Dopo la fulminea operazione che ha portato Nicolás Maduro dal palazzo presidenziale di Caracas all’aula di un tribunale di New York, ci si interroga sulle conseguenze economiche e politiche della destituzione.
Il disegno di Trump sembra piuttosto chiaro: allineare il continente americano a Washington, estromettendo la Cina e garantendosi il controllo delle materie prime disponibili e ancora in larga parte non sfruttate. Il rame e il litio in Cile e Argentina, il petrolio in Venezuela, le terre rare in Brasile, materiali critici in Groenlandia. Controllare queste risorse significa soprattutto sottrarle alla Cina.
C’è molta attenzione al tema del petrolio venezuelano, ma occorre fare qualche distinguo. Ieri il prezzo del greggio sui mercati non ha avuto reazioni drammatiche, con il petrolio Brent rimasto attorno al valore di 61 dollari al barile dopo una iniziale discesa. Questo perché nell’immediato non succederà nulla di notevole sul mercato.
Dopo la nazionalizzazione del settore petrolifero attuata dal regime di Hugo Chávez tra il 2005 e il 2007, la produzione venezuelana crollò da oltre 3,2 milioni di barili al giorno a meno di 1 milione di bbl/giorno. Di questa quantità, oggi circa il 60% finisce in Cina, un 25% negli Stati Uniti (Chevron è l’unica major americana attiva in Venezuela) e il resto in India e a Cuba. Donald Trump in conferenza stampa sabato ha detto che le compagnie petrolifere americane torneranno nel Paese, investiranno e ricostruiranno il settore ridando ricchezza al Venezuela. Ma questo può essere vero solo nel lungo termine, poiché saranno necessarie decine di miliardi di investimenti e servirà tempo perché questi inizino a dare qualche frutto. Per tornare ai livelli produttivi degli anni Novanta servirebbero almeno tre anni, secondo le stime più ottimistiche. Inoltre, è vero che le riserve venezuelane sono enormi, ma si tratta di un petrolio di qualità molto pesante. Non è difficile da estrarre ma è costoso da trattare. In virtù della precedente storia delle major americane in Venezuela, alcune raffinerie negli Usa sono in grado di trattare quel petrolio, che però anche quando arriverà sul mercato in quantità importanti avrà un impatto contenuto sui fondamentali.
Le conseguenze dell’operazione venezuelana sono più di lungo termine e di respiro un po’ più ampio. Intanto, registriamo che il cambio di regime in Venezuela è negativo per il petrolio russo, che viene comprato in grandi quantità dalla Cina. Se Pechino comprerà più petrolio dalla Russia, Mosca sarà sempre più dipendente da un solo acquirente e sarebbe in posizione di ulteriore subordinazione.
La destituzione di Maduro è soprattutto un brutto colpo per la Cina, non tanto nell’immediato quanto in prospettiva, perché l’azione americana segna un precedente di questa amministrazione.
Quando Pechino nei mesi scorsi ha ristretto ulteriormente le esportazioni di terre rare e magneti, evidenziando una debolezza strutturale americana, ha di fatto invitato gli Stati Uniti a scovare e sfruttare i punti deboli della Cina.
Uno di questi è l’import di energia: la Cina dipende dall’estero per circa il 30% della propria energia, per i quattro quinti importata via mare. L’import cinese di greggio nel 2025 è stato di circa 11,5 milioni di barili al giorno, di cui la metà dal Medio Oriente e circa 375.000 barili al giorno dal Venezuela (i due terzi dell’export petrolifero di Caracas).
L’Iran ha fornito alla Cina circa 1,7 milioni di barili al giorno di greggio, nonostante le sanzioni, dunque Iran e Venezuela fanno circa il 18% delle importazioni di greggio della Cina. Inoltre, un quarto del suo import di gnl arriva dal Qatar e più di un terzo dall’Australia.
L’avviso di Donald Trump all’Iran, quando nei giorni scorsi ha diffidato il governo di Teheran dallo sparare sui manifestanti, è in realtà un avviso per Pechino. Assieme all’azione di forza condotta in Venezuela, il messaggio di Washington è che gli Stati Uniti sono pronti a sostenere l’abbattimento di regimi avversari nei Paesi che forniscono di energia la Cina, sia con azioni dirette, sia sostenendo colpi di Stato interni. Gli altri fornitori difficilmente resisterebbero alle pressioni degli Stati Uniti nel caso di una escalation tra Washington e Pechino.
La Cina, conscia di tutto ciò, sta cercando freneticamente di aumentare la propria indipendenza energetica spingendo sulla produzione interna e accumulando scorte. Pechino sta investendo nel colossale progetto idroelettrico Yarlung Zangbo nel Tibet sud-orientale, sta sviluppando piccoli reattori nucleari modulari e costruisce nuove centrali elettriche a carbone, la cui produzione ha raggiunto un livello record nel 2024. Nel 2024 la produzione nazionale di petrolio ha raggiunto il livello più alto dal 2015, mentre la produzione nazionale di gas ha stabilito un nuovo record. Tutti questi sforzi nell’immediato valgono poco, però, poiché ci vorranno ancora diversi anni prima che la Cina raggiunga l’indipendenza energetica.
L’operazione Maduro insomma ricorda a Pechino che l’economia cinese dipende ancora molto dall’energia importata e che dunque eventuali azioni cinesi su Taiwan avrebbero come conseguenza la pressione interdittiva degli Stati Uniti sulle fonti di energia. Al vertice tra Donald Trump e Xi Jinping, previsto a Pechino nel prossimo mese di aprile, la Casa Bianca evidentemente vuole arrivare preparata. Per questo c’è da aspettarsi che in Iran la situazione possa evolvere rapidamente e non sono da escludersi colpi di scena a breve termine.
L’estrazione del presidente venezuelano Nicolás Maduro e di sua moglie, Cilia Flores, avvenuta con una fulminea azione militare mirata, apre a scenari inediti nel prossimo futuro. L’operazione era nell’aria, dopo che per mesi la tensione tra Washington e Caracas era salita costantemente, anche se non era prevista in questi termini e con questa rapidità. Dopo gli attacchi letali ad alcune imbarcazioni nei mesi scorsi, ultimo atto, pochi giorni fa, era stato il blocco delle petroliere che gravitavano nei mari prospicienti il Venezuela da parte della marina statunitense.
Esistono dei retroscena su un chiacchierato precedente accordo, e certo gli interrogativi sulla tenuta del diritto internazionale emergono lampanti dalla vicenda. Qui ci concentriamo però sulle conseguenze per l’economia dell’energia derivanti dalla spettacolare manovra di ieri.
I temi principali sono due. Il primo riguarda il petrolio, naturalmente, e suona come un de profundis per la transizione energetica. Il Venezuela possiede le più grandi riserve certe di petrolio al mondo, più di 300 miliardi di barili, pari al 20% mondiale (seguono l’Arabia Saudita con 267 miliardi e l’Iran con 209 miliardi di barili). Se aveva senso per Washington tenersi buoni amici gli arabi, ha ancora più senso, nell’ottica statunitense, fare in modo che le enormi riserve venezuelane siano gestite da un governo amico.
Il petrolio venezuelano è greggio denso e pesante, proprio ciò di cui gli Stati Uniti hanno bisogno. Come nel caso dell’Iran, sanzioni, investimenti scarsi e vincoli infrastrutturali limitano però la produzione, ferma a meno di un milione di barili al giorno, un terzo rispetto a 20 anni fa e circa l’1% dell’offerta mondiale. Ora è presto per capire chi e come governerà il Venezuela, ma se ci fosse una leadership filoamericana le sanzioni potrebbero finire molto presto e nuovi quantitativi di greggio potrebbero riversarsi sul mercato. Se fosse così, i prezzi del greggio, in un mercato già piuttosto fornito, potrebbero scendere anche del 20% nel tempo, in assenza di turbative altrove (certo sempre possibili).
Vorrebbe dire che Chevron, unica major operante nel paese, Exxon e gli altri grandi attori del mercato petrolifero potrebbero precipitarsi sulle immense riserve di petrolio e sfruttarne la capacità. Non sarebbe un passaggio immediato, ma questo sposterebbe gli equilibri che riguardano altri grandi produttori. Con una offerta aggiuntiva importante di olio venezuelano calerebbero in modo consistente le entrate per la Russia e l’Iran, ad esempio, regimi per cui il petrolio è fondamentale per l’equilibrio economico. Ne soffrirebbe l’Opec, che avrebbe ancora meno influenza sui prezzi, potendo controllare una minore quota di offerta.
Chi ne farebbe le spese, tra gli acquirenti, sarebbe la Cina, oggi praticamente unica destinataria delle magre esportazioni venezuelane. Forse è un caso, ma proprio poche ore prima del blitz americano si trovava a Caracas per un incontro con Maduro l’inviato speciale di Xi Jinping, Qiu Xiaoqi, durante il quale è stato confermato il legame amichevole tra i due Paesi. Il problema di Pechino non deriva tanto dai quantitativi di greggio, comunque modesti, ma dalla perdita di un alleato in una posizione strategica assai vicina agli Stati Uniti.
In questione vi è in effetti tutto il Sudamerica, e questo è il secondo tema che emerge dalla vicenda. Con questa azione, Donald Trump conferma di considerare il Sudamerica il «giardino di casa» e di non tollerare le intrusioni della Cina e la presenza di governi considerati ostili. Questo è piuttosto chiaro e non è una novità.
Ma ora si apre una nuova prospettiva: dopo le vittorie elettorali della destra in Bolivia, Cile e Argentina, appare sempre più chiaro che Washington sta costruendo in America Latina una base industriale importantissima per sé. In Sudamerica vi sono enormi riserve di materiali critici (argomento di cui abbiamo parlato diffusamente sulla Verità nelle settimane scorse), oltre che di energia. Ciò che ora si comincia a delineare è un allargamento della sfera di influenza degli Stati Uniti su un patrimonio di metalli strategici come rame, litio, terre rare, presenti abbondantemente in Cile e Argentina, ed ora anche, in prospettiva, sulle maggiori riserve di petrolio, quelle venezuelane. Un’azione come quella di ieri mette sull’attenti tutti i governi sudamericani (quello colombiano in primis) ed è un fermo altolà alle ambizioni cinesi di penetrare nel subcontinente. Se Washington riuscisse davvero a imporre il proprio controllo su tale enorme massa di materie prime e di energia, sarebbe in grado di creare una propria filiera industriale tecnologica avanzata senza dover dipendere dalla Cina.
Quello che appare chiaro è che la transizione energetica all’europea è ormai un logoro vessillo nel pieno di un uragano. Con la mossa decisa di Washington, le ambizioni energetiche dell’Unione europea si rivelano ancora più disastrose e inconsistenti, non supportate da una reale capacità di incidere. Oggi serve energia abbondante e a basso prezzo, sembra finita la ricreazione dei regolamenti attraverso cui modellare un mondo inesistente.
Ora però la questione riguarda anche la sicurezza degli investimenti. Se con azioni di forza si scavalca l’ordine apparente, il profilo di rischio sale per tutte le classi di investimento. Che cosa è «sicuro» oggi? Diventa più difficile stabilirlo, e se sale il rischio salgono i rendimenti. Dobbiamo aspettarci turbolenze sui mercati, nei prossimi mesi, mentre si discute su cosa è legittimo e cosa non lo è, cosa è sicuro e cosa no.
L’Iran torna al centro dell’attenzione internazionale. La Repubblica Islamica è scossa da disordini in oltre trenta città, da Fasa a Lordegan, oltre alla capitale Teheran. Secondo alcune fonti, difficili da verificare, i disordini iniziati domenica scorsa hanno causato sette morti, 33 feriti e 119 arresti.
Le notizie sono frammentarie a causa della difficoltà di comunicazione con un Paese sempre più arroccato. Il potere della Guida Suprema, l’ottantaseienne Ali Khamenei, scivola in un viale del tramonto segnato dalla fragilità fisica e politica, mentre per le strade dell’Iran la popolazione manifesta la propria rabbia contro il regime.
A differenza delle precedenti ondate di dissenso, la scintilla che sta incendiando il Paese in questi giorni non è divampata nelle università, ma nel cuore dell’economia tradizionale, il Grande Bazaar di Teheran. Sono i commercianti e i mercanti, un pilastro storico della società iraniana, ad aver dato il via alle proteste dopo un crollo verticale della valuta nazionale, il rial, che ha perso il 60% del suo valore dall’estate scorsa. L’inflazione alimentare ha raggiunto il 64,2%, la seconda più alta al mondo, rendendo i beni di prima necessità un lusso inaccessibile per milioni di famiglie. Il regime scricchiola sotto la pressione delle sanzioni. La catastrofe economica è il risultato delle sanzioni internazionali che dal 2018 isolano il Paese dal sistema finanziario globale. L’Iran, pur essendo una superpotenza energetica, vive il paradosso di un’economia in bancarotta. Il regime dispone delle maggiori riserve di petrolio e gas al mondo, ma ne vende meno di due milioni di barili al giorno quasi esclusivamente alla Cina, ben al di sotto della produzione potenziale. In più, la sua capacità di raffinazione rimane limitata.
Questo squilibrio, unito all’impossibilità di accedere ai mercati dei capitali, genera flussi economici negativi che prosciugano le riserve nazionali, lasciando la popolazione nell'oscurità a causa di continui blackout elettrici e razionamenti idrici. I consumatori iraniani, abituati a beni europei, hanno dovuto adattare i consumi a causa del riorientamento degli scambi commerciali verso Cina e Russia, mentre l’inflazione colpisce il potere d’acquisto.
Sul piano militare, il mito dell’invincibilità della Repubblica Islamica è stato sepolto sotto le macerie della guerra dei dodici giorni dello scorso giugno. L’attacco combinato di Israele e Stati Uniti ha messo a nudo la vulnerabilità di Teheran. Israele ha colpito con attacchi mirati installazioni militari e città, mentre gli Usa hanno lanciato bombe anti-bunker sui siti nucleari tra le montagne dell’Iran, distruggendo le ambizioni nucleari iraniane. Il regime ne è uscito indebolito, considerato incapace di controllare il proprio spazio aereo e infiltrato dall’intelligence nemica.
La deterrenza degli Ayatollah appare oggi molto meno temibile di un anno fa, ma il regime di Teheran continua a mostrare il suo volto brutale. Circa un mese fa l’attivista e Premio Nobel per la Pace Narges Mohammadi è stata nuovamente arrestata a Mashhad, brutalmente picchiata dalle forze di sicurezza nonostante le precarie condizioni di salute. Nelle strade di Teheran si nota un insolito allentamento delle rigide norme sul velo. Molte donne non lo indossano più e la polizia morale sembra essere scomparsa dalle strade. Non si tratta però di una vera riforma. Come sottolineato da alcune fonti interne riportate dai quotidiani americani, queste aperture sul velo sono solo un allentamento momentaneo dettato dalla paura. Il regime, preoccupato dalla possibile insurrezione generale, preferisce non inasprire ulteriormente gli animi su questioni sociali.
Restano i numeri agghiaccianti delle esecuzioni compiute in Iran nel 2025: oltre 1.870 persone messe a morte dal governo, quasi il doppio rispetto all’anno precedente. Solo dal primo novembre sono state eseguite più di 490 condanne.
In questo scenario, il presidente americano Donald Trump, dopo il vertice a Palm Beach con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, ha lanciato un avvertimento attraverso i social media. Trump ha diffidato esplicitamente il regime iraniano dall’aprire il fuoco sulla folla in rivolta, dichiarando che gli Stati Uniti sono carichi e pronti a intervenire militarmente se Teheran dovesse rispondere con il sangue alle proteste pacifiche: «Se l’Iran spara e uccide violentemente manifestanti pacifici, come è loro abitudine, gli Stati Uniti d'America verranno in loro soccorso. Siamo pronti a partire», ha dichiarato il presidente sui social media. Gli ha risposto prontamente Ali Larijani, consigliere di Ali Khamenei, che sul social X ha scritto: «Trump dovrebbe sapere che qualsiasi interferenza americana in questa questione interna equivarrebbe a destabilizzare l’intera regione e a danneggiare gli interessi americani. Dovrebbe stare attento con i suoi soldati».
L’atteggiamento degli Stati Uniti, che parallelamente proseguono i negoziati sul nucleare con Teheran, sarà fondamentale per capire come la vicenda potrà evolversi.



