Stavolta ci toccherà di dare ragione a Emmanuel Macron che si è schierato - insieme con Polonia, Austria, Irlanda e Ungheria - contro il Mercosur e in cambio ha anche ottenuto che l’autorità doganale europea, fondamentale per svolgere le analisi sulle merci importate, sia radicata a Lille, frustrando la richiesta italiana che la voleva a Roma.
Dal Brasile arriva pollo contaminato da salmonella che invade il mercato europeo senza alcun controllo. Nella partita del Mercosur per l’Italia c’è anche un’aggravante, se così si può dire: aveva fatto fronte comune con gli altri Paesi per bloccarlo, ma alla fine ha detto sì al trattato di libero scambio con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay con annessa Bolivia. Il ministro per la Sovranità alimentare, Francesco Lollobrigida, anche su consiglio di Giorgia Meloni, si era fatto convincere perché la Commissione Ue ha promosso l’applicazione della clausola di reciprocità: i prodotti agricoli importati dal Mercosur devono avere le stesse garanzie di salubrità e qualità di quelli europei.
Promessa immediatamente smentita da quanto è accaduto in Grecia: è sbarcato un carico di carne di pollo contaminato il 2 maggio, il giorno seguente all’entrata in vigore ufficiale del Mercosur. Ursula von der Leyen ha fatto il diavolo a quattro per far ratificare l’accordo il prima possibile, ha sfidato il Parlamento europeo che ha chiesto alla Corte di giustizia di verificare se l’accordo violi o meno i Trattati europei e lo ha fatto applicare in via provvisoria infischiandosene del pronunciamento dei giudici. Il che espone l’Ue, nel caso in cui la Corte di Lussemburgo sancisse l’illegittimità dell’accordo, a un contenzioso lungo e oneroso assai. Pur di vendere le vecchie Mercedes, le Bmw e le Audi ai brasiliani che ci rimpinzano di ogni schifezza agricola, la baronessa non è andata tanto per il sottile. Ma, come si dice, il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi. E la prima, gravissima conseguenza del Mercosur si è materializzata in Grecia, Paese che, dopo la batosta della crisi monetaria del 2009, di fatto è a trazione tedesca e il leader di Nea Democratia e premier, Kyriakos Mitsotakis, ha già pagato un prezzo alto in popolarità. Ha seguito la stessa traiettoria dell’Italia anche se i contadini greci sono tutt’ora sul piede di guerra, soprattutto i coltivatori di riso Ndel nord, gli allevatori del Peloponneso e gli olivicoltori e vignaioli di Creta dove ci sono state le proteste più violente.
E hanno ragione perché l’80% del primo carico di pollo congelato, pari a 3 tonnellate in totale, giunto in Grecia dal Brasile, era contaminato da salmonella. Lo ha rivelato la Federazione panellenica degli ingegneri geotecnici. Quanto accaduto solleva seri interrogativi sull’efficacia dei meccanismi di controllo dell’Ue sulla sicurezza degli alimenti importati. Secondo i risultati dei laboratori veterinari di Agia Paraskevi, nella periferia di Atene, 8 su 10 dei primi lotti analizzati sono risultati contaminati da salmonella e il presidente della Federazione panellenica degli ingegnergeotecnici pubblici, Nikos Kakavas, lo ha confermato esprimendo forti preoccupazioni circa l’adeguatezza dei controlli sui prodotti importati.
Nikos Kakavas ha denunciato peraltro le gravi ripercussioni sull’agricoltura greca a causa delle importazioni selvagge via Mercosur, in un Paese che, avendo solo il 40% dei tecnici che servirebbero, non è in grado di controllare la merce che arriva. Come direbbero i francesi: è solo l’inizio. In Italia la mobilitazione anti Mercosur, per chiedere controlli e lotta alle contraffazioni, non si è mai arrestata. Migliaia di agricoltori della Coldiretti si ritroveranno alla Fiera di Cagliari domani per protestare e con loro ci sarà anche il ministro Francesco Lollobrigida che sul Mercosur avrà forse da ridire.
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Chiamatelo fattore «S» che condiziona e fa diventare la giustizia uno show costellato di errori e omissioni.«Esse» come Andrea Sempio o Alberto Stasi, «esse» soprattutto come Roberto Savi, il capo della banda della Uno bianca che dopo 30 anni di reclusione nel carcere di Bollate dove sta scontando l’ergastolo si concede a favore di telecamere a Belve Crime su Rai 2 - la rete dei delitti molti e dei castighi pochi - per farsi intervistare da Francesca Fagnani.
Il fattore «esse» è già scattato; appena spenti i televisori i pm di Bologna annunciano che vogliono interrogare di nuovo Savi così come il sindaco Matteo Lepore (Pd) - figurarsi se si perde l’occasione del «gomblotto» - tuona che «bisogna promuovere ogni approfondimento possibile dopo le rivelazioni di Savi». Garlasco chiama, Bologna risponde soprattutto se si parla di servizi segreti. Ormai siamo abituati alle «suggestioni in nero» via tubo catodico. Francesca Fagnani fa niente male il suo mestiere, ma si è dimenticata la prima fondamentale domanda. Come il maresciallo dei carabinieri Francesco Micheletto che interrogò Andrea Sempio il 18 agosto del 2007 si scordò di fargli la più elementare delle contestazioni: che faceva lei il 13 agosto quando hanno ammazzato Chiara Poggi? Così la Fagnani a Savi non ha posto la domanda-icona del programma: «Che belva si sente?». Chissà cosa avrebbe detto questo ex poliziotto che in sette anni tra Emilia e Marche ha ammazzato con i suoi complici - i suoi fratelli Alberto e Fabio Savi, Marino Occhipinti e altri due gregari - 24 persone e ne ha ferite un altro centinaio? Nonostante oggi sembri l’ombra del Rambo di paese di quarant’anni fa non ha perso il vizio di fare il bullo. Ha buttato lì una verità che pare una bomba, forse è una bufala, di certo racconta per l’ennesima volta, come già con Garlasco, che le indagini hanno seguito la via più breve. «Ci proteggevano i servizi segreti, anzi molte azioni le abbiamo fatte dietro loro richiesta», come la rapina all’armeria di via Volturno, in pieno centro a Bologna; è una di quelle strade dove tutti si conoscono, dove si vende di tutto, anche l’amore a prezzi modici. Era la mattina del 2 maggio del 1991; entrarono nel negozio e fecero fuori Licia Ansaloni e Pietro Capolongo, una sorta di commesso-esperto, ex carabiniere. Chiede la Fagnani: «Fu una rapina?». Savi spavaldo replica: «Ma va là, la rapina… Chi va a rapinare pistole? Non avevano nient’altro che pistole in quella casa. Lui era ex dei servizi particolari dei carabinieri. Volevamo una scusa, farlo fuori in qualche maniera…». Eccolo il Savi killer su commissione delle barbe finte da cui - racconta - andava a prendere ordini tutte le settimane a Roma. Ce l’avevano in particolare con i carabinieri perché l’esordio ufficiale della Uno bianca - c’era stato un prologo insignificante nel 1987 con la rapina al casello dell’A-14 a Pesaro - fu la sera del 4 gennaio del ’91. Quartiere Pilastro; una pattuglia dell’Arma accerchiata. La mattanza lasciò sul terreno Otello Stefanini, capopattuglia, e i carabinieri Andrea Moneta e Mauro Mitilini; neppure cinquant’anni in due. Loro ferirono Roberto Savi, ma furono finiti tutti e tre con un colpo alla nuca. Bologna - che troppe ne ha subite - pensò all’attacco terroristico neofascista. Qualcosa però non tornava. Lo si seppe nel ’96 con le condanne all’ergastolo. Ma c’è ancora chi non crede che quelli fossero assassini in divisa da poliziotto. Giovanni Spinosa - magistrato, è stato anche all’antimafia di Bologna - aveva avuto al suo servizio Roberto Savi senza mai sospettare di nulla e ha scritto un libro L’Italia della Uno bianca per sostenere che la «banda» era un’organizzazione sovversiva. Ecco il fattore «esse». La Procura di Bologna guidata dal dotto Paolo Guido ora intende interrogare Roberto Savi dopo l’intervista. Oggetto: i servizi segreti. Quando? Non c’è fretta perché prima i magistrati vogliono studiarsi il video dell’intervista, soprattutto nella parte in cui Savi rievoca la rapina di via Volturno e l’ordine di far fuori l’ex carabiniere Pietro Capolongo. Esattamente trentacinque anni dopo! Di conseguenza il sindaco di Bologna Matteo Lepore, quello che va a braccetto dei pro Pal anche se gli sfasciano tutto - sentenzia: «Di fronte alle gravi affermazioni di Roberto Savi voglio ribadire, a nome della comunità bolognese, la nostra sentita vicinanza ai familiari delle vittime (non l’hanno pressa benissimo e hanno protestato con la Rai ndr), che si sentono colpiti dalle rivelazioni televisive di uno dei capi della Uno bianca. Savi è responsabile di efferati delitti e la sua intervista è rilevatrice di un profilo criminale di massimo rilievo, che sicuramente non gode d’immediata affidabilità. Tuttavia, di fronte alle sue dichiarazioni, che evocano presunte connivenze e coinvolgimenti di apparati dello Stato, riteniamo necessario promuovere ogni approfondimento possibile».
Eh si facciamo piena luce, ma forse le pile sono scariche. Una cosa è sicura: i riflettori della tivvù ormai fanno diventare personaggi (negativi?) i criminali, ripropongono sul vecchio modello americano il filone noir per fare audience. Che poi si dia nuova sofferenza a chi ha avuto un marito, un fratello, una figlia ammazzati fa parte del macabro gioco, così come chi è in galera forse innocente fa un’incessante doccia scozzese di speranze e delusioni. Ma show must go on.
Ps: Chi scrive quella sera del 4 gennaio del ’91 era al Pilastro a raccontare l’esordio della Uno bianca. Ai cronisti non sono concesse le lacrime. Ma pianse.





