All’indomani della decisione dei giudici del tribunale di Milano che hanno disposto la sospensione dell’attività produttiva dell’ex Ilva, dal 24 agosto, se non adeguerà l’Aia (Autorizzazione integrata ambientale), la strada per uscire dall’impasse si fa sempre più in salita.
Il percorso di salvataggio e la continuità produttiva sono appesi a un filo. Come pure c’è il rischio che il potenziale acquirente, il gruppo Flacks, si tiri indietro, il che vorrebbe dire compromettere l’erogazione delle risorse già previste nel decreto approvato dal Parlamento, perché subordinato dalla Commissione Ue alla vendita dell’impianto.
I commissari straordinari dell’azienda hanno notificato la sentenza al fondo statunitense Flacks Group che si prenderà tempo per valutare la successiva linea d’azione. Il fondo, l’unico al momento interessato a rilevare l’intero gruppo siderurgico italiano, deve capire se proseguire con la trattativa o fare un passo indietro, vista la nuova cornice. Le modifiche richieste all’Aia, alterano il quadro autorizzativo su cui si basa l’offerta di Flacks Group: potrebbe sorgere il problema che l’asset industriale in vendita non sia più lo stesso per il quale è cominciato il negoziato. Eventuali nuove prescrizioni e maggiori oneri potrebbero far saltare l’operazione o imporre una revisione sostanziale delle condizioni economiche.
Con il decreto, i giudici hanno accolto l’inibitoria proposta da 11 cittadini e hanno stabilito che le condizioni legali di esercizio dello stabilimento di Taranto «allo stato, non sussistono» per la parziale disapplicazione dell’Aia 2025. Si è venuta a creare una situazione per cui 11 persone stanno decidendo del futuro di circa 20.000 famiglie.
Facciamo un passo indietro. Quando il governo si è insediato, l’Ilva non aveva un’Aia valida e siccome senza questa, l’azienda non sarebbe stata cedibile a terzi, il governo ha predisposto l’impianto normativo e l’azione amministrativa per il rilascio di un’Autorizzazione integrata con le valutazioni sanitarie (primo stabilimento in Europa). Quando tutto sembrava pronto per un rilancio dello stabilimento siderurgico, la magistratura tarantina ha posto sotto sequestro probatorio l’altoforno 1, senza facoltà d’uso. Una misura che ha già prodotto danni economici all’azienda per 2,5 miliardi. Ancora oggi dopo 10 mesi, nonostante le plurime istanze di dissequestro, tutte respinte, l’altoforno è ancora fermo e inservibile.
Intanto il ministro del Made in Italy, Adolfo Urso, parla esplicitamente della gravità della situazione. «Siamo preoccupati. La sentenza di fatto riscrive le regole del gioco e i commissari stanno valutando quale impatto possa avere, sia per quanto riguarda i negoziati in corso che si stanno finalizzando, sia per quanto riguarda la continuità produttiva e quindi occupazionale». Il rischio a cui espone la sentenza dei giudici del tribunale di Milano, è alto. «Il prestito che dovremmo erogare all’amministrazione straordinaria per continuare l’attività di manutenzione e produttiva, e quindi anche per mantenere i livelli occupazionali adeguati, dipende dal fatto che un acquirente possa rimborsare il prestito. Se la sentenza del tribunale dovesse influire sul negoziato in corso non ci sarebbero nemmeno le condizioni per l'erogazione del prestito», ha detto a chiare note Urso. Stiamo parlando di 390 milioni per un prestito ponte, che ha già ottenuto il via libera della Commissione europea. Soldi che se «l’acquirente, alla luce di questa sentenza, dovesse tirarsi indietro non arriveranno più e questo significa che lo stabilimento non arriva ad agosto ma addirittura nel giro di neanche di un mese dovrebbe chiudere», ha rimarcato il presidente di Confindustria Taranto, Salvatore Toma.
Urso ha confermato che sull’ex Ilva riferirà in Parlamento nell’audizione già programmata. E per quanto riguarda la convocazione dei sindacati «è competenza di palazzo Chigi».
Le prossime settimane saranno cruciali per comprendere il futuro del gruppo siderurgico. Oltre alla valutazione da parte di Flacks, anche i commissari effettueranno un’analisi del provvedimento dei magistrati per capire come eventualmente riscrivere le prescrizioni, cosa consentono di fare le tecnologie rispetto alle prescrizioni Aia disapplicate dalla sentenza, i tempi necessari agli ulteriori interventi, i costi e se tutto questo ha un riflesso sulla produzione. Viene valutato come probabile un ricorso rispetto al provvedimento della magistratura.
I sindacati, preoccupati per il futuro dei circa 15.000 lavoratori tra azienda e indotto, continuano a chiedere un incontro a Palazzo Chigi. L’Aia attuale autorizza l’ex Ilva a produrre sino a un massimo di 6 milioni di tonnellate l’anno, anche se la condizione dell’azienda, priva di uno dei tre altiforni, perché sequestrato (provvedimento confermato giorni fa dal gip di Taranto), consentirà di avere una capacità produttiva di 4,5 milioni su base annua solo da maggio, quando cioè, finiti i lavori all’altoforno 4, che è attualmente in fermata, lo stabilimento avrà operativi due altiforni.
La situazione dell’ex Ilva di Taranto, si complica ogni giorno di più. L’ultimo capitolo è la decisione del Tribunale di Milano che ha ordinato, a partire dal prossimo 24 agosto, la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo dello stabilimento, per rischi sulla salute.
È l’ennesimo atto di un percorso a ostacoli, in cui a cominciare dai sequestri ordinati dai giudici nel 2012, sono andati in fumo, secondo stime, circa 40 miliardi di euro, in larga parte come mancato Pil e mancato export, ai quali vanno aggiunti 1,5 miliardi tra risorse versate da Invitalia in Acciaierie d’Italia e assorbite dalla cig e 4 miliardi che ArcelorMittal sostiene di aver investito nel gruppo.
Ora il pronunciamento del Tribunale di Milano, genera forti preoccupazioni anche per il negoziato in corso per la vendita al fondo Flacks, nonché sulle sorti del prestito ponte autorizzato di recente dalla Commissione europea fino a un massimo di 390 milioni.
La decisione della magistratura già ha provocato la dura e immediata reazione di due parlamentari di Fratelli d’Italia, il deputato Silvio Giovine e il senatore Matteo Gelmetti. «Questa sentenza», ha dichiarato Giovine, «mette a rischio l’industria italiana che non potrà più approvvigionarsi dagli stabilimenti Ilva e fa saltare anche il piano straordinario di manutenzione». E Gelmetti dice che «sono a rischio ben 25.000 posti di lavoro tra diretti e indiretti».
Ma vediamo esattamente di cosa si tratta. Dopo la richiesta di residenti del comune di Taranto, il Tribunale civile di Milano ha ordinato, come si diceva, la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo, con una decisione nella quale si parla di «rischi attuali e di pregiudizi alla salute». Il decreto allo sato non è esecutivo e lo diventerà solo se non verrà impugnato. Più precisamente il Tribunale di Milano ha disapplicato parzialmente il provvedimento che autorizza l’attività produttiva dello stabilimento, cioè l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) del 2025. »La disapplicazione dell’Aia», scrivono i giudici, «è stata disposta con riferimento ad alcune prescrizioni»: in sostanza dovranno essere adottate misure che modifichino in modo sostanziale alcun condizioni produttive ritenute dannose per la salute. Il decreto spiega il Tribunale, è stato emesso non solo a tutela dei ricorrenti, ma anche dei residenti a Taranto, Statte e nei quartieri limitrofi allo stabilimento, «in applicazione di quanto previsto dalla sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea del 25 giugno 2024 a cui era stata rimessa la questione».
L’ordine di sospensione dell’attività produttiva cesserà di avere effetto quando la società siderurgica avrà adempiuto agli interventi indicati dal Tribunale di Milano. L’azienda avrebbe così sei mesi di tempo per scongiurare il rischio di blocco dell’impianto. È chiaro che a questo punto emergono una serie di interrogativi e di problemi. Da un lato i tempi concessi per gli interventi necessari ad evitare la chiusura, dall’altro soprattutto l’impatto della sentenza sul negoziato con il fondo Flacks. Secondo fonti vicine al dossier, citate dall’Agi, si teme che l’investitore possa defilarsi ritenendo il nuovo quadro mutato rispetto a quello sul quale si stava trattando. «Se la vendita dovesse eventualmente saltare e l’investitore dovesse manifestare il suo disimpegno perché il contesto complessivo è cambiato, non c’è nemmeno più la condizione per il prestito autorizzato dalla Ue, che è stato concesso a fronte di una trattativa con un potenziale acquirente» osservano sempre le fonti citate dall’Agi. Inoltre, si afferma, la richiesta di riscrittura di alcune prescrizioni Aia da parte del Tribunale di Milano, ha sicuramente un impatto di maggiori costi economici che adesso andrà valutato con molta attenzione, pone limiti più severi alla produzione di acciaio, ma soprattutto cambia le regole con una gara per la vendita in corso e che è stata lanciata ai primi di agosto proprio sulla base dell’Aia autorizzata dal Mase (ministero dell’Ambiente), i cui elementi erano noti.
Intanto i sindacati sono sul piede di guerra. Il ministero del Lavoro li ha convocati per discutere la proroga della cassa integrazione straordinaria richiesta da Acciaierie d’Italia, in amministrazione straordinaria, misura che riguarda 4.450 lavoratori di cui 3.800 nello stabilimento di Taranto a partire dal 1 marzo 2026 per una durata di 12 mesi. Ma i sindacati dei metalmeccanici, Fiom, Fim e Uilm, hanno chiesto di essere convocati dal governo per conoscere lo stato della discussione sul futuro di Taranto e sul destino complessivo dei 20.000 dipendenti del gruppo. Lamentano di non avere avuto risposta a questa richiesta e hanno deciso di auto convocarsi a Roma, a Palazzo Chigi, il 9 marzo. Per Valerio D’Alò, segretario nazionale Fim Cisl, «non c’è tempo da perdere: non basta discutere soltanto di ammortizzatori sociali».
«Una prima stima dell’impatto dei dazi sulle pmi indica che ci sarà un calo dell’export del 4,5-5%. Lo scenario però è in evoluzione e molto dipenderà se il presidente americano Donald Trump confermerà l’aumento delle tariffe al 15% come è sua intenzione. Inoltre bisognerà vedere se ci saranno i rimborsi sulle imposte doganali precedentemente pagate ma contestate dalla Corte Suprema.
Insomma un grande caos e le aziende nelle sabbie mobili». Cristian Camisa, presidente di Confapi, l’associazione che riunisce le piccole e medie imprese fa da megafono alle difficoltà degli associati. «Con questo clima nessuno si azzarda a fare investimenti e progetti a medio e tantomeno a lungo termine».
Circa il 70% delle pmi ha come mercato di sbocco l’Europa, in che modo vi preoccupano i dazi americani?
«Tutte le pmi risentono, in un modo o nell’altro, della situazione di incertezza internazionale. I dazi del 10% dovrebbero rimanere per 150 giorni ma quello che succede dopo è un grande punto interrogativo e nel frattempo c’è anche la problematica del cambio sfavorevole con il dollaro che in un anno si è deprezzato del 13% e raddoppia il costo delle tariffe. In un sistema globalizzato e di mercati interconnessi, nessuno è al riparo dalla politica di Washington. Questa situazione finisce per privilegiare e rendere più agguerrita la concorrenza delle aziende di Cina, India e Paesi del Sud America. Il paradosso dei dazi flat, uguali per tutti, favorisce coloro che erano soggetti a tariffe superiori come il Brasile che avrà variazione -13,6%, la Cina con -7,1% e l’India con -5,6% mentre per l’Italia la variazione sarà di +1,7-2%. I prodotti provenienti da questi Paesi rischiano di rubare ulteriori quote di mercato alle imprese italiane».
Quali settori merceologici sono più esposti?
«Il farmaceutico, l’alimentare, la meccanica e i macchinari. Gli aumenti dei prezzi al dettaglio rischia di portare a una riduzione dei volumi delle vendite. Fino a ora l’affidabilità del Made in Italy ha consentito di trattare con i buyer americani e assorbire i maggiori costi senza riversarli sul consumatore, ma questa situazione non può durare a lungo soprattutto nella prospettiva che si passi dal 10 al 15% come vuole Trump. C’è una situazione di attesa, nessuno firma commesse per il medio termine. Un’azienda di grandi dimensioni, ha le spalle forti per reggere ma il piccolo imprenditore è in difficoltà. Il nostro Rapporto congiunturale dice che solo il 20% delle imprese prevede di assumere nei prossimi mesi. L’Europa deve agire su almeno due fronti: il cambio e la sospensione di quelli che sono a tutti gli effetti dei dazi auto imposti, ovvero i costi del Green deal e del Cbam».
Le svalutazioni competitive non sono più possibili.
«Noi non possiamo agire sulla politica monetaria ma l’Europa sì. E poi c’è la questione della transizione energetica. Sarebbe necessaria una sospensione delle politiche di sostenibilità ambientale imposte alle aziende e del Cbam che fissa un prezzo sulle emissioni di Co2 incorporate nelle merci importate. Le aziende avrebbero maggiore liquidità per far fronte a questo momento di incertezza. Al tempo stesso bisognerebbe concedere un credito d’imposta pari al 20% per compensare l’incidenza dei dazi. Queste richieste fanno parte di un pacchetto che abbiamo presentato al tavolo con il ministro degli Esteri, Antonio Tajani».
Quali sono le altre richieste inoltrate al ministro Tajani?
«Abbiamo chiesto un supporto legale per il recupero dei dazi applicati precedentemente e bocciati dalla Corte suprema. Le aziende dovrebbero chiedere indietro le somme. Sono circa 1-2 miliardi di euro di dazi riscossi in modo non dovuto. Infine, sarebbe necessario un pacchetto assicurativo per proteggere le imprese dalla cancellazione degli ordini da parte dei buyer americani».





