provando a impedire all’uomo di vedere il bambino di sette anni, temendo, sostiene, per l’incolumità del piccolo. Ma, come vedremo, assistenti sociali e Tribunale non hanno ravvisato situazioni di pericolo.
L’estate scorsa il bambino era tornato da casa del padre con un bernoccolo. B., per questo, lo aveva portato al Pronto soccorso e, il 26 luglio, aveva presentato denuncia presso la stazione dei carabinieri. «Mio figlio mi ha raccontato che erano venuti degli agenti […] presso l’abitazione […] forse allertati dai vicini che avevano sentito il signor Fresa litigare con la signora N.. Il bambino gli era vicino mentre litigavano e, credo accidentalmente, ha ricevuto un forte colpo con il gomito dalla signora», fa mettere a verbale B.
Ma è lo stesso Fresa, in una chat con la moglie, sostanzialmente, ad ammettere il fatto, almeno in parte: «Ciao, ti tranquillizzo nel senso che» il bambino «non ha assistito ad alcuna colluttazione. Stava tranquillamente giocando con N. quando, accidentalmente, le ha dato una testata. N. a quel punto si è messa a urlare e i vicini hanno chiamato il 118. Hanno quindi constatato che» il piccolo «non aveva nulla e sono andati via. N. insisteva che si era fatta male, ma pure lei non aveva alcun segno. Anche il referto che leggo conferma che» il bambino «sta bene e non ha nulla».
Certo, non tutti i vicini chiamano la polizia o il 118 se nell’appartamento a fianco un ragazzino si scontra fortuitamente con una signora di cinquant’anni. Le urla di quest’ultima devono essere state davvero forti per indurre i vicini a chiamare i soccorsi e forse difficilmente spiegabili con la ricostruzione offerta da Fresa. Detto questo, i giudici devono avere creduto più al loro collega che all’ex moglie sudamericana, definita da Fresa, nota toga progressista, «straniera morta di fame».
Il gip di Roma, Giuseppe Boccarato, il 22 ottobre 2025, ha accolto la richiesta di archiviazione della pm Valentina Bifulco del procedimento nato dalla denuncia presentata da B. il 30 gennaio 2024 e delle integrazioni di querela del 22 febbraio e del 12 marzo 2024, evidenziando che, «escussa a sommarie informazioni testimoniali il 3 luglio 2024, S. B., già collaboratrice domestica di Fresa, dichiarava di non aver mai assistito a umiliazioni della querelante da parte dell’indagato ma, al contrario, di aver riscontrato l’esatto contrario», dal momento che sarebbe stata l’ex consorte «che dava fastidio al signor Fresa quotidianamente». Il gip ammetteva che «le 28 registrazioni effettuate dalla querelante nel corso di circa 4 anni» documentavano «il coinvolgimento del minore nelle dinamiche conflittuali che agitavano i genitori», ma sosteneva che «alcune frasi obiettivamente ingiuriose e denigratorie pronunciate da Fresa nei confronti» dell’ex moglie, «in alcune occasioni anche alla presenza del figlio o della collaboratrice domestica», non consentivano, «per la loro episodicità e per la valutazione resa dal consulente tecnico d’ufficio nel giudizio civile, di […] ricondurre le condotte nell’ambito dell’ipotesi delittuosa di maltrattamenti in famiglia».
Da parte sua, il giudice Francesca Cosentino della sezione famiglia del Tribunale civile della Capitale ha rigettato la richiesta di modifica delle condizioni della separazione avanzata da B. evidenziando come «non si ravvisino gli estremi per sospendere o limitare la frequentazione di Fresa con il figlio non riscontrandosi provati elementi di criticità tali da dover assumere un provvedimento di modifica delle statuizioni vigenti sul punto, anche considerando il ridimensionamento della vicenda per come si desume dalle stesse deduzioni della difesa» di B. «che chiedeva, in un secondo momento, di escludere solo i pernotti». Il giudice ha anche raccomandato ai genitori di «evitare di coinvolgere il figlio minore nelle dinamiche conflittuali, all’evidenza ancora esistenti tra loro» e a B. di osservare «le disposizioni stabilite nella sentenza di separazione». Che, però, la donna non avrebbe rispettato.
sesso con altre donne
L’ex moglie, però, non si è demoralizzata e il 30 gennaio è tornata alla carica con un’altra denuncia, convinta della pericolosità dell’ex marito, chiedendo ai magistrati di Roma di valutare una eventuale responsabilità penale di Fresa per «maltrattamenti, almeno sotto il profilo psicologico, in danno di un bambino» e ha denunciato «l’ambiente e le condizioni di vita che lo stesso Fresa ha creato e tollera nella sua abitazione di Roma, tali da porre a rischio lo sviluppo armonico e ordinato della personalità morale e psicologica» del bambino.
Nella querela, B. ricostruisce gli anni del matrimonio: «Sebbene Fresa abbia tenuto relazioni sessuali con altre donne, imponendomi una convivenza con esse nella stessa casa coniugale, malgrado le violenze fisiche e le ingiurie quotidiane, avrei continuato, soprattutto nell’interesse di nostro figlio, a sforzarmi di smussare gli spigoli del suo carattere, purtroppo facile ad esplosioni di violenza. Per questa ragione ho cooperato affinché fosse archiviata una prima denunzia per maltrattamenti». Il rapporto sarebbe stato definitivamente interrotto nel marzo del 2024 dopo l’amara constatazione che una donna «assunta come badante» sarebbe, in realtà, diventata la sua «concubina». B. ammette di avere valutato male l’ex marito: «Avrei dovuto da prima comprendere la sua distorta struttura psicologica sul piano strettamente sessuale dalla proposta, ripetuta, di un rapporto a tre con una escort convocata al bisogno». Fresa le avrebbe rivolto pressoché quotidianamente «espressioni offensive improntate a un disprezzo venato da superiorità razziale», minacciando anche di farla espellere dall’Italia, essendo lei una cittadina extracomunitaria «incapace di sostentamento autonomo».
B. si è dilungata anche sul rapporto tra Fresa e N., che avrebbe evitato di denunciare il compagno per il rapporto economico che la lega a lui, poiché percepirebbe «una retribuzione di oltre 2.000 euro mensili quale infermiera personale». Accuse gravi tutte da verificare. Nella denuncia, la donna riporta la presunta confidenza, raccolta de relato, di una baby sitter brasiliana che avrebbe stazionato a casa Fresa per pochi giorni, prima di darsela a gambe: «La donna aveva lasciato il lavoro dopo che Mario e N. si erano introdotti di notte nella sua stanza completamente nudi, proponendo un incontro a tre».
insulti alla docente
L’ex moglie ritiene significativi anche alcuni comportamenti tenuti da Fresa durante le sedute di psicoterapia famigliare previste nella sentenza di separazione. Durante uno degli incontri con una docente universitaria Fresa ha perso il controllo e, a voce alta, è sbottato: «Ma come lavora professoressa?». E accusandola di non sapere riconoscere gli atti, si è rivolto alla professionista in modo poco urbano: «Ma questa è una sentenza secondo lei?». La donna, giustamente, si inalbera: «Le chiedo di riparare rispetto a quello che mi ha detto altrimenti oggi chiudiamo e io relazionerò (il Tribunale, ndr) sul motivo per cui chiudiamo […] Lei mi ha detto che io non so lavorare».
Fresa si rimette a gridare: «A me lo dicono tutti i giorni che non so lavorare, però, c’è gente anche che mi ringrazia. Lo sa di che cosa mi sono occupato io oggi? Mi sono occupato di 47 minori stuprati dalle suore e adesso mi devo occupare anche di queste stupidaggini. E mi hanno anche ringraziato i padri e le madri perché li ho salvati dopo che la Chiesa per anni...». In teoria i pm della Cassazione non devono occuparsi di salvare nessuno, al massimo devono accogliere o respingere ricorsi e la notizia delle «suore stupratrici» non l’abbiamo trovata su nessun giornale. Ma forse abbiamo cercato male noi.
lo scontro
A questo punto Fresa si prende gioco della docente («È bravissima, è la migliore psicoterapeuta del mondo») e la specialista lo rimette al suo posto: «Non usi il sarcasmo con me che non me lo merito». Quindi chiede al magistrato di riconoscere «il grave errore». In un’altra seduta, Fresa fa ascoltare alla professoressa una registrazione realizzata durante un colloquio con il figlio in cui gli pone domande come queste: «Ti ha tolto il giocattolo per metterti in punizione, mamma?»; «Ma tu le hai detto che non avevi fatto niente, perché t’ha trattato così male, mamma?»; «Ma s’è arrabbiata, ti ha dato degli schiaffi, mamma?»; «Tu stai soffrendo molto in questi tempi, anche perché non vedi papà, stai soffrendo?». La psicoterapeuta prima le definisce «domande induttive», poi prova ad arginare il magistrato: «Oddio, guardi… glielo dico nel suo interesse… se lei fa sentire queste registrazioni…». L’uomo insiste e allora lei è costretta a fermarlo con risolutezza: «Basta… non voglio più sentire niente, le consiglio di far ascoltare (le registrazioni, ndr)» alla sua consulente tecnica di parte, «la quale le consiglierà di non farle sentire perché sono piene di domande induttive…». La professoressa suggerisce anche il parent training dove «un professionista dà informazioni ai genitori sulle conseguenze dei loro comportamenti», concedendo che anche «nelle migliori famiglie può capitare che non si osservi un confine giusto tra adulti e bambini». B. conclude: «Questa è una cosa grave nei confronti del bambino, e il papà lo sa essendo magistrato da 38 anni».
La toga rossa «salvata» dal Csm al figlio di 5 anni: «Tua madre è una straniera morta di fame»
Mario Fresa, consigliere di Cassazione, teorizzava la questione morale, ma è stato indagato per percosse su due donne. I colleghi l’hanno lasciato al suo posto. Ecco gli audio choc.
«Tua madre è la classica straniera morta di fame che viene in Italia, si sposa un ricco e famoso e dopodiché gli rovina la vita e si vuole fottere pure il patrimonio. Questo è mamma tua. Però con me purtroppo ha sbagliato». È l’1 novembre 2023 e questa è l’educazione poco siberiana e molto latina impartita al figlio di 5 anni da Mario Fresa, un magistrato considerato per anni uno dei campioni del progressismo in toga. Un uomo che appena tre mesi fa è uscito indenne, davanti al Csm, da una richiesta di trasferimento d’ufficio «per incompatibilità ambientale e/o funzionale». Una dolorosa vicenda che, di fronte agli audio che La Verità pubblica oggi sul suo sito, rischia di diventare la prova provata dell’inefficacia della giustizia disciplinare in house del Csm.
Clicca qui per ascoltare il secondo audio.
Un problema che il governo sta provando a risolvere con l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare indipendente da Palazzo Bachelet. Una riforma che gli italiani, con il referendum del 22 e 23 marzo, dovranno approvare o bocciare. Nel 2020 l’allora moglie, una donna sudamericana, aveva denunciato Fresa per violenza, dopo essersi presentata con un occhio nero al pronto soccorso, ma poi ha ritirato la querela, facendo chiudere il procedimento per percosse e maltrattamenti in famiglia. Poi ha presentato una seconda denuncia, e si è recentemente opposta all’archiviazione. La vicenda è finita davanti alla sezione disciplinare del Csm, che ha riservato a Fresa un buffetto, togliendogli due mesi di anzianità professionale per le lesioni causate all’ex moglie. Il magistrato, come rilevano gli atti del procedimento, «pur negando di avere agito intenzionalmente, ha ammesso di avere esercitato un’azione violenta in danno della moglie» e ha riconosciuto di «avere bisogno di un supporto psicologico, reso evidentemente necessario dalla sua incapacità di controllare i propri impulsi violenti».
Sembra preistoria il periodo delle battaglie civili di Fresa. Da segretario regionale del Lazio della corrente progressista dei Verdi era stato tra i primi a sollevare la questione morale dentro la magistratura e quando conquistò un seggio dentro al Csm, da giudice disciplinare, fu particolarmente inflessibile. Negli anni successivi si distinse per le prese di posizione politiche: difese i colleghi che stavano processando Silvio Berlusconi dagli attacchi, plaudì la bocciatura del lodo Alfano da parte della Consulta e firmò un documento di Magistratura democratica che criticava Beppe Grillo per «le offese volgari e sessiste» rivolte a Laura Boldrini. Ma se in pubblico Fresa era un campione della sinistra in privato ha avuto un rapporto complesso con il gentil sesso e, dopo l’incidente del 2020, ci sarebbe ricascato. Le vicende coinvolgono per lo più donne straniere provenienti da Paesi come l’Ucraina o l’Iran. Insomma persone spesso alla disperata ricerca di una vita migliore. E che possono avere visto in Fresa un salvatore. Lui ne ha assunte diverse come badanti o infermiere a causa di alcuni suoi problemi di salute. Dal 2020, come abbiamo raccontato a gennaio, sono stati aperti altri due fascicoli penali per presunte violenze perpetrate dall’uomo, uno a Roma su richiesta sempre dell’ex coniuge e un altro a Civitavecchia, quando la cinquantenne N., nell’estate del 2024, è stata ritrovata ferita sul lungomare di Fregene in stato confusionale dopo una serata ad alto tasso alcolico trascorsa con Fresa (da lei definito, in un messaggio, «pericoloso»). Sentita in audizione protetta dai carabinieri, N. ha, però, deciso di non sporgere denuncia, portando all’archiviazione del fascicolo iscritto per il reato di percosse. La vicenda è stata oggetto nella primavera del 2025 di un articoletto nella cronaca di Roma di Repubblica e, successivamente la palla è passata alla prima commissione del Csm per la valutazione di un’eventuale incompatibilità ambientale.
La pratica è stata archiviata dopo che il procuratore generale della Cassazione Piero Gaeta ha deciso di non promuovere alcuna azione disciplinare e ha giustificato tale decisione con le richieste di archiviazione in sede penale. Gaeta, a proposito del collega d’ufficio (lavorano entrambi al Palazzaccio), non ha rilevato nemmeno l’incompatibilità ambientale, non essendoci stato lo «strepitus» mediatico. Il Pg ha precisato di avere «limitato le funzioni interne» di Fresa in ragione di «queste problematiche che allora emersero e che ora si sono ripetute». Il Csm ha riconosciuto che «i fatti posti all’attenzione dell’autorità giudiziaria di Civitavecchia non risultano oggetto di alcuna divulgazione» e ha disposto l’archiviazione. Fresa è così rimasto al suo posto con lo stipendio invariato. Ma come rivelano carte e audio depositati agli atti dei procedimenti romani (ce n’è uno anche in sede civile) Fresa non ha risolto i suoi problemi con le donne. Che, anzi, se possibile, sembrano essersi aggravati. A colpirci è stata soprattutto una surreale discussione avvenuta il 7 marzo 2024 in piazza Cavour, davanti alla Cassazione, in mezzo alla gente. I protagonisti sono Fresa e una delle sue presunte amanti, una sessantenne iraniana, M., che in quel momento sta tra trasportando l’uomo con la sua auto. Al culmine di un litigio, il magistrato telefona all’ex moglie, che chiameremo B., che accende prontamente il registratore. In quel momento la donna persiana giura di essere stata picchiata, ma, in Tribunale, non ha confermato l’accusa. In ogni caso, dai file, emerge il carattere collerico di Fresa, che alterna momenti di apparente calma ad altri di perdita di controllo. L’uomo dice a B., in presenza dell’iraniana: «Io ti chiedo perdono di tutti i miei peccati». L’ex consorte domanda di chi sia l’altra voce e il magistrato replica: «Non ti preoccupare, ne parliamo dopo, stasera a casa. Cerchiamo di fare la pace e andiamo avanti insieme…». La donna medio-orientale urla in sottofondo: «Mi ha menato, mi ha menato!». La toga quasi incolpa B., la quale, con la prima denuncia, gli avrebbe causato l’imbarazzante nomea: «Vedi, questo è il risultato. Hai capito? Perché adesso ogni donna fa così!». L’«autista» non desiste e strilla cercando di comunicare con l’ex coniuge: «Come puoi stare con questo uomo schifoso?». Quindi aggiunge: «Sei una donna meravigliosa. Lui è un puttaniero (sic, ndr)». Il 7 marzo 2024 Fresa sa che l’accusa non può sorprendere B.. Infatti, l’ex compagna ha consegnato in Tribunale anche una registrazione in cui l’ex marito le faceva proposte oscene: «Dai facciamo una cosa pazza […] chiamiamo qualcuna», avrebbe detto. Sentendosi rispondere così: «Non è normale che mi proponi di chiamare una prostituta per scopare adesso con noi dal nulla. C’è nostro figlio a casa».
Per questo Fresa dice a M., riferendosi all’ex consorte: «Vabbè! Lo sa purtroppo (che è un “puttaniero”, ndr). Ma anche se lo sa, io e lei supereremo ogni problema, nel nome di Dio». Il magistrato, a questo punto, prova a mettere a tacere la sua accusatrice: «Stai zitta! hai capito? Zitta!». Poi torna a parlare all’ex consorte con tono gentile: «Senti facciamo la pace e io ti prometto che queste schifose non le vedo più in vita mia!». M. esplode: «Chi è schifosa?». Fresa assicura che l’insulto è riferito all’amante-infermiera ucraina («con una retribuzione personale di oltre 2.000 euro mensili», si legge in una memoria), la stessa che quattro mesi dopo sarà trovata malconcia dai carabinieri sul lungomare di Fregene: «N. è schifosa!». A un certo punto, di fronte al gran vociare e forse per una richiesta di intervento di M., entrano in azione i carabinieri del Palazzaccio per riportare un po’ di calma in piazza Cavour. Fresa fa subito sapere di essere un magistrato e che la donna che lo accusa, avrebbe «dei precedenti». Il consigliere spiega: «Questa signora […] è andata a fare la babysitter per un calciatore e lo ha denunciato, non denunciato, lo ha ricattato […] cerchiamo di calmarla […] voi avete modo di farci fare la pace formalmente?». Quindi avverte: «Questa è un’estorsione che sto subendo». In un altro audio Fresa viene registrato mentre fa al piccolo figlio maschio un discorso da patriarca che farà sanguinare le orecchie dei paladini della cultura woke. Dopo avere ricevuto una richiesta di soldi da parte dell’ex moglie, denari che servirebbero per portare il bambino al cinema, Fresa sbotta: «Io ho pagato a mamma 40 euro per farti prendere un aperitivo, adesso. E mamma mi sta trattando così, dopo che io le ho dato soldi, che tolgo a me, a te, a tutti, perché io sto nella m…, nei guai con i soldi. Non c’ho più un soldo grazie a mamma tua che sta facendo la bella vita da anni sulle spalle di papà. Perché papà lavora, suda, fatica, si stressa e mamma sta tranquilla, bella, ingrassa, mangia, beve e fa casino. È normale una vita del genere?». Il bambino, avvilito, risponde che non lo è e il padre lo incalza: «Allora dovresti cercare tu di crescere in fretta e far capire a mamma che sta sbagliando. Perché non è possibile. È una vita da delinquenti». A questo punto la toga pronuncia la frase che potrebbe far svenire generazioni di femministe, quella sulla «classica straniera morta di fame». In un altro dialogo il padre si accomiata dal figlio con tono teatrale, questa volta lasciando stecchiti gli allievi di Maria Montessori e Jean Piaget: «Papà non ti vede più». Il piccolo non capisce: «Perché?». Fresa continua: «Tu l’hai buttato a terra, a papà. Hai cercato di ucciderlo, a papà». La madre interviene: «Lui non ha cercato... non dire queste cose sennò lo traumatizzi. Lui ha usato violenza, perché è quello che vede». A questo punto Fresa inizia a urlare. Il piccolo, in un altro audio, racconta alla madre e a un’altra donna: «Mio papà ha sbattuto N. nel muro fortissimo e l’ha menata come se un leone stava uccidendo N. così». In un’altra conversazione B. chiede al magistrato i soldi per pagare una lastra per il figlio. Ma Fresa non ci sente. La donna si lamenta, avendo scoperto un presunto acquisto dell’uomo presso un orefice: «Ma ti sembra normale che io mi devo umiliare per chiedere i soldi per fare la lastra al bambino quando spendi 8.000 euro con un gioiello? È tuo figlio!». Il magistrato grida: «Quanto cazzo ti serve?». E aggiunge: «Devo andare al centro a pagare, hai capito? Devo pagare i cazzi miei, hai capito?». Nella memoria presentata al Tribunale civile di Roma Sezione famiglia il 20 novembre 2025 i difensori di Fresa si oppongono alla modifica delle condizioni della separazione richieste dall’ex compagna poiché non vi sarebbero ragioni per impedire gli incontri padre/figlio, né per aumentare di 1.000 euro la cifra disposta per il mantenimento, evidenziando come le accuse mosse dall’ex coniuge siano sempre state archiviate in sede penale e abbiano soltanto esposto Fresa al rilievo disciplinare pregiudicandone l’immagine professionale. I difensori hanno anche evidenziato l’inverosimiglianza delle accuse di aggressione fatte dalla donna essendo Fresa afflitto da una importante disabilità che gli impedirebbe di cagionare lesioni. Gli assistenti sociali dell’ufficio Gruppo integrato lavoro per la prevenzione del disagio minorile di Roma Capitale, a novembre, hanno inviato una relazione al Tribunale sul figlio della coppia: «In conclusione si può affermare, che allo stato attuale, non emergono elementi che indichino rischio o pregiudizio per il minore nei due contesti di vita (a casa del padre e della madre, ndr). Per il futuro si suggerisce un monitoraggio periodico della sua situazione scolastica». Forse i genitori della famiglia del bosco dovrebbero trasferirsi nella Capitale.





