- Nelle carte dell’inchiesta di Genova su Mohammad Hannoun emerge l’attivismo di gruppi per creare legami istituzionali intorno a flussi di denaro sospetti.
- Ramadan, non solo preghiera e digiuno ma anche una «decima». Obolo che non si sa dove finisce.
Lo speciale contiene due articoli
Quella sull’Associazione benefica per il popolo palestinese (Abspp), presieduta da Mohammad Hannoun, il giordano arrestato a dicembre su richiesta della Procura di Genova, non è un’indagine che parte dalle armi o dalle milizie. Parte dal mondo delle Ong, dalla cooperazione internazionale, dalle raccolte fondi pubbliche organizzate nelle nostre città. Questo raccontano i documenti depositati nel fascicolo processuale. Un lavoro firmato dalla Digos e da due diversi nuclei della Guardia di finanza. Oltre mille pagine che confermano che è proprio in quell’area, tradizionalmente percepita come spazio della solidarietà e dell’impegno civile, che gli investigatori collocano il primo livello della loro ricostruzione.
L’inchiesta «Domino» capovolge l’ordine dei fattori: prima il circuito umanitario, poi - secondo l’ipotesi accusatoria - la rete finanziaria. Tra i nomi che emergono negli atti figura Giuditta Brattini, operatrice umanitaria attiva da anni in iniziative di sostegno alla popolazione di Gaza. Il suo ruolo non viene descritto come operativo nella gestione dei conti, ma come punto di contatto tra l’attivismo civile italiano e l’Abspp di Hannoun. La tesi dei magistrati è netta: Abspp non sarebbe stata soltanto un ente caritativo, ma un nodo europeo inserito in una rete ritenuta riconducibile ad Hamas, con funzioni di raccolta, gestione e trasferimento di fondi.
Nelle conversazioni intercettate Brattini parla di iniziative a Milano per raccogliere fondi e inviare beni di prima necessità nella Striscia. Si discute di eventi, contatti, organizzazione logistica. Non emergono, allo stato, istruzioni finanziarie o movimentazioni dirette di denaro a suo nome. Tuttavia la sua presenza negli atti evidenzia un punto chiave: la sovrapposizione tra attivismo umanitario, dimensione politica e reti associative attorno ad Abspp. È in questo spazio di intersezione che l’indagine individua uno snodo sensibile. L’impianto investigativo mette insieme intercettazioni telefoniche e ambientali, tracciamenti bancari, analisi di flussi finanziari, copie forensi di server e documenti provenienti dall’estero. Ma il punto di partenza non è una spedizione di contanti, né un trasferimento sospetto: è il contesto associativo, la dimensione pubblica e relazionale. È qui che il ruolo delle Ong diventa centrale. Non perché l’attività umanitaria sia di per sé oggetto di contestazione ma perché, nella prospettiva accusatoria, proprio attraverso iniziative pubbliche, campagne di solidarietà e interlocuzioni istituzionali si sarebbe costruita una rete di consenso e affidabilità capace di sostenere, direttamente o indirettamente, i flussi finanziari al centro dell’indagine.
In questo perimetro emerge la figura di Sulaiman Hijazi, indicato negli atti come mediatore e figura di raccordo politico-relazionale nel circuito attorno ad Abspp. È lui che dialoga con interlocutori italiani, che riferisce delle difficoltà legate ai conti bloccati e che organizza incontri e relazioni pubbliche. In una conversazione intercettata è proprio Hijazi a parlare del viaggio di Wael Dahdouh previsto per il 20 marzo 2024 in Qatar, dove avrebbe dovuto raggiungere i figli per la fine del Ramadan. Spiega che Dahdouh riceve numerosi inviti in Italia ma che non può accettarli tutti. «Preferisco in questo momento accettare per lui gli inviti degli italiani, così per farlo conoscere di più», afferma Hijazi, aggiungendo di avere un appuntamento con Beppe Grillo nella sua villa di Sant’Ilario. A intervenire è Hanin, interlocutrice nella conversazione, che reagisce con tono critico: «Ma non potevi trovare qualcun altro?». Hijazi replica: «Che vuoi che ti dica? Pensi che lo porti anche da Schlein? Comunque sono tutti così». È ancora Hanin a rispondere, facendo esplicito riferimento a Elly Schlein, segretaria del Partito democratico: «Non da Schlein, è una calamità». Hijazi controbatte: «E quindi vuoi che lo porti dalla Meloni? In Italia purtroppo abbiamo solo questi».
La conversazione prosegue con Hanin che esprime il timore di una strumentalizzazione politica: «Non vorrei che dopo averlo incontrato facciano la foto e poi dicano di capire la sofferenza senza aver fatto nulla. Sembra che facciano a gara per il post più bello con Wael Al Dahdouh. Si è ridotto a un post su Instagram». Hijazi conclude spiegando che l’obiettivo sarebbe ottenere risultati concreti dall’Italia senza eccessiva esposizione mediatica: «Se Dio vorrà, tramite questi politici li otterrà». Il passaggio è significativo perché mostra un atteggiamento ambivalente verso la politica italiana. Né il M5s, né il Pd sembrano godere di una fiducia sostanziale nel dialogo intercettato. I giudizi sono talvolta sprezzanti. Eppure la politica resta un canale da utilizzare. Nonostante i timori espressi in una intercettazione: «Questa cosa... in qualsiasi organizzazione... quando uno vorrebbe far parte dei 5 stelle... del Pd oppure della Sinistra italiana, sinistra ecologica, verde o qualsiasi cosa... prima di farne parte deve fare una baiyaa (giuramento di fedeltà) a loro... nel senso che io per diventare uno di voi... mettendomi a conoscenza dei vostri segreti per esempio... c’è qualcosa che si chiama giuramento vero?».
Nello stesso circuito compare anche Davide Tripiedi, ex parlamentare del 5 stelle. In una telefonata del 20 gennaio 2025 viene informato dell’esistenza di un milione di euro bloccato e delle difficoltà legate al nome di Hannoun, inserito nelle liste del dipartimento del Tesoro statunitense. Tripiedi osserva che un trasferimento di quella entità comporterebbe una segnalazione immediata alla Banca d’Italia. Non emergono indicazioni di un suo coinvolgimento operativo nella gestione dei fondi, ma la conversazione lo colloca nel perimetro informativo della vicenda.
Un capitolo a parte riguarda Mohamed Shahin, imam di Torino. Il suo nome compare in diverse intercettazioni come interlocutore territoriale e religioso. In una conversazione si fa riferimento alla «amana», somma affidata in custodia, e alla consegna di denaro a «sfollati e bisognosi». Secondo la ricostruzione investigativa, Shahin avrebbe rappresentato un punto di raccordo locale, figura di riferimento per la comunità e possibile facilitatore nella legittimazione delle raccolte. Sul piano amministrativo, nei suoi confronti era stato disposto un provvedimento di espulsione per motivi di sicurezza, poi annullato con rinvio dalla Cassazione. Shahin resta libero in attesa della nuova decisione. La sua posizione amministrativa è distinta dal procedimento penale, ma l’attenzione attorno alla sua figura è evidente. Il quadro che emerge è multilivello: un vertice decisionale, una gestione operativa dei flussi e, attorno, una rete pubblica fatta di Ong, referenti religiosi, interlocuzioni politiche e momenti mediatici.
L’elemento che rende l’inchiesta particolarmente sensibile non è soltanto l’ipotesi di flussi finanziari verso soggetti ritenuti contigui ad Hamas, ma la presenza di un livello politico che, pur non risultando operativo nella gestione delle somme, viene evocato come sponda e leva di visibilità. È questo piano relazionale che solleva interrogativi ulteriori: quanto meno sulla responsabilità politica e sull’opportunità delle interlocuzioni.
Col Ramadan parte la patrimoniale islamica
Il Ramadan, il mese sacro dei musulmani, non è fatto solo di digiuno, dall’alba al tramonto, e di preghiera. Ma anche di zakat, una donazione, di fatto obbligatoria, da fare prima della preghiera dell’Eid Al Fitr, ovvero prima della fine del Ramadan. Nulla di male, sia chiaro. Del resto, uno dei cinque pilastri dell’islam è proprio la zakat che serve, almeno sulla carta, per aiutare i più bisognosi. «Ogni uomo o donna musulmano/a e adulto/a che possiede una ricchezza superiore a un certo importo stabilito, noto come Nisab, deve donare il 2,5%», si legge sul sito dell’Ong Islamic relief. Regole chiare, dunque, e tariffari ancor più chiari. Ecco, Islamic relief: questo nome è apparso nel rapporto dell’intelligence francese dell’anno scorso che approfondiva i rapporti tra le Ong e la Fratellanza musulmana. Un’accusa smentita con forza da Islamic relief, il cui nome, però, è comparso, proprio per quanto riguarda la sua sezione d’Oltralpe anche nelle carte che proverebbero come Mohammad Hannoun abbia sostenuto il braccio armato di Hamas. Tutto questo grazie alla zakat, alle donazioni.
Un vero e proprio toccasana per le associazioni islamiche e pure per gli Stati. In Pakistan, per esempio, è un giro da 1,7 miliardi. Una cifra non di poco conto se si pensa che i pakistani, avendo scarsa fiducia nel governo, cercano di aggirarlo. In questi giorni, le donazioni alle associazioni e alle moschee raggiungeranno il loro culmine. Moltissime di esse andranno a Gaza, ufficialmente per aiutare la popolazione civile. Ma Hannoun ha dimostrato che i soldi rischiano di finire altrove. In mani sbagliate. «Questo caso», spiega Anna Maria Cisint, eurodeputata della Lega, «ci ha insegnato che dietro la retorica della solidarietà si nasconde il pericolo che parte di quei fondi finisca a sostenere organizzazioni sovversive e terroristiche come i Fratelli musulmani e Hamas».
Ma non solo. Per l’esponente leghista, «attraverso queste donazioni si finanzia un sistema organizzato che utilizza la religione come leva per raccogliere risorse economiche e rafforzare strutture ideologiche ostili ai nostri valori. In Italia questo è il risultato dell’assenza di una regolamentazione chiara, a partire dalla mancata definizione di un’Intesa con lo Stato. Per questo, nel pacchetto di norme che stiamo predisponendo, il tema dei finanziamenti è centrale. Non è più accettabile che manchi chiarezza su come, da dove e verso dove viaggi il denaro all’interno delle moschee e delle associazioni islamiche collegate».
Ramadan: tempo di preghiera e digiuno. Ma anche di soldi che si spostano e vanno altrove sfruttando la zakat, che ha fatto la fortuna di Hannoun e dei suoi sodali. Soprattutto quelli legati ad Hamas.
- Lo Stato Islamico ha spostato il proprio baricentro nel Sahel, dove leader politici sempre più deboli non controllano il territorio. Sfruttando il ritiro delle truppe occidentali, i terroristi già impongono tasse, amministrano la giustizia e gestiscono i flussi migratori.
- Dal 2023 il Paese è guidato da una giunta golpista che ha stretto buoni rapporti con Mosca e cacciato i militari francesi. Anche gli Usa si sono ritirati. Roma mantiene il suo contingente, nonostante l’alto rischio attentati.
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Lo Stato Islamico ha compreso da tempo che la possibilità di ricostruire una vera entità statuale tra Iraq e Siria appartiene ormai al passato. Il progetto del Califfato, così come concepito da Abu Bakr al-Baghdadi, si è definitivamente esaurito con la caduta di Baghouz, nel marzo 2019, sulle rive dell’Eufrate. Da quel momento, la leadership jihadista si è fatta opaca e intermittente: i successori di al-Baghdadi hanno gestito una struttura ridotta a rete clandestina, incapace di amministrare territori e costretta a limitarsi ad azioni di logoramento contro obiettivi civili e statali. Il baricentro strategico dell’organizzazione si è così progressivamente spostato altrove. Nel Sahel, lo Stato Islamico e i gruppi a esso affiliati operano in un ambiente radicalmente diverso, caratterizzato da spazi immensi, confini porosi, apparati statali fragili e una violenza ormai sistemica. Qui la guerra non è episodica, ma diffusa e ad alta intensità, alimentata dalla competizione tra le reti jihadiste legate allo Stato Islamico e quelle riconducibili ad al-Qaeda. Non si tratta solo di scontri armati, ma di una corsa alla conquista di territori, popolazioni, risorse e infrastrutture statali.
Il conflitto saheliano ha assunto dimensioni senza precedenti. L’epicentro resta il triangolo Mali-Burkina Faso-Niger, ma l’instabilità si è ormai estesa verso l’Africa occidentale. La Nigeria era già coinvolta in modo strutturale, mentre oggi anche Benin e Togo entrano stabilmente nella geografia della violenza jihadista. L’espansione segue una logica precisa: occupare gli spazi lasciati vuoti dallo Stato, sfruttare le fratture sociali, inserirsi nelle economie illegali che attraversano la regione. Il Mali rappresenta un caso emblematico. Qui i gruppi armati sono riusciti a colpire direttamente i nervi vitali del Paese, imponendo blocchi economici e paralizzando le vie di rifornimento. L’assalto sistematico alle autocisterne, il sequestro degli autisti e il soffocamento delle attività economiche a Bamako hanno dimostrato quanto fragile sia il controllo governativo anche sulle principali arterie nazionali. La temporanea attenuazione della crisi, ottenuta solo grazie a convogli scortati da alleati esterni, ha rivelato l’esistenza di trattative informali e concessioni politiche che certificano una perdita di sovranità di fatto, tanto che intere aree sono controllate dai jihadisti.
Questo quadro si inserisce in una regione segnata da povertà strutturale, crescita demografica incontrollata e marginalizzazione cronica. Mali, Niger e Burkina Faso coprono una superficie paragonabile a gran parte dell’Unione europea, ma senza infrastrutture, servizi pubblici e amministrazioni capaci di esercitare un controllo effettivo. In questo vuoto si è sviluppata una governance jihadista alternativa: tribunali religiosi, imposizione fiscale, regolazione dei mercati locali, controllo sociale. Una statualità rudimentale, ma spesso percepita come più presente e coerente di quella ufficiale. All’interno di questa architettura, il traffico di migranti occupa un ruolo centrale. Il Sahel è il grande corridoio umano che convoglia centinaia di migliaia di persone verso il Nord Africa e il Mediterraneo. Su queste rotte, lo Stato Islamico e i gruppi affiliati hanno progressivamente assorbito o subordinato le reti criminali tradizionali, trasformando la migrazione in una fonte strutturale di reddito e di potere. I convogli vengono tassati, le piste nel deserto controllate, i passaggi autorizzati a pagamento. Chi non può pagare viene trattenuto, sfruttato, venduto o arruolato con la forza. I campi di transito e le prigioni informali gestite dai jihadisti generano profitti milionari e rafforzano una sovranità de facto. Il controllo dei flussi migratori diventa così anche uno strumento di pressione indiretta sull’Europa.
Il principale attore jihadista della regione resta Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin, una coalizione legata ad al-Qaeda che può contare su almeno 10.000 uomini e che ha costruito una presenza capillare in vaste aree del Mali e del Burkina Faso, estendendo le proprie operazioni oltre confine. La sua crescita poggia su un mix di violenza militare, penetrazione economica e integrazione sociale. Accanto ad essa, lo Stato Islamico-Provincia del Sahel (circa 5.000 uomini), ha consolidato il controllo di zone transfrontaliere, replicando modelli di amministrazione armata già sperimentati in Medio Oriente, mentre altre branche jihadiste operano lungo il bacino del Lago Ciad e nel nord-ovest della Nigeria.
Il fattore che ha accelerato in modo decisivo questa dinamica è la sequenza di colpi di Stato che ha attraversato il Sahel tra il 2020 e il 2023. Mali, Burkina Faso e Niger sono finiti sotto giunte militari che hanno spezzato la cooperazione regionale, dissolto i meccanismi di sicurezza condivisa e isolato i Paesi dal resto dell’Africa occidentale. L’uscita dalle organizzazioni regionali, la fine delle missioni internazionali e il ritiro delle forze occidentali hanno creato un vuoto strategico che i gruppi jihadisti hanno occupato rapidamente in opposizione alle milizie russe utilizzate dalle giunte golpiste. La portata di questo deterioramento è emersa in modo plastico anche con l’attacco che ha coinvolto i militari italiani (rimasti illesi) in Niger lo scorso 29 gennaio. Un episodio che ha segnato uno spartiacque: non un’azione isolata, ma la dimostrazione che anche le missioni di addestramento e supporto, concepite come interventi a bassa esposizione, sono ormai bersagli legittimi nella strategia jihadista. In un Paese destabilizzato dal colpo di Stato e dall’uscita delle truppe occidentali, i gruppi legati allo Stato Islamico hanno mostrato di saper colpire contingenti stranieri sfruttando intelligence locale, complicità tribali e libertà di movimento. L’attacco ha certificato che il Sahel non è più una crisi lontana, ma un fronte che interseca direttamente la sicurezza europea. Il ritiro francese, la chiusura delle missioni Onu e l’uscita delle forze statunitensi hanno lasciato spazio a nuovi attori esterni, come Russia e Turchia. Tuttavia, il supporto fornito alle giunte – tra addestramento, droni e mercenari – non ha invertito la tendenza. Al contrario, operazioni condotte senza attenzione alla popolazione civile hanno spesso alimentato risentimento e facilitato il reclutamento jihadista. Il Sahel si sta così trasformando nel laboratorio di un «Califfato 2.0»: meno visibile, più fluido, ma potenzialmente più resiliente. Un progetto fondato sul controllo delle periferie, delle economie illegali, delle migrazioni e delle comunità marginalizzate. Non una replica dell’esperienza siro-irachena, ma una sua evoluzione adattata a un continente segnato da fragilità strutturali. Se questa deriva non sarà arrestata, il Sahel è destinato a trasformarsi nel nuovo epicentro del jihadismo internazionale, con ripercussioni immediate sull’Europa — esposta a flussi migratori in fuga dall’instabilità — e sull’intero equilibrio della sicurezza globale.
Il «forziere» Niger, tra uranio e oro. I soldati italiani sono i soli rimasti
Il Niger è oggi uno degli epicentri della complessa crisi del Sahel, dove si intrecciano instabilità politica, competizione internazionale, jihadismo armato e il controllo di risorse naturali strategiche. L’interesse dello Stato Islamico per questo Paese non nasce da un singolo fattore, ma da una convergenza di condizioni che rendono il territorio nigerino vulnerabile e allo stesso tempo estremamente conteso. Nel luglio 2023 una parte dell’esercito nigerino ha rovesciato il governo eletto, portando al potere una giunta militare guidata dal generale Abdourahamane Tchiani. Questo colpo di Stato ha segnato una rottura profonda con le tradizionali alleanze di Niamey: la giunta ha sospeso la Costituzione, sciolto gli organismi democratici e imposto un nuovo ordine che ha gradualmente ridisegnato le relazioni internazionali del Paese. Una delle conseguenze più evidenti è stata la cacciata delle truppe francesi e la fine della cooperazione militare con Parigi, storicamente al centro della lotta contro i gruppi armati nel Sahel. Anche gli Stati Uniti hanno ridotto la loro presenza militare, lasciando un vuoto che ha aperto spazi di influenza per altri attori esterni. In questo quadro, la Russia ha rafforzato i suoi legami con la giunta nigerina, offrendo supporto militare, addestramento e cooperazione di sicurezza, consolidando una presenza che segue l’espansione dell’influenza di Mosca in altri Paesi della regione.La giunta ha inoltre stretto legami con governi simili in Mali e Burkina Faso, formando un’alleanza regionale di Stati a guida militare, accomunati dall’allontanamento dalle istituzioni occidentali e dal desiderio di nuovi partner strategici. Questo riassetto ha trasformato il panorama geopolitico del Sahel, creando un terreno di confronto tra influenze occidentali, russe e di altri attori emergenti. In questo contesto, il jihadismo ha trovato terreno fertile. I gruppi armati, tra cui l’affiliata locale dello Stato Islamico, operano nelle vaste aree di frontiera dove lo Stato centrale fatica ad affermare la propria autorità.Nel dibattito italiano e internazionale, un elemento spesso sottolineato è la presenza delle forze militari italiane in Niger. L’Italia mantiene dal 2018 la cosiddetta Missione bilaterale di supporto in Niger (Misin), una presenza militare autonoma finalizzata principalmente all’addestramento e alla formazione delle forze di sicurezza locali, al supporto logistico e alla cooperazione con le autorità nigerine nel contrasto al terrorismo, al traffico illecito e ai flussi migratori. Questa missione è considerata uno dei pochi canali di cooperazione diretta tra un Paese occidentale e Niamey dopo il ritiro di altre forze europee. Il contingente italiano prevede la presenza di alcune centinaia di militari, insieme a mezzi terrestri e aerei impiegati in attività di assistenza tecnica e di supporto alle operazioni locali. La base italiana di supporto a Niamey, situata presso l’aeroporto internazionale, è diventata un punto di riferimento per queste attività di training e cooperazione. Nonostante le tensioni e gli attentati jihadisti nella regione, la presenza italiana è rimasta costante, con l’obiettivo dichiarato di contribuire alla stabilità e alla capacità delle forze nigerine di affrontare minacce come lo Stato Islamico. In tal senso il capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Luciano Portolano, il 9 e 10 febbraio si è recato in visita al contingente italiano. La missione istituzionale è stata finalizzata a rafforzare il confronto con le autorità locali e a riaffermare il ruolo delle Forze Armate italiane nel sostegno alla stabilità e alla sicurezza del Niger e dell’intera area saheliana.Il Niger è anche un Paese ricco di risorse naturali che ne accentuano l’importanza strategica. Il Paese è tra i principali produttori di uranio, concentrato in aree come quelle attorno ad Arlit, risorsa fondamentale per l’energia nucleare in Europa. Ma oltre all’uranio il sottosuolo nigerino contiene oro, petrolio e altri minerali. In uno scenario di debolezza statale, queste risorse diventano oggetto di interesse sia per gruppi armati che per attori internazionali. Per i jihadisti, minacciare, controllare o semplicemente sfruttare l’oro e altre materie prime può rappresentare una leva economica e simbolica per destabilizzare ulteriormente la regione e sfidare gli interessi occidentali. La crisi nigerina si inserisce in un contesto più ampio, dove l’equilibrio tra influenze globali, fragilità istituzionale e presenza di milizie transnazionali sta riscrivendo gli equilibri del Sahel. Qui, la competizione per il controllo del territorio, delle risorse e delle alleanze politiche non è solo una questione regionale, ma una delle linee di faglia della nuova geopolitica africana. Per gruppi come lo Stato Islamico, è una gigantesca opportunità: fratture nella sicurezza statale, alleanze regionali instabili e campi di contesa su cui proiettare la propria presenza e aumentare la propria influenza. In un teatro come il Sahel, controllare il territorio significa controllare anche il futuro di un’intera regione.
S. Pia.
La portaerei USS Gerald R. Ford si unisce alla flotta americana nel Golfo mentre Washington aumenta la pressione su Teheran: tra negoziati sul nucleare e minacce incrociate, cresce il rischio di un’escalation capace di incendiare il Medio Oriente e scuotere i mercati energetici globali.
Il Pentagono ha deciso di inviare in Medio Oriente la portaerei più grande e tecnologicamente avanzata della Marina statunitense, la USS Gerald R. Ford, mentre cresce la pressione su Teheran e prende forma l’ipotesi di un possibile intervento militare contro l’Iran.
La decisione, confermata da funzionari americani, segna un passaggio significativo nella postura strategica di Washington, che dopo mesi di attenzione rivolta all’emisfero occidentale torna a concentrare uomini e mezzi nel teatro mediorientale. Il gruppo d’attacco della Ford, dopo aver operato nei Caraibi e nel Mediterraneo, si sta dirigendo verso il Golfo dove si unirà alla USS Abraham Lincoln e ad altre unità già presenti nell’area. Si tratta di una concentrazione navale che non può essere letta come una semplice rotazione operativa. La Ford non è una portaerei qualsiasi: rappresenta il vertice tecnologico della potenza aeronavale americana, capace di sostenere un ritmo di operazioni aeree più intenso rispetto alle generazioni precedenti. Con i suoi caccia e velivoli da sorveglianza, offre ai comandanti sul campo una capacità immediata di attacco e di controllo dello spazio aereo. Il dispiegamento avviene mentre il presidente Donald Trump aumenta la pressione diplomatica sull’Iran affinché accetti concessioni sul proprio programma nucleare. Un primo round di colloqui si è svolto la scorsa settimana, ma il clima resta teso. Trump ha ribadito di essere disponibile a un accordo, ma ha anche avvertito che le conseguenze di un mancato compromesso sarebbero «molto gravi». È la classica strategia del bastone e della carota: dialogo aperto, ma con una dimostrazione di forza tangibile alle spalle. La scelta di inviare la Ford ha anche un significato politico interno al sistema militare americano. In autunno, quando la nave era stata spostata nei Caraibi per supportare operazioni legate ai sequestri di petroliere e alla pressione sul Venezuela, per la prima volta in decenni non vi era alcuna portaerei assegnata stabilmente né al Comando Centrale né al Comando Europeo. Ora la priorità torna chiaramente il Medio Oriente. È un segnale rivolto tanto a Teheran quanto agli alleati regionali, in particolare Israele e le monarchie del Golfo.
Ma un’eventuale operazione militare contro l’Iran aprirebbe scenari estremamente complessi e rischiosi. Teheran non è un attore isolato né privo di strumenti di risposta. Oltre alle proprie capacità missilistiche e navali, dispone di una rete di alleati e milizie in Iraq, Siria, Libano e Yemen. Un attacco diretto contro il territorio iraniano potrebbe innescare una reazione su più fronti, trasformando un’operazione circoscritta in una crisi regionale estesa. Le basi americane nel Golfo diventerebbero obiettivi potenziali, così come le infrastrutture energetiche dei Paesi alleati di Washington. Uno dei punti più sensibili resta lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita una quota significativa del petrolio mondiale. Anche senza una chiusura formale, basterebbero attacchi mirati o operazioni di disturbo per provocare un’impennata immediata dei prezzi energetici, con ripercussioni sui mercati globali e sull’inflazione. In un contesto economico già fragile, un’escalation nel Golfo avrebbe effetti ben oltre la regione. C’è poi il rischio di una radicalizzazione ulteriore del programma nucleare iraniano. Un intervento militare potrebbe convincere la leadership di Teheran che l’unica garanzia di sopravvivenza sia accelerare verso una soglia nucleare pienamente operativa. Paradossalmente, un’azione pensata per impedire il consolidamento delle capacità atomiche iraniane potrebbe rafforzarne la determinazione.
Sul piano geopolitico, un conflitto aperto offrirebbe a Russia e Cina l’opportunità di consolidare ulteriormente il proprio asse con l’Iran in funzione anti-occidentale. Mosca potrebbe fornire supporto tecnico o intelligence, mentre Pechino, principale acquirente del greggio iraniano, avrebbe tutto l’interesse a evitare un crollo del regime che destabilizzi le rotte energetiche. Il confronto rischierebbe così di assumere una dimensione sistemica, andando oltre il dossier nucleare. Infine, c’è la questione dei costi e della durata. L’Iran è un Paese vasto, con una popolazione numerosa e una struttura militare articolata. Anche un’operazione limitata contro siti nucleari o infrastrutture strategiche non garantirebbe risultati definitivi. Il rischio di un coinvolgimento prolungato, con attacchi di ritorsione e una spirale di escalation, è concreto. Gli Stati Uniti si troverebbero di fronte alla prospettiva di un nuovo fronte aperto in una regione già segnata da conflitti irrisolti.
Il dispiegamento della USS Gerald R. Ford non equivale automaticamente a una decisione di guerra, ma rappresenta un messaggio inequivocabile. Washington vuole mantenere la credibilità della deterrenza mentre negozia. Resta però da capire se la dimostrazione di forza contribuirà a sbloccare il dialogo o se, al contrario, spingerà le parti verso un punto di non ritorno. In Medio Oriente, la linea che separa la pressione strategica dall’escalation militare è spesso più sottile di quanto appaia.




