L’ex premier Matteo Renzi, da qualche tempo, si è fatto paladino della libertà di stampa chiedendo a più riprese al governo di dare spiegazioni sul presunto spionaggio realizzato attraverso un’applicazione israeliana sui cellulari di giornalisti e attivisti. Anche se non è stato accertato che tutte le presunte vittime siano state effettivamente infettate dal malware, né che il governo abbia ordinato ai servizi segreti di spiare i cellulari dei sopra citati, l’ex premier si è erto a difensore dei cronisti. Peccato che sia lui che la sua famiglia da tempo portino avanti una temeraria guerra alla libertà di stampa condotta a colpi di querele e cause risarcitorie. Un modo per provare a mettere la mordacchia ai giornali toccando gli editori nel portafogli.
Nelle scorse ore il fu Rottamatore ha dovuto incassare una dolorosa sconfitta davanti al Tribunale di Firenze contro il Fatto quotidiano: i giudici di Appello lo hanno costretto a restituire più di 100.000 euro a Marco Travaglio e a pagare circa 120.000 euro di spese legali.
Ma anche babbo Tiziano, nel suo piccolo, ha dovuto abbozzare. Il giudice monocratico Massimiliano Sturiale della Quarta sezione civile, sempre del Tribunale di Firenze, lo ha infatti condannato a pagare 14.000 euro di spese legali nel procedimento promosso contro il direttore Maurizio Belpietro (per cui, però, i legali del babbo non hanno chiesto la condanna), contro chi scrive e contro la nostra società editrice per tre articoli pubblicati da questo quotidiano tra il 2018 e il 2019.
Nella sentenza, Sturiale ha dato ai Renzi una lezione di libertà di stampa.
«Il ruolo centrale dell’attività giornalistica per il corretto funzionamento di una società democratica è stato più volte sottolineato anche sul piano internazionale ed europeo», sottolinea la toga, e cita la giurisprudenza della Corte europea per i diritti dell’uomo «secondo cui l’incriminazione della diffamazione costituisce un’interferenza con la libertà d’espressione».
Il Tribunale fa anche riferimento allo storico ruolo dei media di «guardiano» a tutela del bene pubblico e dei valori democratici».
Ovviamente, sottolinea il giudice, gli articoli devono comunque sempre avere «un nucleo fattuale che deve essere sia veritiero sia oggettivamente sufficiente per permettere di trarvi il giudizio». Quando l’articolo contiene «giudizi di valore non suscettibili di dimostrazione», «il potenziale offensivo dell’articolo» deve essere «neutralizzato dal fatto che lo scritto si basi su di un nucleo fattuale (veritiero e rigorosamente controllabile) sufficiente per trarre il giudizio di valore negativo». Gli altri due paletti, rammenta il giudice, sono costituiti dal fatto «che la questione trattata sia d’interesse pubblico», della cui «sussistenza», in questo caso, «non può dubitarsi», e «che, comunque, non si trascenda in gratuiti attacchi personali». Tutte condizioni che, secondo il Tribunale, il nostro giornale ha rispettato. In altri due passaggi la sentenza rammenta ai Renzi che esistono il «diritto di critica politica […] espressione del diritto d’opinione» e il giornalismo investigativo e d’inchiesta politica che, spesso, non si basa su atti giudiziari, ma su autonome ricerche. Per questo tipo di informazione «il requisito della Verità (anche putativa) va inteso in un’accezione meno rigorosa, implicando una valutazione non tanto dell’attendibilità e della veridicità della notizia, quanto piuttosto il rispetto dei doveri deontologici di lealtà e buona fede gravanti sul giornalista».
Tale interpretazione fa da scudo a due dei tre articoli contestati. Nel primo raccontavamo di come buona parte dei regali istituzionali ricevuti da Renzi ai tempi di Palazzo Chigi fossero stati trasferiti in un capannone dell’azienda di famiglia e da qui fossero stati prelevati da più soggetti. «Le dichiarazioni di Simona S. (moglie di un dipendente dei Renzi, ndr) su cui l’articolo si fonda sono risultate verosimili», si legge nella sentenza, «e soddisfano il requisito della veridicità».
Nella causa contro di noi Tiziano si è fatto un autogol e ha allegato alla citazione, al posto di uno dei tre articoli contestati, un servizio del Fatto quotidiano che riprendeva il nostro. L’argomento era l’attività di distribuzione dei giornali da parte dell’azienda di famiglia.
Il titolo originale era sfizioso: «Lavoravo in nero per i Renzi. Alle paghe ci pensava Matteo». Il sommario spiegava: «Il racconto di Andrea S., ex distributore di giornali nell’azienda di Tiziano: «Suo figlio (Matteo, ndr) ci portava le copie da vendere ai semafori, poi ritirava gli incassi. A noi restava una quota. Mai visto un contratto».
Il giudice, come detto, non ha potuto valutare «la portata lesiva dell’articolo», perché Tiziano ha allegato quello sbagliato.
L’ultimo servizio sotto esame riguardava il supporto offerto da Tiziano alla cooperativa che aveva preso in gestione il bar del campo di calcio di Rignano sull’Arno. La toga non ha trovato «nessun riferimento diffamatorio» nel nostro articolo poiché abbiamo «dato correttamente risalto al fatto» che il babbo non ricopriva «ruoli ufficiali» nell’attività di ristorazione «dal momento che il Tribunale lo ha interdetto dall’esercizio di qualsiasi attività imprenditoriale sino a dicembre (2019, ndr)».
Anche in questo caso, per il giudice, l’articolo è «scriminato in funzione del diritto di critica/inchiesta giornalistica».
In particolare l’articolo «rappresenta un pezzo d’inchiesta nel quale sono ben evidenti le opinioni del giornalista e ben distinte le stesse dai fatti». In conclusione, abbiamo legittimamente criticato «l’influenza indiretta di Tiziano Renzi in un’attività imprenditoriale», ma senza addossargli una formale violazione della misura cautelare.
Per questo il giudice ha rigettato le domande risarcitorie e ha condannato Renzi senior a pagare le spese di lite. Un successo per la libertà di stampa che il figlio Matteo, novello sindacalista dei cronisti, adesso dovrà far digerire al babbo.
La ex del consigliere Mario Fresa si oppone all’archiviazione e denuncia insulti sessisti, violenze e proposte di rapporti con prostitute, «col figlio in casa». La toga fu già condannata per i traumi all’allora consorte.
A dicembre è passata quasi sotto silenzio l’archiviazione da parte del Consiglio superiore della magistratura del sostituto procuratore della Corte di Cassazione Mario Fresa, storica toga progressista ed ex pm disciplinare (processava i colleghi), condannato nel 2024 a livello disciplinare alla perdita di due mesi di anzianità per le lesioni causate all’ex moglie brasiliana (la quale si fece un autoscatto con l’occhio pesto). «Trauma della regione frontale ed orbitaria destra, trauma regione zigomatica e trauma arto superiore destro e sinistro» si leggeva nel referto del Pronto soccorso che giudicava le ferite guaribili in sette giorni. Davanti al Csm, Fresa, «pur negando di avere agito intenzionalmente, aveva ammesso di avere esercitato un’azione violenta in danno della moglie» e aveva riconosciuto di «avere bisogno di un supporto psicologico, reso evidentemente necessario dalla sua incapacità di controllare i propri impulsi violenti».
A distanza di pochi mesi, i consiglieri di Palazzo Bachelet hanno deciso di soprassedere su un’altra presunta vicenda di violenze, questa volta nei confronti della nuova compagna, una cinquantenne di origine ucraina. In questo caso il procedimento penale è stato chiuso con l’archiviazione per la mancata presentazione di querela (necessaria per lesioni con prognosi inferiore ai 40 giorni) da parte della donna. Il Csm ha sorvolato anche sull’apertura di un secondo procedimento per maltrattamenti nei confronti dell’ex coniuge, la quale, il 30 gennaio del 2024, ha presentato una nuova denuncia (dopo avere ritirato quella del 2020) e si è opposta, attraverso l’avvocato Francesco Saverio Fortuna, alla richiesta di archiviazione firmata il 25 gennaio 2025 dalla pm romana Valentina Bifulco. A dicembre l’istanza non era ancora stata accolta dal gip.
In questo fascicolo sono state depositate dalla querelante prove da cui emergerebbero insulti razzisti, sessisti e perfino irricevibili proposte di ménage à trois. Dalla trascrizione di alcuni file audio, secondo la pm, si ha «conferma di un clima familiare molto teso, altamente conflittuale». Nelle registrazioni Fresa «alternava momenti in cui confessava alla querelante di amarla […], a momenti di rabbia in cui la insultava, rinfacciandole di avergli rovinato la vita e accusandola di essere stata con lui solo per interesse economico», oltre che di «essere una cattiva mamma».
Uno degli audio agli atti è particolarmente imbarazzante.
Il file è denominato «Mi dice che sto ingrassando e di chiamare un’altra donna». Leggiamo la trascrizione riportata nell’opposizione all’archiviazione firmata dall’avvocato Fortuna. Fresa: «Dai facciamo una cosa pazza... dai, ti prego...». Moglie: «Quale cosa pazza?». F.: «Dai... chiamiamo qualcuna». M.: «Ma perché dobbiamo fare ‘sta cosa adesso?». F.: «Dai, ti prego». M.: «Mario, non stai bene, devi chiamare il dottore». F.: «Perché devo chiamare il dottore?».
M.: «Perché non è normale che mi proponi di chiamare una prostituta per scopare adesso con noi dal nulla. C'è nostro figlio a casa. Che facciamo con lui?». Breve silenzio. M.: «Che fai?». F.: «Chiamo qualcuno». M.: «Come chiami qualcuno?». F.: «Sì». M.: «Non puoi chiamare nessuno dentro questa casa». F.: «Esco...».
Nell’istanza di archiviazione la Bifulco ha fatto riferimento alla scottante questione annotando che «la querelante precisava che l’indagato, il marito, oltre ad intrattenere diverse relazioni extraconiugali, le aveva proposto in più occasioni di coinvolgere altre donne nella loro vita intima, e che nel tempo aveva, gradualmente, smesso di preoccuparsi di dover nascondere i propri tradimenti, affermando che “si trattava solo di scopate”».
Alla fine per la pm «l’ipotesi accusatoria» di maltrattamenti contro famigliari e conviventi, però, «non è sufficientemente supportata», anche perché, a parte la tumefazione del 2020, secondo una consulenza ordinata dalla Procura, «non si rilevava alcuna forma di violenza commessa dall’indagato in danno della persona offesa».
Ma i problemi per Fresa non si limitano ai rapporti con l’ex coniuge. Secondo l’avvocato Fortuna, il magistrato sarebbe stato coinvolto in altri due procedimenti che vedrebbero come parte offesa la nuova compagna ucraina della toga, ufficialmente la sua infermiera.
La donna, contattata dalla Verità, ha negato di avere presentato denunce nei confronti dell’uomo.
Il 15 luglio del 2024 la cinquantenne straniera era stata fermata mentre vagava «visibilmente provata» e «in stato confusionale», con una ferita alla tempia profonda un centimetro, a un centinaio di metri dalla casa presa in affitto a Fregene da Fresa. Lei e il compagno erano stati al ristorante a festeggiare il compleanno della donna, poi qualcosa deve essere andato storto.
Due ragazze avevano trovato l’ucraina sanguinante sul lungomare e avevano avvertito i carabinieri.
I militari annotavano che la donna non collaborava, dichiarava di «voler rivedere quanto prima “Mario”» e «riferiva versioni dell’accaduto non chiare e discordanti, tra le quali, dapprima, quella di essersi ferita accidentalmente con il tavolo del ristorante e, a seguire, asserendo di essere caduta per terra, dopo essere scesa dal veicolo del Fresa».
Inoltre, «la stessa, ignorando i presenti, insisteva nel contattare telefonicamente “Mario”, chiedendogli di poter tornare a casa» e «piangeva in maniera costante».
Sul suo cellulare gli investigatori hanno trovato una chat con il magistrato in cui la donna «riferiva di aver paura» dell’uomo e lo definiva «pericoloso». Dopo avere ricevuto le prime cure in ospedale la signora aveva lasciato il Pronto soccorso senza presentare denuncia, dicendo di «voler tornare a casa dal proprio compagno», e quando, su richiesta dei pm, era stata convocata per un’audizione protetta aveva difeso a spada tratta Fresa, definendolo suo «datore di lavoro» (la donna avrebbe un regolare contratto da infermiera), nonostante anche con La Verità abbia confermato il legame sentimentale.
Fresa agli inquirenti ha, invece, spiegato di conoscere N. da 13 mesi, ha confermato di avere con lei una relazione e che la stessa sarebbe la sua infermiera. L’ha accusata di «aggressività verbale» e ha raccontato che la sera dell’incidente la compagna aveva bevuto, assumendo «un comportamento molesto» e «in stato di alterazione, sarebbe scesa di colpo dalla macchina».
Da parte sua il pm di Civitavecchia Roberto Savelli, il 28 settembre 2024, ha chiesto l’archiviazione perché la signora N., «escussa dagli operanti con modalità protetta, riferiva di essere infermiera di Mario Fresa, di non dimorare con lui ed escludeva di essere mai stata ingiuriata, minacciata, limitata o percossa dallo stesso che, al contrario, aveva sempre avuto nei suoi confronti un comportamento corretto; circa i fatti occorsi a Fregene, riferiva di essersi ferita accidentalmente a seguito di una caduta fuori dalla casa ove si trovava lo stesso Fresa», mentre era al telefono con lui.
Il 18 febbraio 2025 il gip Matteo Ferrante ha accolto la richiesta spiegando che anche se sussistesse «una relazione sentimentale essa non risulta accompagnata da stabile convivenza, il che preclude in radice la possibilità di inquadrare le condotte entro la cornice del contestato delitto di maltrattamenti per la cui integrazione, peraltro, difetterebbe il requisito dell’abitualità», senza contare che neanche per l’episodio del 15 luglio 2024 «è certa la riconducibilità all’indagato».
L’avvocato Fortuna ha ipotizzato l’esistenza di un quarto procedimento che potrebbe essere stato innescato da un’altra aggressione ai danni della compagna-infermiera (che nega qualsiasi violenza) e ad essa avrebbe assistito il figlio di Fresa e dell’ex moglie brasiliana: «Il bambino raccontava alla madre che due giorni prima aveva provato a chiamarla dal telefono del padre durante un’accesa lite tra il padre e la compagna» annota Fortuna nella sua memoria del 22 settembre scorso. «I vicini di casa avevano chiamato le forze dell’ordine e l’ambulanza, sentendo litigare Fresa e la signora N.. Il bambino, passando tra i due mentre litigavano, aveva ricevuto una gomitata alla testa dalla donna». All’ospedale Bambin Gesù al piccolo sarebbe «stato refertato un lieve trauma cranico».
Fresa, in una chat citata dall’avvocato Fortuna, avrebbe spiegato che il bambino «stava tranquillamente giocando con N. quando, accidentalmente, le ha dato una testata. N. a quel punto si è messa a urlare e i vicini hanno chiamato il 118».
Due mesi prima il minore avrebbe raccontato (è sempre la versione del legale) di avere «sentito dei rumori nel corridoio che comunica con la sua stanza» e «affacciatosi, aveva visto il padre che sbatteva contro il muro la compagna, cercando di immobilizzarla».
I nuovi capitoli della Freseide non hanno portato all’apertura di un nuovo procedimento disciplinare, mentre, come detto, a dicembre, è stata archiviata la pratica di trasferimento d’ufficio «per incompatibilità ambientale e/o funzionale» avviata davanti alla Prima commissione del Csm. Il procuratore generale della Cassazione Piero Gaeta ha deciso di non promuovere alcuna azione disciplinare (che deve valutare anche il possibile vulnus all’immagine della magistratura) e ha giustificato tale decisione con le richieste di archiviazione in sede penale (cosa che non esclude affatto il procedimento disciplinare, come dimostra la condanna alla perdita di anzianità per l’episodio del 2020). Gaeta, parlando del collega d’ufficio (lavorano entrambi al Palazzaccio), non ha rilevato nemmeno l’incompatibilità ambientale, non essendoci stato lo «strepitus» mediatico. Se i giornali non ne parlano, il problema non esiste.
Il Pg ha precisato di avere neutralizzato gli istinti di Fresa avendone «limitato le funzioni interne» in ragione di «queste problematiche che allora emersero e che ora si sono ripetute». Gaeta ha anche spiegato che il collega «svolge esclusivamente funzioni nella giurisdizione civile», partecipando a udienze della sezione tributaria e di quella del lavoro e ai giudizi di responsabilità civile da assicurazione, tutte questioni «assolutamente lontane da possibili attività giurisdizionali che riguardano persone, famiglie».
L’alto magistrato ha pure spiegato che «sotto il profilo strettamente professionale e funzionale la condotta del dottor Fresa in ufficio è stata sempre ineccepibile» e che, anche se «il riflusso, soprattutto mediatico, di queste notizie non gli ha giovato», non ha mai ricevuto «alcuna critica né da parte dei colleghi, né direi neppure esternamente».
Il Csm ha riconosciuto che «i fatti posti all’attenzione dell’autorità giudiziaria di Civitavecchia non risultano oggetto di alcuna divulgazione» e ha disposto l’archiviazione. Alla fine Fresa ha incassato 12 voti a favore e 7 contrari. Sei consiglieri si sono astenuti. Per il togato Marco Bisogni la delibera «lascia la porta aperta se dovessero esserci sviluppi». Mentre per la collega laica Isabella Bertolini, che ha votato contro l’archiviazione, «su questa vicenda, molto grave, occorre fare una riflessione profonda».
A Perugia lo scontro tra procuratori svela l’intreccio fra stampa, Pm e investigatori
La temibile Triade magistrati-investigatori-giornalisti, cotta a puntino nei libri-denuncia sul Sistema di Luca Palamara e Alessandro Sallusti, pare avere avuto un ruolo nelle indagini («parallele» rispetto a quelle di Firenze) della Procura di Perugia sull’ex procuratore aggiunto del capoluogo umbro Antonella Duchini e sull’ex luogotenente del Ros Orazio Gisabella. Entrambi sono stati indagati e poi imputati a Firenze, insieme con numerosi imprenditori, accusati, a vario titolo, di corruzione, rivelazione di segreto e abuso di ufficio, e usciti indenni dal processo, nel settembre 2025, grazie ad assoluzioni e prescrizioni.
La nuova vicenda emerge dall’ennesimo scontro sotterraneo tra l’attuale procuratore di Perugia Raffaele Cantone e il procuratore generale Sergio Sottani, più volte in disaccordo con le iniziative dell’ex presidente dell’Anac, il quale è stato recentemente costretto a spogliarsi, per incompetenza territoriale, dell’indagine monstre sul presunto tenente-spione Pasquale Striano. Questa volta il casus belli è stato offerto da una denuncia dello stesso Gisabella, che mentre era alla sbarra a Firenze, il 6 marzo 2025, ha presentato un esposto che Cantone ha assegnato a sé stesso ritenendolo, evidentemente, di particolare delicatezza.
Ma che cosa aveva segnalato Gisabella? Che il cancelliere Raffaele Guadagno aveva partecipato, senza averne titolo, a una perquisizione disposta ed eseguita il 26 marzo 2018 nei confronti di una giornalista locale, all’epoca firma di punta nel capoluogo umbro e punto di riferimento per i colleghi dei cosiddetti giornaloni. Certamente ai nostri lettori il nome di Guadagno non suonerà nuovo: è il dipendente della Procura costretto, nel 2022, alle dimissioni e a patteggiare una pena di 1 anno e 2 mesi dopo essere stato sorpreso a scaricare dalle banche dati del Tribunale carte riservate, successivamente consegnate, almeno in un’occasione, a dei giornalisti.
Ebbene, nel caso della visita a casa della cronista, ordinata dalla Procura guidata allora da Luigi de Ficchy, Guadagno sarebbe arrivato nell’appartamento da perquisire «con la macchina degli ufficiali di polizia giudiziaria delegati», senza che la sua presenza fosse stata verbalizzata. La perquisizione veniva effettuata in un procedimento ad hoc, trasmesso immediatamente alla Procura di Firenze poiché la giornalista aveva registrato un colloquio, ritenuto d’interesse investigativo, con un imprenditore poi imputato a Firenze con l’accusa di aver consegnato 108.000 euro allo stesso Gisabella. Di tale registrazione, evidentemente «pregiudizievole» per l’ex militare e la Duchini, l’autrice aveva informato Guadagno, che prontamente aveva avvisato i pubblici ministeri di riferimento, i quali avevano «inscenato» la perquisizione che, in realtà, non è stata eseguita in quanto la cronista, anziché far valere le guarentigie previste dalla legge per i giornalisti, ha collaborato prontamente con gli inquirenti consegnando loro il prezioso file audio che è stato immediatamente inviato alla Procura di Firenze che già procedeva, da circa un anno, contro Gisabella e la Duchini.
Sette anni dopo, Cantone, a seguito della denuncia del carabiniere, decide di interrogare la cronista, la quale conferma l’inspiegabile presenza di Guadagno alla perquisizione/consegna del 26 marzo 2018. Per questo il procuratore iscrive immediatamente sul registro degli indagati per il reato di falso ideologico i tre ufficiali di Polizia giudiziaria G. F., L. P. e M. S. che hanno eseguito l’atto senza verbalizzare la presenza del cancelliere. Ma dopo poco, il 2 giugno 2025, il procuratore chiede l’archiviazione con questa motivazione: «Le indagini svolte sembrano confermare il contenuto della denuncia di Gisabella» e, tuttavia, «l’alterazione», consistita nella mancata indicazione della presenza di Guadagno nel verbale, andrebbe ritenuta, sulla base della giurisprudenza vigente, «inoffensiva rispetto alla veridicità dell’atto», scrive Cantone, «a prescindere da qualsivoglia considerazione sulla inopportunità e forse persino illegittimità della presenza all’atto perquisitivo del Guadagno». Detta incertezza sulla «illegittimità» della presenza di Guadagno espressa, nero su bianco, da un magistrato attento come Cantone, deve essere sembrata non tollerabile al procuratore generale che su quel distretto è tenuto a vigilare. Perciò, il 15 dicembre scorso, a seguito dell’opposizione all’archiviazione di Gisabella (assistito dall’avvocato Michele Nannarone), Sottani ha avocato il procedimento, revocando la richiesta di archiviazione. Una decisione che aveva già preso in un altro procedimento contestando la competenza di Perugia in un’inchiesta per diffamazione, una diatriba in cui alla fine ha avuto ragione Sottani. Ma torniamo all’indagine partita dalla denuncia di Gisabella. Dopo l’avocazione da parte di Sottani, il gip Valerio d’Andria, il 17 dicembre 2025, ha preso atto del decreto motivato firmato dal pg e della contestuale revoca della richiesta di archiviazione firmata da Cantone. Lo stesso giorno Sottani ha trasmesso il procedimento alla Procura della Repubblica di Firenze, ritenendo evidentemente che sussistano ipotesi di reato anche a carico di magistrati in servizio a Perugia e non soltanto dei tre ufficiali di polizia giudiziaria nei cui confronti ha proceduto Cantone. Il 12 gennaio Sottani ha inviato sulle rive dell’Arno pure l’istanza di interrogatorio avanzata da Gisabella, definito «persona offesa».
A onor del vero pure nella richiesta di archiviazione firmata da Cantone Gisabella è considerato soggetto potenzialmente danneggiato e lo stesso procuratore di Perugia, «per ragioni di trasparenza», ha spedito a Firenze un fascicolo «con tutti gli atti del procedimento» (anche se a modello 45, ovvero senza ipotesi di reato, né indagati), «per le eventuali valutazioni e per gli eventuali approfondimenti istruttori da parte di quell’ufficio», forse perché Gisabella ha allegato alla sua denuncia diverse chat intercorse tra Guadagno e i pm del caso Palamara Mario Formisano e Gemma Miliani, comunicazioni svelate nei mesi scorsi da questo giornale.
Tuttavia le comunicazioni segnalate da Gisabella non ci paiono le più utili per inquadrare il gioco di squadra messo in campo da pm, giornalisti, polizia giudiziaria e, in questo caso, il noto cancelliere per fare incastrare una toga condannata dai suoi colleghi ancora prima di essere sottoposta a un processo.
La partecipazione di Guadagno alla perquisizione/consegna del 26 marzo 2018 emerge ampiamente dalle chat sequestrate nei telefoni di Guadagno il 13 luglio 2022 dallo stesso Cantone e da lui non menzionate nella richiesta di archiviazione sottoscritta il 2 giugno 2025. Conversazioni che coinvolgono uno degli ufficiali che ha eseguito l’atto, L. P., e i due pubblici ministeri che hanno disposto la perquisizione a casa della cronista, Paolo Abbritti e Formisano. Da un messaggio datato 23 marzo 2018 emerge come Guadagno si fosse già attivato per farsi consegnare la registrazione. Quel giorno il cancelliere annuncia ai pm: «Domani mattina alle 9.30 io e L.P. andiamo a ritirare il tutto, io ho appena avvisato... parto lunghissimo». Abbritti un minuto dopo replica: «Mi raccomando! Conto su di te!». Deve essere, però, sorto qualche imprevisto perché il 25 marzo, Domenica delle Palme, intorno alle 8 del mattino, Guadagno informa gli inquirenti dell’indisponibilità della giornalista: «Per ora non ho novità... ieri (poi non era a casa) mi ha detto che lavorava fino a tardi, infatti mi ha scritto ieri sera alle 22:20 che era appena rientrata a casa e andava a dormire visto la notte prima non aveva dormito per niente... mi ha dato appuntamento per oggi che va a lavoro alle 16...». Il 26 marzo, prima delle 8, il cancelliere incontra uno dei due pm e poi si reca a casa della cronista.
Come sappiamo dalla denuncia di Gisabella e dalla richiesta di archiviazione di Cantone quello stesso giorno l’acquisizione della registrazione va a buon fine. Passa un giorno e il 27 marzo, alle 6:22 del mattino, Guadagno decide, dopo il suo intervento, di prendere qualche precauzione e per questo invia il seguente messaggio ai sostituti procuratori: «Scusatemi, ma ieri il pg mi ha detto che io (Raffaele) non so assolutamente nulla di quell’appunto... vorrei che fosse chiaro... buona giornata attendo vostre notizie». Il procuratore generale con cui Guadagno era in confidenza e che avrebbe dato il consiglio al cancelliere dovrebbe essere Fausto Cardella, il quale, dunque, sarebbe stato a conoscenza, come i pm, del fatto che Guadagno avesse partecipato all’esecuzione della perquisizione e di come la sua presenza fosse illegittima.
La conferma si trova nelle chat tra Guadagno e L.P.. Anche con l’ufficiale di polizia giudiziaria il cancelliere Guadagno aveva un rapporto d’amicizia e, via chat, i due sembrano ricostruire il lavorio che all’interno della Procura è stato fatto per portare a casa il risultato (la consegna del file audio) in modo rapido e indolore. Il 23 marzo 2018 Guadagno racconta: «Abbiamo fatto bene... ho parlato con Gemma (Miliani, ndr)... a Fausto hanno raccontato una storia diversa... hanno fatto bene... sono stati corretti... lo ha detto anche lui quando ha saputo come sono andate le cose... Gemma è contenta che abbiamo parlato... domani mattina comunque ha detto che lo chiama... a volte basta poco... ma io e te... che abbiamo una visione d’insieme possiamo capire...». L’investigatore commenta: «A volte per delle cazzate o delle posizioni succedono i guai». Nel quadro di tale rapporto Guadagno, domenica 25 marzo, inoltra a L.P. lo stesso messaggio che due minuti dopo avrebbe inoltrato ai pm a proposito della temporanea indisponibilità della giornalista.
Il giorno dopo, all’ora di pranzo, L.P. avverte Guadagno: «Siamo pronti in Procura… avvisami». Passano alcune ore e anche il militare indagato sembra prendere coscienza dei rischi che la missione comporti: «Dopo oggi STOP». Guadagno concorda: «Sì, sì in pieno». La perquisizione/consegna del 26 marzo 2028 e il «coordinamento» con la Procura di Firenze produce, però, effetti immediati perché all’alba del giorno successivo L.P. informa Guadagno che alla Procura di Perugia sono arrivati due magistrati toscani: «Si balla... 4 della polizia giudiziaria di Firenze a piano terra e 2 mag da loro». Guadagno invia una risposta di approvazione: «Va bene». Adesso la Procura del capoluogo toscano dovrà stabilire se tutto questo fosse normale.





