Sospettato un nordafricano per l’omicidio di una 44enne tedesca decapitata a Scandicci, vicino a Firenze. Le telecamere collocherebbero l’uomo nella zona in orari compatibili col delitto.
Quando si dice la privacy: sospettato per l’omicidio di una povera donna alla quale hanno mozzato la testa con un machete, l’uomo in questione aveva l’obbligo di firma perché è conosciuto come un soggetto pericoloso. Ora è piantonato in ospedale con un trattamento sanitario obbligatorio: fra quando potrebbe aver ucciso e quando l’hanno fermato avrebbe fatto in tempo ad aizzare un cane contro la gente che passava. Eppure al momento di lui non si sa nulla, se non che si tratterebbe di un uomo di origine nordafricana. Il prossimo referendum sulla giustizia lo faremo per stabilire che l’essere straniero in Italia è una scriminante. Se sei italiano la legge diventa inflessibile, se sei un «accolto» allora puoi fare quasi come ti pare. Pare davvero l’ennesima storia di degrado e di ipocrisia; teatro il centro di Scandicci area metropolitana di Firenze.
Siamo neppure a 300 metri dal Comune, attaccati all’Its Russel Newton frequentato da quasi un migliaio di adolescenti che studiano lì e vanno nel parco dell’ex Cnr a passeggiare. Ma ora sono ostaggio dei «canari», gli spacciatori che usano cani inferociti per schermarsi. Con un progetto «politicamente molto corretto» dal Comune fanno sapere che quell’area è destinata a diventare il parco delle biodiversità. Ci sono pronti 2,5 milioni della Regione a la sindaca Claudia Sereni ovviamente del Pd e ortodossa della linea di Elly Schlein ha parlato di «orribile tragedia che ci allarma». Il fatto è che, con la tranvia, Scandicci è la periferia di Firenze. Si viene per lavorare, ma la notte tutti gli emarginati finiscono qui, dove si è creato un forte problema di sicurezza. Il parco è diventato un rifugio di sbandati, tossicodipendenti con spacciatori al seguito che si fanno scudo di cani randagi che loro addestrano ad attaccare chiunque.
C’è in mezzo al parco un casolare abbandonato (hanno murato porte e finestre per evitare che venga occupato) circondato da una rete sfondata. C’è un puzzo insopportabile di deiezioni, un tappeto di siringhe. Sul retro una tendopoli improvvisata dove «campano» gli sbandati. Ecco, lì era riversa con la gola tagliata Silke Saur, 44 anni, tedesca che viveva ai margini della società: senza fissa dimora, senza un euro in tasca. È morta lunedì, dice il medico legale. L’hanno trovata ieri. Dicono che da qualche tempo facesse coppia con il nordafricano, il sospettato dell’assassinio, chiedendo l’elemosina, bevendo e forse drogandosi. Lunedì i due si sarebbero appartati vicino al casolare, sarebbe nata una lite e il sospettato non avrebbe esitato a staccare la testa alla donna con un fendente di un machete che è stato ritrovato accanto al cadavere.
Martedì il nodafricano, rimasto a gironzolare attorno al parco del Cnr, ha anche aggredito una passante (una signora anziana che - spaventata - ha chiesto aiuto), aizzandole contro un pitbull che da qualche tempo porta con sé come «arma impropria». Lo hanno fermato e portato in ospedale a seguito di un trattamento sanitario obbligatorio. Ma già dalla mattina gli agenti del commissariato di Scandicci - che sanno perfettamente chi è e cosa fa l’immigrato, che da quel che si è saputo ha precedenti per violenza, aggressione e spaccio - avevano capito che qualcosa non quadrava: si era presentato alla firma senza indossare la solita felpa.
Ieri quando hanno trovato il cadavere della povera Silke c’era anche la stessa felpa sporca di sangue, e l’extracomunitario che già era in ospedale è diventato un forte sospettato. Il nordafricano è conosciuto dalla Polizia come un tipo violento e pericoloso eppure era libero di girare e, forse, di uccidere. La dottoressa Alessandra Falcone, sostituto procuratore di Firenze, ha aperto il fascicolo per omicidio volontario, ma non ha ancora interrogato il nordafricano, anche se ha visto i filmati delle telecamere di sorveglianza che avrebbero ripreso in parte l’omicidio.
Riavvolgendo il nastro di questo orrore viene in mente Aurora Livoli, 19 anni, ammazzata meno di un mese fa a Milano ammazzata da Emilio Galdez Velazco già condannato per stupro ma che era libero, viene in mente Anna Laura Valsecchi accoltellata in piazza Gae Aulenti sempre a Milano da Vincenzo Lanni che aveva già ammazzato, doveva stare in comunità, ma era libero; viene in mente il tunisino che a Olbia una settimana fa ha seminato il panico perché ha ferito a colpi di forbici i passanti. Tutti già noti, tutti liberi di uccidere. E chissà forse sbarcati con una imbarcazione come la Sea Watch di Carola Rackete e poi rimasti a girare per l’Italia.
Ieri a Scandicci si sono vissuti altri attimi di terrore alla pista di pattinaggio. Un uomo si sarebbe avvicinato a un bambino di cinque anni e lo avrebbe afferrato nel tentativo di rapirlo. La madre del piccolo ha cominciato ad urlare ed è riuscita a sottrarre il bimbo alla presa. L’uomo che ora è ricercato è fuggito prima dell’arrivo dei Carabinieri che stanno visionando anche i video delle telecamere.
Prendi i soldi e scappa. Viene da dire così leggendo i dati diffusi dalla Camera di Commercio di Venezia e Rovigo, ed elaborati dalla Fondazione Leone Moressa, sulla nazionalità delle imprese che operano in Italia. L’italiano non è più la lingua ufficiale dell’imprenditoria visto che quelle condotte da stranieri crescono e quelle tricolori deperiscono.
La rilevazione racconta che alla fine del 2025 c’erano 796.000 imprenditori nati all’estero (10,8% del totale) e 600.000 imprese a conduzione «straniera» (11,9%). Dal 2015 al 2025, gli imprenditori nati in Italia sono diminuiti (-5,2%) e i nati all’estero aumentati (+21,3%).
Perché prendi i soldi e scappa? Questi dati andrebbero confrontati con i livelli di mortalità: la sensazione è che si avviino i negozi e le ditte di costruzione fin quando non ci sono le prime vere scadenze fiscali o fin quando durano le agevolazioni e poi si chiude. Anni fa Raffaello Lupi, uno dei tributaristi di maggior caratura - insegna all’università di Tor Vergata - in un suo studio sull’evasione fiscale, faceva giustizia di molti luoghi comuni: non esiste il fisco amico e l’evasione è figlia di un malfunzionamento dello Stato perché riscuote solo dai grandi aggregati ma lascia perdere il bangladino, la microimpresa che anche sotto il profilo contributivo induce qualche perplessità.
Leggendo i dati viene fuori che l’andamento dell’anagrafe delle imprese riflette esattamente quello che sta accadendo alla nostra economia. Tornano a fiorire i cinesi che ormai hanno monopolizzato la vendita al dettaglio e la manifattura in conto terzi, calano le imprese edili perché la spinta del 110% si sta esaurendo. Ma ciò che preoccupa è l’addensarsi in alcune aree geografiche di una forte presenza di imprese straniere, segno evidente che c’è un perdurante invecchiamento delle aziende made in Italy e anche del made in Italay. I dati raccontano che anche nell’ultimo anno, c’è stato un aumento degli imprenditori nati all’estero (+1,1%) e un calo dei nati in Italia (-0,6%). Le aziende condotte da imprenditori nati in Cina sono in ripresa e rappresentano la maggioranza con 79.996 imprese attive, contro le 79.228 rumene. È interessante notare che le comunità con gli aumenti più significativi sono state Albania (+5,4%), Moldavia (+6,9%) e Ucraina (+7,3%). In calo, invece, i Paesi africani come Marocco (-1,9%), Nigeria (-5,2%) e Senegal (-5,2%). Questo significa che le opportunità economiche si sono spostate su tre settori: commercio, contoterzismo e assistenza alla persona, mentre è decisamente in calo il ricorso a imprese straniere per attività di servizi di base (pulizie, guardianaggio e facchinaggio) e in agricoltura.
Come si diceva c’è un evidente nesso con i flussi economici nel constatare che i cinesi sono quelli a maggior densità d’imprenditori (uno su tre) con la massima espressione d’impresa femminile (le cinesi sono 36.414, pari al 16,4% delle imprenditrici immigrate), a riprova che questi immigrati si concentrano su due commercio e contoterzismo. E che le imprese al femminile siano tutte concentrate in attività di lavorazioni di base, soprattutto per il sistema moda, e di servizi alla persona è confermato dal dato complessivo dell’imprenditoria femminile estera. In totale le «aziende» sono 220.000; oltre il 70% tra i nati in Thailandia che fa impresa è donna, per Bielorussia e Lituania il tasso d’imprenditoria femminile supera il 60%, così come tra gli stranieri che arrivano dai Paesi dell’Est. Significativo è il fatto che le aziende «estere» si concentrino nelle regioni dove ci sono i maggiori distretti industriali, con unica eccezione delle Marche, dove il comparto moda-calzature, anche per il perdurare delle sanzioni alla Russia, ha ridotto i volumi di esportazione e quindi di domanda di lavorazioni di base.
Le regioni con più imprenditori nati all’estero sono Lombardia (177.000), Lazio (81.000), Toscana (75.000) ed Emilia-Romagna (74.000). Rispetto agli imprenditori totali, l’incidenza maggiore si registra in Liguria (15,5%) e Toscana (14,7%) e contemporaneamente in tutti questi territori, con l’eccezione di Sicilia e Campania, si è avuto un calo degli imprenditori nati in Italia. Interessante è il valore dell’occupazione che rileva come siano quasi tutte aziende di piccole dimensioni, ma capaci di creare lavoro: hanno circa 900.000 occupati (5% del totale). Tra le 600.000 imprese «straniere» attive, quasi un terzo si concentra nel commercio. Considerando l’edilizia si arriva quasi al 60%. Nell’edilizia oltre un quinto delle imprese è a conduzione «straniera» (22,1%).
È partendo da questa «fotografia» che l’onorevole Alberto Gusmeroli (Lega), presidente della commissione Attività produttive della Camera, ha chiesto un’indagine conoscitiva su andamento e composizione del Pil nel periodo 1992-2025, constatando che lo sviluppo è inferiore alla media europea.
Difficilmente ci facciamo caso, ma il foglio con cui il salumiere avvolge il prosciutto, la scatoletta di cartone delle uova, la busta del bagno schiuma sono prodotti da un settore industriale che è uno dei fiori all’occhiello della nostra economia. Anche per la produzione di macchine confezionatrici.
Il settore dell’imballaggio è tornato ora alla ribalta perché si parla dello stop alle bustine monodose di maionese, ketchup, olio d’oliva che «popolano» le paninerie come le mense aziendali. L’Europa vuole ridurre la plastica libera e così ha detto stop a questi contenitori. Cadendo anche in qualche assurda contraddizione. Una decina di anni fa aveva detto: basta zuccheriere nei bar e solo bustine. Ora siamo al contrordine: bustine vietate. E viene da pensarci nel momento in cui i 27 riuniti per l’ennesimo vertice europeo individuano nell’eccesso di regolamentazione un freno alla produttività e promettono di togliere via un po’ norme e divieti. Allora cerchiamo di saperne di più dal presidente di Giflex - Gruppo imballaggio flessibile da novembre 2020 e vicepresidente Assografici da giugno 2023, con delega al packaging da maggio 2025 per la Confindustria. È Alberto Palaveri che oggi è il ceo del gruppo Sacchital uno dei più importanti produttori d’imballaggi, con un fatturato che nel 2024 ha sfiorato i 78 milioni di euro.
E del resto Sacchital per Palaveri è casa. Dopo la laurea in chimica a Milano è entrato in azienda nel 1996. Poi affina le competenze manageriali con l’Executive Mba alla Bocconi di Milano e attualmente è executive member nel board Sacchital group, amministratore delegato di Akerlund & Rausing (azienda del Gruppo Sacchital).
Pochi ci pensano, ma la produzione d’imballaggi italiani è un comparto forte. Siete in difficoltà con le normative europee?
«La produzione nazionale di imballaggi è un comparto strategico per l’economia nazionale e rappresenta il 3,3% del fatturato della manifattura e l’1,7% del Pil, nel 2024 ha raggiunto 17,26 milioni di tonnellate, in crescita dell’1,1% rispetto all’anno precedente e un fatturato complessivo che si attesta a 37,96 miliardi di euro. Oggi ci troviamo a dover rispondere sia alla sfida ambiziosa lanciata dall’Unione europea che, con il nuovo regolamento Packaging and packaging waste regulation (Ppwr), mira a ridurre entro il 2040 i rifiuti di imballaggio del 15%, sia di fronte alla costante crescita della domanda, da parte dei consumatori, di imballaggi sicuri, pratici e sostenibili. Continuare a crescere riducendo l’immesso al consumo è l’obiettivo da perseguire, ma per raggiungerlo è necessaria una soluzione di sistema che tenga insieme tutta la filiera in dialogo con le istituzioni».
Parlando sempre di Europa, c’è stato un vertice giovedì scorso sul rilancio dell’Ue. C’è stata l’ennesima promessa di sburocratizzare. Voi ci credete e che giudizio è preferibile: la regolamentazione europea o la legislazione nazionale armonizzata magari con quella degli altri Paesi?
«L’attuale contesto legislativo europeo necessita ancora di un reale processo di armonizzazione ma questa, a mio giudizio, è la strada. Come settore, sia in Italia che in Europa, ci battiamo per un approccio armonizzato che risponda pragmaticamente alla regolamentazione europea sugli imballaggi, costruttivo e non ideologico, orientato ai risultati e alla fattibilità industriale».
Siamo al paradosso che nel 2004 l’Ue vietò lo zucchero nelle zuccheriere imponendo le bustine a da quest’estate invece tornano le zuccheriere e vanno fuori legge le bustine. Come fate a fare impresa in questo contesto?
«Le imprese non possono lavorare nell’incertezza: devono programmare, investire, innovare. Servono strumenti stabili e applicabili per chi produce, per chi utilizza, per chi recupera e per chi ricicla gli imballaggi. Noi chiediamo che il governo agevoli le prassi di mercato che generano riduzione di prodotti e merci immessi al consumo attraverso progetti di investimento mirati per permettere alle imprese di trasformare gli obiettivi regolatori in scelte industriali e in risultati misurabili. Inoltre, è necessario adeguare il sistema di raccolta e riciclo che cambia con il cambiare degli imballaggi, una sfida che l’Italia deve affrontare con spirito industriale senza precludersi soluzioni che possono essere abilitanti come, ad esempio, il riciclo chimico. Possiamo diventare un esempio virtuoso di efficienza e sostenibilità a condizione che nessun attore della filiera venga lasciato indietro».
Lei si occupa di imballaggi flessibili, ma complessivamente il settore imballaggi come sta in Italia? Ci fa un quadro dei maggiori indicatori economici?
«In Italia il settore degli imballaggi flessibili impiega circa 12.000 addetti con una produzione intorno alle 400.000 tonnellate e un fatturato di oltre 4,3 miliardi di euro. I dati che sto citando sono quelli Giflex - Mecs relativi al 2024. Siamo un settore solido, pur in un contesto di lieve rallentamento dovuto più all’aggiustamento dei prezzi che a un calo dei volumi. L’occupazione rimane stabile e la redditività migliora grazie alla crescita della produttività e al valore del capitale umano. Dopo il ciclo straordinario del biennio 2021-2022, il 2024 ha presentato una fase di normalizzazione e rafforzamento strutturale per un settore che conferma la propria competitività e solidità finanziaria (la patrimonializzazione del settore supera il 43% del capitale investito). Più in generale le previsioni indicano una crescita stabile della produzione nazionale di imballaggi, con un incremento atteso del +1% nel 2025 e un tasso medio annuo del +1,2% fino al 2028. Questi sono i dati consolidati e le proiezioni fatte dall’Istituto nazionale imballaggi».
Lei di recente ha insistito perché la meccanica vi metta a disposizione strumenti di confezionamento sempre più efficienti. Come va il distretto industriale dell’automazione per imballaggio? C’è una sinergia di filiera?
«L’Italia dell’imballaggio è una filiera solida, innovativa e competitiva del Made in Italy che vale 51,3 miliardi di euro tra produttori di imballaggio e costruttori di tecnologie per il confezionamento, la stampa e il converting. L’innovazione sostenibile passa anche da nuove progettualità sia tecnologiche che di sviluppo di nuovi materiali. È urgente ridefinire aiuti e incentivi per la filiera a supporto di efficaci politiche industriali che vadano di pari passo con quelle ambientali. Un primo obiettivo lo abbiamo raggiunto sul tema del revamping che ha trovato riconoscimento nella legge di bilancio. Ora la stessa logica deve accompagnare questa nuova fase: servono criteri di sostenibilità chiari e strumenti in grado di compensare i costi del passaggio verso imballaggi sempre più innovativi e sostenibili così da proteggere la competitività del sistema Italia del packaging».
Temete una concorrenza estera? I nostri «confini» economici rispetto al vostro settore sono ben presidiati?
«La nostra capacità di fare innovazione in stretta connessione con i nostri clienti è la vera barriera contro invasioni di mercato low cost».
Allargando lo sguardo al manifatturiero, quali sono per voi le priorità per uno sviluppo ulteriore dell’industria?
«Intendiamo promuovere nei prossimi mesi la costituzione di un tavolo di lavoro di filiera sulla riduzione dell’immesso al consumo, in dialogo con governo e Parlamento. L’industria dell’imballaggio flessibile non può affrontare da solo la complessità regolatoria. È necessario un approccio comune tra attori della filiera e la politica per strutturare soluzioni adeguate e condivise».
Se dovesse indicare una di queste quattro emergenze quale è quella che pesa di più: energia, mancanza di manodopera, credito, dazi?
«L’energia: allineare i costi energetici italiani alla media europea restituirebbe alle imprese condizioni di concorrenza e crescita sostenibile».
Quali sono gli orizzonti di sviluppo del vostro settore? E per le sue aziende?
«Noi siamo pronti a rispondere positivamente alle richieste del nuovo Regolamento europeo. L’imballaggio flessibile è smart e minimalista per natura: pesa poco, utilizza poche materie prime, ottimizza trasporto e logistica, produce poca CO2. Un esempio? Una busta refill per sapone liquido ha un rapporto peso contenuto/contenitore di circa il 2%. Un grande vantaggio rispetto all’utilizzo di contenitori rigidi che si traduce in bene per l’ambiente e vantaggio per le tasche del consumatore».




