- Per ripianare il buco lasciato da Emiliano nella Sanità (350 milioni), Decaro stanga lavoratori e pensionati: da giugno aliquote più alte. Ma in campagna elettorale il governatore parlava di «conti in ordine», ora invece «è colpa di Roma che dà meno soldi».
- Il caso Emilia-Romagna: «Solo il 22% della spesa è davvero leggibile». Uno studio dell’Istituto Bruno Leoni accende i riflettori sui conti degli ospedali pubblici: nei cinque policlinici universitari individuati 318 milioni di «ripiani impliciti». Sotto accusa anche i limiti imposti al privato accreditato.
Sul disavanzo della spesa sanitaria in Puglia e sulla conseguente decisione del presidente Antonio Decaro di aumentare le tasse ai pugliesi, lo scontro è al calor bianco.
Mercoledì le forze di opposizione di centrodestra sono scese in strada per protestare contro l’aumento dell’Irpef che da giugno inciderà, con aliquote progressive per scaglioni, sui redditi di lavoratori e pensionati e poi presenterà un conto ancora più salato in sede di conguaglio del dovuto per il periodo gennaio-maggio.
Nelle stesse ore, Decaro riceveva i nuovi dieci direttori generali delle Asl (tre riconfermati e sette di nuova nomina) che saranno incaricati di tenere in linea i conti e il livello delle prestazioni sanitarie della Regione. Da una parte, Decaro e il centrosinistra sostengono che «è colpa di Roma», perché il fondo sanitario nazionale, che poi viene ripartito tra le Regioni, è insufficiente; inoltre, evidenziano che negli ultimi anni il disavanzo e le conseguenti maggiori tasse hanno riguardato numerose altre Regioni, anche governate dal centrodestra.
Dall’altra parte, l’opposizione non va oltre la denuncia delle fuorvianti rassicurazioni nella campagna elettorale di novembre scorso, quando l’assessore al bilancio, Fabiano Amati, e Decaro stesso avevano parlato di «conti in ordine». Facendo facile ironia sulle parole del presidente uscente Michele Emiliano («Ho fatto tutto quello che potevo. La Puglia è una Ferrari, ora deve continuare a correre»).
Proviamo a spiegare ai cittadini pugliesi (ma non solo, perché la vicenda ha riflessi analoghi in altre Regioni), cos’è accaduto e le probabili responsabilità. Sono proprio le parole di Decaro di mercoledì, rivolgendosi ai nuovi dg, a fornirci un indizio perché «provano troppo», cioè si spingono così oltre da essere un boomerang. Infatti, ieri, la Gazzetta del Mezzogiorno ha riferito di un Decaro risoluto nel chiedere ai suoi manager di «non prendere ordini dai politici […] siete stati scelti da me, occupatevi solo dei bisogni dei pazienti, non di chi chiede favori […] non voglio vedere politici nelle direzioni strategiche delle Asl».
Parole che non possono non far sorgere almeno il dubbio che fino a ieri accadesse esattamente ciò che oggi Decaro descrive. Altrimenti perché parlarne? Forse perché Decaro attribuisce a questo andazzo i pessimi risultati gestionali della sanità pugliese, sfociati nel disavanzo di circa 350 milioni? Alcuni dati forniscono robuste prove in questa direzione. Cominciamo col dire che quel disavanzo è il risultato della somma algebrica di diversi addendi: maggiori spese per 433 milioni, il disavanzo del 2024 di 131 milioni, compensati da 139 milioni di aumento del Fsn e altre voci minori. Tra i 433 milioni spiccano ben 188 milioni (43%) di maggiori costi per stabilizzazioni e nuove assunzioni di personale sanitario. Poi seguono 117 milioni per la spesa farmaceutica e altri sforamenti, tra cui primeggia la mobilità passiva, cioè i costi sostenuti per i pugliesi che si curano nelle altre Regioni. Una voce difficile da contenere che pesa per circa 350 milioni nel bilancio della sanità regionale di circa 9 miliardi. Quei 188 milioni sono a loro volta il risultato di 104 milioni per assunzioni/stabilizzazioni di circa 2.400 persone, 44 milioni per rinnovo dei Ccnl e altre voci residuali. Il costo del personale, per natura, è prevedibile e monitorabile nei report obbligatori per legge (mensili e trimestrali). Ma c’è di più. A fine 2024, il presidente Michele Emiliano e l’assessore alla Sanità annunciarono con dovizia di particolari l’intenzione di assumere o stabilizzare 2.500 persone (alla fine sono arrivati a 2.400) e avevano quindi ben chiaro l’impatto deflagrante sui conti, sin da allora.
Nessuna sorpresa, qui parliamo di una variabile sotto il controllo della politica e dei manager che però possono solo segnalare gli sforamenti, non bloccarne le cause. Quindi - a meno di un clamoroso fallimento del sistema di controllo di gestione - è ipotizzabile che la forte volontà politica della giunta Emiliano abbia prevalso sul rigore contabile, perseguendo l’obiettivo, di per sé apprezzabile, di spendere per migliorare le carenze del sistema. Ma sarebbe bastato dire, sin da allora, che quelle persone erano necessarie per garantire i livelli essenziali di assistenza (Lea) e il diritto alla salute tutelato dalla Costituzione e che, data la rilevanza della cifra, era prevedibile che sarebbero state messe le mani nelle tasche dei pugliesi, assumendosi la relativa responsabilità politica.
Tuttavia, è notoriamente improbabile vincere le elezioni promettendo nuove tasse in un anno elettorale. Anche perché la legge (311/2004) tollera di fatto la creazione di un disavanzo, ma poi entro il 30 aprile dell’anno successivo esso deve essere ripianato e, in assenza di rimedi, scatta il commissario ad acta che entro il 31 maggio deve fare sostanzialmente le stesse cose, munito di poteri straordinari e senza passare da impopolari discussioni in Consiglio regionale. Una sorta di copertura finanziaria ex-post. Esattamente quanto accaduto in Puglia, con rilevante differenza rispetto ad altre Regioni, dove almeno c’è stato il dibattito e l’assunzione di responsabilità politica. Oggi, il «cruscotto» per il futuro minuzioso controllo delle spese, di cui si è vantato Decaro, non è una facoltà ma un obbligo a carico del commissario, che opera sotto vincoli e responsabilità molto stringenti.
Tra i costi del personale, spicca la sproporzione assunzioni/stabilizzazioni (circa 600 su 2.400) relative alla provincia di Foggia, da cui proveniva l’assessore alla Sanità della giunta Emiliano, con un’incidenza sulla popolazione residente doppia rispetto alle altre province pugliesi (circa 11 persone ogni 10.000 abitanti contro le 4/6 delle altre province). In Capitanata, per una curiosa coincidenza, alle successive elezioni regionali il centrosinistra ha aumentato i propri consensi di 13,7 punti percentuali rispetto al 2020, il più alto incremento tra tutte le province.
Di fronte a tali costi (aggiuntivi ma prevedibili), non regge l’argomento di Decaro sull’insufficienza dei fondi statali, perché le variabili all’origine dello sforamento erano in parte controllabili (il personale ma in parte anche il costo dei farmaci innovativi) e note al controllo di gestione, quasi in tempo reale. Così come era noto, per tabulas, che il conto sarebbe stato saldato dai contribuenti. Il sistema, rozzo e draconiano finché si vuole, è là da anni. Troppo comodo spendere senza limiti e poi lamentarsi dell’insufficienza della «paghetta», oppure tagliare in modo lineare lasciando i cittadini per strada. Contano i ritorni di quelle spese. Cioè non la spesa in assoluto, ma i risultati a valle misurati in termini di efficienza ed efficacia, ed è su questo che Decaro dovrà misurarsi e rendere conto, trattando i cittadini pugliesi da adulti, come ha promesso, al netto di alcuni passaggi «Cicero pro domo sua», nell’ultimo videomessaggio.
Il caso Emilia-Romagna: «Solo il 22% della spesa è davvero leggibile»

Il vecchio ingresso della Clinica Medica dell'Ospedale Sant'Orsola di Bologna (iStock)
Se in Puglia il problema è esploso sotto forma di aumento delle tasse per coprire il disavanzo sanitario, in Emilia-Romagna il nodo riguarda soprattutto la trasparenza dei conti e il funzionamento del sistema. A sostenerlo è uno studio pubblicato dall’Istituto Bruno Leoni, che analizza la governance sanitaria regionale concentrandosi sui bilanci delle strutture pubbliche e sul ruolo del privato accreditato.
Il paper parte da un dato: secondo gli autori, solo il 22% della spesa ospedaliera dell’Emilia-Romagna sarebbe realmente osservabile attraverso i bilanci degli enti autonomi. Un valore inferiore anche alla media nazionale, fissata al 24%. Il motivo, spiegano, è legato alla struttura stessa del sistema sanitario regionale. Gran parte degli ospedali pubblici, infatti, non pubblica un proprio conto economico separato perché la gestione resta incorporata nelle Ausl. Questo rende difficile capire nel dettaglio costi, ricavi e risultati delle singole strutture.
Lo studio si concentra in particolare sui cinque ospedali universitari pubblici della regione: Parma, Modena, Sant’Orsola di Bologna, Ferrara e Rizzoli. Analizzando i loro bilanci, gli autori individuano circa 318 milioni di euro di risorse non direttamente riconducibili a prestazioni sanitarie, attività di ricerca o altre funzioni finanziate separatamente. Nel paper vengono definiti “ripiani impliciti” e rappresentano circa il 12-13% dei ricavi complessivi delle strutture considerate. Gli autori precisano che non si tratta di somme mancanti, ma di contributi regionali che non trovano una corrispondenza immediata con le prestazioni erogate. Secondo l’Istituto Bruno Leoni, una maggiore trasparenza dei conti consentirebbe di distinguere meglio gli ospedali in equilibrio da quelli che necessitano di sostegni aggiuntivi da parte della Regione. Lo studio affronta anche il rapporto tra pubblico e privato accreditato.
In Emilia-Romagna le strutture private rappresentano una quota minoritaria del sistema sanitario regionale, ma in alcuni settori hanno un peso rilevante. È il caso dell’ortopedia programmata, dove, secondo i dati riportati nel paper, il privato accreditato arriva a coprire circa la metà dei ricoveri complessivi e intercetta una parte significativa della mobilità sanitaria da fuori regione. Secondo gli autori, il problema non è la presenza del privato in sé, ma il modo in cui viene regolato. Nel documento vengono richiamati alcuni atti regionali recenti che introducono tetti di spesa, limiti alla crescita della mobilità extra-regionale e vincoli programmatori per le strutture accreditate. Misure che, secondo il paper, finiscono per limitare una capacità produttiva già presente nel sistema, soprattutto in un contesto segnato da liste d’attesa elevate. Nel lavoro si citano anche i dati regionali sulle attese: al 3 marzo 2026, il 61,8% dei pazienti inseriti in lista con priorità «entro 30 giorni» risultava oltre i tempi massimi previsti. Per le prestazioni da eseguire entro 60 giorni, la quota saliva al 66,5%.
La conclusione degli autori è che i due problemi – la scarsa leggibilità dei bilanci pubblici e il ruolo limitato del privato accreditato – abbiano una radice comune: un sistema nel quale la Regione concentra contemporaneamente le funzioni di finanziamento, controllo ed erogazione delle prestazioni sanitarie. Da qui la proposta avanzata nel paper: rendere pubblici i conti economici dei singoli ospedali, separare in modo più netto le funzioni di committenza da quelle di produzione sanitaria e utilizzare maggiormente il privato accreditato nei settori dove i risultati, in termini di volumi ed esiti, risultano competitivi rispetto al pubblico.
La montagna (di debiti) del Pnrr ha partorito il topolino. Sembra la sintesi più appropriata dopo aver letto ieri sul Sole 24 Ore le stime della crescita aggiuntiva cumulata del Pil pro capite tra il 2021-2026, generata dalla spesa del Pnrr.
Se perfino sul quotidiano di Confindustria si arriva a leggere che «il Pnrr sembra non mantenere del tutto le promesse ambiziose della vigilia in termini di impatto macroeconomico», significa che le cose non stanno andando come, troppo ottimisticamente, previsto. Si tratta di un complesso esercizio di stima eseguito dall’Ifel (istituto di ricerca che fa capo all’Anci) che mette a confronto la crescita cumulata del Pil pro capite registrata tra 2021 e 2026, con quella che si sarebbe registrata in un ipotetico scenario senza Pnrr.
Il risultato è una modesta differenza di 2,2 punti percentuali. Per intenderci, se la crescita cumulata del Pil pro capite è stata di circa il 17%, senza il Pnrr si sarebbe fermata al 14,8%.
Solo un modesto 13% della crescita cumulata del periodo viene spiegata dal Pnrr.
Quel +2,2 è, sua volta, la media ponderata tra +1,5 punti del Centro-Nord e +3,26 punti del Sud; divario che è generato quasi del tutto dal settore delle costruzioni e che si spiega con la quota del 40% della spesa riservata al Mezzogiorno e con una maggiore reattività allo stimolo fiscale di territori che partivano da livelli di investimenti e di occupazione molto più bassi.
Questi dati rilevati a livello pro capite diventano ancora più preoccupanti se esaminati tenendo conto della dinamica demografica che, nello stesso periodo, ha mostrato anche una lieve contrazione (-0,5%). Infatti mettono ancora più in dubbio le mirabolanti stime di crescita complessiva reale del Pil, secondo il Mef pari, in ipotesi di alta efficienza della spesa, a 3,7 punti, mentre l’Upb si era fermato a 2,9 punti. Ora siamo invece a 2,2 punti, ma di Pil pro capite, che però beneficiano di una dinamica demografica lievemente negativa. Quindi la crescita aggiuntiva complessiva si è spalmata su una popolazione in lieve calo ed aumenta anche per questo motivo. A livello totale ciò equivale a una crescita aggiuntiva cumulata lievemente inferiore al 2,2 stimato. Siamo anni luce lontani dal 3,7 o dal 2,9 delle previsioni, che peraltro concentrano quasi metà della crescita aggiuntiva proprio nel 2026, ipotesi che lascia molti dubbi.
Dando per buona la stima di 2 punti aggiuntivi di Pil assoluto, stiamo parlando di circa 50 miliardi in 5 anni, a fronte di una spesa che a marzo era ancora ferma a 117 miliardi (141 con i miliardi dati in dotazione a veicoli di spesa speciali). Un rapporto costi/benefici modesto, che però merita alcune precisazioni.
Innanzitutto bisogna distinguere tra somme incassate da Bruxelles (153,2 miliardi fino all’ottava rata, con la nona in arrivo a breve) e quelle effettivamente spese (117). La differenza è andata semplicemente a ridurre il fabbisogno statale e quindi il ricorso al mercato da parte del Mef. Da qui l’accusa, rivolta alla Spagna, ma che varrebbe anche per l’Italia, di aver finanziato le pensioni con il Pnrr. Sia pure transitoriamente, è esattamente così. Perché con il NextGenEU – che paga con il raggiungimento di obiettivi e traguardi e non con la rendicontazione di spese eseguite - si è parzialmente persa la tracciabilità del denaro ricevuto da Bruxelles e il collegamento con le spese effettivamente eseguite. Un aspetto censurato sia dalla Corte dei Conti spagnola che da quella UE ben descritto dalla dichiarazione del Commissario Ue Raffaele Fitto, riportata da Politico.Eu: «Sebbene il pagamento delle pensioni e altre forme di spesa corrente non siano ammissibili ai fondi NextGenEU o ai fondi per la ripresa e la resilienza (RRF), gli Stati membri potrebbero temporaneamente utilizzare parte della liquidità derivante dagli esborsi RRF per coprire altre spese di bilancio».
Inoltre, investimenti per circa 55 miliardi erano già a bilancio e quindi il Pnrr è solo intervenuto come strumento di finanziamento alternativo ai Btp, con impatto nullo sulla crescita.
Come avrebbe detto Vujadin Boskov, «aumento di Pil è solo quando spesa viene eseguita», e non prima, quando Bruxelles paga. Di conseguenza è ragionevole ipotizzare che una parte non secondaria di quei 117 miliardi non abbiano ancora generato acquisti di beni e servizi, e quindi Pil, da parte degli innumerevoli centri di spesa (statali e locali) verso cui sono affluiti i soldi incassati dal Mef per ciascuna rata e siano tuttora incagliati tra stati di avanzamento, ritardi nei cronoprogrammi e collaudi delle opere commissionate.
Un fenomeno che peraltro non riguarda solo l’Italia, perché non è un caso che la settimana scorsa il Financial Times abbia puntato un faro proprio sulle basse percentuali di utilizzo dei fondi dell’RRF da parte degli Stati membri. Dopo ben 5 anni, siano ancora di poco oltre il 50%, con 310 miliardi su 577 e Spagna e Polonia (gli altri due grandi beneficiari) molto indietro rispetto al 57% dell’Italia.
L’incapacità della Ue di reagire efficacemente alle crisi è dimostrata per tabulas.
- Gli emendamenti hanno modificato l’accordo Usa-Commissione che favoriva Friedrich Merz. E provocato la reazione della Casa Bianca.
- Il discorso di re Carlo III d'Inghilterra doveva essere occasione di rilancio per il premier Keir Starmer, ma ormai i labour che lo vogliono fuori sono 90. Wes Streeting e il sindaco di Manchester in pole per sostituirlo.
Lo speciale contiene due articoli
Gli ultimi sviluppi relativi alla vicenda dei dazi tra Usa e Ue possono essere seguiti credendo alla bufala dell’ennesimo «assalto» (titolo del Corriere della Sera del 3 maggio) di Donald Trump alla Ue. In alternativa, si può partire dalla dichiarazione dell’ad della Bmw Oliver Zipse (Financial Times di lunedì): «Abbiamo molto sostegno (nell’amministrazione Usa ndr), ma naturalmente solo se anche la prima parte dell’accordo verrà attuato dall’Unione Europea». Parole che descrivono la clamorosa inadempienza di cui è stata ed è tuttora colpevole la Ue nel dare attuazione all’accordo quadro di Turnberry in Scozia tra Donald Trump e Ursula von der Leyen del 27 luglio 2025. Quell’accordo non aveva un’efficacia giuridica in senso stretto, ma costituiva la «cornice» a cui i rispettivi governi avrebbero dovuto attenersi per gli atti giuridici vincolanti per l’attuazione di quelle intese.
Ebbene, sono passati 289 giorni e gli Usa hanno tenuto fede ai loro impegni - riducendo quasi immediatamente i dazi sull’import di merci dalla Ue al 15% onnicomprensivo - mentre la Ue, per attuare i propri impegni, è tuttora impastoiata in una procedura legislativa di cui non si conosce la fine e, soprattutto, come vedremo l’esito.
Prima di elencare tutti i passaggi che provano e avvalorano questa conclusione, bisogna chiarire il contesto in cui si è arrivati a quelle intese e chi ha spinto decisamente per la loro rapida definizione. Il contesto è stato quello di un settore automotive europeo in ginocchio per i dazi al 27,5% in vigore dal «Liberation Day» del 3 aprile e, contestualmente, in pressing asfissiante sulla Commissione per raggiungere un accordo con gli Usa, a qualsiasi costo.
E il costo è stato altissimo. La Ue si è impegnata ad eliminare i dazi sulle importazioni della gran parte dei beni industriali Usa e ha concesso contingenti a dazio limitato su prodotti agricoli e ittici. Come se non bastasse, quel giorno la Von der Leyen ha assunto alcuni impegni di tipo politico o amministrativo, come acquisti di petrolio e gas, investimenti europei negli Usa, acquisto di chip, cooperazione nella difesa, ecc, il cui rispetto è ancora oggi tutto da verificare. Si è praticamente venduta la fontana di Trevi, pur di salvare le auto tedesche, non facendone peraltro mistero.
Ma quel giorno non c’era tempo da perdere, l’accordo doveva chiudersi perché l’associazione dell’industria automobilistica tedesca (Vda) e lo stesso cancelliere Friedrich Merz in persona premevano da mesi in questo senso, con un’intensa azione di lobbying. L’automotive tedesco – dopo la concorrenza cinese e le difficoltà della transizione energetica – non poteva reggere il peso di altri problemi. Per i tedeschi, gli Usa costituiscono tuttora – nonostante il calo del 9% accusato nel 2025 - il primo mercato di esportazione extra UE e pesano per il 13% circa sull’export complessivo di auto, con circa 410.000 veicoli esportati nel 2025.
Tuttavia, la Von der Leyen non aveva fatto i conti con la farraginosa procedura legislativa della Ue e con la volontà dell’Europarlamento, in particolare di Bernd Lange (presidente della Intra, Commissione Commercio internazionale), un ex sindacalista tedesco noto per essere ideologicamente avverso a Trump.
I primi sospetti hanno subito trovato conferma: ci sono volute ben quattro settimane per capire i dettagli dell’accordo. Infatti è arrivata solo il 21 agosto la dichiarazione congiunta Ue-Usa che riportava l’elenco di quanto concordato il 27 luglio, sia pure in linea di principio. E qui le strade si sono divise. Dal lato Usa, il nuovo dazio ridotto al 15% era esecutivo già il 25 settembre, con applicazione retroattiva dal 1° agosto o 1° settembre, sia pure con alcune cautele per salvaguardare la reciprocità.
A Bruxelles è invece cominciato un percorso infernale. La Commissione già il 28 agosto aveva fatto i suoi compiti, avanzando due proposte legislative per eliminare o ridurre i dazi sui prodotti Usa. Proposte che il 21 novembre erano subito diventate la posizione del Consiglio «Commercio», con modifiche tutto sommato modeste rispetto all’impianto iniziale. Anche la Commissione Intra aveva lavorato con una certa celerità tra novembre e dicembre e si prevedeva un voto al più tardi entro fine gennaio. Ma, con una decisione tutta politica, Lange si è vestito da paladino anti Usa e a gennaio ha sospeso i lavori della Commissione «finché non cesseranno le minacce alla Groenlandia e alla sovranità Ue». A fine febbraio si sono aggiunte le incertezze sollevate dalla sentenza della Corte Suprema sui dazi e così i lavori sono ripresi solo ad inizio marzo, arrivando a definire la posizione dell’Europarlamento con la plenaria del 26 marzo.
Il problema più serio è che gli emendamenti dei parlamentari hanno modificato profondamente la proposta della Commissione, introducendo delle clausole di salvaguardia – finalizzate sostanzialmente a prevenire eventuali inadempimenti da parte Usa e condizionando la liberalizzazione dei dazi sui prodotti Usa - molto stringenti e distanti dalla posizione assunte dal Consiglio, appiattito sulla volontà tedesca di chiudere in fretta. L’accordo è così diventato un gatto che si morde la coda: la Ue non adempie se gli Usa non adempiono o minacciano nuovi dazi, ma gli Usa non adempiono o minacciano ritorsioni proprio perché la Ue non mantiene gli impegni. Uno stallo totale.
Con queste posizioni apparentemente inconciliabili tra l’Europarlamento e il Consiglio è partito ad aprile il trilogo, cioè il negoziato per consentire ai co-legislatori (Consiglio e Europarlamento) di approdare a un testo condiviso. I primi due round negoziali (metà aprile e 6-7 maggio) si sono conclusi con un nulla di fatto, con avvicinamenti su alcuni punti e distanze immutate sulle salvaguardie più forti volute dai parlamentari. Il prossimo incontro è fissato per il 19 maggio e sull’intero processo incombe la scadenza del 4 luglio fissata da Trump che ha nuovamente preso di mira il settore auto. La definitiva conferma, ove mai fosse necessario, dell’oggetto dell’accordo frettoloso e asimmetrico raggiunto a Turnberry, di cui Trump attende il rispetto da nove mesi. Altrimenti presenterà il conto direttamente a Berlino.
Starmer assediato si aggrappa al re
Tra carrozze, cocchieri in livrea, velluti scarlatti e parrucche cerimoniali, Westminster ha celebrato ieri uno dei rituali più solenni della secolare monarchia britannica. Re Carlo III ha pronunciato alla Camera dei Lord il tradizionale «king’s speech», il discorso che inaugura la nuova sessione parlamentare e che illustra il programma legislativo del governo. Nelle intenzioni di Downing Street, la cerimonia avrebbe dovuto rappresentare il grande rilancio politico di Keir Starmer dopo il recente tracollo elettorale. Ma il risultato è stato quasi opposto: mentre il sovrano leggeva il testo preparato dal gabinetto dello stesso Starmer, il governo continuava a perdere pezzi, lasciando il premier sempre più solo.
Nel discorso pronunciato da Carlo III, ciò che rimane dell’esecutivo di Londra ha insistito su sicurezza, crescita e riavvicinamento all’Unione europea. Il sovrano ha parlato della necessità di ricomporre una «rinnovata intesa» con i partner europei, puntando su cooperazione economica, difesa comune e sicurezza energetica. Insomma, il Labour punta forte su un «reset» dei rapporti con Bruxelles, pur senza mettere formalmente in discussione la Brexit (proposta politicamente perdente, per non dire suicida).
Poche ore dopo, peraltro, è stato lo stesso Starmer a prendere la parola. Intervenendo alla Camera dei Comuni, il premier ha promesso una «completa rottura» con lo status quo dopo la disfatta subita alle elezioni locali in Inghilterra, Scozia e Galles. «La nostra risposta, questa volta, deve essere diversa, sarà una completa rottura», ha dichiarato il leader laburista. E ancora: «Non ci limiteremo a tornare alla modalità precedente, perché il discorso del re ci dà la forza di cui abbiamo bisogno». Ma qualcuno ha avvisato Starmer che, negli ultimi due anni, al governo c’era proprio lui? Anche da uomo di partito, inoltre, Starmer ha promesso «un governo laburista attivo nel ridare potere ai lavoratori», dopo che la working class l’ha di fatto giubilato alle urne. Ma ormai sembra troppo tardi. Tanto che il discorso del sovrano è stato oscurato dalla crisi devastante che ha travolto sia l’esecutivo sia i vertici del Partito laburista. A Westminster, infatti, continuano a moltiplicarsi le richieste di dimissioni del premier e si discute apertamente sulla successione a Downing Street. Sarebbero ormai oltre 90 i deputati laburisti ostili alla leadership di Starmer.
L’emorragia di ministri e sottosegretari, del resto, è ancora in atto. Il prossimo a rassegnare le dimissioni potrebbe essere Wes Streeting, ministro della Sanità e figura emergente del Labour, indicato da diversi retroscenisti come possibile sfidante interno del premier, con cui si è visto ieri. La sua linea non è molto diversa da quella «blairiana» di Starmer. Eppure, al contrario dell’attuale primo ministro, Streeting è un comunicatore più capace e popolare. L’eventuale avvicendamento a Downing Street, tuttavia, non sarà rapido: per quanto il partito appaia sempre più spaccato, le sue regole interne rendono complicata una sostituzione immediata del leader.
Oltre al giovane Streeting, un altro candidato forte alla successione è Andy Burnham, storico esponente dell’ala sinistra del Labour e attuale sindaco di Manchester, oramai ex storica roccaforte del partito. Considerato più vicino all’elettorato popolare, Burnham potrebbe rappresentare una vera alternativa al moderatismo tecnocratico di Starmer. Il problema è che, numeri alla mano, la classe operaia si è chiaramente espressa a favore di Nigel Farage.





