Donald Trump ha annunciato un aumento dei dazi sulle auto e sui camion europei esportati negli Stati Uniti dal 15 al 25%. La misura dovrebbe entrare in vigore la prossima settimana e non si applicherà ai veicoli prodotti negli stabilimenti americani. La decisione arriva dopo mesi di tensioni sull’accordo commerciale raggiunto lo scorso anno in Scozia tra Trump e Ursula von der Leyen.
Quel compromesso prevedeva un tetto del 15% sui dazi americani applicati alla maggior parte delle esportazioni europee verso gli Stati Uniti. In cambio, l’Unione si era impegnata ad azzerare i propri dazi sui beni industriali americani e su alcuni prodotti agricoli. In più, l’Ue avrebbe dovuto fare enormi acquisti di energia ed eliminare una serie di barriere non tariffarie, come norme, standard, regolamenti e obblighi amministrativi che, pur non essendo dazi, possono rendere più difficile o costoso esportare. Un esempio è la regolazione europea sulle emissioni di metano.
Il punto è che quell’accordo non è stato ancora definitivamente attuato. Secondo Washington, Bruxelles non ha rispettato i tempi e gli impegni presi. Stando alla Commissione Ue, invece, l’Unione sta procedendo secondo le normali procedure legislative. Ma anche le ricostruzioni che ieri ne hanno fatto organi di informazione come Financial Times e Bloomberg confermano che l’iter europeo è stato rallentato e condizionato da una serie di passaggi politici interni.
Il Parlamento europeo ha avviato l’iter legislativo dando un via libera politico, ma introducendo condizioni e clausole di salvaguardia, tra cui la possibilità di sospendere l’intesa in caso di nuovi dazi americani e una scadenza temporale al marzo 2028. Il processo è stato più volte rallentato e rinviato, sia dopo la decisione della Corte Suprema americana di annullare i dazi del Liberation day, sia perché l’Ue ha utilizzato l’accordo come leva politica per rispondere alle pretese di Trump sulla Groenlandia. L’iter europeo non è concluso, perché oltre al via libera del Parlamento serve l’approvazione degli Stati membri in sede di Consiglio Ue, insieme alla traduzione dell’accordo in norme operative applicabili alle dogane e alle imprese.
Ora Bruxelles accusa Trump di inaffidabilità, ma al tempo stesso ammette che l’applicazione dell’accordo commerciale è stata frenata per ragioni estranee al contenuto dell’intesa sui dazi. È vero che la Groenlandia è legata alla Danimarca, ma non è un capitolo tecnico dell’accordo commerciale tra Usa e Ue. Inserirla di fatto nel processo di ratifica ha trasformato un’intesa economica già fragile in un terreno di scontro politico più ampio. Trump ha certamente scelto una risposta dura e dannosa e nessuno può esserne felice. Il rialzo al 25% colpisce direttamente l’industria automobilistica europea, in particolare quella tedesca. Secondo l’Istituto di Kiel, l’impatto per la Germania potrebbe arrivare a circa 15 miliardi di euro di perdita di output, con effetti fino a 30 miliardi nel lungo periodo. Anche Italia, Slovacchia e Svezia rischiano ricadute, perché integrate nelle catene di fornitura dell’auto europea.
La Vda, la potente associazione dell’industria automobilistica tedesca, ha chiesto ieri una de-escalation immediata e ha invitato l’Ue a ratificare finalmente la propria parte dell’accordo, il che rappresenta un dato politico importante. Non sono solo gli Usa a lamentare l’inerzia europea, ma anche una parte dell’industria europea chiede a Bruxelles di chiudere il dossier.
Va detto che il quadro è aggravato dalla disputa in corso sui dazi americani su acciaio e alluminio. Gli Stati Uniti hanno mantenuto dazi elevati, fino al 50%, e hanno esteso il perimetro a molti prodotti contenenti metalli. L’Ue sostiene che questa scelta ha già violato lo spirito dell’accordo. Washington ha poi proposto modifiche tecniche al calcolo dei dazi, ma Germania e Francia le hanno giudicate insufficienti o peggiorative per una parte dei prodotti coinvolti.
Dunque, la mossa americana di venerdì non nasce nel vuoto. Proviene da un accordo che Von der Leyen in persona aveva accettato, da impegni che dovevano essere tradotti in atti concreti e da un processo europeo rallentato da condizioni, emendamenti e dispute politiche collaterali. Bruxelles ora risponde accusando Trump di arbitrarietà e qualcuno invoca contromisure. Ma la scansione dei tempi mostra che l’Unione ha contribuito a creare lo spazio politico per questa escalation. Prima ha accettato un accordo sbilanciato per evitare una rottura commerciale più ampia, poi ha esitato nell’applicarlo, anche per ragioni politiche esterne al perimetro tariffario.
Il risultato è che i Paesi europei hanno affidato il negoziato a chi prima ha accettato in tutta fretta un’intesa con l’idea di limitare comunque l’import dagli Usa e poi, non avendo chiuso rapidamente la propria parte, si espone ora a un aumento al 25% sulle auto, uno dei settori più sensibili per Germania e filiere collegate.
Il rialzo al 25% è una scelta dannosa per l’Europa, ma attribuirla solo all’imprevedibilità americana cancella una parte essenziale dei fatti. L’inerzia europea, le condizioni introdotte dal Parlamento, il collegamento politico con la Groenlandia e il mancato completamento dell’accordo hanno offerto a Trump l’argomento per accelerare la conclusione di un negoziato che da troppo tempo si trascina.
Via gli Emirati Arabi, l’OPEC si sfalda. Stoccaggi di greggio pieni, Iran verso il fermo impianti. La Cina riapre l’export di prodotti. Gli USA sanzionano raffineria cinese per i legami con l’Iran.
Due mesi. Tanto è trascorso dalla chiusura dello Stretto di Hormuz e il mercato petrolifero mondiale non ha ancora trovato un equilibrio. Il petrolio Brent ha raggiunto 115 dollari al barile nei mercati europei ieri, mentre il Wti americano viaggia a quota 103 dollari, con rialzi rispettivamente del 3,1% e del 3,5% nelle ultime ventiquattro ore.
I mercati considerano che non si sia più di fronte a un blocco temporaneo, ma a un periodo prolungato di interruzione delle forniture, con cui occorre fare i conti in maniera strutturale. In questo contesto, il clamoroso annuncio dell’uscita dall’Opec degli Emirati Arabi Uniti non ha frenato la salita dei prezzi.
Il blocco navale americano dei porti iraniani, avviato a metà aprile, ha come obiettivo dichiarato quello di privare Teheran delle entrate petrolifere, stimate in almeno 175 milioni di dollari al giorno. Con il blocco in vigore, la produzione iraniana confluisce nello stoccaggio, ma l’Iran dispone ancora di 20 giorni di capacità disponibile. Donald Trump ha sostenuto che la chiusura forzata dei pozzi provocherebbe danni irreversibili all’industria petrolifera iraniana, riducendo la capacità produttiva del paese al 50%.
Intanto ieri il Commissario europeo all’energia Dan Jorgensen ha detto che in due mesi di crisi il conto dell’Unione europea per le importazioni di combustibili fossili è aumentato di 27 miliardi di euro, cioè 450 milioni al giorno, aggiungendo che è «l’ora di elettrificare l’Europa».
In tutto ciò, in Italia, i rincari dei carburanti prodotti dalla crisi si misurano in percentuali asimmetriche. Tra il 23 febbraio e il 27 aprile, secondo i dati ministeriali, la media settimanale dei prezzi nazionali del gasolio è salita da 722 a 1.215 euro per mille litri, al netto di tasse e accise. Un rialzo del 68% della materia prima. La benzina è salita di meno, da 683 a 946 euro per mille litri (+39%). Se si considerano anche tasse e accise, invece, l’aumento è del 21% per il gasolio (da 1.701 a 2.059 €/’000 litri) e del 5% per la benzina (da 1.654 a 1.732 €/’000 litri), considerando lo sconto fiscale in atto. Il carburante per aerei ha subito un rincaro molto più marcato, con un aumento di quasi l’84% dall’inizio della guerra il 28 febbraio scorso. Con i prezzi del petrolio in ulteriore aumento registrati ieri è possibile che la benzina nei prossimi giorni possa arrivare alle soglie dei 2 euro al litro e il gasolio a 2,4 - 2,5 €/l, anche con gli sconti fiscali.
Proprio sul fronte delle accise sui carburanti stradali, il premier Giorgia Meloni, intervenendo in conferenza stampa dopo il Consiglio dei ministri che ha approvato il decreto Lavoro, ieri ha confermato che il governo sta valutando una nuova proroga del taglio in scadenza il 1° maggio, probabilmente di durata più breve rispetto alle precedenti e calibrata diversamente sui due carburanti. «L’aumento del gasolio è stato molto più significativo rispetto a quello della benzina», ha detto Meloni. «Potrebbe essere un taglio che impatta di più sul prezzo del gasolio rispetto a quello della benzina, per cercare di ottenere un effetto più equilibrato». La proroga potrebbe essere di circa 15 giorni, da varare in un prossimo Consiglio dei ministri.
Le importazioni europee di jet fuel dal Medio Oriente sono state interrotte dal conflitto, sollevando preoccupazioni per una possibile carenza di approvvigionamento in vista della stagione turistica estiva. Il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, ha dichiarato ieri alla Camera dei deputati che le riserve di carburante per aerei disponibili in Italia sono sufficienti a garantire le operazioni almeno fino alla fine di maggio, aggiungendo che il governo sta monitorando la catena di approvvigionamento sia a livello nazionale che europeo «per garantire che il sistema continui a funzionare senza interruzioni, almeno per tutta l’estate». Salvini ha precisato che l’Italia dispone di riserve superiori alla media europea e che il paese non si trova in una situazione di emergenza, pur sollecitando un intervento rapido da parte di Bruxelles.





