- Il regime si vendica e lancia la controffensiva. Due morti a Tel Aviv e diversi feriti. I pasdaran promettono attacchi contro i siti petroliferi vicini e colpiscono il maggior complesso di Gnl del Qatar. Khamenei: «I criminali pagheranno per il sangue di Larijani».
- Lo Stato ebraico neutralizza Khatib, titolare dei servizi segreti, e con gli States colpisce il maxi giacimento di South Pars. Critiche Abu Dhabi, Mascate e Doha: «Irresponsabili». Ucciso in Libano un comandante sciita.
- Per il dialogo serve la rivolta interna. Decapitare la leadership persiana produce risultati militari, ma non politici. Senza ribellione popolare e col «moderato» Pezeshkian ai margini, il potere resterà ai falchi.
Lo speciale contiene tre articoli.
Con l’attacco agli impianti di gas di South Pars, nel sud della Repubblica islamica, il conflitto tra Iran, Israele e Stati Uniti sta salendo di livello. E la risposta di Teheran non si è fatta attendere. Sul piano operativo, l’Iran ha lanciato una nuova offensiva contro Israele. Missili balistici hanno raggiunto il centro del Paese, provocando due morti a Tel Aviv e feriti tra Ramat Gan e Petah Tikva. Diversi i danni materiali, con abitazioni colpite, una stazione distrutta e detriti che hanno raggiunto anche l’area dell’aeroporto Ben Gurion, dove tre velivoli privati sono stati danneggiati. In contemporanea, le sirene d’allarme sono risuonate in Galilea, sulle Alture del Golan e a Eilat, mentre attacchi con droni attribuiti a Hezbollah si sono sovrapposti ai lanci balistici iraniani. Un missile è stato inoltre intercettato nell’area di Al-Kharj, nella regione di Riad.
I pasdaran hanno rivendicato l’operazione parlando di oltre cento obiettivi colpiti nel territorio israeliano, nell’ambito della «sessantunesima ondata» dall’inizio dell’operazione «True Promise 4». Stando al corpo d’élite iraniano, i missili avrebbero penetrato il sistema israeliano di difesa aerea, colpendo obiettivi militari «nel cuore dei territori occupati». L’azione è stata esplicitamente collegata alla volontà di vendicare la morte di Ali Larijani, il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, ucciso in un raid di Israele. Sulla sua morte si è espresso ieri Mojtaba Khamenei, che ha promesso vendetta: «Ogni sangue ha un prezzo, che i criminali assassini dovranno presto pagare». Ma non c’è solo Israele nel mirino: le Guardie rivoluzionarie hanno indicato come «obiettivi legittimi» una serie di infrastrutture energetiche in Arabia Saudita, Qatar ed Emirati, invitando esplicitamente civili e lavoratori ad allontanarsi da raffinerie e complessi petrolchimici. Tra i siti citati figurano la raffineria Samref e il polo industriale di al-Jubail in Arabia Saudita, il giacimento di gas di al-Hosn negli Emirati e i complessi di Mesaieed e Ras Laffan in Qatar. Proprio in Qatar ieri un incendio è divampato nel principale impianto di gas sulla costa settentrionale, dopo un attacco iraniano. L’Arabia Saudita ha distrutto invece in serata un drone diretto verso un impianto a gas nell’Est del Paese. In parallelo, la marina dei pasdaran ha avvertito che anche le infrastrutture energetiche statunitensi rientrano tra i possibili bersagli.
La partita non si gioca solo sul piano militare. Lo ha sottolineato con forza il governatore di Asaluyeh, Eskandar Pasalar, che ha parlato apertamente di una «guerra economica su larga scala», sostenendo che la sicurezza energetica della regione ha ormai raggiunto «il punto zero» e definendo l’attacco a South Pars un «suicidio politico» da parte di Stati Uniti e Israele. Sulla stessa linea anche il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, che ha parlato di «nuovo livello di confronto», evocando la «legge del taglione» e definendo l’attacco alle infrastrutture un atto destinato a ritorcersi contro i suoi autori. Sempre ieri, l’Iran ha anche eseguito la condanna a morte di un cittadino con doppia nazionalità svedese-iraniana, accusato di spionaggio a favore di Israele. Stoccolma ha reagito con una dura protesta, convocando l’ambasciatore iraniano. Un episodio che, pur avulso dall’ambito militare, testimonia un atteggiamento sempre più duro da parte della Repubblica islamica, sia all’esterno sia sul fronte interno. E in effetti, gli appelli americani alla dissidenza non sembrano sortire risultati apprezzabili: ieri, in piena crisi bellica, i cittadini di Teheran sono scesi in piazza, dove hanno dato alle fiamme i fantocci di Trump e Netanyahu. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha anzi ribaltato la narrativa americana, condividendo su X il messaggio di dimissioni del funzionario statunitense Joe Kent: «Questa guerra», ha scritto Baghaei, «non è la guerra del popolo americano; prendere le distanze da questa guerra illegale è il minimo che ogni cittadino o funzionario americano con una coscienza limpida può e dovrebbe fare». Come sul piano comunicativo, anche sul piano militare - nonostante i colpi subiti - Teheran non appare del resto priva di risorse. Le stime più recenti e accreditate indicano che prima del conflitto l’Iran disponeva del più ampio arsenale missilistico del Medio Oriente, con una dotazione compresa tra i 2.500 e i 3.000 vettori. Alcune valutazioni arrivano fino a 6.000, secondo analisi citate da Reuters. Una parte significativa è già stata utilizzata o distrutta, e la capacità di lancio è stata ridotta dai raid israelo-americani. Ma, sempre secondo fonti occidentali riportate da Reuters, il Paese conserverebbe ancora una quota rilevante delle proprie scorte. In altre parole, l’Iran è ancora in grado di combattere.
Eliminato il super 007 degli iraniani. Blitz Usa-Israele su un impianto di gas
Contro il regime iraniano, Israele ha alzato l’asticella: oltre a continuare a spazzare via i vertici, ha attaccato per la prima volta il più grande giacimento di gas del Paese, aprendo a una fase di ripercussioni ancora più critica. Innanzitutto, Teheran deve fare i conti con la perdita del ministro dell’Intelligence iraniano, Esmail Khatib. A confermare ufficialmente la sua uccisione è stato il ministro della Difesa di Israele, Israel Katz. Che ha pure annunciato: «Nel corso della giornata (ieri, ndr) sono previste importanti sorprese su tutti i fronti, che intensificheranno la guerra che stiamo conducendo contro l’Iran e Hezbollah». Le Idf hanno svelato che Khatib è stato eliminato nella notte tra martedì e mercoledì a Teheran in «un attacco mirato» condotto «dall’aviazione israeliana». Khatib aveva assunto l’incarico nel 2021: nominato da Ali Khamenei, è stato quindi a capo del dicastero sia durante la presidenza di Ebrahim Raisi sia in quella di Masoud Pezeshkian. In Iran, come riferisce una nota delle forze di difesa israeliane, il ministero dell’Intelligence «costituisce uno dei principali meccanismi di repressione e terrorismo del regime. Possiede capacità di intelligence avanzate e funge da braccio centrale nella supervisione, nello spionaggio e nell’esecuzione di operazioni segrete in tutto il mondo». Tra l’altro il ministro è stato tra i protagonisti delle recenti repressioni contro le proteste interne e allo stesso modo «ha agito contro i cittadini iraniani nel contesto delle proteste per l’hijab» nel 2022.
Ma le operazioni contro i vertici iraniani proseguiranno. Visto che «in Iran sono tutti nel mirino», Katz e il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, hanno autorizzato l’esercito a «eliminare qualsiasi alto funzionario iraniano senza che sia necessaria un’ulteriore approvazione». Tra l’altro, le Idf hanno reso noto che a Beirut è stato ucciso il comandante della divisione Imam Hussein, Hassan Ali Marwan. Il terrorista, insediatosi solo sei giorni prima, «in precedenza ricopriva il ruolo di capo delle operazioni della divisione ed era responsabile del collegamento tra quest’ultima e gli alti ufficiali militari di Hezbollah e della Forza Quds».
Riguardo ai raid di Israele contro la leadership iraniana, c’è da dire che non hanno smantellato il regime. A confermarlo, durante un’audizione al Senato statunitense, è stata la direttrice dell’Intelligence nazionale Usa, Tulsi Gabbard: «Il governo di Teheran è intatto» seppur «ampiamente indebolito a causa degli attacchi alla sua leadership e alla sua capacità militare».
Ciononostante, le «sorprese» preannunciate da Katz non sono tardate ad arrivare, con Israele che ha colpito un impianto di gas iraniano nel Sud del Paese, innescando un pericoloso effetto domino sul mercato energetico globale con la rappresaglia del regime che è già iniziata. Il primo a confermare l’attacco è stato il vicegovernatore della provincia meridionale di Bushehr alla tv di Stato iraniana: «Pochi istanti fa, alcune parti degli impianti di gas» della raffineria strategica di South Pars, situata nella città di Kangan, «sono state colpite da proiettili del nemico americano-sionista». Stando a quanto riferito dall’agenzia di stampa iraniana Fars, sono stati bersagliati i serbatoi di gas e parti di una raffineria. Altri funzionari iraniani hanno parlato di quattro sezioni degli impianti petrolchimici di South Pars colpiti. In merito ai danni, il governatore di Asaluyeh, centro iraniano per il gas e la petrolchimica, alimentato dal giacimento di South Pars, ha comunicato che «non è stata segnalata alcuna perdita di sostanze tossiche dopo l’attacco». Si tratta della prima volta, dall’inizio dell’operazione Furia epica, di un attacco contro gli impianti iraniani di gas, di vitale importanza per l’economia del Paese. South Pars, che fa parte del più grande giacimento di gas naturale al mondo, è infatti fondamentale per la produzione di energia elettrica dell’Iran. Stando a quanto riferito dal Financial Times, le sue infrastrutture forniscono oltre due terzi del gas consumato nel Paese. E non è escluso che l’iniziativa di Israele abbia ricevuto l’appoggio del presidente americano, Donald Trump. A confermare ad Axios il via libera degli Stati Uniti sono state alcune fonti israeliane. Poco dopo, un funzionario statunitense ha però smentito alla Cnn il coinvolgimento di Washington. A reagire duramente contro l’attacco è stata Doha, anche perché il giacimento finito nel mirino è condiviso con il Qatar attraverso il Golfo. Il portavoce del ministro degli Esteri del Qatar, Majed al-Ansari, ha dichiarato: «Il fatto che Israele prenda di mira le infrastrutture legate al giacimento di gas iraniano di South Pars, che rappresenta un’estensione del giacimento di North Field del Qatar, è un passo pericoloso e irresponsabile». Anche gli Emirati Arabi Uniti hanno criticato il raid, sostenendo che «colpire le infrastrutture energetiche rappresenta una minaccia diretta per la sicurezza energetica globale, nonché per la sicurezza e la stabilità della regione». Sulla stessa linea l’Oman: «L’attacco israeliano è una pericolosa escalation, una minaccia diretta alla sicurezza e alle forniture energetiche della regione».
Per il dialogo serve la rivolta interna
La guerra in Iran sta seguendo una direttrice strategica precisa: colpire i vertici del potere per disarticolare l’intero sistema. Non si tratta più soltanto di neutralizzare infrastrutture militari, ma di smontare progressivamente la catena di comando attraverso eliminazioni mirate. Dopo la morte di Ali Larijani, un nuovo raid ha colpito anche Esmail Khatib, capo dell’intelligence dal 2021 e figura centrale nella gestione della sicurezza interna e nella repressione delle proteste. L’ipotesi operativa di Israele è che la pressione aerea stia producendo effetti concreti sul funzionamento dello Stato iraniano. I centri decisionali sono costretti a spostarsi continuamente, alla ricerca di luoghi ritenuti sicuri, mentre jet e droni mantengono una presenza costante nei cieli. In alcuni casi, le attività operative vengono trasferite in strutture civili, scuole o impianti sportivi, segno di una crescente difficoltà logistica anche considerato che tutte le comunicazioni sono intercettate. A questo si aggiungono segnali di cedimento interno, con defezioni tra esercito e forze di polizia che indicano una prima erosione della coesione.
Misurare però l’efficacia reale della campagna resta complesso. Teheran ha imposto un rigido controllo dell’informazione: accesso limitato alla rete, censura sistematica e arresti per chi diffonde immagini dei danni. La guerra si gioca così, anche sul piano della percezione, in un contesto opaco dove è difficile distinguere tra realtà e narrazione. All’origine del conflitto vi è una rottura diplomatica maturata nei negoziati di Ginevra. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha rivendicato il diritto dell’Iran a proseguire l’arricchimento dell’uranio, scontrandosi con la posizione statunitense. Il confronto è rapidamente degenerato. L’assenza di segnali distensivi ha offerto alla Casa Bianca il contesto per autorizzare un’operazione militare già pianificata da tempo con Israele.
La strategia israelo-americana appare orientata a svuotare progressivamente il sistema di potere iraniano, eliminando i suoi principali protagonisti fino a renderlo incapace di funzionare. Ma questa impostazione si scontra con la natura stessa della Repubblica islamica, che in oltre 40 anni ha costruito una struttura complessa, resiliente e profondamente radicata. Pensare di provocarne il collasso esclusivamente con la forza militare rischia di essere una valutazione incompleta. Il nodo centrale resta l’assenza di un’opposizione interna in grado di raccogliere il vuoto di potere. Senza una mobilitazione popolare organizzata e armata, la pressione esterna difficilmente può tradursi in un cambio di regime. Alcuni segnali si sono intravisti, come gli attacchi dei Mojahedin del Popolo contro installazioni dei pasdaran a Teheran prima dell’inizio del conflitto, con un numero elevato di vittime, e le ipotesi di un coinvolgimento curdo, che Washington ha lasciato intendere di voler valutare. Poi più nulla. Nonostante l’intensità degli attacchi, il sistema iraniano non è collassato. Secondo la direttrice dell’intelligence nazionale statunitense Tulsi Gabbard, il governo resta in piedi, pur essendo stato fortemente degradato. Se la leadership dovesse sopravvivere, Teheran potrebbe ricostruire rapidamente le proprie capacità militari, in particolare nel settore dei droni e dei missili. Proprio sul dossier nucleare emerge una contraddizione significativa. Nella relazione scritta presentata al Senato, Gabbard aveva affermato che dopo i bombardamenti del giugno 2025 contro le infrastrutture nucleari iraniane non era stato compiuto «alcuno sforzo» per ricostruire le capacità di arricchimento dell’uranio. Una valutazione che metteva in discussione una delle principali giustificazioni utilizzate dall’amministrazione Trump per lanciare l’offensiva. Durante l’audizione orale, però, la stessa Gabbard ha corretto il tiro, sostenendo che Teheran starebbe «cercando di riprendersi» dai danni subiti. Il senatore democratico Mark Warner ha contestato apertamente questa discrepanza, accusandola di aver omesso gli elementi in contrasto con la linea della Casa Bianca. Resta inoltre aperto il nodo del materiale nucleare che si ritiene ancora nascosto nell’area di Isfahan. Un’eventuale operazione per sequestrarlo o distruggerlo comporterebbe rischi elevatissimi, legati sia all’incertezza sulla localizzazione sia alla possibilità di dispersione di sostanze radioattive o reazioni incontrollate.
Sul piano politico interno, il quadro appare molto incerto e frammentato. Della nuova guida suprema Mojtaba Khamenei, indicato come successore del padre, si sono perse le tracce nelle prime fasi del conflitto. Il presidente Masoud Pezeshkian, considerato più aperto al dialogo, appare marginale e privo di reale potere decisionale. A dominare restano le figure della linea dura, come il capo della magistratura Mohseni-Ejei e il vertice dei pasdaran Ahmad Vahidi, mentre altri attori chiave come Alireza Arafi e Mohammad Bagher Ghalibaf continuano a muoversi in un equilibrio ancora fluido.
Di fatto mantengono ancora un ruolo centrale nella gestione politica e finanziaria della risposta bellica, senza essere finora stati colpiti, segno di una possibile valutazione strategica su equilibri ancora in evoluzione. Il quadro complessivo evidenzia una contraddizione strutturale: la strategia della decapitazione sta producendo risultati sul piano militare, ma non si traduce in un esito politico. Senza una leadership alternativa e senza una dinamica interna capace di accompagnare la pressione esterna, il rischio è quello di un conflitto lungo e logorante. L’Iran è stato colpito duramente, ma non è crollato, e continua a dimostrare una capacità di adattamento che rende incerto qualsiasi sviluppo futuro.
C’è un crimine che cresce senza fare rumore, che non lascia macerie visibili ma produce danni enormi, e che oggi è diventato uno dei pilastri dell’economia illegale globale. È la frode finanziaria, e il nuovo rapporto pubblicato da INTERPOL nel 2026 racconta con chiarezza come questo fenomeno sia ormai uscito dai confini del raggiro tradizionale per trasformarsi in una vera industria. I numeri aiutano a capire la dimensione: oltre 442 miliardi di dollari sottratti in un solo anno, un aumento delle segnalazioni del 54% e più di 1.500 casi internazionali gestiti dalle autorità. Ma la portata reale è ancora più ampia, perché una parte consistente delle frodi non viene nemmeno denunciata. Quello che colpisce non è solo la crescita quantitativa, ma il salto di qualità. Le truffe non sono più improvvisate, ma organizzate secondo modelli strutturati. Esistono reti criminali che operano come vere aziende, con ruoli precisi, competenze specializzate e una divisione del lavoro estremamente efficiente. C’è chi costruisce le piattaforme, chi contatta le vittime, chi gestisce i flussi finanziari e chi si occupa di far sparire il denaro. In questo sistema, la frode non è più un reato isolato, ma un ingranaggio centrale di una macchina più ampia che comprende riciclaggio, traffico di esseri umani e, in alcune aree, anche il finanziamento di gruppi terroristici. Non si tratta più soltanto di sottrarre denaro, ma di alimentare un circuito economico parallelo che sostiene e rafforza altre attività criminali. I proventi delle truffe vengono rapidamente reinvestiti, spostati attraverso circuiti opachi e utilizzati per finanziare reti sempre più strutturate. È per questo che oggi la frode viene considerata una delle principali minacce criminali a livello globale: non per la singola azione, ma per il ruolo strategico che svolge all’interno dell’ecosistema illegale.
A rendere tutto questo ancora più pericoloso è l’impatto dell’intelligenza artificiale. Le tecnologie generative hanno cambiato radicalmente le regole del gioco, abbattendo le barriere tecniche e moltiplicando le capacità operative dei criminali. Oggi è possibile clonare una voce con pochi secondi di registrazione, creare video falsi ma estremamente credibili, costruire identità digitali che sembrano autentiche e coerenti nel tempo. Questo consente di superare anche i livelli più avanzati di diffidenza e di sicurezza, colpendo sia i privati sia le organizzazioni. Le truffe diventano così più sofisticate e, soprattutto, più convincenti, perché riescono a simulare contesti reali: un dirigente che chiede un bonifico urgente, un familiare in difficoltà, un consulente finanziario affidabile. L’uso dell’IA consente inoltre di automatizzare interi processi: selezionare le vittime più vulnerabili, analizzarne il comportamento online, adattare il linguaggio e il tono della comunicazione, simulare relazioni nel tempo. Non è più necessario improvvisare: ogni fase può essere ottimizzata. Il risultato è un sistema capace di colpire un numero sempre maggiore di persone con una precisione crescente, riducendo al minimo gli errori e massimizzando i profitti. Le campagne possono essere replicate su scala globale, adattandosi a lingue, culture e contesti diversi. Non sorprende, quindi, che le frodi basate su queste tecnologie risultino molto più redditizie rispetto al passato: non solo perché colpiscono di più, ma perché lo fanno meglio, in modo più rapido e difficilmente individuabile.
Uno degli aspetti più inquietanti messi in evidenza dal report è l’esistenza di veri e propri centri organizzati dedicati alle truffe. Strutture che coinvolgono centinaia di migliaia di persone, spesso reclutate con l’inganno e poi costrette a lavorare per colpire vittime in tutto il mondo. Le persone coinvolte provengono da quasi 80 paesi, a dimostrazione di una globalizzazione completa del fenomeno. Si tratta di un modello che introduce una doppia dimensione di vittimizzazione: chi viene truffato e chi è costretto a truffare. Un sistema che intreccia criminalità economica e sfruttamento umano, rendendo il fenomeno ancora più complesso da affrontare. Anche le modalità operative si evolvono rapidamente. Le truffe via email, i falsi investimenti e le frodi legate alle criptovalute restano tra le più diffuse, ma sempre più spesso vengono combinate tra loro. Le relazioni sentimentali costruite online diventano uno strumento per guadagnare fiducia e spingere le vittime a trasferire denaro. Quando questo non basta, subentra il ricatto, spesso basato su immagini manipolate o generate artificialmente.
Il fenomeno è ormai trasversale. Il 77% dei leader aziendali globali segnala un aumento delle frodi, mentre il 73% dichiara di esserne stato colpito direttamente o indirettamente. Non si tratta più di casi isolati, ma di una minaccia che coinvolge imprese, professionisti e cittadini. E poi c’è il costo invisibile, quello umano. Le vittime spesso non denunciano per vergogna o senso di colpa. Subiscono isolamento, perdita di fiducia, danni psicologici che possono durare nel tempo. È una dimensione che raramente emerge nei numeri, ma che rappresenta una delle conseguenze più profonde del fenomeno. Le prospettive, secondo INTERPOL, sono chiare: il rischio è elevato e destinato a crescere nei prossimi anni. Le tecnologie sono sempre più accessibili, i modelli criminali facilmente replicabili e la capacità di adattamento delle organizzazioni illegali supera spesso quella delle istituzioni. Quello che si sta delineando è un nuovo scenario: una vera e propria economia parallela, invisibile ma potentissima, che sfrutta le stesse innovazioni del mondo legale e si muove con una velocità difficilmente contrastabile. La frode finanziaria non è più soltanto un reato economico. È diventata una piattaforma globale del crimine.
La guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran segna una nuova escalation con l’uccisione di Ali Larijani, figura chiave dell’apparato di sicurezza della Repubblica islamica. Secondo quanto annunciato dall’esercito israeliano e dal ministro della Difesa Israel Katz, Larijani - segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale e destinatario di una taglia americana da 10 milioni di dollari - è stato eliminato in un attacco aereo nella notte tra lunedì e martedì.
L’operazione, riferisce l’emittente israeliana Channel 12, sarebbe stata inizialmente programmata per la notte precedente e poi rinviata all’ultimo momento. La decisione di colpire è arrivata dopo aver individuato Larijani in uno degli appartamenti utilizzati come rifugio, dove si trovava insieme al figlio anche lui ucciso. Il raid nel quale sono stati lanciati 20 missili conferma come non esistano più luoghi sicuri per i vertici del regime.
Le Forze di Difesa israeliane hanno definito Larijani una delle figure più influenti e longeve del sistema di potere iraniano, sottolineandone il legame diretto con la Guida Suprema. Dopo aver guidato personalmente la repressione di gennaio contro i manifestanti iraniani, Larijani aveva consolidato il proprio peso all’interno del regime. Alla morte di Ali Khamenei, avvenuta il 28 febbraio nelle prime fasi del conflitto, era così diventato il perno del sistema, coordinando le attività politico-militari e le operazioni internazionali. La sua eliminazione si inserisce in una più ampia offensiva che, secondo fonti vicine all’opposizione come Iran International, avrebbe causato nella stessa notte la morte di circa 300 membri della milizia Basij. Tra le vittime figurano anche il comandante Gholamreza Soleimani, il suo vice Seyyed Karishi e altri quadri apicali, colpiti mentre si trovavano in un campo temporaneo allestito nei pressi di Teheran dopo la distruzione di diverse basi nelle settimane precedenti. Soleimani era il comandante delle forze Basij, una milizia di volontari composta da 700.000 persone che opera in difesa della Repubblica islamica. L’aeronautica militare israeliana ha nuovamente colpito nel pomeriggio i membri della milizia e i suoi checkpoint a Teheran e in altre località, come mostrano i video dell’Idf.
I raid notturni hanno inoltre preso di mira infrastrutture logistiche e centri di comando, inclusi siti con centinaia di veicoli militari. Secondo le stime dell’Idf, dall’inizio delle operazioni sarebbero stati uccisi tra i 4.000 e i 5.000 tra soldati e comandanti iraniani, infliggendo un duro colpo alla catena di comando della Repubblica islamica. Teheran non ha confermato né smentito la morte di Larijani, limitandosi a diffondere sui social una dichiarazione manoscritta attribuita allo stesso dirigente, risalente a giorni precedenti e priva di riferimenti agli eventi. Nel messaggio, Larijani minacciava gli Stati Uniti e rivendicava la capacità di risposta del regime, parlando di «propaganda nemica» e promettendo vendetta per il sangue versato. L’uccisione di Larijani si aggiunge a una lunga lista di perdite eccellenti che hanno colpito la leadership iraniana nelle ultime settimane, tra cui lo stesso Khamenei, il comandante delle Guardie Rivoluzionarie Mohammad Pakpour e il consigliere per la sicurezza Ali Shamkhani. Resta invece avvolta nell’incertezza la sorte di Mojtaba Khamenei, indicato come nuova Guida Suprema ma mai apparso pubblicamente dal 28 febbraio. Nel frattempo, il regime ha fatto sapere che Mojtaba avrebbe respinto proposte di de-escalation e di cessate il fuoco avanzate da mediatori internazionali, segnalando la volontà di proseguire il confronto militare. L’esercito israeliano ha confermato di aver colpito anche Akram al-Ajouri, leader della Jihad islamica palestinese. Secondo fonti militari, la campagna congiunta israelo-americana starebbe procedendo più rapidamente del previsto, con un’intensificazione degli attacchi contro l’industria della difesa iraniana e gli arsenali missilistici. Tuttavia, le operazioni sono destinate a proseguire per almeno altre tre settimane: «Abbiamo migliaia di obiettivi da colpire», ha dichiarato alla Cnn il portavoce dell’Idf, il generale Effie Defrin. Sul piano politico, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha definito l’eliminazione di Larijani «un’opportunità per il popolo iraniano di riprendere il controllo del proprio destino», sostenendo che l’offensiva mira anche a destabilizzare il sistema di potere della Repubblica islamica.
In questo scenario di crescente vuoto ai vertici, il controllo del Paese sembra sempre più nelle mani dei Pasdaran. Tra le figure emergenti spicca Mohsen Rezaei, ex comandante delle Guardie Rivoluzionarie e oggi consigliere militare della Guida Suprema, indicato da diverse fonti come l’uomo che starebbe gestendo la transizione e coordinando la risposta strategica dell’Iran. Teheran ha risposto con il lancio di un numero limitato di missili, facendo scattare le sirene d’allarme nel centro e nel nord di Israele e in Cisgiordania, senza causare vittime mentre droni iraniani hanno colpito l’ambasciata statunitense a Baghdad.
In serata, però, lo scenario è mutato con un attacco su larga scala da parte di Hezbollah nel nord e nel centro di Israele, già anticipato dalle Idf che nelle ore precedenti avevano rilevato un’intensificazione dei preparativi dell’organizzazione per colpire il territorio israeliano. In precedenza il segretario generale di Hezbollah, Naim Qassem, aveva rivendicato la decisione di riprendere le ostilità contro Israele, sottolineando come ciò avvenga «dopo quindici mesi in cui abbiamo lasciato spazio alla diplomazia con pazienza e perseveranza». Dopo le sue dichiarazioni alle Idf è stato ordinato di eliminare immediatamente qualsiasi alto esponente iraniano o di Hezbollah, senza attendere l’approvazione della leadership politica.




