«Non c’è nulla di più forte di quei due combattenti là: tempo e pazienza», parola di Lev Tolstoj in Guerra e Pace.
Vladimir Putin, spiazzando molti osservatori improvvisati anche se paludati, ha scandito: «L’obiettivo dell’operazione speciale resta la vittoria, tuttavia la questione sta giungendo alla fine». In più i due mediatori americani, Steve Witkoff e Jared Kushner sono attesi «presto» a Mosca. Perché? Le ragioni sono probabilmente due: da oltre quattro anni i russi combattono sul fronte ucraino e con l’arrivo dell’estate la guerra si sposta ad altezza droni dove Kiev ha un vantaggio tattico. Nell’annuncio Putin ha messo le mani avanti: «I nostri eroi combattono contro tutte le forze Nato, nonostante ciò continuano ad avanzare e la vittoria è stata nostra e lo sarà per sempre!». E la pazienza?È quella che Putin - che ha parlato dopo la parata del 9 maggio «giorno della vittoria» andata in scena in forma ridotta per precauzione - metterà in campo nelle trattative a cui «mai ci siamo sottratti». Donald Trump però non si metta di mezzo e se vuole e ne è capace l’Europa faccia la sua parte. Il primo lo ha liquidato affermando: «Questa rimane prima di tutto una questione tra Russia e Ucraina».
Bruxelles l’ha messa in mora sostenendo: «Mai rifiutati colloqui con l’Unione europea». E poi ha dato, metaforicamente, due schiaffoni a Ursula von der Leyen: «Per noi un mediatore gradito è Gerhard Schröder che non ha mai usato un linguaggio offensivo verso di noi». L’altro manrovescio diplomatico arriva dopo un colloquio riservato che Vladimir Putin ha avuto con Robert Fico, il leader della Slovacchia, contro il quale Ursula von der Leyen ha fatto di tutto accusandolo di putinismo perché Slovacchia e Ungheria pretendevano da Kiev il riallaccio dell’oleodotto russo che porta il petrolio a Bratislava e a Budapest. Robert Fico era tra i pochissimi invitati alla «parata della Vittoria» e aveva con sé una missiva con cui Volodymir Zelensky proponeva un incontro bilaterale ai russi. Putin l’ha così commentata: «La Russia non ha obiezioni agli incontri» e ha aggiunto «nemmeno a tenere colloqui in un paese terzo, a condizione che i colloqui mirino alla firma di un accordo». Da qui l’annuncio che la «questione sta giungendo alla fine». Putin, che per trattare si affida a Fico e Schröder, per la Von der Leyen è quanto di peggio poteva capitare: non può dire no, ma deve legittimare ciò che lei ha combattuto. Schröder nega con la sua stessa persona la sanzioni contro il gas e l’economia russi, di fatto le sole cose che ha fatto Ursula von der Leyen, al netto di aver agitato il pericolo per riarmare la Germania (e aiutarla così a uscire dalla sua crisi economica) e facilitare in ogni modo l’Ucraina attingendo dalle tasche dei contribuenti europei. Schröder, già leader dell’Spd e cancelliere tedesco, è da sempre amico di Putin: era nel board di Gazprom, il colosso del metano russo, è stato colui che ha elaborato la costruzione del Nord Stream (il gasdotto fatto saltare in aria dagli ucraini) e proporlo come mediatore è una sfida aperta all’Ue. Che tace lasciando che a reagire sia Berlino. Dal quartier generale dell’ex cancelliere socialdemocratico nessuna conferma, mentre Friederich Merz s’affida a una nota del portavoce del governo federale: «Abbiamo preso atto di queste dichiarazioni che si inseriscono in una serie di false offerte da parte della Russia: si tratta della lor ben nota strategia ibrida; se hanno intenzioni serie comincino col prolungare la tregua sul fronte ucraino».
Dove invece si è continuato a combattere con accuse reciproche di violazione della tregua (gli ucraini lamentano almeno tre morti a Zaporizhzhia e 17 feriti, i russi tre incursioni con droni). Chi ha parlato è il consigliere presidenziale russo Yuri Ushakov che ha riavvicinato il Cremlino alla Casa bianca e ha confermato che i due mediatori americani Steve Witkoff e Jared Kushner sono attesi a Mosca «per continuare presto il nostro dialogo». E poi ha fatto capire - da qui la pazienza - cosa Fico deve aver riferito a Putin: «In Ucraina sanno che dovrà essere ceduto il Donbass e lo faranno comunque, prima o poi».
Volodymir Zelensky non ha commentato direttamente le parole di Putin, ma Serhiy Leshchenko, consigliere presidenziale, ha risposto: «Zelensky è pronto a incontrare Putin ovunque, ma non a Mosca, perché è la capitale di uno Stato aggressore».
Chi invece si è tolto molte soddisfazioni è Robert Fico, che ha sottolineato: «È stato confermato ancora una volta che la mancanza di un dialogo politico a tutti gli effetti è un errore madornale. L’Ue si limita a imporre sanzioni che, tra l’altro, non fanno altro che rafforzare l’autosufficienza della Russia. Considero il caro prezzi energetico come una tassa che i cittadini devono pagare per la stupidità e l’ ideologica ossessione della Russia che ha l’Ue». Da ieri è un po’ più complicato dargli torto.
«L’Europa non lasci cadere nel vuoto l’apertura di Putin. Dopo quattro anni di guerra, morti e sanzioni, la parola torni alla diplomazia», l’appello della Lega.
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