- Aperta la kermesse chiave del settore a Verona. Tajani: puntiamo a 700 miliardi di export. Zoppas: 10 dal vino. Gesmundo (Coldiretti): bisogna però liberarsi da 2.000 pagine tra regolamenti, norme fiscali e disciplinari.
- Generali Italia è presente alla 58esima edizione della manifestazione, con la sua holding vitivinicola Leone Alato. Il ceo Fancel: «Soluzioni innovative per una crescita sostenibile».
Lo speciale contiene due articoli.
Viene in mente una hit di Vasco Rossi: voglio cercare un senso a questo Vinitaly anche se questo Vinitaly un senso non ce l’ha. Nulla di nuovo nonostante la presenza di ben cinque ministri e domani, martedì, è attesa anche il presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Inaugurazione ieri con il titolare degli Esteri Antonio Tajani che parla di Hormuz (dallo stretto com’è noto passano cisterne di vino!), del quadro globale instabile e della Farnesina ministero economico che punta a 700 miliardi di export per l’Italia. Poco più dell’1% sarebbe il vino. Tajani parla benissimo degli accordi Mercosur e con l’Australia a cui concediamo di spacciare finto Prosecco in giro per il mondo, così come abbiamo consentito all’Argentina d’importare dagli Usa il Parmesan e di rivendercelo. Non una parola sull’Europa vuole penalizzare il vino con le etichette allarmistiche. Ma Tajani è soddisfatto perché in America abbiamo ottenuto dazi al 15% sulle nostre bottiglie – gli Usa sono il nostro primo cliente: abbiamo perso il 9% che significa 180 milioni - e c’è chi sta peggio. Un clima da celebrazioni che contrasta col pessimismo e il senso di smarrimento delle aziende.
Vendere vino è una questione di egemonia culturale ed economica: i successi del vino sono legati alla cultura occidentale. I romani lo imposero con l’Impero, lo hanno fatto poi gli inglesi «inventori» commerciali di Bordeaux, dello Campagne e del Marsala. Ma per dirlo bisogna saperlo e avere il coraggio di ammettere che con due miliardi di musulmani, circa 1,5 miliardi di indiani che non si possono permettere il vino e un altro miliardo di cinesi che non sanno neppure cos’è il perimetro di mercato è strettino. Se poi ci facciamo la guerra in Europa con le etichette che equiparano il vino al veleno è fatta. Eppure Matteo Zoppas – presidente dell’Ice – la spara e la spera grossa: «Portiamo l’export del vino italiano a 10 miliardi, l’obiettivo è ambizioso, ma possibile». Detto per inciso quest’anno siamo passati da 8,1 a 7,8 miliardi lasciando per strada quasi il 4%. Tocca a Francesco Lollobrigida ministro dell’agricoltura dare un cenno di speranza ecumenico: «Lo disse papa Woytila: non abbiate paura». Lollobrigida ha fatto fare una mega-bottiglia di trenta metri con scritto dentro c’è l’Italia per dire che ogni bicchiere è testimonianza dei nostri valori. Ha rivendicato il riconoscimento Unesco della nostra cucina (sulla qualità però nessuno sorveglia) perché «senza vino non si mangia bene, il vino deve tornare a raccontarsi come prodotto centrale». Resta il fatto che mentre abbinare vino e Mozart, vino e tagliatelle è facile metterlo insieme con Sfera Ebbasta e con le orride polpette da fast food è più complicato.
Intanto il consumo pro capite in Italia è precipitato sotto i 28 litri e infatti nelle cantine ci sono 70 milioni di ettolitri stoccati. Girando per i padiglioni sembra che domini il Principe di Salina: bisogna che tutto cambi perché tutti resti com’è. Solite degustazioni, stand ad effetto, ma di farne una questione di centralità economica e politica prima di tutto in Ue dove Ursula von der Leyen considera l’agricoltura una seccatura non si vede traccia. Tocca al ministro del turismo Gianmarco Mazzi ricordare che il vino «è storia millenaria e che dall’enoturismo viene un impulso». Il ministro del made in Italy Adolfo Urso ha spiegato che le leve dalla crescita sono enoturismo e nuovi mercati (peccato che l’Ue tagli i soldi per la promozione) e che il Vinitaly è una «vetrina della resilienza e della competitività del made in Italy». Forse, verrebbe da dire. Anche se il presidente della Fiera di Verona Federico Bricolo (i veneti c’erano tutti dal neopresidente della Regione Alberto Stefani al presidente della Provincia e al Sindaco di Verona Flavio Massimo Pasini e Damiano Tommasi) ha fatto lo spot al suo Vinitaly «perché qui il sistema vino è tutto unito e noi siamo non solo Fiera, ma agenzia per l’export che guarda ai mercati emergenti». Ci sono 4400 aziende, felicissima la partecipazione dell’Armenia l’antica culla del vino, tra speranza e pessimismo.
Lamberto Frescobaldi presidente dell’Uiv dice che la «scossa della crisi servirà a rivitalizzare la voglia d’intraprendere delle aziende» e la Confcooperative con Luca Rigotti insiste: se abbassiamo il tasso alcolico si conquista nuovo consumo. I dealcolati fanno moda, ma non fanno, per ora, fatturato. Una parola di verità la dice la Coldiretti. Volete rilanciare il vino? Toglieteci i lacci e i balzelli e finalmente si parla d’Europa. Significa come sottolinea Vincenzo Gesmundo di Coldiretti «liberare il vino da quasi duemila pagine tra regolamenti, norme fiscali e disciplinari: nessun comparto al mondo è così gravato dalla burocrazia». Semplificare vorrebbe dire: «togliere 1,6 miliardi di euro di costi nascosti che possono tornare direttamente nelle tasche delle imprese vitivinicole italiane». Il fatturato complessivo del vino italiano che resta comunque la prima voce dell’export agricolo, è di 14 miliardi. Buttarne via oltre il 12% in grida manzoniane pare da ubriachi.
«Pronti a tutelare le eccellenze»
Il cambiamento climatico e le problematiche che questo comporta per il settore agroalimentare dà sempre più centralità al ruolo svolto dalle soluzioni assicurative. Sono sempre più frequenti gli eventi estremi, siccità prolungate, alluvioni, grandine e ondate di calore che devastano l'agricoltura, causando perdite produttive significative e mettono a dura prova il settore. Solo nel 2025, l’Italia ha registrato quasi 380 eventi climatici estremi. Il comparto vitivinicolo, con 670.000 ettari coltivati e oltre 44 milioni di ettolitri prodotti nell’ultimo anno, è tra i settori più esposti. Di qui il rapporto stretto tra mondo del vino e quello assicurativo a protezione del comparto agroalimentare, che vale oltre il 15% del Pil Italiano, e avrà sempre più l’esigenza di poter contare su soluzioni in grado di salvaguardare aziende, territori e comunità. Un connubio ribadito dalla presenza di Generali Italia, alla 58a edizione di Vinitaly a Verona, la manifestazione internazionale di riferimento per il mondo enologico.
Diversi giorni di incontri, tavole rotonde, approfondimenti e dirette Youtube sono in calendario dallo stand di Generali e de Le Tenute del Leone Alato, la società vitivinicola della compagnia, presente nelle regioni a più alta vocazione produttiva del Paese. Occasioni di incontro e approfondimento anche in città, grazie a Vinitaly and the City e alla mostra L’Arte al Vinitaly.
«Come primo assicuratore del Paese - ha affermato Giancarlo Fancel, Country Manager & Ceo di Generali Italia e presidente del Gruppo Leone Alato - sentiamo la responsabilità di essere al fianco delle imprese con soluzioni innovative e con una visione di lungo periodo, capace di creare valore e proteggere il lavoro e i territori, integrando in modo concreto i principi della sostenibilità ambientale, sociale ed economica. Grazie alla forza della Rete di Generali Italia e Cattolica, continueremo a supportare le eccellenze italiane in un percorso di crescita sostenibile e a fornire risposte concrete a comunità e imprese, contribuendo allo sviluppo del Paese».
Secondo dati Istat e dell’Unione europea, il nostro continente, a causa delle trasformazioni del clima e degli eventi collegati, potrebbe dover affrontare costi pari a 600 miliardi di euro fino al 2030.
Oltre all’impatto del cambiamento metereologico, saranno affrontati i temi della sostenibilità ambientale, dell’agricoltura rigenerativa, del turismo e dello sviluppo del territorio con una serie di incontri nel “Glass box” a due piani ospitato nel Padiglione Veneto, insieme a una serie di iniziative, tra cui le degustazioni delle bottiglie de “Le Tenute del Leone Alato” che vedranno coinvolti, oltre agli appassionati del buon vino, anche imprenditori, agenti, periti, agricoltori e studiosi di sostenibilità, clima e ambiente. Un racconto corale, con al centro esperti e manager della compagnia, che aiuterà a capire quali strade intraprendere per offrire risposte adeguate ad un mondo produttivo fondamentale per lo sviluppo dell’economia italiana.
Generali Italia inoltre porta la cultura al Vinitaly. Grazie alla partnership con il ministero dell’Agricoltura e in collaborazione con il ministero della Cultura, verrà esposta una selezione di sculture a tema mitologico provenienti da Firenze. Dalla Galleria degli Uffizi sarà possibile ammirare il gruppo statuario Bacco e Satiro, quello di Bacco e Ampelo, la Ninfa con pantera e le statue di Bacco e di Hora, mentre da Palazzo Pitti una statua di Bacco di epoca romana. L'iniziativa rientra in Generali Valore Cultura, il progetto che da dieci anni sostiene l'arte e la cultura, per valorizzare le comunità e i territori e promuovere la bellezza che unisce il Paese.
Dopo i voli anche i traghetti sono a rischio. Chi aveva pensato di trascorrere le prossime festività, dal 25 aprile al 1° maggio nelle isole, potrebbe essere costretto a cambiare meta. Il blocco del canale di Hormuz, l’arrivo dei carburanti con il contagocce, sta mettendo a rischio tutto il sistema dei trasporti.
Mentre gli aeroporti annunciano di avere a disposizione cherosene solo per tre settimane, anche Assarmatori e Confitarma affermano che il settore è in difficoltà. I traghetti al momento non stanno incontrando problemi per le forniture ma le due associazioni avvertono che se i prezzi dei carburanti dovessero rimanere sui livelli delle ultime settimane, potrebbe esserci disagi nei collegamenti con interruzioni o riduzioni dell’offerta. Il presidente di Confitarma, Mario Zanetti e il presidente di Assarmatori, Stefano Messina, avevano già chiesto al governo di inserire nel decreto Carburanti, un intervento a favore del settore sotto forma di «un contributo straordinario per le compagnie sotto forma di credito d’imposta , commisurato alla maggiore spesa sostenuta nei mesi di marzo, aprile e maggio, rispetto al prezzo medio di febbraio per l’acquisto di carburante». La proposta non era stata accolta ma il settore ora torna alla carica. In gioco c’è «la compromissione dei servizi di collegamento, in particolare quelli di lungo raggio verso le isole maggiori», incalza Messina. In assenza di correttivi, il rischio è la riduzione dell’offerta o nei casi più gravi, la soppressione di alcuni collegamenti. Il presidente di Assarmatori fa presente che agli armatori conviene tenere la nave ferma, pagando i costi di equipaggio e manutenzione, piuttosto che viaggiare in mare bruciando i propri bilanci a causa delle quotazioni esorbitanti del carburante. Le problematiche riguardano soprattutto il lungo raggio, come le tratte verso la Sicilia (il Genova-Palermo ad esempio), e la Sardegna (il Genova-Olbia). Non dovrebbero esserci problemi invece per le piccole percorrenze.
Dalla compagnia Moby fanno sapere che «il settore dei traghetti è storicamente resiliente perché legato in larga parte a mobilità regionale e turismo di prossimità» e al momento «non sono state riviste le previsioni sul trend del 2026 che restano in linea con le attese».
Non si allenta la tensione sul fronte dei prezzi ai distributori di carburanti. Il ministro dei Trasporti e vicepremier, Matteo Salvini, sollecita il collega del Made in Italy, Adolfo Urso a convocare le compagnie petrolifere: «Faccia vedere loro il prezzo alla pompa e il prezzo alla produzione. Perché le compagnie sono molto veloci ad aumentare i prezzi quando c’è un problema ma sono molto più lente a ridurli». E avverte che sarebbe d’accordo, «se fossimo costretti, a fare anche un intervento economico e fiscale sui maxi guadagni di banche, compagnie petrolifere ed energetiche». Urso però sottolinea che «le compagnie petrolifere hanno accolto la nostra esortazione a ridurre subito, senza indugi, i prezzi dei carburanti formulata nell’incontro di giovedì al Mimit, come dimostra il calo alla pompa registrato negli ultimi due giorni». E sottolinea che «anche in questo l’Italia si sta dimostrando più efficace di altri Paesi europei, come si evince dal raffronto dei dati settimanali dalla Commissione europea. Per la prima volta cittadini di altri Paesi vengono a far rifornimento in Italia. Un tempo succedeva il contrario». Non nasconde di essere «preoccupato per i rifornimenti di carburante per il sistema aereo e per l’approvvigionamento di alcune materie prime. Pensiamo all’elio per i chip, dato che uno dei più grandi produttori mondiali da cui noi ci riforniamo è il Qatar».
Intanto la Cna ha calcolato, sulla base dei consumi nel periodo tra marzo e maggio, che la crisi di Hormuz ha causato ai consumatori un aumento della spesa di oltre 7 miliardi di euro tra carburanti, elettricità e gas, un extra costo da 100 milioni al giorno.
- Oggi i colloqui per la pace in Pakistan fra Vance e i pasdaran, però Israele non molla la presa contro Hezbollah. Così Hormuz resta ancora chiuso perché l’Iran chiede lo stop agli attacchi in Libano. Senza una tregua non arrivano i rifornimenti dal Golfo.
- L’esperto di trasporto aereo Cristiano Spazzali: «In pericolo anche i piccoli scali che dipendono dalle linee economiche».
Lo speciale contiene due articoli.
Tre settimane, massimo un mese. Tanto è la capacità degli aeroporti europei di fornire cherosene alle compagnie aeree. Il Financial Times dà conto di una lettera inviata da Aci Europe (l’associazione che rappresenta gli aeroporti europei) alla Commissione Ue nella quale si afferma che le scorte di carburante per aerei si stanno esaurendo e si rischia una carenza nelle prossime tre settimane. Lo stretto di Hormuz rappresenta la via di transito per circa il 40% delle forniture mondiali di carburante per velivoli. L’Europa importa dal Golfo Persico il 43% del suo fabbisogno annuale di jet fuel. Inoltre, l’attività di raffinazione negli impianti europei è già al massimo e quindi non è possibile spingerla oltre.
Nella lettera, l’associazione ha avvertito il commissario europeo per i Trasporti, Apostolos Tzitzikostas, delle «crescenti preoccupazioni del settore aeroportuale per il calo delle scorte e le crescenti difficoltà di approvvigionamento». I fornitori, infatti, non garantiscono consegne oltre maggio. Le preoccupazioni aumentano con l’avvicinarsi della stagione estiva, cruciale per il turismo europeo. A Bruxelles sperano che la tregua tra Usa e Iran regga, così da consentire la ripresa della navigazione delle navi cisterna attraverso Hormuz. Sebbene al momento non si registrino carenze diffuse, i prezzi del jet fuel sono raddoppiati rispetto ai livelli pre-crisi (nell’Europa Nord-occidentale ha raggiunto 1.573 dollari a tonnellata, contro circa 750 dollari prima del conflitto), mentre alcune compagnie aeree hanno già avvertito del rischio di cancellazioni. L'annuncio del presidente statunitense Donald Trump di un cessate il fuoco di due settimane non ha avuto impatti rilevanti sui prezzi globali del petrolio, che sono rimasti elevati. Alcuni vettori hanno iniziato a ridurre i servizi poiché i rincari del cherosene hanno reso alcune rotte non redditizie. Delta Air Lines ridurrà la capacità del 3,5%, inclusi alcuni voli infrasettimanali e notturni, per compensare l’impatto dell’aumento dei prezzi del carburante, e prevede tra aprile e giugno costi aggiuntivi per il jet fuel pari a 2 miliardi di dollari. Anche Air New Zealand ha ridotto alcuni voli e la polacca Lot sta tagliando alcuni servizi meno richiesti e prevede di aumentare i biglietti. Lo scorso fine settimana, quattro aeroporti italiani hanno introdotto restrizioni sul carburante a seguito di un’interruzione dell’approvvigionamento presso un fornitore chiave, sebbene la carenza non fosse direttamente collegata allo stretto di Hormuz.
Ci sono anche altri fattori che rendono complicato lo scenario futuro. Non è sufficiente che Hormuz riapra in modo definitivo e senza sorprese dell’ultim’ora, ma è necessario anche che diminuisca il costo delle assicurazioni sulle navi cisterna. Inoltre, quando riaprirà il canale, serviranno settimane prima che le cisterne possano arrivare a rifornire l’Europa. L’alternativa è rappresentata dagli Stati Uniti, ma a che prezzi?
Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha confermato che se «sul fronte petrolifero e delle disponibilità non ci sono grandi preoccupazioni, possono esserci settori specifici come il jet fuel con criticità, perché una gran parte della produzione arriva dal Golfo Persico. Ma sono criticità settoriali specifiche sulle quali dobbiamo intervenire. Non è che con questo voglia sminuire, ma non è la crisi complessiva».
Intanto le associazioni dei consumatori cominciano a dispensare consigli su come affrontare eventuali cancellazioni di voli per chi ha già acquistato i biglietti. «Si può scegliere tra il rimborso entro sette giorni senza penali dell’intero costo del biglietto e la riprotezione, ossia l’imbarco su di un volo alternativo per la destinazione finale non appena possibile o ad una data successiva più conveniente, a seconda della disponibilità di posti», spiega Massimiliano Dona, presidente dell’Unione nazionale consumatori. E sottolinea che «potrebbe scattare anche la compensazione pecuniaria se le compagnie, pur essendo state informate della mancanza di carburante, non informeranno i consumatori nei tempi previsti, oppure se la compagnia aerea non ordinerà con congruo e sufficiente anticipo il carburante». Intanto Ryanair ha deciso di tagliare alcune delle sue rotte su Spagna, Francia, Germania, Portogallo e Belgio, anche se precisa che è una decisione presa già lo scorso anno per far fronte a una serie di rincari causati dall’aumento delle tasse.
«La crisi pesa sui vettori low cost. Estate più serena con quelli grandi»

Cristiano Spazzali, esperto del settore aereo
«Se il conflitto iraniano non dovesse risolversi entro l’estate o addirittura Teheran dovesse imporre una tassa di circolazione sullo stretto di Hormuz, c’è il rischio di un impatto importante sul sistema del trasporto aereo. Un impatto che metterebbe a dura prova i bilanci soprattutto delle compagnie low cost e, a cascata, potrebbe travolgere i piccoli aeroporti con una ridefinizione degli scali. Il che vale per l’Italia ma anche per l’Europa». Cristiano Spazzali, esperto di trasporto aereo, è uno dei più attenti analisti del settore e qui traccia quello che potrebbe essere uno scenario futuro con il protrarsi della crisi.
«Innanzitutto vorrei rassicurare chi ha progettato di volare nella prossima estate. Non ci dovrebbero essere problemi per le grandi compagnie aeree. Hanno scorte di carburante a sufficienza, tant’è che finora hanno mostrato di saper gestire bene la situazione di emergenza».
Eppure i listini si stanno muovendo al rialzo. Che cosa deve fare chi ha intenzione di volare in estate?
«Il mio consiglio è di acquistare il biglietto prima possibile. I rincari finora sono contenuti ma rischiano di esplodere, complice la speculazione che si alimenta con l’allarmismo».
Come mai Ryanair dice che le scorte di carburante sono garantite fino a maggio e che una parte della flotta potrebbe restare a terra nei mesi estivi?
«La crisi del cherosene si fa sentire soprattutto per le low cost. Le grandi compagnie aeree stringono accordi di rifornimento per il lungo periodo e quindi sono più garantite. Le low cost definiscono gli approvvigionamenti a ridosso data e a condizioni che garantiscano il minor onere possibile. Va ricordato che la bolletta energetica per un vettore rappresenta il 20-25% dei costi operativi complessivi e ora ha raggiunto il 40-50%. I vettori più strutturati sono parzialmente protetti da strategie di copertura del carburante, il cosiddetto fuel hedging. Per le low cost la situazione è più complicata. Di qui i messaggi di allarme che abbiamo visto questi giorni».
Quindi dobbiamo aspettarci biglietti più cari anche dalle low cost?
«Mi sembra inevitabile, anche se ciò è possibile fino ad un certo punto. Le low cost, che fanno della convenienza la loro politica strategica, non possono riversare tutti i maggiori oneri del caro cherosene sui passeggeri. Non possono nemmeno tagliare le tratte, ne andrebbe della loro affidabilità. La concorrenza del trasporto su rotaia se ne avvantaggerebbe. L’utente potrebbe chiedersi: perché volare se la stessa tratta è servita a un costo quasi simile dal treno, che risulta anche più affidabile come certezza della partenza? Alle low cost non rimane quindi che ritrattare l’handling con le società aeroportuali, cioè i servizi di terra. Non mi riferisco a grandi scali, come Malpensa o Fiumicino, ma a piccoli hub che vivono della presenza dei vettori a buon mercato capaci di influenzare anche il territorio con la movimentazione dei flussi turistici».
Si stanno creando le condizioni per una ridefinizione delle tratte?
«I piccoli scali sarebbero costretti ad abbassare il costo dei servizi e di conseguenza a stringere la cinghia a loro volta, dovendo continuare a pagare i dipendenti e le attività aeroportuali. Inoltre, uno scalo in crisi finanziaria diventa una bella gatta da pelare per una Regione».
E se lo stretto di Hormuz fosse soggetto a una sorta di dogana?
«Il problema è in che misura continuerà a esserci il rischio che l’Iran possa in qualsiasi momento far scattare di nuovo la minaccia della chiusura di Hormuz. A fronte di questa incertezza le compagnie aeree, per tutelarsi, potrebbero alzare la fuel surcharge, il supplemento carburante, la tariffa variabile aggiunta al costo del trasporto aereo per compensare l’oscillazione del prezzo del cherosene. Non ci dimentichiamo inoltre che gran parte dell’allarmismo di questi giorni serve anche a giustificare l’aumento dei biglietti».
Ci sarà un cambiamento dei flussi turistici?
«Gli equilibri delle rotte stanno già cambiando. Stanno perdendo slancio le destinazioni del Nord America mentre aumenta il flusso verso l’Oriente. Non a caso Paesi come la Cina, la Malesia, Singapore e tutto il Sud Est asiatico stanno intensificando, con un certo successo, il marketing turistico. Anche quello rivolto all’utenza di fascia alta che ha perso le destinazioni dei Paesi Arabi. Dubai e Abu Dhabi saranno tagliate fuori dalle rotte turistiche per molto tempo ancora. Il Giappone lo ha già fatto negli scorsi anni. Le grandi compagnie asiatiche saranno le protagoniste del prossimo futuro. La crisi le sta avvantaggiando».





