Dall’America Latina alle cyber-truffe asiatiche, l’Unodc lancia l’allarme: mafie, cartelli e reti criminali sono diventati poteri paralleli capaci di infiltrare economie, istituzioni e territori. E l’Italia resta uno dei laboratori storici della governance criminale
La criminalità organizzata globale uccide quasi quanto le guerre. È il dato più inquietante contenuto nel nuovo report dell’Ufficio delle Nazioni unite contro la droga e il crimine (Unodc), pubblicato nel maggio 2026 in occasione del venticinquesimo anniversario della Convenzione di Palermo contro la criminalità organizzata transnazionale. Secondo il documento, dal 2000 a oggi le organizzazioni criminali sarebbero responsabili di circa 95.000 omicidi all’anno, praticamente lo stesso numero medio delle vittime provocate dai conflitti armati nel mondo. Un dato che cambia radicalmente la percezione del fenomeno: mafie, cartelli e reti criminali non vengono più considerati soltanto un problema di ordine pubblico, ma una minaccia globale alla sicurezza internazionale.
Il rapporto evidenzia che circa il 22 per cento degli omicidi intenzionali nel mondo è legato alla criminalità organizzata, mentre nelle Americhe la quota arriva addirittura al 50 per cento. La violenza, però, rappresenta soltanto la parte più visibile del problema. Secondo l’Unodc, le organizzazioni criminali transnazionali sono oggi strutture economiche sofisticate capaci di infiltrare l’economia legale, utilizzare aziende di copertura, sfruttare professionisti, corrompere funzionari pubblici e condizionare i mercati finanziari internazionali. Il traffico di droga continua a rappresentare la principale fonte di reddito. Il report parla di «centinaia di miliardi di dollari» generati ogni anno dal narcotraffico globale. Solo lungo la rotta balcanica, tra il 2019 e il 2022, i flussi finanziari illeciti collegati a oppiacei e metanfetamine avrebbero raggiunto una cifra compresa tra 3,4 e 6,9 miliardi di dollari annui. Ma secondo il documento Onu il vero salto di qualità delle mafie moderne è la capacità di muoversi contemporaneamente nei mercati legali e illegali, rendendo sempre più difficile distinguere tra economia lecita e criminale. Le organizzazioni criminali investono in società regolari, utilizzano consulenti finanziari, intermediari e professionisti, entrando nei settori strategici dell’economia globale. Ed è proprio qui che emerge indirettamente il modello italiano.
Nel report l’Italia non viene citata come uno dei Paesi più violenti, come accade invece per alcune aree dell’America Latina o dei Caraibi. Ma molte delle caratteristiche descritte dall’Unodc richiamano direttamente l’evoluzione storica di Cosa Nostra, ’Ndrangheta e Camorra: organizzazioni capaci di ridurre la violenza visibile per aumentare l’infiltrazione economica e politica.Il documento distingue infatti tra gruppi criminali orientati al «commercio» e gruppi orientati alla «governance». I primi puntano principalmente ai traffici e al profitto rapido; i secondi cercano invece il controllo del territorio, delle istituzioni e della vita economica locale.
È il concetto di «governance criminale», uno dei passaggi centrali del report Onu. Secondo l’Unodc, le organizzazioni criminali più evolute non si limitano a spacciare droga o trafficare armi, ma impongono regole, amministrano territori, controllano imprese, offrono lavoro e protezione, riscuotono estorsioni e sostituiscono progressivamente lo Stato. Un modello che in alcune aree del Sud Italia è noto da decenni. L’Unodc cita Haiti come esempio estremo di collasso istituzionale: nel 2024 le bande criminali controllavano circa l’85 per cento della capitale Port-au-Prince. Ma il report precisa che nessun Paese è immune, nemmeno quelli europei con istituzioni solide. Viene indicata perfino la Svezia, dove alcune organizzazioni criminali avrebbero sviluppato forme di controllo territoriale nei quartieri urbani, imponendo regole, controllando il mercato della droga e creando «strutture parallele» basate sulla paura e sull’intimidazione. È una dinamica che richiama molti meccanismi storicamente utilizzati dalle mafie italiane: gestione del consenso sociale, welfare parallelo, controllo del voto, infiltrazione negli appalti e capacità di condizionare l’economia senza necessariamente ricorrere alla violenza continua.
Secondo il report, le organizzazioni criminali moderne prosperano soprattutto quando riescono a confondere il confine tra attività legali e illegali. È il terreno sul quale le mafie italiane hanno costruito negli anni il proprio potere internazionale attraverso edilizia, logistica, ristorazione, energia, grande distribuzione e riciclaggio finanziario.
L’Italia continua inoltre a rappresentare uno snodo strategico per il narcotraffico europeo. Anche se il documento Onu non entra nel dettaglio dei singoli clan, il riferimento alla rotta balcanica e ai miliardi movimentati dal traffico di oppiacei e metanfetamine riguarda direttamente le reti criminali che attraversano il Mediterraneo e l’Europa meridionale. Accanto ai traffici tradizionali, il rapporto descrive poi l’esplosione del cybercrime e delle truffe online industrializzate. Nel Sud-Est asiatico sarebbero nate vere e proprie «scam farms», città della frode digitale dove migliaia di persone, spesso vittime di tratta, vengono costrette a realizzare truffe online e operazioni di riciclaggio. Secondo le stime ONU, le perdite provocate da queste attività nell’Asia orientale e sud-orientale sarebbero comprese tra 18 e 37 miliardi di dollari nel solo 2023.
Il report mette in guardia anche sul crescente utilizzo delle criptovalute, del gioco online illegale e delle piattaforme digitali per il riciclaggio internazionale. Un settore che interessa sempre più anche le mafie europee e italiane, ormai attive nelle frodi fiscali online, nelle piattaforme di scommesse clandestine e nelle operazioni finanziarie transnazionali. Uno degli aspetti più rilevanti del rapporto riguarda inoltre la convergenza tra gruppi armati, terrorismo e criminalità organizzata. L’Unodc cita organizzazioni come l’Ejército de Liberación Nacional colombiano e varie milizie del Mekong coinvolte contemporaneamente in narcotraffico, miniere illegali, gioco d’azzardo clandestino e cyberfrodi.
Il quadro che emerge dal documento Onu è quello di un ecosistema criminale globale sempre più fluido e interconnesso, dove mafie tradizionali, cartelli, milizie, bande digitali e reti finanziarie illegali collaborano attraverso continenti diversi sfruttando tecnologia, fragilità istituzionali e globalizzazione. La conclusione del report è netta: la criminalità organizzata transnazionale rappresenta oggi una minaccia diretta allo Stato di diritto, alla stabilità economica e alla sicurezza internazionale. Un potere parallelo capace non solo di accumulare immense ricchezze, ma anche di infiltrare governi, economie e società. E l’Italia, con la sua lunga storia mafiosa, continua a essere uno dei principali laboratori mondiali di questa trasformazione invisibile del potere criminale.
Da Trump condizioni più dure per l’Iran. Netanyahu avanza in Libano, Macron chiama l’Onu
La partita diplomatica tra Stati Uniti e Iran entra in una fase più delicata, mentre sul terreno continuano a intrecciarsi tensioni militari e manovre strategiche che coinvolgono anche Israele e il Libano.
Al centro del confronto resta lo Stretto di Hormuz, passaggio fondamentale per il commercio energetico mondiale, che Washington considera una condizione imprescindibile per qualsiasi accordo con Teheran. Secondo quanto rivelato dal New York Times, il presidente americano Donald Trump ha inviato alla Repubblica Islamica una controproposta significativamente più rigida rispetto alla bozza discussa nelle ultime settimane.
Pur senza entrare nei dettagli delle modifiche richieste, il quotidiano statunitense sottolinea come la Casa Bianca mantenga una linea particolarmente dura sul programma nucleare iraniano, sulla riapertura dello Stretto di Hormuz e sullo sblocco delle risorse finanziarie congelate. La nuova iniziativa americana arriva dopo la diffusione, da parte di alcuni media iraniani, di una bozza che prevedeva la possibilità di rendere disponibili fino a 12 miliardi di dollari all’Iran durante i 60 giorni di negoziato. Trump è inoltre infastidito dalla lentezza delle risposte provenienti da Teheran e avrebbe deciso di aumentare la pressione affinché la leadership iraniana approvi rapidamente il testo già sottoposto alla valutazione della Guida suprema Mojtaba Khamenei.
Dal canto suo, l’establishment iraniano continua a mostrare prudenza. Il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf ha ribadito che Teheran non intende affidarsi alle sole promesse americane. «Non ci fidiamo delle dichiarazioni e delle promesse del nemico», ha affermato. Trump, intervenendo a Fox News, ha però lasciato intendere che un’intesa rimane possibile. Il presidente americano ha spiegato che la riapertura immediata dello Stretto di Hormuz potrebbe avvenire contestualmente alla firma dell’accordo e ha indicato come unica condizione irrinunciabile la rinuncia definitiva dell’Iran a qualsiasi forma di armamento nucleare. Secondo il capo della Casa Bianca, il testo negoziato sarebbe stato rafforzato proprio per impedire non solo lo sviluppo, ma anche l’acquisizione di armi nucleari da parte di Teheran.
Mentre i colloqui proseguono, l’Iran continua a rafforzare la propria presenza nel Golfo Persico. Nelle ultime ventiquattro ore, secondo la Marina delle Guardie rivoluzionarie, 28 navi hanno attraversato Hormuz dopo aver ottenuto l’autorizzazione delle autorità iraniane. Secondo la Cnn, che cita immagini satellitari, l’Iran avrebbe già riattivato 50 dei 69 accessi ai tunnel presenti in 18 basi missilistiche sotterranee colpite durante il recente conflitto con Stati Uniti e Israele. Le immagini mostrerebbero l’impiego di bulldozer e mezzi pesanti per riportare rapidamente in funzione le infrastrutture, consentendo a Teheran di recuperare parte significativa dei propri arsenali missilistici. Trump, tuttavia, continua a rivendicare la superiorità militare americana. Sempre ai microfoni di Fox News ha dichiarato che la marina e l’aeronautica iraniane sarebbero state «completamente distrutte», sostenendo invece che l’esercito regolare sarebbe stato risparmiato deliberatamente per evitare gli errori commessi in passato in altri teatri di guerra, come l’Iraq. Il presidente ha inoltre ribadito di non avere fretta di concludere i negoziati, pur riconoscendo le possibili ripercussioni sui mercati energetici globali.
In questo contesto, il fronte libanese registra una violenta escalation. Le Forze di difesa israeliane dopo gli attacchi sulle basi di Hezbollah nella città di Tiro hanno annunciato la conquista del castello di Beaufort, storica fortezza crociata situata nel Libano meridionale a circa 15 chilometri dal confine israeliano. Immagini diffuse dai media israeliani mostrano la bandiera dello Stato ebraico e quella della Brigata Golani issate sul sito strategico. Secondo l’Idf, l’operazione è stata condotta nell’area di Beaufort Ridge e del Wadi Saluki per distruggere infrastrutture di Hezbollah, eliminare combattenti e ampliare il controllo operativo nel sud del Libano. Israele sostiene che da questa zona sono stati lanciati negli anni centinaia di razzi contro il proprio territorio e che molte delle infrastrutture militari sono state realizzate con il sostegno dell’Iran. La conquista della fortezza è stata definita dal premier Benjamin Netanyahu una «svolta» nella guerra contro Hezbollah. Il leader israeliano ha rivendicato l’espansione delle operazioni su più fronti, da Gaza alla Siria fino al Libano, affermando che Israele ha ormai «infranto la barriera della paura» e ha ripreso l'iniziativa strategica. Netanyahu ha inoltre sostenuto che dall'inizio del conflitto siano stati eliminati circa 8.000 miliziani di Hezbollah.
Il Consiglio di sicurezza dell’Onu terrà una riunione d’emergenza oggi pomeriggio su richiesta della Francia. «Questa avanzata in territorio libanese non è solo contraria agli impegni assunti da Israele, ma è anche contraria al diritto internazionale», ha detto il presidente francese Emmanuel Macron. Intanto secondo l’emittente libanese Lbci, il segretario di Stato Usa Marco Rubio, impegnato negli sforzi di mediazione tra le parti, dovrebbe annunciare martedì 2 giugno una nuova intesa volta a consolidare la tregua e a scongiurare un’ulteriore escalation del conflitto.
La guerra tra Iran e Stati Uniti continua a produrre effetti sul terreno mentre proseguono i tentativi diplomatici per arrivare a una cessazione delle ostilità. Nelle ultime ore nuovi episodi militari e politici hanno mostrato quanto il confronto resti aperto nonostante i contatti in corso tra le parti.
Secondo quanto riportato da Iran International, che cita fonti di Bloomberg, due notti fa un attacco missilistico balistico iraniano contro una base aerea kuwaitiana ha provocato feriti tra il personale americano e causato gravi danni a mezzi militari statunitensi. L’obiettivo era la base di Ali Al Salem. Le fonti riferiscono che la difesa aerea del Kuwait è riuscita a intercettare un missile Fateh-110, ma i detriti sono precipitati all’interno della struttura militare. Circa cinque persone, tra contractor e militari in servizio, hanno riportato ferite lievi. Un drone MQ-9 Reaper è stato distrutto, mentre un secondo velivolo dello stesso tipo avrebbe subito danni significativi.
Secondo Nbc, funzionari statunitensi stanno inoltre indagando sull’abbattimento di un caccia F-15E avvenuto ad aprile. Tra le ipotesi al vaglio vi è quella dell’utilizzo da parte iraniana di un sistema portatile di difesa aerea di fabbricazione cinese. L’ambasciata cinese negli Stati Uniti ha replicato affermando che Pechino gestisce le esportazioni di armamenti «in maniera responsabile e nel rispetto delle normative nazionali».
Sul piano diplomatico, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha ribadito la disponibilità di Teheran a raggiungere un’intesa con Washington. Durante una conversazione telefonica con l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad Al Thani, il presidente iraniano ha dichiarato che il suo Paese «è pronto a raggiungere un quadro dignitoso» per porre fine alla guerra e alle tensioni regionali. «L’Iran ha costantemente dimostrato il suo impegno per il dialogo», ha affermato Pezeshkian, invitando gli Stati Uniti a «ricambiare mostrando una reale volontà politica e rispettando gli obblighi internazionali». Washington però mantiene una posizione di forza. Intervenendo allo Shangri-La Dialogue di Singapore, il segretario alla Guerra Pete Hegseth ha invitato gli alleati degli Usa a incrementare le spese militari e ad assumersi maggiori responsabilità. «Gli alleati che si rifiutano di farsi avanti e di fare la propria parte dovranno affrontare un netto cambiamento nel nostro modo di operare», ha dichiarato. Il capo del Pentagono ha poi lanciato un messaggio destinato soprattutto ai partner storici degli Stati Uniti compresa l’Ue: «L’era in cui gli Usa sovvenzionavano la difesa di nazioni ricche è finita. Abbiamo bisogno di partner, non di protettorati.
Cerchiamo alleanze fondate su responsabilità condivisa, non su dipendenza condivisa». Hegseth ha inoltre ribadito che l’amministrazione Trump considera prioritario impedire all’Iran di acquisire un’arma nucleare. «Abbiamo ancora obblighi globali per garantire che l’Iran non si doti di un’arma nucleare», ha affermato, aggiungendo che gli Stati Uniti sono «più che capaci di riprendere le operazioni militari» contro Teheran se i negoziati non dovessero produrre risultati. Hegseth infine ha riferito di aver parlato in mattinata con Donald Trump:«Il presidente mi ha chiesto di sottolineare ancora una volta la sua pazienza nel perseguire questo obiettivo», ha dichiarato il capo del Pentagono. «Con gli Stati Uniti impegnati in un’iniziativa di portata storica, ritiene che un accordo con Teheran sarebbe un buon accordo, anzi un ottimo accordo, e resta determinato a raggiungerlo». Hegseth ha poi lanciato un monito: «Se l’Iran non intende accettare un’intesa che garantisca in modo credibile la rinuncia alle armi nucleari, allora dovrà confrontarsi con la forza militare degli Stati Uniti».
Uno dei principali ostacoli ai negoziati è legato ai sei miliardi di dollari di fondi iraniani congelati in Qatar. Secondo il New York Post, Washington starebbe studiando una formula che consentirebbe lo sblocco graduale delle somme sotto forma di aiuti alimentari e forniture mediche. L’erogazione sarebbe però subordinata al raggiungimento di obiettivi concordati, tra cui la riapertura e la messa in sicurezza dello Stretto di Hormuz. I fondi derivano dall’accordo sullo scambio di prigionieri concluso nel 2023 tra Stati Uniti e Iran e furono congelati nuovamente dopo l’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre dello stesso anno. Nel frattempo il Centcom ha confermato che «le forze statunitensi restano presenti e vigili in tutta la regione mediorientale», mentre nello Stretto di Hormuz continuano le misure straordinarie di sicurezza.
Secondo il Wall Street Journal, diverse petroliere attraversano la rotta con i sistemi di identificazione elettronica disattivati e in coordinamento con le forze statunitensi, segno che la minaccia nella principale arteria energetica mondiale rimane elevata. A confermare che il traffico marittimo continua, seppur sotto stretto controllo, è anche l’agenzia iraniana Fars, secondo cui nelle ultime 24 ore venti navi hanno attraversato lo Stretto di Hormuz in coordinamento con la Marina delle Guardie rivoluzionarie iraniane. In questo contesto, secondo una fonte Usa citata da Associated press, Washington ha fermato una nuova nave mercantile diretta verso i porti iraniani. La portarinfuse Lian Star, battente bandiera del Gambia, sarebbe stata resa inoperativa nel Golfo di Oman dopo aver ignorato gli avvertimenti Usa. Sale così a sei il numero delle navi bloccate dagli Usa per aver tentato di violare il blocco navale contro l’Iran.





