Qualcuno, in Cgil, dovrebbe ripassare la storiella dell’uomo che gridava «al lupo, al lupo». È difficile, infatti, farsi prendere sul serio quando una mobilitazione per la sicurezza sul lavoro, in seguito al barbaro omicidio del capotreno Alessandro Ambrosio, si incastra tra una protesta per chiedere «l’immediata convocazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite» a seguito della «violazione della sovranità nazionale della Repubblica del Venezuela da parte degli Stati Uniti d’America» e una per invocare «la necessità di raggiungere un immediato cessate il fuoco, di consentire l’ingresso degli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza e di aprire il prima possibile un processo di pace».
Tutti temi altissimi, per carità. Forse troppo alti, per un sindacato che, più modestamente, dovrebbe occuparsi dei diritti dei lavoratori e non di tracciare il perimetro della nuova pace di Vestfalia. Ecco allora che quando viene ucciso barbaramente un suo iscritto (Ambrosio era iscritto alla Filt-Cgil), lo sfogo del sindacato suona stonato. «La Cgil di Bologna e la Cgil dell’Emilia-Romagna si stringono ai famigliari e ai colleghi del giovane capotreno», si legge in una nota, in cui si ricordano «le ripetute segnalazioni degli scali ferroviari come aree da attenzionare in termini di sicurezza e incolumità di lavoratori e passeggeri». Poi arriva l’attacco a Matteo Salvini: «Anziché pensare a manomettere la Costituzione e a finanziare con paccate di miliardi opere di dubbia fattibilità come il ponte sullo Stretto, questo governo e il ministro mettano subito risorse e mezzi per rendere più sicure le aree delle stazioni. La Cgil è a disposizione per qualsiasi supporto ai famigliari e ai colleghi della vittima». Nel frattempo, la Cgil ha indetto uno sciopero del trasporto ferroviario regionale che sarà proclamato per la giornata di oggi da parte di tutte le organizzazioni sindacali di categoria.
La rabbia è comprensibile, anche se lo stanco rito del venerdì sindacale che ha punteggiato gli ultimi mesi la rende meno credibile. Più difficile è comprendere l’attacco a Salvini e le doglianze in tema di sicurezza. Anche perché, su questo tema, la Cgil non si è limitata a gridare «al lupo, al lupo», ma ha proprio aiutato la belva a uscire dalla gabbia. Proprio in risposta ai decreti Sicurezza e Sicurezza-bis varati dal leader leghista, allora ministro dell’Interno, la Cgil si mise a frignare per presunte norme contrarie ai diritti umani e penalizzanti per rifugiati, richiedenti asilo e percorsi d’inclusione. Nel settembre del 2024, poi, insieme alle altre sigle della Triplice, il sindacato rosso bocciò il patto europeo per la gestione dei migranti e dei richiedenti asilo denunciandone «l’approccio prevalentemente securitario». E non c’è manifestazione «contro il razzismo» di questi ultimi anni che non abbia visto Landini in prima fila. Certo, il razzismo è una cosa molto brutta, ma bisogna essere davvero ingenui per non capire che la chiamata alle armi antirazzista, oggi, ha poco a che fare con la lotta alle discriminazioni reali e molto con la volontà di spalancare le porte a chiunque, rendendo di fatto il Paese meno sicuro. Ingenui almeno quanto quel tizio che fu beccato mentre dava da mangiare al lupo e, poco dopo, mentre malediva queste belve messe in circolazione da chissà chi.







