- Ignoti i pegni ottenuti da Teheran. Il tycoon rivendica il controllo totale dello Stretto e lancia il potenziamento delle operazioni di rimozione degli ordigni. L’esercito Usa sequestra un’altra petroliera nell’Oceano Indiano.
- La Casa Bianca non fornisce una scadenza per il cessate il fuoco, mentre i negoziati restano in stallo. A pesare il blocco navale americano e le divisioni interne al regime.
- Capo della Marina Usa silurato nel bel mezzo di un blocco navale. Dietro la decisione, le paranoie di Hegseth. Su cui crescono i malumori nel Gop.
Lo speciale contiene tre articoli.
La crisi nello Stretto di Hormuz si intensifica in una sequenza di mosse militari, dichiarazioni politiche e operazioni sul campo che delineano uno scenario sempre più teso tra Stati Uniti e Iran. Nelle ultime ore, Washington ha rafforzato la propria postura operativa nell’area. Il Comando centrale statunitense ha confermato di aver imposto a 31 navi di invertire la rotta o rientrare in porto, nell’ambito del blocco navale contro Teheran, mentre la Marina americana ha condotto un’operazione nell’Oceano Indiano, fermando la petroliera senza bandiera M/T Majestic X, accusata di trasportare greggio iraniano. Secondo il Dipartimento della Difesa, si è trattato di un’interdizione marittima con ispezione, inserita in una strategia più ampia per interrompere le reti di commercio illegale legate all’Iran. Il Centcom ha inoltre reso noti i nomi di due delle oltre 30 navi a cui le sue forze hanno ordinato di invertire la rotta o di tornare in porto nell’ambito del blocco contro l’Iran. Le due petroliere iraniane, la Hero II e la Hedy, sono «ancorate a Chah Bahar, in Iran, dopo essere state intercettate dalle forze statunitensi all’inizio di questa settimana», ha dichiarato il Centcom, smentendo le notizie secondo cui le due navi avrebbero violato il blocco. Il messaggio di Washington è netto: le acque internazionali non possono essere utilizzate come rifugio per attività sanzionate. Il Pentagono ha ribadito l’intenzione di limitare la libertà di movimento delle navi coinvolte in traffici ritenuti illeciti, sottolineando che le operazioni proseguiranno su scala globale.
Sul piano politico, il presidente Donald Trump ha rivendicato un controllo totale sullo Stretto di Hormuz, sostenendo che nessuna imbarcazione può transitare senza autorizzazione americana. In una serie di dichiarazioni, ha inoltre ordinato alla Marina di colpire e distruggere qualsiasi mezzo sospettato di posare mine nelle acque dello stretto, senza alcuna esitazione. Lo stesso Trump ha poi annunciato il potenziamento delle operazioni di sminamento, chiedendo che le attività vengano intensificate fino a triplicarne l’intensità. Il tema delle mine è centrale nella gestione della crisi. Le operazioni di bonifica si basano su tecnologie avanzate: droni di superficie dotati di sonar, come il Common Uncrewed Surface Vessel, scandagliano il fondale marino individuando eventuali ordigni. A questi si affiancano sistemi subacquei autonomi, tra cui i modelli MK18 Mod 2 Kingfish e Knifefish, capaci di esplorare aree prestabilite e segnalare la presenza di mine. Una volta localizzate, le cariche possono essere neutralizzate attraverso robot telecomandati o mediante detonazioni controllate. In questo contesto, anche altri attori internazionali iniziano a prepararsi a un possibile coinvolgimento diretto. Il comandante della Marina tedesca, Inka von Puttkamer, ha dichiarato: «Le squadre di sminamento si preparino per essere dispiegate a Hormuz». Gli equipaggi del terzo Squadrone di dragaggio mine della Marina tedesca si stanno infatti attualmente preparando per un potenziale dispiegamento nello Stretto. La Marina tedesca dispone di «dieci cacciamine di classe Frankenthal» e un terzo delle navi e delle imbarcazioni «è sempre pronto per il dispiegamento». Le unità, secondo quanto dichiarato dal comandante, sono «equipaggiate con droni in grado di localizzare vari tipi di oggetti, come le mine, e possono esplorare in modo indipendente una specifica area del mare».
Secondo analisti militari, la fase di individuazione degli ordigni potrebbe essere relativamente rapida, mentre la loro distruzione richiede operazioni più complesse e articolate. In questo contesto, il Pentagono ha smentito le indiscrezioni secondo cui sarebbero necessari sei mesi per completare la bonifica dello Stretto. Il portavoce Sean Parnell ha definito tali valutazioni non plausibili e ha accusato parte dei media di aver diffuso informazioni distorte provenienti da briefing riservati. Sul fronte opposto, anche Teheran si muove sul piano politico ed economico. Il Parlamento iraniano e il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale stanno esaminando un piano per assumere il controllo sovrano dello Stretto di Hormuz, anche se la decisione finale non è ancora stata presa. Intanto, l’Iran ha riscosso i primi introiti dai pedaggi imposti sullo Stretto di Hormuz, ha dichiarato un parlamentare iraniano. Hamid Reza Haji Babaei, vicepresidente del Parlamento, ha affermato che i fondi ricavati dal transito delle navi attraverso lo stretto sono stati depositati sul conto del Tesoro, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa semi-ufficiale Tasnim. L’Iran non ha specificato l’ammontare del pedaggio riscosso, che contravviene a una convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, non ratificata dall’Iran. La tensione si riflette anche negli episodi operativi registrati negli ultimi giorni. La nave Epaminondas, battente bandiera liberiana e di proprietà greca, è stata oggetto di un’azione da parte delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, che ne avevano bloccato la navigazione e condotto ispezioni a bordo. Secondo il ministro degli Esteri greco, l’imbarcazione è ora ferma e non vi sarebbero più cittadini iraniani a bordo, segno che l’operazione si è conclusa. Questi eventi si inseriscono in una dinamica più ampia di sequestri e contro-sequestri che stanno trasformando lo stretto in un punto critico del commercio globale. Le Guardie Rivoluzionarie hanno già fermato altre navi commerciali, mentre gli Stati Uniti proseguono con operazioni di interdizione.
Donald proroga la tregua sine die
L’incertezza è ancora la protagonista delle trattative tra l’Iran e gli Stati Uniti. Oltre a non esserci una data sul prossimo round di colloqui, non è dato sapere quanto tempo Washington abbia concesso a Teheran per presentare una proposta.
La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha infatti riferito che «il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, non ha fissato una scadenza precisa per ricevere una proposta iraniana» e quindi anche per il cessate il fuoco. Il tycoon alla Bbc ha ribadito: «Abbiamo annientato l’Iran». E non ha ancora digerito il mancato intervento degli alleati della Nato al suo fianco: «Non ho mai avuto bisogno di loro, ma avrebbero dovuto esserci. Ho voluto vedere se volessero essere coinvolti o meno, è stato più che altro un test». Intanto Israele, insofferente alla via diplomatica, è pronto a riprendere i bombardamenti: il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha affermato che Tel Aviv «attende il via libera degli Stati Uniti per completare l’eliminazione della dinastia Khamenei» e «per riportare l’Iran all’età della pietra».
Certo è che i colloqui sono in una fase di stallo. A parlarne all’emittente Al Arabiya è stato un diplomatico pachistano: «I progressi sono estremamente limitati». Ha spiegato che Washington vuole mantenere le sanzioni imposte contro l’Iran. Dall’altra parte, per Teheran, il blocco navale americano ai porti del regime «costituisce l’ostacolo alla partecipazione iraniana ai negoziati». I mediatori di Islamabad stanno quindi «cercando di convincere l’Iran a recarsi» nella capitale del Pakistan «per ottenere un allentamento del blocco navale».
Ma le dichiarazioni rilasciate ieri non mostrano flessibilità. Il parlamentare iraniano Ali Khezrian ha infatti commentato che la Guida suprema Mojtaba Khamenei «si oppone fermamente a qualsiasi prolungamento dei negoziati alle condizioni attuali». A dire che Teheran non ha intenzione di trattare è stato anche il vicepresidente del Parlamento iraniano, Hamidreza Haji Babaei: «Qualsiasi negoziato è vietato finché gli Stati Uniti non ammetteranno la sconfitta».
Tra l’altro, sono emersi alcuni dettagli sui motivi che hanno portato all’annullamento martedì del secondo round di colloqui. Secondo quanto riportato da Iran International, a far saltare le trattative sono state le spaccature all’interno della leadership iraniana. Si parla di tensioni tra i sostenitori del presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, e le figure vicine all’Ufficio di Khamenei. Pare che la delegazione iraniana fosse pronta a partire alla volta di Islamabad, ma un messaggio proveniente dall’entourage di Khamenei ha bloccato tutto: ha messo il veto alle discussioni sulla questione nucleare. E ha pure rimproverato la squadra iraniana per i colloqui precedenti. Ed ecco quindi che il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha riconosciuto che sarebbe stato inutile partecipare alle trattative.
Nel frattempo, Al Arabiya ha svelato che a Islamabad sono sempre presenti le delegazioni tecniche deputate a preparare i negoziati. Che il Pakistan sia pronto a ospitare i colloqui in qualsiasi momento è evidente dalle misure di sicurezza ancora presenti nella capitale: le strade sono deserte, i negozi sono chiusi, gli impiegati lavorano da casa. Ieri, intanto, Islamabad è stata la sede dell’incontro tra il ministro dell’Interno pachistano, Mohsin Naqvi, e l’ambasciatrice statunitense Natalie Baker: i due hanno discusso «degli sforzi diplomatici» per organizzare gli eventuali negoziati.
Capo della Marina Usa silurato nel bel mezzo di un blocco navale
Nuovo scossone al Pentagono. Il segretario alla Difesa, Pete Hegseth, ha di fatto silurato il segretario alla Marina, John Phelan. La mossa è arrivata mentre gli Stati Uniti stanno implementando un blocco ai porti iraniani. Tutto questo, mentre ieri Donald Trump ha ordinato alle navi statunitensi di distruggere le imbarcazioni posamine che Teheran sta usando nello Stretto di Hormuz. Secondo quanto riferito dalla Cnn, sarebbero principalmente due le ragioni del siluramento di Phelan. Hegseth avrebbe convinto Trump della necessità del suo allontanamento a causa delle lungaggini che stanno caratterizzando le riforme della cantieristica navale. Tuttavia, più in profondità, la testata ha riferito che il capo del Pentagono non vedeva di buon occhio il rapporto diretto che Phelan, storico finanziatore di Trump, intratteneva con lo stesso inquilino della Casa Bianca. «Phelan non capiva di non essere il capo. Il suo compito è eseguire gli ordini ricevuti, non eseguire gli ordini che lui ritiene debbano essere dati», ha dichiarato una fonte ad Axios, confermando così che Hegseth si sentiva in qualche modo scavalcato dal segretario alla Marina.
Non è del resto una novità che il capo del Pentagono tema per la sua poltrona. A inizio aprile, Hegseth silurò il capo di Stato maggiore degli Stati Uniti, Randy George: una figura che era assai vicina all’attuale segretario all’Esercito, Dan Driscoll, il quale è a sua volta un fedelissimo del vicepresidente statunitense, JD Vance. I rapporti tra Hegseth e Driscoll erano d’altronde tesi già dallo scorso settembre: in particolare, il capo del Pentagono ha sempre temuto l’eventualità che il segretario all’Esercito potesse prima o poi fargli le scarpe. Lo scontro tra i due si è acuito con la guerra in Iran, soprattutto mentre Vance acquisiva peso nella gestione della crisi. Trump ha infatti incaricato il suo vice di supervisionare il processo diplomatico con Teheran: è d’altronde noto come il numero due della Casa Bianca fosse originariamente scettico verso un’operazione militare su larga scala contro il regime khomeinista. E infatti, all’interno dell’amministrazione statunitense, Vance è forse la voce maggiormente propensa a una soluzione diplomatica per la crisi iraniana. Di contro, Hegseth, nelle scorse settimane, ha mostrato fastidio verso le prospettive di un cessate il fuoco con Teheran e, ai vertici di Washington, rappresenta l’ala più battagliera nei confronti degli ayatollah.
Ecco che quindi il «caso Driscoll» è venuto a inserirsi in un quadro più ampio, che trascende la sola questione delle gelosie di Hegseth. E attenzione: la tensione sta aumentando. La scorsa settimana il segretario all’Esercito, parlando in audizione alla Camera, si è detto «dispiaciuto» per il siluramento di George. Una presa di posizione significativa, con cui Driscoll ha preso esplicitamente le distanze dal capo del Pentagono. Nell’occasione, secondo il Washington Post, i deputati repubblicani presenti si sarebbero schierati con il segretario all’Esercito, deplorando il licenziamento di George. Questo significa che il malumore verso Hegseth sta crescendo anche nella pattuglia parlamentare del Gop. Un segnale, questo, che è abbastanza inquietante per il capo del Pentagono. Ricordiamo che il recente siluramento di Kristi Noem da segretario per la Sicurezza interna è stato preceduto da critiche che le erano arrivate da alcuni parlamentari del Partito repubblicano. Tutto questo potrebbe aver ulteriormente alimentato i timori di Hegseth. E potrebbe anche contribuire a spiegare il licenziamento di Phelan.
- Per l’Iran il blocco dei porti da parte degli Stati Uniti viola la tregua e rende impossibile riaprire il passaggio. Colpito un altro mercantile, riconducibile agli Emirati. Il regime: «Occhio per occhio, petroliera per petroliera».
- Il capo di Stato maggiore Berutti Bergotto conferma l’adesione italiana a una missione congiunta nell’area. Il Pentagono: «Sei mesi per sminarla». Intanto, nel Mar Rosso l’Ue lascia l’Italia sola.
Lo speciale contiene due articoli.
Nelle acque sempre più tese dello Stretto di Hormuz si consuma un nuovo capitolo dello scontro tra Iran e Stati Uniti, con ricadute dirette sulla sicurezza del traffico marittimo internazionale. Tra versioni divergenti e dichiarazioni contrapposte, il quadro resta incerto ma segnato da una progressiva escalation che coinvolge attori militari, interessi economici e rotte strategiche globali. Secondo quanto annunciato dai Guardiani della Rivoluzione iraniana, due navi mercantili sarebbero state intercettate e poste sotto sequestro mentre attraversavano lo Stretto. Tra queste viene indicata la Msc Francesca, portacontainer battente bandiera panamense ma operante sotto il gruppo Mediterranean Shipping Company, gigante italo-svizzero fondato dall’armatore Gianluigi Aponte, mentre l’altra unità coinvolta è la Epaminondas, riconducibile a interessi greci.
Il Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche ha identificato le due navi sostenendo che la Msc Francesca sarebbe «collegata a Israele», mentre la Epaminondas sarebbe stata priva dei «permessi necessari» e avrebbe «manomesso i sistemi di navigazione». La versione è stata diffusa dall’emittente iraniana Irib attraverso Telegram e rilanciata dal Guardian, rafforzando la narrativa di Teheran secondo cui le operazioni sarebbero avvenute per motivi di sicurezza marittima. La stessa linea viene ribadita dall’agenzia Tasnim, vicina ai pasdaran, secondo cui le unità avrebbero violato ripetutamente le normative internazionali, alterato i sistemi di tracciamento e tentato di transitare clandestinamente nello stretto.
Accuse che, nel caso della Msc Francesca, assumono anche una valenza politica: l’imbarcazione viene associata al «regime sionista», espressione utilizzata da Teheran per indicare Israele. Un riferimento che si intreccia con il profilo della famiglia Aponte, considerando che la cofondatrice del gruppo, Rafaela Diamant-Aponte è nata ad Haifa. Atene ha smentito il sequestro della Epaminondas, parlando di informazioni inesatte, mentre la nave - gestita dalla greca Technomar - sarebbe stata colpita da una cannoniera al largo dell’Oman: nessun ferito, ma ingenti danni al ponte di comando. Nel frattempo, nuovi episodi confermano il deterioramento della sicurezza nell’area. La società di intelligence marittima Vanguard ha segnalato l’attacco a una terza nave commerciale in fase di attraversamento dello Stretto di Hormuz. Allo stesso tempo l’agenzia britannica Ukmto ha riferito di colpi d’arma da fuoco contro un mercantile in uscita dall’Iran e di un attacco da parte di una motovedetta iraniana a un’altra nave al largo dell’Oman, con danni rilevanti alla struttura. L’Iran insiste sul fatto che il blocco navale imposto dagli Stati Uniti costituisca una violazione diretta del cessate il fuoco, rendendo impossibile la riapertura dello Stretto di Hormuz. In un messaggio pubblicato su X, il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha dichiarato che «un cessate il fuoco completo ha senso solo se non viene violato dal blocco navale e dal sequestro dell’economia mondiale e se l’avventurismo bellico dei sionisti su tutti i fronti viene fermato». «L’apertura dello Stretto di Hormuz non è possibile con una palese violazione del cessate il fuoco», ha aggiunto Ghalibaf, sottolineando che Stati Uniti e Israele «non hanno raggiunto i loro obiettivi con l’aggressione militare e non li raggiungeranno con l’intimidazione», indicando come unica soluzione il riconoscimento dei diritti dell’Iran. «Occhio per occhio, petroliera per petroliera»: così Ibrahim Rezaei portavoce della Commissione Esteri e Sicurezza nazionale del Parlamento iraniano, citato da Al Mayadeen, ha giustificato il sequestro di due navi nello Stretto di Hormuz, avvertendo che Teheran non resterà in silenzio e non permetterà al nemico di trasformare una sconfitta in una vittoria.
A rendere ancora più complesso lo scenario interviene anche il fattore militare legato alla sicurezza della navigazione. Per ripulire lo Stretto di Hormuz da eventuali mine potrebbero essere necessari fino a sei mesi e, secondo il Pentagono, è improbabile che un’operazione di questo tipo venga avviata prima della conclusione del conflitto. Gli sviluppi si inseriscono in un quadro più ampio legato al tentativo statunitense di limitare le esportazioni energetiche iraniane attraverso un blocco navale. Tuttavia, secondo i dati del gruppo di monitoraggio Vortexa, riportati dal Financial Times, almeno 34 petroliere legate a Teheran sarebbero riuscite a eludere i controlli, trasportando milioni di barili di greggio e generando entrate significative nonostante le sanzioni. A rendere ancora più instabile lo scenario contribuisce la prospettiva di una ripresa degli attacchi da parte dei ribelli Huthi nel Mar Rosso, mentre sullo sfondo resta il rischio legato ai cavi sottomarini che attraversano lo stretto. Un eventuale danneggiamento simultaneo di queste infrastrutture, minacciato da Teheran, potrebbe provocare gravi interruzioni delle comunicazioni nei Paesi del Golfo, con effetti a catena sull’economia globale.
La Marina: presto 4 navi a Hormuz
L’Italia è già pronta a mandare quattro navi a Hormuz, quando si muoverà una coalizione internazionale. L’annuncio l’ha dato ieri sera il capo di Stato maggiore della Marina, Giuseppe Berutti Bergotto, spiegando che si tratta della «pianificazione prudenziale che ha fatto il capo di stato maggiore della Difesa.
In mattinata, in audizione alla Commissione Difesa, lo stesso alto ufficiale aveva rivelato che, al di là dei proclami dei vari Emmanuel Macron e Keir Starmer, e delle promesse dell’Ue, «nel Mar Rosso attualmente c’è soltanto la nostra nave, noi siamo Force Commander, cioè siamo il Comandante del Mare e agli inizi di maggio farà parte della Forza anche una nave greca, però ad oggi c’è soltanto una nave italiana». Insomma, eravamo e siamo soli, come di fronte al contrasto dell’immigrazione clandestina.
Berutti Bergotto, intervendo in tv a Cinque Minuti, ha spiegato: «La pianificazione prudenziale che ha fatto il capo di Stato Maggiore della Difesa prevede un gruppo basato su due cacciamine con un’unità di scorta e una logistica che ci permette di aumentare il periodo. In tutto quattro navi». Poi ha precisato che «ovviamente noi non andiamo da soli, andiamo all’interno di una coalizione internazionale, anche le altre nazioni manderanno dei cacciamine. In Europa ci sono Francia, Inghilterra e un gruppo congiunto tra l’Olanda e il Belgio».
Anche in Parlamento era spuntata una notizia. Berutti Bergotto aveva ricordato che «le attività che facciamo in ambienti internazionali vengono condotte o all’interno di coalizioni Nato, dell’Unione europea o di coalizioni internazionali abbastanza corpose, questo perché aiuta l’efficacia dell’operazione: c’è uno scambio di informazioni, ci sono più mezzi a disposizione e anche dal punto di vista internazionale c’è una maggiore sicurezza». Quindi questo è lo scenario anche per Hormuz, quando il governo italiano, e gli altri «volonterosi», decideranno in concreto la missione. Poi l’ammiraglio, con l’aria di fare il punto della situazione, aveva affermato: «Nel Mar Rosso attualmente c’è soltanto la nostra nave […] e agli inizi di maggio farà parte della Forza anche una nave greca, però a oggi c’è soltanto una nave italiana». Quindi tutto questo «rafforzamento» di cui si parla in Europa (un mese a dire «Rafforziamo la missione Aspides») è rispetto a una sola nave, italiana. E speriamo che arrivino anche quegli altri servi della gleba con bandiera greca.
Venerdì scorso, i leader di 49 nazioni riuniti a Parigi hanno annunciato l’accelerazione dei piani per una missione multinazionale, definita di natura «neutrale e difensiva», per garantire la navigazione nello Stretto di Hormuz (il cui sminamento, secondo il Pentagono, durerà almeno sei mesi).
Su questo importante «risultato» (promesso) hanno messo il cappello i due capi di Stato che hanno presieduto insieme il vertice, ovvero Macron e Starmer. Il premier britannico ha raccontato che i leader hanno concordato sulla necessità di accelerare la pianificazione militare per una missione multinazionale, «non appena le condizioni lo permetteranno». E ha annunciato un’altra conferenza militare a Londra.
Quella riunione si è svolta ieri, tra i vertici della «pianificazione militare» di 30 Stati, tra cui l’Italia, in modo da predisporre i piani per la messa in sicurezza dello Stretto di Hormuz quando le armi taceranno. E adesso, la palla torna alla politica con il vertice Ue di Cipro, oggi e domani, con una riunione informale del Consiglio europeo. Si parlerà anche di temi economici, gas compreso, ma il piatto forte sono la missione nello Stretto e il rilancio di quella in Libano, dopo il disimpegno Usa. E a proposito di Casa Bianca, vista com’è la situazione nel Mar Rosso (se gli Huthi attaccassero domani mattina, c’è solo una nave italiana), forse tocca ammettere che quando Donald Trump si diceva «deluso» dagli alleati europei non aveva tutti i torti.
Lo scontro fra Stati Uniti e Iran nello Stretto di Hormuz segna un salto di qualità dopo il sequestro della portacontainer iraniana Touska da parte della Marina americana. L’episodio si inserisce in un contesto già segnato da tensioni crescenti e rischia di compromettere definitivamente i canali diplomatici tra Washington e Teheran.
A dettare la linea è il presidente americano, Donald Trump, che ha ribadito una posizione estremamente rigida: «Lo Stretto di Hormuz rimarrà chiuso fino alla firma dell’accordo» con l’Iran. Il capo della Casa Bianca ha inoltre fissato una scadenza chiara, avvertendo che «il cessate il fuoco scadrà mercoledì pomeriggio», lasciando intendere che, senza un’intesa, si tornerà rapidamente a un confronto diretto.
L’operazione che ha innescato la crisi riguarda l’intervento delle forze statunitensi contro la Touska, nave diretta a Bandar Abbas dopo essere partita dalla Cina. Secondo la ricostruzione del Comando centrale americano (Centcom), il cacciatorpediniere Uss Spruance ha intercettato l’imbarcazione nel Mar Arabico settentrionale. Dopo sei ore di avvertimenti ignorati, l’unità ha aperto il fuoco con il cannone Mk 45 da 5 pollici contro la sala macchine, disabilitando la propulsione. Successivamente, i Marines della 31ª unità di spedizione hanno effettuato l’abbordaggio con elicotteri, prendendo il controllo della nave. Washington ha definito l’azione «ponderata e proporzionata», sostenendo che fosse necessaria per far rispettare il blocco navale. Di segno opposto la versione di Teheran, che parla di «pirateria» e annuncia «rappresaglia». Il comando militare Khatam al-Anbiya ha parlato di «irruzione» e di «attacco terroristico», affermando che i Guardiani della rivoluzione erano «pronti a rispondere». Le autorità iraniane sostengono inoltre di aver inizialmente limitato la reazione per la presenza a bordo di familiari dell’equipaggio, ritenuti in pericolo. L’imbarcazione compare nell’elenco delle misure restrittive statunitensi amministrato dall’Office of foreign assets control (Ofac), l’ufficio del Tesoro deputato a sanzionare persone fisiche, entità e beni ritenuti ostili. Si tratta di una lista estremamente ampia, che supera le 3.100 pagine ed è oggetto di continui aggiornamenti, nella quale figurano migliaia di nominativi tra trafficanti, presunti terroristi e, con crescente frequenza, unità navali riconducibili a Teheran. Sul piano militare, la tensione resta altissima. Fonti iraniane riferiscono che, in risposta all’operazione americana, sarebbero stati lanciati droni contro unità statunitensi nella regione. L’agenzia Tasnim ha ribadito che ogni azione americana riceverà «una risposta adeguata», mentre il vicepresidente Mohammad Reza Aref ha avvertito che «la sicurezza dello Stretto di Hormuz non è gratuita», collegando la stabilità del mercato energetico alla fine delle pressioni su Teheran.
Le conseguenze si riflettono sui mercati. Il petrolio è in rialzo, con il Brent sopra i 90 dollari, mentre Wall Street - al momento di andare in stampa - ha aperto in territorio negativo: il Nasdaq perde lo 0,4%, l’S&P 500 lo 0,2%, mentre il Dow Jones resta piatto. Sul fronte europeo, Parigi cede l’1,03%, Francoforte perde l’1,35% e Londra registra una flessione dello 0,58%. Madrid arretra dell’1,07% e Milano segna un -1,36%. Tuttavia, l’impatto va ben oltre l’energia. Attraverso Hormuz transita circa un quinto del petrolio mondiale, ma anche una quota rilevante di materie prime strategiche. Un capitolo particolarmente delicato riguarda i fertilizzanti. Attraverso lo Stretto di Hormuz transita una quota significativa del commercio globale di urea e ammoniaca, prodotti essenziali per la produzione agricola. Un’interruzione prolungata delle forniture rischierebbe di colpire direttamente i raccolti, con effetti a catena sui prezzi alimentari e sulla sicurezza alimentare, soprattutto nei Paesi più vulnerabili. Alla crisi energetica e agricola si aggiunge poi un ulteriore elemento critico: l’elio. Dallo scorso marzo, tra blocco dello Stretto e attacchi a impianti nel Golfo Persico, è stata sospesa circa il 30% dell’offerta mondiale di questo gas strategico. Un drone iraniano ha colpito il sito di Ras Laffan, in Qatar, uno dei principali hub globali, causando l’interruzione temporanea delle esportazioni. L’elio è indispensabile per la produzione di semiconduttori e per il raffreddamento dei macchinari utilizzati nella litografia dei chip, rendendo vulnerabile l’intera filiera tecnologica globale.
In questo contesto, la crisi sta spingendo le grandi compagnie energetiche a rivedere le proprie strategie. A causa della guerra e dei prezzi elevati, i gruppi petroliferi stanno accelerando la ricerca di nuovi giacimenti al di fuori del Medio Oriente per ridurre l’esposizione ai rischi geopolitici. Exxon Mobil ha delineato un piano da 24 miliardi di dollari in Nigeria, mentre Chevron ha ampliato la propria presenza in Venezuela.



