- «Intesa vicina ma firmo solo alle nostre condizioni, a partire dal nucleare». Poi Donald sente i Paesi del Golfo: alcuni favorevoli a un altro assalto per piegare l’Iran. Rubio più cauto ma ottimista. Ipotesi tregua di 60 giorni.
- La chiusura dello Stretto di Hormuz ci è già costata più di 2 miliardi. Il caro benzina dovuto alla crisi in Iran ha impattato sulle bollette europee per 42 miliardi.
Lo speciale contiene due articoli.
I negoziati tra Stati Uniti e Iran sono entrati nella fase più delicata dall’inizio della crisi. Dopo settimane di tensione militare e minacce reciproche, nelle ultime 24 ore sarebbero stati registrati «progressi incoraggianti» verso un possibile accordo. A renderlo noto è stato l’esercito pakistano al termine della visita a Teheran del feldmaresciallo Asim Munir, figura centrale della mediazione tra Washington e la Repubblica islamica. Secondo il Financial Times, Stati Uniti e Iran sarebbero vicini a prorogare il cessate il fuoco di 60 giorni discusso nelle ultime settimane. Sul tavolo ci sarebbe un’intesa che comprenderebbe la graduale riapertura dello Stretto di Hormuz, la fine delle operazioni militari e la garanzia della libertà di navigazione nel Golfo persico e nel Golfo di Oman. Tra i punti chiave figurerebbe anche una progressiva riduzione delle sanzioni statunitensi contro Teheran. Nelle ultime ore è emerso però un elemento destinato a pesare sul negoziato. L’emittente saudita Al Arabiya ha riferito che l’Iran avrebbe proposto di sospendere per dieci anni l’arricchimento dell’uranio oltre il 3,6% e di diluire all’interno del Paese l’uranio arricchito oltre il 20%. Teheran si sarebbe inoltre detta disponibile a riaprire lo Stretto di Hormuz e a sospendere temporaneamente il pagamento dei pedaggi marittimi in cambio di un risarcimento economico da parte di Washington. La Repubblica islamica avrebbe chiesto anche che il tema delle sanzioni e dei fondi iraniani congelati venga affrontato prima della firma dell’intesa. Secondo Al Arabiya, l’Iran avrebbe presentato due diversi percorsi negoziali, entrambi legati all’annuncio della fine della guerra. Il portavoce del ministero degli Esteri Esmail Baghaei ha dichiarato che Teheran «non discuterà il programma nucleare in questa fase», spiegando che la priorità è la fine del conflitto «su tutti i fronti, incluso il Libano». Baghaei ha aggiunto che l’eventuale apertura del dossier nucleare potrà arrivare solo successivamente.
Anche da Washington giungono segnali contrastanti. Il segretario di Stato Marco Rubio ha parlato della possibilità di avere «qualcosa da dire» già entro il fine settimana, pur sottolineando che le parti sono «allo stesso tempo molto vicine e molto lontane da un accordo». Donald Trump continua invece ad alternare aperture diplomatiche e minacce militari. Intervistato da Axios il presidente americano ha dichiarato che le probabilità di raggiungere un accordo oppure di tornare a bombardare l’Iran sono «al 50-50». «O arriviamo a un buon accordo o li faccio saltare in mille pezzi», ha detto Trump. «O li colpisco più duramente di quanto siano mai stati colpiti, oppure firmeremo un accordo che è buono».
Secondo Axios, Trump ha incontrato i suoi principali consiglieri per discutere i dettagli della nuova bozza e potrebbe prendere una decisione entro oggi. In un’intervista all’emittente israeliana Channel 12, il presidente americano ha inoltre cercato di rassicurare Israele sul contenuto dei negoziati. «Non farei un accordo se non fosse vantaggioso per Israele», ha dichiarato. Trump ha poi aggiunto: «Alcuni preferirebbero un accordo, altri la ripresa della guerra. Credo che Benjamin Netanyahu sia combattuto tra le due opzioni». Nonostante le indiscrezioni del New York Times su un Netanyahu marginalizzato nei colloqui, Axios riferisce invece che il premier israeliano e i suoi consiglieri sarebbero in costante contatto con la Casa Bianca sull’intesa in fase di definizione con Teheran. L’agenzia iraniana Fars ha riferito che i mediatori avrebbero invitato i funzionari iraniani a «ignorare i post di Trump», sostenendo che la reale posizione del presidente americano sarebbe diversa rispetto a quella mostrata pubblicamente su Truth Social. Secondo Fars, diversi funzionari coinvolti nei colloqui avrebbero spiegato che le dichiarazioni aggressive di Trump sarebbero rivolte soprattutto all’opinione pubblica americana e ai media.
Nel frattempo Teheran continua a mostrare i muscoli. Il presidente del Parlamento iraniano e capo negoziatore Mohammad Baqer Ghalibaf ha assicurato che le forze armate iraniane hanno ricostruito le proprie capacità durante il cessate il fuoco. Se gli Stati Uniti «riprendessero scioccamente la guerra», ha avvertito, le conseguenze sarebbero «più devastanti e amare». A complicare ulteriormente il quadro sono anche le divisioni tra i Paesi del Golfo. Il senatore repubblicano Lindsey Graham ha riferito ad Axios che alcuni leader della regione avrebbero esortato Trump a colpire militarmente l’Iran per indebolire il regime e ottenere un accordo più favorevole. Altri governi arabi e alcuni consiglieri della Casa Bianca, invece, starebbero spingendo per accettare l’intesa attualmente sul tavolo, ritenendo impossibile eliminare completamente l’influenza iraniana sullo Stretto di Hormuz. Infine mentre andiamo in stampa si apprende da Cbs che alcuni membri dell’esercito e della comunità di intelligence statunitense hanno annullato i propri programmi per il fine settimana in previsione di possibili attacchi. Funzionari della difesa e dell’intelligence hanno anche iniziato ad aggiornare le liste di richiamo per le installazioni americane in Medio Oriente nell’ambito di un piano volto a ridurre la presenza militare statunitense nella regione.
La chiusura dello Stretto di Hormuz ci è già costata più di 2 miliardi
L’accordo raggiunto sul filo di lana tra governo e autotrasportatori ha sventato la minaccia dello sciopero dei Tir che avrebbe paralizzato il Paese. L’aut aut della categoria è scattato a seguito dell’aumento dei costi energetici determinato dal blocco dello Stretto di Hormuz.
L’Ufficio studi della Cgia, ha fatto il punto sull’entità dei rincari. Il caro gasolio è costato finora all’autotrasporto 2,1 miliardi, nonostante il taglio di 20 centesimi sulle accise introdotto dal governo il 19 marzo scorso. In tre mesi, dallo scoppio della guerra nel Golfo, il prezzo del diesel alla pompa, è salito da un valore medio di 1,676 a 1,986 euro al litro, ovvero + 18,5%. I rincari più importanti hanno riguardato la Lombardia (257,9 milioni di euro), la Campania (251,6) e la Sicilia (232,2). Considerato che l’autotrasportatore anticipa cifre enormi (gasolio, pedaggi autostradali, manutenzione dei mezzi, assicurazioni e personale) mentre l’incasso delle fatture arriva dopo 90 o addirittura 120 giorni, basta l’aumento improvviso del diesel per erodere il margine operativo. La situazione dell’autotrasporto è solo un capitolo della grave crisi che sta colpendo tutta l’economia europea.
L’Agenzia internazionale dell’energia non ha esitato a definirla «la più grande crisi energetica della storia». La Commissione europea ha calcolato che questa costa oltre 500 milioni di euro al giorno. Siccome sono già passati 84 giorni dall’inizio del conflitto, significa che finora sono stati spesi circa 42 miliardi di euro, solo per l’energia. Basta guardare le quotazioni del Brent, arrivate a superare i 118 dollari a marzo e tuttora sopra i 100 dollari. Petrolio e gas, sono solo due delle voci di uno choc che ha travolto tanti settori, dalla logistica, all’industria petrolchimica alla filiera agroalimentare. Nella lingua di mare di Hormuz, prima del blocco, transitavano in media più di 90 navi al giorno. Oggi circa 2.000 sono ferme con a bordo 20.000 marittimi.
Nessun armatore si azzarda a navigare in quell’area e i costi assicurativi sono saliti alle stelle. Tra i cargo bloccati ci sono quelli carichi di fertilizzanti, vitali per l’agricoltura mondiale soprattutto alla vigilia dell’estate. A fine aprile il prezzo dell’urea era aumentato di quasi il 70% per poi flettere ma mantenendosi comunque superiore al 50%. Nei giorni scorsi la Fao ha avvertito che la scarsità di fertilizzanti comporterà rese inferiori e un’ulteriore contrazione delle disponibilità alimentari nella seconda metà del 2026 e nel corso del 2027. Non è azzardato parlare di rischio di una carestia. Lo Stretto è anche il luogo di transito del 62% del calcare ad alta purezza utilizzato per produrre cemento, calcestruzzo e altri materiali edili, dell’alluminio grezzo (18,4%), dell’ammoniaca (17,2%), dei cavi in alluminio (16,1%), come pure dell’oro grezzo o semilavorato (10,4%).
La crisi comincia a farsi sentire anche sui conti pubblici. Giovedì la Commissione europea ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita dell’Unione europea, mentre l’inflazione sale rispetto alle stime dello scorso autunno. E potrebbe essere solo l’inizio. Alcuni analisti stimano che la tempesta vera deve ancora arrivare. Martina Daga, macro economist di Acomea Sgr, ha fatto questo ragionamento all’Ansa: «Le ultime navi cariche partite dal Golfo sono arrivate solo poche settimane fa e, considerando che il transito verso l’Eeuropa richiede circa un mese, questo ci dice che la carenza fisica di beni non si è ancora trasmessa all’economia reale. L’Europa inoltre importava dal Golfo il 60% del jet fuel e si registra un rincaro dei noli marittimi: tutte queste pressioni impiegheranno più tempo a scaricarsi sui prezzi al consumo».
- Dichiarazione congiunta di Italia, Francia, Germania e Regno Unito per condannare i nuovi insediamenti: «Sono illegali, dai coloni violenza senza precedenti». Caso Flotilla, un attivista italiano ricoverato in Turchia.
- L’emittente saudita Al Arabiya: c’è la bozza per fermare il conflitto in Medio Oriente. Tra i punti, la libertà di navigazione nello Stetto di Hormuz. Ma resta il nodo uranio.
Lo speciale contiene due articoli.
Non s’è fatta attendere la reazione di quattro grandi Paesi europei alle politiche del governo israeliano di Benjamin Netanyahu, tantopiù dopo l’arresto in acque internazionali degli attivisti della Global Sumud Flotilla e i maltrattamenti da essi subiti col plauso del ministro della Sicurezza israeliano Itamar Ben-Gvir, del partito Otzma Yehudit (Potere ebraico).
Ieri, i governi di Italia, Gran Bretagna, Germania e Francia hanno firmato congiuntamente e diffuso un comunicato di condanna dell’espansione illegale dei coloni israeliani estremisti in Cisgiordania, appoggiata dal gabinetto Netanyahu e dai suoi ministri più oltranzisti, che sognano l’annessione totale di quel territorio. Queste azioni, infatti, mettono a rischio l’auspicata soluzione di una pace fondata su due Stati, israeliano e palestinese, secondo la posizione ufficiale dell’Italia e di altri Paesi occidentali.
Nella nota italo-anglo-franco-tedesca si legge: «Negli ultimi mesi, la situazione in Cisgiordania si è deteriorata in modo significativo. La violenza dei coloni ha raggiunto livelli senza precedenti. Le politiche e le pratiche del governo di Tel Aviv, compreso un ulteriore consolidamento del controllo israeliano, stanno minando la stabilità e le prospettive di una soluzione a due Stati». Erodere sempre di più i territori palestinesi in Cisgiordania significa infatti rimettere in discussione tutto il lungo e travagliato processo che, a partire dal 1993 con gli accordi di Oslo fra il leader palestinese Yasser Arafat e il premier israeliano Ytzhak Rabin, hanno portato alla costituzione dell’Autorità nazionale palestinese. La dichiarazione europea specifica: «Il diritto internazionale è chiaro: gli insediamenti israeliani in Cisgiordania sono illegali. I progetti di costruzione nell’area E1 non farebbero eccezione. Il progetto di sviluppo dell’insediamento E1 dividerebbe in due la Cisgiordania e costituirebbe una grave violazione del diritto internazionale. Le imprese non dovrebbero partecipare alle gare d’appalto per la costruzione di insediamenti E1 o di altri insediamenti».
L’Italia e gli altri tre «big» europei chiedono al governo israeliano di fermare l’espansione delle colonie ebraiche, spesso accompagnata da violenze sui palestinesi, fra i quali, peraltro, oltre alla maggioranza musulmana, non sono pochi quelli di fede cristiana. Si chiede anche agli israeliani di indagare sulle violenze dei coloni contro i villaggi palestinesi per appurarne le responsabilità, nonché di rispettare il tradizionale ruolo della dinastia hashemita, rappresentata attualmente dalla monarchia in Giordania, oggi retta da re Abdallah II, come custode dei luoghi santi di Gerusalemme Est, ruolo derivante dalla diretta discendenza della casata dal profeta Maometto.
Ad approfondire il fossato fra i governi europei a quello israeliano ha contribuito l’intercettazione della Flotilla in acque internazionali. In totale, stando a quanto dichiarato ieri dal ministero degli Esteri turco, 422 attivisti, di cui 85 turchi, dopo il rilascio sono stati trasferiti in Turchia da Israele grazie a tre aerei noleggiati dal governo di Ankara. Fra essi, ben 50 sono stati però ricoverati in ospedali di Istanbul per le ferite riportate a causa dell’intervento delle truppe speciali israeliane. Tra loro, un cittadino italiano, come confermato da Maria Elena Delia, portavoce italiana della Global Sumud Flotilla, che dice: «Stiamo cercando di avere notizie sulle sue condizioni di salute». Stando a Mustafa Ozbek, portavoce della ong turca Ihh, l’italiano si trova all’ospedale Basaksehir Cam ve Sakura alla periferia occidentale della città sul Bosforo. Il suo caso viene seguito dal consolato italiano di Istanbul, come diramato dalla Farnesina: «Il connazionale è stato assistito all’arrivo dal personale del Consolato generale d’Italia, al quale ha comunicato che sarebbe rimasto a Istanbul per seguire un gruppo di attivisti spagnoli bisognosi di assistenza. Giunto in ospedale è stato ricoverato anche lui per accertamenti. Il console generale a Istanbul è in contatto con i medici dell’ospedale per raccogliere maggiori informazioni sulle sue condizioni e per poter comunicare con lui che non ha cellulare».
Tra gli attivisti feriti e in osservazione all’ospedale si registrano diversi tedeschi e spagnoli, questi ultimi appena dimessi, mentre tre italiani, per la precisione marchigiani, sono attesi oggi di ritorno ad Ancona. Non solo lesioni, maltrattamenti e fratture: 15 attivisti hanno accusato i militari israeliani anche di «violenze sessuali». Hanno denunciato di essere stati tenuti un una sorta di «lager galleggiante», una nave portacontainer con «gabbie di ferro di 1,5x1,5 metri». Per l’attivista spagnola Emilia «siamo stati picchiati, peggio che a Guantanamo» (la base Usa per la detenzione di vari terroristi, ndr), mentre lo scozzese Hughie Stirling lamenta la «rottura delle costole». Intanto il team legale italiano della Flotilla ha preannunciato una possibile denuncia per tortura per il modo in cui i membri dell’equipaggio sono stati trattenuti in Israele.
Stati Uniti e Iran, accordo «vicino»
Potrebbe essere annunciato entro poche ore un accordo preliminare tra Stati Uniti e Iran per fermare l’escalation militare che nelle ultime settimane ha destabilizzato il Medio Oriente e provocato pesanti ripercussioni sull’economia globale. Secondo fonti citate dall’emittente saudita Al Arabiya, sarebbe stata definita una bozza finale dell’intesa grazie alla mediazione del Pakistan e al coinvolgimento diplomatico di Qatar e Oman.
I punti principali dell’accordo prevederebbero un cessate il fuoco immediato e senza condizioni, la fine delle operazioni militari e della cosiddetta «guerra mediatica», oltre alla garanzia della libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, nel Golfo Persico e nel Golfo di Oman. Tra gli elementi chiave figurerebbe anche una graduale revoca delle sanzioni statunitensi contro Teheran. Secondo le indiscrezioni, l’intesa dovrebbe entrare in vigore subito dopo l’annuncio ufficiale delle due parti. Nelle stesse ore una squadra negoziale del Qatar è arrivata a Teheran in coordinamento con Washington per contribuire alla definizione dell’accordo.
Il documento includerebbe anche un impegno reciproco a non colpire infrastrutture civili, economiche o militari, il rispetto della sovranità nazionale e il principio di non interferenza negli affari interni. Sarebbe inoltre previsto un meccanismo congiunto incaricato di monitorare l’applicazione dell’accordo e gestire eventuali controversie. I negoziati sui temi ancora aperti dovrebbero iniziare entro sette giorni. Nonostante il clima di prudente ottimismo, le distanze tra Washington e Teheran restano profonde. Fonti pachistane parlano apertamente di «accordo provvisorio», sottolineando che «non esiste alternativa» a un’intesa temporanea per evitare una nuova escalation. Gli ostacoli principali continuano a riguardare il programma nucleare iraniano e il controllo dello Stretto di Hormuz. Secondo le stesse fonti, il nodo più delicato resta la gestione dell’uranio altamente arricchito. Sul fronte iraniano, il portavoce del ministero degli Esteri, Esmail Baghaei, è stato indicato come uno dei rappresentanti della squadra negoziale incaricata dei colloqui con gli Stati Uniti. Teheran continua però a ribadire una linea molto rigida. «Non vogliamo concessioni dagli Stati Uniti, stiamo semplicemente reclamando i nostri diritti», ha dichiarato Baghaei, chiedendo la revoca delle sanzioni economiche e lo sblocco dei beni iraniani congelati all’estero. Il portavoce iraniano ha inoltre definito illegittimo il cosiddetto «blocco marittimo» nello Stretto di Hormuz, sostenendo che sia contrario al diritto internazionale. Inoltre, secondo il New York Times, Teheran avrebbe discusso con l’Oman di un possibile sistema di pedaggi per le navi in transito nello Stretto, una delle rotte energetiche più strategiche del mondo.
Gli Usa continuano ufficialmente a puntare sulla diplomazia. Il segretario di Stato Marco Rubio ha spiegato che Washington «spera di raggiungere un accordo» con Teheran per ottenere la riapertura dello Stretto di Hormuz e il definitivo abbandono delle ambizioni nucleari iraniane. Rubio ha riconosciuto che nei negoziati «si registrano alcuni progressi», ma ha anche avvertito che resta ancora molta strada da fare. Per questo motivo gli Stati Uniti starebbero preparando anche un «piano B» nel caso in cui l’Iran decidesse di mantenere chiuso lo stretto oppure imponesse pedaggi sulle navi in transito. Dietro le trattative emergono però anche tensioni politiche tra Washington e Israele.
Secondo quanto riferito da un funzionario anonimo all’Associated press, Donald Trump e Benjamin Netanyahu avrebbero avuto una telefonata definita «drammatica» sullo stato dei negoziati con Teheran. Israele sarebbe irritato dagli sforzi della Casa Bianca per arrivare a un’intesa con l’Iran. Dopo il colloquio, Trump ha cercato di minimizzare dichiarando che Netanyahu «farà tutto quello che gli chiederò». Lo stesso Trump ha poi ribadito che l’Iran vuole «disperatamente raggiungere un accordo», lasciando intendere che il negoziato resta aperto.
- Alla popolazione è rimasto poco o nulla con cui vivere ed è sempre più insoddisfatta della famiglia Castro. Trump ha istituito un comando militare dedicato alla regione, preludio di un possibile intervento, che appare sempre più tra le priorità americane.
- Iniziano le proteste contro il regime, la polizia le reprime. Si muove la portaerei Nimitz.
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L’«Isola grande» si trova di fronte a una svolta davvero storica, alla ricerca del proprio futuro, fermo dal 1959, quando trionfò la Rivoluzione castrista, che pure aveva suscitato all’epoca immense speranze di un «mondo migliore». Ma questi 70 anni «rivoluzionari» sono stati, purtroppo, costellati di promesse non mantenute, ambizioni inappagate, traguardi mancati e illusioni perdute, che hanno causato il progressivo impoverimento del paese e un accentuato degrado della condizione sociale della popolazione. Ricordo che Cuba, prima della Rivoluzione, pur con tutte le sue contraddizioni politiche e i suoi squilibri sociali, era uno dei Paesi più sviluppati dell’America Latina (con un reddito medio pro-capite pari a quello della Spagna), aveva una Costituzione all’avanguardia e l’Avana risplendeva come una delle capitali più belle e affascinanti del sub-continente.
Il progressivo decadimento del Paese fu causato essenzialmente dal fallimento di un’organizzazione politica (marxista-leninista) e di un sistema economico (collettivista) che distrussero clamorosamente un’agricoltura fiorente e un’industria promettente, senza offrire niente in cambio. I dirigenti cubani hanno sempre avuto tendenza a credere che tutti i loro fallimenti fossero da addebitare all’embargo economico e commerciale americano, senza mai aver avuto il coraggio di guardare in se stessi e riconoscere realisticamente che il problema non era esterno al sistema, era il sistema stesso. Ma tutto ciò ormai appartiene al passato, argomenti per dibattiti tra storici, materiale per libri di Storia.
Cerchiamo invece di capire quale potrà essere il futuro di Cuba, dopo l’ubriacatura rivoluzionaria. Sappiamo che molto dipenderà dal sempre imprevedibile presidente americano, che ha decretato la presa e la liberazione di Cuba. Donald Trump si è espresso al riguardo più volte, facendo però dichiarazioni non sempre coincidenti. All’inizio la strategia è stata quella dell’attesa: Cuba è uno Stato fallito, agli sgoccioli, cadrà da sola come un frutto maturo. E per accelerare i tempi della «maturazione» ha ulteriormente inasprito l’embargo, limitando le già scarse possibilità per l’isola di rifornirsi in carburante. In seguito, di fronte alla resistenza dei dirigenti cubani, è stata adottata la strategia della «massima pressione», con una serie di iniziative tese a dimostrare la determinazione di Washington a raggiungere i propri obiettivi in un modo o nell’altro.
In questa cornice rientra anche l’incriminazione, da parte del Dipartimento di Giustizia americano, dell’ex presidente Raúl Castro, accusato di omicidio e cospirazione. Il 14 febbraio 1996 Castro, allora ministro delle Difesa e Capo delle forze armate rivoluzionarie (Far), diede personalmente l’ordine (ci sono le registrazioni delle conversazioni tra i piloti dei mig cubani e Castro) di abbattere due piccoli Chessna 337 (appartenenti all’organizzazione umanitaria Hermanos al rescate ) che svolgevano attività propagandistiche e di soccorso per i cubani in navigazione nello Stretto della Florida. Secondo l’Avana gli aerei avevano violato lo spazio aereo del Paese, per l’Icao (Organizzazione internazionale dell’aviazione civile) invece gli aerei volavano su acque internazionali. Colpiti da un nugolo di missili, i due Chessna esplosero in volo e i quattro piloti (di cui tre americani) furono disintegrati. Ora perché venir fuori, trent’anni dopo, con questa vecchia storia? Verosimilmente per portare la tensione al massimo. Perché, se fallisse anche questa mossa, non rimarrebbe che la soluzione militare (verosimilmente non un’invasione vera e propria, ma azioni mirate a disarticolare la catena di comando cubana). Significativa al riguardo è la recente istituzione, nell’ambito del Comando Sud degli Usa (SouthCom) di un «Comando di guerra autonomo», nel territorio del blocco occidentale, per gestire meglio le sfide della sicurezza nella regione, con particolare riferimento a Cuba.
L’opzione militare è quindi più che mai sul tavolo e assume sempre più contenuto, vista l’intransigenza dei dirigenti cubani a fare concessioni sul piano delle riforme democratiche e dei diritti dell’uomo. Del resto i cubani della diaspora sono favorevoli, in grande maggioranza, all’intervento militare americano. E non vogliono sentire parlare di accordi con gli eredi di Raúl Castro (suo figlio e suo nipote), come molti esperti hanno adombrato. Ma anche i cubani residenti a Cuba si sono espressi, attraverso rocamboleschi sondaggi di opinione, a favore degli americani. Per loro qualunque cosa è meglio dello stato di squallore e di abbandono in cui si trovano: senza elettricità, senza luce, senza cibo, senza medicinali, senza carburante per il trasporto, senza… niente. Una vita che non è degna di essere vissuta. Nessuno crede più nella Rivoluzione, nessuno pensa che i dirigenti castristi siano in grado di risollevare l’economia del Paese.
E Rubio manda un messaggio all’isola: «Meglio l’intesa, ma pronti a tutto»
Cuba torna a vivere ore di forte tensione sociale e politica. Nella parte orientale dell’isola, nelle ultime notti, la rabbia della popolazione è esplosa nuovamente nelle strade a causa dei blackout continui, della mancanza di beni essenziali e del peggioramento delle condizioni economiche. Il punto più critico si è registrato ad Antilla, cittadina situata nell’estremo est del Paese a circa 800 chilometri dall’Avana, dove gruppi di residenti hanno protestato contro le interruzioni di corrente che da giorni paralizzano intere aree del territorio cubano. Secondo diverse testimonianze diffuse da media indipendenti e rilanciate sui social network, decine di persone sono scese in strada durante la notte battendo pentole e padelle nel classico «cacerolazo», diventato negli anni il simbolo della contestazione popolare contro il regime. Nei filmati condivisi online si sentono cori contro il governo e slogan che invocano libertà, insieme al motto «Patria y Vida», divenuto uno dei principali emblemi dell’opposizione al castrismo. Secondo testimonianze locali, il governo cubano avrebbe inviato agenti armati per impedire che le proteste si estendessero ad altre città dell’isola. Nei video diffusi online si vedono momenti di forte tensione tra manifestanti e forze di sicurezza. Non risultano vittime ufficiali, ma alcuni residenti riferiscono di avere sentito spari durante gli scontri. Un testimone anonimo ha raccontato che la polizia sarebbe intervenuta con durezza per disperdere la folla ed evitare una nuova escalation come quella delle proteste del luglio 2021.
Alla base della nuova ondata di proteste c’è la situazione economica ormai insostenibile per una larga parte della popolazione. In molte aree dell’isola mancano energia elettrica e acqua per gran parte della giornata, mentre l’inflazione continua a colpire duramente i beni di prima necessità. Generi alimentari, medicinali e carburante risultano sempre più difficili da reperire e il malcontento popolare cresce di settimana in settimana. La crisi interna si intreccia però con un quadro internazionale sempre più delicato. A L’Avana aumenta infatti la preoccupazione per il deterioramento dei rapporti con gli Stati Uniti. Nelle ultime settimane Washington ha intensificato la pressione politica e diplomatica nei confronti del governo cubano, contribuendo ad alimentare un clima di forte instabilità.
La tensione è salita ulteriormente dopo la decisione delle autorità statunitensi di incriminare l’ex leader Raúl Castro in relazione all’abbattimento di due aerei appartenenti a esuli cubani avvenuto trent’anni fa. Pochi minuti dopo l’annuncio dell’incriminazione, il Comando Sud degli Stati Uniti ha comunicato l’arrivo nei Caraibi della portaerei nucleare USS Nimitz insieme al proprio gruppo d’attacco. Attraverso un messaggio pubblicato sui social network, il Southcom ha confermato l’ingresso della flotta nell’area caraibica, gesto interpretato da molti analisti come un segnale politico diretto all’Avana. A rendere ancora più teso il clima sono state anche alcune dichiarazioni di Donald Trump. Il presidente statunitense ha parlato apertamente della possibilità di «liberare Cuba» e le sue parole hanno provocato un’ondata di reazioni e alimentato voci, rilanciate soprattutto sui social, riguardo a una presunta presenza di agenti della Cia già attivi nel Paese. Poi Donald Trump ha respinto le accuse secondo cui l’invio della portaerei Nimitz nei Caraibi sarebbe stato deciso per intimidire Cuba o costringere il regime alla resa. Parlando con i giornalisti, il presidente americano ha sostenuto che l’obiettivo degli Stati Uniti sarebbe quello di aiutare la popolazione cubana, descrivendo un Paese piegato dalla crisi economica e dalla mancanza di beni essenziali. «Vogliamo aiutare i cubani, che non hanno soldi, elettricità, cibo, niente», ha dichiarato Trump.
Nel tentativo di mostrare compattezza e capacità di risposta, il governo cubano ha diffuso attraverso i media ufficiali immagini dei sistemi di difesa antiaerea dell’isola posti in stato di massima allerta. Nei filmati pero’ appaiono vecchi sistemi missilistici di epoca sovietica ancora in dotazione alle Forze Armate Rivoluzionarie. Le autorità dell’Avana hanno inoltre convocato per oggi una grande manifestazione nella Piazza Anti-imperialista José Martí, davanti all’ambasciata americana, con l’obiettivo dichiarato di sostenere Raúl Castro e denunciare le accuse provenienti dagli Stati Uniti. Sul piano internazionale, il regime cubano ha incassato il sostegno di Cina e Russia.
Pechino ha accusato Washington di utilizzare la giustizia come strumento politico contro Cuba, mentre Mosca ha ribadito il proprio appoggio all’Avana promettendo assistenza in questa fase di forte difficoltà. Anche la Spagna ha preso posizione contro qualsiasi ipotesi di intervento armato, sostenendo che il futuro dell’isola debba essere deciso esclusivamente dal popolo cubano. Marco Rubio ha dichiarato che Cuba avrebbe accettato una proposta di aiuti umanitari americani da cento milioni di dollari, anche se i negoziati sarebbero ancora in corso. Washington ha inoltre ribadito di essere pronta a intervenire in caso di minacce agli interessi statunitensi. Intanto la Corte Suprema degli Stati Uniti ha dato ragione alla Havana Docks Corporation nella disputa sui beni confiscati dal regime di Fidel Castro nel 1960. La decisione potrebbe aprire la strada a nuove cause legali da parte di aziende americane contro chi utilizza proprietà nazionalizzate da Cuba, aumentando ulteriormente la pressione economica e politica sull’Avana.





