«Stop all’export di benzina, incentivare le bioraffinerie ma eliminare le tasse green»
È un ligure atipico: al mare preferisce la montagna. Ma è anche un politico anomalo: alle vacanze in località mondane, dove fare pierre, predilige le spedizioni alpinistiche. Per esempio, qualche anno fa, ha scalato il Manaslu, uno dei quattordici 8.000 dell’Himalaya e l’ottava cima più alta del Pianeta. Qui, a 4.800 metri, al campo base, ha organizzato una degustazione di prodotti tipici, apprezzati da iraniani e statunitensi insieme, e, a 6.800, si è messo a cucinare testaroli al pesto. «Purtroppo un salame di Sant’Olcese è rimasto sotto una valanga» si rammarica, con un sorriso, Edoardo Rixi, viceministro alle Infrastrutture, nonché segretario della Lega in Liguria e deputato.
Oggi prenderà parte alla manifestazione organizzata dal Carroccio a Milano e intitolata «Senza paura. In Europa padroni a casa nostra». Molti la considerano un evento sulla cosiddetta remigrazione…
«Il tema centrale è un altro: è l’economia che, in questo periodo storico, la miopia dell’Europa e delle sue regole rischia di affossare. La nostra priorità è quella di difendere le industrie italiane e il potere di acquisto delle famiglie. Chiaramente la sicurezza è un fattore che influisce in modo determinante sulla qualità della vita, ma la nostra piattaforma è molto più vasta: vogliamo mettere in discussione le politiche di Bruxelles che minano la tenuta dell’economia italiana ed europea».
Parliamone…
«In questo momento l’Europa mantiene aperti più fronti di guerra e non ne chiude nessuno. I conflitti in Ucraina e in Medio Oriente ci hanno escluso l’accesso al 40% del mercato mondiale degli idrocarburi. Purtroppo, anche di fronte a una simile emergenza, l’Unione ci obbliga a rispettare il patto di Stabilità. Ci consentirà di sforarlo solo quando saremo in una crisi dichiarata, ma allora sarà troppo tardi. Bisogna agire subito per evitare una recessione europea paragonabile a quella del 2008. Il problema è che a guidare l’Europa sono gli Stati cosiddetti frugali, come Paesi Bassi, Danimarca, Norvegia, economie con esigenze del tutto diverse da quelle di Italia, Francia e Spagna. Per esempio la Norvegia, che si vanta di essere “green”, vive di esportazione di idrocarburi. Ma non è questa la concorrenza più deleteria».
E qual è?
«Quella che arriva da Oriente. La Cina e alcune nazioni del Sud-Est asiatico pagano il petrolio 50 dollari in più al barile e attirano così la maggior parte dei venditori. Quelle nazioni, non avendo la Bce e il debito pubblico vincolato, possono stampare moneta e attuare una politica espansiva che in futuro potrebbero pagare in termini di inflazione, ma che intanto gli impedisce di essere travolti dalla crisi energetica. E i vantaggi dei nostri competitor non sono finiti. Per esempio, possono approvvigionarsi alle materie prime russe».
C’è una via di uscita?
«L’Europa è un pachiderma incrostato di ideologia che deve diventare più flessibile e reattivo. La crisi energetica è iniziata nel 2022 con la guerra in Ucraina e si è aggravata quasi tre anni fa con il conflitto israelo-palestinese, quando gli Houthi hanno iniziato a chiudere a singhiozzo il canale di Suez…».
Dunque l’attuale scenario era prevedibile e si potevano prendere contromisure?
«Non bisogna essere fini analisti di geopolitica per sapere che l’Iran aveva iniziato a destabilizzare l’area dopo che i Patti di Abramo, tra Israele e i Paesi del Golfo, lo avevano di fatto isolato a livello commerciale. L’Europa è rimasta ferma, mentre Stati Uniti, Russia e Cina si sono mossi».
Qual è la principale colpa di Bruxelles?
«L’indecisione: in Ucraina non sospende le ostilità, né si impegna in un intervento diretto. Rimanda e a una crisi se ne somma un’altra».
Non sembra convinto delle capacità di risolvere i problemi di Ursula von der Leyen…
«L’attuale Commissione non è in grado di affrontare questi problemi. È fortemente ideologizzata, ha indebolito il sistema industriale con il Green deal e non ha mostrato lungimiranza politica sull’immigrazione, né sull’energia».
L’Italia è vulnerabile in questa fase, essendo la seconda industria manifatturiera del Continente…
«La Germania, che è la prima, può contare su un avanzo di bilancio e fare degli scostamenti che sono vietati a noi. Ma la produzione per entrambi i Paesi ha costi elevatissimi».
Gli Stati Ocse producono più benzina di quella che serve e l’Italia anche più gasolio…
«Noi, avendo conservato più raffinerie, produciamo 16,4 milioni di tonnellate di “super” a fronte di una domanda interna di 9,2 e 28,5 milioni di gasolio contro i 27,9 di fabbisogno locale. L’Europa è, invece, in deficit. Se fossimo in una bolla avremmo prezzi molto più bassi rispetto a molti altri Paesi dell’Unione, anche senza gli sconti accise. Destinati, comunque, a perdere efficacia. Avere un mercato unico ci penalizza: infatti esportiamo 5,8 milioni di benzina e 5,4 di gasolio, una scelta che ci costringe a importarne 4,8 di quest’ultimo. Ma non è la sola stortura…».
A che cosa si riferisce?
«Le politiche europee “ecologiste” hanno spinto i produttori a delocalizzare gli impianti di raffinazione fuori dal Continente, rendendoci più dipendenti da aree oggi geopoliticamente instabili e da chi governa gli stretti marittimi».
Altri errori di Bruxelles?
«L’Italia è stata penalizzata anche nella produzione dei biocarburanti in cui primeggiamo, come il Saf per gli aerei (estratto dai vegetali, ndr) e l’Hvo (il diesel ecologico proveniente dall’immondizia, ndr) che non hanno avuto sufficienti incentivi per far espandere volumi che potrebbero ridurre l’import dall’estero, soprattutto in momenti di crisi».
Il Saf in Europa può rappresentare solo il 2% della miscela…
«Mentre dal 2029 potrà arrivare al 6. Perché non sbloccare subito questa norma? Ci consentirebbe di far salire la domanda da 100.000 tonnellate a 300, quantitativo che l’Italia garantirebbe da sola».
L’Hvo potrebbe alimentare già ora buona parte del parco automobilistico a diesel…
«Inquinando meno delle macchine elettriche che sono più energivore e meno green di quanto si pensi».
In che senso?
«Per caricarle servono colonnine la cui energia è prodotta ancora dalle centrali a gas e per realizzare i loro motori sono necessarie terre rare la cui produzione è la cosa meno ecologica che ci sia».
Ma allora perché l’Europa punta sull’elettrico?
«Non lo so, anche perché i mezzi pesanti, quelli che trasportano oltre l’80% delle merci su strada, non potranno mai essere convertiti all’elettrico. Almeno non nei prossimi trent’anni».
Non va meglio con le gabelle che affliggono i trasporti…
«Il primo passo deve essere la sospensione dell’Ets, le tasse sulle emissioni che colpiscono per un miliardo di euro le flotte marittime europee, ma anche le aziende energivore, le compagnie aeree e tutto ciò che utilizza i carburanti fossili. In una situazione normale questa regola sarebbe dovuta servire a diminuire le emissioni di CO2, ma oggi è un costo che si somma agli altri. È l’esempio di come un’economia, quella europea, abbia deciso di suicidarsi, essendo l’unico Continente che le impone. È significativo che l’Organizzazione marittima internazionale, dopo un’accesa discussione, abbia deciso di non imporre nessuna tassa sui carburanti, lasciando all’Europa questa triste esclusiva che disincentiva i traffici commerciali e favorisce l’aumento dei prezzi dei beni di consumo».
Quali sono i settori più colpiti dalla crisi?
«Oltre ai trasporti, le manutenzioni stradali e le opere pubbliche. Gli impianti di produzione del bitume, derivato del petrolio, sono fermi e il prezzo dell’asfalto è salito anche del 60-70%. La conseguenza è la crescita fuori controllo del costo dei lavori. Già adesso abbiamo dovuto bloccare numerosi cantieri. Non prendere contromisure per affrontare una crisi energetica che sta diventando strutturale e che rischia di prolungarsi sino al 2027 può rivelarsi letale».
Quali soluzioni suggerisce?
«Riaprire subito l’approvvigionamento di gas e petrolio russi e non cancellare i 20 milioni di metri cubi che ancora si importano da Mosca, come previsto per il 2027: significherebbe fare aumentare in modo insostenibile i prezzi degli idrocarburi. E poi incrementare gli incentivi per i biocarburanti; consentire il riciclo del 100% degli asfalti; chiedere a chi raffina in Italia di non esportare in questo momento e offrire incentivi anche a quel settore; aiutare gli autotrasportatori ad affrontare gli extracosti, un tema su cui occorrerebbe avviare un tavolo di crisi a Palazzo Chigi».
Per proporre che cosa?
«Di aprire a misure speciali che vadano oltre al vincolo europeo che impedisce di dare soldi alle aziende. Per esempio, una società di trasporto che ha un Euro5 o un Euro6 fino a pochi mesi fa prendeva in media 268 euro di contributo statale per ogni pieno. Visto lo sconto accise, l’Europa, avendolo considerato un aiuto di Stato, consente di dare solo 68 euro. Questo vuol dire che l’aumento del costo del gasolio resta a carico delle aziende italiane, e ne mette a rischio i bilanci».
Non conviene cercare altri mercati dove approvvigionarsi?
«Lo stiamo facendo, ma bisogna tener presente che i gasdotti ci collegano solo ad alcuni Paesi. In futuro ci riforniremo con gasiere e petroliere provenienti da Centro e Sud-America, ma a costi molto più alti. Stesso discorso per buona parte dell’Africa, mercato che inizia a essere molto affollato, soprattutto per il gas».
Con una riapertura rapida dello stretto di Hormuz, l’emergenza rientrerebbe?
«Temo che il prezzo dell’energia resterà elevato per lungo tempo. I costi dei noleggi e delle assicurazioni marittime, per i passaggi negli stretti, rimarranno alti e tutto si scaricherà sul costo del carburante».
Gli aerei, invece, quando inizieranno a restare a terra?
«Se l’Europa si sveglia, mai. Altrimenti la possibilità per gli scali europei di rimanere “corti” sulle riserve di jet-fuel potrebbe diventare concreta. Oggi la domanda continentale è circa di 75 milioni di tonnellate e la produzione di 54. Se dovesse aumentare il fabbisogno globale o i Paesi del Sud est asiatico continuassero a fare incetta di jet-fuel, ci potrebbe essere un problema serio di rifornimento. Per questo ritengo che il Saf, anche se ha costi superiori, dovrebbe essere considerato dall’Europa come una riserva strategica».
La crisi può impattare sui cantieri del Pnrr?
«Credo che l’Ue dovrebbe dare una deroga da sei mesi a un anno perché in questo momento i costi dei derivati del petrolio stanno lievitando rapidamente e noi non possiamo far lavorare le nostre aziende in perdita. Senza misure urgenti l’alternativa è ugualmente terribile: o si bloccano i cantieri o saltano le ditte».
Torniamo a uno dei temi della manifestazione di oggi: la remigrazione. Cos’è e come si può realizzare?
«È un concetto che se non viene riempito di contenuti concreti rischia di rimanere un termine vuoto e propagandistico a uso di qualche estremista. Noi siamo un movimento né di destra, né di sinistra e non abbiamo nostalgia delle ideologie del Novecento. Ma ci tengo a ribadire con altrettanta chiarezza che chi delinque in Europa e in Italia e non ha diritto di stare sul Continente deve poter essere allontanato in tempi rapidi. Per questo occorre incrementare gli accordi bilaterali con i Paesi d’origine degli immigrati che commettono reati, in particolare con quelli nordafricani, e convincere la magistratura italiana ed europea che le leggi vanno applicate e non interpretate. Questo anche a tutela delle tante comunità straniere che oggi si sono integrate e che sono le prime discriminate, a causa di fenomeni delinquenziali e di persone che approfittano del nostro Welfare».
Chiudiamo con una notizia che riguarda la sua città: la sindaca di Genova Silvia Salis ha spiegato a Bloomberg di essere disponibile, se dovessero chiederglielo, a fare la federatrice del Campo largo …
«Senza ironia, secondo me sarebbe un ottimo candidato per il centro-sinistra, ma non so se quest’ultimo sia così maturo per comprenderlo…».
Endorsement sorprendente...
«È chiaro che non ho le stesse idee della Salis, ma questo non mi impedisce di riconoscerle grandi capacità, sicuramente superiori a quelle di Elly Schlein, che senza di lei non avrebbe ripreso Genova».
Per anni i magistrati della Procura di Roma, che oggi indagano sui rapporti economici tra l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e Mauro Carroccia, ristoratore e presunto prestanome del clan Senese, sono stati guidati da un procuratore che gli inquirenti di Caltanissetta accusano di avere favorito la mafia e aver contribuito a quel clima di isolamento che ha portato all’uccisione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Alla vigilia del referendum una manina ha fatto circolare una foto di Delmastro con Carroccia, ma è finito sui giornali anche un selfie con Giorgia Meloni di un peone collegato alla criminalità organizzata e, sembra, frequentatore di politici locali di Fratelli d’Italia. Giusto fare le pulci al potere. Ciò che stupisce è che sulle presunte relazioni pericolose, anzi pericolosissime, di colui che è stato per quasi tre lustri il magistrato più potente d’Italia (con la benedizione del presidente Giorgio Napolitano) e del Vaticano (Francesco lo volle come presidente del Tribunale della Santa sede) giornali e trasmissioni tv non si scaldano. Preferiscono sorvolare. Forse perché per troppo tempo la stampa progressista (su cui Pignatone firmava dotti editoriali) si è ben guardata dal metterne in discussione il lavoro, a partire dai tempi gloriosi di Mafia Capitale, che mafia non era. E anche quando scoppiò il caso di Luca Palamara, di cui Pignatone era una sorta di fratello maggiore, i cronisti tennero ben distinte le due posizioni.
Ma a tirare giù dal piedistallo il magistrato siciliano ci stanno pensando i colleghi della Procura di Caltanissetta. Per esempio con le 385 pagine di richiesta di archiviazione della Procura di Caltanissetta del 10 aprile 2026 del fascicolo contro ignoti che ha investigato la causa delle stragi del 1992, giungendo alla conclusione che, tra queste, ci sia anche la cattiva gestione del procedimento Mafia e appalti. Nel riferire l’altro ieri in Commissione Antimafia il procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca ha parlato di «un gravissimo errore» commesso dall’allora sostituto procuratore di Palermo Pignatone, ammesso da lui stesso, che avrebbe «vanificato l’80% dell’indagine Mafia e appalti». Per coloro che conoscono gli atti è ben chiaro che De Luca abbia fatto riferimento all’omessa iscrizione di indagati eccellenti (sentiti come semplici testimoni) riferita dai pubblici ministeri Ilde Boccassini e Roberto Saieva.
Oggi gli inquirenti hanno maturato la convinzione che non di «errore» si sia trattato, ma di atti ben ponderati al punto che gli stessi pubblici ministeri nisseni hanno sottolineato «alcune contiguità» di Pignatone «con soggetti appartenenti al mondo mafioso/imprenditoriale dell’epoca», evidenziando come «questo elemento ha certamente inciso rispetto alla sovraesposizione dei magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino», considerata prodromica alla loro eliminazione da parte della Piovra mafiosa. Una vicinanza che sarebbe dimostrata non solo dagli «errori» compiuti da Pignatone nel più importante procedimento di mafia a lui assegnato, ma anche dai 24 immobili acquistati dalla famiglia Pignatone nella palermitana via Turr dalla società Raffaello degli imprenditori mafiosi Vincenzo Piazza, Francesco Bonura e Salvatore Buscemi.
La Procura evidenzia che «Piazza, suo cognato Aurelio Giovanni Chiovaro, i fratelli Salvatore e Antonino Buscemi e Bonura sono stati, negli anni, tutti condannati per associazione mafiosa con pene definitive» e che Piazza, Bonura e Salvatore Buscemi erano massoni della loggia Dante Alighieri. Sui legami tra Pignatone e questi signori gli inquirenti valorizzano le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Angelo Siino, Giovanni Brusca (lodato, per il suo ruolo, da Pignatone sulla Repubblica) e Salvatore Cancemi che, a partire dagli anni Novanta, hanno iniziato a riferire ai magistrati che l’ex giudice del Papa era «a disposizione» dei fratelli Buscemi o «nelle mani» di Vincenzo Piazza. Un’ipotesi negata con forza dalla difesa di Pignatone, ma ritenuta attendibile da De Luca e dai suoi colleghi. Nella richiesta di archiviazione si legge che «non si può in alcun modo convenire sul fatto che gli accertamenti svolti abbiano smentito le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia» e ciò perché «non soltanto sono stati acclarati rapporti patrimoniali di Giuseppe Pignatone sia con i Buscemi che con Piazza, ma le contiguità del nucleo familiare del magistrato con quest’ultimo soggetto iniziano ben prima dell’acquisto dell’immobile di via Turr, atteso che […] fin dal 1964, il nucleo familiare di Francesco Pignatone, padre di Giuseppe, ha vissuto in un immobile costruito da Rosolino Piazza, padre di Vincenzo». Una questione che approfondiremo tra breve.
La Procura di Caltanissetta, come in tutte le indagini di mafia, ha svolto investigazioni sulla famiglia di origine di Pignatone accertando che alle nozze del padre Francesco, celebratesi a San Cataldo il 12 novembre 1947, era stato testimone di nozze Calogero Volpe futuro deputato della Democrazia cristiana per circa un ventennio e definito da Wikipedia «politico, medico e mafioso italiano». La Procura di Caltanissetta ricorda che nella relazione d’opposizione del 4 febbraio 1976 in Commissione parlamentare Antimafia «Calogero Volpe veniva indicato come estremamente vicino a contesti mafiosi» e veniva definito «il cervello politico del sistema di potere mafioso in provincia di Caltanissetta». Tra i grandi elettori del parlamentare ci sarebbe stato anche il boss di Riesi Giuseppe Di Cristina, morto ammazzato nel 1978. Nel documento veniva anche puntualizzato che Volpe «sarebbe stato presente a un comizio tenuto dall’onorevole Pignatone e voluto da don Calò Vizzini, perché si celebrasse l’ideale e le virtù della mafia-politica».
Nel 1964, quando Pignatone ha 15 anni, la sua famiglia si trasferisce a Palermo, nella palazzina dei Piazza. Dei 14 appartamenti divisi su sette piani quattro risultavano di pertinenza della famiglia Pignatone, sei della famiglia Piazza e soltanto i restanti quattro appartenevano a soggetti diversi. Quasi una comune politico-mafiosa. Nel 1980 i Pignatone si spostano in via Turr. In un’intercettazione del 2024 Bonura ha esclamato: «Se ne sono comprate proprietà da Piazza, da noi…ma proprio un mare! Oltre l’appartamento che aveva Pignatone c’ha magazzini, c’ha uffici, ha tante cose!». Confutando la difesa di Pignatone, i pm nisseni annotano che già all’epoca degli acquisti «era evidente che le figure di Vincenzo Piazza e dei soci Francesco Bonura e Salvatore Buscemi, fossero, già al tempo, accostate alla criminalità organizzata». Per quelle compravendite, alla fine degli anni Novanta, Pignatone è stato indagato e archiviato. Anche grazie alla consegna delle matrici degli assegni con cui avrebbe effettuato il pagamento del suo immobile (un pentito aveva parlato di regalo della mafia). Dopo oltre 25 anni i magistrati nisseni non sembrano condividere la scelta del gip che aveva archiviato il caso: «Non si comprende la ragione per la quale Pignatone abbia conservato documentazione totalmente non probante, come le matrici, e non, invece, copia dei titoli che a esse corrispondono o, addirittura, una quietanza dei pagamenti effettuati». E sottolineano «le discrasie tra gli importi delle fatture» emesse dalla società immobiliare Raffaello, controllata dalla mafia, e «le somme indicate nelle matrici», quasi sempre diverse. Addirittura per due assegni da 14 e 6 milioni non si sono trovati i corrispondenti documenti contabili. Senza contare che alcuni pagamenti sarebbero stati emessi in favore di Salvatore Buscemi e non della società venditrice.
Una scelta così stigmatizzata nella richiesta di archiviazione: «Non si comprende a che titolo 2 dei 7 assegni emessi a saldo del prezzo pattuito dovessero essere intestati a Salvatore Buscemi, se si considera che la società venditrice degli immobili era una società di capitali che, come tale, è un soggetto giuridico diverso sia dal suo amministratore che dai soci che ne detengono il capitale». Secondo una consulenza ordinata dalla Procura, alla fine, «Pignatone avrebbe pagato, per l’appartamento acquistato in via Turr, un prezzo sensibilmente inferiore (di circa un terzo) a quello di mercato» e una parte, come ammesso dallo stesso Pignatone nell’interrogatorio, di tale incongruo prezzo sarebbe stata versata in nero.
L’indagato, a verbale, ha dichiarato: «È stato, quindi, pagato un prezzo complessivo di 76.700.000 lire; nell’atto pubblico, stipulato solo a nome di mia moglie, fu indicato, per ben note ragioni fiscali, un prezzo di 55.000.000 (comprensivo della quota di mutuo)». Una scelta borderline che secondo i magistrati avrebbe portato a conseguenze nefaste per il buon nome dell’ex collega: «Pignatone ammette, palesemente, di essersi prestato a consentire un’evasione fiscale ad una società la cui compagine e i cui rappresentanti erano da anni considerati “in odore di mafia”; evasione fiscale concordata con Salvatore Buscemi, capo mandamento di Passo di Rigano. La circostanza assume sicuramente estremo rilievo in relazione all’immagine del dottor Pignatone “agli occhi di Cosa nostra”, con tutto ciò che ne poteva conseguire circa le “chiacchiere” che circolavano sul suo conto in ambito mafioso». Ma da Caltanissetta altre bordate sono state riservate alla gestione del procedimento Mafia e appalti.
L’aspetto forse più inquietante emerso è la disposizione di smagnetizzare le intercettazioni e di distruggere i brogliacci impartita da Pignatone e da Gioacchino Natoli (i due restano indagati per favoreggiamento della mafia in un fascicolo stralciato da quello per cui è stata chiesta l’archiviazione) nel procedimento relativo alle infiltrazioni del clan Buscemi/Bonura nella gestione della cave di marmo di Carrara. La Procura di Caltanissetta in questi mesi ha accertato che, in realtà, l’ordine di distruzione di Pignatone e Natoli, per un caso fortuito, non è stato eseguito dagli uffici e ciò ha consentito il riascolto di quelle conversazioni che fornivano elementi utili perfino alla ricostruzione di un duplice omicidio che coinvolgeva Bonura, vale a dire l’uomo che aveva venduto 24 immobili ai Pignatone.
Gli inquirenti sono arrivati alla conclusione che la distruzione delle intercettazioni per liberare spazio sulle bobine non fosse una prassi consolidata e che, comunque, per farlo sarebbe bastato distruggere il materiale collegato a fascicoli passati in giudicato e proveniente da procedimenti ordinari. Invece a Palermo il solo Pignatone in tutta la Procura del capoluogo siciliano, tra il 1991 e il 1993, avrebbe fatto distruggere prove di inchieste di mafia archiviate e non concluse in modo definitivo.
Nella richiesta di archiviazione la preoccupante ricostruzione viene suggellata con le dichiarazioni rilasciate nel giugno 1992 dalla giornalista Liana Milella. Falcone, prima di morire, le aveva consegnato i suoi diari «per dimostrare il suo “isolamento” nel periodo di permanenza alla Procura di Palermo» dove non poteva più «lavorare efficacemente […] a causa della contrapposizione che si era venuta a creare con il procuratore Giammanco e con i sostituti procuratori più vicini a quest’ultimo, tra i quali in particolare il dottor Lo Forte e il dottor Pignatone».
Tutto questo non è bastato a evitare che Pignatone diventasse, per usare le parole di un suo giovane collega perugino, «un monumento della magistratura italiana».
Un contratto, che La Verità mostra in queste pagine, potrebbe avvalorare la scottante ricostruzione di due imprenditori sulle presunte proposte indecenti che avrebbero ricevuto da un team di legali in stretti rapporti con l’ex premier Giuseppe Conte.
I denunciati, nella Commissione parlamentare per la gestione del Covid, hanno raccontato che gli avvocati Luca Di Donna (che collaborava con Conte nello studio del professor Guido Alpa) e Gianluca Maria Esposito, in piena pandemia, si offrivano come risolutori di problemi in cambio di sostanziose percentuali sul fatturato ottenuto grazie alla loro (millantata?) capacità di intercedere presso Palazzo Chigi, ai tempi in cui l’inquilino era Giuseppi.
Un’ipotetica attività di lobbying che li ha fatti finire sul registro degli indagati della Procura di Roma con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata al traffico di influenze illecite.
Dario Bianchi, titolare della romana Jc Electronics Italia, ha spiegato che Di Donna gli avrebbe chiesto il 10% per sbloccare la fornitura di milioni di mascherine alla struttura commissariale all’epoca guidata da Domenico Arcuri.
Un altro imprenditore, l’umbro Giovanni Buini, della Ares safety, con i magistrati di Roma e con gli onorevoli commissari, ha rivelato che, ai tempi del Covid, non riuscendo a mettersi in contatto con Arcuri per parlare direttamente con lui di dispositivi di protezione, era stato dirottato da un amico su Di Donna ed Esposito.
«Di Donna mi disse di essere il braccio destro del presidente del Consiglio (Giuseppe Conte, ndr) e di avere buoni rapporti con la struttura commissariale», ha spiegato Buini a Palazzo San Macuto. I due legali avrebbero fatto firmare all’imprenditore un accordo per il riconoscimento di una commissione per la mediazione del 5% e poi lo avrebbero convocato nello studio di Alpa (il maestro di Conte).
Buini in commissione ha confessato l’imbarazzo: «Io mi sono trovato questo foglio davanti e l’ho firmato. Ma se tornassi indietro non lo rifarei. Purtroppo in quella circostanza, introdotto da un amico, per non fargli fare una figuraccia, ho siglato questo foglio». Di cui non avrebbe mai ricevuto una copia. In ogni caso, dopo pochi giorni, Buini avrebbe spedito, via pec, la disdetta del contratto.
Risultato? L’11 maggio 2020, l’imprenditore ha ricevuto una mail dal braccio destro di Arcuri, Antonio Fabbrocini, che gli annunciava il benservito «per mutate sopravvenute esigenze della struttura commissariale».
Ma veniamo all’accordo che confermerebbe i racconti di Bianchi e Buini. Il contratto (su carta intestata al «Prof. Luca Di Donna, ordinario di diritto Privato Sapienza» e al «Prof. Gianluca Maria Esposito, ordinario di diritto Amministrativo Sapienza») è stato trasmesso il 30 marzo 2020 alla società Jarvit dell’imprenditore calabrese Francesco Alcaro, allora trentaquattrenne, il quale era alla ricerca di finanziamenti da parte di Invitalia, l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, di proprietà del ministero dell’Economia, all’epoca guidata proprio da Arcuri.
Il testo, allegato all’informativa inviata alla Procura dagli uomini del Nucleo investigativo dei carabinieri, rivela come i due professionisti si offrissero di gestire i rapporti con il ministero dello Sviluppo economico (di cui Esposito è stato per anni uno dei direttori generali) e con Invitalia.
Alla Verità Alcaro aveva spiegato di non aver cercato lui la coppia di professionisti, ma che erano stati loro a proporsi, anche se non è chiaro come fossero venuti a conoscenza del suo nominativo e dei rapporti che questi aveva con Invitalia. Nelle sette pagine del contratto è indicata la specialità della casa: «Un supporto qualificato» nell’ambito della «realizzazione di un contratto di sviluppo per il tramite di lnvitalia Spa-ministero Sviluppo economico».
Per raggiungere l’obiettivo, l’accordo predisposto da Di Donna ed Esposito prevedeva cinque «fasi», tra cui «scouting ed esame preliminare», «assistenza amministrativa nella predisposizione del business plan e del progetto» e «assistenza legale nella procedura amministrativa presso lnvitalia». In cambio i due chiedevano questo corrispettivo: «Per tutte le attività professionali descritte nel presente incarico al professionista è riconosciuto un compenso determinato in una percentuale pari al 5%, oltre oneri di legge (rimborso spese forfettario, Iva e Cassa avvocati), da calcolarsi sul totale del valore dell’operazione». Un cinque per cento da pagare, però, soltanto «alla data del relativo decreto di concessione del contributo pubblico». In pratica i clienti pagavano a risultato raggiunto. Una condizione che lascia intendere come i nostri fossero sicuri di chiudere l’affare.
Il racconto di Alcaro davanti all’allora procuratore aggiunto di Roma Paolo Ielo e al pm Fabrizio Tucci è molto interessante.
A verbale, il 29 dicembre 2020, l’imprenditore spiega come fosse iniziato il rapporto con i consulenti: «Sono stato contattato da Di Donna per telefono, credo anche con una comunicazione mail, insieme a un altro avvocato, che a questo punto potrebbe essere l’avvocato Esposito. I due mi dissero che conoscevano la mia azienda e che avrebbero potuto aiutarmi per ottenere un finanziamento da Invitalia. Essi, nella sostanza, conoscevano l’esistenza di due brevetti industriali in seno alla mia azienda e l’esistenza di un progetto industriale, relativo all’intelligenza artificiale e alla salute».
Alcaro firmò il contratto di consulenza e ai magistrati riferì alcuni interessanti dettagli della trattativa: «Ricordo che i due mi dissero che il progetto andava presentato entro 4/5 giorni dalla data del contatto, cosa assai complicata per la complessità dell’opera, e che comunque a loro andava bene qualsiasi tipo di progetto».
Il verbale prosegue svelando lo strano comportamento dei consulenti: «Poi i due sparirono e io mi feci seguire da altri professionisti ai quali comunicai l’esistenza di questo contratto e i medesimi mi suggerirono, per la sua particolare onerosità e per il fatto che sarei stato legato a loro per tutti i rapporti futuri che avrei avuto con Invitalia, di recedere dal contratto, cosa che feci immediatamente con pec».
I nuovi consulenti avrebbero definito l’accordo persino «vessatorio» e «lesivo per l’azienda stessa».
Successivamente Alcaro invia in Procura una memoria che non convince gli investigatori, i quali nella loro informativa annotano: «Nella relazione, Alcaro, evidentemente temendo di venire coinvolto in un procedimento penale, ha fortemente mitigato il tenore delle proprie affermazioni (davanti ai magistrati, ndr), evitando qualunque riferimento alle frasi proferite dalla coppia Esposito/Di Donna […] in ordine al fatto che la domanda per il finanziamento e la complessa documentazione necessaria avrebbe dovuto essere presentata entro 4 o 5 giorni e che sarebbe andato bene qualsiasi tipo di progetto».
In effetti Alcaro, riferendosi alla trattativa con i due legali, scrive: «Ci hanno fatto perdere tempo nelle registrazioni su Invitalia, telefonate, valutazioni e fatto firmare un contratto infruttuoso. Il rapporto si è dissolto nel nulla, non ci sono stati più contatti con il Prof. Di Donna passati quei “fatidici 4/5 giorni” che avevamo a disposizione per concludere l’iter». Quindi puntualizza, probabilmente per il timore evidenziato dai carabinieri: «Non ho mai ricevuto promesse per l’ottenimento del finanziamento Invitalia attraverso canali preferenziali».
La Commissione Covid non lo ha ancora convocato e sarà interessante capire quale versione sceglierà di offrire dalla cattedra di Palazzo San Macuto. Nel frattempo, Di Donna e Esposito sono stati archiviati dall’accusa di traffico di influenze, mentre per lo stesso reato e in una vicenda analoga, quella per la compravendita di 800 milioni di mascherine da parte della Struttura commissariale, la Procura di Roma ha chiesto il conflitto di attribuzioni davanti alla Consulta. Il motivo? Verificare la legittimità costituzionale della riforma del reato di traffico di influenze voluta dal ministro Carlo Nordio.
Da una parte il pm Fabrizio Tucci e l’aggiunto Stefano Pesci hanno chiesto l’archiviazione di Di Donna, Esposito e di altri indagati in due procedimenti, dall’altra lo stesso Tucci e Ielo, in apparente violazione del principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, hanno sollevato la questione di costituzionalità nel procedimento gemello 37684/2020 a carico di Andrea Tommasi ed altri presunti trafficanti di influenze illecite. Nella memoria del 2 dicembre 2024 Ielo e Tucci scrivono che la modifica dell’articolo 346 bis della legge Nordio non rispetterebbe l’articolo 12 della Convenzione di Strasburgo perché escluderebbe «quel nucleo minimo di condotte» che, secondo gli inquirenti capitolini, andrebbero perseguite. In questo modo la Procura si sarebbe opposta a una sorta di cancellazione mascherata della fattispecie. Ma lo avrebbe fatto solo in questo caso e non in quello di Di Donna ed Esposito.
Noi, nelle scorse settimane, abbiamo provato a chiedere conto a Tucci di una tale differenza di interpretazione per una materia praticamente identica e il pm ci ha rimandato all’aggiunto. Pesci ci ha risposto: «Nulla so di questioni di costituzionalità in altri procedimenti». E poi ci ha domandato, spiazzandoci: «Ma è stata da noi sollecitata?». In pratica sembra che alla Procura di Roma la mano destra non sappia quello che fa la sinistra e che le decisioni vengano prese a compartimenti stagni.
Quando abbiamo fatto presente che il doppio registro era stato adottato da uno stesso pm e abbiamo inviato l’istanza che questi aveva firmato con Ielo, Pesci ha replicato: «L’articolo 53 del codice di procedura penale dà piena autonomia di scelta al pm di udienza». Cioè a Tucci. Che, però, come detto non ci ha voluto parlare.
Auspichiamo che la Commissione parlamentare presieduta dal senatore Marco Lisei faccia piena luce su tale evidente disparità di trattamento convocando i pubblici ministeri interessati affinché chiariscano perché nel caso di Tommasi & C. abbiano sollevato la questione di costituzionalità, mentre in quello degli avvocati amici di Conte abbiano chiesto l’archiviazione.





