Due mesi. Tanto è trascorso dalla chiusura dello Stretto di Hormuz e il mercato petrolifero mondiale non ha ancora trovato un equilibrio. Il petrolio Brent ha raggiunto 115 dollari al barile nei mercati europei ieri, mentre il Wti americano viaggia a quota 103 dollari, con rialzi rispettivamente del 3,1% e del 3,5% nelle ultime ventiquattro ore.
I mercati considerano che non si sia più di fronte a un blocco temporaneo, ma a un periodo prolungato di interruzione delle forniture, con cui occorre fare i conti in maniera strutturale. In questo contesto, il clamoroso annuncio dell’uscita dall’Opec degli Emirati Arabi Uniti non ha frenato la salita dei prezzi.
Il blocco navale americano dei porti iraniani, avviato a metà aprile, ha come obiettivo dichiarato quello di privare Teheran delle entrate petrolifere, stimate in almeno 175 milioni di dollari al giorno. Con il blocco in vigore, la produzione iraniana confluisce nello stoccaggio, ma l’Iran dispone ancora di 20 giorni di capacità disponibile. Donald Trump ha sostenuto che la chiusura forzata dei pozzi provocherebbe danni irreversibili all’industria petrolifera iraniana, riducendo la capacità produttiva del paese al 50%.
Intanto ieri il Commissario europeo all’energia Dan Jorgensen ha detto che in due mesi di crisi il conto dell’Unione europea per le importazioni di combustibili fossili è aumentato di 27 miliardi di euro, cioè 450 milioni al giorno, aggiungendo che è «l’ora di elettrificare l’Europa».
In tutto ciò, in Italia, i rincari dei carburanti prodotti dalla crisi si misurano in percentuali asimmetriche. Tra il 23 febbraio e il 27 aprile, secondo i dati ministeriali, la media settimanale dei prezzi nazionali del gasolio è salita da 722 a 1.215 euro per mille litri, al netto di tasse e accise. Un rialzo del 68% della materia prima. La benzina è salita di meno, da 683 a 946 euro per mille litri (+39%). Se si considerano anche tasse e accise, invece, l’aumento è del 21% per il gasolio (da 1.701 a 2.059 €/’000 litri) e del 5% per la benzina (da 1.654 a 1.732 €/’000 litri), considerando lo sconto fiscale in atto. Il carburante per aerei ha subito un rincaro molto più marcato, con un aumento di quasi l’84% dall’inizio della guerra il 28 febbraio scorso. Con i prezzi del petrolio in ulteriore aumento registrati ieri è possibile che la benzina nei prossimi giorni possa arrivare alle soglie dei 2 euro al litro e il gasolio a 2,4 - 2,5 €/l, anche con gli sconti fiscali.
Proprio sul fronte delle accise sui carburanti stradali, il premier Giorgia Meloni, intervenendo in conferenza stampa dopo il Consiglio dei ministri che ha approvato il decreto Lavoro, ieri ha confermato che il governo sta valutando una nuova proroga del taglio in scadenza il 1° maggio, probabilmente di durata più breve rispetto alle precedenti e calibrata diversamente sui due carburanti. «L’aumento del gasolio è stato molto più significativo rispetto a quello della benzina», ha detto Meloni. «Potrebbe essere un taglio che impatta di più sul prezzo del gasolio rispetto a quello della benzina, per cercare di ottenere un effetto più equilibrato». La proroga potrebbe essere di circa 15 giorni, da varare in un prossimo Consiglio dei ministri.
Le importazioni europee di jet fuel dal Medio Oriente sono state interrotte dal conflitto, sollevando preoccupazioni per una possibile carenza di approvvigionamento in vista della stagione turistica estiva. Il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, ha dichiarato ieri alla Camera dei deputati che le riserve di carburante per aerei disponibili in Italia sono sufficienti a garantire le operazioni almeno fino alla fine di maggio, aggiungendo che il governo sta monitorando la catena di approvvigionamento sia a livello nazionale che europeo «per garantire che il sistema continui a funzionare senza interruzioni, almeno per tutta l’estate». Salvini ha precisato che l’Italia dispone di riserve superiori alla media europea e che il paese non si trova in una situazione di emergenza, pur sollecitando un intervento rapido da parte di Bruxelles.
Minerali critici, USA sostengono i prezzi. Rinnovabili vittime della guerra. Alluminio e allumina, la Cina vince. Il Congo riprende il controllo del suo cobalto. GNL, l'Asia regge, il Pakistan no.
Si è chiuso il sipario sul vertice informale del Consiglio europeo a Cipro. I 27 leader sono rientrati a casa dopo due giorni di discussioni serrate tra Ayia Napa e Nicosia, con un bagaglio fatto di accordi di facciata e fratture profonde che nessuna fotografia di rito è riuscita a nascondere.
A margine della riunione, il presidente della Repubblica di Cipro, Nikos Christodoulides, in veste di presidente di turno del Consiglio dell’Unione europea, la presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, e la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, hanno apposto le loro firme sulla tabella di marcia «Un’Europa, un mercato». Oltre 40 punti d’azione, scadenze, impegni istituzionali che riprendono iter già avviati e obiettivi già annunciati. Niente di nuovo, la solita liturgia europea per mostrare qualche passo di lato.
Al netto delle cerimonie, il contenuto politico del vertice si concentra in tre linee di frattura piuttosto nette.
La prima riguarda il Patto di stabilità e l’emergenza energetica. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha scaricato sull’economia europea un costo che Von der Leyen stessa ha quantificato in 22 miliardi di euro in 44 giorni. Su questo, l’Italia si è presentata a Cipro con le idee chiare. Appena atterrata sull’isola, Giorgia Meloni ha dichiarato che «l’Europa deve essere molto più coraggiosa» sul fronte energetico, che il piano della Commissione «è un passo in avanti ma non sufficiente» e che questo ragionamento «riguarda anche il tema del Patto di stabilità». Per il premier gli aiuti per l’energia non devono essere conteggiati ai fini del rispetto del Patto, sul modello delle spese militari con lo strumento Safe. «Lo spazio fiscale non è lo stesso per tutti i Paesi», ha ribadito. Una posizione che tiene conto del fatto che l’Italia resta inchiodata nella procedura per disavanzo eccessivo, con il deficit al 3,1% del Pil. Da Roma, il vicepremier Matteo Salvini ha aggiunto che «se l’Europa ci consentisse oggi di fare uno scostamento per le spese militari, vorrei che ci consentisse uno scostamento pari per spese economiche e sociali».
A margine dei lavori Meloni ha avuto un bilaterale con il cancelliere tedesco Friedrich Merz. Nel punto stampa conclusivo, il presidente del Consiglio ha riferito che i tedeschi «si rendono conto di quanto sia difficile la situazione», che «c’è la volontà di venirsi incontro» e che «si parte da posizioni leggermente distanti, ma si sta cercando di avvicinarsi».
Dalla Commissione, però, la risposta è quella di sempre. Von der Leyen ha ribadito che la clausola di salvaguardia «può essere attivata solo in caso di grave recessione economica» e che «fortunatamente questa non è la situazione attuale», pur aggiungendo che «l’Ecofin discuterà la questione nel dettaglio». Il commissario all’Economia, Valdis Dombrovskis, ha confermato la linea dal Delphi economic forum in Grecia, precisando che «siamo in uno scenario di rallentamento economico» e che «riteniamo siano necessarie misure fiscali temporanee e mirate». Il premier belga, Bart De Wever, si è affiancato a Meloni sulle critiche alla proposta della Commissione, spingendo per «revisioni più radicali del Sistema di scambio di quote di emissioni» e giudicando «un peccato» l’assenza di una tassa europea sugli extraprofitti delle major energetiche.
La seconda frattura emersa dalla due giorni mediterranea riguarda il bilancio pluriennale. Il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, ha definito il tema «urgente» annunciando che vi tornerà «regolarmente» nel 2026. Von der Leyen ha spinto per un bilancio più corposo, sostenendo che senza nuove risorse proprie «la scelta è netta: o si aumentano i contributi nazionali, oppure si riduce la capacità di spesa». L’Olanda ha risposto che invece le dimensioni del bilancio «devono ridursi sostanzialmente», mentre Merz ha chiuso la porta al debito comune e a qualsiasi prelievo fiscale europeo sulle imprese, avvertendo che «avremo bisogno di tagli orizzontali su tutte le voci della proposta» e che «si tratterà di negoziati difficili». Si attende dunque un lungo negoziato sul bilancio, tra chi vorrebbe una espansione, che significa maggiore ingerenza della sovrastruttura di Bruxelles, e chi invece difende le scelte nazionali. Vale la pena sottolineare che un bilancio Ue più sostanzioso significa che i Paesi contributori netti dovranno versare ancora di più e che ci dovranno essere nuove tasse europee.
La terza linea di divisione che emerge dagli incontri contrappone chi governa con mandato democratico a chi applica regole da Bruxelles, senza rispondere a nessun elettore. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, aveva già reso l’idea prima del vertice, paragonando i titolari dei conti pubblici nazionali a «medici nell’ospedale da campo che vedono arrivare feriti da tutte le parti», mentre i vertici europei «hanno problemi diversi». Von der Leyen ha continuato a illustrare il catalogo degli strumenti disponibili come risposta sufficiente, citando «circa 300 miliardi di euro per investimenti nel settore energia, di cui 95 miliardi non ancora usati». Costa ha concluso che «per l’Europa esiste un’unica strada strategica, quella di accelerare la diffusione di fonti energetiche nazionali, pulite e a prezzi accessibili». Torna ancora il mito dell’unica strada percorribile dall’Europa, senza alternative, uno dei topos preferiti dalla narrativa europea.
Il prossimo appuntamento utile sarà l’Ecofin del 5 maggio, dove la discussione sul Patto riprenderà, verosimilmente con le stesse posizioni di partenza.





