Caro Emmanuel Macron, caro presidente della Francia, le scrivo questa cartolina per ringraziarla della sua visita in Vaticano. Soprattutto per aver concordato pienamente con le parole del Papa che dice che «chi bombarda non può essere cristiano».
Lei ha condiviso tutto, fino all’ultima virgola, e ha detto che «la pace è un dovere», aggiungendo che la Francia sta cristianamente lavorando per quello. Adesso finalmente abbiamo capito perché, solo poche settimane fa, a inizio marzo, lei ha annunciato l’aumento delle testate nucleari del suo Paese: servono per dire la messa. In nome del padre, del figlio e dello spirito grandeur. Andate e moltiplicate le bombe atomiche.
In effetti sono mesi che ammiriamo il suo pacifismo, proprio sulla scia del messaggio della Chiesa cattolica. Per esempio: quando chiedeva eserciti di volonterosi da schierare in Europa, pronti a combattere, non stava forse pensando a una cristiana forma di pellegrinaggio? Da Lourdes al campo di battaglia, in fondo il passo è breve. E quando a più riprese ha gridato: «Armiamoci», non stava forse pensando al bisogno di armarsi di fede? I più malevoli hanno pensato che lei fosse diventato un guerrafondaio, ma soltanto perché vestiva occhiali da Top Gun o si atteggiava a Napoleone. In realtà lei è sempre stato un devoto del Papa: per questo poche settimane fa ha tenuto un discorso nella base militare dell’Ile Longue con un sottomarino nucleare alle spalle per annunciare nuovi investimenti in armi. È il suo modo di recitare il rosario.
Lei, del resto, è sempre stato un devoto fedele. Per questo appena laureato ha preso i voti nella chiesa dei Rotschild e si è inginocchiato davanti a ogni potente, fingendo che fosse l’Onnipotente. Diventato presidente della Francia ha dimostrato una grande attenzione ai valori, soprattutto quelli monetari. Come dice il suo motto: liberté, égalité e Bce. Il movimento che l’ha portato all’Eliseo si chiamava En Marche, in marcia, ma in realtà da qualche tempo lei non si muove più. Rimane attaccato alla poltrona, nonostante la stragrande maggioranza dei francesi sia ormai contro di lei. Una delle poche cose che le è riuscita bene è la restaurazione, a tempi di record, di Notre Dame. A restaurare la democrazia nel suo Paese, invece, ci penseranno le prossime elezioni che la manderanno a casa. Anche se, lo sappiamo, lei, pio com’è, crede nei miracoli.
Sappiamo che nel suo percorso di fede c’è anche qualche macchia, come per tutti noi. Per esempio: lei è sempre a favore dell’accoglienza dei migranti, ma solo a casa degli altri. A Ventimiglia, per dire, li fa respingere con le armi. Anche l’Ultima cena con drag queen nella cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi 2024 non fu proprio una prova di devozione. Ma l’importante è che, dopo il suo incontro dell’altro giorno in Vaticano, lei si sia convertito: «La pace è un dovere» e «chi bombarda non può essere cristiano» sono le parole d’ordine. Ora siamo certi che la mitica «force de frappe» del suo esercito la userà per battersi il petto (mea culpa, mea culpa…). E il missile ipersonico V-Max servirà soltanto per accendere le candele sotto la statua di Padre Pio. O dobbiamo pensare che abbia preso per i fondelli pure il Papa?
Cercare di fermare i ladri? Ma perché? È venuto il momento di proclamare la libertà di furto. Senza ipocrisie: licenza di rapinare. Permesso di delinquere. Come succede a Londra. Lo so che anche da noi siamo sulla buona strada, e lo dimostrano i casi Ramy e Marroccella, i borseggiatori impuniti, i rapinati costretti a risarcire i banditi.
Ma in Gran Bretagna, come sempre, sono un passo avanti. Non si nascondono dietro a sentenze dei tribunali o inghippi giuridici. Macché: hanno proprio istituzionalizzato la licenza di furto. Tanto che un commesso di un supermercato, tal Walker Smith, che si è permesso di fermare un rapinatore è stato licenziato in tronco. «I protocolli di non intervento devono essere seguiti rigorosamente», hanno sentenziato i responsabili dell’azienda. Proprio così: «protocolli di non intervento». Se qualcuno ruba, lo devi lasciare fare. Guai a intervenire. Altrimenti ti trovi per strada a 54 anni, dopo 17 anni di onesto lavoro, come il povero Walker. «Quando sono tornato a casa mi prendevo a pugni da solo», ha detto. «Perché l’ho fatto?». Già: perché l’ha fatto? La prossima volta anziché fermare i ladri, provi a rubare qualcosa. Magari gli danno un aumento.
Quello di Walker non è un caso isolato. Moltissimi negozi in Gran Bretagna hanno ormai adottato i «protocolli di non intervento»: di fatto viene chiesto a dipendenti, commessi, impiegati e persino addetti alla sicurezza, di lasciare che i ladri agiscano indisturbati. Il motivo? Meglio non correre rischi. Se poi il ladro reagisce? Se aggredisce? Se qualcuno si fa male? Dunque, avanti, non fate storie: lasciate che i delinquenti siano liberi di delinquere. Anche il governo approva: negli ultimi anni sono stati adottati provvedimenti che di fatto hanno depenalizzato i furti. Per i furterelli più piccoli non è più prevista nemmeno la multa: solo la reprimenda della polizia. La reprimenda, capito? E quale poliziotto si mette a fermare un ladro per fargli la reprimenda? Infatti il numero di furti è cresciuto a dismisura nell’ultimo anno: 3,7 milioni in più, 55.000 al giorno, per un danno di 2,7 miliardi di euro l’anno, il quadruplo rispetto al 2024. Un vero business. E chi prova a opporsi viene licenziato, come Walker.
Dunque hanno vinto loro. Hanno vinto i ladri. È ufficiale. Siamo passati dalla tolleranza zero alla tolleranza totale. L’unico cosa che non si tollera è chi prova a fermare i ladri. A Pasqua, raccontano i giornali inglesi, centinaia di giovanissimi hanno sfruttato le vacanze per dare l’assalto a negozi e supermercati. Hanno rubato di tutto. I poliziotti ovviamente si sono ben guardati dall’intervenire. E i dipendenti pure. A parte il povero Walker, mannaggia a lui. Il commesso del supermercato Waitrose ha visto un ladro che aveva riempito la borsa di coniglietti di cioccolato Lindt Gold Bunny (13 sterline l’uno) e anziché girare la testa dall’altra parte come impone il «protocollo di non intervento» ha cercato di fermarlo. C’è stata una colluttazione, il ladro ha lasciato la refurtiva ed è scappato. E lui, non pago, gli ha pure tirato dietro un pezzo di coniglietto di cioccolato. Fortuna che non l’ha preso, altrimenti insieme alla lettera di licenziamento gli davano pure il tentato omicidio.
Siamo arrivati a questo punto. Ma ci viene il sospetto che non ci fermeremo. Avanti di questo passo e tra poco arriverà una legge che imporrà un cartello in ogni locale pubblico: «Non è consentito fumare ma è consentito rubare». Potremmo suggerire, insieme al «protocollo di non intervento», anche una raccolta a punti per ladri. In effetti: perché riservare la Fidelity Card solo ai clienti dei supermercati? Ci vuole la Fidelity Card per rapinatori. Ogni dieci furti, si vince un set di posate o un bollitore. Ovviamente da sottrarre furtivamente fra gli applausi dei dipendenti. Consigliabile anche, accanto alla cassa automatica e alla cassa rapida, la cassa taccheggio per evitare ai delinquenti di dover mettersi in fila accanto a quei fessi che si ostinano a pagare. Pronta anche la campagna promozionale del due per tre: ogni due furti te ne danno in omaggio un terzo. Con ringraziamento del supermercato.
Non è meraviglioso? Per altro questa notizia ci aiuta anche a capire ciò che succede in Italia, e che a prima vista ci sembrava strano. Perché - ci chiedevamo - mandiamo a processo i carabinieri che fanno i posti di blocco (caso Ramy) e condanniamo quelli che cercano di fermare i rapinatori violenti (caso Marroccella)? Perché giustifichiamo chi fugge senza fermarsi all’alt e chi cerca di accoppare un militare «solo» con un cacciavite (ma che diamine: vuoi almeno dotarti di un bazooka? O di un mitragliatore? Che razza di delinquente sei?)? E perché condanniamo chi viene aggredito nella sua casa o nel suo negozio a risarcire i delinquenti che lo hanno aggredito (caso Roggero)? Ora è tutto più chiaro: stiamo andando verso Londra. Direzione: zuppa inglese. Vogliamo arrivare anche a noi a proclamare ufficialmente la libertà di furto con severe punizioni per chi si oppone all’inviolabile diritto di delinquere. Walker docet. Del resto l’Inghilterra non ha insegnato al mondo come costruire una democrazia? Ora può anche insegnare come distruggerla.
Cara Silvia Salis, caro sindaco di Genova e astro nascente della sinistra, le scrivo questa cartolina nella certezza che lei sarà davvero la Papessa del Pd. Lo so che come sempre ci tiene a stare (a metà) fuori dalla mischia: ha già annunciato che non correrà le primarie, anche se ci ha tenuto a far sapere che, se la chiamassero direttamente a diventare la leader, «ci rifletterebbe». Risposta sublime. Come l’altra volta quando le domandarono delle possibilità di avere un ruolo nazionale e lei rispose: «Oggi faccio la sindaca, domani chissà». Lei non è una Papessa. Lei è di più: l’oracolo di Delfi. Anzi di Pd(elfi).
Per cominciare con il piede giusto ha pranzato con ProleDario Franceschini, l’uomo delle sinistre poltrone. Demitiano con De Mita, prodiano con Prodi, antidalemiano prima di essere dalemiano, ovviamente veltroniano, enricolettiano, renziano, zingarettiano, Franceschini fu tra i primi a schierarsi con la vincente Schelin («È la sinistra moderna»), salvo, subito dopo, cominciare a lavorare per farla cadere. La specialità della casa. Il pranzo dell’altro giorno naturalmente era «segreto», come hanno scritto tutti i giornali, ovviamente informati in segreto dai vostri uffici stampa. Lo so che un pranzo non basta per mangiarsi tutto il Pd. Però basta per far venire l’ulcera a Elly e Giuseppi. Specialità ligure: campo largo al pesto. Molto pesto, per la verità.
Il suo ragionamento, però, è perfetto: le primarie sono «divisive». Dunque, fra i due leader di Pd e M5s, meglio scegliere un candidato terzo. E chi meglio di lei? Quarantenne, in ascesa, l’aura della vincente, già campionessa di lancio del martello, 22 titoli italiani, 3 universitari, 10 giovanili, due partecipazioni olimpiche (seppur non troppo fortunate), ex dirigente Coni, figlia di un umile custode e moglie di un regista famoso (Fausto Brizzi), amata in tutte le terrazze chic dove viene celebrata come «Nilde Iotti con la giacchetta Armani», sempre fair ma soprattutto Vanity Fair (rivista sulla quale ha lanciato il suo manifesto politico), a settembre ha festeggiato i suoi 40 anni a Genova con una festa: 200 persone, fra cui attori (Bisio), comici (Paolo di Luca&Paolo), ex ministri (Orlando e Pinotti) e regine dei salotti (Evelin Christallin), twist, rock, cabaret e vestiti eleganti. Per consentire ai politici locali di parteciparvi è stato persino interrotto in anticipo il consiglio comunale. Non è quel che ci vuole per lanciare il segretario della nuova sinistra operaia?
Per questo noi facciamo il tifo per lei, cara Silvia. E ammiriamo molto questa sua candidatura vedo/non vedo, come certe mise particolarmente sexy: lei, in effetti, non corre, ma lascia intendere che potrebbe farlo; non cerca la segreteria, ma fa capire che non le dispiacerebbe; non si candida, ma di fatto si fa candidare. Come Papessa non sarà la più lineare, ma sicuramente è la più furba. Per questo, come fossimo anche noi dei Franceschini, saltiamo sul carro vincente: facciamo il tifo per lei nella speranza che il lancio di falce&martello non finisca come il lancio del martello a Londra 2012. Ricorda? Dopo una serie di tentativi nulli finì diritta nella rete dello stadio. Una rete incombente e minacciosa. Quasi come quella del Pd.





