Mentre sul piano politico e diplomatico gli annunci contraddittori di Donald Trump provocano l’effetto montagne russe sui mercati, la crisi energetica incombente sta diventando sempre più evidente. In Asia già diversi Paesi hanno attuato alcune misure per contenere i consumi e a quanto pare il rimedio si avvicina anche in Europa. Ieri il commissario europeo per l’energia Dan Jorgensen ha inviato una lettera ai ministri dell'energia dell’Ue, invitandoli a valutare la promozione di misure di riduzione della domanda, con particolare attenzione al settore dei trasporti. In altre parole, il commissario chiede che gli Stati attuino una riduzione dei consumi. Inoltre, «gli Stati membri dovrebbero evitare misure che possano aumentare il consumo di carburante».
Nell’incontro di ieri tra lo stesso commissario e i ministri dell’energia degli Stati membri è emerso che la Commissione proporrà un altro dei suoi «toolbox», la cassetta degli attrezzi inaugurata nella crisi del gas del 2022. La Commissione europea sta lavorando «a un insieme di misure che presenteremo presto per sostenere gli Stati membri nel proteggere sia le famiglie che le imprese» dai rincari energetici, ha detto il Commissario.
Jorgensen in conferenza stampa ha detto anche che «resta in vigore il bando del petrolio e del gas russo» e ha invitato gli Stati a «non adottare risposte nazionali frammentate». Il commissario ha anche detto che le conseguenze di questa crisi dureranno «più a lungo del previsto», notando un inizio di scarsità di diesel e carburante per aerei.
Sempre ieri un portavoce della Commissione ha affermato che la sospensione del Patto di stabilità europeo è esclusa. «La clausola di salvaguardia generale del Patto può essere attivata solo in caso di grave recessione», ha detto il portavoce. Secondo la fonte, gli stimoli di bilancio potrebbero addirittura risultare controproducenti perché potrebbero stimolare la domanda di energia e aggravare la situazione, alzando i prezzi e aumentando la carenza di offerta. Dunque, per Bruxelles, meglio una recessione innescata dalla distruzione della domanda, che una sospensione del rigore fiscale.
La crisi energetica è innescata da un episodio su cui l’Europa non ha alcun controllo. Ma, ancora una volta, nelle crisi viene fuori la vera natura dell’Unione. È vero che di norma l’abbassamento della domanda in teoria fa diminuire i prezzi, ma nel caso dell’energia, la cui domanda è fortemente anelastica, questo vale fino a un certo punto. Un recente rapporto di Goldman Sachs spiega come la riduzione delle tasse sull’energia sia il modo migliore di limitare l’impatto dell’inflazione in caso di choc energetico. Uno studio di Tom Krebs e Isabella Weber pubblicato nel 2024 («Can Price Controls Be Optimal? The Economics of the Energy Shock in Germany») spiega come in uno choc energetico ridurre per via fiscale il prezzo finale attenua le dinamiche che fanno salire i prezzi, contribuendo a stabilizzare il sistema.
Teoria a parte, la spinta europea alla riduzione dei consumi richiama alla memoria il 2022 e i tristi consigli dell’allora commissario alla concorrenza Margrethe Vestager, che invitava a fare la doccia tiepida in un minuto e poi dire «Prendi questa, Putin!» (sic).
Per anni Bruxelles ha raccontato la storia che con i pannelli solari e le pale eoliche avremmo risolto tutti i nostri problemi di dipendenza energetica. Più che una storia, una bugia. Nel 2004 la dipendenza energetica dall’estero era del 56,9%, e nel 2024 questa cifra era 57,2% (dati Eurostat). In vent’anni la dipendenza dall’estero è aumentata, nonostante i 1.000 miliardi di euro investiti in energie rinnovabili. Centinaia di miliardi di sussidi non sono serviti a cambiare di una virgola l’assetto energetico europeo. Mentre si incentivavano le rinnovabili, si condannava la produzione interna di petrolio e gas e si spegnevano le centrali nucleari in Germania, aumentando così la dipendenza dall’estero dell’intera Unione. Nel fare questo, in nome del Green deal, si procedeva anche a de-industrializzare l’intera Europa, stremata da costi energetici insostenibili soprattutto dopo l’addio al gas russo.
Tra i tanti «dettagli» sottovalutati dall’Ue, notiamo che il piano europeo per l’indipendenza energetica passa per una dipendenza dalla Cina per i materiali necessari alla rivoluzione green. Ma si è comunque arenata sulla elettrificazione dei consumi energetici. Le case automobilistiche europee hanno registrato decine di miliardi di perdite sulle auto elettriche e sono in condizioni drammatiche, mentre per molte produzioni industriali fare a meno di gas e carbone è pressoché impossibile, salvo chiudere o andare via dall’Europa. Intanto, a livello europeo i consumi energetici sono in crescita e le fonti rinnovabili non hanno sostituito nemmeno un kilowattora di energia da fossile, bensì si sono aggiunte.
Che di fronte a questo enorme fallimento politico Bruxelles non trovi di meglio che dire «state a casa» e «riducete i consumi» è un altro drammatico esempio di irresponsabilità politica delle istituzioni europee. L’austerità energetica che chiede l’Ue non può che peggiorare il quadro macroeconomico, contribuendo ad abbassare i salari reali e peggiorando il quadro fiscale degli Stati. In tutto ciò, la Bce a Francoforte si prepara ad alzare i tassi in nome del sacro terrore dell’inflazione, condannando l’Europa ad una nuova recessione.
- Forniture assicurate ancora per 10 giorni, ma se Hormuz resta bloccato avanza l’ipotesi di misure per ridurre la domanda di carburanti. Lo stesso vale per il gas: gli Usa non riusciranno a compensare l’assenza del Qatar.
- Federconsumatori: spostamenti frenati dal boom dei costi nei trasporti. Gite in pullman +72% in un anno. Pieno salito del 4% per le auto a benzina e del 26% per quelle a gasolio.
Lo speciale contiene due articoli
Mentre i prezzi dei futures petroliferi Brent e Wti restano fermi o salgono di poco, la sensazione è che l’entità dello shock energetico generato dalla guerra in Iran non sia ancora pienamente visibile nei prezzi e nei consumi.
L’impatto della guerra in Iran sul sistema energetico globale non si è ancora tradotto, in Europa, in una percezione di scarsità. Questo perché il petrolio e i prodotti raffinati che oggi alimentano i consumi mondiali sono in larga parte quelli già spediti prima della chiusura dello Stretto di Hormuz. Si tratta di un ritardo temporale determinato dai tempi di navigazione e anche dalla presenza di riserve lungo la filiera. C’è stato anche un importante rilascio di scorte da parte dei Paesi che fanno parte dell’Iea. Questo polmone sta però per sgonfiarsi e molte analisi convergono sul mese di aprile come momento in cui la riduzione dell’offerta diventerà evidente.
Sappiamo che l’Asia è il maggior importatore di greggio e di prodotti dal Golfo. Circa 12 milioni di barili al giorno (mb/g) sui 20 che uscivano da Hormuz prima della guerra finivano in Cina, India, Giappone e Corea del Sud. In Europa, dal Medio Oriente via mare, normalmente arrivava meno di 1 mb/g, ma questo rileva solo fino a un certo punto, perché nel momento in cui vengono a mancare circa 20 mb/g (tra greggio e raffinati), tutto il mondo si mette in competizione per ricevere petrolio e prodotti. Così, anche carichi che normalmente sarebbero diretti in Europa possono cambiare destinazione.
J.P. Morgan Commodities Research e la società di consulenza Kpler hanno mappato la distribuzione globale delle esportazioni di petrolio via mare dal Golfo Persico verso i principali hub commerciali mondiali. Gli analisti hanno stimato le date approssimative di consegna indicate per regione, in modo da riflettere l’arrivo delle ultime spedizioni dal Golfo, quelle precedenti il 28 febbraio (giorno dell’attacco di Israele e Usa all’Iran). Secondo questa analisi, la maggior parte delle consegne dal Golfo in Africa, Asia orientale e India si interromperà entro domani, in Europa entro il 10 aprile, negli Usa entro il 15 aprile e in Australia entro il 20 aprile. Ipotizzando che dallo Stretto di Hormuz non siano uscite altre petroliere, quello sarà il momento in cui ciascun continente si troverà senza nuove forniture dal Golfo. Esistono però alcuni stratagemmi. Ad esempio, Arabia Saudita ed Emirati riescono, per vie alternative, ad inviare circa 6 mb/g all’estero, il rilascio delle scorte ha dato fiato per 2 mb/g fino a fine aprile e ci sono circa 2 mb/g di petrolio russo sanzionato per un paio di mesi. Inoltre, alcune petroliere iraniane sono passate, dirette in Cina, e alcuni carichi di Gpl sono arrivati in India.
Questi interventi hanno contribuito a contenere l’impatto nella fase iniziale ma il rilascio di scorte ha una capacità limitata nel tempo e le consegne con il contagocce in Cina non risolvono il problema. Mancano all’appello sempre 10 mb/g circa e soprattutto mancano i prodotti raffinati, diesel e benzina.
La struttura delle importazioni europee è più diversificata rispetto a quella asiatica, ma il sistema resta esposto al mercato globale dei prodotti raffinati. Il diesel rappresenta un punto di attenzione particolare per il ruolo che svolge nel trasporto e nella logistica. Secondo alcuni dati di tracciamento delle navi, nei giorni scorsi ci sono state deviazioni delle rotte di alcune petroliere che trasportavano gasolio dagli Usa verso l’Europa e che ora sono dirette in Africa e Asia.
È proprio questo il segnale che le forniture subiscono una riallocazione su base competitiva, in funzione dei prezzi.
Le conseguenze della fine dei flussi mediorientali sono già visibili nei mercati asiatici. La domanda si è ridotta di circa 2 milioni di barili al giorno nel corso delle ultime settimane, mentre i prezzi dei prodotti raffinati, in particolare diesel e carburante per aerei, hanno registrato forti aumenti. Alcuni Paesi hanno introdotto misure di contenimento dei consumi e restrizioni alle esportazioni di prodotti energetici e petrolchimici. In Australia sono state segnalate carenze presso numerosi distributori, in Thailandia si registrano difficoltà di approvvigionamento, mentre altrove si osservano cancellazioni di voli e riduzioni dell’attività industriale.
Da aprile le carenze fisiche inizieranno a manifestarsi concretamente e si va dunque verso una distruzione della domanda non voluta ma imposta. Poiché la coperta è corta, il rischio è di una salita dei prezzi in tutto il mondo per accaparrarsi petrolio e prodotti, innescando una rincorsa che porterebbe i prezzi a livelli difficilmente sostenibili.
In tutto ciò, il silenzio dell’Unione europea appare preoccupante. A parte la usuale litania sulle fonti rinnovabili, che comunque senza una elettrificazione dei consumi servono a ben poco, non pare esserci una strategia di reazione alle possibili carenze che si prospettano a breve. Al di là di un generico monitoraggio, non risultano vi siano allo studio opzioni su eventuali razionamenti. L’attivazione di misure di questo tipo dipenderà dall’evoluzione dei flussi globali nelle prossime settimane, dal livello delle scorte e soprattutto dall’andamento della guerra. Ma il tempo scorre e abbiamo già visto nel 2022 che la distruzione della domanda energetica si trasforma in deindustrializzazione.
Rincari di treni (+47%) e voli (+67%)
Vacanze pasquali a chilometro zero. O poco ci manca. Tra tensioni geopolitiche e rincari alle stelle, le festività che generalmente aprono alla primavera e a viaggi fuori casa difficilmente porteranno gli italiani a muoversi, soprattutto oltre i confini nazionali. Secondo le previsioni dell’Osservatorio nazionale di Federconsumatori, i rincari record del carburante e il caro voli lasciano poco spazio alla fantasia dei 9 milioni di italiani che il prossimo weekend di Pasqua si metteranno in viaggio.
Chi ad esempio sta meditando un last minute Milano-Londra, dovrà svuotare il portafoglio di circa il doppio rispetto al 2025, per un surplus medio del 23% su tutti i voli e dell’11% sui treni. A dare la misura dell’impatto che la guerra in Iran e questa precisa congiuntura storica stanno avendo sui prezzi, però, è soprattutto il confronto con il mese precedente. Rispetto a quello che avrebbe potuto essere il costo di una gita fuori porta in un ordinario weekend di marzo, i viaggi in treno durante i giorni pasquali costeranno il 47% in più, con picchi fino al 65% per le tratte Milano-Bologna. Chi dovrà allungare il viaggio fino a Napoli, rispetto ai 178 euro di marzo ne pagherà quasi 300.
Non va meglio a chi decide di viaggiare in aereo visto che i voli nazionali salgono del 67%, con picchi del 131% in più per la tratta Torino-Palermo. Anche chi per qualche giorno vorrà lasciarsi alle spalle il Belpaese, dovrà vedersela con biglietti maggiorati di circa il 62%. E, da circa 200 euro, un volo Roma-Parigi schizza a 389 euro.
Anche chi vorrebbe affidarsi al buon vecchio pullman non ha scampo. Per quanto resti uno dei mezzi di trasporto più economici, in realtà è quello che registra i rincari più alti, in media del 72%. Particolarmente costosa la tratta Roma-Cosenza che il prossimo weekend balzerà da 32 a quasi 70 euro. Dati a fronte dei quali si prevede che a Pasqua solo una famiglia su sette, pari a circa 3,8 milioni di nuclei familiari, deciderà di trascorrere le festività fuori casa. Soprattutto studenti e lavoratori fuorisede che torneranno a casa per stare con parenti e amici. Tra i pochi che si concederanno un viaggio, il 96% resterà in Italia approfittando dell’ospitalità di qualche conoscente oppure affidandosi a soluzioni low cost come Bed and Breakfast, agriturismi o appartamenti in affitto. Spostamenti che verranno effettuati soprattutto in auto anche se, rispetto all’anno scorso, la benzina è salita del 4% e il diesel del 26%. Questo perché il taglio delle accise deciso dal governo, e che scadrà il prossimo 7 aprile, è di fatto azzerato da aumenti e fenomeni speculativi che continuano a spingere verso l’alto le quotazioni del petrolio nei mercati internazionali.
In questi giorni il Brent è arrivato a 110 dollari al barile raggiungendo i livelli più alti dal 2022. Un’impennata di oltre il 50% nell’ultimo mese proprio a causa della grave interruzione del traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz. Oscillazioni straordinarie che si sommano a rincari ormai sistematici. «Ogni anno denunciamo queste maggiorazioni spropositate e ingiustificate ma ancora non si è deciso di porre dei limiti», denuncia Federconsumatori. «Conoscendo queste dinamiche, molti si sono organizzati da tempo, prenotando il biglietto con largo anticipo ma non sempre è possibile. Per questo riteniamo che, in una fase di rincari come quella attuale, è arrivato il momento di porre un faro su questi sovrapprezzi, che spesso si accompagnano a ritardi e disservizi».
Hormuz ancora chiuso, è crisi in Asia. Il Giappone cambia benchmark. Il mercato vede i 150 dollari al barile. Blackout spagnolo, il rapporto svela il colpevole.




