- La Commissione vara un piano per fondi di Stato nei settori più esposti: agricoltura, pesca, trasporti, industria pesante. Ma si limita a concedere compensazioni fino al 70%. Giancarlo Giorgetti: «Imbarazzante chiedere deroga al Patto per la difesa e non per famiglie e ditte».
- Per Bruxelles il rincaro delle fonti fossili è l’occasione per accelerare sulle rinnovabili.
Lo speciale contiene due articoli
La Ue apre agli aiuti di Stato per far fronte all’impatto della crisi energetica e impedire che i Paesi membri vadano in recessione. Si tratta di una deroga «temporanea» a una normativa che è piuttosto rigida e che quindi è incapace di rispondere all’emergenza. Saranno previste misure «mirate e specifiche» come ha spiegato un alto funzionario della Ue. Sulla normativa che vieta gli aiuti di Stato, ci sono già stati interventi in passato, nel 2020, per la pandemia e nel 2022, per l’invasione dell’Ucraina.
Ora però la situazione è differente poiché questa crisi, al momento, afferma ancora la fonte nella Commissione Ue, colpisce solo «alcuni settori», quindi le misure saranno circoscritte a quei comparti e con efficacia limitata nel tempo, ovvero fino al 31 dicembre 2026. Durante il periodo di applicazione, la Commissione potrebbe rivedere il contenuto, la portata e la durata, alla luce degli sviluppi in Medio Oriente e della situazione economica generale.
Bruxelles ribadisce che la soluzione a lungo termine è sempre la decarbonizzazione e l’aumento delle fonti energetiche alternative ai fossili e che l’Ets, il meccanismo di acquisto di quote di CO2 non va sospeso, ma riconosce che nell’immediato bisogna intervenire per evitare che la crisi energetica ostacoli irrimediabilmente la crescita delle imprese più esposte. Il sostegno può assumere varie forme per le imprese attive nei settori dell’agricoltura, della pesca e dei trasporti, tra cui, ad esempio, aiuti basati sul consumo effettivo per coprire parte degli aumenti di prezzo del combustibile o dei fertilizzanti e un approccio semplificato per gli aiuti di modesta entità.
È previsto anche un adeguamento temporaneo della disciplina per gli aiuti di Stato nell’ambito del patto per l’industria pulita, consentendo maggiore flessibilità per far fronte alle impennate dei prezzi dell’energia elettrica. In particolare, per l’agricoltura, la pesca, il trasporto terrestre su strada, ferroviario e per vie navigabili interne e il trasporto marittimo a corto raggio intra-Ue, gli Stati membri potranno compensare fino al 70% dei costi aggiuntivi sostenuti da un beneficiario per via dell’aumento dei prezzi del combustibile e dei fertilizzanti, causato dalla crisi. L’aumento di prezzo sarà determinato da ciascuno Stato membro esaminando la differenza tra il prezzo di mercato e un prezzo di riferimento storico.
I costi extra totali saranno quindi calcolati sulla base del consumo attuale del beneficiario o del suo ultimo consumo prima della crisi. Gli importi degli aiuti individuali saranno calibrati in base alle dimensioni e al tipo di attività dei beneficiari, a una stima del consumo di combustibile nel settore o ad altri parametri pertinenti, anziché dover fornire prove dettagliate del consumo effettivo. In base a questa opzione ciascun beneficiario può ricevere fino a 50.000 euro. Per le industrie ad alta intensità energetica ammissibili ai regimi di riduzione temporanea dei prezzi dell’energia elettrica sarà possibile aumentare l’intensità di aiuto dal 50% fino al 70% per il costo dell’energia elettrica, coprendo fino al 50% del consumo totale del beneficiario. Non sarà necessario incrementare ulteriormente gli sforzi di decarbonizzazione, che era ciò che le imprese temevano. Sarà possibile cumulare gli aiuti di Stato Ets, fino alla metà dell’importo dell’aiuto concesso.
Per ridurre i costi complessivi dell’energia elettrica la Commissione è pronta a valutare, caso per caso, misure temporanee, tra cui sovvenzioni al costo del combustibile nella produzione di energia elettrica da gas.
La flessibilità però non riguarda il Patto di Stabilità sul quale Bruxelles continua ad essere intransigente. «Non esiste alcuna possibilità per uno Stato membro di uscire unilateralmente dal Patto di stabilità e crescita - è il messaggio netto di un portavoce della Commissione europea all’indirizzo della Lega - le regole fiscali sono vincolanti per tutti».
Inoltre, ha affermato il commissario all’Economia Valdis Dombrovkis, «non siamo in uno scenario di grave recessione». Una risposta rivolta al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che ha ricordato invece come «quando ci sono delle situazioni eccezionali, ci sono due articoli fatti apposta», riferendosi al 25 con la deroga generale e al 26 con quella nazionale che 16 Paesi «hanno adottato per le spese della difesa». La linea di Giorgetti non è lo strappo unilaterale, ma una verifica concreta della capacità delle nuove regole di adattarsi a circostanze straordinarie. Il che consentirebbe di espandere il deficit mantenendo però la fiducia dei mercati.
Il ministro degli Esteri e vicepremier, Antonio Tajani, chiama in ballo invece il Mes, cioè quei 400 miliardi che «non vedo perché devono rimanere là congelati» quando si potrebbero «utilizzare per il debito pubblico». Quanto al Patto di Stabilità, «è giusto intervenire per tener fuori le spese per l’energia legate alle vicende di Hormuz, però deve essere un provvedimento a tempo».
Il no alla clausola di salvaguardia mira a spingere la transizione green
Il ministro Giancarlo Giorgetti di solito non parla molto e, proprio per questo motivo, quando lo fa, significa che c’è un problema grave. Il tema è quella della possibilità di sospendere il Patto di stabilità per consentire al bilancio pubblico di aiutare famiglie e imprese nel reggere l’impatto della crisi dei prezzi energetici. A proposito del quale Giorgetti martedì scorso, durante l’audizione parlamentare sul Documento di Finanza Pubblica ha messo il dito nella piaga osservando che «L’Europa si preoccupa per il tema della difesa, ma non capiamo come non valuti allo stesso modo e con lo stesso senso di urgenza il problema di far fronte alla sicurezza energetica e alla sfida portata dalla crisi in Medio Oriente».
È proprio questa la linea di faglia su cui da settimane si sta svolgendo lo scontro tra Roma e Bruxelles e, probabilmente, anche all’interno della maggioranza del governo Meloni. La domanda di Giorgetti è ovviamente retorica, nel senso che il ministro sa bene quali siano le argomentazioni addotte dalla Commissione per considerare la minaccia russa e le conseguenti aumentate esigenze di difesa come una «circostanza eccezionale al di fuori del controllo degli Stati membri», condizione per attivare la clausola di salvaguardia nazionale, prevista dall’articolo 26 del riformato Patto di Stabilità. Conosce altrettanto bene le motivazioni che hanno portato la Commissione ad esprimersi in modo chiaro circa il fatto che la crisi energetica non costituisca, almeno per il momento, causa di innesco della clausola nazionale. Allora, a Giorgetti non resta altro da fare che andare allo scontro e contestare le tesi della Commissione, a nostro sommesso parere, parecchio lacunose e intrise di ideologia. Ma poi, comunque finisca il confronto, Giorgetti e l’intero governo dovranno prendere una decisione: abbozzare o rovesciare il tavolo, con tutte le rilevanti conseguenze politiche ed economiche, e questo momento non appare poi così lontano.
Per obiettare e contestare, bisogna partire dal documento chiave che è la comunicazione della Commissione del 19 marzo 2025, nella quale si sostiene che «La guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina e la sua minaccia alla sicurezza europea sono circostanze eccezionali al di fuori del controllo degli Stati membri, che hanno un impatto significativo sulle finanze pubbliche degli Stati membri attraverso il conseguente aumento, già sostenuto e/o previsto, delle spese per la difesa». Affermazione al limite del dogmatico, perché nel documento non ci sono scenari alternativi e valutazioni d’impatto. È cosi e basta. Di conseguenza è stata proprio la Commissione a proporre l’attivazione coordinata della clausola di salvaguardia nazionale, consentendo una deviazione dal percorso di spesa netta fino all’1,5% del Pil per 4 anni dal 2025 al 2028. Ben 15 Stati membri hanno accolto l’invito della Commissione, presentando la richiesta, e a luglio 2025 il Consiglio ha adottato la decisione per autorizzarli a deviare dal percorso di spesa concordata e/o sforare il 3% senza incorrere nella procedura per deficit eccessivo.
Germania e Austria si sono poi aggiunte rispettivamente a ottobre 2025 e febbraio 2026. Cosa ben diversa è accaduta il 26 marzo 2026, quando la Commissione, dopo solo qualche settimana, ha sentenziato in una sua nota che «la clausola di salvaguardia nazionale è intesa a far fronte a circostanze eccezionali al di fuori del controllo degli Stati membri e non dovrebbe essere utilizzata come mezzo per gestire shock a breve termine, che possono già essere affrontati nell’ambito del quadro fiscale di medio termine»; di conseguenza «l'attivazione della clausola generale di salvaguardia o delle clausole nazionali di salvaguardia non sarebbe opportuna in questo momento». In quella nota la Commissione si è dilungata sulle misure adottate in occasione della crisi energetica del 2022, definendole poco mirate e troppo generose, e ha chiesto agli Stati di non ripeterle perché teme che siano prolungate oltre il necessario e diventino permanenti.
A suo dire, quei sostegni hanno consentito alla domanda di petrolio e gas di restare inalterata e quindi alimentare le tensioni sui prezzi. Nell’angosciante immaginario della Commissione, l’elevato costo dei carburanti fossili, non mitigato da costosi sussidi pubblici, deve causare un auspicato calo della loro domanda a favore di fonti energetiche rinnovabili. Per Bruxelles questa crisi è un’eccellente occasione per accelerare la transizione energetica. Non interessa loro che, durante la transizione, si spenga la nostra economia.
In queste giornate di affannato e teso confronto con la Commissione a proposito di una deroga al Patto di stabilità, per mitigare l’impatto della crisi dei prezzi energetici, si sente parlare di un «piano B» che invece dovrebbe essere il Piano «A». Entrambi i piani si riferiscono alla clausola di salvaguardia del Patto di Stabilità (Psc) che però, dopo la riforma del 2024, non è più soltanto quella «generale», già applicata nel 2020 per la crisi economica causata dal lockdown, ma quella «nazionale», che è l’unica grande novità del Patto riformato.
La prima è contenuto nell’articolo 25 del regolamento del 2024, sostanzialmente invariata rispetto al passato, la seconda è prevista dall’articolo 26, che è stata frutto di un lungo compromesso sull’asse franco-tedesco ed è stata presentata a lungo come il simbolo della tanta invocata «flessibilità» di cui era priva la precedente versione del Psc. Ma è stato un compromesso che ha «avvelenato i pozzi», come spiegheremo di seguito.
L’effetto finale di entrambe le clausole è quello di consentire una deviazione temporanea dal percorso di spesa netta concordata e quindi fare più spesa e più deficit. Ma le modalità di attivazione ed esercizio delle due clausole sono diverse. La clausola nazionale (Nec, National escape clause) di distingue proprio per il suo approccio specifico e mirato alle esigenze del singolo Stato membro, mentre quella generale (Gec, general escape clause) riguarda la Ue nella sua interezza. Di conseguenza, sono ben diverse le condizioni attivazione della sospensione del Psc. Mentre la Gec richiede una «grave recessione» che deve riguardare la Ue nel suo complesso e quindi necessita un ampio coordinamento tra gli Stati, la Nec richiede il verificarsi di «circostanze eccezionali al di fuori del controllo dello Stato membro» che abbiano un «impatto rilevante sulle finanze pubbliche», stimato intorno al 1-1,5% del Pil. Intorno ai 30 miliardi per l’Italia. E cosa c’è di più «eccezionale» e «al di fuori del controllo» di uno shock dei prezzi energetici, che peraltro impatta in modo asimmetrico e disomogeneo sui singoli Stati membri, in dipendenza del loro specifico mix di approvvigionamento energetico? E qui sorgono i problemi.
La Commissione è convinta che la spese per la difesa rientrino nella definizione, al contrario delle spese per la crisi energetica e, nel fare questa valutazione, ha di fatto un potere insindacabile, scalfibile soltanto con una certosina opera di convincimento. Nulla di più. A meno di non voler far esplodere un conflitto istituzionale, che è quello che abbiamo potuto leggere in filigrana nelle ultime dichiarazioni a tale proposito di Giorgia Meloni e del ministro Giorgetti.
Un rischio reale perché chi decide sulla concessione della Nec è il Consiglio Ecofin con la particolare formula della maggioranza qualificata rafforzata (almeno 20 Paesi che rappresentino almeno il 65% della popolazione). Ma lo fa esprimendosi su una raccomandazione della Commissione la quale deve essere preceduta da un’esplicita richiesta dello Stato membro, che viene attentamente vagliata dalla Commissione. A quel punto il Consiglio stabilisce la durata della deviazione e può anche concedere più proroghe. Ovviamente tali fasi sono precedute e accompagnate da interlocuzioni informali, per far sì che la richiesta dello Stato membro diventi una raccomandazione della Commissione in senso favorevole ed entri in Consiglio con ragionevoli probabilità di successo. È questo probabilmente il motivo dell’attivismo verbale di Meloni e Giorgetti in questi giorni perché, non essendoci le condizioni per la clausola generale, bisogna convincere Commissione e Consiglio per ottenere quella nazionale. Possibilmente evitando di sfidarli presentando la richiesta e ricevendo un secco “no” in favore di telecamere e mercati.
E qui veniamo al grimaldello più pesante nelle mani della Commissione. Perché la «deviazione» non deve «mettere a rischio la sostenibilità fiscale nel medio termine». Una valutazione contraddistinta da una infinita discrezionalità, perché entrano in gioco diverse variabili come la traiettoria del debito, i costi di finanziamento, le proiezioni di crescita. Fattori su cui l’Italia è un osservato speciale a Bruxelles. Su tutto questo, come se non bastasse, si innesta la procedura per deficit eccessivo (Edp), dalla quale l’Italia non è riuscita ad uscire a causa del deficit/PIL al 3,1% nel 2025. Infatti la Nec è attivabile anche dal Paese che è già in Edp come l’Italia, ma subendo la conseguenza distorsiva e illogica di prolungare la procedura. Ecco così spiegata la recente pressione sul filo dei decimali per scendere sotto il 3%, perché se fosse avvenuto avremmo avuto potuto deviare dal Patto senza rientrare in procedura. In altre parole, per chi non è in Edp, come la Germania, attivare la clausola nazionale consente di spendere senza finire in Edp, invece per chi è in Edp spendere significa restare in Edp più a lungo. Fine pena mai. Soprattutto confrontandosi con la Francia che negli ultimi 17 anni è stata in Edp per 11 anni ed ha pure ottenuto tempo fino al 2029 per rientrare sotto il 3%, mentre noi abbiamo avuto tempo fino al 2026.
E proprio dalla sponda francese ieri sono arrivate le ambigue parole del Presidente Emmanuel Macron che ha proposto il rinvio del rimborso dei debiti del NextGenerationUE da parte degli Stati membri, previsto dal 2028 al 2058. Anziché consentire agli Stati lo sfruttamento della flessibilità nazionale, ricompare la «sirena» del debito comune, peraltro nemmeno nuove risorse, che serve solo a condizionarci.
Nelle elezioni, l’economia conta quasi sempre più di qualsiasi altra cosa. Nel 1992 Bill Clinton vinse le presidenziali Usa contro Bush padre proprio all’insegna dello slogan «È l’economia, stupido!», che il suo capo stratega James Carville aveva fatto scrivere su un cartello che campeggiava nella sede della campagna, come uno dei punti principali su cui puntare per battere il presidente uscente.
Ora facciamo un salto in Europa e immaginate che cosa accadrebbe in Italia se 378 miliardi, una somma di poco superiore all’intero gettito delle imposte dirette del 2025 (352 miliardi), fosse bloccata dal 2022 in una disputa con Bruxelles. Visto da un’altra prospettiva e giusto per dare le proporzioni della vicenda, quella somma equivale al 17% del Pil. Un’enormità.
Dopodiché spostiamoci a Budapest, il cui Pil è appena un decimo di quello italiano, ma dove mancano all’appello ben 36,7 miliardi attesi invano dalla Ue; 20,5 se volessimo escludere i 16,2 miliardi di prestito allocati pochi mesi fa col fondo Safe per le spese militari. Giova ricordare che l’Ungheria è storicamente e strutturalmente beneficiario netto di fondi dalla Ue, con un’incidenza sul Pil tra le più alte nell’Unione, perfino superiore a quella della Polonia. La Corte dei Conti ricorda che nel settennio 2018-2024, il governo guidato da Viktor Orbán ha incassato la somma netta di 36,4 miliardi (31,2 nel settennio precedente), con un’incidenza sul Pil cumulato intorno al 4%. Il flusso dei fondi di coesione si è attestato intorno ai 22 miliardi, sia in questo che nel precedente bilancio pluriennale, e l’Ungheria si è distinta per un tasso di assorbimento vicino al 100%, rendendola uno dei Paesi più efficienti nell’uso dei fondi europei.
Ma, dalla fine del 2020, per Orbán sono cominciati i problemi. È stato infatti introdotto un meccanismo di condizionalità - contro il quale Orbán ha lottato fino all’ultimo - e la Commissione, seguita dal Consiglio, ha avuto il potere di bloccare sia i fondi ordinari, legati al bilancio pluriennale, e sia, soprattutto, i fondi del NextGenerationUe. Per Bruxelles ogni scusa è stata buona per bloccare tutto: violazioni dello Stato di diritto, corruzione, indipendenza giudiziaria, conflitti di interesse, rispetto dalla Carta dei diritti fondamentali. Su quest’ultimo punto, la legge sulla protezione dell’infanzia e le politiche su diritto d’asilo e immigrazione sono stati i temi di maggiore contrasto. Col risultato finale di bloccare, a partire da fine 2022, ben 11 miliardi di fondi di coesione (inizialmente molti di più, poi parzialmente sbloccati) e 9,5 miliardi di sussidi e prestiti del NextGenerationUe, per il quale l’Ungheria ha incassato solo 920 milioni e il pagamento delle successive tranche è condizionato al rispetto di 27 «super milestones» (tra cui 17 misure anti-corruzione e riforme sull’indipendenza giudiziaria).
Da un anno all’altro, l’Ungheria si è ritrovata a non essere beneficiaria netta di sovvenzioni per il 4% del Pil, come se in Italia ogni anno il deficit della legge di bilancio ci fosse stato gentilmente omaggiato da Bruxelles. Avremmo votato pure il cavallo di Caligola.
Dimenticate tutte le favolette sui valori dello Stato di diritto, sulla democrazia e su altri diritti cosiddetti «cosmetici»: agli ungheresi si è drammaticamente assottigliato il portafoglio, generosamente gonfiato fino al 2022 dai sussidi della Ue, ai quali contribuisce anche l’Italia.
La misura di questo drenaggio di risorse è stata tale che è già un miracolo che Orbán non sia stato rovesciato da proteste di piazza.
La situazione è ulteriormente peggiorata dopo il Consiglio europeo del 18 dicembre 2025. In quell’occasione si era faticosamente raggiunto un compromesso che avrebbe tenuto indenni (opt-out) Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca dagli effetti finanziari derivanti dal prestito di 90 miliardi all’Ucraina, e in cambio questi ultimi Paesi avrebbero fornito la necessaria unanimità alla relativa decisione.
Dopo questo impegno, vincolante ma non costituente un atto giuridico definitivo, il danneggiamento dell’oleodotto Druzhba in territorio ucraino ha causato l’interruzione del flusso del petrolio russo verso Slovacchia e Ungheria, pesantemente dipendenti da quelle forniture. Allora Orbán - «niente petrolio, niente soldi» è stata la semplice equazione - ha bloccato gli atti giuridici vincolanti, richiedenti l’unanimità, attuativi della decisione di dicembre, fino al ripristino di quell’oleodotto, per il quale solo qualche giorno fa gli ucraini hanno finalmente preso un impegno per giugno.
Risolto, almeno si spera, il problema dell’oleodotto, il neo premier ungherese Péter Magyar ieri in conferenza stampa si è perfettamente allineato alla posizione assunta da Orbán a dicembre ribadendo l’indisponibilità a contribuire a quel prestito. Per i 90 miliardi all’Ucraina, la Ue andrà avanti a 25 e l’Ungheria riavrà il petrolio russo. Esattamente seguendo lo schema concordato da Orbán a dicembre con gli altri leader europei.
Ursula von der Leyen fu chiara quando, il 22 settembre 2022, durante un evento all’università di Princeton, a proposito delle imminenti elezioni italiane disse: «Se le cose dovessero prendere una brutta piega - e ho parlato di Ungheria e Polonia - abbiamo gli strumenti». Orbán può confermare che è vero.




