La paura fa la forza. E anche improvvise alleanze. Metti due degli uomini più potenti degli Stati Uniti, fino a ieri impegnati a combattersi a ogni livello, a tavola con cinque banchieri che tra tutti amministrano 7.200 miliardi di dollari, ed ecco per la prima volta rappresentata in modo plastico e concreto la forza dirompente dell’intelligenza artificiale.
Martedì scorso, a Washington, il segretario al Tesoro Usa, Scott Bessent, e il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, hanno convocato i grandi capi di Citigroup, Morgan Stanley, Bank of America Wells Fargo e Goldman Sachs per metterli in guardia da Claude Mythos, la nuova famiglia di sistemi di IA di Anthropic, il colosso dell’italo-californiano Dario Amodei. Più che altro, l’insolita coppia Powell-Bessent ha provato a spaventare i principali banchieri statunitensi, visto che con Claude è anche possibile individuare i punti deboli dei sistemi informatici che fanno girare tutti quei miliardi. Miliardi, che sono anche investiti nelle principali società quotate a Milano.
Bessent, in pieno accordo con il presidente Donald Trump, preme da mesi su Powell perché abbassi i tassi d’interesse e partecipi al nuovo «miracolo americano», fatto di dollaro ai minimi ed esportazioni record di petrolio. Il banchiere centrale, uomo ruvido e membro dell’establishment finanziario al cento per cento, invece va per la sua strada. Lo scontro non è neppure tanto sotterraneo, anche se il mese prossimo scadrà il secondo mandato da presidente di Powell, che tuttavia può restare fino al 2028 come consigliere «semplice». In ogni caso, come se stesse per scoppiare un’altra guerra, ministro del Tesoro e capo della Fed hanno convocato nella capitale Jane Fraser di Citigroup, Ted Pick di Morgan Stanley, Brian Moynihan di Bank of America, Charlie Scharf di Wells Fargo e David Solomon di Goldman Sachs. Un sesto banchiere, Jamie Dimon di JP Morgan, non ha potuto partecipare. Avrebbe aggiunto altri 3.750 miliardi di asset alla già enorme somma di cui sopra, sfondando il muro dei 10.000 miliardi di dollari (due volte il pil della Germania). I cinque uomini d’oro si sono visti la sera prima della riunione con il governo ed è probabile che si siano scervellati sulle sue ragioni. Forse, come tutti i banchieri, avranno temuto nuove tasse o altre fregature in arrivo. E invece no, come hanno raccontato per primo Financial Times e Bloomberg, sono stati «messi in guardia».
Bessent e Powell hanno spiegato ai banchieri che Claude richiede di alzare il livello di precauzione e difesa dei loro sistemi informatici. Il più accorato sarebbe stato il ministro del Tesoro, per il quale l’IA del gruppo entrato in contrasto con il Pentagono ha una preoccupante capacità di rilevare vulnerabilità nella sicurezza informatica.
Inutile dire che l’interlocuzione tra Tesoro, Fed e banche sistemiche è del tutto normale, ma le modalità e i tempi del summit dedicato ad Anthropic non sono normali e fanno pensare che contro la società dei fratelli Amodei sia nata una Santa Alleanza, formata da Bessent e Powell, ma forse anche dalle stesse banche convocate. E si intravede sullo sfondo una possibile azione sui big dell’industria.
Anthropic è in causa con il governo federale e mesi fa ha rotto ogni collaborazione raccontando urbi et orbi che il Pentagono le avrebbe chiesto specifiche di prodotto «eticamente incompatibili» con il proprio modello di business. In soldoni, il coriaceo Amodei, californiano di nascita ma di padre toscano, ha fatto capire che la Difesa Usa tentava di usare la sua IA in modo poco democratico. La levata di scudi ha sicuramente pagato e tre giorni fa Anthropic ha comunicato di aver raggiunto i 30 miliardi di dollari di fatturato annualizzato, un valore che è triplicato in soli 12 mesi. I grandi clienti di Claude sono oltre un migliaio e tra questi ci sono nomi come Google, Broadcom, Apple, Microsoft e Nvidia. Specialmente i giganti del software, che hanno perso in Borsa molto terreno rispetto a OpenAI/GhatGPT, non possono rischiare di restare tagliati fuori da questa partita. Anche una banca convocata al summit di martedì, Jp Morgan, ha avviato una sperimentazione con Anthropic, e per combinazione è proprio quella che non ha poi potuto partecipare.
Il gruppo di Dario Amodei, che per altro viene da anni di lavoro in OpenAi, è consapevole che il suo ultimo prodotto apre tante porte, non tutte opportune in termini di cybersicurezza. Durante i primi colloqui avuti con gli ingegneri del governo, Anthropic ha avvertito che Claude «ha raggiunto un livello di capacità di programmazione tale da poter superare tutti, tranne gli esseri umani più esperti, nell’individuazione e nello sfruttamento delle vulnerabilità del software». E quindi ha optato per un lancio limitato a poche grandi aziende, anche per testare sul terreno possibili rischi. Amodei, però, nei giorni scorsi ha ribadito che se la sua IA si presta ovviamente anche a usi scorretti, «ma se usata bene, ci offre la possibilità concreta di avere un internet e un mondo più sicuri». A novembre era stato lo stesso Amodei ad ammettere che un gruppo cinese aveva usato Claude per fare un attacco informatico contro obiettivi governativi Usa.
Oltre agli aspetti di sicurezza informatica, sul tavolo della Santa Alleanza delineata a Washington resta il problema dell’uso quotidiano dell’IA nelle procedure aziendali, con tutti gli effetti che questa può avere in termini di posti di lavoro e competitività. Nelle prossime settimane si vedrà se questa Santa Alleanza allargata ai banchieri sarà soltanto difensiva.
La Babele europea non si smentisce neppure nelle ore decisive del conflitto con l’Iran. La tregua è stata trovata grazie a ben altri canali, a cominciare dal Pakistan, ma nel giorno degli annunci da Bruxelles parte la solita corsa a far finta di contare qualcosa.
E il quadro non è meno desolante sulle varie missioni possibili per mettere in sicurezza lo Stretto di Hormuz: Emmanuel Macron sostiene che comanderà una forza internazionale e coglie di sorpresa la Gran Bretagna; l’Ue poi mette insieme otto Stati membri, tra cui l’Italia, e il Canada e infine c’è sempre in pista l’Onu, non meno ansiosa di Bruxelles di trovare un qualche ruolo.
Kaja Kallas, Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione, già da qualche giorno, aveva preparato una missione in Arabia Saudita. «È nella regione per l’attivazione dei nostri strumenti», dice un portavoce con fare misterioso, nel tentativo di accreditare un qualche ruolo di Bruxelles nella tregua. Certo, i canali diplomatici esistono e ovviamente non vanno sventolati, ma quando la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ringrazia il Pakistan per la sua opera di mediazione, non è facile far finta di nulla e non pensare che ancora una volta l’Ue non è stata capace di mettersi con autorevolezza tra Usa, Israele e Iran. Del resto, forse qualche attacco verbale in meno contro Teheran, da parte dei big di Bruxelles, avrebbe lasciato qualche spazio di manovra in più.
Tre settimane fa, la stessa Kallas aveva sbandierato il proprio impegno per un possibile intervento dell’Onu. «Ho parlato con il segretario generale, Antonio Guterres, per capire se è possibile un’iniziativa a Hormuz come quella sul Mar Nero per il grano dell’Ucraina», aveva raccontato. Il riferimento era anche al mandato dell’operazione Aspides, lo scudo europeo sulle rotte del Mar Rosso, nato a febbraio 2024 dopo i continui attacchi dei ribelli houthi contro il traffico commerciale. L’Italia si era detta disponibile, come lo è anche oggi. Solo che nel giorno della tregua sembra nuovamente che i leader europei facciano a gara a sgomitare.
Il primo della lista, ovviamente, è Macron. Appena scopre che nell’accordo di cessate il fuoco concordato da Iran e Usa c’è la riapertura dello Stretto di Hormuz, annuncia alle tv francesi che «una quindicina di Paesi sono oggi mobilitati e partecipano alla pianificazione sotto la guida della Francia» per «agevolare la ripresa» della circolazione delle navi. Non fa l’elenco dei Paesi satelliti, ma basta quel «sotto la guida della Francia» per farsi un’idea della sortita. Per altro, nei giorni scorsi, a proporre una missione del genere era stato Keir Starmer. Qualche ora e arriva una nuova versione dei Nuovi volenterosi dello Stretto. Le agenzie di stampa diffondono una nota ufficiale congiunta in cui si legge: «I nostri governi contribuiranno a garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz». Seguono le rassicurazioni e le firme di Giorgia Meloni, dello stesso Macron, del cancelliere tedesco, Friedrich Merz, di Starmer, del premier canadese, Mark Carney, della premier danese, Mette Frederiksen, del collega olandese, Rob Jetten, dello spagnolo Pedro Sánchez, e i vertici dell’Ue, ovvero la presidente Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa. Comanderà comunque Macron? Lo scopriremo più avanti. Intanto è impossibile non ricordare che fino a ieri la Germania faceva sapere di essere impegnata a trovare canali riservati per la tregua. E lo stesso Merz, tre settimane fa, mostrò i denti a Donald Trump: «Questa guerra non è voluta, non partecipiamo a missioni per Hormuz».
Già, ma poi c’è anche l’Onu, che sempre ieri ha dichiarato di essere al lavoro su un meccanismo per garantire il transito sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz e di essersi già mosso con tutte le parti interessate, a cominciare da Teheran. Insomma, tra Onu e Ue, non si sa chi ha contato di meno, ma oggi sono tutti in movimento e agitano le bandierine.
Serve una legge nazionale sul fine vita e il Parlamento dovrebbe anche darsi una mossa. Il presidente della Corte costituzionale, Giovanni Amoroso, torna a premere sulle Camere perché adottino una legge sul suicidio assistito. Un testo base c’è e l’ha preparato la maggioranza di centrodestra, ma le opposizioni l’hanno bloccato perché lo giudicano troppo restrittivo. Ieri il giurista salernitano, magistrato di Cassazione da sempre molto attento a custodire le convinzioni personali, è entrato su un terreno minato, in occasione della relazione annuale della Consulta. «Sul fine vita», ha detto, «la Corte è stata chiamata più volte a decidere, dopo l’iniziale sentenza n. 242/2019 in cui furono posti i presupposti sostanziali e processuali» di alcune sentenze. E «in ogni sentenza c’era il monito al Legislatore».
Il presidente della Corte ha quindi sottolineato che «è ancora inascoltato il monito per introdurre una normativa nazionale di regolamentazione del suicidio medicalmente assistito». In effetti la legge è ferma da luglio in Commissione al Senato, dopo l’approvazione del testo base, molto contestato dalle opposizioni.
Ormai le cosiddette «ordinanze Cappato» (dal nome del primo caso, quello di Dj Fabo, patrocinato da Marco Cappato), che rinviano la trattazione nel merito della questione, sono delle specie di escamotage con i quali, parole del presidente Amoroso, «la Corte rileva un vizio di illegittimità costituzionale, ma non lo dichiara immediatamente: si astiene dal pronunciare una sentenza per dar tempo al legislatore di porre rimedio». Siamo quasi al conflitto tra poteri dello Stato, anche se ovviamente la Consulta si ferma sulla soglia della propria competenza e ricorre, come ha fatto ieri il suo presidente, a una forma di moral suasion pubblica.
Particolare curioso, questo pressing si applica anche ad altri campi, almeno a vedere le ultime sentenze, come il licenziamento illegittimo dei lavoratori nelle piccole imprese in base al Jobs Act. Quattro anni fa la Consulta aveva segnalato che c’erano «criticità» nei limiti al risarcimento del lavoratore licenziato. Il legislatore non si è mosso e l’anno scorso la Corte è tornata sulla questione dichiarando l’illegittimità della norma contestata. Insomma, occhio a ignorare i moniti della Consulta.
Amoroso ha lanciato messaggi importanti anche sul diritto penale e sui principi costituzionali. «Con riferimento alle leggi di revisione della Costituzione e in particolare all’inserimento in Costituzione del principio del giusto processo e della tutela dell’ambiente», ha spiegato, «la Corte […] ha ribadito l’esistenza di principi “fondamentali” o “supremi” della nostra Costituzione, che non possono essere sovvertiti o modificati nel loro contenuto essenziale neppure da leggi di revisione costituzionale o da altre leggi costituzionali». Il riferimento è alla prima parte della Carta, ovvero i 12 articoli che molti giuristi ritengono immodificabili anche se immodificabile, almeno espressamente, sarebbe solo la forma repubblicana. Il presidente della Consulta ha poi parlato del decreto Caivano, adottato nel 2023 per contrastare il fenomeno della dispersione scolastica, responsabilizzando di più i genitori. «L’irretroattività della legge penale rappresenta un preciso vincolo costituzionale», ha ricordato Amoroso, ma «con riferimento alla nuova disciplina della sospensione del processo con messa alla prova del minore, la Corte ha ritenuto che essa incide direttamente sulla disciplina sostanziale, introducendo un contenuto deteriore rispetto a quella previgente, e pertanto non può essere applicata ai fatti commessi anteriormente al 15 novembre 2023, data di entrata in vigore della nuova norma».





