In Europa Ursula von der Leyen è salva, ma sta messa molto male la democrazia. Il Consiglio europeo si prepara a vanificare il voto sul Mercosur espresso mercoledì dall’Eurocamera. Che viene probabilmente svenduta per un piatto di lenticchie. Anzi meglio, per una fornitura di litio argentino alle case automobilistiche tedesche che devono costruire le batterie per le auto elettriche. La conseguenza è che l’Europa unita non sta affatto bene. Nel Consiglio europeo straordinario che si è tenuto ieri sera per rispondere a Donald Trump sulle relazioni transatlantiche, si è accennato alla possibilità di varare comunque il Mercosur.
Sul tema si sono palesate le divisioni già note: Germania e Francia sono in rotta di collisione. Il giorno dopo la decisione dell’Eurocamera di rinviare alla Corte di Lussemburgo l’accordo con il Mercosur per verificarne la compatibilità con i trattati europei, il che di fatto congela l’intesa commerciale per almeno un anno e mezzo, si pensa a come sterilizzare il pronunciamento degli eurodeputati. Già mercoledì, a precisa domanda se il presidente volesse comunque procedere con l’intesa in via provvisoria, Olof Gill, il portavoce della Commissione, si era chiuso in un diplomatico e, in qualche misura, sospetto mutismo.
La ragione del silenzio era evidente: ieri andava in aula per la quarta volta una mozione di sfiducia contro la baronessa. È stata respinta: neanche il tempo di annunciarne il risultato che il cancelliere tedesco Friedrich Merz - aveva bollato come abominevole il voto anti-Mercosur - ha fatto sapere: ora si deve applicare il trattato in regime provvisorio. E la Von der Leyen non aspetta di meglio. Perché è vero che martedì scorso oltre 10.000 agricoltori hanno «assediato» Strasburgo con i trattori, ma le lobby economiche e industriali a Bruxelles pesano e finanziano - basta ricordarsi le intese della Baronessa con Albert Bourla sulle commesse miliardarie per i vaccini - infinitamente di più. Il presidente della Commissione è pronto a rivendicare le sue prerogative mettendo da parte la volontà del Parlamento. A darle uno stop interviene il portavoce del governo francese, Maud Bregeon, che ha fatto sapere, a nome di Sebastien Lecornu (non muove foglia che Emmanuel Macron non voglia): «Se Ursula von der Leyen dovesse forzare l’applicazione provvisoria, ciò costituirebbe, alla luce del voto svoltosi a Strasburgo, una forma di violazione democratica. Non riesco a immaginare che ciò possa accadere».
Neppure i Cinque stelle italiani, per quel che vale, ci stanno, e con una nota del loro gruppo di Strasburgo dicono: «L’applicazione provvisoria dell’accordo commerciale Ue-Mercosur sarebbe un furto di democrazia. Se la Corte di giustizia europea dovesse dare ragione ai proponenti e quindi valutare incompatibile il Mercosur con i trattati europei, l’accordo sarebbe da rinegoziare, dunque con l’entrata in vigore delle sue disposizioni in via provvisoria si arriverebbe a un caos giuridico con possibilità di ricorsi e rimborsi miliardari».
Non la pensa così il Ppe. Per ordine di Manfred Weber, in accordo con António Costa, il presidente del Consiglio europeo, vuole interpellare subito i governi per varare comunque l’intesa. Di fatto il Consiglio europeo sarebbe pronto a sconfessare il Parlamento. Il Ppe deve dare retta alla Confindustria europea che per bocca di Markus Beyrer dice: «Siamo scioccati dall’assenza collettiva di responsabilità: tra il 2021 e il 2025 l’Ue ha perso 291 miliardi di euro in Pil a causa della mancata attuazione dell’accordo» e ora deve accontentare il presidente delle Camere di commercio continentali Vladimír Dlouhý che si è detto deluso e preoccupato.
Dall’euroburocrazia David Kleimann, tedesco, ribadisce: «La decisione del Consiglio è chiara: l’applicazione provvisoria entrerà automaticamente in vigore il primo giorno del secondo mese successivo all’invio delle notifiche. La Commissione non ha alcuna discrezionalità». Gli fa eco dall’Istituto europeo di Firenze - think tank al servizio della Commissione - Dorin-Ciprian Gumaz: «L’applicazione provvisoria è inclusa nell’accordo e la richiesta alla Corte di giustizia non ha effetto sospensivo». Replica il ministro degli Esteri di Parigi Jean-Noel Barrot: «Il Parlamento si è espresso in coerenza con la posizione della Francia, sarebbe intollerabile qualsiasi forzatura». Il presidente della commissione per il commercio del Parlamento, Bernd Lange, sostiene che quattro commissari europei hanno promesso di non aggirare il Parlamento. Ma Jörgen Warborn, responsabile commercio del Ppe, chiede ufficialmente alla Commissione l’applicazione provvisoria: «Stiamo perdendo la pazienza». Cosa spinge i tedeschi a forzare la mano? Javier Milei, presidente dell’Argentina, farà approvare il trattato entro febbraio e avrebbe avvertito la von der Leyen che o firma o lui va avanti con la Cina a cui, in cambio di circa 800 milioni di euro, dà una privativa sull’estrazione del litio a Ganfeng Lithium e a Tibet Summit Resources. La Germania vuole quel litio per le batterie delle auto elettriche. Ursula von der Leyen, dopo aver distrutto col Green deal l’automotive, un risarcimento deve darglielo. Così più del rispetto democratico conterà il digiuno.
«Ora la baronessa s’attacca al Trump». La battuta circolava ieri con divertita insistenza all’Eurocamera, e in più lingue: il voto con cui il Parlamento Ue ha deciso di rivolgersi alla Corte di giustizia dell’Unione europea affinché esprima un parere di legittimità sull’accordo col Mercosur rappresenta una doppia novità politica, oltreché una rivincita della rappresentanza democratica su Ursula von der Leyen. Ora il trattato resta congelato: il Parlamento potrà ratificarlo solo dopo la sentenza dei giudici e ci possono volere da uno a tre anni. A difenderlo resta il ministro dell’agricoltura Francesco Lollobrigida: «È un buon affare che tutela l’economia nazionale e noi lo abbiamo fatto cambiare. I rischi per i settori sensibili sono sovrastimati». È però un brusco risveglio dalla molta retorica che la presidente della Commissione ed Emmanuel Macron hanno sparso a Davos.
La baronessa è arrivata a proclamare beffarda verso Trump: «Col Mercosur l’Europa invia un messaggio potente al mondo: scegliamo il commercio equo al posto dei dazi». Solo che il messaggio, chissà per quanto, torna nel cassetto. Peraltro dall’altra parte dell’Atlantico sono già sorti serissimi dubbi se sia davvero conveniente commerciare così con Bruxelles. È una doppia novità politica perché ultradestra, ultrasinistra, verdi e una folta pattuglia dei liberali hanno votato insieme contro la «maggioranza Ursula» e soprattutto il Ppe ha avuto un’emorragia di voti: una cinquantina di eurodeputati popolari è andata in direzione ostinata e contraria agli ordini del gran capo Manfred Weber. Il quale aveva rampognato: «Ricordatevi che è un voto anti Trump». La seconda novità è che in questa Europa anti sovranismi i deputati dei cinque Paesi - più la Grecia - da sempre dichiaratisi contro il Mercosur - francesi, polacchi, irlandesi, ungheresi e austriaci - incuranti dei richiami di partito hanno detto no all’accordo. Anche tra gli italiani ci sono anomalie. Lega (entusiasta) 5 Stelle e Avs hanno votato a favore della mozione; contrari Fratelli d’Italia, Forza Italia e Pd.
Per la baronessa è un colpo durissimo. Si era spesa prima di partire per Davos con i big dei gruppi parlamentari: «Se non passa il Mercosur dite addio all’Europa come protagonista globale». Detto fatto. Alle 12.30 di ieri, con 334 voti a favore, 324 contrari e 11 astenuti, su una mozione proposta da Renew (i liberali macroniani) e dai Verdi (è stata respinta una mozione analoga presentata da Patriots, che è l’ala ultradestra: ha avuto solo 253 voti favorevoli) il Parlamento europeo ha inoltrato alla Corte di giustizia con sede in Lussemburgo un quesito specifico: se l’accordo col Mercosur e i conseguenti comportamenti della Commissione violano o meno i trattati dell’Unione. In particolare c’è un punto che è speculare a quanto sta avvenendo in Sudamerica. Il cartello della soia Cargill, Jbs, Dreyfus si è accorto che nel trattato ci sono troppi vincoli ambientali. Lo stesso vale per l’Argentina. Invece i parlamentari europei sono convinti che Ursula von der Leyen abbia svenduto il rigore normativo. Il portavoce della Commissione Olof Gill - il solo ad aprire bocca - ha dichiarato: «La Commissione si rammarica della decisione del Parlamento. Le questioni sollevate non sono giustificate, perché la Commissione le ha già affrontate in modo molto dettagliato». Gill nulla ha detto se si farà ricorso all’esercizio provvisorio. E la ragione c’è: Ursula von der Leyen oggi va di nuovo a giudizio. Il Parlamento vota la mozione di sfiducia alla Commissione proposta da Jordan Bardella (gruppo Patriots) e ora la baronessa non è tranquillissima. Come non lo sono né i popolari (che con Forza Italia dicono: «Inutili ritardi in un momento in cui c’è bisogno invece di scelte») né i socialisti («Ci rammarichiamo che non si possa avviare il controllo democratico a causa di queste tattiche dilatorie»).
In Italia esulta la Lega anche con Gian Marco Centinaio: «È una vittoria di chi, come noi, ha sempre detto che questo trattato non tutela le nostre imprese agricole, la salute dei consumatori, una concorrenza leale. Ora la baronessa sarà costretta a fermarsi». I 5 Stelle aggiungono: «È una nostra vittoria, degli agricoltori e una clamorosa sconfitta personale di Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni». E l’Europa unita? Il ministro degli Esteri francese, Jean-Noel Barrot, sottolinea: «La Francia sa dire di “no” quando serve; la lotta continua per garantire la nostra sovranità alimentare». Gli risponde il cancelliere tedesco Friedrich Merz: «È una decisione deplorevole: l’accordo deve essere applicato in via provvisoria». Chi ha ragione di cantare vittoria è Ettore Prandini, presidente di Coldiretti. Martedì era alla testa di 10.000 agricoltori e migliaia di trattori e ora può sostenere: «È una risposta politica alle follie della presidente e della sua cerchia di tecnocrati; continuiamo la nostra battaglia per l’agricoltura». Sui cartelli c’era scritto: «Von der Leyen go home». Oggi c’è la sfiducia. Chissà che anche stavolta l’Eurocamera dia ragione ai contadini…
Lontano da Bruxelles, il presidente della Commissione europea le spara grosse: c’è l’ha con Donald Trump e dice che risponderà all’errore dei dazi americani con un’azione inflessibile. Nel bunker di Davos si sente protetta, non sa, anzi, fa finta di non sapere che per le strade di Strasburgo ci sono 10.000 agricoltori che, con almeno 4.000 trattori, stringono d’assedio l’Eurocamera, paralizzano per ore la città inalberando cartelli inequivoci: «Von der Leyen go home», Ursula vattene. Per ora a Donald Trump non è accaduto altrettanto. Anche Emmanuel Macron, protetto dai Ray-Ban d’ordinanza, fa il galletto e torna a chiedere il «bazooka» contro il «tracotante americano». Anche lui fa finta di non sapere che una gran parte di quegli agricoltori sono francesi, che ce l’hanno con lui tanto quanto con la «baronessa» e che la tanto invocata unità d’azione europea sta naufragando nelle strade di Strasburgo come naufragherà stamattina nell’aula dell’Europarlamento.
La colpa è di quel trattato Mercosur che la Von der Leyen ha voluto a ogni costo per mostrare i muscoli a Donald Trump e fare gli interessi della Germania. Se ieri la protesta ha assunto i toni di una «lotta per la sopravvivenza» degli agricoltori sacrificati dalla Commissione sull’altare delle ambizioni di potenza dell’Ue, oggi il Parlamento potrebbe farla diventare un’aperta sconfessione dell’operato della baronessa. Ieri i deputati le hanno dato sostegno, congelando l’accordo commerciale tra Usa e Ue dopo le minacce americane di nuove tariffe doganali contro i Paesi che hanno dato sostegno alla Groenlandia, ma oggi potrebbero buttare a mare il Mercosur approvando l’invio del testo del trattato alla Corte di giustizia europea per verificare se quell’accordo è compatibile con le leggi istitutive dell’Ue.
Impaurita dalla possibilità che questo avvenga prima di partire per Davos, con una mossa del tutto irrituale, ma la baronessa ha ormai abituato a comportamenti molto disinvolti, ha convocato i capi dei raggruppamenti della sua maggioranza e ha ammonito: «Se salta il Mercosur, scordiamoci dell’Europa come protagonista globale». Che la posta in gioco sia altissima lo conferma il fatto che ieri a Davos, mentre i cittadini europei le gridavano «Vai a casa», ha ribadito: «L’accordo col Mercosur invia un messaggio forte al mondo, stiamo scegliendo il commercio equo rispetto ai dazi, la partnership rispetto all’isolamento, la sostenibilità rispetto allo sfruttamento. Il vecchio ordine non tornerà: l’Europa decisa e unita saprà rispondere».
Dal voto che si prefigura per oggi questa unità non si vede. Tanto Manfred Weber (Ppe) quanto Iratxe Garcia Perez (Pse) hanno provato a buttarla in politica: il voto di oggi è un voto anti Trump. Ma non è così. I 145 deputati che hanno presentato la mozione vogliono solo sapere se il trattato e i comportamenti della Commissione che ne conseguono sono legali. Lo sottolinea il fatto che l’iniziativa sia partita da Renew, il gruppo a cui fa capo Emmanuel Macron ed è sostenuta «per nazioni» e non per appartenenza politica da austriaci, polacchi, irlandesi e ungheresi. Perciò i numeri dicono che la mozione potrebbe passare. Se così fosse, il Mercosur andrebbe in parcheggio per almeno due anni. Giusto il tempo per trovare le risposte che ieri gli agricoltori hanno chiesto con la loro protesta.
Sono arrivati in massa dalla Francia e dalla Polonia, dal Belgio e dall’Italia con tutte le confederazioni mobilitate. La Coldiretti ha portato migliaia di agricoltori, così ha fatto la Cia, mentre la Confagricoltura, con il suo presidente, guida il «sindacato» europeo. Il leader della Cia, Cristiano Fini, è stato chiarissimo: «Accetteremo il Mercosur solo alle nostre condizioni», e poi ha offerto delle cifre su cui meditare. Stante l’accordo così com’è, «sono a rischio oltre 40.000 posti di lavoro in Europa» e ci sono alcuni settori come zootecnia, riso, zucchero dove si avrà un’invasione di produzioni sudamericane. Ancora più dura la reazione di Ettore Prandini, presidente di Coldiretti: «La deriva autocratica e ideologica imposta da Ursula von der Leyen sta uccidendo l’agricoltura europea e mettendo a rischio la sovranità alimentare del continente. La Commissione Von der Leyen ha trasformato l’agricoltura in un laboratorio ideologico gestito da tecnocrati che ignorano i territori produttivi, scaricano costi e vincoli sulle imprese europee e spalancano i mercati alla concorrenza sleale globale». Vincenzo Gesmundo, che di Coldiretti è segretario generale, insiste: «Siamo qui con i nostri agricoltori e a fianco degli agricoltori francesi della Fnsa per chiedere di fermare le importazioni sleali di cibi che non rispettano gli standard europei e mettono a rischio la salute dei cittadini e il reddito degli agricoltori».
A proposito di francesi, sarà il caso che qualcuno avverta Emmanuel Macron che dei minacciati superdazi americani su Champagne e vini d’Oltralpe i contadini francesi non accusano Donald Trump, ma il presidente francese incapace di trattare così com’è - secondo loro -incapace di fermare l’epidemia che sta decimando le mandrie. Quel «Von der Leyen go home» ha il sapore del vecchio maggio francese: ce n’est qu’un debut.. Perché i contadini restano mobilitati a Strasburgo - domani si vota la mozione di sfiducia alla baronessa proposta da Jordan Bardella con il gruppo dei Patriots e, sul fronte italiano, c’è una riedizione dell’intesa giallo-verde con Lega e Cinque stelle che l’appoggiano (insieme ad Avs) mentre Fdi, Fi e Pd sono intenzionati a «salvare» la Commissione. Fin quando non tramonta il Mercosur.





