- La carenza di invasi permette di immagazzinare solo l’11% della pioggia. In Sicilia si devono addirittura svuotare i bacini delle dighe perché sopra una certa soglia non reggono la pressione. Col Pnrr un po’ di manutenzione è stata fatta, ma servono nuove costruzioni.
- La rete regge a fatica una domanda che, con la transizione verde, continua a crescere
Lo speciale contiene due articoli
Fiumi che esondano, nubifragi, paesi spazzati via da valanghe di acqua ma poi arriva l’estate e tornano le immagini dei campi arsi dal sole, delle colture secche, delle fontane a secco mentre i sindaci rinnovano l’allarme siccità. In Sicilia la situazione è paradossale: nonostante il problema idrico si ripresenti puntualmente, da una parte non si riesce a raccogliere la pioggia delle grandi precipitazioni e dall’altra si svuotano i bacini delle dighe perché non reggono la pressione dell’acqua oltre una certa soglia. Le Regioni virtuose del Nord Ovest non possono mettersi in cattedra. Pur avendo una manutenzione più attenta delle condutture e quindi limitando la dispersione idrica, non sono in grado di immagazzinare le precipitazioni più violente, se non in piccola parte.
Eppure l’Italia oltre ad essere baciata dal sole, è beneficiata dalle piogge. Queste superano annualmente i 300 miliardi di metri cubi, però per carenze infrastrutturali, si riesce a trattenerne solo l’11%.
Dopo la crisi idrica del 2022 si parlò di fare invasi ovunque. Eppure a distanza di quattro anni il problema siccità è tornato con prepotenza e dei bacini di raccolta non c’è traccia. «Il Veneto per mancanza di bacini ha disperso in mare in due mesi un miliardo di metri cubi di acqua» spiega il presidente dell’Anbi (l’organizzazione che riunisce i consorzi di bonifica) Francesco Vincenzi. Ma i fondi del Pnrr? Il problema è che i soldi europei sono destinati al miglioramento delle strutture esistenti. Il che va bene: sono stati effettuati 258 interventi di efficientemento per un valore di 1,6 miliardi, ma l’emergenza degli invasi è rimasta tale.
E il Piano nazionale per il settore idrico? C’è un Piano nazionale di interventi infrastrutturali e per la sicurezza nel settore idrico (P.N.I.I.S.S.I.), che nel 2025 ha finanziato 75 progetti per circa un miliardo, fra cui alcuni volti a realizzare nuovi serbatoi per l’accumulo. Però, afferma l’Anbi, «il finanziamento è rimasto sulla carta». Nel 2023 il governo Meloni ha istituto un Commissario straordinario per la scarsità idrica e una cabina di regia presieduta dal ministro delle Infrastrutture.
«Non sono stati fatti interventi strutturali ma di efficientemento del sistema» afferma Vincenzi e ricorda che «sono in corso da due anni i lavori per risolvere il problema dell’invaso di Capolattaro in Campania inutilizzabile perché mancano le opere per portare l’acqua dal bacino al territorio». Poi sottolinea che «complessivamente i bacini italiani hanno il 10% della loro capacità ridotta perché non vengono puliti. Negli anni, per l’incuria, si accumulano i sedimenti».
Vincenzi ha comunque apprezzato il lavoro realizzato dal commissario Nicola Dell’Acqua e dalla cabina di regia, ma invita a non confondere l’emergenza con la pianificazione. «Dal 1976 in avanti non si è più parlato di invasi. Io mi riferisco a un piano con un lasso di tempo che non sia meno di dieci anni. Un miliardo all’anno per dieci anni».
Il termometro della gravità della situazione è lo stato di salute del Po. «In Polesine, in una settimana, il Po è passato da una portata di 900 metri cubi al secondo a 300 metri cubi, cioè ha perso il 60% della portata, cosa inaspettata con questa velocità. Nel delta del fiume è stata sospesa l’irrigazione perché l’acqua marina sta entrando e salinizza le falde e i territori» afferma Vincenzi.
In aggiunta a quanto previsto dal Piano idrico nazionale, Anbi e Coldiretti, hanno presentato tra ottobre 2025 e gennaio scorso, 266 progetti redatti d’intesa con le regioni italiane per essere finanziati all’interno del Piano. Di questi, 74 riguardano la realizzazione di invasi o la manutenzione di quelli esistenti. Se dovessero essere finanziati tutti, richiederebbero oltre 7 miliardi ma ora sono sulla carta. Vincenzi chiede alla politica continuità. «Già avere oggi decreti attuativi di oltre 800 progetti del P.N.I.I.S.S.I. è un grande risultato, però la crisi climatica la dobbiamo vedere con una visione temporale che non è quella della campagna elettorale o della durata di un governo».
Poi c’è il tema discusso della desalizzazione, un processo molto costoso e che ha la problematica dello smaltimento della salamoia, il residuo salino derivante dal processo. Nel nostro Paese sono attivi 340 dissalatori, un numero basso rispetto al fabbisogno, quasi tutti operanti nelle piccole isole. La maggior parte dei dissalatori si concentra su strutture di dimensioni ridotte o medie, molte delle quali forniscono acqua potabile a settori industriali e turistici, inclusi hotel e resort. Il più grande impianto presente in Italia e nel Mediterraneo si trova a Sarroch, nella provincia di Cagliari. Al momento è utilizzato principalmente per scopi energetici, ma ha il potenziale per fornire acqua quasi potabile per usi civili, con una capacità produttiva di circa 500 metri cubi all'ora.
Sono i consumi elettrici, non il clima a moltiplicare i blackout nelle città
La rete regge a fatica una domanda che, con la transizione verde, continua a crescereI blackout che da giorni colpiscono localmente (Torino, Napoli e diverse aree dell’hinterland milanese) vengono attribuiti al caldo, anzi al cambiamento climatico, che è ben altra cosa. Spiegazione comoda che sposta l’attenzione dal vero nodo. Il calore agisce certo da fattore aggravante, perché i cavi interrati a poca profondità faticano a dissipare l’energia termica prodotta dal passaggio della corrente quando c’è molta richiesta di energia. Inoltre, i giunti che uniscono i cavi sotterranei nelle maglie cittadine, quando il calore superficiale dell’asfalto si somma al riscaldamento interno, raggiungono il limite termico e fondono, in un processo che resta comunque di superficie.
Tuttavia, la radice del problema sta in due elementi distinti e convergenti. Da una parte l’aumento dei consumi elettrici, per ora solo stagionale, e dall’altra gli investimenti insufficienti sulle reti di distribuzione.Aria condizionata, auto elettriche, piastre a induzione, pompe di calore e l’elettrificazione di processi industriali caricano e caricheranno sempre più le reti locali di distribuzione di potenze per le quali non sono state progettate. Un «piccolo» dettaglio che il Green deal ha trascurato, come tante volte abbiamo detto.L'infrastruttura attuale, disegnata molti decenni fa, quando i picchi di consumo elettrico cadevano nei mesi invernali e il prelievo domestico era modesto, regge a fatica una domanda che è destinata a crescere su ogni fronte. Almeno secondo i desideri di Bruxelles.Le riparazioni straordinarie eseguite in questi periodi, guasto per guasto, innescano una catena di guasti successivi, perché il giunto che si fonde viene sostituito con altri giunti, si accorciano i tronchi di cavo e l’insieme risulta più fragile, in una sequenza di blackout e di rattoppi destinata a ripresentarsi ogni estate.Insistere sull’elettrificazione dei consumi energetici nei termini imposti da Bruxelles significa rovesciare carichi crescenti su reti che, in tutta evidenza, non sono pronte a reggerli.Basti pensare alla ricarica ultrarapida per le auto elettriche lanciata dalla casa automobilistica cinese Byd.
Le nuove colonnine Megawatt Flash Charging cinesi hanno una capacità fino a 1.000 kW per veicolo, con stazioni dimensionate intorno a 1.360 kW. Una potenza impegnata che per ogni singolo punto di ricarica equivale al fabbisogno di centinaia di abitazioni.Servirebbe un piano di ristrutturazione complessiva, con cavi di sezione maggiore, giunti meno numerosi e più resistenti, una rete più magliata e un numero aumentato di cabine secondarie di trasformazione MT/BT. Tutto questo impone di sventrare le città e di mobilitare centinaia di miliardi di investimenti, su un orizzonte di cinque o dieci anni, a fronte di stanziamenti che restano irrisori rispetto alla scala del fabbisogno. Il Pnrr ha destinato circa 4,1 miliardi alle reti di distribuzione (3,5 dei quali sono andati a E-Distribuzione), una cifra che già La Verità dell’8 luglio 2021 aveva giudicato drammaticamente insufficiente.Il modo in cui vengono fissate le tariffe di distribuzione spiega perché gli investimenti restino sotto la soglia necessaria.
Arera riconosce in tariffa i costi operativi, gli ammortamenti per gli investimenti fatti e una remunerazione, calcolata applicando un coefficiente annuale al capitale investito. Ogni anno il distributore incassa quindi, oltre alla copertura dei propri costi di gestione, una quota di ammortamento più un rendimento sul capitale non ancora rientrato, finanziato dalle bollette pagate dai cittadini. Il meccanismo premia chi investe, ma il ritardo di uno o due anni con cui Arera aggiorna le tariffe provoca sacche di utili. Il punto è che il ciclo di investimenti è troppo lento rispetto alle necessità. Ad esempio, Ireti, la società che distribuisce energia a Torino, ha chiuso il bilancio 2025 con 92 milioni di euro di utile che sono finiti in dividendi agli azionisti, in particolare al Comune di Torino, affamato di fondi. La società però ha investito nel 2025 oltre 900 milioni, che saranno remunerati con le tariffe del 2027.Il caldo, in definitiva, non fa altro che smascherare il bluff dell’elettrificazione e della transizione. La domanda elettrica si evolve, mentre l’ossatura che dovrebbe portare quell'energia fino all’utente fa acqua da tutte le parti, nonostante le ricche tariffe.
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In Francia ecologisti storditi dalla calura: l’aria condizionata è un pericolo fascista
Fare il bagno nella vasca è di destra, far la doccia invece è di sinistra. Fu Giorgio Gaber a tracciare il solco in una canzone del 1995, forse immaginando, da artista, che un giorno saremmo arrivati a dirlo davvero, o quasi. In effetti, oggi è la Francia a dettare la linea: l’aria condizionata è di destra.
Del resto, l’aria fresca era una delle poche cose rimaste fuori dal romanzo climatico raccontato dai media, secondo cui i combustibili fossili e il motore a scoppio sono residui del patriarcato maschilista tossico. Ora all’indice finisce anche il raffrescamento, accusato di nefandezze perché scalda le città e aumenta le emissioni, che a loro volta aumentano l’effetto serra.
Marine Le Pen ha scatenato la battaglia politica al di là delle Alpi nel corso di una ondata di calore che ha portato oltre i 40 gradi la temperatura in tutto il Paese. «È assurdo che le persone muoiano per il caldo. Se sarò eletta presidente, metterò in atto un massiccio piano di installazione di impianti di climatizzazione, a partire dai luoghi frequentati dalle fasce di popolazione più vulnerabili: ospedali, case di cura e scuole», aveva detto tempo fa la candidata (forse) alle prossime elezioni presidenziali in Francia, che archivieranno una volta per tutte l’era Macron.
Non l’avesse mai fatto. Gli ha risposto il prode Jean-Luc Mélenchon: «Assolutamente no, significherebbe aumentare i danni», alludendo alle emissioni di CO2. I Verdi hanno risposto alla Le Pen sfottendola per il suo improvviso interesse al caldo, dopo che avrebbe, secondo la forza politica ambientalista, screditato per anni gli scienziati del clima giudicandoli allarmisti. I Verdi dicono che l’aria condizionata riscalda i quartieri e sovraccarica la rete elettrica.
La canicule ha preso d’assalto la Francia e sui giornali è guerra totale. Su L’Opinion, Emmanuelle Ducros deride una «Francia che non ama l’aria condizionata», preferendo la «penitenza» del caldo. Il saggista Olivier Babeau sul social X tronca il dibattito: «Ricordate: è l’assenza di aria condizionata che uccide. Non il contrario». Ma il quotidiano Liberation di ieri risponde ad alzo zero: «Di fronte all’offensiva di un ecosistema di destra (sic) e di estrema destra che non esita a deformare il loro discorso per attribuire loro le difficoltà sopportate dalla popolazione, i verdi sono soli contro tutti». Liberation dice che occorre «politicizzare la canicola».
Fa molto discutere, poi, un manifesto dei verdi che illustra come i condizionatori farebbero scendere l’aria calda verso le strade mentre gli alberi farebbero salire l’aria fredda verso le case (sic). Nel mirino anche la nuova stazione di Nantes, inaugurata nel 2020 con criteri termici green e super efficienti, che avrebbe dovuto raffrescarsi naturalmente in presenza di calore esterno. In realtà, con il caldo attuale all’interno della stazione si registrano in media 5 gradi centigradi in più che all’esterno. Con 41 gradi a Nantes, dentro la stazione ce ne sono 46. Auguri a chi parte e arriva.
Ovviamente la saga dell’aria condizionata arriva anche in Italia. Sul fronte del lavoro, Il segretario della Cgil Maurizio Landini chiede l’applicazione di un protocollo dello scorso anno sulle tutele per i rider e i lavoratori esposti a temperature superiori ai 35 gradi, invocando l’integrazione del reddito nei casi di sospensione dell’attività. Forte disagio anche nelle scuole per gli esami di maturità: l’Anp (Associazione nazionale presidi) sollecita una riflessione strutturale sull’edilizia scolastica e maggiore flessibilità nel numero di candidati giornalieri, suggerendo di anticipare le prove orali al mattino presto. Ieri Christian Raimo ha scritto che «gli esami di maturità vanno completamente ripensati alla luce del cambiamento climatico». A questo proposito, sarebbe certamente auspicabile, anziché parlare di cambiamento climatico, investire come si deve sull’edilizia scolastica, ristrutturando o costruendo nuove scuole e provvedendole di sistemi di riscaldamento e raffrescamento moderni ed efficienti. Più che politicizzare la canicola, occorre investire sul benessere dei nostri figli, rompendo le catene della cieca austerità che considera debito improduttivo la costruzione di una scuola.
L’ondata di calore che sta flagellando l’Europa però non dà tregua e si avvia verso il picco, atteso tra il fine settimana e lunedì prossimo con punte di 40 e 41 gradi a Firenze e in Pianura Padana. E in Italia si fa anche un bilancio dei morti: sono quattro le vittime accertate per il caldo estremo. Dopo il decesso di un cinquantasettenne nel Lodigiano, hanno perso la vita un uomo di 61 anni mentre lavorava in una vigna nel Piacentino, un cinquantaseienne colto da malore a Garlasco e un senzatetto trovato senza vita a Napoli. I bollini rossi salgono a 17 oggi e a 18 domani, spingendo il ministro della Salute, Orazio Schillaci, a convocare una riunione d’emergenza.





