Magistrato penale
Ultime (o penultime) notizie: un gruppo di consiglieri Csm (una ventina, da quel che si legge) ha preso posizione sul caso Gratteri, stilando una nota che stigmatizza il fatto che si sarebbe «costruita una polemica su singole frasi del procuratore di Napoli». Non è la prima volta che il Csm scende direttamente nell’arena. Appena una settimana fa i consiglieri avevano chiesto l’apertura di una pratica a tutela di un magistrato della Cassazione, contestato per avere partecipato alla decisione sulla data del referendum nonostante fosse impegnato sul fronte del No. Una «pratica a tutela». Parole che ormai si leggono spesso. Fermiamoci qui.
Di che si tratta? Se il contenuto delle varie «pratiche a tutela» è sempre noto per essere rilanciato con grande rimbombo di tamburi per ogni dove, meno noto è il contenitore, cioè vita, morte e miracoli di questa misteriosa creatura che si fa chiamare - appunto - «pratica a tutela», e che non è nata per parto legislativo, bensì attraverso il forcipe dell’articolo 36 del Regolamento del Csm: «Gli interventi del Consiglio a tutela di singoli magistrati o dell’ordine giudiziario nel suo complesso hanno quale presupposto l’esistenza di comportamenti lesivi del prestigio e dell’indipendente esercizio della giurisdizione tali da determinare un turbamento al regolare svolgimento o alla credibilità della funzione giudiziaria».
Il linguaggio è contorto ma lo possiamo tradurre così: quando un magistrato finisce al centro di una vicenda mediatica con forti contestazioni esterne, su istanza di qualche consigliere, si apre una «pratica a tutela». Si fa una breve istruttoria e poi, nel caso, il Csm, che secondo la vulgata avrebbe il compito di «tutelare l’indipendenza della magistratura», fa un solenne documento in cui dice che - in sostanza - quel magistrato invece ha bene operato, che le critiche sono ingiuste e che non merita nessuna censura disciplinare. Eccetera.
Qualche osservazione: a spanne diremmo che il fenomeno delle «pratiche a tutela» è in crescita esponenziale da qualche tempo. Tuttavia, essendo il Csm organo di alta amministrazione competente - secondo la lettera della Carta - solo in materia di carriere e trasferimenti e questioni disciplinari dei magistrati, non può esattamente dirsi che abbia funzioni di «tutela» di nessuno e men che meno della generale indipendenza della magistratura tutta. La funzione di tutela è una mera derivazione indiretta delle funzioni che gli diedero i Costituenti. Trasferendo i compiti di amministrazione della carriera dal ministero - com’era sotto l’Ancient regime - a un organo collegiale da cui il potere esecutivo era escluso, si voleva garantire che il ministero non potesse interferire - in termini educativi o magari rieducativi - nella carriera dei magistrati scomodi e quindi orientarne indirettamente l’attività. Lo scopo del Costituente era che le questioni disciplinari e trasferimenti e nomine fossero in capo non più al Ministro Malvagio, ma a un organo collegiale, a composizione mista degli altri due poteri (legislativo e giudiziario) e perfino sotto l’egida del capo dello Stato. Una soluzione ragionevole. Perfino elegante.
A complicare le cose semplici è arrivato invece lui, il solito e vorace correntismo. Che - nel corso degli anni - ha voluto, fortissimamente voluto, fare del Csm un organo di rappresentanza «pluralista», come dice il linguaggio aulico, ovvero «correntizia», come dice chi dal linguaggio aulico non si fa ipnotizzare. Ma che il Csm non sia affatto l’organo «rappresentativo» dei magistrati e men che meno delle loro correnti, aveva provato a dirlo la stessa Corte Costituzionale (sentenza costituzionale, 142/1973): il Csm ha solo funzioni di «alta amministrazione» (confronta articolo 105 della Costituzione, articolo 10 legge istitutiva del Csm): delicatissime, importantissime, per niente assimilabili al cartellino di Fantozzi.
Col tempo, però, la spinta correntizia ha ridotto il Csm a una specie di parlamentino dei gruppi interni, con compiti di tipo sempre più apertamente politico. Sicché il Csm si è autoattribuito anche competenze non previste né dalla Costituzione né dalla legge. In dottrina le chiamano competenze «innominate» o «implicite». Le pratiche a tutela rientrano appunto in questa categoria. Sono una creatura meramente regolamentare. E molto prolifica, anche: basta scorrere la stampa degli ultimi tempi. La domanda obbligata è: a cosa servono? A leggere il citato articolo 36, dovrebbero servire a tutelare il magistrato criticato un po’ troppo per i suoi atti giurisdizionali. Invece l’archivio registra pratiche a tutela anche a difesa di magistrati criticati per condotte del tutto estranee ai compiti di servizio, perfino per una manifestazione di piazza in stile operaista anni Settanta (caso Apostolico). E il corteo in piazza - per quanto ne sappiamo - non sarebbe propriamente atto giurisdizionale. Dunque: cosa c’entra l’articolo 36?
Insomma, qualche domanda avremmo anche il diritto di farcela: ma queste benedette pratiche a tutela non sono forse anticipazioni di giudizio sulla condotta del singolo magistrato? E se per caso il ministro decidesse l’avvio di un disciplinare, quali consiglieri potrebbero occuparsene, visto che i sottoscrittori dovrebbero tutti astenersi per avere già urlato dai tetti il loro giudizio di «solidarietà» con il singolo magistrato coinvolto? Se firmassero e votassero tutti, non dovrebbero astenersi tutti? La conseguenza è che il caso disciplinare - semplicemente - non sarebbe mai trattato.
In sintesi, la pratica a tutela è di fatto uno stop preventivo e implicito al ministro, che diventa così impossibilitato di fatto a esercitare una sua precisa prerogativa. Una specie di assoluzione disciplinare di fatto e pregiudiziale, un potere di veto preventivo del Csm al ministro non previsto da alcuna legge.
In tal caso - altra domanda - non sarebbe anche una singolare confusione di ruoli, in base alla quale il giudice Csm diventa un difensore preventivo del singolo prima ancora che il caso sia portato alla sua attenzione? La logica e la procedura vorrebbero semmai il contrario: il ministro, nella sua autonomia, esercita l’azione disciplinare, e il Csm, nella sua autonomia, assolve o condanna in via disciplinare. Ma, poiché il Csm a trazione correntizia si è autoattribuito impropriamente compiti - appunto - rappresentativi e tutori, è venuto fuori il guazzabuglio, con un giudice disciplinare diventato difensore prima che giudice.
Un rovesciamento di ruoli, con il Csm che autorizza preventivamente il ministro a adirlo in via disciplinare. È probabilmente per questo che la Costituzione e la legge istitutiva del Csm e perfino la Corte Costituzionale - come abbiamo detto prima - non parlano mai del Csm come di un organo rappresentativo di alcunché, titolato alla difesa di alcunché, ma - appunto - solo di un organo che esercita gravi e importanti compiti disciplinari e di delicata amministrazione delle carriere. Solo quel tipo di configurazione giuridica, infatti, eviterebbe i cortocircuiti delle pratiche a tutela, parto spurio e moderno della colonizzazione correntizia, inimmaginabile dal Costituente.
E già che ci siamo, altre domande: la tutela del singolo collega spetta poi al Csm o non piuttosto all’Anm, che sarebbe appunto il sindacato delle toghe e che avrebbe appunto per statuto l’obbligo di dare opera affinché le prerogative del potere giudiziario, rispetto agli altri poteri dello Stato, siano definiti e garantiti secondo le norme costituzionali (confronta articolo 2, statuto Anm)? Il fatto che il Csm e l’Anm abbiano finito con l’avere la stessa funzione «difensiva» non è l’ulteriore comprova della innaturale equivalenza dei due soggetti, con la conseguenza che un organismo di rango pubblico e costituzionale è stato ridotto a non più che alla proboscide di un sindacato privato?
Altre domande: se il sindacato privato corrisponde e ormai coincide fi-si-ca-men-te con l’organo pubblico, quale è la distinzione dei ruoli fra il sindacato Anm e i suoi interlocutori? Cosa direbbe un vecchio metalmeccanico anni Settanta, davanti a un leader sindacale che fosse anche rappresentante della Confindustria, amministratore delegato della Fiat, direttore generale del ministero del Lavoro, che cioè al tavolo delle trattative ci andasse lui solo, uno e trino e quaterno? E se il Csm sbagliasse qualcosa nella amministrazione della mia carriera, non avrei il diritto di rivolgermi al mio sindacato Anm? E che aiuto mi potrei aspettare da un sindacato che coincide fi-si-ca-men-te con lo stesso Csm? Da un leader sindacal-correntizio che coincide fi-si-ca-men-te con il mio capoufficio, come ormai succede sempre più spesso, con capicorrente che diventano in contemporanea procuratori capi e presidenti vari? E visto che nessuno del Komintern risponde, allora ci rispondiamo da soli: il correntismo ha creato un sistema asfittico, attorcigliato su sé stesso, imbottito di centri di potere personale; il correntismo assedia, urla, soffia, invade e colonizza ovunque e comunque, tira continuamente per la giacca il Csm, lo espone incessantemente.
La verità è che, se la colonizzazione correntizia di un organo pubblico come il Csm ha creato queste enormi avarie di sistema, allora il primo nemico del Csm non è il Ministro Malvagio, ma la stessa correntocrazia che pretende di contestarlo. Le pratiche a tutela continue e i comunicati continui e le dichiarazioni continue, tante e troppe, oltre a ridurre a zero l’utilità marginale delle singole prese di posizione, sono soltanto l’ulteriore segno del male: sotto assedio correntizio, l’organo di rango costituzionale viene continuamente gettato nella fornace dello scontro politico. Ma il Csm deve rimanere fuori dalla lotta referendaria. È una istituzione di straordinaria importanza. Va difesa. Onorata. Va liberata da questo insopportabile accerchiamento. Questo è il senso della riforma. Bisogna uscire una volta per tutte da questa crisi istituzionale costante, di cui è responsabile solo un correntismo espansionista che ha finito col togliere valore alle stesse idee che dice di volere difendere.
E così il No starebbe recuperando. A credere a certi sondaggi ci sarebbe una specie di pareggio «tecnico», a patto di dare allo strano aggettivo «tecnico» un senso che non sia quello di mettere un po’ le mani avanti, magari perché al pareggio non ci crede nemmeno chi l’ha scritto. Secondo altri, e sono molti di più, il dislivello non accenna affatto a ridursi.
Ragioniamo: ammesso e non concesso che i 9.000 magistrati votino tutti No come una falange macedone (come sentenzia perentoriamente l’Anm), non saranno certo 9.000 voti a spostare l’ago della bilancia. Troppo esiguo il peso elettorale, peraltro alleggerito ulteriormente dai colleghi che votano Sì, che sono molti di più di quelli emersi. Novemila voti non cambiano nulla. Affinché pesino un po’ di più, devono aggiungersi ai voti dell’opposizione politica. Operazione rischiosa per la stessa magistratura, potere neutrale dello Stato, che l’attuale correntismo sta tentando incurante di ogni contraccolpo: stelline dello spettacolo, intellò organici, saltimbanchi e suonatori di cembali, tutti rigorosamente di una sola e specifica area politico-militante, tutti invitati alle manifestazioni dell’Anm «neutrale». Stelline e stelloni tanto equinamente a digiuno della materia quanto impavidamente pronti a fare da megafono per conto terzi. Sicché ai 9.000 No (meno molti Sì) bisogna aggiungere i voti di quella parte del Paese antigovernativa a prescindere. Et voilà: il referendum contro l’«odiato governo fascista» è bello e servito, con tanti saluti alla immagine di indipendenza della magistratura vera, rappresentata - mai così malamente - da quella cosa che magistratura non è e che si chiama «magistratura associata».
Domanda: la somma di voti correntismo + opposizione anti Meloni è sufficiente? Non proprio, perché i sondaggi sull’orientamento politico generale danno l’area di governo in vantaggio netto su quella contraria (Demopolis del 2 febbraio: 47,8% contro il 40,8 %). Ergo: l’operazione di smaccato collateralismo praticata da una Anm prigioniera dei gruppi oltranzisti che hanno fagocitato le correnti moderate, timidine e timidotte, rischia solo di danneggiare la credibilità dei giudici veri, trascinati a suon di fanfara nella più grossolana delle contrapposizioni pseudoideologiste. Il referendum insomma sembra avviarsi verso una riuscita prevedibile, e l’unica cosa che può rovesciarne l’esito sarebbe una mobilitazione di popolo così ampia e inarrestabile da sommergere come un fiume in piena lo schieramento riformatore. Cosa non da escludere, ma che potrebbe avvenire solo in un paio di casi:
1 uno shock economico così improvviso e forte da fare crollare la credibilità del ceto di governo agli occhi di tutta la nazione: una crisi da 1929, un forte declassamento di rating, uno scandalo economico di proporzioni colossali;
2 una politica estera così avventata che rischi di precipitare davvero il Paese in uno scenario di guerra reale.
È probabile che in questi due casi il governo Meloni sarebbe il bersaglio delle contestazioni più generali e finirebbe con l’essere considerato un pericolo di cui disfarsi al più presto per salvare figli e risparmi. Ci sono all’orizzonte simili rischi? Gli osservatori perfino di area avversa parlano di una economia sufficientemente in carreggiata (Affari e Finanza di Repubblica, 3 febbraio); in politica estera - tranne Askatasuna e dintorni - ormai hanno capito un po’ tutti che il governo non sembra intenzionato a dichiarare guerra né alla Russia né al Comune di Abbiategrasso. Sicché questi due rischi non ci sono. Ce ne sarebbe un terzo però, più sottomarino e silenzioso: l’astensionismo, o meglio: una certa pigrizia di fondo, inflaccidita dai troppi sondaggi favorevoli. Che sono favorevoli al Sì, certo, ma a condizione che vadano a votare tutti coloro che i sondaggi danno - appunto - per propensi al Sì. Altrimenti i sondaggi favorevoli servono a poco. Volendo proprio esagerare, di rischio ce ne sarebbe un quarto, quello più insidioso: e cioè che l’area del Sì rimanga impastoiata nella trappola congegnata dallo schieramento conservatore, che consiste in buona sostanza nel sostituire alla visione effettiva della realtà la semplice astrazione metafisica, inducendo migliaia di persone in perfetta buona fede ad occuparsi non dei guasti della correntocrazia, ma dei pericoli puramente ipotetici del dopo-riforma.
Anno 2019: chat su chat, nomi su nomi. Tutto un sistema da manuale Cencelli scoperchiato. Consiglieri Csm dimissionari. Altri consiglieri in carica ricusati da chi li chiamava in correità. Prima pagina di tutti i giornali dell’epoca, instant-book, palinsesti televisivi velocemente ricalibrati sul sistema del correntismo. Perfino moniti del presidente.
Anno 2026: tutto dimenticato e sostituito da discussioni fantasmagoriche, tutte centrate non sul merito delle istanze riformatrici, ma sulle congetturali riforme eventuali e successive del futuro. Una strategia comunicativa che vuole solo impedire al Paese di ricordare lo scandalo del 2019 e annesse chat. L’operazione finora è riuscita, e infatti della realtà correntizia vera non si parla più. E molti magistrati, in perfetta buona fede, ipnotizzati dai pifferai Anm, portano come sonnambuli oro, incenso e mirra a un sistema di cui sono le prime vittime. Si attardano nelle analisi meramente congetturali o assumono posizioni di mero posizionamento preideologico, rinunciando a giudicare senza dogmi i difetti di un sistema oligarchico interno abnorme. Non ci vedono più. E non ci vedono più veramente. È una specie di autodifesa psicologica: una strategia Anm che rende lecita solo la discussione sul futuro futuribile consente a ciascuno di noi la salvezza da ogni contraddizione interiore, perché ci autorizza a sfuggire alla responsabilità di esercitare un giudizio laico sulle macerie attuali della città: l’occupazione dei posti, la caccia alla feluca da esibire, la concentrazione di potere personale di capicorrente che diventano fatalmente anche dirigenti giudiziari, la mancanza di un limite di tempo effettivo e reale agli incarichi direttivi, il ruolo effettivo dei consigli giudiziari: tutte le dinamiche interne che hanno portato alla formazione graduale ma inesorabile di un ceto proprietario inamovibile, eterno, di tale e tanto potere da rivendicare un ruolo apertamente contrappositivo rispetto al libero parlamento.
Una oligarchia cresciuta lentamente e che ormai ostenta apertamente un orientamento ideologico precostituito. Che si presenta come unica depositaria giacobina della virtù: poiché sono loro gli eredi morali di Falcone, il pensiero critico va marchiato col ferro del discredito. Di qui l’insulto, il rifiuto, il sorriso di scherno, la ghigliottina per i girondini più ragionevoli. Di qui la condanna a priori del dissenso. Vero è che qualunque forma di potere ha bisogno di una forte legittimazione: il diritto divino legittimava le monarchie, il consenso popolare legittima le repubbliche. Questa forma di potere oligarchico interna al potere giudiziario non è legittimata né da Dio né dal voto popolare di massa (che non è certo la sonnacchiosa contesa interna domestico-correntizia). L’unica forma di legittimazione che rimane a questo piccolo mondo elitario è la reductio ad Hitlerum degli interlocutori: se Nordio diventa improvvisamente un malfattore piduista, sono automaticamente legittimati i sedicenti avversari del malfattore. La campagna referendaria del No è giocata su questi canovacci: da un lato la demonizzazione dello schieramento riformatore e dall’altro l’astrattezza della ragion pura che nasconde le baraccopoli del sistema, sostituendole con i filmini da istituto Luce dell’Anm, che mettono in bella mostra villette da Mulino Bianco e barbuti pensatori del ben comune. Ma la verità - deformata e censurata - rimane quella che è: la riforma punta espressamente al depotenziamento della élite correntocratica e le eventuali pecche normative non sono sufficienti a cancellarne la urgenza. Occorre impedire che all interno della magistratura associata si consolidi definitivamente un contropotere tecno-politico non controllabile e inamovibile e che pretende ormai di condizionare gli organi elettivi legittimati dal voto democratico. Il controllo giuridico degli atti del potere politico è cosa necessaria. Il controllo politico-ideologico sul libero parlamento è solo una cosa alla Cromwell.
Insomma: un contropotere simile va respinto perché non ha alcuna forma di legittimazione se non quella che proviene da sé stesso. A meno che qualche capocorrente del Komintern, nel chiuso di uno stanzino o simili, non pensi davvero di essere tale perché legittimato non dal voto popolare, ma addirittura dal Padreterno. In tal caso, provateci voi a farlo ragionare. E tanti auguri.
La giunta ligure dell’Anm ha organizzato un convegno in ricordo della collega Francesca Morvillo, uccisa a Capaci con Falcone. Nel corso della manifestazione si è lanciata la campagna per il No (La Repubblica, 18 gennaio). È molto dubbio che Francesca Morvillo abbia formalmente autorizzato il suo accostamento al Fronte del No, ma forse l’Anm ligure ha ricevuto una delega post mortem che noi lazzari non conosciamo. D’altro canto, di questi tempi va di moda l’arruolamento dei morti. Prima l’intervista fake a Falcone, poi altre notizie fake su Borsellino (Open, 13 novembre 2025), ora la Morvillo testimonial del No: con la potenza sorda di un carro armato, il No continua ad arrogarsi il diritto di fare da esecutore testamentario di chi non può smentirlo.
Lo fa anche con i Costituenti: in occasione dell’avvio dell’anno giudiziario 2025, l’Anm aveva esibito uno striscione con una frase di Calamandrei sull’antifascismo, regalando in sottinteso l’accusa allegra di «dittatura» a tutto lo schieramento riformatore. Inutile ricordare agli striscionisti che Calamandrei faceva previsioni del tutto contrarie alle rivendicazioni Anm: «È facilmente prevedibile che le elezioni del Consiglio superiore della magistratura daranno luogo al formarsi sotterraneo di tendenze politiche e confessionali in contrasto, e che i magistrati in attesa di promozione cercheranno sempre, per non guastarsi la carriera, di conformarsi alle tendenze che avranno prevalso nella formazione di quel supremo consesso giudiziario» (Opere Giuridiche, volume I, Napoli 1965, pag. 657). Come dire: ritorno alla tessera di partito (leggi: «di corrente») come viatico per la carriera e come forma di condizionamento interno del giudice. Esattamente il pasticcio in cui ci siamo cacciati oggi. Ma la capocorrente Silvia Albano insiste imperterrita: «I Costituenti vollero che il Csm fosse rappresentativo del pluralismo delle idee presenti in magistratura» (Atreju, 11 dicembre). Impossibile rispondere a cotanta certezza che l’art. 104 della Costituzione parlava - proprio per scongiurare il rischio evocato da Calamandrei - di eletti fra le «categorie» e non fra le «correnti»: il Komintern correntizio garantisce il contrario e tanto basti ai fedeli.
Domanda: ma come si spiegano tante topiche comunicative, cioè la scelta di testimonial (Falcone, Calamandrei) che smentiscono il messaggio anziché rafforzarlo? Si spiegano - banalmente - con l’abitudine al comando facile invalsa nel sistema correntizio, che alla lunga elegge il mantra ripetitivo a debole surrogato del ragionamento. In uno scenario dominato dall’abnorme potere discrezionale della correntocrazia nella vita del singolo magistrato, impera ormai il conformismo perfino involontario degli iscritti, preoccupati di non contraddire le rispettive dirigenze correntizie. In una struttura che procede per cooptazione il risultato è l’obbedienza devota e la sclerosi del pensiero critico. Una corte docile ed osservante, ma perfetta per il vecchio associazionismo, impegnato a difendere - al netto della buona fede di ognuno - solo un assetto di sottopotere interno o - al più - teorie degli anni Sessanta logorate dal tempo che passa. Vero è che l’agitazionismo di oggi nasconde una vera e propria istanza politica: una sorta di generale potere di veto nei confronti dei poteri democratici elettivi, con il solo scopo, ormai evidente, di perpetuare le rendite di posizione del sistema oligarchico interno. Un sistema che ruota attorno a mille cose, alcune del tutto ignorate dal dibattito pubblico. Facciamo un esempio: in queste ore circola sui social un vecchio documento interno della Procura milanese in cui il magistrato Robledo denunciava anni fa che il suo collega Bruti Liberati, storico capocorrente di Magistratura Democratica (Md), si era vantato di potere determinare i voti interni al Csm mandando qualche consigliere togato «a fare pipì al momento del voto» (Il Fatto Quotidiano, 3 ottobre 2014). Il Liberati divenne poi procuratore capo della Repubblica, cumulando ai poteri del comandante correntizio anche quelli direttivo- giudiziari. La storia della pipì telecomandata continua ad indignare, ma non tutti colgono il vero punto di falla: in questi giorni si susseguono notizie circa importanti nomine direttive di cui beneficiano altri leader correntizi. Ancora una volta magistrati con funzioni di alta rappresentanza associativa assumono anche incarichi di direzione giudiziaria (Cesare Parodi, presidente dell’Anm, nominato procuratore capo di Alessandria). Il caso di Milano si ripete, ma riguarda altre correnti. Tutti magistrati molto per bene e meritevoli, sia chiaro. Ma il punto è di sistema: il doppio ruolo dirigenziale ed associativo perpetua un concentrato di potere personale che produce sperequazioni interne a danno di quell’art. 107 della Costituzione che vuole i magistrati distinti fra loro solo per diversità di funzioni. La pipì telecomandata è solo la sintesi colorita della necrosi che nessuno vuole vedere: il doppio ruolo crea i presupposti di un dominio interno senza possibilità di appello. Le dirigenze giudiziarie governano i singoli uffici; le dirigenze correntizie governano l’intero sistema. E la connessione o addirittura l’identità soggettiva fra i due ruoli - al di là della volontà dei singoli - induce di fatto la massa degli iscritti ad una costante genuflessione feudale. Se questo immenso potere assume anche chiare connotazioni politico-ideologiche, la frittata costituzionale è fatta. Anche il Csm «rappresentativo» finisce con l’essere prigioniero di questo circuito di dominio, tanto più che i consiglieri togati spesso sono giovani ed hanno anch’essi l’assillo - del tutto legittimo - della loro ricollocazione professionale al termine del mandato. E dire che le correnti più militanti si oppongono alla proposta del premierato perché - a sentir loro - ci intravedono «con sempre maggiore nettezza l’inquietante figura di un premier pigliatutto nell’esecutivo» (Questione Giustizia, rivista di Md, 21 maggio 2024). A quanto pare invece i «premier pigliatutto» della magistratura, capicorrente e capiufficio insieme, vanno benissimo. L’incompatibilità temporanea fra cariche associative e ruoli di dirigenza giudiziaria per un certo correntismo è del tutto inconcepibile. Avanti così, sulla via del regresso. La separazione fra i signori dell’oligarchia e i villici dei quartieri bassi è un concetto estraneo alla dialettica democratica di una magistratura moderna. Ed ora che l’immenso potere medievale viene finalmente messo in discussione, la risposta è un tiro di artiglieria che si nutre dei singolari tremendismi veicolati da tutte le correnti, di «destra» e di «sinistra»: dalle dichiarazioni del giovane segretario Anm Mariuotti, che tira in ballo Minneapolis, a quelle dell’ancor più giovane dirigente Anm siciliano Giuseppe Tango, che parla di «declino democratico irrecuperabile» (Il Riformista, 27 gennaio). Sono funzionari di due correnti all’apparenza oppostissime, ma identiche nella pia obbedienza ai dogmi della religione pagana di cui entrambi sono i chierici.
Come si vede, quello che c’è negli incunaboli del sistema correntizio non è né di «destra» né di «sinistra» : è invece una specie di libro dei morti venerato da tutti i sacerdoti del culto pagano, un culto in nome del quale si continua ad invadere il campo riservato agli organi titolari dell’indirizzo politico votati dal popolo sovrano. I sacerdoti non tollerano la profanazione del tempio. Ma il tempio non gli appartiene e bisogna che qualcuno glielo dica, visto che la crisi è appunto il risultato dei lunghi anni di vuoto dell’intervento politico, che ha lasciato campo libero ad un processo di amplificazione delle rivendicazioni politiciste di un sistema meramente tecnocratico, gonfio di un senso di onnipotenza che ormai è prossimo all’implosione. Ecco, la riforma incide sul punto più appariscente di questo impianto sostanzialmente religioso: il Csm «rappresentativo». Uno solo dei punti di crisi, perché poi ce ne sono altri: l’Idra correntocratica ha cento teste. Anche se però, a giudicare dalle strologazioni che si sentono, sono tutte teste che urlano tanto, ma alla fine dicono poco.





