L’hockey Usa conquista l’oro dell’orgoglio Maga: beffato il Canada, rivale a 360 gradi
Chissà se Donald Trump si sarà mangiato le mani quando ha visto la «sua» amata squadra di hockey maschile (dopo quella femminile) trionfare ai Giochi olimpici di Milano-Cortina. Infatti era atteso in Italia per l’evento, ma all’ultimo ha cambiato programma.
È stato il secondo «Miracle on ice» dopo quello del 22 febbraio 1980, quando il Team Usa, formato da studenti dei college, sconfisse a sorpresa lo squadrone sovietico. Esattamente 46 anni dopo (ieri, 22 febbraio 2026), la squadra a stelle e strisce è riuscita a ripetersi contro i favoriti canadesi. Ovviamente questa vittoria vale molto di più di un trionfo sportivo e per capirlo bastava guardare i giocatori che festeggiavano alla fine: quasi tutti avevano sulle spalle la bandiera del loro Paese e hanno cantato l’inno abbracciati.
Del resto diversi campioni della National hockey league (Nhl), il campionato dei fenomeni, erano già scesi in campo per difendere il loro canto nazionale e il governo quando, nel mondo dello sport, avevano iniziato a diffondersi le proteste per le scelte politiche di Trump e della sua amministrazione. Per esempio, i fratelli Brady e Matthew Tkachuk hanno manifestato il loro sostegno al presidente, con post favorevoli al suo «America First» e alla bandiera. Ma non sono i soli. Sebbene serpeggi un sentimento anti Trump in parte della delegazione, diversi giocatori della nazionale maschile, spesso di origine benestante, non nascondono le proprie simpatie per i repubblicani. Alla fine, però, a decidere il match ai supplementari (i tempi regolamentari si erano conclusi 1-1) è stato un gol del «liberal» Jack Hughes, stella della Nhl con i New Jersey Devils. Negli anni scorsi Hughes si è espresso con forza a favore dei diritti Lgbtq+, della Pride night dei Devils e contro il divieto della Nhl di utilizzare il nastro Pride sulle mazze. Ha spiegato più volte che l’hockey, a suo giudizio, deve essere uno «sport inclusivo» e che la sua famiglia sostiene fortemente l’inclusione. Ieri, però, dopo aver vinto l’oro olimpico, ha gridato: «Amo gli Usa... sono così orgoglioso di essere americano». Adesso attendiamo di vederlo alla Casa Bianca a stringere la mano a Trump, che certamente inviterà a Washington i suoi beniamini.
La sfida Canada-Stati Uniti, ospitata ieri alla Santa Giulia Arena di Milano, è il derby più sentito dell’hockey su ghiaccio. Maestri contro allievi. I maestri sono i canadesi. A inventare l’hockey su ghiaccio moderno sono stati loro nella seconda metà dell’Ottocento. E anche la Nhl, che riunisce 32 franchigie nel Nord America, è nata nel Paese della foglia d’acero (molti dei migliori giocatori Usa giocano in squadre canadesi, ma succede anche il contrario). Gli Stati Uniti, però, da tempo puntavano a spodestare i canadesi. E ieri ci sono riusciti in un match dai profondi connotati politici, un po’ come Argentina-Inghilterra nel 1986, con la Mano de Dios. Da una parte l’America Maga di Trump, dall’altra il Canada progressista e liberale di Justin Trudeau e dell’attuale premier, Mark Carney. Trump da tempo provoca il gigantesco vicino: lo ha più volte definito il cinquantunesimo Stato degli Usa e minaccia tutti i giorni dazi. L’ex premier canadese Trudeau aveva ribattuto: «Non potete prendere il nostro Paese e non potete prendere il nostro gioco». Detto, fatto.
Di certo l’hockey è lo sport meno inclusivo tra quelli amati in Nord America. Solo il 5% dei giocatori della Nhl è di colore e questo si deve al fatto che questo gioco è nato in Canada dove la comunità di colore è sempre stata ridotta. Insomma, l’hockey è un passatempo da Wasp (i bianchi anglosassoni e protestanti) e, in effetti, Trump ne va matto. In Italia sono sbarcati per le Olimpiadi ben 148 giocatori provenienti dalla Nhl e sono stati assicurati con 3,1 miliardi di euro. Era dal 2014 che i super professionisti della Lega nordamericana non partecipavano ai Giochi invernali. Il Canada ha vinto 16 medaglie in 24 partecipazioni: nove d’oro (le ultime nel 2002, 2010, 2014), quattro d’argento e tre di bronzo. Ma ha anche racimolato 28 medaglie del metallo più prezioso ai Mondiali. Gli Usa hanno partecipato a 25 Olimpiadi invernali (tutte) ma, sino a ieri, avevano portato a casa solo due ori, nel 1960 e nel 1980. Non è andata meglio ai Mondiali: solo tre vittorie in 76 partecipazioni. Ma, anche in questo caso, gli Stati Uniti sono i detentori del titolo iridato, conquistato nel 2025 (dopo un’attesa di 65 anni!) contro la Svizzera, un’altra squadra dalla divisa rossa.
Ma veniamo al match. In finale sono arrivate le due squadre favorite, anche se entrambe, pur avendo segnato più di tutte, hanno rischiato di non farcela e hanno battuto Svezia e Repubblica Ceca ai tempi supplementari. Sugli spalti l’onda rossa con le bandiere con la foglia ha colorato i palazzetti, ma anche i supporter Usa si sono fatti sentire. Ieri a livello di decibel le due tifoserie si sono equivalse e hanno lasciato lo stadio a braccetto. Un esempio per tutti. A stemperare la tensione ci hanno pensato le interruzioni a base di musica (c’era pure un tastierista tedesco), karaoke, giochi e persino la distribuzione di pasta italiana sugli spalti. Negli ultimi dieci anni, le nazionali di Canada e Stati Uniti si erano affrontate nove volte a livello di Olimpiadi e Campionato del Mondo. Lo score era leggermente a favore dei primi (5-4). Tuttavia, l’ultimo confronto olimpico aveva visto prevalere gli Usa.
Ieri il Canada di Connor McDavid e Nathan MacKinnon (giocatori da 12,5 milioni di dollari a stagione) ha dovuto, però, rinunciare al suo campione più carismatico, Sidney Crosby, azzoppato nei quarti. Il trentottenne al momento della consegna della medaglia è stato il più osannato dai suoi supporter. Che, invece, hanno fischiato sonoramente Brady Tkachuk. Alla fine il Canada ha tirato 42 volte contro le 28 degli Usa. L’eroe di giornata, oltre a Hughes, è stato il portiere a stelle e strisce Connor Hellebuyck, tra i migliori della sua generazione, noto per i suoi caschi serigrafati con la bandiera degli Usa e altri rimandi alle sue passioni (come la pesca). Ieri ha parato 41 volte, facendo veri e propri miracoli. Quando le telecamere lo hanno inquadrato mentre riceveva la medaglia d’oro, lo stadio è impazzito.
Gli Usa sono passati in vantaggio al sesto minuto, quando Matt Boldy ha superato la coppia difensiva di punta del Canada, Cale Makar e Devon Toews, e con un colpo di magia ha alzato il disco e ha superato il portiere canadese Jordan Binnington. Al minuto 38.16 proprio Toews e Makar (il finalizzatore) si sono rifatti e hanno confezionato l’azione del pareggio. A un certo punto gli Usa, a causa di due espulsioni temporanee, sono rimasti con tre giocatori di movimento contro cinque. Sono stati minuti durissimi, in cui la squadra statunitense ha rischiato di capitolare.
Anche il Canada ha dovuto difendersi in inferiorità numerica. Ma dopo essersi mangiata almeno due facilissime reti, ha dovuto inchinarsi ai nuovi padroni. La Casa Bianca ha pubblicato sul proprio profilo X l’immagine di un’aquila, simbolo degli Stati Uniti, che affoga un’oca canadese. Mentre su Truth Trump ha esultato: «Che partita!».
Dopo la débâcle della Rai a San Siro, Milano-Cortina saluta il mondo dall’Arena di Verona. In tv torna Bulbarelli, estromesso dall’apertura per colpa del Colle. Opera, jazz, balletto e dance, i Vip non si contano: López Moreno, Fresu, Bolle e Gabry Ponte.
Clicca qui sotto per scaricare il programma completo della cerimonia di chiusura dei Giochi invernali.
Cerimonia di chiusura Olimpiadi Milano-Cortina 2026.pdf
Ed eccoci, 16 giorni dopo la débâcle di Mamma Rai, alla cerimonia conclusiva (introdotta a partire da Londra 1908) dei Giochi olimpici invernali 2026 che si svolgerà all’interno dell’Arena di Verona. La prova per i telecronisti sarà ancora più complicata dell’apertura visto il motivo conduttore (l’opera lirica) dello spettacolo. L’arduo compito è stato affidato all’esperto Auro Bulbarelli, che a inizio mese era stato esautorato dopo le telefonate furiose di uno dei consiglieri del Quirinale al Comitato olimpico e ai vertici della Rai. La colpa del giornalista? Avere svelato che il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, aveva preparato una sorpresa in vista della sua partecipazione all’evento (l’arrivo sul tram guidato dal pluricampione Valentino Rossi).
Adesso Bulbarelli è stato rimesso al suo posto dopo il disastro della telecronaca di Paolo Petrecca (costretto alle dimissioni da direttore di Rai Sport). Ci auguriamo che saluti tutti senza sbagliare la location e che si accorga che il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni (attesa a Verona), avrà vicino il presidente del Comitato olimpico internazionale, Kirsty Coventry (scambiato il 6 febbraio per la figlia di Mattarella).
Bulbarelli sarà affiancato dallo scrittore Fabio Genovesi e da Cecilia Gasdia, che è una sicurezza. Non solo perché ha alle spalle una grande carriera da soprano, ma perché da anni è il sovrintendente del teatro lirico all’aperto più grande del mondo, l’Arena, appunto. Ai grandi eventi è abituata e anche i critici d’opera progressisti le perdonano la collocazione a destra (la sua candidatura con Fratelli d’Italia alle comunali del 2017 è stata una parentesi) davanti al suo lavoro all’insegna della qualità e della tradizione.
Ma veniamo al programma, pensato appositamente per l’Arena (era da Atene 1896 che una cerimonia non si svolgeva dentro a un monumento antico). Tutto avrà origine da una goccia d’acqua, elemento primigenio che, passando dallo stato liquido a quello solido, rende possibili gli sport invernali, e che cadrà idealmente al centro della scena. Il resto lo farà la forza della musica. Si parte da Giuseppe Verdi e da uno dei suoi titoli più rappresentati al mondo (insieme alla Traviata): ovvero Rigoletto. La storia potentissima (tratta da un celebre dramma di Victor Hugo e che debuttò nel 1851 alla Fenice di Venezia) di un buffone di corte storpio che finirà per rendersi responsabile della morte di sua figlia. Per come è stata pensata la cerimonia di chiusura di Milano-Cortina, questo personaggio sinistro abita nelle viscere dell’Arena, dov’è stato protagonista un’infinità di volte, tra scenografie, costumi e memorie di centinaia di altri titoli arcinoti come Aida e Madama Butterfly), ognuna delle quali è rinchiusa nella sua «scatola magica». L’opera, quindi, resta al centro di tutto il racconto e qui un applauso va agli organizzatori (Maria Laura Iascone, direttrice delle cerimonie di Milano-Cortina 2026, mentre per la chiusura veronese i meriti andranno ad Alfredo Accatino, direttore artistico, e Adriano Martella, direttore creativo), che non hanno ridotto l’Italia alla pizza, agli spaghetti e al mandolino, ma hanno giocato fin dall’inizio con le icone di Giuseppe Verdi, Giacomo Puccini e Gaetano Donizetti.
Quando si aprirà un sipario verde (sino al primo Ottocento il colore tipico delle falde) avrà inizio la grande notte dell’Opera, con la proiezione di un vero e proprio film con protagonisti gli attori Benedetta Porcaroli, in rappresentanza della beltà italica, e Francesco Pannofino (l’indimenticabile regista René Ferretti nella serie cult Boris), nei panni di un direttore di scena che bussa ai camerini. Violetta, protagonista della Traviata (interpretata dalla stella della lirica Carolina López Moreno, soprano nato in Germania reduce dai grandi successi della Bohème di Puccini a Firenze e Roma), minaccia di non uscire in scena e rovescia un vaso di fiori con un gesto di stizza. La goccia d’acqua, che torna ancora una volta, arriverà nelle viscere del teatro, risvegliando Rigoletto (Stefano Scandaletti) e le grandi icone dell’Opera rinchiuse in «scatole magiche», come Rigoletto, Figaro, Aida e Madama Butterfly. Saranno proprio i personaggi dell’Opera, ambasciatori dell’Italia intera, a raggiungere piazza Bra all’esterno dell’Arena per accogliere gli sportivi. In scaletta è previsto più avanti anche Roberto Bolle, étoile di fama internazionale e icona di grazia. A lui toccherà il compito di trasformare l’acqua in un sole, segnando l’alba di un mondo nuovo, pieno di speranza.
Stasera non mancherà il momento patriottico. La bandiera italiana verrà portata in scena da persone comuni che provengono dai territori olimpici (nella scaletta sono ben identificati per evitare scene mute come quelle della telecronaca di apertura), profondamente legate alle loro comunità, per l’impegno nel volontariato, nello sport e nell’organizzazione dei Giochi, o per averne incarnato nel tempo i valori.
L’inno sarà eseguito dal coro della Fondazione Arena di Verona che si esibirà dal Teatro Filarmonico, secondo palcoscenico di questa cerimonia, insieme al trombettista sardo Paolo Fresu, simbolo del jazz italiano nel mondo, dall’Arena. Carabinieri in grande uniforme speciale riceveranno il vessillo e lo isseranno.
Ci sarà anche il passaggio di testimone con il Paese che organizzerà i prossimi Giochi invernali tra Nizza, Savoia, Alta Savoia e Briançon, la Francia del presidente transalpino Emmanuel Macron, il quale, dopo le recenti incomprensioni con la Meloni, diserterà l’evento. Una versione spettacolare della Marsigliese monopolizzerà questo momento (protagonisti dell’intermezzo il compositore Thomas Roussel e il mezzosoprano Marine Chagnon).
Nel video di presentazione di French Alps 2030, verranno valorizzati i paesaggi, dalle montagne sino al mare della Costa Azzurra. Sembra che i francesi abbiano imparato la lezione e dovrebbero evitare pacchianate come la pseudo Ultima cena con improbabili personaggi assortiti, salvo sorprese non svelate nella scaletta.
Gli atleti sfileranno tutti insieme in segno di amicizia come accade da Melbourne 1956 e saranno protagonisti della festa finale in musica, tradizione inaugurata a partire da Los Angeles 1984 (allora ad animare l’evento fu Lionel Richie).
Non mancheranno medley musicali con canzoni indimenticabili della nostra musica leggera come Nessuno mi può giudicare, Se bruciasse la città, Sarà perché ti amo, Ma il cielo è sempre più blu, Maledetta primavera, A fare l’amore comincia tu, Se telefonando, E la vita la vita, Senza fine. Un gigantesco karaoke che farà cantare l’Italia con l’aiuto dei Calibro 35, gruppo strumentale «cult» per chi ama il suono dei film poliziotteschi in salsa jazz-funk, reinterpreterà anche immortali colonne sonore cinematografiche di Ennio Morricone, Nino Rota, Stelvio Cipriani, Luis Bacalov.
La festa sarà guidata da un gruppo di musicisti che farà più Sanremo o X-factor, o addirittura Concertone di Capodanno, che non Arena di Verona. Per esempio sul palco salirà il «giudice» del talent Manuel Agnelli, insieme, all’ex campionessa Deborah Compagnoni, con sci e abito da sera, Achille Lauro, «in un elegantissimo frac» (riproporrà Incoscienti giovani, già cantata a Sanremo), lo chef pluristellato Davide Oldani e il sindaco di Verona, Damiano Tommasi (anche se la scaletta non specifica in quale veste).
Nel cast c’è pure un ex concorrente proprio di X-Factor, David Shorty, due ex concorrenti di Sanremo, Joan Thiele e Alfa (quest’estate ha spopolato con una riedizione di A me mi piace di Manu Chao), ma a far ballare tutti dovrebbero pensarci il dj Gabry Ponte (nel 2025 ha realizzato la sigla di Sanremo Tutta l’Italia, arrivando ultimo all’Eurovision come rappresentante di San Marino) che riproporrà il suo pezzo più celebre: Blu (Da ba dee) del 1998.
Un’esplosione dance sarà garantita pure dal collettivo californiano Major Lazer con alcuni special guest: MØ, Nyla e il già citato Alfa. La loro hit Lean On ha più di 2,5 miliardi di riproduzioni su Spotify. Alla fine della cerimonia verranno spenti entrambi i bracieri olimpici: una tradizione inaugurata a Berlino 1936 e che a Roma 1960 gli spettatori esorcizzarono accendendo per la prima volta gli accendini in uno stadio. La fiamma tornerà ad ardere nel 2028 a Los Angeles per i prossimi Giochi estivi.
Re Sergio, forse inebriato dai trionfi olimpici e dagli osanna dello Stadio di San Siro, ha deciso di indossare il mantello da supereroe e nel pieno della campagna referendaria e degli scontri da ultrà tra Fronte del Sì e Fronte del No si è presentato, totalmente inaspettato, alla seduta plenaria del Consiglio superiore della magistratura. È apparso scortato dai suoi due corazzieri, i consiglieri Ugo Zampetti e Stefano Erbani, sotto le insegne di capo dello Stato e non di presidente di Palazzo Bachelet, come ha sottolineato più volte nel suo breve discorso all’inizio del plenum del Csm.
Il messaggio doveva essere chiaro a tutti: nella zuffa tra politica e magistratura, lui, Supremo Notaio, interveniva come l’unico vero adulto del Sistema Italia, come un genitore saggio che separa i bambini che litigano.
Ma le sue parole non dovevano essere messe in discussione. L’epifania è stata un vero è proprio blitz, di cui quasi tutti i consiglieri erano totalmente all’oscuro. Alle 8:09 del mattino, il vicepresidente del Csm Fabio Pinelli ha spedito ai membri del parlamentino dei giudici questa mail (con qualche carattere sballato): «Cari Consiglieri, Vi informo che la seduta di plenum sarà oggi inizialmente presieduta dal Signor Presidente della Repubblica, il cui arrivo a Palazzo Bachelet è previsto alle ore 9:50. Mi permetto pertanto di raccomandare a tutti la massima puntualità per l’inizio dei lavori. Fabio».
Esattamente un’ora dopo, probabilmente nel timore che qualcuno fosse pronto a prendere la parola di fronte alle inattese comunicazioni del Quirinale, è stato inviato un altro messaggio che giustificava l’augusta discesa sulla Terra con una dimenticabile trattazione di una pratica della nona commissione, una di quelle che solitamente vengono fatte slittare a fine seduta, quando l’attenzione è scemata e le palpebre dei consiglieri iniziano a calare pericolosamente: «Quanto alla seduta odierna di Plenum, l’Ufficio Cerimoniale raccomanda che ciascuno di Voi giunga in Aula Bachelet entro le ore 9,35. Verrà trattata, con inversione dell’Ordine del Giorno, la pratica di Nona Commissione […] sulla cui proposta di delibera non sono previsti interventi. Resto a disposizione di tutti Voi. Con i saluti più cordiali. Fabio Pinelli». Insomma è stato tutto accuratamente studiato nei dettagli per evitare il dibattito in Aula. Le parole di Mattarella dovevano calare dall’alto e nel silenzio. Nessun contraddittorio era ammesso.
E, come detto, si è scelto di usare come cavallo di Troia una delibera che vale la pena di citare per la sua marginalità: una richiesta di supporto da parte della Scuola superiore della magistratura per un progetto di formazione giudiziaria finanziato dall’Unione europea «incentrata sulla digitalizzazione e sulla tutela dei diritti fondamentali, con particolare attenzione alle competenze digitali, all’alfabetizzazione in materia di intelligenza artificiale, alla non discriminazione e allo Stato di diritto».
Un corso fumosissimo che mai avrebbe attirato l’attenzione di qualcuno dentro al Csm se non ci avesse messo sopra il cappello il Quirinale.
L’intervento di Mattarella è arrivato dopo le sparate del procuratore di Napoli Nicola Gratteri (sugli elettori del Sì «indagati» e legati a centri di potere come «la massoneria deviata») e la risposta del ministro della Giustizia Carlo Nordio (che ha definito «para-mafiose» le logiche correntizie collegate alle nomine del Csm). E ogni parola di Re Sergio è stata limata e pesata con il bilancino.
Dopo aver citato la pratica e prima di dare la parola al relatore, Mattarella ha pronunciato il suo predicozzo urbi et orbi, non prima di avere evidenziato l’eccezionalità del suo intervento: «Vorrei aggiungere che sono consapevole che non è consueta la presenza del presidente per i lavori ordinari del Consiglio» è stato il suo incipit. «Per quanto mi riguarda non si è mai verificata in 11 anni». Neanche ai tempi del caso Palamara era ricorso a un tale sotterfugio. Che gli ha consentito, in poche e rapide battute, di bacchettare governo e magistrati. Ma non solo. Un consigliere che preferisce rimanere anonimo, intimorito dallo strapotere del Quirinale, ci ha confessato: «Ha rassicurato i magistrati su fatto che Lui c’è e che è il garante delle loro prerogative. Il referendum non lo ha ancora vinto il Sì, ma è ancora contendibile. La sua presenza ha significato questo».
Il testo ufficiale aveva, però, un altro contenuto, da perfetto trapezista della Costituzione e da cerchiobottista d’alto bordo. «Mi hanno indotto a questa decisione la necessità e il desiderio di sottolineare ancora una volta il valore del ruolo di rilievo costituzionale del Csm. Soprattutto la necessità e l’intendimento di ribadire il rispetto che occorre nutrire e manifestare particolarmente da parte delle altre istituzioni nei confronti di questa istituzione» ha ammonito. Una frase che tra gli esegeti più attenti dei discorsi, ma anche dei sospiri, del Quirinale è stato subito accolta con entusiasmo come una bordata a Nordio. Per i cronisti dei cosiddetti giornaloni, solitamente ben imbeccati, era questo il reale significato delle flautate parole.
Una versione subito smontata dalla consigliera laica (eletta in quota Fdi) Isabella Bertolini, che ha decodificato così il discorso: «Il capo dello Stato, con tono pacato, ha chiesto a tutte le istituzioni di rimettere il confronto sui temi del referendum nei binari del rispetto reciproco, invitando ad abbassare lo scontro. Ha anche precisato di parlare come presidente della Repubblica e quindi il suo è stato, a mio avviso, un intervento rivolto alle istituzioni a 360 gradi». Per l’avvocato, quello di Mattarella, «non è stato un richiamo solo al governo, ma anche, per esempio, a quanto detto nei giorni scorsi dal procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, che ha offeso i cittadini che voteranno Sì». Dunque il capo dello Stato non avrebbe «fatto una difesa corporativa della magistratura, ma anzi» avrebbe «messo in luce i problemi e le carenze che ci sono anche nel Csm». La Bertolini ha concluso con una speranza: «Mi auguro che adesso il confronto torni ad essere nel merito della riforma, in modo da aiutare tutti gli italiani a capire il quesito referendario».
In effetti, nei passaggi successivi Mattarella ha ammesso che il Csm è «un’istituzione non esente nel suo funzionamento da difetti, lacune, errori e nei cui confronti non sono ovviamente precluse critiche». Poi, in versione monsieur Lapalisse, ha aggiunto: «Come del resto si registrano difetti, lacune, errori e sono possibili critiche riguardo alle attività di altre istituzioni della Repubblica. Siano esse parte del potere legislativo, di quello esecutivo, di quello giudiziario».
Poi ha ribadito che il Csm «deve rimanere rigorosamente istituzionale ed estraneo a temi o controversie di natura politica» e, sempre come presidente della Repubblica, ha assicurato di avvertire «la necessità di rinnovare con fermezza l’esortazione a rispetto vicendevole in qualsiasi momento in qualsiasi circostanza, nell’interesse della Repubblica».
Dopo questo colpo di teatro, Mattarella si è velocemente dileguato, lasciando il Csm nell’ormai consueto caos.
Palazzo Bachelet, infatti, continua a rappresentare l’unico vero contropotere rispetto alla maggioranza di governo. Qui, da tempo, a distribuire le carte sono tornate le toghe progressiste, sebbene, almeno teoricamente, siano minoranza.
La prova è arrivata dalle tre delibere contrapposte di ieri, cioè quelle che non vengono decise all’unanimità.
Per la poltrona di procuratore di Potenza, assegnata al centrista Camillo Falvo, le toghe conservatrici e i laici di centrodestra sono riusciti a spuntarla perché al candidato progressista sono mancati i voti di due togati di centrosinistra, che non erano in aula al momento della decisione finale.
Ben diversamente è andata la corsa per il procuratore di Venezia, dove la milanese Alessandra Dolci, della corrente di Area, sembrava avere poche speranze contro il procuratore aggiunto di Catania Sebastiano Ardita, toga fieramente di destra, già consigliere del Csm proprio nella corrente fondata dal marito della Dolci, Piercamillo Davigo.
Ad Ardita, sebbene non faccia più parte di Magistratura indipendente, non è mancato nemmeno un voto riferibile al centrodestra e anzi sul suo nome è confluito anche il professor Roberto Romboli, autorevole membro togato in quota Pd. Insomma sembrava fatta e il relatore, il consigliere laico Felice Giuffrè, area Fdi, ancora ieri mattina era convinto di avere fatto bene i suoi conti, avendo ricevuto rassicurazioni pure dal renziano Ernesto Carbone. Che, però, alla fine, ha spostato le sue fiches sulla Dolci.
E così al momento della votazione il risultato è stato di 14 a 14.
A questo punto a molti è parso che Pinelli fremesse per votare Ardita, ma dopo un rapido consulto con il procuratore generale della Cassazione, Piero Gaeta (membro di diritto del Csm), il vicepresidente è sembrato accettare a malincuore la regola non scritta imposta dal Quirinale al «suo» comitato di presidenza (composto da Pinelli, Gaeta e dal primo presidente del Palazzaccio Pasquale D’Ascola), che è quella di non fare da ago della bilancia nelle nomine più combattute. Ma se Gaeta e D’Ascola si sono astenuti, Pinelli ha voluto lasciare agli atti il suo non voto. A questo punto si è ripetuta la conta e si è registrato un altro 14 pari. La Dolci ha vinto in quanto candidato con la maggiore anzianità di servizio.
Altra battaglia persa da un centrodestra in confusione è stata quella per la nomina del presidente della Scuola superiore della magistratura.
La scelta di Roberto Peroni Ranchet, effettuata dal Csm nel 2023, era stata bocciata sia dal Tar che dal Consiglio di Stato, dopo il ricorso dell’attuale procuratore di Viterbo Mario Palazzi.
Ma anche in questo caso i consiglieri vicini al centrodestra hanno deciso di andare allo scontro e, come consente la legge, hanno confermato la vecchia decisione, ma senza avere i numeri per farlo. E così si sono schiantati per la seconda volta in una mattinata.
Palazzi ha vinto 15-14 e lo ha fatto con le preferenze di Gaeta e D’Ascola. Pinelli ha invece optato per il perdente. In questo caso il comitato di presidenza ha deciso di esprimersi non essendo in gioco la nomina dei vertici di una Procura o di un Tribunale. Ma la decisione è stata un autogol che ha spaccato l’ufficio che funge da cinghia di trasmissione con il Quirinale.





