Augusta Montaruli è vicecapogruppo alla Camera di Fdi.
Gli scontri di Torino erano stati pianificati?
«Gli organizzatori hanno sempre dichiarato che l’obiettivo era riappropriarsi dello stabile sgombrato e presidiato dalla polizia, di fronte ai doverosi interventi per la sicurezza e alcuni divieti logistici hanno annunciato lo scontro. D’altra parte non ricordo una sola manifestazione di Askatasuna che non sia sfociata con un’aggressione alla polizia. Deviare un percorso, utilizzare i numeri della folla per forzare un blocco delle forze dell’ordine posto a presidio di uno stabile è un’aggressione meditata e organizzata.
Perché Torino è diventata un epicentro dell’antagonismo violento in Italia?
«Torino ha un potenziale straordinario non sfruttato. Purtroppo ha anche una innegabile storia di radicalismo dell’estrema sinistra. C’è ancora il germe del pericoloso mito di quell’ideologia che ha visto soggetti di un periodo ormai lontano diventare anche parte di una certa classe dirigente della città influenzando i suoi figli ritrovati sotto la sigla di Askatasuna. Essa celebra e applica la conflittualità perenne contro le istituzioni. Si spiega quindi la condizione per cui nel comitato che si candidava a interloquire col Comune di Torino per la sanatoria dello stabile di Askatasuna ci sono docenti universitari, avvocati e financo ex giudici chiamati non a caso “garanti”. Un nome per tutti è quello di Livio Pepino, già membro del Csm, giudice ora a riposo, cofondatore di Magistratura democratica, padre di un esponente storico del centro sociale».
Che ruolo ha Askatasuna nel coordinamento delle azioni a Torino?
«Leggendo il loro materiale e le sigle elencate quali partecipanti alla manifestazione di Torino si capisce come Askatasuna aggreghi diverse realtà, dai Carc all’associazione palestinesi in Italia di Hannoun».
Quali rischi pone questo modello per la sicurezza e l’ordine pubblico a Torino?
«Si chiede correttamente di distinguere chi fa violenza dagli altri manifestanti e il dovere delle istituzioni è quello di garantire che il diritto costituzionale venga esercitato. L’approccio della questura di Torino è stato questo, attento e rigoroso. Tuttavia non si può usare la scusa della protesta per deviare un percorso, cercare di rompere un cordone della polizia e lasciare passare avanti chi si è attrezzato per la guerriglia. Fa tristemente sorridere poi che qualcuno dall’opposizione abbia detto che se il governo riteneva la manifestazione pericolosa doveva vietarla, al solo fine di poter dire l’ennesima bugia, alimentare la narrazione di una destra liberticida che in realtà non esiste, fomentare ancora di più lo scontro che anche quel sabato poteva essere evitato se i violenti - asseritamente pochi- fossero scesi in piazza da soli, isolati».
Esistono responsabilità politiche nella tolleranza verso l’antagonismo violento a Torino?
«Il fatto che per quasi trent’anni abbia potuto beneficiare di uno spazio in maniera indisturbata, senza mai una richiesta di sgombero da parte di nessun sindaco, e che il Comune lo abbia messo al centro di una trattativa che ha come interlocutori ultimi gli stessi occupanti ne è la dimostrazione. L’istituzione è stata piegata ad un’esigenza della coalizione di sinistra di tenere insieme i mondi che quei “garanti” di Askatasuna rappresentano, i garantiti di Askatasuna e intere aree politiche anche nazionali che se ne fanno interpreti e che non a caso sono scesi in piazza con loro. Però se vai ad una manifestazione che negli intenti e nella comunicazione è volta alla violenza, o la violenza la sposi e sei un irresponsabile, o sei talmente ingenuo da essere un incapace. Con i violenti non si dialoga, si isolano fisicamente e idealmente, e che le forze politiche dell’opposizione si dividano da noi su questo appello perché non riescono a risolvere un loro problema interno è desolante».
Chi, sul piano politico e istituzionale, ha garantito protezione o legittimazione ad Askatasuna?
«Chi ancora cerca di trovare una giustificazione ad Askatasuna. Il punto non è l’occupazione in sé ma come questa occupazione sia diventata lo strumento per sfogare la violenza ideologica che non a caso non si è affievolita dopo il tentativo di normalizzazione del sindaco Lorusso. Quel patto di collaborazione ha portato alla luce una realtà di garanti e garantiti che mal si concilia alla narrazione di un gruppo che ha bisogno di dirsi autonomo per esistere e infatti hanno dovuto rilanciare sul piano della violenza. Se poi deputati o candidati sindaci dei gruppi di opposizione al governo Meloni partecipano a cortei come quelli di sabato fanno perdere autorevolezza a loro stessi e alla politica tutta».
- La svolta ai cortei contro il G20 del 2017: da allora nel continente il copione degli scontri è lo stesso. Come pure tanti protagonisti.
- Le Procure si concentrano sulle attività illegali che forniscono entrate aggiuntive.
Lo speciale contiene due articoli.
Il punto non è soltanto chi scende in piazza, ma come: catene di comando informali, gruppi di copertura, servizi d’ordine paralleli, staffette e un apparato comunicativo che spesso si muove su canali chiusi e messaggistica cifrata. Durante le azioni, hanno documentato gli investigatori della Digos, sono stati usati addirittura i disturbatori di frequenza elettronica (jammer), per rendere più complicate le comunicazioni tra gli operatori delle forze dell’ordine. L’attenzione di Digos e carabinieri del Ros è tutta concentrata sull’area antagonista e anarco-insurrezionalista. Una materia calda, che ribolle. Perché alcuni gruppi provano a compattare il fronte contro quella che chiamano «deriva securitaria» del governo. È una parola che gira, torna e rimbalza sui canali social monitorati. Dentro c’è di tutto. Una massa di attivisti che sa muoversi. Che ha già incendiato diverse piazze: più volte a Torino, ma anche a Roma e a Milano. Sempre grandi manifestazioni, sempre lo stesso copione. Con specialisti della guerriglia urbana, non improvvisati, come protagonisti. Con rinforzi che arrivano anche da oltre confine: Francia, Spagna e perfino Turchia e Grecia. A loro si sono saldati anche minorenni, ragazzi di seconda generazione. I cosiddetti «maranza».
Il modello operativo di riferimento è quello dei Black Bloc, non come organizzazione formalizzata ma come tattica militante condivisa. Piccoli gruppi vestiti di nero, con volto coperto, si muovono all’interno di manifestazioni formalmente legali con l’obiettivo di trasformarle in episodi di guerriglia urbana. La violenza non è reattiva né casuale, ma preordinata: sopralluoghi preventivi, studio dei dispositivi di contenimento, comunicazioni criptate, accumulo di materiali offensivi, definizione di ruoli e vie di fuga. Questo schema, emerso in modo plastico durante il G20 di Amburgo nel 2017, è diventato patrimonio comune dell’antagonismo europeo ed è oggi replicato, con adattamenti locali, anche nel contesto italiano. A renderlo più efficace è l’esistenza di una logistica leggera ma capillare: spostamenti organizzati, ospitalità in spazi occupati, raccolta fondi attraverso iniziative formalmente lecite e una condivisione diffusa di tecniche di scontro.
In questo quadro si inserisce un ulteriore fattore di radicalizzazione: la galassia dei gruppi pro Palestina che opera in prossimità dell’area antagonista. In numerosi contesti italiani ed europei, la causa palestinese viene progressivamente utilizzata non come piattaforma politica o umanitaria, ma come cornice mobilitante per la conflittualità violenta. Cortei formalmente dedicati a Gaza o al cessate il fuoco diventano spazi di convergenza per militanti antagonisti, Black Bloc e anarchici insurrezionalisti, che sfruttano l’emotività del conflitto per legittimare lo scontro con lo Stato. In questo processo, slogan e simbologie pro Pal finiscono spesso per sovrapporsi a narrazioni di giustificazione della violenza, con uno slittamento dalla solidarietà politica alla normalizzazione dell’azione fisica contro forze dell’ordine e istituzioni. Non si tratta, nella maggior parte dei casi, di strutture direttamente riconducibili a organizzazioni terroristiche, ma di ambienti di contiguità, nei quali il confine tra attivismo radicale ed estremismo si fa sempre più labile. L’antagonismo italiano si inserisce in un ecosistema transnazionale di violenza politica, dove in Europa convivono estrema sinistra, aree autonome storiche e ultradestra radicale: mondi ideologicamente opposti ma uniti da pratiche simili, da una logica di conflitto permanente e da una crescente legittimazione della violenza contro lo Stato.
In Francia l’anarchismo violento si manifesta soprattutto attraverso la tattica dei Black Bloc, protagonisti delle grandi mobilitazioni sociali e responsabili di azioni di guerriglia urbana, incendi e attacchi a obiettivi simbolici. A questa galassia si affiancano le Zad (Zones à Défendre), territori occupati che hanno rappresentato vere aree di conflitto strutturale con le istituzioni, come nel caso di Notre-Dame-des-Landes. In Germania il fenomeno appare più radicato e organizzato. I gruppi degli Autonomen, attivi dagli anni Ottanta soprattutto ad Amburgo, Berlino e Lipsia, mostrano una forte continuità organizzativa e un ricorso sistematico alla violenza contro polizia e infrastrutture. Nel Regno Unito Londra è uno dei principali epicentri europei della polarizzazione violenta, dove manifestazioni e contro-manifestazioni degenerano frequentemente in scontri. Sul fronte dell’ultradestra, Combat 18 rappresenta un nodo storico del neonazismo europeo, ispirato alla dottrina della «resistenza senza leader», mentre movimenti come l’English Defence League hanno contribuito a radicalizzare lo spazio pubblico, alimentando una dinamica simmetrica di escalation. Nei Paesi Bassi l’antagonismo è meno strutturato ma altrettanto insidioso: reti fluide e temporanee emergono su temi come immigrazione e ambiente, con Amsterdam e L’Aia divenute piattaforme logistiche dell’estremismo europeo. Nel Nord Europa il baricentro della minaccia è invece l’estremismo neonazista organizzato, con il Nordic Resistance Movement attivo tra Svezia e Danimarca. Copenaghen resta infine uno storico crocevia dell’antagonismo continentale, grazie a spazi autonomi che hanno svolto nel tempo una funzione di hub culturale e logistico transnazionale.
Il dato centrale che emerge, partendo dal caso Askatasuna, è che non ci si trova di fronte a episodi locali o spontanei. L’antagonismo europeo funziona ormai come una rete integrata, caratterizzata da mobilità dei militanti, scambio di competenze, mimetismo organizzativo e una narrazione che giustifica la violenza come risposta necessaria a uno Stato percepito come illegittimo.
Ai «ribelli» il solo auto finanziamento non basta
Per comprendere la capacità di tenuta, mobilitazione e conflitto dell’area antagonista non basta fermarsi alla dimensione ideologica. Il vero fattore strutturale è economico. Dietro cortei, occupazioni, campagne mediatiche e – nei casi più estremi – violenza organizzata, esiste infatti un sistema di finanziamento articolato, frammentato e resiliente, capace di adattarsi alle pressioni giudiziarie e politiche. La prima fonte, rivendicata apertamente, è l’autofinanziamento militante. Concerti, cene sociali, feste politiche e sottoscrizioni pubbliche costituiscono il cuore visibile della raccolta fondi. A queste iniziative si affianca la vendita di gadget – magliette, bandiere, adesivi – che svolgono una doppia funzione: economica e identitaria.
Un secondo pilastro, meno dichiarato ma centrale, è rappresentato dalle occupazioni. L’uso stabile di immobili sottratti al mercato consente un abbattimento drastico dei costi: niente affitti, spese ridotte o assenti per le utenze, disponibilità permanente di spazi per eventi a pagamento. È un finanziamento indiretto, ma strutturale, che garantisce continuità organizzativa e logistica anche in assenza di grandi flussi di cassa.
Esiste poi una vasta area grigia composta da associazioni culturali, circoli ricreativi e progetti sociali formalmente legali. Queste strutture raccolgono fondi attraverso tesseramenti, eventi pubblici e talvolta contributi esterni, fungendo da cerniera tra militanza antagonista e società civile. Non sempre si tratta di attività illecite, ma la destinazione finale delle risorse risulta spesso opaca e difficilmente tracciabile. Negli ultimi anni si è affermato anche il ricorso agli strumenti digitali. Crowdfunding online, appelli social e donazioni elettroniche vengono attivati soprattutto in occasione di arresti, sgomberi o procedimenti giudiziari. Piattaforme di pagamento diffuse consentono di raccogliere rapidamente somme significative, mentre in alcuni casi emergono anche canali in criptovalute, usati per ridurre la tracciabilità dei flussi. Un ruolo non marginale è giocato dalla solidarietà politica. Casse di resistenza, eventi pubblici promossi da ambienti contigui e forme di legittimazione istituzionale contribuiscono a rafforzare l’ecosistema antagonista. Anche se non si configurano come finanziamenti diretti, queste dinamiche moltiplicano risorse, visibilità e capacità di mobilitazione.
Infine, le indagini giudiziarie segnalano l’esistenza di segmenti minoritari ma radicalizzati che ricorrono ad attività illegali o borderline. Spaccio, furti, ricettazione e danneggiamenti non rappresentano l’intero movimento, ma costituiscono un canale di finanziamento e pressione che attira l’attenzione di Procure e forze dell’ordine, soprattutto nei contesti urbani più tesi.
Il quadro è quello di un sistema economico composito, capace di rigenerarsi. Quando un canale è colpito altri subentrano e l’auto finanziamento «puro» non è sufficiente a spiegare la persistenza dell’area antagonista nel tempo.
- Dal 2023 in Cina è in atto la decapitazione dello Stato maggiore di aeronautica, marina e forze di terra. L’ultimo graduato sparito è accusato addirittura di aver passato a Washington alcuni piani del programma nucleare.
- Il generale di Corpo d’armata Giorgio Battisti: «Il capo comunista è scettico sulla fedeltà dei quadri militari in vista del congresso del partito».
- Mentre azzera gli ufficiali, il gigante asiatico accelera nello Spazio grazie alle armi a fasci di particelle.
Lo speciale contiene tre articoli.
Nel cuore dell’apparato militare della Repubblica popolare cinese si è aperta una frattura che rischia di ridefinire in profondità gli equilibri del potere. Zhang Youxia, il generale più anziano ancora in servizio e per anni considerato uno dei pilastri dell’establishment armato, è finito al centro di un’indagine interna che intreccia sospetti di corruzione sistemica, lotte di fazione e una possibile compromissione della sicurezza strategica nazionale.
Secondo fonti informate su un briefing riservato ai vertici delle forze armate, Zhang avrebbe favorito carriere e incarichi in cambio di denaro e, soprattutto, consentito la fuoriuscita verso gli Stati Uniti di informazioni sensibili legate al programma nucleare cinese. Il quadro sarebbe emerso durante una riunione a porte chiuse tenutasi il 17 gennaio, poche ore prima dell’annuncio ufficiale del ministero della Difesa sull’apertura di un’inchiesta per gravi violazioni della disciplina del partito e delle leggi statali. Il comunicato pubblico, volutamente scarno, non ha restituito la reale portata del dossier che, secondo le fonti, coinvolgerebbe un uso distorto del potere all’interno della Commissione militare centrale, il supremo organo di comando dell’Esercito popolare di liberazione.
Tra le accuse più pesanti figura la presunta costruzione di reti di fedeltà personali, definite nei documenti interni come cricche politiche, ritenute una minaccia diretta alla coesione del partito. Sotto esame anche la gestione di una potente struttura incaricata di ricerca, sviluppo e approvvigionamento di armamenti, un settore ad altissimo budget dove sarebbero circolate tangenti ingenti in cambio di promozioni e posizioni strategiche.
L’elemento più esplosivo riguarda, però, il presunto trasferimento a Washington di dati tecnici cruciali sulle capacità nucleari cinesi. Parte delle prove sarebbe emersa dall’inchiesta parallela su Gu Jun, ex dirigente apicale dell’industria nucleare statale, a sua volta indagato per violazioni disciplinari e legali. Le autorità avrebbero collegato quel fascicolo a una grave falla nella sicurezza del settore atomico, senza rendere pubblici i dettagli operativi della violazione.
Da settimane, Zhang e Gu risultano di fatto scomparsi dalla scena pubblica. In una dichiarazione ufficiale, un portavoce diplomatico cinese ha ribadito la linea di copertura totale e tolleranza zero nella lotta alla corruzione. Analisti indipendenti osservano, tuttavia, che l’attuale campagna repressiva rappresenta il più vasto smantellamento dell’élite militare dai tempi di Mao Zedong, con almeno 5.000 arresti tra ufficiali e funzionari. L’epurazione di Zhang Youxia, considerato per anni uno degli amici personali di Xi Jinping, segnala che non esistono più zone franche almeno in apparenza. Nel marzo 2025 l’Office of the director of National intelligence (Odni), l’agenzia di coordinamento dell’intelligence statunitense, ha pubblicato un rapporto non classificato dal titolo Wealth and corrupt activities of the leadership of the chinese communist Party, destinato a fare discutere analisti e diplomatici di tutto il mondo. Il documento rappresenta uno dei pochi tentativi ufficiali di fotografare, pur con limiti evidenti, il legame tra élite politica e accumulo di ricchezza nella leadership del Partito comunista cinese (Pcc).
Pur non entrando nel merito di accuse formali contro leader individuali, il report delinea un quadro in cui la «zona grigia», l’area tra influenza politica e vantaggi economici familiari, diventa un elemento centrale per comprendere il sistema di potere di Pechino. Secondo il rapporto, la mancanza di trasparenza istituzionale e di meccanismi di controllo indipendenti rende l’anticorruzione un concetto in larga parte interno e autoreferenziale, piuttosto che una pratica soggetta a verifiche esterne. Il report cita che parenti stretti di vertici cinesi avrebbero attivi patrimoniali che superano il miliardo di dollari in investimenti e proprietà immobiliari.
Pur non stabilendo un nesso causale diretto tra Xi Jinping e le ricchezze in questione, gli analisti dell’intelligence statunitense sottolineano che le posizioni di potere consentono un accesso privilegiato a informazioni e opportunità di mercato, ponendo potenziali rischi di conflitti di interesse. Un editoriale del Pla Daily ha, tuttavia, posto l’accento sulla dimensione politica del caso, accusando Zhang di aver gravemente minato l’autorità del presidente della Commissione militare centrale. Per diversi analisti, ciò suggerisce che il generale avesse accumulato un potere autonomo eccessivo rispetto allo stesso Xi Jinping, rendendo necessaria una riaffermazione pubblica della catena di comando. Secondo fonti informate sul briefing, l’indagine non si limita ai singoli episodi contestati ma ricostruisce l’intera architettura di potere costruita da Zhang nel corso degli anni. Una rete composta da ufficiali promossi, dirigenti industriali, funzionari politici e mediatori finanziari, legati da rapporti di fedeltà personale e interessi incrociati.
È questa struttura parallela, più ancora delle singole tangenti, a essere considerata incompatibile con l’attuale fase del controllo politico esercitato da Xi sull’esercito. In questa chiave, anche il solo sospetto di una fuga di informazioni nel settore nucleare rappresenta una linea di non ritorno. Per la leadership, la combinazione tra corruzione, autonomia decisionale e possibile esposizione di segreti di Stato equivale a una minaccia esistenziale al modello di comando centralizzato. L’epurazione assume così un carattere preventivo oltre che punitivo. Indipendentemente dalle ragioni immediate, la rimozione di Zhang viene letta come un segnale di forza. Decapitando l’alto comando, Xi intende riaffermare il controllo totale sulle forze armate mentre Pechino mantiene come obiettivo strategico la questione di Taiwan. Alcuni osservatori notano, però, che lo svuotamento dei ranghi più alti potrebbe ridurre, nel breve periodo, l’efficacia operativa dell’esercito e abbassare il rischio immediato di un’azione militare nello Stretto.
Dal 2023, l’epurazione ha colpito esercito, aeronautica, marina, forza missilistica e polizia armata, oltre ai principali comandi di teatro, incluso quello focalizzato su Taiwan. Secondo dati ufficiali, oltre cinquanta tra alti ufficiali e dirigenti della Difesa sono stati indagati o rimossi. La Commissione militare centrale, che nel 2022 contava sei membri in uniforme, oggi ne ha uno solo, Zhang Shengmin, funzionario politico e ispettore disciplinare. Un vuoto che, secondo diversi analisti, rischia di incidere sulla prontezza militare cinese nel breve e medio periodo, mentre la leadership privilegia il controllo politico assoluto rispetto all’efficienza operativa.
«Epurazioni superiori a quelle di Mao, così Xi prepara la rielezione»

Il generale di Corpo d'armata Giorgio (Ansa)
Giorgio Battisti, generale di Corpo d’armata, ha al suo attivo numerose missioni all’estero. In che misura lo scandalo sulla corruzione ai vertici mette in discussione l’affidabilità e la coesione dell’esercito cinese?
«Il problema della corruzione, fenomeno cronico in tutti gli apparati dello Stato, impedirebbe all’Esercito popolare di liberazione (Pla) di acquisire la prontezza, che Xi Jinping ha ordinato di raggiungere entro il 2027, in preparazione del piano di Contingenza Taiwan e che potrebbe dissuaderlo dal rischiare una operazione nei prossimi anni per mancanza di fiducia nei propri comandanti. Dal ventesimo Congresso nazionale del partito, tenutosi nell’ottobre 2022, più di 20 alti ufficiali provenienti da tutte e quattro le forze armate (esercito, Marina, aeronautica e forze missilistiche) sono scomparsi dalla scena pubblica o rimossi dai loro incarichi. Le epurazioni risulterebbero far parte di una vasta ristrutturazione della leadership del Pla e rifletterebbero lo scetticismo di Xi Jinping in merito alla lealtà politica dell’élite militare».
Quanto è diffusa la corruzione nei vertici dell’esercito cinese?
«La corruzione, secondo l’ultimo rapporto del Director of national intelligence statunitense, sarebbe fortemente radicata in tutti i settori del Pla e dell’industria della Difesa, anche dopo che Xi Jinping ha avviato la campagna anticorruzione a partire dalla sua nomina a segretario generale del comitato centrale del Partito comunista cinese il 15 novembre 2012. Un recente provvedimento del partito ha disposto la rimozione di nove generali (la maggior parte dei quali a tre stelle), sospettati di gravi reati finanziari, che facevano parte del comitato centrale del partito, in quella che è stata una delle più grandi operazioni di “risanamento” delle forze armate negli ultimi decenni».
Il controllo politico di Xi Jinping sull’esercito è davvero totale?
«Le continue destituzioni di personaggi di altro rango, che hanno interessato anche due ministri della Difesa e soprattutto i vertici delle forze missilistiche, lasciano presupporre un tentativo da parte di Xi di riprendere il pieno controllo della Difesa, caratterizzata da contrasti tra fazioni oltre che da una diffusa corruzione, per affermare il proprio ruolo guida di autocrate anziano nella riorganizzazione delle élite e ristrutturazione del potere. Il recente arresto dei due più alti ufficiali del vertice militare, quali il vice presidente della commissione militare centrale, generale Zhang Youxia, e il capo dello Stato maggiore congiunto, generale Liu Zhenli, con l’accusa di spionaggio a favore degli Usa (altre fonti parlano di un tentativo di colpo di Stato) potrebbe rientrare nella volontà di Xi di installare persone ritenute più fedeli, con l’obiettivo di “riaccentrare” l’autorità militare che era stata gradualmente diffusa o condivisa, in vista della sua probabile rielezione nel 2027 in occasione del ventunesimo Congresso nazionale del partito. Si tratta della purga più radicale nella storia del Partito comunista cinese e appare come una manifestazione diretta del collasso strutturale all’interno del sistema militare cinese. La portata e l’intensità del provvedimento superano di gran lunga quelle di Mao Zedong».
Queste purghe rafforzano o indeboliscono l’Esercito popolare di liberazione?
«Le purghe costituiscono una battuta d’arresto per Xi, che ha investito un ingente budget nello sviluppo di nuovi equipaggiamenti come parte degli sforzi di ammodernamento per avere forze armate “di classe mondiale” entro il 2050, con il bilancio della Difesa aumentato a un ritmo più veloce dell’economia: la spesa nel 2024 è cresciuta del 7% per raggiungere i 314 miliardi di dollari, secondo bilancio mondiale dopo quello Usa. Analisti ritengono che il periodico “giro di vite” all’interno del Pla potrebbe dissuadere Xi dal rischiare confronti peer to peer (capacità uguali o equivalenti) con altre forze armate nei prossimi 5-10 anni per mancanza di fiducia nei comandanti».
Le promozioni militari sono state sistematicamente comprate?
«Il fenomeno corruttivo riguarderebbe non solo promozioni a pagamento, ma anche la supervisione di programmi di ricerca, acquisizione e sviluppo di nuovi equipaggiamenti e di progetti relativi alla modernizzazione di silos missilistici terrestri nucleari e convenzionali».
Quanto pesa il fattore lealtà personale rispetto alla competenza militare?
«È plausibile che tali provvedimenti porteranno a nomine basate sulla fedeltà, piuttosto che sulla professionalità, e potrebbero compromettere l’operatività del Pla, generando insicurezza e dissapori tra gli ufficiali. Secondo il Report to Congress of the U.S.-China economic and security review commission del novembre 2025, le epurazioni e le indagini sulla corruzione, che prendono di mira gli alti vertici militari, possono ostacolare gli sforzi di modernizzazione, creare instabilità all’interno delle strutture di comando e minare il morale delle truppe; fattori che potrebbero condizionare nel breve termine la prontezza al combattimento del Pla. Alcuni analisti, tuttavia, ritengono che Xi consideri l’instabilità causata dall’insediamento di comandanti più “affidabili” come un compromesso necessario per garantire il rispetto della sua agenda politica, dare l’esempio e assicurare che l’esercito popolare di liberazione proceda nella modernizzazione secondo la direzione da lui indicata».
Ma il Dragone è avanti nella guerra in orbita
Se le difficoltà operative dell’Esercito popolare di liberazione appaiono sempre più evidenti sul piano terrestre, anche alla luce dei ripetuti scandali di corruzione che hanno colpito i vertici militari, Pechino sembra aver deciso di spostare il baricentro della competizione strategica oltre l’atmosfera.
Lo Spazio viene, ormai, percepito come il nuovo dominio decisivo, anche sul piano militare, e proprio in questo ambito la ricerca cinese rivendica un progresso tecnologico che, se confermato, potrebbe avere implicazioni rilevanti sugli equilibri di potere globali. Un gruppo di scienziati sostiene, infatti, di aver superato uno degli ostacoli che per decenni ha frenato lo sviluppo delle armi spaziali a fasci di particelle. Questi sistemi, basati sull’emissione di flussi di atomi o particelle subatomiche accelerate a velocità estreme, sono da tempo considerati una delle frontiere più avanzate della guerra orbitale. In linea teorica, un fascio di questo tipo potrebbe neutralizzare o danneggiare satelliti e missili avversari sfruttando un’elevata concentrazione di energia cinetica e termica, colpendo obiettivi sensibili senza ricorrere a testate convenzionali.
Il problema principale è sempre stato conciliare potenza e precisione. Per funzionare, queste armi necessitano di enormi quantità di energia e, allo stesso tempo, di una sincronizzazione estremamente accurata all’interno degli acceleratori installati a bordo dei satelliti. In passato, i sistemi in grado di generare potenze elevate risultavano troppo imprecisi, mentre le tecnologie più raffinate dal punto di vista del controllo non riuscivano a sostenere carichi energetici sufficienti per un impiego operativo credibile.
Secondo quanto riferito dai ricercatori, un team guidato dall’ingegnere senior Su Zhenhua, attivo presso Dfh Satellite Co. - il principale costruttore di satelliti della Cina - avrebbe sviluppato un prototipo di sistema di alimentazione spaziale capace di superare questa contraddizione. Nei test condotti a terra, l’apparato avrebbe generato 2,6 megawatt di potenza pulsata mantenendo una sincronizzazione entro 0,63 microsecondi, un valore nettamente superiore agli standard oggi disponibili. La maggior parte degli alimentatori pulsati attualmente in uso non supera, infatti, il megawatt e presenta margini di errore molto più ampi, legati all’efficienza di conversione e alla gestione delle correnti ad alta intensità.
Le possibili applicazioni non si limiterebbero all’ambito militare. La stessa tecnologia potrebbe essere impiegata in sistemi lidar e laser per le comunicazioni, in propulsori ionici di nuova generazione per migliorare la manovrabilità satellitare o nel telerilevamento a microonde per l’osservazione terrestre ad alta risoluzione.
Tuttavia è sul piano strategico che l’impatto potenziale appare più sensibile. L’espansione delle costellazioni statunitensi come Starlink e Starshield (un’unità aziendale di SpaceX che crea satelliti in orbita terrestre bassa appositamente progettati per fornire nuove capacità spaziali militari ai governi degli Stati Uniti e dei paesi alleati., ndr), basate su reti di piccoli satelliti resilienti e a duplice uso, sta rendendo meno efficaci le tradizionali difese spaziali fondate sugli intercettori missilistici. Laser e fasci di particelle offrirebbero, invece, la possibilità di colpire più obiettivi alla velocità della luce, riducendo tempi di reazione e costi operativi.
Restano, però, due incognite decisive: la reale capacità di queste armi di superare le schermature dei satelliti di ultima generazione e il peso della corruzione sistemica, che continua a rappresentare un fattore di rischio anche per i programmi tecnologicamente più avanzati dell’apparato militare cinese.




