I soldi, come sempre, aiutano a capire le vere dinamiche di potere, anche e soprattutto in guerra. Ieri la Bce, spiegando la sua decisione di lasciare invariati i tassi d’interesse, ha osservato che «il conflitto avrà un impatto rilevante sull’inflazione a breve termine tramite i rincari dei beni energetici».
In fondo quel furbone di Volodymyr Zelensky l’aveva capito subito: Medio Oriente e Ucraina sono due facce della stessa guerra. «Per Mosca, gli attacchi iraniani sono un fronte della sua guerra», aveva buttato lì su «X» lo scorso 9 marzo. E nei giorni seguenti era corso a Parigi da Emmanuel Macron a sincerarsi che il conflitto scatenato da Netanyahu e Donald Trump in Medio Oriente «non eclissasse» quello in Ucraina. Parlava pro domo sua, ma ogni giorno che passa emerge che la guerra è una, come dimostrano i prezzi impazziti del gas naturale e del petrolio e la marcia trionfale, in Borsa, dei colossi mondiali della Difesa. Con tanti saluti a chi, specie nell’Unione europea, si sforzava di giustificare la guerra contro Mosca e di criticare quella in Medio Oriente.
Il dibattito sulla situazione in Medio Oriente è del medesimo tenore di quello che era partito dal febbraio del 2022 con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia di Vladimir Putin. Le sanzioni Ue contro il gas e il petrolio di Mosca non hanno minato i fondamentali dell’economia russa, che ha venduto più energia a India e Cina, in cambio di sempre più tecnologia. E come ben sa il comandante Zelensky, molti droni piovuti in Ucraina erano di fabbricazione iraniana.
Ora la guerra tra Iran e Israele sta facendo schizzare in alto i prezzi del petrolio, che potrebbero arrivare a 200 dollari al barile, innescando una pesante inflazione. In Europa, molti Paesi vorrebbero riprendere gli acquisti di gas russo, ma il tema è ancora tabù. Vince ancora la linea di Macron, che era pronto a spedire i ragazzi francesi a morire al fronte in Ucraina, ma non accetta l’attacco al regime degli ayatollah. Eppure, la guerra è ormai una sola, come dicono le Borse e i mercati delle materie prime.
E la rappresentazione plastica di questa situazione è arrivata sei giorni fa, quando il governo di Teheran ha reagito così all’offerta di aiuto di Kiev ai suoi nemici: «Adesso l’Ucraina diventa un nostro obiettivo legittimo».
Kaja Kallas, Alto rappresentante Ue, ieri ancora notava che «poiché al momento la guerra in Iran non ha una base di diritto internazionale, i Paesi dell’Ue non hanno alcuna intenzione di entrare in guerra». Pesano ancora due elementi: Trump non ha consultato nessuno, in Europa, e nessuno sa che obiettivi abbiano gli attacchi. Se ancora conta il diritto internazionale, o quel che ne resta, in una fase in cui tutto sembra deciso tra Washington e Tel Aviv, va detto che l’aggressione russa all’Ucraina era fuori dalle regole. Ma forse, anche la soluzione di finta «non guerra» adottata dall’Ue, ovvero mandare soldi (senza i quali Kiev sarebbe già caduta) e spedire armi (facendo finta che fossero solo difensive) non è stata proprio il massimo della coerenza.
E a proposito di soldi, se i vasi comunicanti della guerra portano più dollari nelle casse di Putin grazie all’aumento del petrolio, sui fondi Ue per l’Ucraina ieri è scesa l’incertezza. Ieri c’era il Consiglio europeo a Bruxelles e Zelensky si è lamentato in videoconferenza: «Ormai da tre mesi, la più importante garanzia di sicurezza finanziaria per l’Ucraina da parte dell’Europa non funziona: il pacchetto di sostegno da 90 miliardi di euro per quest’anno e il prossimo. Per noi è fondamentale». Nei prossimi giorni potrebbero riprendere i colloqui di pace e l’Ucraina teme che la Russia si presenti al tavolo rafforzata da queste nubi. Non solo, ma al Consiglio Ue si è parlato del rischio che le difese aree schierate in Medio Oriente possano ridurre l’arsenale missilistico a disposizione dell’Ucraina. Sui 90 miliardi, comunque, altra fumata nera perché l’Ungheria continua a opporsi. Come ha spiegato il presidente Viktor Orbán, «abbiamo diritto di dire no al prestito a Kiev finché non passa nuovamente il petrolio» nei gasdotti ucraini. E tutte le strade del petrolio portano ovviamente alla Casa Bianca, che secondo Axios avrebbe chiesto a Israele di risparmiare almeno i giacimenti di gas iraniani. Negli Stati Uniti, comunque, ferve il dibattito tra analisti ed economisti e c’è chi prevede una carenza globale prolungata di gas, che potrebbe durare parecchi mesi. Così non è un caso che Trump, dopo aver allentato le sanzioni sul petrolio russo, nelle ultime ore abbia allargato la manica anche su quello venezuelano. I vasi comunicanti temuti da Zelensky oggi sono una realtà. E valgono anche per le armi. Che siano cinesi, iraniani, russi o israeliani, droni, missili e aerei da guerra possono essere spostati nell’Europa dell’Est come in Medio Oriente, anche perché non sono infiniti, come non sono infiniti i soldi dei bilanci pubblici. Dieci giorni fa, il presidente ucraino aveva avvertito che «il mondo non è pronto per una Terza Guerra Mondiale», pensando di fermare così la guerra in Medio Oriente. In realtà, si sono unificate due guerre per il petrolio e il gas, quantomeno.
I soldi, come sempre, aiutano a capire le vere dinamiche di potere, anche e soprattutto in guerra. Ieri la Bce, spiegando la sua decisione di lasciare invariati i tassi d’interesse, ha osservato che «il conflitto avrà un impatto rilevante sull’inflazione a breve termine tramite i rincari dei beni energetici».
In fondo quel furbone di Volodymyr Zelensky l’aveva capito subito: Medio Oriente e Ucraina sono due facce della stessa guerra. «Per Mosca, gli attacchi iraniani sono un fronte della sua guerra», aveva buttato lì su «X» lo scorso 9 marzo. E nei giorni seguenti era corso a Parigi da Emmanuel Macron a sincerarsi che il conflitto scatenato da Netanyahu e Donald Trump in Medio Oriente «non eclissasse» quello in Ucraina. Parlava pro domo sua, ma ogni giorno che passa emerge che la guerra è una, come dimostrano i prezzi impazziti del gas naturale e del petrolio e la marcia trionfale, in Borsa, dei colossi mondiali della Difesa. Con tanti saluti a chi, specie nell’Unione europea, si sforzava di giustificare la guerra contro Mosca e di criticare quella in Medio Oriente.
Il dibattito sulla situazione in Medio Oriente è del medesimo tenore di quello che era partito dal febbraio del 2022 con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia di Vladimir Putin. Le sanzioni Ue contro il gas e il petrolio di Mosca non hanno minato i fondamentali dell’economia russa, che ha venduto più energia a India e Cina, in cambio di sempre più tecnologia. E come ben sa il comandante Zelensky, molti droni piovuti in Ucraina erano di fabbricazione iraniana.
Ora la guerra tra Iran e Israele sta facendo schizzare in alto i prezzi del petrolio, che potrebbero arrivare a 200 dollari al barile, innescando una pesante inflazione. In Europa, molti Paesi vorrebbero riprendere gli acquisti di gas russo, ma il tema è ancora tabù. Vince ancora la linea di Macron, che era pronto a spedire i ragazzi francesi a morire al fronte in Ucraina, ma non accetta l’attacco al regime degli ayatollah. Eppure, la guerra è ormai una sola, come dicono le Borse e i mercati delle materie prime.
E la rappresentazione plastica di questa situazione è arrivata sei giorni fa, quando il governo di Teheran ha reagito così all’offerta di aiuto di Kiev ai suoi nemici: «Adesso l’Ucraina diventa un nostro obiettivo legittimo».
Kaja Kallas, Alto rappresentante Ue, ieri ancora notava che «poiché al momento la guerra in Iran non ha una base di diritto internazionale, i Paesi dell’Ue non hanno alcuna intenzione di entrare in guerra». Pesano ancora due elementi: Trump non ha consultato nessuno, in Europa, e nessuno sa che obiettivi abbiano gli attacchi. Se ancora conta il diritto internazionale, o quel che ne resta, in una fase in cui tutto sembra deciso tra Washington e Tel Aviv, va detto che l’aggressione russa all’Ucraina era fuori dalle regole. Ma forse, anche la soluzione di finta «non guerra» adottata dall’Ue, ovvero mandare soldi (senza i quali Kiev sarebbe già caduta) e spedire armi (facendo finta che fossero solo difensive) non è stata proprio il massimo della coerenza.
E a proposito di soldi, se i vasi comunicanti della guerra portano più dollari nelle casse di Putin grazie all’aumento del petrolio, sui fondi Ue per l’Ucraina ieri è scesa l’incertezza. Ieri c’era il Consiglio europeo a Bruxelles e Zelensky si è lamentato in videoconferenza: «Ormai da tre mesi, la più importante garanzia di sicurezza finanziaria per l’Ucraina da parte dell’Europa non funziona: il pacchetto di sostegno da 90 miliardi di euro per quest’anno e il prossimo. Per noi è fondamentale». Nei prossimi giorni potrebbero riprendere i colloqui di pace e l’Ucraina teme che la Russia si presenti al tavolo rafforzata da queste nubi. Non solo, ma al Consiglio Ue si è parlato del rischio che le difese aree schierate in Medio Oriente possano ridurre l’arsenale missilistico a disposizione dell’Ucraina. Sui 90 miliardi, comunque, altra fumata nera perché l’Ungheria continua a opporsi. Come ha spiegato il presidente Viktor Orbán, «abbiamo diritto di dire no al prestito a Kiev finché non passa nuovamente il petrolio» nei gasdotti ucraini. E tutte le strade del petrolio portano ovviamente alla Casa Bianca, che secondo Axios avrebbe chiesto a Israele di risparmiare almeno i giacimenti di gas iraniani. Negli Stati Uniti, comunque, ferve il dibattito tra analisti ed economisti e c’è chi prevede una carenza globale prolungata di gas, che potrebbe durare parecchi mesi. Così non è un caso che Trump, dopo aver allentato le sanzioni sul petrolio russo, nelle ultime ore abbia allargato la manica anche su quello venezuelano. I vasi comunicanti temuti da Zelensky oggi sono una realtà. E valgono anche per le armi. Che siano cinesi, iraniani, russi o israeliani, droni, missili e aerei da guerra possono essere spostati nell’Europa dell’Est come in Medio Oriente, anche perché non sono infiniti, come non sono infiniti i soldi dei bilanci pubblici. Dieci giorni fa, il presidente ucraino aveva avvertito che «il mondo non è pronto per una Terza Guerra Mondiale», pensando di fermare così la guerra in Medio Oriente. In realtà, si sono unificate due guerre per il petrolio e il gas, quantomeno.
Sì, è proprio l’anno dei bambini. Bimbi stuprati alle feste dei potenti e dei satanisti. Bimbi del bosco tolti ai genitori dallo Stato. Bimbi fuori dal bosco, ma portati su un’isola e spogliati, abusati, fotografati e messi in commercio. Bimbi ritoccati in nome dell’eugenetica. Bimbi trucidati in guerra. Giù le mani dai bambini, palestinesi e non solo, cantiamo in coro. Poi arriva la premiazione degli Oscar, lo spettacolo dell’anno, Jessie Buckley vince il premio come miglior attrice per Hamnet, in cui interpreta una madre generosa, potente e intuitiva, e si lancia in un emozionante elogio della maternità. Risultato? La stampa italiana ignora il suo discorso e piagnucola perché non è stato vituperato a sufficienza Donald Trump. Ma certo, dei bambini ci ricordiamo solo quando l’Inps lancia il famoso allarme pensioni. Farli, è un’altra cosa. E farli non per caso, quasi un’eversione.
Jessie Buckley ha 36 anni, è irlandese, ha una voce talmente bella che le ha consentito perfino di interpretare cover di Sinead O’ Connor senza farsi tirare i pomodori. È uscita da un talent della Bbc, ma a un certo punto ha interrotto la carriera da stellina per studiare e diplomarsi alla Royal Academy of Dramatic Art. È arrivata dove è arrivata per una miscela fuori dal normale di talenti e studio. Ha vinto il suo primo Oscar per come ha impersonato Agnes, la moglie di William Shakespeare, in Hamnet, film di Chloé Zhao. Ma moglie è davvero riduttivo. Nel film, ambientato nella seconda metà del Cinquecento, Jessie è una madre un po’ strega, quasi selvatica, guidata da una forza e un amore per la sua famiglia invincibili. Nella buona e, soprattutto, nella cattiva sorte. Segue sempre quello che ha dentro, a cominciare dall’attaccamento per i figli, e lo fa prevalere sulle convenzioni, sull’ambiente esterno, sulla violenza, sul dolore.
Nella vita, invece, la Buckley non è né strega né selvatica. Diversamente, fasciata nel suo sontuoso abito rosso, non avrebbe approfittato di un palcoscenico come la serata degli Oscar per far passare alcuni concetti. Ha parlato più volte di maternità e di sua figlia di otto mesi, della quale non si sapeva il nome: Isla.
«Isla non ha assolutamente idea di cosa stia succedendo e probabilmente in questo momento starà sognando il latte, ma questo è un momento importante e amo essere la tua mamma», ha detto sul palco. Per poi condividere qualche immagine intima: «Mia figlia ha messo il suo primo dentino questa settimana. Mi sono svegliata con lei sdraiata sul mio petto, che mi coccolava».
Interpretare quel ruolo materno in Hamnet, dove muore anche un figlio di 11 anni, le è rimasto dentro e lo ha detto senza problemi: «Sento che è un dono poter esplorare la maternità attraverso questa incredibile madre che è Agnes, e poi diventarlo anch’io».
A Chloé Zhao e Maggie O’Farrell, la scrittrice che ha costruito la storia del film, Buckley ha dedicato un pensiero di enorme gratitudine: «Comprendere la capacità dell’amore di una madre è stata la più grande collisione della mia vita». Anche perché poi, mamma lo è diventata davvero. Quindi è passata alla parte in qualche modo politica della sua esperienza e ha spiegato: «Veniamo tutte da una stirpe di donne che continuano a creare nonostante tutto». Già, il segreto che passa di madre in figlia senza che gli uomini possano capirci nulla. Il motivo principale per cui sul corpo delle donne è giusto che decidano le donne, ma è meglio se lo fanno quando questo patrimonio naturale e morale viene compreso, meditato e difeso, in piena autonomia. Infine, la dedica dell’attrice irlandese: «Voglio dedicare questo premio al bellissimo caos del cuore di una madre». In platea, ci sono state lacrime. E questa bellissima dedica è stata il titolo scelto da gran parte dei giornali inglesi e americani per l’imprevedibile show di Jessie.
Decisamente impossibile da ridurre a maschera bigotta, l’attrice è stata quasi ignorata dai media italiani, se non per il vestito e la bellezza. Le cronache nostrane erano focalizzate sul livello di protesta nei confronti di Donald Trump, un mostruoso catalizzatore di negatività che alla fine divora ogni messaggio e immiserisce il dibattito, seccando anche le poche vene d’acqua fresca. Qualche titolo in ordine sparso: «Trionfa la New Hollywood ma i film scomodi sono fuori» (Repubblica); «Oscar noiosi e fifoni. Nessuna critica a Trump» (Il Fatto quotidiano). E La Stampa, solitamente attenta ai temi cari al neofemminismo, si è occupata solo della vittoria di Paul Anderson e ha fatto un approfondimento su Michael B. Jordan. Idem sul Messaggero, che ha oscurato il discorso dell’attrice irlandese e le ha dedicato due righe con un aggettivo che la riduce parecchio: «dolente moglie di Shakespeare in Hamnet».
Dolente è una certa cecità. Davvero non ci sono coerenza, ma neppure capacità di interpretare il contesto, laddove si lasciano cadere parole come quelle pronunciate da Jessie Buckley agli Oscar. Chi aspetta con fede l’impeachment di Trump per i suoi rapporti con il finanziere pedofilo Epstein ha sicuramente a cuore anche i bambini e ciò che li origina. E lo stesso varrà per chi ha combattuto e combatte ogni giorno per portare nel discorso pubblico il termine «genocidio». Ci piacciono i bambini da usare in battaglia, molto meno quelli da concepire e crescere con amore.
Uno scivolone, comunque, l’ha fatto anche la nostra eroina irlandese. Ha voluto ringraziare perfino il marito Freddie: «Sei il papà più incredibile, sei il mio migliore amico. Vorrei avere altri 20.000 figli con te». Nessuno le ha spiegato che queste cose si pensano, ma non si dicono. Non è cool.




