Il conflitto in Iran e il blocco del canale di Hormuz, da dove transita il 20% del petrolio mondiale, stanno provocando uno choc energetico la cui evoluzione è difficile da prevedere. Nonostante le riserve stoccate nel nostro Paese, l’Italia è ostaggio di un sistema di tariffazione europeo che ne gonfia artificialmente i costi e l’impatto sulle bollette e sul rifornimento di carburante già si fa sentire.
Allo stato dell’arte, il decreto Bollette, nella parte relativa agli interventi per dare sollievo a famiglie e imprese, appare superato, come pure il meccanismo degli Ets, il sistema di scambio delle quote di emissione di Co2, pilastro del Green deal europeo, diventa un fardello aggiuntivo, insostenibile per il sistema imprenditoriale in questa difficile congiuntura.
Dal governo arrivano segnali che il dl Bollette potrebbe essere rivisto. Il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, ospite ieri di Radio 24, ha lasciato intendere che il tema è all’ordine del giorno di Palazzo Chigi: «Se ci fosse un aumento non sporadico ma continuativo del gas (che è quello che alla fine fa il prezzo in Italia anche per l’energia elettrica), il decreto dovrebbe essere rivisto. Però questa è una valutazione che si può solo fare dopo aver misurato quanto gli effetti di questa guerra potranno essere o meno duraturi». Poi ha tranquillizzato: «L’Italia è in una condizione di sicurezza, perché abbiamo una diversificazione di fornitori. Dal Qatar riceviamo meno del 10% del Gnl, e comunque le forniture fino a marzo sono quasi tutte partite dal Qatar. Un blocco totale creerebbe sicuramente dei problemi». Pichetto Fratin ha anche indicato il fattore speculativo. «Bisogna stare attenti a tutti coloro che volessero utilizzare in modo fraudolento questo momento di difficoltà. Noi abbiamo la fortuna di avere le aziende di Stato che ci garantiscono quando abbiamo speculazioni internazionali da parte di grandi player capaci di incidere sul mercato Ttf olandese, dove si fa il prezzo valido per tutti».
La premier Giorgia Meloni ha avvertito che «aumenterà le tasse alle aziende che dovessero speculare sulle bollette». In un colloquio telefonico, il presidente di Arera le ha assicurato che «sono stati già attivati i meccanismi che servono a evitare fenomeni speculativi». L’obiettivo è «impedire l’esplosione dei prezzi dell’energia e dei generi alimentari». L’Unità di vigilanza energetica di Arera monitora in tempo reale l’evoluzione dei prezzi all’ingrosso e al dettaglio di gas ed elettricità, per valutare i possibili effetti sui corrispettivi applicati ai clienti finali e fornire al governo, al Parlamento e alle istituzioni europee gli elementi di analisi necessari per le valutazioni. Sul fronte delle forniture fisiche di gas, l’Autorità conferma che al momento non si rilevano criticità nei livelli di approvvigionamento, almeno fino ad aprile.
Il tema dell’Emission trading system è più difficile da affrontare perché la decisione se bloccarlo temporaneamente dipende dalla Commissione Ue. Giorgia Meloni ha annunciato che in occasione del Consiglio europeo previsto tra circa due settimane ne chiederà la sospensione, «almeno per l’energia da generazione elettrica». «Il problema che noi continuiamo a porre è che oggi si tiene conto anche dell’Ets per determinare il prezzo di tutte le forme di energia, anche di quelle che non sono inquinanti, anche delle rinnovabili, e secondo noi non ha senso», ha detto la premier. «Chiediamo da sempre di scorporare il costo dell’Ets dalla determinazione del prezzo dell’energia rinnovabile, dell’idroelettrico e solare per abbassare i costi». Le imprese da tempo lamentano i costi indiretti, ovvero l’aumento dei prezzi dell’elettricità determinati dal sistema di acquisto di quote di Co2. Una sorta di imposta che ora, alla luce dei rincari delle quotazioni del gas, diventa insostenibile. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha sempre difeso l’Ets sostenendo che «porta chiari benefici», ma ora lo scenario è cambiato.
Petrolio e metano alle stelle, Borse europee in picchiata. Ma a tremare di più è la Cina
- Schizzano i prezzi: gas +20 %. La crisi del Golfo però colpisce anche Pechino, grosso acquirente di greggio iraniano. Ipotesi ritorno in commercio dell’oro nero russo.
- Allarme per i costi in salita. Chiarini (Gas Intensive): «Si rischia lo stop della produzione o la corsa a delocalizzare». Conflavoro avverte: «In pericolo 200.000 posti di lavoro».
Lo speciale contiene due articoli.
Si intensifica lo scontro in Medio Oriente dopo l’attacco congiunto di Israele e Stati Uniti all’Iran. I prezzi del petrolio e del gas sono aumentati ancora, ieri, con la navigazione nello Stretto di Hormuz ancora bloccata e i missili iraniani che colpiscono infrastrutture energetiche nei Paesi del Golfo Persico. Il petrolio Brent ieri ha raggiunto un massimo di 85 dollari al barile mentre il Wti ha sfiorato i 78 dollari al barile. La notizia che ha fatto di nuovo alzare i prezzi è arrivata ieri a metà mattina, quando l’Iraq ha annunciato di aver tagliato la produzione del gigantesco giacimento petrolifero di Rumaila e quella del sito West Qurna 2, per un calo di 1,16 milioni di barili al giorno. L’Iraq ha fatto sapere che nel caso in cui le petroliere non riuscissero ad arrivare ai punti di carico, dovrebbe tagliare la produzione di altri 3 milioni di barili al giorno nel giro di pochi giorni.
L’Arabia Saudita sta pensando di utilizzare l’accesso al Mar Rosso (porto di Yanbu) per rimediare al blocco nel Golfo Persico. Tuttavia, il lungo oleodotto che attraversa il territorio arabo ha una capacità ridotta. Inoltre, anche il Mar Rosso non è da considerarsi una via sicura, essendo lo stretto di Bab el Mandeb presidiato dagli Huthi dello Yemen alleati dell’Iran, che già hanno minacciato una ripresa degli attacchi alle petroliere.
La situazione è critica per l’export di petrolio greggio, ma lo è anche per quello di prodotti raffinati e gas naturale liquefatto. Dal Golfo Persico partono circa 10 milioni di barili al giorno di prodotti raffinati, mentre il 20% delle forniture mondiali di Gnl proviene dal Qatar, che due giorni fa ha annunciato la sospensione totale della produzione. Di conseguenza, anche il gasolio e il gas hanno visto salire i prezzi a livelli preoccupanti. Sul mercato Ice il future sul gasolio è salito a 994 dollari a tonnellata (+12%) mentre il gas al Ttf ha toccato un massimo a 65.79 euro/MWh prima di chiudere a 53,60 euro/MWh (+20%).
Scendono le borse, sui timori di un allargamento della crisi in Medio Oriente. Negli Stati Uniti i tre maggiori indici azionari sono scesi di circa l’1,5%, la borsa di Milano ha chiuso a -3,92%. Il Dax tedesco ha fatto segnare un -3,59%, il Cac40 francese ha chiuso a -3,46%, Londra a -2,75%.
L’allarme per una impennata dei prezzi energetici ha provocato una corsa a vendere anche le obbligazioni governative. La possibile ripresa dell’inflazione porterebbe a un rialzo dei tassi, dunque salgono i rendimenti dei titoli decennali americani a 4,07%, quelli tedeschi a 2,77%, quelli italiani a 3,49%. Spread Btp - Bund a 70,4.
La situazione sul campo è in evoluzione. Mentre si susseguono i bombardamenti in Iran, con il Pentagono che afferma di avere colpito 1.700 obiettivi e avere affondato 11 navi iraniane, gli occhi restano puntati sullo Stretto di Hormuz, dove il numero di petroliere ferma aumenta. Ieri la Cina, grande acquirente di petrolio e gas dai Paesi del Golfo e destinatario pressoché unico della produzione di greggio iraniana, ha espresso preoccupazione e ha chiesto alle parti in causa di garantire il passaggio sicuro delle navi nelle acque dello Stretto.
Proprio la Cina, pur avendo condannato l’attacco americano e israeliano all’Iran, non sembra intenzionata ad alzare la tensione, al momento. Pechino dispone di una sostanziosa scorta strategica, accumulata nei mesi scorsi, e può ricevere più petrolio dalla Russia. Ma per la Cina si tratta del secondo sgambetto in poche settimane. L’azione di Donald Trump in Iran riguarda certo alcune questioni strategiche, ma vi è un chiaro disegno di sottrarre a Pechino le fonti esclusive di approvvigionamento petrolifero. Prima la destituzione di Nicolás Maduro, con il petrolio venezuelano finito sotto il controllo Usa. Ora, l’altro grande fornitore cinese, l’Iran, finisce nel mirino. Non è un caso che Pechino stia perseguendo la propria indipendenza energetica attraverso massicci investimenti in produzione nazionale di carbone e idrocarburi, oltre che in energia nucleare e fonti rinnovabili. Intanto, l’Unione europea, ancora una volta presa in contropiede sull’energia, abbozza ma non trova il bandolo della matassa. Secondo alcune indiscrezioni raccolte dal Financial Times, l’Ue sta facendo pressioni su Kiev perché permetta una visita in territorio ucraino sull’oleodotto Druzhba, che trasporta petrolio russo verso Slovacchia e Ungheria. L’Ucraina sostiene che l’oleodotto è stato danneggiato da un attacco russo, ma Budapest accusa Kiev di averlo danneggiato intenzionalmente e chiede che Bruxelles intervenga.
Secondo alcune ipotesi, il petrolio russo potrebbe ritornare in gioco nel caso in cui la crisi nel Golfo dovesse prolungarsi oltre un mese. Molto greggio Urals è parcheggiato nelle petroliere nel Mar Arabico e la Cina potrebbe iniziare a richiederlo. Non è da escludere neppure che Donald Trump possa decidere un allentamento delle sanzioni su Mosca, nel caso di un aggravamento della crisi energetica. Le elezioni di medio termine incombono e il prezzo della benzina negli Stati Uniti è tornato sopra i 3 dollari al gallone (circa 66 eurocent al litro). Una maggiore offerta di petrolio russo sui mercati mondiali contribuirebbe ad abbassare i prezzi. È invece più difficile che l’Ue decida di tornare indietro sulle sanzioni alla Russia. L’investimento europeo sull’Ucraina è troppo grande per tornare indietro ora.
Aziende gasivore, choc da 2 miliardi
«La guerra in Iran potrebbe costare alle imprese gasivore circa 2 miliardi di euro l’anno. A tale cifra ammonta l’extra costo del gas, supponendo un consumo industriale delle aziende italiane maggiormente utilizzatrici di metano, di 10 miliardi di metri cubi di gas e che la parte a prezzo variabile sia circa il 70%, cioè 7 miliardi di metri cubi e che gli aumenti di prezzo attuali rimangano invariati a lungo». Aldo Chiarini, presidente di Gas Intensive, l’associazione di Confindustria che riunisce le aziende gasivore, descrive una situazione di grande allarme e preoccupazione tra le imprese. «Siamo ripiombati nel buio dell’incertezza e della volatilità dei prezzi dopo che avevamo visto un po’ di luce con il decreto bollette» e di cui Chiarini sottolinea l’attualità. «Il testo prevede il corridoio di liquidità che serve a ridurre lo spread tra il costo del gas italiano e quello europeo. Ma il decreto va convertito in legge prima possibile e l’Arera deve creare le condizioni operative per renderlo effettivo». Il manager non nasconde il rischio che «alcune imprese, soprattutto di piccole dimensioni e grandi utilizzatrici di metano possano rallentare o interrompere la produzione e altre accelerino un progetto di delocalizzazione a cui magari stanno pensando da tempo per cercare mercati in cui il costo energetico è inferiore». Come gestire la situazione? Chiarini indica una doppia soluzione. «Se il costo del gas dovesse rimanere a lungo all’attuale livello, bisogna ricorrere a soluzioni di emergenza come il credito d’imposta come fatto durante il Covid. Poi accelerare il progetto del “gas release”, volto a vendere gas di produzione nazionale a prezzi calmierati per sostenere le imprese gas intensive e la manifattura». Nonostante diversi decreti, la misura è attesa da circa quattro anni. «Bisogna fare in fretta, ci sono giacimenti non sfruttati. Un altro tema è quello del biogas. La gas release darebbe un volume aggiuntivo di 3 miliardi di metri cubi di metano e 2 miliardi verrebbero incrementando il biogas. Certo non sono soluzioni immediate ma avere in futuro un ventaglio maggiore di risorse da utilizzare renderebbe il mercato più liquido facendo scendere i prezzi».
L’industria della ceramica, tra i settori gasivori, rilancia la richiesta di una «rapida conversione del decreto bollette». In soli due giorni, spiega Confindustria Ceramica, «il valore Psv (prezzo di riferimento all’ingrosso per il mercato italiano, ndr) è passato dai 33 a 55 euro/MWh con i futures di aprile su Ttf già a quota 58 euro/MWh». Considerando che solo il 30% dei contratti di fornitura delle imprese associate può essere bloccato, resta «un consumo libero di oltre 700 Mm3/a, con una prospettiva di costo extra annuale per il settore di 180 milioni di euro». Quindi, avvisano gli industriali, è necessario «agire in fretta». «Lo strumento di liquidità del decreto bollette per ridurre lo spread Psv/Ttf potrà accorciare il differenziale di circa 2 euro/MWh». E aggiunge che «nella fase di conversione del decreto bisogna inserire l’esenzione del pagamento dell’anidride carbonica nella cogenerazione industriale oltre che per la generazione termoelettrica».
Secondo Paolo d’Amico, numero uno del gruppo d’Amico, tra i leader mondiali nel trasporto marittimo con una flotta di navi cisterna per i raffinati, per l’Europa si pone il problema dei prodotti raffinati come il diesel. «Nel Golfo ci sono infrastrutture di raffinazione molto grandi e con Hormuz chiuso si dovranno fermare. L’Europa che importa il diesel dovrà cercarlo altrove».
Drammatico è lo scenario tracciato dal Centro Studi di Conflavoro. «In caso di escalation prolungata il greggio potrebbe salire fino al 75-80% e i costi logistici fino al 25-30%», avverte il presidente Roberto Capobianco. «A rischio 200.000 posti di lavoro e 7-8 milioni di ore di cassa integrazione, con produzioni in calo fino al 20% nei comparti energivori. In sei mesi nello scenario di blocco prolungato dello Stretto di Hormuz, il contraccolpo economico sarebbe fino a 33 miliardi di euro».
È uno degli ultimi colpi di coda del Superbonus. La misura vessillo del M5s tiene ancora sotto stress i conti pubblici, ostacolando la discesa del deficit sotto la fatidica soglia del 3% stabilita dal Trattato di Maastricht per consentire ai Paesi di usare di più la leva della spesa. Secondo le stime dell’Istat, nel 2025 il deficit misurato in rapporto al Pil è stato pari al 3,1%, in miglioramento rispetto al 3,4% del 2024 anche se oltre il limite di un decimo relativo agli accordi dell’Unione europea. Nel Dpfp (il Documento programmatico di finanza pubblica) di ottobre scorso, con l’aggiornamento degli obiettivi di finanza pubblica il governo stimava di raggiungere il 3,0%. I tecnici della Commissione Ue erano stati anche più ottimisti e a metà novembre avevano ipotizzato un disavanzo italiano al 2,98%.
I dati dell’Istat erano molto attesi poiché una discesa sotto il 3% avrebbe infatti consentito all’Italia di uscire dalla procedura di infrazione Ue per deficit eccessivo e di avviare già da quest’anno il rilancio degli investimenti nella Difesa con i prestiti comunitari del programma Safe, attivando la clausola di salvaguardia che esclude dai calcoli sul rispetto del Patto di stabilità una spesa aggiuntiva fino all’1,5% del Pil. Alla luce dei conflitti internazionali e della necessità di implementare l’apparato bellico, ecco che il balletto dei decimali diventa decisivo.
In una nota a piè di pagina, l’Istat sottolinea che «il conto è suscettibile di modifiche, se dovessero essere disponibili informazioni più aggiornate», pur precisando in un altro passaggio che l’utilizzo di questa finestra per rivedere i dati avviene «raramente».
L’ultima parola, però, a questo punto spetta all’Eurostat nella notifica attesa per il 21 aprile. Se l’indebitamento sarà confermato al 3,1%, l’obiettivo di uscita dalla procedura d’infrazione si sposta al 2027 con la conseguenza che il rifinanziamento del comparto della Difesa slitta di un anno. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, a più riprese, rintuzzando le polemiche dell’opposizione, ha sottolineato che questo percorso si sarebbe svolto «senza togliere un euro» alle spese per la Sanità o il Welfare proprio in virtù del calo del deficit in anticipo sui tempi. Ora, però, quel paio di decimali in più rendono complicata la richiesta dei fondi del programma Safe (fino a 14,9 miliardi per l’Italia), che in quanto prestiti pesano sull’indebitamento netto. Questo pone l’Italia in una situazione difficile sul piano internazionale, poiché rallenta l’avvio dell’attuazione degli impegni assunti con i partner dell’Ue e dell’Alleanza atlantica proprio mentre i conflitti si allargano.
Questo spiega la cautela di Giorgetti nel commentare la valutazione Istat che «va capita», ovvero approfondita, e che comunque «è provvisoria, prima delle comunicazioni che l’Italia farà all’Ue».
Il nostro Paese risulta quello più «in salute» nella Ue come emerge da un report dell’Ufficio parlamentare di bilancio. La Francia ha un deficit del 5,4% e la Germania viaggia sul 3,3% e per il 2026 prevede un incremento fino al 4,8% del Pil.
Una cosa è certa, però, in questo gioco tra stime e conferme, ed è l’impatto della maxi agevolazione fiscale introdotta dal governo Conte II, sui conti pubblici. «Peccato per il colpo di coda del Superbonus nei condomini, causa principale del dato diffuso oggi», ha detto Giorgetti. Il che ha scatenato la replica piccata dei 5 stelle, punti nel vivo. Il vicepresidente del Movimento, Stefano Patuanelli, ha arringato stizzito che «la misura non influisce sul deficit», piuttosto «significa che nonostante la folle austerità che avete imposto e il record di pressione fiscale che avete raggiunto, non siete nemmeno riusciti a portare il deficit sotto il 3%».
I 5 stelle però dimenticano che lo scorso anno il Superbonus ha portato una spesa di altri 5,3 miliardi che incidono sull’indebitamento netto, accanto ai 44,2 miliardi di crediti d’imposta riconosciuti in passato e utilizzati nel 2025 che pesano invece sul debito. Non spiccioli. L’Istat riporta anche l’aumento del debito al 137,1% dal 134,7% del 2024. Ma su questa tendenza, pesano le maggiori disponibilità liquide del Tesoro.
Un altro dato atteso era l’andamento del Pil che nel 2025 è cresciuto un modesto 0,5% ma in linea con il programma di finanza pubblica.
Il saldo primario (indebitamento netto meno la spesa per interessi), in rapporto al Pil è migliorato (+0,7% dal +0,5% nel 2024). Significa che senza il fardello del debito, lo Stato sarebbe in attivo di circa 15 miliardi.
Le importazioni sono salite del 3,6% e le esportazioni dell’1,2%. La domanda nazionale al netto delle scorte ha contribuito positivamente alla dinamica del Pil per 1,5 punti percentuali. Il valore aggiunto, calcola ancora l’Istat, ha registrato aumenti dello 0,3% nell’industria, del 2,4% nelle costruzioni e dello 0,3% nelle attività dei servizi, mentre si è registrata una lieve flessione dello 0,1% nell’agricoltura, silvicoltura e pesca.




