Ormai è una guerra per sciami di droni. Se Kiev bombarda San Pietroburgo, Mosca risponde con incursioni sul Donetsk, e tenere la contabilità dei morti, dei danni, della disperazione è un macabro esercizio aritmetico fatto però su una partita doppia disumana: nella colonna del dolore compaiono solo le vittime ucraine, in quella dell’indifferenza ci sono i russi.
Nessuno s’è indignato che Zelensky a fine maggio abbia autorizzato il bombardamento di una scuola - almeno dieci ragazzi uccisi -, nessuno ha esecrato il fatto che due giorni fa un drone ucraino è stato lanciato contro un autobus in viaggio da Mosca a Simferopol in Crimea: ci hanno lasciato la pelle in otto. Ma erano russi e allora tutti zitti. Ieri, tanto per dare un seguito, gli ucraini hanno attaccato in Crimea un treno. Risultato: tre morti e undici feriti. Per contro i russi con un attacco nel Donetsk su una quarantina di obbiettivi civili hanno fatto altre cinque vittime e undici feriti. Bloomberg sostiene che i tre volenterosi (Francia, Germania e Regno Unito) avrebbero avviato colloqui con i russi per arrivare alla fine della guerra. Il motivo? I russi sono indeboliti. Elemento in parte positivo per Kiev, ma che tuttavia potrebbe indurre Vladimir Putin a decisioni estreme come il ricorso all’arma nucleare . Forse è per questo che ieri Zelensky ha inviato una lettera aperta allo stesso Putin, chiedendo un incontro. «L’Ucraina propone di porre fine alla guerra in formato tra noi e voi», ha annunciato. E ha aggiunto: «Propongo di fissare una data precisa per l’incontro». Dall’altra parte, lo zar russo è ancora convinto che l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder sarebbe un «buon mediatore». «Non è un mio amico, è prima di tutto un politico tedesco, e uno dei migliori perché ha una propria posizione e il coraggio di difenderla».
Intanto i russi fanno sapere di essere nuovamente avanzati nella zona di Zaporizhzhia, gli ucraini di aver colpito una fabbrica di polvere da sparo nella zona di Ryazan, gli svedesi di aver bloccato una nave sospetta di trasportare merce sottratta all’Ucraina e i francesi di avere intercettato undici aerei russi che hanno sconfinato sul Baltico. È il diario di guerra - è terribile constatarlo - ma pare ormai un’ovvietà. Volodymyr Zelensky ci tiene a far saper al mondo via X che dall’inizio dell’aggressione i russi hanno ucciso 707 bambini ucraini. L’obbiettivo è portare il più in fretta possibile Kiev dentro l’Ue e far fare buoni affari a Friedrich Merz, per far diventare la Germania la sola potenza militare europea. Da cosa si capisce? Zelensky ha chiesto a Berlino altri missili patriot - quelli che gli Usa inviano col contagocce, anche se il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha detto che i 400 milioni di aiuti promessi a Kiev stanno arrivando perché la Camera Usa li ha sbloccati - dicendo che li restituirà a cose fatte e nell’incontro a sorpresa due giorni fa con Mark Rutte, il segretario generale della Nato, si è capito che oggi il punto di riferimento del leader ucraino è Berlino. Zelensky ha anche fatto sapere che sta lavorando con Ursula von der Leyen a definire l’ennesimo pacchetto di sanzioni e che ormai l’obbiettivo di entrare nell’Ue è prossimo. Lo hanno annunciato peraltro la presidenza di turno cipriota dell’Ue e la Commissaria all’allargamento Marta Kos che ha ribadito: «Ucraina e Moldavia rispettano già i requisiti sullo stato di diritto».
Ieri Péter Magyar, il leader ungherese, ha annunciato che ritirerà il veto all’ingresso di Kiev e la Commissione ha detto che l’iter di adesione può cominciare. In chiave filo tedesca il primo ministro ceco Andrej Babis ha caldeggiato che Friedrich Merz rappresenti l’Ue in eventuali colloqui con la Russia. Per ora però l’Europa sta ferma anche se Bloomberg ha fatto circolare un’indiscrezione di particolare importanza: Germania, Francia e Gran Bretagna starebbero intavolando colloqui con la Russia per arrivare alla fine della guerra. Bloomberg osserva: «Le forze ucraine stanno ottenendo maggiori successi con gli attacchi dei droni e anche attorno a Putin si registrano segnali di resistenza alla guerra». Se così è Ursula von der Leyen non se n’è accorta: si occupa d’altro. Per disturbare Putin sta studiando aiuti all’Armenia nel momento stesso in cui Mosca sta dialogando con gli armeni, riceve la lettera di 12 paesi Ue, inviata anche a Kaia Kallas, che chiedono restrizioni sui visti turistici ai russi mentre il commissario Ue per la migrazione, Magnus Brunner, dice che si potrebbero revocare i permessi come rifugiati ai giovani ucraini che possono fare il militare. Insomma un ottimo modo per parlare di pace. Ai fatti ci pensa invece Marco Rubio, che dice che lo stop alle sanzioni sul petrolio russo è temporaneo. Kirill Dimitrov, l’inviato russo dei colloqui con gli americani, sostiene peraltro che si va verso una ripresa dei negoziati con Steve Witkoff e Jared Kushner - gli emissari Usa - e che l’accordo per il tunnel che dovrebbe collegare Usa e Russia passando sotto lo stretto di Bering è pronto e oggi si firma. È un messaggio a uso del Forum che si tiene a San Pietroburgo dove il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov accusa gli americani di non aver rispettato gli accordi sull’Ucraina, ma conferma che i russi sono pronti a negoziare. Vladimir Putin fa sapere che non vedrà i rappresentati Usa, ma tuttavia si dice che nulla nella strategia russa è cambiata visto che - lo sostiene Maria Zakharova portavoce del ministero degli esteri - «per noi è assurdo ciò che sostiene l’Europa, che si sta riarmando fino ai denti, e cioè che stiamo per attaccare un paese Nato». Per quel che vale la Russia ha però incassato la richiesta di Markus Frohnmaier, esponente di spicco di Afd che pur diffidato dal governo tedesco ha richiesto che venga riaperto il gasdotto tra Mosca e Berlino. E intanto i droni continuano a bombardare.
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L’intelligenza sarà anche artificiale, ma la crisi è purtroppo reale. Il modello cinese mostra un atteggiamento coloniale nelle aziende e un’assoluta indifferenza alle sorti di chi ci lavora.
Sta per saltare uno dei maggiori stabilimenti italiani nella produzione di microchip ad alta tecnologia che ha un solo difetto: è di proprietà del fondo cinese Sparac entrato sei anni fa nella Semiconductor manufacturing international corporation. Il 25 maggio i sindacati dello stabilimento L-Foundry di Avezzano - conta oggi 1.200 dipendenti: un centinaio sono in cassa integrazione a zero ore e alcuni si sono già dimessi – hanno ricevuto una e mail in cui si annuncia che l’amministratore delegato del gruppo Nabeel Gareeb – pakistano-statunitense, uno degli ad più pagati nel mondo dei semiconduttori con uno stipendiuccio da 106 milioni di dollari – è stato licenziato e insieme a lui se ne va anche Alain Charles direttore del dipartimento di ricerca e sviluppo. L-Foundry si trova oggi senza una guida e senza una prospettiva.
Nella mail la proprietà assicura che la produzione andrà avanti, ma i sindacati non si fidano perché hanno capito che i cinesi vogliono tenerci in scacco con i loro chip, ma almeno in Italia stanno fallendo. Le rappresentanze dei lavoratori da tempo lamentano una mancanza di informazioni sul futuro di Avezzano. Ma prima Gareeb, che peraltro a metà dicembre scorso partecipò a un incontro al Mimit, e adesso la Sparac non hanno dato alcuna indicazione. Quella della L-Foundry sarebbe una crisi indotta. Antonello Tangredi - Fim-Cisl - al termine dell’ultimo incontro l’8 maggio scorso con i vertici dello stabilimento di Avezzano ha detto chiaro e tondo: «La crisi è conseguenza di una scelta aziendale che hanno fatto in Cina: vogliono passare dalla produzione di sensori di immagine che è quella che si è fatta sinora alla L-Foundry ai transistori di potenza che sono a bassissimo contenuto tecnologico per cui il costo orario del lavoro italiano - dieci volte superiore a quello asiatico - rende la produzione strutturalmente in perdita». Una scelta miope? Probabilmente un disegno per scappare dall’Italia e concentrare nei Paesi satellite come Vietnam e Cambogia le lavorazioni che si sono fatte sinora in Abruzzo utilizzando come pretesto - si sono appellati anche all’assenteismo - che l’impegno in Italia è anti-economico. Peraltro già da diversi mesi - Hormuz non c’entra - il silicio da lavorare che arriva alla fabbrica di Avezzano è sempre meno e da quel che si sa è rimasta solo una commessa da ultimare: quella per un cliente americano che si dovrebbe esaurire alla fine di questo mese. E dopo? I sindacati sono convinti che i cinesi vogliano avviare un confronto sui salari: abbassare il costo del lavoro in Italia per continuare a confezionare in Abruzzo prodotti a basso contenuto tecnologico riportando in Cina invece quelle ad alto valore. A dimostrazione che questa è la strategia di Sparac i sindacati citano proprio il «licenziamento» di Gareeb che aveva invece promesso uno sviluppo dello stabilimento, ma soprattutto quello di Alain Charles che doveva attivare nuove linee di produzione. Resta il dato che il futuro per L-Foundry - è la principale azienda nell’area del marsicano – è assai incerto e si comincia già a parlare apertamente di cessazione dell’attività.
Il contratto di solidarietà - che doveva servire a rilanciare lo stabilimento - sottoscritto circa un anno e mezzo fa scadrà il 31 dicembre 2026 e non c’è alcuna indicazione sul futuro. Oggi a Pescara l’assessore regionale alle attività produttive Tiziana Magnacca ha convocato i sindacati e l’azienda – che non si presenterà - per un incontro prima di trasferire di nuovo tutto sul tavolo del ministero del Made in Italy che però, allontanato Gareeb dalle responsabilità aziendali, si trova senza interlocutori. Quando si dice che un chip non basta.





