Concludiamo il viaggio tra i «profeti» della Silicon Valley, gli uomini che stanno pensando e costruendo il mondo di domani, con uno sguardo alle generazioni più giovani. A partire dal fondatore di OpenAi e di ChatGpt. Che ha iniziato nel nome del «non profit» e ora firma contratti col Pentagono.
Tra i nuovi protagonisti dell’evoluzione della Silicon Valley, Sam Altman è uno dei più discussi, anche per la grande esposizione mediatica di cui gode la creatura da lui guidata, OpenAi, o meglio l’ormai onnipresente ChatGpt.
Padre agente immobiliare, madre dermatologa, Sam Altman nasce a Chicago ma cresce a St. Louis, nel Midwest, sulle rive del grande Mississippi. Una città simbolo della decadenza industriale degli Stati Uniti, la quarta città più popolosa fino agli anni Cinquanta, poi vittima di un declino inarrestabile. Oggi, ridotta a 300.000 abitanti e con il circondario che ne conta 2,8 milioni, è la terza città più violenta degli Stati Uniti, se si considera il tasso di omicidi.
Deve essere anche per questo che dopo aver frequentato un liceo per figli di papà e di mammà, nel 2003, a 18 anni, Altman si trasferisce a studiare informatica a Stanford, in California. Sui libri dura poco, però. Nel 2005 lascia l’università senza laurearsi e fonda l’ennesima startup dalle grandi speranze, tale Loopt, di cui oggi non resta traccia. La vendita dell’azienda però non va malaccio (nulla in confronto ai compari della Valley che diventano miliardari al primo colpo), e nello struscio californiano Altman rimane catturato nel traffico di conoscenze e affari generati da uno dei principali motori finanziari delle startup, Y Combinator. Due anni dopo ne diventa presidente e nel 2015 si unisce al solito Elon Musk ed altri per fondare OpenAi. Il progetto prevede di sviluppare sistemi di intelligenza artificiale come organizzazione non profit, perché quella tecnologia, si dicevano tra loro i fondatori, non doveva essere controllata esclusivamente da un soggetto. Un progetto di ricerca, insomma. Ma poco dopo le cose cambiano. In breve diventa chiaro che lo sviluppo di modelli avanzati richiede risorse molto più grandi, dai data center ai processori, fino all’energia. Servono centinaia di milioni, meglio ancora qualche miliardo.
Così, nel 2019 nasce una società controllata dalla fondazione (OpenAi Lp) progettata per attirare capitali privati, e subito arriva Microsoft a metterci l’agognato miliardo di dollari. Altman diventa amministratore delegato del veicolo operativo e inizia il boom, che diventerà evidente nel novembre 2022, quando viene lanciata ChatGpt, una scarna pagina web che inaugura per il grande pubblico il mondo surreale delle chiacchierate con l’intelligenza artificiale. La chat si basa su quelli che vengono chiamati Large Language Model (Llm), enormi basi di dati da cui la «intelligenza» è in grado di costruire scritti, risolvere problemi, riassumere testi, tradurre, il tutto basandosi su miliardi di parametri matematici che alimentano inestricabili formule di calcolo statistico.
Gli investimenti di Microsoft crescono negli anni e con l’affermazione del bot crescono anche i problemi. Elon Musk, che aveva lasciato la fondazione nel 2018, accusa l’organizzazione di avere abbandonato la missione originaria di ricerca aperta e non profit, costruendo una struttura commerciale fortemente legata a Microsoft e trasformando di fatto OpenAi in una società privata. Nel 2024 Musk, che nel frattempo ha sviluppato la sua intelligenza artificiale, chiama gli avvocati e fa causa a OpenAi e ad Altman, chiedendo un centinaio di miliardi di dollari di danni. Il processo è previsto in questo 2026 e sarà certamente interessante.
Nel frattempo, nel novembre 2023, si verifica un glitch nella Matrix. Il consiglio di amministrazione di OpenAi licenzia Altman improvvisamente, comunicando via blog che la sua «partenza segue un processo di revisione deliberato» e che egli «non era stato costantemente candido nelle comunicazioni con il board».
Lo sconcerto nel mondo tech dura cinque giorni, trascorsi i quali Altman torna con un nuovo consiglio di sua fiducia, un potere consolidato e la benedizione del cavaliere bianco Microsoft, che possiede una quota significativa dell’azienda. Oltre 700 dei 770 dipendenti di OpenAi, si dice, avrebbero sottoscritto una lettera di minaccia di dimissioni collettive nel caso in cui Altman fosse stato allontanato.
Ilya Sutskever, il cofondatore e chief scientist di OpenAi che aveva brigato per liquidarlo, perde disastrosamente la partita di potere e si dimette pochi mesi dopo. Ma in cauda venenum, e Sutskever registra una video testimonianza che viene allegata alla causa di Musk contro OpenAi. Accuse di comportamenti manipolatori, secondo cui Altman mostra «un modello costante di menzogne, mina i suoi dirigenti e li mette l’uno contro l’altro». Cose non nuovissime in una grande azienda, verrebbe da dire.
Sia come sia, Altman ora si è fatto profeta di sé stesso e gira il mondo a spiegare le magnifiche sorti e progressive dell’intelligenza artificiale. Un profilo quasi diplomatico, il suo, più che da carismatico innovatore. I numeri messi insieme da OpenAi nel frattempo esplodono, con un valore stimato in 300 miliardi di dollari e finanziamenti piovuti da ogni parte. Come spesso capita in questi settori, al momento OpenAi perde ancora un sacco di soldi e non riesce a fare utili. I costi per lo sviluppo del marchingegno sono enormi, tanto che lo stesso Altman stima che per creare tutti i vari sistemi di intelligenza artificiale in giro per il mondo serviranno migliaia di miliardi di dollari nei prossimi anni.
Rispetto agli altri personaggi di cui ci siamo occupati, Altman è tra i meno carismatici e più politici, anche se in maniera meno sbandierata. Prima partecipa al progetto Stargate annunciato da Donald Trump appena entrato in carica, il 21 gennaio 2025. Il progetto prevede 500 miliardi di investimenti per calcolatori, data center ed energia negli Stati Uniti. Poi, nel 2026, un nuovo scontro, questa volta con Anthropic, un’altra startup Ia fondata da un ex di OpenAi, Dario Amodei. Il governo americano voleva usare i modelli di Anthropic (la cui chat amichevole si chiama Claude) anche per applicazioni militari sensibili, tra cui sorveglianza interna e sistemi d’arma autonomi. Amodei però ha rifiutato, esigendo che Anthropic non fosse usata per sorvegliare cittadini americani e non controllasse armi senza supervisione umana.
Detto fatto, il Pentagono ha defenestrato Amodei, bandendo Anthropic dai contratti federali in men che non si dica. In quella, ecco spuntare OpenAi. Poche ore dopo la clamorosa rottura tra Pentagono e Anthropic, Altman ha già in mano un accordo con il Dipartimento della Difesa per usare i suoi modelli sui sistemi militari classificati. Amodei se l’è presa con Altman accusandolo di ipocrisia e questi ha risposto difendendo la sua scelta. La disputa è certamente sui ricchi contratti con il governo americano, ma è anche sull’etica. Senza scendere sul facile terreno dei buoni e dei cattivi, si tratta di decidere i limiti di queste applicazioni. Il settore si dividerà tra aziende disposte ad entrare nei meccanismi del controllo politico ed altre no. Altman ha fatto la sua scelta.
Il ragazzo d’oro Wang «etichetta» ogni dato usato dagli algoritmi
Nella nebbia di un disegno che fatica a chiarirsi, si sa però che nell’intelligenza artificiale esiste una filiera industriale. Come per fare l’acciaio serve il minerale di ferro, così per fare una conversazione con ChatGpt serve la materia prima costituita dai dati.I dati. Cioè milioni, anzi miliardi di frammenti di testo, immagini, conversazioni, voci, video, etichettati uno per uno con pazienza certosina. A scavare in questa miniera c’è un ragazzo cresciuto a Los Alamos, figlio di due fisici cinesi che lavoravano per i laboratori nucleari del governo americano, che a 19 anni ha abbandonato il Mit per costruire l’azienda che oggi condiziona lo sviluppo di quasi ogni grande modello Ai del pianeta. Certo, tutti questi genietti che abbandonano l’università fanno venire qualche dubbio sul sistema universitario americano.Alexandr Wang ha fondato Scale Ai nel 2016, insieme a Lucy Guo, attraverso l’incubatore Y Combinator (sempre quello). L’idea è semplice, a sapere di cosa si parla. I modelli di apprendimento meccanico sono affamati di dati etichettati, e nessuno stava risolvendo quel collo di bottiglia in modo sistematico. Le macchine non hanno buon senso e non possono impararlo, occorre darglielo già confezionato. Distinguere un gatto da un cane, un’intenzione ostile da una bonaria, una frase sensata da un nonsenso, un contesto rispetto ad un altro è cosa umana. Scale Ai fa proprio questo.Mettere una etichetta ai dati significa dire a una macchina «questo è un pedone» o «questa è una parolaccia» oppure «questo è un proverbio sulla pazienza». Un tale lavoro di pulizia, filtro, raffinazione dei dati può essere fatto solo dall’uomo, almeno per ora. È dunque un lavoro lento, costoso e spesso delegato a lavoratori a cottimo sparsi nel mondo globalizzato e sottopagato. Attraverso piattaforme per lavorare da remoto, lavoratori in Asia e Africa compiono questa attività giudicata spesso usurante. Tanto che vi sono diverse cause in corso per presunte violazioni salariali.Il merito di Wang è stato di capire che chi controlla quel processo controlla a monte la qualità dell’intelligenza artificiale che sta a valle.Scale Ai si è evoluta da semplice servizio di annotazione a quella che Wang stesso definisce una fonderia di dati. Una fabbrica in grado di fornire non solo etichettatura grezza, ma interi sistemi di valutazione, confronto, prova per i modelli più avanzati. I suoi clienti includono OpenAi, Microsoft, Meta e il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Questa posizione, a cavallo tra l’industria privata e l’apparato statale, è tipica di molte società di questo settore. In fondo, è la presenza di un cliente dal portafoglio capiente a dare prospettiva a società che altrimenti non sopravviverebbero ai primi anni sul mercato. Nel marzo 2025 Scale Ai ha firmato con il Dipartimento della Difesa il contratto Thunderforge, destinato a utilizzare l’Ia per pianificare ed eseguire movimenti di navi, aerei e altri oggetti militariLa logica è quella di chi presidia l’acquedotto rispetto a chi ha una fontana. Tutte le fontane hanno bisogno d’acqua e questa deve essere potabile. Scale Ai si posiziona come fornitore indispensabile a prescindere dall’esito della competizione tra le fontane. Nel 2021 l’azienda raggiungeva una valutazione di 7 miliardi di dollari e sotto la guida di Wang è arrivata a sfiorare i 29 miliardi, prima dell’operazione che ha segnato la svolta più clamorosa della sua storia recente.Infatti, poco meno di un anno fa, Meta ha acquisito il 49% di Scale Ai per 14,8 miliardi di dollari. L’accordo ha comportato un cambio d’abito per Wang, che ha lasciato la guida operativa dell’azienda per diventare il primo chief Ai officer nella storia di Meta, a capo dei Meta Superintelligence Labs. All’età di ventott’anni, Wang è il più giovane miliardario self-made al mondo.La storia di Wang ricorda che il potere nell’ecosistema Ia si sta spostando verso chi controlla i livelli più profondi e nascosti della filiera. I nuovi mandarini della Silicon Valley non sono necessariamente quelli che costruiscono i prodotti di massa che troviamo sul nostro cellulare. Sono anche quelli che controllano quel mondo oscuro del sottosuolo digitale, su cui quei prodotti piantano radici e crescono. Wang è, forse più di chiunque altro in questa generazione, l’incarnazione di questo nuovo tipo di potere, fatto di silenzi e di struttura. Difficile da afferrare e capire quanto più è nascosto e inafferrabile.Negli ultimi anni Wang ha cercato di rafforzare il legame con la sicurezza nazionale americana. Secondo lui, l’intelligenza artificiale è destinata a diventare uno dei principali campi di competizione strategica tra Stati Uniti e Cina. Chiaro che la qualità dei dati e la capacità di addestrare modelli avanzati assumano un enorme valore geopolitico.
Del resto, come abbiamo già visto, questo è il nuovo clima della tecnologia americana. L’epoca in cui le aziende digitali si consideravano semplicemente imprese globali sembra ormai superata. Oggi sempre più creature della Silicon Valley si percepiscono come parte di un sistema industriale che ha più a che fare con la strategia che con il mercato.
Krishnan, il link tra soldi e politica
Tra i nuovi protagonisti della politica tecnologica americana c’è Sriram Krishnan, una figura diversa da quelle che hanno dominato la Silicon Valley negli ultimi vent’anni. Si tratta dell’uomo che media tra le aziende tecnologiche e la politica. Krishnan nasce in India e si trasferisce negli Stati Uniti nel 2005. Come molti ingegneri provenienti dal subcontinente indiano entra rapidamente nell’ecosistema delle grandi aziende tecnologiche americane e nel corso della sua carriera lavora in alcune delle società più importanti della Silicon Valley. I soliti nomi, tra cui Microsoft, Facebook e Twitter, dove si occupa di sviluppo di prodotti e strategie di crescita delle piattaforme digitali.
Dopo questa prima fase da ingegnere e manager tecnologico, Krishnan si sposta progressivamente verso il mondo degli investimenti. Diventa partner del fondo di venture capital Andreessen Horowitz, uno dei principali finanziatori della nuova generazione di startup della Silicon Valley. In questo ruolo segue soprattutto le aziende che operano nei settori delle criptovalute, delle piattaforme digitali e dell’intelligenza artificiale.
Ed è così che gradualmente la sua posizione lo porta a diventare una figura di collegamento tra l’industria tecnologica e il mondo politico. Negli ultimi anni la regolamentazione delle grandi piattaforme digitali e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale sono diventati temi centrali nel dibattito pubblico americano. Per le amministrazioni federali diventa quindi sempre più importante avere interlocutori che conoscano dall’interno il funzionamento delle grandi aziende tecnologiche. Allo stesso tempo, alle aziende del settore serve qualcuno che conosca i meandri del potere, tra Campidoglio e Casa Bianca.
È in questo contesto che Krishnan assume un ruolo da consulente nella definizione delle politiche federali sull’intelligenza artificiale. All’interno dell’amministrazione guidata da Donald Trump, infatti, oggi Krishnan lavora come consigliere per le tecnologie emergenti.
In questa attività collabora con David O. Sacks, un imprenditore e investitore tecnologico noto anche per le sue posizioni politiche conservatrici e per i suoi legami con Peter Thiel. Il lavoro dei due consiste nel fare in modo che le iniziative del governo sull’intelligenza artificiale non si schiantino contro il muro della impraticabilità. Un ruolo tecnico, ma molto politico. Sullo sfondo, la lotta con la Cina per il controllo delle tecnologie. Dunque Krishnan è figura importante e poco appariscente in un mondo sempre più vicino alla politica.
Insomma, se nella fase iniziale della Silicon Valley i protagonisti erano soprattutto imprenditori e ingegneri, più dediti a fare soldi che a pensare alla politica, oggi dal milieu culturale californiano emergono figure differenti. La mediazione con la politica sta diventando sempre più importante ed anzi è sempre più evidente la stretta connessione tra gli apparati governativi e le aziende tecnologiche. Ecco perché figure come Sriram Krishnan sono importanti e lo saranno sempre di più.
Lo Stretto resta chiuso e il petrolio sale. Si cercano rimedi ma le riserve sono solo una toppa. La Russia intanto sorride. Von der Leyen pentita sul nucleare.
- Lo Stato dà un segnale necessario mentre il Brent torna a superare quota 100 dollari e Total sospende il 15% della produzione nel Golfo. Depositi strategici in tutta la Penisola, ma bisogna sbloccare Hormuz.
- Tra benzina e bollette, Confesercenti calcola una stangata da 14 miliardi di euro l’anno. E arriva pure il caro biglietti aerei. Vladimir Putin intanto incassa 150 milioni di dollari al giorno.
Lo speciale contiene due articoli
L’operazione di rilascio delle scorte strategiche di petrolio ha avuto sui prezzi l’effetto di un raggio di sole in una giornata di tempesta. Peccato che la tempesta prosegua e non se ne veda la fine, almeno a breve. Con la giornata di ieri i prezzi hanno ripreso a correre, con il Brent tornato sopra i 100 dollari al barile e il Wti americano sopra i 96 dollari.
Gli attacchi alle navi sono proseguiti ieri nel Golfo Persico, dove due petroliere ferme in un porto iracheno sono state colpite da razzi iraniani. Dal canto suo, la nuova guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, si è fatta sentire in pubblico per la prima volta, dicendo esplicitamente che «la leva per bloccare lo Stretto di Hormuz deve essere assolutamente utilizzata». Il comandante della Marina militare iraniana del Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica ha raccolto l’invito poco dopo su X: «Infliggeremo i colpi più duri al nemico aggressore mantenendo la strategia di tenere chiuso lo Stretto di Hormuz». La compagnia Total ieri ha annunciato di avere sospeso il 15% della produzione nei suoi impianti nel Golfo.
In questo contesto, Donald Trump con un post sul social Truth ha detto: «Gli Stati Uniti sono di gran lunga il più grande produttore di petrolio al mondo, quindi quando i prezzi del petrolio salgono, guadagniamo un sacco di soldi. Ma, di ben più grande interesse e importanza per me, come presidente, è impedire a un impero malvagio, l’Iran, di possedere armi nucleari e di distruggere il Medio Oriente e, in effetti, il mondo. Non permetterò mai che ciò accada».
Intanto però a Washington si sussurra che la Casa Bianca abbia consigliato alle compagnie petrolifere e alle società di trasporto marittimo statunitensi di prepararsi alla possibile sospensione temporanea del Jones act, la legge che regola il trasporto marittimo interno negli Stati Uniti. Secondo questa vecchia legge, il trasporto di merci tra due porti degli Stati Uniti può essere effettuato solo da navi interamente statunitensi (costruzione, proprietà, bandiera ed equipaggio). La sospensione permetterebbe anche a navi straniere di trasportare carburante tra porti americani, per facilitare la distribuzione interna di energia.
Il segretario all’Energia americano, Chris Wright, ieri ha detto che gli Usa non sono pronti a scortare le navi al passaggio nello Stretto di Hormuz. «Accadrà relativamente presto, ma non può accadere ora. Semplicemente non siamo pronti», ha detto Wright in un’intervista. Lo stesso segretario due giorni fa aveva pubblicato un post su X affermando che la Marina americana era pronta a scortare le petroliere, ma poi ha rimosso il post stesso, generando sconcerto.
Il maxi rilascio delle scorte petrolifere deciso dall’Iea intanto è stato sopravanzato dagli avvenimenti, anche se in parte contribuisce a prendere un po’ di tempo. Il Dipartimento per l’energia americano ha fatto sapere che Washington metterà sul mercato 172 milioni di barili in un periodo di quattro mesi, il che significa circa 1,45 milioni di barili al giorno in media, a fronte di un deficit complessivo tra i 12 e i 14 milioni di barili.
Anche l’Italia farà la sua parte. Ieri il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica (Mase) ha comunicato che il nostro Paese metterà in circolo l’11,42% delle sue scorte strategiche. Il sistema di stoccaggio strategico italiano è coordinato dal Mase, che affida le operazioni all’Acquirente unico, il quale funge da Organismo centrale di stoccaggio italiano (Ocsit). A norma di legge, il sistema italiano di scorte petrolifere di sicurezza ammonta complessivamente a quasi 12 milioni di tonnellate di petrolio equivalente (oltre 87 milioni di barili), pari a 90 giorni di importazioni.
Tale riserva è costituita da due responsabilità distinte. La prima è quella statale, gestita direttamente dall’Ocsit, che regolarmente indice gare per il mantenimento delle scorte, ed è pari a 2,208 milioni di tonnellate (circa 16 milioni di barili di petrolio equivalente) di prodotti già raffinati e pronti all’uso, come benzina, gasolio, carburante per aerei e olio combustibile.
La seconda parte è quella degli operatori privati obbligati, che ammonta a circa 9,6 milioni di tonnellate di prodotti, stoccate sul territorio nazionale o anche entro l’Unione europea (pari a circa 71 milioni di barili).
Il totale di scorte rilasciato dall’Italia sarà dunque pari a 9,96 milioni di barili di prodotti pronti al consumo, che hanno l’effetto più immediato di calmiere sui prezzi, poiché non richiedono lavorazioni ulteriori.
Il Mase non ha chiarito in quanto tempo i quantitativi saranno immessi sul mercato. Essendo il consumo del nostro Paese pari a circa 1,2 milioni di barili al giorno, con un periodo di rilascio di 60 giorni, ad esempio, le riserve strategiche fornirebbero circa il 14% dei consumi totali giornalieri.
Le località in cui l’Ocsit mantiene le scorte strategiche rispettano alcuni principi di distribuzione, con punti nevralgici in Sardegna e Sicilia, in Puglia e a Napoli per il Sud. A Gaeta vi è il maggiore deposito di gasolio (oltre 397.000 tonnellate) mentre a Volpiano vi è il maggiore stoccaggio di benzina (oltre 130.000 tonnellate). Depositi anche in Centro Italia e con maggiore densità al Nord, con Piemonte, Liguria e Lombardia ad avere le maggiori quantità.
Il rilascio delle scorte strategiche aiuta a comprare tempo, ma senza lo sblocco dello Stretto di Hormuz il conto si farà sempre più salato.
Mentre noi piangiamo, Mosca ride
È proprio un bollettino di guerra quello dei rincari. Le quotazioni di Wti e Brent chiudono la seduta con un rally di oltre il 10% sfondando la quota psicologica dei 100 dollari al barile. Quelle dei carburanti corrono a ruota. I principali operatori stanno adeguando i listini: tra questi c’è Eni, che pur restando mediamente la compagnia meno cara ha ritoccato verso l’alto i prezzi consigliati. Secondo le rilevazioni diffuse da Staffetta Quotidiana, nella media nazionale in modalità self service la benzina ha superato quota 1,81 euro al litro, il livello più alto dal marzo 2025. Il gasolio è arrivato invece a circa 2,03 euro al litro, tornando sui massimi dall’estate del 2022. Con questi numeri è destinato a cambiare rapidamente il budget familiare.
Secondo una stima di Confesercenti, i rincari di carburanti ed energia seguiti all’esplosione del conflitto in Iran potrebbero tradursi in una stangata complessiva da circa 14 miliardi di euro all’anno. In assenza di interventi correttivi, gli italiani arriverebbero a spendere 6,9 miliardi in più per i carburanti e altri 7,1 miliardi per le bollette energetiche. L’aumento cancellerebbe di fatto gli effetti positivi del cosiddetto decreto Bollette e colpirebbe due voci di spesa difficilmente comprimibili. Il peso complessivo di carburanti ed energia sul bilancio delle famiglie passerebbe così dal 7,4%, registrato nel 2025, all’8,4% nel 2026, riducendo la capacità di spesa e sottraendo risorse ai consumi e agli investimenti. Per lo Stato, invece, prezzi più alti significano anche maggiori entrate fiscali. Le stime indicano un aumento dell’Iva incassata pari a circa 1,9 miliardi: 1,2 miliardi deriverebbero dai carburanti e circa 700 milioni dalle bollette energetiche.
Anche per le imprese la situazione è sempre più pesante. I rincari dell’energia elettrica potrebbero tradursi in costi aggiuntivi significativi: oltre 1.200 euro l’anno per un ristorante con consumi medi, circa 770 euro per un albergo e più di 3.000 euro per un supermercato. A questi si aggiungono gli aumenti del gas, con ulteriori centinaia di euro di spesa annua.
Il governo osserva l’evoluzione della crisi e prepara possibili misure di sostegno. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha spiegato in Parlamento che l’esecutivo «sta lavorando a interventi di compensazione per le famiglie a reddito più basso e a strumenti per contenere i costi delle aziende di autotrasporto». Secondo il ministro, nonostante i rincari, l’aumento dei prezzi alla pompa in Italia resta al momento inferiore rispetto a quello registrato in altri grandi Paesi europei. Intanto le tensioni energetiche si stanno riflettendo anche su altri settori dell’economia. L’edilizia, tramite Ance Lombardia, segnala forti aumenti nei materiali da costruzione, con rincari che in alcuni casi vengono giudicati ingiustificati: nelle ultime settimane il prezzo del bitume è salito del 56% e quello del gasolio industriale di quasi il 30%.
Gli effetti arrivano anche nel trasporto aereo. Il gruppo Air France-Klm ha annunciato un aumento delle tariffe sui voli a lungo raggio per compensare il forte rincaro del cherosene. Per i biglietti in classe economica l’aumento medio sarà di circa 50 euro, seguendo la stessa strada già intrapresa da diverse compagnie internazionali.
In questo scenario c’è chi ride: Vladimir Putin. Secondo le stime riportate dal Financial Times, la Russia starebbe incassando circa 150 milioni di dollari in più al giorno dalle esportazioni di petrolio da quando sono esplose le ostilità in Iran.




