Trump spiazza tutti: «Tregua quasi morta, ma intesa possibile». E attacca pure i curdi
- Dopo il no iraniano alle sue proposte per metter fine al conflitto, l’inquilino della Casa Bianca s’infuria: «Leadership indegna».
- I nostri dragamine devono partire prima che sia firmato un accordo. Per arrivare a Hormuz servono settimane. Francesi e inglesi si sono già portati avanti.
Lo speciale contiene due articoli.
L’Iran ha respinto la proposta americana per mettere fine alla guerra nel Golfo Persico, aprendo una nuova fase di tensione tra Teheran e Washington. La bozza di memorandum avanzata dagli Stati Uniti è stata giudicata «inaccettabile» dalla Repubblica islamica perché considerata una resa politica alle richieste di Donald Trump. Secondo i media iraniani citati da Sky News, il piano avrebbe imposto «la sottomissione di Teheran alle eccessive richieste americane». La risposta iraniana, rilanciata dalla televisione di Stato Press TV, riafferma alcuni punti ritenuti non negoziabili: fine delle sanzioni economiche, rilascio dei beni iraniani congelati all’estero, pagamento di riparazioni di guerra e riconoscimento della sovranità iraniana sullo Stretto di Hormuz. Per Teheran, il controllo dello Stretto rappresenta una questione di sicurezza nazionale e un diritto strategico non discutibile.
A rafforzare la linea dura iraniana è stato Mohammad Ali Jafari, ex comandante dei Pasdaran e oggi responsabile del quartier generale Baqiyatallah. In dichiarazioni diffuse dall’agenzia Fars, Jafari ha fissato cinque condizioni preliminari per qualsiasi dialogo con Washington: cessazione completa della guerra, revoca delle sanzioni, sblocco dei fondi iraniani congelati, risarcimento dei danni causati dal conflitto e riconoscimento della sovranità iraniana su Hormuz. «Finché queste condizioni non saranno soddisfatte, non ci sarà spazio per alcun negoziato», ha dichiarato. L’agenzia Tasnim, vicina ai Pasdaran ha affermato che «nessuno in Iran scrive piani per compiacere Trump». La linea ufficiale di Teheran resta quella della fermezza, anche se all’interno del regime emergono aperture prudenti verso un possibile negoziato. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha infatti dichiarato che la diplomazia non è esclusa: «Pur nella diffidenza verso il nemico, riteniamo possibile negoziare da una posizione di dignità, saggezza e interesse». Ma il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baqaei, ha difeso la decisione di respingere il memorandum americano, sostenendo che il testo iraniano fosse «ragionevole e generoso».
Nonostante il duro scontro diplomatico, Donald Trump continua in modo contraddittorio a sostenere che una soluzione politica resti possibile. Parlando alla Casa Bianca, il presidente americano ha definito «molto possibile» un accordo con Teheran, pur attaccando pesantemente la leadership iraniana, definita «indegna». Trump ha sostenuto che i vertici storici della Repubblica islamica sarebbero stati quasi completamente eliminati durante le ultime operazioni militari. «Sono leader di terzo livello, gli altri li abbiamo uccisi tutti», ha dichiarato. Il presidente americano ha inoltre affermato che parte della popolazione iraniana sarebbe pronta a ribellarsi contro il regime ma non avrebbe accesso alle armi necessarie. Trump ha anche accusato i curdi di non aver distribuito gli armamenti inviati dagli Stati Uniti ai gruppi anti-regime. «Pensavamo che i curdi avrebbero dato delle armi, ma ci hanno deluso», ha detto. «Sono disposto a prendermi una pallottola per gli Stati Uniti», ha aggiunto Trump parlando della guerra contro l’Iran.
Successivamente, lo stesso Trump ha definito il cessate il fuoco con l’Iran «debolissimo» e «in terapia intensiva», sostenendo che abbia «solo l’1% di possibilità di reggere» dopo la risposta iraniana alla proposta americana. Poco dopo, attraverso Truth Social, il presidente americano ha definito la posizione di Teheran «la più debole in questo momento. Dopo aver letto quella schifezza che ci hanno mandato, non ho nemmeno finito di leggerla. È tenuta in vita artificialmente», accusando la Repubblica islamica di «aver preso in giro gli Stati Uniti e il resto del mondo per 47 anni». Nel suo messaggio, Trump ha attaccato anche Barack Obama e Joe Biden, accusando le precedenti amministrazioni di aver consentito all’Iran di rafforzarsi economicamente e militarmente. «Non rideranno più», ha scritto, promettendo nuove pressioni economiche e militari fino a ottenere un accordo. Benjamin Netanyahu ha affermato che Mojtaba Khamenei sarebbe ancora vivo e impegnato a consolidare il proprio potere in Iran, pur con un’autorità inferiore a quella del padre Ali Khamenei. Secondo il premier israeliano, un eventuale collasso del regime iraniano avrebbe ripercussioni su tutte le milizie filo-Teheran della regione.
Resta altissima la tensione nello Stretto di Hormuz: una petroliera irachena ha attraversato il passaggio sotto controllo iraniano, mentre la nave qatariota Mizhem sarebbe stata fermata in attesa dell’autorizzazione di Teheran. L’Onu teme una crisi umanitaria globale legata al blocco dei fertilizzanti, con altri 45 milioni di persone a rischio. Intanto la Cina prova a rafforzare il proprio ruolo di mediatore ma senza risultati concreti all’orizzonte. Anche per questo Donald Trump, secondo quanto riferito da Axios, riunirà il team per la sicurezza nazionale per valutare le prossime mosse nella crisi con l’Iran, inclusa una possibile ripresa delle operazioni militari.
I nostri dragamine devono partire prima che sia firmato un accordo
Non saremo autorizzati, o tantomeno costretti, a partire per una missione a Hormuz soltanto se ci sarà il mandato delle Nazioni Unite, né se lo pretende Donald Trump. Questa, in sintesi, la decisione annunciata dal ministro della Difesa Guido Crosetto, che nella giornata di ieri ha dichiarato: «Il problema dell’Onu non è la volontà dell’istituzione stessa, ma che è sufficiente il No di una sola nazione per bloccare le iniziative nel Consiglio di sicurezza. Se la Russia decide di fermare questa iniziativa, come è probabile, lo farà. Ma così fosse, basterà formare una coalizione con altre 30-40 nazioni e saranno le navi di quei Paesi a partire anche senza le Nazioni Unite, a quel punto bloccate da qualcuno che evidentemente non vuole la pace».
Crosetto ha parlato ieri a margine del seminario del Gruppo speciale Mediterraneo e Medio Oriente (Gsm), organizzato dalla delegazione italiana presso l’assemblea parlamentare della Nato, nel suo 30° anniversario. E stante che, come sempre, l’Europa non è pervenuta, il nostro governo deve decidere: approvare una missione che aiuti gli Stati Uniti a liberare lo Stretto di Hormuz, possibilmente schivando l’accusa di servilismo verso Trump, oppure aspettare che Bruxelles discuta, litighi e probabilmente poi decida per il No oppure in forte ritardo, come hanno già ventilato diverse nazioni del Vecchio Continente eccetto Regno Unito, Francia, Germania, Paesi Bassi e, dall’altra parte del mondo, il Giappone.
Diverse le difficoltà da risolvere: senza l’assenso di Pechino e Mosca l’Onu non potrà mettere la sua bandiera sulle operazioni; senza un passaggio parlamentare la nostra Difesa non si muove e, domani mattina, i ministri Antonio Tajani e Guido Crosetto saranno ascoltati a proposito della situazione di Hormuz nelle commissioni di Esteri e Difesa della Camera e del Senato riunite per l’occasione. La questione di fondo è però un’altra: la situazione politica e militare tra Israele, Usa e Iran cambia molto rapidamente, anche più volte ogni settimana, mentre far partire nei prossimi giorni per lo Stretto di Hormuz i nostri dragamine con il personale significa, intoppi permettendo, arrivare nella zona delle operazioni alla fine del mese se non addirittura dopo. Troppo, serve quindi partire senza poter aspettare che un possibile accordo di pace sia firmato e, soprattutto, si riveli duraturo e rispettato. Anche perché Crosetto è molto chiaro su un punto: «Non siamo in guerra con l’Iran». Il passaggio parlamentare permetterebbe però di organizzare la partenza della nostra flotta specializzata nella rimozione delle mine di vario genere che possono essere state poste nelle acque dello Stretto, far salpare le navi per farle transitare dalla nostra base di supporto di Gibuti, situata tra il Mar Rosso e il Golfo di Aden. E da quel punto attendere le condizioni e l’ordine per procedere verso la zona delle operazioni. Il tutto senza dover dipendere né scendere a compromessi con la Casa Bianca, che una tale operazione la vorrà certamente comandare.
La base italiana di supporto a Gibuti (Bmis) Amedeo Guillet è attiva dal 2013 e si trova a Loyada, a soli 7 km dal confine somalo. Essa permette di supportare le forze armate italiane operanti nell’area del Corno d’Africa, nel Golfo di Aden e nell’Oceano Indiano. Ospita un’ottantina di militari, con una capacità massima possibile di 300, e include reparti di protezione dei fucilieri di Marina del San Marco, squadre delle forze speciali e il personale della missione addestrativa italiana che forma le forze di polizia locali. Quanto alle navi, dal sito della nostra Marina Militare si evince che i nostri cacciamine di classe Lerici e Gaeta sono una decina, ma importante è anche la componente umana prevista nelle operazioni subacquee, ovvero i palombari. Una parte di essi è imbarcata su ogni cacciamine e tutti dipendono dal Comando forze contromisure mine che ha sede a La Spezia. Quanto alle attuali unità cacciamine, le navi di classe Lerici, evolute nella classe Gaeta, sono tra le migliori al mondo, presentano lo scafo di un particolare tipo di vetroresina che permette sia la riduzione dei campi magnetici che fanno esplodere le mine, sia una elevata resistenza a esplosioni subacquee e all’impatto contro lo scafo delle onde d’urto. Sono oggi equipaggiate con armamenti e sistemi elettronici di scoperta e comunicazione moderni, ma giocoforza hanno una velocità di trasferimento ridotta, circa 15 nodi (27,7km/h), dunque per arrivare fino a Gibuti e poi a Hormuz impiegheranno tempo. Altre cinque unità cacciamine di nuova generazione sono in costruzione presso lo stabilimento Intermarine di Sarzana (Sp), insieme con Leonardo, ma la prima consegna è prevista nel 2028.
Intanto c’è chi ha cominciato a navigare verso sud: martedì scorso è salpata da Creta la portaerei francese Charles De Gaulle e venerdì il Regno Unito ha fatto partire il cacciatorpediniere Hms Dragon in vista di una missione a Hormuz.
L’Iran apre all’intesa su guerra e Hormuz, ma non sul nucleare. Trump: «Risposta inaccettabile»
Teheran invia agli Usa la replica alla bozza d’intesa: disponibilità a riaprire gradualmente lo Stretto di Hormuz e a fermare le ostilità, ma nessun impegno preliminare sull’uranio arricchito. Il tycoon attacca: «Prima o poi lo prenderemo».
L’Iran ha inviato la propria risposta all’ultima bozza di accordo proposta dagli Stati Uniti per mettere fine alla guerra in Medio Oriente. A riferirlo è stata l’agenzia statale iraniana Irna, secondo cui il piano negoziale si concentra in questa fase esclusivamente sulla cessazione delle ostilità nella regione e la sicurezza marittima.
Washington ha trasmesso la proposta ai mediatori la scorsa settimana sotto forma di un memorandum d’intesa in 14 punti, che prevede anche un mese di negoziati successivi per affrontare le questioni più delicate, a partire dal dossier nucleare e dalla sicurezza marittima nello Stretto di Hormuz. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha ribadito che Teheran non intende cedere alle pressioni occidentali nonostante i negoziati in corso con Washington. «Non ci inchineremo mai di fronte al nemico», ha scritto sui social, precisando che il dialogo con gli Stati Uniti «non significa resa o ritirata», ma serve a «difendere i diritti della nazione iraniana e proteggere gli interessi nazionali con ferma determinazione». La tv di Stato iraniana, inoltre, riferisce che Teheran cerca di porre fine alla guerra su tutti i fronti, compreso il Libano.
Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, la risposta iraniana inviata a Washington contiene aperture sulla graduale riapertura dello Stretto di Hormuz e sulla cessazione delle ostilità, ma non soddisfa la richiesta americana di assumere impegni preliminari sul futuro del programma nucleare e sulle scorte di uranio altamente arricchito. I nodi sul dossier atomico verrebbero rinviati a una seconda fase di negoziati della durata di 30 giorni. Donald Trump ha reagito duramente al documento inviato da Teheran: «Ho appena letto la risposta dei cosiddetti rappresentanti iraniani. Non mi piace per niente, è assolutamente inaccettabile», ha dichiarato il presidente americano.
Sui negoziati pesa anche l’incognita legata alla nuova Guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, successore del padre Ali Khamenei, ucciso nei bombardamenti di Usa e Israele. Dopo mesi di assenza pubblica e voci contrastanti sul suo stato di salute, i media iraniani hanno riferito di un incontro con il comandante del quartier generale Khatam al-Anbiya, Ali Abdollahi, che avrebbe illustrato lo stato di preparazione delle forze armate iraniane. Secondo la televisione iraniana, Mojtaba Khamenei avrebbe ordinato di continuare a «contrastare i nemici con forza e determinazione». Lo stesso comando militare iraniano e le Guardie Rivoluzionarie hanno minacciato risposte rapide contro basi americane e «navi nemiche» in caso di nuovi attacchi. Intanto cresce la tensione nello Stretto di Hormuz. La Marina iraniana ha annunciato il dispiegamento dei sottomarini leggeri soprannominati «delfini del Golfo Persico». Il comandante della Marina, il contrammiraglio Shahram Irani, ha spiegato che questi mezzi possono restare nascosti per lunghi periodi sul fondale marino delle acque strategiche dello stretto, monitorando e, se necessario, attaccando navi considerate ostili. L’Iran ha minacciato Gran Bretagna e Francia avvertendo che qualsiasi nave da guerra inviata nello Stretto di Hormuz riceverà una «risposta decisiva e immediata» da parte delle forze armate iraniane.
Da Washington, Donald Trump ha rilanciato i toni minacciosi sul programma nucleare iraniano. Commentando le scorte di uranio arricchito sepolte sotto le macerie dei siti bombardati, il presidente americano ha dichiarato: «Prima o poi lo prenderemo... Lo teniamo sotto sorveglianza. Ho creato una cosa chiamata Space Force, e loro lo stanno monitorando... Se qualcuno si avvicina a quel posto, lo sapremo e lo faremo saltare in aria». In un’intervista anticipata dalla Cbs, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha sostenuto che «la guerra contro l’Iran non è finita» perché Teheran conserva ancora uranio arricchito che dovrebbe essere rimosso dal Paese. «Penso che si sia ottenuto molto, ma non è finita perché c’è ancora materiale nucleare, uranio arricchito, che deve essere portato fuori dall’Iran», ha dichiarato. Alla domanda su come rimuoverlo, il premier israeliano ha risposto: «Si entra e lo si porta via». Netanyahu ha inoltre riferito che Trump gli avrebbe detto: «Voglio entrare lì dentro». E ha aggiunto: «Se c’è un accordo e si entra e lo si porta via, perché no? È il modo migliore».
Il fragile cessate il fuoco in vigore dall’8 aprile continua inoltre a mostrare segnali di cedimento. Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato di aver intercettato due droni iraniani diretti verso il loro territorio. Nella città portuale iraniana di Chabahar, sul Golfo dell’Oman, una forte esplosione ha scosso l’area: secondo l’agenzia Mehr sarebbe stata provocata da ordigni inesplosi risalenti alla guerra. A Teheran il clima resta apertamente ostile agli Stati Uniti. «La pazienza è finita», ha scritto su X Ebrahim Rezaei, portavoce della Commissione Esteri e Sicurezza nazionale del Parlamento iraniano, minacciando una «risposta pesante» contro basi e navi americane in caso di nuove aggressioni contro imbarcazioni iraniane. «Gli americani devono abituarsi al nuovo ordine regionale», ha aggiunto. Intanto continuano le trattative dietro le quinte. Il segretario di Stato Marco Rubio e l’inviato speciale Steve Witkoff hanno incontrato a Miami il premier del Qatar Mohammed bin Abdulrahman al-Thani. Doha, insieme a Pakistan, Arabia Saudita, Egitto e Turchia, sta cercando di favorire un memorandum d’intesa per congelare il conflitto, riaprire lo Stretto di Hormuz e rinviare a una fase successiva il dossier nucleare iraniano. Secondo fonti diplomatiche, Washington considera il Qatar un attore decisivo per evitare una nuova escalation regionale.
- Colloquio telefonico del leader Usa con il «Corriere della Sera»: «Non c’eravate quando avevo bisogno, io ci sono sempre stato».
- Il tycoon fa ammorbidire la risoluzione all’Onu in vista della visita a Pechino. «New York Times»: «La Russia rifornisce Teheran attraverso il Mar Caspio».
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Ci fosse ancora Dante direbbe: «Stavvi Minòs orribilmente e ringhia: essamina le colpe ne l’intrata; giudica e manda secondo ch’avvinghia», perché il presidente degli Stati Uniti assolve e danna sentendosi giudice universale. Nella seconda telefonata improvvisa al Corriere della Sera ieri Donald Trump, ancora un po’ piccato con Giorgia Meloni, ha dettato: «Sto ancora prendendo in considerazione la possibilità di spostare le truppe dall’Italia». Poi il maestrone dal pennarello nero - quello con cui firma gli estemporanei e incisivi executive order - ci ha dato la pagella: «L’Italia non c’era quando avevamo bisogno di lei. E io ci sono sempre stato per l’Italia, e così il mio Paese». Viviana Mazza la corrispondente da Washington del Corriere che ha risposto alla Casa Bianca come già il 14 aprile quando Trump si disse scioccato da Gorgia Meloni ha provato a insistere: l’Italia potrebbe fornire utilissimi cacciamine per bonificare Hormuz, e Trump: «L’Italia non c’era quando ne avevamo bisogno e quanto a Hormuz sulla lettera di risposta dell’Iran non commento». Quello del presidente Usa è evidentemente uno «squillo» politico. Il 3 maggio alla vigila della visita di Marco Rubio in Italia - venerdì si è intrattenuto per un’ora e mezzo con Giorgia Meloni e giovedì il Segretario di Stato ha avuto un lungo colloquio con Leone XIV per ricucire le relazioni col Papa - il presidente americano aveva rilanciato su Truth, il suo social personale, un’intervista di Matteo Salvini al sito ultra conservatore Breitbart in cui tra l’altro ha affermato: «Il presidente Trump è il nostro alleato e il nostro amico e ogni malinteso sarà risolto molto presto», aggiungendo: «Siamo stati gli unici a sostenere apertamente il presidente Trump, sia nel primo che nel secondo mandato. È stata una bella conversazione quella che ho avuto con il vicepresidente J.D. Vance». A domanda di Viviana Mazza sul perché abbia ripostato quella intervista, il tycoon ha tagliato corto: «Lo ritenevo appropriato». Per avvertire silenziosamente Giorgia Meloni che ora il suo interlocutore più prossimo è Matteo Salvini dopo le critiche che la premier gli ha avanzato sulle frasi che Trump ha rivolto al Papa da lei definite «inaccettabili»? O per lanciare un messaggio a Marco Rubio avvertendolo: chi decide sono io. Non è un caso che la telefonata arrivi il giorno dopo l’incontro - «franco e costruttivo in una cornice di comune aderenza ai valori occidentali» - tra il Segretario di Stato americano e il presidente del Consiglio italiano. Meloni ha sintetizzato: «Entrambi comprendiamo quanto sia importante il rapporto transatlantico, ma entrambi comprendiamo quanto sia necessario per ciascuno difendere i propri interessi nazionali. Ed è bene che su questo ci si trovi d’accordo». Marco Rubio nulla ha detto di preciso sulla presenza delle truppe americane in Italia. Ben sapendo che Trump ci «sta ancora pensando» si è limitato a confermare che si è discusso «delle sfide alla sicurezza regionale, tra cui il Medio Oriente e l’Ucraina, e dell’importanza di una collaborazione transatlantica costante per affrontare le minacce globali in un quadro di rafforzamento della partnership strategica tra Usa e Italia». Insomma molto è appeso alle volontà di Trump, ma anche all’opera di ricucitura che Giorgia Meloni farà con la Casa Bianca. Peraltro Trump è ben consapevole che l’Italia resta il suo alleato più forte in Europa e infatti mentre ha maltrattato sia Friedrich Merz (le truppe dalla Germania le ritira sul serio) sia Pedro Sánchez (lo spagnolo ribelle a parole) con Meloni ha avuto toni duri, ma non di rottura. E se per Nicola Fratoianni (Avs) l’incontro con Rubio «è stato una farsa», Elly Schlein (Pd) che è alla corte di Barack Obama a Toronto, ha commentato: «Noi siamo alleati degli Usa, non di Trump». Peraltro si sa che la premier con Rubio si è «lamentata» della imprevedibilità e delle reazioni di Trump dicendo sostanzialmente che per l’alleanza con lui in Europa ha pagato un prezzo.
La lettura più «morbida» di queste ore l’ha data il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani che peraltro ha visto Rubio prima di Meloni suggerendo che non è alle viste un incontro della premier con Trump e così ha riassunto questi due giorni «americani»: «Gli Stati Uniti sono il nostro principale alleato. I rapporti transatlantici sono fondamentali e siamo sempre pronti ad avere un dialogo franco. Se ci sono delle cose che non condividiamo, le diciamo. Noi le abbiamo sempre dette. Questo perché siamo convinti che l’Italia e l’Europa hanno bisogno degli Stati Uniti, ma anche gli Usa hanno bisogno dell’Italia e dell’Europa».
Un po’ più deciso il ministro della Difesa Guido Crosetto che pone l’accento su un punto, la qualità delle relazioni: «Sono contento», ha detto il ministro, «di essere, il 4 luglio, a New York, a festeggiare con gli Stati Uniti i 250 anni di indipendenza. È un momento nel quale sembra che le relazioni tra Italia e Stati Uniti non siano buone. Noi ricordiamo però che le relazioni sono tra popoli».
Trump: «Aspetto presto risposte dall’Iran»
La tensione nel Golfo Persico continua a crescere mentre Stati Uniti, Iran e potenze internazionali cercano un equilibrio sempre più fragile tra diplomazia e pressione militare. Washington ha rivisto la propria proposta di risoluzione all’Onu sullo Stretto di Hormuz nel tentativo di evitare uno scontro diretto con Cina e Russia al Consiglio di Sicurezza. Secondo Reuters, la nuova bozza chiede all’Iran di interrompere gli attacchi e le attività di minamento nello Stretto, eliminando però il riferimento al Capitolo VII della Carta Onu che avrebbe potuto aprire formalmente la strada a sanzioni o azioni militari.
Nonostante il linguaggio più prudente, il testo resta duro contro Teheran. La risoluzione prevede infatti che, in caso di mancato rispetto, il Consiglio possa valutare «misure efficaci, comprese le sanzioni» per garantire la libertà di navigazione. Viene inoltre riaffermato il diritto degli Stati membri a difendere le proprie navi da minacce e attacchi nello Stretto di Hormuz. Sulle modifiche americane pesa soprattutto il fattore geopolitico: un veto cinese rappresenterebbe infatti un grave imbarazzo diplomatico per Donald Trump alla vigilia del suo viaggio a Pechino previsto la prossima settimana. Nel frattempo il Comando centrale americano ha annunciato di aver reindirizzato 57 navi commerciali e impedito ad altre quattro di entrare o uscire dai porti iraniani. Il Centcom ha inoltre confermato che i cacciatorpediniere Uss Truxtun, Uss Rafael Peralta e Uss Mason stanno operando nel Mar Arabico a sostegno del blocco navale contro Teheran.
La crisi rischia però di trasformarsi anche in un’emergenza ambientale. Una vasta chiazza di petrolio si sta espandendo al largo dell’isola iraniana di Kharg, terminale strategico per le esportazioni energetiche della Repubblica islamica. Il New York Times, citando immagini satellitari, riferisce che lo sversamento avrebbe già raggiunto oltre 52 chilometri quadrati e si starebbe spostando verso Sud, in direzione delle acque saudite.
Sul fronte interno iraniano cresce intanto il peso politico di Mojtaba Khamenei, figlio della storica Guida suprema, morta all’inizio della guerra. Secondo la Cnn, l’intelligence americana ritiene che Mojtaba stia assumendo un ruolo centrale nella strategia militare iraniana. Per la prima volta Teheran ha anche confermato che il nuovo leader ha riportato ferite alla rotula e alla schiena durante i bombardamenti. La situazione resta estremamente delicata anche all’interno del Paese. Domani il Parlamento iraniano tornerà a riunirsi in sessione plenaria per la prima volta dall’inizio della guerra, ma lo farà in videoconferenza per motivi di sicurezza. Il dibattito si concentrerà soprattutto sull’aumento dei prezzi e sulla crisi economica aggravata dal conflitto e dalle sanzioni.
Mentre la pressione militare continua, emergono segnali di stanchezza anche da parte americana. Secondo The Atlantic, Donald Trump sarebbe sempre più riluttante a riaprire le ostilità contro l’Iran. Il presidente statunitense teme di restare intrappolato in un nuovo conflitto mediorientale e vuole evitare nuove escalation almeno fino alla conclusione della visita in Cina. Trump ha inoltre dichiarato di attendere «molto presto» una risposta ufficiale di Teheran all’ultima proposta americana per porre fine alla guerra e riaprire lo Stretto di Hormuz.
Le mosse americane continuano però ad alimentare la diffidenza di Teheran. Il New York Times rivela che la Russia starebbe usando il Mar Caspio come corridoio strategico per rifornire l’Iran aggirando il blocco navale americano. Per questo il Caspio viene ormai definito da diversi analisti un «corridoio ombra» tra Mosca e Teheran. In quest’ottica va letto anche il recente attacco israeliano contro Bandar Anzali: non solo un raid contro una base navale iraniana, ma un colpo a una infrastruttura chiave per i collegamenti logistici e militari tra Russia e Iran.





