Il mega raduno mondiale della sinistra a Barcellona, guidato e celebrato nel weekend da Pedro Sánchez e Lula da Silva, è finito. Ma la fascinazione di Elly Schlein per il premier spagnolo è ancora viva e lotta insieme a noi, per un’Italia più libera e autonoma, anche sulle fonti energetiche. Il segretario del Pd prende a esempio il collega iberico, ma descrive una Spagna che non c’è e conferma il veto sul gas russo.
Schlein si è fatta intervistare dalla Stampa e ha parlato di politica estera a tutto campo. Il quotidiano torinese ha giustamente titolato con le sue dichiarazioni sul gas: «Comprare gas russo aiuta solo Putin. Più rinnovabili come ha fatto Sánchez». Ohibò, ecco il segretario del principale partito di opposizione dedicarsi a temi concreti. Ma la sorpresa positiva lascia purtroppo rapidamente posto alla delusione per l’approssimazione con la quale si è espressa. Prima le chiedono se Sánchez sia anche un modello per la famosa «riscossa progressista», e Schlein risponde: «È sicuramente un modello […]. La Spagna in questi anni è cresciuta a ritmi del 3%, noi dello zero virgola. E ha fatto investimenti poderosi sulle energie rinnovabili, grazie ai quali oggi loro pagano l’elettricità molto meno di noi».
A quel punto, correttamente, le viene fatto notare che la Spagna è anche il primo importatore di gas russo, con un incremento del 124% di acquisti dall’inizio della guerra in Iran. E qui parte una lezioncina del capo del Nazareno: «In Spagna il prezzo del gas incide sul costo dell’energia solo per il 15%, in Italia per l’80%. Sánchez ha investito sulle rinnovabili e oggi loro sono molto meno dipendenti di noi dal gas, che sia russo o americano». E quindi, prosegue, «dobbiamo assolutamente accelerare sull’energia pulita e possiamo farlo in tempi brevi». In ogni caso, anche a prendere per buono questo racconto, resta il nodo della Russia di Vladimir Putin e qui la Schlein si fa severa e intransigente: «Ho già detto come la penso: ora non si può pensare che la soluzione sia il gas russo perché si rafforzerebbe Putin, finanziando la sua invasione criminale dell’Ucraina». Insomma, la posizione del segretario del Pd è sempre quella dei duri e puri di Bruxelles, anche se questo ha un impatto negativo sulle tasche dei ceti medi e poveri italiani.
Per ristabilire un minimo di aderenza con la realtà dei fatti, prendiamo alcuni dati dagli ultimi studi del Crea (Center for research on Energy and clean Air) , organismo indipendente con sede a Helsinki. A marzo l’Ue è stata ancora una volta il quarto maggior acquirente di combustibili russi, rappresentando il 10% (1,45 miliardi di euro) delle entrate da esportazione di Mosca dai primi cinque importatori. E il gas naturale, non soggetto a sanzioni Ue, vale ben il 69% di questo ammontare. Quindi è abbastanza inutile continuare a fare la faccia feroce sul gas con Mosca, quando la Russia ha solo riallocato le vendite in giro per il mondo e sta guadagnano ancora di più sul petrolio, grazie alla guerra di Usa e Israele all’Iran.
Poi c’è la Spagna, il famoso modello della Schlein. Sempre secondo il Crea, Madrid è stata il maggiore importatore dell’Ue, acquistando gnl russo per un valore di 355 milioni di euro nel mese di marzo, con un incremento del 124% rispetto a febbraio. Non solo, ma a marzo, tutti gli impianti di importazione di gas in Spagna hanno aumentato gli acquisti dalla Russia, con Bilbao che ha ricevuto il quantitativo maggiore e con il terminale di Sagunto che ha ricevuto il suo primo carico russo dall’agosto 2024. Sánchez ha fatto le sue scelte, certo, anche con un certo coraggio, e queste scelte parlano russo, ma questo alla sua ammiratrice italiana non piace ammetterlo. E tanto per dare un altro paio di indizi al segretario del Pd su come gli amici dell’Ue si stanno comportando di fronte alla crisi petrolifera, ecco che a marzo la Francia si è laureata terzo maggior importatore di gas russo nel blocco Ue, con 287 milioni di euro. E al quarto posto, ecco il piccolo Belgio con un valore di 220 milioni. Chissà, forse c’è un motivo se da settimane anche l’Eni consiglia di riprendere a comprare da Mosca.
Russia a parte, che tanto turba Schlein, la Spagna ha un 20% del suo fabbisogno energetico ancora coperto dalle sue cinque centrali nucleari. È vero che c’è il progetto di spegnerle entro il 2035, ma chi vivrà vedrà e nessun leader, neppure socialista, sarà tanto fesso da chiudere il nucleare se non ci saranno alternative rodate ed efficienti. Così Sánchez ha indubbiamente puntato sulle fonti rinnovabili, ma con una solida «base» di combustibili fossili ed energia nucleare. Insomma, se davvero l’Italia dovesse prendere a modello la Spagna, dovrebbe riaccendere immediatamente i reattori nucleari e comprare un bel po’ di gas da Putin. Ma alla Schlein non andrebbe bene. Sono cose che può fare solo
Ma come sarebbe dura la vita di certi sindaci senza gli automobilisti da tartassare. Sono lì, isolati, al volante di un mezzo con tanto di targa, spesso costretti a usarlo per lavorare o gestire la famiglia e continuamente filmati, registrati e controllati, sia che si muovano, sia che osino parcheggiare.
Gli automobilisti sono un bancomat, ma non si può dire. Ieri a Bologna è ripresa la follia tutta ideologica della «Città 30». Si va a 30 orari in centinaia di strade cittadine, con la scusa della sicurezza e come se non fosse più importante verificare il rispetto dei limiti già esistenti. Le categorie produttive, artigiani e commercianti in testa, lamentano che il sindaco Matteo Lepore non li ha neanche consultati, ma intanto ieri mattina i vigili hanno eseguito controlli a tappeto e staccato le prime multe.
Come La Verità raccontava già domenica, a Bologna, in Comune, hanno fatto i furbi. A gennaio il Tar dell’Emilia Romagna aveva bocciato per illegittimità il primo provvedimento-bandiera sui 30 orari, contestando in particolare che fosse generico e poco motivato, e Lepore si è messo lì e ha trovato la soluzione: 22 ordinanze fotocopia, ma più dettagliate, per rimettere il limite da carro funebre su ben 258 chilometri di strade. Ecco come far diventare ordinaria una misura pensata come eccezionale. Ieri è intervenuto sul tema Claudio Pazzaglia, direttore della Cna di Bologna, per far notare, innanzitutto, che c’è un velo di ipocrisia su tutta la faccenda: «Nessuno mette in discussione l’obiettivo di salvaguardare vite umane, se si trattasse solo di questo allora nessuno direbbe niente». E, intervistato dal Resto del Carlino, ha aggiunto: «Qui il vero tema è che ci sono troppe contraddizioni sul limite di 30 all’ora, soprattutto in determinati contesti che riguardano le nostre imprese. Tassisti, artigiani di produzione e altri operatori hanno bisogno di essere considerati al centro di queste discussioni. E dialogare su questo tema. È una cosa già trita e ritrita, che continuiamo a ripetere nella speranza accada davvero. Serve pensare a soluzioni alternative per alcune direttrici, più pericolose con un’andatura di 30 chilometri allora piuttosto che 50».
Già, perché anche dopo lo stop del Tar, chi lavora a Bologna si aspettava che il centrosinistra che governa la città si ricordasse di coinvolgere le varie categorie produttive, ma così non è stato. L’assessore alla Mobilità, Michele Campaniello (Pd), domenica ha annunciato che a maggio ci sarà un confronto pubblico, ma intanto si è ripartiti con divieti e penalizzazioni quotidiane. E del resto, ieri, lo stesso Lepore ha sottolineato: «Io sono sempre un po’ perplesso quando si chiedono questi incontri e si fa polemica sulla Città 30, perché gli stessi che dicono che non serve a niente, non ha alcun effetto, chiedono di fare degli incontri perché non ci siano troppi danni». Curiosa idea della democrazia e del confronto: se ti permetti di criticare pubblicamente, allora non ti consulto.
Sul libro nero del signor sindaco rischiano di finire anche negozianti e ristoratori. Ieri è scesa in campo anche Confesercenti, che conferma come «le associazioni di categorie non siano state ascoltate da Palazzo D’Accursio», nonostante tre mesi di promesse. Ma poi c’è la sostanza di Città 30 che proprio non piace. Confesercenti Bologna è costretta a ricorda che «gli operatori economici non hanno pregiudiziali ideologiche quando si presentano agli incontri istituzionali. Tantomeno politiche (…) In questi tre mesi c’era la possibilità di incontrarsi e studiare insieme come migliorare il provvedimento. Purtroppo, è rimasta integra la scelta che valutiamo più ideologica che partecipativa».
E già, siamo a un anno dalle elezioni e la giunta Lepore ha deciso di procedere a testa bassa, con la sicurezza dei pedoni (tutta da dimostrare) usata come una clava. E che questa storia dei 30 orari sia ideologica non lo dicono solo i negozianti, ma anche altri amministratori. Sabato, il sindaco di Modena, Massimo Mezzetti, parlando a una tavola rotonda, ha detto che nella sua città non farebbe mai come Lepore, ovvero mettere i limiti a 30 orari a tappeto «come una bandierina ideologica», ma farebbe semmai «una trasformazione più graduale». Poi, ieri, Lepore ha fatto sapere alle agenie che «Mezzetti mi ha chiamato e ha detto di essere stato equivocato». Anche dalla gestione di questo «equivoco» si capisce quanto la faccenda sia ideologica.
Certo, Lepore anche ieri ha parlato di interventi «per ridurre gli incidenti», ma intanto il registratore di cassa del Comune corre felice. Nella sola mattinata di ieri, primo giorno, sono stati fermati e controllati 157 veicoli, sia sulle strade con limite a 50 che a 30. In totale sono state fatte 14 multe per eccesso di velocità. Una signora di 73 anni che guidava a 46 chilometri orari si è beccata una multa da 173 euro e le hanno tolto tre punti sulla patente.
La paura fa la forza. E anche improvvise alleanze. Metti due degli uomini più potenti degli Stati Uniti, fino a ieri impegnati a combattersi a ogni livello, a tavola con cinque banchieri che tra tutti amministrano 7.200 miliardi di dollari, ed ecco per la prima volta rappresentata in modo plastico e concreto la forza dirompente dell’intelligenza artificiale.
Martedì scorso, a Washington, il segretario al Tesoro Usa, Scott Bessent, e il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, hanno convocato i grandi capi di Citigroup, Morgan Stanley, Bank of America Wells Fargo e Goldman Sachs per metterli in guardia da Claude Mythos, la nuova famiglia di sistemi di IA di Anthropic, il colosso dell’italo-californiano Dario Amodei. Più che altro, l’insolita coppia Powell-Bessent ha provato a spaventare i principali banchieri statunitensi, visto che con Claude è anche possibile individuare i punti deboli dei sistemi informatici che fanno girare tutti quei miliardi. Miliardi, che sono anche investiti nelle principali società quotate a Milano.
Bessent, in pieno accordo con il presidente Donald Trump, preme da mesi su Powell perché abbassi i tassi d’interesse e partecipi al nuovo «miracolo americano», fatto di dollaro ai minimi ed esportazioni record di petrolio. Il banchiere centrale, uomo ruvido e membro dell’establishment finanziario al cento per cento, invece va per la sua strada. Lo scontro non è neppure tanto sotterraneo, anche se il mese prossimo scadrà il secondo mandato da presidente di Powell, che tuttavia può restare fino al 2028 come consigliere «semplice». In ogni caso, come se stesse per scoppiare un’altra guerra, ministro del Tesoro e capo della Fed hanno convocato nella capitale Jane Fraser di Citigroup, Ted Pick di Morgan Stanley, Brian Moynihan di Bank of America, Charlie Scharf di Wells Fargo e David Solomon di Goldman Sachs. Un sesto banchiere, Jamie Dimon di JP Morgan, non ha potuto partecipare. Avrebbe aggiunto altri 3.750 miliardi di asset alla già enorme somma di cui sopra, sfondando il muro dei 10.000 miliardi di dollari (due volte il pil della Germania). I cinque uomini d’oro si sono visti la sera prima della riunione con il governo ed è probabile che si siano scervellati sulle sue ragioni. Forse, come tutti i banchieri, avranno temuto nuove tasse o altre fregature in arrivo. E invece no, come hanno raccontato per primo Financial Times e Bloomberg, sono stati «messi in guardia».
Bessent e Powell hanno spiegato ai banchieri che Claude richiede di alzare il livello di precauzione e difesa dei loro sistemi informatici. Il più accorato sarebbe stato il ministro del Tesoro, per il quale l’IA del gruppo entrato in contrasto con il Pentagono ha una preoccupante capacità di rilevare vulnerabilità nella sicurezza informatica.
Inutile dire che l’interlocuzione tra Tesoro, Fed e banche sistemiche è del tutto normale, ma le modalità e i tempi del summit dedicato ad Anthropic non sono normali e fanno pensare che contro la società dei fratelli Amodei sia nata una Santa Alleanza, formata da Bessent e Powell, ma forse anche dalle stesse banche convocate. E si intravede sullo sfondo una possibile azione sui big dell’industria.
Anthropic è in causa con il governo federale e mesi fa ha rotto ogni collaborazione raccontando urbi et orbi che il Pentagono le avrebbe chiesto specifiche di prodotto «eticamente incompatibili» con il proprio modello di business. In soldoni, il coriaceo Amodei, californiano di nascita ma di padre toscano, ha fatto capire che la Difesa Usa tentava di usare la sua IA in modo poco democratico. La levata di scudi ha sicuramente pagato e tre giorni fa Anthropic ha comunicato di aver raggiunto i 30 miliardi di dollari di fatturato annualizzato, un valore che è triplicato in soli 12 mesi. I grandi clienti di Claude sono oltre un migliaio e tra questi ci sono nomi come Google, Broadcom, Apple, Microsoft e Nvidia. Specialmente i giganti del software, che hanno perso in Borsa molto terreno rispetto a OpenAI/GhatGPT, non possono rischiare di restare tagliati fuori da questa partita. Anche una banca convocata al summit di martedì, Jp Morgan, ha avviato una sperimentazione con Anthropic, e per combinazione è proprio quella che non ha poi potuto partecipare.
Il gruppo di Dario Amodei, che per altro viene da anni di lavoro in OpenAi, è consapevole che il suo ultimo prodotto apre tante porte, non tutte opportune in termini di cybersicurezza. Durante i primi colloqui avuti con gli ingegneri del governo, Anthropic ha avvertito che Claude «ha raggiunto un livello di capacità di programmazione tale da poter superare tutti, tranne gli esseri umani più esperti, nell’individuazione e nello sfruttamento delle vulnerabilità del software». E quindi ha optato per un lancio limitato a poche grandi aziende, anche per testare sul terreno possibili rischi. Amodei, però, nei giorni scorsi ha ribadito che se la sua IA si presta ovviamente anche a usi scorretti, «ma se usata bene, ci offre la possibilità concreta di avere un internet e un mondo più sicuri». A novembre era stato lo stesso Amodei ad ammettere che un gruppo cinese aveva usato Claude per fare un attacco informatico contro obiettivi governativi Usa.
Oltre agli aspetti di sicurezza informatica, sul tavolo della Santa Alleanza delineata a Washington resta il problema dell’uso quotidiano dell’IA nelle procedure aziendali, con tutti gli effetti che questa può avere in termini di posti di lavoro e competitività. Nelle prossime settimane si vedrà se questa Santa Alleanza allargata ai banchieri sarà soltanto difensiva.





