Ormai Ursula von der Leyen è intenzionata a passare alla storia come colei che ha svenduto l’agroalimentare europeo per far fare quattrini alle industrie automobilistiche tedesche prendendosi una rivincita commerciale su Donald Trump che a nostra signora dell’Unione non sta affatto simpatico. Da Camberra annuncia che oggi firma l’ennesimo «accordo storico» con l’Australia. Anche questo è in gestazione da 18 anni ed è la fotocopia del Mercosur: ci guadagnano industria e finanza, ci perdono gli agricoltori. Per la verità, la Coldiretti, che dopo il sì di Francesco Lollobrigida al Mercosur (bisognava dare l’impressione che l’Italia è europeista e non si può mettere in discussione la Commissione dove siede Rafaele Fitto) si è molto ammorbidita, prova a dire che il patto con i canguri crea opportunità all’agroalimentare italiano facendoci sapere che, mentre noi esportiamo in Australia per quasi 900 milioni loro per ora ci vendono per qualcosa meno di 90. Però è un ragionamento che non guarda lontano. L’accordo azzera in un arco di tempo di almeno dieci anni i dazi su buona parte di prodotti europei e di fatto su tutti i prodotti australiani, ma a un prezzo: consentire a loro di continuare a produrre il falso made in Italy.
Il Parmesan, che loro producono a imitazione del Grana Padano e del Parmigiano Reggiano, possono continuare a venderlo in giro per il mondo, e così il loro «Prosecco». Esiste il Prosecco della King Valley, dove fin dagli anni Novanta viene spumantizzata l’uva glera importata lì da alcuni italoaustraliani. La cantina più nota è la Otto Dal Zotto che a imitazione della strada del Prosecco di Conegliano-Valdobbiadene (sito Unesco) ha anche tracciato la Prosecco-road.
Questo spumante soddisfa al 78% il mercato interno australiano e viene esportato anche in Cina, dove noi facciamo grande fatica a vendere.
Il fatturato del Prosecco dei canguri è attorno ai 300 milioni di dollari australiani, pari a circa 130 milioni di euro, circa il 5% del fatturato dello spumante italiano. L’accordo che la Von der Leyen presenta come epocale prevede che per i prossimi dieci anni i vignaioli di Victoria possano continuare a mandare il loro Prosecco in giro per il mondo senza che nessuno possa dir loro nulla. Lo stesso vale per il Parmesan e per tutti i formaggi australiani tra cui un ottimo Gorgonzola, un saporito Romano e una Feta che è un’offesa nazionale alla Grecia. La cosa curiosa è che questi formaggi potranno essere esportati a dazio zero e così tutti gli altri prodotti a imitazione di quelli tricolore che sono in gran parte fatti da emigranti italiani.
L’Ue, come contentino agli agricoltori, ha previsto un contingentamento all’export di carne di agnello, di manzo, un tetto per lo zucchero, per il riso. Ma quello che non torna è che, come già col Mercosur, si mettono in discussione i criteri dell’etichettatura a marchio europeo. Si accetta di separare il prodotto dal luogo di produzione e il nome dalla storicità del processo. Il presidente del Consorzio del Prosecco Doc (è quello che costa meno) Giancarlo Guidolin prova a fare buon viso a cattivo gioco: «Li costringiamo a scriverci australian in etichetta, è un passo avanti». Ciò che Guidolin non dice è che gli australiani sono liberi di vendere il loro Prosecco su tutti i mercati dove la tutela del nostro Doc non vale e cioè in tutto il mondo tranne che in Europa dove però arriverà egualmente. E lo stesso vale per i formaggi. Questo accordo, che Ursula von der Leyen magnifica perché «consente agli australiani di entrare in contatto con i prodotti europei e offre anche una platea di 450 milioni di consumatori ci dà un risparmio di un miliardo sulle tariffe doganali» in realtà all’Ue interessa per due ragioni: il rafforzamento delle intese militari sulla sicurezza soprattutto in mare e progetti di ricerca comuni.
La Von der Leyen dice che in dieci anni l’interscambio crescerà del 33% e quasi a sfiorare i 18 miliardi di export. E a questo guardano i nostri produttori convinti che l’Australia sia il nuovo Eldorado (lo dice Assolatte) ma devono non aver fatto i conti con la concorrenza di ritorno e sull’esiguità del vantaggio: in fine dei conti i dazi in ingresso in Australia delle nostre merci era tra il 5 e il 15%, ma oggi gli australiani avranno via libera in Europa anche perché, come nel caso del Mercosur, non ci sono le clausole di salvaguardia. La butta in politica il capo del Ppe Manfred Weber che parla di un protagonismo europeo nell’area del Pacifico: «Approfondire i legami con un partner fidato dall’altra parte del mondo è particolarmente importante in questo periodo geopolitico, in quanto garantisce maggiore stabilità e prevedibilità per tutti noi». Gli risponde indirettamente l’eurodeputata dei 5 Stelle, Carolina Morace che nota: «L’accordo commerciale Ue-Australia è un insulto all’Italia perché autorizza vini australiani a utilizzare il termine Prosecco. Con questa decisione la Commissione europea legalizza l’Italian sounding e cioè l’imitazione delle nostre eccellenze agroalimentari nel mondo». A darle torto si fa davvero fatica.
E poi dicono che le preghiere non vengono esaudite. Soprattutto se vestono la porpora e vengono dal «capo» lassù qualcuno le ama. Giovannino Guareschi, creatore di Peppone e Don Camillo, nella famosa disfida del 1948 aveva inventato il manifesto pro Dc. «In cabina Dio ti vede, Stalin no». Anche stavolta più o meno è andata così.
Sua eminenza Matteo Zuppi, cardinale di Bologna - il che non è trascurabile - e presidente della Cei, Conferenza episcopale italiana, appena conosciuto l’esito elettorale di certo non si è contrito in un atto di dolore. Molti vescovi, tanti parroci hanno fatto una pressante campagna elettorale per il «no». Il vice di Zuppi, monsignor Francesco Savino che è dichiaratamente contrario a ogni politica del Centrodestra e che fa di questo un punto di forza sperando di succedere a Zuppi, è stato tra i principali animatori della campagna anti riforma. Non è un caso che in Puglia le diocesi - da Foggia a Lucera - siano state tra le più attive sul fronte della «separazione dei poteri» e Savino si è schierato in un dibattito con Silvia Albano, presidente dell’Anm, dall’esplicito titolo «Preferirei di no», come del resto sempre a Roma agli oratori la Cei hanno ospitato la relazione di Gherardo Colombo.
Così, ieri, a risultato acquisto, il cardinal Zuppi ha potuto vestire panni ecumenici. Al Consiglio permanente della Cei in corso fino a domani a Roma nella sua introduzione ha testualmente detto: «Tenendo sempre conto dell’equilibrio tra poteri dello Stato che i padri costituenti ci hanno lasciato come preziosa eredità e che tutti devono preservare, ci auguriamo che sia scelta la via di un dialogo responsabile e costruttivo tra le forze sociali e culturali e le diverse parti politiche, nella ricerca dell’indispensabile consenso possibile attorno a soluzioni di bene».
Ed è solo l’inizio perché il presidente dei vescovi ci tiene a far sapere che sul risultato referendario «avremo modo di elaborare una riflessione più attenta» e tuttavia i porporati si rallegrano per la partecipazione al voto perché «questa sta al cuore della nostra Costituzione e, pur tra le differenze, permette a tutti e a ciascuno di esprimersi al meglio». E poi - da che pulpito viene la predica! - Zuppi stigmatizza l’eccesso di contrapposizione e suggerisce: «Il dibattito che ha preceduto il referendum e i dati di affluenza confermano l’importanza di ragionare sull’esercizio concreto della giurisdizione nel nostro Paese, snodo importante per la custodia del bene comune e il perseguimento della giustizia, che soffre per molte difficoltà».
Quello in corso a Roma pare un congresso politico. Zuppi non nasconde la necessità della Chiesa di non lasciarsi andare al disimpegno perché «riconosce l’autorità politica come servizio al bene comune, ma conserva la libertà di parola e di giudizio quando sono in gioco i principi etici che promuovono la dignità della persona, quando si calpestano i poveri, quando la forza prende il posto del diritto». Insomma un bel «no» come atto di fede ci sta perché non c’è la tentazione di «sostituirsi impropriamente alla responsabilità dei laici, intervenendo direttamente là dove invece è decisiva la libertà della coscienza cristiana nella costruzione del bene comune» ma tuttavia la preghiera aiuta.
«Quella mattina, prima di uscire per andare in banca, mi prestò le sue pantofole: è l’ultimo ricordo che mi resta di lui». Quella mattina era il 6 marzo 2013, esattamente tredici anni fa. David Rossi, il potente - come lo descrivono le cronache «guardone» - direttore della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena, la banca rossa più antica del mondo trascinata dai rossi e non solo in uno scandalo finanziario gigantesco, non tornerà più a casa. Alle 19 e 59 le telecamere - ma solo un filmato sarà disponibile con l’orario peraltro sbagliato - registrano il volo di David dal terzo piano di Rocca Salimbeni.
Si schianta di schiena sul piancito di vicolo Monte Pio che costeggia sul retro la «fortezza» medievale della banca. Per 29 minuti resta agonizzante senza che nessuno faccia nulla per soccorrerlo; nei filmati si vede un uomo che dal fondo del vicolo osserva: resta fermo qualche minuto col cellulare all’orecchio quasi a volersi accertare che Rossi sia davvero morente mentre lacrima dal cielo una nebbia di pioggia. Ammonisce un proverbio Sioux: «Prima di giudicare qualcuno, cammina per tre lune nei suoi mocassini». Carolina Orlandi da 156 lune cammina in quelle pantofole e di David Rossi e per David Rossi sa tutto e tutto ha lottato. «Avevo vent’anni e il mio tempo s’è fermato lì: la verità su David la devo a lui, a me stessa, a mia mamma Antonella, ma anche alla giustizia e ai tantissimi che di lui conservano l’eredità umana». Quella verità è emersa tra mille difficoltà, tra cento depistaggi, da un coro di maldicenza che rimbalza dai vicoli aviti di Siena alle stanze ovattate della finanza e forse delle Procure, nell’ultimo mese; David Rossi non si è suicidato: è stato ammazzato.
C’è sollievo, rabbia, ancora più energia? Come si reagisce a sapere dopo 13 anni di aver avuto ragione e di essersi vista chiudere le porte in faccia fino alla derisione?
«C’è prima di tutto la speranza di poter piangere finalmente tutte le lacrime che non ho pianto per tredici anni. A mia mamma e a me hanno rubato perfino la possibilità del dolore. Perché abbiamo dovuto, noi che chiedevamo giustizia, che volevamo la verità, difenderci dall’infamia, da accuse assurde, da una indifferenza sospetta. E poi sì, c’è ancora più energia. Io no so se siamo all’ultimo miglio, anzi, ma so che ora lo sforzo per arrivare alla definizione della verità e all’individuazione dei colpevoli deve essere massimo. Sono, siamo consapevoli che le conclusioni a cui è approdata la seconda commissione d’inchiesta parlamentare presieduta dall’onorevole Gianluca Vinci che non finirò mai di ringraziare ha stabilito con certezza che David è stato prima aggredito, poi appeso fuori dalla finestra del suo ufficio, infine lasciato cadere. Sappiamo che è stato assassinato, ma non sappiamo né da chi, né perché. Ora voglio vedere se la magistratura sentirà l’obbligo di indagare».
Perché non è ancora approdata la nuova inchiesta a Siena?
«Non lo so e in tutta franchezza faccio fatica a spiegarmelo. So che la Procura di Siena per ora non ha riaperto l’inchiesta, ma semplicemente posto a modello 45, quello dove si annotano le notizie che non costituiscono reato, alcune comunicazioni che le sono pervenute dalla seconda commissione parlamentare d’inchiesta sull’assassinio di David. Se abbiano intenzione di procedere non è dato sapere».
Ma come? Il Parlamento dice che quello di Rossi è un omicidio e ancora non si riapre l’inchiesta?
«Non è neppure la prima volta. Quando ha concluso i lavori la prima commissione d’inchiesta parlamentare - l’onorevole Walter Rizzetto allora come oggi, quando dichiara che assegnare il fascicolo di nuovo a Siena è un errore, si è battuto oltre ogni limite - il fascicolo approdò a Genova e non se ne fece niente. Stavolta ci sono perizie, relazioni del medico legale, c’è quel filmato che io non riesco neppure a guardare che ricostruisce punto per punto come andò quella sera, ci sono le prove che le indagini sono state sbagliate, a essere buoni, ci sono testimoni, c’è l’indagine sull’uomo che si vede nel filmato in fondo al vicolo, eppure nulla, per adesso, a livello di Procura si muove».
Che impressione le fa sapere che i magistrati che hanno indagato sulla morte di David e che archiviarono il caso come suicidio sono rimasti quasi tutti a Siena?
«Per me è sconvolgente: lo è come parte di questa vicenda, ma aggiungo che da cittadina mi sento in pericolo».
Il caso Rossi è un altro caso Garlasco?
«Da ciò che ha stabilito la commissione parlamentare d’inchiesta di sicuro ci sono indagini malfatte, ci sono omissioni, ci sono pregiudizi. In questo senso – ammesso che ciò che si dice dell’inchiesta su Garlasco sia vero – ci sono delle similitudini, ma fermiamoci qui. Nel caso dell’assassinio di David c’è un sistema che deve essere indagato. A Siena la banca era, e forse ancora è, tutto. Indagare sulla morte di David significa scoperchiare qualcosa che invece deve essere lasciato dormiente. Lui forse poteva rivelare cose che riguardavano più livelli di potere e credo che questo condizionamento ci sia anche sull’inchiesta. Una cosa è sicura: io alla sola negligenza nelle indagini non ci ho mai creduto e a maggior ragione non ci credo oggi».
Della pista di ‘ndrangheta che ne pensa? Possibile che Rossi sia stato ucciso su commissione?
«Non ho elementi per dirlo e soprattutto non spetta a me dirlo. So che si sta seguendo una pista che porta a Viadana in zona Banca Antonveneta che peraltro è all’origine del caso Montepaschi e dove la criminalità organizzata ha interessi finanziari forti. Ma credo che la decisione di uccidere David sia maturata per altri motivi».
Quali?
«Lui nei giorni prima del 13 marzo era molto spaventato. Non riusciva a spiegarsi perché avessero perquisito il suo ufficio e lui stesso fosse stato oggetto di perquisizioni. Dal suo ufficio passavano le relazioni esterne del Monte, le sponsorizzazioni, gli investimenti pubblicitari, ma lui non aveva una cognizione diretta degli affari della banca. Per questo aveva deciso di parlare con i magistrati. Sì, lui temeva per noi e per la sua vita in quei giorni ed è vero che disse a mia mamma: quando questa tempesta finisce me ne vado, facciamo altro. Credo che David abbia firmato con una mail la sua condanna a morte».
In che senso?
«Lui ha scritto al dottor Fabrizio Viola che era amministratore delegato del Monte una mail in cui annunciava la sua intenzione di farsi interrogare dalla Procura perché temeva che i magistrati non avessero inquadrato bene la sua figura, quello che era il suo ruolo in banca. Lo aveva iniziato a sospettare da quelle perquisizioni. Credo che quella mail l’abbiano letta in tanti e che lo abbiano buttato giù dalla finestra per tappargli la bocca».
Tant’è che la commissione d’inchiesta ha stabilito che una mail in cui Rossi annunciava di volersi suicidare è falsa. È una della tante stranezze…
«Hanno archiviato con l’indicazione che David si è suicidato, invece sappiamo che è stato suicidato. Più stranezza di questa?».
David Rossi al Monte dei Paschi è arrivato non subito: prima aveva una sua agenzia di comunicazione, poi ha lavorato con Pierluigi Piccini sindaco di Siena che ha fatto importanti rivelazioni e con lui è approdato al Monte. Come si spiega che dei racconti di Piccini non si è tenuto conto?
«Me lo spiego perché a Siena c’è un sistema di potere che tutto pervade e c’è un comportamento omertoso. Le rivelazioni del sindaco Piccini che denunciava collusioni dovevano essere prese molto più sul serio. Ancora oggi c’è chi ci accusa di volere fomentare il caos in città. David è vittima anche del sistema Siena anche se per fortuna oggi c’è molta più gente che ci sostiene, che vuole la verità».
Un sistema che ha portato addirittura a processo sua madre e il giornalista Davide Vecchi per violazione della privacy per la pubblicazione di quella famosa e mail tra David e Viola?
«Sì e non era mai accaduto prima. È stato un calvario nel calvario per mia madre: durato tre anni. L’assoluzione è avvenuta nel 2018 e il giudice Alessio Innocenti in sentenza dà una lezione a chi li ha indagati dicendo che quel processo non sarebbe mai dovuto iniziare».
Oggi come sta Antonella?
«Lei non si è mai più ripresa, da tredici anni vive in un limbo popolato da incubi. Non ha mai smesso di chiedere la verità e ora finalmente le viene un po’ di speranza dalle conclusioni dell’inchiesta del Parlamento. Però attende che la verità venga proclamata dai giudici».
E lei Carolina, che non è la figlia biologica di David, come vive?
«Grazie di questa domanda sul rapporto tra me e David. Lui e mia mamma si sono messi insieme che io avevo 5 anni: tre quarti della mia vita, prima che lui fosse ucciso, li ho passati con David. Ero una ragazza e sono una donna fortunata perché ho avuto quattro genitori: ho un ottimo rapporto con la nuova compagna di mio padre e con mio padre, ma David è colui il quale mi ha indicato la strada. Ho scelto di scrivere, di vivere scrivendo perché da piccolina andavo in ufficio con lui e mi insegnava a leggere i giornali, mi insegnava a guardare il mondo con gli occhi della curiosità. Come vivo? Spero di poter piangere perché finora ho dovuto lottare. L’assassinio di David mi ha lasciato una cicatrice profonda: non mi fido più di nessuno, faccio fatica a entrare in sintonia. Ma spero che questa verità che è emersa e le tante persone che mi stano positivamente intorno mi servano a poter riascoltare le mie emozioni».
Una curiosità: ha un conto al Monte dei Paschi?
«L’ho chiuso subito. Mia madre no, deve tenerlo aperto perché ha il mutuo da pagare. David non ha neppure maturato la pensione in banca, lei vive con la pensione da giornalista».





