Rischiamo un aumento del pane tra il 5 e il 7%, (con punte fino a 10 euro al chilo per i pani speciali), la pasta potrebbe aumentare dell’8%, il pesce costa già un terzo di più, i pomodori stanno sopra ai tre euro al chilo. È un’economia di guerra che lascia sul terreno solo due vittime: i consumatori e i contadini. Ma a Bruxelles ragionano d’altro.
Christine Lagarde ci va a fare la spesa? Il presidente della Bce insieme alla sua «badante» economica Isabel Schnabel ha un riflesso pavloviano: sente parlare d’inflazione e vuole rialzare i tassi. Se lo fa, l’economia europea crolla ma. soprattutto. crollerà la produzione agricola. È vero, i listini dei supermercati sono in rialzo vertiginoso, ma le ragioni sono nascoste dentro la speculazione, nelle norme europee come gli Ets (chiamiamoli per semplicità tassa sulle emissioni) e nella Borsa di Amsterdam che la signora Ursula von der Leyen aveva promesso di smontare e che invece è ancora col Ttf che alimenta la speculazione sul gas.
Quella del carrello della spesa è un’inflazione che non si può domare con lo strumento monetario, ma va controllata con tre leve: raffreddamento dei costi di produzione e sgravio fiscale, aumento del sostegno europeo, monitoraggio continuo delle spinte speculative. A Bruxelles, però, la lobby tanto dei supermercati quanto delle multinazionali della nutrizione contano parecchio. Siamo in un’economia di guerra, almeno a osservarla dai campi italiani. Il segretario generale della Coldiretti, Vincenzo Gesmundo, non le manda a dire: «Il cibo deve essere considerato una vera infrastruttura per l’Italia e per l’Europa e come tale va tutelato, la guerra è già dentro le nostre aziende tra aumento di costi e difficoltà di approvvigionamento». Si spinge oltre il presidente delle «bandiere gialle», Ettore Prandini, che ieri in Abruzzo ha riunito migliaia di agricoltori per protestare contro l’invasione di produzioni extraUe e per l’esplosione dei costi agricoli per nulla compensati dai prezzi corrisposti a chi coltiva mentre quelli finali esplodono.
Ma mentre sui carburanti c’è stata immediata mobilitazione e azione anche del governo, sul carrello della spesa non c’è sufficiente attenzione. Lo dice chiaro Prandini: «I nostri costi sono aumentati del 30% con tre fattori principali: l’urea che è schizzata a 200 euro a tonnellata, l’energia e tutti gli imballaggi. Non può essere solo il governo italiano che tampona la situazione come ha fato col taglio delle accise per il trasporto e il credito d’imposta per il settore pesca: abbiamo bisogno di iniziative comunitarie per dare risposte agli agricoltori e ai consumatori. C’è nell’agroalimentare una speculazione evidente. Basti pensare che nelle ultime ore tante filiere - lattiero caseario e ortofrutta in testa - hanno avuto una diminuzione del prezzo riconosciuto e, nonostante questo, i prezzi al consumo sono aumentati. Serve un monitoraggio severo».
Tanto per avere dei dati: su un chilo di pane il prezzo del frumento incide al massimo per il 12%, sulla pasta circa l’8% eppure in fondo alla catena si hanno rincari che vanno dal 4 al 12%. Il ministro per la Sovranità alimentare, Francesco Lollobrigida, rivendica «l’azione di governo che è intervenuto sul costo dei carburanti, con i crediti d’imposta per la pesca e che sta facendo un’azione mirata contro la speculazione, L’agroalimentare resta per l’Italia un settore decisivo: abbiano fatto un export di 72,4 miliardi, tre miliardi in più dello scorso anno e facciamo di tutto per tutelarlo».
Tanto per aver un’idea, ci si può rifare ai listini Ismea: si vede che le fragole calano del 18%, i kiwi aumentano dell’1% nell’arco di sette giorni. Calano anche carciofi, bieta, finocchi, indivia e lattuga. Secondo Borsa merci telematica, i rincari più significativi si sono avuti sugli ortaggi, in particolare: pomodori +31,9%, melanzane +20%, zucchine +12,7%, peperoni +6,2%. Per il pesce la produzione crolla di venti punti e le spigole, per dirne una, sono passate da 11 a 18 euro al chilo in due giorni. Alcuni prodotti come caffè, cacao e olio extravergine di oliva spuntano già rincari dell’8%. Per ora l’unica mossa che ha fatto l’Ue è sospendere di nuovo i dazi sul grano ucraino, ma gli effetti sul pane non si vedono; anzi ci sono nuove proteste nei Paesi di confine come Ungheria, Polonia, Cechia e Romania che temono il dumping del frumento. La Confcooperative Federcopesca, con il presidente Raffaele Delei, invoca: «Il raddoppio dei costi energetici rende difficile produrre per le nostre cooperative: non possiamo scaricare tutto sui prezzi finali, ma così la situazione si fa critica e il governo e l’Ue devono intervenire strutturalmente». Stesso scenario per il presidente della Cia, Cristiano Fini, che denuncia: «Un cortocircuito inaccettabile che stringe l’agricoltura in una triplice morsa: costi di produzione in esplosione, mercati globali sulle montagne russe e pratiche commerciali sleali campi». La baronessa Von der Leyen si preoccupa dell’esercito europeo, ma la battaglia c’è già nei campi.
Non poteva dirlo, ma Sergio Mattarella deve averlo pensato. Ah, se a Roma ci fosse Pedro Sánchez invece che Giorgia Meloni! In un passaggio della sua lectio magistralis per il conferimento della laurea ad honorem in filologia ieri, all’università di Salamanca, ha scandito: «Senza Spagna e Italia non si può comprendere l’Europa».
Già l’Europa; per Mattarella è una riedizione dell’«I have a dream». Ma erano altri tempi e altri personaggi. Eppure a imitazione di Martin Luther King il presidente ha un sogno di fronte a quella che considera una continua erosione del diritto internazionale, con la messa in discussione dell’Onu: «Tocca all’Europa saper dire di no. Dire di no all’ampliamento dei conflitti». Sottolinea Mattarella: «Oggi Iran, Libano, l’intera regione mediorientale e del Golfo sono al centro di un arco di crisi di cui non si intravede lo sbocco, con gravissime conseguenze sulle popolazioni. Dall’assalto russo all’Ucraina in poi si è intensificata la convinzione che l’aggressione possa essere regolarmente praticata». E dunque ci vuole più Europa.
Una domanda a cui nel suo lunghissimo e dotto discorso Mattarella non dà una risposta è: quale Europa? La sua Bruxelles è quella che sa «prendere atto dei cambiamenti in corso» e non si limita «a subirli: significa avere il coraggio di proporre una visione alternativa alla mera legge di chi appare più forte. Una visione e dei principi al cui servizio dobbiamo porre strumenti e modalità d’azione nuovi e flessibili. Adatti ai tempi e fondati su un pensiero sviluppatosi nei secoli, a cui Spagna e Italia hanno ampiamente contribuito». Eccola la nostalgia di Sánchez perché serve un’Europa che si opponga ai sovranisti, che sappia dire a Donald Trump, come già ha detto a Vladimir Putin - senza apprezzabili risultati peraltro - che si deve tornare al diritto internazionale. Scandisce Mattarella e sembra parlare di Trump senza nominarlo: «Riemerge un’insofferenza crescente rispetto alle regole pattuite. Avviene in nome di un presunto sovranismo assoluto. Ne deriva un vuoto, un’arbitraria terra di nessuno, ambito per ingiustificate scorrerie - in una sorta di rincorsa a rinnovate conquiste, espansioni commerciali, creazione di presunte fasce e aree di sicurezza - con un processo che va a gravare pesantemente sui più poveri». Barriera a tutto questo è l’Europa.
Qualcuno deve avvertire Sergio Mattarella che quell’Europa non c’è. Pronti a muoversi per riaprire Hormuz sono in sei ma solo quattro europei. C’è l’Italia, ma non c’è la Spagna. Il sogno del presidente è forse l’Europa che si divide sulla sospensione degli Ets e del Green deal con l’Italia e altri nove Paesi che lo chiedono e con la Spagna che insieme alla Germania e altri cinque stanno invece dall’altra parte? È l’Europa di Kaya Kallas - l’Alto rappresentante per la politica estera - che afferma: «Non c’è una base di diritto internazionale per la guerra in Iran», ma poi passa ore al telefono con il ministro degli Esteri iraniano, Hossein Amir-Abdollahian Araghchi, a cui intima di liberare Hormuz sentendosi rispondere che non se ne parla nemmeno. Viene anche da domandarsi se il sovranismo è solo quello di Trump e in subordine di Benjamin Netanyahu o anche quello di Emanuel Macron che vuole mettersi in proprio per fermare gli attacchi ai gasdotti. E del sovranismo tedesco di Friedrich Merz, che intende costruire lui l’esercito europeo, nulla c’è da dire? Il protagonismo europeo rivendicato da Mattarella non è anch’esso un sovranismo? Non solo, senza il sovranismo Usa oggi avremmo un diritto internazionale? Ma c’è un passaggio del discorso del presidente della Repubblica che merita molta attenzione. Sostiene Mattarella, a proposito della carta dell’Onu: «C’è una norma che definisce i confini della legittimità del potere politico nei rapporti internazionali, rimuovendo la pretesa che la sovranità degli Stati possa consistere nel diritto di muovere guerra». Peccato che il 24 marzo del 1999, in Senato, lo stesso Mattarella sostenne che era legittimo bombardare la Jugoslavia usando arei e basi italiane. E l’Onu non ne sapeva nulla.
«Potremmo cominciare così: eravamo quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo. Ma il mondo, purtroppo, ha fatto da solo e in peggio». Una punta d’amarezza c’è in fondo al ragionamento di Fabio Brescacin, ’55 classe di ferro, ma anche di soavità come quella dei sogni. Si affida a una celeberrima strofa di Gino Paoli per tracciare la sua traiettoria di studioso, imprenditore e «militante a fianco della natura e per i contadini». Un impegno culturale che si è fatto disegno imprenditoriale e che oggi con EcorNaturaSì è divenuto protagonismo su tre fronti: produzione agricola, distribuzione alimentare, divulgazione di corrette linee guida nutrizionali. «L’ho voluto indicare nella nostra ultima campagna di informazione: fa’ che il cibo sia la tua medicina. Il copyright è di Ippocrate, l’impegno è nostro al servizio dei consumatori, a sostegno degli agricoltori».
E i quattro amici al bar?
«È una storia lunga ed esaltante. Mi ero appena laureato in agraria: si sentivano ancora gli echi del ‘77. Ma io con dei miei compagni di corso che poi sono diventati soci nella prima avventura imprenditoriale avvertivo che la vera rivoluzione stava nel tornare alla terra, alla buona terra. Partii per l’Inghilterra per un anno di ulteriore studio e al mio ritorno con gli amici del bar abbiano fondato Ariele, che è stata la prima bottega biologica d’Italia. Da lì è cominciato il percorso che oggi si è fatto NaturaSì con una precisa idea: coltivare naturalmente, per vendere equamente offrendo a chi consuma un’alternativa salutare facendo del bene alle persone e alla terra. Ancora oggi questo è il paradigma di NaturaSì».
Che però è ben altra cosa…
«Dimensionalmente sì, ma nella filosofia produttiva no. Mi piacerebbe molto parlare ai nostri clienti di Rudolf Steiner, dell’antroposofia che ci ha portato a Treviso a fondare un circolo ispirato alle teorie steineriane applicate all’agricoltura. Strano no? In questo mondo tutto orientato al profitto NaturaSì è retta da una fondazione non profit, la Libera Fondazione Antroposofica Rudolf Steiner, che può nominare 7 dei 12 membri del consiglio di amministrazione».
E Brescacin è ancora u no dei quattro del bar?
«Beh di anni ne sono passati, ma sì: credo ancora in ciò che ho perseguito per tutta la vita. Amo la terra, chi la lavora con l’intento di sostentare gli uomini. Il mondo attorno a me è cambiato e noi dobbiamo stare al passo con i tempi però senza perdere la nostra identità. Senza farsi influenzare. Io per evitare interferenze non ho nemmeno la televisione a casa».
A quanti negozi siete arrivati?
«Abbiamo più di 350 negozi di cui 120 gestiti direttamente; fanno metà del nostro fatturato che si aggira sul mezzo miliardo di euro. Fondamentale per noi è il rapporto diretto con le aziende agricole. Alcune sono socie o sono da noi partecipate - l’Azienda agricola San Michele nel veneziano, la Fattoria Di Vaira in Molise, le Cascine Orsine nel pavese, l’Azienda Agricola Biodinamica La Decima nel vicentino - altre sono fornitori abituali e ormai sono più di 300 tutte a coltivazione biologica, molte biodinamiche. È da questi campi che traiamo gran parte dei prodotti che vengono commercializzati nei nostri punti vendita e che ci fanno essere il più consistente e importante operatore nel biologico in Italia e tra i primi in Europa».
Sicuro che il biologico funziona ancora? Non è troppo caro per le tasche degli italiani?
«Funziona, eccome se funziona. Da quando siamo nati siamo sempre cresciuti. Le tappe di avvicinamento ai traguardi di oggi sono state scandite da scelte e momenti precisi. Dopo Ariele fondammo Ecor, poi nel ’92 nasce NaturaSì per dare vita a una rete di supermercati dove si vendeva solo bio. Poi nel 2009 c’è stata la fusione tra Ecor e NaturaSì e ora siamo qui con sempre nuovi progetti. Uno a cui teniamo molto è la libera Scuola Steiner Waldorf “Novalis” in provincia di Treviso: accoglie bambini e ragazzi dalla scuola d’infanzia fino al termine del percorso superiore, è la prima in Italia a rilasciare un diploma in agricoltura biologica biodinamica. Che è la vocazione della San Michele, l’azienda biodinamica che abbiamo in provincia di Venezia. Queste e molte altre sono le ragioni per cui il biologico funziona. Quanto al prezzo, su questo abbiamo impostato una recentissima campagna di comunicazione che parte da questo slogan: se paghi un prezzo del cibo troppo basso qualcuno lo paga per te».
Domanda scontata: chi paga?
«Tutti noi con le tasse, con la sanità che va in crisi perché nutrirsi troppo e male ci porta a intasare gli ospedali. Le statistiche sulle malattie non trasmissibili derivanti da alimentazione scorretta sono devastanti. Con le tasse dobbiamo fare fronte ai disastri ambientali, dobbiamo trovare dei rimedi ai terreni che vengono progressivamente abbandonati e ci costringono a importare la qualunque e non si sa cosa. Ma i primi a pagare sono i contadini. La nostra campagna si chiama: il giusto prezzo del cibo per la salute dell’uomo e della terra. Noi esponiamo sui cartellini dei prezzi non solo il costo del prodotto, ma quanto va remunerato il lavoro, starei per dire sociale, che svolge l’agricoltore che è la prima sentinella e il primo tutore dell’ambiente. Nella nostra campagna abbiamo messo una foto di un finocchio a 1,80 euro di costo che spiega come un euro e venticinque centesimi vanno a remunerare il costo del prodotto stesso e 55 centesimi remunerano i cosiddetti servizi ecosistemici, dalla tutela della biodiversità a quella del paesaggio, che l’agricoltore svolge. Se si guarda così il biologico è proprio a buon mercato. E ora c’è la guerra che ci dà una mano».
Ma come la guerra? Da uno come lei ci si spetterebbe una condanna della guerra…
«Proprio per ciò che penso e per ciò che ho fatto mi posso permettere di ridicolizzare la guerra e dire che ci dà una mano. Sia chiaro: io sono contro la guerra! Con l’aumento vertiginoso che subiranno i fertilizzanti e i costi energetici che schizzano in alto, i prezzi dell’agricoltura convenzionale subiranno un’impennata mentre i prezzi delle produzioni biologiche proprio perché sono di prossimità, perché vengono coltivate con fertilizzanti organici nel pieno rispetto del ciclo naturale resteranno stabili. E finalmente il consumatore si accorgerà che bio conviene. E poi conviene perché protegge la terra che è la nostra unica casa, che quelli che fanno le guerre non mi pare abbiamo così tanto a cuore».
Come fa l’agricoltura biologica a proteggere il pianeta?
«Ci sono precisi indicatori scientifici. Un dato a me pare clamoroso: l’agricoltura convenzionale e l’uso del suolo emettono 12 gigatonnellate (una gigatonnellata è pari a un miliardo di tonnellate, ndr), l’agricoltura biologica è in grado di catturare e assorbire 18 gigatonnellate di C02, vuol dire contribuire grandemente a risanare l’ambiente. Un altro dato: ogni albero cattura 33 chili di C02 e una tonnellata di composto organico fa risparmiare sei quintali di anidride carbonica. Si vede così quanto sia fondamentale considerare il rapporto costo beneficio dei sistemi agroalimentari quando si parla complessivamente di tutela ambientale. L’agricoltore che coltiva in biologico è un attore reale e concreto della salvaguardia del pianeta».
D’accordo, ma gli agricoltori se la sono presa tanto col Green deal. Come se lo spiega?
«Premesso che abbandonare il Green deal è un errore, rispondo che est modus in rebus. Il progetto europeo è stato mal concepito, mal raccontato e ancora peggio implementato, Bisogna fare leva sull’alleanza agricoltore-consumatore per far percepire i vantaggi di politiche e di pratiche orientate alla tutela ambientale. Se si impongono troppe regole sovente inefficaci si produce l’effetto opposto. L’Europa per molto tempo ha dato l’idea di considerare l’agricoltura nemica dell’ambiente e invece è l’esatto opposto».
Per questo NaturaSì sta lanciando la campagna sui benefici del biologico?
«Cerchiamo di coinvolgere il consumatore in una gestione responsabile dei suoi acquisti. Non mi stancherò mai di ripetere che l’atto alimentare è culturale, sociale, economico e politico. A secondo di cosa si consuma si determinano il corso e gli obbiettivi dei cicli economici. Dunque se è vero com’è vero che la tutela ambientale è, almeno a pelle, un patrimonio comune bisogna tradurre questa aspirazione in comportamento consapevole anche nell’acquisto alimentare».
Quindi i giovani sono i vostri primi clienti…
«No, mi viene da dire purtroppo no. Non hanno la percezione dell’acquisto responsabile. I nostri migliori clienti sono le famiglie con bambini piccoli che stanno molto attente ai valori nutrizionali, alla salubrità e provenienza del cibo. E poi ci sono gli anziani. Consumano poco, dovrebbero avere più reddito, ma quando possono fanno scelte che li avvicinano alla campagna, alla natura. Credo che si debbano condurre campagne di sensibilizzazione sul valore culturale del cibo e sul suo valore nutrizionale. Mi viene da rimpiangere il Regimen Sanitatis della scuola medica salernitana che indica come da mille anni sia nostro patrimonio di civiltà comprendere la relazione tra cibo e salute».
Quali sono dunque le scelte più consapevoli?
«Cibo da coltivazione biologica di prossimità. Il chilometro zero è diventato un modo di dire, ma deve continuare a essere un modo di fare e di proporre cibi freschi che arrivano a tempo zero sulla tavola. Noi abbiamo un centro logistica che in 24 ore porta nei mercati di tutta Italia ogni prodotto. Qualcosa dobbiamo importare, ma è sempre da coltivazione biologica certificata. E poi c’è il terzo elemento indispensabile: la stagionalità. Per mangiare secondo natura e stare in salute bisogna andare a tempo con la natura».




