Bruxelles impone scadenze stringenti per attuare la transizione energetica ma al tempo stesso se un Paese riesce a dare alle proprie imprese forniture di energia elettrica a prezzi calmierati, ecco che si mette di traverso. È quanto è accaduto all’Italia che con lo strumento dell’Energy Release puntava a proteggere le aziende a forte consumo di energia elettrica, come la siderurgia, la carta, il vetro, la chimica, dalla volatilità dei prezzi di mercato e al tempo stesso incentivare la realizzazione di impianti green. Il meccanismo prevede che il Gse, il Gestore dei servizi energetici, ceda energia a un prezzo calmierato a fronte dell’impegno a costruire impianti rinnovabili pari al doppio della capacità rispetto all’energia ricevuta a basso costo. Una formula perfetta, senonché per la Commissione Ue questo si configura come aiuto di Stato.
Oltre al fatto che non è chiaro a chi giovi l’altolà di Bruxelles, quale sia il fine, il punto di caduta, sembra un accanimento contro l’Italia che, è noto, ha costi energetici tra i più elevati d’Europa ed è quindi in difficoltà ad attuare il Green Deal. Fatto sta che alla fine il governo è stato costretto a introdurre dei correttivi che hanno alterato l’efficacia della misura sicché l’Energy Release è diventato più costoso sia per le imprese che costruiscono in proprio gli impianti, sia per quelle che si affidano alle utility o ai fondi di investimento. Il risultato, come riporta Il Sole24Ore, è che tanti contratti sono stati rescissi o rifatti alla luce di previsioni di costi più alti. C’è anche un altro aspetto che rende l’intervento della Commissione ancora più paradossale. Il nuovo meccanismo introduce un sistema di calcolo più complesso e più burocrazia, mentre si parla in continuazione proprio di snellire le procedure. L’impianto originale dell’Energy Release prevedeva che il Gse assegnasse alle imprese energia ad un prezzo di molto inferiore a quello di mercato cioè a 65 euro al MWh, per un triennio. In cambio l’impresa si impegnava a realizzare impianti di rinnovabili con capacità doppia rispetto a quella assegnata e restituendo in 20 anni, l’energia ricevuta al prezzo di 65 euro. Un sistema virtuoso che proteggeva le imprese energivore dai rincari dell’elettricità e al tempo stesso spingeva alla creazione di nuova capacità green. Con i diktat della Commissione, l’Energy Release rischia di trasformarsi da un vantaggio competitivo per il settore manifatturiero in un’operazione finanziaria complessa. Il nuovo meccanismo tiene in considerazione il margine di guadagno che le imprese avranno dalla differenza tra il prezzo di mercato e i 65 euro e prevede che tale differenza venga restituita insieme all’energia ricevuta. Con la riduzione della marginalità, per le aziende sarà più difficile mantenersi competitive, specialmente rispetto a concorrenti extra Ue che non sottostanno ai medesimi vincoli normativi. Inoltre Bruxelles ha reso l’iter di accesso alla misura più farraginoso, richiedendo sforzi amministrativi supplementari. Sono stati introdotti costi accessori legati alla gestione del rischio e alle garanzie fideiussorie che le imprese devono prestare per partecipare al meccanismo. Mentre prima dei correttivi voluti da Bruxelles, le utility e i fondi chiedevano commissioni per la realizzazione di un impianto attorno a 3 euro a MWh, ora sono raddoppiate fino anche a 7-8 euro. Il costo dell’energia «scontata» salirebbe da 68 euro a MWh a 72-73 euro.
L’impatto non è omogeneo sul sistema industriale. Le grandi imprese mandano giù il rospo ma procedono, mentre le pmi (quelle della plastica sono le più numerose) entrano in affanno e spesso rischiano di perdere il contratto con un fondo o un’utility per costruire l’impianto. Bruxelles ha previsto per chi è rimasto senza un partner, un’asta in cui le imprese indicano il prezzo che sono disposte a spendere e gli sviluppatori di impianti quanto possono accettare. Sarà il mercato a formare il prezzo marginale che potrebbe anche essere alto. L’ennesima beffa di Bruxelles.
Confindustria scende in campo contro chi contesta l’accordo sul Mercosur così come è stato concepito, ovvero in modo squilibrato senza quelle reciprocità che dovrebbero tutelare il mondo agricolo. L’associazione delle imprese ne sta facendo una battaglia di bandiera sostenendo che il No della Lega e dei 5 stelle rischia di far perdere al sistema Paese 14 miliardi di euro. Il presidente degli industriali, Emanuele Orsini, sollecita «l’applicazione immediata dell’accordo provvisorio perché sospenderlo sarebbe una pazzia».
E in modo provocatorio ha detto: «Allora eliminiamo le differenze tra industria e agricoltura», sottolineando che gli agricoltori «pagano accise ridotte sul gasolio, hanno agevolazioni sull’Imu e una lista di altri sgravi». A sostegno del settore ci sarebbero misure pari a 13,5 miliardi l’anno come indicato dal Crea, il Consiglio per le ricerche in agricoltura, tra cui l’aliquota media del 15% sui redditi ottenuti dalla vendita dei prodotti agricoli e del 25% sui servizi.
Ma per Coldiretti il tema chiave è la reciprocità e l’assoluta uguaglianza di regole. Il presidente Ettore Prandini, in un lungo articolo per l’Informatore zootecnico, sottolinea che «l’export è la locomotiva dell’agroalimentare made in Italy che ha chiuso il 2025 a 73 miliardi. Ma non possiamo accettare scelte che possano mettere nell’angolo le nostre produzioni e penalizzino i consumatori. Siamo favorevoli alle aperture commerciali con tutti i Paesi del mondo a condizione che le regole ferree imposte dalla Ue su agrofarmaci, sostenibilità e rispetto dei diritti del lavoro siano richiesti a tutti quei Paesi che vogliono esportare sul territorio europeo. Assistiamo, invece, a una deregulation su deforestazione e sistemi di allevamento nei Paesi terzi».
Secondo Prandini è quanto avviene «in particolare in Brasile e Argentina. In Brasile sono applicati oltre 37 fitofarmaci con principi vietati in Europa, così come negli allevamenti è consentito l’uso di ormoni e antibiotici messi al bando da anni nelle stalle europee». L’obiettivo è uno solo, dice Prandini, «fermare le importazioni sleali» e richiama ai controlli. «Attualmente solo il 3% di quello che passa le frontiere europee viene fisicamente verificato».
Nel merito delle politiche di sostegno all’agricoltura, interviene il presidente della Cia, Cristiano Fini: «Il settore agricolo non è come altri. Non percepisce una adeguata remunerazione rispetto ai prodotti che vende sul mercato perch,é a livello europeo, abbiamo standard qualitativi e sanitari diversi dagli altri Paesi e costi energetici e di manodopera più alti». Fini, poi, contesta la tesi che gli agricoltori statunitensi ricevano meno sostegni: «Negli Usa c’è la Farm Bill che è l’equivalente della Pac e sostegni per la transizione green. Quando i prezzi dei fertilizzanti sono schizzati facendo aumentare i costi di produzione, il governo è intervenuto a suon di miliardi. In Sudamerica, hanno costi di manodopera un decimo del nostro, ci manca pure che abbiano contributi generosi».
Le aziende travolte da Harry rischiano di perdere gli aiuti per colpa delle polizze green
Le piccole imprese del Sud danneggiate dal ciclone rischiano di non avere alcun risarcimento. Paradossalmente quello che avrebbe dovuto essere un ombrello per le aziende contro i danni causati dalle catastrofi meteorologiche e ambientali, si sta ritorcendo contro come un boomerang. Parliamo delle polizze catastrofali.
Prima veniamo alla cronaca di ieri. Secondo le prime stime, il ciclone Harry che si è abbattuto sulla Sicilia, devastando porti, stabilimenti balneari attività produttive e recettive, infrastrutture e strade localizzate soprattutto lungo la fascia costiera ionica e quella che si affaccia sul canale di Sicilia, ha provocato danni per oltre 1 miliardo. Ben superiori quindi alla valutazione di 741,5 milioni di euro, effettuata dalla Protezione civile regionale. A questo ammontare vanno infatti ad aggiungersi i mancati redditi delle attività produttive che dovrebbero ricevere ristori e contributi.
Il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, ha spiegato che la richiesta per lo stato di emergenza «è stata deliberata. Abbiamo chiesto al governo 300 milioni per i danni alle infrastrutture e per ristorare i danni dei privati».
Il ministro della Protezione civile, Nello Musumeci durante il sopralluogo a Santa Teresa di Riva (Messina), uno dei luoghi più colpiti, ha sottolineato che grazie all’azione di prevenzione non si sono registrate vittime e neppure feriti.
Ma se si sono evitati lutti, il bilancio è ugualmente drammatico per i danni. Le attività commerciali hanno ricevuto un colpo mortale che rischia di compromettere la stagione primaverile e estiva di grande richiamo turistico. Confcommercio ha chiesto «interventi rapidi per il ripristino delle infrastrutture e per sostenere le attività economiche danneggiate affinché possano tornare quanto prima a operare in condizioni di normalità».
Piangono le attività turistiche. «Le mareggiate eccezionali che hanno colpito il litorale hanno devastato stabilimenti, danneggiato gravemente le infrastrutture e compromesso attrezzature che rappresentano il frutto di anni di investimenti e lavoro da parte degli imprenditori del settore» ha detto la Cna Sicilia. «Ci troviamo di fronte a un’emergenza che rischia di mettere in ginocchio un pilastro dell’economia turistica regionale», dice Mario Fazio, presidente di Cna balneari Sicilia.
Un aiuto a fronteggiare eventi drammatici come questi dovrebbe venire proprio dalle polizze catastrofali, lo strumento creato ad hoc per proteggere le imprese e sollevare lo Stato dall’onere dei ristori. In questa situazione però rischia di non essere efficace. Facciamo un passo indietro per capire. I decreti attuativi del provvedimento hanno stabilito una distinzione tra grandi imprese (quelle con oltre 250 dipendi e un fatturato oltre i 50 milioni di euro) e le Pmi, medie, piccole e micro. Per le grandi imprese la scadenza dell’obbligo a sottoscrivere una polizza catastrofale, è scattata il 31 marzo 2025, per le medie imprese (azienda tra 50 e 250 dipendenti) l’1 ottobre 2025 e per le piccole e micro (incluse le ditte individuali e imprese sotto i 50 addetti) l’1 gennaio scorso. La legge protegge maggiormente le piccole imprese ponendo limiti rigidi alle compagnie assicurative mentre lascia più libertà di negoziazione alle grandi.
Il tessuto imprenditoriale del Mezzogiorno è quasi interamente composto di piccole e micro realtà. Secondo le rilevazioni dell’Istat e dei rapporti di settore del Censis, nel Sud sono attive circa 1,25 milioni di imprese che rappresentano poco più del 27% del totale nazionale. Quelle micro, anche con nove addetti sono oltre il 96%. Parliamo di 1,2 milioni di ditte spesso a conduzione familiare. Le piccole, con 10-49 addetti sono circa 40.000 unità e rappresentano il 3% del tessuto produttivo meridionale. Le medie e grandi non raggiungono l’1% del totale.
I settori prevalenti delle micro e piccole imprese nel Sud sono il commercio al dettaglio e all’ingrosso (35%), i servizi e il turismo (il 25%) e l’agricoltura.
Quindi il grosso dei danni del ciclone Harry, li hanno subiti proprio quelle minuscole imprese che avevano l’obbligo di dotarsi della polizza catastrofale dal 2026. Lo avranno fatto? La normativa dice che in caso di catastrofe ambientale, l’impresa non assicurata non potrà richiedere ristori o contributi per la ricostruzione. In pratica l’imprenditore dovrà ripagare i danni mettendo mano al proprio portafoglio. Non solo. Senza polizza, l’azienda è considerata fragile e questo può portare al rifiuto di prestiti da parte delle banche. Un danno oltre il danno del maltempo. E anche per chi ha sottoscritto le polizze la strada non è sempre in discesa. «Alcuni imprenditori», ha evidenziato Musumeci, «mi hanno detto che delle compagnie di assicurazione, nonostante fossero state sottoscritte le polizze, cominciavano a fare bizantinismi. “Ma questo non è ciclone, questa è una mareggiata, mareggiata di serie A non una mareggiata di serie B”. Io questo linguaggio non lo accetto assolutamente. Lunedì ci sarà un cdm per deliberare lo stato di emergenza con un primo stanziamento per le necessità immediate.





