Un libro scritto dall'ex vicedirettore di Die Zeit rivela le «acquisizioni accidentali» dei servizi tedeschi: «La Cancelliera sapeva».
La vicenda è descritta, con dovizia di fonti e particolari, in un libro appena uscito in Germania, scritto dal vicedirettore del settimanale Die Zeit, Holger Stark, con una trentennale esperienza di corrispondente dagli Usa.
Tutto parte da un’attività di intelligence del servizio segreto tedesco per l’estero (Bnd), che aveva scoperto che non tutte le chiamate in arrivo o in partenza dall’Air Force One erano criptate. E così, gli uomini dello spionaggio di Berlino si sono messi a origliare su una dozzina di frequenze, «non sempre tutte e non tutto il giorno, ma abbastanza sistematicamente da intercettare le comunicazioni del presidente degli Stati Uniti (e di altri funzionari governativi e militari Usa) in diverse occasioni», scrive Stark nel libro.
Il contenuto di quelle conversazioni è finito in una cartella segreta nella diretta disponibilità del presidente del Bnd e, secondo le fonti citate nel libro, è stato poi visibile a una ristretta cerchia di alti funzionari, prima di essere distrutto.
Il fatto ancora più rilevante è che - secondo fonti raccolte dal Washington Post - quella cartella sia stata a disposizione della Cancelliera Merkel. Nel 2014/2015 fu una commissione d’inchiesta sul Bnd a rendere nota l’esistenza di questa cartella, ma il Bnd era riuscito a tenere nascosto il segreto più importante: dentro c’erano le conversazioni di Obama dall’Air Force One. Uno scandalo di portata internazionale. Anche se le stesse fonti hanno precisato che non si sia trattato di un’operazione avente come obiettivo specifico il presidente Usa, quanto di «un’acquisizione accidentale».
La gravità di questa vicenda va inquadrata alla luce del fatto che stiamo parlando di un periodo in cui i rapporti transatlantici erano relativamente distesi e sereni, nulla di paragonabile alla tensione attuale. Lo scossone del Dieselgate era di là da venire, tuttavia Washington e Berlino si dedicavano già «attenzioni» riservate, non proprio abituali tra alleati. Fu la stessa Merkel, in una telefonata a Obama, a definire quelle pratiche «completamente inaccettabili».
Se questi sono i fatti - almeno quelli parzialmente ricostruiti da Stark - crediamo che sia agevole e non tacciabile di complottismo «unire alcuni puntini» e affermare che questa è l’ennesima tessera di un puzzle in cui gli Usa hanno sistematicamente mal tollerato e poi avversato la Ue a trazione tedesca. Considerata, senza mezzi termini, un produttore di squilibri macroeconomici nel mondo e verso gli Usa. Dopo alcuni interventi soft durante i due mandati di Obama, non possiamo dimenticare le parole di Peter Navarro, principale consigliere per il commercio e la politica industriale durante la prima presidenza di Donald Trump, che nel 2017 in un’intervista al Financial Times accusò la Germania di utilizzare un euro ampiamente sottovalutato come una sorta di «Deutsche Mark implicito», al fine di sfruttare partner commerciali come gli Usa e gli altri Paesi Ue.
Le critiche di Navarro si concentravano soprattutto sul saldo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti, di cui il saldo commerciale costituisce la parte più rilevante. Tale saldo viene considerato eccessivo dal Fmi quando supera il 6% del Pil. Ebbene, la Germania dal 5% del 2005, è sempre stata ben oltre quel livello, con un massimo storico nel 2016 al 9 per cento. Solo la crisi energetica del 2022 ha causato una riduzione intorno al 4-5%, ma nel 2024 era di nuovo al 6% circa.
Un Paese la cui crescita dipende in misura così rilevante dal consumo degli altri Paesi, è un elemento di squilibrio nell’economia mondiale.
Non mancarono anche le critiche alla Germania per la dipendenza energetica dalla Russia, rafforzata dal progetto del gasdotto Nord Stream 2, descritto da Navarro come una minaccia alla sicurezza europea e americana, rendendo la Germania «prigioniera» della Russia.
L’elenco potrebbe continuare a lungo anche citando episodi sotto la presidenza di Joe Biden.
Il punto è che risultano oggi totalmente miopi le analisi e i commenti che scoprono l’acqua calda della rottura dell’ordine internazionale, avvenuta nel 2022 con l’invasione russa dell’Ucraina o con le parole di J.D. Vance a Monaco o sabato scorso, con la cattura di Nicolás Maduro. I fatti dimostrano che, almeno dall’inizio degli anni Dieci, gli Usa abbiano guardato alla Ue come a un fattore di rischio geopolitico ed economico da correggere e contenere. I cui costi di smantellamento superano, per ora, il costo di quei rischi e di quegli squilibri. Da Berlino erano perfettamente consapevoli di questa postura e si sono organizzati di conseguenza, spiando gli Usa.
Le anime candide che sembrano appena svegliate da un lungo sonno, puntando oggi il dito contro l’amministrazione Trump, dovrebbero chiedersi dove abbiano passato gli ultimi 15 anni.
Per l’Ucraina nel 2026 si prospettava un buco di bilancio di 72 miliardi di euro. La Ue poteva (solo teoricamente) scegliere se coprire quel buco utilizzando i fondi russi sequestrati per la gran parte presso la società depositaria belga Euroclear oppure ricorrere, via bilancio Ue, alle tasche dei contribuenti.
La scelta è stata a favore di quest’ultima soluzione, con l’essenziale distinguo che qualsiasi conseguenza finanziaria, a partire dal pagamento degli interessi, di tale scelta non ricadrà sui contribuenti ungheresi, cechi e slovacchi.
È questa l’estrema sintesi della «non soluzione» adottata ormai all’alba di venerdì dal Consiglio europeo, con l’aggravante che, da ieri, la Ue non è più a 27 ma a 24. Perché Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno fermamente rifiutato di dover subire le conseguenze finanziarie derivanti dagli oneri per interessi (certi) e capitale (quasi certo) di questa scelta. Quindi avanti a 24, perché l’articolo 20 del Trattato consente la cosiddetta «cooperazione rafforzata», quando un gruppo di almeno nove Stati membri intende avanzare in modo più integrato in ambiti di competenza non esclusiva dell’UE. Solo quando Viktor Orbán, Andrej Babiš e Robert Fico hanno dato semaforo verde a questa soluzione, il Consiglio è uscito da uno stallo che cominciava a diventare imbarazzante.
Ma si tratta di un minimo comune denominatore trovato all’ultimo, quando il piano A, strombazzato ai quattro venti da mesi, se non proprio dal marzo 2022, quando fu attuato il sequestro delle attività finanziarie russe, è miseramente fallito. La nota opposizione del Belgio e del suo premier, Bart De Wever, si è presto rivelata una posizione non isolata. Infatti c’erano già da tempo, ma covavano sottotraccia, le perplessità di due pesi massimi della Ue come Italia e Francia. Giorgia Meloni ed Emmanuel Macron hanno avuto gioco relativamente facile nello smontare il castello di carte e artifici legali di dubbia solidità montato da Ursula von der Leyen. Tanto che su Politico.Eu sono state diverse le voci trapelate dall’interno del summit che hanno esplicitamente accusato la Commissione di non aver fornito sufficiente chiarezza sugli aspetti legali controversi dell’operazione basata sull’utilizzo dei fondi russi, al punto che il fronte dei dubbiosi si è rapidamente allargato e De Wever si è sentito in una botte di ferro nel continuare a fare il «poliziotto cattivo».
La soluzione adottata, a favore della quale è subito partito uno «spin» mediatico anche da parte di chi avrebbe dovuto scappare a nascondersi per il fallimento, come la Von der Leyen, ha comunque numerosi punti di vulnerabilità, su cui rischia ancora di inciampare seriamente.
Partiamo dal primo passaggio, quello dell’emissione obbligazionaria dedicata sui mercati da parte della Commissione, che potrebbe essere accolta con poco entusiasmo dagli investitori. Perché quei fondi andranno, poi, prestati all’Ucraina le cui probabilità di rimborso sono praticamente pari a zero. Infatti, nessuno ritiene probabile che la Russia pagherà mai riparazioni di guerra. Quindi gli interessi e il capitale resteranno a carico del bilancio Ue e, in ultima istanza, dei contribuenti di 24 Stati membri su 27. E gli investitori non hanno certo dimenticato quanto pubblicato il 7 dicembre sul Financial Times, estratto testualmente dalla proposta di regolamento della Commissione, che spingeva per la soluzione alternativa dell’utilizzo dei fondi russi: «La capacità della Ue e dei suoi Stati membri di fornire finanziamenti aggiuntivi all’Ucraina è attualmente limitata e non corrisponde all’entità del fabbisogno».
Invece, alla ventiquattresima ora, questa è diventata la soluzione. Lo spazio di manovra di bilancio che qualche settimana fa non esisteva, ieri si è materializzato per miracolo. Perché era l’ultima spiaggia prima del fallimento. Ma questo gli investitori lo sanno e lo faranno pesare, col rischio di aumentare la tensione in tutto il mercato dei titoli governativi, già teso per altri motivi. La foglia di fico, peraltro presente nel documento separato approvato da 25 Paesi, secondo cui i fondi russi «rimarranno bloccati e l’Unione si riserva il diritto di utilizzarli per rimborsare il prestito, in piena conformità del diritto dell’Ue e internazionale», lascia davvero il tempo che trova. Se la Commissione, in quattro anni di tentativi, non ha convinto nessuno circa l’utilizzo legittimo di quei fondi, cosa induce a pensare che riesca a farlo in futuro? Con l’ulteriore difficoltà che è ormai noto che quei fondi sono stati già «opzionati» come merce di scambio per chiudere il negoziato con Mosca promosso da Washington.
Poi c’è l’aspetto degli equilibri di finanza pubblica. I Parlamenti di Germania, Francia, Spagna e, in misura minore, l’Italia stanno cercando di definire da settimane le rispettive leggi di bilancio. Tra accese discussioni su tagli di spesa e aumenti di imposte, che talvolta valgono solo qualche manciata di milioni.
Quei parlamentari e i rispettivi elettori ora scoprono che, nel giro di poche ore, la Commissione - la cui maggior parte delle entrate deriva dai contributi degli Stati membri - ha trovato spazio di bilancio per coprire un prestito (nella sostanza, un sussidio) di 90 miliardi all’Ucraina, «anche per le sue esigenze militari». In particolare, in Germania, qualche oppositore interno di Friedrich Merz - che non gradiva la soluzione adottata proprio per non trovarsi in difficoltà sul fronte interno - potrebbe tornare a bussare alla Corte di Karlsruhe, obiettando che impegnare le risorse del contribuente tedesco, via bilancio Ue, è semplicemente incostituzionale perché di fatto esautora il Bundestag. E chissà che finalmente qualcuno si svegli anche in Italia.
L’unica cosa certa del Consiglio europeo di oggi è che comincerà intorno alle 10. Tutto il resto è da vedere e, soprattutto, da scrivere.
Almeno a giudicare dalle diverse ipotesi che si susseguono in queste ore per riuscire a trovare la quadra per garantire all’Ucraina un prestito entro i primi mesi del 2026. Le differenze partono già dalla finalità di quella somma (210 miliardi, distribuiti fino al 2030, di cui 90 entro il prossimo primo semestre). Comprare armi e quindi continuare la guerra fino all’ultimo giovane ucraino, oppure dedicarli alla ricostruzione? Coinvolgendo quali aziende? La Germania ha già fatto sapere che una quota di lavori per le proprie aziende è una condizione essenziale per il prestito.
Sulle modalità di esecuzione di quel prestito, facendo leva sui fondi russi sequestrati, siamo ormai al museo degli orrori. Il problema, privo di soluzioni, è sempre quello: come trasferire la liquidità russa dai conti di Euroclear a quelli della Commissione, per poi prestarli all’Ucraina, senza provocare il default della società belga? La soluzione sul tavolo è quella delle garanzie degli Stati membri che assisterebbero il «pagherò» che Euroclear dovrebbe mettere nel proprio bilancio al posto della liquidità in uscita. Un titolo di credito, infruttifero di interessi e invendibile, che peggiorerebbe il rating dei belgi, come prontamente evidenziato ieri dalla società di rating (americana: vale la pena ricordarlo sempre) Fitch.
Ma anche qualora questa ipotesi fosse approvata, cosa accadrebbe se i russi si vedessero riconosciuto, in qualche modo, il diritto di restituzione di quei fondi? Tramontata l’ipotesi di un intervento della Bce, stracciando i Trattati, con un prestito paracadute, resta sul tavolo la garanzia degli Stati membri. In quel caso, Euroclear dovrebbe escutere le garanzie fornite pro-quota dagli Stati membri (25 miliardi la quota italiana) e incassare la liquidità entro pochi giorni lavorativi. Un evento che potrebbe scatenare un vero e proprio terremoto sui mercati finanziari, al punto che qualche Stato membro potrebbe essere impossibilitato ad adempiere. Questa ipotesi è talmente realistica che l’ultima versione del piano - riportata ieri dal Sole 24 Ore, che comunque torna su uno schema ipotizzato - prevede la Commissione nel ruolo di «super garante».
Da Bruxelles sarebbe attivato un meccanismo di liquidità secondo cui la Commissione «emetterebbe bond ad hoc per raccogliere la liquidità necessaria per subentrare agli Stati garanti del prestito ma che potrebbero trovarsi in difficoltà (spazio fiscale non sufficiente) per far fronte alle garanzie, nel caso fossero escusse».
Con ciò causando un enorme danno alla stabilità finanziaria del malcapitato Stato che si trovasse in tale imbarazzante situazione e potenziali effetti destabilizzanti a cascata sul mercato dei titoli governativi, la cui portata appare incommensurabile.
Una soluzione che cozza platealmente con la posizione inizialmente assunta dalla Commissione che aveva escluso il coinvolgimento diretto delle casse della Ue e degli Stati membri, proprio per la loro insufficienza e le conseguenti tensioni sui mercati. Invece ora pare una soluzione sul tavolo.
Noi osiamo sperare che i leader europei e Giorgia Meloni in primis, si rendano conto della pericolosità di tale schema e dei rischi concreti attuali che ne derivano. Il fatto che il nostro Paese sia l’ago della bilancia in una scelta che si preannuncia altamente decisiva è testimoniato - perché certi articoli non escono mai per caso - dal monito nemmeno tanto velato apparso ieri sul Financial Times, in cui sostanzialmente si invita la Meloni a «fare la scelta giusta» (anche sulla vicenda del Trattato Mercosur). Finora il premier ha evitato di scegliere, si sostiene da Londra, ma ora è arrivato il momento in cui non può più essere «enigmatica».
Ancora più preoccupante è l’ipotesi apparsa ieri su Politico, in cui si parla di un ipotetico voto a maggioranza qualificata - evento ritenuto impossibile nel Consiglio europeo che decide sempre «per consenso», cioè all’unanimità - per scavalcare l’opposizione del Belgio e di altri eventuali Paesi contrari. Insomma, la confusione e l’ansia di portare a casa un risultato su cui è stato investito un enorme capitale politico è tale che siamo entrati direttamente nella fase del «diritto creativo» in cui tutto si può. E sempre nella giornata ieri, sono state diffuse tramite non meglio precisato «fonti Ue» voci sull’utilizzo dell’articolo 122 del Tfue, ovvero quello che permette di aggirare l’unanimità tra gli Stati Ue in situazioni di emergenza, «potrebbe essere utilizzato anche per emettere debito comune che finanzi un prestito per l’Ucraina». Tale «principio» - di fatto un completo e deliberato smantellatamento dei Trattati - poggerebbe sulle parole della presidente della Bce, Christine Lagarde, (nuova, inattesa fonte primaria del diritto...), la quale avrebbe fatto presente che se l’articolo 122 può essere utilizzato per un regime di sanzioni, allora può essere utilizzato anche per emettere debito comune».
Non può dunque stupire il fatto che Viktor Orbán abbia minacciato di ritirare le valute detenute dal suo Paese presso Euroclear in caso di «esproprio» dei fondi russi, ipotesi che terrorizza soprattutto il Belgio, Paese fondatore delle istituzioni comunitarie che ospita Euroclear e che ora le stesse istituzioni minacciano di tagliar fuori da una decisione che ha dell’incredibile nel metodo e nel merito. Con ben più diplomazia rispetto all’omologo ungherese, anche Giorgia Meloni ha detto in Aula: «La base giuridica deve essere solida. Per un motivo molto semplice: se dovessimo perdere davanti a qualunque corte al mondo, avremmo regalato a Putin l’unica vittoria di questa guerra».
E oltre agli occhi russi, sul Consiglio europeo di oggi vigileranno quelli degli Usa, da sempre nemmeno troppo velatamente contrari all’operazione sugli asset. Sarà un consesso molto lungo e agitato.




