La visita di Giorgia Meloni in Arabia Saudita è certamente utile per manifestare solidarietà a un Paese coinvolto in una guerra, ma anche per garantire le forniture di energia al nostro Paese. Va ricordato che Meloni è stata l’unica leader straniera presente alla riunione dello scorso dicembre del Consiglio di cooperazione del Golfo, organizzazione per la cooperazione tra sei Paesi del Golfo Persico.
Dal Medio Oriente arrivano in Italia ogni anno circa 10 milioni di tonnellate (mt) di petrolio greggio, pari al 16,5% dell’import italiano, e circa 4,7 mt di prodotti raffinati (Gpl, benzina, jet fuel, gasolio e altri), pari al 26% dell’import italiano (dati Unem relativi all’anno 2024).
Nel 2024 il nostro Paese ha consumato 8,6 mt di benzina, 26,1 mt di gasolio, 5 mt di carburante per aviazione e 3,2 mt di Gpl, per un totale di circa 43 mt di prodotti. L’Italia dispone di una capacità di raffinazione pari a 87,5 milioni di tonnellate all’anno e nel 2024 l’Italia ha lavorato in raffineria circa 80 mt di materia prima, esportando circa 24 mt di prodotti. Le importazioni complessive italiane nel 2024 sono state di 57 mt di greggio e 15 mt di prodotti.
Sulla base di quanto previsto dal D.lgs. 249/2012, per l’anno 2025 gli obblighi di scorta in Italia ammontano complessivamente a 10,3 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio (mtep), pari a 90 giorni di importazioni nette giornaliere medie dell’Italia nell’anno 2024. Al momento l’Italia detiene 23 giorni di scorte specifiche di proprietà dell’Ocsit, pari a 2,6 mtep, mentre le rimanenti scorte in prodotti con le stesse caratteristiche delle scorte specifiche, di proprietà dei soggetti obbligati, sono pari a 7 giorni e ammontano a 0,8 mtep. Le scorte di sicurezza libere, non quindi in prodotti specifici, ammontano invece, a livello Paese, a 8,4 mtep.
Ieri intanto sono iniziate in Italia le prime forniture contingentate negli aeroporti. Air Bp Italia, uno dei principali operatori che forniscono carburante per aerei, ha diffuso un avviso rivolto alle compagnie aeree, per informarle che per i prossimi giorni, fino al 9 aprile, negli aeroporti di Linate, Bologna, Venezia e Treviso vi saranno limitazioni per il carburante. La priorità nel rifornimento, ha spiegato la società del colosso britannico Bp, sarà data ai voli ambulanza, ai voli di Stato e ai voli con durata superiore a tre ore, mentre per tutti gli altri ci sarà una distribuzione contingentata.
L’Italia dipende dall’estero per poco meno della metà del suo fabbisogno di jet fuel. Nel 2024 l’Italia ne ha consumato circa 5 mt, importandone 2,61 mt ed esportandone 0,5 mt. La produzione interna si attesta quindi intorno a 2,86 mt, meno del 60 percento del fabbisogno nazionale. Riguardo al gasolio, invece, l’Italia nel 2024 ne ha prodotto circa 28,7 mt, importandone 5,4 mt ed esportandone 8,1 mt (saldo netto positivo per circa 2,7 mt di gasolio).
La svolta nella dipendenza energetica dal Medio Oriente, per l’Europa, è arrivata con la guerra in Ucraina e le conseguenti sanzioni applicate dall’Unione europea alla Russia. Nel 2021, la Russia copriva il 27% delle importazioni petrolifere totali dell’Ue. In termini di volumi, esportava verso l’Europa circa 175 mt di greggio, più 65 mt all’anno di prodotti raffinati, tra cui diesel, jet fuel e benzina, per un totale di oltre 240 mt. Con l’embargo del dicembre 2022 sul greggio e del febbraio 2023 sui prodotti, quelle forniture sono crollate a circa 25 mt nel 2025 (resta solo l’oleodotto Druzhba verso Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca). Un taglio del 90%.
Quei volumi non sono spariti dal mercato mondiale, ma sono stati in gran parte reindirizzati verso l’Asia. Oggi l’80% delle esportazioni petrolifere russe (circa 190 mt, inferiori al passato) va a Cina e India. La Cina ne ha assorbiti circa 108 mt nel 2024, solo di greggio. L’India è diventata il primo importatore di greggio russo tra il 2023 e il 2024, portando la propria quota dal 2,5% pre guerra ucraina al 36% del proprio fabbisogno.
Le sanzioni alla Russia hanno costretto l’Europa a sostituire un fornitore vicino e a basso costo con forniture dal Medio Oriente, percorrendo rotte molto più lunghe e vulnerabili. Con la chiusura dello Stretto di Hormuz, l’Europa è ora bloccata dalle sue scelte, da una parte, e dalle contingenze di una guerra lontana dall’altra.
La gravità della crisi dipende da quanto la guerra in Iran durerà. L’Ue ha infragilito il sistema energetico europeo, con l’irragionevole e fallita combinazione rinnovabili-elettrificazione, e ora scarica il costo delle sue scelte disastrose sui cittadini, invocando austerità nei consumi. È evidente che per l’Ue il costo politico di una riapertura alla Russia, oggi, è enorme. Significherebbe smentire quanto è stato fatto negli ultimi anni e la Commissione europea dovrebbe sconfessare il suo operato. A questo proposito, il primo ministro slovacco, Robert Fico, ha affermato ieri che l’Ue dovrebbe porre fine alle sanzioni, dopo aver sentito il leader ungherese Viktor Orbán. Sulla stessa linea è arrivata in serata anche una nota della Lega. Ci possono essere molte ragioni che ostacolano una riapertura a Mosca, ma una tra le più rilevanti è che Ursula von der Leyen dovrebbe dimettersi.
Asia in emergenza tra diesel e GNL. La Cina rivende gas. India e Myanmar razionano, valute asiatiche sotto pressione. Fed attendista sui tassi.
Con un tempismo tra il disastroso e il provocatorio, nel pieno della seconda grave crisi energetica in quattro anni, ecco arrivare il rapporto della Commissione europea sulla sostenibilità finanziaria del Green deal. Il 27 marzo scorso la Direzione generale per l’azione climatica della Commissione europea, infatti, ha pubblicato un corposo studio intitolato Impatto della transizione climatica sulle finanze pubbliche.
Duecento pagine dense di modelli econometrici, scenari e proiezioni, assemblate da un consorzio di centri di ricerca pagati dalla Commissione, per dimostrare una tesi già scritta in partenza, ovvero che la transizione verde è finanziariamente sostenibile. Cioè i governi possono attuare questo cambiamento senza far esplodere il debito pubblico. Evviva.
Del resto, quando si chiede all’oste se il vino è buono non ci si può aspettare una risposta diversa. Lo studio, però, non può evitare di riconoscere che la transizione è sostenibile perché c’è qualcuno che la paga: i cittadini.
Il rapporto utilizza due grandi modelli macroeconomici, E3ME e GEM-E3, per stimare gli impatti della politica climatica europea sulle finanze pubbliche dei 27 Stati membri fino al 2050. Il punto di partenza è la constatazione che la transizione produrrà effetti profondi su entrate e uscite pubbliche. Infatti, da un lato essa ridurrà progressivamente le entrate fiscali legate ai combustibili fossili (accise su carburanti, gas, carbone), dall’altro richiederà ingente spesa pubblica in sussidi alle energie rinnovabili, incentivi per i veicoli elettrici e sostegno alle famiglie nelle fasce di reddito più basse.
I due modelli economici usati dallo studio giungono a conclusioni diverse, e questa divergenza è rivelatrice.
Nel modello E3ME, di impostazione per così dire keynesiana, la transizione verde genera un effetto di stimolo sulla crescita economica. Secondo le ipotesi, gli investimenti verdi trainano il Pil, le entrate fiscali aumentano e i governi si ritrovano perfino con dei surplus da redistribuire alle famiglie. Una pacchia. Peccato che questa conclusione ottimistica dipenda interamente da un’ipotesi di partenza molto discutibile, ovvero che gli investimenti verdi abbiano un moltiplicatore keynesiano positivo. Lo studio ipotizza cioè che ogni euro speso in pale eoliche e pompe di calore generi più di 1 euro di crescita economica complessiva. Un’ipotesi tutta da dimostrare.
Nel modello GEM-E3, di impostazione più restrittiva sulla spesa pubblica, lo scenario è opposto. Gli investimenti nelle tecnologie a basse emissioni spiazzano altri investimenti produttivi, i costi di produzione aumentano, il Pil scende e gli Stati sono costretti ad alzare le tasse per mantenere stabile il rapporto debito/Pil.
Quindi, se il modello keynesiano ha ragione, niente tasse aggiuntive. Se ha torto, le tasse aumentano eccome. Lo studio presenta questa alternativa come una questione tecnica tra economisti, ma in realtà è una scommessa politica fatta con i soldi dei contribuenti.
Lo studio però vincola esplicitamente i propri scenari al mantenimento di rapporti debito/Pil «stabili e compatibili con il percorso di riferimento». Quindi i modelli sono calibrati affinché i conti tornino, non per verificare se i conti tornano davvero. È proprio questo a viziare tutto lo studio, che vuole dimostrare la sostenibilità finanziaria non ottenendola come esito ma imponendola come input iniziale.
Ora, ogni euro di spesa pubblica orientato verso la transizione Green è 1 euro sottratto ad altre voci di bilancio. Infatti, nel modello GEM-E3 dello studio, per mantenere la neutralità di bilancio nella fase più intensa della transizione (2035-2045), i governi europei dovrebbero raccogliere tra 68 e 148 miliardi di euro aggiuntivi l’anno attraverso aumenti di tasse indirette.
La transizione verde non avviene nel vuoto, ma in economie dove la spesa per le pensioni pesa il 12-15% del Pil nell’Europa continentale, la sanità pubblica è sotto pressione, le infrastrutture (strade, scuole, ospedali) accumulano ritardi decennali.
Quando lo studio prevede che i governi dovranno aumentare le entrate per finanziare la transizione «mantenendo costante il rapporto debito/Pil», dunque, sta dicendo che queste risorse dovranno provenire da qualche parte. O da nuove tasse, con effetti regressivi documentati, o da tagli ad altre voci. Pensioni più basse, meno investimenti in infrastrutture, meno spesa sanitaria, a scelta.
Né lo studio considera il costo opportunità di queste scelte. Un euro investito in transizione Green è 1 euro non investito in ricerca e sviluppo, nella scuola, in strade, porti, ponti, edilizia pubblica. Non è detto che la destinazione «verde» sia sempre la più produttiva in termini di crescita a lungo termine. Anzi, lo stesso modello GEM-E3 nello studio suggerisce il contrario, poiché nella simulazione certi investimenti verdi hanno rendimenti inferiori rispetto agli investimenti che sostituiscono.
Lo studio dimostra che la transizione può avvenire senza far esplodere il debito, a condizione di aumentare le tasse o tagliare i trasferimenti da qualche parte. Ci volevano duecento pagine per dirci questo?
Dopo vent’anni di politiche Green inefficaci (la dipendenza estera dell’Eurozona per l’energia resta sopra il 60% dal 2005), siamo ancora qui, con il Green deal che impone scelte politiche prese al di sopra del livello politico democratico, cioè quello nazionale. Lo spiegò anche Mario Monti anni fa, quando disse che l’Unione europea serve a prendere decisioni «al di fuori del processo elettorale».





