Lavoratori di tutto il mondo, refrigeratevi. La Cgil di lotta e di condizionatore è da tempo impegnata, come sappiamo, in una campagna infuocata, o per meglio dire: ghiacciata, contro il caldo.
Il nuovo manifesto della rivoluzione proletaria, ma soprattutto proletarieggiata, è pubblicato sul sito ufficiale del sindacato, con tanto di manifesto stampabile: «Dove lavori? All’aperto sotto il caldo? In ambiente chiuso senza aria condizionata? Attenzione: è un serio pericolo». Lotta dura, frigorifero senza paura: altro che salario minimo, il vero obiettivo è la temperatura massima. Bisogna sconfiggere il nuovo nemico di classe: il «rischio microclimatico», come recita per l’appunto il manifesto della campagna Cgil. Dalla rivendicazione del contratto alla rivendicazione del ventilatore, la rivolta sociale è solo una questione di tempo, ma soprattutto di previsioni del tempo. Il segretario Maurizio Landini, per cominciare, ha già proposto una bella tassa sul caldo, come raccontato ieri dalla Verità. E intanto un suo discepolo, Antonio Di Franco, segretario degli edili Cgil, accusa; «I lavoratori muoiono e Giorgia Meloni non fa nulla». In pratica: non piove, governo ladro. O peggio: c’è il solleone, governo assassino. Si attende, per combatterlo, ulteriore ventaglio di proposte. Ma prima ancora un ventaglio pieghevole.
Bando all’ironia, però: la Cgil ha preso davvero sul serio l’allarme caldo. Così sul serio che, dopo aver suggerito tasse, dopo aver organizzato campagne, dopo aver sollevato proteste e soprattutto dopo aver chiesto il fermo dei cantieri, tutto per combattere le eccessive temperature, invita i militanti in piazza a Napoli per il Gay pride. Dove evidentemente le eccessive temperature sono entrate in sciopero su richiesta di Landini. Il corteo, infatti, partirà proprio alle 15, giusto per permettere a tutti di stare un po’ più freschi. Si sa che a quell’ora non fa caldo, garantisce la Cgil. Il sindacato, per altro, ha anche approntato un carro tutto suo. Obiettivo: protestare «contro le destre che dimostrano xenofobia, razzismo, transfobia, sovranismo» e soprattutto che «negano i diritti». A cominciare, ovviamente, dal diritto di sfuggire all’afa. Ma, insomma, come si permette questo governo di tollerare che in Italia ci siano persone che lavorano nei giorni caldissimi e nelle ore caldissime e nelle città caldissime? Per protesta tutti in piazza. In un giorno caldissimo. In un’ora caldissima. E in una città caldissima. Bandiera rossa e bollino arancione. Ma soprattutto facce di bronzo. Incandescenti.
La morale Cgil, infatti, è chiara: con le temperature alte non si può andare al lavoro, ma si può andare al Gay pride. Miracoli sindacali. A Napoli, in queste ore, è stato alzato il livello d’attenzione proprio per il rischio caldo. Negli ospedali è stato attivato il «percorso calore». La diocesi ha aperto le chiese per soccorrere i più fragili. E si susseguono balckout. Eppure è proprio in questo contesto che alle 15, puntuale come la canicola, la Cgil si presenterà in piazza Giovanni Leone (Porta Capuana) per iniziare il corteo. Poi sfilerà per via Colletta, corso Umberto I, piazza Bovio, fino ad arrivare a via Toledo e piazza Dante. Tutti posti, immaginiamo, dotati di aria condizionata e refrigeratori portatili. O forse la Cgil pensa che oggi alle 15 a Napoli ci saranno nevicate e temperature siberiane?
È vero che la capacità del sindacato di azzeccare previsioni è ridotta sotto zero (termico) come ha dimostrato il referendum sul lavoro dell’anno scorso (per non dire dei disastri provocati ai salari degli operai, sempre sacrificati sull’altare delle carriere politiche e dell’esibizionismo dei segretari). Ma possibile pensare a Napoli in versione Polo Nord? Proprio oggi? E allora c’è qualcosa che non torna: dall’onda rossa all’ondata di calore, il passo è breve. Come è possibile? La Cgil si batte in prima linea per salvare i lavoratori dalle temperature elevate e poi li porta in piazza a Napoli alle 15 in mezzo alle temperature elevate. Ci vorrebbe un sindacato per difendere gli iscritti al sindacato. Pensate che a Parigi il Gay pride è stato annullato, proprio per il caldo. Gli organizzatori hanno detto: non si mette a rischio la vita delle persone. Sfilata rinviata. Noi invece in Italia abbiamo la Cgil. E perciò stiamo freschi, persino quando si muore di caldo.
Ma chi ve lo fa fare? Dico a voi, uomini in divisa, poliziotti, carabinieri, vigili urbani come Francesco Imprezzabile, morto l’altro giorno a 39 anni mentre inseguiva un albanese, con precedenti nel curriculum e droga in tasca, che aveva forzato un posto di blocco: chi ve lo fa fare? Chi ve lo fa fare di buttarvi all’inseguimento dei criminali, di rischiare la vostra vita per fermare un delinquente? Chi ve lo fa fare di stare lì, ore e ore, al caldo d’estate o al freddo d’inverno, per controllare chi viaggia per le nostre strade munito di droga e armi? Chi ve lo fa fare di insistere? Di cercare di bloccare chi attenta alla nostra sicurezza? Chi ve lo fa fare? Perché non girate la testa dall’altra parte? Perché non fate finta di niente? Perché non dimenticate per un attimo la divisa che portate? Chi ve lo fa fare, per quel mistero stipendio, di servire un Paese che poi vi ripaga scrivendo sui muri «fuck police» e «carabinieri assassini»?
Se Francesco avesse girato la testa dall’altra parte oggi sarebbe ancora vivo. La sua mamma avrebbe ancora un figlio. Il suo papà lo potrebbe abbracciare, e non in una bara. Se Francesco avesse girato la testa dall’altra parte potrebbe ancora organizzare una vacanza nell’adorata Sicilia, oppure una partitella di calcio, potrebbe dedicarsi alla musica, al nuoto, agli animali che amava. Invece adesso per Francesco c’è solo un funerale. Lo so che lui si ribellerebbe a queste parole. Era orgoglioso della sua divisa, la portava con fierezza, anche quando era amareggiato per il poco rispetto che la circondava. Parlava addirittura di «vocazione». Ma il risultato della vocazione è stato quell’inseguimento, quello schianto, la morte. E allora, guardando a lui con rispetto e ammirazione, non possiamo fare a meno di chiedere agli altri Francesco che in questo momento, nelle strade d’Italia, stanno organizzando posti di blocco: scusate, ma chi ve lo fa fare?
È una domanda amara, ma inevitabile. A inseguire i delinquenti si rischia la vita. O, in alternativa, per chi è fortunato, si rischia il processo. Come è successo ai carabinieri che, sempre a Milano, hanno inseguito Ramy Elgalm il 24 novembre 2024. Ricordate? Anche lì fu forzato un posto di blocco, anche lì gli uomini in divisa si misero all’inseguimento in mezzo alla città. Furono fortunati: sopravvissero. Morì Ramy. E allora, ancor prima che in tribunale, le forze dell’ordine furono processate in piazza (la rivolta del Corvetto), nei talk show e ovviamente nei palazzi della politica, con il sindaco Sala in prima fila a tirare le conclusioni dicendo tout court: «I carabinieri hanno sbagliato». Bene: è arrivata in queste ore la condanna in appello di Fares Bouzidi, il compare di Ramy, quello che guidava la moto che ha forzato il posto di blocco. Gli hanno ridotto la pena perché «ha cambiato stile di vita». Ma nella sentenza si dice in modo chiaro che «non risulta alcun tentativo di speronamento volontario da parte dei militari verso i due fuggitivi», che la «collisione è avvenuta tra la moto che corre verso l’auto e l’auto stesso ma non per effetto di una deliberata manovra di speronamento da parte del militare conducente» e che, anzi, «al momento della collisione l’auto militare era quasi ferma». Dunque i carabinieri che hanno inseguito Ramy, stando a questa sentenza, non hanno avuto alcuna colpa. A parte, ovviamente, quella di essere sopravvissuti.
Ma per essere sopravvissuti quei carabinieri hanno sopportato mesi di insulti, processi in piazza, condanne preventive. Per essere sopravvissuti sono ancora sotto processo, anche se non hanno fatto nulla di diverso di quello che dovevano fare: cioè inseguire chi stava scappando da un posto di blocco. E allora la domanda è inevitabile: la prossima volta, lo faranno ancora? E i loro colleghi? E soprattutto: vale ancora la pena farlo? Dico: vale la pena di inseguire? Se va bene si finisce alla sbarra, se va male si finisce al cimitero, come Francesco Imprezzabile. Penso a chi stamattina sta indossando la divisa, come ogni giorno, penso a quei poliziotti, carabinieri, vigili cui sarà chiesto di fare un posto di blocco. Ho troppo rispetto per loro per credere che qualcuno lo farà davvero. Ho troppo rispetto per loro per credere che qualcuno possa sottrarsi al dovere. Ma io lo dico. Non posso non dirlo. Con il cuore pieno di amarezza, ve lo chiedo: ma chi diavolo ve lo fa fare?
Chi forza un posto di blocco, in Italia, trova sempre qualcuno che lo difende. Chi un posto di blocco lo fa, invece, trova sempre qualcuno che lo condanna. A questo punto viene da domandarsi se non convenga trasformare i posti di blocco in sale da the per ladri e scippatori. Si accomodi, passi pure, gradisce un goccio di latte e un pasticcino? Le possiamo offrire un mazzo di fiori? Oppure, direttamente, mi chiedo se, i posti di blocco, non convenga abolirli. Del tutto. Via. Basta. Finish. Pensateci: così non si fa male più nessuno: né chi scappa né chi insegue. E tutti vissero delinquenti e contenti, a parte i cittadini, s’intende che sarebbero ancor più esposti di oggi ai violenti. Ma che ci volete fare? A far rispettare le leggi c’è solo da perderci la salute (se si finisce a processo) o addirittura la vita (se si finisce fuori strada con la moto). E perciò è inevitabile chiedersi perché ci sia ancora qualcuno che lo fa. Anche se le risposta è nota. In fondo è sempre la stessa. «Qui diventa sempre più dura quando ci tocca fare i conti/ con il coraggio della paura/ma poi se c’è una chiamata urgente si prende su/E ci si va lo stesso». Sono passati più di trent’anni dalla canzone di Giorgio Faletti, e purtroppo siamo ancora lì. Anzi, forse peggio. E scusi tanto se non è niente/Minchia signor tenente.
Contrordine, compagni. Denigrare si può. Anche una donna. Possiamo dirle di tutto. Persino che è brutta. Soprattutto nel caso in cui sia davvero brutta. Perché, diamocelo compagni, «l’esercizio della denigrazione è un fatto quotidiano».
Ecco: un fatto quotidiano. E senza nemmeno travaglio (con la minuscola). Dunque basta con questa «ipocrisia» di invocare la dignità di chi è «colpito». La dignità non esiste più. La dignità è diventata ipocrita. Perciò: se vi colpiscono, tacete. Soprattutto se siete racchie e meritate di essere colpite. Perché, diciamocelo compagni, è impossibile sottrarsi all’«esercizio della malalingua» e ancor più alla «veemente passione di gettare fango sull’altro». Impossibile. Perciò, infangatevi e siate felici. Ricordate, compagni, quando attaccavamo la «macchina del fango»? Ecco: sbagliavamo. La «macchina del fango» è solo una «veemente passione». Come la Ferrari Testarossa.
Non permettetevi di far dell’ironia sull’articolo di Massimo Recalcati uscito ieri su Repubblica perché l’editorialista psicologo, già perito agrario, già renziano doc nonché guru del pensiero politicamente corretto, ce l’ha messa tutta per sdoganare l’insulto, la maldicenza e financo la «diffamazione sistemica». È tutto «umano, troppo umano», spiega. Per cui mandate in archivio tutto l’armamentario dell’indignazione woke, addio sopracciglia alzate e boccucce storte, via quell’arietta di superiorità. «La tendenza al giudizio perfido nei confronti dei propri simili è inemendabile», spiega il professor Recalcati. Inemendabile. Dunque rassegnatevi ad essere malevoli, maldicenti, taglienti e perfino verbalmente violenti. Addio politicamente corretto, siamo tutti Feltri. E dunque gridiamo in coro (col permesso di Recalcati): Michela Murgia era brutta come una strega.
Il problema è che quando lo disse il direttorissimo insorse l’universo perbenista. E lo condannò. Invece qualche giorno una cosa simile l’ha detta Michele Mari, del club ristretto degli intellò chic, uno che pubblica per Einaudi, già collaboratore di Repubblica e del Manifesto, vincitore dei premi Cesare Pavese e Elsa Morante, nonché esponente di punta dell’Osvaldo Soriano Football Club. Dunque bisogna assolverlo. A tutti i costi. Teresa Ciabatti, la scrittrice che sul pullmino raccolse le parole di Mari e le divulgò, ora è quasi pentita: dopo cinque giorni smentisce le ricostruzioni («nessun litigio furioso»), cercando si tirarsene fuori (io non c’ero e se c’ero dormivo) e prodigandosi per assolvere il collega («non era sua intenzione ferirmi»). Mentre Recalcati su Repubblica si occupa della parte concettuale (pur in assenza di concetti), con il manifesto ufficiale dello sdoganamento dell’insulto.
Quello di Recalcati è un vero capolavoro. In due colonne, per salvare il soldato Mari, lo psicologo vip non solo mette in campo tutto l’armamentario dottrinale (pur in assenza di dottrina) passando dalla psicoanalisi all’ascesi, dai codici deontologici ai freni inibitori. Ma soprattutto fa un elenco preciso e puntuale di ciò che d’ora in avanti (udite udite) sarà consentito. Dunque, nell’ordine sono ammesse in quanto «inemendabili», cito testualmente: le «frasi oltraggiose», il «giudizio tagliente e ingiustamente violento», la «diagnosi selvaggia», la «diagnosi selvaggia con intenzioni malevole», la «condanna spietata», l’«esercizio della denigrazione», la «cattiveria meschina», «dire male», «parlare male», «parlare male dei propri colleghi», «criticare a prescindere», «condannare», persino «diffamare», «sentenziare sistematicamente», l’«esercizio della malalingua», la «condanna sommaria», la «demolizione critica», la «veemente passione di gettare fango sull’altro«, la «tendenza al giudizio perfido» e la «critica astiosa». Tutto sdoganato in un solo articolo. E meno male che a Recalcati hanno dato solo due colonne e non tre. Altrimenti arrivava a sdoganare anche lo sputo in faccia.
Ed è bellissimo questo ribaltone perché fino all’altro giorno l’intero clubbino dei recalcati doc ci dava lezioni di bon ton in salsa woke, arrivando non solo a vietarci di dire che una ragazza è brutta, ma persino che è bella (sessismo! Sessismo!), financo a chiederle «ti sei truccata?» (sessismo! Sessismo!) oppure dire che «ha le palle» (maschilismo e sessismo!) oppure, peggio ancora, «sei acida» (sessismo e maschilismo!) e «sono cose da maschi» (doppio maschilismo e sessismo!). Per fortuna è arrivato Recalcati che, da oggi, ha sdoganato non solo queste espressioni innocenti ma financo le «frasi oltraggiose» nei confronti di una donna, la «demolizione critica» e persino la «diagnosi selvaggia con intenzioni malevole». A patto che, s’intende, il via libera alla denigrazione valga per tutti. Perché si sa che, nel club degli intellettuali, tra il dire e il fare c’è di mezzo il Mari.





