Barbera: «La sinistra che voterà No solo per dar contro a Meloni tradisce la Costituzione»
L’ex presidente della Consulta Augusto Barbera: «Non sono di destra, ma il governo sta facendo la cosa giusta. Tanti come me la sosterranno. L’Anm si è rivelata essere formazione politica».
Nel suo elegante studio nel centro di Bologna ci sono centinaia di libri, tra cui molte preziose edizioni di antiquariato giuridico (compreso un Digesto di Giustiniano, pubblicato ad Amsterdam nel 1680, scritto in caratteri microscopici, e un’edizione dei Promessi sposi del 1916 con riprodotte le correzioni di Alessandro Manzoni), e decine di statuine di Sant’Antonio da Padova, antiche e meno, che ricordano il secondo nome dell’insigne costituzionalista Augusto Barbera. «Sono nato nel 1938, in pieno regime fascista e mio padre, maestro delle elementari, scelse per me quel primo nome in ossequio ai tempi. Mia madre, più devota, aggiunse quello del santo».
Barbera è il grillo parlante della sinistra e da settimane spinge il Sì al referendum con le sue dotte, ma chiare spiegazioni. L’età e l’esperienza lo indurrebbero a evitare la trincea, così come suggerisce la pila di tomi appoggiati sul tavolino davanti al divano dove ci fa accomodare.
«Sono tutti libri che voglio leggere e che sono in contraddizione con gli impegni che ho dovuto prendere in questa campagna referendaria».
I titoli inducono a una sana riflessione: L’arte di essere nonno di Victor Hugo, Oracolo manuale e arte della prudenza di Baltasar Gracián, Il diritto alla pigrizia di Paul Lafargue («Era il genero di Karl Marx» rimarca il professore), Elogio della lentezza di Lamberto Maffei, Elogio del riposo di Paul Morand, Il piacere dell’ozio di Hermann Hesse, La lentezza di Milan Kundera.
Ci sono anche il De senectute di Cicerone («Me lo ha regalato Francesco Cossiga nel 1991, legga la dedica») e un libricino intitolato Pensieri e massime di Marcel Proust, tratto dalla ponderosa Recherche: «Con questo voglio smentire chi dice di avere letto i sette volumi dell’opera». Una frase che tradisce l’indole del fact checker (un termine che a Barbera non piacerebbe affatto), del cacciatore di fake news che non si arrende al conformismo della sua parte politica. Che oggi sta provando a far fallire il referendum sulla giustizia.
Barbera è stato parlamentare per cinque legislature tra il 1976 e il 1994, tutte vissute nelle fila del Pci-Pds. Dal 2023 al 2024 è stato presidente della Corte costituzionale.
Giorgia Meloni ha dichiarato che in caso di vittoria del No al referendum del 22-23 marzo non si dimetterà e chi, quindi, voterà contro per mandarla a casa spreca il suo tempo.
«Ha fatto bene a precisarlo. Stiamo andando a votare per la riforma dell’ordinamento della giustizia e non per il governo. Il presidente del Consiglio oggi è in difficoltà per via delle guerre e fa fatica a tenere unita la maggioranza, anche se in politica estera ha lavorato bene. La battaglia contro di lei e il suo governo si dovrà fare l’anno prossimo alle elezioni politiche, non affossando una riforma giusta».
Eppure un suo compagno di partito come Goffredo Bettini ha dichiarato che sarebbe a favore nel merito, ma che voterà No per andare contro la Meloni…
«Mi ha molto deluso con questa sua affermazione. Gli voglio dire che così tradisce la Costituzione, perché essa prevede che la sovranità si esprima in modo mediato attraverso le elezioni o direttamente con i referendum. Questo è il momento di usare la democrazia diretta, valutando il testo. Io resto un elettore di sinistra e il prossimo anno voterò per la sinistra, ma su questa riforma il governo sta facendo la cosa giusta. Le dico di più: è una proposta che non solo apprezzo, ma che ritengo coerente con le nostre antiche posizioni e non con quelle che aveva il Movimento sociale italiano».
Il Fronte del No obietta che questa riforma stravolga la Costituzione.
«La propaganda dei contrari al testo in esame vaticina la rottura di delicati equilibri costituzionali, ma in realtà questa riforma attua la Costituzione. Dà sostanza all’articolo 111, riformato nel 1999, quello che parla di un giudice terzo e imparziale. Inoltre, la Settima disposizione transitoria e finale stabiliva che l’ordinamento ereditato dal fascismo continuasse ad applicarsi solo “fino a quando non sia emanata la nuova legge sull’ordinamento giudiziario”. E questo governo, dopo molti tentativi, si è preso la responsabilità. Il Fronte del Sì doveva, dall’inizio, usare tale argomento e spiegare che questa riforma non altera, ma anzi attua la Costituzione».
E che cosa significa questo?
«Seguire la strada indicata dai Padri costituenti che chiedevano l’emanazione di una nuova norma che correggesse il Regio decreto del 1941, su cui poggia l’unità delle carriere. E a dare applicazione a quella disposizione transitoria è stato questo governo e noi dobbiamo giudicare la proposta dell’esecutivo e non il proponente».
Il nonno di Elly Schlein, l’avvocato Agostino Viviani, faceva parte del Csm ed era favorevole alla separazione delle carriere. Ma adesso la segretaria è ferocemente contraria. Che cosa si sente di dirle?
«Lasciando da parte le questioni famigliari, auspico che si renda conto che questa riforma è in piena coerenza con le posizioni assunte storicamente dalla sinistra riformista. Ai miei tempi, su questioni come questa, si sarebbe aperta una discussione in tutte le sezioni, mentre adesso il dibattito è rimasto circoscritto al Parlamento e a largo del Nazareno. Anche se mi rendo conto che non ci sono più i partiti di una volta, sarebbe stato necessario un maggiore coinvolgimento degli iscritti e dei simpatizzanti».
Pensa che se la riforma fosse stata ben spiegata avrebbe incontrato maggiore favore nel popolo della sinistra?
«Io ritengo di sì e credo, comunque che tanti elettori progressisti, nel segreto dell’urna, voteranno per il Sì».
Se vince il No che cosa succederà?
«Per decenni nessuno oserà più affrontare il tema della riforma della giustizia. Anche perché sarebbe la seconda volta in un decennio che i referendum costituzionali danno ragione ai conservatori».
Che cosa pensava della riforma Renzi del 2016?
«Ero assolutamente favorevole, era un’eccellente riforma che, tra l’altro, superava il bicameralismo perfetto. Purtroppo allora gli elettori più che giudicare il testo, preferirono votare contro l’allora premier. Un errore che bisogna evitare oggi».
Ai tempi non si impegnò nel dibattito pubblico come sta facendo oggi…
«Ero giudice costituzionale e potevo parlarne solo con i familiari. Molti miei conoscenti e compagni di partito mi dissero di aver votato contro Renzi pur sapendo che era una buona riforma. Ecco, dico loro di non ripetere lo stesso errore».
A proposito di occasioni perse, nel 1991 appoggiò la comunicazione intrisa di contenuti riformatori del presidente Francesco Cossiga...
«Sì, nel giugno del 1991 ci fu il fondamentale messaggio alle Camere del capo dello Stato sulle riforme istituzionali dopo la caduta del Muro di Berlino e la sorprendente affluenza al referendum di quei giorni sulla preferenza unica. Il presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, non lo controfirmò, ma lo fece fare al Guardasigilli, Claudio Martelli. In Parlamento, Achille Occhetto, segretario del mio partito, il Pds, scelse un atteggiamento furbo e fece intervenire in Aula sia me sia Stefano Rodotà, quest’ultimo in rappresentanza della componente contraria del partito. Io dissi che Cossiga poneva problemi veri, ma il governo lo snobbò. Se la politica si fosse autoriformata allora, avrebbe evitato Mani pulite e tutto quello che è venuto dopo, a partire da Silvio Berlusconi».
In un recente articolo ha ricordato come la separazione delle carriere di giudici e pm fosse stata bocciata durante il Ventennio, perché «in contrasto con […] l’unità spirituale dello Stato fascista», e che, circa cinquant’anni dopo era arrivato un partigiano socialista, Giuliano Vassalli, a perorarla. Come a dire che i fascisti sono quelli che vogliono le carriere unite…
«È proprio così. Lo spiega espressamente la relazione al disegno di legge del 1941 tuttora vigente su cui si fonda l’unità delle carriere, firmata dall’allora Guardasigilli, Dino Grandi. Per il regime non aveva senso la separazione tra due esponenti dello stesso Stato che, per definizione, dovevano collaborare e non essere separati. A quell’epoca, nei processi, vigeva il sistema inquisitorio, retaggio di un metodo d’indagine nato per combattere gli eretici ai tempi dell’Inquisizione. Anziché l’autore di un reato, si cercavano il peccato e la verità, usando ogni mezzo, compresa la tortura. Adesso, con questa riforma, c’è il tentativo di garantire all’Italia un sistema compiutamente accusatorio. È una battaglia di civiltà che io e quelli come me, Emanuele Macaluso, Gerardo Chiaromonte, Giorgio Napolitano, hanno iniziato a combattere già molti lustri fa contro l’Associazione magistrati, da sempre contraria a tale cambiamento, anche se non in maniera virulenta come adesso».
Ma allora perché il Pd spinge per il No?
«Hanno scelto la via meno scomoda che è quella di sdraiarsi sulle posizioni dell’Associazione magistrati».
A onor del vero, una parte della sinistra già negli anni Ottanta, si è opposta alla riforma Vassalli: perché?
«Perché, già allora, lo ripeto, questa era la posizione dei magistrati. Inizialmente il mondo progressista li appoggiava debolmente. Poi Tangentopoli e Mani pulite hanno portato gran parte del sistema politico e quindi anche la sinistra a non scontrarsi con i magistrati, molti dei quali, in quel momento, impegnati in battaglie delicatissime contro corruzione e mafia».
In un certo senso questa comunanza di intenti è il compimento del progetto di Antonio Gramsci, fatto proprio dal Pci, che teorizzava il raggiungimento del potere non con la lotta, o non solo con la lotta nelle fabbriche, ma con la conquista dell’egemonia culturale, anche all’interno della magistratura, considerata non un organo neutro, ma un attore nel campo della lotta di classe.
«Oggi quel quadro è stato ribaltato: non è la sinistra che ha l’egemonia sulla magistratura, ma è la magistratura che ha l’egemonia culturale sulla sinistra e la manovra. Il rischio non è una dittatura della classe operaia, ma della magistratura che interpretando le leggi in base alla propria ideologia, in diversi casi si sostituisce al legislatore, confinando la politica a un ruolo marginale rispetto alla giustizia. Ormai c’è chi punta a modificare la costituzione materiale attraverso l’interpretazione delle leggi, come fanno i giudici quando prendono decisioni contrarie a quelle del governo sullo sbarco delle Ong nei porti italiani o sui trasferimenti dei migranti clandestini nel Cpr albanese».
Perché, a sinistra, a trent’anni dalla terribile stagione delle stragi e delle manette ai colletti bianchi (tra cui diversi «miglioristi» del Pds) è rimasta una certa sudditanza nei confronti della magistratura?
«Perché la sinistra ha avuto, come il Movimento sociale, una forte componente giustizialista ma, soprattutto, perché le toghe sono un fortissimo gruppo di pressione. Molti dei miei vecchi compagni non capiscono che cedere a loro significa cedere, a ruota, a tutti gli altri gruppi, anche a quelli di minor nobiltà».
Ci sono altri motivi dietro a questa timidezza?
«Non siamo riusciti a fare il passo successivo verso la completa riforma della giustizia perché nel 1994 è arrivato Berlusconi con il suo partito fuori dall’arco costituzionale dei vecchi partiti dell’Assemblea costituente. La sua discesa in campo ha paralizzato la sinistra. Berlusconi si fece promotore di questa giusta separazione delle carriere e, quindi, visto che il fondatore di Forza Italia era il nemico da combattere, la sinistra rimase pressoché afona».
In realtà il discorso venne ripreso nella famosa Bicamerale voluta dall’allora segretario del Pds Massimo D’Alema.
«I due protagonisti furono da una parte Marcello Pera e dall’altra Cesare Salvi che portarono con il loro lavoro alla modifica dell’articolo 111 della Costituzione, quello in cui si fa riferimento al “giusto processo”. L’unico risultato che è stato raggiunto in quella direzione riformista, seppure al di fuori della Bicamerale».
Uno dei protagonisti di quella stagione è stato Marco Boato, che a quanto mi risulta è favorevole alla riforma, ma non lo dice apertamente…
«Se glielo hanno raccontato, sarà così. E il sospetto viene anche tenendo conto del suo silenzio. Io, so per certo, che molti esponenti della sinistra favorevoli alla riforma non se la sentono di uscire allo scoperto».
Lei ha appena scritto un saggio sui difetti della Costituzione del ‘48 pubblicato sulla rivista Rassegna parlamentare. In un periodo in cui la Legge fondamentale viene alzata a mo’ di scudo ha fatto una scelta controcorrente…
«Sostengo che lì si siano poste le basi per le crisi successive. Nell’Assemblea costituente c’erano comunisti e socialisti da una parte e democristiani (molti dei quali ex fascisti) dall’altra, pressoché in equilibrio numerico; ciascuno temeva il 18 aprile dell’altro (la data delle elezioni vinte dalla Dc nel 1948, ndr). Crearono istituzioni volutamente deboli, ad esempio, introducendo due Camere con eguali poteri e con durata sfalsata di un anno oppure la necessità per il governo di ottenere la fiducia parlamentare fin dal momento dell’insediamento. Tale architettura istituzionale doveva fare da argine a spinte rivoluzionarie o reazionarie, ma quando, dal 1989 in poi, con la caduta del Muro di Berlino, quel pericolo è venuto meno, il Paese non è stato modernizzato e continua ad avere un sistema che punta a depotenziare le indicazioni del corpo elettorale e le vittorie alle urne».
Per questo non si può parlare di premi di maggioranza e di elezione diretta di premier e presidenti.
«Purtroppo è così».
Torniamo alle contraddizioni dentro al suo partito. Il Pd ha presentato nel 2021 un disegno di legge che prevedeva l’Alta corte, introdotta dalla riforma Nordio, e l’ha inserita anche nel programma del 2022. Perché i dem si sono rimangiati questa proposta?
«Questo deve chiederlo a loro».
Dicono anche che con la riforma Cartabia, di fatto, la separazione delle carriere sarebbe già stata attuata…
«Questo è un vero e proprio depistaggio. Il problema è che giudicanti e requirenti continuano a fare lo stesso esame, ad appartenere allo stesso corpo, a fare carriera secondo i medesimi criteri e a iscriversi alle stesse correnti. Come può il signor Rossi sperare in un giudice terzo quando scopre che questo e il suo accusatore fanno parte della stessa squadra?».
I suoi compagni di partito sostengono pure che questa riforma non sia sufficiente e che per migliorare la giustizia occorrerebbero altri interventi…
«Io questo lo chiamo benaltrismo. Per esempio anche io penso che l’Alta corte potesse essere estesa anche ai giudici amministrativi e a quelli contabili. Ma quello che prevede la riforma è meglio che niente».
Dicono pure che il sorteggio temperato per i membri laici del Csm sarebbe una truffa. Per l’opposizione il listone da cui estrarre i loro nomi verrà infarcito di yesman anziché di cultori del diritto e così il sorteggio sarà solo una finzione…
«Questo è un pregiudizio che non tiene conto del fatto, per esempio, che gli ultimi quattro giudici della Corte costituzionale scelti dal Parlamento rispecchiano sensibilità culturali diverse, due sono di area governativa e due no. Esiste nell’ordinamento un principio per cui nella scelta degli organi di rilievo costituzionale bisogna assicurare una rappresentanza alle minoranze parlamentari. I nemici della riforma si sono lambiccati il cervello per trovare qualche critica da fare. Come quella sulla possibile sottomissione della magistratura al potere politico. Ma per attuarla servirebbe un’altra riforma costituzionale che certamente troverebbe contraria una gran parte del Paese. Bisogna preoccuparsi delle norme reali e non dei pericoli immaginari».
Il veleno potrebbe nascondersi nella coda, nella legge di attuazione della riforma…
«In realtà le norme dovranno limitarsi a pochissime cose, per esempio di stabilire se tutti i magistrati possano essere sorteggiati o soltanto quelli che abbiano determinati requisiti».
C’è anche chi è convinto che il sorteggio sia incostituzionale…
«Non è vero. Infatti non è estraneo alla Legge fondamentale. L’articolo 135 stabilisce che nei giudizi d’accusa contro il presidente della Repubblica intervengano, oltre ai giudici ordinari della Corte costituzionale, 16 membri tratti a sorte da un elenco di cittadini aventi i requisiti per l’eleggibilità a senatore. Per non citare le ben conosciute giurie popolari delle Corti d’Assise e i giudici che compongono il Tribunale dei ministri. Pensi, poi, che questo Csm ha scelto il sorteggio per contenere le lotte tra correnti nella composizione delle commissioni per il concorso d’accesso alla magistratura».
Per le toghe, la riffa per scegliere i consiglieri del Csm potrebbe portare a Palazzo Bachelet soggetti non adatti all’incarico Csm…
«Trovo umiliante l’argomento, oltre che trito e ritrito, secondo cui ci possa essere un magistrato, che ha superato severe prove di idoneità e che può infliggere l’ergastolo a un cittadino, incapace di capire se per la Procura di Vattelapesca sia meglio Tizio o Caio. Mi auguro che, se qualcuno non si sentirà all’altezza del compito, sia capace di rinunciare».
Qual è stato, a suo giudizio, il momento più basso della campagna referendaria?
«La discesa in campo dell’Anm come partito politico, perché di fatto si è dimostrata questo. I magistrati, ovviamente, come tutti i cittadini possono esprimere la loro opinione, però in questa campagna stanno facendo qualcosa di diverso, stanno combattendo una battaglia politica. Lo dico con una certa cautela: così come i rappresentanti del potere esecutivo e legislativo devono rispettare le sentenze, non sarebbe male che la magistratura rispettasse le leggi e le riforme. Non dico la politica, ma le scelte politiche effettuate su delega del popolo sovrano».
Che cos’altro l’ha colpita nella campagna referendaria del Fronte del No?
«L’incoerenza. Un giorno sento dire che i pubblici ministeri saranno più forti e il giorno dopo che i pubblici ministeri saranno più deboli. Ma nessuno mi ha spiegato come si possa dire una cosa e, poi, il suo esatto contrario. Io attendo ancora Roberto Saviano chiarisca per quale motivo, a suo giudizio, la riforma indebolirebbe la lotta alla mafia. Ma vorrei anche sapere dai 5 stelle perché la riduzione del numero di parlamentari da loro ottenuta sia sacrosanta, e anche io la ritengo tale, nonostante fosse prevista nel programma della P2 di Licio Gelli».
Ha toccato un tema caldissimo: il procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, ha detto che i massoni deviati voteranno per il Sì…
«Tuttora ritengo positivi non pochi dei risultati ottenuti da Gratteri nella lotta al traffico internazionale degli stupefacenti, ma ho definito la sua posizione sugli elettori del Sì ai limiti dell’eversione, perché va a colpire con la sua autorità la loro libertà, condizionandone il voto. Per questo non ritiro l’espressione che ho usato».
Anche lo storico Alessandro Barbero si è espresso a favore del No…
«Lui è specializzato in Medioevo e Carlo Magno, ma, in ambito storico, fa divulgazione su moltissimi altri periodi. Mi stupisce che adesso abbia ampliato così tanto il suo raggio di interesse al punto da occuparsi di questioni costituzionali».
A parte quella di Bettini, a livello personale, qual è la presa di posizione a favore del No che più l’ha spiazzata?
«Devo ammettere che è stata quella di Massimo D’Alema, perché lui era l’uomo della Bicamerale. Mi hanno colpito anche le dichiarazioni di Romano Prodi o Paolo Gentiloni, ma la storia di D’Alema è un po’ diversa perché aveva provato a scrivere nuove regole che andavano in questa direzione riformista che era compatibilissima con la posizione della sinistra che aveva sostenuto il progetto Vassalli».
Ha qualche altra critica da muovere al suo schieramento?
«A parte che spero nella vittoria, a mio parere il Fronte del Sì doveva sottolineare dal primo giorno, come ho già evidenziato, che questa riforma non è altro che l’attuazione di norme costituzionali, togliendo dal principio argomenti agli avversari».
L’obiezione più forte del Pd è di essersi trovati di fronte a un testo blindato…
«Rispondo chiedendole quali siano state le posizioni alternative a questo testo blindato. Io per esempio non le conosco. E se non le ho sentite è perché si è scelto di appiattirsi sulle posizioni dei magistrati».
Ma lei è ancora iscritto al Pd?
«No, io ho sospeso il mio tesseramento nove anni fa, quando sono entrato alla Corte costituzionale. E quando ho terminato il mio incarico non mi sono affrettato ad andarla a richiedere».
Sente ancora di appartenere al Partito democratico?
«Sì».
Quindi, se dovessero portarle una nuova tessera, la accetterà?
«Spero che vengano nonostante la mia posizione in questa campagna referendaria…».
Lei è stato presidente della Corte costituzionale sino a pochi mesi fa: che cosa pensa della riforma elettorale, che prevede un sostanzioso premio di maggioranza, proposta dalla coalizione di governo?
«Mi consenta di non risponderle. Ho un dovere di riservatezza, al quale ho derogato solo in occasione di questo referendum, perché è una questione dibattuta davanti al corpo elettorale. E io, come cittadino, non potevo non impegnarmi. Ma sul progetto di legge elettorale, argomento su cui sono piuttosto esperto, non mi esprimo, perché è una questione che potrebbe richiedere un intervento della stessa Consulta. Io non sono più presidente, però, devo mantenere un certo riserbo e rispetto per i colleghi in carica».
Altro convegno del No al referendum, altra gaffe. Ieri abbiamo dato notizia dell’incontro che si dovrebbe tenere a Rieti il 18 marzo con la partecipazione del procuratore del capoluogo laziale Paolo Auriemma e del procuratore aggiunto di Roma Giuseppe Cascini, tutti e due contrari alla riforma. Peccato che Auriemma, in passato, riferendosi a Cascini, avesse chiesto in chat a Luca Palamara se, oltre al Csm e alla sistemazione del fratello non volesse anche «una fetta di culo».
Oggi a Vieste il Pd ha organizzato un convegno ancora più divertente e dal titolo inequivocabile: «Difendere la Costituzione. Le ragioni del No». A organizzare l’incontro è stata la consigliera regionale del Pd Rossella Falcone. Con lei parteciperanno Pierpaolo d’Arienzo, segretario provinciale dem di Foggia, Raffaele Piemontese, assessore regionale alle Infrastrutture e mobilità ed ex assessore alla Sanità, il procuratore foggiano Enrico Infante e il presidente del Tribunale di Bari Alfonso Orazio Maria Pappalardo. Sui social la Falcone spiega che l’incontro è «uno spazio aperto, serio, rispettoso, in cui ragionare insieme su un tema che riguarda tutti. La Costituzione non è qualcosa di distante, è la casa comune che protegge i diritti di ciascuno di noi». La conclusione è scontata: «Votare No significa scegliere di difendere l’equilibrio attuale della Costituzione, mantenere una magistratura unitaria e preservare un sistema di garanzie che negli anni ha tutelato la democrazia del nostro Paese». Con tanto di chiamata alla mobilitazione in stile Zio Sam: «Conta ogni singolo voto. Anche il tuo».
Per questo la Falcone ha messo insieme uomini di partito e uomini di legge. Nel frattempo, il 10 marzo, il Pd, che governa la Regione da circa 20 anni, ha dovuto fare i conti pubblicamente con una notizia ferale: Il disavanzo della sanità in Puglia, relativo al 2025, ammonta a 369 milioni di euro. La cifra è emersa nell’incontro tra i tecnici regionali e i dirigenti del ministero dell’Economia e delle finanze e del ministero della Salute che si è tenuto a Roma quattro giorni fa. La Regione ha evidenziato che sull’aumento della spesa 2025 hanno inciso «prevalentemente la mobilità passiva (pazienti che vanno a curarsi in altre Regioni italiane), la spesa farmaceutica, il costo del personale per i rinnovi contrattuali e le assunzioni».
Bene. Ma chi ha creato questo buco? Probabilmente toccherà alla Procura o alla Corte dei conti scoprirlo. Noi sappiamo solo che proprio nella scheda di Piemontese presente sul sito della Regione, si puntualizza che il politico, da assessore della Sanità (incarico ricoperto a partire dall’ottobre 2024) «ha avviato lo sblocco delle assunzioni dopo anni di fermo, rafforzato la sanità territoriale, finalizzato investimenti sui grandi ospedali per migliorare l’accesso alle cure».
Piemontese, che è anche un avvocato civilista, nel novembre scorso, è stato rieletto con una valanga di preferenze, più di trentamila.
Quando è stato scelto per la Sanità dall’allora governatore Michele Emiliano (un pm prestato alla politica), di cui era vicepresidente, dichiarò: «È un impegno difficile […]. Ringrazio il presidente Michele Emiliano per la fiducia e ce la metterò tutta». Il nuovo governatore Antonio De Caro, nonostante il successo elettorale di Piemontese, ha deciso di non confermarlo nel ruolo e, adesso, ha annunciato che, con l’affiancamento dei ministeri competenti, «saranno individuate le azioni necessarie al ripianamento della spesa pregressa». Oggi, intanto, Piemontese si siederà in mezzo a due magistrati. In veste di relatore. A difendere le ragioni del No e lo status quo. Lo spalleggerà una toga dalla biografia molto interessante. Stiamo parlando di Enrico Infante, procuratore di Foggia, la città di Piemontese. È lui l’uomo che Luca Palamara individuò come segretario ideale per la sua corrente, Unicost, mentre era sotto indagine per corruzione.
GIOCHI DI CORRENTE
L’ex presidente dell’Anm, in quelle ore frenetiche, stava tentando di spostare a destra l’asse del Csm e di scegliere i capi di alcune Procure strategiche. Ma anche di nominare come nuovi vertici del suo gruppo persone di stretta fiducia. Il 29 marzo 2019 Palamara spiega a un collega: «O Caputo o Infante». Il 7 aprile scrive: «Non preoccuparti. Infante segue. Gli altri verranno adeguatamente contenuti». Il 10 aprile Palamara, come riportano i finanzieri del Gico in un’informativa, dice al predestinato di «mantenere la riservatezza» e di «restare tutti uniti». Quindi gli illustra il piano: «Nella mia testa tu devi essere la sintesi e, quindi, tu farai il segretario generale con una segreteria forte composta da quattro […] ritorniamo ad avere un riferimento. Per quanto mi riguarda è come se fossi con voi, quindi per me va bene così, si può ripartire per affrontare (incomprensibile) importanti». Il 15 aprile la collega Pina Casella informa Palamara: «Ho detto a Carmelo di Infante. È d’accordo». Risposta dell’ex ras delle nomine: «Grande!».
Il magistrato radiato rassicura Infante: «Stiamo lavorando per te». Poi i due si mettono d’accordo per un incontro. Il giorno successivo parlano di nuovo. Infante esordisce chiedendo se fosse il caso di avvisare i «leccesi» e Palamara conferma: «Sì, lavorali, lavorali per bene, con la formula che ti ho detto io…». Infante annuisce. Palamara gli dà un ulteriore consiglio: «Non dirgli “io farò il segretario”». E gli suggerisce l’argomento da usare: «Dobbiamo essere partecipi di un’operazione di rilancio della corrente […] tu fai questo discorso, acchiappali così». Infante è entusiasta: «Sì, sì, sì, così non cadono dalle nuvole e non dicono…». Il 7 maggio, al telefono con un altro fedelissimo, Palamara spiega che bisogna «trovare un segretario di mediazione, che è individuabile nella persona di Enrico Infante». Il 22 maggio l’ex presidente dell’Anm manda questo messaggio: «È inevitabile il compromesso: votare Sciacca e Infante come presidente e segretario e abbozzare per segreteria a otto persone». Il 25 maggio Palamara offre la corretta interpretazione della corsa per la segreteria: «Vittoria su Infante, sconfitta su Sabelli (Rodolfo, candidato alternativo, ndr)».
In un’altra comunicazione ribadisce: «La mia partita è vinta su Infante. Ho perso su Sabelli». Quindi annuncia: «Infante segretario».
RIVENDICAZIONE
Lo stesso giorno, in una successiva conversazione, l’ex magistrato rivendica: «Infante è stata una mia vittoria».
Il 26 maggio rimarca: «Per quanto riguarda la corrente l’operazione Infante ci permette controllo». Il giorno successivo un collega chiede a Palamara: «Come vedi elezione Sciacca presidente Unicost e segretario Infante?». E Palamara ha un moto d’orgoglio: «Mia operazione». Quindi confida: «A te dico tutto. Top secret. Infante mio. Sciacca compromesso». Per chi avesse ancora dei dubbi c’è la chat diretta tra Palamara e Infante.
Il 16 aprile 2019 quest’ultimo cerca il primo, che risponde: «Enrico sono in udienza ti chiamo appena finisco. Un abbraccio». Quando Palamara spiega di essere ancora «bloccato», Infante scrive: «Non preoccuparti. Sono a un noioso convegno di Area in Cassazione. Se quando finisci non sarà per te troppo tardi fammi tranquillamente uno squillo. Altrimenti ci possiamo vedere domattina. Io ho Gec (la Giunta esecutiva centrale dell’Associazione nazionale magistrati, ndr) alle 13».
Il giorno dopo Palamara dà appuntamento al suo candidato in piazza Mazzini alle 8.50 del mattino e Infante si mette subito in moto. Quando giunge sul posto scrive: «Caro Luca, quando arrivi fammi sapere in che parte della piazza sei e ti raggiungo. Io sono nei pressi dell’edicola». Nelle ore successive Palamara ha una richiesta: «Enrico aggiornami su clima in giunta». L’argomento deve essere sensibile. E Infante replica: «Proprio ora ne stiamo parlando. È teso. Ti chiamo tra pochissimo». Il 24 maggio Infante spedisce al suo pigmalione lo «schema discorso UpC (Unità per la Costituzione, ovvero Unicost, ndr) 25 maggio 2019». Il futuro segretario cerca consigli: «Ho inviato il possibile schema di un intervento.
Sappimi dire se è troppo teorico, troppo scoperto a sinistra o a destra, troppo generico o impegnativo. Se è da cambiare/cestinare/integrare». Palamara risponde: «Lo leggo e ti richiamo». Il giorno dopo l’ex presidente dell’Anm si complimenta con il suo candidato per l’intervento: «Sei stato fantastico!». A stretto giro Infante risponde: «Caro Luca, sono appena tornato a casa, finalmente solo (nel treno ero in compagnia dei leccesi), a eccezione di moglie e figli, che mi reclamano. Domani ti chiamo e faremo il punto sulla giornata di oggi e sulle prospettive future del gruppo. Per ora, il mio più sentito grazie. Senza di te, ora, non sarei certo dove sono. A domani».
SCOPPIA IL CASO
Il 29 maggio scoppia sui giornali il caso Palamara e la corrente di Unicost è la più coinvolta. A luglio Infante lascia l’incarico di segretario, pur ritenendo di avere «operato bene». Nell’occasione lamenta che alla sua segreteria «è stato impedito di svolgere» l’attività di «direzione e raccordo politico». Infante attacca l’Anm (con cui oggi marcia unito) per «la mancanza di confronto su importanti decisioni»: «Non si è voluto interagire minimamente con la segreteria di Unicost», osserva il magistrato. È arrabbiato anche per essere stato tenuto all’oscuro degli incontri avuti dal sindacato delle toghe con il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. E, a proposito del progetto di riforma del governo dell’epoca, denuncia che «l’interlocuzione con la segreteria su quella che è probabilmente la questione fondamentale per il futuro dell’ordinamento giudiziario non c’è stata». Sette anni dopo Infante è in trincea proprio con l’Anm e con i nemici di allora per difendere l’immutabilità del sistema giudiziario.
Stop alle faide in nome del No. Le «toghe rosse» si assegnano il processo a Delmastro
Era il 7 settembre 2017. Da lì a poco Cascini sarebbe andato al Csm, sarebbe diventato procuratore aggiunto e il fratello sarebbe stato trasferito a Roma.
Quando le chat di Palamara, compresa questa, sono finite al Csm, in qualità di consigliere delegato alla Sezione disciplinare, Cascini le ha esaminate una per una e ha certamente letto anche questa.
Voi penserete che abbia chiuso tutti i rapporti con Auriemma, uno che era abituato a dire pane al pane e vino al vino (per esempio su Matteo Salvini, ebbe a dire: «Mi dispiace dover dire che non vedo veramente dove Salvini stia sbagliando» a proposito della linea sui porti chiusi).
Sembrerebbe di no. Infatti i due, il prossimo 18 marzo, rappresenteranno gomito a gomito le ragioni del No in un confronto con tre avvocati e un pm, Giuseppe Bianco, favorevoli al Sì. La tenzone si terrà nella sala consiliare della Provincia di Rieti, città in cui Auriemma è stato promosso procuratore e che quindi sarà il padrone di casa.
Chissà se uno dei rappresentanti del No tirerà fuori la chat della «fetta di culo», imperituro esempio di come la casta delle toghe, in nome dell’istinto di autoconservazione, sia capace di superare le vecchie frizioni e di ricompattarsi come una testuggine romana. In nome di quel Sistema che così bene distribuiva incarichi e promozioni ai magistrati sponsorizzati dalle correnti.
Di Cascini abbiamo già detto ieri, ma per capire come anche Auriemma intenda (o intendesse) il proprio ruolo di esponente di punta della corrente Unicost (il cui leader era Palamara) basta leggere un messaggio, che ricorda tanto una canzone di Elio e le storie tese: «Ma che avete fregato mio cugino a presidente di sezione senza neanche dirmelo? Tu (Palamara, ndr) come hai votato? Perché continuate a leccare Canzio (Giovanni, all’epoca membro di diritto del Csm essendo primo presidente della Cassazione, ndr) anche dopo l’accordo che ha fatto con i giudici amministrativi?».
Così ragionavano i vertici del Sistema (la maggior parte dei quali usciti indenni dalle forche caudine - si fa per dire - della Sezione disciplinare del Csm).
In queste ore i magistrati del Sì stanno setacciando le chat di Palamara proprio per dimostrare come i pistoni e i beneficiati del Sistema non siano stati messi da parte, ma anzi abbiano continuato a far carriera.
Auriemma era uno dei referenti di Lazio e dintorni di Unicost e divideva il ruolo di capataz territoriale con Marco Mancinetti. Entrambi, come Palamara, sono stati eletti al Csm.
Ieri il nome di Mancinetti circolava sulle bacheche di Facebook e nelle mail dei magistrati del Sì al referendum per alcune chat imbarazzanti. Il giudice oggi lavora in Corte d’Appello e a partire dal 22 aprile farà parte del collegio che giudicherà il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove. Il politico è stato condannato in primo grado dal Tribunale di Roma a otto mesi di reclusione per rivelazione di segreto d’ufficio. La sentenza, emessa nel 2025, riguarda la diffusione di informazioni riservate sui colloqui in carcere dell’anarchico Alfredo Cospito, utilizzate in Parlamento dal collega di partito Giovanni Donzelli.
Ma veniamo alle chat. Mancinetti si rivolse a Palamara per cercare la strada giusta per far ammettere il figlio alla facoltà di medicina dell’università di Tirana.
Per quella vicenda il giudice è stato iscritto sul registro degli indagati per istigazione alla corruzione, dal momento che il faccendiere Piero Amara aveva dichiarato che il magistrato avrebbe pagato una somma di denaro. Un’accusa che si è dimostrata falsa e per cui Amara è stato imputato per calunnia e poi assolto perché il pubblico ufficiale da lui ingiustamente accusato di avere incassato la mazzetta apparteneva a uno Stato estero.
Nella sentenza milanese di primo grado i messaggi e le intercettazioni concernenti la vicenda vengono così riassunti: «Tra il 7 e l’8 settembre 2017 emergevano i segnali dell’effettiva attivazione da parte di Palamara per l’accesso del figlio di Mancinetti all’Università di Tirana. […] Sempre dalla disamina della messaggistica Whatsapp emergeva uno scambio di messaggi tra Anna Maria Soldi, ex moglie di Mancinetti, e Palamara, volto a concordare un incontro per il successivo 25 settembre 2017, d’accordo con Mancinetti che nel frattempo sarebbe partito per Tirana. L’incontro veniva concordato alle ore 15.30 a Palazzo Montemartini». Dove la Soldi, oggi sostituto procuratore generale della Cassazione e suffragetta del No al referendum, incontrò anche Nicola Di Daniele, all’epoca dei fatti professore ordinario di Medicina Interna presso l’Università di Roma Tor Vergata.
In un’intercettazione Palamara critica la decisione di far partecipare solo la Soldi al summit: «Facciamo l’incontro io e Anna… cioè… tu ti rendi conto… come se io chiedo, vai per mio figlio… e non vengo io… io sono andato a fa’ questo… cioè tu lo sai chi so’ io per gli amici … cioè io mi butterei da un ponte…».
Per il giudice «evidentemente tali elementi documentavano in maniera incontrovertibile l’effettivo interessamento da parte di Palamara, per conto di Mancinetti, per l’iscrizione del figlio Enrico presso la facoltà di medicina dell’Università di “Nostra Signora del Buon Consiglio” di Tirana».
Alla fine a Mancinetti e Soldi non è stato contestato alcun illecito (anche se il primo, per tale vicenda, si è dimesso dal Csm) perché come sostiene Cascini «non tutto ciò che è sbagliato, è reato».
Ma dalle chat con Palamara riemergono messaggi che ci riportano ai giorni nostri e, persino, al processo Delmastro Delle Vedove.
In un messaggio Mancinetti fa capire che le carriere dei magistrati erano una sorta di Risiko. Qui più che i nomi citati, conta l’attitudine: «Luca fidati… lui indica Fimiani e Pezzullo e tale Leuzzi… fotte pure la Sangiorgio… così i romani votano entrambi e i napoletani solo la Pezzullo». Due settimane dopo Mancinetti torna alla carica: «Luca devi capire che io devo condividere e partecipare, se non accetti almeno questo allora non mi consenti di avere un ruolo. E ora invece inevitabilmente, io devo avere un ruolo. Scusa per le intemperanze, sono nervoso in questi giorni, ma il concetto di fondo rimane e non sragiono affatto».
Ma eccoci al momento clou. È l’autunno 2017 e Mancinetti, in veste di pizzardone romano, dirige il traffico delle nomine. Per esempio a dicembre scrive a Palamara: «Maria Vittoria Caprara da più parti viene considerata di Cartoni (consigliere del Csm, ndr). Lei è libera di fare quello che vuole, ma sta lì a 2.200 euro al mese in più da 5 anni con i voti di Unicost. Questo è intollerabile. Lei se ne deve andare via di lì». Ma la data più significativa è il 21 ottobre, quando Mancinetti prova a far saltare un «pacchetto» di Palamara (quando le correnti si accordano su più nomi): «Ti volevo dire: ma su Roma presidente di sezione Tribunale non potreste posticipare la Palmisano? Mandate Ciriaco e De Martiis in prima battuta… ne parlate con Monastero (in quel momento presidente del Tribunale, ndr) e con consenso di Palmisano…». Poi il giudice tira fuori l’argomento da usare con la collega: «Rinunciasse e aspettasse che se ne va Baldovino (De Sensi, ndr)… sono pochi mesi, poi si sistema per la vita, non c’è bisogno di fare questi strappi e sconvolgere gli equilibri, che non sarebbero mai più ripristinati».
Ecco le parole chiave: «Equilibri» e «sistemare». Ovviamente «per la vita».
In realtà Paola De Martiis, dopo essere stata travolta come candidata di bandiera nel plenum di dicembre, viene nominata nel febbraio successivo proprio insieme a Roberta Palmisano (votata all’unanimità), considerata una toga d’area progressista (è una delle firme della rivista telematica Giustizia Insieme, fondata e promossa dal Movimento per la Giustizia-Articolo 3, confluito nella corrente di Area). Nel 2024 il Csm l’ha promossa, di nuovo all’unanimità, questa volta presidente di sezione di Corte d’Appello.
Nella sua sezione, la terza, è la seconda più anziana e si occupa, tra l’altro, delle assegnazioni dei procedimenti con imputati liberi.
In Corte d’Appello non ci sono rigide griglie e assegnazioni automatiche come per i giudici delle indagini preliminari e per il primo grado. Anche se in teoria nel suo collegio dovrebbero sedersi il secondo giudice più anziano e il secondo più giovane della sezione. Ma quasi mai si rispettano queste tabelle. Ed ecco che al suo fianco adesso siede proprio Mancinetti, colui che aveva suggerito di farla aspettare un giro per poi farla sistemare per la vita.
Non sappiamo se la Palmisano abbia letto quel messaggio, ma di certo la presidente non avrebbe inserito nel proprio collegio, in barba alle tabelle, un giudice non di suo gradimento.
Come deve essere di suo gradimento anche il processo a Delmastro. In Appello, come detto, non vi sono criteri trasparenti di assegnazione accessibili alle difese, però, a quanto risulta alla Verità, il processo, riguardando un imputato libero, è stato assegnato dalla stessa Palmisano a sé stessa e quindi al collegio con Mancinetti e Alessandra Cuppone. Adesso bisognerà capire se Delmastro Delle Vedove, per cui la Procura di Roma aveva chiesto l’assoluzione, troverà un’altra Corte pronto a impallinarlo, come ha già fatto l’ottava sezione penale del Tribunale.





