- Dal 2023 in Cina è in atto la decapitazione dello Stato maggiore di aeronautica, marina e forze di terra. L’ultimo graduato sparito è accusato addirittura di aver passato a Washington alcuni piani del programma nucleare.
- Il generale di Corpo d’armata Giorgio Battisti: «Il capo comunista è scettico sulla fedeltà dei quadri militari in vista del congresso del partito».
- Mentre azzera gli ufficiali, il gigante asiatico accelera nello Spazio grazie alle armi a fasci di particelle.
Lo speciale contiene tre articoli.
Nel cuore dell’apparato militare della Repubblica popolare cinese si è aperta una frattura che rischia di ridefinire in profondità gli equilibri del potere. Zhang Youxia, il generale più anziano ancora in servizio e per anni considerato uno dei pilastri dell’establishment armato, è finito al centro di un’indagine interna che intreccia sospetti di corruzione sistemica, lotte di fazione e una possibile compromissione della sicurezza strategica nazionale.
Secondo fonti informate su un briefing riservato ai vertici delle forze armate, Zhang avrebbe favorito carriere e incarichi in cambio di denaro e, soprattutto, consentito la fuoriuscita verso gli Stati Uniti di informazioni sensibili legate al programma nucleare cinese. Il quadro sarebbe emerso durante una riunione a porte chiuse tenutasi il 17 gennaio, poche ore prima dell’annuncio ufficiale del ministero della Difesa sull’apertura di un’inchiesta per gravi violazioni della disciplina del partito e delle leggi statali. Il comunicato pubblico, volutamente scarno, non ha restituito la reale portata del dossier che, secondo le fonti, coinvolgerebbe un uso distorto del potere all’interno della Commissione militare centrale, il supremo organo di comando dell’Esercito popolare di liberazione.
Tra le accuse più pesanti figura la presunta costruzione di reti di fedeltà personali, definite nei documenti interni come cricche politiche, ritenute una minaccia diretta alla coesione del partito. Sotto esame anche la gestione di una potente struttura incaricata di ricerca, sviluppo e approvvigionamento di armamenti, un settore ad altissimo budget dove sarebbero circolate tangenti ingenti in cambio di promozioni e posizioni strategiche.
L’elemento più esplosivo riguarda, però, il presunto trasferimento a Washington di dati tecnici cruciali sulle capacità nucleari cinesi. Parte delle prove sarebbe emersa dall’inchiesta parallela su Gu Jun, ex dirigente apicale dell’industria nucleare statale, a sua volta indagato per violazioni disciplinari e legali. Le autorità avrebbero collegato quel fascicolo a una grave falla nella sicurezza del settore atomico, senza rendere pubblici i dettagli operativi della violazione.
Da settimane, Zhang e Gu risultano di fatto scomparsi dalla scena pubblica. In una dichiarazione ufficiale, un portavoce diplomatico cinese ha ribadito la linea di copertura totale e tolleranza zero nella lotta alla corruzione. Analisti indipendenti osservano, tuttavia, che l’attuale campagna repressiva rappresenta il più vasto smantellamento dell’élite militare dai tempi di Mao Zedong, con almeno 5.000 arresti tra ufficiali e funzionari. L’epurazione di Zhang Youxia, considerato per anni uno degli amici personali di Xi Jinping, segnala che non esistono più zone franche almeno in apparenza. Nel marzo 2025 l’Office of the director of National intelligence (Odni), l’agenzia di coordinamento dell’intelligence statunitense, ha pubblicato un rapporto non classificato dal titolo Wealth and corrupt activities of the leadership of the chinese communist Party, destinato a fare discutere analisti e diplomatici di tutto il mondo. Il documento rappresenta uno dei pochi tentativi ufficiali di fotografare, pur con limiti evidenti, il legame tra élite politica e accumulo di ricchezza nella leadership del Partito comunista cinese (Pcc).
Pur non entrando nel merito di accuse formali contro leader individuali, il report delinea un quadro in cui la «zona grigia», l’area tra influenza politica e vantaggi economici familiari, diventa un elemento centrale per comprendere il sistema di potere di Pechino. Secondo il rapporto, la mancanza di trasparenza istituzionale e di meccanismi di controllo indipendenti rende l’anticorruzione un concetto in larga parte interno e autoreferenziale, piuttosto che una pratica soggetta a verifiche esterne. Il report cita che parenti stretti di vertici cinesi avrebbero attivi patrimoniali che superano il miliardo di dollari in investimenti e proprietà immobiliari.
Pur non stabilendo un nesso causale diretto tra Xi Jinping e le ricchezze in questione, gli analisti dell’intelligence statunitense sottolineano che le posizioni di potere consentono un accesso privilegiato a informazioni e opportunità di mercato, ponendo potenziali rischi di conflitti di interesse. Un editoriale del Pla Daily ha, tuttavia, posto l’accento sulla dimensione politica del caso, accusando Zhang di aver gravemente minato l’autorità del presidente della Commissione militare centrale. Per diversi analisti, ciò suggerisce che il generale avesse accumulato un potere autonomo eccessivo rispetto allo stesso Xi Jinping, rendendo necessaria una riaffermazione pubblica della catena di comando. Secondo fonti informate sul briefing, l’indagine non si limita ai singoli episodi contestati ma ricostruisce l’intera architettura di potere costruita da Zhang nel corso degli anni. Una rete composta da ufficiali promossi, dirigenti industriali, funzionari politici e mediatori finanziari, legati da rapporti di fedeltà personale e interessi incrociati.
È questa struttura parallela, più ancora delle singole tangenti, a essere considerata incompatibile con l’attuale fase del controllo politico esercitato da Xi sull’esercito. In questa chiave, anche il solo sospetto di una fuga di informazioni nel settore nucleare rappresenta una linea di non ritorno. Per la leadership, la combinazione tra corruzione, autonomia decisionale e possibile esposizione di segreti di Stato equivale a una minaccia esistenziale al modello di comando centralizzato. L’epurazione assume così un carattere preventivo oltre che punitivo. Indipendentemente dalle ragioni immediate, la rimozione di Zhang viene letta come un segnale di forza. Decapitando l’alto comando, Xi intende riaffermare il controllo totale sulle forze armate mentre Pechino mantiene come obiettivo strategico la questione di Taiwan. Alcuni osservatori notano, però, che lo svuotamento dei ranghi più alti potrebbe ridurre, nel breve periodo, l’efficacia operativa dell’esercito e abbassare il rischio immediato di un’azione militare nello Stretto.
Dal 2023, l’epurazione ha colpito esercito, aeronautica, marina, forza missilistica e polizia armata, oltre ai principali comandi di teatro, incluso quello focalizzato su Taiwan. Secondo dati ufficiali, oltre cinquanta tra alti ufficiali e dirigenti della Difesa sono stati indagati o rimossi. La Commissione militare centrale, che nel 2022 contava sei membri in uniforme, oggi ne ha uno solo, Zhang Shengmin, funzionario politico e ispettore disciplinare. Un vuoto che, secondo diversi analisti, rischia di incidere sulla prontezza militare cinese nel breve e medio periodo, mentre la leadership privilegia il controllo politico assoluto rispetto all’efficienza operativa.
«Epurazioni superiori a quelle di Mao, così Xi prepara la rielezione»

Il generale di Corpo d'armata Giorgio (Ansa)
Giorgio Battisti, generale di Corpo d’armata, ha al suo attivo numerose missioni all’estero. In che misura lo scandalo sulla corruzione ai vertici mette in discussione l’affidabilità e la coesione dell’esercito cinese?
«Il problema della corruzione, fenomeno cronico in tutti gli apparati dello Stato, impedirebbe all’Esercito popolare di liberazione (Pla) di acquisire la prontezza, che Xi Jinping ha ordinato di raggiungere entro il 2027, in preparazione del piano di Contingenza Taiwan e che potrebbe dissuaderlo dal rischiare una operazione nei prossimi anni per mancanza di fiducia nei propri comandanti. Dal ventesimo Congresso nazionale del partito, tenutosi nell’ottobre 2022, più di 20 alti ufficiali provenienti da tutte e quattro le forze armate (esercito, Marina, aeronautica e forze missilistiche) sono scomparsi dalla scena pubblica o rimossi dai loro incarichi. Le epurazioni risulterebbero far parte di una vasta ristrutturazione della leadership del Pla e rifletterebbero lo scetticismo di Xi Jinping in merito alla lealtà politica dell’élite militare».
Quanto è diffusa la corruzione nei vertici dell’esercito cinese?
«La corruzione, secondo l’ultimo rapporto del Director of national intelligence statunitense, sarebbe fortemente radicata in tutti i settori del Pla e dell’industria della Difesa, anche dopo che Xi Jinping ha avviato la campagna anticorruzione a partire dalla sua nomina a segretario generale del comitato centrale del Partito comunista cinese il 15 novembre 2012. Un recente provvedimento del partito ha disposto la rimozione di nove generali (la maggior parte dei quali a tre stelle), sospettati di gravi reati finanziari, che facevano parte del comitato centrale del partito, in quella che è stata una delle più grandi operazioni di “risanamento” delle forze armate negli ultimi decenni».
Il controllo politico di Xi Jinping sull’esercito è davvero totale?
«Le continue destituzioni di personaggi di altro rango, che hanno interessato anche due ministri della Difesa e soprattutto i vertici delle forze missilistiche, lasciano presupporre un tentativo da parte di Xi di riprendere il pieno controllo della Difesa, caratterizzata da contrasti tra fazioni oltre che da una diffusa corruzione, per affermare il proprio ruolo guida di autocrate anziano nella riorganizzazione delle élite e ristrutturazione del potere. Il recente arresto dei due più alti ufficiali del vertice militare, quali il vice presidente della commissione militare centrale, generale Zhang Youxia, e il capo dello Stato maggiore congiunto, generale Liu Zhenli, con l’accusa di spionaggio a favore degli Usa (altre fonti parlano di un tentativo di colpo di Stato) potrebbe rientrare nella volontà di Xi di installare persone ritenute più fedeli, con l’obiettivo di “riaccentrare” l’autorità militare che era stata gradualmente diffusa o condivisa, in vista della sua probabile rielezione nel 2027 in occasione del ventunesimo Congresso nazionale del partito. Si tratta della purga più radicale nella storia del Partito comunista cinese e appare come una manifestazione diretta del collasso strutturale all’interno del sistema militare cinese. La portata e l’intensità del provvedimento superano di gran lunga quelle di Mao Zedong».
Queste purghe rafforzano o indeboliscono l’Esercito popolare di liberazione?
«Le purghe costituiscono una battuta d’arresto per Xi, che ha investito un ingente budget nello sviluppo di nuovi equipaggiamenti come parte degli sforzi di ammodernamento per avere forze armate “di classe mondiale” entro il 2050, con il bilancio della Difesa aumentato a un ritmo più veloce dell’economia: la spesa nel 2024 è cresciuta del 7% per raggiungere i 314 miliardi di dollari, secondo bilancio mondiale dopo quello Usa. Analisti ritengono che il periodico “giro di vite” all’interno del Pla potrebbe dissuadere Xi dal rischiare confronti peer to peer (capacità uguali o equivalenti) con altre forze armate nei prossimi 5-10 anni per mancanza di fiducia nei comandanti».
Le promozioni militari sono state sistematicamente comprate?
«Il fenomeno corruttivo riguarderebbe non solo promozioni a pagamento, ma anche la supervisione di programmi di ricerca, acquisizione e sviluppo di nuovi equipaggiamenti e di progetti relativi alla modernizzazione di silos missilistici terrestri nucleari e convenzionali».
Quanto pesa il fattore lealtà personale rispetto alla competenza militare?
«È plausibile che tali provvedimenti porteranno a nomine basate sulla fedeltà, piuttosto che sulla professionalità, e potrebbero compromettere l’operatività del Pla, generando insicurezza e dissapori tra gli ufficiali. Secondo il Report to Congress of the U.S.-China economic and security review commission del novembre 2025, le epurazioni e le indagini sulla corruzione, che prendono di mira gli alti vertici militari, possono ostacolare gli sforzi di modernizzazione, creare instabilità all’interno delle strutture di comando e minare il morale delle truppe; fattori che potrebbero condizionare nel breve termine la prontezza al combattimento del Pla. Alcuni analisti, tuttavia, ritengono che Xi consideri l’instabilità causata dall’insediamento di comandanti più “affidabili” come un compromesso necessario per garantire il rispetto della sua agenda politica, dare l’esempio e assicurare che l’esercito popolare di liberazione proceda nella modernizzazione secondo la direzione da lui indicata».
Ma il Dragone è avanti nella guerra in orbita
Se le difficoltà operative dell’Esercito popolare di liberazione appaiono sempre più evidenti sul piano terrestre, anche alla luce dei ripetuti scandali di corruzione che hanno colpito i vertici militari, Pechino sembra aver deciso di spostare il baricentro della competizione strategica oltre l’atmosfera.
Lo Spazio viene, ormai, percepito come il nuovo dominio decisivo, anche sul piano militare, e proprio in questo ambito la ricerca cinese rivendica un progresso tecnologico che, se confermato, potrebbe avere implicazioni rilevanti sugli equilibri di potere globali. Un gruppo di scienziati sostiene, infatti, di aver superato uno degli ostacoli che per decenni ha frenato lo sviluppo delle armi spaziali a fasci di particelle. Questi sistemi, basati sull’emissione di flussi di atomi o particelle subatomiche accelerate a velocità estreme, sono da tempo considerati una delle frontiere più avanzate della guerra orbitale. In linea teorica, un fascio di questo tipo potrebbe neutralizzare o danneggiare satelliti e missili avversari sfruttando un’elevata concentrazione di energia cinetica e termica, colpendo obiettivi sensibili senza ricorrere a testate convenzionali.
Il problema principale è sempre stato conciliare potenza e precisione. Per funzionare, queste armi necessitano di enormi quantità di energia e, allo stesso tempo, di una sincronizzazione estremamente accurata all’interno degli acceleratori installati a bordo dei satelliti. In passato, i sistemi in grado di generare potenze elevate risultavano troppo imprecisi, mentre le tecnologie più raffinate dal punto di vista del controllo non riuscivano a sostenere carichi energetici sufficienti per un impiego operativo credibile.
Secondo quanto riferito dai ricercatori, un team guidato dall’ingegnere senior Su Zhenhua, attivo presso Dfh Satellite Co. - il principale costruttore di satelliti della Cina - avrebbe sviluppato un prototipo di sistema di alimentazione spaziale capace di superare questa contraddizione. Nei test condotti a terra, l’apparato avrebbe generato 2,6 megawatt di potenza pulsata mantenendo una sincronizzazione entro 0,63 microsecondi, un valore nettamente superiore agli standard oggi disponibili. La maggior parte degli alimentatori pulsati attualmente in uso non supera, infatti, il megawatt e presenta margini di errore molto più ampi, legati all’efficienza di conversione e alla gestione delle correnti ad alta intensità.
Le possibili applicazioni non si limiterebbero all’ambito militare. La stessa tecnologia potrebbe essere impiegata in sistemi lidar e laser per le comunicazioni, in propulsori ionici di nuova generazione per migliorare la manovrabilità satellitare o nel telerilevamento a microonde per l’osservazione terrestre ad alta risoluzione.
Tuttavia è sul piano strategico che l’impatto potenziale appare più sensibile. L’espansione delle costellazioni statunitensi come Starlink e Starshield (un’unità aziendale di SpaceX che crea satelliti in orbita terrestre bassa appositamente progettati per fornire nuove capacità spaziali militari ai governi degli Stati Uniti e dei paesi alleati., ndr), basate su reti di piccoli satelliti resilienti e a duplice uso, sta rendendo meno efficaci le tradizionali difese spaziali fondate sugli intercettori missilistici. Laser e fasci di particelle offrirebbero, invece, la possibilità di colpire più obiettivi alla velocità della luce, riducendo tempi di reazione e costi operativi.
Restano, però, due incognite decisive: la reale capacità di queste armi di superare le schermature dei satelliti di ultima generazione e il peso della corruzione sistemica, che continua a rappresentare un fattore di rischio anche per i programmi tecnologicamente più avanzati dell’apparato militare cinese.
La decisione del tribunale del Riesame di Genova di confermare la custodia cautelare in carcere per Mohammed Hannoun, per il quale fino a poco tempo fa frange della sinistra italiana scendevano in piazza, si colloca ben oltre il perimetro di un ordinario vaglio cautelare. L’ordinanza del 16 gennaio restituisce l’immagine di un collegio che sceglie consapevolmente una linea di continuità con l’impianto accusatorio della Procura, rafforzandolo sul piano giuridico e sottraendolo alle ambiguità politiche e narrative che negli ultimi mesi hanno accompagnato il dibattito su Gaza e Hamas.
Il cuore della decisione è nella qualificazione del ruolo attribuito ad Hannoun in quanto finanziatore di Hamas. Per i giudici non si tratta di un simpatizzante, di un militante o di un intermediario occasionale. L’indagato viene collocato all’interno di una rete stabile, strutturata e consapevole, che attraverso associazioni formalmente benefiche ha garantito un flusso continuo di risorse verso Hamas, rafforzandone la capacità di sopravvivenza e di azione. L’ordinanza dedica ampio spazio alla ricostruzione del funzionamento di queste realtà, descritte come strumenti operativi attraverso i quali la raccolta fondi veniva presentata come umanitaria, ma inserita in un contesto di piena consapevolezza della destinazione finale delle risorse. È qui che il tribunale compie una scelta interpretativa netta: il finanziamento non perde rilevanza penale perché veicolato attraverso finalità umanitarie dichiarate, né perché destinato a un’organizzazione che esercita anche funzioni di governo locale.
Il Riesame respinge in modo esplicito il tentativo difensivo di separare l’ala politica, sociale e amministrativa di Hamas dalla sua dimensione terroristica. Secondo il collegio, questa distinzione non regge né sul piano fattuale né su quello giuridico. Hamas viene descritta come soggetto unitario, dotato di una strategia complessiva in cui l’assistenza sociale, la propaganda, il consenso politico e la violenza armata concorrono allo stesso obiettivo. In questo quadro, le associazioni riconducibili ad Hannoun non vengono considerate meri contenitori neutri, ma ingranaggi funzionali di un sistema più ampio, idoneo a garantire continuità finanziaria e copertura operativa.
Un passaggio particolarmente delicato dell’ordinanza riguarda l’utilizzabilità della documentazione acquisita tramite canali di cooperazione internazionale, in particolare quella proveniente dalle autorità israeliane. La difesa aveva sostenuto l’inutilizzabilità dei materiali, evocando il rischio di una prova politicamente orientata e priva delle garanzie proprie del contraddittorio. Il tribunale respinge l’eccezione con una motivazione, che segna un punto fermo: non si è in presenza di atti anonimi o di informazioni occulte, ma di documentazione formalmente trasmessa nell’ambito della cooperazione giudiziaria e investigativa internazionale, acquisita secondo le procedure previste dall’ordinamento italiano. I giudici chiariscono che la provenienza estera degli atti non ne determina automaticamente l’illegittimità, né tantomeno l’inutilizzabilità patologica. La documentazione israeliana che non è anonima, viene considerata un elemento valutabile, soprattutto in fase cautelare, dove il giudizio non è di colpevolezza ma di gravità indiziaria.
Viene inoltre sottolineato come tali atti non siano isolati, ma trovino riscontro e conferma in intercettazioni, flussi finanziari, rapporti associativi e dichiarazioni raccolte in Italia, escludendo che l’impianto accusatorio poggi su fonti unilaterali o non verificabili. In questo senso il tribunale sposta il baricentro dalla polemica sulla fonte alla tenuta complessiva del mosaico indiziario. La fase cautelare, ricordano i giudici, non richiede una prova piena ma una valutazione d’insieme capace di reggere il vaglio di ragionevolezza: non basta smontare un singolo elemento, occorre incrinare l’intero impianto. Ed è proprio qui che la documentazione estera viene ricondotta alla sua funzione processuale di tassello, non di pilastro esclusivo. Il quadro accusatorio prende forma nella convergenza tra conversazioni intercettate, ricostruzione dei rapporti associativi e movimenti di denaro, letti come condotte funzionali a un programma unitario.
Sul piano probatorio, il collegio valorizza la coerenza interna degli elementi raccolti. Le intercettazioni non vengono lette come frammenti isolati o come semplici espressioni retoriche, ma come indicatori di consapevolezza, continuità e condivisione di obiettivi. Il linguaggio utilizzato, i riferimenti alla necessità dei fondi, gli incontri con i vertici di Hamas, il ruolo attribuito ai donatori esteri e la centralità del sostegno economico nella strategia del gruppo jihadista assumono, nella lettura del tribunale, un significato inequivoco, incompatibile con la tesi di una mera attività solidaristica o informativa. Secondo il tribunale del Riesame, le associazioni riconducibili a Mohammed Hannoun non operavano come semplici soggetti umanitari, ma come strutture funzionali a un sistema stabile di sostegno economico a Hamas. I giudici evidenziano come la raccolta fondi, presentata in forma solidaristica, fosse caratterizzata da continuità, organizzazione e reiterazione, elementi incompatibili con un’attività episodica o emergenziale. Per i giudici del Riesame le associazioni riconducibili ad Hannoun non operavano come semplici soggetti umanitari, ma come strutture funzionali a un sistema stabile di sostegno economico a Hamas. La raccolta fondi, presentata in forma solidaristica, era caratterizzata da continuità e organizzazione, elementi incompatibili con un’attività episodica. Le risorse venivano ritenute idonee a rafforzare l’organizzazione nel suo complesso. L’ordinanza sottolinea la piena consapevolezza dell’indagato circa la destinazione finale dei fondi e chiarisce che la veste umanitaria non esclude la rilevanza penale della condotta.
- Gli Usa alzano il pressing sull’Iran con dieci navi da guerra. I russi pronti a evacuare la centrale nucleare di Bushehr.
- Via libera per inserire i pasdaran tra le organizzazioni terroristiche. Kallas: «La repressione non sia impunita». Nuovo pacchetto di sanzioni da Bruxelles.
Lo speciale contiene due articoli.
L’amministrazione Trump sta aumentando la pressione sull’Iran. Ieri, Washington ha portato a un totale di dieci unità le navi da guerra schierate in Medio Oriente. Dall’altra parte, le forze armate della Repubblica islamica hanno ricevuto un lotto di mille droni. «In linea con le minacce future, l’esercito mantiene e potenzia i suoi vantaggi strategici per un combattimento rapido e per imporre una risposta schiacciante contro qualsiasi aggressore», ha dichiarato il comandante in capo dell’esercito iraniano, Amir Hatami. Non solo. Teheran ha altresì annunciato che, la settimana prossima, effettuerà delle esercitazioni militari nello Stretto di Hormuz. «Oggi dobbiamo essere preparati a uno stato di guerra. La nostra strategia è che non inizieremo mai una guerra, ma se verrà imposta, ci difenderemo», ha affermato, dal canto suo, il vicepresidente iraniano, Mohammad Reza Aref, che ha poi invocato delle «garanzie» per eventuali negoziati con Washington. Reuters ha intanto riferito che il regime di Ali Khamenei starebbe attuando una campagna di arresti di massa per dissuadere il sorgere di nuove proteste.
Che la tensione complessiva stia aumentando è testimoniato anche dal fatto che, sempre ieri, il direttore generale di Rosatom, Alexey Likhachev, ha reso noto che Mosca sarebbe pronta a ritirare il personale russo dalla centrale nucleare iraniana di Bushehr. Tutto questo, mentre la stessa Ankara si sta preparando all’ipotesi di un attacco statunitense contro la Repubblica islamica. «Se gli Stati Uniti attaccassero l’Iran e il regime cadesse, la Turchia sta pianificando ulteriori misure per rafforzare la sicurezza del confine», ha affermato un funzionario turco.
È nel mezzo di queste fibrillazioni che si sono registrate varie manovre diplomatiche. Axios ha riferito che, entro la fine di questa settimana, alti funzionari israeliani e sauditi saranno a Washington per discutere della crisi iraniana. Mosca, dal canto suo, sta cercando di calmare le acque. «Continuiamo a invitare tutte le parti alla moderazione e ad astenersi dal ricorrere alla forza per risolvere questa controversia. Qualsiasi azione coercitiva non farebbe altro che seminare il caos nella regione», ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. Di Iran ha parlato, ieri, anche Vladimir Putin nell’incontro che ha avuto con il presidente degli Emirati arabi, Mohamed bin Zayed al-Nahyan. Non è del resto un mistero che, dopo aver perso un alleato chiave come Bashar al Assad in Siria, la Russia tema adesso di veder crollare anche il regime khomeinista.
Tutto questo, mentre, mercoledì, il vice consigliere per la sicurezza nazionale dell’India, Pavan Kapoor, si è recato a Teheran per incontrare il suo omologo iraniano, Ali Bagheri Kani. Dall’altra parte, il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, si è sentito al telefono ieri con il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian. Nel frattempo, oggi il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi, si recherà ad Ankara: il suo obiettivo è quello di far leva sulla Turchia per scongiurare un eventuale attacco statunitense. Del resto, l’altro ieri, il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, ha avuto un colloquio con l’ambasciatore statunitense in Turchia, Tom Barrack.
Insomma, l’incremento della tensione e tutta questa fibrillazione diplomatica evidenziano che potrebbe succedere presto qualcosa. Per quanto non ci sia ancora nulla di certo, sembra che, negli ultimi giorni, la frustrazione di Trump nei confronti di Teheran sia aumentata. Il presidente americano, in particolare, sarebbe irritato dalla mancanza di progressi nelle trattative inerenti a due delicate questioni: quella del programma nucleare e quella del programma balistico. Ragion per cui, sarebbe al momento orientato all’opzione militare contro la Repubblica islamica: il che significherebbe probabilmente un attacco o ad alcuni siti atomici o agli impianti per la fabbricazione missilistica. In quest’ottica, il presidente americano potrebbe decidere di ordinare un’azione militare proprio per mettere gli ayatollah con le spalle al muro, costringendoli a cedere alle sue richieste negoziali. «Hanno tutte le possibilità di raggiungere un accordo. Non dovrebbero perseguire capacità nucleari. Saremo pronti a fare tutto ciò che questo presidente si aspetta dal dipartimento della Guerra, proprio come abbiamo fatto questo mese in Venezuela», ha detto, ieri sera, il capo del Pentagono, Pete Hegseth.
Ma non è tutto. Sul tavolo, secondo la Cnn, ci sarebbero anche azioni militari mirate contro i leader del regime khomeinista. E qui veniamo a un punto cruciale. Più che a un regime change classico, Trump sarebbe interessato ad adottare con l’Iran una soluzione venezuelana: decapitare, cioè, il regime, per poi scegliersi come interlocutore un pezzo del vecchio sistema di potere, non prima però di averlo adeguatamente addomesticato. L’obiettivo sarebbe quello di esercitare la pressione per riorientare la politica estera di Teheran: esattamente quello che la Casa Bianca sta facendo a Caracas, in nome della cosiddetta «coercizione senza proprietà».
Una strategia, questa, che consentirebbe a Washington di tutelare gli interessi nazionali, evitando al contempo che gli Usa si ritrovino direttamente impelagati in qualche pantano militare. Trump ha d’altronde sempre nutrito significativo scetticismo verso i processi di nation building. Chiaramente, al netto di alcuni parallelismi, la situazione venezuelana non è completamente sovrapponibile a quella iraniana.
Via libera per inserire i pasdaran tra le organizzazioni terroristiche
«La repressione non può rimanere impunita». Con queste parole Kaja Kallas ha commentato la svolta impressa dai ministri degli Esteri dell’Unione europea, che hanno compiuto un passo ritenuto ormai irreversibile: l’avvio del processo per inserire i Guardiani della Rivoluzione iraniana nella lista delle organizzazioni terroristiche. «Un regime che elimina migliaia di cittadini al proprio interno - ha scritto Kallas - sta preparando la propria fine».
Allo stesso tempo, il consiglio Affari esteri ha dato il via libera a un nuovo pacchetto di misure restrittive contro Teheran. Secondo fonti diplomatiche europee, le sanzioni prevedono il divieto di ingresso nell’Ue e il congelamento dei beni per 21 soggetti: 15 persone fisiche e sei entità coinvolte nella repressione delle proteste interne, oltre a dieci individui legati alla fornitura di armamenti iraniani alla Russia, impiegati nella guerra in Ucraina. Le sanzioni individuali sono state approvate formalmente all’apertura dei lavori dei Ventisette, riuniti a Bruxelles.
Diverso, ma strettamente collegato, il percorso che riguarda la designazione del Corpo delle Guardie della Rivoluzione come organizzazione terroristica. La decisione finale è attesa in una fase successiva, anche se - secondo fonti europee - diversi Stati membri avrebbero già espresso il proprio assenso. Un orientamento confermato dal ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani: «È emerso il consenso sulla definizione dei pasdaran come organizzazione terroristica, ma questo non significa che non si debba dialogare con Teheran». Il presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, ha definito «storica», in un’intervista televisiva, la possibilità di inserire i Guardiani della Rivoluzione nella lista nera dell’Ue. «È una richiesta avanzata dall’Eurocamera fin dal 2023 - ha ricordato - e oggi ciò che sembrava irrealizzabile diventa finalmente possibile». Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha accusato l’Europa di contribuire all’escalation delle tensioni regionali e ha definito la decisione un grave errore strategico: «Diversi Paesi stanno attualmente cercando di evitare lo scoppio di una guerra totale nella nostra regione. Nessuno di loro è europeo. L’Europa è invece impegnata ad alimentare il fuoco», ha scritto su X il capo della diplomazia di Teheran. Per l’ambasciatore in Italia dello Stato di Israele, Jonathan Peled, «è una decisione storica dell’Unione europea che chiama le cose con il loro nome. I Guardiani della Rivoluzione iraniana sono il principale motore del terrorismo e dell’instabilità. Esprimiamo il nostro apprezzamento per il contributo apportato dall’Italia a una decisione dell’Ue che costituisce un passo decisivo sulla via della responsabilità e della sicurezza».
Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica nasce nel 1979, all’indomani della rivoluzione khomeinista, su impulso diretto della nuova leadership religiosa. La sua missione ufficiale è «difendere e diffondere i principi della rivoluzione islamica». Oltre al controllo interno, il Corpo rappresenta lo strumento principale della proiezione regionale iraniana. Attraverso la Forza Quds, unità specializzata nelle operazioni esterne, Teheran sostiene e coordina alleati come Hezbollah in Libano e le milizie sciite Hashd al-Shaabi in Iraq. La stessa Forza Quds è sospettata di aver preso parte a numerose attività clandestine sul suolo europeo, tra cui un attentato contro una sinagoga a Bochum, in Germania, nel 2021: un episodio che costituisce la base giuridica utilizzata per avviare la procedura di designazione terroristica a livello Ue.
Una decisione attesa da anni dall’opposizione iraniana. Azar Karimi, portavoce dell’associazione Giovani iraniani in Italia, parla di «un passaggio storico»: «L’Ue riconosce ciò che il popolo iraniano denuncia da 47 anni: repressione, violenza, terrorismo e violazioni sistematiche dei diritti umani. È una vittoria morale e politica per milioni di iraniani. Non cancella il dolore, ma manda un segnale chiaro: questo regime è agli sgoccioli. È un momento di speranza, responsabilità e memoria».




