Hai voglia a dibattere su quale futuro politico per l’Europa: fintanto che vince la logica del fanatico rispetto di regole contabili, non ci sarà alcuna evoluzione politica. E allora a quel punto tocca ai governi decidere che cosa fare: morire o sopravvivere negli interstizi che la globalizzazione apre. Meno male che qualcuno comincia ad aprire gli occhi e la bocca anche di fronte a platee finora sempre ossequiose.
Sentite cos’ha detto ieri al Festival dell’Economia di Trento Fabrizio Palenzona, chairman di Prelios Group: «L’euro è stato un salto nel buio che ci è costato carissimo: avevamo l’ambizione di stare insieme agli altri ma non abbiamo avuto una classe politica idonea per garantire un passaggio che non ammazzasse l’Italia, come poi è avvenuto». Mentre Palenzona ragionava a voce alta su euro e crisi dei partiti, proprio dalla Commissione europea arrivavano i dati sulle previsioni di crescita di primavera: la crisi penalizza particolarmente l’Italia, collocandoci ultimi per crescita economica e primi per debito pubblico. Si tratta di una doccia fredda? Non per noi, che più di una volta abbiamo criticato e alzato la voce nei confronti del governo Meloni, senza pregiudizi di ostilità ma con l’atteggiamento di chi invitava l’esecutivo a rompere il gioco ordinato da Bruxelles e provare a impostare uno spariglio.
Se oggi siamo in questa condizione è anche perché non si è avuto il coraggio di cambiare lo schema, nonostante persino da fronti economici importanti - penso a Confindustria o a Coldiretti - giungessero inviti a non omologarsi acriticamente alle regole europee. Dovevamo dunque arrivare alla situazione limite dove comprare le armi parrebbe prioritario rispetto ad aiutare famiglie e imprese sul fronte dei rincari energetici. E dobbiamo ancora una volta sentire il sermone del solito Valdis Dombrovskis, pretoriano del fanatismo contabile anche rispetto ai risvolti delle guerre in Ucraina e in Iran: «Stiamo conducendo delle valutazioni per capire cosa si può fare nell’ambito del nostro quadro di bilancio. Ma ovviamente questo è collegato a un secondo punto importante: abbiamo meno margine di manovra di bilancio rispetto alla crisi precedente. Ciò richiede quindi prudenza fiscale, in particolare per i Paesi fortemente indebitati». Dombrovskis ci sta dicendo in poche parole che semmai ci daranno qualcosa si tratta di briciole e che comunque ce le farebbero pagare pesantemente. Dunque, se Meloni o Giorgetti o altri contano di restare all’interno della liturgia del Patto di stabilità, si preparino a spiegare agli italiani perché il governo fa poco o nulla per i cittadini.
L’altro giorno c’è stato un po’ di parapiglia per la minaccia di rivedere l’impegno di spesa del 5% per le armi? Bene: il governo risponda alla Commissione e al potente commissario con piglio del pirata. L’Italia non spende in armi, ma va a deficit per arginare l’impazzimento dei prezzi dell’energia. Bruxelles aggraverebbe la nostra posizione rispetto alla procedura di infrazione in corso? Beh, allora cominciamo a giocare tutti pesante, partendo dalla considerazione che tutti i Paesi dell’Unione sono sotto procedura di infrazione, e che quelli per disavanzo eccessivo sono nove, dato che all’ultimo giro è stata aggiunta la Finlandia. Se vogliono la prova muscolare, allora che lo sia fino in fondo, anche a costo di usare il diritto di veto per difendere gli interessi nazionali. A proposito di infrazioni, chi l’ha fatta franca è la Germania. Non è la prima volta che coi tedeschi la manica della Commissione si allarga, già era successo negli anni passati rispetto al mancato sanzionamento di Berlino per il prolungato surplus della bilancia commerciale, che non violando espressamente i Trattati non espone a sanzioni automatiche ma solo discrezionali, sebbene generi pesanti squilibri macroeconomici e asimmetrie di mercato, sempre a vantaggio della Germania.
Anche stavolta ai tedeschi viene risparmiata una procedura di infrazione per deficit eccessivo, nonostante le recenti manovre superino - nello stanziamento - significativamente il limite del 3% del Pil. Sarà il premio per gli investimenti massicci in armi, ossia la linea produttiva che riconverte le industrie in crisi? Certo che sì. La decisione a favore della Germania non è un passaggio politico neutro, quanto una indicazione precisa che parte da Bruxelles. E non è stata l’unica: pure il patto sui migranti ha ricevuto uno stop pesante, nel senso che è mancata l’intesa sul regolamento che dovrebbe disciplinare i rimpatri. Si tratta di un (altro) no contro l’Italia, uno dei Paesi che accoglie il maggior numero di migranti. La legge in questione, se approvata, avrebbe concesso ai Paesi la possibilità di inviare gli stranieri a cui è stato ordinato di lasciare il territorio dell’Ue verso quei «centri di rimpatrio» individuati in paesi extra-Ue: il modello Albania, per intenderci, contro cui si sono mosse alcune organizzazioni umanitarie. L’Europa la sta dando vinta a costoro.
Ricapitolando. Se l’Europa non vuole che i governi aiutino famiglie e imprese contro il caro energie, e non vuole nemmeno soluzioni rispetto alle espulsioni, cosa aspetta il governo italiano a essere pienamente sovranista? E rispondere a muso duro a Bruxelles, minacciando non solo di allargare il deficit ma anche di usare sistematicamente il potere di veto per far capire che a Roma non si scherza più? Qui c’è in ballo la sicurezza nazionale.







