Economista di gran vaglia, liberale di formazione e di militanza, Stefano Parisi è stato non solo un civil servant di altissimo livello - da capo dipartimento di Palazzo Chigi per gli affari economici a direttore generale del Comune di Milano – ma anche un ponte tra «palazzo» e impresa da direttore generale di Confindustria per poi farsi egli medesimo impegnato in politica sempre nel centrodestra, sempre con una vocazione liberale. Poi è tornato agli antichi amori: fare impresa. Dopo la strage che Hamas ha compiuto su inermi cittadini ebrei nell’autunno del 2023, ha sentito il dovere di metterci impegno e faccia. Ha fondato con altri il «Setteottobre» di cui è presidente che è un think tank e manifesto contro l’antisemitismo, un luogo di riflessione e proposta democratica, un segno operante di solidarietà con gli ebrei. Lo abbiano raggiunto mentre è a Tel Aviv per discutere dei rigurgiti antiebraici che sono anche una mobilitazione, a volte molto violenta, contro l’Occidente e i suoi valori.
Come state combattendo la rimozione del 7 ottobre?
« Assistiamo a un fenomeno ancora più grave della rimozione dell’orrore del 7 ottobre, è il tentativo di comparare la reazione di Israele alla strage perpetrata da Hamas all’Olocausto degli ebrei. Tra pochi giorni è il 27 gennaio, il Giorno della Memoria dello sterminio nazista, e i pro Pal stanno organizzando per quella ricorrenza una vergognosa strumentalizzazione della propaganda dell’islam radicale. Quel giorno non possiamo tollerare da parte delle istituzioni una retorica sulla memoria senza che vengano ricordate le vittime degli stupri, delle mutilazioni, dei corpi bruciati, e delle torture inferte agli ostaggi del 7 ottobre. Rom Braslavsky e Liliana Segre sono superstiti dello stesso orrore e dello stesso odio. Non possiamo più tollerare la finta pietà verso gli ebrei sterminati dal nazismo e l’indignazione verso gli ebrei che combattono per non essere sterminati».
Come giudica l’atteggiamento dei partiti italiani di fronte alle crescenti minacce verso gli ebrei sovente confuso con un acritico appoggio ai pro Pal?
«L’antisemitismo è sempre esistito in Italia, ma nascosto sotto la cenere della retorica antifascista. Poi la falsa accusa di genocidio elevata verso Israele dopo il 7 ottobre ha liberato quell’antisemitismo che oggi è esploso, tollerato, giustificato e coltivato. I partiti della sinistra italiana, che si dichiarano antifascisti, grazie a questa gigantesca menzogna collettiva, hanno riscritto la storia del Novecento pur di rincorrere le piazze guidate dalla propaganda dell’islam radicale».
Graziano Delrio nel Pd è stato contestato per la sua proposta di legge sull’antisemitismo. Che sostegno siete disposti a dare a questa iniziativa?
«Graziano Delrio ha dimostrato che i valori storici della sinistra non sono sepolti sotto l’odio antisemita. Propone misure nel campo della formazione, dei poteri di Agcom per contrastare l’odio razziale sulle piattaforme social e ha proposto che la definizione di antisemitismo dell’Ihra (International Holocaust Remembrance Alliance, ndr), già adottata dal governo italiano, sia legge dello Stato. Un partito di sinistra dovrebbe essere in prima linea ad approvare una simile norma, ma la durezza con la quale lui è stato isolato fa capire che l’attuale leadership del Pd vuole difendere coloro che accusano gli italiani ebrei delle azioni del governo di Gerusalemme a meno che non facciano abiura del loro Paese, vuole difendere coloro che nelle piazze urlano slogan per cancellare lo Stato di Israele e cacciare gli ebrei dalla loro terra. Questa è la sinistra antisemita».
Anche nelle cosiddette forze sociali si fa strada un antisemitismo legato alla confidenza con i sedicenti movimenti pro Pal. Penso all’Anpi che assimila Hamas alla lotta partigiana, penso alla Cgil che invita a boicottare Israele. Che si può fare per mutare questa «narrazione»?
«Certo, bisogna parlare alle persone che hanno partecipato in buona fede alle manifestazioni pro Pal, a quelle che sono iscritte al sindacato per difendere il loro salario, a coloro che credono nei valori della lotta partigiana, ai tanti che lottano per i diritti delle donne e degli omosessuali, per fare loro aprire gli occhi: avete dato soldi per i palestinesi e sono andati a finanziare i terroristi, avete fatto sciopero perdendo un giorno di salario e siete stati strumentalizzati per la carriera politica del vostro leader, avete partecipato alle manifestazioni del 25 aprile e non c’erano più le bandiere italiane, ma quelle dei palestinesi, partecipate al Gay Pride ma i vostri compagni hanno urlato slogan per cancellare Israele e instaurare uno Stato islamico dove le donne vengono sottomesse e gli omosessuali giustiziati».
L’arresto di Hannoun e la rete pro Hamas fa emergere che in Italia esiste una radicata base di appoggio ad Hamas. La preoccupa e crede che esista ancora una sorta di lodo Moro?
«Finalmente si fa luce sulla vera natura dei movimenti che hanno promosso e organizzato le manifestazioni pro Pal, che hanno finanziato la Flottilla (è nota anche la rete di finanziamenti di questa enorme azione di propaganda di Hamas), e dei loro legami con la politica e le istituzioni italiane. Ma è una rete che si estende in tutta Europa. Non vedo però nessuna accondiscendenza da parte del governo italiano come ai tempi di Moro e Andreotti. Anzi l’azione di contrasto è molto determinata. L’unica “falla” istituzionale è, semmai, in alcuni settori della magistratura, si pensi alle dichiarazioni recenti del Procuratore nazionale antimafia, agli appelli di Magistratura Democratica al boicottaggio delle aziende che hanno rapporti con Israele e alla reiterata inazione verso gli innumerevoli fenomeni di istigazione all’odio impuniti, nonostante l’obbligatorietà dell’azione penale. Servirebbe un forte e leale coordinamento tra le forze dell’ordine, i servizi di intelligence e la magistratura per sradicare l’eversione del radicalismo islamico».
Piazze piene per i pro Pal e per Maduro, ma niente per i morti in Ucraina o in appoggio alla rivolta iraniana. Sotto la cenere cova un mai sopito spirito antioccidentale?
«Sicuramente è lo spirito antioccidentale, l’ostilità verso gli Stati Uniti, l’odio verso noi stessi che ha radici profonde in una parte della nostra opinione pubblica e, soprattutto, dell’élite. Pensiamo quanto poco spazio danno oggi i giornali a questo straordinario movimento di popolo che sta rovesciando il regime in Iran. Lì ci sono milioni di persone che scendono in piazza, rischiando la vita contro un regime sanguinario, e i giornali danno mezza pagina mentre hanno dato pagine e pagine alle flottille e ai nostri figli di papà pro Pal che, senza rischiare nulla e spesso aggredendo e ferendo i nostri poliziotti, glorificano quello che il regime iraniano ha fatto, mentre i loro coetanei israeliani combattono e, a volte, perdono la vita per sconfiggere quello stesso regime, circondati dall’odio dell’Occidente».
Esiste un pericolo di islamizzazione forzata e strisciante in Italia e in Europa attraverso il diffondersi delle moschee e l’immigrazione? Bisogna proibire il velo e chiedere che i sermoni degli imam si facciano in italiano?
«Non credo sia necessario vietare il velo, dobbiamo difendere la libertà religiosa, dobbiamo solo non sottomettere i nostri valori a religioni che non tollerano la libertà religiosa. I simboli del cristianesimo non hanno mai offeso la millenaria presenza ebraica nel nostro Paese e non possiamo tollerare questa sottomissione strisciante per cui annulliamo la nostra identità per non “offendere” quella islamica. Dobbiamo soprattutto uscire dall’ambiguità verso l’islam radicale. I Fratelli musulmani sono messi al bando in molti Paesi musulmani, qui sono protetti, difesi, e corteggiati i loro voti. Dobbiamo controllarne i flussi finanziari, le attività eversive, che stanno penetrando le università, lo sport, lo sviluppo urbano, le associazioni di “beneficenza”. Si, dobbiamo controllare l’attività degli imam».
Lei ora si trova a Tel Aviv. Com’è la situazione anche guardando alla Palestina? È vero che c’è un’opposizione fortissima contro Netanyahu? Ed è vero che è aumentata la Aliya cioè la diaspora degli ebrei europei verso Israele?
«Israele è una democrazia viva, il senso della patria è fortissimo. I giovani, dopo la scuola, fanno tre anni di militare (due le donne) e vanno a combattere e anche a morire per difendere il loro Paese e continuano a farlo fino a 40 anni. Quasi tutti gli israeliani (se si escludono molti Haredim e molti arabi) hanno dato una parte della loro vita al Paese. Si sentono “azionisti” del loro Paese e partecipano attivamente alla vita politica. Le scelte del governo incidono sulla loro pelle. Ma l’opposizione a Netanyahu non ha nulla a che vedere con le accuse al governo di Gerusalemme che fa la nostra sinistra. Nessuna accusa di genocidio, l’opzione militare contro Hamas e contro il terrorismo sarebbe stata la stessa anche se al governo ci fosse un leader dell’opposizione. La critica al governo riguarda altri temi come la legge che vorrebbe varare sull’esonero dal militare dei giovani ortodossi che studiano nelle Yeshivà, mentre i loro coetanei vanno a combattere e a morire. O come la commissione di inchiesta per definire le responsabilità del 7 ottobre che l’opposizione vorrebbe indipendente, ma che il governo vuole composta da politici. Sì, nonostante la guerra e il terrorismo, per gli ebrei della diaspora Israele continua a essere il Paese più sicuro. Qui gli ebrei possono vivere senza paura, e anche il dolore per i propri morti è un dolore collettivo, di popolo, mentre in Europa, gli ebrei devono vivere la loro sofferenza, chiusi nelle loro piccole comunità».
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 12 gennaio con Carlo Cambi
Un’ammissione («Sul fronte della sicurezza abbiamo lavorato moltissimo, ma i risultati non sono soddisfacenti») e una promessa («Questo sarà l’anno della svolta») di Giorgia Meloni s’infrangono sugli scogli della cronaca. L’onda d’urto si ripercuote sulla maggioranza: ieri c’è stata una polemica tra Massimiliano Romeo, capogruppo della Lega al Senato e il suo omologo di Fratelli d’Italia, Lucio Malan. L’oggetto del contendere sono le «strade sicure», con la presenza dei militari di pattuglia che già ha diviso Matteo Salvini e il ministro della Difesa, Guido Crosetto. Ma è solo un antipasto, in vista di un ulteriore decreto Sicurezza orientato a colpire prima di tutto le cosiddette baby gang e la violenza di strada.
Un’ammissione («Sul fronte della sicurezza abbiamo lavorato moltissimo, ma i risultati non sono soddisfacenti») e una promessa («Questo sarà l’anno della svolta») di Giorgia Meloni s’infrangono sugli scogli della cronaca. L’onda d’urto si ripercuote sulla maggioranza: ieri c’è stata una polemica tra Massimiliano Romeo, capogruppo della Lega al Senato e il suo omologo di Fratelli d’Italia, Lucio Malan. L’oggetto del contendere sono le «strade sicure», con la presenza dei militari di pattuglia che già ha diviso Matteo Salvini e il ministro della Difesa, Guido Crosetto. Ma è solo un antipasto, in vista di un ulteriore decreto Sicurezza orientato a colpire prima di tutto le cosiddette baby gang e la violenza di strada.
A Termini, la prima stazione d’Italia, sono i giorni dell’odio, di una violenza inspiegabile se non sospettando che sia venata da un razzismo al contrario; le bande dei maranza, degli spacciatori, dei senza dimora aggrediscono a morte un funzionario del ministero del Made in Italy, stimatissimo da tutti i colleghi, con il ministro Adolfo Urso che segue da vicino il delicatissimo decorso ospedaliero di quest’uomo tra la vita e la morte perché ha una sola colpa: è bianco, è occidentale. Un’ora dopo anche un rider, che si guadagna da vivere pedalando nel freddo, è stato bersaglio di una violenza cieca. Lui è tunisino, ma anche lui è agli occhi di criminali senza tetto né legge un occidentale perché lavora per vivere, perché si è integrato. Bisogna cominciare a dire pure questa verità scomoda perché l’attualità vanifica anche la più ferma delle posizioni come quella espressa nella conferenza stampa d’inizio anno dal presidente del Consiglio. E ora rischia di mettere in crisi i rapporti tra le forze di maggioranza finite nel mirino di Pd e 5 stelle che hanno fatto per propaganda una svolta securitaria.
Elly Schlein e Giuseppe Conte sanno benissimo che decenni di politiche migratorie improntate al buonismo e sull’allarme autoritario contro la destra quando ha approvato i decreti Sicurezza o spinge per i rimpatri li rendono poco credibili, sono avvertiti che le città amministrate dal «campo largo» sono fuori controllo, come dimostra il silenzio del sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, ma soprattutto temono che sotto referendum sulla giustizia, Giorgia Meloni appaia convincente affermando: «Non vuol dire che non si possa chiedere conto ai magistrati di decisioni che mettono a repentaglio la nostra sicurezza». Per stoppare questa eccessiva discrezionalità il governo pensa a un nuovo decreto modello Caivano (criticatissimo da quella sinistra che ora chiede più sicurezza) e a procedure di espulsione più rapide. Ma ora l’allarme è sulla vigilanza.
In un’intervista a Repubblica, Lucio Malan ha invitato gli alleati a non volersi intestare i provvedimenti e ha affermato che il nuovo decreto è quasi pronto e che non ci sono frizioni anche se ha rivendicato: «I reati calano del 3,5%». Poi, ricordando 39.000 assunzioni nelle forze dell’ordine, ha specificato: «Sono un ex carabiniere. È sempre rassicurante vedere uniformi per strada. Che siano polizia, carabinieri o militari dell’Esercito. Però ha ragione il ministro Crosetto: i soldati devono fare i soldati. È preferibile avere forze di polizia nelle città e nelle stazioni, perché il militare non può procedere ad alcune azioni proprie delle forze dell’ordine». E qui è scattato forte e chiaro il «non ci sto» di Massimiliano Romeo. «I soldati in strada con compiti di sicurezza furono introdotti nel 2008 dal governo Berlusconi, con il ministro della Difesa di allora, Ignazio La Russa», ha ricordato l’esponente leghista, che ha aggiunto: «Fu un governo come il Conte 2 a ridurre progressivamente il contingente, depotenziando una misura che aveva funzionato e che la Lega, alla prima occasione utile, ha reintegrato. Il collega Malan dimentica l’effetto deterrenza dei militari nelle strade, che vale più di mille norme che possiamo scrivere. Stiamo vedendo in questi giorni quanto sia fondamentale garantire in tutta Italia più sicurezza in zone più colpite dalla criminalità, pensiamo alle stazioni. Ci chiediamo perché, oggi, nella maggioranza ci sia chi cambia idea e si comporta come i governi di centrosinistra. Per la Lega la sicurezza è una priorità e restiamo convinti che rafforzare la presenza dei soldati sia uno strumento valido».
All’orizzonte tuttavia si leva anche una possibile polemica tra Lega e Forza Italia che sta dalla parte di Fdi. Luisa Regimenti, segretario di Forza Italia a Roma, si è allineata al nuovo decreto chiedendo più videosorveglianza, daspo urbani e più controlli, ma non ha fatto parola sull’esercito. Duro il commento di Alessio D’Amato (Azione), che accusa: «Se lo Stato non riesce a garantire la sicurezza alla stazione Termini, significa che ha fallito». La strada che intende percorrere Palazzo Chigi è superare i decreti Salvini e il vecchio decreto Sicurezza aggiungendo il divieto di vendita di armi da taglio ai minori e multe ai genitori, oltre a un inasprimento contro la criminalità di strada con il ritiro o la non concessione per chi delinque della patente, del permesso di soggiorno e del passaporto, sempreché non averlo non sia, come nel caso di Valdez Velasco, assassino di Aurora Vanoli, un via libera per continuare a uccidere per strada.





