- Lo Stato dà un segnale necessario mentre il Brent torna a superare quota 100 dollari e Total sospende il 15% della produzione nel Golfo. Depositi strategici in tutta la Penisola, ma bisogna sbloccare Hormuz.
- Tra benzina e bollette, Confesercenti calcola una stangata da 14 miliardi di euro l’anno. E arriva pure il caro biglietti aerei. Vladimir Putin intanto incassa 150 milioni di dollari al giorno.
Lo speciale contiene due articoli
L’operazione di rilascio delle scorte strategiche di petrolio ha avuto sui prezzi l’effetto di un raggio di sole in una giornata di tempesta. Peccato che la tempesta prosegua e non se ne veda la fine, almeno a breve. Con la giornata di ieri i prezzi hanno ripreso a correre, con il Brent tornato sopra i 100 dollari al barile e il Wti americano sopra i 96 dollari.
Gli attacchi alle navi sono proseguiti ieri nel Golfo Persico, dove due petroliere ferme in un porto iracheno sono state colpite da razzi iraniani. Dal canto suo, la nuova guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, si è fatta sentire in pubblico per la prima volta, dicendo esplicitamente che «la leva per bloccare lo Stretto di Hormuz deve essere assolutamente utilizzata». Il comandante della Marina militare iraniana del Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica ha raccolto l’invito poco dopo su X: «Infliggeremo i colpi più duri al nemico aggressore mantenendo la strategia di tenere chiuso lo Stretto di Hormuz». La compagnia Total ieri ha annunciato di avere sospeso il 15% della produzione nei suoi impianti nel Golfo.
In questo contesto, Donald Trump con un post sul social Truth ha detto: «Gli Stati Uniti sono di gran lunga il più grande produttore di petrolio al mondo, quindi quando i prezzi del petrolio salgono, guadagniamo un sacco di soldi. Ma, di ben più grande interesse e importanza per me, come presidente, è impedire a un impero malvagio, l’Iran, di possedere armi nucleari e di distruggere il Medio Oriente e, in effetti, il mondo. Non permetterò mai che ciò accada».
Intanto però a Washington si sussurra che la Casa Bianca abbia consigliato alle compagnie petrolifere e alle società di trasporto marittimo statunitensi di prepararsi alla possibile sospensione temporanea del Jones act, la legge che regola il trasporto marittimo interno negli Stati Uniti. Secondo questa vecchia legge, il trasporto di merci tra due porti degli Stati Uniti può essere effettuato solo da navi interamente statunitensi (costruzione, proprietà, bandiera ed equipaggio). La sospensione permetterebbe anche a navi straniere di trasportare carburante tra porti americani, per facilitare la distribuzione interna di energia.
Il segretario all’Energia americano, Chris Wright, ieri ha detto che gli Usa non sono pronti a scortare le navi al passaggio nello Stretto di Hormuz. «Accadrà relativamente presto, ma non può accadere ora. Semplicemente non siamo pronti», ha detto Wright in un’intervista. Lo stesso segretario due giorni fa aveva pubblicato un post su X affermando che la Marina americana era pronta a scortare le petroliere, ma poi ha rimosso il post stesso, generando sconcerto.
Il maxi rilascio delle scorte petrolifere deciso dall’Iea intanto è stato sopravanzato dagli avvenimenti, anche se in parte contribuisce a prendere un po’ di tempo. Il Dipartimento per l’energia americano ha fatto sapere che Washington metterà sul mercato 172 milioni di barili in un periodo di quattro mesi, il che significa circa 1,45 milioni di barili al giorno in media, a fronte di un deficit complessivo tra i 12 e i 14 milioni di barili.
Anche l’Italia farà la sua parte. Ieri il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica (Mase) ha comunicato che il nostro Paese metterà in circolo l’11,42% delle sue scorte strategiche. Il sistema di stoccaggio strategico italiano è coordinato dal Mase, che affida le operazioni all’Acquirente unico, il quale funge da Organismo centrale di stoccaggio italiano (Ocsit). A norma di legge, il sistema italiano di scorte petrolifere di sicurezza ammonta complessivamente a quasi 12 milioni di tonnellate di petrolio equivalente (oltre 87 milioni di barili), pari a 90 giorni di importazioni.
Tale riserva è costituita da due responsabilità distinte. La prima è quella statale, gestita direttamente dall’Ocsit, che regolarmente indice gare per il mantenimento delle scorte, ed è pari a 2,208 milioni di tonnellate (circa 16 milioni di barili di petrolio equivalente) di prodotti già raffinati e pronti all’uso, come benzina, gasolio, carburante per aerei e olio combustibile.
La seconda parte è quella degli operatori privati obbligati, che ammonta a circa 9,6 milioni di tonnellate di prodotti, stoccate sul territorio nazionale o anche entro l’Unione europea (pari a circa 71 milioni di barili).
Il totale di scorte rilasciato dall’Italia sarà dunque pari a 9,96 milioni di barili di prodotti pronti al consumo, che hanno l’effetto più immediato di calmiere sui prezzi, poiché non richiedono lavorazioni ulteriori.
Il Mase non ha chiarito in quanto tempo i quantitativi saranno immessi sul mercato. Essendo il consumo del nostro Paese pari a circa 1,2 milioni di barili al giorno, con un periodo di rilascio di 60 giorni, ad esempio, le riserve strategiche fornirebbero circa il 14% dei consumi totali giornalieri.
Le località in cui l’Ocsit mantiene le scorte strategiche rispettano alcuni principi di distribuzione, con punti nevralgici in Sardegna e Sicilia, in Puglia e a Napoli per il Sud. A Gaeta vi è il maggiore deposito di gasolio (oltre 397.000 tonnellate) mentre a Volpiano vi è il maggiore stoccaggio di benzina (oltre 130.000 tonnellate). Depositi anche in Centro Italia e con maggiore densità al Nord, con Piemonte, Liguria e Lombardia ad avere le maggiori quantità.
Il rilascio delle scorte strategiche aiuta a comprare tempo, ma senza lo sblocco dello Stretto di Hormuz il conto si farà sempre più salato.
Mentre noi piangiamo, Mosca ride
È proprio un bollettino di guerra quello dei rincari. Le quotazioni di Wti e Brent chiudono la seduta con un rally di oltre il 10% sfondando la quota psicologica dei 100 dollari al barile. Quelle dei carburanti corrono a ruota. I principali operatori stanno adeguando i listini: tra questi c’è Eni, che pur restando mediamente la compagnia meno cara ha ritoccato verso l’alto i prezzi consigliati. Secondo le rilevazioni diffuse da Staffetta Quotidiana, nella media nazionale in modalità self service la benzina ha superato quota 1,81 euro al litro, il livello più alto dal marzo 2025. Il gasolio è arrivato invece a circa 2,03 euro al litro, tornando sui massimi dall’estate del 2022. Con questi numeri è destinato a cambiare rapidamente il budget familiare.
Secondo una stima di Confesercenti, i rincari di carburanti ed energia seguiti all’esplosione del conflitto in Iran potrebbero tradursi in una stangata complessiva da circa 14 miliardi di euro all’anno. In assenza di interventi correttivi, gli italiani arriverebbero a spendere 6,9 miliardi in più per i carburanti e altri 7,1 miliardi per le bollette energetiche. L’aumento cancellerebbe di fatto gli effetti positivi del cosiddetto decreto Bollette e colpirebbe due voci di spesa difficilmente comprimibili. Il peso complessivo di carburanti ed energia sul bilancio delle famiglie passerebbe così dal 7,4%, registrato nel 2025, all’8,4% nel 2026, riducendo la capacità di spesa e sottraendo risorse ai consumi e agli investimenti. Per lo Stato, invece, prezzi più alti significano anche maggiori entrate fiscali. Le stime indicano un aumento dell’Iva incassata pari a circa 1,9 miliardi: 1,2 miliardi deriverebbero dai carburanti e circa 700 milioni dalle bollette energetiche.
Anche per le imprese la situazione è sempre più pesante. I rincari dell’energia elettrica potrebbero tradursi in costi aggiuntivi significativi: oltre 1.200 euro l’anno per un ristorante con consumi medi, circa 770 euro per un albergo e più di 3.000 euro per un supermercato. A questi si aggiungono gli aumenti del gas, con ulteriori centinaia di euro di spesa annua.
Il governo osserva l’evoluzione della crisi e prepara possibili misure di sostegno. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha spiegato in Parlamento che l’esecutivo «sta lavorando a interventi di compensazione per le famiglie a reddito più basso e a strumenti per contenere i costi delle aziende di autotrasporto». Secondo il ministro, nonostante i rincari, l’aumento dei prezzi alla pompa in Italia resta al momento inferiore rispetto a quello registrato in altri grandi Paesi europei. Intanto le tensioni energetiche si stanno riflettendo anche su altri settori dell’economia. L’edilizia, tramite Ance Lombardia, segnala forti aumenti nei materiali da costruzione, con rincari che in alcuni casi vengono giudicati ingiustificati: nelle ultime settimane il prezzo del bitume è salito del 56% e quello del gasolio industriale di quasi il 30%.
Gli effetti arrivano anche nel trasporto aereo. Il gruppo Air France-Klm ha annunciato un aumento delle tariffe sui voli a lungo raggio per compensare il forte rincaro del cherosene. Per i biglietti in classe economica l’aumento medio sarà di circa 50 euro, seguendo la stessa strada già intrapresa da diverse compagnie internazionali.
In questo scenario c’è chi ride: Vladimir Putin. Secondo le stime riportate dal Financial Times, la Russia starebbe incassando circa 150 milioni di dollari in più al giorno dalle esportazioni di petrolio da quando sono esplose le ostilità in Iran.
- Teheran rivendica due raid e minaccia: «Greggio a 200 dollari» Stati Uniti pronti ad attaccare anche i porti civili lungo lo Stretto.
- L’Agenzia internazionale per l’Energia libera un terzo delle riserve G7. Ma è solo una mossa per tirare a campare, con tempi d’uso lunghi e complessi, pompando una quantità ridotta e sperando nel Mar Rosso.
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La promessa del regime iraniano di impedire «a un singolo litro di petrolio di passare attraverso lo Stretto di Hormuz» è stata preceduta dagli attacchi contro tre navi.
A rivelare l’aggressione nel corridoio strategico è stata l’agenzia che monitora la sicurezza marittima, la United Kingdom maritime trade operations (Ukmto): senza fornire dettagli sulla nazionalità, ha comunicato che tre imbarcazioni sono state colpite da «proiettili sconosciuti». Nel corso della giornata è emerso che due delle navi colpite sono di proprietà thailandese e greca, mentre il mistero riguarda l’origine della terza nave. A detta dei pasdaran sarebbe israeliana, ma secondo diversi media sono stati registrati lievi danni su una nave giapponese ancorata nel Golfo Persico, distante circa 97 km dallo Stretto.
La prima ad aver confermato l’attacco contro un’imbarcazione del proprio Paese è stata la Marina della Thailandia. Ha reso noto che la nave portarinfuse Mayuree Naree, battente bandiera thailandese e salpata da un porto degli Emirati Arabi Uniti, è stata presa di mira mentre si trovava in transito nello Stretto di Hormuz. Con la nave che andava a fuoco, si sono attivati i soccorsi della Marina dell’Oman: hanno messo in salvo 20 marinai, mentre altri tre risultano dispersi. L’operatore thailandese della nave, Precious shipping, ha affermato che chi manca all’appello potrebbe essere «intrappolato nella sala macchine».
Poco dopo, le Guardie rivoluzionarie iraniane, tramite il comandante navale dei pasdaran Alireza Tangsiri, hanno rivendicato di aver bersagliato la Mayuree Naree, colpevole di aver «tentato di passare illegalmente lo Stretto», è stata colpita «dopo gli avvertimenti delle forze navali».
Ma a detta dei pasdaran è stata anche attaccata «la nave liberiana Express Room, di proprietà di Israele». La nota del regime ribadisce che «gli aggressori, gli Stati Uniti e i loro alleati, non hanno il diritto di attraversare» il corridoio marittimo. In merito alla nave israeliana non sono però arrivate dichiarazioni ufficiali da parte di Israele. Dall’altra parte, Reuters e il Japan Times hanno riferito che la nave One Majesty, battente bandiera giapponese, ha registrato alcuni danni a causa di «un proiettile sconosciuto a 25 miglia nautiche a Nord-Ovest di Ras Al Khaimah», negli Emirati Arabi Uniti.
La terza imbarcazione, su cui i pasdaran non hanno rivendicato l’attacco, sarebbe invece greca. La Ukmto ha per prima reso noto che una nave è stata colpita da un proiettile a 50 miglia nautiche a Nord-Ovest di Dubai. E stando a quanto riferito dal quotidiano greco Naftemporiki, si tratterebbe della Star Gwyneth: batte bandiera delle Isole Marshall, ma è di proprietà della compagnia di navigazione greca Star Bulk Carriers. L’equipaggio è riuscito a mettersi in salvo, mentre la nave è stata colpita allo scafo.
Nel frattempo, resta costante l’attenzione degli Stati Uniti sulle rappresaglie iraniane nello Stretto, ma anche nei porti civili in cui è attiva la marina dell’Iran. A lanciare l’allerta è stato il Comando centrale americano: ha invitato la popolazione civile a evitare «subito tutte le strutture portuali in cui operano le forze navali iraniane» visto che il regime «sta utilizzando i porti civili lungo lo Stretto di Hormuz per condurre operazioni militari che minacciano il traffico marittimo internazionale». Ma non è tutto. Dopo che il Comando centrale degli Stati Uniti ha annunciato di aver eliminato 16 posamine iraniane collocate vicino allo Stretto, Reuters ha svelato che Teheran ha già piazzato una dozzina di mine nell’area. Una fonte ha spiegato all’agenzia britannica che è nota l’ubicazione della maggior parte degli esplosivi. E secondo la Cnn, l’Iran sarebbe ancora in possesso di oltre l’80% delle sue posamine e piccole imbarcazioni.
Dall’altra parte, Teheran ha puntato il dito contro gli Stati Uniti e Israele, ritenuti responsabili dell’attacco con missili a «un’ambulanza marittima» iraniana «di stanza al molo dell’isola di Hormuz». Alle accuse si aggiungono le minacce di uno scenario che preoccupa la tenuta dell’economia globale. Il portavoce del quartier generale del comando militare di Teheran, Ebrahim Zolfaqari, ha infatti avvertito: «Preparatevi al raggiungimento dei 200 dollari al barile perché il prezzo del petrolio dipende dalla sicurezza regionale che avete destabilizzato».
A restringere il campo delle opzioni che si potrebbero utilizzare per tamponare la crisi è stato il presidente francese, Emmanuel Macron. Intervenendo in videoconferenza al vertice del G7 ha sottolineato che il blocco dello Stretto di Hormuz «non giustifica in nessun caso la revoca delle sanzioni» contro la Russia. Parallelamente, il ministro della Difesa spagnolo, Margarita Robles, ha affermato che Madrid non invierà mezzi navali a Hormuz, ma si limiterà a continuare l’impegno «in missioni dell’Alleanza atlantica» in cui si trovano «i cacciamine» spagnoli.
I 400 milioni di barili sbloccati non colmeranno le perdite dal Golfo
Dopo avere smerciato per anni la bufala dell’imminente picco della domanda di petrolio, l’Agenzia internazionale dell’energia (Iea) ha annunciato ieri il rilascio coordinato di 400 milioni di barili di petrolio dalle riserve strategiche dei Paesi membri. La misura di emergenza è stata presa per mettere una toppa all’interruzione dei flussi energetici dal Golfo Persico dopo la crisi nello Stretto di Hormuz. Sull’orlo del panico, l’Iea sottolinea che si tratta del più grande rilascio di scorte mai organizzato dall’agenzia dalla sua fondazione negli anni Settanta.
Quattrocento milioni di barili rappresentano una circa un terzo delle riserve strategiche degli Stati membri dell’Iea, mentre altri 600 milioni di barili sono le riserve commerciali obbligatorie.
Sembra molto, ma il numero assoluto dice poco, perché più dell’ammontare totale del rilascio delle scorte occorre capire la velocità con cui queste arriveranno sui mercati. Oggi il mondo consuma poco più di 100 milioni di barili di petrolio al giorno (mil. bbl/g), e dallo stretto di Hormuz passa circa il 20% di quel quantitativo, pari a circa 20 mil. bbl/g.
Arabia Saudita, Iraq, Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Iran utilizzano infatti questo corridoio per esportare quasi tutta la loro produzione, anche di prodotti distillati e raffinati.
Da qualche giorno l’Arabia Saudita ha intensificato l’uso dell’oleodotto East-West, che collega i campi petroliferi della provincia orientale al porto di Yanbu, sul Mar Rosso. Questa infrastruttura permette di esportare una parte del petrolio saudita evitando il passaggio nello Stretto di Hormuz. La capacità disponibile è limitata rispetto ai flussi normali, però consente una riduzione dell’ammanco di circa 4 mil. bbl/g. Il deficit è quindi valutabile attorno a 16 mil. bbl/g, che potrebbe essere anche un po’ più basso se è vero che alcune petroliere cinesi dirette in Cina con carichi di petrolio iraniano sono passate dallo Stretto di Hormuz senza danni in questi giorni. Ipotizziamo quindi un ammanco di 14 mil. bbl/g.
Se i 400 milioni di barili venissero distribuiti nell’arco di un mese, il sistema globale dovrebbe immettere sul mercato circa 13 mil. bbl/g, che di fatto sanerebbe il deficit. Una portata di questo tipo, però, è pura fantasia, perché richiederebbe una capacità logistica straordinaria nei terminali di stoccaggio, nei porti e nelle raffinerie, che nella realtà non esiste.
Uno scenario più plausibile è quello di un rilascio attorno ai 4 milioni di barili al giorno, livelli compatibili con precedenti operazioni coordinate dell’Iea.
In questo modo, il rilascio sarebbe esaurito in 100 giorni e non sarebbe comunque sufficiente a risanare il deficit giornaliero, che resterebbe pari a 10 mil. bbl/g.
L’annuncio Iea, dunque, ha già il fiato corto, anche per un altro motivo. Il petrolio non è tutto uguale. Il greggio che si origina dai Paesi del Golfo Persico è di qualità cosiddetta medium o medium-light, cioè con certa densità di olio rispetto all’acqua, misurata su una scala stabilita dall’Api (American Petroleum Institute). Un grado Api sopra 31 designa un greggio leggero, mentre valori sotto 22 indicano un petrolio pesante. Il greggio arabo è a 33,4 (light), quello iracheno a 30 (medium), quello iraniano a 28 (medium-heavy), quello del Kuwait a 31 (medium). Il petrolio americano Wti ha invece un grado Api 39,5, molto leggero, il Brent sopra i 38, lo shale oil americano arriva anche a un grado di leggerezza 42. Gradi diversi di greggio danno origine a diverse rese in termini di benzina, gasolio e prodotti vari.
Questo comporta che le raffinerie non possono passare da un greggio all’altro come se nulla fosse. Ci sono dei costi per modificare i trattamenti o gli impianti, e non tutte le riserve potranno essere utilizzate da tutte le raffinerie. Non è dato sapere al momento la qualità dei greggi contenuti nelle riserve che saranno rilasciate, e questo è tutt’altro che un dettaglio. Insomma, i dubbi permangono, tant’è che al di là dell’effetto notizia durato pochi minuti, i prezzi del petrolio ieri non sono scesi, con il Brent che è risalito del 5% sopra i 92 dollari al barile.
Al momento, poi, Iraq, Kuwait e Arabia Saudita hanno annunciato tagli alla produzione per un totale di circa 6 mil. bbl/g, perché non riescono più ad accumulare nelle scarse strutture di stoccaggio il petrolio che non riescono a spedire. Il risultato è che se anche la guerra finisse domani, gli strascichi della turbolenza si protrarrebbero per mesi.
Il sistema energetico internazionale, quindi, conta di funzionare nelle prossime settimane grazie a due strumenti temporanei. Il primo è il rilascio delle scorte strategiche, il secondo è la deviazione di una parte delle esportazioni saudite verso il Mar Rosso. Entrambe le misure consentono di mantenere attivi i flussi, ma si tratta di strumenti che comprano un po’ di tempo, senza eliminare il problema di fondo. La struttura del commercio petrolifero globale rimane fortemente dipendente dal passaggio nello Stretto di Hormuz.
La normalizzazione del mercato energetico richiede il ripristino della navigazione nello Stretto. Senza la riapertura del corridoio marittimo attraverso cui transitano le esportazioni del Golfo, il sistema petrolifero internazionale rimane esposto a una riduzione prolungata dell’offerta. Il che significa avere un problema enorme.
Golfo Persico, crisi petrolifera, scontro nell’AI, elezioni e lavoro: la settimana dei giornali americani tra geopolitica e tensioni interne.



