Il governo ha trovato i fondi per le imprese e per i tagli alle accise fino alla fine di aprile
Il governo accelera sugli aiuti a imprese e famiglie. Sono stati ripristinate integralmente le risorse per Transizione 5.0 e aggiunti altri 200 milioni, portando a 1,5 miliardi i fondi destinati alle aziende che hanno investito in digitalizzazione ed efficientamento energetico. Secondo quanto emerso al termine del tavolo al ministero del Made in Italy con le associazioni imprenditoriali, la dote complessiva della misura supera i 4 miliardi di euro, mentre l’intero pacchetto Transizione 5.0, tra credito d’imposta e nuova versione triennale basata sull’iperammortamento, arriva a circa 14 miliardi.
«Abbiamo fatto il massimo sforzo possibile», ha detto il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso sottolineando che, oltre alla conferma integrale degli 1,3 miliardi già previsti per le imprese che hanno investito in digitalizzazione ed efficientamento energetico con Transizione 5.0, sono stati aggiunti ulteriori 200 milioni, per un totale di 1,5 miliardi. Il ministro ha anche ricordato che con il decreto fiscale è stato rimosso il vincolo del «Made in Europe», ampliando così la platea dei prodotti incentivati, e che la nuova Transizione 5.0, di durata triennale viene rafforzata di 1,4 miliardi, da 8,4 a 9,8 miliardi. Nel complesso Transizione 5.0, può contare su una dotazione di circa 14 miliardi. «Gli impegni saranno mantenuti, tutti coloro che hanno presentato domanda riceveranno quanto dovuto» ha precisato Urso.
Soddisfatta Confindustria. Il presidente Emanuele Orsini, ha apprezzato che, in un contesto geopolitico difficile, venga confermato il sostegno alle imprese. «Questa è la via giusta», ha detto, perché «gli imprenditori continuano a fidarsi delle istituzioni». Orsini ha evidenziato che la cifra di 1,5 miliardi consentirà di portare il credito d’imposta «dal 35% del decreto di venerdì al 90% per gli investimenti del piano e al 100% sui pannelli fotovoltaici». Il presidente di Confindustria ha poi rimarcato che si ricompone così quella frizione creata con il varo del decreto: «Questo smina una opacità che si era creata venerdì».
Il decreto sull’iperammortamento dovrebbe diventare operativo entro i primi dieci giorni di maggio. Si va ad aggiungere al decreto Bollette che essere attuativo a stretto giro. Orsini, allargando lo sguardo al contesto internazionale, ha ribadito che se il conflitto in corso dovesse protrarsi «l’Italia non può farcela da sola» e che servirà un intervento europeo, anche attraverso gli Eurobond.
Chiuso questo capitolo, il governo deve affrontare il nodo spinoso dell’aumento di benzina e gasolio, una corsa che sembra inarrestabile. Il 7 aprile prossimo scade il taglio delle accise sui carburanti. In anticipo sui tempi, quindi già nel prossimo Consiglio dei ministri previsto per domani, dovrebbe arrivare il prolungamento dei termini. La conferma di questo orientamento l’ha data il ministro degli Affari europei e del Pnrr Tommaso Foti, che ieri durante alla partecipazione a una trasmissione televisiva ha
Detto che prossimi giorni, «prolungheremo il taglio delle accise». Lo sconto di 25 centesimi, secondo le ipotesi potrebbe essere esteso fino al 30 aprile. Al ministero dell’Economia i tecnici sono al lavoro per trovare le coperture tenendo presente che la sottrazione di gettito impatta su una situazione dei conti pubblici minata dalle stime di crescita inferiori alle previsioni e con un deficit che il governo si è impegnato a far scendere sotto il 3% del Pil per evitare la procedura d’infrazione. Il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha avuto diversi colloqui con il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, per fare il punto sugli aspetti tecnici del prolungamento del taglio alle accise. Bisogna lavorare con il cesello per trovare le compensazioni.
Intanto le concessionarie autostradali hanno fatto partire l’iter che porterà prossimi giorni alla riduzione del prezzo di vendita dei carburanti di 5 centesimi il litro per 20 giorni. È stato così accolto l’appello del ministro dei Trasporti, Matteo Salvini al tavolo dello scorso 25 marzo. Salvini convocherà di nuovo compagnie petrolifere per evitare ulteriori speculazioni a danni di cittadini e imprese.
Quando fu deciso il taglio delle accise, i distributori non avevano provveduto subito ad aggiornare i listini, scatenando le rimostranze dei consumatori e l’intervento del governo per monitorare la situazione. Novità in arrivo per il settore agricolo con il credito d’imposta per il gasolio annunciato dal ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida. «È una misura fondamentale per dare ossigeno alle imprese duramente colpite dal balzo dei costi energetici legato al conflitto in Iran», ha detto il presidente di Coldiretti, Ettore Prandini. Dinanzi ai rincari del gasolio agricolo l’associazione del settore aveva presentato nei giorni scorsi un esposto a Procura e Guardia di Finanza per fare luce su eventuali speculazioni, allo scopo di tutelare gli agricoltori e i consumatori.
«Con i conflitti aperti nel mondo e con le ricadute economiche e sociali in Italia, mi sarei già aspettato dall’Unione europea la sospensione del Green deal e delle regole del patto di stabilità». Il vicepremier e ministro per le Infrastrutture, Matteo Salvini, torna a fare pressing su Bruxelles. Peraltro, l’Italia non è più il malato d’Europa che chiede sconti, o trattamenti di favore.
La sollecitazione viene mentre il Paese è in una condizione di finanza pubblica migliore di Francia e Germania, per quanto riguarda il deficit. Il traguardo dell’uscita anticipata dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo è stato mancato per un decimo di punto: nel 2025 il rapporto con il Pil si è attestato al 3,1%, in miglioramento rispetto al 3,4% del 2024, ma comunque sotto l’asticella prevista dal Patto di stabilità.
Non un dramma, se ci trovassimo in una situazione internazionale senza tensioni. La corsa dei prezzi energetici, l’impossibilità di prevedere i tempi di rientro del conflitto in Iran, complicano lo scenario. Questo spiega la richiesta di Salvini, affinché la Commissione metta da parte le posizioni dogmatiche per decisioni di buon senso e il tono allarmistico di chi vede il rischio di vanificare gli sforzi finora fatti per risanare i conti pubblici. «Bisogna sospendere all’istante il Green deal e il Patto di stabilità, altrimenti si mette male», dice senza tanti giri di parole il ministro. A questo si aggiunge un messaggio rivolto al Paese. «È una follia che non abbiamo ancora messo l’acceleratore sul nucleare, bisogna avviarlo entro la fine della legislatura, individuando i siti. Non possiamo rimanere uno dei pochi grandi Paesi occidentali a non avere questa fonte energetica. Gli altri stanno investendo mentre noi siamo ancora qui a dibattere. Essere autosufficienti è fondamentale. Se mai si parte, mai si arriva».
La crisi morde anche il settore agricolo. E a chiedere interventi stavolta non è solo l’Italia ma anche Parigi, sulla stessa linea nel reclamare la sospensione del Cbam, il dazio climatico dell’Ue ai fertilizzanti importati dai Paesi extra Unione, i cui costi sono già aumentati per via della chiusura dello Stretto di Hormuz. Lo ha sottolineato il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, ieri a Bruxelles per il Consiglio Agrifish. «L’Unione non deve perdere tempo, ma deve agire per aiutare il settore agricolo in un contesto drammatico in cui i costi di produzione stanno salendo e vanno a toccare le tasche di tutti i cittadini», dato che si scaricano poi sui prezzi all’ingrosso e su quelli al dettaglio, alimentando l’inflazione.
Lollobrigida poi chiede «un atteggiamento diverso dell’Europa, e non cieco» per tutelare i produttori europei di riso. Il problema è che Bruxelles continua a stabilire quote di importazioni senza dazio da Paesi extra Ue che hanno costi di produzione più bassi perché sfruttano il lavoro minorile e non adottano le norme europee imposte agli agricoltori europei.
Ieri è arrivato il consueto aggiornamento dei prezzi dei carburanti dall’Osservatorio del ministero del Made in Italy. La benzina è a 1,74 euro/litro e il gasolio a 2,05 euro. Gli effetti del taglio delle accise sono stati bruciati. Il provvedimento scade il 7 aprile e quei 25 centesimi congelati torneranno a scaricarsi sul pieno alla pompa. Al momento il governo non ha preso una decisione per il prolungamento di questa misura, frenato da una congiuntura critica (le stime di crescita di un già risicato 0,5% sono state ritoccate al ribasso).
Questo spiega la sollecitazione al G7 Finanze e Energia del ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti per un intervento «coordinato a livello globale, tenendo ben presenti gli insegnamenti del 2022-23» ai tempi dell’attacco russo all’Ucraina. Per Giorgetti, che si è focalizzato soprattutto sul problema critico per le industrie energivore che rappresentano il 20% della manifatturiera italiana, «le misure per contrastare l’aumento indiscriminato dei prezzi devono essere mirate, temporanee e basate su un approccio condiviso». Giorgetti ha quindi sottolineato identità di vedute con la presidente della Bce, Christine Lagarde, su un «giusto mix tra politica monetaria e fiscale».
Ieri un nuovo rally delle quotazioni del petrolio è stato innescato dalle minacce del presidente Usa, Donald Trump, alle infrastrutture energetiche di Teheran - compreso il terminal dell’isola di Kharg - e dalle parole circa la possibilità per gli Stati Uniti di «impadronirsi del petrolio» iraniano. In un’intervista al Financial Times, Trump ha paragonato l’attuale situazione a quella del Venezuela dopo la destituzione di Nicolás Maduro. Il mercato ha reagito di conseguenza.
Intanto Arera ha comunicato che nel secondo trimestre del 2026, la bolletta elettrica per il cliente tipo vulnerabile servito in Maggior Tutela aumenterà dell’8,1%.
«La guerra in Iran ha avuto un impatto sensibile sul trasporto marittimo. Il traffico nello Stretto è drasticamente ridotto (oltre il 90%) e in questo momento praticamente paralizzato. Circa 3.000 navi sono bloccate all’interno del Golfo Persico. Per cui le compagnie di navigazione, tra cui la nostra, hanno deviato su rotte alternative. Tutto questo comporta un’interruzione delle catene di approvvigionamento, soprattutto per energia, materie prime, semilavorati e merci deperibili e non, dirette verso Asia, Medio Oriente ed Europa».
È uno scenario drammatico quello tracciato da Cesare d’Amico, ceo di d’Amico Società di Navigazione. L’armatore ricorda che «dal Golfo Persico vengono esportati insieme al petrolio e i suoi derivati anche il 33% dei fertilizzanti determinanti nell’agricoltura, il 30% di materie prime per l’industria edile, il 14% della produzione di alluminio. Invece i Paesi del Golfo Persico a loro volta importano circa 200 milioni di tonnellate l’anno di prodotti agricoli. La conseguenza immediata è che i noli si impennano e vi è una esplosione dei costi assicurativi a conseguenza dell’aumentato rischio, il che genera facilmente del panico, perché si pensa non si riesca a trovare una nave o sia impossibile trasportare il carico. È una situazione molto delicata che va gestita con prudenza e attenzione».
Cosa potrebbe accadere qualora il conflitto dovesse durare per altri mesi ancora?
«Più a lungo questa situazione si protrarrà, più sarà complesso e lento il ritorno a condizioni di normalità. Guardando a quanto accaduto con il Covid, anche dopo la fase acuta i costi di trasporto e i noli sono rimasti elevati per un periodo prolungato. Su alcune tipologie di merci il nolo incide mediamente tra il 7% e il 12%. Sarà inoltre determinante capire come evolveranno i prezzi delle materie prime e dei prodotti. Diverso è il comparto dei container, che risulta particolarmente colpito, dato che i flussi in entrata e in uscita sono sostanzialmente fermi. Attualmente una parte significativa del commercio globale è bloccata, con effetti diretti e spesso negativi sui costi. Tutto questo senza considerare i danni che la guerra sta causando alle varie infrastrutture e che potrebbero avere delle conseguenze importanti anche dopo la conclusione del conflitto. A questo riguardo sappiamo che il 16% delle infrastrutture per l’esportazione del gas dal Qatar è stato seriamente danneggiato e potrebbero volerci fino a 5 anni per riportare i volumi di esportazione di gas a quelli di prima del conflitto».
Ci sono soluzioni alternative al canale di Hormuz da prendere in considerazione per il trasporto?
«L’unica alternativa al momento, che riguarda solamente il petrolio, è attraverso l’uso della pipeline che fu realizzata negli anni Ottanta, che unisce il Golfo Persico e il Mar Rosso. Cosa che sta già avvenendo. Con transito delle navi dal Mediterraneo attraverso Suez verso Gedda e il contrario, dal momento che la rotta di Bab el Mandeb verso sud resta altamente compromessa, anche se al momento gli Huthi sembrerebbe non partecipino al conflitto».
Come vi siete regolati? Avete bloccato la flotta o scelto tratte diverse?
«Fin dall’inizio del conflitto tra Ucraina e Russia, insieme a mio cugino Paolo abbiamo preso la decisione chiara di non far operare le nostre navi in aree di guerra. La priorità assoluta resta la sicurezza dei marittimi, e non intendiamo esporli ad alcun rischio finché non saranno garantite condizioni di transito sicuro. Auspichiamo la possibilità di organizzare convogli commerciali scortati da unità militari, come avvenuto in passato durante l’invasione dell’Iraq, quando fu assicurato il passaggio nello stretto di Hormuz. Anche il presidente di Confitarma, Mario Zanetti, ha sollecitato il governo italiano a valutare questa opzione. In precedenti esperienze, la Marina Militare ha svolto un ruolo estremamente efficace, contribuendo a mantenere gli equipaggi in condizioni di tranquillità e sicurezza grazie alla presenza costante delle navi di scorta».
Di quanto sono aumentati i premi assicurativi? E quanto si prevede che saliranno ancora qualora il conflitto dovesse proseguire?
«Con la dichiarazione di zona di guerra tutta una serie di coperture assicurative sono state annullate. La Lloyd’s di Londra ha cominciato a dare ogni 12 ore le sue quotazioni per il passaggio di Hormuz, quotazioni che possono cambiare in ogni momento. I primi effetti sono importanti, si parla del 5% del valore della nave. Quindi, se considero una nave di medie dimensioni dal valore di 30 milioni di euro, significa un aumento di 1 milione e mezzo. Se andiamo ad applicare le tariffe su petroliere o navi da 300.000 tonnellate, che possono arrivare a valere anche 200 milioni di dollari, il rincaro è di 10 milioni di dollari e vale per una settimana. Significa che se passati 7 giorni non si è riusciti a uscire è necessario rinegoziare con l’assicurazione. Oggi questo costo viene ribaltato al noleggiatore o al caricatore, verrà poi considerato nel prezzo della merce per poi avere aumenti anche per il consumatore finale».
E i rincari dei noli?
«La situazione resta estremamente fluida con un mercato estremamente volatile in cui assistiamo a noli estremamente onerosi ma anche a navi che devono cambiare posizione in zavorra (quindi vuote) per trovare un carico».
Quanto incidono i noli e quanto i premi sulle merci trasportate?
«Anche qui non ci sono dati univoci, dipendono dal valore della merce. Comunque, nelle condizioni attuali, il costo logistico complessivo può incidere tra il 10% e il 15%, con il nolo come componente principale e i premi assicurativi che, in uno scenario di guerra, assumono un peso insolitamente elevato e crescente. Va detto che i prodotti raffinati che l’Europa importa dal Golfo Persico rappresentano solo il 4%, contano molto più il West Africa e gli Stati Uniti. Influenza il gas che va a influire sulla generazione di energia. Una fetta importante di gas proviene dal Golfo Persico, quasi il 20%, e un deficit potrebbe portare alla riattivazione delle centrali termoelettriche e quindi dell’importazione di carbone dall’Australia, dall’Indonesia e dal Sud Africa. Per far sì che i prezzi dell’energia non salgano troppo bisogna trovare un giusto mix e quindi ricorrere anche al trasporto di carbone. A questo riguardo ben venga il provvedimento del governo di non fermare completamente un paio di centrali in Italia. In momenti di crisi energetica piuttosto rilevanti è importante avere la possibilità di poter usufruire anche del carbone, storicamente la fonte di energia fossile più economica, al fine di calmierare i prezzi dell’energia ed in particolare le possibili speculazioni».
I premi assicurativi impattano sulla marginalità operativa? Come vengono ripartiti con i caricatori?
«Nel contesto attuale, l’armatore sembra disporre di un margine di manovra più ampio; tuttavia, è fondamentale ricordare che, al di là delle decisioni operative, l’equipaggio mantiene la facoltà di opporsi alla navigazione in determinate aree. In tali circostanze, nessuna leva economica può risultare determinante. Se in passato queste zone, pur considerate a rischio, comportavano premi assicurativi standard – generalmente compresi tra i 15.000 e i 30.000 dollari e già inclusi nel conto viaggio – oggi lo scenario è mutato: si tratta di un rischio che l’armatore non è più disposto ad assumersi, e i relativi costi assicurativi vengono quindi quotati separatamente e sostenuti dal carico».
C’è il rischio che i rincari assicurativi e dei noli permangano anche alla fine del conflitto?
«La conclusione delle ostilità ridurrebbe drasticamente gli extra costi assicurativi con il loro azzeramento solo con il consolidamento dell’assenza di rischio totale al transito. Invece per quanto concerne i noli il riaggiustamento e riallineamento dipenderà da come la filiera logistica si normalizzerà».
I vostri equipaggi sono addestrati in caso di emergenza?
«Manteniamo un contatto costante con tutte le nostre navi nel mondo. A bordo sono già previste procedure codificate per affrontare situazioni di rischio, come l’ingresso improvviso in un’area di conflitto. Gli equipaggi sono preparati e sanno esattamente come comportarsi. Hanno inoltre la possibilità di restare in continuo contatto con le proprie famiglie, così da rassicurarle anche in contesti complessi. Si parla molto dei ritardi nelle merci, dei costi e dell’impatto sui consumi, ma troppo poco di chi rende possibile contenere questi effetti. Sono i nostri equipaggi, che lavorano con grande dedizione e professionalità: un impegno di cui dobbiamo essere profondamente grati e orgogliosi».





