- Al Consiglio europeo Meloni spinge, insieme ad altri nove Paesi, per mitigare l’impatto dell’Ets sui prezzi energetici. Merz però per adesso non si espone. Confindustria: «Stop al meccanismo, è problema serio».
- Buttarsi a capofitto sulle rinnovabili rimane una strategia da kamikaze. Il panico da guerra ignora i limiti delle fonti green e la rischiosa dipendenza dalla Cina.
Lo speciale contiene due articoli.
In Europa è battaglia dura sugli Ets, l’Emissions Trading System, il sistema di scambio delle quote di emissione di Co2, introdotto dall’Unione europea come uno dei principali strumenti di politica climatica per ridurre l’impatto ambientale delle attività industriali. L’Italia guida il fronte di chi intende abolirli. Insieme ad altri nove Paesi Austria, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Grecia, Ungheria, Polonia, Romania e Slovacchia, si chiede una «revisione approfondita» di questo strumento. L’obiettivo è quello di sollevare l’industria in questo momento così difficile. Di questo ha parlato Giorgia Meloni ieri prima del Consiglio Ue con il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, e il primo ministro belga Bart de Wever. La riunione si è concentrata sui temi urgenti: il conflitto in Medio Oriente e le sue conseguenze sul mercato globale delle fonti energetiche e sulle possibili iniziative da adottare rapidamente per contenere la spinta dei prezzi dell’energia. L’Italia spinge per l’abolizione degli Ets, ma in quest’incontro non è riuscita a trovare sponde. Sintonia invece in tema di semplificazione, mercato unico e investimenti.
«Chiediamo un intervento di sospensione, almeno per quanto riguarda gli aspetti legati all’energia elettrica», ha spiegato il ministro degli Esteri Antonio Tajani parlando con la stampa a Bruxelles. L’Europa però si è spaccata. Germania e Francia vorrebbero preservare lo strumento degli Ets. Il presidente francese Emmanuel Macron ha spiegato di voler tenere questo meccanismo perché, «consente di effettuare la transizione preservando la competitività e quindi di conciliare i nostri obiettivi di competitività e di clima». Tuttavia «nel contesto attuale», secondo il presidente francese bisogna «trovare flessibilità ed elasticità che consentano di rispondere alla crisi» ma anche «mantenere la struttura, la filosofia, l’approccio e non perdere di vista proprio ciò che è importante anche per gli europei». D’altronde il commissario all’Energia, Dan Jorgensen in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera ha spiegato di voler puntare su questo strumento anche lui e che all’ultimo Consiglio Energia la grande maggioranza dei Paesi membri era «favorevole a mantenere la rotta attuale». Ha spiegato di voler puntare ancora sulle rinnovabili perché «se vogliamo davvero porre fine alla nostra esposizione ai mercati globali volatili, la decarbonizzazione e una maggiore produzione interna di energia pulita rappresentano la strada migliore».
Sulla linea italiana si schiera il premier ceco Andrej Babis che entrando alla riunione del Consiglio europeo ha detto: «L’unica soluzione è rivedere il sistema Ets, è la soluzione più rapida» perché tutte le altre proposte dall’integrazione del mercato unico all’unione del mercato dei capitali, passando per autostrade energetiche e tecnologie, «richiederanno molto tempo. E l’unica che stiamo proponendo è esentare l’industria ad alta intensità energetica dal sistema Ets-1 dal sistema di quote» perché «è l’unica via». Babis, poi, spiegando che «l’industria ceca ha pagato 13 miliardi di euro per le quote Ets» ha ricordato il rapporto Draghi: «Diceva chiaramente che l’industria metallurgica e altre industrie stanno perdendo capacità. E naturalmente non sono competitive contro Cina e Stati Uniti». Per il premier spagnolo Pedro Sánchez invece «il sistema Ets è uno dei pilastri della politica climatica europea e mondiale. Noi siamo aperti ad una qualche riforma che possa adattarli a questa congiuntura, ma non certo ad un suo smantellamento. Anzi, va rafforzato» ha avvertito arrivando al Consiglio europeo.
Nella bozza finale delle conclusioni del Vertice Ue viene indicato che «i recenti picchi nei prezzi dei combustibili fossili importati dimostrano che la transizione energetica rimane la strategia più efficace per raggiungere l’autonomia strategica dell’Europa, rafforzare la resilienza, ridurre strutturalmente i prezzi dell’energia e fornire l’energia pulita, abbondante e prodotta internamente necessaria per alimentare l’economia del futuro». Insomma non si è trovata unità per sospendere il sistema Ets come ha chiesto l’Italia. Il messaggio che si vuole far passare è: abbiamo i mezzi per fronteggiare la crisi. Secondo quanto aveva già anticipato il presidente della Commissione Ursula von der Leyen la strategia è quella di ricorrere a contratti a lungo termine per disaccoppiare i prezzi dell’energia industriale dal mercato all’ingrosso e permettere aiuti di Stato per «fornire un sollievo immediato sui prezzi dell’elettricità ai settori ad alta intensità energetica più colpiti». Lo stesso è possibile per i costi del carbonio, per i quali gli Stati membri possono anche compensare fino all’80% dei costi indiretti. Ci sarà più flessibilità. Tuttavia quella degli aiuti pubblici è una scelta che mette gli Stati più indebitati in una posizione difficile e svantaggiosa: chi ha spazio di bilancio per agire può farlo, chi non ce l’ha (come l’Italia) non potrà avvalersene. Intanto sono chiaramente gli industriali a protestare per primi. «Chiediamo la sospensione dell’Ets e il nostro è un grido d’allarme» così Emanuele Orsini, in un punto stampa a Bruxelles.
Buttarsi a capofitto sulle rinnovabili rimane una strategia da kamikaze
Un vantaggio che esiste solo perché il rivale sta male non è un vantaggio, è una circostanza. La chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz e i bombardamenti sugli impianti di gas e petrolio nel Golfo Persico, in quanto gravi e straordinarie anomalie, rendono subito più costosi petrolio e gas. Ed ecco che le energie rinnovabili sembrano improvvisamente molto convenienti. «Sappiamo per certo che ci sono due cose che faranno abbassare i prezzi dell’energia in Europa: più rinnovabili il più velocemente possibile» ha detto due giorni fa Dan Jorgensen, commissario europeo per l’Energia.
Questa convenienza non nasce però da un cambiamento nei fondamentali energetici, bensì da una distorsione patologica del mercato. La convenienza relativa può migliorare, ma la condizione che la produce è eccezionale e temporanea. In condizioni normali i combustibili fossili rimangono imbattibili per densità energetica, trasportabilità, erogabilità e costo marginale di produzione. È su quel prezzo, non sul prezzo che emerge in tempo di guerra, che si costruiscono le politiche industriali. La normalità è un concetto statistico. Nonostante tutto, gas, petrolio e carbone rappresentano ancora la stragrande maggioranza dei consumi primari di energia, in tutto il mondo.
Nel periodo tra il 2010 e il 2020 il prezzo medio del gas sul mercato Ttf si è mantenuto generalmente stabile in un intervallo compreso tra 15 euro/MWh e 25 euro/MWh. Tanto è vero che per spingere le aziende a non utilizzare più il gas si è creato il mercato dell’Ets, che al prezzo del combustibile aggiunge una tassa al fine di rendere le fonti rinnovabili più competitive. Si tratta di una prima distorsione introdotta ex lege per orientare i consumi, con un fine politico.
È solo a seguito della turbativa nei rapporti con la Russia che i prezzi del gas in Europa si sono alzati a livelli straordinari. Così come oggi è una nuova guerra a provocare rialzi consistenti.
Si dirà che non si può ridurre la questione solo in termini di costi e che occorre rendersi indipendenti energeticamente. È un ragionamento corretto, ma attenzione alle illusioni ottiche. Se è vero che le fonti rinnovabili (che peraltro richiedono prima l’elettrificazione dei consumi energetici, altro passaggio epocale e costoso) non hanno necessità di combustibili, è altrettanto vero che le relative tecnologie e materiali sono un monopolio di fatto di un grande paese asiatico, la Cina. E sostituire la dipendenza dai combustibili fossili con una dipendenza dalle terre rare cinesi, per esempio, non appare un grosso passo avanti. Non è passato molto tempo da quando Pechino ha ridotto l’export di certi materiali mettendo in crisi gli obiettivi di sviluppo di fonti rinnovabili in Europa. Né da quando l’Unione europea, improvvisamente consapevole del vicolo cieco in cui si è infilata, ha emesso regolamenti per cercare di costruire in casa propria le filiere sui materiali critici. Senza riuscirvi ed essendone molto, molto lontana.
Le rinnovabili sono un complemento importante nell’ottica di una integrazione in un portafoglio equilibrato e diversificato di fonti energetiche. Ma non si può pensare di costruire un intero sistema energetico solo su quelle. Persino la Cina, indicata come pioniera nelle fonti rinnovabili, prevede ancora un quarto del suo consumo primario di energia al 2060 fatto da carbone, gas e petrolio, con il nucleare in grande evidenza.
Le fonti rinnovabili restano appesantite dai loro limiti strutturali, dalla producibilità ai costi di integrazione. Per forzare il cambio verso le rinnovabili serve mantenere un mercato del carbonio robusto, con prezzi alti della CO2, ma in un contesto di prezzi energetici alle stelle, un Ets costoso non produce transizione verde, bensì deindustrializzazione.
Una transizione forzata da un’emergenza geopolitica temporanea, che scambia la distorsione eccezionale per segnale strutturale, assomiglia più al panico che ad una visione strategica. Ciò di cui il sistema industriale ha bisogno adesso è energia abbondante che mantenga i prezzi bassi e permetta all’economia reale di respirare, poiché la scarsità energetica produce recessione, non transizione verso il green. Per molte applicazioni industriali l’elettrificazione dei consumi è impraticabile e il passaggio all’auto elettrica è in un costoso pantano da cui non si sa come uscire, se non forse con la riduzione della mobilità personale e il predominio industriale della Cina. Qualcuno ha detto, in questi giorni, che il sole non passa dallo Stretto di Hormuz. È vero, passa soprattutto da Pechino.
Stretto di Hormuz bloccato, gli alleati si sfilano sulle scorte. Magistrati contro il governo. Poi Cuba, Oscar e il centenario di Jerry Lewis.
Concludiamo il viaggio tra i «profeti» della Silicon Valley, gli uomini che stanno pensando e costruendo il mondo di domani, con uno sguardo alle generazioni più giovani. A partire dal fondatore di OpenAi e di ChatGpt. Che ha iniziato nel nome del «non profit» e ora firma contratti col Pentagono.
Tra i nuovi protagonisti dell’evoluzione della Silicon Valley, Sam Altman è uno dei più discussi, anche per la grande esposizione mediatica di cui gode la creatura da lui guidata, OpenAi, o meglio l’ormai onnipresente ChatGpt.
Padre agente immobiliare, madre dermatologa, Sam Altman nasce a Chicago ma cresce a St. Louis, nel Midwest, sulle rive del grande Mississippi. Una città simbolo della decadenza industriale degli Stati Uniti, la quarta città più popolosa fino agli anni Cinquanta, poi vittima di un declino inarrestabile. Oggi, ridotta a 300.000 abitanti e con il circondario che ne conta 2,8 milioni, è la terza città più violenta degli Stati Uniti, se si considera il tasso di omicidi.
Deve essere anche per questo che dopo aver frequentato un liceo per figli di papà e di mammà, nel 2003, a 18 anni, Altman si trasferisce a studiare informatica a Stanford, in California. Sui libri dura poco, però. Nel 2005 lascia l’università senza laurearsi e fonda l’ennesima startup dalle grandi speranze, tale Loopt, di cui oggi non resta traccia. La vendita dell’azienda però non va malaccio (nulla in confronto ai compari della Valley che diventano miliardari al primo colpo), e nello struscio californiano Altman rimane catturato nel traffico di conoscenze e affari generati da uno dei principali motori finanziari delle startup, Y Combinator. Due anni dopo ne diventa presidente e nel 2015 si unisce al solito Elon Musk ed altri per fondare OpenAi. Il progetto prevede di sviluppare sistemi di intelligenza artificiale come organizzazione non profit, perché quella tecnologia, si dicevano tra loro i fondatori, non doveva essere controllata esclusivamente da un soggetto. Un progetto di ricerca, insomma. Ma poco dopo le cose cambiano. In breve diventa chiaro che lo sviluppo di modelli avanzati richiede risorse molto più grandi, dai data center ai processori, fino all’energia. Servono centinaia di milioni, meglio ancora qualche miliardo.
Così, nel 2019 nasce una società controllata dalla fondazione (OpenAi Lp) progettata per attirare capitali privati, e subito arriva Microsoft a metterci l’agognato miliardo di dollari. Altman diventa amministratore delegato del veicolo operativo e inizia il boom, che diventerà evidente nel novembre 2022, quando viene lanciata ChatGpt, una scarna pagina web che inaugura per il grande pubblico il mondo surreale delle chiacchierate con l’intelligenza artificiale. La chat si basa su quelli che vengono chiamati Large Language Model (Llm), enormi basi di dati da cui la «intelligenza» è in grado di costruire scritti, risolvere problemi, riassumere testi, tradurre, il tutto basandosi su miliardi di parametri matematici che alimentano inestricabili formule di calcolo statistico.
Gli investimenti di Microsoft crescono negli anni e con l’affermazione del bot crescono anche i problemi. Elon Musk, che aveva lasciato la fondazione nel 2018, accusa l’organizzazione di avere abbandonato la missione originaria di ricerca aperta e non profit, costruendo una struttura commerciale fortemente legata a Microsoft e trasformando di fatto OpenAi in una società privata. Nel 2024 Musk, che nel frattempo ha sviluppato la sua intelligenza artificiale, chiama gli avvocati e fa causa a OpenAi e ad Altman, chiedendo un centinaio di miliardi di dollari di danni. Il processo è previsto in questo 2026 e sarà certamente interessante.
Nel frattempo, nel novembre 2023, si verifica un glitch nella Matrix. Il consiglio di amministrazione di OpenAi licenzia Altman improvvisamente, comunicando via blog che la sua «partenza segue un processo di revisione deliberato» e che egli «non era stato costantemente candido nelle comunicazioni con il board».
Lo sconcerto nel mondo tech dura cinque giorni, trascorsi i quali Altman torna con un nuovo consiglio di sua fiducia, un potere consolidato e la benedizione del cavaliere bianco Microsoft, che possiede una quota significativa dell’azienda. Oltre 700 dei 770 dipendenti di OpenAi, si dice, avrebbero sottoscritto una lettera di minaccia di dimissioni collettive nel caso in cui Altman fosse stato allontanato.
Ilya Sutskever, il cofondatore e chief scientist di OpenAi che aveva brigato per liquidarlo, perde disastrosamente la partita di potere e si dimette pochi mesi dopo. Ma in cauda venenum, e Sutskever registra una video testimonianza che viene allegata alla causa di Musk contro OpenAi. Accuse di comportamenti manipolatori, secondo cui Altman mostra «un modello costante di menzogne, mina i suoi dirigenti e li mette l’uno contro l’altro». Cose non nuovissime in una grande azienda, verrebbe da dire.
Sia come sia, Altman ora si è fatto profeta di sé stesso e gira il mondo a spiegare le magnifiche sorti e progressive dell’intelligenza artificiale. Un profilo quasi diplomatico, il suo, più che da carismatico innovatore. I numeri messi insieme da OpenAi nel frattempo esplodono, con un valore stimato in 300 miliardi di dollari e finanziamenti piovuti da ogni parte. Come spesso capita in questi settori, al momento OpenAi perde ancora un sacco di soldi e non riesce a fare utili. I costi per lo sviluppo del marchingegno sono enormi, tanto che lo stesso Altman stima che per creare tutti i vari sistemi di intelligenza artificiale in giro per il mondo serviranno migliaia di miliardi di dollari nei prossimi anni.
Rispetto agli altri personaggi di cui ci siamo occupati, Altman è tra i meno carismatici e più politici, anche se in maniera meno sbandierata. Prima partecipa al progetto Stargate annunciato da Donald Trump appena entrato in carica, il 21 gennaio 2025. Il progetto prevede 500 miliardi di investimenti per calcolatori, data center ed energia negli Stati Uniti. Poi, nel 2026, un nuovo scontro, questa volta con Anthropic, un’altra startup Ia fondata da un ex di OpenAi, Dario Amodei. Il governo americano voleva usare i modelli di Anthropic (la cui chat amichevole si chiama Claude) anche per applicazioni militari sensibili, tra cui sorveglianza interna e sistemi d’arma autonomi. Amodei però ha rifiutato, esigendo che Anthropic non fosse usata per sorvegliare cittadini americani e non controllasse armi senza supervisione umana.
Detto fatto, il Pentagono ha defenestrato Amodei, bandendo Anthropic dai contratti federali in men che non si dica. In quella, ecco spuntare OpenAi. Poche ore dopo la clamorosa rottura tra Pentagono e Anthropic, Altman ha già in mano un accordo con il Dipartimento della Difesa per usare i suoi modelli sui sistemi militari classificati. Amodei se l’è presa con Altman accusandolo di ipocrisia e questi ha risposto difendendo la sua scelta. La disputa è certamente sui ricchi contratti con il governo americano, ma è anche sull’etica. Senza scendere sul facile terreno dei buoni e dei cattivi, si tratta di decidere i limiti di queste applicazioni. Il settore si dividerà tra aziende disposte ad entrare nei meccanismi del controllo politico ed altre no. Altman ha fatto la sua scelta.
Il ragazzo d’oro Wang «etichetta» ogni dato usato dagli algoritmi
Nella nebbia di un disegno che fatica a chiarirsi, si sa però che nell’intelligenza artificiale esiste una filiera industriale. Come per fare l’acciaio serve il minerale di ferro, così per fare una conversazione con ChatGpt serve la materia prima costituita dai dati.I dati. Cioè milioni, anzi miliardi di frammenti di testo, immagini, conversazioni, voci, video, etichettati uno per uno con pazienza certosina. A scavare in questa miniera c’è un ragazzo cresciuto a Los Alamos, figlio di due fisici cinesi che lavoravano per i laboratori nucleari del governo americano, che a 19 anni ha abbandonato il Mit per costruire l’azienda che oggi condiziona lo sviluppo di quasi ogni grande modello Ai del pianeta. Certo, tutti questi genietti che abbandonano l’università fanno venire qualche dubbio sul sistema universitario americano.Alexandr Wang ha fondato Scale Ai nel 2016, insieme a Lucy Guo, attraverso l’incubatore Y Combinator (sempre quello). L’idea è semplice, a sapere di cosa si parla. I modelli di apprendimento meccanico sono affamati di dati etichettati, e nessuno stava risolvendo quel collo di bottiglia in modo sistematico. Le macchine non hanno buon senso e non possono impararlo, occorre darglielo già confezionato. Distinguere un gatto da un cane, un’intenzione ostile da una bonaria, una frase sensata da un nonsenso, un contesto rispetto ad un altro è cosa umana. Scale Ai fa proprio questo.Mettere una etichetta ai dati significa dire a una macchina «questo è un pedone» o «questa è una parolaccia» oppure «questo è un proverbio sulla pazienza». Un tale lavoro di pulizia, filtro, raffinazione dei dati può essere fatto solo dall’uomo, almeno per ora. È dunque un lavoro lento, costoso e spesso delegato a lavoratori a cottimo sparsi nel mondo globalizzato e sottopagato. Attraverso piattaforme per lavorare da remoto, lavoratori in Asia e Africa compiono questa attività giudicata spesso usurante. Tanto che vi sono diverse cause in corso per presunte violazioni salariali.Il merito di Wang è stato di capire che chi controlla quel processo controlla a monte la qualità dell’intelligenza artificiale che sta a valle.Scale Ai si è evoluta da semplice servizio di annotazione a quella che Wang stesso definisce una fonderia di dati. Una fabbrica in grado di fornire non solo etichettatura grezza, ma interi sistemi di valutazione, confronto, prova per i modelli più avanzati. I suoi clienti includono OpenAi, Microsoft, Meta e il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Questa posizione, a cavallo tra l’industria privata e l’apparato statale, è tipica di molte società di questo settore. In fondo, è la presenza di un cliente dal portafoglio capiente a dare prospettiva a società che altrimenti non sopravviverebbero ai primi anni sul mercato. Nel marzo 2025 Scale Ai ha firmato con il Dipartimento della Difesa il contratto Thunderforge, destinato a utilizzare l’Ia per pianificare ed eseguire movimenti di navi, aerei e altri oggetti militariLa logica è quella di chi presidia l’acquedotto rispetto a chi ha una fontana. Tutte le fontane hanno bisogno d’acqua e questa deve essere potabile. Scale Ai si posiziona come fornitore indispensabile a prescindere dall’esito della competizione tra le fontane. Nel 2021 l’azienda raggiungeva una valutazione di 7 miliardi di dollari e sotto la guida di Wang è arrivata a sfiorare i 29 miliardi, prima dell’operazione che ha segnato la svolta più clamorosa della sua storia recente.Infatti, poco meno di un anno fa, Meta ha acquisito il 49% di Scale Ai per 14,8 miliardi di dollari. L’accordo ha comportato un cambio d’abito per Wang, che ha lasciato la guida operativa dell’azienda per diventare il primo chief Ai officer nella storia di Meta, a capo dei Meta Superintelligence Labs. All’età di ventott’anni, Wang è il più giovane miliardario self-made al mondo.La storia di Wang ricorda che il potere nell’ecosistema Ia si sta spostando verso chi controlla i livelli più profondi e nascosti della filiera. I nuovi mandarini della Silicon Valley non sono necessariamente quelli che costruiscono i prodotti di massa che troviamo sul nostro cellulare. Sono anche quelli che controllano quel mondo oscuro del sottosuolo digitale, su cui quei prodotti piantano radici e crescono. Wang è, forse più di chiunque altro in questa generazione, l’incarnazione di questo nuovo tipo di potere, fatto di silenzi e di struttura. Difficile da afferrare e capire quanto più è nascosto e inafferrabile.Negli ultimi anni Wang ha cercato di rafforzare il legame con la sicurezza nazionale americana. Secondo lui, l’intelligenza artificiale è destinata a diventare uno dei principali campi di competizione strategica tra Stati Uniti e Cina. Chiaro che la qualità dei dati e la capacità di addestrare modelli avanzati assumano un enorme valore geopolitico.
Del resto, come abbiamo già visto, questo è il nuovo clima della tecnologia americana. L’epoca in cui le aziende digitali si consideravano semplicemente imprese globali sembra ormai superata. Oggi sempre più creature della Silicon Valley si percepiscono come parte di un sistema industriale che ha più a che fare con la strategia che con il mercato.
Krishnan, il link tra soldi e politica
Tra i nuovi protagonisti della politica tecnologica americana c’è Sriram Krishnan, una figura diversa da quelle che hanno dominato la Silicon Valley negli ultimi vent’anni. Si tratta dell’uomo che media tra le aziende tecnologiche e la politica. Krishnan nasce in India e si trasferisce negli Stati Uniti nel 2005. Come molti ingegneri provenienti dal subcontinente indiano entra rapidamente nell’ecosistema delle grandi aziende tecnologiche americane e nel corso della sua carriera lavora in alcune delle società più importanti della Silicon Valley. I soliti nomi, tra cui Microsoft, Facebook e Twitter, dove si occupa di sviluppo di prodotti e strategie di crescita delle piattaforme digitali.
Dopo questa prima fase da ingegnere e manager tecnologico, Krishnan si sposta progressivamente verso il mondo degli investimenti. Diventa partner del fondo di venture capital Andreessen Horowitz, uno dei principali finanziatori della nuova generazione di startup della Silicon Valley. In questo ruolo segue soprattutto le aziende che operano nei settori delle criptovalute, delle piattaforme digitali e dell’intelligenza artificiale.
Ed è così che gradualmente la sua posizione lo porta a diventare una figura di collegamento tra l’industria tecnologica e il mondo politico. Negli ultimi anni la regolamentazione delle grandi piattaforme digitali e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale sono diventati temi centrali nel dibattito pubblico americano. Per le amministrazioni federali diventa quindi sempre più importante avere interlocutori che conoscano dall’interno il funzionamento delle grandi aziende tecnologiche. Allo stesso tempo, alle aziende del settore serve qualcuno che conosca i meandri del potere, tra Campidoglio e Casa Bianca.
È in questo contesto che Krishnan assume un ruolo da consulente nella definizione delle politiche federali sull’intelligenza artificiale. All’interno dell’amministrazione guidata da Donald Trump, infatti, oggi Krishnan lavora come consigliere per le tecnologie emergenti.
In questa attività collabora con David O. Sacks, un imprenditore e investitore tecnologico noto anche per le sue posizioni politiche conservatrici e per i suoi legami con Peter Thiel. Il lavoro dei due consiste nel fare in modo che le iniziative del governo sull’intelligenza artificiale non si schiantino contro il muro della impraticabilità. Un ruolo tecnico, ma molto politico. Sullo sfondo, la lotta con la Cina per il controllo delle tecnologie. Dunque Krishnan è figura importante e poco appariscente in un mondo sempre più vicino alla politica.
Insomma, se nella fase iniziale della Silicon Valley i protagonisti erano soprattutto imprenditori e ingegneri, più dediti a fare soldi che a pensare alla politica, oggi dal milieu culturale californiano emergono figure differenti. La mediazione con la politica sta diventando sempre più importante ed anzi è sempre più evidente la stretta connessione tra gli apparati governativi e le aziende tecnologiche. Ecco perché figure come Sriram Krishnan sono importanti e lo saranno sempre di più.





