O l’Europa garantisce controlli severi alle frontiere oppure liberi tutti: non si può stare sul ring mondiale con una mano legata dietro la schiena.
Il Commissario alla Salute Oliver Varhely è arrivato ieri a Roma e si è trovato di fronte il ministro dell’agricoltura e per la sovranità alimentare Francesco Lollobrigida, deciso a far valere le ragioni dell’Italia stanca di condurre una battaglia per la massima qualità e salubrità del cibo e poi di vedere che le regole dell’Ue vengono sistematicamente. La venuta a Roma del Commissario alla Salute è stata sollecitata dalla Coldiretti che ieri ha dedicato una giornata di studio al rapporto cibo e salute. La battaglia è quella contro gli ultraprocessati, contro le importazioni selvagge – di fatto l’incontro di palazzo Rospigliosi è la conclusione della mobilitazione degli agricoltori a difesa del made in Italy – contro il codice doganale che con l’ultima trasformazione (fosse anche solo il confezionamento) consente di etichettare come italiana qualsiasi merce d’importazione, contro la politica Ue che nicchia sull’origine, ma ha nostalgie del Nutri-score e vuole le etichette allarmistiche. Nell’incontro col ministro Francesco Lollobrigida, Oliver Varhely si è sentito dire: «Per noi Commissario lei è interlocutore fondamentale nella tutela della salute e della qualità: anche sulla gestione degli agrofarmaci lei è stato un interlocutore fondamentale. L’Italia vuole utilizzare tali sostanze solo quando strettamente necessario, vietandone l’impiego laddove sia effettivamente possibile farlo senza compromettere le colture. Abbiamo richiesto un potenziamento dei controlli e ringrazio il Commissario per il suo attivismo, che oggi compensa anni di immobilismo. L’Italia ha recentemente approvato una normativa molto rigorosa per la tutela dell’agroalimentare e chiederemo ulteriori verifiche nei nostri scali, a partire dal porto di Genova». Non a caso Lollobrigida aveva chiesto che fosse radicata a Roma l’autorità doganale per rendere più efficaci i controlli colabrodo dei porti del nord Europa (solo il 3% delle merci è monitorato) da qui la scelta rivendicata dal ministro di sostenere il cosiddetto «pacchetto Omnibus» sulle importazioni «esigendo tuttavia che venga sancito il principio di reciprocità: se un agrofarmaco è vietato, tale divieto deve valere per qualsiasi prodotto che acceda al nostro mercato».
È la stessa posizione della Coldiretti che ha consegnato a Varhely un milione di firme di cittadini e 2034 delibere tra Regioni, Province, Anci e Comuni italiani per tutelare trasparenza e salute con l’etichettatura d’origine obbligatoria sui cibi e la riforma del Codice doganale restituendo agli Stati la possibilità di definire con chiarezza la provenienza dei prodotti. Si è molto discusso con gli interventi dei professori Felice Adinolfi e Antonio Gasbarrini del rapporto inscindibile tra cibo e salute e della primazia della dieta mediterranea. Vincenzo Gesmundo, segretario Coldiretti, ha detto: «Per gli agricoltori la salute e la fiducia del consumatore sono valori non negoziabili, basta cibi ultraprocessati, falso made in Italy e attacchi alla nostra qualità». Ettore Prandini che di Coldiretti è presidente ha ribadito: «Serve un’alleanza strategica europea per estendere l’indicazione obbligatoria dell’origine in etichetta a tutti i prodotti alimentari in commercio nell’Unione Europea e riformare l’attuale codice doganale; l’Ue deve arrivare a un elemento di trasparenza, dando la possibilità ai cittadini di non essere ingannati». Varhely non si è limitato a prendere buona nota, ma ha affermato che «la sicurezza alimentare è un impegno fondamentale per l’Ue e che la salute passa prima di tutto dal cibo, ciò che l’Italia ci suggerisce è paradigma fondamentale per la nostra azione». Viene da dire: finché c’è pane c’è speranza.
Non accontentatevi del «mala tempora currunt», perché ora «sed peiora parantur». Non bisogna essere il mago Otelma per accorgersi che non c’è da stare allegri se il petrolio e il gas sono raddoppiati, se la Cina ci invade con prodotti in dumping perché è in iperproduzione e se la guerra dei dazi blocca la nostra merce alle frontiere. Che i tempi sono pessimi lo sanno tutti tranne la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, convinta che giocando con i carri armatini e rafforzando il Green deal ci si salva. Ha detto: «Non ci sono le condizioni per sospendere il Patto di stabilità». Al massimo due aiutini di Stato. E, mentre studia un piano per rinchiuderci in casa, mandarci a piedi e bloccarci i condizionatori causa mancanza di energia, risponde: «Non siamo ai tempi del Covid». Come dire: con il lockdown energetico mica dovete vaccinarvi.
Magari ci fosse un vaccino contro la miseria! Perché l’Europa è un malato grave e servirebbe subito la sospensione delle regole fiscali. Forse avendo dato gli ultimi, necessari, 90 miliardi a Volodymir Zelensky, avendo in testa di portare il bilancio Ue a 2.000 miliardi ammazzando di altre tasse imprese e contribuenti, volendo varare un riarmo da 800 miliardi, i soldi per lanciare un nuovo «recovery» non ci sono, ma di certo non è tempo di fare sottigliezze sugli zero virgola di bilancio. Va scritto a lettere cubitali: l’Europa, e l’eurozona ancora più gravemente, è in stagflazione. Ci sono impietosi i numeri: l’inflazione nei Paesi che hanno adottato l’euro ad aprile è salita al 3% (rispetto al 2,6% annuo fino a marzo e all’1,9% di febbraio), ma il tasso di crescita è inchiodato allo 0,1%, certificato da Eurostat, che stima ancora un +0,8% a fine anno. È la peggiore patologia economica che possa capitare: vuol dire che il volume economico arretra, ma l’inflazione sale. Stiamo importando energia a un costo spropositato ma, siccome per pagare le bollette aziende e famiglie spendono di più, la domanda aggregata frena; se poi si blocca l’export perché la Cina fa dumping e perché, ad esempio, a Dubai il lusso made in Italy non lo consuma più nessuno causa paura, ecco la tempesta perfetta. Con in più una sciagura: al timone della nave c’è una baronessa tutta chiacchiere e distintivo. Fuor di metafora: anche chi, come il vicepremier Antonio Tajani, dice che non si deve derogare dai vincoli di bilancio ma semmai accedere al Mes, oggi è di fronte al baratro economico annunciato. Che si materializza nelle parole di un’altra signora d’Europa. Christine Lagarde presidente della Bce.
L’inflazione ha accelerato ben sopra il target dell’Eurotower, ma ieri hanno deciso di lasciare i tassi invariati al 2% (anche quelli sul rifinanziamento restano al 2,15% e al 2,4%). La ragione? Pare che l’inflazione di fondo stia ancora al 2,2 e, quindi, l’impennata dei prezzi energetici oltre il 5% può essere interpretata per un po’ come una fiammata dovuta all’imbuto di Hormuz. Alle Borse è bastato che non ci sia stata la stretta immediata per pigliare fiato (la migliore è Milano, col +0,9 nonostante un tonfo di Stellantis che perde quasi il 6,4 mentre il petrolio arretra di 3 punti). La Lagarde però è stata chiara: non fateci la bocca. «Abbiamo discusso molto sulla possibilità di alzare, ma all’unanimità abbiamo deciso di stare fermi. La Bce non intende reagire immediatamente a uno shock di offerta», ha commentato. A giugno però potrebbe esserci la stretta: «Le prossime sei settimane», ha detto Lagarde, saranno il momento opportuno per valutare l’economia al fine di prendere una decisione ponderata sulla base di informazioni verificate e riesaminate».
La verità è che tutte le banche centrali - da Londra alla Fed - sono rimaste ferme. In Europa un combinato disposto di stagflazione conclamata e aumento dei tassi sarebbe mortale. Soprattutto per l’Italia, che deve spesare un enorme debito pubblico che l’inflazione erode nominalmente ma i tassi fanno diventare più caro. Chi sta peggio è la Francia (zero crescita, inflazione mensile all’1,2% e su base annua al 2,5%), ma la «locomotiva» Germania è al minimo (0,3% di crescita su base trimestrale, 0,5% di aumento mensile dei prezzi e annuale del 2,9%) e pure la Spagna dei presunti miracoli paga dazio: cresce dello 0,6%, ha però il più alto tasso d’inflazione, al 3,6%. Da noi i numeri non consolano: crescita allo 0,2%, inflazione annua al 2,9% secondo Eurostat, ma balzo ad aprile dell’1,7% con l’energia a +5,1% e carrello della spesa pesante (+2,5 con gli alimentari non lavorati, frutta e verdura per intenderci, che vanno su del 6% e i beni di frequente acquisto che schizzano a +4,3%). L’inflazione di fondo cala pero di uno 0,3, all’1,6%, ma non si vede nelle tasche. In proiezione di spesa ogni famiglia, se le cose continuano così, sborserà 1.000 euro in più a fine anno. Il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti due giorni fa ha detto: «No all’immagine del Paese al disastro: non è tutto oro, ma neppure stagflazione». Purtroppo dall’Europa sono arrivate pessime notizie: sed peiora parantur!
Ucci ucci, sento odore di Ranucci, nel senso di Sigfrido. Brutta bestia l’invidia: c’è chi c’ha gli Epstein files e chi Nicole Minetti, igienista dentale alla corte di Silvio Berlusconi. L’hanno condannata per favoreggiamento della prostituzione e poi l’hanno graziata. E graziosa lo è. La grazia in questo Paese la concede il presidente della Repubblica (articolo 87 della Costituzione); è una sua esclusiva prerogativa e al Quirinale c’è anche un ufficio apposito che studia le pratiche.
Si dà anche il caso che il ministero di Giustizia (gli hanno tolto la dicitura di Grazia proprio perché la Corte costituzionale ha sancito che è incombenza esclusiva del Quirinale) raccolga il fascicolo per gli elementi necessari alla clemenza dopo le indagini della Procura generale e il ministro controfirmi l’atto deciso dal presidente della Repubblica. Ma il grande giornalismo d’inchiesta mica si può fermare ai codici: io, Sigfrido, la giustizia non la faccio, la grido. O magari la sussurro come la rossiniana calunnia: un venticello. Ma sempre per la libertà di stampa! A Rete 4 martedì sera, dalla padrona di casa Bianca Berlinguer, spunta Rula Jebreal che dà la dritta giusta a Ranucci. Sapete che il compagno della Minetti era intimo del pedofilo? Il giustiziere Sigfrido punta subito a Nord-io, nel senso di Carlo ministro della Giustizia iniziatore, ma né istruttore né concessore, della grazia alla Minetti.
Cosa rivela Report? «Una voce poco fa mi ha detto che Carlo Nordio in marzo era in Uruguay ospite del ranch di Giuseppe Cipriani dove ci stava anche la Minetti e dove si organizzano festini», interviene Bianca Berlinguer «con le prostitute». Finalmente abbiamo il nostro Epstein. Carlo Nordio va in Uruguay nel ranch dei «Ciprietti» si fa un paio di ragazzotte, poi anche ombre e cicchetti come usa a Venezia, ritiene la Minetti graziosa, cioè meritevole di grazia, torna a casa e convince Sergio Mattarella a farsi clemente. Ma il pathos deve crescere. Sigfrido lumeggia di avvocati uruguaiani bruciati vivi, di una mamma sparita. Perché la Minetti ha adottato un bambino uruguagio che sta male e Mattarella l’ha perdonata per consentirle di accudirlo. Dunque l’adozione deve essere macchiata di sangue e di mistero: la mamma biologica fatta fuori, i legali ostili ai «Ciprietti» carbonizzati. Chi lo dice? La voce, anzi la fonte di Ranucci che stava lì nel ranch insieme a lui, forse a lei e di sicuro con l’altro che sarebbe il ministro.
D’improvviso, però, al telefono c’è Carlo Nordio che non l’ha presa benissimo - la querela per Ranucci è già pronta - ed esordisce: «Ero a un concerto e mi hanno avvertito di questa vostra bizzarra menzogna». Sigfrido incalza: «Lei era nel ranch in Uruguay a marzo». Nordio replica: «Marzo di che anno?» Ranucci non lo sa, balbetta, ma ripete «Io ho la fonte, l’hanno vista, lei c’era» E la Berlinguer: la fonte, la fonte! Forse serve perché Ranucci ha la salivazione azzerata quando Nordio puntualizza: «Io a marzo facevo la campagna elettorale per il referendum, in Uruguay ci sono andato in missione di Stato l’anno scorso o due anni fa: due giorni a Buenos Aires e una Montevideo, tutti i miei spostamenti sono registrati. Non conosco la signora Minetti, non sono mai stato nel ranch, nella villa o a casa di questi signori: le vostre sono fantasie infamanti». Un cane da Report magari scodinzola ai sinistri, però non molla la preda: «Nega di essere amico di Enrico Cipriani?». Nordio è perplesso: «Vuol dire Arrigo Cipriani (è il padre di Giuseppe in Minetti, ndr)? Avrò cenato nel suo ristorante almeno una quindicina di volte, ma chi non lo conosce a Venezia? Il figlio non lo ricordo». Enrico, Arrigo, stai a guardà il capello, dicono a Roma. Si dà il caso, però, che Arrigo Cipriani abbia assistito Ernest Hemingway mentre scriveva Di là dal fiume e tra gli alberi; se ordini un carpaccio o un Bellini, opti per una ricetta di Arrigo, non Enrico, Cipriani!
Nordio la chiude lì. Ranucci insiste: ho la fonte e domenica a Report sentirete. C’è Epstein (è stato suicidato, sei anni fa) e la Rula incita: «Bravo Sig (abbreviazione di signore?) vai avanti»! La Berlinguer insiste: la fonte, la fonte. Il seguito è l’onorevole Augusta Montaruli - Fdi, vicepresidente commissione vigilanza Rai - che chiede alla Rai di tutelarsi nei confronti di Ranucci; è Nordio che ribadisce la querela; è Sigfrido che fa l’offeso. Bianchina ripete: «Ranucci ha detto che devono verificare, che è una voce». Ma ci si chiede: per sapere della grazia alla Minetti, perché non bussare da Sergio Mattarella che gliel’ha concessa? Ah già: il Quirinale è in salita, meglio puntare a Nord-io.
Pro memoria: Ranucci, come capita a quelli del «fatto separato dalla realtà», aveva già rivelato che il ministro della Giustizia aveva introdotto un trojan nei computer dei magistrati per spiarli. Una bufala, ma la voce era seria. Come Enrico Cipriani.




