Trump avvisa l’Iran: «Vi colpiremo duro». Poi il colpo di scena: «L’accordo è vicino»
La crisi tra Stati Uniti e Iran sembrava aver compiuto un nuovo e pericoloso salto di qualità. Poi, l’ennesimo colpo di teatro di Donald Trump, che ha annullato gli attacchi minacciati per la serata di ieri, giurando che l’accordo diplomatico era a un passo.
Nelle prime ore di giovedì, le forze armate americane hanno lanciato una nuova ondata di bombardamenti contro obiettivi militari iraniani, la seconda nel giro di 48 ore, alimentando il timore che la guerra a bassa intensità che da mesi coinvolge Washington, Teheran e Israele possa trasformarsi in un conflitto regionale aperto. Secondo il Comando centrale statunitense (Centcom), l’operazione è iniziata poco dopo la mezzanotte, ora di Teheran, e si è conclusa circa quattro ore più tardi. Nel mirino sono finiti sistemi radar, reti di comunicazione militare e batterie di difesa aerea distribuite in diverse aree del Paese. Washington ha definito l’azione una misura di autodifesa e una risposta diretta alle attività ostili attribuite alla Repubblica islamica.
Le esplosioni sono state segnalate soprattutto nelle province meridionali iraniane, nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz. Trump ha successivamente rivelato che gli Stati Uniti hanno impiegato 49 missili Tomahawk contro infrastrutture militari iraniane, alcune situate a circa 65 chilometri da Teheran. Per il Wall Street Journal, Washington avrebbe comunicato a Teheran, attraverso la mediazione del Qatar, che l’operazione rappresenta una risposta limitata e non l’inizio di una guerra su vasta scala. Trump, tuttavia, ha ulteriormente alzato il livello dello scontro. In un’intervista a Fox News ha sostenuto che l’Iran sarebbe ormai privo di reali capacità difensive e che gli Usa potrebbero, se lo volessero, «conquistare l’intero Paese». Ancora più pesante il messaggio pubblicato su Truth. «Stanotte gli Stati Uniti colpiranno l’Iran con la massima durezza», ha scritto Trump, minacciando anche di assumere il controllo di infrastrutture energetiche strategiche. Nel messaggio ha indicato esplicitamente l’isola di Kharg, principale terminal petrolifero dell’Iran e snodo essenziale per le esportazioni di greggio. «Questa notte prenderemo l’isola», ha affermato.
Teheran ha reagito respingendo le dichiarazioni americane e negando l’esistenza di nuovi negoziati con Washington. Un duro avvertimento è arrivato da Mohammad Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, che ha affermato che «eventuali decisioni impulsive» da parte degli Stati Uniti rischierebbero di destabilizzare ulteriormente la regione, colpire i mercati energetici globali e trascinare Washington in una crisi prolungata. «Vedrete un Iran diverso», ha dichiarato. Le Guardie rivoluzionarie hanno annunciato la chiusura completa dello Stretto di Hormuz, mentre l’Autorità dello Stretto del Golfo Persico ha confermato il blocco «fino a nuovo avviso», invitando tutte le navi autorizzate al transito ad attendere nuove istruzioni. Il Centcom ha invece ribadito che l’Iran non controlla il passaggio marittimo strategico e che le rotte restano accessibili alle imbarcazioni che rispettano le sanzioni statunitensi contro Teheran. Il comandante delle forze aerospaziali dei Pasdaran, il generale Seyed Majid Mousavi, ha minacciato direttamente Washington. «Faremo di questa regione un inferno per voi», ha dichiarato, mentre la Marina delle Guardie rivoluzionarie ha avvertito che qualsiasi imbarcazione si avvicinerà allo Stretto potrà «essere sottoposta a misure decisive». Le autorità iraniane hanno inoltre ampliato la lista dei bersagli in caso di nuove escalation, includendo interessi economici riconducibili a Elon Musk in Medio Oriente.
Poi in serata è arrivata l’ennesima svolta inattesa. Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato di aver sospeso gli attacchi contro l’Iran e che il regime di Teheran avrebbe accettato un accordo per porre fine alla guerra. «Considerato che le discussioni con la Repubblica islamica dell’Iran sono state portate ai massimi livelli della leadership iraniana e approvate, io, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, ho annullato gli attacchi e i bombardamenti programmati contro l’Iran per questa sera. Le discussioni e i punti finali sono stati approvati, sia a livello concettuale che nei dettagli, da tutte le parti coinvolte, inclusi Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Pakistan, Bahrein, Kuwait, Giordania, Egitto e altri. Il blocco navale rimarrà in vigore fino al completamento di questa transazione: data e luogo della firma saranno annunciati a breve», ha scritto Trump su Truth. Non solo, secondo Axios, Qatar e Teheran avrebbero già un testo comune. Si attenderebbe l’ok di Khamenei (e degli Usa).
Sul fronte israeliano, il premier Benjamin Netanyahu ha convocato una riunione straordinaria con i principali ministri e i responsabili della sicurezza. Il leader israeliano ha dichiarato che le forze armate stanno «colpendo duramente Hezbollah» e che «centinaia di terroristi vengono eliminati ogni settimana». Nel frattempo, l’Idf ha annunciato di aver assunto il controllo operativo dell’area a Nord del fiume Saluki, nel Libano meridionale. Secondo l’esercito israeliano, nel corso dell’operazione sono stati eliminati miliziani di Hezbollah e smantellate infrastrutture utilizzate dal movimento sciita filo-iraniano. L’operazione conferma l’intensificazione delle attività militari israeliane lungo il fronte settentrionale e il tentativo di creare una fascia di sicurezza contro le minacce provenienti dal Libano.
- Von der Leyen stanzia 6 miliardi per far comprare a Zelensky i mezzi con cui bombarda la Russia. La casa automobilistica fiuta il business e propone di costruire una barriera aerea. Kiev inaugura i razzi alternativi ai Patriot Usa: «Test abbastanza riusciti...».
- Il ministro Lavrov: «Gli ambasciatori di Francia, Germania e Uk saranno ricevuti a Mosca». Zelensky svela: «Un nostro missile ha colpito a 1.000 chilometri di profondità in Russia».
Lo speciale contiene due articoli.
Non pare un caso che, 24 ore dopo che l’Unione europea ha confermato un nuovo imponente aiuto finanziario all’Ucraina destinato al settore dei droni, sia emerso che un colosso dell’industria tedesca come Mercedes vuole entrare nell’affare partecipando a un sistema di difesa mobile anti-drone basato su droni intercettori. La stampa tedesca ha ieri confermato «da fonti interne all’azienda» che la Mercedes intende collaborare con un’azienda di Monaco, la Tytan Technologies, per installare a bordo di versioni militarizzate dei suoi autoveicoli i droni difensivi Tytan. Il sistema integrato si chiamerà Drone defender e prevede che su telai del furgone Sprinter e del Suv Classe G, modificati per esigenze militari, siano installati sensori e apparati di lancio. La Tytan produce il Tytan interceptor, già collaudato insieme agli ucraini per abbattere droni russi. Un piccolo aeroplano bimotore lungo un metro, in grado di decollare in verticale con la coda posata sul terreno, o sul pianale di un veicolo. Porta una testata esplosiva di un chilogrammo e avrebbe una velocità massima compresa fra 250 e 300 km/h, con raggio d’azione da 15 a 20 km.
Vedremo presto sul fronte ucraino scorrazzare potenti Suv della Mercedes dai cui pianali si alzano droni intercettori per abbattere gli ordigni russi? È possibile, tanto più che l’Ucraina li pagherebbe con denaro ricevuto dalla stessa Unione europea nell’ambito di un massiccio piano di sostegno che serve a finanziare lo sforzo bellico di Kiev. Già mercoledì il presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha annunciato che entro la fine di giugno l’Ue erogherà la prima tranche del mega-prestito all’Ucraina da 90 miliardi di euro. I 9 miliardi previsti questo mese consteranno di 3 miliardi a supporto finanziario dello Stato ucraino, che sta in piedi per le iniezioni di denaro occidentale, dato che diversamente Kiev sarebbe in bancarotta. Gli altri 6 miliardi saranno destinati allo sviluppo e acquisto di droni. Soldi che in parte ritorneranno in Europa tramite le commesse di sistemi, o componenti, acquistati da industrie Ue, per non parlare dell’indebitamento dell’Ucraina con l’Europa, il che fa capire perché Bruxelles è legata mani e piedi a Kiev, debitore così colossale che non ci si può permettere di far fallire o lasciar sconfiggere. Ciò ha permesso al Parlamento di Kiev di votare ieri un aumento record della spesa per la difesa, portando il budget per la guerra a ben 97,2 miliardi di dollari, mentre lo scorso anno era stato di 61,4 miliardi di dollari.
L’Europa sostenendo il programma ucraino di droni intende anche sfruttare le esperienze reali nel loro impiego per ricavarne ricadute utili ai propri eserciti e industrie. Intanto, il Consiglio atlantico tenutosi ieri fra i paesi membri della Nato s’è concentrato sulle violazioni dei confini dell’alleanza da parte di droni (aerei, ma anche navali), oltre che alla generale sicurezza nello scacchiere del Mar Nero, sebbene sia noto, e lo si ammetta con imbarazzo, che la maggior parte dei droni debordati sono ucraini e non russi. Stando a un comunicato dell’Alleanza: «L’impegno della Nato a difendere ogni centimetro del territorio alleato richiede che ci adattiamo a un panorama della sicurezza in evoluzione. Come conseguenza diretta della guerra abbiamo registrato un aumento degli incidenti che coinvolgono droni lungo il nostro fianco orientale, sia nello spazio aereo sia in mare». La Nato ha stabilito un rafforzamento della sorveglianza aeronavale sui confini orientali, che verrà confermato dal vertice dell’alleanza ad Ankara il 7-8 luglio. E poiché la Romania è fra i Paesi più violati da droni, il suo presidente Nicosur Dan ha riportato: «Nel corso della discussione, si è concordato di accelerare i progetti Nato sulla risposta alle minacce da droni, in modo che le misure di supporto per gli Alleati colpiti possano essere approvate ad Ankara». In Lettonia, dove nei giorni scorsi un drone ucraino era stato abbattuto, il premier Andris Kulbergs ha annunciato che «arriveranno settimana prossima esperti ucraini per valutare quali attrezzature sono necessarie per proteggere al meglio i nostri cieli». Due giorni fa, il presidente ucraino Volodymir Zelensky ha firmato proprio con la Lettonia un accordo sulla produzione congiunta dei velivoli telecomandati. Il Financial Times ha riportato che l’azienda ucraina FirePoint ha collaudato un missile intercettore che si propone come alternativa economica ai costosi Patriot americani. Chiamato FP-7x, il missile costerebbe solo 700.000 dollari a unità, contro i 3,8 milioni di dollari di un singolo vettore Patriot. Sarebbe ispirato al missile russo 48N6, cuore del sistema antimissile avversario S-400, e avrebbe una velocità massima di 5400 km/h, raggio d’azione di 200 km e quota massima di 65 km. La guida sarebbe radar e a infrarossi, ma non è chiara la sua efficacia. Uno dei vertici dell’azienda, Denys Shtilierman, ha parlato di «un test piuttosto riuscito», ma non sono note le percentuali di successo contro bersagli di prova. L’FP-7x, potrebbe essere costruito da agosto ma entrerebbe in servizio nel 2027. La Fire Point attende infatti di ricevere dalla Germania un sensore infrarosso della Diehl, mentre per i radar di allarme a cui verrebbe asservito il missile si sta trattando con le tedesche Hensoldt and Thales, per il radar di tracking con la nostra Leonardo e per i computer di comando e controllo con la norvegese Kongsberg.
Il sistema è dunque ancora incompleto, dato che il missile da solo serve a poco senza il sistema di avvistamento e guida.
I volenterosi voleranno da Lavrov
La Russia continua a rafforzare la propria presenza militare lungo i confini con la Nato, alimentando le preoccupazioni dei Paesi dell’Europa settentrionale e baltica. A rivelarlo è un’inchiesta congiunta realizzata dall’emittente svedese Svt insieme alla norvegese Nrk, alla danese Dr e alla testata estone Delfi. Attraverso l’analisi di immagini satellitari, i giornalisti hanno documentato la costruzione di nuove caserme, depositi di munizioni e infrastrutture logistiche nelle regioni occidentali della Federazione russa. Secondo l’inchiesta, le nuove strutture potrebbero consentire il dispiegamento di oltre 100.000 militari nelle aree prossime ai confini dell’Alleanza atlantica. Allo stesso tempo Mosca ha intensificato le proprie attività militari. Nella regione di Kaliningrad, l’exclave russa tra Polonia e Lituania, anche ieri una decina di caccia e bombardieri hanno effettuato esercitazioni con attacchi simulati contro obiettivi terrestri, mentre la nave pattuglia Neustrashimy della Flotta del Baltico ha svolto tiri di artiglieria nel Mar Baltico. Secondo l’agenzia Interfax, le manovre si inseriscono nel contesto delle esercitazioni Nato in corso vicino ai confini russi. Le tensioni si riflettono anche sul piano diplomatico.
Il ministro degli Esteri, Sergej Lavrov, ha annunciato che gli ambasciatori di Gran Bretagna, Francia e Germania saranno ricevuti a Mosca dopo aver chiesto un incontro per discutere possibili iniziative sul conflitto in Ucraina. Nelle stesse ore, la portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha promesso una risposta «efficace e decisa» all’ultimo pacchetto di sanzioni approvato dall’Unione europea, che includono il patriarca Kirill. Il presidente russo, Vladimir Putin, ha definito «una follia» le sanzioni imposte dall’Unione europea contro alcuni centri per l’infanzia in Russia, accusando i governi occidentali di «disonorarsi» con misure che colpiscono strutture frequentate dai bambini. A rendere ancora più delicato il quadro è stato anche l’attentato avvenuto a Balashikha, nella regione di Mosca, dove un’autobomba ha provocato la morte di un alto ufficiale delle forze armate russe. Secondo media dell’opposizione russa, si tratterebbe del generale Damir Davidov, responsabile del dipartimento missilistico e di artiglieria del ministero della Difesa. Intanto, Volodymyr Zelensky ha annunciato che un missile Flamingo ucraino ha colpito un impianto russo a 1.000 chilometri dal confine.
L’allarme per la sicurezza regionale è emerso anche durante il vertice dei Paesi nordici e baltici svoltosi a Tallinn. Il primo ministro lettone, Andris Kulbergs, ha proposto la creazione di un’unità antidrone comune per contrastare i frequenti sconfinamenti, suggerendo il coinvolgimento dell’Ucraina grazie all’esperienza maturata.
Tra nuove basi militari, esercitazioni, sanzioni e timori per la sicurezza dei confini orientali dell’Alleanza, il confronto tra Russia e Occidente continua dunque ad assumere toni sempre più duri, mentre la guerra in Ucraina resta il principale fattore di instabilità del continente europeo.
Il fragile cessate il fuoco tra Israele ed Hezbollah sembra ormai compromesso. Nelle ultime ore il movimento sciita libanese sostenuto dall’Iran ha rivendicato 16 attacchi contro le Forze israeliane nel Libano meridionale.
Hezbollah sostiene di aver colpito con droni un veicolo per le comunicazioni nei pressi del castello di Beaufort e una postazione di artiglieria israeliana nell’area di Odaisseh.
La risposta di Israele è arrivata nel giro di poche ore. Il portavoce in lingua araba dell’Idf, Avichay Adraee, ha invitato tutta la popolazione ad abbandonare immediatamente Tiro, comprese le aree cristiane della città e i campi profughi circostanti. «Alla luce della violazione dell’accordo di cessate il fuoco da parte del partito terroristico Hezbollah e degli attacchi contro il fronte interno israeliano, le Forze di difesa sono costrette ad agire con forza», ha dichiarato Adraee. Israele ha precisato di non voler colpire la popolazione civile, sostenendo tuttavia che combattenti e infrastrutture di Hezbollah sono presenti anche nelle zone interessate dagli ordini di evacuazione. Poco dopo l’avvertimento, l’aviazione israeliana ha effettuato diversi raid nel Libano meridionale, compresa la città di Tiro. Secondo la Protezione civile locale, almeno nove persone sono rimaste uccise in un attacco contro una zona residenziale particolarmente popolata.
Il bilancio complessivo delle ultime 24 ore è però ben più grave. Il ministero della Sanità libanese riferisce che almeno 29 persone sono morte e altre 133 sono rimaste ferite nei bombardamenti israeliani condotti in diverse aree del Paese. Dall’inizio della nuova fase del conflitto, ripresa il 2 marzo scorso, le vittime sarebbero salite a 3.666, mentre i feriti hanno raggiunto quota 11.321. L’inclusione del quartiere cristiano di Tiro negli ordini di evacuazione rappresenta uno degli elementi più significativi di questa nuova escalation. Fino a oggi, quella zona era stata sostanzialmente esclusa dalle principali operazioni militari, ma l’esercito israeliano sostiene che Hezbollah abbia esteso la propria presenza anche in quelle aree. Nel frattempo Hezbollah ha ringraziato apertamente l’Iran per aver colpito Israele in risposta ai recenti attacchi dell’Idf contro Beirut. Il gruppo sciita ha invitato il governo libanese a rafforzare i rapporti con Teheran, affermando che «è l’Iran a sostenere il Libano, non il contrario» e chiedendo una normalizzazione delle relazioni ufficiali tra i due Paesi. Una posizione che si scontra con quella espressa dal presidente libanese Joseph Aoun: «Non abbiamo altra scelta che negoziare». Aoun ha spiegato di voler sfruttare l’interesse di Donald Trump per favorire una soluzione diplomatica e ha parlato della possibilità di un accordo di sicurezza o di non aggressione, escludendo però un vero trattato di pace.
La crisi mediorientale ha intanto provocato nuove tensioni anche tra Roma e Gerusalemme. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha duramente criticato il ministro israeliano della Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, dopo le sue dichiarazioni contro l’Italia («Paese delle ciabatte»), arrivate in seguito all’iscrizione di quest’ultimo nel registro degli indagati della Procura di Roma nell’ambito dell’inchiesta sulla Global Sumud Flotilla. «Le sue parole sono inaccettabili e non degne di un ministro», ha dichiarato Tajani, ricordando di aver chiesto all’Unione europea di valutare sanzioni nei confronti di Ben-Gvir. Pronta la risposta da Gerusalemme: «Israele respinge con fermezza le vergognose misure adottate da governi stranieri contro cittadini israeliani, entità israeliane e un ministro del governo», si legge sull’account X del ministero degli Esteri israeliano anche in riferimento alle misure adottate da diversi Paesi occidentali nei confronti di coloni e al divieto di ingresso imposto dalla Francia al ministro delle Finanze Bezalel Smotrich.





