- Raffica di raid aerei e scontri a fuoco tra l’Idf e i miliziani filo iraniani a Sud della capitale: 500.000 sfollati. Distrutta una sede che finanziava i terroristi di Hamas. Il premier libanese: «Rischiamo una catastrofe».
- Smart working per il post Khamenei. Il Consiglio direttivo, chiamato a organizzare il voto sulla nuova Guida suprema, opera da remoto temendo attacchi. Atenei chiusi. L’Azerbaigian ritira i diplomatici.
Lo speciale contiene due articoli.
Dopo che Hezbollah ha trascinato il Libano nello scontro mediorientale all’inizio di questa settimana, unendosi alla rappresaglia del regime iraniano, si contano già quasi mezzo milione di sfollati.
A renderlo noto è il Jerusalem post: dal Sud del Libano sono scappati 420.000 civili dopo aver ricevuto ordini di evacuazione, mentre dai sobborghi meridionali di Beirut sono in fuga decine di migliaia di persone.
Se per il primo ministro libanese, Nawaf Salam, si rischia «una catastrofe umanitaria» con il Libano che è «trascinato sempre più verso l’abisso» in una guerra che non ha «né cercato, né scelto», dall’altra parte il portavoce delle Idf, Effie Defrin, ha messo in chiaro la visione israeliana. «Il governo libanese deve disfarsi di Hezbollah e dei Guardiani della rivoluzione che operano dal Libano altrimenti noi li perseguiteremo e attaccheremo».
Dall’inizio dell’operazione in territorio libanese, le Forze di difesa israeliane hanno sottolineato di aver «colpito 500 obiettivi», tra cui i lanciarazzi, i depositi di armi e gli alti comandanti del gruppo di Hezbollah. A tal proposito Defrin ha annunciato che sono stati eliminati oltre 70 militanti del gruppo terroristico.
Restringendo il campo alla sola giornata di ieri, la nuova ondata di raid israeliani ha preso di nuovo di mira Beirut, in particolare il quartiere Sud di Dahiyeh, roccaforte di Hezbollah, dove sono stati distrutti dieci edifici utilizzati dai terroristi. «Tra gli obiettivi», hanno scritto su X le Idf, «c’erano il centro di comando di un consiglio esecutivo e una struttura che ospitava droni utilizzati per attacchi contro Israele». Ed è stato colpito anche il quartier generale delle Guardie rivoluzionarie iraniane, situato sempre nella periferia Sud della capitale. A darsi alla macchia, stando a quanto riferito da Axios, sono decine di pasdaran presenti a Beirut come consiglieri militari di Hezbollah. Nel mirino di Gerusalemme è rientrato pure l’ufficio del capo della divisione per la raccolta fondi di Hamas. Ad annunciarlo sono state le Idf e lo Shin Bet: la sede lavorava per ricevere «centinaia di milioni di dollari in tutto il mondo per l’organizzazione terroristica».
Ma a essere bombardati sono stati anche un appartamento nella città costiera di Sidone, dove si contano cinque morti, e la città di Tiro. Sempre nel Sud del Paese, nel distretto di Marjayoun, si sono registrati scontri a fuoco tra Hezbollah e l’esercito israeliano, mentre altri ordini di evacuazione sono arrivati per i residenti della Valle della Beqa. Il conflitto non ha lasciato esclusa nemmeno la postazione di Unifil nel Libano meridionale: nell’attacco sono stati feriti tre peacekeeper ghanesi e non è ancora chiaro chi sia il responsabile.
Intanto sale il bilancio delle vittime: secondo il ministero della Salute libanese, negli attacchi israeliani sono state uccise 217 persone, mentre i feriti sono 798.
Dall’altra parte della barricata, Israele deve far fronte contemporaneamente ai raid di Hezbollah e del regime iraniano. Come ha spiegato uno dei portavoce delle Idf, Nadav Shoshani, si sono verificati lanci «simultanei e coordinati» con lo scopo di sovraccaricare la difesa aerea israeliana. In meno di 24 ore, Hezbollah ha lanciato 70 razzi contro il territorio israeliano. Tra i bersagli una colonia in Alta Galilea e le postazioni delle Idf lungo la linea di confine. Su quest’ultimo raid, Hezbollah ha comunicato: «I combattenti della Resistenza islamica hanno lanciato un attacco con salve di razzi e fuoco d’artiglieria». E anche il figlio del ministro delle finanze israeliano, Bezalel Smotrich, risulta ferito dopo «un’attività militare al confine». Parallelamente, sin dalle prime ore della mattina, il Comando del fronte interno israeliano ha rilevato il lancio di missili iraniani. Ancora una volta, le sirene sono suonate per almeno tre volte a Tel Aviv e nel centro del Paese, mentre le difese aeree israeliane intercettavano i missili. L’agenzia di stampa ufficiale iraniana Irna ha aggiunto che «nella raffica di missili» sono inclusi anche i «Kheibar» creati per colpire gli obiettivi strategici nella città israeliana.
La rappresaglia iraniana prosegue a tappeto anche nei Paesi del Golfo. In Arabia Saudita, il ministero della Difesa ha dichiarato che è stato distrutto un missile da crociera vicino alla zona di Al-Kharj. Già nelle prime ore della mattina, Riad aveva abbattuto tre droni diretti alla base aerea Prince Sultan. In Kuwait, l’esercito iraniano ha preso per la seconda volta di mira la base di Ali al Salem, oltre a una petroliera statunitense. Nel Kurdistan iracheno sono state sentite diverse esplosioni vicino all’aeroporto di Erbil. Ma droni iraniani sono stati sganciati anche contro i giacimenti petroliferi di Bassora, in Iraq, con TotalEnergies ed Eni che hanno iniziato a evacuare il personale. Altri vettori sono stati puntati sul Qatar e sugli Emirati Arabi Uniti: Doha ha intercettato un raid contro la base americana di Al Udeid e Abu Dhabi ha abbattuto nove missili e 109 droni. In Bahrein, a Manama, sono stati invece colpiti edifici residenziali e un hotel.
Smart working per il post Khamenei
L’Iran continua a essere scosso da una serie di attacchi militari e da una crisi politica che ruota attorno alla successione di Ali Khamenei. Mentre i bombardamenti proseguono in diverse aree del Paese, la leadership è impegnata nel delicato processo che dovrà portare all’elezione della nuova guida. La televisione di Stato ha riferito che il consiglio direttivo incaricato di organizzare la riunione dell’Assemblea degli esperti si è riunito in modalità virtuale dopo che il complesso di Qom, destinato a ospitare l’incontro, è stato distrutto dai raid aerei israeliani. L’organo ha il compito di definire le modalità con cui l’assemblea dei religiosi dovrà riunirsi per scegliere il futuro leader del Paese. Alla riunione hanno partecipato il presidente Masoud Pezeshkian, il capo della magistratura Gholam Hossein Mohseni Ejehi e l’ayatollah Ali Reza Arafi. Nel comunicato diffuso dai media iraniani non vengono indicati né i tempi della votazione né se la riunione dell’Assemblea degli esperti si terrà in presenza o a distanza.
Sul tavolo resta il nome di Mojtaba Khamenei, figlio della Guida suprema uccisa nei primi giorni del conflitto. Tuttavia, secondo diverse ricostruzioni, il tentativo dei pasdaran di accelerarne la nomina sarebbe fallito. La leadership iraniana appare divisa e sotto pressione anche per le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha definito Mojtaba «un peso piuma», sostenendo che la sua eventuale designazione sarebbe «inaccettabile».
Nel frattempo, l’offensiva israeliana e americana continua a colpire obiettivi sensibili in tutto il territorio iraniano, coste comprese. Le Idf hanno dichiarato di aver bombardato con circa 50 caccia il bunker sotterraneo utilizzato da Ali Khamenei a Teheran, e sganciato circa 100 bombe contro la struttura situata sotto il complesso dirigenziale della capitale. Nelle stesse ore un altro attacco ha colpito il cuore dell’apparato politico iraniano. Asghar Hijazi, capo ad interim dell’ufficio della Guida suprema dopo l’uccisione di Khamenei, sarebbe rimasto ucciso in un raid aereo israeliano a Teheran. La notizia è stata riferita da una fonte israeliana all’emittente Sky News Arabia, mentre l’esercito israeliano ha confermato di aver preso di mira «un alto comandante del regime».
La guerra sta producendo effetti anche sulla vita quotidiana del Paese. Le autorità iraniane hanno disposto la chiusura delle università fino a nuove disposizioni, sospendendo tutte le attività accademiche. Esplosioni sono state segnalate anche nella città portuale di Bandar Abbas, sul Golfo Persico, dove diversi attacchi avrebbero colpito infrastrutture e obiettivi militari. Le tensioni si estendono anche alle aree di confine. L’Azerbaigian ha annunciato l’evacuazione del proprio personale diplomatico dall’Iran dopo l’attacco di giovedì con droni (che ha colpito un aeroporto) e quello di ieri a una scuola in una regione di frontiera. I media azeri sostengono che le Guardie rivoluzionarie iraniane e reti a loro collegate stessero anche preparando una serie di attentati a obiettivi come l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, l’ambasciata israeliana e la sinagoga di Baku.
Nel Nord-ovest dell’Iran, la città di Mahabad, nella provincia dell’Azerbaigian occidentale a maggioranza curda, è stata colpita da intensi bombardamenti che hanno preso di mira installazioni di sicurezza e sedi governative. Secondo fonti citate dall’emittente curda Rudaw, tra gli obiettivi figurano stazioni di polizia e strutture delle forze di sicurezza. Contemporaneamente le autorità del Kurdistan iracheno hanno annunciato lo stop della produzione nel giacimento petrolifero di Sarsang, gestito dalla società americana Hkn Energy, dopo un attacco con droni alle infrastrutture. Teheran ha reagito con nuove minacce. In un documento citato dall’agenzia Mehr, il Consiglio di difesa ha avvertito che tutte le strutture della regione autonoma del Kurdistan iracheno potrebbero diventare bersaglio se venisse consentito il passaggio di militanti verso il territorio iraniano. Ma i missili a disposizione per Teheran sono sempre meno.
- L’Azerbaigian denuncia un’aggressione con drone nell’enclave di Nakhchivan: macchia sulla reputazione. Un blitz che rischia di esporre i pasdaran a una controffensiva a Nord dopo la possibile minaccia peshmerga.
- Sotto attacco pure Qatar e Bahrein. Le Forze di difesa locali hanno distrutto decine di missili. A Manama danneggiato uno sito petrolifero: ridotto lo staff diplomatico britannico. Esplosioni ad Abu Dhabi.
Lo speciale contiene due articoli.
Mentre Teheran continua a respingere le notizie su una presunta offensiva curda nel Nordovest del Paese, la realtà che emerge dalle informazioni disponibili racconta una dinamica più complessa e potenzialmente pericolosa: la Repubblica islamica si trova oggi esposta su due fronti sensibili, quello curdo a Ovest e quello azero a Nord. Due linee di frattura che, sommate alle tensioni regionali e alla pressione internazionale, stanno mettendo sotto stress il sistema di sicurezza iraniano.
Nelle ultime ore i media ufficiali di Teheran hanno definito «completamente infondate» le indiscrezioni diffuse da testate vicine a Stati Uniti e Israele secondo cui il regime avrebbe perso il controllo delle aree di confine occidentali. Il quotidiano Tehran Times ha liquidato le notizie come propaganda, sostenendo che non esiste alcuna insurrezione armata nel Kurdistan iraniano. Tuttavia, dietro la smentita ufficiale rimane un quadro estremamente fluido. Da giorni, infatti, circolano informazioni su un possibile piano di pressione contro Teheran sostenuto da Washington e Gerusalemme, che avrebbe l’obiettivo di indebolire il regime e favorire una sollevazione interna che sarebbe impossibile da gestire. Secondo diverse ricostruzioni, alcune organizzazioni curde attive in Iraq avrebbero formato una coalizione con l’intento di coordinare eventuali operazioni contro la Repubblica islamica.
I leader curdi mantengono però una posizione prudente. Hanna Hussein Yazdan Pana, esponente del Partito per la libertà del Kurdistan, ha invitato a non credere alle notizie su un’imminente offensiva. «Non è vero, non credeteci», ha dichiarato, spiegando che «nessun peshmerga si è mosso e nessun gruppo agirà da solo». Lo stesso dirigente ha però ammesso che esiste un coordinamento tra diverse organizzazioni curde, ma ha sottolineato che un’operazione militare richiederebbe condizioni ben diverse. «Non è una questione di ore o giorni», ha spiegato. «Non possiamo muoverci se lo spazio aereo non è sicuro e se le infrastrutture militari iraniane non vengono neutralizzate. In caso contrario sarebbe un suicidio».
Per questo motivo i leader curdi hanno chiesto la creazione di una «no-fly zone» che possa garantire copertura alle eventuali operazioni. Nel frattempo il governo regionale del Kurdistan iracheno ha respinto con fermezza le accuse secondo cui la regione autonoma sarebbe coinvolta nell’armamento dei gruppi curdi anti iraniani. Il portavoce del Krg, Peshawa Hawramani, ha definito tali ricostruzioni «totalmente false» e ha negato qualsiasi partecipazione a piani militari contro l’Iran.
La tensione rimane alta sul terreno. Teheran ha intensificato nelle ultime ore le operazioni contro i movimenti curdi presenti oltre confine. Ieri l’esercito iraniano ha confermato di aver colpito con missili alcune basi di gruppi considerati ostili alla «rivoluzione islamica» nel Kurdistan iracheno. Secondo fonti internazionali gli attacchi avrebbero provocato almeno una vittima e diversi feriti. La questione curda rappresenta da decenni una delle principali vulnerabilità interne della Repubblica islamica. Circa il 10% della popolazione iraniana è composta da curdi, in gran parte sunniti, concentrati nelle province nord-occidentali del Paese. Organizzazioni internazionali come Amnesty international denunciano da anni discriminazioni politiche, economiche e culturali nei confronti di questa minoranza. Ma mentre il fronte occidentale resta sotto osservazione, una seconda crisi si è aperta improvvisamente a Nord. Il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev ha accusato Teheran di aver lanciato un drone contro l’enclave azera di Nakhchivan, sostenendo che il velivolo avrebbe preso di mira l’aeroporto della regione autonoma. «Abbiamo aiutato l’Iran quando ci ha chiesto assistenza per evacuare i propri diplomatici dal Libano e in cambio riceviamo un attacco contro Nakhchivan? Un comportamento del genere è inaccettabile e rimarrà una macchia sulla loro reputazione», ha dichiarato Aliyev. Teheran ha respinto le accuse. In una nota ufficiale lo Stato maggiore delle Forze armate iraniane ha affermato che «la Repubblica islamica, nel rispetto della sovranità degli Stati vicini, nega di aver lanciato droni verso il territorio dell’Azerbaigian». Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, ha telefonato al suo omologo azero Jeyhun Bayramov per cercare di disinnescare la crisi diplomatica. Tuttavia i filmati online suggeriscono che il drone sarebbe effettivamente di produzione iraniana. Il risultato è un quadro strategico delicato. I fatti indicano che la Repubblica islamica si trova oggi esposta su due linee di pressione simultanee: il possibile risveglio del fronte curdo e l’improvvisa tensione con l’Azerbaigian. Due dossier che rischiano di trasformarsi in una nuova fase di instabilità.
Nel frattempo il nostro ministro degli Esteri Antonio Tajani ha annunciato che, «per motivi di sicurezza», l’ambasciata italiana a Teheran è stata temporaneamente chiusa: «Il personale si trasferisce a Baku, ma questo non comporta la rottura delle relazioni diplomatiche».
Sotto attacco pure Qatar e Bahrein
Il regime iraniano continua a sferrare attacchi contro i Paesi del Golfo, nonostante mercoledì il presidente Masoud Pezeshkian abbia dichiarato di rispettare la sovranità dei vicini.
In Qatar, il ministero della Difesa ha reso noto che sono piombati 14 missili balistici e quattro droni: a parte un razzo che è caduto nelle acque territoriali qatariote, tutti i vettori sono stati intercettati. In un comunicato il dicastero ha invitato i cittadini, i residenti e i turisti a «mantenere la calma» e ad «attenersi alle istruzioni ufficiali». Già nelle prime ore della giornata, le autorità di Doha avevano iniziato a evacuare le persone attorno all’area dell’ambasciata degli Stati Uniti come «misura precauzionale».
Anche gli Emirati Arabi Uniti continuano a essere uno dei principali target iraniani. Ieri le difese emiratine hanno intercettato almeno sei missili balistici e 125 droni. Uno dei velivoli senza pilota è stato abbattuto ad Abu Dhabi, dove si contano sei feriti. Nella serata, diverse esplosioni sono state udite nei pressi dell’aeroporto internazionale della capitale e a Ras Al Khaimah, mentre a Dubai sono scattate le sirene.
I bombardamenti si sono estesi anche in Bahrein, dove sono stati sentiti diversi boati. Nell’ultimo raid, Teheran ha preso di mira l’area industriale di Mameer. L’attacco ha provocato un incendio in un’unità della raffineria Bapco Energies. Il ministro dell’Interno del Bahrein ha poco dopo commentato che «l’incendio scoppiato in una delle strutture di Mameer, presa di mira dall’aggressione iraniana, è stato domato. Sono stati segnalati danni materiali limitati, senza perdite di vite umane». Nel frattempo, l’ambasciata britannica di Manama ha già ridotto il suo staff diplomatico in via precauzionale. Gli attacchi non hanno escluso nemmeno l’Arabia Saudita, con quattro droni abbattuti e il Kuwait.
La rappresaglia iraniana prosegue poi contro il principale nemico. I pasdaran hanno annunciato di aver sganciato missili sull’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv e sulla base aerea 27 «con missili Khorramshahr-4». Ma il Times of Israel ha specificato che non esiste la base aerea 27 visto che è stata chiusa a Ben Gurion nel 2010. Gli allarmi sono scattati in diverse regioni israeliane, inclusa Tel Aviv. E mentre i civili si rifugiavano nei bunker, le difese aeree sono entrate in azione per intercettare i missili balistici.
Dall’altra parte della barricata, in merito all’operazione Furia epica, l’Idf ha reso noto di aver «distrutto circa 300 lanciamissili in Iran».
Dalla mattina i raid hanno colpito Teheran e la sua periferia occidentale, mentre nella serata è stata presa di mira la zona Est della capitale dopo che Gerusalemme aveva chiesto al popolo iraniano di allontanarsi dall’area. A essere raso al suolo è pure lo stadio Azadi di Teheran: la struttura sportiva era uno dei luoghi utilizzati dalle forze di sicurezza iraniane secondo Iran international.
E pare che sia di nuovo slittata l’ufficializzazione di Mojtaba Khamenei quale nuova Guida suprema dell’Iran. Ieri si sarebbe dovuta riunire di nuovo l’Assemblea degli esperti per formalizzare l’annuncio, ma non sono state condivise dichiarazioni in merito. Quel che è certo è che il comitato di 88 membri è segnato dalle tensioni. Stando a quanto riferito da Iran international, almeno otto componenti dell’assemblea avevano annunciato che avrebbero disertato la sessione in segno di protesta.
Sembra infatti che la nomina di Khamenei sia il frutto di «una forte pressione» da parte dei Guardiani della rivoluzione. Chi si oppone avrebbe sottolineato i rischi di «una leadership ereditaria», con la Repubblica islamica che assomiglierebbe a una monarchia.
Nel frattempo, è stata trasferita l’autorità di nominare e revocare i funzionari militari e di dichiarare guerra al Consiglio direttivo ad interim di cui fa parte il presidente dell’Iran, Masoud Pezeshkian. Che ha pure elogiato la Spagna quale baluardo di «etica» e «coscienza consapevole» in Occidente dopo che Madrid ha negato agli Stati Uniti l’utilizzo delle basi militari.
Nel pieno dell’escalation che sta attraversando il Medio Oriente, la massima autorità religiosa sciita dell’Iraq, il Grande Ayatollah Ali Al-Sistani, ha condannato quella che ha definito una «guerra ingiusta» contro l’Iran e ha invitato la comunità internazionale, «in particolare i Paesi islamici», ad adoperarsi per un cessate il fuoco immediato.
In un comunicato diffuso dal suo ufficio e rilanciato dall’agenzia irachena Ina, il religioso - considerato una delle figure spirituali più influenti del mondo sciita - ha invitato i musulmani e «tutte le persone libere del mondo» a denunciare il conflitto e a dimostrare solidarietà verso quello che viene definito «l’oppresso popolo iraniano». Sistani, nato nella città iraniana di Mashhad come l’ex Guida Suprema Ali Khamenei, ucciso il 28 febbraio in un attacco di Stati Uniti e Israele, ha sollecitato governi e organizzazioni internazionali a fare «tutto il possibile» per fermare immediatamente la guerra e trovare una soluzione pacifica alla questione nucleare iraniana nel rispetto del diritto internazionale.
Dopo il suo appello, il ministero dell’Energia di Baghdad ha riferito che la fornitura di energia elettrica è stata interrotta totalmente in tutte le province dell’Iraq e, mentre andiamo in stampa, nuove esplosioni, secondo i giornalisti sul posto, vengono sentite a Erbil e all’aeroporto di Baghdad. Inoltre, diverse segnalazioni indicano che sistemi radar e apparecchiature militari francesi sarebbero stati dispiegati a Baghdad, mentre l’ambasciata statunitense a Baghdad ha intimato ai suoi cittadini di lasciare immediatamente l’Iraq.
Mentre dal mondo sciita arrivano appelli alla solidarietà con Teheran, sul terreno la situazione racconta una realtà molto diversa. Nelle ultime ore l’Iran ha continuato a lanciare missili e droni contro diversi Paesi della regione, ampliando ulteriormente la tensione nel Golfo e nel Medio Oriente. Uno degli episodi più delicati ha riguardato la Turchia. Un missile balistico lanciato dall’Iran e diretto verso lo spazio aereo turco, dopo aver sorvolato Siria e Iraq, è stato abbattuto nel Mediterraneo orientale da un cacciatorpediniere della Marina statunitense. Lo riferisce la Cnn citando due fonti informate. La Nato ha condannato l’episodio: la portavoce dell’Alleanza Atlantica, Allison Hart, ha parlato di «attacco dell’Iran» alla Turchia. Mentre secondo Pete Hegseth, segretario della Difesa Usa, l’incidente turco non attiva l’articolo 5 della Nato. Il ministero della Difesa di Ankara ha precisato che non ci sono state vittime, né feriti. Il governo turco ha reagito convocando l’ambasciatore iraniano e ribadendo di riservarsi il diritto di rispondere a qualsiasi azione ostile, sottolineando di non essere coinvolto nelle operazioni militari né di aver autorizzato l’uso del proprio spazio aereo o delle basi sul territorio.
Nel Golfo la tensione resta altissima. Il Qatar ha riferito di aver intercettato missili da crociera e droni lanciati dall’Iran verso il proprio territorio. Le autorità di Doha hanno inoltre arrestato almeno dieci persone sospettate di appartenere a due cellule delle Guardie della rivoluzione iraniane impegnate in attività di spionaggio e sabotaggio.
Secondo l’agenzia ufficiale Qna, sette dei fermati erano incaricati di raccogliere informazioni su infrastrutture sensibili e installazioni militari, mentre gli altri erano stati addestrati per operazioni di sabotaggio e per l’utilizzo di droni. Durante le indagini gli investigatori hanno trovato coordinate di obiettivi strategici e apparecchiature tecnologiche e i sospettati avrebbero ammesso i loro legami con i Pasdaran. Sul piano diplomatico si è registrato anche un duro scambio tra Doha e Teheran. Il primo ministro e ministro degli Esteri del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, ha avuto un colloquio telefonico con il capo della diplomazia iraniana, Abbas Araghchi, respingendo con fermezza la versione iraniana secondo cui gli attacchi avrebbero colpito esclusivamente infrastrutture Usa nel Golfo. Secondo Doha, «i fatti sul terreno dimostrano il contrario»: missili e droni avrebbero raggiunto aree civili e residenziali del Qatar, inclusi i dintorni dell’aeroporto internazionale Hamad e zone industriali legate alla produzione di gas naturale liquefatto. Il premier qatariota ha definito questi attacchi «una chiara violazione della sovranità del Qatar e del diritto internazionale».
Anche il Kuwait è stato colpito dall’ondata di attacchi. Le autorità militari hanno riferito di aver affrontato numerosi missili e droni entrati nello spazio aereo del Paese. Il ministero della Salute kuwaitiano ha comunicato che una bambina di 11 anni è morta dopo essere stata colpita da schegge provocate dalle esplosioni. Nonostante i tentativi di rianimazione effettuati durante il trasporto in ospedale e proseguiti all’arrivo presso l’ospedale Al-Amiri, la giovane è deceduta a causa delle ferite. L’Arabia Saudita ha annunciato di aver intercettato e distrutto due missili e nove droni diretti verso la città di Al-Kharj. In una nota ufficiale, il ministero della Difesa saudita ha ribadito che il Regno farà «tutto il necessario per difendere la sicurezza del Paese e dei suoi cittadini». Segnalazioni di allarmi aerei e intercettazioni sono arrivate anche dagli Emirati Arabi Uniti, dove le difese aeree sono state attivate per neutralizzare droni diretti verso infrastrutture sensibili.



