La discussione sull’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea si sta arroventando. La Commissione appare determinata nell’accelerare il processo di adesione e discuterne già a metà giugno. Sul tema, in Italia emergono differenze di vedute all’interno della maggioranza, sia per motivi strettamente politici che per motivi economici.
Dall’inizio dell’invasione russa, l’Unione europea in effetti è stata molto generosa verso Kiev. Dal febbraio 2022 a oggi l’Ue ha erogato 200,6 miliardi di euro a sostegno dell’Ucraina. In particolare, secondo i dati del Consiglio europeo, 104,6 miliardi sono andati in sostegno finanziario, economico e umanitario, 75,2 miliardi in sostegno militare, 17 miliardi in sostegno ai rifugiati all’interno dell’Ue, 3,8 miliardi in proventi derivanti da beni russi bloccati.
A questa cifra si aggiunge il prestito da 90 miliardi approvato dal Parlamento europeo nel febbraio 2026 per il biennio 2026-2027, di cui 60 miliardi destinati alla difesa e 30 al funzionamento dello Stato e alle riforme. Il totale supera i 290 miliardi, cioè 100 miliardi in più dell’intero bilancio annuale dell’Unione europea, che si aggira sui 190 miliardi.
Il rimborso del prestito da 90 miliardi è però condizionato all’ottenimento da parte dell’Ucraina delle riparazioni di guerra dalla Russia, un evento la cui realizzazione resta molto poco probabile, per usare un eufemismo. Nel 2025 l’Ue ha prorogato per altri tre anni la sospensione delle misure di salvaguardia (dazi e quote) sulle esportazioni ucraine di ferro e acciaio.
L’Ucraina è un Paese in guerra che ha subito un’invasione e la solidarietà internazionale è un gesto di umanità. Infatti, il tema riguarda poco l’Ucraina in sé. Il problema è invece l’incoerenza del quadro europeo, che applica criteri radicalmente diversi a seconda della posta in gioco politica. Mentre Bruxelles mobilitava queste risorse, i governi nazionali ricevevano indicazioni opposte. L’Italia opera con margini di bilancio già ridottissimi e sta negoziando una difficile flessibilità per affrontare la crisi energetica. La Francia è sotto procedura per disavanzo eccessivo. La Commissione europea ha continuato ad applicare le regole del Patto di Stabilità, sia pure nella versione riformata del 2024, chiedendo rigore fiscale agli Stati membri per le spese interne mentre trovava centinaia di miliardi per Kiev attraverso debito. Se la crescita europea rallenta (e ci vuole già una certa dose di coraggio per chiamarla crescita), i governi nazionali avranno sempre meno spazio per ammorbidire l’impatto della crisi economica sui propri cittadini.
A parte i sostegni concreti erogati sinora, è il capitolo dei costi dell’adesione dell’Ucraina all’Ue a essere pesante. Se l’Ucraina dovesse entrare nell’Unione europea, secondo stime del Financial Times riprese dall’Ispi nel 2023, il costo d’ingresso per gli altri Paesi ammonterebbe a circa 186 miliardi di euro, con 97 miliardi assorbiti dalla sola Politica agricola comune (Pac), una cifra superiore ai 72 miliardi allocati alla Francia, e con gli altri Stati membri costretti a cedere circa il 20% delle loro quote Pac, una rinuncia che per l’Italia vale 9 miliardi. Con circa 40 milioni di ettari di superficie agricola, l’Ucraina diventerebbe lo Stato con la più vasta estensione coltivata d’Europa, superando la Francia, e il principale destinatario dei fondi della Pac.
Stime più recenti del think tank europeo Bruegel, citate dall’Ispi, indicano un impatto complessivo sulla Pac di 85 miliardi di euro, considerando i confini pre-guerra e il quadro finanziario europeo relativo al 2021-2027. Sul piano delle politiche di coesione, l’Ucraina diventerebbe il principale destinatario dei fondi europei destinati alla riduzione delle disparità economiche e sociali, per una spesa europea di 32 miliardi di euro. Il costo complessivo sarebbe quindi di almeno 115-120 miliardi di euro.
Sulla competizione europea con l’agricoltura ucraina ci sono già state reazioni in passato. Le proteste degli agricoltori europei sono iniziate nel dicembre 2023 in Germania, nel gennaio 2024 in Francia e Italia. Il 1° febbraio 2024 mille trattori hanno bloccato le strade di Bruxelles, con agricoltori arrivati da tutta Europa a protestare contro la concorrenza dei prodotti ucraini importati a prezzi bassi, agevolata dalle sospensioni dei dazi decise dall’Ue. Bulgaria, Ungheria, Polonia, Romania e Slovacchia hanno dichiarato che le importazioni ucraine hanno sconvolto i loro mercati agricoli. A dicembre 2025 è arrivata una terza ondata di proteste, con una manifestazione a Bruxelles che ha portato oltre 20.000 persone e un migliaio di trattori nel centro della città.
Il quadro è dunque complesso. L’Ucraina in Ue sarebbe percettore di fondi europei per oltre un centinaio di miliardi, a carico dei contributori netti ma anche degli attuali percettori, che riceverebbero meno risorse. La cosa più preoccupante è però che mentre si pensa a come spartirsi la torta, pochi sembrano accorgersi che se l’Ue non cambia rotta immediatamente, la predetta torta è destinata ad essere sempre più piccola.
Nonostante il gradimento non eccezionale, la presa del Presidente sui repubblicani resta salda, mentre Leone 14° pubblica la sua enciclica sull’IA.
La trattativa sul Quadro finanziario pluriennale (Qfp), cioè il bilancio a lungo termine dell’Unione europea, entra nel vivo.
Lunedì, prima del Consiglio Affari generali di ieri, 16 paesi dell’Unione europea, tra cui l’Italia, hanno presentato una dichiarazione congiunta per ridisegnare i contorni del prossimo Quadro finanziario pluriennale 2028-2034. Una mossa politica arrivata alla vigilia della riunione dei ministri per gli Affari europei.
Il Qfp è strutturato su cicli di sette anni e fissa i tetti massimi di spesa per le grandi categorie di politiche europee, come coesione territoriale, agricoltura, ricerca, difesa, infrastrutture. La Commissione ha presentato l’estate scorsa la sua proposta per il ciclo 2028-2034, per la cifra mostruosa di 1.900 miliardi di euro, con un aumento del 32% rispetto al precedente Qfp 2021-2027 che era di 1.200 miliardi di euro.
I 16 Paesi (Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Grecia, Spagna, Croazia, Ungheria, Italia, Lituania, Lettonia, Malta, Polonia, Portogallo, Romania, Slovenia e Slovacchia) si sono riuniti sotto il cappello informale degli «Amici della Coesione» per firmare una proposta che riguarda tre grandi voci comprese nel primo «pilastro» del Qfp, ossia la Politica di coesione (che finanzia infrastrutture nelle aree più povere dell’Ue), la Politica agricola comune e la Politica comune della pesca. Nella proposta della Commissione queste tre politiche sono le uniche a subire riduzioni in termini reali. I 16 chiedono invece un aumento degli stanziamenti per gli Stati membri, considerandole politiche «radicate nei Trattati». Attualmente coesione e agricoltura rappresentano circa il 60% del bilancio complessivo dell’Ue, ma nella proposta della Commissione la quota scenderebbe al 44%.
La seconda proposta riguarda la governance, su cui i 16 vogliono che la programmazione dei fondi resti «interamente responsabilità degli Stati membri». La critica in questo caso è verso i nuovi Piani nazionali e regionali di partenariato, che legano l’erogazione dei fondi a riforme europee, ricalcando la logica del Recovery Fund.
Le raccomandazioni europee, sostengono i firmatari, non devono «tradursi automaticamente in obblighi». Sul fronte delle entrate, la dichiarazione chiede di valutare «uno schema di rimborso più graduale» del debito contratto con Next Generation Eu e «nuovi strumenti di prestito congiunto» per finanziare investimenti strategici. In sostanza, nuovo debito comune europeo.
Su quest’ultimo aspetto la risposta tedesca era arrivata già ad aprile, allorché il cancelliere Friedrich Merz aveva dichiarato che né un maggiore indebitamento né l’emissione di bond europei sul mercato dei capitali sono «in discussione» da parte tedesca. Berlino è il maggiore contributore netto al bilancio Ue e si oppone sia all’allargamento del bilancio sia al debito condiviso, e non a caso. Il governo Merz è pressato a destra dall’ascesa elettorale dell’AfD, mentre nella famiglia politica moderata la Csu bavarese si sta agitando molto. Peraltro, il debito comune non è previsto dagli attuali trattati e introdurlo richiederebbe la modifica degli stessi, con anni di negoziati che nessuno vuole.
Il comunicato stampa del Consiglio Affari generali di ieri non fa menzione della dichiarazione degli «Amici della Coesione» e si limita a descrivere la proposta di Qfp della Commissione, che comprende i Piani di partenariato nazionale e regionale, il nuovo Fondo europeo per la competitività per settori e tecnologie strategiche, lo strumento Europa globale per i partenariati esterni, il Connecting Europe Facility per le infrastrutture transfrontaliere, il Programma per il mercato unico e le dogane per la cooperazione amministrativa.
Le proposte dei 16 segnalano l’ennesima spaccatura che attraversa l’Europa, tra i Paesi del Nord che non vogliono un aumento del bilancio Ue, e i percettori netti di fondi cui invece la proposta della Commissione non dispiace, almeno nella cifra totale. «Non possiamo continuare a spendere sempre di più in settori tradizionali», ha dichiarato ieri ai giornalisti Marie Bjerre, ministra danese per gli Affari europei, riferendosi all’agricoltura e alla coesione.
Delle proposte dei 16, il rigetto dei Piani di partenariato è quella più centrata, perché tali Patti sarebbero una replica del meccanismo deprecabile del Pnrr, cioè soldi condizionati agli obiettivi europei. In pratica, un modo per comprare le riforme.
Un dubbio però riguarda la posizione dell’Italia, se si considera che 14 dei 16 «Amici» sono percettori netti di fondi del bilancio europeo. Solo Italia e Spagna sono contributori netti e forse questo dovrebbe far suonare un campanello d’allarme a Roma. Conviene all’Italia fare fronte comune con Paesi che beneficiano strutturalmente del sistema molto più di quanto non vi contribuiscano? E vi è qualche ragione nell’allinearsi su questo con il governo socialista dell’altro contributore netto, la Spagna?
Un aumento del bilancio europeo significherebbe per Roma versare di più senza ricevere di più nella stessa proporzione. Se poi l'alternativa fosse finanziare il bilancio con risorse proprie europee, cioè con nuove tasse a livello Ue, il conto per i contribuenti italiani sarebbe ancora più salato.




