La burocrazia europea continua nel suo fondamentalismo green e sforna ciclicamente normative a danno dei consumatori. L’ultimo esempio di cui si discute in questi giorni è la direttiva europea Sup (Single use plastic) in materia di plastica, in base alla quale le bottiglie di Pet devono contenere (già dall’anno scorso) almeno il 25% di plastica riciclata, percentuale che aumenterà al 30% dal 2030.
L’obbligo previsto dalla legge che ha recepito la direttiva, dovrà essere raggiunto come media del singolo Paese, cioè come media di tutte le bottiglie in Pet immesse al consumo nel territorio nazionale ogni anno. Ma questo criterio non sta funzionando perché metterebbe alcune aziende, in particolare le medio-piccole, a dover sostenere costi fuori mercato. Infatti, il prezzo del R-Pet (la plastica riciclata) è quasi il doppio del prezzo del cosiddetto Pet vergine: parliamo di 1600 euro contro 800 euro alla tonnellata. Sicché le imprese che utilizzano come previsto la plastica riciclata, la importano da Paesi terzi perché il prezzo è di poco più alto del Pet vergine.
La Commissione Ue sta pensando di cambiare il criterio di calcolo ponendo l’obbligo del 25% in capo a ogni operatore e quindi nei fatti, a ogni impianto produttivo, abolendo il criterio della «media Paese».
Secondo quanto emerge dalla bozza più aggiornata di un documento tecnico della Commissione per i dati sul contenuto di plastica riciclata nelle bottiglie per bevande monouso, Bruxelles sta pensando a una ulteriore preoccupante prescrizione: quella di escludere dal conteggio del 25%, da subito e almeno fino a novembre 2027, il Pet riciclato (R-Pet) di origine extra Ue, cioè quello che oggi ampiamente le aziende produttrici di bottiglie di plastica comprano all’estero.
«È una misura protezionistica, non si è mai vista una cosa del genere. Lede la libertà d’impresa poiché un’azienda acquista la materia prima dove ritiene sia più vantaggioso, dove la paga meno, prevedendo, è ovvio, tutte le specifiche di qualità», afferma il vicepresidente di Mineracqua, Ettore Fortuna e avverte: «Questa misura rischia di far salire ulteriormente i prezzi della R-Pet che già oggi, come si è visto, ha valutazioni doppie rispetto a quella vergine. È un esempio di burocrazia negativa che ancora persiste a Bruxelles, è lo strascico della riforma del Green Deal che è tutta ideologica. I governi sono riusciti a mitigare le norme green sull’automotive ma sull’alimentare non è stato fatto niente. Basta pensare che stiamo discutendo da mesi a Bruxelles sul fardello, cioè quell’involucro che compatta una serie di sei bottiglie per trasportarle. Ora il regolamento prevede che il fardello si possa utilizzare per far uscire le bottiglie dallo stabilimento ma quando arriva al supermercato deve essere spaccato e la distribuzione deve mandarlo al riciclo. Ma il consumatore come porta via le bottiglie? Quel modo di confezionare le bottiglie è funzionale al trasporto ma non lo si vuole capire. I burocrati di Bruxelles ci hanno obiettato che è fatto per vendere di più, ignorando che serve a proteggere le bottiglie».
Tornando alla misura sulla plastica, sta generando grande agitazione nel settore perché si avvicina la decisione finale che dovrebbe essere adottata il prossimo 6 febbraio in una riunione con i rappresentanti di tutti gli Stati membri. Una iniziativa che rischia di mettere in contrapposizione i produttori europei di plastica riciclata contro quelli di bottiglie Pet con ricadute non facilissime da quantificare ma non irrilevanti sui bilanci dei consumatori. È ovvio che i maggiori costi saranno scaricati sulle famiglie. Fortuna non fa una stima. «Dipenderà dal prezzo che i riciclatori europei faranno. Quando avranno l’esclusiva o ci sarà una limitazione delle importazioni extra Ue, comanderanno loro sui prezzi» afferma. Se volessimo azzardare un calcolo, ipotizzando 2 centesimi in più per ogni bottiglia di acqua minerale e un consumo di 2 litri a testa giornalieri, per una famiglia di quattro persone possiamo immaginare un aggravio di circa 60 euro l’anno. In più c’è da considerare che questo aumento delle bottiglie inciderebbe diversamente sulle produzioni, penalizzando in maniera percentualmente più significativa, l’acqua minerale con listino largamente accessibile.
Per questo, Enrico Zoppas, presidente di Mineracqua, la federazione delle acque minerali e di sorgente, aderente a Confindustria, si è rivolto direttamente al ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin. In una lettera che La Verità ha potuto visionare, ha espresso tutta la preoccupazione per il divieto di utilizzo del Pet riciclato proveniente da Paesi extra Ue. Questo divieto, spiega Mineracqua, inciderebbe in misura significativa sulla disponibilità del materiale con il rischio che la domanda di Pet riciclato non possa essere interamente soddisfatta dalle aziende europee e la conseguenza logica di vedere aumentare il prezzo con ricadute dirette sulle imprese e sui consumatori. Mineracqua fa poi presente al ministro che questa misura, inciderebbe sulla libertà di iniziativa delle imprese che utilizzano Pet riciclato impedendo loro di acquistare e utilizzare materiale riciclato a un prezzo più competitivo.
Da una parte c’è la Commissione europea che ha avviato una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia, dall’altra c’è il Tar che nel 2025, con una sentenza, ha già dato ragione al nostro Paese. La questione complessa da dirimere si trascina da circa vent’anni e nemmeno Mario Draghi, che pure era stato alla guida della Bce, quando ricoprì l’incarico di primo ministro, affrontò il problema.
Stiamo parlando della richiesta dei dipendenti italiani presso la Banca centrale europea affinché l’Inps trasferisca al fondo pensione dell’istituto di Francoforte i diritti pensionistici, ovvero i contributi attualizzati che quegli stessi lavoratori avevano versato all’ente di previdenza italiano per precedenti attività svolte in Italia. A fronte del silenzio da parte italiana, la Commissione europea ha inviato al governo una lettera di messa in mora, primo stadio della procedura di infrazione, per «violazione del principio di leale cooperazione» previsto dal diritto dell’Ue. In sostanza il nostro Paese avrebbe «ostacolato» l’accordo». La violazione, scrive la Commissione, «riguarda l’incapacità dell’Italia di negoziare in buona fede un accordo con la Bce sul trasferimento dei diritti pensionistici dei funzionari dell’Ue». Un accordo tra lo Stato membro e l’istituzione Ue è necessario per consentire ai funzionari Ue di trasferire i propri diritti pensionistici nazionali. L’Italia ha ora due mesi di tempo per rispondere e adottare le misure necessarie; in caso contrario, la procedura d’infrazione potrà passare al secondo stadio, il parere motivato.
Siamo di fronte a un altro caso di disallineamento tra quanto prevede la normativa europea e quella italiana. Anche perché il Tar del Lazio ha respinto il ricorso proposto da 78 dipendenti della Bce, facendo riferimento a una pronuncia della Corte di giustizia europea. Questa affermava che dall’insieme delle norme in vigore non si ricavasse «l’obbligo per uno Stato membro di prevedere in favore di un membro del personale di una organizzazione internazionale il trasferimento del capitale che rappresenta i suoi diritti a pensione precedentemente maturati presso l’istituzione di un altro Stato membro, né l’obbligo di concludere una convenzione internazionale a tale fine». Secondo i giudici del Tar, l’Italia non è «obbligata» a provvedere. Il principio di leale cooperazione, comporta per lo Stato membro esclusivamente un obbligo «positivo» di partecipazione ai negoziati e non di concludere un accordo.
La Bce ha raggiunto un accordo con diversi Paesi europei ma non con l’Italia, il che può porre problemi ai dipendenti italiani di Francoforte quando terminata la loro vita professionale, chiederanno di ottenere contemporaneamente i diritti pensionistici da regimi diversi. Siccome ora la Commissione parla di violazione del dovere di lealtà, sarebbe interessante sapere cosa ne pensa a riguardo Mario Draghi, che non ha affrontato il tema quando era a Palazzo Chigi, dopo la sua presidenza alla Bce. Avrebbe potuto aiutare a spingere le parti a cooperare ma non ha ritenuto di dover intervenire.
Va detto che il sistema previdenziale della Bce è più favorevole. Innanzitutto, per l’età di uscita, che in Italia è fissata a 67 anni con progressione negli anni a venire, mentre in Bce è inferiore, con la possibilità di ritirarsi già a 60 anni con una riduzione dell’assegno. Poi c’è il diverso meccanismo di rivalutazione, che in Italia è basato sull’inflazione e spesso ha visto tagli ai trattamenti più elevati nelle varie leggi di Bilancio. Al contrario, nella Bce, il meccanismo di adeguamento automatico per preservare il potere d’acquisto è in base all’inflazione registrata e agli aumenti salariali dei dipendenti in attività. Quindi la fiscalità: in Italia la pensione Inps è considerata reddito da lavoro dipendente e tassata con aliquota Irpef, mentre le pensioni Bce sono soggette all’imposta comunitaria, generalmente più bassa delle aliquote nazionali, e sono esenti dalle imposte sul reddito nazionali in Italia.
Mentre i riflettori europei erano accesi sui dazi imposti dal presidente americano Donald Trump, non ci accorgevamo che la Cina ci invadeva con i suoi prodotti. Un assalto al mercato europeo che si è intensificato nel 2025 usando anche la triangolazione con Paesi del Sud Est asiatico, come Vietnam e Cambogia per bypassare lo sbarramento delle tariffe. L’invasione ha approfittato anche del fatto che tutta l’attenzione politica e mediatica era rivolta al «gigante cattivo» cioè gli Stati Uniti.
Dalla tabella dell’Istat che riporta i saldi della bilancia commerciale italiana con i Paesi extra Ue, emerge che mentre le esportazioni verso gli Usa nel 2025 hanno continuato ad aumentare (+7,2%) nonostante la politica dei dazi, determinando con Washington un surplus commerciale di 34,2 miliardi di euro a fronte di importazioni in crescita del 34,2%, c’è stato un intensificarsi del flusso di merci provenienti dalla Cina (+16,4%), che hanno creato un deficit commerciale di 46,3 miliardi di euro per l’Italia con una riduzione del 6,6% delle esportazioni. Basti pensare che l’anno precedente, nel 2024, le importazioni avevano avuto un incremento del 6,9%. Nel 2025 quindi c’è stato un raddoppio.
Nel 2025 la Cina ha segnato complessivamente un nuovo record nella sua bilancia commerciale, registrando un surplus di 1.189 miliardi di dollari, in netto aumento rispetto ai 993 miliardi dell’anno precedente. Un risultato che conferma la centralità dell’export nell’economia del Dragone, nonostante le continue pressioni commerciali provenienti dagli Stati Uniti e un quadro geopolitico instabile. L’aumento del surplus è il frutto combinato di un’espansione delle esportazioni del 5,5% e di importazioni sostanzialmente stabili. Solo nel mese di dicembre, il surplus ha toccato i 114,1 miliardi, segnando il settimo mese consecutivo sopra i 100 miliardi.
Un dato interessante considerando che il commercio con gli Stati Uniti è in contrazione. L’anno scorso le esportazioni verso il mercato americano sono crollate del 20%, con un calo del 30% solo a dicembre. A compensare questa perdita è stato l’aumento delle vendite in altre aree del mondo. Le esportazioni verso l’Unione europea sono cresciute dell’8,4%.
La Cina quindi ha reagito alla chiusura del mercato americano dirottando parte della produzione verso Paesi alternativi, sfruttando anche una rete capillare di porti internazionali, oltre un centinaio, che le consente una flessibilità logistica fuori portata per molti concorrenti. Ha ridisegnato la mappa dei mercati di sbocco, ovvero meno Stati Uniti e più Asia (+13%) e Europa.
I dati ci raccontano anche un’altra realtà, ovvero che la bassa domanda interna del Dragone si traduce in altrettanto basse importazioni e nella necessità per le imprese di vendere all’estero gli eccessi delle rispettive produzioni. I consumi delle famiglie pesano per meno del 40% del Pil contro quasi il 70% negli Usa e intorno al 52% nell’Unione Europea. Viceversa, gli investimenti risultano doppi rispetto alla quota in Ue e Usa con un rapporto stabile sopra il 40%.
Quella cinese era un’invasione annunciata da quando il presidente Donald Trump annunciò i dazi. Bruxelles non ha fatto quasi nulla per arginare tale marea, salvo immaginare un’imposta di 2 euro sui pacchi di basso valore e raddoppiare i dazi sull’acciaio. Poca cosa. È il segnale del fallimento della Commissione Ue nell’incapacità di reagire con politiche accorte. Un esempio è la miopia della Germania che aveva pensato di conquistare il mercato cinese con le sue auto ma ha finito per comprarle da Pechino e chiudere i propri stabilimenti.
Ma c’è un altro pericolo che incombe. Sempre l’Istat evidenzia che le importazioni sono aumentate particolarmente anche dai Paesi del Sudamerica (+15%). Il recente accordo commerciale siglato dalla Commissione europea con i Paesi del Mercosur è destinato a spalancare anche queste porte.





