La narrazione più frequente è che il Paese si regga sulle tasse pagate da lavoratori dipendenti e pensionati mentre un esercito di professionisti e autonomi è propenso a evadere. Eppure a giudicare dai dati sulle dichiarazioni dei redditi, elaborati dalla Cgia di Mestre, si tratterebbe di una lettura semplicistica e fuorviante. In realtà in media, imprenditori e lavoratori autonomi versano praticamente il doppio dell’Irpef rispetto a chi percepisce redditi da lavoro dipendente o da pensione.
Veniamo ai numeri: dalle dichiarazioni dei redditi del 2024, l’Irpef media pagata dagli imprenditori e dai lavoratori autonomi si è attestata a 8.331 euro mentre i dipendenti si sono fermati a 4.215 euro e i pensionati a 4.006. In termini percentuali, significa che le partite Iva versano circa il 98% in più rispetto ai dipendenti e addirittura il 108% in più rispetto ai pensionati.
La normativa delle imposte vede l’evoluzione della flat tax per questa categoria di contribuenti che si è concretizzata nell’innalzamento della soglia massima di ricavi e compensi. Dal 2023 il limite per accedere all’aliquota del 15% (o del 5% per i primi 5 anni) è fissato a 85.000 euro. Partito inizialmente nel 2016 con limiti variabili (da 25.000 a 50.000 euro in base all’attività), il tetto è stato unificato e portato a 65.000 euro nel 2019, per poi subire l’ultimo incremento a 85.000 euro. Il sistema attuale sostituisce l’Irpef progressiva e le relative addizionali regionali/comunali con un’imposta sostitutiva secca. L'imponibile non viene calcolato sui costi reali, ma attraverso specifici coefficienti di redditività legati al codice Ateco.
Il prelievo dell’Irpef sulle partite Iva è superiore da anni. Ad esempio nel 2018, le imposte versate dai lavoratori autonomi sono state pari a 5.091 euro mentre quelle dei dipendenti di 3.927 e quelle dei pensionati di 3.047 euro. Anche allora le partite Iva pagavano il 30% in più di Irpef all’anno rispetto ai dipendenti e il 67% in più di quanto versavano i pensionati. «È importante chiarire questa questione per smentire la tesi molto diffusa secondo la quale in Italia le tasse sono onorate quasi esclusivamente da coloro che subiscono il prelievo alla fonte», afferma il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, Paolo Zabeo. «Fermo restando che la lotta all’evasione e alla sotto-dichiarazione è una priorità imprescindibile anche tra gli autonomi e ci mancherebbe, non può diventare un alibi per trascurare un dato altrettanto evidente. Mediamente le partite Iva figurano oggi tra i contribuenti più esposti al prelievo fiscale».
Complessivamente i contribuenti Irpef sono 42,5 milioni: di cui 23,8 sono lavoratori dipendenti (56%), 14,5 milioni pensionati (34%) e 3,3 milioni sono partite Iva (8%). Il gettito totale Irpef, è pari a quasi 190 miliardi di euro; di questi, 100,3 miliardi sono prelevati dai dipendenti (53%), 58,1 miliardi dai pensionati (31%) e 27,4 miliardi dai lavoratori autonomi (14%). Il gettito medio dei contribuenti Irpef è di 4.462 euro; tuttavia, se l’importo medio versato all’erario dai pensionati è di 4.006 euro, sale a 4.215 euro per i dipendenti e si attesta a 8.331 euro per gli imprenditori e lavoratori autonomi. Infine, se disaggreghiamo il dato riferito a quest'ultima categoria professionale, emerge che i lavoratori autonomi (ovvero i liberi professionisti) pagano mediamente 21.528 euro di Irpef pro capite, 5.959 euro gli imprenditori (artigiani, commercianti e piccoli imprenditori che nel 80% dei casi lavorano da soli), e 5.616 euro i collaboratori familiari/soci di società di persone. Anche in questi ultimi due casi, il versamento medio è superiore a quello dei pensionati e, in particolare, dei dipendenti che includono anche soggetti con elevati livelli retributivi (come medici, professori universitari, magistrati, dirigenti, manager).
La Cgia lancia una proposta provocatoria: eliminare il sostituto d’imposta. «Tutti i contribuenti sarebbero chiamati a dichiarare e versare in prima persona, aumentando trasparenza e responsabilizzazione. Questo potrebbe ridurre il pregiudizio secondo cui i lavoratori autonomi avrebbero maggiori possibilità di evasione/elusione: al contrario, emergerebbe con maggiore evidenza il reale livello di contribuzione di ciascuna categoria».
La politica dell’Europa piace sempre meno. L’infatuazione generalizzata appartiene ormai a un lontano passato e si ingrossa il «partito» di quanti rilevano le carenze (nel migliore dei casi) e gli svantaggi di questo pachiderma burocratico, veloce a tessere una ragnatela di regole, quanto lento a rispondere alle evoluzioni del mercato.
Soprattutto da quando Bruxelles si è data la mission di «salvare il pianeta» con un processo di decarbonizzazione a marce forzate. È una posizione trasversale, è la reazione di gran parte del mondo produttivo che percepisce l’Europa più come una camicia di forza che come un volano. L’ultima critica, in ordine di tempo, è venuta dall’assemblea di Confindustria, dove il presidente, Emanuele Orsini, pur ribadendo di «credere nell’Europa», ha sottolineato che «Bruxelles non ha chiaro cosa significhi competitività», artefice di una burocrazia «lunare» che mette sotto scacco le istituzioni del Vecchio continente. E, come esempio, ha citato le 72 condizioni poste dalla Commissione per il via libera al decreto Bollette, definendole come «l’ultima conferma» della sua tesi. Di qui l’appello: «Fermatela!».
In trincea è soprattutto l’automotive, prima del Green deal fiore all’occhiello dell’industria europea, ora ruota di scorta delle case cinesi. A più riprese le associazioni di categoria, a cominciare da quelle tedesche, hanno evidenziato come le tempistiche per l’elettrificazione forzata non siano compatibili con la realtà e che la politica Ue abbia causato l’invasione di prodotti cinesi. Critiche alla mobilità sostenibile, come riferisce Politico, sono venute perfino dai commissari dell’Ue, che hanno manifestato profonda irritazione per i disagi logistici legati all’uso di auto elettriche durante gli spostamenti da Bruxelles a Strasburgo. Questo mentre la Commissione valuta l’introduzione di regole stringenti per costringere le grandi imprese ad acquistare o a prendere a noleggio a lungo termine quote elevate di auto a corrente.
Gli effetti delle rigidità normative di Bruxelles si fanno sentire anche sull’agricoltura e scatenano le proteste delle associazioni di categoria. La Coldiretti ha lanciato un forte appello alla Commissione europea per la sospensione del Cbam (Carbon border adjustment mechanism) e del sistema Ets (il sistema di scambio di quote di emissione di CO2), due pilastri del Green deal ritenuti oggi insostenibili. Per Coldiretti la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, non è assolutamente in grado di gestire il ruolo istituzionale che ricopre mentre oggi c’è bisogno di un’Europa diversa, più coraggiosa, meno ideologica e più vicina ai problemi reali.
Contro la Commissione si è mobilitata l’industria del tabacco dopo l’accelerazione dell’Unione europea sulla revisione della direttiva che regola produzione, etichettatura e vendita di sigarette, elettroniche incluse. La revisione legislativa è attesa entro fine anno. Troppo presto, dice la filiera. Il cambiamento dell’attuale assetto regolatorio metterebbe a repentaglio un comparto strategico dal punto di vista economico e occupazionale.
Sul piede di guerra pure i sindacati. La Ces, la Confederazione europea dei sindacati, punta l’indice contro i piani della Commissione europea di consentire alle imprese di registrarsi in Paesi con standard inferiori, compromettendo in questo modo i diritti dei lavoratori europei. «Secondo la proposta della Commissione, esiste il forte rischio che i lavoratori siano tutelati dalla legislazione del lavoro del Paese di registrazione dell’impresa, e non da quella del Paese di impiego», ammonisce la Ces.
Il settore siderurgico e metallurgico è tra i più critici. Il presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, ha sempre detto che «la riduzione delle emissioni attribuita ai settori Ets è fuorviante: il calo deriva in gran parte dalla generazione elettrica, che ha avuto accesso a incentivi alle rinnovabili estranei all’Ets».
Le norme green impattano anche sul settore immobiliare. L’Ance, l’Associazione dei costruttori, contesta la perentorietà delle scadenze per l’efficientamento energetico del patrimonio immobiliare. Senza massicci incentivi pubblici europei i costi ricadranno su imprese e proprietari.
Anche sul Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza, che vede l’Italia protagonista assoluta a livello europeo, le polemiche prendono quota. Certo, manca ormai solo un mese alla conclusione del programma europeo, che si chiuderà il 30 giugno, quando tutti i progetti e le riforme strutturali dovranno essere ultimati.
L’ultima richiesta di pagamento alla Commissione Ue va presentata entro il 30 settembre, e con il 31 dicembre ci sarà la chiusura definitiva, con l’erogazione finale dei fondi. L’Italia ha giocato un ruolo da protagonista all’interno di questo programma e legittimamente il premier Giorgia Meloni ha rivendicato il lavoro straordinario fatto dal suo governo «per mettere a terra le risorse, gli investimenti e le riforme».
In un evento organizzato dal ministro per gli Affari europei, Tommaso Foti, Meloni ha ricordato che poco meno di quattro anni fa il suo governo ha ereditato la grande responsabilità di attuare il piano più consistente d’Europa, sia dal punto di vista finanziario sia degli obiettivi da raggiungere. Dialogando con la Commissione, il governo ha adattato il piano alle nuove priorità dell’Italia e lo ha integrato con il piano RePower Eu, cioè con gli investimenti sulla sicurezza energetica. «Con l’impegno corale del sistema Italia», ha detto, «abbiamo raggiunto e mantenuto nel tempo il primato europeo nell’attuazione del piano». Primato confermato dai numeri conseguiti e che «continueranno a crescere nei prossimi mesi: 166 miliardi di euro ricevuti, 416 traguardi raggiunti, 660.000 progetti finanziati, di cui 550.000 conclusi e circa 100.000 in fase avanzata di realizzazione». Ora - ha detto il a premier - resta da fare l’ultimo miglio, quello della piena attuazione del piano, una sfida certamente assai impegnativa ma alla nostra portata.
Ma se tutto in Italia è stato fatto secondo gli impegni assunti e le caratteristiche del piano, da più voci cominciano a levarsi riflessioni critiche. Certamente autorevole, quella della Corte dei conti europea, che ha parlato di lacune significative sulla tracciabilità e la trasparenza degli stanziamenti del Pnrr, che a livello europeo ha previsto un maxi fondo da oltre 570 miliardi. Oggetto dei rilievi anche il sistema di finanziamento con «pagamento a fronte dei risultati» e non con rimborso dei costi effettivi. Molto critico anche il Financial Times, il quotidiano internazionale del mondo finanziario, che ha parlato di un piano «caduto nel vuoto», perché non avrebbe dato alla crescita economica la spinta aggiuntiva che ci si aspettava a causa dei vincoli spesa. Secondo il FT, l’Italia è stata la principale beneficiaria del fondo di ripresa post pandemia, ma la crescita dell’economia è rimasta stagnante. E anche secondo Il Sole 24 Ore, il piano sembra «non mantenere del tutto le promesse ambiziose in termini di impatto macro economico». Tra il 2021 e il 2026 l’Ifel, l’istituto dell’Anci per la finanza e l’economia locale, attribuisce al Pnrr una crescita aggiuntiva pro capite del 2,2%, come risultato medio di un +1,5% nel centro nord e di un + 3,26% nel Mezzogiorno.
Va però considerato - ha detto l’amministratore delegato del gruppo Ferrovie, Stefano Donnarumma - che le progettualità avviate con il Pnrr non si esauriscono con la scadenza del piano e devono essere accompagnate fino al completamento. Il Pnrr - ha spiegato - ha aperto una fase decisiva per le infrastrutture che sono una leva di crescita per il Paese e una colonna portante dell’economia italiana, con un impatto diretto su sviluppo industriale, occupazione e qualità della vita.





