
Magari Maurizio Landini, il leader maximo della Cgil, tra un corteo pro Pal e un party per il No al referendum con Elly Schlein trova il tempo di occuparsi dei lavoratori. Ieri lo hanno preso in contropiede. Già lo hanno beccato con i rider in bocca - da anni manca un contratto che riconosca la dignità del lavoro ai coscritti del pedale al servizio soprattutto delle Ztl dove s’impigrisce la gauche caviar - e ora lo inchiodano all’algoritmo che tra i tanti vantaggi ha pure quello di non avere rappresentanza sindacale.
La sentenza è tanto nuova quanto allarmante. L’ha emessa il Tribunale di Roma - il pronunciamento è il 9135 del 19 novembre 2025, ma è stato diffuso adesso con la pubblicazione della motivazione - che ha riconosciuto legittimo il licenziamento di una disegnatrice grafica sostituita dall’intelligenza artificiale, che però non è stata ancora intercettata dall’intransigenza sindacale. La dipendente di questa società che si occupa di sicurezza informatica ha perso il posto perché a causa di difficoltà economiche l’azienda ha dato corso a una ristrutturazione e ha introdotto un «operativo» basato sull’Ia che ha reso ridondante il lavoro della disegnatrice. Il giudice di fronte alle motivazioni dall’azienda non ha trovato nulla da eccepire: sussistevano reali esigenze economico-organizzative che impedivano la ricollocazione interna della dipendente.
Questa sentenza apre scenari inediti perché ormai è un dato certo che l’intelligenza artificiale distruggerà posti di lavoro. Per indorare la pillola si dice che ne creerà di nuovi o che si andrà verso la riduzione degli orari, orientamento che si sta assumendo in alcune aziende italiane come ad esempio EssilorLoxottica che sperimenta la settimana di quattro giorni. Secondo le stime dell’Fmi l’Ia impatterà sul 40% dei posti di lavoro e in Italia si prevede una riduzione tra un minimo di un milione a un massimo di 10,5 milioni di posti. Questa sentenza di Roma apre una crepa nella «grande muraglia» della Cgil che sembra arroccata sulla vecchia contrattazione, mentre Cisl e Uil si sono già poste il problema. Secondo alcuni giuslavoristi il pronunciamento del tribunale capitolino non dà luogo a licenziamenti motivati solo dal ricorso all’Ia perché deve comunque aversi il «giustificato motivo» a corroborare la legittimità dell’interruzione del rapporto di lavoro. Si citano i casi dei contabili che, una volta diventati operativi i software gestionali, sono stati ricollocati, ma non mandati a casa. È il cosiddetto principio del ripescaggio: un dipendente le cui funzioni sono sostituite da una «macchina» viene ricollocato in una funzione diversa, ma non perde né qualifica né salario. È però una foglia di fico perché se il ricorso all’Ia come nel caso giudicato a Roma, serve ad abbattere i costi (ed è sempre così) e a rendere più efficienti le produzioni, una motivazione agganciata all’equilibro di gestione dell’azienda si trova. Vengono in mente le lacrime di Elsa Fornero che molto si spende a parlare del conflitto generazionale sulle pensioni, ma che come buona parte dei sostenitori della linea Landini, poco o nulla fa per suggerire ai sindacati l’adeguamento delle norme contrattuali che prevedano, a esempio, una formazione continua in modo che il «ripescaggio» sia di fatto automatico cosicché il dipendente che è sostituito dall’Ia abbia già un posto pronto da occupare. È un tema che tocca soprattutto il lavoro giovanile: per paradosso è il più esposto alla concorrenza dell’Ia perché non può contare sul valore aggiunto dell’esperienza.
Resta il fatto che la sentenza 9135 segna a suo modo una data storica: per la prima volta l’Intelligenza artificiale prende il sopravvento su un dipendente umano. Chissà se il No di Maurizio Landini alla separazione delle carriere delle toghe vale anche per la separazione di quelle delle tute blu e dell’algoritmo.






