Tra il dire e il fare c’è di mezzo il diritto. Il Tar dell’Emilia-Romagna ha demolito la «Città 30» voluta da uno degli astri nascenti del Pd, il sindaco di Bologna Matteo Lepore. L’approccio ideologico non paga, specie quando si è amministratori locali, e ancora una volta si è scontrato contro la capacità tecnica di scrivere bene un provvedimento e la saggezza di ascoltare le osservazioni dei cittadini coinvolti e delle opposizioni. Due tassisti e un eurodeputato di Fratelli d’Italia avevano impugnato il provvedimento che faceva di Bologna la prima città dove si circola a 30 orari e il tribunale amministrativo ha dato loro ragione perché il nuovo divieto era troppo generico, dovendosi invece valutare la pericolosità del traffico strada per strada.
La posta in gioco l’aveva indicata lo stesso Lepore un anno fa. Era il 13 febbraio e il sindaco bolognese era andato a Firenze per incontrare il primo cittadino Sara Funaro, alla presenza degli assessori di entrambe le giunte di centrosinistra. Preso dall’entusiasmo, Lepore si era lanciato in un mezzo proclama: «Sono migliaia i sindaci, anche di centrodestra così come di centrosinistra, che portano avanti le zone 30». E aveva anche battuto cassa perché «il Paese per fortuna è più avanti, ci sono tantissime esperienze positive: si tratta di continuare a lavorare assieme sulla sicurezza stradale che è una priorità, andare più piano significa salvare vite, l’abbiamo dimostrato. Ora si tratta di fare avere i fondi alle città».
Queste «migliaia di sindaci» ansiosi di copiare Lepore, da ieri devono sentirsi un po’ più soli. Il Tar emiliano ha annullato il Piano particolareggiato del traffico urbano e le ordinanze istitutive delle zone in cui il limite di velocità era stato portato a 30 chilometri orari, senza distinguere tra una strada e l’altra. Ovviamente, fermi restando gli ulteriori provvedimenti che l’amministrazione comunale intenderà adottare. Il Comune è caduto, come osserva il Tar, sulla genericità delle motivazioni e ha praticamente confessato nel suo ricorso la volontà di estendere il limite dei 30 orari a quasi tutta la città (oggi siamo al 70%), sostituendosi così al Codice della strada.
Si tratta di una battaglia portata avanti per mesi dai tassisti, che lamentavano un danno economico dovuto ai nuovi limiti di velocità e che secondo loro finiva per limitare, di fatto, il lavoro. E poi si era mobilitato anche il centrodestra bolognese, che aveva bollato come meramente «ideologica» l’estensione generalizzata dei nuovi limiti.
A metà luglio, per la giunta bolognese era arrivato un primo campanello d’allarme. Il Consiglio di Stato aveva annullato la sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, che aveva respinto il ricorso di due tassisti. Lepore aveva impartito lezioni: «Penso che chi fa l’avvocato, e mi riferisco quasi a tutti i consiglieri di centrodestra e parlamentari perché sono avvocati, dovrebbe conoscere meglio cosa significa il pronunciamento del Consiglio di Stato, cioè che si deve pronunciare il Tar». E poi aveva concluso: «Il Consiglio di Stato non ha dato ragione ai ricorrenti, quindi nel merito sarà il Tar a dire se ha hanno ragione o meno». Ieri è arrivato quel giorno e ovviamente le opposizioni esultano.
Galeazzo Bignami, capogruppo di Fdi alla Camera, ricorda che il ricorso-killer è stato promosso da Fratelli d’Italia, tramite il proprio europarlamentare Stefano Cavedagna, «anche a supporto di categorie colpite dal provvedimento». Per Bignami, il Tar «conferma l’illegittimità dell’azione del Comune che ha operato fuori dalle proprie competenze per meri scopi propagandistici», anche se dispiace che «ci siano voluti due anni per accogliere un ricorso che aveva una fondatezza evidente». Il fatto che l’anno scorso sia stato il primo anno di Bologna senza pedoni morti non toglie che la sicurezza possa essere garantita in altri modi, a cominciare dal fatto che su molte strade pericolose bisognerebbe far rispettare i limiti di velocità esistenti e regolare meglio la circolazione. E per questo Bignami conferma l’impegno del suo partito «ad affrontare il tema della sicurezza stradale anche in ambito urbano in piena collaborazione con le istituzioni interessate».
Anche Matteo Salvini accoglie con soddisfazione la sentenza dei giudici amministrativi. Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti ha ricordato che «il nuovo codice della strada approvato un anno fa dimostra la nostra attenzione alla sicurezza stradale, che però va fatta con buonsenso e non con provvedimenti ideologici che danneggiano i cittadini e tradiscono lo spirito delle Zone 30, pensate appositamente per proteggere alcune aree sensibili».
Fischiano le orecchie anche al sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, che stava pensando di imitare il compagno di partito. Da dieci giorni, nella capitale è stato introdotto il limite dei 30 orari in una serie di strade del centro storico.
Lepore, comunque, non intende mollare: «La sentenza del Tar pone questioni burocratiche sugli atti alle quali siamo pronti a rispondere [...]. La Città 30 andrà avanti».
Che cosa farà Volodymyr Zelensky quando finirà la guerra con la Russia e ci saranno libere elezioni in Ucraina? Niente. Probabilmente tornerà a vestire abiti civili e basta. È questo l’epilogo che suggerisce il risultato di un sondaggio ucraino reso noto ieri, dove il presidente in mimetica, nella fiducia popolare, viaggia intorno al 62%, sopravanzato da Valery Zaluzhny (72%) e Kyrylo Budanov (70%).
Entrambi i personaggi in vantaggio, almeno se si votasse oggi, sono espressione degli apparati militari e di sicurezza. Insomma, a quasi quattro anni dall’invasione russa, il popolo ucraino sembra chiedere politici con l’elmetto. Per davvero, visto che Zelensky è un ex attore comico prestato alla politica. La rilevazione è stata condotta dal Kiis (Kiev institute international of sociology), ente privato e indipendente specializzato in ricerche di mercato. Le domande che riguardano lo stato maggiore attuale hanno confermato che Zelensky (62%) è il più convincente dei suoi, visto che nella classifica della fiducia precede di molto Mykhailo Fedorov (38%), attuale ministro della Difesa ed ex vicepremier, e Serhiy Prytula (46%), un altro ex attore e volto noto della tv che ha messo su una grande organizzazione di sostegno economico alle forze armate. Il problema di Zelensky è che se si votasse oggi salirebbe sul podio, ma in terza posizione. Il sondaggio Kiis dà infatti in vantaggio Zaluzhny (72%) e Budanov (70%). I profili di entrambi aiutano a capire che cosa chiederebbero gli ucraini se potessero votare.
Zaluzhny, 52 anni, è l’ex comandante in capo delle Forze armate e oggi è ambasciatore in Gran Bretagna. Alle sue spalle spunta il generale Budanov, quarant’anni appena compiuti, ruolo di prima fila nell’esercito e nei servizi, medaglia d’oro al valor militare. Per la propaganda Russia, ovviamente, è solo un criminale di guerra.
Il direttore generale del Kiis, Anton Hrushetsky, commentando i risultati del sondaggio, ha spiegato che «la fiducia nei politici «vecchi» è bassa e c’è un’ovvia domanda di una una nuova generazione di leader, di «facce nuove» che si sono messe alla prova con profitto durante questa guerra su vasta scala». Certo, Zelensky ha solo 48 anni (li compie domenica prossima), ma appare usurato e i vari Zaluzhny, Budanov e Prytula sono giovani e sono visti come più energici.
In una situazione ancora di piena guerra, con le trattative di pace che non decollano e con i continui scandali finanziari che hanno indebolito il governo di Kiev, il presidente Zelensky appare dunque in difficoltà, specie se paragonato a dei generali.
Sempre ieri, l’agenzia Reuters ha intervistato Oleh Didenko, a capo della commissione centrale ucraina per le elezioni, che ha messo le mani avanti sull’enorme difficoltà che incontrerà ad organizzare il voto. Perché si svolgano le elezioni politiche in Ucraina, ha ricordato Didenko, saranno necessari il cessate il fuoco e condizioni di assoluta sicurezza. E tra i maggiori problemi ci sarà come far votare i milioni di cittadini che sono all’estero o al fronte, visto che sono state distrutte tante infrastrutture e molti registri elettorali non sono aggiornati. Non solo, ma l’alto funzionario ha ammesso che «non era facile votare prima della guerra, in Ucraina, e lo sarà ancor meno dopo, se non si risolvono velocemente questi problemi». Le ultime elezioni parlamentari e presidenziali sono state nel 2019, quando Zelensky ha vinto a mani basse. Il suo mandato di cinque anni sarebbe finito lo scorso anno e la sensazione è che più passa il tempo e più il suo carisma sia logorato.
C’è sempre il sesso nella guerra senza fine tra Elon Musk e Keir Starmer. Ieri il premier britannico ha segnato un punto a proprio favore costringendo il padrone di X a impegnarsi affinché il suo programma di intelligenza artificiale Grok non possa più spogliare le persone reali. In un primo momento, Musk aveva pensato bene di resistere, minimizzando, ma poi, di fronte alla minaccia concreta di vedersi spegnere i social nel Regno Unito, ha garantito il pieno rispetto della legge. Peccato che Starmer si sia dimenticato che esistono anche altre intelligenze artificiali e decine di bot su Telegram che possono costruire dei nudi con il volto di persone ignare.
A inizio anno, il giorno della Befana, Starmer aveva affrontato duramente l’inviso Mister Tesla con un avvertimento in piena regola: «Basta diffondere bugie e disinformazione contro di me e contro il partito laburista». Ce l’aveva con la campagna, in corso da giorni su X, nella quale si accusava il premier di aver insabbiato un vasto scandalo sessuale dieci anni prima, quando era procuratore generale. E in base a quelle accuse a scoppio ritardato, e nonostante le smentite di Starmer (che aveva fatto riaprire alcuni casi), Musk chiese le sue dimissioni. I colpevoli delle violenze sessuali, che sarebbero stati tollerati, erano di origine pachistana e secondo la destra inglese questo sarebbe successo perché l’ossessione per il politicamente corretto di Starmer (che in effetti, da premier, ha poi varato una serie di provvedimenti censori imbarazzanti per la tradizione giuridica britannica) avrebbe preso il sopravvento sulla gestione della giustizia. Il tutto per il timore che si scatenasse una reazione «razzista» contro i violentatori.
Ora, a una decina di giorni da questo violento scontro, con la scusa di Grok, i due hanno di nuovo incrociato le spade. I fatti sono semplici: nei giorni scorsi OfCom, l’autorità britannica delle telecomunicazioni, ha aperto un’indagine formale su X dopo una serie di segnalazioni sulla possibilità che Grok potesse generare immagini sessualizzate di donne e bambini (i cosiddetti deep nude o deepfake sessuali). Il premier laburista ha immediatamente definito la situazione «vergognosa» e «disgustosa» e ha aggiunto che chi viola la legge perde il diritto all’autoregolamentazione. Musk, dal canto suo, inizialmente ha provato a minimizzare la faccenda. Poi, ieri, ecco la marcia indietro. Il proprietario di X ha fatto sapere che Grok «si rifiuterà di produrre qualsiasi cosa illegale, poiché il principio operativo per Grok è obbedire alle leggi di qualsiasi paese o stato».
Lo scandalo esploso nel Regno Unito rischiava di allargarsi a macchia d’olio, anche perché Musk, che è tornato a muoversi ovunque in piena sintonia con Donald Trump, ormai è una figura decisamente polarizzante anche negli affari. E così, sempre su X, il padrone di Starlink ha aggiunto: «Abbiamo messo in atto misure tecnologiche per impedire al profilo Grok di consentire la modifica di immagini di persone reali con abiti rivelatori, come i bikini»,E ha garantito che «questa restrizione si applica a tutti gli utenti, compresi gli abbonati a pagamento». Una precisazione surreale.
Fine della storia, almeno fino al prossimo match Starmer-Musk. Ma il problema della nudification resta quasi intatto. Al momento esiste una quantità imprecisata di servizi simili, facilmente accessibili con una semplice ricerca online o come bot su Telegram, sia gratis che a pagamento. L’uso di questi servizi, in molte nazioni e anche in Italia, senza il consenso della persona è una violazione della privacy e della dignità personale. Molti di questi servizi sono nati come strumenti per creare immagini innocenti. L’ex procuratore Starmer avrà il suo bel da fare a inseguirli tutti.





