- Oltre 40 gli Stati che hanno aderito alla riunione sullo Stretto convocata dal Regno Unito. Parigi annuncia: «Telefonata prodromica al G7 con i Paesi del Golfo settimana prossima». Meloni sente Starmer, il governo sciita vara un nuovo protocollo per la navigazione.
- Razzo sulla base italiana in Libano. Non chiara l’origine, nessun ferito. Crosetto in costante contatto. I pasdaran mirano al centro di Amazon in Bahrein.
Lo speciale contiene due articoli.
Accelerano le iniziative del Vecchio continente per riaprire lo Stretto di Hormuz, anche perché il presidente americano Donald Trump, nei giorni scorsi, ha dichiarato che chi «riceve petrolio» dal canale marittimo «se lo dovrà andare a prendere» visto che a Washington «non serve».
Poco prima dell’inizio della riunione virtuale della Coalizione di Hormuz, ospitata dal governo britannico, il premier laburista Keir Starmer si è confrontato con il presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Palazzo Chigi ha reso noto che i due, durante il colloquio telefonico, hanno discusso «l’impatto della crisi sulla stabilità regionale e sui mercati energetici mondiali», considerando soprattutto «le ricadute per le economie nazionali».
Nel vertice, che ha visto la presenza di oltre 40 Paesi, non è stata però presa una decisione volta a trovare una soluzione immediata. Nel comunicato del ministro degli Esteri britannico, Yvette Cooper, che ha presieduto l’incontro virtuale, si legge che sono state affrontate «diverse aree di possibile azione collettiva», ovvero «l’aumento della pressione diplomatica internazionale» sull’Iran; la valutazione di «misure economiche e politiche coordinate come le sanzioni»; «la collaborazione con l’Organizzazione marittima internazionale per il rilascio delle navi e dei marinai e il ripristino della navigazione»; e «l’adozione di accordi congiunti per sostenere una maggiore fiducia nel mercato e nelle operazioni». Cooper, separatamente, ha dichiarato che nel Regno Unito si sta discutendo con i responsabili della pianificazione militare delle attività di sminamento dello Stretto, una volta ripristinata la stabilità.
La posizione italiana, espressa dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, si affida al «quadro multilaterale dell’Onu». In particolare, per garantire il passaggio sicuro delle navi il nostro Paese si è detto disponibile a valutare la partecipazione a iniziative multilaterali, ma resta essenziale il mandato delle Nazioni Unite. Il ruolo del Palazzo di vetro è fondamentale anche per «creare un corridoio umanitario per i fertilizzanti e per evitare una nuova crisi alimentare, a cominciare dai Paesi africani», ha scritto il vicepremier su X. Il 30% del commercio globale di fertilizzanti, infatti, arriva proprio dal Golfo. Questa proposta è stata condivisa durante il vertice anche dal ministro olandese e dal viceministro degli Emirati Arabi Uniti. Peraltro, Tajani, prima del videocollegamento, aveva sottolineato come il blocco dello Stretto di Hormuz abbia un impatto diretto anche sui flussi migratori.
La questione della riapertura del canale marittimo sarà anche al centro di una riunione del G7 che si terrà la prossima settimana insieme ai Paesi del Golfo. Ad annunciarlo è stato il portavoce del ministero degli Esteri francese, Pascal Confavreux: ha rivelato che ieri si è tenuto un colloquio telefonico «per preparare l’incontro». Confavreux ha poi specificato che le attività di Parigi si muovono lungo l’asse «diplomatico» ma anche «operativo». E a tal proposito ha ricordato la riunione di fine marzo dei capi militari di 35 Paesi per costituire un’eventuale coalizione per garantire la sicurezza dello Stretto, nonostante Parigi abbia riaffermato la sua linea «strettamente difensiva». Tra l’altro, le tensioni tra la Francia e gli Stati Uniti sono sempre più evidenti. Il presidente francese, Emmanuel Macron, è intervenuto sulla crisi in Medio Oriente scagliandosi contro Trump: «Dobbiamo essere seri, e quando si vuole essere seri non si dice ogni giorno il contrario di quello che si è detto il giorno prima». Ha poi aggiunto che l’operazione auspicata dal tycoon di «liberare» lo Stretto con la forza è «irrealistica». Ma secondo Politico non sarebbe impossibile qualora si agisse in un quadro di legalità. Poche ore prima dell’invettiva del capo dell’Eliseo, il quotidiano ha svelato che la Francia starebbe svolgendo un ruolo di consulenza per il Bahrein in merito a una bozza di risoluzione del Consiglio di sicurezza Onu. L’iniziativa mira a ottenere l’autorizzazione all’uso della forza per riaprire lo Stretto. Ed è in questo contesto che sarebbe avvenuto l’incontro, lo scorso 25 marzo, tra il ministro degli Esteri francese, Jean-Noël Barrot, e il suo omologo del Bahrein. Va detto che la bozza redatta da un Paese non membro del Consiglio di sicurezza, che in questo caso sarebbe il Bahrein, deve essere proposta da un membro del Consiglio per poter essere votata, quindi in questo contesto la Francia o gli Stati Uniti. Qualora il progetto fosse confermato e dovesse procedere, l’ostacolo principale sarebbe la Russia.
Chi ormai ha completato la bozza è l’Iran, ma in merito al protocollo per un nuovo regime di navigazione nello Stretto. Il viceministro degli Esteri iraniano, Kazem Gharibabadi, ha puntualizzato che «una volta pronta», Teheran «avvierà i negoziati con l’Oman così da poter redigere un protocollo congiunto». Per «monitorare il transito» e «garantire un passaggio sicuro», l’iniziativa prevede che, una volta terminata la guerra, le navi avranno bisogno di ottenere in anticipo le licenze e i permessi richiesti, oltre agli accordi necessari con Teheran e Mascate.
Razzo sulla base italiana in Libano. Non chiara l’origine, nessun ferito
Un razzo ha colpito nel pomeriggio la base di Shama, nel Sud del Libano, sede del contingente italiano e del settore Ovest della missione Unifil. Non si registrano feriti tra i militari italiani, mentre i danni risultano limitati ad alcune infrastrutture logistiche. L’origine del lancio è ancora in fase di accertamento e non è stato possibile stabilire con certezza la responsabilità dell’attacco. Il ministro della Difesa Guido Crosetto è rimasto in costante contatto con il Capo di Stato maggiore della Difesa, con il comandante del Covi e con il responsabile del contingente italiano per ricevere aggiornamenti continui sull’evoluzione della situazione e sulle condizioni del personale dispiegato nell’area. L’episodio si inserisce in un quadro di crescente tensione lungo il confine settentrionale di Israele. Nelle stesse ore, due persone sono rimaste leggermente ferite dopo il lancio di circa 150 razzi da parte di Hezbollah contro il Nord del Paese. La risposta israeliana non si è fatta attendere: l’esercito ha colpito decine di obiettivi in Libano riconducibili al movimento sciita sostenuto dall’Iran.
Sul piano diplomatico, l’Iran continua a respingere l’ipotesi di negoziati sostanziali con gli Stati Uniti. Secondo valutazioni di intelligence, Teheran ritiene di trovarsi in una posizione favorevole e non considera credibili le aperture negoziali provenienti da Washington. La leadership iraniana non avrebbe quindi intenzione di accettare richieste di de-escalation, ritenendo che il proseguimento del confronto possa rafforzare la propria posizione regionale. Il ministero degli Esteri iraniano ha inoltre smentito che la Guida Suprema Mojtaba Khamenei sia rimasta ferita durante i raid statunitensi e israeliani. Il portavoce Esmaeil Baghaei ha affermato che il leader «è in perfetta salute» e che la sua assenza dalla scena pubblica «rientra nelle normali misure adottate in tempo di guerra». Nel frattempo nuovi attacchi sono stati registrati in Iran. In un’ampia ondata di raid su Teheran, l’aviazione israeliana ha colpito una base del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione e diversi centri di comando di alto livello. Il ponte strategico B1 sulla direttrice verso la capitale è stato bombardato e distrutto dalle forze Usa, mentre a Tabriz è stato centrato e messo fuori uso un sito di missili balistici. Con un attacco mirato nella zona di Kermanshah, l’aviazione israeliana ha eliminato Makram Atimi, comandante di un’unità missilistica centrale nell’Iran occidentale. L’agenzia iraniana Fars ha confermato la morte del comandante delle forze speciali terrestri delle Guardie Rivoluzionarie, Mohammadali Fathalizadeh. Le Forze di Difesa israeliane hanno a loro volta annunciato anche l’uccisione del generale Jamshid Eshaghi e il bombardamento di diversi quartier generali legati alla gestione delle finanze militari.
A Mashhad un bombardamento ha colpito un serbatoio di carburante nell’area aeroportuale, provocando un incendio ma senza causare vittime. Più grave il bilancio nella provincia di Alborz, dove un attacco congiunto statunitense e israeliano ha colpito il ponte autostradale tra Karaj e Teheran, causando due morti e diversi feriti, oltre a danni in altre zone urbane. Secondo i media statali, il Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche avrebbe preso di mira un centro di cloud computing collegato ad Amazon in Bahrein come rappresaglia. Nei giorni precedenti Teheran aveva annunciato l’intenzione di colpire sedi di aziende statunitensi presenti nella regione. Le due principali acciaierie iraniane hanno inoltre sospeso le attività a causa dei bombardamenti, stimando tempi di ripresa compresi tra sei mesi e un anno. In risposta ai raid, le Guardie Rivoluzionarie hanno dichiarato di aver colpito impianti siderurgici e di alluminio legati agli Stati Uniti nei Paesi del Golfo, definendo l’azione un avvertimento e minacciando ritorsioni più dure. Contemporaneamente sirene d’allarme sono risuonate a Gerusalemme dopo il lancio di missili balistici dall’Iran, mentre i sistemi di difesa israeliani sono entrati in funzione per intercettare i vettori.
Ore di paura per la giornalista statunitense Shelly Kittleson, sequestrata ieri a Baghdad e, secondo alcune fonti, rilasciata poche ore più tardi. La reporter, che proprio ieri aveva firmato un articolo sul Foglio, si trovava nelle vicinanze dell’hotel Palestine quando è stata prelevata con la forza da uomini armati, che l’hanno caricata su un veicolo per poi allontanarsi rapidamente.
La notizia è stata successivamente confermata dal ministero dell’Interno iracheno attraverso una nota ufficiale, nella quale però non veniva indicata l’identità della persona coinvolta. Secondo la ricostruzione fornita dalle autorità, al sequestro avrebbero partecipato due automobili: una di queste è stata intercettata durante la fuga e si è schiantata, mentre il mezzo su cui viaggiava la giornalista è riuscito ad allontanarsi. «Le forze di sicurezza hanno avviato immediatamente un’operazione per individuare i responsabili, basandosi su informazioni di intelligence accurate», ha fatto sapere il ministero anche se restano da chiarire la dinamica e il movente dell’episodio.
Sul fronte di Teheran, i pasdaran hanno annunciato che dal 1° aprile prenderanno di mira le aziende statunitensi presenti nella regione in risposta agli attacchi contro Teheran. Secondo i media statali, tra le società citate figurano Microsoft, Google, Apple, Intel, Ibm, Tesla e Boeing. Nel comunicato si afferma che queste aziende «devono aspettarsi la distruzione delle loro unità» con l’avvio delle azioni fissato alle 20 ora locale. La tensione è aumentata anche dopo l’attacco contro una petroliera nel porto di Dubai. La Kuwait Petroleum Corporation ha confermato che la nave kuwaitiana al-Salmi, completamente carica, ha subito danni allo scafo e un incendio a bordo successivamente contenuto. Non risultano vittime, mentre proseguono i controlli per escludere perdite di greggio. Sul piano militare, gli Stati Uniti avrebbero colpito un grande deposito di munizioni a Isfahan con bombe antibunker da circa 900 chilogrammi, secondo un funzionario citato dal Wall Street Journal. Nelle stesse ore i media iraniani hanno segnalato esplosioni a Teheran e Zanjan, mentre l’agenzia Tasnim ha riferito di una sottostazione elettrica colpita nella capitale. Israele ha annunciato l’intercettazione di missili lanciati dall’Iran, con sirene d’allarme attivate a Gerusalemme e in altre città del Sud e del Nord. Allarmi anche in Bahrein, mentre l’Arabia Saudita ha comunicato l’intercettazione di tre missili balistici diretti verso Riad. Preoccupazione crescente riguarda anche la missione Onu in Libano: dieci Paesi europei e l’Unione europea hanno chiesto garanzie per il contingente Unifil dopo la morte di tre militari nelle ultime 48 ore. Intanto, secondo fonti diplomatiche, diversi alleati arabi degli Stati Uniti nel Golfo avrebbero sollecitato Washington a proseguire l’offensiva contro Teheran. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu avrebbe informato il governo di contatti con Paesi arabi per valutare un’azione coordinata. Da Teheran, il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baqaei ha negato negoziati diretti con Washington, parlando solo di eventuali contatti indiretti. Un funzionario iraniano ha inoltre dichiarato che nessuna nave potrà attraversare lo Stretto di Hormuz senza autorizzazione, mentre il parlamento ha approvato un piano per introdurre pedaggi alle imbarcazioni in transito. In questo contesto, il Pakistan starebbe valutando di garantire passaggi sicuri registrando navi straniere sotto «bandiera di comodo», con l’Iran che avrebbe già autorizzato il transito di 20 imbarcazioni sotto bandiera pakistana. Infine, l’ambasciatore russo a Teheran afferma che Mojtaba Khamenei è in Iran e non in Russia «ma non si mostra per motivi di sicurezza».
- Le organizzazioni fuorilegge si muovono ormai con logiche simili a quelle delle multinazionali, capaci di integrare diverse attività illegali in un sistema unico. Grazie alla loro visione d’insieme, sono sempre un passo avanti agli investigatori. La lotta al terrorismo passa anche da qui.
- L’esperto di compliance bancaria, Roberto Andreoli: «È una corsa tecnologica, per ora le istituzioni stanno perdendo. Le criptovalute consentono trasferimenti rapidi, ma in compenso più tracciabili. In un anno attacchi alle banche cresciuti del 48,7%».
- Le frodi ai più anziani valgono decine di miliardi, ma aumentano le vittime giovani.
Lo speciale contiene tre articoli.
La criminalità finanziaria non è più un fenomeno marginale né un insieme disorganico di reati. È diventata una vera e propria economia parallela, globale e altamente strutturata, capace di muovere nel 2025 circa 4,4 trilioni di dollari, pari a quasi il 4% del Pil mondiale . Una crescita impressionante, accelerata negli ultimi anni, che supera di gran lunga quella dell’economia legale e segnala un cambiamento profondo: il crimine si evolve più rapidamente delle istituzioni chiamate a contrastarlo. Il Rapporto globale sulla criminalità finanziaria 2026 di Nasdaq Verafin descrive un ecosistema ormai industrializzato. Le organizzazioni criminali operano con logiche simili a quelle delle multinazionali: strutture gerarchiche, divisione del lavoro, supply chain globali e un uso massiccio della tecnologia. Non si tratta più di gruppi improvvisati, ma di reti sofisticate, capaci di integrare diverse attività illegali in un unico sistema.
Il traffico di droga resta la principale fonte di ricavi, con oltre 1,1 trilioni di dollari, ma è la crescita della tratta di esseri umani - oltre 528 miliardi - a rappresentare uno degli sviluppi più allarmanti. A questi si aggiungono le perdite dirette causate dalle frodi, che superano i 579 miliardi di dollari, un chiaro segno di una criminalità sempre più orientata a colpire direttamente cittadini e imprese. In questo scenario, emergono i cosiddetti «complessi della truffa»: strutture organizzate su scala industriale dove la frode si combina con lo sfruttamento umano. In alcune aree del mondo, le vittime vengono attirate con false offerte di lavoro e poi costrette a partecipare a operazioni di truffa digitale. Il confine tra vittima e carnefice si assottiglia, mentre la criminalità si alimenta di sé stessa. Il vero elemento di rottura è rappresentato dall’intelligenza artificiale, che ha trasformato la criminalità finanziaria in un sistema più veloce, preciso e soprattutto scalabile. Deepfake, clonazione vocale, messaggi su misura e campagne automatizzate consentono di colpire simultaneamente milioni di persone. Le «hyper-truffe» si adattano in tempo reale alle vulnerabilità delle vittime: frodi digitali di nuova generazione, guidate dall’Ia, che sfruttano identità sintetiche e contenuti altamente personalizzati per rendere gli inganni più credibili, rapidi e difficili da individuare.
Allo stesso tempo, si è affermato un modello definito «scams-as-a-service»: piattaforme che forniscono strumenti pronti all’uso per lanciare truffe, abbattendo le barriere di ingresso e ampliando il numero di attori coinvolti. Il crimine diventa così accessibile, replicabile e industrializzato. Ma è nel finanziamento del terrorismo che questa evoluzione mostra il suo volto più pericoloso. Nel 2025, i flussi destinati a sostenere attività terroristiche sono stimati in 16,2 miliardi di dollari . Una cifra relativamente contenuta rispetto ad altre attività illecite, ma sufficiente a generare effetti devastanti. Il terrorismo, infatti, non ha bisogno di grandi capitali per colpire: bastano risorse limitate, se ben distribuite. Il modello di finanziamento è cambiato radicalmente. Le grandi transazioni sono state sostituite da una rete di micro-pagamenti distribuiti, difficili da individuare e ancora più difficili da bloccare. I fondi si muovono rapidamente attraverso conti diversi, piattaforme digitali e giurisdizioni multiple, sfruttando la velocità dei sistemi di pagamento globali. Le criptovalute giocano un ruolo sempre più centrale in questo contesto. Offrono anonimato, flessibilità e la possibilità di aggirare i controlli tradizionali. Gli exchange e i wallet digitali diventano punti di intersezione tra economia legale e circuiti illegali, creando nuove vulnerabilità per il sistema finanziario. Allo stesso tempo, le organizzazioni terroristiche hanno imparato a mimetizzarsi all’interno di strutture legittime. Organizzazioni non profit, campagne di crowdfunding e iniziative benefiche vengono utilizzate come copertura per raccogliere fondi. In molti casi, si tratta di entità formalmente regolari, ma sfruttate per scopi illeciti. Un ruolo crescente è svolto anche da intermediari e facilitatori professionisti - avvocati, commercialisti, consulenti - che contribuiscono a costruire architetture finanziarie complesse, spesso attraverso società di comodo e strutture offshore. Il denaro viene frammentato, spostato e ricomposto lungo percorsi che rendono estremamente difficile tracciarne l’origine. La connessione tra terrorismo e altre forme di criminalità è sempre più stretta. I proventi del traffico di droga, della tratta di esseri umani e delle frodi digitali confluiscono in un sistema integrato che alimenta attività estremiste. In particolare, le truffe online rappresentano una fonte di finanziamento rapida e difficilmente tracciabile, perfettamente compatibile con le esigenze operative delle reti terroristiche.
Un elemento chiave è la dimensione transnazionale. Oltre 480 miliardi di dollari vengono trasferiti ogni anno oltre confine, sfruttando le differenze normative e la frammentazione dei sistemi di controllo. Il denaro si muove alla velocità digitale, mentre le indagini richiedono tempi lunghi e cooperazione internazionale. Ed è proprio qui che emerge la principale debolezza del sistema di contrasto. Le informazioni restano frammentate tra banche, piattaforme tecnologiche e forze dell’ordine. Ogni attore possiede una parte del puzzle, ma manca una visione integrata e in tempo reale. I criminali operano come una rete globale, mentre le difese restano divise per settori e giurisdizioni. Il report indica chiaramente che la risposta non può essere individuale. Serve un approccio coordinato, basato sulla condivisione immediata dei dati e sull’utilizzo avanzato dell’intelligenza artificiale anche in chiave difensiva. Seguire i flussi finanziari resta uno degli strumenti più efficaci, ma deve essere integrato in un sistema capace di analizzare le reti nel loro complesso. La criminalità finanziaria del XXI secolo è fluida, adattiva e interconnessa. Combatterla richiede un salto di paradigma altrettanto profondo. Non basta inseguire il denaro: bisogna comprendere le dinamiche che lo muovono. Perché dietro ogni transazione illecita non c’è solo un reato economico. C’è un sistema che alimenta violenza, sfruttamento e instabilità globale. E finché questo sistema continuerà a evolversi più velocemente delle nostre difese, il rischio non sarà solo finanziario, ma strategico.
«I malviventi usano meglio degli Stati l’arma dell’Intelligenza artificiale»
Roberto Andreoli, esperto di compliance bancaria, stiamo perdendo il controllo del sistema finanziario globale?
«Non stiamo perdendo il controllo, ma il sistema è in ritardo rispetto alla velocità del crimine. La criminalità finanziaria oggi non è più episodica: è strutturata, globale e interconnessa. Le reti criminali sfruttano le stesse infrastrutture legittime - banche, pagamenti digitali, crypto - creando un ecosistema parallelo che si muove più velocemente dei controlli. Il problema non è la debolezza del sistema, ma la sua architettura: è stato progettato per operare per giurisdizioni e istituzioni, mentre il crimine opera come una rete globale integrata».
L’Intelligenza artificiale sta dando più vantaggi ai criminali o a chi li combatte?
«Nel breve periodo, i criminali stanno sfruttando meglio l’Ia. Oggi l’Ia permette di creare truffe più credibili, automatizzate e su larga scala: messaggi perfetti, deepfake, identità sintetiche. Ma nel medio-lungo termine, l’Ia può diventare l’arma decisiva per chi combatte il crimine. Le istituzioni stanno investendo per usarla nella prevenzione e nell’analisi dei dati. È una vera corsa tecnologica: chi saprà combinare Ia, dati condivisi e collaborazione vincerà».
Le criptovalute sono diventate il nuovo paradiso per il riciclaggio e il terrorismo?
«Le criptovalute sono diventate un acceleratore del fenomeno, ma non il suo centro esclusivo. Da un lato, consentono trasferimenti rapidi, globali e difficili da bloccare. Sono sempre più usate per truffe, riciclaggio e anche per aggirare sanzioni internazionali. Dall’altro lato, introducono una novità fondamentale: la trasparenza; le transazioni sono tracciabili e analizzabili in modo molto più efficace rispetto alla finanza tradizionale. Il vero rischio non è la crypto in sé, ma la sua integrazione con sistemi tradizionali e reti criminali globali».
Le banche sono preparate a fronteggiare criminali che usano l’Ia?
«Le banche stanno evolvendo rapidamente, ma non sono ancora pienamente preparate a fronteggiare criminali che usano l’Ia, soprattutto per la velocità con cui la minaccia sta cambiando. Secondo il Rapporto Clusit 2026, gli attacchi cyber sono entrati in una fase di crescita esponenziale sia in numero che in gravità, con un +48,7% in un solo anno. Le banche non affrontano solo più attacchi, ma attacchi più sofisticati e distruttivi. Nel settore finanziario gli attaccanti sfruttano malware sempre più evoluti, vulnerabilità di sistemi complessi e interconnessi e tecniche di social engineering potenziate dall’Ia che sono in forte crescita. L’Ia consente inoltre di automatizzare le campagne e colpire su larga scala, rendendo efficaci anche attacchi non altamente specializzati. Questo spiega perché sempre più incidenti derivano da campagne generalizzate e replicabili. Sul fronte difensivo, le banche stanno introducendo strumenti avanzati come sistemi di detection basati su Ia e modelli di monitoraggio continuo, ma emergono due limiti strutturali: il primo legato alla complessità tecnologica, ovvero infrastrutture legacy, interconnessione con terze parti e supply chain aumentano la superficie di attacco; il secondo legato alla frammentazione informativa, ove ogni istituzione vede solo una parte del problema. Il risultato è una dinamica asimmetrica: i criminali operano come reti integrate e automatizzate e le banche reagiscono ancora in modo prevalentemente individuale».
Le organizzazioni criminali funzionano ormai come multinazionali?
«Sì, oggi le organizzazioni criminali operano con logiche industriali: divisione del lavoro, uso intensivo di tecnologia, modelli scalabili e collaborazione tra gruppi. Esistono “fabbriche di truffe” e servizi criminali venduti sul mercato, come riciclaggio o frodi “chiavi in mano”. In alcuni casi, queste strutture sono collegate a traffico di uomini e lavoro forzato. Non si tratta più di criminalità marginale, ma di imprese globali ad alta efficienza».
Senza cooperazione internazionale reale, la lotta alla criminalità finanziaria è destinata al fallimento?
«Sì, perché il problema è globale per definizione. Le reti criminali operano senza confini, mentre le risposte restano spesso nazionali e frammentate. Questa asimmetria è il principale vantaggio dei criminali. Il punto meno visibile, ma forse più decisivo, è che il confronto non si gioca più solo sul terreno della repressione, bensì su quello dell’architettura del sistema. I recenti report mostrano chiaramente che il vantaggio competitivo oggi non è nella forza normativa, ma nella capacità di leggere e collegare i dati in modo sistemico. Le reti criminali, come detto, operano già come piattaforme: integrano servizi, condividono informazioni, ottimizzano processi. Le istituzioni, invece, restano in gran parte organizzate per confini, competenze e silos informativi. Questo crea una frattura che nessuna tecnologia, da sola, può colmare. La sfida è costruire un’infrastruttura di cooperazione reale - tra Stati, intermediari e settore tecnologico - capace di trasformare informazioni disperse in intelligence operativa».
I «deepfake» non ingannano più solo i nonni
Il sistema finanziario globale sta affrontando una crescita senza precedenti delle frodi e dei crimini economici, alimentata dall’uso massiccio dell’Intelligenza artificiale e da reti criminali sempre più organizzate. La criminalità finanziaria si è trasformata in un’industria su scala globale, capace di adattarsi rapidamente alle nuove tecnologie e di colpire simultaneamente cittadini, imprese e istituzioni. I flussi finanziari illeciti hanno raggiunto livelli record, arrivando a circa 4,4 trilioni di dollari nel 2025. Le sole frodi hanno generato perdite superiori ai 579 miliardi di dollari.
Alla base di questa escalation c’è l’uso crescente dell’intelligenza artificiale. Strumenti avanzati consentono di creare deepfake, messaggi personalizzati e campagne automatizzate capaci di convincere le vittime con un realismo sempre maggiore. Le operazioni fraudolente sono progettate per essere scalabili, replicabili e rapide, riducendo i tempi di individuazione e aumentando i profitti. Le truffe non sono più fenomeni isolati ma parte di un ecosistema criminale interconnesso. I proventi alimentano altre attività illegali, dal traffico di droga alla tratta di esseri umani fino al finanziamento del terrorismo, creando una rete economica clandestina che si autoalimenta. Le organizzazioni operano come multinazionali, con strutture complesse e strategie di espansione globale. Un ruolo crescente è svolto dalle truffe basate sull’ingegneria sociale, in cui le vittime vengono indotte a trasferire denaro credendo di interagire con soggetti legittimi. Tra gli schemi più diffusi figurano truffe sugli investimenti, compromissioni delle email aziendali, falsi intermediari finanziari e impersonificazione.
La digitalizzazione dei pagamenti e l’interconnessione globale hanno accelerato il fenomeno. Trasferimenti istantanei, piattaforme online e criptovalute permettono di spostare rapidamente i fondi, rendendo difficile il tracciamento. Le operazioni si sviluppano su più Paesi, sfruttando differenze normative e lacune nei controlli. Anche le truffe informatiche sono in aumento. Phishing, violazioni dei dati e attacchi cyber vengono utilizzati per accedere ai conti delle vittime. L’intelligenza artificiale consente di personalizzare gli attacchi, aumentando le probabilità di successo e riducendo i costi operativi. L’impatto sociale è significativo: oltre ad aziende e banche, vengono colpiti cittadini comuni, soprattutto le fasce più vulnerabili. Le perdite degli anziani raggiungono decine di miliardi di dollari, mentre i giovani risultano sempre più esposti a truffe sui social media. Di fronte a questa evoluzione emerge la necessità di una risposta coordinata tra istituzioni finanziarie, autorità pubbliche e settore tecnologico. La collaborazione internazionale, lo scambio di informazioni e l’uso dell’intelligenza artificiale in funzione difensiva diventano elementi fondamentali per contrastare una criminalità sempre più tecnologicamente avanzata.




