Siamo al cerchiobottismo elevato a programma di governo continentale. E tutto per una polpetta che per l’Ue rischia d’essere avvelenata. Ieri si è concluso il «trilogo» (a riunione che vara i provvedimenti europei e mette insieme Consiglio, Commissione e Parlamento) per decidere i provvedimenti contro il cosiddetto «meat sounding». Spiegato al popolo, si tratta di evitare l’imitazione della carne nelle etichette di prodotti che con la carne non c’entrano nulla. L’Italia ha vinto una battaglia, ma la guerra è lunga.
Ci sono da accontentare i vegani, c’è soprattutto da accontentare la lobby dei cibi plant based (fatti con i vegetali) che è fortissima e non ci sta ad abdicare al vantaggio commerciale di poter creare confusione tra quello che propina ai consumatori e l’originale.
Il provvedimento assunto dall’Ue rischia di essere la famosa toppa peggiore del male. Se si voleva evitare che i clienti dei supermercati scambiassero per carne ciò che carne non è, con questo provvedimento si è creata più confusione.
È vero che per trentuno prodotti si è posto il veto: fegato è fegato, bacon è pancetta di maiale, così bistecca, trippa, pollo, prosciutto, manzo sono esclusivamente prodotti animali e non possono essere confusi neppure nel nome con alimenti fatti con proteine vegetali. Ma è anche vero che la Ue si è arresa - almeno - al luogocomunismo da scaffale.
Il ragionamento è: siccome ormai da anni è entrato nel linguaggio popolare dire «hamburger» anche se è di soia, dire «salsiccia» anche se è tofu, dire «nuggets di lenticchie», perché vietare questi nomi a chi usa le piante per sfamare il popolo? E così l’hamburger vegetale potrà continuare a chiamarsi così, e altrettanto vale per le salsicce e le polpette, e per un’ altra nutrita serie di tipologie di prodotti di «carne-non carne», in attesa di capire inoltre cosa succederà quando arriveranno sul mercato le bistecche ottenute attraverso la moltiplicazione cellulare in laboratorio.
Il ministro Francesco Lollobrigida si gode intanto il primo successo. Parla di «ritorno alla normalità» sui prodotti contenenti carne. Soddisfatta anche Coldiretti che sostiene: «L’Europa rafforza la tutela delle denominazioni della carne con il divieto di utilizzo di termini come carne o bistecca per prodotti ottenuti da colture cellulari e per altre imitazioni che non derivano da animali». La soddisfazione della Coldiretti è spiegata perché nelle norme che regolano l’organizzazione comune di mercato di questi prodotti «c’è l’introduzione di contratti scritti obbligatori, per rafforzare il potere negoziale degli agricoltori e migliorare il funzionamento della filiera agroalimentare europea». Sta di fatto però che la lobby dei prodotti vegetali (giusto per avere un’idea: un hamburger verde è fatto con 32 diversi ingredienti, quello del macellaio ne ha uno solo, ovvero carne, al massimo con sale e pepe) conta su una montagna di miliardi. Solo in Italia il mercato dei succedanei vegetali della carne vale 600 milioni.
La carne è salva, ora c’è da battagliare per l’hamburger.
Il punto più basso per la Commissione europea è farsi prendere in giro dal portavoce di Vladimir Putin e viene da chiedersi se Kaya Kallas (l’alta rappresentante per la politica estera dell’Ue) e Ursula von der Leyen non avvertano il senso del ridicolo. Dimitry Peskov di fronte alle minacce che Volodymyr Zelensky ha rivolto a Viktor Orbán ha ironizzato: «I Paesi europei dovrebbero applicare l’articolo 5 della Nato a difesa di Budapest». Ieri l’Ungheria ha espulso sette ucraini beccati a bordo di furgoni portavalori che, secondo Budapest, hanno passato illegalmente la frontiera. Per tutta risposta il ministro degli Esteri di Kiev Andriy Sybiga ha affermato che sono «stati presi in ostaggio e che l’Ungheria non è un Paese sicuro per gli ucraini».
La crisi nasce da lontano: dal veto ungherese al prestito da 90 miliardi a Kiev e l’affare dei furgoni salvadanaio non è che un ulteriore capitolo su cui Budapest fa aleggiare l’ombra dello spionaggio. «Abbiamo appurato», ha dichiarato il portavoce del governo ungherese Zoltan Kovacs, «che l’operazione era supervisionata da un ex generale dei servizi di sicurezza ucraini, con un ex maggiore dell’aeronautica militare». L’episodio di eri è la conseguenza di un attrito ben più profondo. Il presidente ungherese insieme a quello slovacco Robert Fico (definito dal mainstream un europeista convinto) e a quello ceco Andrej Babis si sono opposti al prestito da 90 miliardi che l’Ue vuole concedere a Kiev e hanno posto il veto.
La risposta di Zelensky è stata: «Spero che Orbán non blocchi il prestito altrimenti daremo il suo indirizzo ai rappresentanti delle nostre forze armate: lasciamo che siano loro a chiamarlo e a parlargli nella loro lingua». Tutto questo senza che a Bruxelles si sia accusata ricevuta. Il che ha acuito la crisi che rischia di aprire un fronte orientale interno all’Unione perché i rapporti tra Ucraina e Ungheria, ma anche con gli altri due Paesi europei confinanti, sono diventati tesissimi. Le ragioni non sono solo quelle legate al prestito da 90 miliardi da cui peraltro Budapest, Praga e Bratislava sono state esentate tant’è che la von der Leyen fa la questua in giro per il mondo per dare i soldi al suo «amato» Volodymyr perché le mancano 32 miliardi, c’è la questione dell’oleodotto russo che dovrebbe portare petrolio a Ungheria, Slovacchia e Repubblica ceca che gli ucraini non vogliono riaprire e c’è la questione delle forniture militari nel quadrante del Golfo. Ieri poi è scoppiato il caso dei furgoni portavalori. Le autorità ungheresi hanno intercettato due furgoni blindati carichi di 40 milioni di dollari, 35 milioni di euro e 9 chilogrammi di oro (valore totale: 80 milioni di dollari) destinati alla banca statale ucraina Oschadbank e hanno fermato per accertamenti sette ucraini.
Su questo l’Ue non ha detto parola salvo una laconica dichiarazione del portavoce del Commissario alla giustizia Markus Lammert che ha detto: «Abbiamo solo notizie dai media, non avendo altre informazioni non abbiamo nulla da dichiarare». Era invece intervenuta con una dichiarazione del portavoce Olof Gill che ha stigmatizzato le parole di Zelensky su Orbán: «Questo tipo di linguaggio è inaccettabile. Non devono esserci minacce nei confronti degli Stati membri dell’Ue». Per il resto solo imbarazzo e silenzio. Il fatto è che Ursula von der Leyen spera ardentemente che Viktor Orbán perda le imminenti elezioni e non vuole fargli favore di fare pressione su Zelensky perché rispetti l’accordo in base al quale deve riaprire l’oleodotto per far arrivare in Ungheria, Slovacchia e Cekia il petrolio russo. Il presidente ucraino ha chiaramente affermato: «I russi ci stanno uccidendo e noi dobbiamo dare petrolio a Orbán perché non può vincere le elezioni senza?». A Budapest l’hanno presa malissimo e il ministro degli esteri Peter Szijjarto su X tuona: «Bruxelles sta collaborando con la Croazia per bloccare le forniture di petrolio russo via mare all’Ungheria e alla Slovacchia nonostante la decisione dell’Ue di consentirlo quando il trasporto tramite oleodotto non è possibile. È vergognoso e scandaloso». «Ieri è diventato chiaro che l’Ucraina si rifiuta di riprendere il transito del petrolio verso l’Ungheria per motivi politici», sottolinea Peter Szijjarto che aggiunge: «Zelensky ha dichiarato che né gli esperti ungheresi e slovacchi né quelli dell’Ue potranno ispezionare l’oleodotto Druzhba. La Commissione non ha preso le difese di Ungheria e Slovacchia. Sta difendendo l’Ucraina, anziché sostenere due Stati membri».
In questo clima si è inserito l’incidente dei furgoni portasoldi. L’Ucraina ha avviato un’inchiesta. Budapest replica che c’è il sospetto che i sette, ora espulsi, facessero operazioni di riciclaggio anche per favorire infiltrazioni ucraine tese a condizionare le elezioni ungheresi. Questo «trasporto eccezionale» doveva trasferire risorse dall’Austria alla banca ungherese. Un commento arriva da Robert Fico che parla apertamente di ricatto dell’Ucraina e sostiene: «Zelensky ha oltrepassato ogni limite rosso e noi come paese sovrano dobbiamo dire qualcosa». Chi tace è, come al solito Bruxelles.
Putin minaccia di sospendere da subito le forniture di gas. Snam: «Coperti fino a marzo»
- Con lo choc energetico, lo zar valuta se anticipare il divorzio europeo e fermare lui i flussi. Il colosso della rete: «Navi Gnl per adesso sicure. Da aprile vedremo».
- Il Cremlino scarica gli alleati sciiti. L’Ucraina denuncia forniture militari di Mosca ai pasdaran. Il portavoce dello zar però smentisce: «A noi nessuna richiesta di sostegno. Quella non è la nostra guerra».
Lo speciale contiene due articoli.
La guerra aperta in Medio Oriente sta di nuovo sovvertendo il panorama internazionale e gli impatti sull’energia rimangono. Ad aggiungere incertezza al quadro già complicato arrivano da Mosca dichiarazioni che riportano il tema della sicurezza energetica europea al centro del dibattito. Il presidente russo Vladimir Putin ha affermato infatti che la Russia potrebbe valutare l’ipotesi di interrompere le forniture di gas all’Europa, collegando questa possibilità alla strategia dell’Unione europea che punta a eliminare progressivamente l’import di gas russo entro il 2027. Putin ha precisato che non si tratta di una decisione già presa ma di una valutazione allo studio. Secondo il presidente russo, in un contesto segnato dalla crisi con l’Iran e dal blocco dello stretto di Hormuz, la Russia potrebbe scegliere di indirizzare le proprie esportazioni verso mercati dove i prezzi risultano più elevati.
Negli ultimi anni il peso del gas russo nel mercato europeo si è ridotto in modo significativo. Prima dell’invasione dell’Ucraina nel 2022, la Russia copriva circa il 40% delle importazioni di gas via gasdotto dell’Unione europea. In alcuni trimestri questa quota è stata superiore anche al 50%. Nel 2025 la quota è scesa attorno al 6% per le forniture via tubo (gasdotto Turkstream), mentre le esportazioni di Gnl verso l’Europa sono state stimate attorno ai 20 miliardi di metri cubi.
Ieri al Ttf i prezzi del gas sono saliti ma senza far segnare nuovi massimi e chiudendo con un gestibile +4% a 50,73 €/MWh. Dal punto di vista delle forniture fisiche, per l’Italia non ci sono problemi. Ieri, l’amministratore delegato di Snam Agostino Scornajenchi ha indicato che la situazione delle forniture resta sotto controllo nel breve periodo. L’Italia non registra criticità immediate per l’approvvigionamento di gas almeno fino alla fine di marzo.
«Non abbiamo nessun problema di forniture fino a marzo», ha affermato Scornajenchi durante la presentazione dei risultati del gruppo a Milano. Gli stoccaggi nazionali risultano riempiti al 45%, un livello superiore di circa dieci punti percentuali rispetto alla media europea. Secondo il manager, potranno verificarsi tensioni sui prezzi, come in effetti già accade, ma non difficoltà di disponibilità del combustibile. Una parte dei flussi di Gnl attesi nelle prossime settimane proviene dal Qatar, ma i carichi destinati all’Italia erano già partiti prima dell’esplosione della crisi e sono in viaggio verso i terminali nel Mediterraneo. Il Gnl qatarino rappresenta una quota tra il 25 e il 30% del Gnl importato nel Paese. Scornajenchi ha sottolineato che il sistema italiano può contare su un’ampia diversificazione degli approvvigionamenti grazie a dieci punti di ingresso nella rete e a un portafoglio di infrastrutture di trasporto, stoccaggio e rigassificazione distribuite sul territorio. Secondo l’amministratore delegato, queste caratteristiche riducono l’esposizione del Paese rispetto ad altri mercati europei.
Nel corso della presentazione del piano strategico 2026-2030, il manager ha anche richiamato il ruolo del gas nel sistema energetico europeo con una dichiarazione molto netta: «Il gas continua a rimanere fondamentale. L’epoca in cui era considerato come il nemico da eliminare è giunta al termine ed è stato proprio questo approccio fuorviante a trascinare l’industria europea in una spirale di crisi», ha dichiarato.
Secondo Scornajenchi, la domanda di gas rimarrà sostanzialmente stabile fino al 2035. Le stime presentate dal gruppo indicano per l’Italia consumi pari a circa 62 miliardi di metri cubi entro il 2030 e 61,5 miliardi nel 2035. I livelli di domanda saranno sostenuti dai consumi industriali, dalla generazione elettrica a gas e dalle esigenze di bilanciamento legate all’integrazione nel sistema elettrico delle fonti rinnovabili. Le esportazioni potrebbero crescere fino a circa 7 miliardi di metri cubi dal 2030, rafforzando il ruolo dell’Italia come hub meridionale del gas in Europa.
Il piano strategico 2026-2030 di Snam prevede investimenti per 14 miliardi di euro destinati soprattutto al rafforzamento delle infrastrutture di trasporto del gas, allo sviluppo degli stoccaggi e al potenziamento dei terminali di rigassificazione.
Sul piano internazionale emergono intanto segnali di aggiustamento nelle politiche energetiche europee. Su richiesta della Germania, gli Stati Uniti hanno deciso di esentare a tempo indeterminato la controllata tedesca di Rosneft dalle sanzioni contro il gruppo petrolifero russo. La società possiede partecipazioni in tre raffinerie tedesche che rappresentano circa il 12% della capacità di raffinazione del Paese e quote nell’oleodotto Transalpino. Si tratta di un chiaro trattamento di favore per Berlino, per evitare interruzioni nell’attività delle raffinerie in una fase di tensione sui mercati energetici.
Oggi a Bruxelles, poi, è previsto un vertice straordinario della Commissione europea dedicato alla nuova crisi energetica. Tra i temi in discussione figurano possibili modifiche al sistema europeo di scambio delle emissioni (Ets), tema su cui molto si sta spendendo il governo italiano. Si parlerà anche di disaccoppiamento tra prezzi dell’elettricità e del gas, argomento resiliente, per usare un eufemismo molto usato a Bruxelles. Su spinta di alcuni Paesi si discuterà anche della possibilità di sospendere l’abbandono definitivo del gas russo, appena deciso dall’Ue poche settimane fa. Sempre se Mosca è d’accordo, naturalmente. In questo senso, le dichiarazioni di Putin sull’interruzione delle forniture di gas all’Europa suonano beffarde.
Il Cremlino scarica gli alleati sciiti
Per i generali sono effetti collaterali. Le bombe su Teheran per Vladimir Putin non sono una buona notizia. Per tre ragioni: gli ayatollah sono alleati storici del Cremlino, che però per soccorrerli deve mollare sul fronte ucraino; l’Iran ha sin qui fornito a Mosca i droni «martire» per attacchi via area a basso costo e alta intensità, come capita da mesi a Zaporozhzhia, ma ora non è più in grado di esportarli; la strategia aggressiva di Donald Trump ha isolato la Russia, perché, caduti Nicolás Maduro e Bashar al-Assad, con la morte di Ali Khamenei a Putin sono rimasti come alleati solo la Cina, parte dei Brics e la Bielorussia. Può consolarsi vendendo più petrolio a Pechino, che deve rimpiazzare quello iraniano (vale circa il 20% del consumo cinese), ma è sicuro che per Putin prima si risolve il conflitto in Iran e meglio è.
Ieri il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, lo ha ammesso con una dichiarazione all’agenzia di stampa Vesti. Due sono i messaggi di Peskov: «La guerra in corso non è la nostra guerra e solo chi ha iniziato la guerra in Medio Oriente può fermarla», corredato dall’affermazione per cui «la Russia non è in grado di fermare questa guerra». Il Cremlino non vuole (o non può) farsi trascinare sul «fronte» di Teheran e non si vuole alienare una possibilità di trattativa con Donald Trump, qualora permanesse lo stallo in Ucraina.
La conferma arriva dal ministro degli Esteri, Sergej Lavrov, che, a rafforzare la «linea Peskov» che fa risaltare come «l’Iran non ha chiesto nessun aiuto a Mosca se non sul piano politico», ha fatto sapere: «Facciamo appello perché si crei un fronte unito per porre fine alla guerra nel Golfo Persico». Mosca - ha aggiunto Lavrov - «farà tutto il possibile anche in seno al Consiglio di sicurezza e all’Assemblea Onu per creare un’atmosfera che renda completamente impossibile il perdurare dell’operazione contro l’Iran». Tradotto: a Mosca questa guerra dà fastidio.
Lo certifica anche Volodymyr Zelensky, che rafforza l’impressione che Vladimir Putin potrebbe voler attivare i colloqui di «pace» con Donald Trump per stabilizzare la situazione in Ucraina.
Zelensky, nei giorni scorsi, aveva detto che la guerra in Iran indeboliva l’Ucraina nella prospettiva che gli Usa rallentino gli aiuti militari proprio nel momento in cui l’esercito russo inizia a dare segni di fragilità. E tuttavia il blocco delle forniture di Teheran verso la Russia oggi ribalta, almeno in prospettiva, la situazione. Il presidente ucraino, a proposito dei negoziati, ieri ha affermato: «Nella notte abbiamo parlato con gli Stati Uniti, forse verrà cambiato il luogo del vertice, verrà posticipata la data di qualche giorno a causa della guerra in Medio Oriente». Ha poi ribadito che per quanto si dica che Putin sarebbe pronto a fermare il conflitto se gli venisse ceduto il Donbass, lui non ha alcuna intenzione di accettare questa condizione, ma ha rilevato - con una dichiarazione a Rai Italia - di non credere al disimpegno russo dall’Iran. «Sono sicuro», ha detto Zelensky, «che i russi forniscono armi al regime iraniano. Possono fornire componenti elettronici per i missili Sayyad. Se i servizi segreti dei nostri partner condivideranno le informazioni, questo sarà confermato. Nei missili iraniani ci sono componenti di produzione russa. La Russia all’Iran può fornire sistemi di difesa aerea. Ne ha in abbondanza». Ma sembra una dichiarazione destinata a raffreddare la possibilità che gli Usa siano propensi ad accettare colloqui col Cremlino in questa fase. Una cosa è certa: il conflitto in Iran, per Putin, è come i vaccini Covid: ha diversi effetti avversi.





