Con impettita sicumera, una certa stampa italiana ha già sentenziato che l’episodio di Modena è solo un caso di disagio psichiatrico. Colpa della società egoista che non «accoglie» come si deve.
Anche l’attentatore di Nizza del 2016 (86 morti) fu subito infilato nella categoria dei disturbati mentali (Il Fatto Quotidiano, 15 luglio 2016). Non ci furono dubbi psichiatrici, invece, per i fatti di Macerata del 2018, quando un italiano ferì a colpi di pistola degli stranieri. In quel caso il mainstream fin dall’inizio garantì, all’incontrario, che lo sparatore era perfettamente in senno ma «vicino a movimenti di destra «( Sky Tg24, 3 febbraio 2018). Insomma, ecco la verità vera: noi Italiani siamo in buone condizioni mentali, ma cattivi. Gli altri invece sono buoni, ma «disturbati».
Anche all’estero va più o meno così: nel novembre 2023 uno straniero accoltellò tre bimbe di una scuola elementare di Dublino. Una morì. Appena la notizia si sparse, la popolazione spontaneamente scese in piazza. La notizia della bimba uccisa fini in secondo piano. Per la stampa mainstream irlandese erano cosa infinitamente più grave le «tensioni alimentate dalla destra xenofoba». L’ammazzatore di bambini? Solo un «disagiato», of course. Attentati. Islam. Immigrazione. Re-migrazione. Fermiamoci qui. Tiriamo fuori dalla memoria una cosa italiana di qualche mese fa: «Le bande di migranti mai integrate … sono la prova del fallimento del progetto multiculturale … è il momento di scegliere da che parte stare … Francia, Svezia, Germania, Paesi Bassi, Belgio e molti altri Paesi sono ormai sul punto di essere composti in gran parte da migranti, è giunto il momento di reagire e combattere, una parola sola: agire! ». Sarebbero queste le frasi per le quali l’attivista Andrea Ballarati (24 anni, organizzatore del Remigration summit il 17 maggio 2025), è stato rinviato a giudizio a Como per violazione della legge Mancino, che proibisce l’incitamento all’odio razziale. La notizia è del 16 febbraio di quest’anno. È possibile che nelle carte ci sia qualcosa di più che non semplicemente le frasi citate. Ove fossero solo quelle (ma lo crediamo inverosimile), facciamo qualche riflessione: con il termine «re-migrazione» si intende l’avvio di una procedura di espulsione in massa di stranieri irregolari dal nostro Paese. Si tratta di una esigenza ormai avvertita disperatamente da milioni di famiglie in tutto l’Occidente. Da quel che si legge, l’attivista si è fatto carico di creare un gruppo politico specificamente dedicato allo scopo.
Come sempre succede quando si contestano penalmente delle attività di propaganda, il processo coinvolge la libertà d’opinione, difesa dalla Costituzione, ma anche da una sterminata serie di leggi e convenzioni internazionali. Sull’altro versante, anche la propaganda dell’odio è proibita da leggi e convenzioni internazionali: in Italia, per esempio, è la legge Mancino del 1993, e prima ancora la legge Scelba, a vietare la propaganda di idee fondate sulla superiorità etnica, razziale o religiosa. I valori tutelati sono - si dice - la dignità, il diritto alla memoria, il diritto alla non discriminazione et similia; ma il guaio è che si tratta di concetti così elastici e storicamente fluttuanti che la loro esatta definizione è di fatto rimessa alle singole sentenze, che devono farsi carico di definire ove finisca l’odio e dove cominci la libertà di pensiero e di azione politica e perfino di religione. La questione riemerge periodicamente: su altro versante,
Il problema si pose ad esempio con il famoso Ddl Zan, che voleva potenziare i cosiddetti diritti Lgbt (eccetera) censurando malamente il pensiero difforme. Al Ddl Zan si oppose la stessa Cei, affermando che approvare quella legge significava «introdurre un reato di opinione. Ciò limita di fatto la libertà personale, le scelte educative, il modo di pensare e di essere, l’esercizio di critica e di dissenso» (Il Fatto Quotidiano, 10 giugno 2020). In genere, reati di questo tipo puntano a sanzionare non tanto l’abuso dei mezzi mediatici, ma proprio la divulgazione di determinati concetti intellettuali che la legge ritiene aggressivi in sé di maxi valori morali ed etici. Che quei contenuti producano danni effettivi è irrilevante. Sono vietati comunque.
II fatto è, però, che il profluvio di aggettivi e avverbi con cui sono scritte queste norme (legge Mancino e simili) non vale a dare un significato concreto ai valori tutelati. E la mancanza di significati univoci produce dubbi a cascata: cosa vuol dire «propaganda d’odio»? Credere in una differente categoria di valori morali è un reato di odio o rientra nella normale dialettica delle idee contrarie e opposte? è propaganda d’odio tentare di governare le infornate costanti di masse di individui non identificabili, poi destinati a vivere ai margini del mercato del lavoro, con rischi evidenti per l’ordine pubblico? O pensare che le violenze di immigrati di terza e quarta generazione siano la prova provata di una irredimibile differenza culturale e antropologica che non può essere rimossa con generiche omelie buoniste? Oppure, sul versante dei cosiddetti «valori» Lgbt (eccetera), è reato d’odio rifiutarsi di concepire terzi, quarti e quinti sessi oltre quelli naturali ? O considerare deleteria la propaganda Lgbt nelle scuole? O considerare l’aborto in contrasto con la morale e la cultura cristiana? O credere in una famiglia fatta di un normalissimo papà e di una normalissima mamma? E se questo è odio, allora qualcuno ci dica esattamente cosa ci è consentito dire o pensare, perché di sicuro quelle leggi non ce lo dicono.
La materia è scivolosa: la minaccia penale, quando è in ballo la libertà di opinione, rischia di essere un rasoio impugnato dalla parte della lama. Tanto più che l’articolo 21 della nostra Costituzione o il Primo emendamento della Costituzione Usa o i tanti trattati e proclami sulla libertà di opinione, ad altro non servono se non a tutelare il dissenso politico, cioè «l’unico diritto che conta» , come diceva Rosa Luxemburg: «il diritto di pensarla diversamente». Se così è, la minaccia penale asfissiante rischia solo di essere una spinta al pensiero uniformante e dogmatico. Ed è tutt’altro che una ipotesi: nel 2023 alcuni parlamentari italiani annunciarono una proposta di legge contro i cosiddetti «negazionisti climatici», prospettando il gabbio per scienziati come Antonino Zichichi, Carlo Rubbia e Franco Prodi («Bonelli: ora una legge contro i negazionisti climatici», Avvenire dell’1 luglio 2023). Altrove, è spuntata perfino l’idea di introdurre il concetto di «negazionismo economico» (la rivista bocconiana Eco, maggio 2024). Ma i «negazionismi» sono davvero un male o non piuttosto un lievito salutare per la ricerca scientifica, storica ed economica? Prima di rispondere, procuratevi un avvocato.
Torniamo al processo penale: al crocevia della legge Scelba (divieto di ricostituzione del partito fascista) e della legge Mancino (divieto di propaganda di odio) abitano dei reati cosiddetti «di pericolo», che rientrano un po’ tutti nella categoria dei reati di opinione. Una recentissima sentenza della Cassazione a sezioni unite, del 2024, ha stabilito che in questi casi è solo il singolo giudicante che deve valutare l’effettiva sussistenza del pericolo. Insomma: non basta avere delle posizioni sgradite. Occorre che siano «effettivamente» pericolose, cioè che possano creare davvero i presupposti dell’azione violenta. La sentenza è una boccata di ossigeno ed un po’ ci protegge dalle sfuriate dell’inquisizione pagana, Lgbt o green che sia, ma - come si vede - la palla è sempre nel campo del singolo giudice. Con risultati paradossali: in materia di legge Scelba, per esempio, che punisce il «pericolo» di ricostituzione del partito fascista, si registrano cose amene. Per un raduno milanese di militanti in pubblico si è fatto un processo.
Risultato: i manifestanti che avevano chiesto il rito abbreviato sono stati condannati (2018) e quelli che, invece, avevano optato per il giudizio dibattimentale sono stati assolti (2019). Le motivazioni? Uguali e opposte. In pillole: la prima sentenza condanna perché la manifestazione era «pubblica »; la seconda assolve perché la manifestazione era pubblica, ma «c’era poca gente». La manifestazione era esattamente la stessa. Tot capita, tot sententiae. Decide il singolo giudice caso per caso. Non il legislatore per tutti i casi. Ma il giudice è solo un uomo immerso nel mondo dell’uomo e, come tutti, ha il suo personale bagaglio intellettuale, fatto di giudizi e di pre-giudizi. Un bel problema, specie di questi tempi, in cui un certo correntismo giudiziario non si cura nemmeno più di nascondere la sua precisa scelta ideologica (referendum docet).
Insomma : lasciare che ciascun giudice sia arbitro in terra del Bene e del Male, che disegni ogni volta i confini di una cosa così incommensurabilmente importante come la libertà di opinione, è una soluzione rischiosa. Ma il panorama normativo è quello che è, e delega alla magistratura compiti che forse sarebbero più adatti al legislatore. Conclusione: con le leggi «anti-odio» e i conseguenti processi ci dovremo fare l’abitudine, visto che le tensioni vanno a crescere. Immigrazionismo fuori controllo, radicalismo islamico, tensioni sociali, conflitti culturali e religiosi e politici. Il processo al ventiquattrenne Ballarati per istigazione all’odio va, quindi, seguito attentamente. Non è il primo e non sarà l’ultimo. Se si tratta solo delle frasi che dice lui, quel processo sarà un interessante laboratorio per stabilire quali siano in Italia i confini della libertà di opinione in tema di immigrazione.
Intanto - mentre scriviamo- registriamo che due delle vittime di Modena hanno perso le gambe. Brutta cosa, ma c’è di peggio. Vuoi mettere le sofferenze inaudite del macellatore, affetto da «disturbo schizoide» per colpa del Servizio sanitario nazionale che non lo aveva guarito o della università locale che non gli dava lavoro? Insomma, le vittime si mettano l’anima in pace: così vanno le cose nel mondo post democratico del 2026. A chi non gli sta bene, peste lo colga.
Magistrato penale
Nel 2010 la Corte Suprema Usa (caso Citizen united vs Federal election commission) abolì qualsiasi tetto ai finanziamenti delle corporation nelle campagne elettorali. La sentenza di fatto escluse milioni di cittadini americani dalla partecipazione politica, visto che a quel punto nessun candidato «normale» poteva sperare di avere chance reali di affermazione rispetto ai candidati iper finanziati. Da alcuni osservatori (Joseph Stiglitz, per esempio, o Paul Krugman) quella sentenza è considerata il punto di avvio del processo crescente di sfiducia popolare nel sistema giudiziario Usa e del progressivo astensionismo elettorale.
Evidente il cortocircuito: i candidati finanziati dalle grandi holding, una volta (facilmente) eletti, potevano poi favorire a loro volta la nomina di giudici contigui, che dal canto loro potevano poi garantire gli interessi dei grandi enti finanziatori. È da quel momento che le elezioni Usa sono diventate definitivamente affare di ceti molto ricchi ed elitari.
Ma se il 2010 è l’anno cruciale della perdita di verginità della politica, ma anche della giustizia Usa, in Italia la giustizia è incappata in due anni peggio che bisestili: uno è il 2019, con la vicenda dell’hotel Champagne e delle chat, che ha disvelato chiaramente ciò che si agita nella faccia buia del correntismo giudiziario. L’altro anno - super crucialissimo - è il nostro 2026, dove l’entrata a gamba tesa del correntismo medesimo nella competizione politico-referendaria ha definitivamente cantato la messa funebre all’immagine di certa magistratura come organismo di neutralità politica e di garanzia, con la foto dei magistrati «Bella Ciao» bene in vista sulla lapide, ad imperitura immagine simbolo.
Dopo una scivolata simile, ogni sentenza, ogni atto giudiziario, perfino il più onesto, rischia di essere visto solo come un atto politico di appartenenza. Insomma: una doppia sentenza Citizen. Ma ai vertici associativi poco importa. Nei giorni immediatamente dopo l’insperata vittoria, lo champagne dei «Bella Ciao» è andato giù liscio che era una meraviglia, mentre si sentiva il dolce canto di pubblici ufficiali che irridevano apertamente altre figure istituzionali.
Eppure, qualche dubbio i festeggianti farebbero bene ad avercelo: in un articolo sulla Verità del 10 gennaio avevamo scritto che la vittoria del Sì era molto probabile, salvo che non si profilasse uno scenario di guerra o una crisi economica. Sarà che forse portiamo sfiga noi, ma ecco l’Iran prima e l’aumento della benzina dopo. In più, la mobilitazione al rallentatore della stessa maggioranza politica che pure aveva proposto la riforma.
Ma c’è soprattutto un punto che è emerso plateale: lo slogan che ha mosso gli eserciti non è stato «politica cattiva - magistratura eroica», bensì «riforma chissenefrega, buttiamo giù il governo Meloni». Insomma: la marcia vittoriosa del No è stata frutto soprattutto di congiunture astrali favorevoli, di ritardi altrui, di tattiche mediatiche opportunistiche.
Facciamo i rosiconi? Forse sì e forse no. Di certo, la narrazione titanistica «politica corrotta - magistratura eroica», che era stata dominante ed egemonica all’epoca di Mani Pulite, oggi è caduta e il messaggio che ha smosso il voto è stato completamente differente. Che la campagna del correntismo abbia dovuto ricorrere ad armi chimiche proibite (vedi le interviste fake di Falcone et similia) dimostra, paradossalmente, che in una disfida ad armi pari e senza le interferenze guerresche altrui l’esito del voto sarebbe stato molto diverso.
Se così è, vuol dire che la fiaba del correntismo immacolato portato in trionfo dalle folle adoranti è finita. Ed è finita anche all’interno, come dimostra ampiamente il fenomeno dei magistrati del Sì, più esteso di quanto ci abbiano voluto far credere. Oltretutto, la rivendicazione di protagonismo politico del correntismo togato rischia di essere una mina vagante anche per la stessa opposizione politica che, per restare al passo dei magistrati «Bella Ciao», ha dovuto perfino abiurare quelle posizioni riformiste che pure erano presenti nei suoi stessi programmi politici, collocandosi quindi in posizione debitoria.
E i debiti, in questo caso, rischiano di pagarsi con un ulteriore arretramento della politica democratica rispetto ad ordini tecnocratici che non rispondono al controllo popolare. Il che è un problema per la destra, certo, ma anche per la sinistra. Esattamente ciò che voleva dire il ministro Nordio quando dichiarava che la riforma «conveniva» anche alla sinistra. Una riflessione ampiamente condivisibile, che la demagogia ha immediatamente voluto tradurre come una specie di invito a «rubare» tutti insieme, in barba al controllo giudiziario.
Insomma: ha davvero stravinto il correntismo? Ai posteri l’ardua sentenza. Salvo che i posteri non arrivino prima e non facciano notare un’altra cosa: Claudio Galoppi, noto esponente delle correnti «moderate», non ha partecipato alla festa dei «Bella Ciao» e si è dimesso, parlando di «mancanza di trasparenza, carrierismi, personalismi e attaccamento alle cariche» (Il Foglio, 30 marzo 2026). E su Repubblica del 31 marzo ha evocato «dinamiche distorsive di localismi e tentativi di carrierismo».
Lui lo ha detto un minuto dopo. Noi del Sì lo avevamo detto fino a un minuto prima. Idem il consigliere del Csm Bernadette Nicotra, altrettanto critica nei confronti della propria corrente, Magistratura indipendente, la stessa del suo collega Galoppi. Ecco una bomba a miccia lunga per la Anm «compattissima» e «trionfante»: l’assoluta inconsistenza delle cosiddette correnti «moderate», schiacciate completamente su quelle oltranziste. Stessi slogan, stessa strategia, interviste tutte uguali, stesse dinamiche interne.
Tutto prevedibile, però, per chi è buon osservatore: pochi anni fa la stessa corrente di Magistratura indipendente, quella «moderata», aveva organizzato a Reggio Calabria un piccolo convegno in salsa woke, in cui alcune giovani leve «moderate», ma molto alla moda, si erano fatte portavoce delle istanze LGBTQQIAPK (eccetera), con la singolare giustificazione che quelle rivendicazioni non potevano essere appannaggio solo delle varie magistrature democratiche et similia. Episodio rivelatore e poco noto, ma significativo. Passato inosservato perfino fra i «moderati», il che è tutto dire.
Perfettamente in linea il nuovo presidente Anm, il «moderato» Antonio Tango, quello che denunciava la «deriva autoritaria» del governo, ha oggi pensato bene di parlare inclusivamente di «padri e madri costituenti». Stessi concetti, stesso linguaggio alla moda.
Insomma: con questo andazzo, che fine faranno i cosiddetti «magistrati moderati»? Reagiranno o si afflosceranno definitivamente? O migreranno in blocco verso le correnti «Bella Ciao», abbandonando quelle fotocopia? Intanto registriamo che, in una intervista su Il Dubbio, uno dei leader Md torna a parlare di «pluralismo delle idee» in seno alla Anm e propone l’ennesimo arzigogolo elettoralistico: «voto di lista e preferenza unica con collegio unico nazionale» (15 aprile u.s.).
Insomma: tarapia tapioco, come se fosse Antani. In attesa di Tognazzi e Monicelli, è ricominciata la cantilena. L’eterno ritorno dell’uguale, che si divide fra Frattocchie e parrocchie associative dall’architettura desolatamente simile. Come si fa a non vedere che è soltanto un piccolo mondo in decadenza, dove l’incipriatura del naso nasconde le rughe profonde di un sottopotere vecchio e stracotto, del conformismo sottoculturale, dei «localismi, personalismi e tentativi di carrierismo» di cui parla Galoppi?
In questo scenario confuso e mortuario la magistratura vera è l’unica e sola vittima della irresponsabile deriva autoreferenziale dell’oligarchia associativa, che ha preteso di difendere l’indifendibile in nome del totem della «libertà di opinione politica».
E qui torniamo all’inizio, perché le dinamiche del referendum hanno espresso esattamente lo stesso meccanismo distorsivo alla base della sentenza Citizen: in quel caso la Corte Suprema, rifacendosi al Primo emendamento e, peraltro, a strettissima maggioranza, pretese di riconoscere alle corporations miliardarie lo stesso diritto alla partecipazione politica dei semplici individui o di quelle aggregazioni di individui che sono le associazioni o i partiti politici.
Nel 2026, in Italia, è stato lo stesso correntismo giudiziario che si è auto-riconosciuto manu militari lo stesso diritto, al pari - appunto - di una qualsiasi persona fisica. Il risultato è stato identico: la difesa ottusa di un concetto di eguaglianza astratta che produce una concretissima diseguaglianza di fatto.
La verità vera è che né le grandi concentrazioni di ricchezza né il correntismo giudiziario italiano possono essere collocati sullo stesso piano degli individui o delle loro associazioni, per la semplice ed indiscutibile ragione che non sono individui, ma Po-te-ri. E mettere in competizione dei Po-te-ri con delle persone fisiche, più o meno aggregate, è un fattore alterante del gioco democratico sotto qualsiasi latitudine storica: quale partito tradizionale può competere con corporation dotate di riserve illimitate di denaro? O con gruppi di pubblici ufficiali che hanno il controllo dell’azione penale e che godono del privilegio indiscusso di non dover mai sottoporsi alla verifica periodica della fiducia popolare?
In un articolo sulla Verità del 18 marzo abbiamo scritto che «la democrazia è incompatibile con i centri di potere che non rispondono mai al controllo popolare. Il contrasto prescinde dalle volontà individuali ed è destinato ad aumentare comunque, non a ridursi». Il conflitto riprenderà, stiamone certi, e forse prima di quanto possiamo immaginare.
Certo, non subito. Ora, per un po’, il tema sarà rimosso dall’agenda politica. Troppa la delusione per una sconfitta evitabilissima. E poi ora ci sono altre urgenze. Però Babbo Natale non esiste, purtroppo, e l’abbiamo scoperto tutti, anche quelli che hanno votato No.
Nei Quaderni dal carcere Gramsci spiega che il potere si conserva non tanto con la forza, ma soprattutto con la «egemonia culturale», cioè attraverso una sorta di consenso collettivo indotto, in virtù del quale i sudditi accettano spontaneamente simboli, costruzioni teoriche e linguaggi trendy sollecitati dai tenutari del potere.
La costruzione mitologica della magistratura associata come «pluralismo democratico», come «unità nelle differenze», è stata per anni il terreno su cui si è sviluppata l’egemonia interna delle correnti: un racconto fantastico, in virtù del quale un 30% di correntizzati ha potuto dominare su 9.000 magistrati. Ma ora che l’immagine della magistratura associata è quella di un soggetto platealmente partigiano che fa blocco con uno specifico complesso editoriale, ora che il racconto mitologico si è rotto perfino all’interno dello schieramento vincitore, ora che per la prima volta si parla di una seconda Anm in opposizione alla prima, sul terreno restano i cocci.
E sono cocci su cui rischiano di farsi male tutti, anche i vincitori. E infatti il primo lamento è venuto proprio dai magistrati cosiddetti «moderati», sedicenti vincitori anche loro, ma che nella foto dei trionfatori sono finiti in ultima fila e si vedono poco.
Ad ogni modo, inutile parlare di queste cose. Perché sciupare il dopo-festa? Dolce è stato lo champagne. Allegra la tarantella napoletana. Al sicuro il sottopotere di sempre. Per un po’ sarà così. Poi, si vedrà. Ora, in alto i calici. Ad maiora.
La campagna referendaria sta finendo. E comunque vada il voto, quello che ormai è clamorosamente emerso è che il correntismo attuale si rifiuta caparbiamente di rispondere a una sola, ineludibile, domanda: la magistratura è un corpo politico o tecno-giudiziario? Se è tecno-giudiziario, deve accettare che il tanto sbandierato principio di indipendenza si connetta a quello altrettanto importante della riserva di legge, cioè delle materie riservate esclusivamente al legislatore elettivo.
E quindi non può fare l’opposizione politica al libero Parlamento, di destra o sinistra, appunto perché non è un corpo politico. Se, invece, ritiene di esserlo e pretende di fare una vera e propria lotta politica contro il libero Parlamento comunque colorato, allora deve chiedere il voto popolare come qualsiasi altro partito. Deve sottoporsi a una procedura elettiva di piena responsabilità politica. Se l’elezione dei giudici non è possibile, allora la terzietà politica va recuperata in altro modo: cioè riconducendo entro il perimetro dell’alta amministrazione il Consiglio superiore della magistratura, organo pubblico attualmente occupato dalle logiche gruppettare del sistema attuale.
Nella situazione di stallo in cui ci siamo cacciati, è del tutto comprensibile che una classe politica (di destra o di sinistra), che un mandato politico elettorale lo ha avuto veramente da milioni di famiglie, tenti di stabilire delle rigide paratie di definizione dei rispettivi ruoli. E poiché nell’anno del Signore 2019 i metodi spartitori sono venuti fuori in modo inequivocabile, ora è più che mai necessario salvare la terzietà della magistratura e proteggerla anche dai condizionamenti interni. Altro che la difesa di ufficio della situazione attuale, secondo cui il correntismo è sparito perché la magistratura ha scacciato il Mostro solitario (Luca Palamara), come se il Mostro gli accordi li facesse solo con sé stesso. La verità è che - per ragioni sistemiche - il Csm come organo di rappresentanza gruppettara rischia di ridursi solo a un piccolo ente gestorio di interessi privati concorrenti e contrapposti.
A dirlo è lo stesso Csm: il singolo consigliere togato non deve «rendersi acritico interprete in sede consiliare […] di gruppi dell’associazionismo giudiziario o di singoli magistrati anche solo per ragioni di appartenenza o di “debito elettorale”» (delibera del Csm del 20 gennaio 2010). Il «debito elettorale», dunque, esiste e non è una invenzione di noi riformatori piduisti. Se così è, nessuna opera interna di bonifica più o meno solerte serve a qualcosa, perché il sistema funziona appunto per «debito elettorale». Su questo «debito» è fondato tutto il modello attuale dell’autogoverno, un modello sostanzialmente chiuso e condizionante per tutti.
Questo meccanismo su base correntizia si autoalimenta e ormai risponde al principio di inerzia più che al comando degli uomini: un moto rettilineo eterno, silenzioso, destinato a durare all’infinito, che le stesse correnti non sono più in grado di modificare. Ecco perché solo una spinta esterna può interrompere il moto perpetuo della rappresentanza correntizia. Ecco la novità - terrorizzante - del sorteggio. Un modello di governo come tanti, previsto in Costituzione per vicende perfino più drammatiche, utilizzato ampiamente dalla Serenissima di Venezia, che non doveva occuparsi della carriera degli ammiragli, ma doveva metterli in condizione di affrontare le flotte turche. Non piace il sorteggio? Fuori le proposte alternative.
In questa campagna referendaria il Fronte del No non ne ha tirata fuori nessuna, tranne riproporre la solita riformina elettoralistica del Csm, fatta già otto volte e otto volte fallita. In luogo delle proposte concrete, invece, solo una narrazione retorica e liturgica.
A metterli in fila indiana, i racconti del No sono stati più o meno tutti uguali: la magistratura nostalgica dell’immediato Dopoguerra; poi la svolta degli anni Sessanta con il Nuovo in marcia e la nascita delle correnti moderne come luoghi di ricchezza culturale. Poi la stagione dell’impegno antimafia e antiterrorismo, con i suoi eroi e i suoi martiri. In genere questa ultima parte prende il 70 per cento del tempo dell’oratore. Poi la solenne conclusione: «Poiché noi siamo gli eredi morali di quel tempo eroico, ogni riforma va respinta come lesa maestà». Applausi, magari di circostanza. Gli oratori più anziani raccontano aneddoti del passato; i più giovani - che di cose da raccontare non ne hanno - suppliscono sguainando le sciabole appena comprate. Qualche critica del sistema esistente? Non pervenuta. La vicenda Palamara? Tutto risolto. Il correntismo? Soltanto «pluralismo intellettuale». Ma sulle nomine qualche volta si fanno impicci? Giammai: scegliamo sempre i «migliori». E allora gli annullamenti dei Tar? Semplice «dialettica processuale».
Ma anche sulla ricostruzione omerica della storia qualcosa si potrebbe dire. La prima cosa è che ai tempi di mafia e terrorismo, i magistrati impegnati ed eroi furono tanti. Ma non tutti. Paolo Borsellino e Giovanni Falcone non erano proprio osannati da certi ambienti.
Per esempio La Repubblica del 9 gennaio 1992 ospitava un fondo a firma Sandro Viola in cui si leggeva: «Falcone è stato preso da una febbre di presenzialismo […] impulso irrefrenabile a parlare […] il più indecente dei vizi nazionali […] uno dei più loquaci componenti del carrozzone pubblicistico italiano […] entrato a far parte di quella scalcinata compagnia di giro degli “opinionisti al minuto“ […]. Non si capisce perché il dottor Falcone […] non ne faccia la sua professione definita, abbandonando la magistratura […]. Le sirene della notorietà televisiva tendono a trasformare in ansiosi esibizionisti anche uomini all’origine equilibrati […] l’eruzione di una vanità, d’una spinta a descriversi, a celebrarsi come se ne colgono nelle interviste al ministro Gianni De Michelis o dei guitti televisivi […]. La fatuità fa declinare la capacità di autocritica».
Quando si trattò di scegliere al Csm fra Falcone e Meli, un rappresentante correntizio giustificò la bocciatura della candidatura di Falcone dicendo: «Non credo ai geni o ai superuomini. Al posto di Falcone io […] non avrei nemmeno presentato la domanda […]. Né si deve dimenticare che della professionalità fa parte anche la modestia». Mentre un altro delegato associativo così sentenziava: «Non può esservi premio per l’adempimento del dovere, neppure quando si tratti di inedito e straordinario adempimento. L’adempimento del dovere sarebbe non onorato, ma inquinato dal premio» (da Falcone e Borsellino: la calunnia, il tradimento, la tragedia, Editori Riuniti).
Contro la legge che istituiva la super Procura nazionale antimafia voluta da Falcone, l’Associazione nazionale magistrati scioperò e lanciò l’anatema del presidente dell’epoca, Raffaele Bertoni: «Non abbiamo bisogno di un’altra cupola mafiosa» (Huffpost del 5 novembre 2025).
Borsellino, dal canto suo, parlò esplicitamente di un «Giuda» all’interno del Csm. Dopo le stragi però, le interviste televisive recavano spesso la didascalia «amico di Falcone». Tanti amici. Tutti amici. Averceli avuti in vita tutti quegli amici. Di tutto questo naturalmente, ad anni di distanza, non c’è traccia negli attuali discorsi della correntocrazia imperante, che si è autointestata la proprietà in esclusiva dell’eredità morale di Falcone. E perfino della sua compagna Francesca Morvillo, trasformata manu militari in testimonial del No da parte della Anm di Genova. Magistratura come falange macedone. Tutti eroi ed eredi degli eroi.
Torniamo sulla terra: magistratura travagliata, questo sì. Impegnata in gran parte, certo. Ma non tutti erano come quei morti. E non tutti li hanno amati. Quanto poi alla evocazione, altrettanto mitologica, del pionierismo delle prime correnti anni Sessanta e Settanta, stiamo attenti a non esagerare: la spinta ideale della prima ora voleva cambiare gli assetti di potere costituito dell’epoca; oggi il correntismo è una struttura dominante e conservativa, che opera - al di là perfino delle sue intenzioni - come elemento di obiettivo condizionamento. Stiamo attenti a nascondere i problemi di oggi cercando nel passato l’alibi della nostra attualissima inerzia.
Insomma: ha un senso continuare con l’eterno ritorno dell’uguale? Il referendum del 22-23 marzo è la sfida eterna fra chi vuole tentare strade nuove e dall’altro un vecchio potere conservatore che non vuole cedere una centralità politica a cui non ha diritto: trattandosi di tendenze politico-sociali e forse antropologiche di fatto inconciliabili, il contrasto prescinde dalle volontà individuali ed è destinato ad aumentare comunque, non a ridursi. L’assetto democratico è incompatibile con la mancanza di responsabilità politica di qualunque ceto di potere pretenda di svolgere di fatto funzioni di indirizzo politico senza averne avuto alcun mandato.
Con il sorteggio voluto dal ministro della Giustizia, Carlo Nordio, si esce finalmente in mare. Dalla palude delle frasi fatte al mare aperto del cambiamento. Una bella sfida, finalmente. Una sfida che, però, va combattuta fra noi vivi. Lasciando finalmente in pace quelli che sono morti non per uno schieramento, ma per tutti.





