La direttiva sulle ristrutturazioni degli immobili, la cosiddetta direttiva «Case green», giace in un limbo, quello del mancato recepimento. In realtà ci sarebbe ancora tempo, visto che è entrata in vigore il 28 maggio 2024 e va recepita entro il 29 maggio 2026. Ma due scadenze sono già saltate. Dal 1° gennaio 2025, infatti, gli Stati membri non dovevano più concedere incentivi per l’installazione di caldaie autonome alimentate da combustibili fossili (a parte alcune eccezioni). Per questo, la Commissione Ue ha avviato una procedura d’infrazione contro l’Italia (insieme a Estonia e Ungheria) per mancato recepimento completo dell’articolo che vieta gli incentivi alle caldaie autonome a combustibili fossili.
Questo punto va chiarito. Infatti, la direttiva richiede che vi sia una legge nazionale che sancisce questo divieto di nuovi incentivi alle caldaie a gas, e secondo la Commissione l’Italia non ha promulgato tale legge. In pratica, nel nostro Paese gli incentivi sono stati effettivamente già eliminati dalla legge di bilancio 2025, che ha stralciato le caldaie dagli elementi soggetti alle detrazioni fiscali come ecobonus o bonus ristrutturazione. Ma secondo Bruxelles l’Italia non ha «pienamente attuato né spiegato in modo esauriente» la trasposizione formale di quell’obbligo previsto dalla direttiva, consentendo ad esempio gli incentivi del Conto termico 2.0 per la Pubblica amministrazione. In altre parole, Bruxelles dice che i testi legislativi italiani non hanno chiarito e disciplinato in modo completo l’eliminazione graduale degli incentivi per i generatori autonomi a combustibili fossili (tra cui le caldaie a gas), secondo i criteri e la scadenza previsti dalla Epbd. Questioni di lana caprina, insomma.
La seconda scadenza saltata, invece, ben più importante, è quella del 31 dicembre 2025, data entro cui doveva essere inviata a Bruxelles la bozza del Piano nazionale di ristrutturazione degli edifici (Nbrp - National building renovation plans). La bozza dovrebbe poi essere seguita dalla versione finale entro il 31 dicembre 2026. L’Italia non ha inviato il Piano né è chiaro quando questo verrà inviato. Anche altri grandi Paesi come Francia e Germania temporeggiano.
Nel luglio scorso, la legge di delegazione europea approvata dal Consiglio dei ministri non ha incluso la direttiva Epbd tra i testi da recepire, e a novembre il Parlamento ha respinto alcuni emendamenti che avrebbero inserito il recepimento nel disegno di legge.
Questa legge è il veicolo parlamentare solitamente utilizzato per delegare il governo a recepire le direttive. Lo stralcio esplicito della direttiva «Case green» significa che per il suo recepimento sarà necessario un disegno di legge ad hoc, cosa che può prolungare i tempi anche di molto. Ma del resto la ragione è piuttosto chiara. La direttiva tocca argomenti delicatissimi come la proprietà privata delle abitazioni, un tema molto sensibile nel nostro Paese.
Il recepimento della direttiva potrebbe essere anche frazionato in diverse norme parziali, a questo punto, con ulteriore allungamento dei tempi. Ma anche in Germania la direttiva viene recepita attraverso norme parziali e non con una legge ad hoc.
Può darsi che sia proprio questa la strategia del governo, cioè prendere tempo in attesa di capire come soffia il vento politico a Bruxelles, dove la maggioranza Ursula scricchiola, o annacquare le disposizioni.
Il recepimento della direttiva Epbd è affidato al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, guidato da Gilberto Pichetto Fratin. La direttiva impone agli Stati una serie di obiettivi di miglioramento delle prestazioni energetiche scandite fino al 2050, con l’obbligo di intervenire prioritariamente sugli edifici oggi più inefficienti (quelli nelle classi energetiche più basse). Le stime sui costi di una ristrutturazione, secondo i criteri richiesti dalla direttiva, vanno dai 35.000 a 60.000 euro per unità immobiliare, con un impatto cumulato per i proprietari italiani di circa 267 miliardi di euro nei prossimi 20 anni.
A questo si aggiunge l’inasprimento di requisiti tecnici, con la revisione degli attestati di prestazione energetica, standard più severi per nuove costruzioni e ristrutturazioni rilevanti e l’introduzione progressiva degli edifici a emissioni zero. Una cornice che restringe ulteriormente la libertà progettuale e tecnologica, imponendo obblighi come l’integrazione del fotovoltaico anche in contesti in cui la fattibilità e la reale utilità sono come minimo discutibili.
Infine, la direttiva rafforza il monitoraggio dei consumi energetici e introduce nuova burocrazia come i cosiddetti «passaporti di ristrutturazione», presentati come supporto alla pianificazione. Nella sostanza, si tratta di un ulteriore livello di adempimenti, controllo e burocrazia che rischia di trasformare la gestione degli immobili in un inferno. Il solito groviglio made in Bruxelles dal quale c’è solo da sperare di restare immuni.
Ci risiamo, il mercato del gas è di nuovo in subbuglio. Niente di paragonabile al disastro del 2022, sia chiaro, ma ancora un indice di fragilità estrema del contesto europeo che fa preoccupare.
Le temperature, soprattutto nell’Europa del Nord, sono calate, è salita la domanda di riscaldamento e gli stoccaggi di gas, soprattutto in Germania, si stanno svuotando leggermente più in fretta del solito. Se a questo si aggiunge il disordine mondiale in corso, con Donald Trump che sta picconando l’ipocrita quieto vivere che copriva gli squilibri geopolitici, ecco gli ingredienti che hanno portato a un rialzo del prezzo del gas sul mercato TTF di oltre il 20% in cinque sedute la settimana scorsa.
Il prezzo del future mensile ha toccato venerdì un massimo giornaliero di 38,06 euro/MWh, un prezzo che non si vedeva dallo scorso luglio. Da allora, il prezzo non aveva fatto altro che scendere, al netto di qualche fisiologico su e giù.
Alla riapertura del mercato, ieri, il prezzo ha segnato un brusco calo, tornando verso quota 33 €/MWh e chiudendo poi a 35,40 €/MWh.
Per chi è sul mercato libero e ha un prezzo fisso, gli impatti sulla bolletta del gas sono nulli. Chi invece ha un prezzo variabile indicizzato al mercato vedrà nella bolletta dei consumi di gennaio un aumento del prezzo. Certo, d’inverno fa freddo e gli stoccaggi sono riempiti apposta per essere svuotati. La salita del prezzo era iniziata infatti come un fisiologico aggiustamento al rialzo dopo un periodo prolungato di lievi cali giornalieri, ma si è trasformato rapidamente in una corsa a coprire le posizioni cosiddette corte, cioè quelle di chi vende il future sperando che il prezzo scenda.
Sul mercato c’erano molti operatori in quella condizione, e quando il prezzo ha iniziato a salire molti hanno preferito chiudere le posizioni, acquistando e di conseguenza rafforzando il ciclo rialzista. Come spesso accade, il panico ha scatenato gli acquisti, un processo che sul mercato viene chiamato «short squeeze». Ora l’emergenza sembra finita, anche perché non c’è vera carenza di gas. Si tratta di una fiammata destinata a smorzarsi e che certo ha poco a che fare con la crisi del gas del 2022, quando il prezzo fu di dieci volte superiore all’attuale. Al rialzo attuale ha contribuito l’imprevisto stop alla centrale nucleare francese di Flamanville, in Normandia. La causa principale della fermata dell’enorme centrale da 4.330 MW di potenza è il passaggio della tempesta Goretti, che ha colpito duramente la costa francese. Le unità 1 e 3 (Epr) sono state scollegate dalla rete elettrica in via precauzionale e, secondo le ultime comunicazioni di Edf, rimarranno indisponibili probabilmente fino all’inizio di febbraio 2026, a causa delle riparazioni necessarie alle infrastrutture esterne danneggiate dalla tempesta.
Diverso è il discorso se si guarda alle tensioni internazionali. Dopo che sabato scorso il presidente americano Donald Trump ha annunciato di voler imporre dazi del 15% ai Paesi europei che hanno inviato un manipolo di militari in Groenlandia, sono aumentati i timori di una escalation che potrebbe colpire anche le forniture di gas.
I maggiori tre Paesi cui Trump ha imposto dazi al 10% dal 1° febbraio prossimo, ovvero Olanda, Francia e Germania, nei primi dieci mesi del 2025 hanno importato complessivamente 36,6 miliardi di metri cubi di gas naturale liquefatto (Gnl). Nello stesso periodo, l’Italia ha importato circa 8 miliardi di metri cubi di Gnl dagli Usa, la metà rispetto alla sola Olanda. Nel quarto trimestre del 2025 le importazioni di Gnl dagli Usa hanno rappresentato il 27% del totale degli approvvigionamenti di gas dell’Unione europea.
Con questo peso, tra i fornitori di un bene essenziale come il gas, in una eventuale escalation diplomatica con l’Europa, gli Stati Uniti hanno ampi margini di manovra, mentre l’Unione rischia di restare strangolata un’altra volta. Un po’ come era ai tempi della dipendenza dal gas dalla Russia, ora l’Europa è di nuovo vulnerabile.
Il punto principale della vicenda è questo. L’Unione europea, nonostante i grandi sforzi per uscire dalla dipendenza dal gas russo, è ancora molto esposta alle bizze dei mercati, senza avere un’adeguata riserva di energia, mentre le regole europee tengono alti i prezzi.
Ad esempio, con le attuali quotazioni, il costo delle emissioni di CO2 sull’energia elettrica è arrivato a 36 €/MWh, in omaggio al sistema Ets che impone il pagamento di questa tassa.
La strategia di perseguire l’indipendenza energetica attraverso l’elettrificazione e l’installazione di capacità a fonte rinnovabile non ha dato grandi risultati sinora, se non un aumento dei costi e una ridotta affidabilità dei sistemi elettrici. La proclamata Unione dell’energia non appare all’orizzonte e ogni Paese fa per sé. La settimana scorsa il governo tedesco ha deciso di installare altri 12.000 MW di potenza a gas, dopo avere chiuso 5.000 MW di potenza da fonte nucleare. I governi nazionali decidono ma gli impatti poi si scaricano anche sui sistemi degli altri Paesi. Manca soprattutto la consapevolezza che solo la diversificazione e l’abbondanza di offerta di energia può evitare il verificarsi di altre crisi.
In Italia, intanto, si attende da mesi il cosiddetto decreto Energia, che dovrebbe contenere una serie di misure per la riduzione dei costi. Il governo sta probabilmente negoziando il decreto con la Commissione europea, dopo il clamoroso fraintendimento con Bruxelles sul decreto Energy release dello scorso anno. Si sa che l’ipotizzata cartolarizzazione di alcuni oneri non ci sarà, cassata dall’Ue e in fondo non risolutiva. Dovrebbe esserci, invece, il contributo per le famiglie con basso Isee e un taglio dei premi del vecchio Conto energia per il fotovoltaico che pesa ancora per circa 6 miliardi all’anno sulla bolletta degli italiani.
Svezia, frena il green. Data center, chi paga l’energia? Il ritorno dell’uranio. Petrolio giù, Permiano in difficoltà. La Cina stringe la morsa sul ferro.





