«Non sempre aver ragione dà soddisfazione». All’indomani della notizia che in Volkswagen rischiano di saltare 100.000 posti e quattro stabilimenti potrebbero chiudere, Guido Guidesi, assessore allo Sviluppo economico della Regione Lombardia, ricorda che già nel 2021 aveva lanciato l’allarme per la Lombardia, sulle conseguenze della decisione del Parlamento europeo di terminare nel 2035 le vendite di auto nuove a benzina e diesel. «Allora dissi che erano a rischio 20.000 posti di lavoro e mi riferivo solo al contesto lombardo», afferma Guidesi commentando le notizie che arrivano dalla Germania. Una preoccupazione giustificata dai numeri dell’automotive. Secondo i dati di Confindustria, in Lombardia ci sono circa 1.000 imprese attive nel settore, di cui il 90% sono Pmi, impiegano oltre 50.000 addetti e fatturano complessivamente oltre 20 miliardi di euro. È la seconda regione in Italia tra le filiere automotive e la quinta in Europa.
Le associazioni di categoria e sindacati, nel 2021 avevano stimato che una transazione troppo rapida verso l’elettrico, mette in pericolo, in tutta Italia, circa 70.000 posti di lavoro. Quindi la decisione di Volkswagen di ridurre di 100.000 unità l’organico era un disastro annunciato e non solo dalla stessa casa automobilistica che aveva già varato un piano di riduzione dei costi, rivelatosi insufficiente. «Molto probabilmente avremo una mobilità sostenibile in Europa che sarà marchiata Cina», commenta Guidesi. «Un suicidio industriale che entrerà nei libri di storia: profitto finanziario immediato, supponenza e regole stupide distruggono la più grande industria del Continente». L’assessore poi puntualizza che gli obiettivi ambientali vanno bene ma «ci sia libertà su come raggiungerli altrimenti l’automotive sarà un precedente di tanti altri settori industriali». La viceministra dell’Ambiente, Vannia Gava, in occasione del Consiglio Ue Ambiente, che si è svolto venerdì scorso a Lussemburgo, ha rilanciato quella che potrebbe essere una strada da seguire. «Siamo convinti che l’elettrico sarà un protagonista importante del percorso di transizione del settore automotive. Ma non possiamo costruire il futuro dell’automotive europeo su una sola tecnologia: significa cadere nel rischio di legare il futuro industriale del settore a chi al momento ha il controllo di determinate filiere critiche. Non chiediamo un passo indietro, ma una strada in più per ottenere lo stesso obiettivo climatico».
L’Italia insiste sulla necessità di introdurre nel regolamento «una nuova categoria di veicoli a carburanti sostenibili, da considerare anche ai fini regolatori nell'ambito dei veicoli a emissioni zero», ha ribadito la viceministra.
Gava ha sottolineato una realtà preoccupante: «In Italia nei primi cinque mesi dell’anno i marchi legati a gruppi automobilistici extraeuropei, e quindi non prodotti nella Ue, hanno già raggiunto circa l’11% del mercato italiano. Dobbiamo diversificare». Poi ha ricordato che «l’Europa ha già infrastrutture per la diffusione dei combustibili liquidi». La strategia è di «alimentarle anche con combustibili sostenibili per garantire la nostra sicurezza energetica ed economica. Dobbiamo introdurre questa categoria di veicoli non per indebolire gli obiettivi climatici, ma per raggiungerli con più strumenti e più coraggio politico».
Dopo le tappe forzate della decarbonizzazione secondo i dettami del Green deal, Bruxelles mette a segno l’ennesimo regolamento che è una sorta di suicidio per l’industria europea.
La guerra in Medio Oriente ha modificato le rotte dei flussi di gas naturale e petrolio greggio costringendo i Paesi Ue a cercare altri canali di approvvigionamento. In questa situazione di estrema difficoltà e incertezza, aggravata anche dall’aumento dei prezzi energetici, la Commissione europea, anziché facilitare le importazioni, fa il contrario. Paradossale ma vero. Da gennaio 2027, il regolamento dell’Unione europea sul metano impone agli importatori di gas naturale e petrolio greggio di dimostrare che i Paesi esportatori o i produttori soddisfino i rigorosi requisiti di monitoraggio, rendicontazione e verifica, Mrv, equivalenti agli standard Ue. Una linea ribadita ieri alla riunione del Consiglio Ue Energia a Lussemburgo.
Secondo uno studio condotto da Wood Mackenzie e supportato dall’International association of oil and gas producers, a fronte di queste regole, dal prossimo gennaio la Ue rischia di perdere fino al 43 per cento degli approvvigionamenti di gas e circa l’87 per cento di quelli di petrolio. L’analisi sostiene che, a oggi, nessun Paese esportatore è considerato equivalente all’Ue in termini di Mrv. I volumi di produzione globale di petrolio e gas segnalati ai sensi dell’Ogmp (lo standard globale di riferimento per la trasparenza dei dati ambientali) sono insufficienti.
Dunque, ingenti quantità di petrolio e gas disponibili a livello globale, accessibili all’Europa, rischiano di essere considerate non conformi, esponendo gli importatori al rischio di sanzioni. Mentre i limitati volumi conformi, accessibili al mercato dell’Ue, sarebbero insufficienti a soddisfare la domanda, innescando un divario di approvvigionamento, con gravi ripercussioni sul mercato. Anche in uno scenario più flessibile, in cui dieci Paesi fornitori chiave dell’Ue fossero considerati «equivalenti», i volumi conformi sarebbero comunque insufficienti al fabbisogno Ue.
Alcuni produttori, soprattutto quelli privi di sistemi avanzati di monitoraggio del metano, potrebbero tagliare o sospendere temporaneamente le consegne nell’Unione. Ciò rischia di ridurre il numero dei fornitori europei in un momento di forte concorrenza e orientare i carichi di gas metano e petrolio greggio verso mercati più permissivi. Ne deriverebbe un aumento dei prezzi del gas naturale, del petrolio greggio e dei prodotti raffinati, con conseguenze negative per le famiglie europee e un danno alla competitività industriale.
La conseguenza, rileva lo studio, è una riduzione del 50% della capacità produttiva, e la chiusura di 40 raffinerie dell’Ue. L’Europa, così, passerebbe da esportatore di benzina a importatore netto, con un aumento della spesa di oltre 17 miliardi di dollari all’anno. I prezzi della benzina aumenterebbero del 24 per cento e del gasolio del 16 per cento. Una mannaia per i settori energivori. La riduzione della raffinazione interna rischierebbe infine di compromettere l’obiettivo ambientale dell’Unione.
L’Italia, assieme ad altri 11 Stati membri (Austria, Belgio, Bulgaria, Repubblica Ceca, Ungheria, Lituania, Paesi Bassi, Polonia, Romania, Slovacchia e Svezia) ha presentato una nota alla riunione del Consiglio Energia di ieri. Nel documento i 12 ritengono che bisogna rinviare di tre anni l’applicazione degli obblighi del regolamento, perché la sua attuazione non è «attualmente fattibile». Anche la Germania ha definito «urgente» una revisione o il rinvio delle norme.
L’unica concessione della Commissione è di non applicare sanzioni per tre anni per i contratti conclusi entro la fine del 2027. Ma non basta. Solo un rinvio degli obblighi del regolamento potrebbe garantire la continua disponibilità di gas naturale e petrolio greggio da fonti diversificate. Secondo i 12, in questo modo, si potrà anche preservare la posizione contrattuale dell’Ue ed evitare l’aumento dei prezzi innescato dalle normative vincolanti. Ma non è una posizione comune a tutta la Ue e comunque la Commissione tira avanti.
Il commissario europeo all’Energia, Dan Jorgensen, durante la discussione sul regolamento metano al Consiglio Ue, ha escluso una riapertura del dossier. «La Commissione è concentrata sull’implementazione del regolamento metano in modo che non metta a rischio la sicurezza delle forniture. Non stiamo lavorando a un emendamento al regolamento, perché questo aumenterebbe solo l’insicurezza e l’incertezza nel mercato». Il commissario ha aggiunto che l’esecutivo europeo sta lavorando a una raccomandazione per fornire linee guida su come dimostrare il rispetto con i requisiti del regolamento e ha invitato gli Stati membri ad adottare sanzioni. Ma lo stesso Jorgensen, ha detto che «a fine estate potrebbero esserci criticità per le scorte di petrolio e gas».
Ieri è stato siglato il primo accordo tripartito Ue mai realizzato per promuovere lo stoccaggio dell’energia. La Commissione ha riunito 22 Paesi Ue, tra cui anche l’Italia, insieme ai produttori di sistemi di accumulo e di energie rinnovabili e alle industrie energivore, con l’obiettivo di «accelerare l’implementazione dei sistemi di accumulo nel breve termine» nell’Ue.
- La carenza di invasi permette di immagazzinare solo l’11% della pioggia. In Sicilia si devono addirittura svuotare i bacini delle dighe perché sopra una certa soglia non reggono la pressione. Col Pnrr un po’ di manutenzione è stata fatta, ma servono nuove costruzioni.
- La rete regge a fatica una domanda che, con la transizione verde, continua a crescere
Lo speciale contiene due articoli
Fiumi che esondano, nubifragi, paesi spazzati via da valanghe di acqua ma poi arriva l’estate e tornano le immagini dei campi arsi dal sole, delle colture secche, delle fontane a secco mentre i sindaci rinnovano l’allarme siccità. In Sicilia la situazione è paradossale: nonostante il problema idrico si ripresenti puntualmente, da una parte non si riesce a raccogliere la pioggia delle grandi precipitazioni e dall’altra si svuotano i bacini delle dighe perché non reggono la pressione dell’acqua oltre una certa soglia. Le Regioni virtuose del Nord Ovest non possono mettersi in cattedra. Pur avendo una manutenzione più attenta delle condutture e quindi limitando la dispersione idrica, non sono in grado di immagazzinare le precipitazioni più violente, se non in piccola parte.
Eppure l’Italia oltre ad essere baciata dal sole, è beneficiata dalle piogge. Queste superano annualmente i 300 miliardi di metri cubi, però per carenze infrastrutturali, si riesce a trattenerne solo l’11%.
Dopo la crisi idrica del 2022 si parlò di fare invasi ovunque. Eppure a distanza di quattro anni il problema siccità è tornato con prepotenza e dei bacini di raccolta non c’è traccia. «Il Veneto per mancanza di bacini ha disperso in mare in due mesi un miliardo di metri cubi di acqua» spiega il presidente dell’Anbi (l’organizzazione che riunisce i consorzi di bonifica) Francesco Vincenzi. Ma i fondi del Pnrr? Il problema è che i soldi europei sono destinati al miglioramento delle strutture esistenti. Il che va bene: sono stati effettuati 258 interventi di efficientemento per un valore di 1,6 miliardi, ma l’emergenza degli invasi è rimasta tale.
E il Piano nazionale per il settore idrico? C’è un Piano nazionale di interventi infrastrutturali e per la sicurezza nel settore idrico (P.N.I.I.S.S.I.), che nel 2025 ha finanziato 75 progetti per circa un miliardo, fra cui alcuni volti a realizzare nuovi serbatoi per l’accumulo. Però, afferma l’Anbi, «il finanziamento è rimasto sulla carta». Nel 2023 il governo Meloni ha istituto un Commissario straordinario per la scarsità idrica e una cabina di regia presieduta dal ministro delle Infrastrutture.
«Non sono stati fatti interventi strutturali ma di efficientemento del sistema» afferma Vincenzi e ricorda che «sono in corso da due anni i lavori per risolvere il problema dell’invaso di Capolattaro in Campania inutilizzabile perché mancano le opere per portare l’acqua dal bacino al territorio». Poi sottolinea che «complessivamente i bacini italiani hanno il 10% della loro capacità ridotta perché non vengono puliti. Negli anni, per l’incuria, si accumulano i sedimenti».
Vincenzi ha comunque apprezzato il lavoro realizzato dal commissario Nicola Dell’Acqua e dalla cabina di regia, ma invita a non confondere l’emergenza con la pianificazione. «Dal 1976 in avanti non si è più parlato di invasi. Io mi riferisco a un piano con un lasso di tempo che non sia meno di dieci anni. Un miliardo all’anno per dieci anni».
Il termometro della gravità della situazione è lo stato di salute del Po. «In Polesine, in una settimana, il Po è passato da una portata di 900 metri cubi al secondo a 300 metri cubi, cioè ha perso il 60% della portata, cosa inaspettata con questa velocità. Nel delta del fiume è stata sospesa l’irrigazione perché l’acqua marina sta entrando e salinizza le falde e i territori» afferma Vincenzi.
In aggiunta a quanto previsto dal Piano idrico nazionale, Anbi e Coldiretti, hanno presentato tra ottobre 2025 e gennaio scorso, 266 progetti redatti d’intesa con le regioni italiane per essere finanziati all’interno del Piano. Di questi, 74 riguardano la realizzazione di invasi o la manutenzione di quelli esistenti. Se dovessero essere finanziati tutti, richiederebbero oltre 7 miliardi ma ora sono sulla carta. Vincenzi chiede alla politica continuità. «Già avere oggi decreti attuativi di oltre 800 progetti del P.N.I.I.S.S.I. è un grande risultato, però la crisi climatica la dobbiamo vedere con una visione temporale che non è quella della campagna elettorale o della durata di un governo».
Poi c’è il tema discusso della desalizzazione, un processo molto costoso e che ha la problematica dello smaltimento della salamoia, il residuo salino derivante dal processo. Nel nostro Paese sono attivi 340 dissalatori, un numero basso rispetto al fabbisogno, quasi tutti operanti nelle piccole isole. La maggior parte dei dissalatori si concentra su strutture di dimensioni ridotte o medie, molte delle quali forniscono acqua potabile a settori industriali e turistici, inclusi hotel e resort. Il più grande impianto presente in Italia e nel Mediterraneo si trova a Sarroch, nella provincia di Cagliari. Al momento è utilizzato principalmente per scopi energetici, ma ha il potenziale per fornire acqua quasi potabile per usi civili, con una capacità produttiva di circa 500 metri cubi all'ora.
Sono i consumi elettrici, non il clima a moltiplicare i blackout nelle città
La rete regge a fatica una domanda che, con la transizione verde, continua a crescereI blackout che da giorni colpiscono localmente (Torino, Napoli e diverse aree dell’hinterland milanese) vengono attribuiti al caldo, anzi al cambiamento climatico, che è ben altra cosa. Spiegazione comoda che sposta l’attenzione dal vero nodo. Il calore agisce certo da fattore aggravante, perché i cavi interrati a poca profondità faticano a dissipare l’energia termica prodotta dal passaggio della corrente quando c’è molta richiesta di energia. Inoltre, i giunti che uniscono i cavi sotterranei nelle maglie cittadine, quando il calore superficiale dell’asfalto si somma al riscaldamento interno, raggiungono il limite termico e fondono, in un processo che resta comunque di superficie.
Tuttavia, la radice del problema sta in due elementi distinti e convergenti. Da una parte l’aumento dei consumi elettrici, per ora solo stagionale, e dall’altra gli investimenti insufficienti sulle reti di distribuzione.Aria condizionata, auto elettriche, piastre a induzione, pompe di calore e l’elettrificazione di processi industriali caricano e caricheranno sempre più le reti locali di distribuzione di potenze per le quali non sono state progettate. Un «piccolo» dettaglio che il Green deal ha trascurato, come tante volte abbiamo detto.L'infrastruttura attuale, disegnata molti decenni fa, quando i picchi di consumo elettrico cadevano nei mesi invernali e il prelievo domestico era modesto, regge a fatica una domanda che è destinata a crescere su ogni fronte. Almeno secondo i desideri di Bruxelles.Le riparazioni straordinarie eseguite in questi periodi, guasto per guasto, innescano una catena di guasti successivi, perché il giunto che si fonde viene sostituito con altri giunti, si accorciano i tronchi di cavo e l’insieme risulta più fragile, in una sequenza di blackout e di rattoppi destinata a ripresentarsi ogni estate.Insistere sull’elettrificazione dei consumi energetici nei termini imposti da Bruxelles significa rovesciare carichi crescenti su reti che, in tutta evidenza, non sono pronte a reggerli.Basti pensare alla ricarica ultrarapida per le auto elettriche lanciata dalla casa automobilistica cinese Byd.
Le nuove colonnine Megawatt Flash Charging cinesi hanno una capacità fino a 1.000 kW per veicolo, con stazioni dimensionate intorno a 1.360 kW. Una potenza impegnata che per ogni singolo punto di ricarica equivale al fabbisogno di centinaia di abitazioni.Servirebbe un piano di ristrutturazione complessiva, con cavi di sezione maggiore, giunti meno numerosi e più resistenti, una rete più magliata e un numero aumentato di cabine secondarie di trasformazione MT/BT. Tutto questo impone di sventrare le città e di mobilitare centinaia di miliardi di investimenti, su un orizzonte di cinque o dieci anni, a fronte di stanziamenti che restano irrisori rispetto alla scala del fabbisogno. Il Pnrr ha destinato circa 4,1 miliardi alle reti di distribuzione (3,5 dei quali sono andati a E-Distribuzione), una cifra che già La Verità dell’8 luglio 2021 aveva giudicato drammaticamente insufficiente.Il modo in cui vengono fissate le tariffe di distribuzione spiega perché gli investimenti restino sotto la soglia necessaria.
Arera riconosce in tariffa i costi operativi, gli ammortamenti per gli investimenti fatti e una remunerazione, calcolata applicando un coefficiente annuale al capitale investito. Ogni anno il distributore incassa quindi, oltre alla copertura dei propri costi di gestione, una quota di ammortamento più un rendimento sul capitale non ancora rientrato, finanziato dalle bollette pagate dai cittadini. Il meccanismo premia chi investe, ma il ritardo di uno o due anni con cui Arera aggiorna le tariffe provoca sacche di utili. Il punto è che il ciclo di investimenti è troppo lento rispetto alle necessità. Ad esempio, Ireti, la società che distribuisce energia a Torino, ha chiuso il bilancio 2025 con 92 milioni di euro di utile che sono finiti in dividendi agli azionisti, in particolare al Comune di Torino, affamato di fondi. La società però ha investito nel 2025 oltre 900 milioni, che saranno remunerati con le tariffe del 2027.Il caldo, in definitiva, non fa altro che smascherare il bluff dell’elettrificazione e della transizione. La domanda elettrica si evolve, mentre l’ossatura che dovrebbe portare quell'energia fino all’utente fa acqua da tutte le parti, nonostante le ricche tariffe.





