Ci sono molti modi con i quali un leader può schiantarsi. Il primo, il più glorioso, è combattere con forze inferiori una battaglia giusta. Il secondo è sbagliare la tattica e la valutazione delle forze in campo. Poi c’è la sconfitta che nasce dai consigli errati dei propri collaboratori. Ma la vera disfatta è quella che matura per aver dato ascolto ai consigli degli avversari. E l’ultimo scenario è esattamente quello che rischierebbe di verificarsi se Giorgia Meloni, in un momento di follia, ascoltasse l’astuta dritta che le stanno dando i «giornaloni» sul generale Roberto Vannacci, ovvero prenderlo di petto e scatenare un duello rusticano, per poi spostarsi al centro. E poi chissà, non lo dicono, ma il sogno è sempre che il capo di Fratelli d’Italia aderisca al Ppe.
Ieri, l’editoriale principale del Corriere della Sera era affidato a Ernesto Galli della Loggia, che è partito costruendo da zero un avvincente giallo, chiedendosi se non ci sia una «sorta di storia segreta del governo». L’idea gli è venuta riflettendo «sull’irruzione sulla scena del generale Vannacci con i tempi e i modi della sua ascesa folgorante, con i sondaggi sempre più lusinghieri che l’accompagnano. E dunque con il carattere oggettivamente destabilizzante nei confronti del governo». Il politologo si chiede se Vannacci sia pronto, di qui alle elezioni, ad altre mosse per creare scompiglio nel quadro politico e intanto butta lì che è molto vicino alla Russia di Vladimir Putin e che la Meloni non è più così vicina all’Ucraina. Non lo sfiora l’ipotesi che siano passati quattro anni e che la guerra sia da tempo a un punto morto. In ogni caso, Galli della Loggia consiglia alla Meloni «una battaglia a viso aperto contro Vannacci che però non lo mistifichi bensì lo consideri per quello che è. Dunque una battaglia contro una destra reazionaria e fascistoide, legata all’autocrazia putiniana - definita per quello che è - da parte, invece, di una destra europea, europeista, conservatrice nei valori ma liberale per quanto riguarda i diritti». E il dividendo politico di questa mossa? Sarebbe «l’apertura verso il centro».
Sempre ieri, sulla Stampa di Torino, Veronica De Romanis sostiene che «per provare a ridimensionare l’avanzata del generale Vannaci, un’arma ci sarebbe e la possiede Giorgia Meloni». Governare bene e ignorarlo? Ma no, troppo intuitivo. Per l’economista il premier è stato bravo in economia perché «non ha mantenuto le promesse elettorali» e ha scelto il rigore. E quindi, davanti ai progetti del generale, dovrebbe «rivolgersi ai suoi potenziali elettori, smascherandolo con il racconto della verità». Anche qui, scontro frontale con Vannacci e medaglietta guadagnata con i mercati e l’establishment.
Meno strutturata, la strategia consigliata alla Meloni da Massimo Gramellini. Il notista del Corriere, già due settimane fa, intervenendo su La7 a DiMartedì, aveva sostenuto che il premier potrebbe spostarsi a destra, inseguendo i voti di Vannacci, oppure «sfruttare la sua stessa esistenza» per ritagliarsi un profilo più moderato, «alla Angela Merkel». Mentre venerdì scorso, nella sua rubrica quotidiana sul Corriere, dopo aver visto l’esibizione di Vannacci da Lilli Gruber, ammetteva che il capo di Futuro nazionale «non è un troglodita». Insomma, il consiglio è sempre quello di affrontarlo e di trattare.
Tutti questi consigli arrivano oggettivamente da mezzi d’informazione per nulla contenti della maggioranza di centrodestra. E la pubblicazione della foto di ieri, con i quattro leader del Campo largo sorridenti in quella specie di enoteca, li ha probabilmente fatti sognare su un possibile cambio di regime. Ci sta tutto, ma ricordare lo schieramento politico dei giornali dai quali arrivano le istruzioni alla destra per maneggiare Vannacci è doveroso.
Nel merito, come ha scritto il direttore della Verità Maurizio Belpietro, il centrodestra non può non tener conto del fatto che alcuni temi sollevati dal generale, a cominciare dalla difesa della famiglia e dei confini nazionali, sono in tutto e per tutto del centrodestra. Ben prima che il generale si candidasse. Quindi non si capisce perché la Meloni dovrebbe andare a cacciarsi in un duello rusticano con Vannacci, per poi spingersi al centro e stare lì, buona buona, a farsi dettare l’agenda da Mario Draghi e Ursula von der Leyen. L’ex parà cavalca dei temi, dalla sicurezza all’immigrazione clandestina, dalla famiglia all’Ue, che sono quelli sui quali il centrosinistra ha già perso nel 2022. Se c’è una logica, le campagne di Vannacci sono un problema per i Quattro della cantinetta.
Quando si tratta di Intesa Sanpaolo o di Benetton e Autostrade, il Pd non riesce mai a trattenersi. E così, dopo un ventennio di coscienza diversamente pulita sul Monte dei Paschi di Siena, la banca dei compagni per eccellenza, il giorno dopo la mossa di Carlo Messina arriva Enrico Letta e benedice urbi et orbi i piani di Intesa su Mps, Mediobanca e Generali.
L’ex premier ed ex segretario del Pd plaude all’offerta pubblica di scambio e osserva che «la dimensione è fondamentale» e che anche in Europa «bisogna fare scala».
C’era una volta il centrosinistra invaghito delle regole antitrust di Guido Rossi, dei territori e dei distretti cari a Romano Prodi. Oggi si sale sul carro dei vincitori e delle concentrazioni bancarie, dopo aver lasciato che fossero altri a salvare e rivitalizzare Mps e dopo aver guardato dall’alto in basso la stagione dei Caltagirone e dei Del Vecchio, che oggettivamente hanno fatto schizzare al rialzo i valori non solo di Mps, ma anche di Mediobanca e delle stesse Generali.
A margine di una riunione a Bruxelles, Letta, oggi presidente dell’Istituto Jacques Delors, ha affermato che «la dimensione è fondamentale, bisogna salire di livello e mi fa piacere vedere che l’Italia è protagonista, che le due più grandi banche italiane sono entrambe protagoniste nella direzione di una crescita dimensionale». Il riferimento, oltre a Intesa Sanpaolo, è per Unicredit, impegnata in una scalata a Commerzbank che la politica tedesca al momento ostacola. Poi ha aggiunto che secondo lui «il mondo economico si è accorto di questo cambio di fase, sta capendo che si entra in una fase di rimescolamento complessivo, si aprono nuove opportunità. Io leggo anche in questa chiave quello che sta succedendo in Italia in queste ore». E ha chiuso con un inno al «big change» che lui vede da due anni e che va nella direzione di sempre nuove aggregazioni per «salire di livello».
Due anni? Il risiko bancario italiano si muove incessantemente da una decina di anni e negli ultimi cinque ha ruotato intorno al salvataggio pubblico di Mps e al fatto che qualcuno si era reso conto che con il 13% in mano a Mediobanca si poteva comandare sulle Generali. Nel giro di cinque anni, il titolo Generali è passato da 17 a 41 euro; Mediobanca è salita da 10 a 25,2 euro, Unipol da 4,5 a 22,9 euro e Bper da 2 a 12,7 euro. Fusioni e scalate, compresa quella per il famoso concerto che è costata un avviso di garanzia a Francesco Gaetano Caltagirone, Francesco Milleri, amministratore delegato di Delfin, e Luigi Lovaglio di Mps, hanno letteralmente fatto schizzare gli scambi a Piazza Affari.
Per Mps, il calcolo del valore delle azioni non è immediato perché in 12 anni di risanamento e salvataggio finale non si contano le ricapitalizzazioni. Lo Stato ha messo oltre 8,5 miliardi arrivando fino al 64% della banca. Per salvarla, praticamente, nacque il governo di Paolo Gentiloni e il Pd ha fatto di tutto perché Siena fosse (s)venduta a Unicredit, alla cui presidenza casualmente era planato Pier Carlo Padoan, direttamente da via XX Settembre. Poi c’è stata l’era Lovaglio, compreso lo scontro finale con Caltagirone e la separazione di fatto con gli eredi Del Vecchio, con la conquista di Piazzetta Cuccia. Ma se oggi Mps è un bel boccone per Intesa e Unipol è anche per la pazienza del Tesoro, per i soldi messi dai contribuenti e per l’interesse che un pugno di grandi imprenditori privati ha suscitato su Rocca Salimbeni.
Dopo tutto questo, arriva bello bello da Bruxelles Enrico Letta e ci mette il cappello, facendo anche capire che era ora, che ci siamo dati una sveglia, finalmente. Eppure lo stesso Letta, anni fa, sembrava avere idee diverse.
Il 21 settembre del 2022, quattro giorni prima delle elezioni che hanno visto la vittoria del centrodestra, l’allora segretario del Pd era a Siena, per la chiusura della campagna elettorale. E nel comizio in piazza San Domenico si lanciò in previsioni: «Sono fiducioso sul futuro di Mps. Mi auguro che le scelte future vadano nella direzione che tutti abbiamo sempre auspicato e cioè quelle di una banca di territorio che però riesce a rafforzarsi meglio di come ha vissuto fino adesso». Insomma, oggi è contento per la super-banca con Intesa mangiatutto; ma da onorevole della città toscana cianciava ancora di «banca di territorio», dopo la fine che avevano fatto le popolari venete e quella di Bari, a proposito di «territorio». Già, i seggi sicuri. Intesa e Bper terranno la denominazione «Monte dei Paschi» cassando la parola «Siena». Per il Pd sarà un colpo al cuore, visto che qui venivano paracadutati anche big nazionali come Piero Fassino, Giuliano Amato e Franco Bassanini. Lo sa bene anche l’attuale segretario provinciale del partito, Nico Bartalini, che ieri ha lanciato l’allarme invitando a «una forte iniziativa istituzionale e politica per gestire le possibili ricadute occupazionali e territoriali delle operazioni in corso» e brandendo, come un leghista qualsiasi, «il tema storico, culturale e identitario» della banca per Siena. Il Pd è anche questo, un partito dove convivono l’europeismo a trazione bancaria dei Letta e dei Gentiloni e le contrade del prestito amico.
Laboratorio di democrazia in Ungheria. Il premier di centrodestra Peter Magyar si prepara a fare una legge costituzionale che manderebbe a casa il presidente Tamàs Sulyok, da lui definito «una marionetta di Orbán».
La mossa è legittima, e il partito del premier ha anche i numeri, ma arriva dopo un ultimatum sulle dimissioni decisamente brutale. Ultimatum che il presidente ha respinto con sdegno. Insomma, c’è un notevole strappo in quel di Budapest. Ma l’Ue e i vari tutori della democrazia in Ungheria, dopo anni di faticosa vigilanza democratica, ora tacciono perché Magyar è ancora iscritto d’ufficio al partito dei Buoni.
Certo, vista dall’Italia, la vicenda somiglia quasi a una sparatoria sulla piazza del Parlamento. Giorgia Meloni e il centrodestra, che fin dai tempi di Silvio Berlusconi aveva proposto il presidenzialismo, hanno dovuto sospendere tutto perché poteva sembrare un attacco al presidente attuale, Sergio Mattarella.
Il leader di Tisza, Magyar, ha stravinto le elezioni del 12 aprile e dopo 16 anni ha messo la parola fine al lungo regno di Viktor Orbán. Lanciò la sfida a Fidesz, il partito in cui aveva militato anche lui, un paio di anni fa, parlando di «sistema feudale» da abbattere. Così, non ha stupito troppo che, dopo una campagna elettorale piena di colpi proibiti, abbia chiesto una serie di dimissioni al vertice delle istituzioni, comprese quelle di Sulyok, un ex presidente della Corte Costituzionale da lui definito «marionetta di Orbán». L’ultimatum scadeva a fine maggio e ieri il capo dello Stato, in un video su Facebook, ha risposto picche. Ha affermato che intende tranquillamente cooperare con il nuovo governo e che è pronto a dare una mano con Bruxelles per sbloccare i famosi fondi europei persi ai tempi di Orbàn.
Magyar si aspettava il muro di gomma e ieri ha immediatamente annunciato che passerà al piano B: cambio della Costituzione e tanti saluti al presidente. Il premier ha accusato nuovamente Sulyok di aver «deluso l’Ungheria» con «silenzi e omissioni» sull’operato di Viktor Orbán. Dopo di che ha spiegato che «esistono diverse opzioni per sostituire il presidente della Repubblica», anche nel caso questi non si dimetta volontariamente. La strada non è troppo complicata: si tratta di approvare una legge costituzionale che preveda espressamente i casi in cui un presidente decade e Tisza, il partito del centrodestra creato da Magyar, ha tranquillamente i due terzi dei voti necessari a portare a casa la riforma. E a poco serve che Sulyok abbia chiesto il parere della Commissione di Venezia, organo consultivo costituzionale del Consiglio d’Europa. Magyar è forte, in Europa. La scorsa settimana è andato a Bruxelles ed è riuscito a ottenere lo sblocco di 16,4 miliardi di euro di fondi europei.
Ieri Magyar ha anche avuto un colloquio con il governatore della Banca nazionale d’Ungheria Mihaly Varga. Il premier ha informato il governatore a proposito «degli sforzi del governo per garantire lo sblocco dei fondi Ue, nonché sulle misure anticorruzione introdotte».
Va detto che una proposta di legge costituzionale per la rimozione del presidente della Repubblica non ha precedenti nella storia post-comunista dell’Ungheria. Ma l’Ue ancora si frega le mani per la sconfitta di Orbán e ieri, il portavoce per gli Affari interni della Commissione, Markus Lammert, ha affermato che Bruxelles «sta seguendo da vicino» lo scontro tra Magyar e Sulyok, senza però entrare nel merito.
Certo, la riforma in senso presidenzialista che la Meloni ha accantonato dopo la sconfitta al referendum è decisamente un pranzo di gala, rispetto alla marcia di Magyar sull’inquilino di Palazzo Sàndor. L’8 settembre del 2022, a pochi giorni dalle elezioni, l’allora segretario del Pd, Enrico Letta lanciò l’allarme: «Vogliono mandare a casa Mattarella». Ma le riforme costituzionali hanno un iter e dei numeri tassativi, non un nome e un cognome.





