europa a pezzi

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Si cercano accordi con Sudamerica o India mentre a casa nostra rallentano gli scambi. Scendono consumi e redditi, ride la Cina.

La morbosa attenzione riservata ai dazi imposti da Donald Trump non ha portato bene all’Unione europea, che continua a picconare quella che dovrebbe essere la sua reale ragione d’essere, ovvero il mercato unico.Secondo una bozza del rapporto annuale sulla salute del mercato unico dell’Unione, il commercio tra gli Stati membri in percentuale sul Pil è sceso dal 23,8% del 2023 al 22% del 2024. La bozza del documento, la cui versione ufficiale è attesa per la fine di questo mese, è stata vista dal Financial Times che ha rilanciato la notizia. Dopo avere scandagliato il rapporto dello scorso anno, noi aggiungiamo che anche nel 2023 il dato era in calo, rispetto ad un 2022 in cui la percentuale era al 26% del Pil europeo.

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La Banca di Francia avverte Macron: si soffoca per la spesa in previdenza
François Villeroy de Galhau, governatore della Banca di Francia (Ansa)
Il governatore François Villeroy de Galhau accusa il welfare: privilegiamo gli anziani rispetto ai giovani.

Ora è Parigi il malato dell’Europa. Il governatore della Banca centrale di Francia, François Villeroy de Galhau ha lanciato l’allarme sui conti pubblici. Parlando a una emittente televisiva ha detto che il Paese sarà «soffocato» se non riuscirà a ridurre il deficit di bilancio, e ha chiesto di trovare «compromessi reali». Ha puntato l’indice contro un welfare troppo generoso. «Stiamo scegliendo gli anziani rispetto ai giovani», con «una maggiore spesa pensionistica e un deficit più ampio». Il risultato sarà un «soffocamento economico e generazionale». Il governatore ha quindi indicato come strada obbligata «avere un bilancio per il 2026» con un deficit pubblico «al massimo del 5% del Pil per evitare di entrare nella zona di pericolo. Ciò richiede stabilizzare la spesa e essere prudenti con le tasse».

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L’Europa ora s’indigna per la Groenlandia. Non l’aveva mai filata
Nuuk, capitale della Groenlandia (iStock)
Già nel 1985 gli inuit mollarono l’Unione: a Bruxelles non importò di perdere una terra strategica. Che, alla fine, l’America otterrà.

L’Europa ha scoperto la Groenlandia, ma ormai è decisamente tardi. Del resto che fosse un amore di ghiaccio gli inuit lo avevano messo nero su bianco con un referendum nell’85 che sancì l’uscita dalla Cee pur restando sorellastra del Regno di Danimarca, Paese Ue (non nell’euro) e Nato. A Bruxelles non si stracciarono le vesti: che volete che gliene importasse di quella isola gigantesca di ghiaccio; loro avevano altre mire, altre ambizioni.

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Meno Ue, meno moralismo: l’Italia può farcela
Ursula von der Leyen (Ansa). Nel riquadro, la copertina del libro «Creatività o sottomissione?», di Emmanuele Massagli e Maurizio Sacconi
Nel libro di Emmanuele Massagli e Maurizio Sacconi l’analisi dei boom economici italiani, costruiti su fiducia, famiglia e innovazione. Condizioni che l’era dell’Intelligenza artificiale può rilanciare, a patto di mollare gli eccessi ideologici dell’Unione e la sua iperregolazione soffocante.

A chi dubita che l’Italia possa esprimere vitalismo demografico e lavorativo, dobbiamo ricordare che nella sua storia più recente il nostro Paese ha conosciuto due stagioni di grande e diffuso dinamismo. Tra il 1947 e il 1964, il «miracolo italiano» coniugò boom demografico, straordinari livelli di sviluppo industriale e occupazionale, assenza (o quasi) di debito pubblico, grande forza della nostra moneta. L’anello di congiunzione tra le due demografie fu la famiglia, solida protagonista della grande dimensione della natalità e del nuovo, diffuso, capitalismo popolare. Ancora nel 1963, alla vigilia della cosiddetta «congiuntura» che interruppe l’età dell’oro, si registrarono circa 400.000 matrimoni ed oltre un milione di nascite. Gli investimenti superarono il 25% del Pil. La propensione al risparmio delle famiglie sfiorò il 21%. Le compravendite immobiliari raggiunsero un valore di quasi il 4% del Pil. Si formò il grande ceto medio.

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Industria disperata per la tassa europea sull’import di acciaio. Va fermata subito
Fabbrica (iStock)
Il Cbam colpisce anche l’inquinamento da cemento e alluminio Imprenditori pronti a manifestare. Meglio pressare i governi.

Le norme ambientali dell’Ue stanno aumentando il rischio di de-industrializzazione in Italia e nel sistema economico europeo invece di ridurlo. Ora ritengo necessaria un’azione correttiva molto forte delle regole europee con lo scopo di armonizzare quelle ambientali di competitività industriale globale per evitare che la loro divergenza porti a crisi sistemiche. Il 2 gennaio e ieri ho ricevuto un numero inusuale di messaggi da attori industriali che mi chiedevano uno scenario strategico per perseguire una tale armonizzazione – che spesso ho invocato nei miei articoli sul piano macro – cominciando però dal livello micro percepito come più pericoloso dalle imprese: eliminare il Carbon Border Adjustment Mechanism (Cbam, cioè il meccanismo di aggiustamento doganale per fini decarbonizzanti) in vigore dal 1° gennaio.

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