- Il presidente Usa: «Pechino ha accettato di non inviare armi ai pasdaran». Il capo dell’esercito pakistano vola a Teheran per pianificare il secondo round di negoziati.
- Milano quasi invariata, giù Londra e Parigi. Borse prudenti in attesa della diplomazia.
- Colloqui «costruttivi» a Washington, ma l’Idf per ora smentisce lo stop ai combattimenti contro Hezbollah e annuncia nuovi piani di battaglia. Raid dell’aviazione pure su Gaza.
Lo speciale contiene tre articoli
La crisi nello Stretto di Hormuz si sviluppa lungo un equilibrio sempre più fragile tra aperture diplomatiche e segnali di escalation militare. Nelle ultime ore il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha rivendicato un ruolo diretto nella riapertura della rotta strategica, coinvolgendo anche la Cina. «La Cina è molto contenta che io stia aprendo definitivamente lo Stretto di Hormuz. Lo faccio anche per loro e per il mondo intero», ha scritto sul social Truth, aggiungendo: «Questa situazione non si ripeterà mai più. Hanno accettato di non inviare armi all’Iran».
Trump ha poi sottolineato il suo rapporto con Pechino: «Il presidente Xi mi darà un grande, caloroso abbraccio quando arriverò lì tra qualche settimana». E ancora: «Stiamo collaborando in modo intelligente e molto efficace! Non è forse meglio che combattere?», pur ribadendo che gli Stati Uniti «sono molto bravi a combattere, se necessario, molto meglio di chiunque altro!!!». A rafforzare il messaggio politico anche il fronte economico: «La guerra con l’Iran può essere risolta “quasi subito”», ha detto a Fox News, assicurando che con la fine del conflitto «i prezzi del gas andranno incredibilmente giù».
Sul terreno, però, la tensione resta elevata. Nelle prime 24 ore del blocco navale statunitense, sei imbarcazioni sono state fermate e costrette a invertire la rotta dalle unità americane. Lo ha riferito un funzionario a Nbc News, precisando che non sono stati esplosi colpi e che nessun militare è salito a bordo delle navi. Cinque trasportavano petrolio. I controlli avvengono all’ingresso del Golfo dell’Oman, dove gli Stati Uniti mantengono oltre una dozzina di navi. Nonostante il blocco, si registrano segnali di ripresa del traffico. Una petroliera battente bandiera maltese ha attraversato lo Stretto ed è entrata nel Golfo Persico, la prima dall’inizio delle restrizioni.
La Vlcc Agios Fanourios I, rimasta per due giorni all’ancora nel Golfo dell’Oman, ha ripreso la navigazione nella notte verso Bassora. In questo contesto emergono elementi che complicano il quadro. Il Financial Times ha rivelato che l’Iran avrebbe utilizzato tecnologia satellitare cinese per colpire obiettivi americani. Pechino ha respinto le accuse: «Ci opponiamo con forza al fatto che parti coinvolte diffondano disinformazione, basata su congetture e insinuazioni, contro la Cina». Sul piano militare, Washington prepara comunque un rafforzamento con migliaia di soldati, tra cui circa 6.000 a bordo della portaerei Uss George H.W. Bush e oltre 4.000 tra marines e unità anfibie. Teheran ha risponsto con fermezza. «L’Iran non permetterà alcuna esportazione o importazione di petrolio nel Golfo Persico e nel mare dell’Oman se gli Stati Uniti, Paese terrorista e aggressore, continueranno con i loro atti illegali di blocco nella regione», ha dichiarato il comandante Ali Abdollahi.
Nonostante la tensione, la diplomazia resta attiva. Secondo indiscrezioni di media americani, Stati Uniti e Iran starebbero valutando un’estensione del cessate il fuoco di due settimane per proseguire i negoziati, ipotesi tuttavia smentita dalla Casa Bianca. Secondo il New York Times, Trump avrebbe rifiutato l’estensione della tregua. In questo contesto si inserisce il ruolo del Pakistan: il capo di Stato maggiore dell’esercito pachistano, Asim Munir, è a Teheran per consegnare al ministro degli Esteri Abbas Araghchi un messaggio degli Stati Uniti e provare a pianificare un secondo round di colloqui. Sul fronte internazionale, Mosca ha preso le distanze dal conflitto. «Non partecipiamo a questa guerra; non è la nostra guerra», ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, aggiungendo che il conflitto tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran «non ha nulla a che fare con la Russia». Peskov ha inoltre precisato che «l’iniziativa di esportare uranio arricchito dall’Iran alla Russia non è attualmente in discussione, ma Vladimir Putin è pronto a riprenderla».
La Cina rilancia il sostegno al dialogo. Il ministro degli Esteri Wang Yi ha affermato che Pechino sostiene «il mantenimento della dinamica dei negoziati di pace» in Medio Oriente, sottolineando che i colloqui «vanno nell’interesse fondamentale del popolo iraniano» e che la Cina è pronta a svolgere «un ruolo costruttivo». Anche l’Iran ribadisce la propria posizione sullo Stretto. «Qualsiasi mossa o interferenza nello Stretto di Hormuz non farebbe altro che complicare la situazione», ha affermato il portavoce Esmaeil Baghaei, mentre la portavoce del governo, Fatemeh Mohajerani, ha definito Hormuz «una risorsa speciale per l’Iran», annunciando che «per questa via navigabile dovrebbe essere definito un regime speciale». Il presidente Masoud Pezeshkian, che anche ieri ha espresso la sua preoccupazione per il possibile mancato pagamento dei salari dei dipendenti pubblici, mantiene una linea prudente: «L’Iran non cerca la guerra o l’instabilità», ma «qualsiasi tentativo di imporre la propria volontà o di costringere il Paese alla sottomissione è destinato al fallimento».
Su indicazione del ministro egiziano Badr Abdelatty, il viceministro Nazih El-Nagari ha partecipato a Islamabad a una riunione tecnica con funzionari di Egitto, Arabia Saudita, Pakistan e Turchia (mediatori nella crisi), dedicato alla crisi regionale. I partecipanti hanno ribadito il rispetto dei principi di sovranità e non ingerenza, mentre il ministro pakistano Muhammad Ishaq Dar ha evidenziato gli sforzi di Islamabad per ridurre le tensioni tra Stati Uniti e Iran e favorire una de-escalation volta a ristabilire stabilità e sicurezza.
Dall’Europa arriva un nuovo appello al dialogo. «Noi continueremo ad avere rapporti con gli Stati Uniti, lavoreremo perché Hormuz possa essere libero e ci possa essere libertà di navigazione», ha dichiarato il ministro Antonio Tajani. In chiusura si registra anche la posizione della diaspora iraniana in Italia contro l’annunciata visita di Reza Pahlavi in Italia. «Gli iraniani oggi guardano avanti e stanno pagando un prezzo altissimo per rovesciare il regime degli ayatollah, senza alcuna intenzione di tornare al passato monarchico», ha affermato Davood Karimi, presidente dell’associazione rifugiati politici iraniani residenti in Italia.
Il petrolio sale ancora, scende il gas. Solo Francoforte tiene in Europa
Le Borse europee hanno mostrato un andamento disomogeneo ieri, riflettendo un contesto globale dominato dall’incertezza geopolitica ed economica. Gli investitori restano prudenti in attesa di sviluppi concreti nei negoziati tra Stati Uniti e Iran, che potrebbero riprendere a breve. Il nodo centrale riguarda lo stretto di Hormuz: il blocco reciproco tra Washington e Teheran sta infatti limitando il passaggio di petroliere, con potenziali effetti sulle catene di approvvigionamento e sui prezzi dell’energia. Secondo le stime dell’Ufficio parlamentare di bilancio, la guerra in Iran «incide ancora poco» ma potrebbe avere un impatto sul Pil da 0,2 a 0,4 punti percentuali a seconda degli scenari che prevedono l’eventuale riapertura dello Stretto di Hormuz o un suo blocco prolungato.
Nonostante il quadro teso, i mercati statunitensi hanno recentemente mostrato segnali di forza: ieri l’S&P 500 si è avvicinato a toccare i massimi storici, mentre il Nasdaq è rimasto in positivo, trainato in particolare dal comparto tecnologico. Questo slancio si è riflesso anche sui mercati asiatici, che hanno esteso i guadagni durante la notte tra martedì e mercoledì, sostenuti da un cauto ottimismo su una possibile distensione geopolitica e dalla resilienza del settore tech.
Sul fronte delle materie prime, il petrolio si mantiene stabile con una lieve tendenza al rialzo (Il Brent intorno alle 18 quotava 95,76, in rialzo dell’1,02%, e il Wti a 95,8 dollari, in aumento dell’1,07%), segnale che il mercato sta già incorporando un premio al rischio legato alle tensioni nello stretto di Hormuz. Al contrario, il gas naturale mostra una dinamica in calo (-4,37% a 41,4), suggerendo aspettative di domanda più deboli o una maggiore disponibilità nel breve periodo. Tuttavia, il quadro resta fragile: la tregua di due settimane è prossima alla scadenza e il Fondo monetario internazionale ha esplicitamente segnalato il rischio di una recessione globale in assenza di una soluzione negoziale.
In Europa, le principali piazze finanziarie hanno chiuso in territorio negativo o poco mosso. Parigi ha registrato un calo dello 0,64%, Londra dello 0,45% e Madrid dello 0,52%, mentre Milano ha terminato praticamente invariata (-0,04%), mantenendosi comunque sui livelli più elevati dal 2000. La cautela prevalente è coerente con la fase di attesa degli operatori, che evitano posizionamenti aggressivi in mancanza di segnali chiari sul fronte geopolitico.
A Piazza Affari si sono distinti alcuni titoli finanziari e industriali. Nexi ha guidato i rialzi con un +5,8%, seguita da Mediobanca (+4,8%) Infine, sul mercato obbligazionario si osserva un lieve aumento dello spread tra Btp e Bund, salito a 77 punti base, con il rendimento del decennale italiano al 3,81%. Questo movimento riflette un moderato incremento del premio per il rischio, coerente con il contesto di incertezza globale.
Niente cessate il fuoco in Libano
Israele ha attaccato il Nord della Striscia di Gaza con una serie di operazioni militari dell’aviazione. Stando alle informazioni della protezione civile palestinese, ci sarebbero in totale dieci vittime, fra cui un bambino di 3 anni. Il ministero degli Interni ha detto che i caccia israeliani hanno preso di mira un veicolo della polizia e per colpire il mezzo sarebbero stati coinvolti diversi civili. Un altro attacco si è invece verificato nei pressi del campo profughi di al Shati, dove è stata uccisa la maggioranza delle persone. Ma se il confine Sud con la Striscia resta caldo, il confine Nord con il Libano si conferma incandescente.
Hezbollah ha lanciato 30 razzi, bersagliando soprattutto la cittadina di Kiryat Shmona nella Galilea occidentale. Questa zona ha visto cadere 20 razzi del movimento sciita libanese, otto sono stati intercettati dalla difesa aerea, mentre gli altri sono caduti in zona disabitate. Un’altra decina è invece piovuta sulla Galilea orientale, anche in questo caso senza causare danni. Il ministero della Sanità libanese ha denunciato che Israele avrebbe colpito tre ambulanze, uccidendo tre paramedici a Nabatiyeh. I mezzi attaccati appartengono al Comitato sanitario islamico, affiliato di Hezbollah, che Tel Aviv accusa di aiutare i terroristi negli spostamenti. Mentre lo scontro con i miliziani del partito di Dio andava avanti, a Washington Israele e Libano dopo 30 anni hanno aperto un tavolo per colloqui diretti, nonostante siano ancora tecnicamente in stato di guerra.
Le parti si sono presentate all’incontro, mediato dal Segretario di Stato Marco Rubio, con gli israeliani che chiedono che l’esercito di Beirut disarmi Hezbollah e prenda il controllo del territorio, mentre il Libano vuole l’immediata fine del conflitto che ha già provocato 2.124 morti e lo sfollamento di oltre 1,1 milioni di persone. L’evento ha visto la partecipazione dell’ambasciatrice del Libano negli Stati Uniti, Nada Hamadeh Moawad, e il suo omologo israeliano Yechiel Leiter. Al termine entrambe le parti hanno espresso pareri positivi, definendo i colloqui costruttivi. Il movimento sciita, escluso per volontà di Israele dall’incontro, si è opposto ai colloqui diretti, rilanciando con forza la sua azione militare. Intanto il politologo americano Edward Luttwak ha definito la missione Unifil come corrotta da Hezbollah, e l’Italia compromessa per la sua partecipazione a questa operazione onusiana che non avrebbe mai fatto il suo dovere di tenere Hezbollah lontana da Israele, per codardia, ma anche per corruzione. Il contingente dei caschi blu ha denunciato che le forze israeliane stanno ostacolando la consegna dei rifornimenti alle loro postazioni, mentre il generale Luciano Portolano, Capo di Stato maggiore della Difesa, ieri in visita in Libano, ha ribadito l’importanza del ruolo dell’Unifil. Portolano, che ha incontrato tutti i vertici della nazione araba, ha confermato l’impegno internazionale per il potenziamento dell’esercito di Beirut.
Il giornale al Mayadeen, citando una fonte iraniana, ieri ha riportato di pressioni di Teheran per un cessate il fuoco di una settimana in Libano, ma la notizia è stata immediatamente smentita da Israele, che ha annunciato nuovi piani di battaglia per il Paese dei Cedri con l’ordine di uccidere qualsiasi combattente di Hezbollah a Sud del Litani. Beirut ha denunciato alle Nazioni Unite l’attacco subito da Israele l’8 aprile, che ha provocato 300 morti e 1200 feriti, soprattutto nella capitale, dove ha colpito civili inermi. Il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, si è intanto offerto di ospitare i prossimi colloqui fra Libano e Israele, mentre il ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha, in un colloquio telefonico con l’omologo israeliano Gideon Sa’ar ha richiamato l’attenzione di Tel Aviv su una nave russa che trasportava grano rubato all’Ucraina e a cui è stato permesso di attraccare nel porto israeliano di Haifa. Sybiha ha dichiarato: «L’esportazione illegale di prodotti agricoli ucraini rubati fa parte del più ampio sforzo bellico della Russia. Nessuno deve permettere alle navi della flotta ombra di Mosca di vendere quello che viene sottratto al popolo ucraino».
- In vigore dalle 16 di ieri lo stop alla navigazione nello Stretto. Trump: «La Marina iraniana giace sul fondo del mare». Poi apre uno spiraglio al nemico: «Ci hanno contattato, vogliono un accordo». Ma il nodo da sciogliere resta quello del nucleare.
- Il viceministro Leo avverte: sforzi notevoli sulle accise, copriamo fino alla fine del mese, poi tocca all’Europa. Intanto la Von der Leyen rimanda tutto a maggio, ma il 22 presenta le misure per contenere consumi e viaggi.
- Teheran insorge: «Atto di pirateria, gli statunitensi se ne pentiranno». Ghalibaf: «L’America rimpiangerà molto presto la benzina a 4-5 dollari al gallone».
Lo speciale contiene tre articoli.
È entrato in vigore alle 16 (ora italiana) di ieri il blocco navale imposto dagli Stati Uniti nello Stretto di Hormuz, snodo strategico per il traffico energetico globale. La decisione, annunciata dal Comando centrale americano (Centcom), arriva dopo il fallimento dei colloqui tra Washington e Teheran e segna un’ulteriore escalation nella crisi.
A lanciare l’allarme è stata l’Autorità britannica per le operazioni commerciali marittime (Ukmto), che ha segnalato restrizioni immediate all’accesso verso porti e acque costiere iraniane. Il provvedimento riguarda tutte le navi dirette da e verso infrastrutture iraniane, senza alcuna distinzione di bandiera. Alle imbarcazioni neutrali già presenti nei porti è stato concesso solo un breve periodo per lasciare l’area. Secondo il Centcom, qualsiasi nave che tenti di entrare o uscire dalla zona senza autorizzazione potrà essere intercettata e sequestrata. Le misure si estendono lungo tutta la costa iraniana, includendo terminal petroliferi e infrastrutture energetiche nel Golfo Persico, nel Golfo di Oman e nel Mar arabico.
Il blocco dello Stretto di Hormuz è in vigore e più di 15 navi americane sono impegnate direttamente nell’operazione. Lo riporta il Wall Street Journal citando un funzionario statunitense, secondo il quale gli Stati Uniti possono contare nella regione su cacciatorpediniere lanciamissili e numerose unità navali capaci di impiegare elicotteri per operazioni di abbordaggio e controllo del traffico marittimo.
L’Ukmto ha precisato che il transito nello Stretto verso destinazioni non iraniane non risulta formalmente impedito. Tuttavia, le navi possono essere sottoposte a controlli e procedure d’ispezione. Alle compagnie è stato raccomandato di mantenere la massima allerta, monitorare gli avvisi ai naviganti e contattare la Us Navy sul canale 16. I primi dati indicano che alcune petroliere hanno attraversato lo Stretto senza collegamenti con porti iraniani, segno che il traffico non è del tutto fermo ma si muove in un contesto di forte incertezza. A conferma della volatilità della situazione, il presidente americano Donald Trump ha scritto su Truth che «34 navi sono passate attraverso lo Stretto di Hormuz ieri», definendolo «il numero più alto da quando è iniziata questa chiusura».
Sul piano diplomatico, il nodo nucleare resta il principale punto di scontro. Durante i negoziati del fine settimana, gli Stati Uniti hanno proposto all’Iran di congelare l’arricchimento dell’uranio per 20 anni, mentre Teheran ha controproposto un periodo molto più breve, «a una sola cifra». Il fallimento dei colloqui, guidati dal vicepresidente JD Vance, è stato attribuito proprio alla distanza su questo punto cruciale, anche se l’Iran ha negato la circostanza. Nonostante lo stallo, la Casa Bianca lascia intravedere spiragli. Il presidente americano, Donald Trump, ha dichiarato che «JD Vance ha fatto un buon lavoro nelle trattative», sottolineando che il vero nodo resta il nucleare. «L’altra parte ci ha chiamato e vuole un accordo. Siamo stati contattati questa mattina dalle persone giuste e vogliono lavorare a un’intesa», ha aggiunto senza citare esplicitamente l’Iran. Sul piano militare, tuttavia, la linea della Casa Bianca resta durissima. Trump ha ribadito che qualsiasi nave iraniana che tenterà di violare il blocco sarà «immediatamente eliminata», sostenendo che «la Marina iraniana giace sul fondo del mare, completamente annientata». Parole che accompagnano la minaccia di un’ulteriore escalation se Teheran non cambierà posizione.
Il capo dell’Organizzazione marittima internazionale, Arsenio Dominguez, ha espresso forte preoccupazione per la situazione dei marittimi bloccati nell’area dello Stretto di Hormuz, ribadendo la necessità di garantire la libertà di navigazione. «Migliaia di uomini restano a bordo di navi nel Golfo Persico, esposti a rischi elevati e a un forte stress psicologico», ha dichiarato poco prima dell’avvio del blocco navale statunitense.
Sul fronte internazionale, Israele ha espresso sostegno alla decisione americana, mentre la Cina ha invitato a garantire la libertà di navigazione. Anche la Russia ha avvertito di possibili effetti negativi sui mercati energetici. Dall’Unione europea arriva un appello alla sicurezza marittima. «Quanto sta accadendo oggi nello Stretto di Hormuz rappresenta il segnale più chiaro a favore di una forte coalizione internazionale», ha dichiarato l’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, ribadendo che l’Ue respingerà qualsiasi limitazione alla libera navigazione.
Il quadro resta estremamente fragile. Secondo quanto riportato dal Canale 12 israeliano, il premier Benjamin Netanyahu ritiene che il cessate il fuoco con l’Iran possa essere messo in discussione «in brevissimo tempo» dopo il fallimento dei negoziati. Di parere contrario il premier pakistano, Shehbaz Sharif, che ha affermato che la tregua tra Stati Uniti e Iran «regge» e che sono in corso sforzi diplomatici per superare le divergenze emerse, nonostante il fallimento dei negoziati svoltisi a Islamabad nel fine settimana.
Roma chiama l’Ue sul caro energia però Ursula fa solo chiacchiere
Nel pieno dell’emergenza energetica, Bruxelles prende tempo. Il massimo dell’azione della Commissione europea è annunciare una serie di proposte legislative che saranno presentate a maggio. Il 22 aprile verranno invece date delle raccomandazioni agli Stati membri a consumare e viaggiare meno, a spingere sulle tecnologie pulite, a intervenire sulle tasse sull’elettricità e sugli oneri di sistema. È questo l’esito della riunione del Collegio dei Commissari che ancora una volta certifica l’irrilevanza dell’Europa. Dall’inizio del conflitto iraniano la spesa della Ue per le importazioni di combustibili fossili è aumentata di oltre 22 miliardi, ha detto la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, sottolineando che i prezzi dell’energia erano già balzati in cima all’agenda politica della Ue a causa dei timori per il calo della competitività rispetto a Cina e Stati Uniti. Ma se l’analisi non fa una piega, la ricetta per gestire la crisi non è proporzionata alla gravità del momento. «A maggio presenteremo proposte legislative per intervenire sulle tasse sull'elettricità e gli oneri di rete. L’obiettivo è quello di implementare misure strutturali per abbassare i prezzi dell’energia e dare sollievo a cittadini e imprese», ha annunciato la presidente. Il piano prevede che l’energia elettrica sia tassata in modo più favorevole rispetto ai combustibili fossili. Il piano della Commissione verrà presentato ai leader al prossimo Consiglio informale, la prossima settimana a Cipro, e ci sarà una comunicazione nel mercoledì precedente» (il 22 aprile). Von der Leyen ha spiegato che si punta a intervenire su tre aspetti. Il coordinamento tra Paesi negli interventi, anche riguardo alle scorte di gas e di petrolio e sulle misure di contenimento dei rincari, che «devono essere mirate ai gruppi vulnerabili, rapide, immediate e temporanee». Secondo, un «quadro temporaneo» che assicuri più flessibilità alle regole sugli aiuti di Stato. E, terzo elemento, e forse il più problematico: «Come possiamo ridurre la domanda».
La dipendenza della Ue dalle importazioni dei combustibili fossili la rende vulnerabile e le misure dovrebbero attutire l’impatto e promuovere l’adozione di tecnologie pulite. Di tasse e oneri di rete si era discusso al Consiglio europeo dello scorso febbraio ma anche allora nessuna decisione. In ballo c’era anche la proposta di modifica dell’impianto Ets (il sistema di acquisto di quote di Co2), che prevede l’interruzione dell’eliminazione delle quote gratuite e l'aumento di quelle immesse nel mercato di certificati. Ma stando alle parole di ieri della presidente dell’esecutivo Ue, il cantiere è ancora aperto: «Siamo sulla buona strada per presentare la revisione completa del sistema Ets, come annunciato, a luglio», ha detto. Nessun ripensamento sulla decarbonizzazione. «L’unico modo duraturo per uscire dalla dipendenza dai combustibili fossili», ha ribadito Von der Leyen, «è spostare la generazione di elettricità verso le energie rinnovabili e il nucleare, e poi, naturalmente, elettrificando l’economia il più rapidamente possibile».
Avanti tutta con l’elettrificazione «della nostra economia, delle nostre operazioni industriali, del modo in cui riscaldiamo le nostre case, della nostra mobilità». E annuncia la presentazione prima dell’estate di «un nuovo ambizioso obiettivo sull’elettrificazione». La presidente incoraggia gli Stati membri «a fare un uso migliore» dei finanziamenti Ue disponibili, come quelli dei fondi di coesione. «I soldi ci sono. Potete investirli nelle reti, nello stoccaggio, nelle batterie». Il quadro si completa con investimenti nei piccoli reattori modulari.
Ma mentre Bruxelles prende tempo i singoli governi procedono in ordine sparso. Dall’inizio della guerra con l’Iran, 22 Stati membri dell’Ue hanno introdotto oltre 120 misure non coordinate, per un costo superiore a 9 miliardi di euro (10,5 miliardi di dollari), al fine di attenuare l’impatto dell’aumento dei prezzi dell’energia, secondo un rapporto dell’Istituto Jacques Delors.
Manca quindi un coordinamento centrale per la gestione dell’emergenza. Lo ha evidenziato, tra le righe, anche il nostro ministero dell’Economia. Il viceministro, Maurizio Leo, ha sottolineato gli «sforzi notevoli» fatti dal governo per il taglio delle accise, che avrà la copertura fino a fine mese. «È chiaro che poi si dovrà pensare anche a livello europeo a degli interventi per venire incontro a tutte quelle che sono le esigenze del mondo produttivo, pensando agli autotrasportatori». Questi continuano a reclamare il credito d’imposta promesso al settore all’inizio della crisi in Medio Oriente nel consiglio dei ministri del 19 marzo scorso. A quasi un mese di distanza manca ancora il decreto attuativo. Un intervento in tale senso è appeso alle decisioni Bruxelles sul regime degli aiuti di Stato. Intanto gli autotrasportatori siciliani sono entrati in sciopero dalla mezzanotte di ieri sera per 5 giorni, bloccando i rifornimenti alla grande distribuzione dell’isola. Ed è solo l’inizio. Nelle riunioni che si sono svolte nel fine settimana, nell’ambito dell’iniziativa Unatras con assemblee convocate in cento piazze italiane, l’intera categoria nazionale è orientata verso il blocco dei servizi di trasporto su strada. Venerdì prossimo il Comitato esecutivo nazionale di Unatras potrebbe pronunciarsi sul blocco nazionale.
Teheran insorge: «Atto di pirateria, gli statunitensi se ne pentiranno»
«Siamo pronti ad affrontare qualsiasi scenario e le forze armate sono già in stato di massima allerta», ha tuonato il ministro della Difesa iraniano, il generale, Seyyed Majid ibn Reza, «qualsiasi atto di aggressione o provocazione del nemico riceverà una risposta dura e decisiva». La reazione di Teheran alle mosse statunitensi è stata subito estremamente aggressiva, come a voler mostrare i muscoli anche a tutte le nazioni coinvolte. Il blocco navale voluto da Donald Trump, dopo il fallimento del meeting di Islamabad, è stato definito dai Guardiani della rivoluzione come un atto di pirateria marittima e un’azione illegale. Le forze armate degli ayatollah hanno minacciato tutti i porti dell’area, arrivando a dire che nessun porto nel Golfo Persico o nel mar d’Oman sarà più al sicuro. La televisione nazionale Press tv ha dato ampio risalto alle reazione dei rappresentanti della Repubblica islamica come il tenente colonnello Ebrahim Zolfaqari, portavoce del quartier generale del comando unificato Khatam al-Anbiya, che ha detto che le navi affiliate al nemico non hanno e non avranno il diritto di attraversare lo Stretto di Hormuz, mentre le altre navi avranno il permesso di transito, ma soltanto nel rispetto delle normative delle Forze armate. Un messaggio chiaro che lascia intendere che l’Iran non permetterà agli Stati Uniti di decidere chi può attraversare questo vitale passaggio.
Lo scontro verbale ha coinvolto anche il presidente della Repubblica islamica, Masoud Pezeshkian, che ha affermato che tutte le minacce contro le infrastrutture del suo Paese rappresentano un chiaro segno della debolezza del nemico, questo in riposta a Donald Trump che aveva fatto riferimento alle infrastrutture energetiche della nazione asiatica come un obiettivo.
La lista dei dignitari iraniani che hanno risposto a Trump si allunga ora dopo ora e sono come sempre i pasdaran a prendere le posizioni più nette. Esamil Qaani, comandante della Forza Quds, reparto speciale responsabile delle operazioni al di fuori dell’Iran, ha gridato in un comizio che gli Stati Uniti lasceranno la regione senza aver ottenuto nulla e ha poi rimarcato che sia Washington che Tel Aviv dovrebbero ricordarsi di aver abbandonato lo Yemen, senza aver mai raggiunto gli obiettivi prefissati. Il generale, che ha rapporti diretti e personali con gli Huthi, ha velatamente minacciato la chiusura dello Stretto di Bab el-Mandeb, la strettoia che porta al mar Rosso e poi al canale di Suez. Da qui passano circa 6 milioni di barili di petrolio al giorno, che sommati agli oltre 20 di Hormuz, metterebbero l’Europa davanti a una crisi senza precedenti. Qaani è l’uomo che la Guida suprema Ali Khamenei aveva incaricato di coordinare quella che veniva chiamata asse della resistenza ed è lui che può far scendere in campo gli Huthi aprendo definitivamente anche il fronte del mar Rosso. Sempre a proposito delle conseguenze economiche, il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf , ha avvertito gli americani su X: «Godetevi i prezzi attuali della benzina. Presto vi mancheranno i 4-5 dollari al gallone».
Il muro contro muro non ha però precluso completamente la via della trattativa e i mediatori di Pakistan, Egitto e Turchia continueranno i colloqui con gli Stati Uniti e l’Iran anche nei prossimi giorni. «Non siamo ancora in una situazione di stallo totale», ha dichiarato Ishaq Dar, ministro degli Esteri di Islamabad, «Il mio governo è convinto che abbiamo assistito soltanto al primo round dei colloqui e il Pakistan farà ancora la sua parte. Il primo ministro Shehbaz Sharif si trova in Arabia Saudita su invito del principe Mohammed bin Salman e insieme lavoreranno per la tregua».
Meno intransigente e più possibilista il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi, presente agli Islamabd Talks e uomo dal lungo passato diplomatico. «Le richieste degli Stati Uniti sono state massimaliste e con cambiamenti di posizione continui», ha spiegato il responsabile della politica estera iraniana, «Washington era partito con grande sfiducia nei nostri confronti, ma l’Iran è stato costruttivo e paziente».
Iran, la rete africana di Teheran: religione, affari e sicurezza per resistere all’isolamento
Sotto pressione militare e diplomatica, l’Iran rafforza la sua presenza in Africa. Dalle reti religiose alla cooperazione economica e militare, Teheran costruisce alleanze strategiche nel continente per sostenere una strategia di resistenza nel lungo periodo.
Sotto la pressione dei bombardamenti israeliani e statunitensi iniziati alla fine di febbraio, la leadership iraniana si trova in una fase particolarmente delicata. Nonostante il contesto militare sfavorevole e l’isolamento internazionale, la Repubblica islamica continua però a fare affidamento su una fitta rete di relazioni costruite nel tempo, in particolare in Africa, dove le ambizioni strategiche di Teheran sono cresciute in modo graduale nel corso degli ultimi decenni.
Come scrive Jeune Afrique, questo sistema di alleanze non rappresenta una garanzia di sopravvivenza per il regime, ma costituisce una delle leve attraverso cui i vertici iraniani intendono sostenere una strategia di resistenza prolungata. Fin dall’avvio dei raid, la classe dirigente di Teheran ha parlato apertamente della necessità di prepararsi a una guerra lunga, sottolineando che parte delle risorse e dei sostegni necessari si trovano lontano dalla capitale, proprio nel continente africano. Qui l’Iran ha operato con pazienza, costruendo un’influenza che si sviluppa su più livelli: religioso, politico, economico e militare. Pur non raggiungendo l’ampiezza della presenza cinese o l’attivismo russo, l’Iran è riuscito a consolidare una rete articolata. Il primo strumento è quello religioso, fondato sul proselitismo sciita, elemento centrale della rivoluzione islamica del 1979. Nel corso degli anni, prima Ruhollah Khomeini e poi il suo successore Ali Khamenei hanno promosso la creazione di organizzazioni religiose e culturali all’estero, con l’obiettivo di diffondere l’ideologia della Repubblica islamica. Questo modello è stato replicato anche in Africa attraverso fondazioni, centri culturali e università. La nuova Guida Suprema Mojtaba Khamenei del quale pero’ non si hanno notizie certe dal 28 febbraio scorso, conosce a fondo questi meccanismi e mantiene rapporti stretti con il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie, struttura che esercita un peso determinante anche nella politica estera.
Attraverso organizzazioni come il Comitato di Soccorso Imam Khomeini e l’Assemblea Mondiale Ahlul Bayt, Teheran promuove iniziative religiose e sociali in diversi paesi africani. Missioni e viaggi ufficiali di esponenti religiosi iraniani sono stati registrati in Niger, Senegal e in altri stati dell’Africa occidentale. Il proselitismo trova sostegno anche in figure religiose locali. Tra queste, il leader del Movimento Islamico Nigeriano Ibraheem Zakzaky, che negli anni ha sviluppato rapporti diretti con Teheran e ha contribuito alla diffusione dell’influenza sciita nel continente. Le reti religiose, spesso sottovalutate, rappresentano uno dei canali più efficaci di penetrazione culturale e politica. Accanto al fronte religioso opera quello diplomatico. Il presidente iraniano Massoud Pezeshkian ha proseguito l’attivismo africano avviato dal suo predecessore, intensificando contatti con governi e leader regionali. La diplomazia iraniana promuove l’idea di un fronte del «Sud globale», che includa Iran, paesi africani e altre nazioni critiche nei confronti dell’Occidente. Gli ambasciatori iraniani nel continente sono incaricati di diffondere questa narrativa e di consolidare relazioni bilaterali. Questa strategia si inserisce in un contesto internazionale più ampio. L’ingresso dell’Iran nei Brics nel gennaio 2024, sostenuto in particolare dal Sudafrica, ha rafforzato la posizione diplomatica di Teheran. Proprio Pretoria è considerata uno dei principali partner africani della Repubblica islamica. Le relazioni si sono tradotte anche in cooperazione militare simbolica, come la partecipazione di navi iraniane a esercitazioni congiunte nelle acque sudafricane insieme a Cina e Russia, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare la sicurezza marittima. Un altro pilastro dell’influenza iraniana è quello culturale e mediatico. Il Ministero della Cultura e dell’Orientamento islamico coordina una rete di istituzioni all’estero, tra cui l’Università Al-Mustafa, presente in numerosi paesi africani, dal Camerun al Senegal, dalla Nigeria al Sudafrica. Gli Stati Uniti hanno sanzionato l’istituto sostenendo che sarebbe stato utilizzato anche per reclutare combattenti destinati ai teatri di guerra in Medio Oriente. Al di là delle accuse, la struttura rappresenta uno strumento di formazione e diffusione dell’ideologia iraniana.
Allo stesso tempo, l’apparato mediatico iraniano sostiene canali televisivi e piattaforme di comunicazione attive soprattutto in Africa occidentale. Questi media diffondono contenuti critici verso l’Occidente e favorevoli alla linea politica di Teheran, contribuendo a rafforzare la narrativa anti-occidentale. In questo contesto si inserisce anche il ruolo di attivisti panafricani come Kemi Seba, che negli ultimi anni ha intensificato i rapporti con l’establishment iraniano partecipando a conferenze e iniziative politiche a Teheran. Sul piano economico, l’Iran tenta di superare l’isolamento imposto dalle sanzioni sviluppando nuovi canali commerciali con l’Africa. Nel 2025, durante una conferenza dedicata alla cooperazione Iran-Africa, Teheran ha annunciato l’obiettivo di portare gli scambi commerciali a dieci miliardi di dollari. Le esportazioni iraniane verso il continente sono cresciute sensibilmente, coinvolgendo oltre trenta paesi e superando il miliardo di dollari di valore complessivo.
Le relazioni economiche riguardano diversi settori, dall’agricoltura all’industria, fino all’energia. Organismi come la Camera di Commercio Iran-Africa e l’Organizzazione per la Promozione del Commercio coordinano queste attività, con l’obiettivo di rafforzare la cooperazione tra imprese e istituzioni. Teheran ha anche tentato di avviare progetti nel settore nucleare civile, ma le pressioni occidentali hanno finora impedito lo sviluppo di iniziative su larga scala. La dimensione militare rappresenta un ulteriore tassello. Dopo i recenti cambiamenti ai vertici del ministero della Difesa, il complesso militare-industriale iraniano continua a operare attraverso aziende attive nella produzione aeronautica e nello sviluppo di droni. Tecnologie iraniane sarebbero state esportate in paesi come Etiopia e Sudan, spesso tramite società intermediarie utilizzate per aggirare le sanzioni internazionali. Il ruolo operativo resta affidato alla Forza Quds, unità d’élite delle Guardie Rivoluzionarie incaricata delle operazioni all’estero. Questa struttura mantiene una rete di contatti diplomatici e informativi in diverse regioni africane. In Nord Africa, il Marocco ha accusato l’Iran di sostenere indirettamente il Fronte Polisario, anche attraverso Hezbollah, storico alleato di Teheran. Nonostante le difficoltà, l’organizzazione libanese continua a rappresentare uno degli strumenti di influenza iraniana nel continente. Nel Corno d’Africa, l’intelligence israeliana accusa inoltre Teheran di utilizzare i ribelli Houthi dello Yemen per ampliare la propria presenza strategica sulle rotte marittime. Secondo alcune ricostruzioni, i ribelli avrebbero sviluppato contatti con il gruppo somalo Al-Shabaab legati ad al-Qaeda, con l’obiettivo di rafforzare il controllo sulle vie di navigazione dell’Oceano Indiano. Nel complesso, l’azione iraniana in Africa appare strutturata e multilivello. Religione, diplomazia, cultura, economia e cooperazione militare si intrecciano in una strategia di lungo periodo. Nonostante l’isolamento e la pressione militare, questa rete consente a Teheran di mantenere una presenza significativa nel continente e di consolidare alleanze utili nella competizione geopolitica globale.




