True
2026-01-12
Agenda Isis 2026
Nel dicembre 2025 le autorità tedesche hanno sventato a Berlino un attentato riconducibile allo Stato Islamico. L’operazione, coordinata dall’antiterrorismo federale con il supporto dell’intelligence, ha portato ad arresti e perquisizioni in diversi quartieri della capitale, interrompendo un piano che, secondo le valutazioni degli investigatori, si trovava già in una fase avanzata di preparazione. L’obiettivo erano luoghi civili affollati durante il periodo delle festività. A risultare decisivi sono stati il monitoraggio dei canali jihadisti online e la cooperazione internazionale, che hanno consentito di intervenire prima dell’avvio della fase operativa. Le indagini restano aperte per chiarire l’eventuale esistenza di reti di supporto e collegamenti transnazionali.
L’episodio ha riacceso una domanda ricorrente nei media occidentali: siamo di fronte all’inizio di una nuova ondata di attentati globali? La risposta, allo stato attuale, è incerta. Più che il segnale di una rinascita, gli attacchi e i complotti sventati riflettono una realtà consolidata: lo Stato Islamico non è stato sconfitto e continua a rappresentare una delle principali sfide per l’antiterrorismo internazionale. I progressi compiuti dagli Stati Uniti e dai partner della Coalizione globale contro lo Stato Islamico hanno ridotto drasticamente la capacità del gruppo di operare come durante la stagione del cosiddetto Califfato nel Levante che dal 2023 sarebbe guidato dall’iracheno Abu Hafs al-Hashimi al-Qurashi del quale si sa pochissimo e del quale non ci sono fotografie.
Oggi l’organizzazione non controlla più territori estesi né è in grado di mantenere un ritmo operativo paragonabile a quello di allora. Tuttavia, nella sua forma attuale, più frammentata e decentralizzata, l’Isis conserva un’elevata pericolosità. Le sue province, i suoi affiliati e i gruppi in franchising continuano a dimostrare resilienza, capacità militare e adattabilità. Anche sigle considerate indebolite, come lo Stato Islamico dell’Asia orientale, sono tornate sotto i riflettori dopo i recenti casi di militanti australiani (non in contatto con il comando centrale dell’organizzazione), transitati nelle Filippine prima dell’attacco di Bondi Beach.
In Africa il quadro resta particolarmente instabile. Nel Sahel la Provincia del Sahel dello Stato Islamico è ancora attiva, impegnata in un conflitto diretto con la branca regionale di al-Qaeda, Jamaat Nusrat ul-Islam wa al-Muslimin. Più a est, nel bacino del Lago Ciad, l’Iswap continua a produrre grandi volumi di propaganda e ha intensificato il reclutamento. Gli analisti temono che, guardando al 2026, il Sahel possa diventare uno dei principali snodi del jihadismo globale, con la possibilità che alcune risorse vengano riallocate verso operazioni esterne. L’Iswap, in particolare, ha sviluppato competenze nell’uso di droni, inserendosi in una tendenza più ampia che vede attori non statali violenti adottare tecnologie emergenti per rafforzare le proprie tattiche. Nella Repubblica Democratica del Congo, la Provincia dell’Africa Centrale dello Stato Islamico ha alimentato un’escalation di violenza attraverso una campagna settaria contro le comunità cristiane. In Mozambico, invece, il gruppo alterna fasi di indebolimento a momenti di rilancio, ma mantiene la capacità di condurre un’insurrezione a bassa intensità. A rendere il quadro ancora più complesso è la capacità dell’organizzazione di sfruttare crisi locali, vuoti di potere e conflitti a bassa intensità per rigenerarsi. Ogni instabilità – dai colpi di Stato nel Sahel alle tensioni etniche in Africa centrale, fino alle fragilità istituzionali in Asia meridionale – diventa un moltiplicatore di opportunità per riattivare reti, addestrare nuovi quadri e testare tattiche operative.
Un ruolo sempre più rilevante è assunto dallo Stato Islamico della Somalia che sta emergendo come una delle più influenti e finanziariamente solide dell’intera galassia jihadista. La sua espansione ha implicazioni dirette per la sicurezza non solo africana, ma anche per l’Asia meridionale, l’Europa e il Nord America. Washington ha riconosciuto la minaccia, conducendo quest’anno oltre cento attacchi contro Is Somalia e al-Shabaab, il dato più alto dal 2007. Da piccola filiale, l’Is-S si è trasformato in un vero centro di comando regionale, con l’ufficio Al-Karrar a coordinare le attività in Africa orientale, centrale e meridionale. Il leader Abdulqadir Mumin ha consolidato la propria influenza all’interno della leadership globale del gruppo, supervisionando più province e rafforzando il reclutamento di combattenti stranieri nel Puntland, sostenuto da una propaganda multilingue sempre più sofisticata.
Resta però l’Isis-Khorasan (Iskp) la filiale più temuta. A due anni di distanza dalle operazioni esterne contro Iran, Turchia e Russia, il gruppo continua ad essere una minaccia concreta. Un recente rapporto delle Nazioni Unite sull’Afghanistan lo descrive come resiliente e capace di colpire sia a livello interno sia internazionale, evidenziando l’aumento della propaganda, del reclutamento e della capacità di infiltrazione. L’operazione che ha portato alla cattura di Mehmet Gören, figura di primo piano dell’Iskp, da parte dei servizi segreti turchi della Milli Istihbarat Teşkilati (Mit) lungo la frontiera tra Afghanistan e Pakistan, alla fine di dicembre 2025, ha nuovamente riacceso il dibattito sulle accuse ricorrenti rivolte a Islamabad di garantire protezione e margini operativi a reti terroristiche attive nell’Asia meridionale e in quella centrale. L’arresto si inserisce in un contesto segnato anche dalla diffusione di un dossier riservato indiano, nel quale si parla di un’intesa occulta e in progressivo rafforzamento tra l’Iskp e il gruppo armato pakistano Lashkar-e-Taiba (LeT). Stando a quanto riportato nel documento, questa cooperazione sarebbe stata favorita e alimentata dai servizi di intelligence militare del Pakistan, l’Inter-Services Intelligence (Iisi). L’Isis-K è inoltre in prima linea nella sperimentazione dell’intelligenza artificiale per amplificare l’impatto delle sue campagne mediatiche, dimostrando una capacità di adattamento tecnologico che preoccupa sempre più gli apparati di sicurezza occidentali. Nonostante una presenza territoriale limitata in alcune aree, lo Stato Islamico continua infatti a puntare sulla propaganda digitale per ispirare attacchi da parte di estremisti autoctoni. Un anno fa, negli Stati Uniti, un simpatizzante dell’Isis ha colpito a New Orleans utilizzando una combinazione di strumenti ad alta e bassa tecnologia, compresi dispositivi indossabili per la ricognizione preventiva. È una tendenza destinata a consolidarsi e a complicare il lavoro delle forze dell’ordine, chiamate a fronteggiare minacce sempre più ibride e difficili da intercettare.
Il rinnovato focus sulla minaccia jihadista arriva in una fase in cui l’antiterrorismo è stato in parte ridimensionato a favore di altre priorità strategiche, come la guerra in Ucraina, quella in Medio Oriente e l’attenzione dell’amministrazione Trump sull’emisfero occidentale e sul Venezuela, dove le bande criminali transnazionali sono state riclassificate come organizzazioni terroristiche.
«Il gruppo ora punta a scalzare i talebani e conquistare Kabul»
Anna Mahjar-Barducci è direttrice di progetto del Middle East Media Research Institute (Memri).
Che cos’è lo Stato Islamico del Khorasan (Iskp?) Risponde al Comando centrale dell’Isis o gode di autonomia e in quale area opera?
«Lo Stato Islamico della Provincia del Khorasan (Iskp), noto anche come Isis-K, è emerso formalmente nel 2015 nell’Afghanistan orientale, quando combattenti fuoriusciti da gruppi militanti locali, tra cui fazioni dei talebani pakistani, giurarono fedeltà alla leadership dell’Isis allora attivo in Iraq e Siria. Il nome “Khorasan” si riferisce a una vasta regione storica che comprende parti degli attuali Iran, Afghanistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Tagikistan e Pakistan. Per quanto riguarda i rapporti di comando, Iskp si riconosce ideologicamente nello Stato Islamico centrale. Tuttavia, sul piano operativo gode di un’ampia autonomia: pianifica e conduce le proprie attività in modo indipendente, adattandole al contesto locale dell’Afghanistan e del Pakistan, senza ricevere ordini tattici diretti e continui dal comando centrale dell’Isis».
Su quanti uomini può contare? Al vertice c’è ancora Sanaullah Ghafari - Shahab al-Muhajir (foto a pagina 10, ndr)?
«Secondo un rapporto delle Nazioni Unite, l’Iskp può contare attualmente su 2.000 uomini. Il rapporto ha descritto un’attività di reclutamento che coinvolge centinaia di giovani volontari - per lo più provenienti da Tagikistan e Uzbekistan - reclutati in gran parte online. Sanaullah Ghafari continua a guidare l’Iskp».
I talebani sostengono di avere il controllo dell’Afghanistan, tuttavia l’Iskp colpisce quasi ogni giorno in tutte le province afghane. È azzardato pensare che il regime dei talebani sostenuti da al-Qaeda e dalla rete Haqqani crolli?
«Non è semplice dirlo. Tuttavia, il recente arresto, avvenuto tra Afghanistan e Pakistan, di Mehmet Gören, figura di primo piano dell’Iskp, da parte dell’intelligence turca, ha riacceso le accuse secondo cui il Pakistan avrebbe, nel corso degli anni, offerto rifugio a gruppi terroristici. Dopo l’arresto, il portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid ha affermato che Kabul sta da tempo monitorando le attività dell’Iskp in Pakistan. Mujahid ha avvertito che non dovrebbero esistere territori in cui l’Iskp possa pianificare attacchi contro altri Paesi, richiamando la valutazione secondo cui il Pakistan sarebbe utilizzato dal gruppo come base operativa non solo per sfidare la leadership talebana, ma anche per minacciare l’India. Le dichiarazioni dei talebani vanno lette con cautela, ma non possono essere ignorate. Osservatori regionali hanno confermato che l’Isis-K ha trovato da tempo rifugio in varie province pakistane».
In una sua recente pubblicazione afferman che l’Iskp e il gruppo terrorista pakistano Laskar-e-Taiba hanno stretto un patto segreto orchestrato dai servizi segreti pakistani. Che interesse ha l’intelligence pakistana (da sempre al centro di intrighi), a fare questa operazione?
«Secondo l’intelligence indiana, la collaborazione tra Iskp e LeT persegue gli obiettivi strategici del Pakistan. A livello interno, mira a reprimere i movimenti separatisti del Balochistan, mentre sul piano regionale punta a contrastare quelli che Islamabad considera “elementi anti Pakistan” all’interno della leadership talebana afghana. La leadership talebana sta infatti progressivamente affermando la propria autonomia strategica, evidenziando così il ridimensionamento dell’influenza pakistana nell’area. L’alleanza tra Iskp e LeT è inoltre vista come strumento per esercitare pressione armata sull’India, in particolare in Kashmir».
Quanto ha pesato il disimpegno degli Usa e dei suoi alleati nello sviluppo dell’Iskp e della crisi nell’area?
«Il ritiro delle forze statunitensi e dei loro alleati dall’Afghanistan nel 2021 ha avuto un impatto significativo sullo sviluppo dell’Isis-K e sulla crisi nella regione. Dopo il ritiro, gruppi jihadisti come Iskp hanno rafforzato la propria presenza operativa e propagandistica, approfittando della riduzione della pressione militare occidentale e della minore capacità di intelligence sul terreno».
Nel corso del 2025 in Europa sono stati sventati diversi complotti organizzati dall’Iskp. Sono azioni concordate con il Comando Centrale dell’Isis come avvenuto a Mosca?
«Le cellule europee appaiono operare in maniera autonoma, ispirate dall’ideologia dell’Iskp e in contatto con reti transnazionali, spesso attraverso canali online criptati, ma senza ordini tattici dal comando centrale Isis».
Perché vogliono colpire il Vecchio Continente e dove arruolano i loro uomini?
«Isis-K considera l’Europa parte della coalizione dei “crociati”, composta da nazioni infedeli che si oppongono all’islam. L’Isis vede l’Occidente come decadente, antislamico e destinato a crollare. Il reclutamento di Isis-K è focalizzato sulle popolazioni dell’Asia centrale e meridionale. Il gruppo punta soprattutto su giovani, di età compresa tra i 17 e i 30 anni. Il nucleo principale dei reclutati è costituito soprattutto da tagiki e uzbeki, ma vi rientrano anche ceceni, daghestani e altri provenienti dalle regioni musulmane della Russia, oltre a pakistani e afgani».
Continua a leggereRiduci
Reclutamento, droni e Intelligenza artificiale: così le varie filiali si rafforzano. L’Occidente, che ha tolto risorse all’antiterrorismo, oggi è più vulnerabile.L’esperta Anna Mahjar-Barducci: «Nella regione del Khorasan lo Stato islamico conta sull’appoggio dei servizi pakistani. In cambio potrebbe far pressioni sull’India».Lo speciale contiene due articoli.Nel dicembre 2025 le autorità tedesche hanno sventato a Berlino un attentato riconducibile allo Stato Islamico. L’operazione, coordinata dall’antiterrorismo federale con il supporto dell’intelligence, ha portato ad arresti e perquisizioni in diversi quartieri della capitale, interrompendo un piano che, secondo le valutazioni degli investigatori, si trovava già in una fase avanzata di preparazione. L’obiettivo erano luoghi civili affollati durante il periodo delle festività. A risultare decisivi sono stati il monitoraggio dei canali jihadisti online e la cooperazione internazionale, che hanno consentito di intervenire prima dell’avvio della fase operativa. Le indagini restano aperte per chiarire l’eventuale esistenza di reti di supporto e collegamenti transnazionali. L’episodio ha riacceso una domanda ricorrente nei media occidentali: siamo di fronte all’inizio di una nuova ondata di attentati globali? La risposta, allo stato attuale, è incerta. Più che il segnale di una rinascita, gli attacchi e i complotti sventati riflettono una realtà consolidata: lo Stato Islamico non è stato sconfitto e continua a rappresentare una delle principali sfide per l’antiterrorismo internazionale. I progressi compiuti dagli Stati Uniti e dai partner della Coalizione globale contro lo Stato Islamico hanno ridotto drasticamente la capacità del gruppo di operare come durante la stagione del cosiddetto Califfato nel Levante che dal 2023 sarebbe guidato dall’iracheno Abu Hafs al-Hashimi al-Qurashi del quale si sa pochissimo e del quale non ci sono fotografie.Oggi l’organizzazione non controlla più territori estesi né è in grado di mantenere un ritmo operativo paragonabile a quello di allora. Tuttavia, nella sua forma attuale, più frammentata e decentralizzata, l’Isis conserva un’elevata pericolosità. Le sue province, i suoi affiliati e i gruppi in franchising continuano a dimostrare resilienza, capacità militare e adattabilità. Anche sigle considerate indebolite, come lo Stato Islamico dell’Asia orientale, sono tornate sotto i riflettori dopo i recenti casi di militanti australiani (non in contatto con il comando centrale dell’organizzazione), transitati nelle Filippine prima dell’attacco di Bondi Beach.In Africa il quadro resta particolarmente instabile. Nel Sahel la Provincia del Sahel dello Stato Islamico è ancora attiva, impegnata in un conflitto diretto con la branca regionale di al-Qaeda, Jamaat Nusrat ul-Islam wa al-Muslimin. Più a est, nel bacino del Lago Ciad, l’Iswap continua a produrre grandi volumi di propaganda e ha intensificato il reclutamento. Gli analisti temono che, guardando al 2026, il Sahel possa diventare uno dei principali snodi del jihadismo globale, con la possibilità che alcune risorse vengano riallocate verso operazioni esterne. L’Iswap, in particolare, ha sviluppato competenze nell’uso di droni, inserendosi in una tendenza più ampia che vede attori non statali violenti adottare tecnologie emergenti per rafforzare le proprie tattiche. Nella Repubblica Democratica del Congo, la Provincia dell’Africa Centrale dello Stato Islamico ha alimentato un’escalation di violenza attraverso una campagna settaria contro le comunità cristiane. In Mozambico, invece, il gruppo alterna fasi di indebolimento a momenti di rilancio, ma mantiene la capacità di condurre un’insurrezione a bassa intensità. A rendere il quadro ancora più complesso è la capacità dell’organizzazione di sfruttare crisi locali, vuoti di potere e conflitti a bassa intensità per rigenerarsi. Ogni instabilità – dai colpi di Stato nel Sahel alle tensioni etniche in Africa centrale, fino alle fragilità istituzionali in Asia meridionale – diventa un moltiplicatore di opportunità per riattivare reti, addestrare nuovi quadri e testare tattiche operative. Un ruolo sempre più rilevante è assunto dallo Stato Islamico della Somalia che sta emergendo come una delle più influenti e finanziariamente solide dell’intera galassia jihadista. La sua espansione ha implicazioni dirette per la sicurezza non solo africana, ma anche per l’Asia meridionale, l’Europa e il Nord America. Washington ha riconosciuto la minaccia, conducendo quest’anno oltre cento attacchi contro Is Somalia e al-Shabaab, il dato più alto dal 2007. Da piccola filiale, l’Is-S si è trasformato in un vero centro di comando regionale, con l’ufficio Al-Karrar a coordinare le attività in Africa orientale, centrale e meridionale. Il leader Abdulqadir Mumin ha consolidato la propria influenza all’interno della leadership globale del gruppo, supervisionando più province e rafforzando il reclutamento di combattenti stranieri nel Puntland, sostenuto da una propaganda multilingue sempre più sofisticata.Resta però l’Isis-Khorasan (Iskp) la filiale più temuta. A due anni di distanza dalle operazioni esterne contro Iran, Turchia e Russia, il gruppo continua ad essere una minaccia concreta. Un recente rapporto delle Nazioni Unite sull’Afghanistan lo descrive come resiliente e capace di colpire sia a livello interno sia internazionale, evidenziando l’aumento della propaganda, del reclutamento e della capacità di infiltrazione. L’operazione che ha portato alla cattura di Mehmet Gören, figura di primo piano dell’Iskp, da parte dei servizi segreti turchi della Milli Istihbarat Teşkilati (Mit) lungo la frontiera tra Afghanistan e Pakistan, alla fine di dicembre 2025, ha nuovamente riacceso il dibattito sulle accuse ricorrenti rivolte a Islamabad di garantire protezione e margini operativi a reti terroristiche attive nell’Asia meridionale e in quella centrale. L’arresto si inserisce in un contesto segnato anche dalla diffusione di un dossier riservato indiano, nel quale si parla di un’intesa occulta e in progressivo rafforzamento tra l’Iskp e il gruppo armato pakistano Lashkar-e-Taiba (LeT). Stando a quanto riportato nel documento, questa cooperazione sarebbe stata favorita e alimentata dai servizi di intelligence militare del Pakistan, l’Inter-Services Intelligence (Iisi). L’Isis-K è inoltre in prima linea nella sperimentazione dell’intelligenza artificiale per amplificare l’impatto delle sue campagne mediatiche, dimostrando una capacità di adattamento tecnologico che preoccupa sempre più gli apparati di sicurezza occidentali. Nonostante una presenza territoriale limitata in alcune aree, lo Stato Islamico continua infatti a puntare sulla propaganda digitale per ispirare attacchi da parte di estremisti autoctoni. Un anno fa, negli Stati Uniti, un simpatizzante dell’Isis ha colpito a New Orleans utilizzando una combinazione di strumenti ad alta e bassa tecnologia, compresi dispositivi indossabili per la ricognizione preventiva. È una tendenza destinata a consolidarsi e a complicare il lavoro delle forze dell’ordine, chiamate a fronteggiare minacce sempre più ibride e difficili da intercettare. Il rinnovato focus sulla minaccia jihadista arriva in una fase in cui l’antiterrorismo è stato in parte ridimensionato a favore di altre priorità strategiche, come la guerra in Ucraina, quella in Medio Oriente e l’attenzione dell’amministrazione Trump sull’emisfero occidentale e sul Venezuela, dove le bande criminali transnazionali sono state riclassificate come organizzazioni terroristiche.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/agenda-isis-2026-2674874018.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-gruppo-ora-punta-a-scalzare-i-talebani-e-conquistare-kabul" data-post-id="2674874018" data-published-at="1768211096" data-use-pagination="False"> «Il gruppo ora punta a scalzare i talebani e conquistare Kabul» Anna Mahjar-Barducci è direttrice di progetto del Middle East Media Research Institute (Memri).Che cos’è lo Stato Islamico del Khorasan (Iskp?) Risponde al Comando centrale dell’Isis o gode di autonomia e in quale area opera?«Lo Stato Islamico della Provincia del Khorasan (Iskp), noto anche come Isis-K, è emerso formalmente nel 2015 nell’Afghanistan orientale, quando combattenti fuoriusciti da gruppi militanti locali, tra cui fazioni dei talebani pakistani, giurarono fedeltà alla leadership dell’Isis allora attivo in Iraq e Siria. Il nome “Khorasan” si riferisce a una vasta regione storica che comprende parti degli attuali Iran, Afghanistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Tagikistan e Pakistan. Per quanto riguarda i rapporti di comando, Iskp si riconosce ideologicamente nello Stato Islamico centrale. Tuttavia, sul piano operativo gode di un’ampia autonomia: pianifica e conduce le proprie attività in modo indipendente, adattandole al contesto locale dell’Afghanistan e del Pakistan, senza ricevere ordini tattici diretti e continui dal comando centrale dell’Isis».Su quanti uomini può contare? Al vertice c’è ancora Sanaullah Ghafari - Shahab al-Muhajir (foto a pagina 10, ndr)?«Secondo un rapporto delle Nazioni Unite, l’Iskp può contare attualmente su 2.000 uomini. Il rapporto ha descritto un’attività di reclutamento che coinvolge centinaia di giovani volontari - per lo più provenienti da Tagikistan e Uzbekistan - reclutati in gran parte online. Sanaullah Ghafari continua a guidare l’Iskp».I talebani sostengono di avere il controllo dell’Afghanistan, tuttavia l’Iskp colpisce quasi ogni giorno in tutte le province afghane. È azzardato pensare che il regime dei talebani sostenuti da al-Qaeda e dalla rete Haqqani crolli? «Non è semplice dirlo. Tuttavia, il recente arresto, avvenuto tra Afghanistan e Pakistan, di Mehmet Gören, figura di primo piano dell’Iskp, da parte dell’intelligence turca, ha riacceso le accuse secondo cui il Pakistan avrebbe, nel corso degli anni, offerto rifugio a gruppi terroristici. Dopo l’arresto, il portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid ha affermato che Kabul sta da tempo monitorando le attività dell’Iskp in Pakistan. Mujahid ha avvertito che non dovrebbero esistere territori in cui l’Iskp possa pianificare attacchi contro altri Paesi, richiamando la valutazione secondo cui il Pakistan sarebbe utilizzato dal gruppo come base operativa non solo per sfidare la leadership talebana, ma anche per minacciare l’India. Le dichiarazioni dei talebani vanno lette con cautela, ma non possono essere ignorate. Osservatori regionali hanno confermato che l’Isis-K ha trovato da tempo rifugio in varie province pakistane».In una sua recente pubblicazione afferman che l’Iskp e il gruppo terrorista pakistano Laskar-e-Taiba hanno stretto un patto segreto orchestrato dai servizi segreti pakistani. Che interesse ha l’intelligence pakistana (da sempre al centro di intrighi), a fare questa operazione?«Secondo l’intelligence indiana, la collaborazione tra Iskp e LeT persegue gli obiettivi strategici del Pakistan. A livello interno, mira a reprimere i movimenti separatisti del Balochistan, mentre sul piano regionale punta a contrastare quelli che Islamabad considera “elementi anti Pakistan” all’interno della leadership talebana afghana. La leadership talebana sta infatti progressivamente affermando la propria autonomia strategica, evidenziando così il ridimensionamento dell’influenza pakistana nell’area. L’alleanza tra Iskp e LeT è inoltre vista come strumento per esercitare pressione armata sull’India, in particolare in Kashmir».Quanto ha pesato il disimpegno degli Usa e dei suoi alleati nello sviluppo dell’Iskp e della crisi nell’area?«Il ritiro delle forze statunitensi e dei loro alleati dall’Afghanistan nel 2021 ha avuto un impatto significativo sullo sviluppo dell’Isis-K e sulla crisi nella regione. Dopo il ritiro, gruppi jihadisti come Iskp hanno rafforzato la propria presenza operativa e propagandistica, approfittando della riduzione della pressione militare occidentale e della minore capacità di intelligence sul terreno».Nel corso del 2025 in Europa sono stati sventati diversi complotti organizzati dall’Iskp. Sono azioni concordate con il Comando Centrale dell’Isis come avvenuto a Mosca?«Le cellule europee appaiono operare in maniera autonoma, ispirate dall’ideologia dell’Iskp e in contatto con reti transnazionali, spesso attraverso canali online criptati, ma senza ordini tattici dal comando centrale Isis».Perché vogliono colpire il Vecchio Continente e dove arruolano i loro uomini?«Isis-K considera l’Europa parte della coalizione dei “crociati”, composta da nazioni infedeli che si oppongono all’islam. L’Isis vede l’Occidente come decadente, antislamico e destinato a crollare. Il reclutamento di Isis-K è focalizzato sulle popolazioni dell’Asia centrale e meridionale. Il gruppo punta soprattutto su giovani, di età compresa tra i 17 e i 30 anni. Il nucleo principale dei reclutati è costituito soprattutto da tagiki e uzbeki, ma vi rientrano anche ceceni, daghestani e altri provenienti dalle regioni musulmane della Russia, oltre a pakistani e afgani».
Nasa
L’uomo li creò maschio e femmina, i bulloni. Ma dopo 500 anni di utilizzo inconsapevole è arrivato il momento di liberarli da stereotipi sessisti. Basta con viti maschio e dadi femmina. La Nasa ha brevettato un connettore genderless, che si assembla in qualunque direzione. Per secoli milioni di esseri umani hanno usato i bulloni con rozza insensibilità e sottile discriminazione. Come non capire che il dado-donna era un simbolo della dominazione patriarcale? Lo stesso vale per il reparto elettricità, dove si sprecano spinotti fallocrati, da abbinare per forza a spine femmine dolci e remissive. E pure nell’idraulica, è tutto un pullulare di tubi maschi, manicotti femmina e perfino «prolunghe femmina» sulla cui destinazione finale sarà meglio non elucubrare troppo.
Sul sito gay.it, tra i più popolari nei cantieri e nelle ferramenta, leggiamo che «il binarismo, anche nell’hardware, è un limite tecnico prima ancora che culturale. I connettori convenzionali impongono orientamento, gerarchia, direzione obbligata. Quello androgino no: si assembla in qualunque direzione, tollera il disallineamento, non richiede che il robot sappia distinguere chi sta sopra e chi sta sotto». E quindi ben venga il bullone no gender della Nasa, «strumento non-escludente che garantisce più ampi margini di manovra, più adattabilità e maggior efficienza». Tutto pronto, insomma, anche per la rondella ermafrodita e il trapano non binario. Sembra da gay.it apprendiamo che il connettore genderless «troverà immediato utilizzo nella costruzione di habitat lunari assemblati da robot: strutture modulari, reversibili, riconfigurabilabili. Metafora perfetta di identità deidentificate: non fisse, non gerarchiche, ma adattabili e polifunzionali». Come i batteri, le muffe e altre forme di vita umida e spugnosa.
Tomaso Montanari (Imagoeconomica)
Un complesso che l’ha sempre portata, per dirla con Massimo Fini, ad essere «antropologicamente incapace di accettare la destra», a disprezzarne gli esponenti e i sostenitori, giudicati sempre e comunque ignoranti e gretti, a negarne o a ridicolizzarne le espressioni culturali, «perché la sinistra difende ideali, mentre la destra difende interessi» e quindi, se presenta un profilo intellettuale, o si maschera o ricicla idee altrui. Questo retroterra psicologico, faceva notare il sociologo, produce nel mondo progressista un atteggiamento pedagogico, «un misto di supponenza e snobismo» al cui fondo c’è un riflesso razzista, connotato «da un assunto di irrecuperabilità, ossia dalla convinzione che gli «inferiori» siano destinati a rimanere tali», che «riaffiora continuamente nel [suo] discorso politico» e che «non si esprime solo nella petulanza un po’ rituale del politicamente corretto, nell’incapacità di intendere le ragioni degli altri […] ma si esprime anche nelle forme più dirette e aggressive del disprezzo e della derisione».
Da quando, nel settembre 2022, il successo elettorale ha portato a Palazzo Chigi Giorgia Meloni, la malattia descritta da Ricolfi si è ulteriormente aggravata. Sulla sinistra intellettuale italiana si è abbattuta un’ondata depressiva simile a quella che seguì l’exploit di Berlusconi nel 1994, che in molti dei suoi esponenti si è trasformata in nevrosi e in ossessione del «ritorno del fascismo», condita da una forte dose di aggressività, che è ulteriormente cresciuta quando l’ex ministro Sangiuliano ha espresso la sua velleitaria intenzione di promuovere un’azione di «contro-egemonia» in campo culturale. Gli appassionati di talk show ne hanno avuto - e tuttora ne hanno - un’ampia quantità di esempi nelle frequenti risse verbali e appassionate concioni in argomento, ma la stringatezza dei tempi televisivi non consente di constatare in tutta la sua gravità questo stato di malessere psicologico. Che si rivela in pieno, invece, nelle sue forme scritte.
Da un paio d’anni a questa parte ha infatti iniziato a fare la sua comparsa nelle librerie una serie di testi che non si limitano più alla generica denuncia del prossimo rientro sulla scena delle camicie nere ma si concentrato sulla scoperta, e successiva decrittazione, delle fonti ideologiche che starebbero preparando il terreno al temuto revival. Ad alimentare questo filone c’è l’impegno di una pletora di avanguardisti che, sprezzanti del disgusto che con ogni probabilità li avrebbe colti, si sono avventurati nella lettura di autori e opere del sulfureo mondo della destra radicale - da sempre circolanti, in tirature confidenziali, negli ambienti giovanili dei vari partiti della Fiamma - con l’esclusivo scopo di sostenere che, dietro la facciata delle politiche ufficiali del governo Meloni, il suo ferreo atlantismo, il sostegno a Israele, l’appoggio a Zelensky, le scelte liberali in economia, c’è un oscuro lato nascosto fatto di antiamericanismo, antisemitismo, razzismo, anticapitalismo, rivolta contro la modernità, celebrazione di ogni forma di diseguaglianza, suprematismo. Ovvero, per citare l’epigrafe del libro di Tomaso Montanari La continuità del male, ultimo (per adesso) prodotto di questa pamphlettistica livorosa e militante, svelare che «c’è un lungo e sotterraneo filo nero che lega le idee della destra che governa l’Italia al fascismo».
Ripetitiva, sommaria, zeppa di errori, intrisa di complottismo, questa letteratura ossessiva - che purtroppo, oltre a giornalisti e polemisti da talk show, ha coinvolto anche studiosi che su altri temi o in altre occasioni hanno dimostrato il loro valore - esemplifica alla perfezione quel razzismo etico di cui scriveva Ricolfi. Ogni manifestazione di una cultura accostabile al Nemico viene bollata come inaccettabile, assoggettata alla cultura del sospetto, manipolata sulla base del pregiudizio, adattata ai bisogni della propria fazione e denigrata. Perché, quando si è fanaticamente convinti di agire in nome del Bene, ogni mezzo per colpire il Male è lecito.
Capita così a chi scrive queste righe - che pure da più di quarant’anni rifiuta di essere classificato a destra e rivendica una libertà di giudizio che lo rende sgradito tanto all’attuale governo quanto ai suoi oppositori (e ai rispettivi fiancheggiatori radiotelevisivi e giornalistici) - di subire da parte di Montanari, «intellettuale pubblico fra i più influenti», come umilmente si lascia definire nella bandella della sua più recente fatica editoriale, l’accusa di non essere uno studioso «neutrale» per il solo fatto di aver dimostrato, testi alla mano, nel mio libro Le tre età della Fiamma (Solferino) che inserire Fratelli d’Italia nella categoria della «destra radicale populista» è infondato, e che l’etichetta che più gli si addice è quella di un partito nazional-conservatore e afascista.
A questa convinzione sono giunti altri politologi come Salvatore Vassallo, già deputato del Pd e direttore dell’Istituto Cattaneo, e Rinaldo Vignati, nel loro libro Fratelli di Giorgia (il Mulino), o Alice Santaniello, autrice della prima ricerca empirica sul FdI. Ma ciò non sembra indignare Montanari, stanti le opinioni di sinistra degli autori citati. Nel mio caso c’è invece da segnalare e denunciare «una vita [che] si è svolta così dentro la galassia neofascista, che a un certo punto fu eletto alla guida del Fronte della Gioventù, salvo essere sostituito con Gianfranco Fini per decisione di Giorgio Almirante» [i fatti non andarono così, ma poco importa…] «e quindi espulso dal Movimento Sociale per un numero satirico della Voce della fogna che dirigeva».
Con un simile pedigree, che risale agli anni 1977 e 1981, per i piccoli Torquemada alla Montanari ce n’è abbastanza per essere destinati al ghetto dei deplorevoli e degli infrequentabili. Non servono più di trent’anni di insegnamento e più di un centinaio di corsi di Scienza politica e materie affini tenuti all’università di Firenze, le attestazioni di stima di studenti, collaboratori e colleghi molto spesso di opinioni politiche lontane, la produzione scientifica, gli inviti ai convegni internazionali, l’elezione a professore emerito, per essere al riparo dalla denigrazione di chi, accecato dalla faziosità, ovunque e comunque vede nero.
Continua a leggereRiduci
«Margo» (Apple Tv)
Dal romanzo di Rufi Thorpe, la serie segue una diciannovenne sola con un figlio, tra difficoltà economiche e giudizi sociali. Quando perde il lavoro, sceglie una strada controversa pur di sopravvivere, aprendo una riflessione su maternità e stigma.
Margo è vagamente diversa da come Rufi Thorpe l'aveva dipinta. Ha un pizzico di strafottenza, lo sguardo severo di Elle Fanning. Fra le braccia, però, lo stesso neonato che la scrittrice americana aveva immaginato per lei. Margo, diciannove anni, ha portato a termine la propria gravidanza nonostante gli strali del mondo circostante. Le dicevano di abortire, di restarsene al college, in California, e darsi l'occasione di vivere una vita di intenzionalità e scelte consapevoli. Urlavano che un figlio le avrebbe distrutto la vita, e lei, così giovane e inesperta, avrebbe finito per distruggerla a lui, esserino senza colpa. Margo, invece, quel bambino ha deciso di tenerlo. Da sola, ché il padre, adultero, s'è tenuto stretto la moglie che tradiva, e i figli avuti con lei. Un'esistenza di plastica, finta e miserevole. Margo è tornata a casa, dalla madre e dalle amiche ormai estranee. Lo ha fatto da sola, e di questa sua solitudine la Thorpe ha fatto un libro.Nessuna storia vera, solo verosimile.
Margo ha problemi di soldi, da cui Apple Tv ha tratto una serie omonima, pronta a debuttare online mercoledì 15 aprile, ha preso spunto dalla contemporaneità per dar forma ad un racconto sottile e ironico. Un racconto che può dirsi iniziato con la crisi di questa diciannovenne di belle speranze. Margo, contro tutti fuorché se stessa, ha scelto una vita difficile. Ostinata, credeva di poterla sostenere. Ma il castello che s'era figurata crolla miseramente il giorno in cui la licenziano. Troppe assenze per badare al figlio, nessuna capacità economica che le consenta una tata. Margo è sul baratro della disperazione. Ed è guardando giù, nell'abisso nero, che pensa l'impensabile: aprire un account OnlyFans per garantire a sé e al figlio un posto nel mondo.Lo show, in cui Michelle Pfeiffer è madre di Margo, ex cameriera di Hooter's perennemente in bolletta, si muove così a raccontare le difficoltà intrinseche alla maternità, alla solitudine che spesso ne consegue e, pure, al pregiudizio legato ai lavori online. Specie, a quelli che abbiano a che fare con il sesso.
Margo è il cuore di ogni complessità, motore di ogni riflessione che la serie induca. Non somiglia per forza alle ragazze di oggi, così particolare nelle sue scelte. Eppure, è capace di indurre al pensiero critico chiunque la guardi muoversi nel mondo dei grandi: lei, piccola e bionda, testarda e fiera, di quella fierezza che ogni madre scopre in sé nel momento in cui capisce di essere l'unica responsabile dell'esistenza minuscola che le sta fra le braccia.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Suo padre, magari anche per insegnare a suo figlio come ci si comporta, è intervenuto con suo cognato per farli smettere. Il branco di ragazzini allora si è scagliato contro, in particolare alcuni di loro, tra cui due romeni maggiorenni e un italiano minorenne, poi fermati dalla polizia. Ha visto suo padre morire davanti ai suoi occhi, inutilmente soccorso dal 118. Ma esco dalla cronaca, non vi racconto quello che è già stato descritto nei dettagli; vorrei entrare invece nella testa di quel bambino e in quella degli assassini di suo padre, per capire come hanno vissuto quella domenica sera di aprile a Massa.
Io non sono riuscito a capire cos’hanno in testa quei ragazzi che hanno massacrato l’uomo, e cosa frullava nella loro testa in quel momento, quando hanno cominciato a colpirlo e a finirlo. Se avevano bevuto, fumato, oppure no. Certo, non è stato tutto l’intero branco ad aggredirlo, c’è chi si è limitato a vedere la scena o magari a godersi il brutto spettacolo di un uomo adulto che soccombe sotto i colpi furiosi dei ragazzi fino a morire. Ma l’effetto branco è sicuramente la prima molla che li muove e li contagia. E ogni branco ha sempre un capo-branco, o forse due, cioè qualcuno che dà l’esempio e indica la linea da violare, individua il nemico o l’ostacolo da abbattere e sveglia la molla bestiale che è in loro, dà inizio al massacro, come se fosse una festa crudele, invita all’imitazione e al rito tribale.
Ma si può uccidere per così poco un essere umano di cui non sai nulla, che non ti ha mai fatto nulla, che ti ha solo detto di non fare danni, non far del male e non farvi male? Cos’è per loro un uomo, non è un loro simile, uno che vive, fatica, ama, soffre, ha il suo mondo e i suoi affetti proprio come te? No, lui è solo un’ombra molesta, un ostacolo da abbattere, come nei videogiochi; e a differenza della vetrina che subisce inerte il loro scempio, è uno che osa mettere in discussione la tua libertà e frenare i tuoi desideri. Ma non ti ricorda, quell’uomo che hai pestato a sangue, tuo padre, tua madre, un amico o una persona a cui sei affezionato, non ti dice nulla l’umanità che avete in comune, non provi nulla davanti a qualcuno che soffre, per giunta a causa tua, non vedi la sproporzione gigantesca tra un piccolo bisticcio e la soppressione definitiva di una persona? E non ti sembra da vigliacchi pestarlo in branco? Non hai nessun codice elementare di vita, nessuna residua, istintiva pietà, nessun freno o nessun senso del limite che a un certo punto, quando lo vedi a terra, inerme e ferito, ti spinge a fermarti? Nessuno ti ha insegnato nulla o nessuno è riuscito a insegnarti nulla? Da chi attingi i tuoi modelli di vita, dalla tv, dai social, dalla scuola, dalla famiglia, dal rione? Ma come vivi, cosa dà significato e valore alla tua vita e a quella degli altri, vale solo quel che ti passa in quel momento per la testa e per le mani? Pensi pure tu, come quel tredicenne di Bergamo che scriveva prima di aggredire l’insegnante e progettare l’uccisione dei suoi genitori, che «conto solo io, gli altri sono nulla»? Non ti fa nessun effetto che con lui c’era anche sua moglie e soprattutto c’era un bambino, suo figlio; non ti sei neanche per un momento messo nei suoi panni, per capire come avrà sofferto davanti a quella scena, quanto dolore e forse quanto odio impotente, che è il peggiore delle forme di odio accumulate nel tempo, gli hai trasmesso per tutta la sua vita, massacrandogli il padre davanti ai suoi occhi?
Mentre scrivo queste parole so che sto parlando al vento o so che potrà ascoltarmi e magari capirmi solo chi non avrebbe mai compiuto un massacro del genere, non certo quei ragazzi; so che le parole rimbalzano nel vuoto quando hanno davanti il nulla più sordo e più cieco; se potessero, costoro ucciderebbero anche me. So che ogni frase rivolta a loro cade in una terra straniera, come se mi rivolgessi a barbari o alieni che non ne capiscono il più basilare significato; so che parliamo due lingue diverse, abitiamo in due mondi diversi anche se in apparenza è lo stesso.
Ma qui la domanda che più preme è l’altra, da cui sono partito. Cosa avrà capito della vita il bambino che ha visto suo padre colpito e ucciso dal branco di ragazzi un po’ più grandi di lui? Che idea si sarà fatto del mondo, dei rapporti tra gli uomini, della legge che vige sulla terra? Che fiducia potrà avere nella vita e nel futuro avendo patito un colpo così letale che gli ha lasciato un macigno così enorme sulle sue spalle? Da grande sarà come suo padre, e cercherà di opporsi al male e di educare a sua volta suo figlio, o sarà come i suoi assassini, per vendicarsi della vita subita e perché ha capito che quello è l’unico modo per stare al mondo, uccidi prima che ti uccidano gli altri, se non sbrani vieni sbranato? Io mi auguro che quel dolore lo renda migliore, lo vaccini dal male, lo conduca a una vita decisamente diversa da quella di chi ha imboccato quel vicolo cieco sull’abisso. Ma non sempre il dolore ci rende migliori, non sempre l’ingiustizia subita, il male patito, vengono ripagati con un più acuto senso della giustizia e un più forte desiderio del bene. Le tragedie educano i migliori, incattiviscono i peggiori, migliorano i più costruttivi, peggiorano i più disfattisti. Conta l’indole, e l’habitat, il mondo circostante, le esperienze successive di vita.
Intanto hanno rubato a quel bambino suo padre, per sempre, e lo hanno prematuramente gettato nella vita, facendolo passare dalla porta peggiore, lasciandogli addosso l’odore nero e acre della disperazione e della vita selvaggia. Spero che gli resti almeno l’esempio di suo padre come un segno benefico lasciato nella sua mente e nella sua anima: a lui è costato la vita insegnare agli altri, a cominciare da suo figlio, il rispetto per le regole, per le cose e per la vita degli altri. Ha fatto il suo dovere di uomo, di padre, di cittadino, esponendosi a un rischio che si è rivelato mortale. Che di quella domenica sera a passeggio, gli resti da adulto almeno la fierezza di essere il figlio di quel Giacomo e la tenerezza indimenticabile di averlo visto morire, in modo così stupido e brutale. Ricordarsi e pensare, con fierezza e tenerezza: di questo vive la nostra umanità.
Continua a leggereRiduci