Terrorismo, meno attacchi ma più pericoloso: boom in Africa e rischio in Occidente
Il terrorismo globale arretra nei numeri, ma evolve nella forma e nella distribuzione geografica, diventando più concentrato e potenzialmente più destabilizzante. È questa la principale conclusione del Global Terrorism Index 2026, che evidenzia una diminuzione significativa degli attacchi nel 2025 ma al tempo stesso segnala l’emergere di nuove dinamiche capaci di alimentare instabilità su scala internazionale. Nel corso dell’ultimo anno le vittime del terrorismo sono scese del 28 per cento, fermandosi a 5.582 morti, mentre gli attacchi sono diminuiti del 22 per cento, per un totale di 2.944 episodi registrati. Un miglioramento diffuso, con 81 Paesi che hanno visto ridurre l’impatto del terrorismo e solo 19 che hanno registrato un peggioramento.Dietro questo apparente calo si nasconde però una trasformazione profonda del fenomeno. Il terrorismo non scompare, ma si concentra in aree specifiche e assume forme più fluide. Oggi quasi il 70 per cento delle vittime si concentra in cinque Paesi: Pakistan, Burkina Faso, Nigeria, Niger e Repubblica Democratica del Congo. Si tratta di contesti caratterizzati da instabilità politica, conflitti interni e debolezza istituzionale, dove gruppi armati riescono a operare con maggiore libertà sfruttando l’assenza di controllo statale.
Il cambiamento più evidente riguarda lo spostamento del baricentro del terrorismo globale verso il Sahel e l’Africa subsahariana. Oltre la metà delle morti legate al terrorismo si registra infatti in questa regione, dove la combinazione di fragilità statale, crisi economica e tensioni etniche favorisce l’espansione dei gruppi jihadisti. Negli ultimi anni il fenomeno si è progressivamente spostato dal Medio Oriente verso l’Africa, trasformando l’area saheliana nel principale laboratorio dell’estremismo violento. Questo spostamento ha implicazioni dirette anche per l’Europa, sia per la prossimità geografica sia per le rotte migratorie e commerciali che collegano le due sponde del Mediterraneo. A dominare la scena restano quattro organizzazioni principali: lo Stato Islamico, Jamaat Nusrat al-Islam wal Muslimeen, Tehrik-e-Taliban Pakistan e al-Shabaab. Questi gruppi sono responsabili complessivamente del 70 per cento delle vittime del terrorismo nel 2025, confermando il peso delle reti jihadiste transnazionali e la loro capacità di adattamento ai nuovi contesti operativi. Lo Stato Islamico, pur operando in meno Paesi rispetto al passato, resta l’organizzazione più letale, grazie a una struttura decentralizzata che permette di mantenere attive numerose affiliate regionali. In questo quadro emerge un dato significativo: il report non colloca Hamas tra i principali gruppi responsabili delle vittime globali. L’assenza del movimento palestinese dalla lista delle organizzazioni più letali non significa una riduzione del suo peso politico, ma riflette la metodologia dell’indice, che misura il terrorismo in base al numero di attacchi e di morti registrati a livello globale. Il rapporto evidenzia infatti come il fenomeno sia oggi dominato da gruppi attivi soprattutto in Africa e in Asia meridionale, mentre il Medio Oriente pesa meno nelle statistiche complessive, pur rimanendo strategicamente rilevante. Il Marocco si conferma tra i Paesi più sicuri al mondo secondo il Global Terrorism Index 2026, che inserisce il Regno nel gruppo delle nazioni con il più basso livello di minaccia terroristica su scala globale. In un contesto internazionale caratterizzato da persistenti focolai di violenza e da una crescente instabilità in diverse aree, Rabat si distingue per l’assenza di attentati registrati negli ultimi anni, risultato attribuito all’efficacia dell’azione svolta dai suoi apparati di sicurezza e al consolidamento di un solido sistema di prevenzione.
Il Pakistan è risultato il Paese più colpito dal terrorismo per la prima volta nella storia dell’indice, a causa della ripresa delle attività di gruppi armati legati ai talebani e delle tensioni lungo i confini con l’Afghanistan. Anche Nigeria e Repubblica Democratica del Congo hanno registrato un forte aumento delle vittime, mentre Burkina Faso, pur restando tra i Paesi più colpiti, ha segnato la riduzione più significativa nel numero di morti, con un calo del 45 per cento. Tuttavia, il report sottolinea che la diminuzione degli attacchi è stata accompagnata da una maggiore letalità, segno di operazioni meno frequenti ma più devastanti. Parallelamente cresce la preoccupazione per l’Occidente. Nel 2025 le morti legate al terrorismo nei Paesi occidentali sono aumentate del 280 per cento, un dato che riflette una serie di attacchi ad alta visibilità mediatica e spesso legati a individui radicalizzati autonomamente. Il fenomeno dei cosiddetti “lupi solitari” domina la scena: negli ultimi cinque anni il 93 per cento degli attacchi mortali in Occidente è stato compiuto da singoli individui, spesso difficili da individuare preventivamente dalle autorità.
Uno degli elementi più allarmanti riguarda la radicalizzazione giovanile. Bambini e adolescenti hanno rappresentato il 42 per cento delle indagini antiterrorismo in Europa e Nord America nel 2025, con un incremento triplo rispetto al 2021. Il tempo necessario per la radicalizzazione si è drasticamente ridotto e può avvenire nel giro di poche settimane, alimentato da propaganda online, algoritmi dei social network e contenuti estremisti facilmente accessibili. Il report evidenzia inoltre il ruolo sempre più centrale delle aree di confine. Oltre il 41 per cento degli attacchi avviene entro 50 chilometri da un confine internazionale e il 64 per cento entro 100 chilometri. Le zone di frontiera rappresentano spazi dove il controllo statale è limitato e dove i gruppi armati possono muoversi agevolmente tra diversi Paesi, sfruttando rivalità politiche e scarsa cooperazione tra governi. Questo fenomeno è particolarmente evidente nel Sahel, nel confine tra Afghanistan e Pakistan e nella regione tra Colombia e Venezuela.
Il documento menziona tuttavia Hamas in un contesto più ampio legato alle dinamiche regionali e alle reti di proxy. Il report sottolinea che l’escalation geopolitica, in particolare quella che coinvolge Iran, Stati Uniti e Israele, potrebbe aumentare il rischio di attacchi indiretti attraverso organizzazioni alleate, tra cui Hamas, Hezbollah e gli Houthi. Ciò significa che, pur non essendo tra i principali attori statistici, questi gruppi restano rilevanti sul piano strategico e potrebbero influenzare l’evoluzione della minaccia terroristica. Nel complesso, il Global Terrorism Index 2026 descrive una minaccia in trasformazione. Il terrorismo diventa meno diffuso ma più concentrato, meno strutturato ma più imprevedibile, meno legato a grandi organizzazioni e sempre più alimentato da reti decentralizzate e individui radicalizzati online. La diminuzione registrata nel 2025 potrebbe quindi rappresentare solo una pausa temporanea. L’evoluzione dei conflitti internazionali, l’instabilità delle regioni di frontiera e la crescente radicalizzazione giovanile suggeriscono che il rischio di nuove ondate terroristiche rimane elevato, con implicazioni dirette anche per l’Europa e l’Occidente.
- Il tycoon: «Tregua di 5 giorni, intesa in 15 punti». Teheran: «Manipola i mercati». I funzionari però confermano: colloqui in corso. Obiettivo fine guerra il 9 aprile.
- Raid Idf contro il comando centrale dei pasdaran. Ancora esplosioni in Barhein.
Lo speciale contiene due articoli.
La crisi iraniana si avvia verso una svolta diplomatica? Ieri, Donald Trump ha rivelato che sarebbero in corso dei colloqui tra Washington e Teheran: una circostanza che tuttavia è stata seccamente smentita dal regime khomeinista. Ma andiamo con ordine.
«Sono lieto di annunciare che gli Usa e l’Iran hanno avuto, negli ultimi due giorni, colloqui molto positivi e produttivi riguardo a una risoluzione completa e totale delle nostre ostilità in Medio Oriente», ha dichiarato, ieri, Trump su Truth, per poi aggiungere: «In base al tenore e al tono di queste conversazioni approfondite, dettagliate e costruttive, che proseguiranno per tutta la settimana, ho dato istruzioni al dipartimento della Guerra di rinviare qualsiasi attacco militare contro le centrali elettriche e le infrastrutture energetiche iraniane per un periodo di cinque giorni, subordinatamente al successo degli incontri e delle discussioni in corso».
«Siamo fermamente intenzionati a raggiungere un accordo con l’Iran», ha inoltre detto Trump, parlando con la stampa. Nell’occasione, quando gli è stato chiesto quale fosse il suo interlocutore a Teheran, il presidente americano ha risposto: «Stiamo parlando con l’uomo che credo sia il più rispettato e il leader. Abbiamo a che fare con persone che rappresentano al meglio il Paese».
Non solo. Oltre a rivendicare di aver raggiunto «importanti punti di accordo», Trump ha rivelato che i colloqui si sarebbero svolti nella serata dell’altro ieri e che il team statunitense sarebbe stato guidato da Steve Witkoff, oltre che da Jared Kushner: secondo il Times of Israel, i due avrebbero trattato con il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf. In questo quadro, Trump ha detto che lo Stretto di Hormuz verrà «aperto molto presto» e che sarà posto sotto «controllo congiunto» tra Washington e l’ayatollah, «chiunque egli sia». «Direi che ci sono ottime possibilità di raggiungere un accordo», ha aggiunto il presidente statunitense in Tennessee, ribadendo di voler impedire a Teheran di dotarsi dell’arma atomica. «L’America e il mondo intero saranno presto molto più sicuri», ha anche detto.
Nel frattempo, secondo Axios, nei prossimi giorni potrebbe essere organizzato un incontro a Islamabad tra alti funzionari americani e iraniani. Sembrerebbe, in particolare, che il team negoziale di Washington possa essere guidato dal vicepresidente, JD Vance. Al contempo, fonti ascoltate dal Times of Israel hanno riferito che Washington avrebbe tenuto aggiornato Israele dei colloqui con Teheran e che «probabilmente» lo Stato ebraico si asterrà da nuovi attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane. Se confermato, ciò rappresenterebbe una svolta significativa, visto che, dopo i primi giorni di guerra, Gerusalemme, non senza irritazione, aveva chiesto conto agli americani di presunti contatti segreti con il regime khomeinista.
Allo stesso tempo, se veramente dovesse essere Vance a guidare il team negoziale statunitense a Islamabad, ciò significherebbe un rafforzamento politico del vicepresidente, che è sempre stato notoriamente scettico nei confronti di un’operazione militare di vasta portata contro l’Iran. Tra l’altro, stando a Channel 12, il numero due della Casa Bianca, ieri, avrebbe avuto una telefonata con Benjamin Netanyahu su un possibile accordo tra Usa e Iran.
Sotto questo aspetto, è interessante ricordare che, a ottobre, emerse come, all’interno dell’attuale amministrazione americana, il vicepresidente fosse forse la figura meno morbida nei confronti del premier israeliano. Frattanto, fonti dello Stato ebraico hanno riferito a Ynet che Trump avrebbe fissato al 9 aprile la data per concludere la guerra.
Tutto questo, mentre dietro l’iniziativa diplomatica americana si celerebbe anche un ruolo di Pakistan, Turchia ed Egitto. Inoltre sarà un caso, ma, dopo la rivelazione dei colloqui da parte del presidente americano, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha avuto una telefonata con l’omologo russo, Sergej Lavrov. Nell’occasione, quest’ultimo, secondo Mosca, ha «sottolineato l’urgente necessità di porre fine immediatamente alle ostilità e di avviare un percorso verso una soluzione politica e diplomatica». Che si stia registrando una sotterranea sponda tra Casa Bianca e Cremlino per risolvere la crisi iraniana?
Eppure, dall’altra parte, il ministero degli Esteri di Teheran ha negato che l’Iran abbia avuto dei colloqui con gli Stati Uniti negli ultimi 24 giorni: una posizione, questa, espressa anche da Ghalibaf. «Non ci sono stati negoziati con gli Stati Uniti. Le notizie false hanno lo scopo di manipolare i mercati finanziari e petroliferi e di uscire dal pantano in cui sono intrappolati Stati Uniti e Israele», ha affermato, mentre le Guardie della rivoluzione hanno definito il presidente americano come «disonesto». Ha davvero ragione l’Iran a dire che Trump si sarebbe inventato tutto per abbassare il costo dell’energia? Oppure Teheran sta tergiversando in un’ottica di tattica negoziale?
Una terza possibilità è che il regime khomeinista sia sempre più spaccato al suo interno e che si stia consumando una lotta intestina per decidere quale linea tenere nei confronti di Washington. Come che sia, un funzionario iraniano ha ammesso ad Al Jazeera che, negli ultimi giorni, la Repubblica islamica ha trasmesso dei messaggi agli Usa tramite Turchia ed Egitto. Trump, dal canto suo, sta cercando un interlocutore stabile a Teheran per riuscire a concretizzare una soluzione di tipo venezuelano. Capiremo nei prossimi giorni se riuscirà nel suo intento.
Per Hormuz adesso spunta l’ipotesi di controllo congiunto Usa-ayatollah
La diplomazia torna al centro della crisi tra Stati Uniti e Iran mentre sul terreno proseguono attacchi e tensioni regionali. Secondo fonti americane e israeliane, Washington e Teheran conducono trattative articolate in più fasi per ridurre l’escalation e garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz, snodo strategico attraverso cui transita circa il 20% del commercio mondiale di petrolio e gas.
L’ipotesi allo studio prevede inizialmente la riapertura del corridoio marittimo con la sospensione degli attacchi contro alcune infrastrutture energetiche iraniane, seguita da un cessate il fuoco più ampio. In questo contesto, Israele potrebbe allinearsi alla linea americana e sospendere i raid contro i siti energetici iraniani e le centrali elettriche. Secondo fonti della sicurezza, Washington avrebbe tenuto informato il governo israeliano sui contatti in corso con Teheran. Israele non ha formalmente minacciato di colpire le infrastrutture energetiche, ma il ministro della Difesa, Israel Katz, ha dichiarato che gli attacchi contro l’Iran e contro «le infrastrutture da cui dipende» potrebbero aumentare significativamente, lasciando aperta la possibilità di un’escalation.
Le indiscrezioni indicano anche un possibile coinvolgimento del presidente del Parlamento iraniano Mohammad-Bagher Ghalibaf. I Paesi mediatori starebbero lavorando a un incontro in settimana a Islamabad tra delegazioni iraniane e gli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner, con la possibile partecipazione del vicepresidente JD Vance. Tuttavia lo stesso Ghalibaf ha smentito pubblicamente.
Anche il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baqaei ha negato contatti diretti con Washington, ribadendo che la posizione di Teheran sullo Stretto di Hormuz e sulle condizioni per la fine della guerra non è cambiata. Una fonte israeliana ha inoltre sostenuto che gli Stati Uniti avrebbero indicato il 9 aprile come data obiettivo per la conclusione del conflitto, lasciando circa 21 giorni per combattimenti e negoziati. «Gli americani non hanno aggiornato Israele sui colloqui con Ghalibaf. Porre fine alla guerra il 9 aprile permetterà a Trump di arrivare in Israele per il Giorno dell’Indipendenza e ricevere il Premio Israele», ha dichiarato la fonte.
Allo stesso tempo, Teheran valuta l’introduzione di un nuovo «regime legale» per lo Stretto di Hormuz, mentre continua a negare l’esistenza di negoziati diretti e insiste sulla richiesta di riparazioni e garanzie contro future aggressioni. «C’è una vera possibilità di raggiungere un accordo ma non garantisco nulla», ha dichiarato Trump, aprendo alla possibilità che lo Stretto sia controllato in modo congiunto, «forse da me e da chiunque sia l’ayatollah». Il contesto resta estremamente fluido e caratterizzato da messaggi contrastanti.
Intanto, però, secondo il New York Times, il Pentagono sta valutando l’invio di circa 3.000 paracadutisti della 82 Divisione Aviotrasportata statunitense come forza di pronto intervento per supportare eventuali operazioni in Iran, con l’obiettivo, se necessario, di occupare l’isola di Kharg, principale hub per l’export petrolifero iraniano. Sul piano energetico, il numero uno di Chevron Mike Wirth ha avvertito che i prezzi del petrolio non hanno ancora pienamente incorporato gli effetti del blocco di Hormuz. Secondo il dirigente, il mercato fisico e i livelli delle scorte indicano una situazione più tesa rispetto a quanto suggeriscano i contratti futures. Gli effetti della chiusura dello Stretto si starebbero già propagando a livello globale, con timori particolarmente forti in Asia per l’approvvigionamento di greggio e prodotti raffinati. La tensione si è subito vista anche nel Golfo. Diverse forti esplosioni e sirene d’allarme sono state avvertite in Bahrein, le prime registrate nella regione da quando Donald Trump ha annunciato l’avvio dei colloqui per porre fine alla guerra con l’Iran. Sul piano militare, l’aeronautica israeliana ha dichiarato che durante una serie di attacchi a Teheran è stato colpito il «quartier generale principale della sicurezza» dei pasdaran. Secondo le Forze di difesa israeliane, la struttura era integrata in infrastrutture civili e veniva utilizzata dalle Guardie Rivoluzionarie per coordinare le unità regionali incaricate del mantenimento dell’ordine del regime e della sicurezza interna, comprese le milizie paramilitari Basij.
In questo contesto, gli Emirati Arabi Uniti hanno assunto una posizione particolarmente dura. Il consigliere presidenziale Anwar Gargash ha dichiarato: «Noi, negli Stati del Golfo Persico, abbiamo il diritto di chiedere: dove sono le istituzioni di azione araba e islamica congiunta, prima fra tutte la Lega Araba e l’Organizzazione della Cooperazione Islamica, mentre i nostri Paesi e i nostri popoli sono soggetti a questa brutale aggressione iraniana? E dove sono i principali Stati arabi e regionali? In questa assenza e impotenza, non sarà lecito parlare in seguito del declino del ruolo arabo e islamico o criticare la presenza americana e occidentale. Gli Stati arabi del Golfo sono stati un sostegno e un partner per tutti nei periodi di prosperità, quindi, dove siete oggi, in tempi di difficoltà?».
Evidente che anche in caso di accordo, le tensioni emerse nelle ultime settimane rischiano di lasciare effetti duraturi sugli equilibri del Medio Oriente e sulla sicurezza delle rotte energetiche internazionali. Un eventuale accordo non cancellerà le tensioni: gli effetti sugli equilibri regionali e sulle rotte energetiche saranno duraturi.
- Gli ultimi arrivati sono i «Fennecs», che hanno scelto come simbolo il soprannome della nazionale di calcio algerina. Ma la gang più temuta resta la marsigliese DZ.
- Le nuove sostanze psicoattive rappresentano un business a basso costo logistico e alta redditività: il modo ideale per finanziare attività terroristiche. Le periferie restano un grosso bacino di reclutamento.
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Nel capoluogo dell’Isère si fanno chiamare Les Fennecs 38. Una denominazione che combina il soprannome della nazionale algerina, i «Fennecs», con il numero identificativo del dipartimento. Scelta che riflette una duplice appartenenza: francese per nascita o crescita, maghrebina per eredità familiare. Il gruppo si compone prevalentemente di giovani franco-algerini provenienti dalle periferie urbane, contesti dove identità culturale e marginalità sociale spesso convivono. Il fenomeno non è circoscritto a Grenoble. A Parigi, Lione, Marsiglia e Tolosa esistono collettivi analoghi, formati in larga parte da membri della diaspora nordafricana. In queste realtà il calcio rappresenta un potente catalizzatore identitario e uno spazio di aggregazione. Tuttavia, accanto alla dimensione festiva, negli ultimi anni si sono registrate tensioni che hanno acceso il confronto politico e mediatico.
Durante il Mondiale in Qatar del 2022, le vittorie del Marocco contro Spagna e Portogallo provocarono mobilitazioni di massa nella capitale francese. Migliaia di persone si riversarono nelle strade; in alcune zone si verificarono scontri, atti vandalici e interventi delle forze dell’ordine. Episodi analoghi si ripeterono a Lione e Marsiglia. In vista della semifinale Francia-Marocco, le autorità predisposero un imponente dispositivo di sicurezza, ritenendo l’evento ad alto valore simbolico. Per comprendere pienamente tali dinamiche occorre però considerare un ulteriore elemento: molte celebrazioni si svolgono in quartieri già segnati da economie illegali radicate. In diverse periferie francesi lo spaccio al dettaglio è organizzato in strutture gerarchiche stabili, con turni, vedette e controllo del territorio. Si tratta di sistemi paralleli consolidati, indipendenti dalle partite ma pronti a sfruttare ogni occasione di visibilità.
Fennec 38 è tuttavia solo una tessera di un mosaico molto più ampio: la Francia conta circa 3.000 piazze di spaccio attive e nel 2024 ha registrato 367 omicidi o tentati omicidi legati al narcotraffico. Al vertice di questo sistema rimane la cosiddetta mafia DZ, nata nei quartieri settentrionali di Marsiglia. Il nome richiama il prefisso internazionale dell’Algeria e il suo emblema è la volpe del deserto. Proprio a quel simbolo si ispira la sigla grenoblese, suggerendo un legame o almeno un’imitazione del modello marsigliese. Il giro d’affari della DZ è stimato tra i 50 e i 100 milioni di euro annui. Il suo epicentro comprende il 13°, 14°, 15° e 16° arrondissement di Marsiglia, ma dal 2020 l’influenza si è estesa a Lione, Digione, Clermont-Ferrand e Nantes. Il principale antagonista, il clan Yoda, è stato ridimensionato dopo l’arresto del leader Félix Bingui in Marocco nel marzo 2024. La guerra tra le due organizzazioni, durata due anni, ha provocato decine di vittime.
Nell’area parigina l’epicentro resta la Seine-Saint-Denis. Qui sono stati sperimentati sistemi innovativi come appartamenti affittati temporaneamente per vendite discrete e cassette automatizzate che consentono ritiri senza contatto diretto. Una sorta di digitalizzazione dello spaccio che complica le indagini. All’inizio del 2025 i feriti da arma da fuoco nella regione sono aumentati del 39%, mentre le sparatorie contro edifici del 59%.
Lione occupa una posizione nevralgica lungo il corridoio del Rodano, asse logistico che collega Marsiglia al Belgio attraverso l’A7. La cocaina sbarcata nel porto mediterraneo risale verso il Nord Europa passando da qui. I circuiti lionesi generano tra i 30 e i 50 milioni di euro l’anno e controllano quartieri come La Duchère, Vaulx-en-Velin e Vénissieux.
Dal 2020 la presenza della DZ ha contribuito a un incremento del 40% delle violenze tra bande. Fennec 38 è comparsa pubblicamente nel febbraio 2026 con un attacco che ha ferito sei persone, tra cui un bambino. Gli inquirenti ritengono però che il gruppo fosse operativo già dal 2024. Si distingue per l’uso aggressivo dei social: video su TikTok, Snapchat e Telegram mostrano individui armati e simboli identitari. Una strategia intimidatoria che favorisce il reclutamento ma offre anche elementi utili agli investigatori.
Tolosa rappresenta un mercato da circa 20 milioni di euro annui, mentre Rennes testimonia la diffusione del fenomeno anche nelle città medie.
Nei quartieri nord di Marsiglia il tasso di omicidi raggiunge livelli paragonabili a contesti latinoamericani, a fronte di una media nazionale di 1,3 ogni 100.000 abitanti. Le organizzazioni dispongono di arsenali significativi. Nel 2023 sono state sequestrate 8.000 armi, tra cui circa 300 di tipo militare. Kalashnikov e granate, spesso provenienti dai Balcani via Italia e Svizzera, sono acquistabili a costi relativamente contenuti, favorendo la militarizzazione dei conflitti. La cocaina entra principalmente dai porti di Marsiglia, Le Havre e Bordeaux. Nel 2024 sono state intercettate 110 tonnellate di stupefacenti, 21 delle quali cocaina, ma si stima che solo il 10-20% dei flussi venga bloccato. Il mercato francese vale circa 7 miliardi di euro l’anno. Con 3,7 milioni di sperimentatori e 1,1 milioni di consumatori abituali, la domanda è in crescita, sostenuta dall’aumento della produzione globale, che nel 2024 ha raggiunto le 4.000 tonnellate.
Nel 2025 è stata istituita la Procura nazionale contro la criminalità organizzata, operativa dal 2026, con l’obiettivo di centralizzare il contrasto. Il ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha definito il narcotraffico una «minaccia esistenziale». Sono state avviate operazioni di bonifica e programmi di «città ad alta sicurezza» in 25 centri urbani.
Un tratto comune alle principali piazze di spaccio è la crescente professionalizzazione. Le organizzazioni operano con ruoli definiti: venditori al dettaglio, «nourrices» incaricate di custodire droga e armi nelle abitazioni, vedette per segnalare l’arrivo delle pattuglie, autisti per la distribuzione. Esistono turnazioni, compensi settimanali e codici interni. La violenza diventa uno strumento di gestione del potere: consolida l’autorità del gruppo, scoraggia i concorrenti e comunica al quartiere chi detiene il controllo. In questo contesto, le dinamiche identitarie e i collettivi di tifo possono trasformarsi in terreno di reclutamento. Offrono simboli, appartenenza e visibilità, elementi attrattivi per adolescenti cresciuti in aree dove le opportunità sociali sono limitate. L’immagine pubblica, amplificata dai social network, rafforza reputazione e intimidazione.
La filiera logistica non si esaurisce nei porti. Una volta entrata nel Paese, la merce viene frazionata e smistata lungo l’asse Marsiglia–Lione–Grenoble, sfruttando capannoni, garage, appartamenti in affitto e veicoli intestati a prestanome. L’aumento dell’offerta globale ha ridotto i prezzi all’ingrosso, spingendo le reti criminali a compensare con volumi maggiori e presenza territoriale più aggressiva. Quando i margini si comprimono, il controllo delle piazze diventa decisivo e la competizione degenera rapidamente. Le operazioni di polizia producono arresti e sequestri, ma l’equilibrio resta instabile. Il vero squilibrio è nei tempi di reazione: lo Stato agisce attraverso procedure complesse, mentre le organizzazioni si ristrutturano in pochi giorni, spostando uomini e attività da un quartiere all’altro. È in questa differenza di velocità che si misura l’attuale asimmetria. La Francia si trova così davanti a una sfida strutturale. Da un lato un mercato miliardario, alimentato da domanda stabile e flussi internazionali in crescita; dall’altro istituzioni chiamate a riaffermare la propria autorità in territori dove la presenza statale è percepita come intermittente.
Il salto di qualità nelle intimidazioni fa sospettare infiltrazioni jihadiste
Lo scorso 6 febbraio, attorno alle 14.45, tre o quattro persone hanno scagliato un ordigno esplosivo all’interno di un centro estetico nel cuore di Grenoble, nel dipartimento dell’Isère. «Sei individui hanno riportato ferite lievi a causa della deflagrazione e la vetrata dell’esercizio commerciale è stata distrutta», ha riferito al Dauphiné Libéré il procuratore della Repubblica di Grenoble, Étienne Manteaux, giunto sul luogo dell’attacco. Nel giro di poche ore ha iniziato a circolare sui social network un filmato di rivendicazione attribuito a un gruppo che si fa chiamare «Fennec 38», accompagnato da ulteriori minacce. Nelle immagini, condivise massicciamente in rete, si vede un uomo con il volto coperto e vestito di scuro togliere la sicura a quello che appare come un ordigno a mano, gettarlo all’interno del locale e allontanarsi rapidamente, mentre un passante tenta invano di chiudere l’ingresso.
Il magistrato ha precisato che «il bilancio provvisorio parla di sei feriti non gravi», tutti medicati sul posto senza necessità di ricovero. L’ordigno, ha aggiunto, «non era concepito per provocare vittime», bensì per lanciare un segnale intimidatorio. Dopo l’azione, gli aggressori si sono dileguati a bordo di un’auto parcheggiata poco distante. Le registrazioni mostrano una prima esplosione seguita da un’ulteriore detonazione. All’interno del negozio si trovavano il titolare e diversi clienti, tra cui un bambino di cinque anni e una giovane di diciassette: anche loro sono rimasti coinvolti dall’onda d’urto. La facciata è stata devastata e i danni si sono estesi lungo il raggio dell’esplosione e i responsabili risultano al momento irreperibili.
Un secondo video, anch’esso diffuso online, mostra un uomo a volto coperto che si presenta come appartenente ai «Fennec 38» e proclama: «Siamo i Fennec 38, attivi a Grenoble. Da oggi, 6 febbraio 2026, avvisiamo tutti i quartieri della città. Chiunque abbia mancato di rispetto al nostro capo sarà fatto esplodere da un nostro uomo. Pagherete. E per chi ci sostiene o ci ostacola, la sorte sarà la stessa: vi faremo saltare in aria. Ricordate: abbiamo uomini che amano la morte quanto voi amate la vita». Il filmato si chiude con l’immagine di un fennec davanti alla bandiera algerina, animale considerato simbolo nazionale dell’Algeria. La formula «amiamo la morte come voi amate la vita» è stata in passato utilizzata anche da organizzazioni jihadiste come Al-Qaeda e lo Stato Islamico. Per il procuratore di Grenoble, l’episodio rappresenta «un salto di qualità nella spregiudicatezza dei responsabili e nella ricerca di visibilità per le loro azioni».
L’attacco riaccende inoltre l’attenzione su un contesto cittadino già segnato da precedenti episodi legati all’estremismo islamista. Negli ultimi anni Grenoble è stata più volte citata nei rapporti dell’antiterrorismo per casi di radicalizzazione individuale, reti di proselitismo nei quartieri sensibili, transiti di foreign fighters diretti verso i teatri siro-iracheni e attività di propaganda online riconducibili all’orbita dello Stato Islamico. A ciò si aggiungono indagini su predicatori radicali, associazioni sciolte per derive fondamentaliste e cellule smantellate prima del passaggio all’azione. Il rischio, sottolineano fonti investigative, è quello di infiltrazioni jihadiste capaci di sfruttare contesti di marginalità urbana, tensioni sociali e circuiti criminali locali per radicarsi ulteriormente. La combinazione tra microcriminalità organizzata, traffici illegali e narrativa estremista costituisce un terreno fertile per derive violente. In questo quadro, l’episodio del centro estetico non viene letto soltanto come un gesto intimidatorio isolato, ma come un possibile segnale di saldatura tra dinamiche delinquenziali e simbologie jihadiste.
A complicare ulteriormente il quadro vi è il mercato delle droghe sintetiche, in forte espansione anche nell’area dell’Isère. Le nuove sostanze psicoattive – dalla metanfetamina ai cannabinoidi sintetici, fino alle pasticche di ecstasy di ultima generazione – circolano con crescente facilità nei quartieri periferici e nelle reti di spaccio legate a bande giovanili. Si tratta di un business ad alta redditività e a basso costo logistico, spesso gestito attraverso canali digitali, pagamenti criptati e consegne rapide. Secondo gli investigatori, proprio questi circuiti rappresentano un possibile punto di contatto tra criminalità comune ed estremismo: il traffico di stupefacenti può finanziare attività radicali, offrire coperture logistiche e creare bacini di reclutamento tra giovani già inseriti in contesti di illegalità. Le droghe sintetiche, inoltre, alimentano un clima di violenza diffusa legato alla competizione per il controllo delle piazze di spaccio. Regolamenti di conti, intimidazioni e uso di armi improvvisate diventano strumenti ordinari di pressione territoriale. In una realtà urbana dove coesistono fragilità sociali, reti criminali e segnali di radicalizzazione, il rischio è che fenomeni diversi finiscano per intrecciarsi, generando una miscela esplosiva. Grenoble, già alle prese con tensioni strutturali, si trova così a fronteggiare non soltanto un episodio eclatante, ma una sfida più ampia che coinvolge sicurezza, prevenzione e tenuta del tessuto sociale.




