- I media di Teheran avevano diffuso i dettagli del memorandum «condiviso»: ritiro delle forze Usa, fine del blocco navale a Hormuz e ripristino del traffico commerciale entro un mese (in gestione con l’Oman). Ma il tycoon smentisce: «Siamo ancora insoddisfatti».
- Blitz mirato, morti anche moglie e figli. Ora Netanyahu prepara l’affondo contro Hezbollah.
Lo speciale contiene due articoli.
Lo Stretto di Hormuz torna a essere il centro della crisi tra Iran e Stati Uniti, mentre dietro le quinte proseguono contatti diplomatici sempre più fragili e la minaccia di una nuova escalation militare continua ad aggravare le tensioni in Medio Oriente. Teheran sta infatti lavorando insieme all’Oman a un nuovo sistema di gestione del traffico navale nel Golfo Persico, mentre Washington valuta la possibilità di nuovi bombardamenti contro obiettivi iraniani nel caso in cui i negoziati dovessero fallire. La nuova fase dello scontro è iniziata dopo la diffusione, da parte della televisione di Stato iraniana, di quella che sarebbe una bozza di memorandum d’intesa tra Teheran e Washington. La Casa Bianca ha reagito duramente, definendo il documento «una completa invenzione» e accusando i media iraniani di diffondere propaganda. In un messaggio pubblicato su X, l’amministrazione americana ha invitato a non credere alle informazioni diffuse dagli organi ufficiali della Repubblica islamica, insistendo sul fatto che solo «i fatti contano».
Secondo la versione rilanciata dai media iraniani, l’intesa prevederebbe il ritiro delle forze Usa dalle aree vicine all’Iran e la fine del blocco dei porti iraniani. In cambio, Teheran garantirebbe il ripristino del traffico commerciale nello Stretto di Hormuz entro un mese, riportandolo ai livelli precedenti al conflitto. Il punto centrale dell’accordo sarebbe però il mantenimento del controllo iraniano sul traffico navale nello Stretto, elemento considerato strategico dalla leadership della Repubblica islamica. A confermare la centralità di Hormuz è stato Ali Bagheri, vice capo del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale. Parlando a Mosca, Bagheri ha spiegato che Iran e Oman stanno negoziando un nuovo meccanismo congiunto per il transito delle navi. «Le condizioni e le procedure saranno completamente diverse rispetto a quelle precedenti al conflitto tra Iran e Stati Uniti», ha dichiarato il dirigente iraniano, precisando che i contatti indiretti con Washington proseguono ma che «qualsiasi accordo potrà arrivare soltanto nell’ambito di una soluzione complessiva che affronti tutte le questioni ancora aperte tra i due Paesi».
Sul fronte americano, Donald Trump continua a usare toni durissimi. Durante una riunione di governo il presidente statunitense ha dichiarato: «L’Iran vuole fare un accordo: sta negoziando allo stremo. Noi non siamo ancora soddisfatti. O lo saremo o dovremo finire il lavoro». Trump ha ribadito che Teheran non potrà mai ottenere l’arma nucleare e che non ci sarà alcun alleggerimento delle sanzioni in cambio della rinuncia all’uranio altamente arricchito.
Il presidente americano ha inoltre sostenuto che la Repubblica islamica non abbia altra scelta se non quella di raggiungere un’intesa. «La loro economia è in caduta libera. L’inflazione è al 250%. Pensavano di riuscire a sfinirmi nell’attesa. Saremo noi a sfinire loro», ha affermato. Più prudente la posizione del segretario di Stato Marco Rubio, che ha insistito sulla necessità di lasciare spazio alla diplomazia. «L’Iran non avrà mai l’arma nucleare. La diplomazia è sempre la prima opzione e continuiamo a lavorare con l’Iran: stiamo dando alla diplomazia ogni chance di successo», ha dichiarato Rubio, aggiungendo che eventuali progressi potrebbero emergere «nelle prossime ore o nei prossimi giorni».
Per Teheran, però, il vero strumento di pressione nei confronti degli Stati Uniti resta il controllo dello Stretto di Hormuz. Ali Akbar Velayati, consigliere internazionale della Guida Suprema Mojtaba Khamenei, ha dichiarato che «documenti e firme da soli non bastano» e che il vero garante della sopravvivenza di qualsiasi accordo sarebbe proprio il controllo iraniano dello Stretto. In un messaggio pubblicato su X, Velayati ha ricordato che «la geografia non mente» e che il Golfo Persico continua a rappresentare il principale elemento di forza strategica dell’Iran. Nel frattempo il Pentagono starebbe preparando una nuova lista di obiettivi da colpire nel caso in cui Trump decidesse di riprendere i bombardamenti contro la Repubblica islamica. Secondo fonti dell’amministrazione americana citate da Nbc, gli obiettivi più vulnerabili sarebbero già stati distrutti nelle precedenti operazioni, mentre quelli rimasti sarebbero molto più difficili da neutralizzare perché nascosti sotto montagne o vicini a centri abitati.
Un funzionario statunitense ha ammesso che eventuali nuovi raid non garantirebbero gli stessi risultati ottenuti nella fase iniziale della guerra. Il dossier nucleare continua a rappresentare uno dei principali ostacoli nei colloqui. Durante le celebrazioni dell’Eid al-Adha, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha parlato di «dignità, libertà e rifiuto della paura» di fronte alle «potenze arroganti», accusando Stati Uniti e Israele di aggressione contro la Repubblica islamica e invitando il mondo musulmano all’unità contro «ingiustizia e oppressione». Ad aumentare ulteriormente la tensione è stato infine il caso della nave sudcoreana Hmm Namu, colpita nello Stretto di Hormuz da due oggetti volanti non identificati. Secondo il governo di Seul, le analisi tecniche farebbero pensare all’utilizzo di missili anti-nave Noor sviluppati dall’Iran.
Israele: «Oudeh ucciso in un raid». Era il nuovo capo militare di Hamas
La guerra tra Israele e Hamas continua a colpire i vertici delle organizzazioni armate palestinesi mentre cresce la tensione anche lungo il fronte libanese. Nelle ultime ore il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha annunciato l’uccisione di Mohammed Oudeh, indicato come il nuovo comandante dell’ala militare di Hamas nella città di Gaza e considerato vicino ai vertici storici delle Brigate Ezzedin al-Qassam. Prima di Oudeh, il comando militare di Hamas nella Striscia era stato affidato a Izz al-Din al-Haddad, rimasto ucciso in un raid israeliano del 15 maggio scorso dopo aver preso il posto di Mohammed Sinwar, fratello di Yahya Sinwar. Secondo quanto riferito dalle autorità israeliane, Oudeh è stato eliminato insieme alla moglie e a due figli durante un’operazione mirata nella Striscia di Gaza. Per Israele il jihadista palestinese aveva avuto un ruolo centrale nella pianificazione e nel coordinamento dell’attacco del 7 ottobre, oltre ad aver diretto operazioni militari e attività di intelligence contro le truppe israeliane nel corso della guerra. Negli ultimi mesi avrebbe assunto la gestione operativa dei combattenti rimasti nel Nord dell’enclave, dopo mesi di bombardamenti, incursioni di terra ed eliminazioni mirate che hanno progressivamente indebolito la catena di comando di Hamas.
Katz ha commentato l’operazione con toni durissimi: «Mi congratulo con gli ufficiali dell’Idf e con tutti coloro che hanno preso parte alla brillante eliminazione. Avevamo promesso che i responsabili del massacro del 7 ottobre sarebbero stati eliminati uno dopo l’altro, e questo sta avvenendo. Sono tutti uomini morti che camminano». Lo stesso ministro della Difesa ha inoltre confermato la volontà del governo israeliano di portare avanti il piano per il trasferimento della popolazione di Gaza, un progetto su cui l’esecutivo lavora dall’inizio del 2025 ma rimasto congelato a causa delle operazioni militari e della tregua successiva. «Anche il programma di emigrazione volontaria da Gaza verrà realizzato, secondo le tempistiche stabilite e nelle modalità appropriate», ha scritto Katz su X.
Il nome di Mohammed Oudeh era emerso più volte nei dossier dell’intelligence israeliana come figura incaricata di coordinare cellule armate, movimenti nei tunnel sotterranei e operazioni contro le truppe israeliane impegnate nella Striscia. Israele aveva già tentato di colpirlo in diverse occasioni, compreso un attacco contro la casa del padre a Gaza nel 2025, nel quale era morto il figlio maggiore Amr. L’eliminazione di Oudeh rientra nella strategia israeliana di colpire sistematicamente i vertici di Hamas, già fortemente indeboliti dall’uccisione di numerosi comandanti delle Brigate al-Qassam dall’inizio della guerra. Secondo Israele, l’obiettivo è impedire la ricostruzione della struttura militare di Hamas e ridurne la capacità di organizzare nuovi attacchi contro il territorio israeliano.
Nel frattempo il conflitto rischia di allargarsi ulteriormente verso il Libano. Diversi droni esplosivi lanciati da Hezbollah hanno colpito il Nord di Israele nelle ultime ore. Le forze armate israeliane hanno riferito di aver avviato verifiche nei punti d’impatto mentre proseguono gli scambi di fuoco lungo il confine libanese. Secondo Channel 12, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha aggiornato direttamente il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sull’ipotesi di ampliare le operazioni contro Hezbollah. Nelle ultime ore l’Idf ha inoltre colpito centri di comando di Hezbollah a Tiro dopo gli avvisi di evacuazione diffusi in precedenza.
- «Intesa vicina ma firmo solo alle nostre condizioni, a partire dal nucleare». Poi Donald sente i Paesi del Golfo: alcuni favorevoli a un altro assalto per piegare l’Iran. Rubio più cauto ma ottimista. Ipotesi tregua di 60 giorni.
- La chiusura dello Stretto di Hormuz ci è già costata più di 2 miliardi. Il caro benzina dovuto alla crisi in Iran ha impattato sulle bollette europee per 42 miliardi.
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I negoziati tra Stati Uniti e Iran sono entrati nella fase più delicata dall’inizio della crisi. Dopo settimane di tensione militare e minacce reciproche, nelle ultime 24 ore sarebbero stati registrati «progressi incoraggianti» verso un possibile accordo. A renderlo noto è stato l’esercito pakistano al termine della visita a Teheran del feldmaresciallo Asim Munir, figura centrale della mediazione tra Washington e la Repubblica islamica. Secondo il Financial Times, Stati Uniti e Iran sarebbero vicini a prorogare il cessate il fuoco di 60 giorni discusso nelle ultime settimane. Sul tavolo ci sarebbe un’intesa che comprenderebbe la graduale riapertura dello Stretto di Hormuz, la fine delle operazioni militari e la garanzia della libertà di navigazione nel Golfo persico e nel Golfo di Oman. Tra i punti chiave figurerebbe anche una progressiva riduzione delle sanzioni statunitensi contro Teheran. Nelle ultime ore è emerso però un elemento destinato a pesare sul negoziato. L’emittente saudita Al Arabiya ha riferito che l’Iran avrebbe proposto di sospendere per dieci anni l’arricchimento dell’uranio oltre il 3,6% e di diluire all’interno del Paese l’uranio arricchito oltre il 20%. Teheran si sarebbe inoltre detta disponibile a riaprire lo Stretto di Hormuz e a sospendere temporaneamente il pagamento dei pedaggi marittimi in cambio di un risarcimento economico da parte di Washington. La Repubblica islamica avrebbe chiesto anche che il tema delle sanzioni e dei fondi iraniani congelati venga affrontato prima della firma dell’intesa. Secondo Al Arabiya, l’Iran avrebbe presentato due diversi percorsi negoziali, entrambi legati all’annuncio della fine della guerra. Il portavoce del ministero degli Esteri Esmail Baghaei ha dichiarato che Teheran «non discuterà il programma nucleare in questa fase», spiegando che la priorità è la fine del conflitto «su tutti i fronti, incluso il Libano». Baghaei ha aggiunto che l’eventuale apertura del dossier nucleare potrà arrivare solo successivamente.
Anche da Washington giungono segnali contrastanti. Il segretario di Stato Marco Rubio ha parlato della possibilità di avere «qualcosa da dire» già entro il fine settimana, pur sottolineando che le parti sono «allo stesso tempo molto vicine e molto lontane da un accordo». Donald Trump continua invece ad alternare aperture diplomatiche e minacce militari. Intervistato da Axios il presidente americano ha dichiarato che le probabilità di raggiungere un accordo oppure di tornare a bombardare l’Iran sono «al 50-50». «O arriviamo a un buon accordo o li faccio saltare in mille pezzi», ha detto Trump. «O li colpisco più duramente di quanto siano mai stati colpiti, oppure firmeremo un accordo che è buono».
Secondo Axios, Trump ha incontrato i suoi principali consiglieri per discutere i dettagli della nuova bozza e potrebbe prendere una decisione entro oggi. In un’intervista all’emittente israeliana Channel 12, il presidente americano ha inoltre cercato di rassicurare Israele sul contenuto dei negoziati. «Non farei un accordo se non fosse vantaggioso per Israele», ha dichiarato. Trump ha poi aggiunto: «Alcuni preferirebbero un accordo, altri la ripresa della guerra. Credo che Benjamin Netanyahu sia combattuto tra le due opzioni». Nonostante le indiscrezioni del New York Times su un Netanyahu marginalizzato nei colloqui, Axios riferisce invece che il premier israeliano e i suoi consiglieri sarebbero in costante contatto con la Casa Bianca sull’intesa in fase di definizione con Teheran. L’agenzia iraniana Fars ha riferito che i mediatori avrebbero invitato i funzionari iraniani a «ignorare i post di Trump», sostenendo che la reale posizione del presidente americano sarebbe diversa rispetto a quella mostrata pubblicamente su Truth Social. Secondo Fars, diversi funzionari coinvolti nei colloqui avrebbero spiegato che le dichiarazioni aggressive di Trump sarebbero rivolte soprattutto all’opinione pubblica americana e ai media.
Nel frattempo Teheran continua a mostrare i muscoli. Il presidente del Parlamento iraniano e capo negoziatore Mohammad Baqer Ghalibaf ha assicurato che le forze armate iraniane hanno ricostruito le proprie capacità durante il cessate il fuoco. Se gli Stati Uniti «riprendessero scioccamente la guerra», ha avvertito, le conseguenze sarebbero «più devastanti e amare». A complicare ulteriormente il quadro sono anche le divisioni tra i Paesi del Golfo. Il senatore repubblicano Lindsey Graham ha riferito ad Axios che alcuni leader della regione avrebbero esortato Trump a colpire militarmente l’Iran per indebolire il regime e ottenere un accordo più favorevole. Altri governi arabi e alcuni consiglieri della Casa Bianca, invece, starebbero spingendo per accettare l’intesa attualmente sul tavolo, ritenendo impossibile eliminare completamente l’influenza iraniana sullo Stretto di Hormuz. Infine mentre andiamo in stampa si apprende da Cbs che alcuni membri dell’esercito e della comunità di intelligence statunitense hanno annullato i propri programmi per il fine settimana in previsione di possibili attacchi. Funzionari della difesa e dell’intelligence hanno anche iniziato ad aggiornare le liste di richiamo per le installazioni americane in Medio Oriente nell’ambito di un piano volto a ridurre la presenza militare statunitense nella regione.
La chiusura dello Stretto di Hormuz ci è già costata più di 2 miliardi
L’accordo raggiunto sul filo di lana tra governo e autotrasportatori ha sventato la minaccia dello sciopero dei Tir che avrebbe paralizzato il Paese. L’aut aut della categoria è scattato a seguito dell’aumento dei costi energetici determinato dal blocco dello Stretto di Hormuz.
L’Ufficio studi della Cgia, ha fatto il punto sull’entità dei rincari. Il caro gasolio è costato finora all’autotrasporto 2,1 miliardi, nonostante il taglio di 20 centesimi sulle accise introdotto dal governo il 19 marzo scorso. In tre mesi, dallo scoppio della guerra nel Golfo, il prezzo del diesel alla pompa, è salito da un valore medio di 1,676 a 1,986 euro al litro, ovvero + 18,5%. I rincari più importanti hanno riguardato la Lombardia (257,9 milioni di euro), la Campania (251,6) e la Sicilia (232,2). Considerato che l’autotrasportatore anticipa cifre enormi (gasolio, pedaggi autostradali, manutenzione dei mezzi, assicurazioni e personale) mentre l’incasso delle fatture arriva dopo 90 o addirittura 120 giorni, basta l’aumento improvviso del diesel per erodere il margine operativo. La situazione dell’autotrasporto è solo un capitolo della grave crisi che sta colpendo tutta l’economia europea.
L’Agenzia internazionale dell’energia non ha esitato a definirla «la più grande crisi energetica della storia». La Commissione europea ha calcolato che questa costa oltre 500 milioni di euro al giorno. Siccome sono già passati 84 giorni dall’inizio del conflitto, significa che finora sono stati spesi circa 42 miliardi di euro, solo per l’energia. Basta guardare le quotazioni del Brent, arrivate a superare i 118 dollari a marzo e tuttora sopra i 100 dollari. Petrolio e gas, sono solo due delle voci di uno choc che ha travolto tanti settori, dalla logistica, all’industria petrolchimica alla filiera agroalimentare. Nella lingua di mare di Hormuz, prima del blocco, transitavano in media più di 90 navi al giorno. Oggi circa 2.000 sono ferme con a bordo 20.000 marittimi.
Nessun armatore si azzarda a navigare in quell’area e i costi assicurativi sono saliti alle stelle. Tra i cargo bloccati ci sono quelli carichi di fertilizzanti, vitali per l’agricoltura mondiale soprattutto alla vigilia dell’estate. A fine aprile il prezzo dell’urea era aumentato di quasi il 70% per poi flettere ma mantenendosi comunque superiore al 50%. Nei giorni scorsi la Fao ha avvertito che la scarsità di fertilizzanti comporterà rese inferiori e un’ulteriore contrazione delle disponibilità alimentari nella seconda metà del 2026 e nel corso del 2027. Non è azzardato parlare di rischio di una carestia. Lo Stretto è anche il luogo di transito del 62% del calcare ad alta purezza utilizzato per produrre cemento, calcestruzzo e altri materiali edili, dell’alluminio grezzo (18,4%), dell’ammoniaca (17,2%), dei cavi in alluminio (16,1%), come pure dell’oro grezzo o semilavorato (10,4%).
La crisi comincia a farsi sentire anche sui conti pubblici. Giovedì la Commissione europea ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita dell’Unione europea, mentre l’inflazione sale rispetto alle stime dello scorso autunno. E potrebbe essere solo l’inizio. Alcuni analisti stimano che la tempesta vera deve ancora arrivare. Martina Daga, macro economist di Acomea Sgr, ha fatto questo ragionamento all’Ansa: «Le ultime navi cariche partite dal Golfo sono arrivate solo poche settimane fa e, considerando che il transito verso l’Eeuropa richiede circa un mese, questo ci dice che la carenza fisica di beni non si è ancora trasmessa all’economia reale. L’Europa inoltre importava dal Golfo il 60% del jet fuel e si registra un rincaro dei noli marittimi: tutte queste pressioni impiegheranno più tempo a scaricarsi sui prezzi al consumo».
- Dichiarazione congiunta di Italia, Francia, Germania e Regno Unito per condannare i nuovi insediamenti: «Sono illegali, dai coloni violenza senza precedenti». Caso Flotilla, un attivista italiano ricoverato in Turchia.
- L’emittente saudita Al Arabiya: c’è la bozza per fermare il conflitto in Medio Oriente. Tra i punti, la libertà di navigazione nello Stetto di Hormuz. Ma resta il nodo uranio.
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Non s’è fatta attendere la reazione di quattro grandi Paesi europei alle politiche del governo israeliano di Benjamin Netanyahu, tantopiù dopo l’arresto in acque internazionali degli attivisti della Global Sumud Flotilla e i maltrattamenti da essi subiti col plauso del ministro della Sicurezza israeliano Itamar Ben-Gvir, del partito Otzma Yehudit (Potere ebraico).
Ieri, i governi di Italia, Gran Bretagna, Germania e Francia hanno firmato congiuntamente e diffuso un comunicato di condanna dell’espansione illegale dei coloni israeliani estremisti in Cisgiordania, appoggiata dal gabinetto Netanyahu e dai suoi ministri più oltranzisti, che sognano l’annessione totale di quel territorio. Queste azioni, infatti, mettono a rischio l’auspicata soluzione di una pace fondata su due Stati, israeliano e palestinese, secondo la posizione ufficiale dell’Italia e di altri Paesi occidentali.
Nella nota italo-anglo-franco-tedesca si legge: «Negli ultimi mesi, la situazione in Cisgiordania si è deteriorata in modo significativo. La violenza dei coloni ha raggiunto livelli senza precedenti. Le politiche e le pratiche del governo di Tel Aviv, compreso un ulteriore consolidamento del controllo israeliano, stanno minando la stabilità e le prospettive di una soluzione a due Stati». Erodere sempre di più i territori palestinesi in Cisgiordania significa infatti rimettere in discussione tutto il lungo e travagliato processo che, a partire dal 1993 con gli accordi di Oslo fra il leader palestinese Yasser Arafat e il premier israeliano Ytzhak Rabin, hanno portato alla costituzione dell’Autorità nazionale palestinese. La dichiarazione europea specifica: «Il diritto internazionale è chiaro: gli insediamenti israeliani in Cisgiordania sono illegali. I progetti di costruzione nell’area E1 non farebbero eccezione. Il progetto di sviluppo dell’insediamento E1 dividerebbe in due la Cisgiordania e costituirebbe una grave violazione del diritto internazionale. Le imprese non dovrebbero partecipare alle gare d’appalto per la costruzione di insediamenti E1 o di altri insediamenti».
L’Italia e gli altri tre «big» europei chiedono al governo israeliano di fermare l’espansione delle colonie ebraiche, spesso accompagnata da violenze sui palestinesi, fra i quali, peraltro, oltre alla maggioranza musulmana, non sono pochi quelli di fede cristiana. Si chiede anche agli israeliani di indagare sulle violenze dei coloni contro i villaggi palestinesi per appurarne le responsabilità, nonché di rispettare il tradizionale ruolo della dinastia hashemita, rappresentata attualmente dalla monarchia in Giordania, oggi retta da re Abdallah II, come custode dei luoghi santi di Gerusalemme Est, ruolo derivante dalla diretta discendenza della casata dal profeta Maometto.
Ad approfondire il fossato fra i governi europei a quello israeliano ha contribuito l’intercettazione della Flotilla in acque internazionali. In totale, stando a quanto dichiarato ieri dal ministero degli Esteri turco, 422 attivisti, di cui 85 turchi, dopo il rilascio sono stati trasferiti in Turchia da Israele grazie a tre aerei noleggiati dal governo di Ankara. Fra essi, ben 50 sono stati però ricoverati in ospedali di Istanbul per le ferite riportate a causa dell’intervento delle truppe speciali israeliane. Tra loro, un cittadino italiano, come confermato da Maria Elena Delia, portavoce italiana della Global Sumud Flotilla, che dice: «Stiamo cercando di avere notizie sulle sue condizioni di salute». Stando a Mustafa Ozbek, portavoce della ong turca Ihh, l’italiano si trova all’ospedale Basaksehir Cam ve Sakura alla periferia occidentale della città sul Bosforo. Il suo caso viene seguito dal consolato italiano di Istanbul, come diramato dalla Farnesina: «Il connazionale è stato assistito all’arrivo dal personale del Consolato generale d’Italia, al quale ha comunicato che sarebbe rimasto a Istanbul per seguire un gruppo di attivisti spagnoli bisognosi di assistenza. Giunto in ospedale è stato ricoverato anche lui per accertamenti. Il console generale a Istanbul è in contatto con i medici dell’ospedale per raccogliere maggiori informazioni sulle sue condizioni e per poter comunicare con lui che non ha cellulare».
Tra gli attivisti feriti e in osservazione all’ospedale si registrano diversi tedeschi e spagnoli, questi ultimi appena dimessi, mentre tre italiani, per la precisione marchigiani, sono attesi oggi di ritorno ad Ancona. Non solo lesioni, maltrattamenti e fratture: 15 attivisti hanno accusato i militari israeliani anche di «violenze sessuali». Hanno denunciato di essere stati tenuti un una sorta di «lager galleggiante», una nave portacontainer con «gabbie di ferro di 1,5x1,5 metri». Per l’attivista spagnola Emilia «siamo stati picchiati, peggio che a Guantanamo» (la base Usa per la detenzione di vari terroristi, ndr), mentre lo scozzese Hughie Stirling lamenta la «rottura delle costole». Intanto il team legale italiano della Flotilla ha preannunciato una possibile denuncia per tortura per il modo in cui i membri dell’equipaggio sono stati trattenuti in Israele.
Stati Uniti e Iran, accordo «vicino»
Potrebbe essere annunciato entro poche ore un accordo preliminare tra Stati Uniti e Iran per fermare l’escalation militare che nelle ultime settimane ha destabilizzato il Medio Oriente e provocato pesanti ripercussioni sull’economia globale. Secondo fonti citate dall’emittente saudita Al Arabiya, sarebbe stata definita una bozza finale dell’intesa grazie alla mediazione del Pakistan e al coinvolgimento diplomatico di Qatar e Oman.
I punti principali dell’accordo prevederebbero un cessate il fuoco immediato e senza condizioni, la fine delle operazioni militari e della cosiddetta «guerra mediatica», oltre alla garanzia della libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, nel Golfo Persico e nel Golfo di Oman. Tra gli elementi chiave figurerebbe anche una graduale revoca delle sanzioni statunitensi contro Teheran. Secondo le indiscrezioni, l’intesa dovrebbe entrare in vigore subito dopo l’annuncio ufficiale delle due parti. Nelle stesse ore una squadra negoziale del Qatar è arrivata a Teheran in coordinamento con Washington per contribuire alla definizione dell’accordo.
Il documento includerebbe anche un impegno reciproco a non colpire infrastrutture civili, economiche o militari, il rispetto della sovranità nazionale e il principio di non interferenza negli affari interni. Sarebbe inoltre previsto un meccanismo congiunto incaricato di monitorare l’applicazione dell’accordo e gestire eventuali controversie. I negoziati sui temi ancora aperti dovrebbero iniziare entro sette giorni. Nonostante il clima di prudente ottimismo, le distanze tra Washington e Teheran restano profonde. Fonti pachistane parlano apertamente di «accordo provvisorio», sottolineando che «non esiste alternativa» a un’intesa temporanea per evitare una nuova escalation. Gli ostacoli principali continuano a riguardare il programma nucleare iraniano e il controllo dello Stretto di Hormuz. Secondo le stesse fonti, il nodo più delicato resta la gestione dell’uranio altamente arricchito. Sul fronte iraniano, il portavoce del ministero degli Esteri, Esmail Baghaei, è stato indicato come uno dei rappresentanti della squadra negoziale incaricata dei colloqui con gli Stati Uniti. Teheran continua però a ribadire una linea molto rigida. «Non vogliamo concessioni dagli Stati Uniti, stiamo semplicemente reclamando i nostri diritti», ha dichiarato Baghaei, chiedendo la revoca delle sanzioni economiche e lo sblocco dei beni iraniani congelati all’estero. Il portavoce iraniano ha inoltre definito illegittimo il cosiddetto «blocco marittimo» nello Stretto di Hormuz, sostenendo che sia contrario al diritto internazionale. Inoltre, secondo il New York Times, Teheran avrebbe discusso con l’Oman di un possibile sistema di pedaggi per le navi in transito nello Stretto, una delle rotte energetiche più strategiche del mondo.
Gli Usa continuano ufficialmente a puntare sulla diplomazia. Il segretario di Stato Marco Rubio ha spiegato che Washington «spera di raggiungere un accordo» con Teheran per ottenere la riapertura dello Stretto di Hormuz e il definitivo abbandono delle ambizioni nucleari iraniane. Rubio ha riconosciuto che nei negoziati «si registrano alcuni progressi», ma ha anche avvertito che resta ancora molta strada da fare. Per questo motivo gli Stati Uniti starebbero preparando anche un «piano B» nel caso in cui l’Iran decidesse di mantenere chiuso lo stretto oppure imponesse pedaggi sulle navi in transito. Dietro le trattative emergono però anche tensioni politiche tra Washington e Israele.
Secondo quanto riferito da un funzionario anonimo all’Associated press, Donald Trump e Benjamin Netanyahu avrebbero avuto una telefonata definita «drammatica» sullo stato dei negoziati con Teheran. Israele sarebbe irritato dagli sforzi della Casa Bianca per arrivare a un’intesa con l’Iran. Dopo il colloquio, Trump ha cercato di minimizzare dichiarando che Netanyahu «farà tutto quello che gli chiederò». Lo stesso Trump ha poi ribadito che l’Iran vuole «disperatamente raggiungere un accordo», lasciando intendere che il negoziato resta aperto.





