La crisi di Hormuz porta con sé una carenza prospettica di carburante per aerei. Man mano che passano i giorni e lo stretto resta chiuso, si fa sempre più chiaro lo scenario energetico che ci aspetta, se nulla cambia nel frattempo.
Domenica scorsa, a margine della Scuola di formazione della Lega a Roma, l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, ha fatto un riassunto sintetico della situazione italiana rispetto ai carburanti. «Abbiamo le riserve strategiche, dobbiamo capire per quanto tempo possiamo usufruirne. Io penso che per alcuni prodotti non ci saranno problemi. Il gas è il meno impattato, le benzine non sono impattate. Il greggio non è un problema, ma poi bisogna avere le raffinerie per processarlo. Il gasolio c’è, ma bisogna riuscire a competere con altre aree che ne hanno bisogno. Il jet fuel (il carburante per aerei, ndr) è la parte più critica», ha affermato.
«L’Europa deve importare circa il 35% del jet fuel, perché non ha più raffinerie per produrlo. Bisogna capire dove si trova e a che prezzo si trova. Il problema, più che il prezzo riguarda i volumi. Il problema è riuscire nelle prossime settimane, con lo stretto di Hormuz bloccato, a vincere la lotta con l’Asia, che sta chiedendo molto greggio e molti prodotti. Loro hanno anche una raffinazione molto efficace, che in Europa non c’è».
Se il blocco dello Stretto di Hormuz prosegue, dunque, dice Descalzi, l’Europa sarà sempre più in competizione con l’Asia per ottenere non tanto il greggio, quanto i prodotti raffinati e in particolare il carburante per gli aerei. Abbiamo provato a fare qualche calcolo per capire di quali volumi stiamo parlando e di quali sono gli scenari possibili.
Dai dati disponibili relativi al 2025, tratti da Joint Organizations Data Initiative (Jodi), sappiamo che l’Italia produce con le proprie raffinerie circa 20,7 milioni di barili di jet fuel all’anno e ne importa dall’estero circa 20,5. La domanda nazionale è di poco superiore ai 40 milioni di barili. Dunque, grosso modo il nostro Paese trasforma il greggio in carburante per aerei per circa la metà del proprio fabbisogno, mentre una quota minimale è destinata all’esportazione. L’altra metà del fabbisogno è costituita dalle importazioni. Inoltre, i dati Jodi ci dicono anche che a fine dicembre 2025 il nostro stoccaggio di jet fuel ammontava a 5,5 milioni di barili.
Proprio su questi dati abbiamo costruito il nostro scenario. Ipotizziamo che a causa della competizione internazionale l’Italia non riesca più ad importare jet fuel dall’estero. Il nostro Paese dovrebbe in quel caso procedere solo con la propria produzione e con le scorte. Al momento questa ipotesi è remota, anche perché in ogni caso non tutta la quota di import di jet fuel proviene dal Medio Oriente. Ma ipotizziamo che a causa della forte tensione per procurarsi volumi i mercati europei restino all’asciutto perché la Cina, ad esempio, sarebbe disposta a pagare molto di più per ricevere il jet fuel.
Ogni giorno partono dall’Italia un migliaio di voli circa. Ipotizziamo che questi siano tutti a medio raggio, ad esempio Roma-Bruxelles, un viaggio di 1.200 chilometri per i quali sono necessari circa 28 barili di jet fuel.
Con questi dati, ipotizzando di utilizzare dal mese di maggio le sole scorte, si potrebbero effettuare 196.000 voli, ovvero mille voli al giorno per poco meno di sette mesi. Il che vorrebbe dire che a partire da dicembre occorrerebbe procedere a lasciare gli aerei a terra o a selezionare quali voli autorizzare al decollo e quali no.
Naturalmente, si tratta di una conclusione basata su una serie di ipotesi semplici. Non tutti i mille voli giornalieri in partenza dall’Italia hanno quella lunghezza, i consumi reali dipendono dai vettori e dalle condizioni di volo, e soprattutto in ogni caso la produzione nazionale copre la metà dei consumi nazionali. Quindi, in realtà nell’ipotesi di esaurimento delle scorte, che ci auguriamo remota, circolerebbe la metà degli aerei. Sempre se i flussi di greggio in import restano costanti. Se questi potessero aumentare e con essa la produzione nazionale di jet fuel, il problema sarebbe minore, ma è al momento difficile stimare quale aumento della produzione nazionale sia possibile (poco, probabilmente).
Questo scenario di un Natale a terra, sempre isolando la produzione nazionale di jet fuel, è in realtà meno drastico dello scenario di base previsto dalle attuali norme che disciplinano la gestione delle scorte strategiche di combustibili. Queste, secondo le attuali norme, devono essere pari al maggior valore tra 90 giorni di import e due mesi di consumi. Nel primo caso si tratta di 5 milioni di barili, nel secondo caso di 5,9 milioni di barili. Infatti, le scorte attuali sono perfettamente in linea con questi valori e pari a 5,5 milioni di barili. Ciò significa che nel caso base di una totale carenza avremmo due mesi di autonomia aerea, mentre nel caso di mancanza del 100% di import potremmo tirare avanti tre mesi e poco più prima di contingentare i voli.
È molto difficile dire oggi come andrà a finire nello Stretto di Hormuz, tra la tregua, i negoziati e le reciproche minacce tra Stati Uniti e Iran. Ma è utile conoscere quali sono i limiti attuali del nostro sistema energetico.
Lo stretto resta chiuso, export USA in crescita. Prezzi sotto pressione e crisi dell’alluminio. La guerra cambia flussi, regole e equilibri globali.
«Epic Fury» è stata un successo militare, il resto è un’incognita e i cocci sono nostri
La tregua tra Stati Uniti e Iran, cui si è giunti con la determinante mediazione del Pakistan (alleato della Cina), è fragile e soggetta alla propaganda delle due parti, nonché all’attivismo di Israele. Nonostante le incertezze, però, il cessate il fuoco in Iran sembra reggere, in vista dei negoziati diretti tra le parti che inizieranno domani a Islamabad.
Dal punto di vista militare, l’operazione «Epic Fury» in Iran è un successo. Secondo i dati presentati dal segretario alla Difesa americano Pete Hegseth, l’80% della contraerea, il 90% della marina e 450 depositi di missili iraniani sono stati distrutti. Duemila i centri di comando distrutti o neutralizzati. Il leader supremo Ali Khamenei è stato ucciso, e dopo di lui dozzine di comandanti delle Guardie della rivoluzione islamica. La catena di comando iraniana è stata decapitata e il comando militare ne risulta indebolito. Il successore della Guida suprema, suo figlio Mojtaba Khamenei, sarebbe ricoverato in un ospedale di Qom in gravi condizioni privo di conoscenza. Gli Stati Uniti contano, dal canto loro, 13 vittime tra i militari e oltre 300 feriti.
Fatto il conto degli obiettivi militari, c’è l’aspetto politico da considerare. Nelle scorse settimane, il presidente Donald Trump ha fatto riferimento più volte a una «nuova leadership ragionevole» in Iran con cui instaurare un dialogo, dopo l’eliminazione di Khamenei. Per Trump l’obiettivo principale sembra essere quello di un cambio di leadership a Teheran, per avere un nuovo leader a lui gradito con cui intrattenere rapporti commerciali. Il nuovo governo dovrebbe rinunciare al programma nucleare e alla rete di forze parallele costituite da Hezbollah, Huthi, Hamas e le milizie sciite. Questo è uno degli obiettivi degli Stati Uniti, sul modello di un caso precedente e su scala più ridotta, quello del Venezuela.
Se emergesse una figura laica in grado di guidare il Paese, il clero iraniano dovrebbe fare un passo indietro e ciò porterebbe con sé la fine delle pesanti sanzioni americane e l’apertura agli investimenti internazionali. Ne gioverebbe la produzione di petrolio e gas, soprattutto, oggi poco valorizzata, e la rete di infrastrutture dell’Iran, oggi degradata. Naturalmente, nella visione di Trump, la gran parte di questi investimenti sarà americana. Un obiettivo impegnativo, ma che porterebbe con sé un boom economico nella regione del Golfo e una stabilizzazione al ribasso dei prezzi del petrolio. Ne avrebbe vantaggio anche l’imbelle Europa, famelica importatrice di energia.
Si tratta però di un esito non esattamente gradito da Tel Aviv, che invece ambisce a un Iran reso stabilmente inoffensivo, incapace di minacciare Israele in futuro. Una divergenza di obiettivi che la tregua dichiarata da Trump ha reso lampante, con Israele che continua ad operare contro Hezbollah in Libano, dove i raid di mercoledì hanno provocato oltre 200 morti a Beirut.
Il cambio di leadership in Iran secondo il metodo americano sarebbe invece ben visto dalla Cina, grande sponsor del Pakistan. Pechino non gradisce un Iran potenza nucleare e neppure gradirebbe rivolte popolari che rendano il Paese ingovernabile e fonte di instabilità. In questo, gli interessi di Washington e Pechino convergono. Se è vero che un governo addomesticato dagli americani in Iran farebbe perdere influenza politica alla Cina, dalla stabilità nell’area trarrebbe grande vantaggio anche il Dragone. Il governo cinese esce dalla crisi di Hormuz più forte e consapevole, avendo potuto saggiare sul campo la reale potenza militare di Washington, avendo osservato il comportamento delle varie diplomazie e avendo registrato la spaccatura all’interno della Nato. Una raccolta di informazioni in presa diretta che sarà utile a Pechino in futuro.
Sul piano energetico, gli Stati Uniti appaiono vincenti. A marzo le esportazioni americane di Gnl, greggio e prodotti hanno raggiunto livelli record, a prezzi alti. Dalla crisi di Hormuz emerge per gli Stati Uniti anche un rilancio dell’industria dei fertilizzanti e dell’elio.
Ma esistono anche aspetti negativi, per gli Usa, non di poco conto. Ad esempio, una credibilità internazionale incrinata, con la convinzione diffusa che gli Stati Uniti siano stati trascinati da Israele in una guerra per cui non erano pronti. È stato il segretario di Stato Marco Rubio a confermarlo un mese fa, quando ha affermato che gli Stati Uniti hanno lanciato gli attacchi contro Teheran dopo aver appreso che Israele era in procinto di farlo in autonomia.
Nonostante sei settimane di bombe, l’assetto ideologico iraniano appare intatto, con le Guardie della rivoluzione che hanno giurato fedeltà alla nuova Guida suprema in maniera compatta, segno che la colonna vertebrale del regime non è stata intaccata ed è rafforzata dalla retorica del martirio.
I quasi 500 chili di uranio arricchito sono ancora in Iran, sotto le macerie dei siti colpiti dagli Usa. L’Iran dispone ancora di circa il 30-40% dei suoi siti missilistici con cui è in grado di colpire i paesi dell’area del Golfo persico. Con i Paesi europei della Nato si è creata una vistosa frattura che indebolisce l’alleanza. Lo Stretto di Hormuz, fino al 28 febbraio via d’acqua libera frequentata da 130 navi al giorno, è ora soggetta al dominio dell’Iran.
Quest’ultimo è uno dei punti più rilevanti della trattativa. Trump ha di fatto concesso questo controllo a Teheran, ma se riuscisse ad imporre una supervisione congiunta sui transiti gli Stati Uniti ne avrebbe un grande vantaggio, strategico ed economico. Un accordo su questo punto potrebbe aprire la strada a un consenso anche sugli altri punti.




