Caro Pasquale Stanzione, caro garante della privacy, le scrivo questa cartolina (ovviamente riservata) per chiederle se mi invita (riservatamente) alla sua prossima grigliata.
Ho il sospetto che la carne sia molto buona. Ho saputo infatti che lei si rifornisce nella migliore macelleria di Roma, in pratica la boutique del controfiletto, dove servono ministri, presidenti, papi, Toni Servillo, famiglia Gassman e ovviamente parlamentari. I prezzi non sono a buon mercato, ma tanto che importa? Per lei paghiamo noi. Dall’inchiesta della Procura risulta infatti che abbia acquistato in macelleria involtini, bistecche di lombo, etc per 6.619 euro. Tutto a carico dei contribuenti. Tutto con denaro nostro. Al che mi è venuta l’acquolina in bocca: avendole noi pagato il conto, non potremmo essere anche invitati a cena?
Qualcuno dice che troppa carne fa male, ma a vederla l’altra sera al Tg1 non mi pareva. L’ho trovato gagliardo nel difendere la sua poltrona. Diceva che tutto è stato corretto. E noi ci crediamo: con lei è sempre tutto corretto, compreso il livello di cottura delle salsicce. E lasci stare i soliti malevoli che sollevano sospetti anche sulla sua casetta affittata a Roma, 142 mq proprio dietro il Pantheon, ovviamente sempre a spese nostre: prima costava 2.900 euro al mese, poi nell’ottobre scorso, dopo una sua «trattativa privata», l’affitto è salito a 3.700 euro al mese con un aumento definito «anomalo» dagli investigatori. I quali sospettano anche che lei, pur avendo la casa a Roma, si comportasse ancora come fuori sede, facendosi rimborsare tutto, vitto e trasporti compresi. Ma si sa come sono questi della Gdf: mettono sempre troppa carne al fuoco. Senza nemmeno rifornirsi nella macelleria dei vip.
Ottant’anni compiuti a luglio, originario di Solopaca (Benevento), professore di diritto privato, già consigliere della Banca d’Italia di Salerno e giudice tributario, lei è diventato garante della privacy nel 2020, in quota Pd, al posto di Antonello Soro, pure lui in quota Pd. Del resto si è sempre sentito un predestinato. «Per discrezione e riservatezza, io sono da sempre il candidato naturale», ha raccontato in un’intervista a Repubblica di due anni fa, sostenendo di essere, da sempre, il tipo «serio» e «maturo» a cui confidare segreti destinati a rimanere riservati. Si definisce un «confessore laico». Anche se, a dirla tutta, questa volta non pare abbia molta voglia di confessare.
Qualcuno ha sollevato dubbi anche sul fatto che la sua casa fosse proprio vicina (stesso palazzo, stesso amministratore di condominio) al B&b gestito dalle figlie, per altro senza licenza. Qualcuno invece contesta a lei e ai suoi colleghi il fatto di essere molto attivi nei viaggi in Giappone e nel prenotare hotel di lusso, un po’ meno quando c’è da far pagare le multe ai colossi di Big Tech (quella a Meta, per dire, si è dissolta nel nulla). Ma lei ha scelto la linea della resistenza, senza accorgersi che questa volta a rosolare a fuoco lento siete voi e l’istituzione che rappresentate. Anzi, direi che ormai siete proprio cotti al punto giusto. Che aspettate a dimettervi? E non stia a sentire chi dice che in tutta questa vicenda c’è molto fumo e poco arrosto. E solo perché non sa che l’arrosto se l’è mangiato tutto lei.
Caro Orazio Schillaci, caro ministro della Salute, sono felice che si sia accorto che «chi trucca le liste d’attesa è indegno». Ci ha messo un po’ di tempo, ma evidentemente, con la dovuta calma, ci è arrivato anche lei. E sono contento pure che l’abbia fatto sapere tramite un’intervista al Corriere della Sera, riferendosi genericamente a «inchieste giornalistiche» e a «certa stampa». Quando parliamo con qualcuno noi, in genere, siamo abituati a guardarlo in faccia, e magari anche a chiamarlo per nome. Ma evidentemente quando si diventa ministri si preferiscono i messaggi trasversali. Detti anche pizzini.
Comunque, per chiarezza, l’inchiesta giornalistica sulle visite farlocche l’ha fatta Fuori dal Coro e l’ha rilanciata nei giorni scorsi La Verità. Cosa, quest’ultima, che l’ha destata dal suo lungo torpore. Così ha rilasciato un’intervista al Corriere per dire che «fa male apprendere da inchieste giornalistiche che ci sono amministratori così indegni da permettere la manipolazione dei dati per sembrare virtuosi a scapito di chi soffre». Pofferbacco, che sorpresa: vero signor ministro? Noi siamo lieti di averle fatto scoprire che esistono svariate Asl dove vengono registrate finte prime visite, mai comunicate ai pazienti, per taroccare report e statistiche. Una vera e propria truffa ai danni dei malati escogitata per aggirare le leggi e incassare premi di risultato. La domanda è: perché non se n’è accorto lei? Che aveva di più importante da fare? Nominare il Parisi sbagliato? Sciogliere la commissione sui vaccini? Tenere fuori dalla porta le vittime degli effetti avversi?
Lei dice: «Fa male apprendere da inchieste giornalistiche». A noi fa male apprendere che il ministro apprenda dalle inchieste giornalistiche. A noi, cioè, fa male sapere che il ministro non si accorge di ciò che avviene sotto in suoi occhi e sulla pelle dei cittadini. Per altro, il primo servizio di Fuori dal Coro su questo argomento è di novembre: com’è che lei «apprende» solo adesso? Ce l’ha un ufficio stampa? Qualcuno che le vuol bene e le segnali notizie che la possono interessare? Sinceramente non riesco a capire come possa esserle sfuggito uno scandalo del genere: sono mesi che si fa bello con la «piattaforma nazionale», il «monitoraggio», i sistemi di controllo e di vigilanza. E poi non s’accorge che le Asl truffano i malati? E allora a che servono tutte queste piattaforme di monitoraggio? Che diavolo monitorano? «Ora siamo più consapevoli di come avvenga la gestione regionale delle liste d’attesa», festeggia tutto tronfio al Corriere. E meno male che ora siete più consapevoli. Altrimenti che succedeva? Se non eravate consapevoli, dico: cosa poteva ancora capitare?
Le confesso: dopo aver letto questa intervista ho il vago sospetto che la piattaforma, il monitoraggio, il sistema «chiaro e nazionale» per tenere sotto controllo le liste d’attesa non servano a una beata mazza. Ma, tranquillo, non è un problema: tanto, caro ministro, non può fare nulla. È lei stesso a dirlo, per cercare di giustificare il suo letargo istituzionale: «Il ministro della Salute non ha alcun potere di intervento sui manager delle aziende sanitarie», dice. In pratica, un’ammissione di assoluta impotenza. Una dichiarazione di inutilità. Una resa. A questo punto resta solo un dubbio: che ci sta ancora a fare al ministero? Se «non ha alcun potere di intervento» come passa le sue giornate? Gioca a briscola? A tresette? Fa il solitario in attesa di incassare lo stipendio?
A noi avevano insegnato, e l’esperienza ci insegna, che il ministero ha poteri commissariali e ispettivi nei confronti delle Asl. Ma probabilmente sbagliamo. Nel caso, però, le vorremmo domandare, caro ministro, perché si affanna a strombazzare quanto vi impegnate per controllare e monitorare? «Osserviamo costantemente», ripete anche al Corriere. E poi «non manchiamo di vigilare». E poi ancora: «Chiediamo conto». Ma che siete? I guardiani del faro? Gli umarell governativi? A che serve «osservare», «vigilare» e «chiedere conto» se poi ammette che non può fare nulla? Lei dice che «certa stampa» (grazie per il soprannome) vi «accusa di colpe» che non avete e promette «alla prossima occasione» di regalarci «qualche copia del Titolo V della Costituzione». Veniamo volentieri a ritirare l’omaggio, caro ministro. Ma solo se lei nel frattempo accetta il nostro: l’articolo 32 della Costituzione. Quello del diritto alla salute che lei calpesta ogni giorno.
Esultate popoli: Michele Emiliano ha trovato una poltrona. Non è proprio quella che desiderava, gli amici lo descrivono come «furibondo e ferito», nemmeno un vassoio di cozze pelose per festeggiare. Però, ecco, l’ex governatore potrà consolarsi con uno stipendio di tutto rispetto: 130.000 euro l’anno, oltre 10.000 euro al mese, per fare il consigliere giuridico del nuovo presidente della Puglia, Antonio Decaro. Il quale Decaro, per altro, si prende come consigliere a 130.000 euro l’anno colui che ha cercato in tutti i modi di far fuori dalla Regione: non l’ha voluto come consigliere, non l’ha voluto come assessore, però non può fare a meno dei suoi consigli tanto da pagargli 10.000 euro e passa al mese. Non è fantastico? Ma così, intanto, almeno un risultato positivo lo si è ottenuto: finalmente si può potrà varare la giunta della Puglia, bloccata da 52 giorni nell’attesa di sapere quale poltrona sarebbe stata assegnata a Emiliano. Quando si dice la politica a servizio dei cittadini.
La storia di Emiliano negli ultimi mesi è più triste di quella di Calimero. Lo hanno respinto tutti, manco fosse il pulcino piccolo e nero. In principio, infatti, l’ex governatore, in carica già da dieci anni, sperava di avere il terzo mandato. Gli hanno detto di no, altrimenti Decaro non si sarebbe candidato. Allora ha sperato di avere un posto in lista come consigliere regionale. Gli hanno detto di no, altrimenti Decaro non si sarebbe candidato. Allora è intervenuti il segretario del partito, Elly Schlein, e ha convinto Emiliano a fare un passo indietro, buono buono, in cambio della promessa di un posto da assessore. Poi, però, alle elezioni Decaro ha ottenuto un sacco di voti, si è sentito forte e ha deciso che, Elly o non Elly, promesse o non promesse, lui Emiliano in giunta non lo voleva. Ci ha messo 50 giorni per farglielo digerire (e nel frattempo ha tenuto tutta la Regione bloccata), ma poi ce l’ha fatta. L’altro giorno lo ha chiamato e gli ha detto: «Non sarai assessore ma solo consulente giuridico». O mangi ‘sta minestra o salti la finestra. Emiliano ha sbuffato, ha protestato, s’è arrabbiato. Ma poi ha mangiato la minestra. Anche perché di minestre da 130.000 euro l’anno non ce ne sono tante altre in giro, almeno per lui.
E qui viene il punto ancor più divertente di tutti gli altri. A Emiliano, infatti, la poltrona serve non solo per avere uno stipendio (non da poco) in attesa delle prossime elezioni politiche nazionali, ma anche per non dover tornare a lavorare. Come è noto, infatti, l’ex governatore è tutt’ora un magistrato in aspettativa: fa politica da oltre vent’anni, è stato dieci anni sindaco, dieci anni governatore, ha militato attivamente nel Pd addirittura candidandosi come segretario, ma non ha mai mollato la toga. Checco Zalone insegna: mai lasciare il posto fisso. Ora gli è stata promessa una candidatura alle prossime elezioni politiche nazionali (per quello che valgono, come si è visto, le promesse nel Pd). Ma le elezioni si terranno tra un anno e mezzo: se nel frattempo non avesse un incarico pubblico, Emiliano dovrebbe tornare in magistratura. Per questo, per quanto «furibondo e ferito», ha accettato quell’incarico. Sempre meglio che lavorare. Non è detto che basti: la parola finale, infatti, spetta al Csm, l’organo di autogoverno dei magistrati. Sarà Consiglio superiore della magistratura a dire se fare il «consulente giuridico» del presidente Decaro sia un incarico abbastanza importante per prolungare l’aspettativa. Abbiamo il sospetto che dirà di sì, ma in ogni caso non preoccupatevi troppo per il futuro di Emiliano: è già stato pensato il piano B. Nel caso il parere del Csm fosse negativo, potrebbe infatti fare l’assessore di un Comune pugliese, scelto a caso. Magari verrà estratto a sorte, chi lo sa. Oppure lo si sceglierà nel collegio dove poi dovrebbe essere candidato alle politiche, così da rendere il tutto ancor più trasparente.
Non è meraviglioso? C’è un pm di Bari che 22 anni fa si è candidato per diventare sindaco di Bari (come se già questo, di per sé, fosse normale), poi diventa governatore della Puglia, fa politica per tutto questo tempo senza mai smettere di essere magistrato e poi, pur di non tornare in magistratura, accetta di fare il «consulente giuridico» del governatore che gli ha dichiarato pubblicamente guerra, e in ogni caso, pur di avere una poltroncina, si candida pure a fare l’assessore di un Comune a caso, scelto nel mazzo. Tutto perfetto. Compreso il fatto che solo così si riesce a varare la giunta regionale altrimenti bloccata in attesa di trovare il posto giusto per Emiliano. Ditemi se non è chiaro il messaggio che esce da questa storia: quello che conta, nelle istituzioni, non è risolvere i problemi dei cittadini. Piuttosto risolvere i problemi di un ex governatore. Poi si lamentano se la gente non va più a votare.





