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Trump vola da Xi mentre la guerra in Iran pesa su economia e politica USA tra rincari, debiti, tensioni con la Cina e sfida elettorale.
Trump vola da Xi mentre la guerra in Iran pesa su economia e politica USA tra rincari, debiti, tensioni con la Cina e sfida elettorale.
I furbetti del Superbonus hanno impedito l’uscita dell’Italia dalla procedura d’infrazione e costretto il governo a chiedere lo scostamento di bilancio, oltre a restringere i margini di manovra della prossima legge di bilancio. La Verità lo ha messo in evidenza da tempo ma ieri è anche emerso l’ammontare degli illeciti e delle truffe.
Sono numeri da brivido. L’offensiva della macchina fiscale, come riportato dal Sole 24 Ore, ha bloccato in tre mesi 4,1 miliardi di frodi sotto forma di crediti inesistenti o irregolari, impedendo che venissero utilizzati in compensazione con F24, il che avrebbe reso impossibile o molto difficile recuperarli. L’impatto dell’operazione sui conti pubblici è importante. Senza il lavoro di intercettazione degli uomini del Fisco, queste frodi si sarebbero aggiunte alla mole degli 8,4 miliardi indicati nel Documento di finanza pubblica (Dfp) quali crediti di spesa per il 2025.
Il dato più impressionante emerso dall’analisi è il tasso di irregolarità riscontrato sulle nuove comunicazioni. Il 33% dei crediti è stato ritenuto a rischio e quindi non utilizzabile in compensazione. Praticamente un euro su tre dei crediti che emergono dalle ultime fatture per le spese 2025 è stato fermato per illeciti. Probabilmente questi furbetti hanno voluto cogliere al volo l’ultima opportunità offerta dall’agevolazione pur non avendo i requisiti. Con la chiusura delle finestre temporali e il decalage delle aliquote è scattata una corsa frenetica a salire sull’ultimo vagone del Superbonus.
Il Fisco ha seguito due piste: i controlli preventivi, che hanno consentito di scartare 1,8 miliardi di crediti, e le attività di analisi del rischio attraverso le quali sono stati individuati 2,3 miliardi di euro di crediti da Superbonus che rispondevano a un identikit di pericolosità. Si è arrivati così a 4,1 miliardi di illeciti intercettati e bloccati. Le irregolarità riguardavano anche fatture emesse per lavori che in realtà al 31 dicembre 2025 non sono stati realizzati in parte o del tutto. Le indagini del Fisco hanno dovuto tener conto di una variabile, ovvero che per le spese 2025 i lavori potevano essere completati entro il 31 dicembre dell’anno passato ma le opzioni per cessioni e sconto in fattura potevano essere comunicate all’amministrazione finanziaria fino al 16 marzo scorso. Questo vuol dire avviare un monitoraggio costante senza mai abbassare la guardia.
Il Fisco è impegnato dal 2021 nell’azione di monitoraggio di tutti i bonus edilizi, quindi non solo del Superbonus. Cinque anni fa, infatti, fu necessario intervenire d’urgenza con il decreto antifrodi per bloccare i fenomeni di irregolarità che si stavano verificando. Da allora la quantità dei crediti rifiutati per tutti gli interventi ha quasi raggiunto i 9,4 miliardi di euro. Il Superbonus si aggiudica l’Oscar delle truffe (circa 6,8 miliardi) ma anche il bonus facciate non è da meno: gli stop del Fisco agli utilizzi in compensazione sono arrivati a superare 1,3 miliardi nel corso degli anni in cui poteva essere utilizzato.
Emerge anche la realtà di 4.000 condomini che sono rimasti in una sorta di limbo. Cioè vittime di imprese spuntate dal nulla, dall’oggi al domani, dopo il 2021, per cavalcare l’onda del Superbonus. Hanno preso delle commesse, che in parte hanno eseguito, lasciandole poi a metà. I condomini, committenti di questi lavori, si trovano alle prese con detrazioni non maturate, somme da pagare in contanti, crediti fiscali fruiti in modo formalmente illegittimo, e possibili verifiche future da parte dell’Agenzia delle entrate.
Dai dati del ministero dell’Economia, dell’Istat e dell’Agenzia delle entrate, emerge che l’impatto complessivo del Superbonus sui conti pubblici è di 174 miliardi. Una cifra vicina all’intero valore del Pnrr, che tra fondi europei e nazionali vale 194 miliardi. Quindi una gigantesca misura di spesa pubblica. Un’onda che si è ingigantita nel tempo (all’inizio le previsioni parlavano di poche decine di miliardi), quando è parso chiaro che il provvedimento poteva anche essere cavalcato in modo illecito e non solo per utili e regolari interventi edilizi. Senza l’intervento della Guardia di finanza con le contestazioni e i sequestri dei crediti fiscali dichiarati in modo fraudolento, l’onere per il bilancio pubblico sarebbe stato di circa 183 miliardi, quindi ben superiore alla cifra di 174 miliardi a cui si è arrivati. Cifre che rendono chiaramente l’idea del peso del Superbonus sul deficit.
Il conflitto in Iran, iniziato a fine febbraio e che ha portato alla chiusura dello Stretto di Hormuz, punto di transito chiave per gli idrocarburi a livello mondiale, sta alimentando i timori di una carenza di carburante quest’estate. Tra i settori più colpiti c’è il trasporto aereo. L’associazione degli aeroporti tedeschi (Adv) ha deliberato uno scenario che prospetta un’estate da incubo per circa 20 milioni di viaggiatori in Germania a causa della possibile cancellazione dei voli.
Alcuni aeroporti rischiano di subire «una riduzione della capacità del 10%», ha dichiarato Ralph Beisel, direttore generale dell'Associazione, in un’intervista al quotidiano Welt am Sonntag. «Estendendo la situazione a tutti gli aeroporti, finirebbero per essere coinvolti fino a 20 milioni di passeggeri», ha spiegato. Sul banco degli imputati c’è sempre, come si dice da settimane, l’impennata del prezzo del cherosene, «che da oltre due mesi è il doppio rispetto al periodo prebellico» in Medio Oriente. E si stima che la crisi non si risolverà in breve tempo. Beisel ha detto di non prevedere un «ritorno alla normalità nei prossimi mesi». Il manager ha spiegato che i rischi maggiori di una possibile cancellazione, interessano soprattutto i «voli operati dalle compagnie low-cost e quelli diretti verso destinazioni di minore importanza turistica».
L'Unione Europea sostiene di non riscontrare al momento alcuna carenza di carburanti, pur preparandosi a tutti gli scenari possibili. L'Agenzia europea per la sicurezza aerea (Easa) ha dato il via libera venerdì scorso all'utilizzo del jet A, un cherosene prodotto negli Stati Uniti ma attualmente non distribuito in Europa per motivi tecnici. Tradizionalmente i vettori e gli aeroporti del Vecchio continente utilizzano il Jet A-1. La differenza tra i due sta nel punto di congelamento massimo. Il Jet A-1, congela a –47 °C mentre il Jet A, in uso quotidiano negli Stati Uniti e in Canada dagli anni Cinquanta, congela a –40 °C. I sette gradi di differenza sono importanti a 38.000 piedi. L’Easa, al riguardo, è chiara: «L’introduzione del Jet A in un sistema storicamente operativo sul Jet A-1 può introdurre rischi operativi, di aeronavigabilità e di fattori umani». Pianificazione del volo, calcoli di rotta, quote di crociera, scelta delle aerovie polari, gestione dei serbatoi alari nelle tratte lunghe: tutto, in Europa, è cucito addosso ai –47 °C. Quindi si tratterebbe di stare attenti a una corretta gestione del cambio di cherosene. Negli Stati Uniti il Jet A viene utilizzato, senza problemi, anche in zone molto fredde come l’Alaska, ricorrendo ad additivi specifici o a una pianificazione dei voli che tenga conto del monitoraggio costante delle temperature. Un portavoce della Commissione Ue ha precisato che «non sussistono problemi di sicurezza», ricordando che non sussiste un obbligo normativo che impone l’utilizzo di uno o dell’altro.
«Anche se il cherosene dovesse rimanere disponibile, le compagnie aeree non saranno in grado di operare molti voli in modo redditizio» ai prezzi attuali, ha sottolineato Beisel. Il più grande gruppo aereo europeo, Lufthansa, ha drasticamente ridotto la propria capacità di volo ad aprile, compresa la chiusura della sua controllata regionale CityLine, citando, tra le altre cause, proprio le pressioni derivanti dall'impennata dei costi del carburante per aerei.
Intanto la Commissione europea ha stilato una serie di linee guida rivolte al settore dei trasporti a beneficio di chi viaggia. In particolare, i passeggeri hanno diritto al rimborso, alla riprotezione (il volo alternativo) o al ritorno, all’assistenza in aeroporto e al risarcimento per cancellazioni dell’ultimo minuto. Le compagnie aeree possono essere esentate dal pagare un risarcimento solo se dimostrano che la cancellazione è stata causata da circostanze straordinarie, come la carenza di carburante. Gli elevati costi dei jet fuel, ribadisce la Commissione, non sono da considerare circostanze straordinarie. Allo stesso modo, non è possibile aumentare in un secondo momento il prezzo del biglietto già comprato. Il costo indicato al momento dell’acquisto deve sempre essere quello finale, comprese tasse, commissioni e oneri prevedibili e inevitabili. L’aggiunta di un supplemento carburante dopo l’acquisto «non è giustificabile», chiarisce una portavoce della Commissione europea. In questo caso, ci sarebbe una violazione della normativa Ue sulle pratiche commerciali sleali. Per quanto riguarda i pacchetti turistici, nel caso in cui non siano ancora stati attivati, sia gli organizzatori sia i viaggiatori possono recedere dal contratto a causa di circostanze inevitabili e straordinarie, dando agli utenti il diritto a un rimborso entro 14 giorni.
L’unica che non se ne accorge è Ursula von der Leyen. Lei forse non fa la spesa e non deve mangiare neanche un granché bene se è convinta che con il Ceta che ci fa importare il grano canadese al glifosato, con il Mercosur che ci riempie di polli conditi con la salmonella, e con l’Australian free trade agreement che ci fa mangiare vitelli all’estrogeno brindando con il finto Prosecco di Coonawarra si può sostituire la produzione europea. Il resto del mondo invece è preoccupato seriamente.
La Fao parla di catastrofe alimentare se va avanti ancora un po’ il blocco di Hormuz. Sta diventando anche una questione geopolitica: la Cina che detiene il 50% delle scorte mondiali di grano con oltre 150 milioni di tonnellate potrebbe usarle per fare diplomazia alimentare verso i paesi africani. Chi ha diminuito le scorte è, manco a dirlo, l’Europa che ha perso il 40% del grano immagazzinato. Su sollecitazione del governo italiano i Paesi della Lega Araba, quelli del Golfo e del Maghreb e gli europei balcanici hanno siglato un accordo proposto dal ministro Antonio Tajani per garantire in maniera stabile l’approvvigionamento dei fertilizzanti una volta superata la crisi di Hormuz.
Ma l’emergenza è qui e adesso. Per gli agricoltori vuol dire rischio di chiusura delle aziende, per i consumatori vuol dire prezzi folli. L’inflazione alimentare in aprile è stata del 3,1%, i prodotti freschi (frutta, verdura, pesce) sono oltre il 4,4. A denunciare un balzo senza precedenti dei costi di produzione è la Coldiretti che si avvale di uno studio di Divulga il principale centro studi di economia agraria in Italia. I primi due mesi di guerra sono costati fino a 3.600 euro ai pastori e agli allevatori italiani, con rincari aggiuntivi che vanno dai 40 euro a tonnellata per il latte bovino ai 95 euro a tonnellata per quello di pecora.
Con pesanti ricadute sulla produzione dei formaggi. Costa fino 200 euro in più a ettaro coltivare mais e altri cereali per alimentare le mandrie e col gasolio agricolo tornato sopra 1,42 euro tutte le azioni - dall’irrigazione alla conservazione dei prodotti - sono fuori mercato. C’è poi l’incidenza del costo dei fertilizzanti: l’urea è arrivata a 870 euro a tonnellata, contro i 470 del maggio di anno fa (+85%), il nitrato ammonico e rincarato da 369 euro a tonnellata a 510 (+38%) e la chiusura di Hormuz ha ritardato la disponibilità fino a 3 milioni di tonnellate di fertilizzanti al mese.
Tutto questo come hanno sostenuto ieri a Cagliari il presidente e il segretario generale di Coldiretti Ettore Prandini e Vincenzo Gesmundo fa diventare insostenibile la coltivazione nel totale immobilismo dell’Europa. Per questo protestavano i 3.000 contadini sardi guidati da Battista Cualbu, presidente della Coldiretti dell’isola, riuniti a Caliari anche per arginare la contraffazione del made in Italy. Proprio ieri la Corte di Giustizia dell’Ue ha stabilito che bandiere tricolori, richiami all’Italia e immagini evocative non possono essere utilizzati per suggerire un’origine italiana della pasta quando il grano impiegato arriva dall’estero. La Corte ha confermato la sanzione da un milione di euro inflitta a Lidl Italia che vende i marchi Italiamo e Combino inducendo i consumatori a credere che il grano sia italiano, mentre proviene da Paesi Ue ed extra Ue.
È solo un primo passo e va anche detto che l’Italia importa oltre la metà del frumento duro che serve per confezionare i 2,4 milioni di tonnellate di spaghetti & Co. Li vendiamo in tutto il mondo e la normativa impone che se si usano richiami all’italianità il grano debba essere nazionale. Solo che di grano ne abbiamo sempre di meno e in questo momento, in attesa del prossimo raccolto, soffre ancora di più. I prezzi sono crollati (280 euro tonnellata in media per il duro) perché ci sono – vedi Canada grazie all’accordo Ceta -massicce importazioni di prodotto scadente senza alcun beneficio per il consumatore finale, ma con costi di coltivazione schizzati in alto. E questo sta minando una delle principali filiere del made in Italy agroalimentare.
Mentre l’economia zoppica e famiglie e imprese sono alle prese con il rincaro dell’energia, le aziende del comparto della difesa fanno affari d’oro. I clienti, naturalmente, sono soprattutto i governi. Stimolati dalla nuova situazione internazionale, in particolare dopo l’invasione dell’Ucraina, gli Stati hanno innescato una forte domanda di armamenti e le aziende del comparto sono sommerse di ordinativi. La guerra in Iran sta spingendo ulteriormente la domanda di armamenti e sistemi di difesa.
Il Sipri, l’istituto di ricerca sulla pace di Stoccolma, ha pubblicato il suo rapporto annuale sulla spesa militare mondiale da cui si evince che i governi del mondo hanno speso per attrezzare le proprie forze armate nel 2025 ben 2.887 miliardi di dollari (circa 2.500 miliardi di euro), il 2,9% in più rispetto all’anno precedente, l’undicesimo anno consecutivo di crescita. Rapportata al Pil globale, la spesa militare ha raggiunto il 2,5%, il livello più alto dal 2009. In termini pro capite, ogni persona sul pianeta ha contribuito con 352 dollari al mantenimento degli apparati bellici mondiali.
I Paesi europei hanno aumentato il loro budget del 14% nel 2025, raggiungendo 864 miliardi di dollari, la crescita più rapida dal 1953. I 29 membri europei della Nato hanno speso complessivamente 559 miliardi, con 22 Paesi che hanno superato la soglia del 2% del Pil. La Germania, con una crescita del 24% a 114 miliardi, ha superato per la prima volta dal 1990 il 2% del Pil. La Spagna ha aumentato la spesa del 50% a 40,2 miliardi, superando anch’essa quella soglia per la prima volta dal 1994.
Nel frattempo, il Congresso americano ha già approvato per il 2026 una spesa superiore a mille miliardi di dollari, con l’amministrazione Trump che chiede al Congresso di autorizzare spese fino a 1.500 miliardi nel 2027. Sarebbe la cifra più alta nella storia americana.
Se piange il bilancio degli Stati, quello delle aziende del settore ride, e parecchio. Nel 2024 le prime cento aziende produttrici di armi hanno registrato ricavi complessivi per 679 miliardi di dollari, il 5,9% in più rispetto all’anno precedente e il 26% in più rispetto a dieci anni fa. I bilanci 2025 delle singole aziende confermano che la tendenza non ha rallentato.
La tedesca Rheinmetall ha chiuso il 2025 con vendite in crescita del 29%, a 9,9 miliardi di euro, con un margine operativo salito al 18,5%. Il portafoglio ordini ha raggiunto il massimo storico di 63,8 miliardi di euro, in crescita del 36% sull’anno precedente. Per il 2026 il management prevede una crescita delle vendite tra il 40% e il 45%.
Leonardo ha archiviato il 2025 con ricavi in crescita dell’11% a 19,5 miliardi di euro, con l’Ebita in aumento del 18% a 1,75 miliardi, ordini cresciuti del 15% a 23,8 miliardi e un portafoglio ordini che ha raggiunto 47 miliardi.
L’americana Rtx ha visto un 2025 a 88,6 miliardi di dollari di ricavi, il 10% in più rispetto al 2024, con un portafoglio ordini difesa record a 107 miliardi. Lockheed Martin ha registrato ricavi annui 2025 per 75 miliardi di dollari, il 6% in più rispetto al 2024, con un portafoglio ordini a 194 miliardi, circa due volte e mezzo il fatturato annuo. Tra il 2020 e il 2024, le prime cinque aziende americane del settore (Lockheed, Rtx, Boeing, General Dynamics e Northrop Grumman) hanno ricevuto dal Pentagono contratti per 771 miliardi di dollari.
L’inglese Bae Systems ha aumentato i ricavi del 10% nel 2025 arrivando a 30,7 miliardi di sterline. L’utile operativo sottostante è salito del 12%, il portafoglio ordini ha raggiunto il record storico di 83,6 miliardi di sterline e l’acquisizione di nuovi ordini nel 2025 è stata pari a 36,8 miliardi. La francese Thales ha fatto segnare nel 2025 ricavi in crescita dell’8,8% a 22,14 miliardi di euro e utile operativo in aumento del 14% a 2,74 miliardi. Le vendite nel solo segmento difesa sono cresciute dell’11,5% a 12,2 miliardi. Il Czechoslovak Group ha visto ricavi in crescita del 71,7% a 6,7 miliardi di euro, con utile netto di 872 milioni. Per il 2026 il gruppo prevede ricavi tra 7,4 e 7,6 miliardi.
Dal febbraio 2022 al gennaio 2025 l’indice borsistico europeo del comparto aerospazio-difesa ha guadagnato il 125,2%, contro il 44,6% dell'equivalente americano. Il mercato dell’IA applicata alla difesa valeva 27,9 miliardi nel 2025 e dovrebbe raggiungere i 42,7 miliardi entro il 2030.
Insomma, una pioggia di denaro e di commesse pubbliche miliardarie.
Dall’altra parte, in Europa l’economia arranca e il caro energia inizia a farsi sentire. Il Fondo monetario internazionale ha calcolato che la famiglia media europea perderà circa 375 euro di potere d’acquisto nel 2026, con l’Italia nello scenario avverso a 2.270 euro per nucleo familiare.
Sul piano fiscale, il nuovo Patto di stabilità europeo prevede una deroga al tetto del deficit fino all’1,5% del Pil per i Paesi che aumentano la spesa militare, mentre non c’è una clausola equivalente per il sostegno a famiglie e imprese per il caro energia. La spesa per la difesa dell’Ue ha raggiunto i 343 miliardi nel 2025, il 63% in più rispetto al 2020. Il governo italiano, con deficit al 3,1% del Pil, sta discutendo con l’Unione europea di uno spazio fiscale per contenere la spesa energetica di famiglie e imprese. Non a caso, qualche giorno fa, il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti ha affermato: «È molto difficile da sostenere politicamente una clausola che preveda la possibilità di non considerare ai fini del Patto di stabilità le spese per la difesa, mentre si escludono quelle per l’energia e le famiglie».

