Si è chiuso il sipario sul vertice informale del Consiglio europeo a Cipro. I 27 leader sono rientrati a casa dopo due giorni di discussioni serrate tra Ayia Napa e Nicosia, con un bagaglio fatto di accordi di facciata e fratture profonde che nessuna fotografia di rito è riuscita a nascondere.
A margine della riunione, il presidente della Repubblica di Cipro, Nikos Christodoulides, in veste di presidente di turno del Consiglio dell’Unione europea, la presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, e la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, hanno apposto le loro firme sulla tabella di marcia «Un’Europa, un mercato». Oltre 40 punti d’azione, scadenze, impegni istituzionali che riprendono iter già avviati e obiettivi già annunciati. Niente di nuovo, la solita liturgia europea per mostrare qualche passo di lato.
Al netto delle cerimonie, il contenuto politico del vertice si concentra in tre linee di frattura piuttosto nette.
La prima riguarda il Patto di stabilità e l’emergenza energetica. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha scaricato sull’economia europea un costo che Von der Leyen stessa ha quantificato in 22 miliardi di euro in 44 giorni. Su questo, l’Italia si è presentata a Cipro con le idee chiare. Appena atterrata sull’isola, Giorgia Meloni ha dichiarato che «l’Europa deve essere molto più coraggiosa» sul fronte energetico, che il piano della Commissione «è un passo in avanti ma non sufficiente» e che questo ragionamento «riguarda anche il tema del Patto di stabilità». Per il premier gli aiuti per l’energia non devono essere conteggiati ai fini del rispetto del Patto, sul modello delle spese militari con lo strumento Safe. «Lo spazio fiscale non è lo stesso per tutti i Paesi», ha ribadito. Una posizione che tiene conto del fatto che l’Italia resta inchiodata nella procedura per disavanzo eccessivo, con il deficit al 3,1% del Pil. Da Roma, il vicepremier Matteo Salvini ha aggiunto che «se l’Europa ci consentisse oggi di fare uno scostamento per le spese militari, vorrei che ci consentisse uno scostamento pari per spese economiche e sociali».
A margine dei lavori Meloni ha avuto un bilaterale con il cancelliere tedesco Friedrich Merz. Nel punto stampa conclusivo, il presidente del Consiglio ha riferito che i tedeschi «si rendono conto di quanto sia difficile la situazione», che «c’è la volontà di venirsi incontro» e che «si parte da posizioni leggermente distanti, ma si sta cercando di avvicinarsi».
Dalla Commissione, però, la risposta è quella di sempre. Von der Leyen ha ribadito che la clausola di salvaguardia «può essere attivata solo in caso di grave recessione economica» e che «fortunatamente questa non è la situazione attuale», pur aggiungendo che «l’Ecofin discuterà la questione nel dettaglio». Il commissario all’Economia, Valdis Dombrovskis, ha confermato la linea dal Delphi economic forum in Grecia, precisando che «siamo in uno scenario di rallentamento economico» e che «riteniamo siano necessarie misure fiscali temporanee e mirate». Il premier belga, Bart De Wever, si è affiancato a Meloni sulle critiche alla proposta della Commissione, spingendo per «revisioni più radicali del Sistema di scambio di quote di emissioni» e giudicando «un peccato» l’assenza di una tassa europea sugli extraprofitti delle major energetiche.
La seconda frattura emersa dalla due giorni mediterranea riguarda il bilancio pluriennale. Il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, ha definito il tema «urgente» annunciando che vi tornerà «regolarmente» nel 2026. Von der Leyen ha spinto per un bilancio più corposo, sostenendo che senza nuove risorse proprie «la scelta è netta: o si aumentano i contributi nazionali, oppure si riduce la capacità di spesa». L’Olanda ha risposto che invece le dimensioni del bilancio «devono ridursi sostanzialmente», mentre Merz ha chiuso la porta al debito comune e a qualsiasi prelievo fiscale europeo sulle imprese, avvertendo che «avremo bisogno di tagli orizzontali su tutte le voci della proposta» e che «si tratterà di negoziati difficili». Si attende dunque un lungo negoziato sul bilancio, tra chi vorrebbe una espansione, che significa maggiore ingerenza della sovrastruttura di Bruxelles, e chi invece difende le scelte nazionali. Vale la pena sottolineare che un bilancio Ue più sostanzioso significa che i Paesi contributori netti dovranno versare ancora di più e che ci dovranno essere nuove tasse europee.
La terza linea di divisione che emerge dagli incontri contrappone chi governa con mandato democratico a chi applica regole da Bruxelles, senza rispondere a nessun elettore. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, aveva già reso l’idea prima del vertice, paragonando i titolari dei conti pubblici nazionali a «medici nell’ospedale da campo che vedono arrivare feriti da tutte le parti», mentre i vertici europei «hanno problemi diversi». Von der Leyen ha continuato a illustrare il catalogo degli strumenti disponibili come risposta sufficiente, citando «circa 300 miliardi di euro per investimenti nel settore energia, di cui 95 miliardi non ancora usati». Costa ha concluso che «per l’Europa esiste un’unica strada strategica, quella di accelerare la diffusione di fonti energetiche nazionali, pulite e a prezzi accessibili». Torna ancora il mito dell’unica strada percorribile dall’Europa, senza alternative, uno dei topos preferiti dalla narrativa europea.
Il prossimo appuntamento utile sarà l’Ecofin del 5 maggio, dove la discussione sul Patto riprenderà, verosimilmente con le stesse posizioni di partenza.
L’Europa dei servizi s’inceppa. L’indice pmi dei servizi dell’Eurozona di aprile si è attestato a 47,4 punti, come ha comunicato ieri S&P Global, segnando il livello più basso in oltre cinque anni. Una caduta brusca in un settore che fino a marzo reggeva (50,2). In Germania l’attività è diminuita per la prima volta in undici mesi, mentre in Francia la contrazione è la più marcata da febbraio 2025.
La causa principale del calo è la guerra in Iran. I nuovi ordini crollano, la fiducia delle imprese tocca il minimo da novembre 2022, e le stime indicano un Pil dell’Eurozona in calo dello 0,1% nel secondo trimestre. Il manifatturiero tiene (anzi, segna un sorprendente massimo da 47 mesi a 52,2) ma si tratta probabilmente di una crescita gonfiata dall’accumulo preventivo di scorte.
Il conflitto sta colpendo in ordine sparso, ma uno dei servizi più battuti è quello dell’aviazione civile. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha fatto più che raddoppiare il prezzo del carburante per aerei, da circa 100 dollari al barile di fine febbraio ai 209 di inizio aprile. Alcune stime dicono che l’Europa dispone di circa sei settimane di jet fuel, prospettando possibili cancellazioni di voli. Lufthansa ha annunciato la soppressione di 20.000 voli a corto raggio fino a ottobre, ha chiuso definitivamente la sussidiaria regionale Cityline e i suoi 27 aeromobili, e ha già rimosso 120 voli giornalieri dal programma. Klm ha cancellato 160 voli nelle prossime settimane. Sas ha soppresso circa 1.000 voli in aprile, Norse Atlantic ha eliminato la rotta Londra-Los Angeles e Ryanair ha avvertito di possibili nuovi tagli da maggio.
Molto legato ai voli è il turismo, naturalmente. I viaggiatori asiatici hanno cancellato molte prenotazioni già a marzo, colpiti dalla chiusura degli hub di transito mediorientali come Dubai. La Gran Bretagna vede precipitare del 50% le prenotazioni aeree dall’Asia occidentale e di un terzo quelle dall’India, con luglio ancora largamente al di sotto dei livelli dell’anno scorso.
In Italia il quadro inizia a preoccupare Confindustria Alberghi, che già nel monitoraggio di metà marzo registrava una flessione della domanda extra-europea, che colpisce soprattutto le città d’arte e il lusso. A pesare c’è anche una dichiarazione esplicita del portavoce dell’esercito iraniano, il generale Shekarchi, che già a marzo avvertiva su X che «i parchi e le destinazioni turistiche di tutto il mondo non saranno più al sicuro per i nemici di Teheran». Una minaccia dal peso soprattutto psicologico, ma che in un momento di prenotazioni già frenate ha ulteriormente scoraggiato i viaggiatori internazionali.
Anche con la fine della guerra, il ritorno alla normalità richiederà mesi. La compagnia Emirates ha comunicato una ripresa graduale delle operazioni, offrendo cambi di prenotazione gratuiti fino al 15 giugno, segno che l’incertezza si estende almeno fino all’estate. Gli hub del Golfo sono da anni il cuore del traffico intercontinentale e ricostruire rotte, recuperare carburante e riconquistare la fiducia dei passeggeri non è questione di settimane.
Eppure, qualche spiraglio c’è. Oxford Economics prevede che destinazioni come Italia, Spagna, Grecia e Portogallo potrebbero beneficiare di una regionalizzazione dei flussi, con i turisti europei che restano più vicino a casa.
Su questo Claudio Visentin, che insegna storia del turismo all’università della Svizzera italiana, è d’accordo: «Il turismo è molto flessibile e si riposiziona. Se un italiano non può prendere l’aereo per fare una vacanza all’estero quest’estate, lo farà l’estate prossima e quest’anno andrà in vacanza in Italia». Prosegue Visentin: «Nella stagione entrante avremo più turismo nazionale e più turismo di prossimità, più tedeschi e svizzeri». Insomma, non è detto che per il turismo italiano le cose vadano male, anche se i visitatori extra-europei hanno di solito una maggiore capacità di spesa.
Da un po’ non arrivava da Bruxelles un piano per dirci che cosa dobbiamo fare, ma l’attesa è finita. Dalla riunione dei commissari europei di ieri si è riversato sull’Europa quasi intera il piano Accelerate Eu, il nuovo e atteso elenco di misure che l’Unione introduce per affrontare (si fa per dire) l’ennesima crisi energetica.
La fredda cronaca dice che la Commissione propone un pacchetto basato su cinque linee principali: coordinamento, protezione prezzi, produzione interna, investimenti e rafforzamento delle reti.
Sarà avviato un coordinamento tra Stati membri su riempimento degli stoccaggi gas, possibili rilasci di scorte petrolifere, uso delle flessibilità per prevenire carenze, salvaguardia delle forniture di jet fuel e diesel. Sarà creato un Osservatorio combustibili per mappare l’offerta, dare le priorità a fonti alternative di jet fuel, ottimizzare la distribuzione, catalogare la capacità di raffinazione europea.
Quanto alla protezione dei consumatori, gli Stati potranno adottare misure temporanee per aiutare i consumatori vulnerabili, ci sarà un framework temporaneo sugli aiuti di Stato per sostenere investimenti strategici. Si cercherà di aumentare la produzione interna di energia con rinnovabili, nucleare e biocarburanti. Arriveranno altri piani per l’elettrificazione, sviluppo di biometano e idrogeno rinnovabile, sostegno a tecnologie come veicoli elettrici, pompe di calore e sistemi di accumulo (le batterie). Saranno rafforzati gli investimenti nelle infrastrutture, saranno fatte nuove proposte su tariffe e tassazione energetica. Si spingerà su un migliore utilizzo dei fondi europei (Rrf e coesione).
Non può mancare l’obiettivo di fondo a lungo termine, quello di elettrificare i consumi energetici. Il posato Dan Jorgensen, il danese commissario per l’Energia e l’Edilizia abitativa, presentando il piano assieme alla vicepresidente della Commissione Teresa Ribera, ha affermato ieri che «con Accelerate Eu sosteniamo i nostri Stati membri nel fornire un aiuto immediato a coloro che sono più in difficoltà nella nostra società, rafforzando al contempo la transizione verso l’energia pulita e l’elettrificazione. Questa è l’unica via duratura per garantire a tutti gli europei un approvvigionamento energetico stabile, sicuro, pulito e accessibile».
Ribera, dal canto suo, ha detto che avere dato un costo alle emissioni di CO2 è uno dei maggiori successi delle politiche europee, che l’impianto dell’Ets non va toccato e che quello dell’Ets non è un problema perché le evidenze dimostrano il contrario. A quanto pare ci sono evidenze ed evidenze.
Jorgensen ha ribadito il concetto dicendo che l’Ets europeo è il motore della decarbonizzazione e che qualunque sussidio ai fossili deve essere limitato e temporaneo, mentre è preferibile incentivare l’elettrificazione dei consumi energetici piuttosto che sospendere l’Ets. Ha fatto l’esempio di un’azienda che dispone di una caldaia a gas, che potrebbe essere aiutata (sic) a installare una pompa di calore elettrica.
L’astuto esempio di Jørgensen fa da corollario all’importante dichiarazione della commissaria spagnola al Green deal, che richiamando in quarto il «There is no alternative» di Margaret Thatcher ha detto: «Non c’è alternativa al Green deal quando si tratta di sicurezza e competitività». Una frase che ricorda la vecchia storiella dell’oste e del vino.
Nel documento della Commissione non vi è traccia invece delle misure sulla riduzione guidata della domanda, quella che era balenata in qualche bozza e ribattezzata lockdown energetico, come l’incentivo allo smart working o le domeniche a piedi. Jorgensen, ignorando la relazione diretta e dimostrata tra consumi energetici e prosperità, rispondendo a una domanda di un cronista ha detto che la Commissione incoraggia comunque gli Stati membri a fare tutto il possibile («whatever they can») per abbassare la domanda energetica, sia perché ciò farebbe scendere i prezzi dell’energia sia perché aiuterebbe la sicurezza delle forniture in futuro. In effetti se non si consuma energia non si corrono rischi, se non quello di restare al buio o senza lavoro.
Il candido danese ha poi ammesso che il problema maggiore per il Green deal è rappresentato dalle reti elettriche che non ci sono, una cosa che i lettori della Verità hanno potuto leggere in anteprima in un articolo del 9 luglio 2021 (controllare per credere). Il commissario ha poi parlato dei tagli obbligati alla produzione fotovoltaica, che iniziano a diventare un problema serissimo per la redditività degli impianti a energia solare, mentre in Danimarca gli impianti eolici sono pagati per fermare la produzione perché la rete satura non può trasportarla.
Insomma, la sessione di domande e risposte in conferenza stampa è stata assai più godibile della mera presentazione delle misure.
Notiamo che Accelerate Eu è un documento pervaso da un tono tra l’impotente e il velleitario. Prendiamo il primo punto delle azioni proposte dalla Commissione. Essa faciliterà (il coordinamento), traccerà (la capacità di raffinazione europea), coordinerà (molte cose, non tutte chiarissime), chiarirà (le flessibilità), proporrà, avvierà (la revisione della direttiva sulle riserve strategiche). Sulla protezione dei consumatori, la Commissione presenterà (un catalogo di misure), redigerà (una tabella di buone pratiche), fornirà (assistenza a stabilire misure, sic), promuoverà e aiuterà (lo sviluppo del social leasing), e via impegnandosi.
Niente di nuovo sul fronte di Bruxelles, insomma, solo un altro dei mirabolanti piani europei che contengono altri piani, a loro volta ispiratori di altri piani, che un domani daranno origine ad altri piani.




