Oltre al danno, la beffa. Lo Stato non solo decide in modo del tutto arbitrario di disporre dei soldi del lavoratore ma come giustificazione tira in ballo tesi psicologiche. Il caso del Tfs, il trattamento di fine servizio, ovvero la liquidazione che spetta ai dipendenti pubblici al termine della vita lavorativa e che l’Inps, l’ente erogatore, vuole continuare a pagare con il contagocce, torna sul tavolo della Corte Costituzionale, chiamata a pronunciarsi sulla legittimità del suo differimento. Questa commedia dell’assurdo si trascina dal 2010 (atto di nascita) per poi prendere la forma attuale nel 2011, con il decreto Salva Italia, quando in piena emergenza spread il governo Monti chiese, o meglio, impose, agli italiani di stringere la cinghia, a cominciare dai dipendenti pubblici. Non trovando altro modo per colmare i buchi di bilancio, il governo mise le mani sulle liquidazioni e decise che, anziché essere versate in una unica soluzione, a fine servizio, sarebbero state scaglionate per tranche.
Siccome in Italia ciò che è transitorio diventa definitivo, superata la fase di emergenza, il meccanismo è rimasto. Questo prevede che per l’accredito dei primi 50.000 euro si debbano aspettare 12 mesi, per poi scandire il resto in un’altra rata annuale o addirittura in due se l’importo complessivo supera i 100.000 euro con il completamento del pagamento anche fino a 7 anni successivi alla cessazione del rapporto di lavoro. La Corte Costituzionale già si è espressa sul tema con una sentenza (130/2023) e, pur non dichiarando l’incostituzionalità per non creare un vuoto normativo, aveva lanciato un monito al Legislatore ad intervenire con urgenza, ricordando che la liquidazione come salario differito è tutelata dall’art. 36 della Costituzione e quindi non è legittimo mantenere il meccanismo del pagamento a rate in modo permanente. Il Legislatore è intervenuto nella scorsa finanziaria ma solo per ridurre di 3 mesi (da 12 a 9) i tempi per l’accredito della prima rata da 50.000 euro senza toccare il sistema delle lunghe rateizzazioni. La modifica ha però comportato l’annullamento della detassazione prima prevista fino a 50.000 euro, con un costo stimato di circa 750 euro a carico di ciascun beneficiario.
Tre ordinanze di rimessione dei Tar Marche, Lazio e Friuli Venezia Giulia hanno sollevato la questione contro l’Inps, originata da ricorsi di dipendenti statali presentati tra marzo 2022 e settembre 2024. Così il tema è tornato all’attenzione delle Corte Costituzionale.
L’Inps, in una memoria difensiva, ha spiegato che la rateizzazione è solo per il bene dei lavoratori poiché tutela i diritti garantiti dagli articoli 36 e 38 della Costituzione. Come? E qui la parte risibile. Eviterebbe ai dipendenti pubblici di compiere scelte irrazionali di spesa, se improvvisamente in possesso di cifre elevate. A proposito l’Inps cita studi di economia comportamentale e psicologia finanziaria. Quindi l’istituto, come un buon padre di famiglia, teme che i lavoratori ricevendo tanti soldi potrebbero montarsi la testa e, come scapestrati, darsi a spese dissennate. Inoltre la rateizzazione si giustificherebbe perché il Tfs va concepito come base previdenziale per l’aspettativa di vita successiva al pensionamento.
Ma c’è dell’altro oltre agli scrupoli «paternalistici». L’Istituto difende differimenti e rateizzazioni perché ritiene non sostenibile l’onere pari a 15,6 miliardi nei prossimi due-tre anni soltanto per pagare i Tfs rinviati o rateizzati in passato. Togliere questa modalità di pagamento sarebbe quindi enormemente costoso per lo Stato. Per l’Inps restituire le somme tutte insieme non sarebbe necessariamente la soluzione migliore ed è necessario che la Corte individui un percorso alternativo.
Il vero punto è questo: l’Inps avrebbe problemi a fare quell’esborso, il che già di per sé è allarmante sullo stato dei conti pubblici, e allora si scarica l’onere sul lavoratore. Va ricordato che il Tfs (come il Tfr nel settore privato) non è un regalo del datore di lavoro, ma è un pezzo dello stipendio che ogni mese non viene pagato ed è accantonato dall’azienda. Sono quindi soldi dei dipendenti, che le imprese devono essere sempre pronte a liquidare, così come lo Stato.
I sindacati sono insorti, come facile aspettarsi. «È una impostazione offensiva» afferma Rita Longobardi, segretaria generale della Uil-Fpl, sottolineando che si mette in discussione «il diritto di un lavoratore a disporre liberamente del proprio salario». E ricorda che «c’è chi aspetta somme proprie per curarsi, sostenere la famiglia, aiutare i figli, estinguere un mutuo».
Sul tema è intervenuta anche l’Avvocatura dello Stato, rappresentata dall’avvocato Fabrizio Fedeli: «Vero che le sentenze della Corte Costituzionale hanno rilevato un vulnus di costituzionalità, ma la Corte si è sempre astenuta di intervenire sulle norme considerate illegittime. Sono norme pensate anche rispetto alle gravi possibili ripercussioni sul bilancio complessivo dello Stato, bisogna ottemperare le esigenze finanziarie e di cassa da cui dipende la sostenibilità dell'intero sistema previdenziale».
L’incubo della riforma dei condomini che aveva messo in fibrillazione i proprietari di case ha trovato una soluzione. Il capitolo può definirsi chiuso, anche grazie all’intervento de La Verità che tra i primi ha fatto luce sul tentativo di rivoluzionare la normativa e ieri ha svelato l’ultimo tentativo di far passare il testo che avrebbe rivoluzionato la vita negli immobili.
La proposta di legge a prima firma Elisabetta Gardini di Fratelli d’Italia può essere considerata solo un ricordo. «In merito alle notizie riportate dalla stampa sulla proposta di legge in materia di disciplina condominiale, si precisa che la pdl in questione è stata formalmente ritirata», ha chiarito ieri la Gardini, vice capogruppo di Fratelli d’Italia a Montecitorio a seguito della notizia pubblicata da La Verità, sull’iniziativa presa dal comitato tecnico della riforma di inviare alle associazioni di settore una convocazione per aprire tavoli di confronto. Nella missiva che La Verità ha potuto leggere c’era scritto: «Questo comitato tecnico, su mandato degli onorevoli deputati firmatari, sta procedendo con i tavoli di confronto con le parti sociali interessate allo scopo di raccogliere il loro prezioso contributo. Questa proposta», si legge ancora, «è un cantiere aperto e quindi il vostro contributo è ritenuto essenziale e funzionale alla costruzione di una versione definitiva alla proposta che possa , così, riscontrare le segnalazioni di tutti». E poi: «Tanto premesso, codesta associazione/organizzazione è convocata al tavolo che si terrà il giorno...». Seguivano in calce i nomi dei rappresentanti del comitato, Francesco Schena, Pietrantonio Lisi e Carlo Pikler, oltre all’indicazione del comitato tecnico riforma del condominio, onorevole Elisabetta Gardini. Così l’esponente di FdI ha precisato: «La proposta di legge è stata formalmente ritirata». Il caso quindi è chiuso (resta da capire in nome di chi il comitato stesse inviando queste lettere di convocazione) e i proprietari di immobili possono tirare un sospiro di sollievo. D’altronde se in molti auspicano da tempo una riforma della normativa, è pur vero che il testo presentato a dicembre scorso affrontava la materia in modo profondamente penalizzante per i condomini. Tant’è che subito dalle forze politiche della maggioranza era arrivata una levata di scudi. A cominciare dalla Lega che aveva parlato di testo «con evidenti criticità e non condiviso» facendo intendere in modo esplicito che non c’era una scelta collegiale. Anche Forza Italia aveva preso le distanze e per bocca del responsabile del dipartimento casa, Roberto Rosso, che aveva annunciato «una nuova proposta di riforma sulla disciplina dei condomìni». Mentre il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Galeazzo Bignami, aveva chiarito. «È una proposta che, come molte altre, è in discussione alla Camera. Trattandosi di una proposta è indispensabile un confronto tra tutti i soggetti interessati in grado di costruire una posizione di buon senso a tutela della casa degli italiani, senza la quale Fratelli d’Italia ritiene che non potrà proseguire il suo iter».
Insomma, nessuna forza politica sembrava interessata a portare avanti un testo che svantaggia i condomìni moltiplicando la burocrazia e creando i presupposti per una situazione caotica nella gestione degli immobili. Si prevedeva, per esempio, la creazione presso il Mimit (il ministero del Made in Italy), di un elenco nazionale pubblico degli amministratori che avrebbero dovuto essere in possesso di laurea. Poi, lo stop ai pagamenti in contanti e l’obbligo di versare i saldi su uno conto corrente dedicato, postale o bancario, intestato al condominio. Inoltre le informazioni relative alla sicurezza delle parti comuni dell’edificio avrebbero dovuto essere verificate e certificate da una società specializzata.
Gli immobili con oltre 20 condomìni, poi, dovevano dotarsi di un revisore. Il punto più controverso era un altro: chi è in regola con i pagamenti finisce per pagare anche per chi è moroso? I creditori infatti possono agire sulle somme sul conto corrente condominiale (alimentato da chi è in regola con i pagamenti) e in via sussidiaria sui beni dei condomìni in base alla morosità di ciascuno e infine su chi ha sempre pagato. Dopo il danno la beffa. Che a questo punto sembra davvero scampata.
Donald Trump fa un passetto indietro. Aveva abituato il mondo a una politica aggressiva sui dazi ma ora, stando alle ultime indiscrezioni, sarebbe intenzionato ad ammorbidire la linea dura adottata lo scorso anno. A spingere questo cambio di rotta, secondo quanto dice il Financial Times, ci sarebbero le sollecitazioni provenienti dal dipartimento del Commercio e dall’ufficio del rappresentante del commercio degli Stati Uniti, oltre a uno studio della Federal reserve di New York, tutti allarmati per i danni collaterali inflitti all’economia domestica, a cominciare da rincari generalizzati che stanno penalizzando i consumatori.
Un report della Fed rileva che nel 2025 le aziende e i consumatori statunitensi hanno pagato quasi il 90% del costo legato alle tariffe.
L’impatto sull’inflazione è stato comunque più contenuto di quanto molti economisti temessero. La crescita dei prezzi al consumo è scesa dal 3% di gennaio 2025 al 2,7% di dicembre. I funzionari della Fed sostengono che gli effetti si faranno sentire nel corso di quest’anno, con il calo delle scorte e i conseguenti rincari da parte delle aziende. Nel dubbio che questo scenario si avveri, la Casa Bianca starebbe, secondo il Financial Times, valutando un passo indietro sulla politica doganale a cominciare dai dazi su acciaio e alluminio.
L’aumento dei costi delle materie prime importate ha, infatti, portato a un ritocco al rialzo dei listini dei prodotti quotidiani, dai semplici stampi per le torte fino alle lattine per alimenti e bevande. Lo scorso anno il presidente degli Stati Uniti, con un ordine esecutivo, aveva imposto tariffe sulle importazioni di acciaio e alluminio del 50%, a prescindere dal Paese di origine, estendendo il prelievo fiscale anche a beni realizzati con questi metalli, tra cui lavatrici e forni.
Il malessere dei consumatori sulla accessibilità economica negli Stati Uniti, sempre secondo il Financial Times, avrebbe spinto l’amministrazione di Washington a riconsiderare l’efficacia di tali misure. Il costo della vita potrebbe diventare un fattore determinante in vista delle elezioni di midterm, in programma per novembre.
Pertanto, sempre secondo quanto riportato dal quotidiano finanziario, la Casa Bianca starebbe pianificando una riduzione mirata delle tariffe su acciaio e alluminio. Il nuovo orientamento prevede una revisione accurata degli elenchi dei prodotti colpiti. Al posto dei dazi generalizzati, il governo statunitense intenderebbe avviare indagini di sicurezza nazionale più circoscritte e mirate su singole categorie di merci.
Una politica di passi in avanti e repentini ripensamenti, a suo tempo castigata dal Ft che appioppò al presidente americano il nomignolo di Taco, che sta per Trump always chickens out (Trump si tira sempre indietro). Ma tra il quotidiano londinese e la Casa Bianca non è mai corso buon sangue e anche questa volta, il consigliere commerciale della Casa Bianca, Peter Navarro, si è affrettato a smentire le indiscrezioni bollandole come «fake news basate su fonti anonime che vogliono sabotare la politica commerciale di Trump». Poi ha ribadito che l’acciaio e l’alluminio sono «sacri» per questa amministrazione e «non c’è alcun fondamento nel fatto che stiamo pensando di ridurre i dazi. Trump ha come regola che non ammette eccezioni o esclusioni».
Intanto, Stati Uniti e Taiwan hanno firmato l’accordo sulla riduzione dei dazi americani a carico dei beni importati da Taipei, assieme agli impegni di spesa dell’isola per i prodotti a stelle e strisce. L’intesa mette nero su bianco quanto concordato a gennaio sul taglio delle tariffe statunitensi su molte esportazioni taiwanesi dal 20% al 15% e sul contestuale aumento degli investimenti nel settore tecnologico americano. Un accordo che è anche in chiave anti Cina, dal momento che Pechino è fortemente contraria a rapporti formali tra Washington e Taipei. Taiwan prevede di aumentare gli acquisti dagli Usa, fino al 2029. In ballo ci sono 44,4 miliardi di dollari in gas naturale liquefatto e petrolio, 15,2 miliardi in aerei e motori civili, altri 25,2 miliardi in apparecchiature elettriche, reti elettriche e altri prodotti.
Intanto la Camera degli Stati Uniti, a maggioranza repubblicana, ha votato per revocare i dazi decisi da Trump sul Canada. Sei deputati conservatori, appartenenti all’ala più moderata del Grand old party, si sono uniti ai colleghi democratici e votato a favore del blocco dei dazi al Canada, consentendo alla Camera di approvare una misura che lo speaker Mike Johnson e il presidente in persona avevano con tutte le loro forze cercato di fermare. Sono crepe, queste nella maggioranza, che indicano come sia tutta in salita la strada per i repubblicani in vista dell’appuntamento elettorale del prossimo novembre.
C’è, poi, il caso pendente alla Corte suprema che dovrà decidere sulla legittimità delle tariffe Usa. Tuttavia, anche in caso di sconfitta, il presidente Trump potrà adottare nuove barriere commerciali all’importazione utilizzando una base giuridica differente.





