Partendo dall’affermazione che la difesa della vita non è un valore religioso, perché appartiene all’essenza stessa dell’umanità e, quindi, della legge naturale, il documento esplicita una fortissima preoccupazione per ciò che sta accadendo in Canada, numeri alla mano.
Proprio per questo esso riveste una grande importanza anche per il nostro Paese: perché evidenzia che cosa succede ogniqualvolta si apre la porta alla legalizzazione della morte provocata dietro richiesta. «Omicidio dietro richiesta» è la denominazione corretta sia per il suicidio assistito che per l’eutanasia. È ipocrita nascondersi dietro le sigle del politicamente corretto e diventa perciò doveroso - se non si vuole essere complici - chiamare le cose con il loro nome. La stessa sentenza 242/19, fissando le condizioni che consentono di accedere alla richiesta di suicidio assistito, è una porta aperta ad introdurre nel nostro ordinamento un criterio valutativo per cui esistono vite di «serie B» che possono chiedere e ottenere il proprio annullamento, cioè il proprio omicidio: assurdo e allucinante «privilegio» interdetto a chi è sano.
Dunque, ci troviamo di fronte ad una società spezzata in due sulla base di un giudizio sulla «qualità della vita»: le vite deboli e fragili possono essere eliminate e l’autore dell’omicidio non solo se ne va impunito, ma deve essere ringraziato per il gesto di grande pietà compiuto. Il tutto giustificato con l’ipocrita maschera della «libera scelta individuale». Comunque sia, di omicidio si tratta dato che la vittima non può e non deve fare nulla: luogo, modalità, strumento, azione o pozione letale, tutto approntato da chi gli «somministrerà» la morte, per dirla con il verbo utilizzato da papa Francesco. Qualcuno dei signori della morte assistita, prima o poi, dovrà spiegarci che differenza passi fra uccidere una persona che lo richiede (omicidio di consenziente, articolo 579 del codice penale) e aiutare il suicidio. Ovviamente, facendo la tara sulla vergognosa ipocrisia di chi sostiene che il marchingegno mortifero sia azionato da chi voleva morire. C’è da chiedersi - al di là di leggi inique che legittimano atti di soppressione della vita - chi sia il vero «responsabile morale» di un atto di suicidio assistito: la vittima, chi ha preparato tutto il necessario, chi ha scritto sentenze, norme o leggi, chi ha approvato, chi non si è opposto anima e corpo a che morte avvenga? «Ai posteri l’ardua sentenza», pur sempre sperando che non accada mai.
Torniamo al Canada, che sta tracciando la via su cui sta per immettersi il nostro Paese. Nel 2016 ha legalizzato suicidio assistito e eutanasia per malati in cui la morte era «ragionevolmente prevedibile» approvando l’«aide medicale au mourir» («assistenza medica alla morte», AMM). Nel 2021 ha aperto le porte a persone affette da malattia «grave e incurabile» e oggi siamo a circa 100.000 canadesi (10.000 all’anno) morti per eutanasia o suicidio assistito. Il 5,1% dei decessi avviene per morte assistita. Comunque la si pensi, si è di fronte a una grave e preoccupante emergenza sociale. Da qui, l’intervento dei vescovi: «Tali atti non possono in alcun modo essere moralmente accettabili [...] la vera compassione non risponde alla sofferenza causando la morte [...] dobbiamo ricercare opzioni terapeutiche che offrano cure compassionevoli che riaffermino il valore della vita».
Risuona forte l’eco delle parole di assoluta condanna pronunciate da papa Leone XIV al parlamento spagnolo. Se sta accadendo così in Canada e in tutti gli Stati che hanno approvato leggi di quel tipo, è lecito chiedersi perché non dovrebbe accadere anche nel nostro Paese. Oggi, una sentenza - che non ha il peso di una legge - ha già provocato più di una decina di morti per suicidio assistito; domani - a legge approvata - lo scenario non potrà che peggiorare e a farne le spese - come sempre - saranno le persone più deboli e fragili. Questo il panorama che abbiamo davanti.
Conseguenza: non ci si può limitare a condannare, magari fermandosi a fare generiche dichiarazioni a favore della vita. È necessario contrastare con tutti gli strumenti disponibili ogni legge che apra al suicidio assistito, iniziando col non sostenere partiti, personaggi politici, parlamentari, opinion leader, movimenti culturali, presidenti e giunte regionali che fanno pubblica fede di diritto civile al suicidio assistito.
Per il quinto anno consecutivo si è svolta a Roma la Manifestazione «Scegliamo la Vita», appuntamento nazionale organizzato da più di cento sigle del mondo pro-life, con la partecipazione di decine di migliaia di persone.
Persone di ogni età - dai bimbi in carrozzina accompagnati da mamma e papà, ai nonni di diverse età - tutti accomunati dalla volontà di mostrare che il «popolo della vita» non va in pensione, anzi è più che mai vivo, vivace e determinato nella missione di promuovere e difendere la vita, dal concepimento al suo naturale tramonto.
«Una società è sana e progredita solo quando tutela la sacralità della vita umana, dal concepimento alla morte naturale, e si adopera attivamente per promuoverla» ha recentemente affermato papa Leone XIV: questo è il senso della manifestazione che si è snodata per le vie della capitale. Nel manifesto ufficiale della marcia si legge: «Il diritto alla vita è il diritto fondante ogni altro diritto umano … Se e quando viene violato il diritto alla vita, con un drammatico effetto traino, cadono tutti gli altri diritti, come stiamo vivendo nei nostri giorni, segnati da odio, violenze e guerre». Purtroppo, nel nostro Paese, già segnato dal dramma dell’aborto provocato, si stanno delineando nuove ombre di morte con il dibattito in corso sulla legalizzazione del suicidio assistito, mascherato da sollievo della sofferenza con morte dignitosa. Il «popolo della vita», per le vie di Roma, ha voluto dare una lettura opposta: la vera pietà è il rispetto assoluto della vita di ogni persona, che nel momento del dolore e della sofferenza ha bisogno di «cura totale», ricca di umanità e affetto, piuttosto che di iniezioni letali.
La manifestazione, che si è svolta con ordine, in un’atmosfera di serenità e di rispetto per chiunque, era «colorata» da numerosi striscioni inneggianti alla vita; in particolare un lungo striscione orizzontale, sostenuto da decine di partecipanti, con la scritta «Sì alla cura - No alla morte». Le decine di migliaia di partecipanti provenienti da ogni parte d’Italia sono state il segno concreto che la rassegnazione o l’indifferenza di fronte a leggi ingiuste non abita dalle parti del popolo della vita. Il grido «non ci rassegneremo mai» che echeggiò nel 1978 sulla bocca di Carlo Casini all’indomani della approvazione della legge 194 e che San Giovanni Paolo II arricchì con l’appello «Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita verrà offesa» contenuto in Evangelium Vitae (1995), non si è spento e si concretizza oggi in richieste ben precise: bloccare leggi che aprano a suicidio assistito/eutanasia; potenziare e finanziare la medicina palliativa (secondo la legge 38/2010); istituire un fondo di prevenzione dell’aborto, come vuole la stessa Legge 194, articolo 5; bloccare la liberalizzazione dell’aborto farmacologico con la pillole abortive (Circolare Speranza, agosto 2020); abolizione della norma che prevede l’acquisto delle «pillole del giorno dopo», senza ricetta medica; mantenere un rigoroso controllo sull’uso dei bloccanti lo sviluppo puberale nei casi di cosiddetta «disforia di genere». Al termine, in Piazza San Giovanni Laterano, Il popolo della vita ha lanciato dal palco un messaggio politico, forte e chiaro: ci sarà grande attenzione nel valutare chi vorrà farsi portavoce di queste precise istanze e chi, al contrario continuerà a parlare di assurdi e vergognosi «diritti» quali aborto e suicidio assistito: ai primi un convinto e forte sostegno, ai secondi una altrettanto forte e convinta opposizione. Non si può dare voto e consenso a chi legifera contro il diritto alla vita di ogni essere umano. Appuntamento a Roma fra un anno, ma il «popolo della vita» non conosce riposo: ogni giorno sarà in trincea nella difesa della vita «dal concepimento alla morte naturale».
Non è certamente il caso di cantare vittoria, ma il blocco del ddl sul suicidio medicalmente assistito, che viene rinviato alle commissioni competenti, votato ieri dal Senato con 88 voti favorevoli e 59 contrari, è un evento significativo, di buon senso.
La scelta voluta da Stefania Craxi di accelerare i tempi, strizzando l’occhio al Pd con Alfredo Bazoli, non solo non ha trovato l’accoglienza che si pensava, ma ha aperto un confronto all’interno dei partiti, sia di maggioranza che di minoranza. In particolare, ha fatto molto scalpore la presa di posizione pubblica, avanzata significativamente su queste colonne, di Olimpia Tarzia, responsabile del dipartimento di bioetica e diritti umani di Forza Italia, che ha scelto di dimettersi in contrasto con la inaspettata deriva del suo partito a favore del suicidio assistito. In perfetta coerenza con il virtuoso gesto del fondatore del partito, Silvio Berlusconi, a favore della vita di Eluana Englaro, ha preso atto di un «nuovo corso» inaccettabile sui temi eticamente sensibili e ha espresso pubblicamente il suo dissenso. Dando voce, di fatto, a un diffuso e evidente malcontento che aleggia negli schieramenti dei partiti della maggioranza, non solo in Forza Italia.
Anche il Pd non è un monolite e il ddl Bazoli, anche da quelle parti, non gode per nulla di un convinto sostegno, soprattutto dopo le inequivocabili parole in difesa della vita - dal concepimento alla morte naturale - pronunciate da papa Leone XIV in varie occasioni, compresa l’ultima enciclica Magnifica Humanitas. Il Papa si rivolge a tutti gli uomini, ma in modo speciale ai cristiani cattolici, appellandosi alla coscienza, a quel «foro interno» di cui parla la teologia morale ove l’uomo «si trova solo di fronte a Dio», che va ben oltre le appartenenze politiche o le ideologie dominanti, ponendo la questione fondamentale: l’uomo non è il padrone della vita, neppure della propria vita. Di conseguenza, come può un parlamentare cattolico sostenere il «diritto alla morte dignitosa» - usando le parole che Elly Schlein ha pronunciato ieri dopo il voto - votando a favore di una legge che avalla il suicidio? Qui non è in gioco la cosiddetta «laicità» dello Stato, qui è in gioco il senso di umanità e di civiltà di un popolo che non scarta nessuno e si prende cura dei suoi «fratelli» più deboli e vulnerabili.
L’altro aspetto di questa triste vicenda è rappresentato dal «delirio» normativo di alcune Regioni italiane: bocciata (dalla Corte costituzionale) la pretesa di scrivere leggi, con il pretesto di superare l’inerzia del Parlamento, stanno tentando di aggirare l’ostacolo prevedendo precisi percorsi procedurali per garantire il «diritto» al suicidio assistito. Basti pensare al vademecum pro suicidio elaborato da Regione Lombardia e inviato a tutte le Ats lombarde, utilizzando perfino l’espediente di modificare il linguaggio: non più «suicidio assistito», ma «Mma», morte medicalmente assistita», molto più tranquillizzante al fine di anestetizzare le menti e le coscienze. Ora, che tutto questo caos sia fatto dalle giunte di sinistra non dice nulla di nuovo, ma che sia opera di giunte votate da elettori di centrodestra - i cui partiti a livello nazionale non sono per nulla convintamente favorevoli sul tema - non solo lascia molto perplessi, ma suscita anche una certa voglia di ritirare il proprio consenso a chi se ne è fatto promotore, il presidente della Regione Attilio Fontana e l’assessore Guido Bertolaso in testa. Senza dimenticare che, mentre il governo eroga centinaia di milioni di euro, ogni anno, per potenziare la rete di assistenza territoriale, domiciliare e hospice per le cure palliative, di queste risorse ne vengono utilizzate soltanto il 30% circa.
Non può non suscitare sdegno che si buttino via tempo e denaro per legiferare sul suicido assistito e non ci si faccia carico di usare fondi già disponibili per affrontare e alleviare concretamente la sofferenza di chi ne ha bisogno. Questo è il compito delle Regioni, piuttosto che ideologiche fughe in avanti.
A tale proposito, una volta per tutte, smettiamola con falsi slogan del tipo «il Paese lo vuole … la gente lo chiede … è una legge necessaria…»: chi vive davvero in mezzo alla gente e conosce i mille problemi che riguardano la salute e la sanità pubblica sa benissimo che la vera richiesta è di «essere curati», di abbattere le liste di attesa, di essere accompagnati con professionalità e umana solidarietà e nei momenti di maggiore sofferenza, di avere qualcuno che ti lenisca il dolore fisico e ti stringa la mano nell’ultimo saluto, piuttosto che metterti a disposizione un freddo aggeggio meccanico che fa partire l’iniezione letale. Si spenda in umanità piuttosto che in tecnologia mortifera, si legiferi per la vita e il sollievo del dolore, piuttosto che per aiutare le persone a suicidarsi.





