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Maduro parla in tribunale: «Il presidente resto io». Ma la sua vice apre a Donald
Nicolás Maduro durante il trasferimento in tribunale a New York (Getty Images)
L’ex leader alla sbarra con la moglie a New York. Dal Venezuela la Rodriguez chiede agli Usa di «lavorare insieme». Però gli uomini forti del regime restano al loro posto.

Comprendere cosa stia realmente accadendo in Venezuela in queste ore è un esercizio tutt’altro che semplice, reso ancora più opaco dal susseguirsi di ricostruzioni divergenti fornite da coloro che, su mandato di Washington, sono stati incaricati di accompagnare il Paese nella fase successiva all’arresto di Nicolás Maduro e della moglie Cilia Flores. Quest’ultima è chiamata a rispondere anche dell’accusa «di aver incassato centinaia di migliaia di dollari in tangenti per facilitare, nel 2007, un incontro tra un importante trafficante di droga e il direttore dell’Ufficio nazionale antidroga del Venezuela». I coniugi, difesi dall’avvocato Barry J. Pollack, già legale di Julian Assange, sono comparsi ieri per l’udienza preliminare davanti alla corte federale di Lower Manhattan, presieduta dal giudice novantaduenne Alvin Hellerstein, che ha fissato la prossima udienza del caso il 17 marzo 2026.

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  • Sfruttando le purghe di Erdogan tra magistrati e poliziotti, i delinquenti locali hanno aumentato reclutamenti e giro d’affari. Per poi proiettarsi nel Vecchio continente, dove ormai agiscono con tecniche paramilitari.
  • Le bande non vogliono controllare il territorio ma nascondere uomini e armi. Oltre a fare soldi grazie all’immigrazione illegale.
  • L’esperta Elisa Garfagna: «Si può commissionare di tutto, da un assassinio a un incendio doloso. E si può pagare a rate».

Lo speciale contiene tre articoli.

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Maduro in gabbia, ma è caos sul successore
Ansa

L’esercito venezuelano riconosce la Rodriguez. Trump: «Faccia ciò che è giusto o pagherà un prezzo alto». Sulla Groenlandia: «Ci serve per difesa». I seals avevano riprodotto in America la villa del tiranno per il blitz.

Secondo la ricostruzione del New York Times, il cambio di scenario a Caracas non è stato il frutto di un’improvvisazione, ma l’esito di un lavoro preparato da settimane negli ambienti decisionali statunitensi. Già prima dell’epilogo militare, Washington aveva individuato nella vicepresidente venezuelana Delcy Rodriguez, e non in María Corina Machado, una figura ritenuta «gestibile» per una fase di transizione successiva all’uscita di scena di Nicolás Maduro. A convincere i collaboratori del presidente Donald Trump sarebbe stata soprattutto la sua esperienza nella gestione del comparto petrolifero, considerata una garanzia di affidabilità per tutelare e rilanciare gli investimenti energetici americani in Venezuela.

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