«Non ho mai rifiutato i negoziati con la Ue». Putin tende la mano ma Berlino lo attacca
Ora che Putin vuole parlare con l’Europa, l’Europa non si fida. Il primo governo a temere «un nuovo inganno», come dice il ministro della Difesa Boris Pistorius, è quello tedesco, anche se il cancelliere Friedrich Merz ha fatto sapere che «l’Europa è pronta» a trattare.
La Serbia si è offerta di ospitare i negoziati tra Ucraina e Russia, e girano già alcuni nomi di possibili negoziatori e mediatori per conto dell’Ue, come Antonio Costa, Angela Merkel e Mario Draghi. La prudenza in Europa è alta, ma è un fatto che sabato, alla parata militare di Mosca, Putin ha parlato per la prima volta della fine della guerra. Poi, certo, potrebbe finirla e basta, avendola iniziata lui, ma sono le troppe le questioni sul tappeto, troppi gli interessi in gioco, anche di terzi.
Durante i festeggiamenti per l’anniversario della vittoria sulla Germania nazista, il presidente russo ha affermato che la Russia «non ha mai rifiutato» di tenere negoziati con l’Unione europea, prendendo al volo una proposta del presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, di avviare un dialogo con Mosca. Soprattutto, ha sorpreso un po’ tutti affermando che «la guerra sta volgendo al termine». Poi, certo, come possibile mediatore ha tirato fuori un nome non proprio popolare dalle parti di Bruxelles, quando ha detto: «Come candidato al ruolo di negoziatore preferirei l’ex cancelliere tedesco Schröder. Altrimenti, che scelgano loro un leader di cui si fidano». Putin per primo sa che l’ex cancelliere, che ha avuto ruoli ben remunerati in colossi del gas e del petrolio russi come Gazprom e Rosfnet, non verrà mai preso in considerazione, specie da Berlino, ma lui stesso ha detto chiaramente che è pronto a valutare altri nomi.
Certo, non si poteva pretendere che a una parata militare di quel genere uno come Putin non definisse la guerra «giusta» e l’Ucraina «un Paese aggressivo», «supportato e armato dall’intera Nato», ma le parole sul conflitto agli sgoccioli sono inedite.
Le reazioni più preoccupate sono arrivate dalla Germania, al momento. Il ministro Pistorius parla di «diversivo» russo rispetto a «ingenti perdite militari» e afferma di temere che si tratti «di un nuovo inganno, visto che spesso Putin ha giocato con le carte truccate», anche se questa volta spera di sbagliarsi. Secco il ministro degli Esteri, Johann Wadephul: «È un inganno» e basta.
Il governo di Berlino è comunque in imbarazzo, boccia informalmente l’idea dell’ottantaduenne Schröder e fa sapere che eventuali negoziati tra Ue e Russia dovrebbero essere coordinati con tutti gli Stati membri e, naturalmente, con Kiev. Un portavoce del cancelliere Merz ha poi chiarito che «il governo tedesco continua a impegnarsi per le trattative. La Russia sa molto bene quali sono i possibili interlocutori in Europa e l’Europa è pronta».
Proprio pronta, forse, no. Anche perché i negoziati di pace ci sono e li stanno guidando gli Stati Uniti di Donald Trump. Per Bruxelles sarebbe l’occasione di rientrare in partita, dopo essersi svenata per salvare l’Ucraina ed essersi data la zappa sui piedi, economicamente, con le sanzioni contro Mosca. Kaja Kallas, alto rappresentante Ue per gli Affari esteri e la sicurezza, parte dalla considerazione che «Putin si trova in una posizione più debole che mai», con il suo esercito che «sta perdendo molte vite sul campo» e un «malcontento crescente nella sua società». Quindi non chiude la porta, ma alza la posta: «Ho capito le trappole che la Russia sta tendendo (…), e non siamo pronti a negoziare in questo momento, non si tratta di negoziare in buona fede». La prova di questa «cattiva fede»? Per Kallas sarebbero le «rivendicazioni massime» di Mosca, ovvero ottenere tutto il Donbass ed escludere per sempre l’Ucraina dalla Nato.
Toni non certo da falco, invece, da parte di Antonio Costa. Il presidente del Consiglio europeo, dopo le aperture di Putin, ha ripetuto che l’obiettivo dell’Ue rimane «una pace giusta e duratura», aggiungendo però che è necessario «non disturbare l’iniziativa del presidente Trump». Al momento opportuno, continua Costa, «sarà necessario aprire un canale diretto con Mosca sulle questioni di sicurezza comuni». Non è un caso che il nome del socialista portoghese sia uno di quelli ricorrenti per una mediazione tra Putin e Zelensky, insieme a quelli di Angela Merkel e Mario Draghi. Antonio Tajani, ministro degli Esteri italiano, ha comunque fatto notare che «il negoziatore lo sceglie l’Europa». Nonostante i suggerimenti di Putin. Eventuali negoziati si svolgerebbero in un Paese terzo e ieri si è offerta la Serbia, che non a caso è storicamente il Paese più filorusso d’Europa.
Sul fronte americano, a oggi l’unico vero canale di dialogo operativo tra Mosca e Kiev, arriva la notizia che presto Steve Witcoff e Jared Kushner, i due negoziatori Usa, saranno a Mosca per allungare la tregua con l’Ucraina. Lo ha annunciato il consigliere presidenziale russo Yuri Ushakov all’agenzia Tass, garantendo che il dialogo andrà avanti. Mentre da parte di Zelensky arriva la conferma che anche l’Ucraina ha preparato, come la Russia, la sua lista di 1.000 persone destinate a uno scambio di prigionieri.
Il Patto di stabilità sarà anche «stupido», come ammise l’euro-entusiasta Romano Prodi nel 2002, ma chi lo maneggia da Bruxelles, quando vuole, ci vede benissimo. Specie se c’è da rifilare qualche fregatura all’Italia. Giovedì Valdis Dombrovskis, commissario Ue per l’Economia, pare che abbia teso una mano al nostro governo sul piccolo sforamento del famoso 3% di deficit (sul Pil), ammettendo che sarebbe meglio riparlarne in autunno, con in mano nuovi dati.
La Stampa, che gli ha parlato, ieri ha titolato in prima pagina: Conti, Bruxelles apre all’Italia. In realtà, per uscire dalla procedura d’infrazione in autunno, l’Italia dovrebbe stare sotto il parametro «stupido» per due anni. E intanto, il margine di scostamento per il caro energia ce lo sogniamo perché la Commissione non vuole. Insomma, più che un’apertura, sembra una fregatura.
Il famoso «spiraglio» per l’uscita anticipata dalla procedura per disavanzi eccessivi di cui si parla sarebbe questo. Come ha raccontato lo stesso Dombrovskis, nel corso dell’incontro che il politico lettone ha avuto lunedì con Giancarlo Giorgetti, sarebbe stata messa sul tavolo una variabile importante. Il ministro dell’Economia ha spiegato all’occhiuto Dombrovskis che la revisione dei dati definitivi 2025 del Superbonus, nei prossimi mesi, potrebbe far scendere il deficit reale al di sotto del 3%. Non è proprio difficilissimo, se per un istante isoliamo le finanze pubbliche anche dalla congiuntura internazionale e dal rincaro eccezionale di gas e petrolio. Perché lo scostamento dell’Italia nel 2025 è stato al 3,07% (e poteva essere facilmente portato al 3,04%), ma sopra il tetto del 3% non sono concessi arrotondamenti. Tanto per confermare che uno dei connotati classici della stupidità è la rigidità, seppur in presenza di un numeretto (il 3%) che prima di Maastricht non era mai comparso in nessun testo di economia.
Di fronte a questo scenario, il commissario Ue ha in sostanza bloccato tutto e ha detto al collega italiano: ok, ci rivediamo in autunno con i dati definitivi. Da qui, l’entusiasmo della Stampa, che ha parlato di «assist di Bruxelles», se non altro per non guastare quella narrazione che vuole l’Italia sempre un po’ pasticciona e l’Ue una buona mamma. Al massimo un po’ severa, ma giusta e comprensiva.
L’assist di Dombrovskis, però, più che mandarci in porta rischia di spedirci in purgatorio per due anni, in questo e nel 2027. Lo stesso commissario all’Economia ha infatti ribadito a Giorgetti che per uscire dalla procedura di infrazione europea il deficit dell’Italia dovrà rimanere sotto quella soglia critica del 3% per due anni. E intanto, però, l’Unione resta contraria a concedere margini di scostamento per l’aumento di spesa per l’energia, dovuto alla guerra in Iran, alla crisi di Hormuz e all’instabilità di tutto il Medio Oriente.
Sì, le forche caudine prossime ce l’hanno aggiustate ben bene. Una settimana fa, quando al vertice europeo il premier Giorgia Meloni chiese che l’esenzione dal deficit «modello spese per la difesa» fosse estesa al caro energia, i partner europei hanno opposto un muro. Adesso, dopo aver sforato (forse) di pochi decimali nel 2025, toccherà stare due anni sotto il 3% senza se e senza ma. E soprattutto, senza sgravi per l’energia. L’Italia, che è in avanzo primario e per fortuna ha lo spread con la Germania sui minimi storici (ieri era a 73 punti base), in sostanza dovrebbe quasi sperare che questa drammatica stagione di guerre aggravi la crisi economica di Francia e Germania, in modo che a Bruxelles diventino più ragionevoli. Ma dall’altro lato, se non si concedono scostamenti sull’energia, come chiede per esempio la Lega, l’inflazione rischia di decollare, anche se non è un’inflazione da domanda (quella che non piace ai Dombrovskis) ma da costi. E il resto, può farlo la Bce alzando i tassi. In economia, come in politica, purtroppo il momento è tutto. E anche ai fini dell’equilibrio di bilancio, il momento di intervenire sulla spesa per l’energia era adesso.
Gli italiani in Germania possono fare gli operai, i manovali, i cuochi e negli ultimi anni perfino i ristoratori e i medici. Ma non possono fare i banchieri. Sulle banche non si passa. Unicredit ha lanciato un’offerta pubblica su Commerzbank, ma governo e sindacati non ne vogliono sentire parlare e per fermare gli italiani sta per entrare in campo anche la Cdp tedesca. Alla faccia delle regole Ue e del semaforo verde della Bce, oltre che della famosa reciprocità europea. Che evidentemente vale solo per l’Italia, dove Crédit Agricole e Bnp Paribas hanno fatto shopping e si muovono liberamente e i tedeschi, per dire, hanno in mano l’ex Alitalia.
La Germania non è un Paese qualsiasi, nell’architettura europea. Insieme alla Francia è la locomotiva economica e finanziaria, oltre che politica. La Commissione Ue, guidata da Ursula von der Leyen, ripete da anni che è necessario un robusto «consolidamento bancario» per rendere i nostri istituti competitivi anche per massa critica rispetto ai giganti inglesi e americani. Stessa linea da parte della Bce di Christine Lagarde, che vorrebbe anche l’unificazione bancaria, intesa come uno spazio in cui le banche dei 27 stati membri possono operare liberamente, con le stesse regole, lo stesso trattamento fiscale, la stessa trasparenza. E ieri è intervenuto sul tema anche il numero due di Francoforte, lo spagnolo Luis De Guindos, affermando che «l’unificazione bancaria e finanziaria europea è ormai una necessità» e auspicando «fusioni cross border nell’Unione europea».
A Berlino, però, fanno orecchi da mercante. Il governo, che ha il 12% della banca bavarese contro il 35% di Unicredit, sta pensando di mettere in campo la sua Cdp, ovvero la banca pubblica di investimenti Kfw (Kreditanstalt für Wiederaufbau), il vecchio istituto statale per la Ricostruzione. L’idea è quella di comprare un altro pacchetto di azioni Commerz e scavare una bella trincea. Anche perché ieri si è saputo che la banca d’affari americana Jefferies ha un 11% potenziale di Commerzbank in strumenti derivati. E l’istituto Usa ha notoriamente ottimi rapporti con la banca guidata da Andrea Orcel.
Così, ieri, è di nuovo intervenuto il cancelliere Friedrich Merz, decisamente a gamba tesa: «Non è questo (di Unicredit, ndr) il modo di trattare istituzioni come una banca tedesca, la Commerzbank». E ha accusato gli italiani di «distruggere la fiducia». Quasi un’accusa di lesa maestà, pronunciata di fronte a una platea di capitani d’azienda tedeschi.
I timori del governo e dei sindacati è che una Commerz tricolore faccia meno credito alle medie e grandi imprese tedesche e che tagli gli organici per ripagarsi della scalata. Intanto, però va detto che il titolo Commerzbank in un anno ha guadagnato il 55% alla Borsa di Francoforte, proprio grazie all’interesse di Unicredit. Ma la mossa di Kfw, se confermata, aggiunge un tocco surreale alla vicenda, perché se, a parti invertite, il governo di Giorgia Meloni, per difendere un ipotetico Mps da un’ipotetica offerta di una banca tedesca, avesse messo in campo i miliardi della Cdp, saremmo finiti di fronte ai tribunali Ue in 48 ore, crocifissi dall’Antitrust, dal nostro imperituro amico Valdis Dombrovskis, dal Financial Times e da gran parte dei commentatori economici di casa nostra. E anche se il settore è completamente diverso, nessuno in Italia ha fatto storie per il passaggio di Ita ai tedeschi di Lufthansa. È l’Unione, bellezza. Che però sulle sortite estere delle banche italiane non funziona.
La chiusura netta di Berlino è ancora più incredibile per il fatto che il cancelliere Friedrich Merz è un esperto banchiere ed è stato il numero uno in Germania di Blackrock, il più grande gestore di patrimoni del pianeta. Insomma, conosce le regole dell’alta finanza, si è sicuramente speso per la massima circolazione dei capitali ma, ora che è al governo, su Commerzbank tenta un arrocco medievale.
Alcune banche europee, in effetti, sembrano ancora avere il passaporto. Unicredit, però, non si capisce che passaporto abbia in tasca. In Germania è una banca italiana, nonostante controlli da anni anche una banca tedesca. In Italia, due anni fa, Matteo Salvini la definì «una banca straniera» e il governo di centrodestra usò il Golden power per bloccare l’acquisizione del Banco Bpm. In Russia, è una banca Ue che deve rispettare le sanzioni europee per l’invasione dell’Ucraina. E così nelle ultime ore Unicredit ha annunciato la cessione di gran parte delle proprie attività in Russia (sotto il cappello di AO Bank) a un gruppo privato con base negli Emirati Arabi. L’operazione sarà complessa e si concluderà entro il primo semestre del 2027, ovviamente dopo le relative autorizzazioni delle autorità di Mosca. Ma chissà che le sanzioni non cadano prima. Anche in questo caso, la fedeltà alle regole Ue, seppure su piani diversi, sembra univoca. Unicredit esce dal mercato russo in obbedienza alla posizione comune di Bruxelles sul conflitto, ma al momento, al di là delle belle parole, Ue e Bce consentono a Berlino di fare le barricate su una banca del famoso «mercato interno». C’è quasi da invidiare le banche emiratine, che hanno una libertà di manovra (e crescita) per noi ormai inimmaginabile.





