L’Europa dei servizi s’inceppa. L’indice pmi dei servizi dell’Eurozona di aprile si è attestato a 47,4 punti, come ha comunicato ieri S&P Global, segnando il livello più basso in oltre cinque anni. Una caduta brusca in un settore che fino a marzo reggeva (50,2). In Germania l’attività è diminuita per la prima volta in undici mesi, mentre in Francia la contrazione è la più marcata da febbraio 2025.
La causa principale del calo è la guerra in Iran. I nuovi ordini crollano, la fiducia delle imprese tocca il minimo da novembre 2022, e le stime indicano un Pil dell’Eurozona in calo dello 0,1% nel secondo trimestre. Il manifatturiero tiene (anzi, segna un sorprendente massimo da 47 mesi a 52,2) ma si tratta probabilmente di una crescita gonfiata dall’accumulo preventivo di scorte.
Il conflitto sta colpendo in ordine sparso, ma uno dei servizi più battuti è quello dell’aviazione civile. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha fatto più che raddoppiare il prezzo del carburante per aerei, da circa 100 dollari al barile di fine febbraio ai 209 di inizio aprile. Alcune stime dicono che l’Europa dispone di circa sei settimane di jet fuel, prospettando possibili cancellazioni di voli. Lufthansa ha annunciato la soppressione di 20.000 voli a corto raggio fino a ottobre, ha chiuso definitivamente la sussidiaria regionale Cityline e i suoi 27 aeromobili, e ha già rimosso 120 voli giornalieri dal programma. Klm ha cancellato 160 voli nelle prossime settimane. Sas ha soppresso circa 1.000 voli in aprile, Norse Atlantic ha eliminato la rotta Londra-Los Angeles e Ryanair ha avvertito di possibili nuovi tagli da maggio.
Molto legato ai voli è il turismo, naturalmente. I viaggiatori asiatici hanno cancellato molte prenotazioni già a marzo, colpiti dalla chiusura degli hub di transito mediorientali come Dubai. La Gran Bretagna vede precipitare del 50% le prenotazioni aeree dall’Asia occidentale e di un terzo quelle dall’India, con luglio ancora largamente al di sotto dei livelli dell’anno scorso.
In Italia il quadro inizia a preoccupare Confindustria Alberghi, che già nel monitoraggio di metà marzo registrava una flessione della domanda extra-europea, che colpisce soprattutto le città d’arte e il lusso. A pesare c’è anche una dichiarazione esplicita del portavoce dell’esercito iraniano, il generale Shekarchi, che già a marzo avvertiva su X che «i parchi e le destinazioni turistiche di tutto il mondo non saranno più al sicuro per i nemici di Teheran». Una minaccia dal peso soprattutto psicologico, ma che in un momento di prenotazioni già frenate ha ulteriormente scoraggiato i viaggiatori internazionali.
Anche con la fine della guerra, il ritorno alla normalità richiederà mesi. La compagnia Emirates ha comunicato una ripresa graduale delle operazioni, offrendo cambi di prenotazione gratuiti fino al 15 giugno, segno che l’incertezza si estende almeno fino all’estate. Gli hub del Golfo sono da anni il cuore del traffico intercontinentale e ricostruire rotte, recuperare carburante e riconquistare la fiducia dei passeggeri non è questione di settimane.
Eppure, qualche spiraglio c’è. Oxford Economics prevede che destinazioni come Italia, Spagna, Grecia e Portogallo potrebbero beneficiare di una regionalizzazione dei flussi, con i turisti europei che restano più vicino a casa.
Su questo Claudio Visentin, che insegna storia del turismo all’università della Svizzera italiana, è d’accordo: «Il turismo è molto flessibile e si riposiziona. Se un italiano non può prendere l’aereo per fare una vacanza all’estero quest’estate, lo farà l’estate prossima e quest’anno andrà in vacanza in Italia». Prosegue Visentin: «Nella stagione entrante avremo più turismo nazionale e più turismo di prossimità, più tedeschi e svizzeri». Insomma, non è detto che per il turismo italiano le cose vadano male, anche se i visitatori extra-europei hanno di solito una maggiore capacità di spesa.
Da un po’ non arrivava da Bruxelles un piano per dirci che cosa dobbiamo fare, ma l’attesa è finita. Dalla riunione dei commissari europei di ieri si è riversato sull’Europa quasi intera il piano Accelerate Eu, il nuovo e atteso elenco di misure che l’Unione introduce per affrontare (si fa per dire) l’ennesima crisi energetica.
La fredda cronaca dice che la Commissione propone un pacchetto basato su cinque linee principali: coordinamento, protezione prezzi, produzione interna, investimenti e rafforzamento delle reti.
Sarà avviato un coordinamento tra Stati membri su riempimento degli stoccaggi gas, possibili rilasci di scorte petrolifere, uso delle flessibilità per prevenire carenze, salvaguardia delle forniture di jet fuel e diesel. Sarà creato un Osservatorio combustibili per mappare l’offerta, dare le priorità a fonti alternative di jet fuel, ottimizzare la distribuzione, catalogare la capacità di raffinazione europea.
Quanto alla protezione dei consumatori, gli Stati potranno adottare misure temporanee per aiutare i consumatori vulnerabili, ci sarà un framework temporaneo sugli aiuti di Stato per sostenere investimenti strategici. Si cercherà di aumentare la produzione interna di energia con rinnovabili, nucleare e biocarburanti. Arriveranno altri piani per l’elettrificazione, sviluppo di biometano e idrogeno rinnovabile, sostegno a tecnologie come veicoli elettrici, pompe di calore e sistemi di accumulo (le batterie). Saranno rafforzati gli investimenti nelle infrastrutture, saranno fatte nuove proposte su tariffe e tassazione energetica. Si spingerà su un migliore utilizzo dei fondi europei (Rrf e coesione).
Non può mancare l’obiettivo di fondo a lungo termine, quello di elettrificare i consumi energetici. Il posato Dan Jorgensen, il danese commissario per l’Energia e l’Edilizia abitativa, presentando il piano assieme alla vicepresidente della Commissione Teresa Ribera, ha affermato ieri che «con Accelerate Eu sosteniamo i nostri Stati membri nel fornire un aiuto immediato a coloro che sono più in difficoltà nella nostra società, rafforzando al contempo la transizione verso l’energia pulita e l’elettrificazione. Questa è l’unica via duratura per garantire a tutti gli europei un approvvigionamento energetico stabile, sicuro, pulito e accessibile».
Ribera, dal canto suo, ha detto che avere dato un costo alle emissioni di CO2 è uno dei maggiori successi delle politiche europee, che l’impianto dell’Ets non va toccato e che quello dell’Ets non è un problema perché le evidenze dimostrano il contrario. A quanto pare ci sono evidenze ed evidenze.
Jorgensen ha ribadito il concetto dicendo che l’Ets europeo è il motore della decarbonizzazione e che qualunque sussidio ai fossili deve essere limitato e temporaneo, mentre è preferibile incentivare l’elettrificazione dei consumi energetici piuttosto che sospendere l’Ets. Ha fatto l’esempio di un’azienda che dispone di una caldaia a gas, che potrebbe essere aiutata (sic) a installare una pompa di calore elettrica.
L’astuto esempio di Jørgensen fa da corollario all’importante dichiarazione della commissaria spagnola al Green deal, che richiamando in quarto il «There is no alternative» di Margaret Thatcher ha detto: «Non c’è alternativa al Green deal quando si tratta di sicurezza e competitività». Una frase che ricorda la vecchia storiella dell’oste e del vino.
Nel documento della Commissione non vi è traccia invece delle misure sulla riduzione guidata della domanda, quella che era balenata in qualche bozza e ribattezzata lockdown energetico, come l’incentivo allo smart working o le domeniche a piedi. Jorgensen, ignorando la relazione diretta e dimostrata tra consumi energetici e prosperità, rispondendo a una domanda di un cronista ha detto che la Commissione incoraggia comunque gli Stati membri a fare tutto il possibile («whatever they can») per abbassare la domanda energetica, sia perché ciò farebbe scendere i prezzi dell’energia sia perché aiuterebbe la sicurezza delle forniture in futuro. In effetti se non si consuma energia non si corrono rischi, se non quello di restare al buio o senza lavoro.
Il candido danese ha poi ammesso che il problema maggiore per il Green deal è rappresentato dalle reti elettriche che non ci sono, una cosa che i lettori della Verità hanno potuto leggere in anteprima in un articolo del 9 luglio 2021 (controllare per credere). Il commissario ha poi parlato dei tagli obbligati alla produzione fotovoltaica, che iniziano a diventare un problema serissimo per la redditività degli impianti a energia solare, mentre in Danimarca gli impianti eolici sono pagati per fermare la produzione perché la rete satura non può trasportarla.
Insomma, la sessione di domande e risposte in conferenza stampa è stata assai più godibile della mera presentazione delle misure.
Notiamo che Accelerate Eu è un documento pervaso da un tono tra l’impotente e il velleitario. Prendiamo il primo punto delle azioni proposte dalla Commissione. Essa faciliterà (il coordinamento), traccerà (la capacità di raffinazione europea), coordinerà (molte cose, non tutte chiarissime), chiarirà (le flessibilità), proporrà, avvierà (la revisione della direttiva sulle riserve strategiche). Sulla protezione dei consumatori, la Commissione presenterà (un catalogo di misure), redigerà (una tabella di buone pratiche), fornirà (assistenza a stabilire misure, sic), promuoverà e aiuterà (lo sviluppo del social leasing), e via impegnandosi.
Niente di nuovo sul fronte di Bruxelles, insomma, solo un altro dei mirabolanti piani europei che contengono altri piani, a loro volta ispiratori di altri piani, che un domani daranno origine ad altri piani.
Salvare le imprese o il clima? Nessun dubbio a Bruxelles: «Green e sussidi über alles»
Un articolo pubblicato ieri su VoxEu, piattaforma del Centre for economic policy research (Cepr) e punto di riferimento dell’area economica più vicina alla Commissione europea, che lo finanzia, affronta il contrasto emergente tra la competitività industriale europea e gli obiettivi climatici dell’Unione. Il titolo dello studio, Migliorare la competitività o raggiungere gli obiettivi climatici: il dilemma di Draghi è se non altro onesto e ammette che esiste un problema di costi-benefici.
Si tratta di un passo avanti rispetto alla retorica tipica di Bruxelles. Peccato che la risposta sia la solita, cioè più sussidi al green e più coordinamento europeo, ovvero, in definitiva, il solito «ci vuole più Europa». I cinque autori dello studio, economisti di due istituti governativi olandesi, riconoscono il problema, bontà loro, ma poi lo dissolvono in una soluzione che porta in nessun luogo.
La questione dei costi del Green deal riemerge proprio mentre la Commissione sta per svelare i propri piani per affrontare la crisi energetica in atto con il blocco dello Stretto di Hormuz, ovvero, a quanto si è intuito dalle anticipazioni, austerità, smart working e acquisti comuni di carburante per gli aerei.
Nell’articolo, gli autori simulano cosa succederebbe se Francia, Germania e Paesi Bassi erogassero insieme 5 miliardi di euro l’anno per cinque anni all’industria energivora. I sussidi sarebbero di quattro tipi: alla produzione, ai costi energetici generali (fossili più elettricità), ai soli costi dell’elettricità e alle tecnologie di abbattimento della CO2.
I risultati sono istruttivi, e per certi versi più onesti di quanto questi studi europei solitamente si permettano. I primi tre sussidi abbassano i costi industriali, migliorano effettivamente la competitività e fanno aumentare la produzione. Ma così aumentano anche le emissioni, che spingono la domanda di quote Ets e, dunque, rendono vana la progressiva diminuzione del tetto delle emissioni, che è un obiettivo dell’Ue.
L’unico sussidio che riduce le emissioni è quello diretto alle tecnologie di abbattimento della CO2. Ma questo, rilevano gli stessi autori, fa pochissimo o nulla per la competitività, non spostando minimamente la posizione delle imprese europee sui mercati globali. La soluzione proposta è, quindi, un pacchetto combinato di riduzione dei costi dell’elettricità con sussidi e altri sussidi per l’abbattimento delle emissioni.
Questo modello, però, ha due grandi problemi. Il primo è che è fiscalmente insostenibile, soprattutto in un contesto in cui il Patto di stabilità impone vincoli di bilancio ai Paesi membri. È il grottesco paradosso europeo, in cui la politica industriale verde impone obiettivi che richiedono sussidi permanenti che la governance fiscale europea rende impossibili.
Il secondo problema è che questa soluzione è politicamente esplosiva. I sussidi creano dipendenze, distorcono la concorrenza interna al mercato unico (che pure a parole è il feticcio unionale), alimentano la guerra tra Stati membri con capacità fiscali diverse e costringono gli Stati a dolorose scelte di bilancio (ad esempio tra sanità e green).
Ma mentre lo studio vorrebbe la botte piena e la moglie ubriaca, dall’altra non può evitare di riconoscere che senza misure compensative, l’Europa rischia la fuga di capitali e la perdita di leadership tecnologica nei settori critici. La deindustrializzazione in atto è ormai innegabile. Ma la soluzione proposta dallo studio, cioè combinare sussidi ai costi energetici con sussidi all’abbattimento della CO2, non abbassa di un centesimo il livello dei prezzi energetici europei rispetto a quelli americani o cinesi. Cioè redistribuisce il problema senza risolverlo, anzi lo scarica sulle casse pubbliche e su chi subirà gli obbligati tagli di spesa.
Del resto, gli autori dello studio e le istituzioni da cui provengono operano in un sistema in cui il Green deal è un vincolo dato e immutabile, non una variabile. Il loro compito non è mettere in discussione il paradigma verde ma è trovare la combinazione di strumenti che minimizzi i danni dentro quel paradigma. La sostenibilità di cui questo tipo di studi parla è quella politica, cioè la ricerca del punto di rottura oltre il quale un partito come Afd prenderebbe la maggioranza assoluta in Germania.
Il titolo dell’articolo parla di «dilemma di Draghi» (Mario, ndr), con riferimento al suo rapporto sulla competitività europea. Un dilemma, però, implica una scelta difficile tra due opzioni entrambe legittime, mentre qui la situazione è più semplice. La transizione energetica, con un aumento deliberato del costo dell’energia per rendere più competitivo il green, danneggia la competitività industriale europea nel breve e medio periodo, senza nessuna garanzia sul lungo periodo. Lo studio lo dimostra con il suo stesso modello, poiché nessun sussidio singolo risolve entrambi gli obiettivi e nessuna combinazione di sussidi cambia strutturalmente i prezzi dell’energia.
Insomma, mentre all’Aia, a Berlino e a Bruxelles si affinano i modelli economici alla ricerca della quadratura del cerchio, l’industria europea si restringe, i posti di lavoro si spostano altrove e la base produttiva del continente si assottiglia. Business as usual.



