Prosegue senza sosta la caccia a Shahadat Hossain, il bengalese di 43 anni ritenuto dagli investigatori l’autore della strage di Casalotti, a Roma. Dell’uomo sembra essersi persa ogni traccia dopo il triplice omicidio avvenuto nella notte tra venerdì e sabato in un appartamento di via Montiglio, dove sono stati uccisi, a colpi di mannaia, Kamal Uddin Babul, 39 anni, la moglie Jahan Hosne Momotay, 38 anni, e la figlia Islam Arowa. Gravemente ferito anche il figlio ventenne della coppia, unico sopravvissuto al massacro.
Le indagini, coordinate dal procuratore aggiunto Giuseppe Cascini e condotte dagli investigatori della squadra mobile, diretti da Roberto Pititto, si muovono su più fronti. Le ricerche sono state estese anche al Regno Unito, dove il ricercato avrebbe la moglie e i figli. Prende corpo anche l’ipotesi che il fuggitivo possa essersi tolto la vita, ragion per cui ricerche coinvolgono il Tevere e i casali abbandonati.
Gli investigatori cercano di ricostruire anche il movente del delitto. L’ipotesi è che tutto sia nato dall’ossessione dell’uomo nei confronti della moglie di Kamal. Hossain frequentava abitualmente l’abitazione di via Montiglio e veniva visto sempre più spesso insieme alla donna, soprattutto quando il marito era al lavoro. Secondo la ricostruzione investigativa, avrebbe tentato ancora una volta un approccio sentimentale con la trentottenne, ricevendo però un altro rifiuto. A quel punto avrebbe impugnato una mannaia, scagliandosi prima contro la donna e poi contro la figlia. Il rapporto tra il quarantatreenne, privo di permesso di soggiorno ma con una richiesta di protezione internazionale presentata a Frosinone un anno fa e ancora pendente, e la famiglia era però da tempo al centro dell’attenzione della comunità bengalese.
A confermarlo è Maamoun Maamoun, 55 anni, presidente dell’associazione Brahmanbaria: «Spero che lo prendano al più presto e che sia punito in modo esemplare. Shahadat aveva la moglie e i figli in Inghilterra, ma si era separato. Tutti nella comunità sapevano della relazione con la moglie di Kamal. Pochi giorni prima della tragedia si era tenuta una riunione a Roma per cercare di risolvere la situazione. Kamal era molto arrabbiato perché Hossain continuava a frequentare casa sua cercando la moglie. L’obiettivo era convincerlo ad allontanarsi definitivamente dal quartiere», afferma il presidente. Anche le testimonianze raccolte nel quartiere confermano questa ricostruzione. Diversi residenti raccontano che Hossain accompagnava spesso la donna a fare la spesa e la seguiva quando usciva con la bambina. «Era come se volesse controllarla. Entrava nel nostro locale senza consumare nulla. Succedeva spesso», raccontano dal bar della zona. Tra gli elementi al vaglio della Squadra mobile c’è anche l’ultimo messaggio pubblicato dal killer sul proprio profilo Facebook, circa 24 ore prima della strage. Alle 21.33 del 25 giugno aveva scritto: «Un uomo non muore da solo» e «Dovresti morire con i tuoi cari quando muori. Così nessuno deve soffrire per nessuno». Hossain, domiciliato a Frosinone, secondo gli investigatori sarebbe partito proprio dal capoluogo ciociaro per raggiungere Roma. L’uomo ricercato avrebbe ricoperto in passato incarichi nel Bangladesh nationalist party (Bnp), sia nell’organizzazione italiana sia nel comitato estero del movimento, partecipando all’inizio di giugno a un convegno a Roma in qualità di relatore. Nei prossimi giorni saranno eseguite le autopsie sui corpi delle tre vittime, mentre gli investigatori ritengono fondamentale la testimonianza del figlio ventenne, unico sopravvissuto al massacro.
Sul piano politico, il consigliere municipale di Fratelli d’Italia Marco Giovagnorio attacca la Giunta del Municipio XIII, accusandola di non aver espresso cordoglio per la tragedia e di aver diffuso, nelle stesse ore del triplice omicidio, video di una festa organizzata dal Municipio. Secondo l’esponente di Fdi, gli eventi celebrativi avrebbero dovuto essere sospesi in segno di rispetto per le vittime, la comunità bengalese e l’intero quartiere di Casalotti.
Le proteste esplose nella notte a Beirut dopo la firma dell’accordo quadro tra Libano, Israele e Stati Uniti sono il primo segnale della portata politica dell’intesa. La violenta reazione di Hezbollah dimostra infatti che il movimento sciita considera il nuovo assetto una pesante sconfitta, non solo per sé, ma soprattutto per l’Iran, che negli ultimi quarant’anni ha trasformato Hezbollah nel principale strumento della propria strategia regionale contro Israele.
Secondo l’Agenzia nazionale di stampa libanese (Nna) e i giornalisti dell’Afp presenti sul posto, centinaia di sostenitori di Hezbollah hanno attraversato Beirut in corteo, soprattutto nei pressi del Parlamento e lungo la strada che conduce all’aeroporto internazionale. In diversi punti sono stati incendiati pneumatici per bloccare il traffico, mentre sui social sono circolati video che mostrerebbero momenti di tensione tra manifestanti e forze armate libanesi.
La ragione della protesta è evidente. L’accordo, con i 14 punti, stabilisce che il ritiro israeliano dal Libano meridionale non sarà automatico, ma dipenderà dalla capacità dell’esercito libanese di assumere il controllo dell’area e dal progressivo disarmo di Hezbollah. Un meccanismo che colpisce direttamente uno dei principali strumenti attraverso cui Teheran ha esercitato la propria influenza nel Levante. Il segretario generale di Hezbollah, Naim Qassem, ha respinto duramente l’intesa, definendola «nulla» e sostenendo che debbano invece essere applicate le disposizioni del memorandum d’intesa tra Iran e Stati Uniti. Secondo Qassem, l’accordo firmato a Washington rappresenta «un’umiliazione, una vergogna e una rinuncia alla sovranità». Il leader sciita ha inoltre accusato le autorità libanesi di condurre il Paese verso un grave errore politico. «Non abbiamo abbandonato il campo nelle circostanze più difficili e non lo abbandoneremo», ha dichiarato.
Sulla stessa linea il deputato Ihab Hamadeh, che ha definito pericoloso subordinare il ritiro delle Idf al disarmo della milizia sciita. Secondo il parlamentare, Hezbollah continuerà a combattere «fino alla completa liberazione del territorio» e l’accordo resterà «solo inchiostro su carta». Alle critiche di Hezbollah si sono uniti anche gli Houthi yemeniti, altro alleato strategico dell’Iran. Il dirigente Mohammed al-Farah ha definito l’intesa «una cospirazione contro la resistenza», evocando il rischio di una guerra civile in Libano. Critico anche il leader druso Walid Jumblatt, secondo cui l’accordo è «tripartito nella forma, ma unilaterale nella sostanza, perché privo di un vero cessate il fuoco». Nel frattempo Israele ha dimostrato di non voler modificare il proprio approccio militare. L’aviazione israeliana ha colpito alcuni miliziani di Hezbollah nella zona di Nabatieh, nel Libano meridionale, ritenuti una minaccia per le truppe schierate nell’area. È stato il primo attacco dopo la firma dell’accordo.
L’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, Yechiel Leiter, ha chiarito che Israele manterrà la propria presenza nella fascia di sicurezza finché le Forze armate libanesi non dimostreranno concretamente di poter disarmare Hezbollah e garantire la sicurezza del confine. Non esisteranno scadenze automatiche: ogni fase sarà subordinata a risultati verificabili. Anche l’eventuale ricostruzione del Libano con il sostegno della comunità internazionale potrà iniziare soltanto dopo il disarmo della milizia. È questo il punto decisivo dell’intesa. Per la prima volta la stabilizzazione del Libano viene collegata esplicitamente allo smantellamento dell’apparato militare di Hezbollah. Se il processo verrà portato a termine, l’Iran perderà il suo principale strumento di pressione contro Israele e vedrà ridursi drasticamente la propria influenza nel Paese dei Cedri. Per Teheran si tratta di una delle più gravi sconfitte strategiche subite negli ultimi decenni.
I negoziati tra Stati Uniti e Iran proseguono, ma il percorso verso un accordo definitivo resta molto fragile. Washington punta a ottenere garanzie sul dossier nucleare e sulla sicurezza regionale, mentre Teheran sembra voler allargare il tavolo a una discussione più ampia sugli equilibri del Medio Oriente.
In questa cornice si inserisce il colloquio telefonico tra il premier pakistano Shehbaz Sharif e lo sceicco del Qatar, durante il quale i due leader hanno discusso degli sviluppi seguiti alla firma del Memorandum d’intesa di Islamabad tra Stati Uniti e Iran. Entrambi hanno espresso soddisfazione per il primo round tecnico di Burgenstock, in Svizzera, sottolineando la necessità di proseguire il dialogo.
Insieme ai colloqui tra Washington e Teheran, si moltiplicano le iniziative regionali. Il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, si è recato in Oman per preparare incontri tra Iran, Stati del Golfo e Iraq sulla gestione dello Stretto di Hormuz. Anche l’Arabia Saudita starebbe lavorando a un vertice per favorire una riconciliazione tra Teheran e le monarchie arabe. La questione è particolarmente sensibile per Doha. Il Qatar ha chiarito che si opporrà a qualsiasi tentativo iraniano di imporre tariffe sul traffico nello Stretto. Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani ha spiegato al Financial Times che per l’emirato quella rotta rappresenta l’unico corridoio marittimo e quindi un’infrastruttura vitale per la sua economia.
Sul punto è intervenuto anche Donald Trump, sostenendo che l’Iran avrebbe assicurato agli Stati Uniti di non voler applicare tasse alle navi in transito. Il presidente americano ha però avvertito che un passo contrario potrebbe far saltare l’intero processo negoziale. Il nodo più difficile resta il programma nucleare. Gli Stati Uniti continuano a sostenere che gli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica avranno accesso agli impianti iraniani. Il tycoon ha affermato che Teheran avrebbe accettato le verifiche. Da parte iraniana, però, il viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi ha negato. Secondo il diplomatico, non esiste alcun piano immediato per consentire l’accesso ai siti nucleari colpiti dagli attacchi statunitensi né ai materiali custoditi nelle strutture sensibili. La questione «potrà essere affrontata solo in un accordo finale e dopo la revoca completa delle sanzioni», ha concluso.
Teheran continua a presentare l’intesa di Islamabad come una vittoria. Il presidente del Parlamento e capo negoziatore, Mohammad Bagher Ghalibaf, l’ha definita una «sconfitta dell’America», sostenendo che il risultato sia stato ottenuto grazie alla resistenza della Repubblica islamica. Ghalibaf ha ribadito che il ritiro delle forze straniere dal Medio Oriente resta un obiettivo strategico iraniano. Nella stessa logica, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha discusso gli sviluppi regionali con Basem Naeem,, esponente dell’ufficio politico di Hamas. Anche se il Memorandum non cita Gaza, Hamas lo ha accolto favorevolmente e Teheran ha confermato il proprio sostegno al gruppo jihadista.
Anche il fronte libanese entra nel quadro diplomatico. Dopo oltre otto ore si è chiusa a Washington, senza dichiarazione congiunta, la prima giornata del quinto round di colloqui diretti tra Israele e Libano. Le trattative proseguiranno tra Pentagono e Dipartimento di Stato, con sessioni dedicate alla sicurezza e agli aspetti politici. Secondo il Times of Israel, gli Stati Uniti puntano a un ritiro parziale delle forze israeliane dal Libano meridionale, sostituite dall’esercito libanese ed in tal senso il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha dichiarato che «l’unica ragione della presenza delle forze israeliane in Libano è l’attività di Hezbollah e il lancio di razzi contro Israele». Benjamin Netanyahu ha invece dichiarato che le forze israeliane resteranno nella zona di sicurezza del Libano meridionale finché sarà alla guida del governo. Il premier ha inoltre sostenuto che «Israele sarà il primo Paese a risolvere la minaccia dei droni esplosivi».





