Quando si tratta di Intesa Sanpaolo o di Benetton e Autostrade, il Pd non riesce mai a trattenersi. E così, dopo un ventennio di coscienza diversamente pulita sul Monte dei Paschi di Siena, la banca dei compagni per eccellenza, il giorno dopo la mossa di Carlo Messina arriva Enrico Letta e benedice urbi et orbi i piani di Intesa su Mps, Mediobanca e Generali.
L’ex premier ed ex segretario del Pd plaude all’offerta pubblica di scambio e osserva che «la dimensione è fondamentale» e che anche in Europa «bisogna fare scala».
C’era una volta il centrosinistra invaghito delle regole antitrust di Guido Rossi, dei territori e dei distretti cari a Romano Prodi. Oggi si sale sul carro dei vincitori e delle concentrazioni bancarie, dopo aver lasciato che fossero altri a salvare e rivitalizzare Mps e dopo aver guardato dall’alto in basso la stagione dei Caltagirone e dei Del Vecchio, che oggettivamente hanno fatto schizzare al rialzo i valori non solo di Mps, ma anche di Mediobanca e delle stesse Generali.
A margine di una riunione a Bruxelles, Letta, oggi presidente dell’Istituto Jacques Delors, ha affermato che «la dimensione è fondamentale, bisogna salire di livello e mi fa piacere vedere che l’Italia è protagonista, che le due più grandi banche italiane sono entrambe protagoniste nella direzione di una crescita dimensionale». Il riferimento, oltre a Intesa Sanpaolo, è per Unicredit, impegnata in una scalata a Commerzbank che la politica tedesca al momento ostacola. Poi ha aggiunto che secondo lui «il mondo economico si è accorto di questo cambio di fase, sta capendo che si entra in una fase di rimescolamento complessivo, si aprono nuove opportunità. Io leggo anche in questa chiave quello che sta succedendo in Italia in queste ore». E ha chiuso con un inno al «big change» che lui vede da due anni e che va nella direzione di sempre nuove aggregazioni per «salire di livello».
Due anni? Il risiko bancario italiano si muove incessantemente da una decina di anni e negli ultimi cinque ha ruotato intorno al salvataggio pubblico di Mps e al fatto che qualcuno si era reso conto che con il 13% in mano a Mediobanca si poteva comandare sulle Generali. Nel giro di cinque anni, il titolo Generali è passato da 17 a 41 euro; Mediobanca è salita da 10 a 25,2 euro, Unipol da 4,5 a 22,9 euro e Bper da 2 a 12,7 euro. Fusioni e scalate, compresa quella per il famoso concerto che è costata un avviso di garanzia a Francesco Gaetano Caltagirone, Francesco Milleri, amministratore delegato di Delfin, e Luigi Lovaglio di Mps, hanno letteralmente fatto schizzare gli scambi a Piazza Affari.
Per Mps, il calcolo del valore delle azioni non è immediato perché in 12 anni di risanamento e salvataggio finale non si contano le ricapitalizzazioni. Lo Stato ha messo oltre 8,5 miliardi arrivando fino al 64% della banca. Per salvarla, praticamente, nacque il governo di Paolo Gentiloni e il Pd ha fatto di tutto perché Siena fosse (s)venduta a Unicredit, alla cui presidenza casualmente era planato Pier Carlo Padoan, direttamente da via XX Settembre. Poi c’è stata l’era Lovaglio, compreso lo scontro finale con Caltagirone e la separazione di fatto con gli eredi Del Vecchio, con la conquista di Piazzetta Cuccia. Ma se oggi Mps è un bel boccone per Intesa e Unipol è anche per la pazienza del Tesoro, per i soldi messi dai contribuenti e per l’interesse che un pugno di grandi imprenditori privati ha suscitato su Rocca Salimbeni.
Dopo tutto questo, arriva bello bello da Bruxelles Enrico Letta e ci mette il cappello, facendo anche capire che era ora, che ci siamo dati una sveglia, finalmente. Eppure lo stesso Letta, anni fa, sembrava avere idee diverse.
Il 21 settembre del 2022, quattro giorni prima delle elezioni che hanno visto la vittoria del centrodestra, l’allora segretario del Pd era a Siena, per la chiusura della campagna elettorale. E nel comizio in piazza San Domenico si lanciò in previsioni: «Sono fiducioso sul futuro di Mps. Mi auguro che le scelte future vadano nella direzione che tutti abbiamo sempre auspicato e cioè quelle di una banca di territorio che però riesce a rafforzarsi meglio di come ha vissuto fino adesso». Insomma, oggi è contento per la super-banca con Intesa mangiatutto; ma da onorevole della città toscana cianciava ancora di «banca di territorio», dopo la fine che avevano fatto le popolari venete e quella di Bari, a proposito di «territorio». Già, i seggi sicuri. Intesa e Bper terranno la denominazione «Monte dei Paschi» cassando la parola «Siena». Per il Pd sarà un colpo al cuore, visto che qui venivano paracadutati anche big nazionali come Piero Fassino, Giuliano Amato e Franco Bassanini. Lo sa bene anche l’attuale segretario provinciale del partito, Nico Bartalini, che ieri ha lanciato l’allarme invitando a «una forte iniziativa istituzionale e politica per gestire le possibili ricadute occupazionali e territoriali delle operazioni in corso» e brandendo, come un leghista qualsiasi, «il tema storico, culturale e identitario» della banca per Siena. Il Pd è anche questo, un partito dove convivono l’europeismo a trazione bancaria dei Letta e dei Gentiloni e le contrade del prestito amico.
Laboratorio di democrazia in Ungheria. Il premier di centrodestra Peter Magyar si prepara a fare una legge costituzionale che manderebbe a casa il presidente Tamàs Sulyok, da lui definito «una marionetta di Orbán».
La mossa è legittima, e il partito del premier ha anche i numeri, ma arriva dopo un ultimatum sulle dimissioni decisamente brutale. Ultimatum che il presidente ha respinto con sdegno. Insomma, c’è un notevole strappo in quel di Budapest. Ma l’Ue e i vari tutori della democrazia in Ungheria, dopo anni di faticosa vigilanza democratica, ora tacciono perché Magyar è ancora iscritto d’ufficio al partito dei Buoni.
Certo, vista dall’Italia, la vicenda somiglia quasi a una sparatoria sulla piazza del Parlamento. Giorgia Meloni e il centrodestra, che fin dai tempi di Silvio Berlusconi aveva proposto il presidenzialismo, hanno dovuto sospendere tutto perché poteva sembrare un attacco al presidente attuale, Sergio Mattarella.
Il leader di Tisza, Magyar, ha stravinto le elezioni del 12 aprile e dopo 16 anni ha messo la parola fine al lungo regno di Viktor Orbán. Lanciò la sfida a Fidesz, il partito in cui aveva militato anche lui, un paio di anni fa, parlando di «sistema feudale» da abbattere. Così, non ha stupito troppo che, dopo una campagna elettorale piena di colpi proibiti, abbia chiesto una serie di dimissioni al vertice delle istituzioni, comprese quelle di Sulyok, un ex presidente della Corte Costituzionale da lui definito «marionetta di Orbán». L’ultimatum scadeva a fine maggio e ieri il capo dello Stato, in un video su Facebook, ha risposto picche. Ha affermato che intende tranquillamente cooperare con il nuovo governo e che è pronto a dare una mano con Bruxelles per sbloccare i famosi fondi europei persi ai tempi di Orbàn.
Magyar si aspettava il muro di gomma e ieri ha immediatamente annunciato che passerà al piano B: cambio della Costituzione e tanti saluti al presidente. Il premier ha accusato nuovamente Sulyok di aver «deluso l’Ungheria» con «silenzi e omissioni» sull’operato di Viktor Orbán. Dopo di che ha spiegato che «esistono diverse opzioni per sostituire il presidente della Repubblica», anche nel caso questi non si dimetta volontariamente. La strada non è troppo complicata: si tratta di approvare una legge costituzionale che preveda espressamente i casi in cui un presidente decade e Tisza, il partito del centrodestra creato da Magyar, ha tranquillamente i due terzi dei voti necessari a portare a casa la riforma. E a poco serve che Sulyok abbia chiesto il parere della Commissione di Venezia, organo consultivo costituzionale del Consiglio d’Europa. Magyar è forte, in Europa. La scorsa settimana è andato a Bruxelles ed è riuscito a ottenere lo sblocco di 16,4 miliardi di euro di fondi europei.
Ieri Magyar ha anche avuto un colloquio con il governatore della Banca nazionale d’Ungheria Mihaly Varga. Il premier ha informato il governatore a proposito «degli sforzi del governo per garantire lo sblocco dei fondi Ue, nonché sulle misure anticorruzione introdotte».
Va detto che una proposta di legge costituzionale per la rimozione del presidente della Repubblica non ha precedenti nella storia post-comunista dell’Ungheria. Ma l’Ue ancora si frega le mani per la sconfitta di Orbán e ieri, il portavoce per gli Affari interni della Commissione, Markus Lammert, ha affermato che Bruxelles «sta seguendo da vicino» lo scontro tra Magyar e Sulyok, senza però entrare nel merito.
Certo, la riforma in senso presidenzialista che la Meloni ha accantonato dopo la sconfitta al referendum è decisamente un pranzo di gala, rispetto alla marcia di Magyar sull’inquilino di Palazzo Sàndor. L’8 settembre del 2022, a pochi giorni dalle elezioni, l’allora segretario del Pd, Enrico Letta lanciò l’allarme: «Vogliono mandare a casa Mattarella». Ma le riforme costituzionali hanno un iter e dei numeri tassativi, non un nome e un cognome.
Scene da un’integrazione difficile, se non impossibile. Mercoledì, centinaia di pasti sono stati buttati via nelle scuole di Marghera perché era una festività islamica e le famiglie si sono dimenticate di avvertire che i loro figli sarebbero rimasti a casa.
Qui, più o meno un alunno su tre è arabo o bengalese e pochi anni fa la comunità islamica aveva chiesto la somministrazione a scuola di carne halal, ottenendo in cambio un’ampia disponibilità ad assicurare tutti i pasti vegetariani necessari. Non solo, ma a Mestre è attivo un servizio di recupero del cibo scolastico che avanza ogni giorno, gestito dal sindacato cattolico delle Acli, che ha fatto una vasta opera di sensibilizzazione nella lotta contro gli sprechi alimentari.
In questo contesto non poteva passare sotto silenzio quanto accaduto mercoledì scorso, puntualmente raccontato dal Gazzettino di Venezia. Quel giorno era l’Eid al-Ahda, o «Festa del sacrificio» e a Mestre si sono ritrovati centinaia di pasti non ritirati, totalmente a sorpresa. Il dirigente delle scuole primarie Grimani e Visintini di Marghera, Massimo Cono Pietropaolo, non ha chinato la testa e ha preso carta e penna. «Oggi, mercoledì 27 maggio, il servizio mensa dell’Ic Grimani ha buttato via oltre 200 pasti a causa delle assenze di bambine e bambini che non erano state comunicate, con un evidente sperpero di risorse pubbliche che ricadono anche sulla comunità», ha scritto in una lettera ai genitori. Duecento è solo un numero di partenza, perché nelle due scuole ci sono 600 bambini, ma non sono le uniche. Tanto per chiarire lo spirito della missiva, il preside ha aggiunto: «Sia chiaro che si tratta di un discorso che vale per qualsiasi religione e per qualunque assenza. La nostra scuola ha una procedura interna per la mensa che deve essere rispettata, proprio con l’obiettivo di evitare gli sprechi». Ogni famiglia ha a disposizione un’app per la refezione, con la quale basta un clic per bloccare il servizio di giorno in giorno. E si può avvertire anche a scuola, telefonando entro le nove di mattina del giorno stesso. Insomma, non avvertire è proprio sciatteria.
Il servizio mensa è gestito da una controllata del Comune di Venezia (Ames spa), che lo ha ceduto in appalto a una ditta esterna: costa mediamente sui cinque euro a pasto e viene proposto a quattro. Maika Canton, architetto e assessore con delega alle politiche educative di Fdi, ha annunciato verifiche scuola per scuola su quanto è accaduto e ha sottolineato: «Si è trattato di uno spreco assurdo. Eticamente trovo profondamente scorretto dover buttare via del cibo per una mancanza di questo tipo». Di fronte alla figuraccia, almeno una voce critica si è alzata dalla comunità islamica. È quella di Kamrul Islam Regan, papà di una bambina della Grimani, uno dei leader locali della comunità del Bangladesh, che ha un negozio di servizi internet e ha sposato una donna italiana. «Qui non ci sono vacanze da scuola nei giorni dell’Eid (le feste islamiche, ndr)», ha scritto, «ma la maggior parte delle famiglie musulmane non manda i propri figli a scuola. Sia che tu abbia cibo gratis o che paghi, pensaci prima che il cibo venga sprecato».
Già, perché la beffa nella beffa, se di beffa si è trattato, è che il Comune di Venezia da tempo appoggia il progetto «La mensa che non spreca» per recuperare il cibo dalle scuole. Un progetto che a Mestre tutti conoscono, che è molto rodato, ma non è attrezzato per gestire un simile evento imprevisto, anche solo per mancanza di celle frigorifere.
Lo scorso mese di marzo le Acli provinciali, insieme ad Ames, hanno fatto un appello per la ricerca di nuovi volontari, dotati anche di patente auto. I pasti recuperati nelle scuole finiscono ogni sera nelle mense solidali gestite dalla Casa dell’Ospitalità, dai frati Cappuccini e dalla Caritas di Venezia e di Marghera. Nella sola Marghera, partecipano al progetto sei istituti scolastici comprensivi e, secondo i dati forniti dalle Acli, nel 2024-2025 sono stati recuperati 5.737 chilogrammi di eccedenze, che sono divenuti circa 21.000 pasti, serviti a una media di 150 persone al giorno.
Mestre è dunque una piazza di buon esempio, anche se non tutti, evidentemente, l’hanno colto appieno. Per il resto, com’è noto, ha subito un’immigrazione pesante. E il caso di questi giorni riporta alla memoria la singolare richiesta che a settembre del 2019 fu avanzata dai genitori bengalesi musulmani: carne halal nelle mense scolastiche. I presidi di alcune scuole risposero: fate richiesta di menù alternativi alla carne e verrete accontentati. Poi si mise di traverso la Lega e cercò di spiegare che pretendere la propria carne «purificata» non era integrazione. Alla fine, probabilmente, si trattava solo del tentativo di una comunità islamica di piantare una bandiera. I volontari delle Acli e della Caritas non lo fanno e questo, evidentemente, viene scambiato per un segno di debolezza.





