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Uno studio fotografa la crisi tedesca: -40% di export verso Pechino e crescita ferma. Eppure le multinazionali teutoniche premono per evitare che l’Ue si difenda dal Dragone. E l’Europarlamento sfodera dazi ridicoli.

La produzione industriale tedesca è al 6% al di sotto del livello pre Covid. Dal 2021 al 2025 le esportazioni tedesche verso la Cina sono calate di oltre il 40% in rapporto al Pil. Il crollo della domanda netta di esportazioni ha tolto circa il 3% alla crescita tedesca dal 2023. In quello stesso 2021, circa 1,1 milioni di posti di lavoro in Germania dipendevano dalla domanda finale cinese, e da allora se ne sono persi almeno 400.000. Sono i numeri che Sander Tordoir e Brad Setser, economisti del Centre for european reform, presentano in un nuovo studio pubblicato ieri dal titolo evocativo «China Shock 2.0. Il costo della compiacenza della Germania».

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Dalla sconfitta di Musk contro OpenAI al vertice Trump-Xi, fino alle crepe nel GOP in vista delle elezioni di mid-term e ai record dell’arte.

Onu gelata dai «suoi» ricercatori: «L’apocalisse climatica è infondata»
Ansa
Nel nuovo studio degli scienziati che si occupano di simulazioni sono stati eliminati gli scenari catastrofici. Difficile, però, che le Nazioni Unite rivedano i diktat green: l’allarmismo arricchisce le Ong e dà visibilità.

Per 15 anni governi, banche centrali e agenzie internazionali hanno costruito politiche e regolamenti su scenari climatici che il Cmip, il programma internazionale da cui quegli scenari provengono, ha appena dichiarato implausibili. La svolta arriva da uno studio dal titolo Progetto di interconfronto tra modelli di scenario per Cmip7 comparso il 7 aprile 2026 sulla rivista Geoscientific model development, con le firme di oltre 40 ricercatori da tutto il mondo.

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