Caro Michele Emiliano, caro ex governatore della Puglia, nonché pezzo grosso del Pd, le scrivo questa cartolina perché sono sinceramente preoccupato per lei. E soprattutto per il suo stipendio. Chi glielo pagherà nei prossimi mesi? Altro che campo largo, politica internazionale e questioni energetiche: il vero problema della sinistra è trovare qualcuno che le faccia il bonifico a fine mese.
Almeno fino a quando arriveranno le elezioni e diventerà parlamentare, come le hanno promesso. Ma manca un anno e mezzo. E fino ad allora? Vorremmo aiutarla, caro Emiliano, e perciò in via eccezionale trasformiamo questo spazio in un’inserzione: AAA cercasi dispensatore di stipendi per mantenere ex governatore in astinenza da gettoni d’oro. Somma minima richiesta: 10.000 euro al mese. Astenersi perditempo.
Speriamo che funzioni. Saremmo lieti di dare una mano a risolvere il rebus che sta occupando da mesi le migliori intelligenze del Pd. Uno si immagina il principale partito d’opposizione impegnato, senza distrazioni, a studiare i dossier sul Medio Oriente, i nuovi piani economici, le strategie per la politica sanitaria. Spiace, invece, vedere tante risorse dedicate soltanto a trovare il modo di darle uno stipendio. E senza riuscirci per altro. Uffici studi, riunioni, vertici, esperti: niente infatti è servito, almeno finora, per raggiungere l’ambito scopo. E cioè il suo bonifico mensile. Che per il Pd resta più difficile da ottenere che l’alleanza con Renzi e Conte.
La questione è nota. Lei è stato 23 anni in politica come magistrato in aspettativa. Dal 7 gennaio 2026, finito il secondo mandato in Regione, dovrebbe quindi rimettersi la toga addosso. Ma lei non lo vuole fare. Intanto perché fare politica è pur sempre meglio che lavorare. E in secondo luogo perché, ovviamente, non potrebbe farlo a Bari, dove è stato prima sindaco poi governatore. Può un barese doc come lei, amante delle cozze pelose e delle cime di rapa, trasferirsi a Gorizia o Cuneo (dico due città a caso)? Così è nata l’idea di un incarico pro tempore in Regione, giusto il tempo che arrivino le elezioni per portarla in carrozza a Montecitorio. Ma è qui che si sono schiantate le migliori intelligenze della sinistra.
La sua idea, infatti, era di avere un terzo mandato come governatore: «Ci vogliono facce nuove», disse infatti in tempi non sospetti, proponendosi subito dopo come successore di sé stesso. L’idea fu ovviamente scartata. Allora pensò di fare l’assessore del nuovo governatore Decaro, ma quello col piffero che lo vuole in squadra. Così si andò alla affannosa ricerca di soluzioni alternative. Prima l’hanno proposta come consulente giuridico della Regione. Ma la legge dice esplicitamente che un consulente giuridico non può avere il distacco dalla magistratura. Allora l’hanno proposta come «consigliere speciale per l’Ilva». Ma il Csm ha risposto con un documento traducibile con «’ca nisciuno è fesso». Ora siamo in attesa della prossima proposta. Nel caso i cervelloni della sinistra fossero in difficoltà, suggeriamo di nominarla, caro Emiliano, come responsabile del master: «Servire le istituzioni o servirsi delle istituzioni?». Il distacco, nel caso, è assicurato. Forse non dalla magistratura, ma di certo dalla realtà.
Dite remigrazione, ditelo senza paura. Ditelo forte. Urlatelo in piazza. Re-mi-gra-zio-ne.
Non è una parola oscena, non è l’anticamera del razzismo, non nasconde nessun orrore. Anzi: è l’unica speranza per cancellare l’orrore che stiamo vivendo, l’orrore di una civiltà che sta morendo per colpa di un’accoglienza senza regole e senza freni. Re-mi-gra-zione: perché la parola fa così paura?
Perché anche la Lega, che l’aveva messa al centro della manifestazione in piazza di sabato 18 aprile, sembra volerla nascondere sotto milioni di altre sacrosante, ma diverse motivazioni? L’Europa, i soldi, i prezzi: tutto giusto. Ma se davvero bisogna essere «senza paura», come dice il claim dell’adunata, allora «senza paura» bisogna dire: basta immigrazione. Senza paura bisogna dire: re-mi-gra-zio-ne. Fra Pesaro e Cattolica, sull’Adriatico, vaga un immigrato gambiano, Babu Jallow, che ha undici denunce per resistenza a pubblico ufficiale, diverse denunce per lesioni, ha molestato una ragazza in treno, ha ferito quattro poliziotti mandandoli all’ospedale e ha aggredito due carabinieri: nonostante tutto ciò resta libero di girare per le nostre città perché il giudice gli ha sospeso la pena in attesa della perizia psichiatrica. E gode della protezione internazionale. Ma dico: possiamo dare protezione internazionale a soggetti del genere? Che vengono qui non per integrarsi ma per delinquere? Eppure, come tutti sanno, non è un caso isolato. Anzi, è la normalità. Le nostre strade, ormai, pullulano di persone fuori controllo, che minacciano, delirano, terrorizzano i cittadini perbene, senza rispetto per nulla. Ieri a Sarzana (La Spezia) un immigrato è stato fotografato mentre cucinava un gatto in un parco pubblico. A Saronno (Varese) poco tempo fa è stato fermato un immigrato del Benin senza fissa dimora: minacciava con l’ascia una donna italiana colpevole di essere cristiana e di uscire di casa senza velo islamico. A Siracusa un nigeriano ha tentato di sfondare la parete della casa di una donna: «Sono Dio», diceva l’immigrato, «e voglio aprire una finestra per far comparire mio figlio Gesù». La donna, per la paura, era stata addirittura costretta ad abbandonare la sua casa.
E di fronte a tutto ciò noi dovremmo temere la parola remigrazione? Davvero? Quella parola fa più paura della paura che stanno vivendo gli italiani? Sempre ieri don Samuele, parroco di Santa Maria delle Grazie ad Ancona, ha scritto una lettera al sindaco e al prefetto perché si sente ostaggio dei maranza che spacciano fin sul sagrato, bestemmiano, fanno a botte, rompono le vetrate e fanno i loro bisogni sulla parete della chiesa. Non ce la fa più. Ed è la terza notizia, nel giro di pochi giorni, di preti che finiscono vittima dei giovani violenti, per lo più stranieri, che ormai rendono impossibile la vita delle parrocchie. È successo prima a don Andrea, aggredito a Caravaggio, e a un sacerdote del Giambellino, a Milano, minacciato e perseguitato da un giovane egiziano. Ormai tenere aperto un oratorio o una chiesa è diventato un atto di coraggio. L’altro giorno a Milano un gruppo di maranza non ha esitato a profanare la basilica di Santa Maria delle Grazia al Naviglio: sono entrati dentro con coltelli e bastoni. Risse e violenze non si fermano neppure davanti alla casa di Dio.
Del resto chi li ferma i maranza? Quello che ha fatto la banda di rumeni a Massa Carrara lo abbiamo visto tutti. Ma non c’è giorno ormai che la cronaca non riporti notizie di accoltellamenti, sangue, risse, massacri di giovanissimi. Ci sono anche italiani fra di loro, certo. Ma è indiscutibile che la violenza sia cresciuta a dismisura, soprattutto nelle periferie, per la presenza di immigrati di seconda generazione che non si riconoscono nel nostro Paese, non ne condividono la cultura, la civiltà, spesso nemmeno la lingua, perché si sentono egiziani, tunisini o marocchini prima che italiani. Ci hanno raccontato per anni la favola dell’integrazione. Ma l’integrazione è fallita. E la stiamo pagando tutti. E dovremmo avere paura di parlare di remigrazione? Davvero?
Pochi giorni fa è stato espulso un imam di Brescia che sosteneva i matrimoni delle spose bambine. «A 9 anni per l’Islam ci si può sposare», diceva. Pedofilia pura nel nome di Allah. L’uomo è stato scoperto grazie a un servizio a telecamere nascosto di Fuori dal Coro, altrimenti sarebbe ancora lì a predicare i suoi orrori. Ma la domanda è: quanti altri ce ne sono come lui? Quanti, in quelle moschee abusive, che proliferano fuori da ogni regola e fuori da ogni norma, predicano i matrimoni delle bimbe, la poligamia, la sottomissione della donna, il ripudio e tutte le altre norme della sharia che sono contrarie alle nostre leggi, alla nostra Costituzione e alla nostra civiltà? Eppure continuiamo a portare i nostri ragazzi a lezione di Corano: ieri è toccato all’Istituto tecnico industriale Enrico Fermi di Modena: sottoporrà le sue seconde classi all’indottrinamento dell’imam di Sassuolo, così come in precedenza era successo in altre città d’Italia. A Treviso, qualche tempo fa, sono stati portati in moschea anche i bambini di una scuola materna. La loro foto, inginocchiati verso la Mecca, è il simbolo della sottomissione in atto.
In effetti: gli imam entrano in classe, la Madonna di San Luca no. A Bologna l’hanno tenuta fuori. Si fa la guerra al presepe, a Gesù Bambino, ai riti della Quaresima, ma si spalancano le porte all’islam. Eppure il progetto dei veri islamici è chiaro, ce lo racconta la storia (Poitiers, Lepanto, Vienna…) e ce lo raccontano tutti quelli che li conoscono davvero: non vogliono integrarsi. Vogliono conquistarci. E per farlo sono disposti a usare tutti i mezzi, soprattutto quelli che la nostra debole democrazia mette a loro disposizione: non a caso si stanno facendo le prove del partito islamico, al referendum c’è già stata la prima manifestazione di forza, con i musulmani compatti per il No e pronti a rivendicare il loro ruolo nella vittoria. E di fronte a tutto ciò noi dovremmo avere paura della remigrazione? Davvero? Ma che cos’è che scandalizza tanto? Sia la Germania sia l’Austria dispongono già di un ufficio per la remigrazione (si chiamano Returning from Germany e Returning from Austria), seppur non ben funzionanti, persino l’Oim, Organizzazione internazionale per le migrazioni, gestisce un «Programma generale di rimpatrio». E noi dovremmo vergognarci? Ma di cosa? Re-mi-gra-zio-ne. L’unico orrore è averne paura.
Caro Emmanuel Macron, caro presidente della Francia, le scrivo questa cartolina per ringraziarla della sua visita in Vaticano. Soprattutto per aver concordato pienamente con le parole del Papa che dice che «chi bombarda non può essere cristiano».
Lei ha condiviso tutto, fino all’ultima virgola, e ha detto che «la pace è un dovere», aggiungendo che la Francia sta cristianamente lavorando per quello. Adesso finalmente abbiamo capito perché, solo poche settimane fa, a inizio marzo, lei ha annunciato l’aumento delle testate nucleari del suo Paese: servono per dire la messa. In nome del padre, del figlio e dello spirito grandeur. Andate e moltiplicate le bombe atomiche.
In effetti sono mesi che ammiriamo il suo pacifismo, proprio sulla scia del messaggio della Chiesa cattolica. Per esempio: quando chiedeva eserciti di volonterosi da schierare in Europa, pronti a combattere, non stava forse pensando a una cristiana forma di pellegrinaggio? Da Lourdes al campo di battaglia, in fondo il passo è breve. E quando a più riprese ha gridato: «Armiamoci», non stava forse pensando al bisogno di armarsi di fede? I più malevoli hanno pensato che lei fosse diventato un guerrafondaio, ma soltanto perché vestiva occhiali da Top Gun o si atteggiava a Napoleone. In realtà lei è sempre stato un devoto del Papa: per questo poche settimane fa ha tenuto un discorso nella base militare dell’Ile Longue con un sottomarino nucleare alle spalle per annunciare nuovi investimenti in armi. È il suo modo di recitare il rosario.
Lei, del resto, è sempre stato un devoto fedele. Per questo appena laureato ha preso i voti nella chiesa dei Rotschild e si è inginocchiato davanti a ogni potente, fingendo che fosse l’Onnipotente. Diventato presidente della Francia ha dimostrato una grande attenzione ai valori, soprattutto quelli monetari. Come dice il suo motto: liberté, égalité e Bce. Il movimento che l’ha portato all’Eliseo si chiamava En Marche, in marcia, ma in realtà da qualche tempo lei non si muove più. Rimane attaccato alla poltrona, nonostante la stragrande maggioranza dei francesi sia ormai contro di lei. Una delle poche cose che le è riuscita bene è la restaurazione, a tempi di record, di Notre Dame. A restaurare la democrazia nel suo Paese, invece, ci penseranno le prossime elezioni che la manderanno a casa. Anche se, lo sappiamo, lei, pio com’è, crede nei miracoli.
Sappiamo che nel suo percorso di fede c’è anche qualche macchia, come per tutti noi. Per esempio: lei è sempre a favore dell’accoglienza dei migranti, ma solo a casa degli altri. A Ventimiglia, per dire, li fa respingere con le armi. Anche l’Ultima cena con drag queen nella cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi 2024 non fu proprio una prova di devozione. Ma l’importante è che, dopo il suo incontro dell’altro giorno in Vaticano, lei si sia convertito: «La pace è un dovere» e «chi bombarda non può essere cristiano» sono le parole d’ordine. Ora siamo certi che la mitica «force de frappe» del suo esercito la userà per battersi il petto (mea culpa, mea culpa…). E il missile ipersonico V-Max servirà soltanto per accendere le candele sotto la statua di Padre Pio. O dobbiamo pensare che abbia preso per i fondelli pure il Papa?





