La Germania ha ricominciato a rimpatriare criminali in Afghanistan. Dopo gli 81 pregiudicati rimandati a Kabul a metà luglio, ieri ne sono stati spediti altri 25 in aereo direttamente dal carcere, con un volo partito da Lipsia nel cuore della notte. Allo stesso tempo, Berlino continua a trattare con la Siria per svuotare le proprie prigioni dagli immigrati che si sono macchiati di reati, in gran parte violenze e crimini sessuali. Un qualche risultato già si vede come percezione da parte di chi vuole andare nella Repubblica guidata dal cancelliere Friedrich Merz: da fine marzo la Germania non è più la prima destinazione d’asilo d’Europa, grazie al netto calo delle richieste da Ucraina e Siria.
Non hanno sbandierato gli ultimi rimpatri, da Berlino. Il settimanale Spiegel ha scovato la notizia e ieri l’ha data: un volo charter è decollato dopo mezzanotte di lunedì da Lipsia, con a bordo 25 afghani con precedenti penali, trasferiti all’aeroporto direttamente dal carcere. L’aereo ha fatto scalo in Turchia, a Trebisonda, per poi dirigersi a Kabul. I «remigrati» si erano macchiati di vari reati, tra cui furto, ricettazione, traffico di droga, stupro di gruppo, omicidio colposo, sequestro di persona, rapimento a scopo d’estorsione e crimini «a sfondo politico». Su quest’ultimo reato non sono state diffuse precisazioni. Secondo il settimanale tedesco, questo trasferimento è stato trattato in modo riservato tra le autorità tedesche e il governo dei talebani. A febbraio, c’erano stati altri 20 pregiudicati rimandati in Afghanistan. Ma l’espulsione maggiore è stata quella dello scorso luglio, quando furono imbarcati su un aereo per Kabul 81 persone, tutte pregiudicate, a seguito di una trattativa che aveva visto la mediazione del Qatar, visto che formalmente non ci sono rapporti diplomatici ufficiali con l’Afghanistan.
Anche se si tratta di soggetti che si sono macchiati di reati, le Nazioni unite e molte Ong non vedono di buon occhio questi accordi bilaterali, sia con l’Afghanistan sia con la Siria. E anche l’Ue sta andando a rilento sulla faccenda, nonostante le pressioni di molti Stati membri, con la scusa che a Kabul e a Damasco i diritti umani sono spesso violati e i detenuti rischiano torture e gravi privazioni.
Lo scorso 21 ottobre c’è stato un episodio clamoroso. Dieci Paesi europei, tra cui Germania, Italia, Svezia, Paesi Bassi e Polonia, hanno scritto una lettera a Bruxelles affermando che «l’Ue deve dare una risposta decisa e coordinata per riprendere il controllo sulla migrazione e sulla sicurezza». E hanno indicato l’espulsione degli afghani «senza diritto di residenza» tra i compiti che si deve assumere l’Ue. Secondo quel documento, a fine ottobre c’erano circa 22.870 afghani nell’Ue, che avevano ricevuto una decisione di rimpatrio nel 2024. Ma solo 435 persone sono effettivamente tornate nel loro Paese d’origine.
La Germania, stufa di aspettare, si sta muovendo da sola e batte i propri canali diplomatici. Lo sta facendo anche con i siriani, considerato che a Damasco non c’è più Assad, ma un regime ben visto dall’Europa, anche se guidato da un ex terrorista islamico abilmente ripulito come Ahmad al Shara. Tecnicamente, per l’Ue l’Afghanistan e la Siria sono Paesi d’origine «non sicuri». Il governo dei talebani non è riconosciuto a livello internazionale e non ci sono basi giuridiche per le espulsioni congiunte dell’Ue. Neppure in caso di delinquenti conclamati. Servono quindi un nuovo accordo sui rimpatri, o una modifica della direttiva sul tema, che richiedono l’approvazione dell’Europarlamento e del Consiglio Ue. Chi si muove in autonomia, come Berlino, deve comunque rispettare le norme europee e la Cedu. E poi ci sono i tribunali nazionali, che possono bloccare le cosiddette deportazioni nel caso ravvisino minacce alla vita, all’integrità fisica o alla libertà.
Al di là della prudenza dell’Unione, grazie alla decisione con la quale la Germania sta battendo la sua strada con afghani e siriani (si sta sempre parlando di pregiudicati), anche l’Italia risulta meno sola. O meglio, criticato in patria per l’accordo con l’Albania, il governo Meloni in realtà non è poi tanto solo sull’immigrazione, almeno nell’Europa che conta. Un altro esempio arriva dal Regno Unito, guidato dai laburisti, che la scorsa settimana ha firmato un nuovo accordo con la Francia per collaborare nel fermare i clandestini che vogliono attraversare la Manica. Il tutto con la previsione di robusti incentivi economici a favore della polizia francese, da parte del governo di Keir Starmer. Si tratta di un bagno di realtà, di una presa d’atto (quasi tardiva) che il problema dell’immigrazione clandestina non era solo di chi ha tanti chilometri di coste a Sud. E il motivo è che, con le destre in vantaggio nei sondaggi sia in Regno Unito che in Francia, nessun governante vuole andare a casa per colpa dell’immigrazione fuori controllo. Neppure se vuol fare il progressista.
E proprio ieri, l’Ufficio federale per la migrazione e i rifugiati di Berlino ha reso noto che la Germania non è più la prima destinazione d’asilo d’Europa. Nel primo trimestre, le domande sono calate del 23% rispetto al medesimo periodo del 2025 e per la prima volta la Germania perde il primo posto per scendere al quarto, subito dietro all’Italia. Attenzione, però, perché Germania, Italia, Spagna e Francia continuano a rappresentare complessivamente il 75% di tutte le prime domande d’asilo del Continente. A lungo negata, anche sull’immigrazione clandestina c’è una legge della domanda e dell’offerta. Dove i messaggi che un singolo governo manda, come quello di Berlino, contano parecchio.
Siccome per la sinistra il cittadino è scemo e il consumatore lo è ancora di più, a Genova hanno scoperto come risolvere il problema del riscaldamento globale: vietando le pubblicità delle fonti fossili negli spazi pubblici.
E anche dei «prodotti ad alta impronta di carbonio», qualunque cosa voglia dire (auguri per la stesura delle relative ordinanze). La pensata è stata di Avs, ma la maggioranza che sostiene il sindaco Silvia Salis l’ha adottata con gioia giovedì pomeriggio, approvando una mozione ad hoc.
È ancora presto per capire se saranno vietati solo i manifesti che pubblicizzano una data catena di pompe di benzina, oppure se la mannaia gretina si abbatterà anche su caldaie, condizionatori d’aria, automobili diesel. La mozione presentata da Alleanza Verdi Sinistra chiede di introdurre restrizioni alla pubblicità legata alle fonti fossili, con particolare attenzione alle aree connesse al trasporto pubblico locale come le fermate degli autobus, della metropolitana e gli impianti pubblicitari collegati alla mobilità urbana.
La mozione impegna la Salis e la giunta a valutare «misure concrete» per limitare «la promozione di prodotti ad alta impronta di carbonio» negli spazi pubblici, con l’obiettivo dichiarato di rendere più coerenti le politiche cittadine con la dichiarazione di emergenza climatica già approvata negli anni scorsi. Certo, l’emergenza climatica di Genova farebbe più pensare a interventi seri sul patrimonio edilizio costruito sui greti dei torrenti e a una valutazione più «consapevole», come direbbero gli ambientalisti, dell’elevato indice di consumo del territorio del capoluogo ligure, ma non sono cose che si possono chiedere a una turborenziana come la Salis, in rampa di lancio verso la leadership nazionale del centrosinistra. Molto più semplice imbracciare la consueta artiglieria «cancel» vietando tutto il vietabile, parole comprese; immaginare che i cittadini siano un branco di beoti che fa e compra tutto quello che dice la pubblicità; far finta di ignorare che se si vuole spingere un consumo ci sono mille sistemi per farlo, sui media e sui social, come insegna il gioco d’azzardo. Stupisce, poi, che un partito come Avs, dove l’impronta post-marxista e/o libertaria dovrebbe essere ancora forte, si metta a vietare cartelloni, anziché condurre le proprie battaglie attraverso il libero appello al boicottaggio delle filiere economiche che giudica «sbagliate».
Ciò detto, la primogenitura della mozione genovese spetta ad Antonio Guterres, segretario generale dell’Onu, che a febbraio del 2024 ha chiesto formalmente alle varie nazioni di vietare la pubblicità dei combustibili fossili e di invitare le società di pubbliche relazioni e di lobbying a interrompere qualsiasi legame con i loro clienti nel campo di carbone, petrolio e affini.
In Europa, si sono mosse per prime alcune città come l’Aia, Stoccolma e Amsterdam, che hanno introdotto limitazioni alle pubblicità che andrebbero contro agli obiettivi della riduzione del riscaldamento globale. Ad Amsterdam hanno anche vietato di pubblicizzare la carne, quindi con questa logica è possibile che prima o poi arrivi anche il divieto per le pubblicità dei dolci. Sarebbe divertente vedere la Salis vietare i manifesti dei biscotti del Lagaccio o del panettone genovese. In ogni caso, al momento la primogenitura italiana spetta a Firenze, dove due mesi fa il Consiglio comunale ha approvato una mozione per la messa al bando della pubblicità legata al fossile e le ha appiccicato anche un bel nome come «#BanFossilAds», campagna destinata a tutta la nazione. Lo schema fiorentino prevede restrizioni e divieti per pubblicità di vari prodotti, tra cui sono stati citati i Suv e le auto di grandi dimensioni, le compagnie aeree, le navi da crociera, i prodotti petroliferi. Chissà come saranno le versioni finali delle ordinanze, ma per due città turistiche come Firenze e Genova sarebbe curioso assistere a una crociata comunale contro grandi navi e aerei.
A Genova, comunque, Avs è piuttosto chiara nelle sue intenzioni. Il capogruppo in Comune, Francesca Ghio, ha spiegato questa sorta di imperativo morale alla rieducazione: «Non possiamo continuare a dichiarare l’emergenza climatica e contemporaneamente consentire che lo spazio pubblico venga occupato dalla promozione di prodotti ad alta impronta di carbonio. È una contraddizione evidente e un messaggio sbagliato alla cittadinanza». Di tutt’altra opinione il centrodestra, che parla di follia green. Il gruppo Fdi in consiglio protesta: «Crediamo ci voglia un mix tra consapevolezza, responsabilità, sviluppo e tutela del territorio e questa proposta non coniuga nessuna di queste qualità. All’ideologia e alla volontà di accettare una sola versione della storia ritenuta valida della coalizione progressista rispondiamo riprendendo le parole del premier Meloni: “Non esiste un ecologista più convinto di un conservatore». Lapidario Pietro Piciocchi, sconfitto dalla Salis: provvedimento «ideologico e scollegato dalla realtà economica e geopolitica attuale».
Ci sono immagini che valgono più di cento dibattiti televisivi. Ieri la Reuters ha diffuso le fotografie della firma di un accordo bilaterale sulla lotta all’immigrazione illegale, scattate in un centro della polizia francese vicino a Dunkerque.
Si vedono il ministro degli Interni di casa, Laurent Nuñez, un ufficiale della marina francese e una sorridente signora asiatica, Shabana Mahmood, avvocato e figlia di pakistani, ministro degli interni di Sua Maestà, primo dirigente donna musulmano del partito laburista. La signora Mahmood ha appena firmato un nuovo accordo triennale in base al quale il Regno Unito finanzierà la Francia perché eviti al massimo l’attraversamento della Manica da parte dei clandestini e dei mercanti di esseri umani. Insomma, dare tanti soldi in cambio di un aiuto nel contrasto all’immigrazione illegale si può e non è considerato una mancanza di umanità. E stiamo parlando di due delle più antiche democrazie d’Europa.
L’accordo siglato ieri ha una durata di tre anni e prevede nel complesso fondi alla Francia fino a 760 milioni di euro per bloccare barche e barchini diretti in Inghilterra. Un fenomeno che nel 2025 ha visto circa 41.000 persone tentare con successo la traversata, andando a equiparare il record del 2022. I tre quarti dei finanziamenti andranno a rafforzare l’attività di polizia sulla costa francese, con 1.100 uomini in più tra personale militare e di intelligence. Il resto andrà nella sperimentazione di nuovi sistemi per bloccare il traffico illegale di esseri umani e il pagamento sarà legato ai risultati effettivamente ottenuti dalle autorità francesi. Nel nuovo accordo bilaterale sono compresi anche due elicotteri, un numero imprecisato di droni e un nuovo sistema di sorveglianza con le telecamere. La Francia si è impegnata ad aumentare di oltre la metà il numero di agenti lungo la costa, in modo da raggiungere quota 1.400 uomini entro il 2029
Quello firmato ieri, sostituisce l’accordo triennale appena scaduto e aggiunge anche un po’ di soldi. Del resto, il premier Starmer aveva detto che in due anni, da quando è al governo, questo patto di collaborazione con Parigi ha permesso di bloccare 41.000 persone. E ieri ha aggiunto: «Questo accordo storico ci permette di fare di più: intensificare l’intelligence, la sorveglianza e la presenza sul campo per proteggere i confini britannici». Già, perché né in Inghilterra né in Francia, anche a sinistra, «proteggere i confini» non è una bestemmia, ma un obbligo di chi guida lo Stato. Starmer, ovviamente, tiene anche d’occhio i sondaggi e sa che Nigel Farage, con il suo Reform Uk, sta oltre dieci punti sopra il Labour, ultimamente superato anche dai Verdi.
La più soddisfatta e fiduciosa, comunque, è la signora Mahmood, promossa alla guida degli Interni dopo che da sottosegretario alla Giustizia aveva gestito con successo un piano di scarcerazioni mirate per ridurre il sovraffollamento negli istituti di reclusione. «Questo accordo storico impedirà ai migranti illegali di intraprendere il pericoloso viaggio e metterà in prigione i trafficanti di esseri umani», ha riassunto il ministro.
Non che in passato siano state tutte rose e fiori, anzi. Il Regno Unito ha accusato la Francia di fare troppo poco per impedire ai migranti, anche economici, di partire dalle coste francesi. Ed è per questo che Starmer ha insistito sul fatto che si sarebbe impegnato per il rinnovo del trattato di Sandhurst (firmato nel 2018, poi prorogato nel 2023), ma solo a patto di poter fissare sulla carta le condizioni d’incasso dei fondi inglesi da parte del governo francese.
Come ricordava ieri il Guardian, il nuovo accordo non potrà esimere il governo inglese dal vigilare in qualche maniera sui modi a volte un po’ spicci usati dalla polizia francese. Sile Reynoulds, uno dei leader dei volontari di Freedom from torture, ha detto al quotidiano britannico che «adesso pagheremo per le bastonate dei gendarmi francesi, distribuite indiscriminatamente a uomini, donne e bambini sulle spiagge del Nord della Francia», quando queste persone «commettono il solo crimine di cercare salvezza». E c’è anche un’inchiesta in corso dell’Onu su eventuali usi eccessivi della forza.
Al di là delle possibili violenze, però, resta il principio che due Stati devono essere perfettamente liberi di negoziare tra loro su questioni che riguardano la propria sicurezza. E che chi è oggetto della tratta illegale di uomini non è solo una persona che «cerca salvezza», ma si va a cacciare in un sistema criminale che, come i sequestri di persona, finché «paga» non verrà mai debellato. Poi, certo, fa sorridere che in questi giorni una norma magari infelice, come quella che prevedeva incentivi agli avvocati per le «remigrazioni», abbia scatenato un gran dibattito in Italia. E poi una solida democrazia come quella britannica stanzia un bel mucchio di milioni per tenere lontani i clandestini e nessuno ha nulla da eccepire.





