Scene da un’integrazione difficile, se non impossibile. Mercoledì, centinaia di pasti sono stati buttati via nelle scuole di Marghera perché era una festività islamica e le famiglie si sono dimenticate di avvertire che i loro figli sarebbero rimasti a casa.
Qui, più o meno un alunno su tre è arabo o bengalese e pochi anni fa la comunità islamica aveva chiesto la somministrazione a scuola di carne halal, ottenendo in cambio un’ampia disponibilità ad assicurare tutti i pasti vegetariani necessari. Non solo, ma a Mestre è attivo un servizio di recupero del cibo scolastico che avanza ogni giorno, gestito dal sindacato cattolico delle Acli, che ha fatto una vasta opera di sensibilizzazione nella lotta contro gli sprechi alimentari.
In questo contesto non poteva passare sotto silenzio quanto accaduto mercoledì scorso, puntualmente raccontato dal Gazzettino di Venezia. Quel giorno era l’Eid al-Ahda, o «Festa del sacrificio» e a Mestre si sono ritrovati centinaia di pasti non ritirati, totalmente a sorpresa. Il dirigente delle scuole primarie Grimani e Visintini di Marghera, Massimo Cono Pietropaolo, non ha chinato la testa e ha preso carta e penna. «Oggi, mercoledì 27 maggio, il servizio mensa dell’Ic Grimani ha buttato via oltre 200 pasti a causa delle assenze di bambine e bambini che non erano state comunicate, con un evidente sperpero di risorse pubbliche che ricadono anche sulla comunità», ha scritto in una lettera ai genitori. Duecento è solo un numero di partenza, perché nelle due scuole ci sono 600 bambini, ma non sono le uniche. Tanto per chiarire lo spirito della missiva, il preside ha aggiunto: «Sia chiaro che si tratta di un discorso che vale per qualsiasi religione e per qualunque assenza. La nostra scuola ha una procedura interna per la mensa che deve essere rispettata, proprio con l’obiettivo di evitare gli sprechi». Ogni famiglia ha a disposizione un’app per la refezione, con la quale basta un clic per bloccare il servizio di giorno in giorno. E si può avvertire anche a scuola, telefonando entro le nove di mattina del giorno stesso. Insomma, non avvertire è proprio sciatteria.
Il servizio mensa è gestito da una controllata del Comune di Venezia (Ames spa), che lo ha ceduto in appalto a una ditta esterna: costa mediamente sui cinque euro a pasto e viene proposto a quattro. Maika Canton, architetto e assessore con delega alle politiche educative di Fdi, ha annunciato verifiche scuola per scuola su quanto è accaduto e ha sottolineato: «Si è trattato di uno spreco assurdo. Eticamente trovo profondamente scorretto dover buttare via del cibo per una mancanza di questo tipo». Di fronte alla figuraccia, almeno una voce critica si è alzata dalla comunità islamica. È quella di Kamrul Islam Regan, papà di una bambina della Grimani, uno dei leader locali della comunità del Bangladesh, che ha un negozio di servizi internet e ha sposato una donna italiana. «Qui non ci sono vacanze da scuola nei giorni dell’Eid (le feste islamiche, ndr)», ha scritto, «ma la maggior parte delle famiglie musulmane non manda i propri figli a scuola. Sia che tu abbia cibo gratis o che paghi, pensaci prima che il cibo venga sprecato».
Già, perché la beffa nella beffa, se di beffa si è trattato, è che il Comune di Venezia da tempo appoggia il progetto «La mensa che non spreca» per recuperare il cibo dalle scuole. Un progetto che a Mestre tutti conoscono, che è molto rodato, ma non è attrezzato per gestire un simile evento imprevisto, anche solo per mancanza di celle frigorifere.
Lo scorso mese di marzo le Acli provinciali, insieme ad Ames, hanno fatto un appello per la ricerca di nuovi volontari, dotati anche di patente auto. I pasti recuperati nelle scuole finiscono ogni sera nelle mense solidali gestite dalla Casa dell’Ospitalità, dai frati Cappuccini e dalla Caritas di Venezia e di Marghera. Nella sola Marghera, partecipano al progetto sei istituti scolastici comprensivi e, secondo i dati forniti dalle Acli, nel 2024-2025 sono stati recuperati 5.737 chilogrammi di eccedenze, che sono divenuti circa 21.000 pasti, serviti a una media di 150 persone al giorno.
Mestre è dunque una piazza di buon esempio, anche se non tutti, evidentemente, l’hanno colto appieno. Per il resto, com’è noto, ha subito un’immigrazione pesante. E il caso di questi giorni riporta alla memoria la singolare richiesta che a settembre del 2019 fu avanzata dai genitori bengalesi musulmani: carne halal nelle mense scolastiche. I presidi di alcune scuole risposero: fate richiesta di menù alternativi alla carne e verrete accontentati. Poi si mise di traverso la Lega e cercò di spiegare che pretendere la propria carne «purificata» non era integrazione. Alla fine, probabilmente, si trattava solo del tentativo di una comunità islamica di piantare una bandiera. I volontari delle Acli e della Caritas non lo fanno e questo, evidentemente, viene scambiato per un segno di debolezza.
Non sono né Vladimir Putin né i carri armati russi che scorrazzano per l’Europa a popolare gli incubi degli italiani. Semmai, più prosaicamente, ci sono la paura di impoverirsi, il terrore di affitti sempre più costosi, la rinuncia alla prevenzione medica.
Mentre sul lato della fiducia nelle istituzioni, il presidente della Repubblica è sempre in testa, ma viene sorpassato ampiamente da carabinieri, polizia e Guardia di finanza. Sono questi alcuni dei risultati delle ricerche condotte dall’Eurispes e condensate nel trentaseiesimo Rapporto Italia, presentato ieri dall’ente di ricerca guidato dal sociologo Gian Maria Fara. L’Italia del 2026 viene descritta come un Paese a «fragilità diffusa», dove il 47,8% dei cittadini prevede un peggioramento della situazione economica nei prossimi dodici mesi (oltre il 10% in più rispetto all’anno scorso). Ma prima di addentrarsi nella parte economica, vale la pena vedere i risultati dei sondaggi condotti dai ricercatori Eurispes anche in ambito politico, perché alcuni sono abbastanza sorprendenti, almeno per chi dà credito alle narrazioni dominanti.
Se si prende il bilancio Ue, con quel micidiale nuovo pilastro di ReArm Europe, un piano da 800 miliardi di investimenti in armamenti e infrastrutture da difesa da qui al 2030, si capisce quali sono le nuove priorità di Bruxelles. Dopo aver praticamente ammazzato l’automotive continentale con il Green deal e aver aperto le praterie europee alle case cinesi, la seconda Commissione Von der Leyen ha virato sulla produzione bellica, per la gioia delle esigenze di riconversione industriale degli amici tedeschi. Un’operazione così imponente aveva bisogno di un grande spavento e allora ci si è inventati che la Russia sta per invaderci. Giusto il tempo di spianare l’Ucraina e poi il progetto Erasmus e la Champions League, le due maggiori prove dell’esistenza dell’Ue, verranno interrotte dall’arrivo dell’Armata Rossa.
Ebbene, interpellata dal’Eurispes, la maggioranza degli italiani (61,8%) non crede che l’invasione dell’Ucraina sia il preludio di altri attacchi russi in Europa, mentre il 38,2% convive con questa paura. Il 52% pensa comunque che con l’invasione del febbraio 2022 Mosca abbia inaugurato un nuovo espansionismo, ma verso altri territori. L’altra faccia di questa enorme diffidenza per le priorità di Bruxelles è un giudizio negativo sull’Ue. Fara sostiene che «i lillipuziani che hanno immobilizzato il gigante europeo non sono nemici dell’Europa: sono i suoi stessi fondatori e custodi». Sono i governi nazionali, avari nella devoluzione di potere concreto, e le burocrazie di Bruxelles, «che hanno progressivamente trasformato lo strumento in fine, il mezzo in ostacolo, il regolamento in labirinto». Insomma, non è colpa del diritto di veto.
Tornando in Italia, sempre sul fronte delle istituzioni, il Rapporto registra il primato del presidente della Repubblica (61,8% di giudizi positivi) sul fronte della fiducia, mentre il Parlamento segue ben lontano (26,1%) e il governo si attesta al 32,1%. Sulla magistratura, il giudizio dei cittadini è spaccato a metà, come per la Chiesa cattolica, mentre c’è chi è anche più amato del Quirinale. Si tratta di carabinieri (70,2%), Guardia di finanza (71,7%), Polizia di Stato (66,8%) e forze armate in generale. Tra le altre istituzioni, quella che convince di più è l’università (73,7%). Ancora sul Colle, dice l’Eurispes che «gli italiani chiedono più potere al presidente della Repubblica per una democrazia più moderna». Voglia di presidenzialismo? Ah, saperlo.
Il lungo capitolo economico è probabilmente il meno sorprendente. Ma alcuni dati aiuteranno sicuramente la politica e i grandi decisori privati a farsi due conti e a capire le priorità.
Quasi la metà dei cittadini si aspetta per i prossimi 12 mesi un peggioramento della situazione economica del Paese, anche se la condizione economica dei cittadini resta stabile rispetto allo scorso anno. Più di sei italiani su dieci arrivano a fine mese con difficoltà e circa un terzo (33,1%) deve intaccare i propri risparmi. A mettere particolarmente in difficoltà le famiglie è l’affitto (45,6%), il vero incubo degli italiani. E poi ci sono coloro che vanno in crisi per il pagamento delle utenze (28,7%), del mutuo (27,2%) e per le spese mediche (25,5%). Ne consegue che per Eurispes il 60% dei nuclei familiari arriva a fine mese con il fiato corto e un terzo deve usare risparmi o somme ereditate, mentre due su dieci chiede prestiti. Confermata la crescente rinuncia a visite specialistiche, di prevenzione (uno su tre) e perfino alle spese veterinarie.
Tra i fenomeni sociali, infine, da segnalare che il maggior numero di divorzi ormai si concentra nella fascia di età tra i 45 e i 55 anni, e che tra il 2008 e il 2022 sono triplicati i divorziati ultracinquantenni. Non ci sono evidenze che anche l’attacco al matrimonio sia imputabile a Mosca.
La marcia del calcio italiano verso l’autodistruzione non conosce sosta. Dopo la surreale commedia dello spostamento (di mezz’ora) delle partite di domenica, causa improvvisa scoperta della finale degli Internazionali di tennis, il Como non potrà avere i suoi tifosi al seguito a Cremona per via di vecchie ruggini tra le due tifoserie. Dopo la penalizzazione di tre mesi inflitta quest’inverno a tutti i tifosi del Verona e del Pisa, si fa strada sempre più un modello di calcio plastificato, televisivo, asettico.
Come se non bastasse la settimana di ridicolo con il ping pong tra Lega, prefettura di Roma e Tar sugli orari del penultimo turno di Serie A, ieri è diventato praticamente ufficiale il divieto per i tifosi del Como di seguire la squadra in una trasferta a Cremona che può valere la Champions. Nella segnalazione dell’Osservatorio al Casms, il Comitato che analizza la sicurezza delle competizioni sportive, si consiglia di chiedere al prefetto di Cremona di bloccare l’accesso allo stadio a tutti i residenti nella provincia di Como e di prendere in considerazione tutti i provvedimenti restrittivi del caso. Scontato che il Cams farà propria questa linea e che la Prefettura si adeguerà, semplificando la vita a tutti quanti. L’Osservatorio fa notare che identico provvedimento fu preso per la partita di andata nei confronti dei tifosi grigiorossi. È vero, e infatti non successe nulla. Ma va ricordato che i tifosi della Cremonese, quella domenica, pagarono con quel divieto i disordini che erano avvenuti la settima prima, a poche ore dall’inizio della partita casalinga con il Parma.
Sarebbe anche giusto ricordare altri precedenti. In Cremonese-Como, giocata in serie B il 9 marzo 2024 (terminata 2-1 per il Como), il lariano Gabriel Strefezza fu espulso con un rosso diretto dopo 14 minuti del primo tempo, in una partita gagliarda ma dove non ci fu nessuno scontro tra tifosi. L’Osservatorio, per giustificare il presunto allarme per domani, torna allora indietro alla primavera del 2022 e parla di «gravi disordini». Come racconta La Provincia del 6 maggio 2022, la Cremonese ottenne la promozione in A proprio a Como e i tifosi grigiorossi erano ovunque. Alcuni furono persino spostati in tribuna, con una decisione che si è poi rivelata discutibile perché non riuscivano più a separare gli uni dagli altri. Ci fu qualche contatto tra le due tifoserie, ma il giornale annota che «nessuno è stato portato in ospedale» e «sono stati lanciati alcuni fumogeni e nulla più». Insomma, non sembra un gran precedente. Una delle asimmetrie che continuano a crearsi con questa filosofia di gestione delle partite in trasferta è che i club piccoli vanno a giocare fuori senza nessuno, mentre squadre come Juventus, Inter o Napoli riempiono mezzo stadio dappertutto. Non è una caso che la mano dura sia stata usata quest’anno anche con altri due club con tifosi tutti concentrati nelle province di appartenenza. Alla fine di ottobre, dopo una serie di scontri a Pisa causati anche da una gestione dell’ordine pubblico assai discussa (fu lasciata «scoperta» una stazione ferroviaria), i tifosi del Verona e dei nerazzurri toscani vennero bloccati dal Viminale per ben tre mesi. Questo giornale fu uno dei pochi a osservare che non aveva senso punire migliaia di sostenitori per bene e pacifici. E il ministro Andrea Abodi prese posizione: «Che questo tempo di riflessione (…) serva a comprendere quale dovrà essere il modello futuro nel quale ognuno deve rispondere del proprio comportamento e chi vuole andare a un evento sportivo in pace non veda limitata la propria libertà semplicemente perché la società, e non lo sport, ha qualche delinquente che passa da teppista ad assassino». Sono passati sette mesi e sembra che nessuno abbia riflettuto su niente.
L’unica buona notizia per l’ultima di campionato riguarda il traffico sulla A1 tra Milano e Bologna. Ci saranno solo i tifosi dell’Inter che vanno a Bologna. Niente unni comaschi in giro e Autogrill tutti per i campioni d’Italia.




