Mentre in Italia si procede con tanta, troppa lentezza su un tema importante e delicato come il trattamento ormonale in giovani soggetti che presentano segni di incongruenza di genere - giovanissimi che si percepiscono del sesso opposto al loro sesso biologico - in molti Stati sta rapidamente cadendo il dogma delle «terapie affermative» per queste condizioni di disforia. Purtroppo ci sono voluti decenni, ma finalmente la scienza vera ed il buon senso stanno riemergendo, a tutto vantaggio dei giovanissimi interessati.
È di pochi giorni fa la presa di posizione della Società americana di chirurgia plastica (Asps) contro chirurgia e terapie ormonali per la disforia di genere nei minori e nei giovani adulti (fino a 19 anni). La Dichiarazione, datata 5 febbraio 2026, si basa su dati inoppugnabili di carattere strettamente scientifico, che portano alla conclusione che «le evidenze disponibili sono insufficienti a dimostrare un rapporto rischio/beneficio favorevole per il percorso di interventi ormonali e chirurgici correlati al genere nei bambini e negli adolescenti», con l’aggiunta che i dati disponibili sono di «bassa qualità» e «bassa certezza». Da qui l’esortazione a «bilanciare la compassione (per chi sta soffrendo) con il rigore scientifico, le considerazioni sullo sviluppo futuro e l’attenzione al benessere sul lungo termine».
Il focus dei Sanitari deve essere concentrato sulla attenta analisi della maturità fisica e psicologica che spingono il giovane verso interventi aventi una forte componente di irreversibilità. A rigor di logica, di buon senso, di pratica clinica e di doverosa prudenza si raccomanda quindi di non intervenire «fino a quando il paziente non abbia almeno 19 anni». La Asps fa esplicito riferimento a due altri autorevoli interventi di carattere scientifico: la Cass Review del Regno Unito e il Rapporto del Department of Health and Human Service (Hhs) del Stati Uniti. Entrambe i documenti esprimono forte preoccupazione circa l’adozione di criteri affermativi, ormonali e chirurgici, troppo sbrigativi, a fronte di prove assolutamente insufficienti in ordine, soprattutto, agli effetti a lungo termine. Per le stesse ragioni, anche le autorità sanitarie di Svezia e Finlandia hanno fortemente ridimensionato la prassi clinica di somministrare trattamenti, ormonali e chirurgici, a minorenni.
Su questo delicatissimo tema, il mondo scientifico sembra essersi finalmente risvegliato dal torpore tutto ideologico che l’aveva offuscato. Le poche voci di dissenso rispetto alla «teoria affermativa» che ha occupato la ribalta socioculturale degli ultimi decenni - voci sempre presentate come posizioni non scientifiche, di matrice confessionale, ideologicamente barricate su posizioni retrograde anti moderne - stanno diventando ogni anno sempre più ascoltate, non fosse altro perché espressione di un atteggiamento prudente di fonte ai pesanti rischi per la salute e la vita futura delle giovani generazioni. Anche a questo proposito il documento della Asps è molto chiaro: «Non esistono metodi convalidati che permettono ai clinici di distinguere in modo affidabile i bambini e gli adolescenti il cui disagio (la disforia) persisterà, da quelli il cui disagio si risolverà senza intervento medico o chirurgico». Anche gli interventi ormonali precoci vanno fortemente stigmatizzati: «L’adozione di terapie ormonali, senza una valutazione approfondita e a lungo termine, può comportare rischi significativi», soprattutto in ordine alla fertilità e alla salute osteo-scheletrica: «i rischi legati all’uso di ormoni per la transizione nei giovani sono ancora scarsamente compresi». Oggi, certamente, questa posizione di grande prudenza, ci conforta e ci sostiene; ma il semplice comune buon senso ci ha sempre spinto a porci una domanda: «Che grado di consapevolezza, che grado di maturità può avere un minorenne - soggetto che sta vivendo tutto il subbuglio ormonale, affettivo, emotivo, relazionale tipico dell’età dello sviluppo (che ciascuno di noi ha vissuto) - nel momento in cui «sceglie» di cambiare sesso?». Questa domanda ne evoca un’altra, non meno carica di turbamento: «Che adulti responsabili e maturi siamo, ciascuno di noi, se abbandoniamo questi nostri figli/nipoti verso approdi pericolosi, con alto tasso di infelicità per il resto della loro vita?».
Purtroppo, nel nostro Paese questo atteggiamento di doverosa prudenza stenta a trovare consenso unanime, e sono ancora presenti forti spinte a favore delle terapie affermative di transizione, sostenendo presunte evidenze scientifiche che, in realtà, proprio il mondo scientifico stesso sta negando. La posta in gioco è altissima: si tratta del benessere della salute fisica e mentale dei nostri concittadini giovanissimi. Quindi, certezza scientifica e prudenza terapeutica: ecco i pilastri su cui costruire la buona pratica clinica, finalmente liberata dagli intrugli ideologici dell’identità fluida.
Sarà anche «voce di uno che grida nel deserto», ma papa Leone XIV, con illuminato coraggio al servizio della verità, in perfetta coerenza con i suoi predecessori, non perde occasione per ribadire con forza la condanna della più iniqua e immorale delle pratiche che i nostri giorni hanno drammaticamente «normalizzato»: l’aborto. Anche ieri, nel contesto degli appelli quotidiani e accorati lanciati al mondo intero perché cessino le guerre, il Santo Padre ha voluto riprendere il «grido» d’allarme di suor Teresa di Calcutta: non ci sarà mai pace in un mondo che sostiene e promuove l’aborto.
Anzi, peggio: non può esserci pace in un mondo che proclama l’aborto come un diritto universale dell’uomo! «Il più grande distruttore della pace è l’aborto», ha dichiarato Leone XIV, aggiungendo che «nessuna politica può porsi al servizio dei popoli se esclude dalla vita coloro che stanno per venire al mondo, se non soccorre chi è nell’indigenza materiale e spirituale».
C’è un forte legame sociale, politico e culturale fra la difesa della vita nascente e il soccorso alla vita debole e fragile, segnata da condizioni di indigenza che vanno dalla povertà alla mancanza di cibo e casa, dalle devastazioni delle guerre alla malattia inguaribile: il legame si chiama amore e rispetto della vita, sempre e di chiunque. Quando si apre una breccia in questo «imperativo categorico», gli abusi e le nefandezze sono sempre dietro l’angolo.
Quando l’ideologia, ogni ideologia, pretende di manipolare la legge naturale, piegandola ai propri dogmi - dogma della razza, dogma della lotta di classe, dogma del primato dell’assoluta autodeterminazione - l’esito è sempre scontato: i più deboli diventano vittime della prepotenza dei più forti. Come può difendersi un bimbo nel grembo materno, se la società - a dispetto di evidenze scientifiche inconfutabili - continua e negarne l’umanità, abbandonandolo alla «libera scelta» della donna? Abbiamo condannato come disumana quella società che non fece nulla per salvare Anna Frank e chi, come lei, aveva il torto di esistere; non meno disumana è una società che non fa nulla per salvare «chi sta per venire al mondo». Tanto più colpevole oggi, in un momento storico in cui abbiamo a disposizione mezzi economici, assistenziali, sanitari, sociali per garantire la vita di chiede di «venire al mondo».
Ben altra indigenza oggi ci affligge: la povertà spirituale. Coscienze sterilizzate dall’egoismo, anestetizzate dal relativismo, infiacchite dalla cultura woke, orfane di ogni anelito di trascendenza e rinsecchite in una quotidianità senza speranza: è la drammatica fotografia di una società che ha perso il senso stesso di ciò che è umano, al punto di negare il diritto alla vita dei suoi figli più piccoli. Di fronte agli atleti che utilizzano le pelli di foca per i loro sci nelle prossime Olimpiadi, ci si preoccupa di controllare che si tratti di materiale sintetico, in nome della giusta causa della difesa della vita delle foche, mentre di fronte alla strage dei nascituri non si registra nessun sentimento di pietà, di ripensamento, di vergogna, di riparazione del male commesso.
Anzi, come c’era da aspettarsi, non è mancato chi ha trovato modo di fare della vergognosa ironia sulle parole del Papa, colpevole - al dire di questi - di sostenere che la libera scelta delle donne di non aver un figlio è più grave di una guerra… Che assurdità! Siamo nel 2026, il Medioevo è passato, hanno chiosato. La strage degli innocenti - da Betlemme a Terezin, dal kibbutz del 7 ottobre a Gaza, dai barconi nel Mediterraneo alle sale Ivg - è una ferita mortale nel cuore dell’umanità che impone un sussulto di indignazione e di volontà di riparazione. Certamente, intervenire a livello internazionale è molto al di là delle nostre povere forze, ma «a casa nostra» possiamo e dobbiamo agire, cominciando dal coraggio di condannare pubblicamente l’aborto per quello che è: l’omicidio di un piccolo essere umano che nessuno ha il «diritto» di sopprimere. Appuntamento per tutti è la Manifestazione nazionale per la Vita, a Roma, sabato 13 giugno.
Papa Leone XIV ha ricevuto oltre 1.000 catechisti, famiglie missionarie, presbiteri itineranti del Cammino neocatecumenale, accompagnati dall’equipe responsabile internazionale, Kiko Argüello - l’iniziatore del Cammino - Maria Ascensión Romero e padre Mario Pezzi. Il Cammino neocatecumenale è un itinerario di riscoperta del Battesimo e di iniziazione cristiana postbattesimale, frutto del Concilio Vaticano II, nato come provvidenziale risposta alla desacralizzazione, scristianizzazione e crisi di fede che hanno segnato la società dell’uomo negli ultimi decenni. Dal suo nascere, con papa Paolo VI, fino ad oggi tutti i Papi che si sono succeduti l’hanno accolto e accompagnato con sentimenti di approvazione, stima e gratitudine per le grandi opere di bene che questa esperienza ecclesiale ha portato e sta portando alla Chiesa e al mondo. Ieri Leone XIV ha confermato e rinnovato questo clima di fiducia.
Nato agli inizi degli anni Sessanta in Spagna, ad opera di due laici spagnoli, Kiko Argüello e Carmen Hernández con il sostegno dell’allora arcivescovo di Madrid, Casimiro Morcillo González, il Cammino si è diffuso in tutti i cinque Continenti ed è presente in più di 1.000 diocesi di 105 nazioni. Il carisma, la specificità, del Cammino neocatecumenale, è di non dare per scontata la fede; anzi di essere un percorso graduale di iniziazione alla fede e alla vita cristiana, che insegna ad incarnare la fede in ogni fatto e gesto della vita quotidiana, partendo proprio da eventi di dolore e sofferenza di fronte ai quali la ragione si perde e non ha parole di senso. Quando San Giovanni Paolo II lanciò il forte appello alla «nuova evangelizzazione», nel 1979, nello storico discorso tenuto a Nowa Huta, in Polonia, come risposta alla sfide del mondo sempre più secolarizzato, invitando a ripartire dall’annuncio pasquale della morte e Resurrezione di Gesù Cristo con un nuovo slancio missionario, il Cammino accolse l’appello e diede inizio a una stagione di missio ad gentes con presbiteri, laici e intere famiglie, itineranti in ogni angolo della Terra, dalla sperduta Siberia alla Terra del Fuoco. In particolare, le famiglie neocatecumenali hanno dato vita a una nuova, vera e propria implantatio ecllesiae, scegliendo di lasciare la propria città, per vivere in paesi stranieri, profondamente scristianizzati, come cellule vive di vita cristiana, nella certezza che «vedere la fede, invita alla fede».
Fu proprio papa Giovanni Paolo II a inviare in missione le prime famiglie, nel 1983, con il mandato che la Chiesa ha ricevuto dal suo stesso «fondatore»: «Andate e fate discepole tutte le genti, annunciando loro il Vangelo». A loro si è rivolto papa Leone, esprimendo il suo grazie: hanno lasciato «le sicurezze della vita ordinaria» e sono partite «con l’unico desiderio di annunciare il Vangelo ed essere testimoni dell’amore di Dio».
Negli stessi anni, cominciarono a nascere seminari per la «nuova evangelizzazione», a partire da Roma, sotto il titolo e la protezione della Redemptoris Mater. Ora se ne contano più di 100 in tutto il mondo. Un segno speciale della vitalità dell’esperienza neocatecumenale è proprio la presenza di numerose vocazioni alla vita sacerdotale, religiosa e consacrata, sia maschili che femminili, confermata anche dall’ultima chiamata vocazionale in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù di Tor Vergata: 130.000 giovani del Cammino, con 10.000 circa disposti a iniziare il percorso verso la definitiva consacrazione. In conclusione, papa Leone ha esortato a vivere in pienezza la comunione nella Chiesa: «La Chiesa vi accompagna, vi sostiene, vi è grata per ciò che fate, per il vostro impegno, per la vostra gioiosa testimonianza, per il servizio che svolgete nella Chiesa e nel mondo».





