Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 7 maggio con Carlo Cambi
Chiamatelo fattore «S» che condiziona e fa diventare la giustizia uno show costellato di errori e omissioni.«Esse» come Andrea Sempio o Alberto Stasi, «esse» soprattutto come Roberto Savi, il capo della banda della Uno bianca che dopo 30 anni di reclusione nel carcere di Bollate dove sta scontando l’ergastolo si concede a favore di telecamere a Belve Crime su Rai 2 - la rete dei delitti molti e dei castighi pochi - per farsi intervistare da Francesca Fagnani.
Il fattore «esse» è già scattato; appena spenti i televisori i pm di Bologna annunciano che vogliono interrogare di nuovo Savi così come il sindaco Matteo Lepore (Pd) - figurarsi se si perde l’occasione del «gomblotto» - tuona che «bisogna promuovere ogni approfondimento possibile dopo le rivelazioni di Savi». Garlasco chiama, Bologna risponde soprattutto se si parla di servizi segreti. Ormai siamo abituati alle «suggestioni in nero» via tubo catodico. Francesca Fagnani fa niente male il suo mestiere, ma si è dimenticata la prima fondamentale domanda. Come il maresciallo dei carabinieri Francesco Micheletto che interrogò Andrea Sempio il 18 agosto del 2007 si scordò di fargli la più elementare delle contestazioni: che faceva lei il 13 agosto quando hanno ammazzato Chiara Poggi? Così la Fagnani a Savi non ha posto la domanda-icona del programma: «Che belva si sente?». Chissà cosa avrebbe detto questo ex poliziotto che in sette anni tra Emilia e Marche ha ammazzato con i suoi complici - i suoi fratelli Alberto e Fabio Savi, Marino Occhipinti e altri due gregari - 24 persone e ne ha ferite un altro centinaio? Nonostante oggi sembri l’ombra del Rambo di paese di quarant’anni fa non ha perso il vizio di fare il bullo. Ha buttato lì una verità che pare una bomba, forse è una bufala, di certo racconta per l’ennesima volta, come già con Garlasco, che le indagini hanno seguito la via più breve. «Ci proteggevano i servizi segreti, anzi molte azioni le abbiamo fatte dietro loro richiesta», come la rapina all’armeria di via Volturno, in pieno centro a Bologna; è una di quelle strade dove tutti si conoscono, dove si vende di tutto, anche l’amore a prezzi modici. Era la mattina del 2 maggio del 1991; entrarono nel negozio e fecero fuori Licia Ansaloni e Pietro Capolongo, una sorta di commesso-esperto, ex carabiniere. Chiede la Fagnani: «Fu una rapina?». Savi spavaldo replica: «Ma va là, la rapina… Chi va a rapinare pistole? Non avevano nient’altro che pistole in quella casa. Lui era ex dei servizi particolari dei carabinieri. Volevamo una scusa, farlo fuori in qualche maniera…». Eccolo il Savi killer su commissione delle barbe finte da cui - racconta - andava a prendere ordini tutte le settimane a Roma. Ce l’avevano in particolare con i carabinieri perché l’esordio ufficiale della Uno bianca - c’era stato un prologo insignificante nel 1987 con la rapina al casello dell’A-14 a Pesaro - fu la sera del 4 gennaio del ’91. Quartiere Pilastro; una pattuglia dell’Arma accerchiata. La mattanza lasciò sul terreno Otello Stefanini, capopattuglia, e i carabinieri Andrea Moneta e Mauro Mitilini; neppure cinquant’anni in due. Loro ferirono Roberto Savi, ma furono finiti tutti e tre con un colpo alla nuca. Bologna - che troppe ne ha subite - pensò all’attacco terroristico neofascista. Qualcosa però non tornava. Lo si seppe nel ’96 con le condanne all’ergastolo. Ma c’è ancora chi non crede che quelli fossero assassini in divisa da poliziotto. Giovanni Spinosa - magistrato, è stato anche all’antimafia di Bologna - aveva avuto al suo servizio Roberto Savi senza mai sospettare di nulla e ha scritto un libro L’Italia della Uno bianca per sostenere che la «banda» era un’organizzazione sovversiva. Ecco il fattore «esse». La Procura di Bologna guidata dal dotto Paolo Guido ora intende interrogare Roberto Savi dopo l’intervista. Oggetto: i servizi segreti. Quando? Non c’è fretta perché prima i magistrati vogliono studiarsi il video dell’intervista, soprattutto nella parte in cui Savi rievoca la rapina di via Volturno e l’ordine di far fuori l’ex carabiniere Pietro Capolongo. Esattamente trentacinque anni dopo! Di conseguenza il sindaco di Bologna Matteo Lepore, quello che va a braccetto dei pro Pal anche se gli sfasciano tutto - sentenzia: «Di fronte alle gravi affermazioni di Roberto Savi voglio ribadire, a nome della comunità bolognese, la nostra sentita vicinanza ai familiari delle vittime (non l’hanno pressa benissimo e hanno protestato con la Rai ndr), che si sentono colpiti dalle rivelazioni televisive di uno dei capi della Uno bianca. Savi è responsabile di efferati delitti e la sua intervista è rilevatrice di un profilo criminale di massimo rilievo, che sicuramente non gode d’immediata affidabilità. Tuttavia, di fronte alle sue dichiarazioni, che evocano presunte connivenze e coinvolgimenti di apparati dello Stato, riteniamo necessario promuovere ogni approfondimento possibile».
Eh si facciamo piena luce, ma forse le pile sono scariche. Una cosa è sicura: i riflettori della tivvù ormai fanno diventare personaggi (negativi?) i criminali, ripropongono sul vecchio modello americano il filone noir per fare audience. Che poi si dia nuova sofferenza a chi ha avuto un marito, un fratello, una figlia ammazzati fa parte del macabro gioco, così come chi è in galera forse innocente fa un’incessante doccia scozzese di speranze e delusioni. Ma show must go on.
Ps: Chi scrive quella sera del 4 gennaio del ’91 era al Pilastro a raccontare l’esordio della Uno bianca. Ai cronisti non sono concesse le lacrime. Ma pianse.
Sui giornaloni, nei talk show frequentati dalla sinistra di lotta e tacco dodici come Silvia Salis, che snobba il vecchio scarpone degli alpini e calza solo Manolo Blahnik, ci sono due manifestazioni del male assoluto: Donald Trump e Vladimir Putin. Ma il primo è assai più pernicioso dell’altro.
Per misurarlo è sufficiente osservare quanto ci si preoccupi della sopravvivenza di ciascuno di loro. Le pallottole dirette a Donald Trump non fanno rumore, anzi a dire il vero lui l’attentato se lo crea; le inesistenti (o comunque non provate) minacce di colpo di Stato contro Vladimir Putin valgono la massima allerta.
A parole la nostra sinistra odia l’uno quanto l’altro. Perché in fin dei conti Donald Trump, votato da 80 milioni di americani, è un autocrate come quello del Cremlino. E tuttavia si coglie una sfumatura: Trump che se la piglia con l’Europa - si vedano Ernesto Galli della Loggia e Paolo Gentiloni tra i tanti - è un nemico, Putin è pure un nemico, ma in maniera diversa. Lunedì nel tardo pomeriggio, a Washington, un uomo ha aperto il fuoco a poca distanza dalla Casa Bianca, dove Donald Trump stava tenendo un discorso. Nella residenza presidenziale è scattato il lockdown e tutta la zona fino a Washington Monument è stata presidiata dal Secret service, che ha colpito l’assalitore dopo che era riuscito a ferire un ragazzo. Di questo episodio non c’è traccia sui giornali di ieri. Si dirà: ma era tardi e non valeva la pena «ribattere» (aggiornare le pagine) per una notizia così, né infilarla in un telegiornale. Il retropensiero, invece, è lo stesso che è scattato dopo la sparatoria dell’Hilton Hotel il 25 aprile scorso, durante la cena di Trump con i corrispondenti esteri. Molti scrissero: il presidente americano se l’è cercata. In quell’occasione, i vertici della Casa Bianca erano i bersagli di Cole Tomas Allen, ingegnere trentunenne della California tifoso della democrat Kamala Harris, ma in Italia si è cominciato a dubitare. La sicurezza era troppa blanda e, per dirla col metodo Ranucci, una fonte - riferiva il Fatto Quotidiano - «di cui si sta cercando ancora conferma ha raccontato che per entrare all’Hilton bastava mostrare un biglietto». E magari Trump si era messo d’accordo anche con lo sparatore di Butler in campagna elettorale due anni fa. Memorabile il commento dell’Oliver Hardy de noantri, al secolo Alan Friedman, che su La Stampa il 26 aprile scriveva: «Oggi, nell’America di Trump, il clima d’odio nasce dal suo incitamento quotidiano, si nutre del rancore che semina e produce una società più feroce, più frammentata, più impaurita. Trump non ha inventato la violenza americana. Ma l’ha sdoganata». Gli faceva eco su Repubblica Gabriele Romagnoli che, citando i presidenti Usa ammazzati - Kennedy, Roosevelt, Lincoln -, notava: «In generale il bersaglio è una cucitura, l’attentatore uno strappo. Da Mar-a-Lago è venuto invece un inedito, un opposto che gira il film della presidenza al negativo. È lui è l’agente del caos, il provocatore quotidiano, l’estremista». E per non essere da meno Augusto Minzolini su X sentenziava: «Chi divide, usa un linguaggio violento, preferisce l’autoritarismo alla democrazia, apre conflitti senza sapere come chiuderli finisce per seminare vento e raccogliere tempesta».
Un ritratto di Vladimir Putin? No, si parla di Donald Trump, uno che se l’è cercata. Al contempo, vengono invece date per certe le voci su presunte minacce a Putin di cui fino adesso non c’è stata evidenza alcuna. Tutti i giornali à la page e le televisioni a reti unificate ieri raccontavano che è chiuso in un bunker perché teme un colpo di Stato e un attentato. Repubblica ieri in prima pagina aveva questo titolo: «Bunker e controlli. Putin in paranoia teme un golpe dall’ex Shoigu». Enrico Franceschini - che scrive da Londra e sa tutto, o forse ha solo letto il Financial Times che, con dovizia di particolari, narra l’angoscia di Putin, trasformatosi da dittatore in talpa - racconta che «ormai non dorme più nelle dacie presidenziali di Mosca e del Valdai, passa la maggior parte del tempo nei bunker sotterranei». A farlo fuori dovrebbe pensarci il segretario del consiglio di sicurezza Sergei Shoigu. I solitamente bene orientati spiegano che il 9 maggio la parata può essere rovinata dalle bombe di Zelensky. Sul Foglio raccontano che da giorno dell’orgoglio si è passati oggi al giorno della preoccupazione russa. La colpa? Di Vladimir Putin, che non teme un colpo di Stato bensì un drone ucraino che lo faccia secco mentre assiste alla parata. E allora come la Flotilla: tutti sotto coperta. È un coro: il bunker, il golpe, la parata blindata. L’obiettivo? Probabilmente destabilizzare. Ma forse un po’ ci sperano.





