Non sono né Vladimir Putin né i carri armati russi che scorrazzano per l’Europa a popolare gli incubi degli italiani. Semmai, più prosaicamente, ci sono la paura di impoverirsi, il terrore di affitti sempre più costosi, la rinuncia alla prevenzione medica.
Mentre sul lato della fiducia nelle istituzioni, il presidente della Repubblica è sempre in testa, ma viene sorpassato ampiamente da carabinieri, polizia e Guardia di finanza. Sono questi alcuni dei risultati delle ricerche condotte dall’Eurispes e condensate nel trentaseiesimo Rapporto Italia, presentato ieri dall’ente di ricerca guidato dal sociologo Gian Maria Fara. L’Italia del 2026 viene descritta come un Paese a «fragilità diffusa», dove il 47,8% dei cittadini prevede un peggioramento della situazione economica nei prossimi dodici mesi (oltre il 10% in più rispetto all’anno scorso). Ma prima di addentrarsi nella parte economica, vale la pena vedere i risultati dei sondaggi condotti dai ricercatori Eurispes anche in ambito politico, perché alcuni sono abbastanza sorprendenti, almeno per chi dà credito alle narrazioni dominanti.
Se si prende il bilancio Ue, con quel micidiale nuovo pilastro di ReArm Europe, un piano da 800 miliardi di investimenti in armamenti e infrastrutture da difesa da qui al 2030, si capisce quali sono le nuove priorità di Bruxelles. Dopo aver praticamente ammazzato l’automotive continentale con il Green deal e aver aperto le praterie europee alle case cinesi, la seconda Commissione Von der Leyen ha virato sulla produzione bellica, per la gioia delle esigenze di riconversione industriale degli amici tedeschi. Un’operazione così imponente aveva bisogno di un grande spavento e allora ci si è inventati che la Russia sta per invaderci. Giusto il tempo di spianare l’Ucraina e poi il progetto Erasmus e la Champions League, le due maggiori prove dell’esistenza dell’Ue, verranno interrotte dall’arrivo dell’Armata Rossa.
Ebbene, interpellata dal’Eurispes, la maggioranza degli italiani (61,8%) non crede che l’invasione dell’Ucraina sia il preludio di altri attacchi russi in Europa, mentre il 38,2% convive con questa paura. Il 52% pensa comunque che con l’invasione del febbraio 2022 Mosca abbia inaugurato un nuovo espansionismo, ma verso altri territori. L’altra faccia di questa enorme diffidenza per le priorità di Bruxelles è un giudizio negativo sull’Ue. Fara sostiene che «i lillipuziani che hanno immobilizzato il gigante europeo non sono nemici dell’Europa: sono i suoi stessi fondatori e custodi». Sono i governi nazionali, avari nella devoluzione di potere concreto, e le burocrazie di Bruxelles, «che hanno progressivamente trasformato lo strumento in fine, il mezzo in ostacolo, il regolamento in labirinto». Insomma, non è colpa del diritto di veto.
Tornando in Italia, sempre sul fronte delle istituzioni, il Rapporto registra il primato del presidente della Repubblica (61,8% di giudizi positivi) sul fronte della fiducia, mentre il Parlamento segue ben lontano (26,1%) e il governo si attesta al 32,1%. Sulla magistratura, il giudizio dei cittadini è spaccato a metà, come per la Chiesa cattolica, mentre c’è chi è anche più amato del Quirinale. Si tratta di carabinieri (70,2%), Guardia di finanza (71,7%), Polizia di Stato (66,8%) e forze armate in generale. Tra le altre istituzioni, quella che convince di più è l’università (73,7%). Ancora sul Colle, dice l’Eurispes che «gli italiani chiedono più potere al presidente della Repubblica per una democrazia più moderna». Voglia di presidenzialismo? Ah, saperlo.
Il lungo capitolo economico è probabilmente il meno sorprendente. Ma alcuni dati aiuteranno sicuramente la politica e i grandi decisori privati a farsi due conti e a capire le priorità.
Quasi la metà dei cittadini si aspetta per i prossimi 12 mesi un peggioramento della situazione economica del Paese, anche se la condizione economica dei cittadini resta stabile rispetto allo scorso anno. Più di sei italiani su dieci arrivano a fine mese con difficoltà e circa un terzo (33,1%) deve intaccare i propri risparmi. A mettere particolarmente in difficoltà le famiglie è l’affitto (45,6%), il vero incubo degli italiani. E poi ci sono coloro che vanno in crisi per il pagamento delle utenze (28,7%), del mutuo (27,2%) e per le spese mediche (25,5%). Ne consegue che per Eurispes il 60% dei nuclei familiari arriva a fine mese con il fiato corto e un terzo deve usare risparmi o somme ereditate, mentre due su dieci chiede prestiti. Confermata la crescente rinuncia a visite specialistiche, di prevenzione (uno su tre) e perfino alle spese veterinarie.
Tra i fenomeni sociali, infine, da segnalare che il maggior numero di divorzi ormai si concentra nella fascia di età tra i 45 e i 55 anni, e che tra il 2008 e il 2022 sono triplicati i divorziati ultracinquantenni. Non ci sono evidenze che anche l’attacco al matrimonio sia imputabile a Mosca.
La marcia del calcio italiano verso l’autodistruzione non conosce sosta. Dopo la surreale commedia dello spostamento (di mezz’ora) delle partite di domenica, causa improvvisa scoperta della finale degli Internazionali di tennis, il Como non potrà avere i suoi tifosi al seguito a Cremona per via di vecchie ruggini tra le due tifoserie. Dopo la penalizzazione di tre mesi inflitta quest’inverno a tutti i tifosi del Verona e del Pisa, si fa strada sempre più un modello di calcio plastificato, televisivo, asettico.
Come se non bastasse la settimana di ridicolo con il ping pong tra Lega, prefettura di Roma e Tar sugli orari del penultimo turno di Serie A, ieri è diventato praticamente ufficiale il divieto per i tifosi del Como di seguire la squadra in una trasferta a Cremona che può valere la Champions. Nella segnalazione dell’Osservatorio al Casms, il Comitato che analizza la sicurezza delle competizioni sportive, si consiglia di chiedere al prefetto di Cremona di bloccare l’accesso allo stadio a tutti i residenti nella provincia di Como e di prendere in considerazione tutti i provvedimenti restrittivi del caso. Scontato che il Cams farà propria questa linea e che la Prefettura si adeguerà, semplificando la vita a tutti quanti. L’Osservatorio fa notare che identico provvedimento fu preso per la partita di andata nei confronti dei tifosi grigiorossi. È vero, e infatti non successe nulla. Ma va ricordato che i tifosi della Cremonese, quella domenica, pagarono con quel divieto i disordini che erano avvenuti la settima prima, a poche ore dall’inizio della partita casalinga con il Parma.
Sarebbe anche giusto ricordare altri precedenti. In Cremonese-Como, giocata in serie B il 9 marzo 2024 (terminata 2-1 per il Como), il lariano Gabriel Strefezza fu espulso con un rosso diretto dopo 14 minuti del primo tempo, in una partita gagliarda ma dove non ci fu nessuno scontro tra tifosi. L’Osservatorio, per giustificare il presunto allarme per domani, torna allora indietro alla primavera del 2022 e parla di «gravi disordini». Come racconta La Provincia del 6 maggio 2022, la Cremonese ottenne la promozione in A proprio a Como e i tifosi grigiorossi erano ovunque. Alcuni furono persino spostati in tribuna, con una decisione che si è poi rivelata discutibile perché non riuscivano più a separare gli uni dagli altri. Ci fu qualche contatto tra le due tifoserie, ma il giornale annota che «nessuno è stato portato in ospedale» e «sono stati lanciati alcuni fumogeni e nulla più». Insomma, non sembra un gran precedente. Una delle asimmetrie che continuano a crearsi con questa filosofia di gestione delle partite in trasferta è che i club piccoli vanno a giocare fuori senza nessuno, mentre squadre come Juventus, Inter o Napoli riempiono mezzo stadio dappertutto. Non è una caso che la mano dura sia stata usata quest’anno anche con altri due club con tifosi tutti concentrati nelle province di appartenenza. Alla fine di ottobre, dopo una serie di scontri a Pisa causati anche da una gestione dell’ordine pubblico assai discussa (fu lasciata «scoperta» una stazione ferroviaria), i tifosi del Verona e dei nerazzurri toscani vennero bloccati dal Viminale per ben tre mesi. Questo giornale fu uno dei pochi a osservare che non aveva senso punire migliaia di sostenitori per bene e pacifici. E il ministro Andrea Abodi prese posizione: «Che questo tempo di riflessione (…) serva a comprendere quale dovrà essere il modello futuro nel quale ognuno deve rispondere del proprio comportamento e chi vuole andare a un evento sportivo in pace non veda limitata la propria libertà semplicemente perché la società, e non lo sport, ha qualche delinquente che passa da teppista ad assassino». Sono passati sette mesi e sembra che nessuno abbia riflettuto su niente.
L’unica buona notizia per l’ultima di campionato riguarda il traffico sulla A1 tra Milano e Bologna. Ci saranno solo i tifosi dell’Inter che vanno a Bologna. Niente unni comaschi in giro e Autogrill tutti per i campioni d’Italia.
Se ci fosse un indice di Borsa anche per la barbarie giuridica saremmo in piena bolla. Sarà l’effetto del referendum sulla giustizia, o il ritorno in tv dei grandi gialli irrisolti, ma ormai c’è anche una discreta gara alla forca. L’ultimo episodio ha per vittima Carlo Nordio, che mercoledì ha osato dire, da «semplice uomo di legge», che è sconcertato dalla vicenda processuale di Alberto Stasi e che forse sarebbe il caso, alla seconda assoluzione, di chiuderla lì con i processi.
Parole di mero buon senso e di normale umanità, che però non sono andate giù all’ex giudice Giancarlo Caselli. Che in un intervento sulla Stampa insieme a un avvocato amministrativista torinese, Vittorio Barosio, ha accusato il ministro della Giustizia di ben tre nefandezze: interferire indebitamente in un’inchiesta; riproporre un cavallo di battaglia di Silvio Berlusconi; violare la distinzione tra potere esecutivo e giudiziario. Come vedremo, sono tre addebiti completamente scentrati. E la cosa più divertente è che sulla medesima vicenda, ieri, è intervenuta da sinistra Magistratura democratica che ha quasi dato ragione a Nordio, obiettando solo sul fatto che servano nuove norme.
L’antefatto, ovviamente, è che Stasi era stato assolto in primo e secondo grado, ma poi la Cassazione ordinò di ripetere il processo d’appello e lì si beccò 16 anni di galera. Caselli e Barosio, entrambi classe 1939, sostengono che nella proposta di abolire il terzo grado di giudizio avanzata da Nordio «riecheggia una vecchia tesi innocentista che ha origine dai governi Berlusconi». E con ciò, par di capire, saremmo di fronte non a una misura di umanità per tutti, ma a un frutto del Male. Qualcosa di vero c’è. A luglio del 2022, il Cavaliere rilanciò l’idea di limitarsi a due gradi in caso di assoluzione. L’allora presidente dell’Anm, Giuseppe Santalucia, rispose con prudenza: «Aspettiamo di vedere un testo, il tema è tecnicamente discutibile (…) Dopo una doppia conforme di assoluzione già oggi non c’è un’ampia possibilità di ricorso per Cassazione. Eliminare totalmente le impugnazioni per la parte pubblica sarebbe eccessivo. Quindi mi muoverei con cautela». Insomma, non s’inalberò. Anche perché l’idea di abolire il terzo grado è vecchia di almeno 40 anni ed è spesso stata inserita in elenchi di riforme magari non proprio a scopo umanitario, ma solo per ridurre il carico e la durata dei processi.
Come Caselli sa bene, poi, ai tempi di Mani Pulite molti suoi colleghi hanno proposto di eliminare i giudizi di appello. L’allora capo della Procura di Milano, Francesco Saverio Borrelli, propone di lasciare solo il ricorso per Cassazione il 31 gennaio 1997, imitato in due occasioni da Piero Grasso (21 novembre 1999 e 9 marzo 2004). Lo stesso padre del nuovo Codice, Giovanni Conso, con alcuni distinguo sui riti alternativi, aprì subito all’idea di Borrelli. E la sinistra? L’allora responsabile Giustizia del Pds, Pietro Folena, ammise che dove il primo grado era affidato a un collegio si sarebbe in effetti potuto saltare l’appello. Al di là del grado di giudizio da togliere, sostenere che levarne uno sia una berlusconata non è corretto.
Il secondo capo d’imputazione del ministro è che avrebbe invaso il campo dei pm che stanno lavorando sul caso Garlasco, i quali, com’è giusto, devono stare sereni. «Ogni interferenza è fuor di luogo e illegittima», tuonano i due editorialisti, «se così non fosse finiremmo in un sistema in cui il governo può indicare ai pm quali indiziati di reato perseguire e quali invece lasciare tranquilli». E ci mettono il carico citando, dopo Berlusconi, l’altro Satana planetario. «Di un sistema simile ha già dato esempio Donald Trump quando ha ordinato alla ministra della Giustizia, Pam Bondi, di perseguire penalmente i suoi oppositori politici». Gravissimo, per carità. Ma che ha detto il ministro veneziano, prima di proporre una vecchia riforma? Ecco le sue parole: «Nessuno, questo lo so bene, può ovviamente pronunciarsi su un procedimento in corso». E ha concluso: «È chiarissimo che io non ho la più pallida idea, e anche se l’avessi non lo direi, della dinamica del delitto e soprattutto del suo autore. Però ho un’idea invece chiara sulla dinamica della nostra legislazione, che è sbagliata». Purtroppo queste parole non sono state riportate nel rito accusatorio sulla Stampa.
La terza accusa al guardasigilli, stilata sempre dagli occhiuti Caselli e Barosio è quella di sconfinare. «Con questo intervento sul processo di Garlasco», scrivono, Nordio continua sulla strada che l’ha portato a sostenere a ogni costo il referendum sulla giustizia che, se fosse stato approvato dai cittadini, avrebbe creato le condizioni per sottoporre i pm al potere esecutivo». Vabbè, povero Nordio, ormai dopo il referendum lo bullizzano tutti. Ma non le toghe «di sinistra» di Md, almeno questa volta. Sul loro sito Questione Giustizia, hanno scritto: «Nordio ha voluto dire la sua, da uomo di legge, sul caso Garlasco». Senza stracciarsi le vesti. E nel merito gli hanno risposto così: «Non discutiamo, ed anzi per più ragioni condividiamo, lo sconcerto del ministro per il paradosso di un imputato che, dopo una duplice assoluzione in primo grado ed in appello si è trovato, a seguito di una sentenza di annullamento con rinvio della Corte di Cassazione, di nuovo sottoposto a processo e infine condannato». Però gli hanno fatto notare che, secondo loro, le norme ci sono già e le impugnazioni di due assoluzioni sono molto limitate». Sarà, ma lasciare che un povero cristo assolto due volte si rifaccia una vita sembrava un’idea di buon senso e basta.




