Mentre a Roma è bufera sul dopo referendum, la premier Giorgia Meloni, ad Algeri, rafforza l’asse strategico con il principale fornitore di gas del nostro Paese, muovendosi in anticipo rispetto ad altri Stati europei. Dal presidente algerino Abdelmadjid Tebboune ottiene la rassicurazione che «l’Algeria è un partner strategico affidabile dell’Italia e dell’Europa ed è disponibile a rispettare gli impegni» per le forniture di gas.
Il premier rilancia una cooperazione che ha nell’energia il suo pilastro, ma che si estende ormai a un perimetro più ampio, dall’agricoltura alla formazione, fino alla sicurezza regionale.
«Sono molti gli ambiti della nostra cooperazione. Con il presidente Tebboune abbiamo deciso di rafforzare la nostra solidissima collaborazione che coinvolge anche i nostri due campioni nazionali, Eni e Sonatrach, anche lavorando su nuovi fronti come lo shale gas e l’esplorazione offshore. Questo consentirà anche in prospettiva di rafforzare il flusso di fornitura di gas all’Italia», ha detto Meloni. Il gasdotto Transmed, che collega i giacimenti algerini alla Sicilia sin dagli anni Ottanta, si conferma l’asse portante di questa relazione, in un quadro in cui il Mediterraneo torna centrale nelle strategie energetiche europee.
L’incontro è servito anche per porre le basi della creazione di una Camera di Commercio Italia-Algeria «come strumento stabile per liberare il potenziale che è ancora inespresso nelle nostre relazioni». La premier ha sottolineato il «dinamismo» e il «know how delle imprese». In prospettiva c’è l’organizzazione di un nuovo vertice intergovernativo, «più velocemente possibile». Il presidente algerino ha ribadito la volontà di «approfondire le relazioni» anche nell’ambito del piano Mattei.
La missione di Giorgia Meloni assume un valore rilevante alla luce della dichiarazione di forza maggiore arrivata dalla QatarEnergy, che è pronta a rivedere i contratti già in essere a causa del danneggiamento di alcuni impianti colpiti dai missili iraniani. Roma, rafforzando una direttrice energetica considerata più stabile e politicamente affidabile, gioca in anticipo rispetto ad altri attori europei - a partire dalla Spagna - che ora cercano di recuperare terreno. Oggi il ministro degli Esteri spagnolo, Josè Manuel Albares, volerà ad Algeri, a quattro anni dalla crisi diplomatica, per riaprire un canale politico e preparare una successiva visita del premier Pedro Sánchez finalizzata a ottenere maggiori forniture di gas. Un’operazione che arriva quando l’Italia ha già consolidato il proprio asse con il Paese africano.
Giorgia Meloni, al termine dell’incontro, ha sottolineato come in una fase di «instabilità crescente il rapporto tra Roma e Algeri resta una delle straordinarie certezze sulle quali poter contare». Un legame che, ha aggiunto, non è mai stato «così solido e così proficuo».
Nel 2025 l’Algeria si è confermata il primo fornitore di gas dell’Italia, con oltre 20 miliardi di metri cubi importati su un totale di circa 61 miliardi, consolidando un ruolo ulteriormente rafforzato dopo la riduzione delle forniture russe. A questo si aggiunge la crescente componente di gas naturale liquefatto (Gnl): nel corso dell’anno sono arrivati nei terminali italiani 47 carichi provenienti da questo Paese su un totale di 221, pari a circa il 21%. Un dato in linea, ma in aumento in termini assoluti, rispetto al 2024, quando i carichi erano stati 31 su 150 complessivi (circa il 20,7%). L’incremento di 16 carichi su base annua, pari a oltre il 50%, segnala una strategia sempre più orientata alla flessibilità delle forniture via nave, complementare ai flussi via tubo.
Accanto all’energia, la collaborazione si estende al Piano Mattei per l’Africa. Tra i temi principali figura il progetto di agricoltura desertica in partenariato con Bf International per il recupero di oltre 36.000 ettari di terreno desertico destinati alla produzione agricola. «Il progetto procede in modo spedito, con la campagna di semina che nel 2026 passerà da 7.000 a 13.000 ettari», ha affermato Meloni. Parallelamente, prende forma il centro di formazione professionale agricolo di Sidi Bel Abbes, destinato a diventare un hub di riferimento per l’intero continente africano. «Abbiamo ottenuto circa 100 candidature per la posizione di direttore», ha sottolineato la premier, evidenziando «l’attenzione e la rilevanza attribuite a questa iniziativa», con l’obiettivo di avviare le attività entro l’estate. Meloni ha sottolineato la «forte complementarietà» tra le due economie, indicando settori chiave come agroindustria, difesa, farmaceutica, infrastrutture, logistica e digitale. Il Piano Mattei include, inoltre, un ampio ventaglio di iniziative congiunte nei settori dell’energia, del digitale, della cultura e del turismo. La premier ha riconosciuto il ruolo «straordinario» svolto dall’Algeria nell’area, sottolineando come la cooperazione tra i due Paesi sia essenziale per contrastare jihadismo e criminalità transnazionale. Sul fronte migratorio, Meloni ha definito la collaborazione con Algeri «un modello per la regione», evidenziando come abbia contribuito a ridurre gli sbarchi irregolari e le morti nel Mediterraneo.
Era prevedibile. Le interruzioni parziali dei flussi di approvvigionamento del gas provenienti dal Golfo, i mercati europei che restano esposti a squilibri dell’offerta e la corsa dei Paesi europei a cercare alternative rapide, hanno posto l’Algeria nella posizione strategica di rivedere i prezzi del gas.
In contemporanea la QatarEnergy ha dichiarato la forza maggiore sui contratti di Gil anche in Italia, il che vuol dire la revisione degli impegni di fornitura già stipulati.
Non sarà una missione facile quella della premier, Giorgia Meloni, oggi ad Algeri per discutere il dossier del gas. Proprio alla vigilia del viaggio, la piattaforma specializzata «Attaqa», citando fonti informate, ha riferito che le autorità algerine si avviano a rivedere i meccanismi di determinazione dei prezzi delle proprie esportazioni di gas naturale e Gnl verso l’Europa, con l’obiettivo di massimizzare i ricavi. Eventuali aumenti delle quantità esportate saranno subordinate a una rinegoziazione dei prezzi, in linea con le quotazioni internazionali. In sostanza, l’incremento delle forniture sarebbe legato a condizioni economiche più favorevoli.
L’Algeria è già il principale fornitore energetico dell’Italia. Nel 2025 ha esportato verso il nostro Paese circa 20,1 miliardi di metri cubi di gas tramite il gasdotto TransMed, ovvero circa il 31% delle importazioni complessive italiane. Sono già in corso i negoziati tra Eni e Sonatrach, per rinegoziare i contratti di fornitura in scadenza nel 2027. Algeri è strategica anche per il gas naturale liquefatto: nel 2025 sono arrivati in Italia 47 carichi di Gnl algerino su un totale di 221, contro i 31 su 150 del 2024, con un incremento di oltre il 50% su base annua.
Il viaggio di Giorgia Meloni serve quindi a rafforzare il partenariato tra Italia e Algeria che oltre alle forniture energetiche riguarda anche il potenziamento delle infrastrutture, il rafforzamento degli investimenti italiani e i primi passi per l’istituzione di una Camera di commercio italo-algerina.
Il gas è comunque il tema centrale della visita. Le indicazioni disponibili suggeriscono che Algeri punti a un aumento dei prezzi compreso tra il 15 e il 20% sulle forniture aggiuntive, sia via gasdotto sia sotto forma di Gnl. Una mossa volta a capitalizzare i livelli raggiunti dal mercato europeo, dove le quotazioni hanno recentemente superato i 70 dollari per megawattora. Algeri ha avviato negoziati avanzati con Italia e Spagna per incrementare le forniture. Le mosse algerine si inseriscono nel quadro degli sforzi europei per diversificare le fonti di approvvigionamento. In particolare, operatori energetici italiani, con il sostegno del governo, stanno lavorando alla conclusione di nuovi contratti di medio-lungo termine.
Sul fronte produttivo, l’Algeria sta spingendo per aumentare al massimo le esportazione di Gnl, approfittando del rallentamento parziale di alcuni concorrenti. La capacità complessiva di liquefazione é stimata intorno a 25,3 milioni di tonnellate annue, elemento che consente una certa flessibilità nella destinazione dei carichi. Al contempo, il Paese mira a compensare il calo delle esportazioni registrato nel 2025, pari a circa il 18%, attraverso un miglioramento dell’efficienza operativa e un incremento della produzione. I dati indicano una forte ripresa delle esportazioni nella prima metà di marzo 2026, con un aumento del 74%.
Oltre all’Algeria si apre un altro fronte di criticità per l’Italia. QatarEnergy ha dichiarato la forza maggiore su alcuni dei contratti a lungo termine per la fornitura di gas naturale liquefatto ad Italia, Belgio, Corea del Sud e Cina. La mossa era stata anticipata come possibilità qualche giorno fa dal ceo del gruppo, Saad al-Kaabi a seguito degli attacchi iraniani a due dei suoi 14 impianti di liquefazione del gas naturale (Gnl) e a uno dei due impianti di gas-to-liquids (Gtl). Dichiarare la forza maggiore sui contratti a lungo termine, significa l’esonero dalla responsabilità contrattuale fino a cinque anni per le forniture di Gnl. Le riparazioni degli impianti danneggiati, ha spiegato il ceo, mettono fuori uso 12,8 milioni di tonnellate di gas liquefatto all’anno per 3-5 anni. Oltre all’Italia, nel giro di vite del Qatar sono coinvolti Belgio, Corea del Sud e Cina.
Intanto sono accesi i riflettori sul prossimo Consiglio dei ministri. Il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin ha detto che sarà il governo a valutare una eventuale misura per ridurre il prezzo dei carburanti. Sul tavolo la possibilità di una proroga del taglio delle accise oltre i 20 giorni già decisi con scadenza il 7 aprile. Bisognerà però trovare le risorse, un compito non facile che spetta al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Il pressing riguarda anche l’estensione dello sconto ad alcune categorie. C’è poi il decreto bollette che, dopo il confronto a Bruxelles sugli Ets, ripartirà nel proprio iter parlamentare. Al momento è previsto un bonus di 115 euro per i meno abbienti. Non è escluso un intervento per potenziare l’aiuto.
Agnelli: «Niente alluminio dal Golfo. E con il caro energia rischiamo rincari del 50%»
«È una crisi energetica annunciata. Non mi si venga a dire che l’emergenza ci è piovuta sulla testa, cogliendoci di sorpresa. Non mi riferisco certo al conflitto, chi poteva prevederlo, ma alle conseguenze che uno choc del gas e del petrolio potevano provocare per Paesi fortemente dipendenti dall’estero negli approvvigionamenti, come il nostro.
L’allarme era già scattato durante la pandemia, ma abbiamo finto di ignorarlo e ora eccoci di nuovo alle prese con listini alle stelle. Per i consumatori i rincari già si vedono». Paolo Agnelli, presidente e fondatore di Confimi Industria e presidente del gruppo Alluminio Agnelli, leader nel settore dell’estrusione dell’alluminio e delle pentole professionali, è un fiume in piena.
Quale è la situazione nel settore dell’alluminio?
«È simile a quella degli altri comparti industriali energivori. La guerra in Iran fa precipitare una crisi che già ci attanagliava. Il tema dell’energia non lo scopriamo ora, con il blocco del canale di Hormuz. I grandi produttori di alluminio nel mondo hanno fatto joint venture con società del Qatar e degli Emirati perché lì pagano meno l’energia e possono fare utili importanti. E siccome nei Paesi del Golfo si produce il 50% all’alluminio mondiale, da quando Hormuz è bloccato i rifornimenti si sono interrotti. Già abbiamo sperimentato la carenza di questo materiale con la guerra in Ucraina scatenata dalla Russia, che ne ha bloccato le esportazioni e, al contempo, ha interrotto anche le loro importazioni di nostri prodotti. Ora non solo non arriva più alluminio, ma non riusciamo nemmeno a produrlo a prezzi ragionevoli, a causa dell’aumento dell’energia».
E le fonti rinnovabili?
«Suvvia. Gli altiforni non si possono alimentare con i pannelli solari. Il beneficio che un’impresa energivora può trarre dalle fonti rinnovabili è di un terzo dei costi energetici. Per mantenere alta la temperatura che serve in fonderia, è necessario il gas o il carbone. O il nucleare ma questo è un terreno minato».
È un tema che il ministro del Made in Italy, Adolfo Urso sta portando avanti.
«Sì, e speriamo nella sua determinazione. Gli smart nuclear reactor, i piccoli impianti nucleari, potrebbero già entrare in funzione ma ci sono troppi interessi che ne ostacolano il cammino. Mi riferisco ai grandi operatori energetici, a chi guadagna con le fonti fossili, che perderebbero una importante fonte di guadagno. Mi auguro che Bruxelles intervenga a autorizzare gli impianti, così non si avranno più scuse anche perché il referendum contro il nucleare riguardava le grandi centrali nucleari».
In questa emergenza andrebbero riviste anche le tabelle di marcia del Green deal?
«Certo, senza alcun dubbio. Non capisco che aspettino a farlo. Temo però che l’unico provvedimento sarà l’aumento dei tassi da parte della Bce. Per le imprese sarebbe il colpo di grazia. Le banche guadagnerebbero da un aumento del costo del denaro, mentre le persone e le aziende che hanno bisogno di accedere al credito si impoverirebbero».
Interrotti gli scambi tramite lo stretto di Hormuz, resta il canale con l’India.
«Solo in via teorica. I grandi produttori di alluminio indiani hanno da tempo scelto di bypassare Hormuz, facendo il giro del Capo di Buona Speranza, anche se impiegano due mesi per i trasporti. Ora però, siccome c’è un problema energetico - la carenza di gas - quel Paese ha preferito rifornire la popolazione piuttosto che le imprese. Il maggiore gruppo industriale di produzione di alluminio indiano ha deciso di non quotare più il prodotto. Quindi anche quel canale di approvvigionamento si è interrotto».
Quando si faranno sentire i primi rincari sui prodotti finiti?
«L’aumento dei listini è già scattato. Prima della guerra pagavamo l’energia quattro volte di più delle imprese francesi, tre volte in più di quelle spagnole e due volte di quelle tedesche. Ora l’alluminio è rincarato del 30% e gli aumenti si sono già scaricati sul prodotto finale. Si può arrivare anche a un +50%».
Facciamo l’esempio delle pentole.
«Le pentole sono aumentate il giorno dopo l’avvio del conflitto. L’incidenza dell’alluminio sul prodotto è del 10-20% in più. Poi dipende dal modello, dal processo produttivo, dalla percentuale di alluminio, dal costo del trasporto. Ci sono tante variabili. Il caro energia è diventato un motivo in più per andare a produrre all’estero».
Dove all’estero?
«Noi, ad esempio, stiamo pensando di trasferire la parte di fonderia in Nord Africa, dove il gas costa pochissimo e il conto economico si risanerebbe subito. Le aziende se ne stanno andando via dall’Europa, trasferendo la manifattura dove non solo il costo del lavoro ma soprattutto quello energetico sono più convenienti. In Europa, magari mantengono gli uffici di distribuzione e il centro ricerche. Oppure spostano la sede legale dove la tassazione è meno gravosa. Ci si lamenta che non si attraggono gli investimenti ma qui, ovvero in Italia e in Europa, il costo della manodopera è salito alle stelle. E continuiamo a difendere il Patto di stabilità e il Green deal mentre la Cina invade i nostri mercati».





