Mancano pochi giorni alla data in cui la Commissione europea dovrà decidere se accogliere o rigettare la proposta «My voice My choice» per un «aborto libero e sicuro», oggetto di una risoluzione del Parlamento europeo approvata a maggioranza con 358 voti su 639 (56%), il 17 dicembre scorso.
La proposta prevede l’istituzione di un fondo comune europeo per finanziare il viaggio verso Paesi europei con legislazioni molto permissive sull’aborto, di donne provenienti da Paesi con legislazioni più restrittive. Una sorta di «aborto libero, sicuro e garantito» ove la scelta della donna è un imperativo assoluto che annulla totalmente il diritto alla vita del bambino. Del bimbo nemmeno l’ombra, nemmeno un timido accenno: il bambino non esiste, è solo uno scarto di materiale biologico, indegno di ogni considerazione. Inutile perdere tempo su temi di pura e semplice umanità: ciò che conta è la dittatura della scelta e dello Stato che legalizza, scegliendo di non fare nulla - proprio nulla - per salvare anche una sola di queste povere creature. Anzi, il contrario, istituzionalizzando percorsi che rendano massimamente facile l’eliminazione della piccola vita. Proprio all’opposto di quella clausola che, visto come stanno andando le cose da decenni, non possiamo che definire «ipocrita», secondo la quale si devono «rimuovere le cause della scelta abortiva», come prevede in Italia la stessa legge 194. Tornando all’Europa, ora la palla è nelle mani dei commissari che, di fatto, hanno la responsabilità di decidere se l’aborto fa parte dei «diritti umani universali» da sostenere e difendere oppure è una drammatica vicenda che si ha l’obbligo morale di prevenire ed evitare. Aiutare ad abortire o aiutare a vivere: questo è il dilemma umano, etico, civile, sociale, culturale su cui giocare la credibilità di quella Europa che i «padri fondatori» vollero costruire al fine di evitare morti e guerre.
Riecheggiano le parole di papa Leone XIV durante l’incontro con i conservatori e riformisti del Parlamento europeo»: «Penso ai ricchi principi etici e ai modelli di pensiero che costituiscono il patrimonio intellettuale dell’Europa cristiana. Questi sono essenziali per salvaguardare i diritti donati da Dio e la dignità inerente di ogni persona umana, dal concepimento alla morte naturale. [...] L’identità europea può essere compresa e promossa solo in riferimento alle sue radici giudaico-cristiane [...] un legame intrinseco tra il cristianesimo e la storia europea» (10 dicembre 2025). Sperare che queste parole vengano accolte è doveroso e legittimo anche se, purtroppo, le scelte dell’Europarlamento stanno andando nella direzione opposta.
Ascoltando i recenti discorsi del presidente Ursula von der Leyen, della Commissaria agli Esteri, Kaja Kallas, del presidente del Consiglio europeo, António Costa, a proposito del contenzioso Usa-Europa, continuano a echeggiare frasi del tipo «l’Europa deve essere fedele ai suoi valori fondanti». È, dunque, spontaneo chiedersi «Quali valori?», considerato che tutto ciò che fa riferimento a Dio, al Vangelo, al cristianesimo è negato, vietato, censurato. Non si può e non se ne deve neppure parlare. Il laicismo condito di intolleranza anticristiana è pensiero unico che guida ogni scelta, dichiarazione, risoluzione. Gli esempi si sprecano. Le Associazioni delle famiglie cattoliche europee (Fafce) sono escluse da qualsiasi finanziamento; sei progetti presentati in difesa della famiglia e dei minori sono stati bocciati perché la famiglia naturale, uomo e donna, mamma, papà e figli è contraria ai principi europei di uguaglianza in quanto non rispetta la parità di genere; il riconoscimento del matrimonio egualitario, fra persone dello stesso sesso, è obbligatorio per tutti gli Stati membri; la legittimità dell’utero in affitto; la richiesta del riconoscimento di personalità giuridica del concepito, sostenuta da quasi due milioni di firme di cittadini europei (campagna «One of us», 2014) neppure discussa in Parlamento. E che dire della Cedu (Corte europea diritti dell’uomo) che continua a esercitare pressioni sui sistemi giuridici nazionali in tema di diritto di famiglia (vedi Dichiarazione degli episcopati dell’Unione europea, Comece, 9 dicembre 2025)?
Ritorna, dunque, la domanda: quali valori, quali diritti fondano, oggi, la nostra Europa? Il «diritto di aborto»? il «diritto di suicidio assistito/eutanasia? Il «diritto di scegliere il sesso»? Il «diritto al figlio» come e quando si vuole? Il diritto di sopprimere down e «non perfetti» nell’utero materno? È innegabile che, nell’attuale scenario geopolitico, l’Europa abbia scarsa voce in capitolo e la ragioni che si possono addurre sono numerose e diverse, ma la perdita delle comuni radici cristiane - e gli esempi elencati sono soltanto la punta dell’iceberg - sta alla base di questa dolorosa inconsistenza, politica e culturale. L’Europa, immemore della sua storia e orfana dei grandi valori che l’hanno fondata, appare sempre più come una terra desolata, soprattutto sul piano spirituale e culturale. Torna alla mente il libro di Thomas Eliot La terra desolata, ove «l’albero morto non dà riparo, nessun conforto lo stridere del grillo, nessun suono le acque», metafora del deserto di valori spirituali in cui sta vivendo l’Europa dei nostri giorni.
Mentre in Italia si procede con tanta, troppa lentezza su un tema importante e delicato come il trattamento ormonale in giovani soggetti che presentano segni di incongruenza di genere - giovanissimi che si percepiscono del sesso opposto al loro sesso biologico - in molti Stati sta rapidamente cadendo il dogma delle «terapie affermative» per queste condizioni di disforia. Purtroppo ci sono voluti decenni, ma finalmente la scienza vera ed il buon senso stanno riemergendo, a tutto vantaggio dei giovanissimi interessati.
È di pochi giorni fa la presa di posizione della Società americana di chirurgia plastica (Asps) contro chirurgia e terapie ormonali per la disforia di genere nei minori e nei giovani adulti (fino a 19 anni). La Dichiarazione, datata 5 febbraio 2026, si basa su dati inoppugnabili di carattere strettamente scientifico, che portano alla conclusione che «le evidenze disponibili sono insufficienti a dimostrare un rapporto rischio/beneficio favorevole per il percorso di interventi ormonali e chirurgici correlati al genere nei bambini e negli adolescenti», con l’aggiunta che i dati disponibili sono di «bassa qualità» e «bassa certezza». Da qui l’esortazione a «bilanciare la compassione (per chi sta soffrendo) con il rigore scientifico, le considerazioni sullo sviluppo futuro e l’attenzione al benessere sul lungo termine».
Il focus dei Sanitari deve essere concentrato sulla attenta analisi della maturità fisica e psicologica che spingono il giovane verso interventi aventi una forte componente di irreversibilità. A rigor di logica, di buon senso, di pratica clinica e di doverosa prudenza si raccomanda quindi di non intervenire «fino a quando il paziente non abbia almeno 19 anni». La Asps fa esplicito riferimento a due altri autorevoli interventi di carattere scientifico: la Cass Review del Regno Unito e il Rapporto del Department of Health and Human Service (Hhs) del Stati Uniti. Entrambe i documenti esprimono forte preoccupazione circa l’adozione di criteri affermativi, ormonali e chirurgici, troppo sbrigativi, a fronte di prove assolutamente insufficienti in ordine, soprattutto, agli effetti a lungo termine. Per le stesse ragioni, anche le autorità sanitarie di Svezia e Finlandia hanno fortemente ridimensionato la prassi clinica di somministrare trattamenti, ormonali e chirurgici, a minorenni.
Su questo delicatissimo tema, il mondo scientifico sembra essersi finalmente risvegliato dal torpore tutto ideologico che l’aveva offuscato. Le poche voci di dissenso rispetto alla «teoria affermativa» che ha occupato la ribalta socioculturale degli ultimi decenni - voci sempre presentate come posizioni non scientifiche, di matrice confessionale, ideologicamente barricate su posizioni retrograde anti moderne - stanno diventando ogni anno sempre più ascoltate, non fosse altro perché espressione di un atteggiamento prudente di fonte ai pesanti rischi per la salute e la vita futura delle giovani generazioni. Anche a questo proposito il documento della Asps è molto chiaro: «Non esistono metodi convalidati che permettono ai clinici di distinguere in modo affidabile i bambini e gli adolescenti il cui disagio (la disforia) persisterà, da quelli il cui disagio si risolverà senza intervento medico o chirurgico». Anche gli interventi ormonali precoci vanno fortemente stigmatizzati: «L’adozione di terapie ormonali, senza una valutazione approfondita e a lungo termine, può comportare rischi significativi», soprattutto in ordine alla fertilità e alla salute osteo-scheletrica: «i rischi legati all’uso di ormoni per la transizione nei giovani sono ancora scarsamente compresi». Oggi, certamente, questa posizione di grande prudenza, ci conforta e ci sostiene; ma il semplice comune buon senso ci ha sempre spinto a porci una domanda: «Che grado di consapevolezza, che grado di maturità può avere un minorenne - soggetto che sta vivendo tutto il subbuglio ormonale, affettivo, emotivo, relazionale tipico dell’età dello sviluppo (che ciascuno di noi ha vissuto) - nel momento in cui «sceglie» di cambiare sesso?». Questa domanda ne evoca un’altra, non meno carica di turbamento: «Che adulti responsabili e maturi siamo, ciascuno di noi, se abbandoniamo questi nostri figli/nipoti verso approdi pericolosi, con alto tasso di infelicità per il resto della loro vita?».
Purtroppo, nel nostro Paese questo atteggiamento di doverosa prudenza stenta a trovare consenso unanime, e sono ancora presenti forti spinte a favore delle terapie affermative di transizione, sostenendo presunte evidenze scientifiche che, in realtà, proprio il mondo scientifico stesso sta negando. La posta in gioco è altissima: si tratta del benessere della salute fisica e mentale dei nostri concittadini giovanissimi. Quindi, certezza scientifica e prudenza terapeutica: ecco i pilastri su cui costruire la buona pratica clinica, finalmente liberata dagli intrugli ideologici dell’identità fluida.
Sarà anche «voce di uno che grida nel deserto», ma papa Leone XIV, con illuminato coraggio al servizio della verità, in perfetta coerenza con i suoi predecessori, non perde occasione per ribadire con forza la condanna della più iniqua e immorale delle pratiche che i nostri giorni hanno drammaticamente «normalizzato»: l’aborto. Anche ieri, nel contesto degli appelli quotidiani e accorati lanciati al mondo intero perché cessino le guerre, il Santo Padre ha voluto riprendere il «grido» d’allarme di suor Teresa di Calcutta: non ci sarà mai pace in un mondo che sostiene e promuove l’aborto.
Anzi, peggio: non può esserci pace in un mondo che proclama l’aborto come un diritto universale dell’uomo! «Il più grande distruttore della pace è l’aborto», ha dichiarato Leone XIV, aggiungendo che «nessuna politica può porsi al servizio dei popoli se esclude dalla vita coloro che stanno per venire al mondo, se non soccorre chi è nell’indigenza materiale e spirituale».
C’è un forte legame sociale, politico e culturale fra la difesa della vita nascente e il soccorso alla vita debole e fragile, segnata da condizioni di indigenza che vanno dalla povertà alla mancanza di cibo e casa, dalle devastazioni delle guerre alla malattia inguaribile: il legame si chiama amore e rispetto della vita, sempre e di chiunque. Quando si apre una breccia in questo «imperativo categorico», gli abusi e le nefandezze sono sempre dietro l’angolo.
Quando l’ideologia, ogni ideologia, pretende di manipolare la legge naturale, piegandola ai propri dogmi - dogma della razza, dogma della lotta di classe, dogma del primato dell’assoluta autodeterminazione - l’esito è sempre scontato: i più deboli diventano vittime della prepotenza dei più forti. Come può difendersi un bimbo nel grembo materno, se la società - a dispetto di evidenze scientifiche inconfutabili - continua e negarne l’umanità, abbandonandolo alla «libera scelta» della donna? Abbiamo condannato come disumana quella società che non fece nulla per salvare Anna Frank e chi, come lei, aveva il torto di esistere; non meno disumana è una società che non fa nulla per salvare «chi sta per venire al mondo». Tanto più colpevole oggi, in un momento storico in cui abbiamo a disposizione mezzi economici, assistenziali, sanitari, sociali per garantire la vita di chiede di «venire al mondo».
Ben altra indigenza oggi ci affligge: la povertà spirituale. Coscienze sterilizzate dall’egoismo, anestetizzate dal relativismo, infiacchite dalla cultura woke, orfane di ogni anelito di trascendenza e rinsecchite in una quotidianità senza speranza: è la drammatica fotografia di una società che ha perso il senso stesso di ciò che è umano, al punto di negare il diritto alla vita dei suoi figli più piccoli. Di fronte agli atleti che utilizzano le pelli di foca per i loro sci nelle prossime Olimpiadi, ci si preoccupa di controllare che si tratti di materiale sintetico, in nome della giusta causa della difesa della vita delle foche, mentre di fronte alla strage dei nascituri non si registra nessun sentimento di pietà, di ripensamento, di vergogna, di riparazione del male commesso.
Anzi, come c’era da aspettarsi, non è mancato chi ha trovato modo di fare della vergognosa ironia sulle parole del Papa, colpevole - al dire di questi - di sostenere che la libera scelta delle donne di non aver un figlio è più grave di una guerra… Che assurdità! Siamo nel 2026, il Medioevo è passato, hanno chiosato. La strage degli innocenti - da Betlemme a Terezin, dal kibbutz del 7 ottobre a Gaza, dai barconi nel Mediterraneo alle sale Ivg - è una ferita mortale nel cuore dell’umanità che impone un sussulto di indignazione e di volontà di riparazione. Certamente, intervenire a livello internazionale è molto al di là delle nostre povere forze, ma «a casa nostra» possiamo e dobbiamo agire, cominciando dal coraggio di condannare pubblicamente l’aborto per quello che è: l’omicidio di un piccolo essere umano che nessuno ha il «diritto» di sopprimere. Appuntamento per tutti è la Manifestazione nazionale per la Vita, a Roma, sabato 13 giugno.





