Cara Rosy Bindi, le scrivo questa cartolina per ringraziarla: finalmente è tornata ad avere un incarico ufficiale. Da quando, nel 2018, dopo 24 anni ininterrotti in Parlamento, aveva rinunciato a candidarsi, lasciando ogni ruolo politico, sentivamo la sua mancanza. La costante presenza in tv e qualche suo surrogato rimasto nel partito (a cominciare da Elly Schlein) non potevano certo bastare a colmare il profondo vuoto lasciato dalla sua assenza nella vita politica di tutti i giorni: per questo salutiamo con gioia la sua nuova discesa in campo come leader del Comitato per il no al referendum sulla giustizia. Un altro motivo in più per votare sì, per altro, caso mai fosse venuto nel frattempo qualche dubbio.
Senese di Sinalunga, già giovane «sportiva, scavezzacollo e gran campeggiatrice con gli scout» (copyright Giancarlo Perna), militante dell’Azione Cattolica e assistente di Vittorio Bachelet (che fu ucciso dalle Brigate Rosse sotto i suoi occhi), lei si candidò per la prima volta nel 1989, alle elezioni europee, con Andreotti. Le sue foto insieme al Divo Giulio campeggiavano ovunque. «Rosy Bindi ha cominciato a fare politica grazie a un contributo che le passò un andreottiano», ha raccontato Paolo Cirino Pomicino in Strettamente riservato. «Rosy Bindi fece presente di avere problemi dal punto di vista economico. Convenimmo di contribuire alla sua campagna elettorale con 50 milioni. A consegnarglieli fu proprio l’andreottiano Luigi Baruffi, che allora era segretario organizzativo del partito». Così, con i soldi di Belzebù, cominciò la sua carriera di santa moralizzatrice d’Italia.
Quando Andreotti cadde nella polvere, per altro, lei, cara Rosy, tacque. Mai una parola in sua difesa. È una sua abitudine, d’altra parte. Nel 2009 sostenne la candidatura alla segreteria Pd di Pier Luigi Bersani, ma quando quest’ultimo fu in difficoltà per lo scandalo del suo capo segreteria, Filippo Penati, gli girò le spalle. Lei è una di cui ci si può fidare, insomma, come sa benissimo Prodi: quando nell’aprile 2013 il Professore fu impallinato dai nemici interni nella corsa al Quirinale, c’era proprio lei, la sua fedelissima, alla presidenza del Pd. In quell’occasione, però, ebbe almeno la decenza di dimettersi.
Ministro della Salute senza grande benefici per la nostra salute, ministro della Famiglia senza grande beneficio per le nostre famiglie, più volte candidata a tutto ciò cui si può candidare (presidente della Repubblica o addirittura «premier d’emergenza», copyright Gad Lerner), è stata anche presidente della commissione antimafia. In quella circostanza fu accusata dai vicesegretari del suo partito (Pd) di «usare la commissione per una sua personale lotta politica». Memorabile anche quando disse che bisogna «combattere la lotta alla mafia». Lapsus non da poco. Si offese molto quando Berlusconi le disse che era più bella che intelligente. Però di recente lei stessa non ha esitato ad usare lo stesso metro dicendo che alcune ministre sono state scelte «perché belle». Indignazione sacrosanta, la sua: come si fa a scegliere una persona per un incarico soltanto perché è bella? Anche per questo festeggiamo la sua nomina a leader del comitato per il No. Meglio sgombrare il campo da ogni equivoco.





