La tensione tra Usa e Iran continua ad aumentare. Nelle ultime ore il comando centrale americano ha annunciato il pattugliamento dell’area con un caccia stealth F-35A. Il Centcom ha ricordato che l’aereo può trasportare fino a 8.160 chilogrammi di armamenti mantenendo velocità supersoniche. La replica iraniana è arrivata immediatamente.
Il vicecomandante della marina delle Guardie rivoluzionarie, Saeed Siahsarani, ha dichiarato all’agenzia Irna che «il campo di battaglia e lo Stretto di Hormuz sono sotto il controllo dell’Iran». L’ufficiale ha avvertito che Teheran non consentirà alcuna operazione americana contro il territorio iraniano e ha minacciato direttamente Washington. «Non permetteremo che venga portato via nemmeno un granello di polvere dal nostro Paese», ha affermato, sostenendo inoltre che nessuna petroliera possa attraversare Hormuz senza il consenso iraniano. Secondo Siahsarani, un eventuale errore degli Stati Uniti trasformerebbe il Golfo Persico «nel più grande cimitero acquatico per le forze americane». Nel frattempo gli Stati Uniti hanno aumentato la pressione economica contro i Pasdaran. Il Dipartimento di Stato ha annunciato una ricompensa fino a 15 milioni di dollari per informazioni sulle spedizioni petrolifere collegate al corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche e alle reti che ne sostengono il commercio clandestino.
Sul piano diplomatico emergono intanto nuovi dettagli sui contatti tra Washington e Pechino. Secondo l’agenzia giapponese Kyodo News, il segretario di Stato americano Marco Rubio e il ministro degli Esteri cinese Wang Yi avrebbero concordato, durante una telefonata avvenuta ad aprile, di non permettere a nessun Paese di imporre pedaggi o restrizioni al traffico nello Stretto di Hormuz. Nelle ultime ore Wang Yi ha inoltre chiesto al Pakistan di intensificare il ruolo di mediazione tra Iran e Stati Uniti, assicurando il sostegno della Cina agli sforzi diplomatici di Islamabad. Donald Trump continua però a mantenere toni duri. Prima della partenza per la Cina il presidente americano ha dichiarato che con l’Iran «si farà un buon accordo, in un modo o nell’altro», precisando però che Washington non avrebbe bisogno dell’aiuto cinese per gestire la crisi.
Dietro le dichiarazioni pubbliche della Casa Bianca emergono però valutazioni differenti da parte dell’intelligence statunitense. Trump continua infatti a sostenere che l’Iran sarebbe stato «annientato», senza una marina efficiente, con un’aviazione quasi distrutta e scorte missilistiche ridotte al minimo. Secondo le informazioni riservate presentate ai membri del Congresso durante briefing a porte chiuse, la situazione sarebbe invece diversa: Teheran manterrebbe ancora significative capacità missilistiche e continuerebbe a rappresentare una seria minaccia regionale. L’Iran punta inoltre a utilizzare il controllo dello Stretto di Hormuz come leva economica e strategica. Il portavoce dell’esercito iraniano Mohammad Akraminia ha dichiarato che la gestione della rotta marittima potrebbe produrre «importanti» benefici economici per Teheran, arrivando persino a raddoppiare i proventi petroliferi del Paese e rafforzandone il peso internazionale. Attraverso Hormuz transita circa il 20% del petrolio mondiale e il blocco parziale del traffico ha già provocato forti tensioni sui mercati energetici. Per Teheran, una parte dello stretto sarebbe controllata dai Pasdaran mentre la sezione orientale sarebbe sotto supervisione della marina regolare. Secondo Nbc News, l’operazione americana contro l’Iran potrebbe cambiare nome da «Epic Fury» a «Sledgehammer» («Martello da demolizione») se il cessate il fuoco fallisse e Donald Trump ordinasse una nuova offensiva senza passare dal Congresso.
Intanto Benjamin Netanyahu ha rivelato di aver compiuto una visita segreta negli Emirati Arabi Uniti durante la guerra, incontrando il presidente Mohamed bin Zayed Al Nahyan.
Dal Sud America all’Europa, fino all’Asia e all’Oceania, il narcotraffico cambia rotte, usa nuove tecnologie e aggira i controlli. Il report di InSight Crime mostra un sistema criminale sempre più flessibile, globale e difficile da fermare.
Mentre gli Stati Uniti rilanciano una strategia sempre più aggressiva nella cosiddetta «guerra alla droga», il narcotraffico globale dimostra di essersi già spostato su un altro livello. Il report di InSight Crime sui sequestri di cocaina nel 2025 restituisce l’immagine di un sistema tutt’altro che in crisi: un mercato dinamico, flessibile e capace di adattarsi rapidamente alle pressioni degli Stati, modificando rotte, tecnologie e destinazioni.
Il primo dato da leggere con attenzione è la distribuzione dei sequestri. Circa la metà dei Paesi dell’America Latina e dei Caraibi registra un aumento, mentre l’altra metà segna una diminuzione. Non è una contraddizione, ma la prova di una trasformazione strutturale: il traffico non si riduce, si sposta. Ogni operazione di contrasto genera un effetto elastico che spinge le organizzazioni criminali verso aree meno controllate. È una dinamica ormai consolidata, che rende inefficace una risposta basata esclusivamente sulla repressione.
In questo scenario, la Colombia resta il cuore del sistema. Nel 2025 le autorità hanno sequestrato 445,9 tonnellate di cocaina, con un incremento del 59,4% rispetto alle 279,7 tonnellate dell’anno precedente. A queste si aggiungono altre 633 tonnellate sequestrate a livello internazionale con il supporto colombiano. Numeri che, più che indicare un successo, segnalano la scala del fenomeno. Il sequestro di 14 tonnellate in un solo container nel porto di Buenaventura rappresenta il più grande degli ultimi dieci anni e conferma la centralità della logistica marittima. Ancora più significativo è l’intercettazione di un narco-sottomarino telecomandato: un segnale che il traffico sta entrando in una fase di innovazione tecnologica avanzata, con l’obiettivo di ridurre i rischi e aumentare l’efficienza. Anche negli altri Paesi produttori emergono criticità profonde. In Perù sono state distrutte 55,6 tonnellate di droga, ma il fatto che il 70% sia classificato come «sostanze simili alla cocaina» solleva dubbi sulla qualità dei dati. L’eradicazione delle coltivazioni è salita a 34.200 ettari, rispetto ai 26.500 del 2024, con un’espansione significativa in aree sensibili come Ucayali e Huanuco. In Bolivia, i sequestri sono scesi a 17,1 tonnellate, ma il calo è in parte spiegato da un’anomalia statistica dell’anno precedente. In Venezuela, invece, i dati ufficiali parlano di 42,6 tonnellate sequestrate, ma la scarsa trasparenza impone cautela, mentre il controllo del traffico sembra passare sempre più nelle mani di gruppi locali.
Il baricentro operativo si sposta però nei Paesi di transito e nei grandi snodi logistici. L’Ecuador, con 75,9 tonnellate sequestrate sul territorio e 124 tonnellate in mare, conferma il suo ruolo strategico nelle rotte globali. Panama resta un passaggio obbligato, con 97 tonnellate sequestrate e operazioni di rilievo nelle acque del Pacifico. In Costa Rica, i sequestri sono aumentati del 72,4%, arrivando a 46,5 tonnellate, segno di un coinvolgimento crescente nelle catene del traffico. La logistica del narcotraffico si è ormai integrata con quella legale: container contaminati, rotte commerciali ibride e carichi mimetizzati tra merci regolari rendono sempre più difficile distinguere tra economia legittima e illegale. Un elemento trasversale è la corruzione. In diversi Paesi, dalle istituzioni locali fino ai livelli politici, emergono segnali di infiltrazione profonda. In Paraguay, casi giudiziari hanno coinvolto esponenti del potere politico; in Guatemala le organizzazioni criminali godono della protezione di funzionari pubblici; in Costa Rica un ex ministro della Sicurezza è stato arrestato per traffico di droga. Il narcotraffico non si limita a operare nei vuoti dello Stato: in molti casi riesce a condizionarne il funzionamento.
Sul fronte dei mercati di consumo, l’Europa si conferma il principale punto di arrivo. Il Belgio ha sequestrato 55 tonnellate di cocaina nel 2025, con un aumento del 25%, mentre la Francia ha registrato 31,3 tonnellate (+49%) e il Portogallo ha raggiunto un record di 25,6 tonnellate. Il porto di Anversa resta il principale hub, ma la pressione delle autorità sta spingendo i trafficanti a diversificare le rotte, puntando su scali minori e nuovi punti di ingresso. Le conseguenze sono visibili nelle città europee, dove la competizione tra gruppi criminali alimenta un’escalation di violenza.
Parallelamente, si rafforza l’espansione verso nuovi mercati. In Asia orientale e in Oceania si registrano sequestri record: 2,6 tonnellate in Corea del Sud e 7,8 tonnellate in Australia, con un aumento del 40%. Le rotte si allungano fino a 13.000 chilometri, collegando direttamente il Sud America a regioni finora marginali. È una scelta strategica: i cartelli cercano mercati meno saturi e più remunerativi rispetto a quello statunitense, dove i consumi restano stabili e i prezzi tendono a scendere. Proprio negli Stati Uniti si manifesta il paradosso più evidente. Nel 2025 sono state sequestrate 20,8 tonnellate di cocaina, in aumento rispetto alle 14,7 del 2024, nonostante l’intensificazione delle operazioni militari e dei raid navali. Il risultato è chiaro: la pressione aumenta, ma il flusso non si interrompe. Le organizzazioni criminali reagiscono spostando le rotte e adattando le modalità operative, dimostrando una capacità di resilienza superiore a quella degli apparati statali. Il quadro che emerge è quello di un sistema globale altamente efficiente. Il narcotraffico funziona come un mercato integrato, capace di innovare e di reagire in tempo reale. Gli Stati, invece, restano vincolati a logiche nazionali e strumenti spesso rigidi. Non è più solo una questione di sicurezza, ma uno scontro tra modelli organizzativi: da un lato strutture istituzionali lente e frammentate, dall’altro reti criminali flessibili, globali e tecnologicamente avanzate. La vera domanda, allora, non è quanta droga venga sequestrata. Ma quanta continui a passare.
Il confronto fra Stati Uniti e Iran continua a oscillare tra diplomazia, minacce militari e crescente pressione militare nel Golfo Persico. Nelle ultime ore Donald Trump ha riunito alla Casa Bianca il team per la sicurezza nazionale e i vertici delle forze armate americane per discutere le prossime mosse contro Teheran, inclusa la possibilità di riprendere le operazioni militari. Lo ha riferito la Cnn citando fonti dell’amministrazione.
Poco dopo, durante una cena con la polizia americana alla Casa Bianca, il presidente ha abbandonato i toni diplomatici. «Le nostre forze armate sono fantastiche, stiamo facendo il c... a tutti», ha dichiarato, rivendicando apertamente le operazioni contro l’Iran, mentre il Pentagono continua formalmente a sostenere la validità del cessate il fuoco.
Mentre il Pentagono confermava che la guerra in Iran è già costata 29 miliardi, Trump ha poi rilanciato la pressione sul programma nucleare iraniano. Intervistato dal conduttore radiofonico conservatore Sid Rosenberg, il presidente americano ha sostenuto che solo Stati Uniti e Cina sarebbero in grado di recuperare il materiale nucleare iraniano, definito da lui «polvere nucleare», a condizione che Teheran accetti di consegnarlo. «Al 100 per 100 si fermeranno», ha detto riferendosi all’arricchimento dell’uranio. «Non possiamo permettere loro di avere un’arma nucleare perché la userebbero».
Sul fronte iraniano, però, le posizioni restano contrastanti. Il presidente Masoud Pezeshkian continua a sostenere che esiste ancora spazio per il dialogo con Washington e che la Repubblica islamica può negoziare «da una posizione di dignità». Allo stesso tempo però, gli esponenti della linea dura minacciano un’escalation nucleare. Ebrahim Rezaei, portavoce della commissione parlamentare per la sicurezza nazionale, ha dichiarato che Teheran potrebbe arricchire l’uranio fino al 90% in caso di nuovi attacchi. Il presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha invece ribadito che Washington deve riconoscere «i diritti del popolo iraniano» contenuti nella risposta di Teheran.
Nel frattempo gli Usa stanno rafforzando la presenza militare nella regione. Il Comando centrale americano ha confermato che il 9 maggio un bombardiere strategico B-1B Lancer ha effettuato una missione operativa verso il Medio Oriente. Il generale Dan Caine, capo di Stato maggiore congiunto Usa, ha cercato di rassicurare il Congresso sostenendo che Washington dispone ancora di munizioni sufficienti nonostante un conflitto che sarebbe già costato circa 29 miliardi di dollari. Funzionari americani hanno però ammesso che gli Stati Uniti hanno dovuto trasferire rapidamente bombe e missili dai comandi in Asia ed Europa verso il Medio Oriente, riducendo la prontezza militare nei confronti di Russia e Cina. Anche Israele continua a rafforzare il dispositivo difensivo regionale. L’ambasciatore americano Mike Huckabee ha dichiarato che Tel Aviv ha trasferito negli Emirati una batteria Iron Dome. Secondo indiscrezioni del Wall Street Journal, gli Emirati avrebbero inoltre partecipato segretamente ad attacchi contro l’Iran, compresa un’operazione aerea contro una raffineria sull’isola iraniana di Lavan. Abu Dhabi non ha confermato le notizie.
Il centro dello scontro resta lo Stretto di Hormuz. Il segretario alla Difesa americano, Pete Hegseth, ha dichiarato al Senato che gli Stati Uniti mantengono il controllo dello Stretto, sostenendo che «nulla vi entra senza il nostro permesso». Il vice comandante della Marina dei pasdaran ha risposto annunciando che l’Iran ha ampliato il controllo strategico dell’area fino alle coste di Jask e Siri, assicurando che ogni movimento viene monitorato. Nelle stesse ore la petroliera qatariota Mihzem ha attraversato lo Stretto dopo essere rimasta bloccata in attesa dell’autorizzazione iraniana. Più delicato il caso della petroliera greca Agios Phanourios. Prima i media iraniani avevano sostenuto che la nave fosse stata respinta dalla Marina americana dopo aver attraversato Hormuz con greggio iracheno. Il Centcom ha confermato di aver bloccato una petroliera per violazione del blocco verso i porti iraniani, precisando che il carico non era petrolio iraniano e che altre navi sono già state intercettate.
In serata il Pakistan ha smentito le accuse di aver ospitato aerei militari iraniani nei propri aeroporti durante i negoziati tra Teheran e Washington, definendo «fuorviante e sensazionalistico» il report della Cbs. Le polemiche sono esplose dopo le dichiarazioni del senatore Lindsey Graham, che ha messo in dubbio l’affidabilità di Islamabad come mediatore: «Non mi fido più del Pakistan. Se davvero ci sono aerei iraniani parcheggiati nelle basi pakistane, questo mi dice che dovremmo cercare qualcun altro come mediatore. Non c’è da stupirsi se questa dannata situazione non va da nessuna parte». Secondo il governo pakistano, gli aerei arrivati nel Paese servivano soltanto al trasporto di diplomatici e personale coinvolto nei colloqui. Infine, la crescente militarizzazione del Golfo coinvolge ormai anche l’Europa. L’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, ha dichiarato che la missione navale europea Aspides potrebbe diventare il contributo europeo alla sicurezza marittima nella regione, chiedendo più navi e maggiore coordinamento tra gli Stati membri.




