La specialità della casa dell’Unione europea, in qualsiasi campo, è il rifiuto della realtà. O, elemento complementare, il prevalere ottuso dell’ideologia. Difficile trovare altre parole di fronte a una burocrazia che, nonostante i numerosi e inequivocabili segnali sulla fine della terza globalizzazione, insiste con anacronistici (e suicidi) accordi di libero scambio.
Non solo Donald Trump ha sancito, con i dazi, l’inevitabile fine del free trade; non solo il suo segretario al Commercio, Howard Lutnick, lo ha ribadito sbattendoci in faccia, a Davos, che la globalizzazione ha fallito; ma perfino i numi tutelari dell’Ue, Mario Draghi in testa, hanno sentenziato che il modello di crescita basato su esportazioni e salari bassi non è più sostenibile. Francesco Giavazzi, il fu cantore dell’austerità espansiva, ha suggerito di «aumentare la domanda interna in Europa (più consumi, più investimenti o anche più spesa pubblica)»: smettere, dunque, di pensare solo a esportare e far crescere i salari. Eppure, il valzer dell’ipocrisia trova sempre ballerini zelanti.
Gli squilibri nel commercio globale hanno contrassegnato la storia degli ultimi almeno 150 anni e, benché le nostre classi dirigenti fingano si tratti di un unicum, i tentativi di estendere la teoria dei vantaggi comparati sull’intera scena internazionale sono già falliti in passato. Perché la tentazione di vincere la corsa all’export comprimendo i salari è troppo forte, e alla fine a rimetterci sono i lavoratori, la gente comune, gli elettori. Che oltre ad arrabbiarsi, sono costretti a indebitarsi per sostenere i propri consumi, con il risultato che prima o poi arriva pure una bella crisi finanziaria a suonare la sveglia. Ma le élite europee, vinte dalla sinistra arroganza di sentirsi a priori dalla parte della ragione, ignorano tanto la storia quanto i loro alleati. «Vorrei che rifletteste sul fatto che è compito prioritario del nostro governo prendersi cura dei nostri lavoratori e assicurarsi che le loro vite siano migliori», spiegava Lutnick al forum di Davos. «E suggerisco che anche gli altri Paesi considerino questa politica per prendersi cura dei propri e creare ottime relazioni tra di noi».
La risposta dell’Unione europea? Prima ha firmato il trattato del Mercosur, provvidenzialmente rinviato dall’Europarlamento; poi ha siglato l’accordo di libero scambio - più propriamente un reciproco abbassamento dei dazi doganali - tra l’Ue e l’India. Che, contrariamente alle pervicaci illusioni tedesche, finirà come i rapporti commerciali con la Cina: più che per noi (o meglio: la Germania) avere accesso a un mercato di 1 miliardo e passa di abitanti, saranno loro, con un serbatoio di manodopera a basso costo pressoché illimitato, a godere di uno dei mercati più ricchi del pianeta. Ma al di là degli istinti suicidi della Germania, ormai storicamente assodati, è proprio l’indirizzo politico dell’Unione a essere del tutto anacronistico. In primo luogo, a scatenare la guerra commerciale sono stati Europa e Cina, invadendo gli Usa di merci attraverso salari bassi e svalutazioni competitive. Un modello di crescita export-led che, in Europa, ha inchiodato il potere d’acquisto dei cittadini e depresso i consumi (e infatti oggi lo sconfessano tutti). Di fronte alla prevedibile reazione americana (prevedibile se non altro perché già successo, vedi il Giappone negli anni Ottanta), perfino i più fieri sostenitori dell’«economia sociale di mercato fortemente competitiva», tra tutti i già citati Draghi e Giavazzi, hanno invocato un cambio di paradigma e il rilancio dei consumi interni.
Eppure, l’Unione europea è rimasta ancorata al suo modello fallimentare: la ricerca quasi ottocentesca di nuovi mercati di sbocco per vendere le proprie merci altrove. Chi, come Tajani, parla di un nuovo rilancio del mercato unico guidato da Italia e Germania che, testualmente, «condividono un modello di crescita orientato all’export», esprime una contraddizione: il rilancio del mercato interno è incompatibile con il modello di crescita export-led. O uno, o l’altro.
Con buona pace di Sergio Mattarella e tutti coloro che, dopo un repentino risveglio, da qualche tempo piangono i bassi salari, l’azione politica dell’Ue, invocata dagli stessi come baluardo di democrazia, pace e benessere, va nella direzione contraria: perpetuare un sistema di compressione salariale. Eppure non una parola, nessun monito, nessuna «strigliata». Che Bruxelles manchi di visione strategica, d’altronde, è evidente sotto ogni punto di vista. Ieri, il Financial Times ci ha avvertito che gli investimenti nel settore chimico europeo sono crollati di oltre l’80% nel 2025 e le chiusure di impianti sono raddoppiate, menzionando il forte rischio di una dipendenza dalla Cina per le materie prime necessarie ai settori dell’automotive, della sanità e della difesa. In questo caso, la trama del suicidio ha contorni ancora più surreali: oltre ad aver messo le nostre imprese in concorrenza con Paesi dove il costo del lavoro è inferiore al nostro, le abbiamo anche zavorrate con il Green deal. Un combinato disposto di idoizie che ora ci costringe a importare. E se a distruggere ci vuole poco, a ricostruire servirà tempo. Similmente, un gruppo di società italiane - tra cui Barilla - ha inviato una lettera alla Commissione Ue chiedendo di non alzare i dazi sulla porcellana cinese al 79% a partire da marzo, ricordando che quasi il 60% della porcellana europea è ormai importata da Pechino (tradotto: non ne produciamo più).
Basterebbe questo per rispondere a quanti continuano a berciare di difesa dell’ordine mondiale, gli stessi che sono andati in sollucchero per il discorso a Davos del premier canadese, Mark Carney, il quale ha addirittura scomodato il dissidente slovacco Václav Havel: l’ordine mondiale che costoro si ostinano a difendere non è quello nato sulle macerie della Seconda guerra mondiale, in larga parte demolito, ma quello neoliberale costruito a partire dagli anni Ottanta. Quello che ha garantito la vittoria del grande capitale e che ha depauperato il Vecchio continente, nonché quello che ha trasformato la Cina nella fabbrica del pianeta. A vivere nella menzogna, tanto per riprendere Havel, siamo noi europei che ci crogioliamo nella nostra presunta innocenza.







