La produzione industriale tedesca è al 6% al di sotto del livello pre Covid. Dal 2021 al 2025 le esportazioni tedesche verso la Cina sono calate di oltre il 40% in rapporto al Pil. Il crollo della domanda netta di esportazioni ha tolto circa il 3% alla crescita tedesca dal 2023. In quello stesso 2021, circa 1,1 milioni di posti di lavoro in Germania dipendevano dalla domanda finale cinese, e da allora se ne sono persi almeno 400.000. Sono i numeri che Sander Tordoir e Brad Setser, economisti del Centre for european reform, presentano in un nuovo studio pubblicato ieri dal titolo evocativo «China Shock 2.0. Il costo della compiacenza della Germania».
La diagnosi dei due studiosi è che lo shock commerciale cinese è la causa principale del declino industriale tedesco, molto più dei costi energetici o della burocrazia. In realtà non è esattamente così, poiché la crisi tedesca inizia quando il mercato unico europeo viene stroncato dall’austerità imposta dall’euro e non è più in grado di assorbire il surplus tedesco. Le regole fiscali europee comprimono consumi e investimenti e la produzione industriale tedesca inizia a scendere nel 2017, quando la Cina non era così presente.
Comunque, è vero che ora la Cina sta dando il colpo di grazia a un’economia che non sa, non può o non vuole reagire, da cui la «compiacenza» del titolo dello studio.
Dal 2019 le esportazioni cinesi sono cresciute di oltre il 40%, mentre le importazioni cinesi di beni manufatti sono rimaste praticamente ferme. La Cina inonda i mercati mondiali e il surplus commerciale che ne risulta è arrivato a 1.200 miliardi di dollari nel 2025.
Le aziende tedesche vengono espulse dal mercato cinese e sempre più dal mercato europeo stesso, dove la Cina compete ormai negli stessi settori industriali in cui l’Europa era tradizionalmente forte, come quello automobilistico. Si prevedeva che la Cina avrebbe toccato 10 milioni di auto esportate all’anno entro il 2030, ma ha già raggiunto quella soglia nel quarto trimestre del 2025. Ha fabbriche capaci di produrre 55 milioni di veicoli all’anno, di cui almeno 25 milioni elettrici, in un mercato interno che ne assorbe circa la metà. Una frase lapidaria di Setser non lascia dubbi: «La Cina potrebbe già soddisfare tutta la domanda mondiale di auto elettriche».
Dalla metà del 2025 la Germania importa dalla Cina più beni capitali di quanti ne esporti, tra macchinari, robot industriali e attrezzature. Tre fattori sostengono questa dinamica, dice il rapporto. Il primo è la debolezza della domanda interna cinese, aggravata dalla crisi immobiliare del 2021-22 che ha tenuto alto il risparmio delle famiglie e bassa la spesa per consumi. Il secondo è la politica industriale statale, con sussidi alle imprese da tre a nove volte quelli disponibili nelle economie avanzate. Il terzo è il tasso di cambio, con una sottovalutazione dello yuan stimata tra il 16% e il 30%.
Il conflitto d’interessi tedesco è parte del problema. Le multinazionali tedesche hanno investito massicciamente in Cina e continuano a fare pressione perché Berlino (dunque l’Unione europea) non risponda con strumenti di difesa commerciale. Lo studio documenta il caso del sussidio tedesco da 3 miliardi di euro per veicoli elettrici, annunciato con una clausola di preferenza europea e poi presentato senza quella clausola, dopo le pressioni dei costruttori che producono in Cina per il mercato europeo.
La risposta europea fin qui è stata lenta e insufficiente, perché frenata proprio dalla Germania. I dazi sui veicoli elettrici cinesi si sono rivelati insufficienti, perché i costruttori cinesi hanno spostato le esportazioni verso gli ibridi, non coperti dai dazi, e in ogni caso, anche gravate di dazi, le auto cinesi restano più convenienti. Le vendite di auto cinesi in Europa sono cresciute del 26% nel 2025. Poi, c’è il solito trucco alla tedesca. A febbraio la Commissione europea ha accettato un impegno sul prezzo minimo da parte di Volkswagen (Anhui) per il modello Cupra Tavascan, prodotto in Cina e venduto in Europa sotto il marchio spagnolo Seat. L’accordo fa evitare i dazi, dunque una casa tedesca che produce in Cina, esporta in Europa sotto un marchio spagnolo e negozia con Bruxelles per aggirare i dazi che Berlino ha accettato obtorto collo.
Il Parlamento europeo ha approvato ieri misure di protezione siderurgica, tagliando del 47% le quote di importazione esenti da dazi e portando i dazi sulle eccedenze al 50%. Sempre ieri il Parlamento europeo ha approvato un aggiornamento delle norme sullo screening degli investimenti esteri in settori sensibili. Too little, too late, dicono gli americani.
A proposito di compiacenza, infatti, per la Germania è difficile accusare la Cina di fare ciò che essa ha fatto per decenni, cioè comprimere i consumi interni e campare sulla domanda estera. Ma qualcuno ora inizia a preoccuparsi degli squilibri, soprattutto dopo che Donald Trump lo scorso anno ha evidenziato il problema alla sua maniera, cioè colpendo il resto del mondo con i dazi. Per decenni si è fatto finta di nulla, mentre la Germania raggiungeva surplus commerciali stellari, e ora che è la Cina a fare la parte del leone si cerca disperatamente qualche soluzione.
La Francia ha messo gli squilibri commerciali globali in cima all’agenda del G7 di giugno a Évian e il rapporto degli esperti economici del G7, coordinato da Gita Gopinath ed Hélène Rey, definisce la situazione attuale eccessiva e persistente, chiedendo un aggiustamento macroeconomico coordinato tra Cina, Stati Uniti e Ue.
Dalla sconfitta di Musk contro OpenAI al vertice Trump-Xi, fino alle crepe nel GOP in vista delle elezioni di mid-term e ai record dell’arte.
Per 15 anni governi, banche centrali e agenzie internazionali hanno costruito politiche e regolamenti su scenari climatici che il Cmip, il programma internazionale da cui quegli scenari provengono, ha appena dichiarato implausibili. La svolta arriva da uno studio dal titolo Progetto di interconfronto tra modelli di scenario per Cmip7 comparso il 7 aprile 2026 sulla rivista Geoscientific model development, con le firme di oltre 40 ricercatori da tutto il mondo.
Per capire la portata di questa revisione occorre spiegare come funziona il sistema. Il Cmip (Coupled model intercomparison project) è il programma internazionale che coordina i principali centri di modellazione climatica del mondo. Al suo interno, il sottocomitato ScenarioMip ha il compito di definire gli scenari di emissioni future che i modelli useranno come ipotesi di partenza, cioè quanta CO2 verrà prodotta, quante persone abiteranno il pianeta, quanto carbone verrà bruciato, quante rinnovabili verranno installate. Quegli scenari diventano poi la base del rapporto di valutazione dell’Ipcc, il Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite, da cui discendono trattati internazionali, politiche energetiche nazionali, regolamenti finanziari, nonché la collegata narrazione apocalittica sulla fine del mondo. Lo scenario più estremo di questa catena si chiamava RCP8.5, poi diventato nel 2021 SSP5-8.5. Prevedeva un consumo globale di carbone quintuplicato entro il 2100, una popolazione mondiale vicina ai 13 miliardi e un riscaldamento superiore ai 4 gradi centigradi rispetto all’era preindustriale. Ipotesi farlocche, come si è rivelato. Il consumo globale di carbone è rimasto grosso modo stabile e le proiezioni demografiche più accreditate indicano un picco attorno agli 8-9 miliardi nella seconda metà del secolo. Eppure, quello scenario è diventato il riferimento ufficiale nelle valutazioni nazionali di impatto climatico di Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Canada, Australia e Giappone. Il Network for greening the financial system, che coordina oltre 140 banche centrali, lo ha impiegato negli stress test condotti da Bce, Banca d’Inghilterra, Federal Reserve e Banque de France. Il nuovo set di scenari Cmip7 non include il SSP5-8.5 né il «cugino» SSP3-7.0, uno scenario altrettanto estremo basato su ipotesi demografiche ed energetiche ugualmente irrealistiche.
Questo significa che il prossimo rapporto Ipcc, quello che si chiamerà AR7, sarà costruito su scenari meno estremi, e che i vecchi scenari diventano quindi scientificamente obsoleti. Il nuovo scenario più pessimistico, chiamato semplicemente HIGH, raggiunge 71 miliardi di tonnellate di CO2 all’anno nel 2100, contro i 128 miliardi di tonnellate dell’SSP5-8.5. Un calo dell’80%, non c’è male.
Perché ci sono voluti 15 anni per ammettere che lo scenario peggiore era anche totalmente irrealistico? Perché si è fatta esperienza e nel frattempo le condizioni sono cambiate, dirà qualcuno. Certo, ma in realtà lo scenario SSP5-8.5 era utile perché produceva numeri grandi e i numeri grandi generano attenzione mediatica, finanziamenti alla ricerca, urgenza politica. Il catastrofismo climatico ha i propri incentivi strutturali. I ricercatori che lavorano su scenari estremi ottengono più citazioni. Le Ong che li propagandano raccolgono più donazioni e i divulgatori vendono più libri. Soprattutto, vi sono conseguenze reali su come le risorse vengono allocate, su quali tecnologie vengono sostenute e su come i cittadini comprendono (o non comprendono) il problema.
Le valutazioni nazionali di impatto climatico, i regolamenti di vigilanza bancaria, le metodologie della Banca mondiale sono ancora basate sulle ipotesi fasulle su cui sono state costruite. Serietà vorrebbe che vi fosse un aggiornamento di queste valutazioni, ma non esiste un vero meccanismo per ridefinirle, per cui non c’è da sperarvi molto. Nel frattempo, la narrazione pubblica sul clima continua a muoversi in direzione opposta. Nelle stesse settimane in cui veniva pubblicato il documento Cmip7, una commissione paneuropea convocata dall’Oms chiedeva di dichiarare la crisi climatica «emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale», la stessa categoria usata per le pandemie. Le proiezioni di rischio su cui si basano richieste di questo tipo sono costruite in larga misura proprio sugli scenari che il Cmip7 ha appena dichiarato implausibili, senza che questa revisione abbia ancora trovato spazio nel dibattito pubblico e istituzionale.
A chiudere il quadro arriva la Germania. Il governo federale ha approvato la costruzione di nuove centrali elettriche a gas per una capacità complessiva di 12.000 megawatt, riconoscendo che il sistema elettrico tedesco ha bisogno di quella capacità termoelettrica per garantire la sicurezza dell’approvvigionamento nei momenti in cui vento e sole non producono. Il finanziamento avverrà con un prelievo sui consumatori stimato tra 1 e 3 miliardi di euro all’anno dal 2031.




