Dentro alla magistratura non cambia mai niente. In Italia, come in Europa. L’ultima chicca è il rinnovo del mandato quinquennale, a partire dal 16 maggio 2026, quale procuratore europeo delegato, di Sergio Maria Spadaro (Ped della sede di Milano) e di altri 13 colleghi. Si tratta di magistrati che operano a livello nazionale per conto della Procura europea (Eppo), l’organo indipendente dell’Unione europea incaricato di perseguire i reati che colpiscono gli interessi finanziari dell’Ue.
Sebbene integrati nelle Procure nazionali, operano in piena autonomia dalle autorità del proprio Paese, seguendo le direttive centrali dell’Eppo a Lussemburgo. In tutta Italia sono circa una ventina e al Nord hanno sede a Milano, Torino, Venezia e Bologna.Il Csm ha deliberato di prendere atto del nuovo mandato deciso, lo scorso novembre, dal Collegio della Procura europea.
A Palazzo Bachelet non vogliono responsabilità sulla scelta: «I rinnovi dei Ped li fa il Collegio, non noi. Noi li scegliamo la prima volta e poi li confermano. Quella del Csm è una presa d’atto». Ma qualcuno ha informato l’ufficio lussemburghese della condanna in secondo grado di Spadaro? Ieri non siamo riusciti a capirlo. E le risposte che abbiamo ricevuto sapevano un po’ di scaricabarile.
Alla fine, chiunque sia il responsabile, Spadaro è stato confermato nell’incarico di Ped del secondo più importante ufficio inquirente d’Italia pur essendo stato condannato, unitamente al suo ex procuratore aggiunto Fabio De Pasquale, per non avere depositato atti favorevoli agli imputati nel processo denominato Eni/Nigeria che vedeva imputati i vertici della primaria azienda energetica italiana.
Nelle motivazioni della condanna a 8 mesi della Corte d’appello, depositate il 13 gennaio scorso, il «presidente estensore» Anna Maria Dalla Libera (coadiuvata dai consiglieri Roberto Gurini e Greta Mancini) ricorda ai due condannati che la «piena autonomia» riconosciuta al pm dal codice e rivendicata dagli imputati, «non può tradursi in una sconfinata libertà di autodeterminazione tale da rendere discrezionali anche le scelte obbligate».
Il giudice attribuisce agli imputati un comportamento doloso e parla anche di «visione monocromatica o “tunnellizzata”». Ovvero la visuale di chi, anche a livello psicologico, dopo essersi imbarcato in procedimenti che attirano l’interesse dell’opinione pubblica e dei mezzi di informazione, si sente come dentro a un tunnel talmente stretto da impedire inversioni di rotta: l’unica via d’uscita è la condanna dell’imputato.
De Pasquale e Spadaro, per raggiungere il traguardo, avrebbero persino tentato di fare astenere il giudice Marco Tremolada, ritenuto troppo garantista, cercando di introdurre nel processo, senza riuscirci, una testimonianza tanto imbarazzante, quanto inconsistente. Il Tribunale ha giudicato come «un azzardo inescusabile» tale tentativo. Ma adesso Procura europea e Csm hanno confermato per altri cinque anni come procuratore delegato Spadaro.
la retromarcia
Il plenum ha dovuto, invece, dopo molte polemiche, annullare la nomina del procuratore di Viterbo, Mario Palazzi, a componente del comitato direttivo della Scuola superiore della magistratura. Ieri il Csm ha deliberato la decadenza dall’incarico della toga progressista dopo avere registrato che Palazzi, per svolgere il nuovo lavoro all’interno del direttivo, non era disponibile a farsi collocare fuori ruolo, ma chiedeva di usufruire di un esonero del 30% del lavoro giudiziario, una concessione inimmaginabile per un procuratore della Repubblica, titolare, per legge, dell’esercizio dell’azione penale di tutti i procedimenti in carico all’ufficio.
Ma nel plenum del 4 marzo è stata deliberata anche la nomina ad avvocato generale della Corte di Cassazione di Giuseppina Casella, la storica esponente della corrente centrista di Unicost che con l’ex presidente dell’Anm, Luca Palamara, successivamente radiato dalla magistratura, trattava e commentava le nomine. La toga, per esempio, ha sponsorizzato la promozione di Piero Gaeta proprio ad avvocato generale del Palazzaccio. Il 26 aprile 2018 la Casella scrive a Palamara: «Ciao Luca sono in ufficio con Piero Gaeta che vorrebbe salutarti come già sai. Io ritorno a Roma il 2. Riesci quella settimana a passare dalle nostre parti per un caffè?». Palamara non si sottrae: «Sì, assolutamente sì, con piacere». Come da accordi, il 2 maggio 2018 la Casella si fa viva: «Ciao Luca. Quando puoi sentiamoci un attimo. Baci». Replica di Palamara: «Assolutamente sì». Poi però l’ex presidente dell’Anm si fa un po’ desiderare, costringendo la Casella a mandare questo messaggio: «Alle 17 Piero deve andare via. A questo punto rimandiamo».
Una settimana dopo la Casella deve rinviare nuovamente: «Ciao Luca. Rimandiamo il tuo appuntamento di domani con Piero Gaeta alla prossima settimana? Io questa non ci sono e mi fa piacere partecipare. Ti chiamo lunedì per accordi precisi. Ok? Baci». Gli scambi continuano per alcuni giorni, fino a quando, il 16 maggio 2018, la Casella scrive: «Siamo a pranzo al francese. Ti aspettiamo per il caffè come d’intesa». Risponde subito Palamara: «Alle 15.15 sono da voi». Verso l’ora stabilita l’ex ras delle nomine annuncia: «Sto arrivando».
Il 6 febbraio 2019 Palamara scrive: «Mi mandi numero di Piero Gaeta?». La Casella esegue. L’ex presidente dell’Anm ed ex consigliere del Csm manda subito questo messaggio al nuovo avvocato generale: «Carissimo Piero sono veramente felice per te. Un caro saluto. A presto, Luca». Gaeta è euforico: «Grazie Luca. Ti ringrazio davvero e ti abbraccio». Quattro mesi dopo Palamara sarà travolto dall’inchiesta per corruzione che corruzione non era e, successivamente, Gaeta perorerà la cacciata dell’uomo con cui aveva pranzato nel maggio del 2018. In un altro messaggio la donna si complimenta con Palamara perché era stato capace di «mettere in evidenza la stoltezza, la spregiudicatezza e la non lungimiranza di Davigo & company».
Ieri, la quinta commissione del Csm, ha pure proposto all’unanimità la nomina di Raffaele Cantone a procuratore di Salerno. Cantone, dal 2020 a capo degli inquirenti di Perugia, ha dovuto occuparsi di procedimenti delicati come quelli su Palamara (per il quale ha dato parere favorevole alla revoca del patteggiamento), sulla cosiddetta Loggia Ungheria e sulle presunte spiate illecite del tenente della Guardia di finanza, Pasquale Striano.
la festa dell’anm
Passiamo dalle cose serie ai cotillons. La settimana scorsa era scoppiata la polemica per la prima festa ufficiale della sezione laziale dell’Associazione nazionale magistrati, pensata per raccogliere fondi in vista del referendum. Le toghe avevano chiesto e ottenuto le sale del circolo ufficiali della Guardia di finanza. Ma la mancata comunicazione alle Fiamme gialle delle finalità dell’evento aveva portato al ritiro della concessione dei locali. L’Anm non si è scoraggiata e, ieri sera, ha portato a ballare i suoi membri nella sala superiore di uno dei locali più noti di Roma Prati, il bar-pasticceria-ristorante Vanni. I partecipanti hanno pagato 60 euro e si sono accomodati nello spazio eventi in stile «neoclassico e raffinato» posto al primo piano. L’area, che ha a disposizione 200 posti a sedere ed è denominata «peristilio», il giorno prima, era stata occupata dal generale Roberto Vannacci e dai suoi.
Ma a chi frequenta il locale non è sfuggito che Vanni è uno dei locali preferiti proprio da Palamara. Che alla Verità confida: «Sono contento che il luogo che, durante la mia presidenza dell’Anm, ha rappresentato per tutti noi un importante punto di riferimento venga ancora oggi utilizzato dai magistrati per celebrare eventi e momenti di incontro. Si tratta di un posto a me particolarmente caro, sia per ragioni personali sia per i tanti momenti legati alla mia attività professionale. Proprio lì, ad esempio, organizzai un incontro tra il procuratore della Repubblica di Roma, Giuseppe Pignatone, e quello di Perugia, Luigi De Ficchy. Quel confronto si era reso necessario per sopire antichi contrasti».
Lì, ieri, i magistrati, immemori di quei fatti, si sono limitati ad alzare i calici e ad ascoltare musica convinti di poter proteggere dalle grinfie della maggioranza di governo il vecchio e amato Sistema governato dalle correnti e messo in discussione dalla riforma.
Dentro alla magistratura non cambia mai niente. In Italia, come in Europa. L’ultima chicca è il rinnovo del mandato quinquennale, a partire dal 16 maggio 2026, quale procuratore europeo delegato, di Sergio Maria Spadaro (Ped della sede di Milano) e di altri 13 colleghi. Si tratta di magistrati che operano a livello nazionale per conto della Procura europea (Eppo), l’organo indipendente dell’Unione europea incaricato di perseguire i reati che colpiscono gli interessi finanziari dell’Ue.
Sebbene integrati nelle Procure nazionali, operano in piena autonomia dalle autorità del proprio Paese, seguendo le direttive centrali dell’Eppo a Lussemburgo. In tutta Italia sono circa una ventina e al Nord hanno sede a Milano, Torino, Venezia e Bologna.Il Csm ha deliberato di prendere atto del nuovo mandato deciso, lo scorso novembre, dal Collegio della Procura europea.
A Palazzo Bachelet non vogliono responsabilità sulla scelta: «I rinnovi dei Ped li fa il Collegio, non noi. Noi li scegliamo la prima volta e poi li confermano. Quella del Csm è una presa d’atto». Ma qualcuno ha informato l’ufficio lussemburghese della condanna in secondo grado di Spadaro? Ieri non siamo riusciti a capirlo. E le risposte che abbiamo ricevuto sapevano un po’ di scaricabarile.
Alla fine, chiunque sia il responsabile, Spadaro è stato confermato nell’incarico di Ped del secondo più importante ufficio inquirente d’Italia pur essendo stato condannato, unitamente al suo ex procuratore aggiunto Fabio De Pasquale, per non avere depositato atti favorevoli agli imputati nel processo denominato Eni/Nigeria che vedeva imputati i vertici della primaria azienda energetica italiana.
Nelle motivazioni della condanna a 8 mesi della Corte d’appello, depositate il 13 gennaio scorso, il «presidente estensore» Anna Maria Dalla Libera (coadiuvata dai consiglieri Roberto Gurini e Greta Mancini) ricorda ai due condannati che la «piena autonomia» riconosciuta al pm dal codice e rivendicata dagli imputati, «non può tradursi in una sconfinata libertà di autodeterminazione tale da rendere discrezionali anche le scelte obbligate».
Il giudice attribuisce agli imputati un comportamento doloso e parla anche di «visione monocromatica o “tunnellizzata”». Ovvero la visuale di chi, anche a livello psicologico, dopo essersi imbarcato in procedimenti che attirano l’interesse dell’opinione pubblica e dei mezzi di informazione, si sente come dentro a un tunnel talmente stretto da impedire inversioni di rotta: l’unica via d’uscita è la condanna dell’imputato.
De Pasquale e Spadaro, per raggiungere il traguardo, avrebbero persino tentato di fare astenere il giudice Marco Tremolada, ritenuto troppo garantista, cercando di introdurre nel processo, senza riuscirci, una testimonianza tanto imbarazzante, quanto inconsistente. Il Tribunale ha giudicato come «un azzardo inescusabile» tale tentativo. Ma adesso Procura europea e Csm hanno confermato per altri cinque anni come procuratore delegato Spadaro.
la retromarcia
Il plenum ha dovuto, invece, dopo molte polemiche, annullare la nomina del procuratore di Viterbo, Mario Palazzi, a componente del comitato direttivo della Scuola superiore della magistratura. Ieri il Csm ha deliberato la decadenza dall’incarico della toga progressista dopo avere registrato che Palazzi, per svolgere il nuovo lavoro all’interno del direttivo, non era disponibile a farsi collocare fuori ruolo, ma chiedeva di usufruire di un esonero del 30% del lavoro giudiziario, una concessione inimmaginabile per un procuratore della Repubblica, titolare, per legge, dell’esercizio dell’azione penale di tutti i procedimenti in carico all’ufficio.
Ma nel plenum del 4 marzo è stata deliberata anche la nomina ad avvocato generale della Corte di Cassazione di Giuseppina Casella, la storica esponente della corrente centrista di Unicost che con l’ex presidente dell’Anm, Luca Palamara, successivamente radiato dalla magistratura, trattava e commentava le nomine. La toga, per esempio, ha sponsorizzato la promozione di Piero Gaeta proprio ad avvocato generale del Palazzaccio. Il 26 aprile 2018 la Casella scrive a Palamara: «Ciao Luca sono in ufficio con Piero Gaeta che vorrebbe salutarti come già sai. Io ritorno a Roma il 2. Riesci quella settimana a passare dalle nostre parti per un caffè?». Palamara non si sottrae: «Sì, assolutamente sì, con piacere». Come da accordi, il 2 maggio 2018 la Casella si fa viva: «Ciao Luca. Quando puoi sentiamoci un attimo. Baci». Replica di Palamara: «Assolutamente sì». Poi però l’ex presidente dell’Anm si fa un po’ desiderare, costringendo la Casella a mandare questo messaggio: «Alle 17 Piero deve andare via. A questo punto rimandiamo».
Una settimana dopo la Casella deve rinviare nuovamente: «Ciao Luca. Rimandiamo il tuo appuntamento di domani con Piero Gaeta alla prossima settimana? Io questa non ci sono e mi fa piacere partecipare. Ti chiamo lunedì per accordi precisi. Ok? Baci». Gli scambi continuano per alcuni giorni, fino a quando, il 16 maggio 2018, la Casella scrive: «Siamo a pranzo al francese. Ti aspettiamo per il caffè come d’intesa». Risponde subito Palamara: «Alle 15.15 sono da voi». Verso l’ora stabilita l’ex ras delle nomine annuncia: «Sto arrivando».
Il 6 febbraio 2019 Palamara scrive: «Mi mandi numero di Piero Gaeta?». La Casella esegue. L’ex presidente dell’Anm ed ex consigliere del Csm manda subito questo messaggio al nuovo avvocato generale: «Carissimo Piero sono veramente felice per te. Un caro saluto. A presto, Luca». Gaeta è euforico: «Grazie Luca. Ti ringrazio davvero e ti abbraccio». Quattro mesi dopo Palamara sarà travolto dall’inchiesta per corruzione che corruzione non era e, successivamente, Gaeta perorerà la cacciata dell’uomo con cui aveva pranzato nel maggio del 2018. In un altro messaggio la donna si complimenta con Palamara perché era stato capace di «mettere in evidenza la stoltezza, la spregiudicatezza e la non lungimiranza di Davigo & company».
Ieri, la quinta commissione del Csm, ha pure proposto all’unanimità la nomina di Raffaele Cantone a procuratore di Salerno. Cantone, dal 2020 a capo degli inquirenti di Perugia, ha dovuto occuparsi di procedimenti delicati come quelli su Palamara (per il quale ha dato parere favorevole alla revoca del patteggiamento), sulla cosiddetta Loggia Ungheria e sulle presunte spiate illecite del tenente della Guardia di finanza, Pasquale Striano.
la festa dell’anm
Passiamo dalle cose serie ai cotillons. La settimana scorsa era scoppiata la polemica per la prima festa ufficiale della sezione laziale dell’Associazione nazionale magistrati, pensata per raccogliere fondi in vista del referendum. Le toghe avevano chiesto e ottenuto le sale del circolo ufficiali della Guardia di finanza. Ma la mancata comunicazione alle Fiamme gialle delle finalità dell’evento aveva portato al ritiro della concessione dei locali. L’Anm non si è scoraggiata e, ieri sera, ha portato a ballare i suoi membri nella sala superiore di uno dei locali più noti di Roma Prati, il bar-pasticceria-ristorante Vanni. I partecipanti hanno pagato 60 euro e si sono accomodati nello spazio eventi in stile «neoclassico e raffinato» posto al primo piano. L’area, che ha a disposizione 200 posti a sedere ed è denominata «peristilio», il giorno prima, era stata occupata dal generale Roberto Vannacci e dai suoi.
Ma a chi frequenta il locale non è sfuggito che Vanni è uno dei locali preferiti proprio da Palamara. Che alla Verità confida: «Sono contento che il luogo che, durante la mia presidenza dell’Anm, ha rappresentato per tutti noi un importante punto di riferimento venga ancora oggi utilizzato dai magistrati per celebrare eventi e momenti di incontro. Si tratta di un posto a me particolarmente caro, sia per ragioni personali sia per i tanti momenti legati alla mia attività professionale. Proprio lì, ad esempio, organizzai un incontro tra il procuratore della Repubblica di Roma, Giuseppe Pignatone, e quello di Perugia, Luigi De Ficchy. Quel confronto si era reso necessario per sopire antichi contrasti».
Lì, ieri, i magistrati, immemori di quei fatti, si sono limitati ad alzare i calici e ad ascoltare musica convinti di poter proteggere dalle grinfie della maggioranza di governo il vecchio e amato Sistema governato dalle correnti e messo in discussione dalla riforma.
Un altro punto a favore di Luca Palamara. Ieri, nell’udienza davanti al giudice di Perugia, Natalia Giubilei, la difesa dell’ex presidente dell’Anm ha chiesto la revoca del patteggiamento e la Procura guidata da Raffaele Cantone ha espresso parere favorevole, visto che il fatto che gli era stato contestato non è più considerato illecito a seguito della riformulazione del reato di traffico di influenze. Il giudice si è riservato di decidere. Ma Palamara è già pronto a tornare in campo.
«Per quanto mi riguarda, il punto di partenza resta uno e uno solo: arrivare a una definitiva chiarezza della mia vicenda giudiziaria in sede penale e potermi presentare davanti al Consiglio superiore della magistratura con un certificato penale illibato, come è mio diritto. E se mi presenterò con un certificato illibato a Palazzo Bachelet non comprendo su quali presupposti io non possa ottenere anche il mio rientro in magistratura», ragiona con La Verità dopo l’importante udienza.
Sono mesi che l’ex ras della corrente di Unicost attende di poter lavare l’onta della radiazione che ha colpito solo lui, anche se in quel Sistema di spartizione delle nomine erano coinvolte decine di altri magistrati, molti dei quali ancora in auge.
«Alla luce di tutti gli sviluppi registrati in questi anni, è inevitabile che io vada fino in fondo per capire - e far capire - per quale ragione la decisione di rimozione adottata nei miei confronti possa ancora ritenersi attuale. Molti dei presupposti che avevano sorretto quella scelta appaiono oggi radicalmente modificati, se non completamente superati, proprio alla luce degli atti processuali e delle ricostruzioni giudiziarie successive». Infatti la valanga era partita con una gravissima accusa di corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio ed era collegata a una presunta mazzetta da 40.000 euro che si era poi dimostrata inesistente.
Alla fine le accuse erano state ridimensionate e si erano ridotte al reato di traffico di influenze, una fattispecie quasi completamente svuotata dall’intervento della maggioranza. Da qui le recenti mosse di Palamara: «Per questo ho chiesto la revoca dei patteggiamenti e la rilettura complessiva della mia vicenda. Infatti, quando la verità emerge, non può restare confinata nel solo perimetro del processo penale, ma deve riflettersi anche sul piano disciplinare», ci dice. Parole misurate che, però, annunciano un piano clamoroso. Quello di un ritorno in grande stile: «Io sono pronto a rientrare in magistratura», ammette. «Ma prima occorre verificare se la mia rimozione regga ancora di fronte a ciò che nel frattempo è emerso, oppure se sia stata, come credo, superata dai fatti, dalle nuove acquisizioni e dalle stesse decisioni giudiziarie. Su questo andrò fino in fondo, senza timori e senza alcuna riserva: ristabilire la verità non è solo un mio diritto, è un dovere verso l’istituzione e verso tutti coloro che credono nella giustizia». Il linguaggio felpato dell’ex presidente dell’Anm lascia intendere che, pur di raggiungere l’obiettivo, è pronto a cambiare strategia: niente più libri di denuncia o interviste abrasive, ma solo ricorsi in punta di diritto per raggiungere la sospirata meta della riabilitazione. Dovesse ottenerla, potrebbe trovare una magistratura radicalmente trasformata dalla riforma voluta dal governo. Una nuova realtà in cui difficilmente potrebbe ripetersi un altro caso Palamara, a causa del depotenziamento delle correnti e dell’introduzione del sorteggio per individuare i membri dei Csm.
Oggi è attesa anche la sentenza d’Appello per il pm Stefano Fava che è stato condannato in primo grado a 5 mesi per accesso abusivo alla banca dati della Procura. Si tratta di una ricerca che Fava non ha mai negato e che riguardava atti di un procedimento in cui l’accusa era rappresentata dall’allora procuratore aggiunto di Roma, Paolo Ielo. All’epoca Fava e Ielo avevano avuto dei contrasti sulla gestione di alcuni indagati e Fava riteneva che il suo superiore potesse avere dei conflitti di interessi.
Il sostituto procuratore generale, Paolo Barlucchi, ha chiesto l’assoluzione ritenendo che il fatto non sussista, dal momento che la condotta illecita «non può essere riferita ad atti che ancora non si conoscevano» e che, quindi, non potevano essere stati ricercati in modo strumentale.
Dopo l’udienza di mercoledì scorso c’è stata un po’ di maretta. Infatti, Fava era accusato anche di essere l’istigatore di un altro accesso abusivo, ma il cancelliere che lo aveva realizzato, Antonio Russo, ha raccontato di non ricordare richieste del pm indagato e, durante il processo del 2022, ha spiegato, però, che due giorni prima aveva interrogato il database su richiesta della Guardia di finanza che cercava notizie sullo stato di un altro procedimento di Ielo in fase di definizione e che riguardava un militare delle Fiamme gialle, tale Alessandro Serrao.
La difesa di Fava, nella discussione di mercoledì scorso, ha sostenuto che la Procura fosse a conoscenza di tale informazione, potenzialmente favorevole all’indagato, prima delle dichiarazioni in aula di Russo e che non l’avesse depositata agli atti. Il pm Mario Formisano, in una nota inviata al procuratore Cantone, ha rivendicato che sino alla testimonianza di Russo in aula anche lui ignorava la «richiesta di aggiornamenti» presentata dalla Gdf, mentre era a conoscenza del fatto che la posizione di Serrao fosse stata stralciata e che questa notizia era contenuta in un’informativa che gli era stata inviata da Ielo il 25 giugno del 2019, nota regolarmente depositata in atti.
Ma perché Formisano ha scritto al suo capo? Perché pensa di essere stato calunniato dalla difesa di Fava, che lo avrebbe accusato di avere «conosciuto, occultato o, comunque, non messo a disposizione una prova in favore dell’imputato». Formisano ritiene che «si tratti di un’affermazione destituita di fondamento» e che «uno studio sufficiente degli atti del procedimento - depositati e messi a disposizione integralmente - avrebbe fatto sì che la difesa non muovesse un’accusa infondata».
Cantone ha inviato la nota al procuratore generale Sergio Sottani, il quale, «considerata la delicatezza degli aspetti evidenziati nella nota» di Formisano, ha chiesto di «presenziare all’udienza» di replica prevista per oggi. Ma, contemporaneamente, ha domandato un rinvio della stessa per poter leggere con la dovuta attenzione le trascrizioni dei verbali di udienza.
Ieri, al momento di mandare in stampa il giornale, la Corte non aveva ancora comunicato la propria decisione.




