La recente missione istituzionale del Comitato permanente della Camera sui diritti umani nei campi sahrawi di Tindouf arriva in uno dei momenti più delicati per la sicurezza del Sahel. Una visita che rischia di trasformarsi in un errore politico e diplomatico. Dietro la narrativa umanitaria sul Fronte Polisario e sulla causa sahrawi si muovono infatti accuse pesantissime che chiamano in causa il ruolo dell’Algeria e dell’Iran nella destabilizzazione del Sahara e del Mali attraverso reti jihadiste, infiltrazioni dei servizi segreti e gruppi armati utilizzati come strumenti geopolitici.
La delegazione guidata da Laura Boldrini ha visitato i campi profughi di Tindouf, in Algeria, per incontrare esponenti del Fronte Polisario, movimento nato nel 1973 e sostenuto da Algeri. Prima della visita ai campi, i parlamentari italiani hanno visto anche le autorità algerine, compreso il vicepresidente del Parlamento. Formalmente si è trattato di una missione dedicata ai diritti umani e alla situazione del popolo sahrawi. Politicamente, però, il viaggio rischia di essere interpretato come una legittimazione di un sistema opaco attorno al quale ruotano accuse di collusioni con reti jihadiste e traffici nel Sahel.
A rendere ancora più controversa questa visita è la recente posizione degli Stati Uniti. Washington ha infatti condannato gli attacchi attribuiti al Fronte Polisario contro la città di Smara, nel Sahara Occidentale, sostenendo che tali azioni compromettano gli sforzi diplomatici e minaccino la stabilità regionale. In un messaggio pubblicato su X, la missione americana presso le Nazioni Unite ha denunciato violenze «contrarie allo spirito dei recenti negoziati», chiedendo una soluzione definitiva del conflitto nel Sahara. Nel frattempo anche l’Unione Europea ha rafforzato il sostegno al piano di autonomia proposto dal Marocco come base per la soluzione della controversia. Durante una visita ufficiale a Rabat, l’Alta rappresentante dell’Ue per gli Affari esteri, Kaja Kallas, ha dichiarato che «una vera autonomia potrebbe rappresentare una delle soluzioni più realistiche» per arrivare a una soluzione politica definitiva. Kallas ha inoltre invitato tutte le parti a partecipare ai negoziati «senza precondizioni e sulla base del piano di autonomia presentato dal Marocco».
La posizione europea, approvata dai 27 Stati membri, è stata formalizzata in un comunicato congiunto diffuso al termine dell’incontro con il ministro degli Esteri marocchino Nasser Bourita. Bruxelles ha inoltre accolto favorevolmente la Risoluzione 2797 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che sostiene il rilancio del processo politico sulla base dell’iniziativa marocchina di autonomia sotto sovranità di Rabat. Un orientamento che rappresenta un ulteriore isolamento politico del Fronte Polisario e della linea sostenuta dall’Algeria. A denunciare il ruolo ambiguo di Algeri è soprattutto l’antropologo britannico Jeremy H. Keenan, autore di The Dark Sahara, testo che descrive il rapporto tra servizi segreti algerini e terrorismo islamista nel Nord Africa. Secondo Keenan, dalla fine degli anni Novanta il Mali settentrionale sarebbe stato trasformato in un laboratorio di destabilizzazione controllata.
In quel periodo numerosi militanti del GIA, il Gruppo Islamico Armato protagonista della guerra civile algerina, sarebbero stati progressivamente spinti verso il Sahara. Non come una forza militare visibile, ma come una presenza destinata a radicarsi tra le comunità tuareg attraverso matrimoni, commerci e traffici illegali. L’obiettivo sarebbe stato creare nel Sahel un ecosistema instabile ma controllabile. Per Keenan la svolta avvenne dopo l’11 settembre 2001. Il presidente algerino Abdelaziz Bouteflika comprese che la guerra globale al terrorismo lanciata dagli Stati Uniti poteva diventare un’enorme opportunità strategica. L’Algeria usciva dal Decennio Nero, segnato da massacri, accuse contro esercito e servizi segreti, isolamento internazionale e sanzioni. Aveva bisogno di ricostruire la propria immagine e ottenere nuove forniture militari occidentali.
Secondo Keenan, Algeri doveva presentarsi come un partner indispensabile nella lotta al terrorismo. Ma per riuscirci era necessario che la minaccia jihadista si espandesse nel Sahara. Le accuse diventano ancora più gravi quando Keenan affronta il ruolo del DRS, i servizi segreti algerini. Nel suo libro sostiene che il DRS non si sarebbe limitato a infiltrare i gruppi islamisti, ma avrebbe contribuito direttamente alla loro creazione e manipolazione. Arriva persino a sostenere che Djamel Zitouni, storico leader del GIA, fosse controllato dai servizi algerini.
Keenan cita anche le dichiarazioni di John Schindler, ex funzionario dell’intelligence americana, secondo cui il GIA sarebbe stato in larga parte una creazione del DRS, utilizzata per screditare gli islamisti attraverso massacri indiscriminati e attentati. Questo schema, sostiene Keenan, sarebbe stato successivamente esportato nel Sahel attraverso il GSPC, poi trasformato in AQMI, Al-Qaeda nel Maghreb Islamico. Secondo questa ricostruzione, l’Algeria avrebbe favorito anche l’ascesa di gruppi come MUJAO e Ansar al-Din per colpire politicamente i movimenti tuareg laici e autonomisti. Nel 2003 il rapimento di 32 turisti europei nel Sahara da parte del gruppo guidato da Amari Saifi, noto come «El Para», ex militare delle forze speciali algerine, segnò un punto di svolta. L’episodio venne utilizzato per presentare il Sahara come nuovo fronte di Al-Qaeda e favorì il dispiegamento occidentale nel Sahel attraverso l’Iniziativa Pan-Sahel, antenata dell’AFRICOM americano.
Le conseguenze furono devastanti soprattutto per le popolazioni tuareg. Il turismo sahariano crollò, intere economie locali vennero distrutte e le comunità nomadi finirono associate al terrorismo internazionale. Nel 2012, dopo la caduta di Gheddafi in Libia e il ritorno nel Sahel di combattenti tuareg armati, scoppiò la nuova rivolta dell’Azawad. Il MNLA proclamò l’indipendenza del nord del Mali, ma poco dopo AQMI, Ansar al-Din e MUJAO presero il controllo delle principali città del nord. Per Keenan anche questa dinamica sarebbe stata favorita dal DRS algerino per impedire il consolidamento di un’entità tuareg autonoma. Dietro la partita militare si muovevano anche enormi interessi energetici. I bacini di Taoudeni e Gao, ricchi di petrolio, gas, oro e uranio, rappresentano una delle grandi poste strategiche del Sahara. Secondo Keenan, Algeri avrebbe utilizzato la propria influenza politica per favorire Sonatrach e ottenere concessioni energetiche nel nord del Mali. È in questo contesto che la visita della delegazione italiana nei campi di Tindouf appare profondamente inopportuna. Quei campi non sono semplicemente un simbolo umanitario, ma uno dei centri nevralgici di una crisi geopolitica e securitaria che da anni alimenta instabilità nel Sahel. Mentre il Mali sprofonda nel caos, i gruppi jihadisti proliferano e il Sahel continua a trasformarsi in una delle aree più instabili del pianeta, una visita istituzionale italiana nei campi controllati dal Polisario rischia dunque di assumere un significato politico ben diverso da quello ufficialmente dichiarato.
- Donald vuole l’accordo prima del suo viaggio in Cina. Teheran frena: «Ancora punti inaccettabili». Macron sente Pezeshkian.
- Il ministro degli Esteri, Wang Yi, incontra il suo omologo iraniano: «Guerra illegittima, il cessate il fuoco non ammette ritardi».
Lo speciale contiene due articoli
La Casa Bianca ha annunciato la sospensione temporanea dell’operazione navale «Project Freedom», la missione militare statunitense avviata per garantire il passaggio delle navi commerciali attraverso lo Stretto di Hormuz durante il conflitto con l’Iran.A comunicarlo è stato il presidente americano Donald Trump, che ha collegato la decisione ai progressi registrati nei contatti diplomatici con Teheran e alle pressioni esercitate da alcuni Paesi mediatori, tra cui il Pakistan. Secondo quanto riferito dal presidente statunitense, Washington avrebbe accettato una pausa limitata dell’operazione, pur mantenendo attivo il blocco marittimo imposto nelle ultime settimane attorno alle coste iraniane. L’obiettivo è verificare la possibilità di arrivare rapidamente alla firma di un’intesa politica capace di congelare l’escalation militare e aprire una nuova fase negoziale.
Trump ha parlato di «progressi significativi» nei colloqui indiretti con la Repubblica islamica, sostenendo che la sospensione della missione rappresenti un test sulla reale disponibilità iraniana a raggiungere un accordo stabile. In un’intervista concessa alla rete americana Pbs, Donald Trump ha dichiarato di ritenere possibile la firma dell’accordo con Teheran prima della sua visita ufficiale in Cina, prevista per il 14 e 15 maggio. «È possibile», ha affermato il presidente americano parlando della possibilità di una rapida conclusione del negoziato. La risposta ufficiale iraniana è attesa entro 48 ore.
Secondo indiscrezioni pubblicate dal sito americano Axios, emissari statunitensi e iraniani starebbero lavorando alla definizione di un memorandum composto da quattordici punti. Il documento dovrebbe sancire la cessazione delle ostilità e aprire un periodo di 30 giorni dedicato a negoziati più approfonditi. Tra i temi centrali figurerebbero la riapertura stabile dello Stretto di Hormuz, il contenimento del programma nucleare iraniano, la graduale eliminazione delle sanzioni economiche americane e lo sblocco di fondi iraniani congelati all’estero. Il negoziato è gestito, per la parte americana, da Steve Witkoff e Jared Kushner, mentre Teheran partecipa sia direttamente sia tramite canali di mediazione internazionali. Le future sessioni di confronto potrebbero svolgersi a Islamabad oppure a Ginevra. Fonti americane precisano però che, in caso di fallimento delle trattative, Washington sarebbe pronta a ripristinare immediatamente il blocco o a riprendere le operazioni militari. Secondo il Wall Street Journal, Stati Uniti e Iran sarebbero vicini a un’intesa preliminare per rilanciare i negoziati, che potrebbero riprendere già la prossima settimana a Islamabad.
Nel frattempo, però, il clima nel Golfo Persico resta estremamente teso. Una nave portacontainer della compagnia francese Cma Cgm, la Sant’Antonio, è stata colpita durante il transito nello Stretto di Hormuz. L’azienda ha confermato che alcuni membri dell’equipaggio sono rimasti feriti e che l’imbarcazione ha riportato danni strutturali. «In nessun caso è stata presa di mira la Francia», ha detto il presidente francese Emmanuel Macron, precisando che l’imbarcazione «era sotto bandiera maltese, con un equipaggio filippino». Macron ha riferito di aver parlato con il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, esprimendo preoccupazione per l’escalation e condannando gli attacchi contro infrastrutture civili e navi. Macron ha chiesto la fine del blocco dello Stretto di Hormuz e il ritorno alla piena libertà di navigazione, spiegando che la missione navale franco-britannica e il dispiegamento nell’area della portaerei Charles de Gaulle puntano a ristabilire fiducia e sicurezza nella regione.
Mentre la diplomazia accelera, sul piano militare continuano i movimenti delle grandi flotte internazionali. La portaerei Gerald Ford, rimasta per mesi nel Mediterraneo orientale in preallerta, è stata richiamata verso gli Usa. Secondo fonti israeliane citate da Reuters, lo Stato ebraico non sarebbe stato informato in anticipo dell’accelerazione diplomatica avviata da Trump. Le stesse fonti sostengono che apparati militari israeliani ritenessero imminente un ampliamento delle operazioni contro l’Iran. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha convocato il gabinetto di sicurezza e, al termine, ha spento le polemiche: «C’è pieno coordinamento tra me e Trump, e l’obiettivo più importante è la rimozione del materiale arricchito dall’Iran».
Uno dei nodi principali dei colloqui resta il programma nucleare iraniano. Secondo Axios, Washington pretenderebbe una lunga moratoria sull’arricchimento dell’uranio da parte della Repubblica islamica. Alcune fonti parlano di una sospensione minima di 12 anni, mentre altre indicano 15 anni come possibile compromesso finale. L’Iran avrebbe invece proposto un congelamento limitato a 5 anni.
Nel frattempo, i Guardiani della Rivoluzione hanno annunciato che il transito nello Stretto di Hormuz sarebbe nuovamente consentito «in condizioni di sicurezza», a patto che le navi rispettino le procedure fissate dalle autorità iraniane. I Pasdaran hanno ringraziato gli armatori che avrebbero collaborato attenendosi alle disposizioni di Teheran. L’Iran ha poi respinto la bozza di risoluzione presentata dagli Stati Uniti al Consiglio di sicurezza dell’Onu sulla riapertura dello Stretto di Hormuz. Magari l’accordo si farà; tuttavia, restano i segnali contrastanti da Teheran. Media locali hanno fatto sapere che per il governo «la proposta americana contiene diverse clausole inaccettabili». Il portavoce della Commissione Sicurezza Nazionale del Parlamento iraniano, Ebrahim Rezaei, ha definito il memorandum circolato sui media occidentali «la lista dei desideri degli americani».
La svolta di Pechino: «Ora ruolo più incisivo nel Golfo»
Con un tempismo da manuale, Pechino ha accolto ieri il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, mentre si accelerano i tentativi per far sedere Teheran e Washington al tavolo dei negoziati. La visita, che conferma gli stretti legami tra i due Paesi, arriva a ridosso dell’incontro tra il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump e l’omologo cinese Xi Jinping.
Nel bilaterale con il capo della diplomazia cinese Wang Yi, il ministro degli Esteri iraniano ha fatto il punto sulla crisi nel Golfo. Araghchi ha comunicato che Teheran è disposta ad accettare un accordo con Washington solo se sarà «equo e completo». Ha poi garantito che «l’Iran, così come ha dimostrato forza nel difendersi, è altrettanto serio nel campo della diplomazia», fermo restando che il regime farà «del suo meglio» per «proteggere i propri diritti e interessi legittimi nei negoziati».
Con Pechino che cerca di ritagliarsi un ruolo di primo piano nell’attività diplomatica, Wang Yi, all’inizio del faccia a faccia, ha sottolineato: «Riteniamo che un cessate il fuoco totale non ammetta ritardi, che una ripresa delle ostilità sia sconsigliabile e che perseverare nei negoziati sia particolarmente importante». La linea cinese resta comunque quella di ritenere «illegittima» la guerra condotta dagli Stati Uniti e da Israele contro il regime iraniano. Inoltre, è stata ribadita la piena fiducia sul programma nucleare: «La Cina apprezza l’impegno dell’Iran a non sviluppare armi nucleari e ribadisce il suo legittimo diritto all’uso pacifico dell’energia nucleare».
Nell’incontro, anche la questione dello Stretto di Hormuz è stata centrale visto che Pechino, prima del conflitto, acquistava più dell’80% del petrolio iraniano esportato. Il ministero degli Esteri cinese ha quindi esortato «le parti coinvolte» a ripristinare «il passaggio normale e sicuro» attraverso il canale marittimo. E stando a quanto riferito dall’agenzia di stampa cinese Xinhua, Araghchi ha fatto presente che la questione dello Stretto deve essere «gestita in modo adeguato e risolta il prima possibile». Pare che Pechino abbia accolto indirettamente l’appello del segretario del Tesoro statunitense, Scott Bessent: all’inizio di questa settimana ha infatti invitato la Cina ad aumentare i suoi sforzi diplomatici per convincere il regime iraniano ad aprire lo Stretto. Tra l’altro, Pechino ieri ha confermato la propria volontà di «proseguire gli sforzi per allentare le tensioni». Xinhua ha aggiunto che Wang Yi ha comunicato che la Cina svolgerà «un ruolo più incisivo» nel ristabilire «la pace e la tranquillità in Medio Oriente».
La posizione di Pechino è stata accolta positivamente da Araghchi, che ha scritto su X: «L’Iran si fida della Cina e si aspetta che continui a svolgere un ruolo attivo nella promozione della pace e nella risoluzione del conflitto nella regione, oltre a sostenere la creazione di un nuovo quadro regionale postbellico in grado di conciliare lo sviluppo e la sicurezza».
Il colloquio tra i due capi della diplomazia dell’Iran e della Cina si è svolto mentre si avvicina l’incontro tra Trump e Xi Jinping. Con il viaggio del tycoon fissato per il 14 e 15 maggio, diversi esperti ritengono che il presidente americano voglia concludere il conflitto proprio prima di presentarsi davanti al leader cinese. In questo contesto, sono stati confermati i solidi rapporti bilaterali tra la Cina e l’Iran. Wang Yi ha assicurato che Pechino resta «un partner strategico affidabile» del regime. A tal proposito, su Xinhua si legge: «Wang ha aggiunto che la Cina è disposta a collaborare con l’Iran per consolidare e approfondire la fiducia politica reciproca, mantenere e rafforzare gli scambi ad alto livello, approfondire la cooperazione reciprocamente vantaggiosa in vari settori e continuare a promuovere la partnership strategica tra la Cina e l’Iran».
Le difese aeree degli Emirati Arabi Uniti sono tornate al centro della crisi nel Golfo Persico. Nelle ultime ore Abu Dhabi ha confermato di aver intercettato una serie articolata di minacce provenienti dall’Iran, tra missili balistici, droni e altri velivoli senza pilota impiegati in attacchi coordinati.
Le esplosioni udite in diverse aree del Paese, ha spiegato il ministero della Difesa emiratino in una comunicazione diffusa su X, sono state provocate dall’attivazione dei sistemi di difesa aerea, entrati in funzione per neutralizzare gli attacchi in arrivo ed evitare conseguenze più gravi sul territorio. A sostegno degli Emirati è intervenuta anche il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha espresso «vicinanza per gli ingiustificabili attacchi». Parole che riflettono la crescente preoccupazione europea per le ricadute strategiche ed economiche della crisi.
Proprio nello Stretto si è registrato uno degli episodi più rilevanti delle ultime ore. Due cacciatorpediniere statunitensi, la Uss Truxtun e la Uss Mason, hanno attraversato Hormuz entrando nel Golfo Persico sotto forte pressione militare. Secondo fonti della difesa americana citate da Cbs, le unità navali sarebbero state bersaglio di un’azione coordinata attribuita all’Iran, condotta con missili, droni e piccole imbarcazioni veloci nel tentativo di saturare le difese americane. I sistemi difensivi di bordo, sostenuti da elicotteri Apache e dai droni, sono riusciti a intercettare e respingere tutte le minacce. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha sottolineato che «il cessate il fuoco regge», pur riconoscendo la complessità della situazione operativa. «Ci aspettavamo problemi iniziali e ci siamo difesi con tutte le nostre forze», ha dichiarato, invitando Teheran a mantenere le proprie azioni sotto la soglia che farebbe saltare la tregua. «Nessun avversario deve confondere la nostra moderazione con una mancanza di determinazione», ha avvertito il capo degli Stati maggiori riuniti Dan Caine. Sul piano politico, la Casa Bianca continua a muoversi su una linea ambivalente. Donald Trump, che ha definito «scaramucce» gli scontri di questi giorni, alterna aperture diplomatiche e dichiarazioni muscolari, sostenendo da un lato che l’Iran «non ha alcuna possibilità» in un confronto diretto, dall’altro lasciando intendere che un ritorno alle operazioni militari potrebbe essere deciso in tempi brevi se lo stallo negoziale dovesse proseguire. Trump ha anche affermato che vorrebbe che «l’economia iraniana fallisse». In questo contesto si inseriscono nuovi tentativi di mediazione. Fonti diplomatiche hanno riferito che il primo ministro iracheno Ali al-Zaidi, durante una telefonata con il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, ha indicato la disponibilità di Baghdad a svolgere un ruolo di ponte tra Teheran e Washington. Proseguono anche altri contatti su più livelli. Il ministro degli Esteri pachistano Ishaq Dar ha confermato l’esistenza di consultazioni per raggiungere un’intesa «vantaggiosa per entrambe le parti». Il capo della diplomazia iraniana Abbas Araghchi è invece atteso a Pechino per colloqui con il ministro cinese Wang Yi, segnale dell’attivazione del canale asiatico nel tentativo di sbloccare il negoziato e riequilibrare le pressioni occidentali.
Sempre su questo fronte, Trump ha annunciato che discuterà della crisi con il presidente cinese Xi Jinping durante il vertice bilaterale previsto a Pechino il 14 e 15 maggio. L’incontro, già rinviato in precedenza a causa dell’escalation, si svolgerà in un clima di forte tensione internazionale e con inevitabili ripercussioni sui mercati finanziari globali. Parlando alla Casa Bianca, il presidente americano ha cercato di minimizzare le frizioni con Pechino, definendo Xi «molto rispettoso» e sottolineando che la Cina «non sta sfidando» gli Stati Uniti, pur restando uno dei principali importatori di petrolio iraniano. Lo stesso Trump, intervenendo nello Studio Ovale, ha affrontato anche il tema delle proteste interne in Iran e dell’ipotesi di un sostegno armato ai manifestanti. «Gli iraniani vogliono protestare ma non hanno armi», ha dichiarato, descrivendo uno scenario in cui grandi folle disarmate si troverebbero esposte alla repressione e manifestando l’intenzione di fornirgliele. Sul versante interno iraniano emergono intanto segnali di tensione. Secondo fonti citate da Iran International, Masoud Pezeshkian avrebbe espresso irritazione per le iniziative dei pasdaran, giudicate «irresponsabili». A questo si aggiunge lo scontro sul piano informativo: il social X ha rimosso la spunta blu dagli account ufficiali del ministero degli Esteri iraniano, provocando la protesta di Teheran, che ha denunciato una «censura selettiva». Proprio da Teheran, nelle stesse ore, è arrivato un messaggio diretto sul controllo delle rotte marittime. La Marina delle Guardie rivoluzionarie ha avvertito le imbarcazioni in transito nello Stretto di Hormuz a non utilizzare percorsi non autorizzati, ribadendo che «l’unica rotta sicura è il corridoio precedentemente annunciato dall’Iran» e minacciando una «risposta decisa» in caso contrario. Resta aperto anche il dossier nucleare. Il direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, Rafael Grossi, ha espresso preoccupazione per l’assenza di controlli efficaci, mentre l’intelligence americana ritiene che i tempi per la costruzione di un’arma nucleare non siano cambiati in modo significativo. Trump ha rilanciato sostenendo che l’Iran sarebbe «a due settimane» dalla bomba, giustificando così la linea dura. Nel frattempo Israele valuta nuovi scenari operativi, mentre sul piano economico emergono timidi segnali di ripresa. Maersk ha confermato il passaggio di una propria nave nello Stretto di Hormuz sotto scorta americana, senza incidenti: un segnale positivo, ma non sufficiente a ridurre i rischi di escalation. Intanto Teheran irrigidisce il controllo: secondo Mohammad Bagher Ghalibaf «la nuova equazione dello Stretto si sta consolidando» e, come riportato da Press Tv, le navi dovranno attenersi a istruzioni inviate via e-mail dalla Persian Gulf Strait Authority. Solo chi rispetta le nuove regole otterrà il via libera al transito. Resta da capire però quanto durerà questa stretta.





