
La giunta ligure dell’Anm ha organizzato un convegno in ricordo della collega Francesca Morvillo, uccisa a Capaci con Falcone. Nel corso della manifestazione si è lanciata la campagna per il No (La Repubblica, 18 gennaio). È molto dubbio che Francesca Morvillo abbia formalmente autorizzato il suo accostamento al Fronte del No, ma forse l’Anm ligure ha ricevuto una delega post mortem che noi lazzari non conosciamo. D’altro canto, di questi tempi va di moda l’arruolamento dei morti. Prima l’intervista fake a Falcone, poi altre notizie fake su Borsellino (Open, 13 novembre 2025), ora la Morvillo testimonial del No: con la potenza sorda di un carro armato, il No continua ad arrogarsi il diritto di fare da esecutore testamentario di chi non può smentirlo.
Lo fa anche con i Costituenti: in occasione dell’avvio dell’anno giudiziario 2025, l’Anm aveva esibito uno striscione con una frase di Calamandrei sull’antifascismo, regalando in sottinteso l’accusa allegra di «dittatura» a tutto lo schieramento riformatore. Inutile ricordare agli striscionisti che Calamandrei faceva previsioni del tutto contrarie alle rivendicazioni Anm: «È facilmente prevedibile che le elezioni del Consiglio superiore della magistratura daranno luogo al formarsi sotterraneo di tendenze politiche e confessionali in contrasto, e che i magistrati in attesa di promozione cercheranno sempre, per non guastarsi la carriera, di conformarsi alle tendenze che avranno prevalso nella formazione di quel supremo consesso giudiziario» (Opere Giuridiche, volume I, Napoli 1965, pag. 657). Come dire: ritorno alla tessera di partito (leggi: «di corrente») come viatico per la carriera e come forma di condizionamento interno del giudice. Esattamente il pasticcio in cui ci siamo cacciati oggi. Ma la capocorrente Silvia Albano insiste imperterrita: «I Costituenti vollero che il Csm fosse rappresentativo del pluralismo delle idee presenti in magistratura» (Atreju, 11 dicembre). Impossibile rispondere a cotanta certezza che l’art. 104 della Costituzione parlava - proprio per scongiurare il rischio evocato da Calamandrei - di eletti fra le «categorie» e non fra le «correnti»: il Komintern correntizio garantisce il contrario e tanto basti ai fedeli.
Domanda: ma come si spiegano tante topiche comunicative, cioè la scelta di testimonial (Falcone, Calamandrei) che smentiscono il messaggio anziché rafforzarlo? Si spiegano - banalmente - con l’abitudine al comando facile invalsa nel sistema correntizio, che alla lunga elegge il mantra ripetitivo a debole surrogato del ragionamento. In uno scenario dominato dall’abnorme potere discrezionale della correntocrazia nella vita del singolo magistrato, impera ormai il conformismo perfino involontario degli iscritti, preoccupati di non contraddire le rispettive dirigenze correntizie. In una struttura che procede per cooptazione il risultato è l’obbedienza devota e la sclerosi del pensiero critico. Una corte docile ed osservante, ma perfetta per il vecchio associazionismo, impegnato a difendere - al netto della buona fede di ognuno - solo un assetto di sottopotere interno o - al più - teorie degli anni Sessanta logorate dal tempo che passa. Vero è che l’agitazionismo di oggi nasconde una vera e propria istanza politica: una sorta di generale potere di veto nei confronti dei poteri democratici elettivi, con il solo scopo, ormai evidente, di perpetuare le rendite di posizione del sistema oligarchico interno. Un sistema che ruota attorno a mille cose, alcune del tutto ignorate dal dibattito pubblico. Facciamo un esempio: in queste ore circola sui social un vecchio documento interno della Procura milanese in cui il magistrato Robledo denunciava anni fa che il suo collega Bruti Liberati, storico capocorrente di Magistratura Democratica (Md), si era vantato di potere determinare i voti interni al Csm mandando qualche consigliere togato «a fare pipì al momento del voto» (Il Fatto Quotidiano, 3 ottobre 2014). Il Liberati divenne poi procuratore capo della Repubblica, cumulando ai poteri del comandante correntizio anche quelli direttivo- giudiziari. La storia della pipì telecomandata continua ad indignare, ma non tutti colgono il vero punto di falla: in questi giorni si susseguono notizie circa importanti nomine direttive di cui beneficiano altri leader correntizi. Ancora una volta magistrati con funzioni di alta rappresentanza associativa assumono anche incarichi di direzione giudiziaria (Cesare Parodi, presidente dell’Anm, nominato procuratore capo di Alessandria). Il caso di Milano si ripete, ma riguarda altre correnti. Tutti magistrati molto per bene e meritevoli, sia chiaro. Ma il punto è di sistema: il doppio ruolo dirigenziale ed associativo perpetua un concentrato di potere personale che produce sperequazioni interne a danno di quell’art. 107 della Costituzione che vuole i magistrati distinti fra loro solo per diversità di funzioni. La pipì telecomandata è solo la sintesi colorita della necrosi che nessuno vuole vedere: il doppio ruolo crea i presupposti di un dominio interno senza possibilità di appello. Le dirigenze giudiziarie governano i singoli uffici; le dirigenze correntizie governano l’intero sistema. E la connessione o addirittura l’identità soggettiva fra i due ruoli - al di là della volontà dei singoli - induce di fatto la massa degli iscritti ad una costante genuflessione feudale. Se questo immenso potere assume anche chiare connotazioni politico-ideologiche, la frittata costituzionale è fatta. Anche il Csm «rappresentativo» finisce con l’essere prigioniero di questo circuito di dominio, tanto più che i consiglieri togati spesso sono giovani ed hanno anch’essi l’assillo - del tutto legittimo - della loro ricollocazione professionale al termine del mandato. E dire che le correnti più militanti si oppongono alla proposta del premierato perché - a sentir loro - ci intravedono «con sempre maggiore nettezza l’inquietante figura di un premier pigliatutto nell’esecutivo» (Questione Giustizia, rivista di Md, 21 maggio 2024). A quanto pare invece i «premier pigliatutto» della magistratura, capicorrente e capiufficio insieme, vanno benissimo. L’incompatibilità temporanea fra cariche associative e ruoli di dirigenza giudiziaria per un certo correntismo è del tutto inconcepibile. Avanti così, sulla via del regresso. La separazione fra i signori dell’oligarchia e i villici dei quartieri bassi è un concetto estraneo alla dialettica democratica di una magistratura moderna. Ed ora che l’immenso potere medievale viene finalmente messo in discussione, la risposta è un tiro di artiglieria che si nutre dei singolari tremendismi veicolati da tutte le correnti, di «destra» e di «sinistra»: dalle dichiarazioni del giovane segretario Anm Mariuotti, che tira in ballo Minneapolis, a quelle dell’ancor più giovane dirigente Anm siciliano Giuseppe Tango, che parla di «declino democratico irrecuperabile» (Il Riformista, 27 gennaio). Sono funzionari di due correnti all’apparenza oppostissime, ma identiche nella pia obbedienza ai dogmi della religione pagana di cui entrambi sono i chierici.
Come si vede, quello che c’è negli incunaboli del sistema correntizio non è né di «destra» né di «sinistra» : è invece una specie di libro dei morti venerato da tutti i sacerdoti del culto pagano, un culto in nome del quale si continua ad invadere il campo riservato agli organi titolari dell’indirizzo politico votati dal popolo sovrano. I sacerdoti non tollerano la profanazione del tempio. Ma il tempio non gli appartiene e bisogna che qualcuno glielo dica, visto che la crisi è appunto il risultato dei lunghi anni di vuoto dell’intervento politico, che ha lasciato campo libero ad un processo di amplificazione delle rivendicazioni politiciste di un sistema meramente tecnocratico, gonfio di un senso di onnipotenza che ormai è prossimo all’implosione. Ecco, la riforma incide sul punto più appariscente di questo impianto sostanzialmente religioso: il Csm «rappresentativo». Uno solo dei punti di crisi, perché poi ce ne sono altri: l’Idra correntocratica ha cento teste. Anche se però, a giudicare dalle strologazioni che si sentono, sono tutte teste che urlano tanto, ma alla fine dicono poco.






