La Cina ferma le esportazioni di carburante e fertilizzanti. Un’altra legnata per l’Europa
La crisi nel Golfo Persico ha aperto un secondo fronte che riguarda direttamente le forniture globali di materie prime e prodotti agricoli. Mentre lo Stretto di Hormuz resta bloccato, la Cina ha avviato restrizioni alle esportazioni di prodotti raffinati e fertilizzanti, privilegiando il mercato interno. Le conseguenze dei blocchi dell’export cinese si stanno già facendo sentire in Asia e in Australia, e potrebbero presto toccare anche l’Europa.
La National Development and Reform Commission (Ndrc), il principale organismo di pianificazione economica cinese, ha ordinato ai grandi raffinatori statali di sospendere le esportazioni di carburante per aerei, diesel e cherosene. Sinopec, il maggior raffinatore del Paese, ha tagliato l’attività del 5% a marzo per conservare le riserve di greggio, e il vicepresidente Zhao Dong ha confermato che la priorità è garantire le forniture interne. Le scorte strategiche cinesi ammontano a circa 1,4 miliardi di barili, ma per altre fonti potrebbero essere ben più alte, attorno a 1,9 miliardi di barili.
Secondo alcune stime, solo circa il 6% del consumo energetico primario della Cina è direttamente esposto alle interruzioni dello Stretto di Hormuz, ma intanto il governo ha anche introdotto, per la prima volta dal 2013, controlli sui prezzi interni della benzina.
Le restrizioni all’export di carburante stanno già creando problemi concreti. Il Vietnam importa quasi il 70% del suo carburante per aerei, con circa il 60% proveniente da Cina e Thailandia, ma i fornitori garantiscono gli approvvigionamenti solo fino ad aprile. I costi operativi delle compagnie aeree vietnamite sono aumentati fino al 70%.
L’Australia dipende dalla Cina per circa un terzo del suo jet fuel e figura tra i principali importatori di diesel cinese. Per cercare di arginare il problema, il governo di Canberra ha già convocato un gabinetto straordinario per gestire la crisi.
La Ndrc ha anche ordinato agli esportatori cinesi di fertilizzanti di sospendere le spedizioni verso alcuni mercati. Questione rilevantissima, perché la Cina è il secondo esportatore mondiale di fertilizzanti dopo la Russia. Non c’è stato nessun annuncio ufficiale, poiché l’ordine è stato dato in via informale agli operatori del settore, secondo quanto riportato da alcuni organi di stampa. La direttiva di cessare le esportazioni si applicherebbe in particolare all’India, che importa circa il 10% del proprio fabbisogno di fertilizzanti dalla Cina.
Pechino ha contestualmente rilasciato riserve statali di fertilizzanti sul mercato interno in questi giorni, per garantire prezzi stabili agli agricoltori. L’associazione dei produttori cinesi ha persino indicato un tetto ai prezzi, invitando le imprese a non vendere al di sopra di quel livello. A quanto pare, dunque, Xi Jinping sembra intenzionato a garantire che i fertilizzanti rimangano in patria al servizio del mercato interno, prima di considerare qualsiasi esportazione.
Si prospettano poi ulteriori restrizioni su alluminio e plastica. I prezzi dell’alluminio erano saliti bruscamente all’inizio del conflitto per i timori di interruzioni nelle forniture, visto che il Medio Oriente rappresenta circa il 9% della produzione mondiale nel 2025. Dopo un breve calo, i prezzi stanno riprendendo a salire, e un aumento del 10% dei costi delle materie prime può ridurre i margini lordi dei principali produttori cinesi di elettrodomestici fino al 6%. Per questo Pechino cercherà di proteggere innanzitutto il proprio mercato.
Proprio qui, infatti, si stanno verificando le prime crepe, poiché le restrizioni all’export e l’aumento dei costi energetici stanno colpendo duramente le piccole e medie imprese cinesi. I margini dell’industria tessile e dell’abbigliamento sono scesi al 4,1%, il livello più basso dal 2017. Il settore della plastica e della gomma ha registrato due anni consecutivi di erosione dei margini, al 5,3%.
Nello Zhejiang le esportazioni verso il Medio Oriente avevano superato i 120 miliardi di dollari nel 2025, con una crescita del 23% nei primi due mesi dell’anno verso Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. Ora i compratori della regione sono quasi scomparsi, mentre i costi di trasporto verso il Golfo Persico sono aumentati del 35% a marzo e i premi assicurativi del 143%.
In questo contesto, il ministro del Commercio cinese Wang Wentao ha dichiarato, a margine della quattordicesima riunione ministeriale dell’Organizzazione mondiale del commercio in Camerun, che la Cina è disposta a espandere «attivamente» le importazioni dall’Unione europea. Wang, che ha incontrato il commissario europeo per il commercio Maroš Šefčovič, ha anche chiesto a Bruxelles di allentare i controlli sulle esportazioni di alta tecnologia verso la Cina, invitando l’Ue ad «astenersi dallo strumentalizzare politicamente le questioni commerciali» e a considerare lo sviluppo cinese in modo «razionale e obiettivo».
La dichiarazione arriva mentre Pechino è impegnata su diversi tavoli. Proseguono infatti le trattative commerciali con Washington in vista del vertice tra Donald Trump e Xi Jinping a metà maggio, mentre ci sono indagini reciproche sulle pratiche commerciali. L’apertura verso Bruxelles appare in questo senso anche una mossa per diversificare i canali diplomatici e commerciali in una fase di forte pressione.
L’Europa è molto esposta. Non dispone di fornitori alternativi di taglia mondiale per i fertilizzanti, visto che l’unico altro grande esportatore è la Russia, già sotto sanzioni. Il blocco dei fertilizzanti, in coincidenza con l’inizio della stagione primaverile, lascia davvero poco tempo per trovare alternative.
- Mentre le bombe ucraine hanno ridotto del 40% la capacità di export russo verso l’Europa, il bando totale, previsto per metà aprile, scompare dall’agenda della Commissione. Mistero su dove finisca il petrolio sequestrato alla «flotta fantasma» di Vladimir Putin.
- Gnl, stoccaggi, movimenti finanziari: troppi indizi ci dicono che le bollette saliranno.
Lo speciale contiene due articoli
Il petrolio russo è sotto attacco. Non solo per le sanzioni, ma anche per azioni di sabotaggio che colpiscono direttamente infrastrutture, rotte e capacità di esportazione. Secondo calcoli diffusi da Reuters, almeno il 40% del potenziale export di Mosca - circa due milioni di barili al giorno - risulta oggi fermo a causa di tre fattori: raid ucraini, danni agli oleodotti e sequestri di petroliere. Un colpo senza precedenti per il secondo esportatore mondiale di greggio, arrivato proprio mentre il prezzo del petrolio è tornato a superare i 100 dollari al barile.
Nelle ultime settimane Kiev ha intensificato gli attacchi contro il sistema energetico russo, colpendo tutti i principali terminali occidentali: dai porti baltici di Primorsk e Ust-Luga fino a Novorossiysk, sul Mar Nero. I raid condotti tramite droni hanno provocato incendi, rallentamenti e, in alcuni casi, la sospensione delle operazioni di carico, con effetti immediati sulle esportazioni di Mosca. Sotto pressione anche l’oleodotto Druzhba, arteria storica che attraversa l’Ucraina e rifornisce diversi Paesi dell’Europa centrale. L’obiettivo di Kiev è chiaro: ridurre le entrate energetiche del Cremlino, che rappresentano circa un quarto del bilancio statale, indebolendo così la capacità russa di sostenere il suo sforzo bellico.
Le conseguenze dell’offensiva voluta da Volodymyr Zelensky, d’altronde, si fanno sentire ben oltre il teatro di guerra ucraino. Con le rotte occidentali colpite o rallentate, Mosca è costretta a spostare una quota crescente del proprio export verso l’Asia, in particolare Cina e India. Ma anche queste direttrici presentano limiti: capacità logistiche ridotte, costi più elevati e tempi più lunghi. In un contesto già segnato dalle tensioni in Medio Oriente, il risultato è un aumento dell’incertezza sui mercati energetici globali.
In questo contesto tanto delicato, Bruxelles ha deciso di rinviare ancora la proposta di bando totale delle importazioni di petrolio russo. Il provvedimento, atteso inizialmente per metà aprile, è scomparso dall’agenda a breve termine della Commissione e, al momento, non è stato neanche ricalendarizzato. A livello ufficiale, i funzionari di Ursula von der Leyen ribadiscono l’impegno europeo a portare avanti il piano. Nei fatti, però, pesano le divisioni interne dell’Ue e la difficoltà di alcuni Stati membri a rinunciare completamente alle forniture russe. Il nodo, insomma, resta quello dell’unanimità. Ungheria e Slovacchia, fortemente dipendenti dal greggio che arriva attraverso il Druzhba (noto come «oleodotto dell’Amicizia»), hanno già ottenuto deroghe alle sanzioni e continuano a opporsi a una stretta definitiva. Non a caso, Viktor Orbán ha minacciato di interrompere le forniture di gas all’Ucraina qualora Kiev non riattivi i rifornimenti che passano per il Druzhba.
Nel frattempo, una parte crescente del petrolio russo continua a circolare al di fuori dei canali ufficiali. È il caso della cosiddetta «flotta ombra», una rete di petroliere spesso vecchie, registrate sotto bandiere di comodo e con proprietà difficilmente tracciabili, utilizzate per aggirare le sanzioni. Attraverso questi circuiti opachi passa ormai una quota rilevante del greggio di Mosca, che riesce così a raggiungere comunque i mercati internazionali. Negli ultimi mesi, tuttavia, anche questo sistema è finito nel mirino delle nazioni occidentali. Diversi Paesi europei e gli Stati Uniti hanno iniziato a fermare e sequestrare petroliere sospettate di trasportare petrolio russo in violazione delle restrizioni. Secondo operatori del settore citati da Reuters, circa 300.000 barili al giorno provenienti dall’Artico, con partenza dal porto di Murmansk, risulterebbero oggi bloccati proprio a causa di queste operazioni. Ufficialmente si tratta di applicazione delle sanzioni. Ma resta aperta una questione: che fine fa il petrolio sequestrato? Viene davvero sottratto al mercato o rientra attraverso altri canali, magari sotto nuove etichette?
Negli ultimi giorni, peraltro, il Regno Unito ha autorizzato le proprie forze navali ad abbordare le petroliere sospette: una misura che segna il passaggio da una logica puramente sanzionatoria a un intervento più attivo sulle rotte marittime, con il rischio di aumentare tensioni e incidenti. Ieri, per esempio, nel Mar Nero una petroliera turca in arrivo dalla Russia è stata colpita - a poche miglia dal Bosforo - da quello che Ankara ritiene un veicolo sottomarino senza equipaggio. Nessun ferito, ma danni alla sala macchine. Un episodio che conferma come le rotte energetiche siano ormai parte integrante del confronto bellico, non solo sul piano economico, ma ora anche su quello più strettamente militare.
Insomma, il petrolio russo continua a scorrere, ma in un circuito sempre più frammentato e instabile. Non è solo una questione di sanzioni o di mercato: è una guerra parallela, meno visibile ma altrettanto decisiva, in cui si gioca una parte rilevante dell’equilibrio economico e strategico del conflitto russo-ucraino.
Occhio, i prezzi del gas ingannano: il peggio deve ancora arrivare
Nuova giornata di rialzo dei prezzi del gas al mercato Ttf ieri, con il mese di aprile che ha chiuso a 55,22 euro/MWh (+4,55%) e il contratto annuale 2027 che ha chiuso a 44,17 euro/MWh (+4%). L’altalena di notizie dal Golfo Persico prosegue e ieri c’è stato anche ampio spazio per le dichiarazioni di Donald Trump e del segretario al Tesoro americano Scott Bessent sull’andamento della guerra in Iran e sui suoi effetti. Mentre il presidente seminava una certa confusione con una serie di affermazioni contraddittorie, Bessent ha cercato di tranquillizzare notando come alcune navi abbiano iniziato a transitare dallo stretto di Hormuz. Al di là delle dichiarazioni, però, vi sono alcuni elementi che avranno un impatto molto forte sui prezzi del gas anche se la guerra finisse tra pochi giorni.
I dati mostrano che, mentre il sistema fisico inizia ad entrare in tensione, i prezzi non stanno ancora incorporando pienamente questo rischio e dunque potremmo assistere nei prossimi giorni e settimane ad un aumento vigoroso dei prezzi del gas. L’alta probabilità che i prezzi possano muoversi rapidamente verso l’alto è legata a diversi fattori di base. Innanzitutto, l’offerta globale di gnl, dopo il grave fuori servizio del Qatar, si è ristretta rispetto alla domanda e questo sbilancio fa aumentare i prezzi. Il vero stop al gnl si percepirà da aprile, quando le navi che avrebbero dovuto arrivare in Europa dal Qatar non arriveranno. Il secondo elemento è rappresentato dai movimenti degli stoccaggi europei. Gli spread stagionali si stanno comprimendo fino quasi ad annullarsi e in alcuni punti si rovesciano, con l’estate 2026 sopra l’inverno successivo. Questo distrugge l’economia dello stoccaggio.
Se il differenziale tra estate e inverno si riduce troppo, infatti, il meccanismo di arbitraggio di iniezione perde convenienza. Comprare gas oggi, stoccarlo e rivenderlo in inverno non remunera più il rischio e il capitale e il risultato è che uno dei meccanismi fondamentali di stabilizzazione del mercato si indebolisce. Il sistema cioè diventa più vulnerabile agli shock esterni, proprio mentre il bilancio fisico si sta deteriorando. La decisione dell’Ue di ridurre gli obblighi di riempimento all’80% anziché al 90% a fine stagione estiva aiuta in minima parte a contenere la domanda, ma mette a rischio la tenuta del sistema in inverno. Anche la dinamica della curva dei prezzi futuri conferma questa tensione. Il front month accelera più rapidamente delle scadenze a tre e sei mesi e poi la curva si appiattisce, segnale di stress immediato ma senza il premio necessario a incentivare il refill.
Vi sono poi in gioco le posizioni finanziarie. Esiste una relazione positiva tra variazioni delle posizioni nette dei fondi di investimento e l’andamento dei prezzi. Dopo avere venduto molti volumi nelle settimane passate, ora i fondi stanno ricostituendo posizioni in acquisto (cosiddette lunghe). Dal rapporto sugli impegni dei trader sul mercato Ttf, diffuso settimanalmente dal mercato Ice, si ricava che le posizioni nette lunghe dei fondi finanziari ammontano a circa 293 terawattora, pari a circa 28 miliardi di metri cubi, e tendono a crescere ancora.
Questo significa che il capitale speculativo non sta coprendo un rischio che aveva precedentemente assunto, ma sta prendendo posizione su uno scenario di rialzo. Il numero di fondi attivi è inferiore ai massimi, quindi il mercato è sostenuto da meno operatori ma con esposizioni medie più elevate. Ne deriva una maggiore sensibilità ai movimenti di prezzo, cioè una maggiore volatilità. Inoltre le posizioni si stanno estendendo anche sulle scadenze lunghe, fino al 2028, segnale che chi ha molti capitali e la vista lunga vede la salita dei prezzi come strutturale e non transitoria.
Dunque, il bilancio fisico mondiale si sta deteriorando, la struttura dei prezzi futuri disincentiva gli stoccaggi e il capitale finanziario si posiziona aggressivamente al rialzo. Il risultato è un mercato che nei prezzi correnti non riflette ancora il potenziale rialzista della situazione, che ha perso una buona parte dei suoi meccanismi di stabilizzazione. In queste condizioni, se la domanda non cala, anche un piccolo shock sul lato dell’offerta può tramutarsi in una impennata dei prezzi.
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