Trump abbassa i toni su Netanyahu: «Ho iniziato io la guerra». Ma poi corteggia Khamenei
Nelle ultime ore la guerra tra Iran e Stati Uniti ha registrato una nuova escalation, tra missili balistici, droni, operazioni navali e accuse reciproche. La tensione è esplosa nella notte tra martedì e mercoledì con una serie di forti esplosioni che ha colpito l’isola iraniana di Qeshm, punto strategico dello Stretto di Hormuz.
Secondo i media della Repubblica islamica, le detonazioni sarebbero state causate da un’operazione militare americana contro infrastrutture presenti sull’isola. L’allarme si è rapidamente esteso ai Paesi del Golfo. Nel Bahrein sono risuonate le sirene d’allarme mentre le batterie antiaeree intercettavano i vettori diretti verso il Paese. In Kuwait si registra un morto e numerosi feriti. A rivendicare gli attacchi è stato il Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica. I pasdaran hanno confermato il lancio di missili e droni contro obiettivi militari regionali, sostenendo di aver reagito a una precedente aggressione americana contro Qeshm. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha spiegato che le sue forze sono intervenute per autodifesa dopo aver individuato preparativi offensivi iraniani contro interessi statunitensi e alleati della regione. Secondo la versione americana, nessuno dei missili lanciati da Teheran avrebbe raggiunto il bersaglio e diversi droni diretti contro il traffico commerciale nel Golfo sarebbero stati intercettati.
Ibrahim Rezaei, portavoce della Commissione per la Sicurezza nazionale del Parlamento iraniano, ha scritto sui social che «gli americani hanno dimostrato di capire meglio il linguaggio dei missili che quello dei diplomatici». Teheran ha inoltre accusato Kuwait e Bahrein di aver facilitato le operazioni statunitensi consentendo l’utilizzo delle proprie basi militari. Il ministero degli Esteri iraniano ha parlato di una «responsabilità diretta e chiara» dei due Paesi negli attacchi contro la Repubblica islamica. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha dichiarato che le forze armate di Teheran stanno conducendo «azioni difensive» contro siti utilizzati dagli Stati Uniti per operazioni che, secondo l’Iran, minacciano il traffico marittimo civile e violano il cessate il fuoco. Sul fronte diplomatico, il segretario di Stato americano Marco Rubio ha rivelato alcuni segnali di apertura da parte dell’Iran sul dossier nucleare. «Hanno accettato di negoziare aspetti del loro programma nucleare che un mese fa, un anno fa, si rifiutavano persino di menzionare», ha dichiarato davanti alla commissione Esteri della Camera, precisando però che ciò non garantisce il successo dei colloqui. Rubio ha inoltre affermato che Mojtaba Khamenei (che Donald Trump vorrebbe incontrare), «è vivo e sempre più attivo», sottolineando che tutte le comunicazioni tra Washington e la leadership iraniana «sono avvenute in forma scritta e tramite intermediari». Rubio ha inoltre sostenuto che «l’operazione militare americana contro l’Iran si è conclusa» e che eventuali future azioni degli Stati Uniti avranno «carattere puramente difensivo», con l’obiettivo di proteggere il traffico marittimo civile nello Stretto di Hormuz. Nel frattempo continua a far discutere il rapporto tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Il presidente americano ha confermato di aver definito il premier israeliano «fottutamente pazzo» durante una telefonata dedicata agli sviluppi della crisi regionale. Trump ha inoltre respinto le accuse di chi sostiene che sarebbe stato trascinato da Netanyahu nello scontro con Teheran. Intervistato dal New York Post, ha dichiarato: «Mi ha ingannato? Sono stato io a cominciare. Ho iniziato perché non possiamo permettere che l’Iran si doti di un’arma nucleare». Il presidente ha poi aggiunto: «Questo riguarda Israele, perché probabilmente sarebbero stati i primi a essere colpiti. Sapete cosa? Se non ci fossi stato io, Israele non esisterebbe adesso». Trump ha ribadito la solidità dell’alleanza con Israele: «Mi piace molto Bibi. Lavoro molto bene con lui. Io sono un presidente in tempo di guerra e lui è un primo ministro in tempo di guerra». Netanyahu ha cercato di smorzare le polemiche. «A volte, come nelle migliori famiglie, abbiamo divergenze tattiche. Troviamo sempre il modo di risolverle», ha dichiarato alla Cnbc. Il premier israeliano ha ribadito la convergenza strategica tra Gerusalemme e Washington: «Siamo d’accordo sulle questioni principali», aggiungendo che «Israele è pronto e anche le forze statunitensi sono pronte» qualora la situazione dovesse precipitare nuovamente. Netanyahu ha attaccato alcuni leader europei, in particolare il presidente francese Emmanuel Macron. «Il modo in cui i leader europei assecondano le minoranze islamiche radicali nei propri Paesi è vergognoso», ha affermato. «Sanno che stiamo proteggendo anche loro, ma non hanno il fegato di alzarsi in piedi e schierarsi dalla parte giusta, quella che salverà la nostra civiltà contro questi barbari».
Nel frattempo l’Ue valuta un ruolo più attivo nello Stretto di Hormuz. L’Alto rappresentante Kaja Kallas propone di affidare all’operazione Aspides un ruolo centrale nelle attività di sminamento come contributo europeo agli sforzi della coalizione franco-britannica. La proposta sarà esaminata dai ministri della Difesa dell’Ue nel prossimo incontro informale a Cipro.
Londra si prepara a un mondo più ostile: Russia, Cina e terrorismo tra le nuove minacce
Il Regno Unito si sta preparando a un cambiamento profondo del contesto internazionale. È questa la conclusione principale contenuta nel rapporto della Commissione mista per la Strategia di Sicurezza Nazionale del Parlamento britannico, che analizza la National Security Strategy 2025 e avverte che il Paese si trova di fronte a un'epoca caratterizzata da «radicale incertezza». Secondo il documento, i tradizionali presupposti che hanno garantito la sicurezza britannica negli ultimi decenni sono ormai in discussione. La crescente competizione tra grandi potenze, l'aumento delle guerre ibride, l'impiego di tecnologie emergenti come l'intelligenza artificiale e il progressivo deterioramento delle relazioni internazionali stanno creando un ambiente strategico molto più pericoloso rispetto al passato. La commissione parlamentare riconosce che il governo ha individuato correttamente le minacce principali, ma sottolinea l'esistenza di un divario significativo tra le ambizioni dichiarate e i meccanismi concreti necessari per realizzarle. In particolare, i parlamentari lamentano l'assenza di un piano dettagliato per sviluppare le cosiddette «capacità sovrane» e denunciano una scarsa chiarezza sulle responsabilità dei diversi ministeri chiamati ad attuare la strategia.
La National Security Strategy si fonda su tre pilastri
Il primo riguarda la sicurezza interna, il secondo il rafforzamento della posizione internazionale del Regno Unito e il terzo lo sviluppo di capacità industriali, tecnologiche e militari autonome. L'obiettivo dichiarato è ridurre le vulnerabilità britanniche in un contesto globale sempre più instabile e competitivo. Tra le minacce individuate emerge con forza la Russia. Mosca viene descritta come la principale fonte di rischio per la sicurezza britannica, non solo per la guerra in Ucraina ma anche per le attività di sabotaggio, interferenza e aggressione ibrida che stanno colpendo numerosi Paesi europei. Il rapporto invita il governo a mantenere alta la pressione sulla Federazione Russa e a continuare a imporre costi economici e politici crescenti finché proseguiranno le operazioni militari contro Kiev e le attività ostili nei confronti dell'Occidente. Grande attenzione viene dedicata anche alla Cina. Pur riconoscendo l'importanza dei rapporti economici con Pechino, la commissione afferma che il governo dovrebbe essere molto più trasparente nel valutare i rischi per la sicurezza nazionale derivanti dalle relazioni con il gigante asiatico. I parlamentari arrivano a chiedere che ogni nuovo accordo economico con la Cina sia accompagnato da una valutazione pubblica dell'impatto sulla sicurezza nazionale britannica. Un altro elemento di preoccupazione riguarda la crescente dipendenza da fornitori esteri per materie prime strategiche, tecnologie avanzate e componenti essenziali per la difesa. Secondo il rapporto, Londra dovrà ridurre progressivamente la propria esposizione sia nei confronti della Cina per quanto riguarda i minerali critici sia nei confronti degli Stati Uniti per alcuni aspetti della sicurezza e della condivisione delle informazioni di intelligence.
Il terrorismo resta una minaccia
Accanto alle minacce rappresentate dagli Stati ostili, il documento dedica attenzione anche al terrorismo, che continua a essere considerato un rischio concreto per la sicurezza nazionale britannica. Tuttavia, rispetto al passato, il fenomeno viene interpretato in modo diverso. Non sono più soltanto le organizzazioni strutturate come Al-Qaeda o lo Stato Islamico a preoccupare Londra, ma soprattutto gli individui radicalizzati online, spesso privi di collegamenti diretti con gruppi terroristici ma capaci di passare rapidamente all'azione. La strategia mette in guardia contro soggetti «ossessionati dalla violenza», influenzati da contenuti estremisti diffusi attraverso social network, piattaforme criptate e forum digitali. Secondo la commissione, il terrorismo moderno non può più essere analizzato separatamente dalle altre minacce. Criminalità organizzata, cybercrime, propaganda online e interferenze ostili da parte di Stati stranieri tendono sempre più a sovrapporsi. L'intelligenza artificiale e le tecnologie emergenti potrebbero inoltre amplificare le capacità di reclutamento, radicalizzazione e diffusione della propaganda estremista, rendendo più complesso il lavoro delle agenzie di sicurezza.
Per questo motivo il rapporto sostiene che la risposta al terrorismo non debba limitarsi all'azione delle forze dell'ordine e dei servizi di intelligence. La prevenzione deve coinvolgere l'intera società, dalle scuole alle università, dagli enti locali alle aziende che gestiscono infrastrutture strategiche. Il concetto di resilienza nazionale diventa così centrale nella nuova visione britannica della sicurezza. Un altro timore riguarda la possibilità che gruppi terroristici o estremisti prendano di mira le infrastrutture nazionali critiche. Sistemi energetici, reti digitali, trasporti, ospedali e cavi sottomarini vengono considerati obiettivi vulnerabili che potrebbero essere colpiti sia con attacchi fisici sia attraverso operazioni informatiche. La crescente digitalizzazione della società rende infatti possibile una combinazione di attacchi tradizionali e cyberattacchi con effetti potenzialmente devastanti.
I timori per l’indebolimento della Nato
La commissione invita inoltre il governo a prepararsi a uno scenario fino a pochi anni fa considerato impensabile: una crisi internazionale nella quale l'Europa non possa più contare pienamente sul sostegno militare statunitense. Per questo motivo viene chiesto di rafforzare la leadership europea all'interno della NATO e di sviluppare nuove forme di cooperazione strategica con gli alleati del continente. Sul fronte interno, una delle priorità è rappresentata dalla protezione delle infrastrutture nazionali critiche. Oleodotti, reti energetiche, sistemi di comunicazione, trasporti, infrastrutture digitali e cavi sottomarini sono considerati bersagli privilegiati delle moderne operazioni ibride. I parlamentari chiedono quindi maggiori investimenti nella resilienza e nella sicurezza informatica, oltre a una migliore preparazione della popolazione civile in caso di crisi. Particolarmente interessante è il riferimento alla necessità di sviluppare un approccio che coinvolga «l'intera società». Secondo la commissione, la sicurezza nazionale non può più essere considerata esclusivamente una questione militare o governativa. Aziende private, amministrazioni locali, infrastrutture strategiche e cittadini dovranno essere maggiormente coinvolti nella preparazione alle emergenze e nella costruzione della resilienza nazionale.Il rapporto dedica inoltre ampio spazio al tema del soft power. I parlamentari esprimono preoccupazione per la riduzione degli stanziamenti destinati agli aiuti internazionali e avvertono che il ridimensionamento degli strumenti di influenza britannica potrebbe creare un vuoto destinato a essere colmato da Russia e Cina, soprattutto in Africa e nel cosiddetto Sud globale. Organizzazioni come il BBC World Service e il British Council vengono considerate asset strategici per la sicurezza nazionale al pari di molte capacità militari tradizionali. Tra le novità più rilevanti figura l'impegno assunto dal governo britannico nell'ambito degli accordi NATO a destinare entro il 2035 il 5% del PIL complessivo alla difesa e alla sicurezza. Di questa cifra, l'1,5% dovrebbe essere destinato specificamente alla sicurezza e alla resilienza nazionale. Tuttavia, la commissione osserva che non è ancora chiaro quali progetti e quali capacità verranno concretamente finanziati attraverso questo nuovo obiettivo di spesa. Nel complesso, il documento parlamentare fotografa un Regno Unito che percepisce il proprio ambiente strategico come sempre più ostile e imprevedibile. Russia, Cina, terrorismo, guerre ibride, cybersicurezza, protezione delle infrastrutture critiche e riduzione delle dipendenze strategiche rappresentano le priorità di una strategia che punta a preparare il Paese a un mondo nel quale la sicurezza non può più essere data per scontata. La sfida, secondo la commissione, sarà trasformare queste ambizioni in politiche concrete, dotate di risorse adeguate, responsabilità chiare e una visione di lungo periodo capace di affrontare le minacce del prossimo decennio.
- Il tycoon furioso con l’alleato: «Colpa tua se adesso tutti quanti odiano Israele». Marco Rubio positivo sui negoziati per il nucleare, da cui dipende lo sblocco dei fondi.
- Fox diffonde voci sulle dimissioni del presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Che lamenta l’ascesa dei pasdaran.
Lo speciale contiene due articoli
Scricchiola seriamente l’asse tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Secondo Axios, lunedì, durante una telefonata, i due leader avrebbero avuto un litigio furibondo. «Sei completamente pazzo. Saresti in prigione se non fosse per me. Ti sto salvando il culo. Ora tutti ti odiano. Tutti odiano Israele per questo motivo», avrebbe detto il presidente americano al premier israeliano. Descritto letteralmente come «furioso», Trump, oltre ad accusare l’interlocutore di ingratitudine, gli avrebbe anche chiesto: «Che cazzo stai facendo?» In particolare, l’inquilino della Casa Bianca era irritato dagli attacchi militari dello Stato ebraico contro il Libano: attacchi che hanno messo a repentaglio il processo diplomatico in corso tra Washington e Teheran. Non dimentichiamo infatti che, per l’Iran, un eventuale accordo con gli Stati Uniti dovrebbe includere anche la cessazione delle ostilità tra Israele ed Hezbollah. Del resto, è stato a seguito dei nuovi raid di Gerusalemme su Beirut che, lunedì, la Repubblica islamica aveva reso noto di voler interrompere le trattative con gli americani. Ieri, un membro dello staff di Netanyahu, pur negando che fossero volati degli insulti, ha ammesso che la telefonata tra il premier e l’inquilino della Casa Bianca sarebbe stata «tesa».
Come che sia, alla fine del colloquio, Trump sembrava essere riuscito a imporre un cessate il fuoco per Beirut. «Non ci saranno truppe dirette a Beirut e tutte le truppe che erano in viaggio sono già state rimandate indietro. Allo stesso modo, tramite rappresentanti di alto livello, ho avuto un’ottima conversazione con Hezbollah, e hanno concordato che tutti gli scontri a fuoco cesseranno», ha dichiarato su Truth lunedì. «Ho parlato questa sera con il presidente Trump e gli ho detto che, se Hezbollah non smetterà di sparare contro le nostre città e i nostri cittadini, Israele colpirà obiettivi terroristici a Beirut», ha affermato, nelle stesse ore, il premier israeliano. «Questa nostra posizione rimane invariata. Allo stesso tempo, le Forze di difesa israeliane continueranno a operare come previsto nel Libano meridionale», ha continuato. «Non accetteremo un cessate il fuoco parziale», ha invece dichiarato Hezbollah.
In questo contesto, ieri lo Stato ebraico ha proseguito le operazioni belliche nel Sud del Libano, mentre il Dipartimento di Stato americano ha ospitato a Washington un nuovo ciclo di colloqui tra funzionari di Beirut e Gerusalemme. Al contempo, riferendosi agli attacchi israeliani contro il Paese dei Cedri, il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Baqer Qalibaf, ha dichiarato che «se i crimini israeliani dovessero continuare, Teheran non solo sospenderà i colloqui in corso con gli Stati Uniti, ma si opporrà anche al regime israeliano». Dal canto suo, lunedì, parlando con Abc News, Trump ha espresso un cauto ottimismo diplomatico, dicendo che un accordo tra Washington e Teheran potrebbe essere raggiunto «entro la prossima settimana». Ieri, Marco Rubio, oltre a definire le operazioni militari contro la Repubblica islamica «un grande successo», ha affermato che gli ayatollah potrebbero accettare di trattare su «aspetti del loro programma nucleare che solo un mese fa, solo un anno fa, si rifiutavano persino di menzionare». Il segretario di Stato americano ha inoltre sottolineato che la revoca delle sanzioni sarà subordinata a dei progressi sul dossier atomico più che alla sola riapertura di Hormuz. Rubio ha anche riferito che la Guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, sarebbe sempre più coinvolta «a qualche livello» nei negoziati: negoziati che, sempre ieri, il presidente statunitense ha smentito si siano interrotti.
In generale, la partita tra Trump e Netanyahu sta diventando sempre più tesa. Quando hanno iniziato la guerra all’Iran a fine febbraio, i due leader avevano vari obiettivi in comune: impedire al regime khomeinista di acquisire l’arma atomica, limitare il suo programma missilistico e cercare di indebolire la sua rete di proxy regionali. Al contempo però i due leader hanno mostrato di avere obiettivi geostrategici divergenti. Netanyahu vorrebbe un regime change in piena regola a Teheran oppure promuovere un Iran significativamente decentralizzato (o anche spezzettato, vista la sua apertura al coinvolgimento curdo). Non a caso, appena l’altro ieri, è tornato a dire che il regime khomeinista «è destinato a crollare».
Trump è invece favorevole a una soluzione venezuelana: dopo aver decapitato il regime khomeinista, punta, cioè, a scegliersi come interlocutore un pezzo del vecchio sistema di potere, non prima di averlo adeguatamente addomesticato. Il presidente americano vuole infatti stabilizzare la situazione, evitando il pantano e creando le basi per una cooperazione con Teheran sul fronte petrolifero. Una prospettiva, quella della Casa Bianca, a cui Netanyahu guarda con estrema freddezza. Non è del resto un mistero che il premier israeliano abbia mal sopportato sia il cessate il fuoco sia i recenti negoziati tra Usa e Iran, sentendosi marginalizzato e considerandoli un pericolo strategico per lo Stato ebraico. Senza poi trascurare le pressioni interne che Netanyahu subisce per sradicare Hezbollah: pressioni che stanno aumentando in vista delle elezioni di ottobre per la Knesset. Sono questi i nodi venuti al pettine durante la telefonata tra Trump e il premier israeliano l’altro ieri.
Pezeshkian il dialogante è all’angolo. Teheran verso una «junta» militare?
I delicati contatti tra Iran e Stati Uniti sembrerebbero essere entrati in una fase di stallo che rischia di aggravare ulteriormente una situazione già estremamente fragile per la Repubblica Islamica. Secondo fonti vicine alla leadership di Teheran, lo scambio di messaggi tra i due Paesi sarebbe stato sospeso da diversi giorni, interrompendo un percorso diplomatico che aveva come obiettivo la definizione di un memorandum preliminare destinato a gettare le basi per un accordo più ampio. La notizia è stata riportata dall’agenzia iraniana Fars, considerata vicina ai Guardiani della rivoluzione. Una fonte informata ha spiegato che il dialogo si sarebbe fermato dopo la proposta avanzata da Washington sull’arricchimento dell’uranio. Teheran non avrebbe ancora fornito una risposta definitiva e starebbe valutando con cautela il testo presentato dagli Stati Uniti.
Secondo la stessa fonte, la leadership iraniana continua a nutrire una profonda diffidenza nei confronti di Washington, ritenuta responsabile di aver violato in passato gli impegni assunti. Per questo motivo, il regime sostiene di voler ottenere garanzie concrete e benefici tangibili prima di compiere qualsiasi passo. Mentre la diplomazia rallenta, sul piano militare il clima continua a deteriorarsi. Un alto funzionario iraniano ha dichiarato che il Paese non intende rinunciare al proprio programma nucleare e che qualsiasi tentativo di imporre condizioni considerate inaccettabili verrà respinto. Nelle stesse ore, il generale Mohammad Jafar Asadi, vice comandante delle Guardie rivoluzionarie, ha ribadito che un eventuale confronto armato con gli Stati Uniti sarebbe inevitabile qualora Washington cercasse di costringere Teheran a rinunciare alle proprie capacità strategiche. Toni ancora più duri sono arrivati dal portavoce delle Guardie rivoluzionarie, il generale Hossein Salami. Secondo il comandante «l’Iran è pronto a reagire a qualsiasi scenario di guerra».
Dietro la retorica bellica, tuttavia, emergono segnali sempre più evidenti di rottura all’interno del sistema di potere iraniano. Nelle ultime ore il presidente Masoud Pezeshkian avrebbe presentato una lettera al leader supremo Mojtaba Khamenei denunciando l’impossibilità di esercitare pienamente le proprie funzioni. Nella missiva, il presidente avrebbe evidenziato come il progressivo trasferimento del potere verso i Guardiani della rivoluzione stia svuotando di significato il ruolo delle istituzioni civili. Pezeshkian, secondo Fox, avrebbe inoltre affermato di non essere più in grado di governare efficacemente il Paese e di adempiere alle responsabilità affidategli dagli elettori, arrivando a dimettersi.
Da tempo gli osservatori segnalano come i pasdaran abbiano esteso il loro controllo ben oltre la sfera militare, assumendo un ruolo dominante nell’economia, nella politica estera e negli apparati di sicurezza della Repubblica Islamica. Il rischio concreto è che questa guerra possa far sprofondare l’Iran in una sorta di «giunta militare» senza alcuno spazio per chi, come Pezeshkian, prova a dialogare. Per il regime guidato dai pasdaran si profila però uno scenario particolarmente pericoloso. Da una parte, la possibilità di un confronto militare con Israele o con gli Stati Uniti; dall’altra, il rischio di un progressivo deterioramento della situazione interna. Se la crisi diplomatica dovesse trasformarsi in una rottura definitiva, l’Iran potrebbe sprofondare in un incubo persino peggiore di quello attuale: isolamento internazionale, paralisi economica e una crescente frattura tra il potere militare e una popolazione sempre più esasperata dalle difficoltà quotidiane. Di questo è convinto il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, che su X ha scritto: «Le fondamenta del regime del terrore in Iran sono state minate. Non sarà mai più quello di prima e vi dico che, alla fine, crollerà».





