Cara Silvia Salis, caro sindaco di Genova e astro nascente della sinistra, le scrivo questa cartolina nella certezza che lei sarà davvero la Papessa del Pd. Lo so che come sempre ci tiene a stare (a metà) fuori dalla mischia: ha già annunciato che non correrà le primarie, anche se ci ha tenuto a far sapere che, se la chiamassero direttamente a diventare la leader, «ci rifletterebbe». Risposta sublime. Come l’altra volta quando le domandarono delle possibilità di avere un ruolo nazionale e lei rispose: «Oggi faccio la sindaca, domani chissà». Lei non è una Papessa. Lei è di più: l’oracolo di Delfi. Anzi di Pd(elfi).
Per cominciare con il piede giusto ha pranzato con ProleDario Franceschini, l’uomo delle sinistre poltrone. Demitiano con De Mita, prodiano con Prodi, antidalemiano prima di essere dalemiano, ovviamente veltroniano, enricolettiano, renziano, zingarettiano, Franceschini fu tra i primi a schierarsi con la vincente Schelin («È la sinistra moderna»), salvo, subito dopo, cominciare a lavorare per farla cadere. La specialità della casa. Il pranzo dell’altro giorno naturalmente era «segreto», come hanno scritto tutti i giornali, ovviamente informati in segreto dai vostri uffici stampa. Lo so che un pranzo non basta per mangiarsi tutto il Pd. Però basta per far venire l’ulcera a Elly e Giuseppi. Specialità ligure: campo largo al pesto. Molto pesto, per la verità.
Il suo ragionamento, però, è perfetto: le primarie sono «divisive». Dunque, fra i due leader di Pd e M5s, meglio scegliere un candidato terzo. E chi meglio di lei? Quarantenne, in ascesa, l’aura della vincente, già campionessa di lancio del martello, 22 titoli italiani, 3 universitari, 10 giovanili, due partecipazioni olimpiche (seppur non troppo fortunate), ex dirigente Coni, figlia di un umile custode e moglie di un regista famoso (Fausto Brizzi), amata in tutte le terrazze chic dove viene celebrata come «Nilde Iotti con la giacchetta Armani», sempre fair ma soprattutto Vanity Fair (rivista sulla quale ha lanciato il suo manifesto politico), a settembre ha festeggiato i suoi 40 anni a Genova con una festa: 200 persone, fra cui attori (Bisio), comici (Paolo di Luca&Paolo), ex ministri (Orlando e Pinotti) e regine dei salotti (Evelin Christallin), twist, rock, cabaret e vestiti eleganti. Per consentire ai politici locali di parteciparvi è stato persino interrotto in anticipo il consiglio comunale. Non è quel che ci vuole per lanciare il segretario della nuova sinistra operaia?
Per questo noi facciamo il tifo per lei, cara Silvia. E ammiriamo molto questa sua candidatura vedo/non vedo, come certe mise particolarmente sexy: lei, in effetti, non corre, ma lascia intendere che potrebbe farlo; non cerca la segreteria, ma fa capire che non le dispiacerebbe; non si candida, ma di fatto si fa candidare. Come Papessa non sarà la più lineare, ma sicuramente è la più furba. Per questo, come fossimo anche noi dei Franceschini, saltiamo sul carro vincente: facciamo il tifo per lei nella speranza che il lancio di falce&martello non finisca come il lancio del martello a Londra 2012. Ricorda? Dopo una serie di tentativi nulli finì diritta nella rete dello stadio. Una rete incombente e minacciosa. Quasi come quella del Pd.
Per favore, non leggete questo libro. Se siete ubriachi di politicamente corretto, se avete paura di passare per «islamofobi», se vi siete lasciati abbindolare dalle parole d’ordine del multiculturalismo e della finta integrazione, se vi siete lasciati convincere dagli «accoglioni», che straparlano di accoglienza per difendere i loro interessi, se non avete a cuore la società costruita con il sudore e difesa con il sangue dei vostri nonni, se non amate le tradizioni, se non avete radici.
Se non vi interessa la morte della nostra civiltà, se non vi preoccupa il fatto che in Europa ormai si tirano giù le statue della Madonna e si tirano su quelle delle donne con il velo, se vi sta bene che le scuole elementari portino i vostri figli in moschea a inginocchiarsi verso la Mecca, se vi sembra normale vedere sparire le croci e moltiplicarsi i muezzin, se vi sembra giusto che il Natale sia sostituito dalla festa d’inverno e Gesù Bambino da Cucù Bambino, se vi garba leggere sui giornali che il presepe è razzista e che in classe si festeggia il ramadan, se non vi preoccupano le tante Saman d’Italia, gli imam di Brescia che inneggiano alle spose bambine, la sharia applicata in intere zone del Paese con il silenzio complice delle nostre autorità, se anche voi mangiate halal e siete favorevoli al ripudio e alla poligamia, se insomma pensate che l’Islam sia il nostro futuro e la sottomissione il nostro destino, non leggete questo libro. Non fatelo. Potrebbe essere pericoloso per voi. E per la vostra stabilità.
Ma se avete ancora un briciolo d’amore per la vostra terra. Se vi ribellate all’idea di assistere al funerale della nostra civiltà. Se vi stringe il cuore a pensare ai nostri avi morti sul Carso per consegnare una nazione a Maometto. Bene: allora questo libro dovete non solo leggerlo. Ma studiarlo. Recitarlo. Diffonderlo. Divulgarlo. Farlo diventare il manuale per la sopravvivenza di questa nostra povera Italia. E dovete avere un briciolo del coraggio che avuto Anna Maria Cisint, una donna che subisce minacce di morte e vive sotto scorta perché ama la verità e il suo Paese ancor più della sua stessa vita. Di politici ne ho incontrati molti in questi anni di professione. Di politici che si battono non per una cadrega ma per un’idea assai pochi. Ho sempre avuto l’impressione che Anna sia uno di questi. E lei, da quando la conosco, non l’ha mai smentito. Anzi, l’ha confermato giorno dopo giorno.
Sono capitato a Monfalcone quasi per caso, tanti anni fa. La trasformazione era in corso. Quello che era un paese dell’aristocrazia operaia, per lo più di sinistra, abitato dai dipendenti dei cantieri navali e dalle loro famiglie stava cambiando pelle. Al posto degli operai stavano arrivando le cooperative. Il lavoro dato in subappalto. E poi in subappalto del subappalto. E poi in subappalto del subappalto del subappalto. Così, con questo meccanismo perverso, l’aristocrazia operaia è stata sostituita da lavoratori sottopagati, per lo più immigrati, per lo più bengalesi, per lo più musulmani, disposti ad accettare condizioni un tempo impensabili. Stipendi bassi, meno sicurezza.
È a Monfalcone che ho visto, per la prima volta, in purezza, gli effetti veri dell’immigrazione. Ed è lì che per la prima volta ho capito le vere ragioni dell’immigrazione.
E ho capito anche perché nei salotti bene e nell’informazione mainstream si fa il tifo per l’invasione: perché ha prodotto la più grande opera di distruzione dei diritti dei lavoratori che sia mai avvenuta nella storia. A vantaggio della grande finanza e del grande capitale, che nei salotti e nell’informazione mainstream hanno i loro menestrelli.
Ma quest’operazione ha avuto un corollario. Una conseguenza inevitabile. Monfalcone è diventata ben presto una delle città italiane (o forse: la città italiana) con la più alta percentuale di stranieri. E per di più tutti musulmani. È diventato un laboratorio dell’Italia che verrà. E questo laboratorio ha subito dimostrato l’altro volto spiacevole dell’immigrazione: non solo essa contribuisce in modo determinante al peggioramento delle condizioni di vita degli italiani, ma porta pure alla distruzione della nostra storia, delle nostre radici, della nostra cultura. Forse della nostra stessa esistenza. La maggior parte degli islamici, infatti, non vuole integrarsi. Vuole conquistarci. Non viene in Italia per accettare le nostre regole ma per imporre le sue. Non far crescere la nostra civiltà ma per sostituirla con la sua. Non per conoscere le nostre tradizioni ma per affermare le sue. Tu chiamala, se vuoi, sottomissione.
Del resto, pensateci: l’Islam ha sempre cercato di sottomettere l’Europa. Ci ha provato, nel corso della storia, più volte con le armi. E noi, nel corso della storia, con le armi abbiamo sempre risposto e abbiamo vinto, come a Poitiers (732), come a Lepanto (1571), come a Vienna (1683). Questa volta però l’invasione non è più con le armi, ma con la demografia e con l’immigrazione. E noi non vinceremo, perché non abbiamo nemmeno ancora capito che dobbiamo combattere. Non abbiamo nemmeno ancora capito che dobbiamo difenderci. Infatti si continua a parlare di integrazione, di multiculturalismo, di accoglienza. «Non vorrete mica costruire dei muri». «Siete razzisti». «Siete islamofobi».
È qui che parte la battaglia di Anna Maria Cisint. Una battaglia coraggiosa, a volte solitaria, sempre in contropelo, senza mediazioni. Una battaglia fatta di principi, ma anche di conoscenza delle leggi, fatta di ideali, ma anche di capacità di muoversi nei meandri dell’amministrazione. Una battaglia che la espone ogni giorno a rischi personali ma che le dona anche il senso più vero dell’avventura politica, quella di battersi non per un inciucio, una cadrega, una nomina, un accordo elettorale, ma per ciò che di più importante abbiamo e cioè la salvezza della nostra società. Se tutto questo non vi interessa, non leggete questo libro. Ma credete a me: non sapete quel che vi perdete…
Caro Andrea Delmastro, le scrivo questa cartolina perché qui fioccano le richieste: c’è chi vorrebbe aprire con lei un ristorante di pesce (Merluzzeria d’Italia), chi un ristorante vegetariano (Cavoleria d’Italia) e chi una pasticceria (Zuccotteria d’Italia). Si tratta, ovviamente, di persone sconosciute, ma sappiamo che lei non si fa problemi a entrare in società col primo che passa. Soprattutto con la prima che passa, fosse anche essa la figlia dell’uomo del clan mafioso. Pure il tempo, a quanto pare, non le manca. Noi pensavamo che un sottosegretario alla Giustizia non avesse un minuto per pensare ad altro.
Invece no, lei è riuscito a dedicarsi persino al ristorante Bisteccheria d’Italia. E allora perché non replicare l’esperimento? L’ideale sarebbe una norcineria, magari aperta con una parente di qualche boss al 41 bis. Ovviamente si chiamerà Salami d’Italia. Quello che però non capiamo è come mai lei, avendo tutto quel tempo a disposizione, non ne abbia dedicato un po’ a capire chi erano i suoi compagni di avventura gastronomica. Cioè a capire chi entrava con lei nella società che gestisce la Bisteccheria d’Italia (società che è stata battezzata «5 forchette srl» tanto per segnare il distacco dalla solita politica del magna magna). Noi crediamo fermamente alla sua buonafede e al fatto che lei lotta contro la mafia senza tregua e senza quartiere, tanto da vivere sotto scorta. Ma com’è, allora, che un sottosegretario così avveduto e battagliero non si è informato delle persone con cui andava a cucinare le bistecche? Non so se nel menù del ristorante, in mezzo a tutta quella carne, sia previsto anche il pollo. Ma fra i soci del ristorante sì. E avere al ministero della Giustizia un pollo è un pericolo. Per lei. E per noi.
Vede, caro Delmastro, noi l’abbiamo sempre difesa anche nelle sue imprese più spericolate. È stato condannato per violazione del segreto d’ufficio sul caso Cospito, e l’abbiamo difesa. È stato accusato per quel Capodanno pistolero con il ferimento dell’agente della sua scorta, e l’abbiamo difesa. È finito nella bufera per aver detto di «non voler far respirare i criminali», e l’abbiamo difesa. S’è fatto fotografare con una sigaretta in bocca sotto il cartello «vietato fumare», e l’abbiamo difesa. Ora però siamo costretti a difenderla da sé stesso: se da sottosegretario lei pensa che sia normale entrare in una società senza sapere chi sono i soci, beh, forse è meglio per lei che si dedichi davvero alle bistecche. A tempo pieno, però. Lo so che per lei sarebbe una rinuncia dolorosa. Respira politica fin da quando era bambino. Figlio di Sandro, ex deputato di Alleanza nazionale, a 16 anni era già segretario provinciale del Fronte della Gioventù, a 19 esordiva come consigliere di circoscrizione, da otto anni è deputato e da tre e mezzo sottosegretario. Ma possibile che, con tutta questa esperienza, non abbia ancora capito che le istituzioni sono più importanti delle forchette? Può essere che le notizie sulla Bisteccheria siano state fatte circolare in modo strumentale, ma purtroppo per lei sono drammaticamente vere. Perciò ci permettiamo di scriverle questa cartolina. Perché, in attesa di scoprire di chi è la manina, abbiamo capito di chi è il cervellino.





