Sarà anche «voce di uno che grida nel deserto», ma papa Leone XIV, con illuminato coraggio al servizio della verità, in perfetta coerenza con i suoi predecessori, non perde occasione per ribadire con forza la condanna della più iniqua e immorale delle pratiche che i nostri giorni hanno drammaticamente «normalizzato»: l’aborto. Anche ieri, nel contesto degli appelli quotidiani e accorati lanciati al mondo intero perché cessino le guerre, il Santo Padre ha voluto riprendere il «grido» d’allarme di suor Teresa di Calcutta: non ci sarà mai pace in un mondo che sostiene e promuove l’aborto.
Anzi, peggio: non può esserci pace in un mondo che proclama l’aborto come un diritto universale dell’uomo! «Il più grande distruttore della pace è l’aborto», ha dichiarato Leone XIV, aggiungendo che «nessuna politica può porsi al servizio dei popoli se esclude dalla vita coloro che stanno per venire al mondo, se non soccorre chi è nell’indigenza materiale e spirituale».
C’è un forte legame sociale, politico e culturale fra la difesa della vita nascente e il soccorso alla vita debole e fragile, segnata da condizioni di indigenza che vanno dalla povertà alla mancanza di cibo e casa, dalle devastazioni delle guerre alla malattia inguaribile: il legame si chiama amore e rispetto della vita, sempre e di chiunque. Quando si apre una breccia in questo «imperativo categorico», gli abusi e le nefandezze sono sempre dietro l’angolo.
Quando l’ideologia, ogni ideologia, pretende di manipolare la legge naturale, piegandola ai propri dogmi - dogma della razza, dogma della lotta di classe, dogma del primato dell’assoluta autodeterminazione - l’esito è sempre scontato: i più deboli diventano vittime della prepotenza dei più forti. Come può difendersi un bimbo nel grembo materno, se la società - a dispetto di evidenze scientifiche inconfutabili - continua e negarne l’umanità, abbandonandolo alla «libera scelta» della donna? Abbiamo condannato come disumana quella società che non fece nulla per salvare Anna Frank e chi, come lei, aveva il torto di esistere; non meno disumana è una società che non fa nulla per salvare «chi sta per venire al mondo». Tanto più colpevole oggi, in un momento storico in cui abbiamo a disposizione mezzi economici, assistenziali, sanitari, sociali per garantire la vita di chiede di «venire al mondo».
Ben altra indigenza oggi ci affligge: la povertà spirituale. Coscienze sterilizzate dall’egoismo, anestetizzate dal relativismo, infiacchite dalla cultura woke, orfane di ogni anelito di trascendenza e rinsecchite in una quotidianità senza speranza: è la drammatica fotografia di una società che ha perso il senso stesso di ciò che è umano, al punto di negare il diritto alla vita dei suoi figli più piccoli. Di fronte agli atleti che utilizzano le pelli di foca per i loro sci nelle prossime Olimpiadi, ci si preoccupa di controllare che si tratti di materiale sintetico, in nome della giusta causa della difesa della vita delle foche, mentre di fronte alla strage dei nascituri non si registra nessun sentimento di pietà, di ripensamento, di vergogna, di riparazione del male commesso.
Anzi, come c’era da aspettarsi, non è mancato chi ha trovato modo di fare della vergognosa ironia sulle parole del Papa, colpevole - al dire di questi - di sostenere che la libera scelta delle donne di non aver un figlio è più grave di una guerra… Che assurdità! Siamo nel 2026, il Medioevo è passato, hanno chiosato. La strage degli innocenti - da Betlemme a Terezin, dal kibbutz del 7 ottobre a Gaza, dai barconi nel Mediterraneo alle sale Ivg - è una ferita mortale nel cuore dell’umanità che impone un sussulto di indignazione e di volontà di riparazione. Certamente, intervenire a livello internazionale è molto al di là delle nostre povere forze, ma «a casa nostra» possiamo e dobbiamo agire, cominciando dal coraggio di condannare pubblicamente l’aborto per quello che è: l’omicidio di un piccolo essere umano che nessuno ha il «diritto» di sopprimere. Appuntamento per tutti è la Manifestazione nazionale per la Vita, a Roma, sabato 13 giugno.
Papa Leone XIV ha ricevuto oltre 1.000 catechisti, famiglie missionarie, presbiteri itineranti del Cammino neocatecumenale, accompagnati dall’equipe responsabile internazionale, Kiko Argüello - l’iniziatore del Cammino - Maria Ascensión Romero e padre Mario Pezzi. Il Cammino neocatecumenale è un itinerario di riscoperta del Battesimo e di iniziazione cristiana postbattesimale, frutto del Concilio Vaticano II, nato come provvidenziale risposta alla desacralizzazione, scristianizzazione e crisi di fede che hanno segnato la società dell’uomo negli ultimi decenni. Dal suo nascere, con papa Paolo VI, fino ad oggi tutti i Papi che si sono succeduti l’hanno accolto e accompagnato con sentimenti di approvazione, stima e gratitudine per le grandi opere di bene che questa esperienza ecclesiale ha portato e sta portando alla Chiesa e al mondo. Ieri Leone XIV ha confermato e rinnovato questo clima di fiducia.
Nato agli inizi degli anni Sessanta in Spagna, ad opera di due laici spagnoli, Kiko Argüello e Carmen Hernández con il sostegno dell’allora arcivescovo di Madrid, Casimiro Morcillo González, il Cammino si è diffuso in tutti i cinque Continenti ed è presente in più di 1.000 diocesi di 105 nazioni. Il carisma, la specificità, del Cammino neocatecumenale, è di non dare per scontata la fede; anzi di essere un percorso graduale di iniziazione alla fede e alla vita cristiana, che insegna ad incarnare la fede in ogni fatto e gesto della vita quotidiana, partendo proprio da eventi di dolore e sofferenza di fronte ai quali la ragione si perde e non ha parole di senso. Quando San Giovanni Paolo II lanciò il forte appello alla «nuova evangelizzazione», nel 1979, nello storico discorso tenuto a Nowa Huta, in Polonia, come risposta alla sfide del mondo sempre più secolarizzato, invitando a ripartire dall’annuncio pasquale della morte e Resurrezione di Gesù Cristo con un nuovo slancio missionario, il Cammino accolse l’appello e diede inizio a una stagione di missio ad gentes con presbiteri, laici e intere famiglie, itineranti in ogni angolo della Terra, dalla sperduta Siberia alla Terra del Fuoco. In particolare, le famiglie neocatecumenali hanno dato vita a una nuova, vera e propria implantatio ecllesiae, scegliendo di lasciare la propria città, per vivere in paesi stranieri, profondamente scristianizzati, come cellule vive di vita cristiana, nella certezza che «vedere la fede, invita alla fede».
Fu proprio papa Giovanni Paolo II a inviare in missione le prime famiglie, nel 1983, con il mandato che la Chiesa ha ricevuto dal suo stesso «fondatore»: «Andate e fate discepole tutte le genti, annunciando loro il Vangelo». A loro si è rivolto papa Leone, esprimendo il suo grazie: hanno lasciato «le sicurezze della vita ordinaria» e sono partite «con l’unico desiderio di annunciare il Vangelo ed essere testimoni dell’amore di Dio».
Negli stessi anni, cominciarono a nascere seminari per la «nuova evangelizzazione», a partire da Roma, sotto il titolo e la protezione della Redemptoris Mater. Ora se ne contano più di 100 in tutto il mondo. Un segno speciale della vitalità dell’esperienza neocatecumenale è proprio la presenza di numerose vocazioni alla vita sacerdotale, religiosa e consacrata, sia maschili che femminili, confermata anche dall’ultima chiamata vocazionale in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù di Tor Vergata: 130.000 giovani del Cammino, con 10.000 circa disposti a iniziare il percorso verso la definitiva consacrazione. In conclusione, papa Leone ha esortato a vivere in pienezza la comunione nella Chiesa: «La Chiesa vi accompagna, vi sostiene, vi è grata per ciò che fate, per il vostro impegno, per la vostra gioiosa testimonianza, per il servizio che svolgete nella Chiesa e nel mondo».
Il combinato disposto - per così dire - fra il discorso tenuto da papa Leone XIV al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede - in cui si condanna qualsiasi azione o legge che legittima azioni contro la vita, dal concepimento (aborto) alla morte naturale (suicidio assistito ed eutanasia) - con le parole del presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, durante la conferenza stampa di fine anno («Io penso che compito dello Stato non sia favorire percorsi per suicidarsi, ma sia sempre ridurre al minimo la solitudine», sostenendo cure palliative e caregivers familiari dedicati), propone una chiave di lettura nuova e illuminante sui temi inerenti il fine vita, compresa la stessa recente sentenza della Corte costituzionale.
Il riferimento concreto è la sentenza 204/25 della Corte in tema di suicidio assistito, evocata dalla impugnazione da parte del governo della legge Regione Toscana n.16 del 14 marzo 2025, che apre uno scenario per certi versi nuovo che merita di essere attentamente considerato.
La sentenza non cancella l’intero testo regionale, ma ne ridimensiona pesantemente il portato legislativo. L’articolo 2, che si può considerare il focus, il nucleo centrale, della legge regionale - che richiama i requisiti indicati dalla Corte nella sentenza 242/19 per poter accedere alla richiesta di suicidio assistito, e si collega alla legge 219 del 2017 inerente consenso informato e disposizioni anticipate di trattamento - viene dichiarato incostituzionale perché «produce l’effetto di definire nella legislazione regionale, irrigidendoli, i requisiti per l’accesso al suicidio assistito». E prosegue: «Alla regione è altresì precluso cristallizzare nelle proprie disposizioni principi ordinamentali affermati da questa Corte in un determinato momento storico - in astratto, peraltro, anch’essi suscettibili di modificazioni - e oltretutto nella dichiarata attesa di un intervento del legislatore nazionale». In pratica vengono chiariti e confermati due principi fondamentali: primo, le Regioni non hanno competenza nel definire le norme di accesso al suicidio assistito, neppure appropriandosi dei criteri espressi nella sentenza 242 e - quindi - la responsabilità legislativa è tutta ed esclusivamente nelle mani del Parlamento. Secondo, con una aggiunta che potremmo definire sorprendente e inaspettata: gli stessi criteri enunciati nella sentenza 242, sono «anch’essi suscettibili di modificazioni». Dunque, come si suole dire, la palla è ritornata nella metà campo dei rappresentati eletti dal popolo, che - proprio in quanto tali - hanno il dovere di sostenere le istanze, i valori e i principi di coloro che hanno dato loro mandato e fiducia.
Il Parlamento, quindi, decidendo di intervenire, può legiferare modificando i requisiti stabiliti dalla Corte, con criteri che affermino rigorosamente il principio di tutela della vita umana, sempre e in qualsiasi condizione si trovi la persona, con una decisa scelta a favore della cura, piuttosto che della morte. Si tratta di compiere un corretto bilanciamento fra l’autodeterminazione del soggetto e il diritto alla vita, fondamento della nostra Costituzione, mantenendo il principio morale e civile del favor vitae. Lo strumento per concretizzare questa scelta del primato della cura non dobbiamo inventarcelo, perché è già nelle nostre mani: si chiama medicina palliativa, sostenuta sul piano comunicativo, informativo e finanziata con risorse dedicate, resa disponibile in ogni momento di criticità della salute e in ogni luogo, prevedendo cure domiciliari e presidi di degenza, dagli ospedali agli hospice. È esperienza diffusa e consolidata che laddove le cure palliative sono disponibili, la richiesta di morte assistita scompare.
La stessa Corte, in una sentenza precedente, aveva avvertito del rischio che si può correre, quello di una «minor tutela della vita delle persone più deboli e vulnerabili, che potrebbero essere indotte a farsi anzitempo da parte», proprio come sta accadendo in tutti - proprio tutti, senza eccezioni - i Paesi che hanno approvato leggi di morte assistita. D’altro canto, appare assai poco civile uno Stato che al malato, al disabile, all’anziano bisognoso di ogni cura, risponde con la soluzione di «farsi anzitempo da parte»!
Anche altri aspetti della sentenza 204 vanno nella direzione della tutela della vita: si cancella l’assurda norma regionale toscana che prevede che la richiesta di suicido assistito possa essere avanzata da un «delegato»; si ribadisce la grande importanza di garantire sempre e a chiunque cure palliative, esortando le istituzioni preposte a lavorare in tal senso; si annulla la proposta di considerare le procedure di morte assistita come un livello essenziale di assistenza (Lea); sono dichiarate incostituzionali le norme che fissano la durata delle procedure, stabilendo termini temporali che non sono di competenza delle Regioni. Se ci fosse ancora bisogno di capire quanto assurda ed evidentemente ideologica fosse la legge regionale basta pensare che si prevedeva il «diritto di recesso». Vuol dire che il paziente ha il diritto di ripensarci e non procedere… Già, ma questo ha senso se si tratta di eutanasia, però nel caso di suicidio, che impone l’autosomministrazione del farmaco letale, che senso ha parlare di «diritto di recesso»?
Purtroppo, la sentenza 204 conferma l’impianto fortemente negativo di enunciati precedenti, riconoscendo il «diritto» di ottenere l’assistenza al suicidio ad opera del Servizio sanitario nazionale, affermando il valore «autoapplicativo» a quanto già stabilito con la sentenza 132/25. Questa affermazione ha il sapore di una esclusione previa di ogni tentativo di tenere fuori, per legge, il nostro Ssn. Che fare, dunque? Mani legate? Nessuno spazio per tutelare fragili e vulnerabili? Assolutamente no! Innanzitutto, sostenendo l’insanabile contraddizione fra questa disposizione e la ratio della legge 833/78 che istituisce il servizio sanitario nazionale come presidio per la vita e la salute del paziente, giammai per la somministrazione della morte; e poi agendo di conseguenza, alla luce proprio della sentenza 204: nessuna legge, dato il valore autoapplicativo dei criteri e delle norme esplicitate dalla Corte. Non c’è alcun bisogno di scrivere una legge… Oppure - al contrario - si scriva una legge che tuteli con rigore l’indisponibilità del bene vita, implementi e renda disponibile a chiunque e dovunque le cure palliative, rinforzi e sostenga, anche economicamente, la rete di caregiver familiari e non, e rimoduli la pena prevista per l’articolo 580 del Codice penale, che rimane reato, ma affievolito nella sanzione, pensando ad aspetti di documentati legami parentali/affettivi con il richiedente.
Utopia? No. Coraggio tanto, perché essere controcorrente non è mai facile e remare contro la cultura della morte, trionfante in tutti gli aspetti della nostra società, è quanto mai fuori moda. Ma, come diceva una frase disegnata a carboncino, da mano ignota, sul muro di Berlino, il 9 novembre 1989: «Gli innocenti non sapevano che era impossibile… Per questo lo fecero». Lavoriamo per essere quel tipo di innocenti.




