«Una crisi come quella di Hormuz doveva essere messa in conto. È stato riduttivo e miope pensare che l’area dove transita il grosso delle forniture di greggio mondiale potesse essere immune da squilibri geopolitici e che, chiusi i rubinetti della Russia, si potessero compensare facilmente i mancati approvvigionamenti, rivolgendosi altrove. Un altrove che secondo Bruxelles avrebbe dovuto essere immutabile nel tempo». Francesco Sassi, professore in geopolitica dell’energia all’Università di Oslo, fa uno scenario delle prospettive del conflitto nel Golfo.
Che lettura dà dell’esito del vertice dell’Eurogruppo? Durante la riunione dei ministri delle Finanze europei, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha chiesto l’attivazione della clausola di salvaguardia.
«È mancata una risposta unitaria. È l’ennesima prova che l’Europa è arrivata impreparata a questa crisi energetica. Eppure, siamo di fronte ad una situazione peggiore del 2022. Nonostante l’Europa si sia affannata a diversificare le importazioni, dopo che è venuto meno il flusso di idrocarburi dalla Russia, si è riscoperta più vulnerabile, in balia di eventi che non riesce a gestire e tantomeno a controllare. È una crisi che sta accentuando le risposte nazionali in un momento in cui servirebbe una Ue unita per far fronte a quanto avverrà nei prossimi mesi».
In che senso l’Europa è impreparata?
«Manca una visione della geopolitica dell’energia a livello globale, come se esistesse solo la crisi provocata dalla guerra ucraina. Non ci si è resi conto che non si può parlare soltanto di energia ma il tema va affrontato come politica estera, economica, industriale, ambientale. Sono settori interconnessi».
La transizione energetica ha fallito il suo obiettivo?
«La transizione energetica ha aiutato la Ue a diminuire la dipendenza dai Paesi del Golfo, ma il problema dell’autonomia non è stato strutturalmente risolto perché l’Europa dipende ancora molto dalle forniture che arrivano dall’Asia, dipende da mercati globali che non controlla e non è in grado di influenzare. E questo avviene perché non è in grado di agire nella politica estera come attore globale. Ogni Paese si muove per proprio conto. Questo lo si vede chiaramente nel rapporto con gli Stati Uniti. Ogni governo europeo agisce cercando vantaggi in modo unilaterale. Da una parte c’è la volontà di portare avanti le sanzioni alla Russia ma ci sono anche voci contrarie. L’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, ha affermato che andrebbe rivista la politica di phase out con Mosca, ma la sua dichiarazione è caduta nel vuoto, non ha aperto un dibattito pubblico come sarebbe stato logico. È il risultato della mancanza di una visione prospettica da parte di Bruxelles che agisce debolmente, senza prendere una linea decisa. Manca una critica di quanto fatto finora dalla Commissione. Bruxelles ha detto in modo presuntuoso che avrebbe fatto a meno dei rifornimenti di idrocarburi russi perché poteva rivolgersi al resto del mondo. Il conflitto di Hormuz ha dimostrato che nulla è immutabile, che gli scenari possono cambiare velocemente e se non si è attrezzati per far fronte al mutamento si rischia di essere travolti. Ed è quanto sta accadendo».
La Commissione Ue ha detto che va accelerata la transizione energetica.
«Va bene, ma è un processo che non può avvenire in pochi anni ed è strettamente connesso alla politica estera che l’Europa saprà darsi. Lo scenario globale è opposto a quello di 4 anni fa con il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che ha obiettivi antitetici all’Europa, e questa che si trova a inseguire la crisi. Nel 2022, allo scoppio del conflitto ucraino, l’Europa era al centro dello scacchiere internazionale. Ora è l’Asia a determinare la velocità della crisi energetica e gli sviluppi politici non vanno nella direzione auspicata dall’Europa. La Ue è incapace di prendere un’iniziativa per contrastare gli eventi. Il rischio è che si vada verso una accentuazione delle risposte nazionali, che non faranno altro che approfondire la crisi. Il rialzo dei prezzi sta mettendo gli Stati nazionali con le spalle al muro».
Mancanza di decisionismo?
«Per capire come stanno davvero le cose basta pensare che si è cominciato a parlare con parziale allarmismo delle conseguenze energetiche del conflitto del Golfo solo 45 giorni dopo l’inizio della guerra. E ancora non si vede una risposta. Cosa intende fare l’Europa nel caso di un prolungamento del blocco di Hormuz? Come intende prepararsi al dopo? Che strategia intraprendere? Sono domande che al momento sono senza una risposta. A me pare gravissimo ma nessuno se ne stupisce».
Di questo ne traggono vantaggio i Paesi asiatici?
«Nei Paesi asiatici c’è una forte vicinanza tra i governi e le compagnie energetiche. Ovunque, dal Pakistan allo Sri Lanka al Giappone, sono state prese misure di gestione della crisi, dal taglio ai consumi agli aiuti ai consumatori. Alcuni Stati, penso all’India e al Giappone, hanno cercato deroghe dagli Usa al blocco degli acquisti di idrocarburi russi e le hanno ottenute. Il governo cinese ha esplicitamente ordinato ad alcune compagnie energetiche di non rispettare le sanzioni sulle esportazioni di petrolio iraniano. In questo modo la Cina dice che non ha interesse in ciò che gli Stati Uniti vogliono fare. Stiamo andando verso la disgregazione dell’ordine energetico mondiale. Si va verso uno scontro che non riguarda solo Hormuz. Si delineano falle e rotture che si andranno ad allargare verso le quali l’Europa non potrà far finta di nulla. Le deroghe sull’acquisto di petrolio russo garantiscono che il prezzo del petrolio in Europa non salga oltre una certa soglia. Stanno calmierando il mercato. Le maggiori vendite di greggio da parte della Russia consentono a Mosca di agire più liberamente nel contesto internazionale e di creare un buffer alle sanzioni europee. L’idea dell’Europa era di isolare la Russia. Invece, nel contesto di crisi, Mosca sta guadagnando cifre enormi dalla vendita degli idrocarburi, contrastando l’isolamento cercato dall’Europa e con il benestare della Casa Bianca».
Quale è lo scenario per l’Italia?
«L’Italia per le scorte di gas naturale, ad esempio, è in una situazione migliore di altri Paesi europei, come pure per l’accesso a forniture alternative. Il problema è che ha un alto consumo gasifero e scarse fonti proprie, e ciò ci rende più deboli. Inoltre, il nostro Paese ha mezzi economici limitati, non può agire sui mercati come Germania e Francia. Ha un sistema energetico debole, esposto a fluttuazioni delle commodities. Siamo il primo Paese importatore di gas naturale liquefatto dal Qatar, che ora non esporta nulla. Le infrastrutture colpite dall’Iran in Qatar sono proprio quelle che garantivano all’Italia buona parte del fabbisogno di Gnl. Neppure con la riapertura di Hormuz rivedremmo questo gas».
Cosa significa l’uscita degli Emirati dall’Opec?
«È l’ennesima prova di una grande instabilità politica che ha a che fare con il rapporto con l’Arabia. È la prova della frammentazione dell’ordine energetico globale come conseguenza diretta del blocco di Hormuz. Gli Emirati soffrono di più la guerra nel Golfo, sono più esposti dell’Arabia e questa linea strategica agisce sugli interessi del Paese, separandolo dagli interessi dei sauditi che vorrebbero sbrogliare la matassa attraverso la diplomazia invece della guerra».
Quali saranno le conseguenze dell’uscita dall’Opec?
«L’Opec sarà più debole, sottoposta maggiormente all’influenza dei mercati, mentre la Russia assumerà un ruolo di maggiore centralità. L’Arabia è più dipendente dalla collaborazione con la Russia nell’alleanza Opec+ e l’unico contrappeso a questa alleanza è dato dall’amministrazione Trump. Gli Emirati hanno interessi nel Corno d’Africa, nel Nord Africa e nella penisola arabica diversi da quelli dell’Arabia. Non è detto che in un prossimo futuro non si sviluppino nuove tensioni determinate dalla mancanza di un coordinamento della politica energetica. I due Paesi potrebbero trovarsi in campi opposti».
In questo scenario l’Europa è un vaso di coccio?
«È un vaso fragile la cui debolezza aumenta con il perdurare della crisi. O si agisce in anticipo rispetto ai trend negativi a cui andiamo incontro o l’Europa si troverà a rispondere a una crisi il cui epicentro è altrove. L’Europa non può pensare di tornare ad acquistare idrocarburi dalla Russia come se niente fosse. O cambia strategia o questi tentennamenti odierni saranno settimane fondamentalmente perse. O sceglie di attivare una strategia unitaria, coinvolgendo anche il Regno Unito e la Norvegia, o si rischia di arrivare a essere costretti a riacquistare idrocarburi dalla Russia. Ciò potrebbe accadere facendo cadere alcune sanzioni che vanno riconfermate ogni sei mesi. Un’alternativa è agire in anticipo, decidendo di limitare i consumi. Ma è una decisione politica complessa da coordinare in modo unitario».
- «Intesa vicina ma firmo solo alle nostre condizioni, a partire dal nucleare». Poi Donald sente i Paesi del Golfo: alcuni favorevoli a un altro assalto per piegare l’Iran. Rubio più cauto ma ottimista. Ipotesi tregua di 60 giorni.
- La chiusura dello Stretto di Hormuz ci è già costata più di 2 miliardi. Il caro benzina dovuto alla crisi in Iran ha impattato sulle bollette europee per 42 miliardi.
Lo speciale contiene due articoli.
I negoziati tra Stati Uniti e Iran sono entrati nella fase più delicata dall’inizio della crisi. Dopo settimane di tensione militare e minacce reciproche, nelle ultime 24 ore sarebbero stati registrati «progressi incoraggianti» verso un possibile accordo. A renderlo noto è stato l’esercito pakistano al termine della visita a Teheran del feldmaresciallo Asim Munir, figura centrale della mediazione tra Washington e la Repubblica islamica. Secondo il Financial Times, Stati Uniti e Iran sarebbero vicini a prorogare il cessate il fuoco di 60 giorni discusso nelle ultime settimane. Sul tavolo ci sarebbe un’intesa che comprenderebbe la graduale riapertura dello Stretto di Hormuz, la fine delle operazioni militari e la garanzia della libertà di navigazione nel Golfo persico e nel Golfo di Oman. Tra i punti chiave figurerebbe anche una progressiva riduzione delle sanzioni statunitensi contro Teheran. Nelle ultime ore è emerso però un elemento destinato a pesare sul negoziato. L’emittente saudita Al Arabiya ha riferito che l’Iran avrebbe proposto di sospendere per dieci anni l’arricchimento dell’uranio oltre il 3,6% e di diluire all’interno del Paese l’uranio arricchito oltre il 20%. Teheran si sarebbe inoltre detta disponibile a riaprire lo Stretto di Hormuz e a sospendere temporaneamente il pagamento dei pedaggi marittimi in cambio di un risarcimento economico da parte di Washington. La Repubblica islamica avrebbe chiesto anche che il tema delle sanzioni e dei fondi iraniani congelati venga affrontato prima della firma dell’intesa. Secondo Al Arabiya, l’Iran avrebbe presentato due diversi percorsi negoziali, entrambi legati all’annuncio della fine della guerra. Il portavoce del ministero degli Esteri Esmail Baghaei ha dichiarato che Teheran «non discuterà il programma nucleare in questa fase», spiegando che la priorità è la fine del conflitto «su tutti i fronti, incluso il Libano». Baghaei ha aggiunto che l’eventuale apertura del dossier nucleare potrà arrivare solo successivamente.
Anche da Washington giungono segnali contrastanti. Il segretario di Stato Marco Rubio ha parlato della possibilità di avere «qualcosa da dire» già entro il fine settimana, pur sottolineando che le parti sono «allo stesso tempo molto vicine e molto lontane da un accordo». Donald Trump continua invece ad alternare aperture diplomatiche e minacce militari. Intervistato da Axios il presidente americano ha dichiarato che le probabilità di raggiungere un accordo oppure di tornare a bombardare l’Iran sono «al 50-50». «O arriviamo a un buon accordo o li faccio saltare in mille pezzi», ha detto Trump. «O li colpisco più duramente di quanto siano mai stati colpiti, oppure firmeremo un accordo che è buono».
Secondo Axios, Trump ha incontrato i suoi principali consiglieri per discutere i dettagli della nuova bozza e potrebbe prendere una decisione entro oggi. In un’intervista all’emittente israeliana Channel 12, il presidente americano ha inoltre cercato di rassicurare Israele sul contenuto dei negoziati. «Non farei un accordo se non fosse vantaggioso per Israele», ha dichiarato. Trump ha poi aggiunto: «Alcuni preferirebbero un accordo, altri la ripresa della guerra. Credo che Benjamin Netanyahu sia combattuto tra le due opzioni». Nonostante le indiscrezioni del New York Times su un Netanyahu marginalizzato nei colloqui, Axios riferisce invece che il premier israeliano e i suoi consiglieri sarebbero in costante contatto con la Casa Bianca sull’intesa in fase di definizione con Teheran. L’agenzia iraniana Fars ha riferito che i mediatori avrebbero invitato i funzionari iraniani a «ignorare i post di Trump», sostenendo che la reale posizione del presidente americano sarebbe diversa rispetto a quella mostrata pubblicamente su Truth Social. Secondo Fars, diversi funzionari coinvolti nei colloqui avrebbero spiegato che le dichiarazioni aggressive di Trump sarebbero rivolte soprattutto all’opinione pubblica americana e ai media.
Nel frattempo Teheran continua a mostrare i muscoli. Il presidente del Parlamento iraniano e capo negoziatore Mohammad Baqer Ghalibaf ha assicurato che le forze armate iraniane hanno ricostruito le proprie capacità durante il cessate il fuoco. Se gli Stati Uniti «riprendessero scioccamente la guerra», ha avvertito, le conseguenze sarebbero «più devastanti e amare». A complicare ulteriormente il quadro sono anche le divisioni tra i Paesi del Golfo. Il senatore repubblicano Lindsey Graham ha riferito ad Axios che alcuni leader della regione avrebbero esortato Trump a colpire militarmente l’Iran per indebolire il regime e ottenere un accordo più favorevole. Altri governi arabi e alcuni consiglieri della Casa Bianca, invece, starebbero spingendo per accettare l’intesa attualmente sul tavolo, ritenendo impossibile eliminare completamente l’influenza iraniana sullo Stretto di Hormuz. Infine mentre andiamo in stampa si apprende da Cbs che alcuni membri dell’esercito e della comunità di intelligence statunitense hanno annullato i propri programmi per il fine settimana in previsione di possibili attacchi. Funzionari della difesa e dell’intelligence hanno anche iniziato ad aggiornare le liste di richiamo per le installazioni americane in Medio Oriente nell’ambito di un piano volto a ridurre la presenza militare statunitense nella regione.
La chiusura dello Stretto di Hormuz ci è già costata più di 2 miliardi
L’accordo raggiunto sul filo di lana tra governo e autotrasportatori ha sventato la minaccia dello sciopero dei Tir che avrebbe paralizzato il Paese. L’aut aut della categoria è scattato a seguito dell’aumento dei costi energetici determinato dal blocco dello Stretto di Hormuz.
L’Ufficio studi della Cgia, ha fatto il punto sull’entità dei rincari. Il caro gasolio è costato finora all’autotrasporto 2,1 miliardi, nonostante il taglio di 20 centesimi sulle accise introdotto dal governo il 19 marzo scorso. In tre mesi, dallo scoppio della guerra nel Golfo, il prezzo del diesel alla pompa, è salito da un valore medio di 1,676 a 1,986 euro al litro, ovvero + 18,5%. I rincari più importanti hanno riguardato la Lombardia (257,9 milioni di euro), la Campania (251,6) e la Sicilia (232,2). Considerato che l’autotrasportatore anticipa cifre enormi (gasolio, pedaggi autostradali, manutenzione dei mezzi, assicurazioni e personale) mentre l’incasso delle fatture arriva dopo 90 o addirittura 120 giorni, basta l’aumento improvviso del diesel per erodere il margine operativo. La situazione dell’autotrasporto è solo un capitolo della grave crisi che sta colpendo tutta l’economia europea.
L’Agenzia internazionale dell’energia non ha esitato a definirla «la più grande crisi energetica della storia». La Commissione europea ha calcolato che questa costa oltre 500 milioni di euro al giorno. Siccome sono già passati 84 giorni dall’inizio del conflitto, significa che finora sono stati spesi circa 42 miliardi di euro, solo per l’energia. Basta guardare le quotazioni del Brent, arrivate a superare i 118 dollari a marzo e tuttora sopra i 100 dollari. Petrolio e gas, sono solo due delle voci di uno choc che ha travolto tanti settori, dalla logistica, all’industria petrolchimica alla filiera agroalimentare. Nella lingua di mare di Hormuz, prima del blocco, transitavano in media più di 90 navi al giorno. Oggi circa 2.000 sono ferme con a bordo 20.000 marittimi.
Nessun armatore si azzarda a navigare in quell’area e i costi assicurativi sono saliti alle stelle. Tra i cargo bloccati ci sono quelli carichi di fertilizzanti, vitali per l’agricoltura mondiale soprattutto alla vigilia dell’estate. A fine aprile il prezzo dell’urea era aumentato di quasi il 70% per poi flettere ma mantenendosi comunque superiore al 50%. Nei giorni scorsi la Fao ha avvertito che la scarsità di fertilizzanti comporterà rese inferiori e un’ulteriore contrazione delle disponibilità alimentari nella seconda metà del 2026 e nel corso del 2027. Non è azzardato parlare di rischio di una carestia. Lo Stretto è anche il luogo di transito del 62% del calcare ad alta purezza utilizzato per produrre cemento, calcestruzzo e altri materiali edili, dell’alluminio grezzo (18,4%), dell’ammoniaca (17,2%), dei cavi in alluminio (16,1%), come pure dell’oro grezzo o semilavorato (10,4%).
La crisi comincia a farsi sentire anche sui conti pubblici. Giovedì la Commissione europea ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita dell’Unione europea, mentre l’inflazione sale rispetto alle stime dello scorso autunno. E potrebbe essere solo l’inizio. Alcuni analisti stimano che la tempesta vera deve ancora arrivare. Martina Daga, macro economist di Acomea Sgr, ha fatto questo ragionamento all’Ansa: «Le ultime navi cariche partite dal Golfo sono arrivate solo poche settimane fa e, considerando che il transito verso l’Eeuropa richiede circa un mese, questo ci dice che la carenza fisica di beni non si è ancora trasmessa all’economia reale. L’Europa inoltre importava dal Golfo il 60% del jet fuel e si registra un rincaro dei noli marittimi: tutte queste pressioni impiegheranno più tempo a scaricarsi sui prezzi al consumo».
Per Matteo Renzi è diventato un mantra. «I salari reali durante il governo Meloni sono peggiorati dell’8% rispetto al governo Draghi», afferma il leader di Italia viva. Una dichiarazione che merita un’analisi approfondita per separare la propaganda dalla realtà, incrociando i dati Istat e la dinamica dei contratti collettivi nazionali di lavoro.
Per salario reale non si intende la cifra che compare in testa alla busta paga (quella è il salario nominale) ma il potere d’acquisto effettivo, calcolato sottraendo l’andamento dell’inflazione alla crescita delle retribuzioni. L’affermazione di Renzi poggia su basi statistiche ma con una decontestualizzazione temporale. Nel 2022 l’inflazione ha toccato picchi dell’11,8% (nei mesi di novembre e dicembre) mentre i rinnovi contrattuali erano fermi. In quel momento, la perdita salariale reale ha registrato il livello più drammatico. Secondo i dati Istat e i rapporti dell’Oil (Organizzazione del lavoro), la perdita salariale reale nel 2022 è stata di circa il 6-7%. Per capire l’entità di questa cifra bisogna considerare il divario con l’inflazione che nel 2022 ha toccato l’8,1% con picchi, come detto prima, vicini al 12% a fine anno mentre le retribuzioni contrattuali medie sono cresciute di appena l’1,1%.
Questa forbice ha causato un crollo marcato del potere d’acquisto. Nel 2023-2026 si è assistito a una dinamica contraria. L’inflazione è bruscamente scesa e, in parallelo, si è rimessa in modo la macchina dei rinnovi contrattuali portando recuperi significativi in diversi settori industriali e dei servizi. Il rinnovo del comparto Commercio e terziario, che copre milioni di lavoratori, ha sbloccato aumenti significativi (240 lordi mensili a regime per il IV livello), così come l’Alimentare (280 euro in più). Nel secondo semestre 2025, sono stati recepiti dall’Istat 33 contratti collettivi nazionali, ovvero una platea di 4,7 milioni di lavoratori, il 37,1% del monte retributivo. A fine anno sono risultati in vigore per l’Istat 48 contratti che coprono 7,6 milioni di dipendenti, il 57,8%.
Secondo il report della Cisl sulla contrattazione collettiva nazionale, a dicembre scorso erano in attesa del rinnovo 5,5 milioni di lavoratori, il 42,2%. Guardando ai salari, le retribuzioni contrattuali lorde mostrano una perdita reale del 6,4% rispetto al 2019. Le retribuzioni di fatto lorde (che includono secondo livello, straordinari e indennità) riducono la perdita al -1,7%. Le retribuzioni nette che beneficiano del taglio del cuneo contributivo e delle detrazioni Irpef portano il divario reale per i redditi mediani a meno dell’1% rispetto al 2019.
L’altro elemento, infatti, che smentisce la narrazione di un impoverimento lineare durante il governo Meloni, è l’intervento sul cuneo contributivo. La trasformazione del taglio del cuneo in una misura strutturale per i redditi medio-bassi ha iniettato liquidità direttamente nelle buste paga dei lavoratori dipendenti. Questo beneficio, pur essendo di natura fiscale e non salariale in senso stretto poiché non incide sulla retribuzione lorda stabilita dai contratti, ha sostenuto il reddito disponibile delle famiglie in modo tangibile, agendo come ammortizzatore contro gli strascichi dell’inflazione passata.
Il taglio del cuneo contributivo agisce, infatti, sul netto in busta paga. I dati Inps 2025 mostrano che, per i redditi mediani, il gap residuo rispetto al 2019 scende a soli 0,5 punti su un’inflazione cumulata del 17,4%. Per i redditi bassi il gap è 2,9 punti. Secondo quanto riporta Trading economics, i salari medi annuali nominali sono aumentati a 33.148 euro nel 2024 rispetto a 32.450 euro nel 2023.
«Esaminando un grafico su dati di fonti nazionali che visualizza l’andamento dei salari orari reali, con l’indice 2005 fatto 100, emerge che tale indice è poco sopra 93 tra fine 2022 e inizio 2023 per arrivare a toccare un valore quasi 100 a fine 2025 che era il livello di salari nel 2005», spiega l’economista Domenico Lombardi, professore di pratica delle politiche pubbliche all’Università Luiss di Roma. «Ciò dimostra che durante il governo Meloni c’è stata una crescita dei salari orari reali che riflettono la stabilità macro fiscale dell’economia. Una crescita che si accompagna all’aumento dell’occupazione. L’indice dei salari orari reali è salito progressivamente nell’arco di tempo di questa legislatura in un contesto sostanzialmente difficile: con la Germania, nostro principale partner in economia stagnante, in una situazione geopolitica di crescente incertezza e nonostante la politica restrittiva della Bce nella prima parte del governo Meloni».
Il divario rispetto al 2005 è stato in gran parte colmato. «Nel governo Draghi c’è stata un’enorme flessione dei salari, passati da un indice indicato nel grafico di oltre 105 all’inizio della legislatura a 93 al termine», spiega Lombardi, sottolineando che «c’è ancora molto lavoro da fare. Pesa l’accresciuta incertezza internazionale e l’aggravarsi della crisi energetica».




