Il combinato disposto - per così dire - fra il discorso tenuto da papa Leone XIV al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede - in cui si condanna qualsiasi azione o legge che legittima azioni contro la vita, dal concepimento (aborto) alla morte naturale (suicidio assistito ed eutanasia) - con le parole del presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, durante la conferenza stampa di fine anno («Io penso che compito dello Stato non sia favorire percorsi per suicidarsi, ma sia sempre ridurre al minimo la solitudine», sostenendo cure palliative e caregivers familiari dedicati), propone una chiave di lettura nuova e illuminante sui temi inerenti il fine vita, compresa la stessa recente sentenza della Corte costituzionale.
Il riferimento concreto è la sentenza 204/25 della Corte in tema di suicidio assistito, evocata dalla impugnazione da parte del governo della legge Regione Toscana n.16 del 14 marzo 2025, che apre uno scenario per certi versi nuovo che merita di essere attentamente considerato.
La sentenza non cancella l’intero testo regionale, ma ne ridimensiona pesantemente il portato legislativo. L’articolo 2, che si può considerare il focus, il nucleo centrale, della legge regionale - che richiama i requisiti indicati dalla Corte nella sentenza 242/19 per poter accedere alla richiesta di suicidio assistito, e si collega alla legge 219 del 2017 inerente consenso informato e disposizioni anticipate di trattamento - viene dichiarato incostituzionale perché «produce l’effetto di definire nella legislazione regionale, irrigidendoli, i requisiti per l’accesso al suicidio assistito». E prosegue: «Alla regione è altresì precluso cristallizzare nelle proprie disposizioni principi ordinamentali affermati da questa Corte in un determinato momento storico - in astratto, peraltro, anch’essi suscettibili di modificazioni - e oltretutto nella dichiarata attesa di un intervento del legislatore nazionale». In pratica vengono chiariti e confermati due principi fondamentali: primo, le Regioni non hanno competenza nel definire le norme di accesso al suicidio assistito, neppure appropriandosi dei criteri espressi nella sentenza 242 e - quindi - la responsabilità legislativa è tutta ed esclusivamente nelle mani del Parlamento. Secondo, con una aggiunta che potremmo definire sorprendente e inaspettata: gli stessi criteri enunciati nella sentenza 242, sono «anch’essi suscettibili di modificazioni». Dunque, come si suole dire, la palla è ritornata nella metà campo dei rappresentati eletti dal popolo, che - proprio in quanto tali - hanno il dovere di sostenere le istanze, i valori e i principi di coloro che hanno dato loro mandato e fiducia.
Il Parlamento, quindi, decidendo di intervenire, può legiferare modificando i requisiti stabiliti dalla Corte, con criteri che affermino rigorosamente il principio di tutela della vita umana, sempre e in qualsiasi condizione si trovi la persona, con una decisa scelta a favore della cura, piuttosto che della morte. Si tratta di compiere un corretto bilanciamento fra l’autodeterminazione del soggetto e il diritto alla vita, fondamento della nostra Costituzione, mantenendo il principio morale e civile del favor vitae. Lo strumento per concretizzare questa scelta del primato della cura non dobbiamo inventarcelo, perché è già nelle nostre mani: si chiama medicina palliativa, sostenuta sul piano comunicativo, informativo e finanziata con risorse dedicate, resa disponibile in ogni momento di criticità della salute e in ogni luogo, prevedendo cure domiciliari e presidi di degenza, dagli ospedali agli hospice. È esperienza diffusa e consolidata che laddove le cure palliative sono disponibili, la richiesta di morte assistita scompare.
La stessa Corte, in una sentenza precedente, aveva avvertito del rischio che si può correre, quello di una «minor tutela della vita delle persone più deboli e vulnerabili, che potrebbero essere indotte a farsi anzitempo da parte», proprio come sta accadendo in tutti - proprio tutti, senza eccezioni - i Paesi che hanno approvato leggi di morte assistita. D’altro canto, appare assai poco civile uno Stato che al malato, al disabile, all’anziano bisognoso di ogni cura, risponde con la soluzione di «farsi anzitempo da parte»!
Anche altri aspetti della sentenza 204 vanno nella direzione della tutela della vita: si cancella l’assurda norma regionale toscana che prevede che la richiesta di suicido assistito possa essere avanzata da un «delegato»; si ribadisce la grande importanza di garantire sempre e a chiunque cure palliative, esortando le istituzioni preposte a lavorare in tal senso; si annulla la proposta di considerare le procedure di morte assistita come un livello essenziale di assistenza (Lea); sono dichiarate incostituzionali le norme che fissano la durata delle procedure, stabilendo termini temporali che non sono di competenza delle Regioni. Se ci fosse ancora bisogno di capire quanto assurda ed evidentemente ideologica fosse la legge regionale basta pensare che si prevedeva il «diritto di recesso». Vuol dire che il paziente ha il diritto di ripensarci e non procedere… Già, ma questo ha senso se si tratta di eutanasia, però nel caso di suicidio, che impone l’autosomministrazione del farmaco letale, che senso ha parlare di «diritto di recesso»?
Purtroppo, la sentenza 204 conferma l’impianto fortemente negativo di enunciati precedenti, riconoscendo il «diritto» di ottenere l’assistenza al suicidio ad opera del Servizio sanitario nazionale, affermando il valore «autoapplicativo» a quanto già stabilito con la sentenza 132/25. Questa affermazione ha il sapore di una esclusione previa di ogni tentativo di tenere fuori, per legge, il nostro Ssn. Che fare, dunque? Mani legate? Nessuno spazio per tutelare fragili e vulnerabili? Assolutamente no! Innanzitutto, sostenendo l’insanabile contraddizione fra questa disposizione e la ratio della legge 833/78 che istituisce il servizio sanitario nazionale come presidio per la vita e la salute del paziente, giammai per la somministrazione della morte; e poi agendo di conseguenza, alla luce proprio della sentenza 204: nessuna legge, dato il valore autoapplicativo dei criteri e delle norme esplicitate dalla Corte. Non c’è alcun bisogno di scrivere una legge… Oppure - al contrario - si scriva una legge che tuteli con rigore l’indisponibilità del bene vita, implementi e renda disponibile a chiunque e dovunque le cure palliative, rinforzi e sostenga, anche economicamente, la rete di caregiver familiari e non, e rimoduli la pena prevista per l’articolo 580 del Codice penale, che rimane reato, ma affievolito nella sanzione, pensando ad aspetti di documentati legami parentali/affettivi con il richiedente.
Utopia? No. Coraggio tanto, perché essere controcorrente non è mai facile e remare contro la cultura della morte, trionfante in tutti gli aspetti della nostra società, è quanto mai fuori moda. Ma, come diceva una frase disegnata a carboncino, da mano ignota, sul muro di Berlino, il 9 novembre 1989: «Gli innocenti non sapevano che era impossibile… Per questo lo fecero». Lavoriamo per essere quel tipo di innocenti.
L’Unione europea, che ha oscurato e negato le radici giudaico-cristiane del nostro continente, ha aggiunto un’altra medaglia al suo vergognoso palmares di scelte contro la vita: oggi è passata al Parlamento europeo l’Iniziativa cittadini europei (Ice) siglata «My voice, my choice»: «La mia voce, la mia scelta: per un aborto sicuro e accessibile». Patrocinata da sigle radicali femministe e sostenuta da schieramenti politici europei, la proposta ha raccolto 1 milione e 120.000 firme, proponendo un adeguato sostegno finanziario europeo per garantire un aborto legale e sicuro a tutte le cittadine europee, in particolare a coloro che vivono in Paesi con legislazioni restrittive circa l’accesso alla interruzione volontaria di gravidanza.
Secondo gli organizzatori, «il mancato accesso all’aborto in molte parti d’Europa provoca non solo danni fisici ma sottopone le donne e le famiglie a un ingiusto stress economico e psicologico». In concreto, la risoluzione - al momento non vincolante - stabilisce che si debba garantire che una donna residente in un Paese che prevede l’aborto solo entro un termine temporale ristretto (ad esempio, la dodicesima settimana) possa contare e usufruire di un aiuto economico europeo che le permetta di recarsi in altro Paese con una legge più permissiva.
Viene denominato «sacrificio solidale», e alla sua realizzazione devono essere coinvolti tutti gli Stati europei. Come sempre, quando ci troviamo di fronte a una normative contro la vita, ci si imbatte nella più bieca ipocrisia: il vero «sacrificio» non sono i soldi per finanziare l’aborto, ma il bimbo che viene sacrificato, senza appello alcuno, dalla dittatura del «my voice, my choice». La voce del bimbo non esiste, la sua scelta per la vita non esiste, conta e ha valore soltanto la volontà di chi vuole liberarsene. Il grande assente, il «convitato di pietra», come oggi si usa dire, è il bambino, il suo diritto alla vita, la sua difesa, la sua incolumità. Se di solidarietà vogliamo parlare, perché non finanziare un fondo per aiutare mamme in crisi nel portare a termine la propria gravidanza, con un sostegno economico che salvi le due vittime di ogni aborto, bimbo e mamma? Perché, di fronte alla possibilità di salvare anche una sola vita, la scelta cade sempre sulla morte del bimbo? Non è più «civile» salvare che uccidere?
Un altro aspetto non si può tacere: nel 2012 la campagna europea «One of Us» - in Italia fortemente sostenuta da Carlo Casini e il Movimento per la Vita - per il riconoscimento giuridico del concepito e la difesa della vita umana fin dal concepimento raccolse circa 1 milione e 750.000 firme (650.000 in più di questi), la più alta quota mai raggiunta da una Ice, l’Iniziativa dei cittadini europei, ma venne respinta senza dibattito parlamentare. Motivazione? Proposta legislativa non in linea con i principi generali dell’Ue, oltre al fatto che nel continente «la protezione della vita prenatale è già garantita». Ogni commento è superfluo, perché l’ipocrisia si commenta da sé. Ma una domanda rimane: perché due pesi e due misure? Perché una raccolta firme viene oscurata, mentre una inferiore trova diritto a essere dibattuta e accolta? Forse una risposta c’è, anzi, purtroppo una risposta c’è: perché questa Ue ha scelto come collante l’euro e il mercato, e ha rifiutato i principi fondanti la storia della cultura occidentale, da Atene a Gerusalemme e Roma.
Se da un lato non si può che provare amarezza e vergogna per questo nuovo tassello contro la vita, dall’altra si deve raccogliere la sfida a non arretrare. Resta più che mai attuale il monito di quel vecchio profeta vissuto 700 anni prima di Cristo, di nome Isaia, che ci interpella già dal suo nome - «Isaia: Il Signore salva» - ammonendoci di non arrenderci mai, soprattutto nel tempo in cui si chiama «il bene male e il male bene, si trasforma la luce in tenebra e la tenebra in luce, confondendo il dolce con l’amaro» (Isaia, capitolo 5). Un capovolgimento di valori e principi morali e umani che non sta portando nulla di buono, basta guardarsi attorno.
Considerato il dibattito in corso, contrassegnato anche da polemiche, spesso frutto di una non chiara comprensione del fatto, circa l’ introduzione dello strumento del consenso informato nella scuola, si rende necessaria qualche precisazione.
Si tratta di un provvedimento legislativo, fortemente richiesto da una vasta area del mondo delle famiglie italiane, nella speranza di veder recuperato quel fondamentale ruolo che l’articolo 30 della Costituzione assegna ai genitori: la responsabilità educativa della famiglia, con particolare attenzione a temi contrassegnati da una forte componente etica e morale. Non si tratta per nulla (purtroppo) né di fantasmi né di allarmismo ingiustificato, bensì di fatti concreti legati a numerose segnalazioni di percorsi educativi, realizzati nelle nostre scuole, di tematiche proprie dell’ideologia gender, mascherati da educazione alla sessualità/affettività. Ideologia gender che, con grande lucidità e chiarezza, papa Francesco definì «sbaglio della mente umana». Del resto, sostenere la fluidità di genere come antidoto al «pericoloso» binarismo sessuale che la natura ci consegna non può che essere follia ideologica. Il tutto tanto più grave se diventa oggetto di indottrinamento dei nostri figli attraverso la scuola. Per questo, il governo ha deciso di dare voce alle famiglie, ai genitori preoccupati e delusi da troppo silenzio, con lo strumento di una legge sul consenso informato, strumento di democrazia assoluta, che riconsegna a chi ne ha il diritto/dovere di decidere sui propri figli. Non si tratta di un «pallino» o fantasie del ministro Giuseppe Valditara - che ha scritto il testo, e che non ha fatto nessun passo indietro - ma di una decisione dell’ intero Consiglio dei ministri, segno di una condivisione assoluta nel sostenere questo strumento che - vale la pena di ripeterlo - è strumento di libertà democratica.
Ogni genitore, sulla base delle proprie legittime convinzioni, avrà la possibilità di esprimere consenso o dissenso. Altro aspetto di grande importanza sta nel fatto che ogni scuola avrà l’obbligo di informare nel dettaglio circa i temi che si tratteranno, i testi e la bibliografia di riferimento, il curriculum dei docenti, le modalità dell’ insegnamento. Finalmente, chiarezza e trasparenza, dopo tante mistificazioni. È davvero incomprensibile l’ alzata di scudi del mondo della sinistra politica - vedi dichiarazione di Alessandro Zan, storico sostenitore dell’omonimo disegno di legge voleva introdurre il «genere percepito» nell’ordinamento e nella cultura italiana - che si dichiara strenuamente «democratica», contro questa legge che lascia chiunque libero di scegliere e decidere: nulla di più democratico!
Una recente statistica non fa che confermare la soddisfazione del popolo italiano: più del 60% delle famiglie è favorevole alla legge. E fra chi ha manifestato un apprezzamento parziale, la maggioranza dichiara che avrebbe voluto una maggiore determinazione nel vietare derive ideologiche. Certamente apprezzabile e da tenere in conto; ma restando con i piedi per terra: il contrasto alla cultura woke che pervade questi ultimi vent’anni, sostenuta dal mainstream internazionale, non si scalza in un giorno. Sono necessarie pazienza, prudenza, determinazione e tanto coraggio, avendo piena consapevolezza che ognuno deve fare la propria parte, anche sostenendo chi concretamente dimostra volontà d’azione nel senso di una tutela dei principi e valori che fondano la storia del popolo italiano. È importante il primo passo - e questa legge è il primo passo corretto - cui potrà seguire un cammino più lungo e, come si suol dire, l’importante è cominciare.




