Europa a pezzi

Trump paga e riapre Hormuz. Ma l’Ue vuol chiuderci in casa
Ursula von der Leyen (Ansa)
Il cessate il fuoco in Libano (e 20 miliardi da Washington) spingono Teheran a sbloccare lo Stretto. Anche Giorgia Meloni pronta a inviare navi. L’Europa invece prepara il lockdown: domeniche a piedi, smart working, bici e luci spente.

Non andate in vacanza e possibilmente guidate piano, senza correre in autostrada. Abbassate di qualche grado il riscaldamento e indossate la maglia di lana. Insomma, la ricetta della Ue per affrontare la crisi energetica si traduce in una raccomandazione: state in casa e copritevi bene. Fin lì ci sarebbe arrivata anche mia nonna, nonostante fosse una povera contadina che viveva in una cascina riscaldata da un grande camino.

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L'Europa finanzia Putin e affama Zelensky
Vladimir Putin (Ansa)
Dallo scoppio della guerra nel 2022 i Paesi della Ue sono i principali compratori mondiali di gas russo, più ancora degli asiatici. Intanto Bruxelles impone i suoi balzelli green anche agli ucraini, che con l’altra mano riempie di quattrini. Un atteggiamento suicida.

Come si dice suicidio in danese? Secondo l’Intelligenza artificiale, che mi aiuta nella ricerca, la traduzione è selvmord. E nella lingua di Hans Christian Andersen come si scrive ipocrita? Sia per le donne che per gli uomini si usa hikler. State pensando che mi voglia trasferire a Copenhagen? Tranquilli, non correte a festeggiare: non ho nessuna intenzione di traslocare. Mi sono interessato alla trasposizione dei due termini dopo aver letto l’intervista rilasciata alla Stampa dal commissario europeo all’Energia, il danese Dan Jorgensen.

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Fiumi di soldi per la grancassa pro Europa
Ursula von der Leyen (Ansa). Nel riquadro, la copertina del libro di Thomas Fazi, «La macchina della propaganda europea. Il lato oscuro di Ong, media e università»
Nel suo libro, Thomas Fazi elenca dettagliatamente come vengono spesi i proventi delle nostre tasse. Una montagna di denaro finisce nelle tasche di Ong, editori, università e media compiacenti. In cambio? Predicare a senso unico quanto è bella l’Unione.

Si parla tanto di Europa. Anzi, non c’è giorno che non si dibatta del suo presente e del suo passato, che non se ne rilanci l’azione o se ne individuino le debolezze strutturali. Insomma, tutte cose che da queste parti ben conosciamo essendo tra coloro che, dell’Unione europea, vediamo le ombre e le insufficienze croniche e le raccontiamo quanto meno per bilanciare la retorica europeista che abbonda nel dibattito politico e mediatico.

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La Commissione condanna la Fondazione e chiude i rubinetti: «Revocati 2 milioni di euro». Fatale lo stand di Mosca a Venezia: «Quei soldi devono promuovere valori europei». Governo muto, Buttafuoco resta solo.

In mezzo a una crisi globale che fa tremare i polsi, cosa fa l’Unione europea? Punta il mirino contro la Biennale di Venezia e spara: niente più fondi alla Fondazione, «colpevole» di aver consentito alla Russia di aprire le porte dello stand di cui è proprietaria (come ogni Paese è proprietario dei propri spazi espositivi).

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Il dopo Orbán è meglio di Orbán
Péter Magyar e Viktor Orbán (EP Photo)
La sinistra, priva di rappresentanti nel Parlamento di Budapest, e la Ue hanno fatto festa per la vittoria di Péter Magyar. Però lui chiede di levare le sanzioni alla Russia e stoppa l’allargamento dell’Unione all’Ucraina, alla quale non darà soldi. Che sberla ai compagni.

Péter Magyar meglio di Viktor Orbán? Forse, ma a quanto pare non nel senso auspicato dai tanti che ieri si sono spellati le mani per la caduta di colui che ha guidato l’Ungheria per 16 anni. Se si leggono i commenti di queste ore, pare che a Budapest sia finito un regime totalitario, ma le cose non stanno esattamente così. Premesso che non ho grandi ricordi di dittatori cacciati a furor di voti: Ceausescu, tanto per rimanere in area, fu liquidato da una rivolta popolare e fucilato subito dopo, e così pure è capitato a Gheddafi.

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