Per il quinto anno consecutivo si è svolta a Roma la Manifestazione «Scegliamo la Vita», appuntamento nazionale organizzato da più di cento sigle del mondo pro-life, con la partecipazione di decine di migliaia di persone.
Persone di ogni età - dai bimbi in carrozzina accompagnati da mamma e papà, ai nonni di diverse età - tutti accomunati dalla volontà di mostrare che il «popolo della vita» non va in pensione, anzi è più che mai vivo, vivace e determinato nella missione di promuovere e difendere la vita, dal concepimento al suo naturale tramonto.
«Una società è sana e progredita solo quando tutela la sacralità della vita umana, dal concepimento alla morte naturale, e si adopera attivamente per promuoverla» ha recentemente affermato papa Leone XIV: questo è il senso della manifestazione che si è snodata per le vie della capitale. Nel manifesto ufficiale della marcia si legge: «Il diritto alla vita è il diritto fondante ogni altro diritto umano … Se e quando viene violato il diritto alla vita, con un drammatico effetto traino, cadono tutti gli altri diritti, come stiamo vivendo nei nostri giorni, segnati da odio, violenze e guerre». Purtroppo, nel nostro Paese, già segnato dal dramma dell’aborto provocato, si stanno delineando nuove ombre di morte con il dibattito in corso sulla legalizzazione del suicidio assistito, mascherato da sollievo della sofferenza con morte dignitosa. Il «popolo della vita», per le vie di Roma, ha voluto dare una lettura opposta: la vera pietà è il rispetto assoluto della vita di ogni persona, che nel momento del dolore e della sofferenza ha bisogno di «cura totale», ricca di umanità e affetto, piuttosto che di iniezioni letali.
La manifestazione, che si è svolta con ordine, in un’atmosfera di serenità e di rispetto per chiunque, era «colorata» da numerosi striscioni inneggianti alla vita; in particolare un lungo striscione orizzontale, sostenuto da decine di partecipanti, con la scritta «Sì alla cura - No alla morte». Le decine di migliaia di partecipanti provenienti da ogni parte d’Italia sono state il segno concreto che la rassegnazione o l’indifferenza di fronte a leggi ingiuste non abita dalle parti del popolo della vita. Il grido «non ci rassegneremo mai» che echeggiò nel 1978 sulla bocca di Carlo Casini all’indomani della approvazione della legge 194 e che San Giovanni Paolo II arricchì con l’appello «Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita verrà offesa» contenuto in Evangelium Vitae (1995), non si è spento e si concretizza oggi in richieste ben precise: bloccare leggi che aprano a suicidio assistito/eutanasia; potenziare e finanziare la medicina palliativa (secondo la legge 38/2010); istituire un fondo di prevenzione dell’aborto, come vuole la stessa Legge 194, articolo 5; bloccare la liberalizzazione dell’aborto farmacologico con la pillole abortive (Circolare Speranza, agosto 2020); abolizione della norma che prevede l’acquisto delle «pillole del giorno dopo», senza ricetta medica; mantenere un rigoroso controllo sull’uso dei bloccanti lo sviluppo puberale nei casi di cosiddetta «disforia di genere». Al termine, in Piazza San Giovanni Laterano, Il popolo della vita ha lanciato dal palco un messaggio politico, forte e chiaro: ci sarà grande attenzione nel valutare chi vorrà farsi portavoce di queste precise istanze e chi, al contrario continuerà a parlare di assurdi e vergognosi «diritti» quali aborto e suicidio assistito: ai primi un convinto e forte sostegno, ai secondi una altrettanto forte e convinta opposizione. Non si può dare voto e consenso a chi legifera contro il diritto alla vita di ogni essere umano. Appuntamento a Roma fra un anno, ma il «popolo della vita» non conosce riposo: ogni giorno sarà in trincea nella difesa della vita «dal concepimento alla morte naturale».
Non è certamente il caso di cantare vittoria, ma il blocco del ddl sul suicidio medicalmente assistito, che viene rinviato alle commissioni competenti, votato ieri dal Senato con 88 voti favorevoli e 59 contrari, è un evento significativo, di buon senso.
La scelta voluta da Stefania Craxi di accelerare i tempi, strizzando l’occhio al Pd con Alfredo Bazoli, non solo non ha trovato l’accoglienza che si pensava, ma ha aperto un confronto all’interno dei partiti, sia di maggioranza che di minoranza. In particolare, ha fatto molto scalpore la presa di posizione pubblica, avanzata significativamente su queste colonne, di Olimpia Tarzia, responsabile del dipartimento di bioetica e diritti umani di Forza Italia, che ha scelto di dimettersi in contrasto con la inaspettata deriva del suo partito a favore del suicidio assistito. In perfetta coerenza con il virtuoso gesto del fondatore del partito, Silvio Berlusconi, a favore della vita di Eluana Englaro, ha preso atto di un «nuovo corso» inaccettabile sui temi eticamente sensibili e ha espresso pubblicamente il suo dissenso. Dando voce, di fatto, a un diffuso e evidente malcontento che aleggia negli schieramenti dei partiti della maggioranza, non solo in Forza Italia.
Anche il Pd non è un monolite e il ddl Bazoli, anche da quelle parti, non gode per nulla di un convinto sostegno, soprattutto dopo le inequivocabili parole in difesa della vita - dal concepimento alla morte naturale - pronunciate da papa Leone XIV in varie occasioni, compresa l’ultima enciclica Magnifica Humanitas. Il Papa si rivolge a tutti gli uomini, ma in modo speciale ai cristiani cattolici, appellandosi alla coscienza, a quel «foro interno» di cui parla la teologia morale ove l’uomo «si trova solo di fronte a Dio», che va ben oltre le appartenenze politiche o le ideologie dominanti, ponendo la questione fondamentale: l’uomo non è il padrone della vita, neppure della propria vita. Di conseguenza, come può un parlamentare cattolico sostenere il «diritto alla morte dignitosa» - usando le parole che Elly Schlein ha pronunciato ieri dopo il voto - votando a favore di una legge che avalla il suicidio? Qui non è in gioco la cosiddetta «laicità» dello Stato, qui è in gioco il senso di umanità e di civiltà di un popolo che non scarta nessuno e si prende cura dei suoi «fratelli» più deboli e vulnerabili.
L’altro aspetto di questa triste vicenda è rappresentato dal «delirio» normativo di alcune Regioni italiane: bocciata (dalla Corte costituzionale) la pretesa di scrivere leggi, con il pretesto di superare l’inerzia del Parlamento, stanno tentando di aggirare l’ostacolo prevedendo precisi percorsi procedurali per garantire il «diritto» al suicidio assistito. Basti pensare al vademecum pro suicidio elaborato da Regione Lombardia e inviato a tutte le Ats lombarde, utilizzando perfino l’espediente di modificare il linguaggio: non più «suicidio assistito», ma «Mma», morte medicalmente assistita», molto più tranquillizzante al fine di anestetizzare le menti e le coscienze. Ora, che tutto questo caos sia fatto dalle giunte di sinistra non dice nulla di nuovo, ma che sia opera di giunte votate da elettori di centrodestra - i cui partiti a livello nazionale non sono per nulla convintamente favorevoli sul tema - non solo lascia molto perplessi, ma suscita anche una certa voglia di ritirare il proprio consenso a chi se ne è fatto promotore, il presidente della Regione Attilio Fontana e l’assessore Guido Bertolaso in testa. Senza dimenticare che, mentre il governo eroga centinaia di milioni di euro, ogni anno, per potenziare la rete di assistenza territoriale, domiciliare e hospice per le cure palliative, di queste risorse ne vengono utilizzate soltanto il 30% circa.
Non può non suscitare sdegno che si buttino via tempo e denaro per legiferare sul suicido assistito e non ci si faccia carico di usare fondi già disponibili per affrontare e alleviare concretamente la sofferenza di chi ne ha bisogno. Questo è il compito delle Regioni, piuttosto che ideologiche fughe in avanti.
A tale proposito, una volta per tutte, smettiamola con falsi slogan del tipo «il Paese lo vuole … la gente lo chiede … è una legge necessaria…»: chi vive davvero in mezzo alla gente e conosce i mille problemi che riguardano la salute e la sanità pubblica sa benissimo che la vera richiesta è di «essere curati», di abbattere le liste di attesa, di essere accompagnati con professionalità e umana solidarietà e nei momenti di maggiore sofferenza, di avere qualcuno che ti lenisca il dolore fisico e ti stringa la mano nell’ultimo saluto, piuttosto che metterti a disposizione un freddo aggeggio meccanico che fa partire l’iniezione letale. Si spenda in umanità piuttosto che in tecnologia mortifera, si legiferi per la vita e il sollievo del dolore, piuttosto che per aiutare le persone a suicidarsi.
Sia detto con il rispetto dovuto a una persona che non è più fra noi, ma è lecito pensare che Silvio Berlusconi si giri nella tomba osservando il cambio di rotta del suo partito sul tema della difesa della vita. Il fondatore di Forza Italia, il 6 febbraio 2009, convocò un Consiglio dei ministri da lui stesso presieduto che approvò un decreto legge per salvare la giovane Eluana Englaro dalla morte per sospensione delle cure di sostegno vitale, alimentazione e idratazione. Sappiamo come andò a finire: l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, uomo di punta della sinistra, si rifiutò di firmare quel decreto «salvavita» ed Eluana morì in tre giorni, non più alimentata e idratata. Oggi, a distanza di meno di vent’anni da quel drammatico evento, il partito che porta nel suo logo il nome del fondatore, Berlusconi, fa una drastica inversione di marcia e sceglie di schierarsi al fianco di quelle forze della sinistra storica e radicale che da tempo e sempre sostengono norme contro la vita.
Oggi la posta in gioco si chiama legalizzazione del suicidio assistito. Senza girarci troppo attorno, siamo di fronte a un vero e concreto tradimento delle radici storiche-antropologiche che portarono alla vittoria il partito di Silvio Berlusconi. Un paio di giorni fa, durante il programma radiofonico Un giorno da pecora, Graziano Del Rio, senatore del Pd, sempre dichiaratosi cattolico, ha rilanciato il trito e ritrito copione di slogan fantasiosi: è una legge necessaria, una legge di cui il popolo italiano ha bisogno, una legge dalla parte del mondo della sofferenza, una legge equilibrata fra tutela della vita e autodeterminazione, aggiungendo: «Lo dico anche come medico», professione esercitata per circa 20 anni. Senza polemica e solo per dovere di verità: il sottoscritto ha fatto il neurochirurgo per 47 anni, migliaia di interventi chirurgici e frequenza quotidiana in reparti di terapia intensiva e rianimazione, e ciò che ha visto è la necessità assoluta di migliorare, incrementare, potenziare la «cura» dei malati. Soprattutto dei malati critici, impegnativi, spesso cronici, con disabilità di ogni tipo ed entità. Di questo c’è davvero assoluto bisogno se ci si vuole mettere dalla parte del mondo della sofferenza.
Che cura può mai essere quella che prevede di eliminare la sofferenza, eliminando il sofferente? Chiunque di noi, toccato dal dolore fisico e spirituale - il «dolore globale» come insegnava Cicely Saunders - può essere spinto alla richiesta di «farla finita», ma una società davvero civile deve saper decodificare quella disperata domanda e rispondere con la «cura globale», non già con la «somministrazione» della morte, usando le parole di papa Francesco. Ci sono dei limiti invalicabili, che neppure lo Stato ha il diritto di ignorare se non si vuole cadere nella tirannia del più forte. Sul piano politico, la deriva laicista di Forza Italia, sostenuta da Stefania Craxi, avrà un solo risultato: dirottare il consenso di tanti cittadini che credono ai grandi valori antropologici verso quei partiti del centrodestra che avranno dimostrato tanta più saggezza e prudenza. Diciamolo a chiare lettere: della legge sul suicidio assistito non c’è alcun bisogno ed è conseguenza di un’ideologia anti umana, che non porterà per nulla bene a chi la sostiene. Libertà, fraternità, uguaglianza sono valori riconosciuti da uno stato laico; dunque, che libertà» c’è dietro una richiesta disperata di morte? Che fraternità c’è dietro la somministrazione di un’iniezione letale? Che uguaglianza c’è se chi è malato o disabile può essere eliminato con la tutela della legge?





