«Non abbiamo bisogno di loro». Dopo aver liquidato gli alleati, che avevano risposto picche al suo appello per liberare Hormuz dalla morsa iraniana, Donald Trump ha battuto un colpo.
Ieri, il Comando centrale degli Usa in Medio Oriente, il Centcom, ha dichiarato che le forze armate hanno colpito siti missilistici nemici nell’area dello Stretto, che «rappresentavano un rischio per la navigazione internazionale», con ordigni penetranti da oltre 2.000 chili. Poi è intervenuto Israele: con l’assenso americano, ha compiuto un raid sul giacimento di gas naturale di South Pars, condiviso da Qatar e Iran e situato in prossimità del braccio di mare messo sotto scacco dagli ayatollah. «Un segnale di ciò che potrebbe accadere in seguito», ha commentato un funzionario dello Stato ebraico con Axios.
I bombardamenti non hanno allentato le tensioni sui mercati. In seguito agli attacchi, il Brent è schizzato a oltre 108,60 dollari al barile e il Wti a 98,01. Ha fatto breccia la minaccia di Teheran, che evoca una «guerra economica su vasta scala». Anche se i colossi dell’energia si stanno arrangiando: secondo Standard & Poor’s, le imbarcazioni deviano verso la rotta atlantica, con il rischio di congestionarla; l’Iraq, intanto, ha ripreso le esportazioni da Kirkuk verso il porto turco di Ceyhan. L’Organizzazione marittima internazionale ha comunicato che circa 20.000 marinai sono bloccati su 3.200 natanti nel Golfo. E il Financial Times ha scritto che è diventato un «far west» anche il sistema del trasporto merci, dato che i container viaggiano per il 90% in acqua e il 5% di quelle spedizioni transita per Hormuz.
Trump ha ricominciato a punzecchiare i partner. «Mi chiedo», ha scritto ieri sul social Truth, «cosa accadrebbe se “finissimo” ciò che resta dello Stato terroristico iraniano e lasciassimo che i Paesi che lo usano - non noi - siano responsabili del cosiddetto Stretto. Questo darebbe una smossa ad alcuni dei nostri “alleati” non reattivi e velocemente!!!». Gli ha fatto eco la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, spiegando che la riapertura dei traffici avvantaggerebbe più i membri Nato che gli Usa. Proprio il segretario generale dell’organizzazione, Mark Rutte, ieri ha provato a salvare capra e cavoli: le cautele degli europei e la necessità di evitare strappi con Washington. «Ovviamente siamo tutti d’accordo che lo Stretto debba essere riaperto», ha dichiarato. «Gli alleati stanno lavorando insieme e discutendo su come farlo al meglio». Il nostro ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha però ribadito l’indisponibilità a partecipare a una missione su sollecitazione statunitense o israeliana: ciò verrebbe interpretato alla stregua di un coinvolgimento nel conflitto, «non come la costruzione di un corridoio». Di qui, l’idea di coinvolgere le Nazioni Unite: «Stiamo suggerendo di utilizzare un approccio multilaterale, cioè l’Onu, di coinvolgere il mondo». È una linea che nell’Ue condividono: un alto boiardo europeo, in vista del Consiglio di oggi, ha assicurato che al vertice ci sarà «una discussione sulle possibili soluzioni» per Hormuz e ha aggiunto di aspettarsi che «anche il segretario generale dell’Onu, António Guterres, porti un paio di suggerimenti». Semmai, il problema è che al tavolo manca il protagonista: l’America.
Pare essersi guastato il clima di concordia tra il tycoon e il cancelliere tedesco. Ieri, Friedrich Merz ha affermato che avrebbe sconsigliato al presidente di iniziare le ostilità, se la Germania fosse stata consultata in anticipo. «Ecco perché abbiamo dichiarato che, finché la guerra continuerà, non vi prenderemo parte». Merz ha ugualmente manifestato l’auspicio che gli attriti non diventino «un peso sulle relazioni transatlantiche. Diremo dove vediamo le nostre preoccupazioni e dove abbiamo interessi differenti. L’Europa», ha concluso, «ha interesse a una veloce fine di questa guerra». È il senso della posizione comune di Berlino e Parigi: il ministro degli Esteri tedesco, Johann Wadephul, ha espresso preoccupazione per il «potenziale di escalation» del conflitto, «che potrebbe far precipitare non solo» il Medio Oriente, «ma il mondo intero in una gravissima crisi»; il suo omologo francese, Jean-Noël Barrot, ha ribadito che sarebbe l’«economia globale» a risentire di un ulteriore allargamento dei combattimenti. E nel Vecchio continente serpeggia un’ulteriore angoscia: che un’eventuale emergenza alimentare in Africa, come ha osservato Wadephul, inneschi «un afflusso di rifugiati».
In teoria, anche gli Stati Uniti dovrebbero augurarsi di uscire velocemente dal pantano iraniano. Sia perché un pezzo di elettorato e classe dirigente trumpiani - lo dimostrano le dimissioni di Joe Kent, il capo dell’antiterrorismo - non ha digerito la campagna a rimorchio di Benjamin Netanyahu; sia perché si avvicina il medio termine e gli auspici non sono i migliori. Ieri, JD Vance ha garantito che The Donald «non è interessato a invischiarci nel genere di pantani di lungo termine che abbiamo visto negli anni passati».
Trump, dal canto suo, fa lo smargiasso, fingendo che il blocco di Hormuz non lo riguardi. Ma ieri, per contrastare la spirale inflazionistica, è stato costretto a disporre una sospensione di due mesi del Jones act: si tratta della legge protezionista del 1920, che impone alle spedizioni nazionali di petrolio di viaggiare su navi 100% americane, il che provoca un’impennata dei costi. Gli analisti Usa prevedono incrementi prolungati delle tariffe dei carburanti. Nell’amministrazione l’inquietudine è tale che, oggi, il vicepresidente incontrerà i pezzi grossi dell’industria petrolifera per studiare rimedi al caro prezzi, benché lo giudichi un «problema temporaneo» di una guerra che «non durerà in eterno». Non l’avevano già stravinta?
Non abbiamo grosse alternative: o tappiamo le falle causate della crisi di Hormuz con le forniture russe, approfittando della sospensione delle sanzioni Usa sulle petroliere già in mare, o rischiamo il crollo dell’economia. In fondo, il passo da compiere sarebbe più formale che sostanziale: il Vecchio continente, infatti, continua a ricevere energia da Mosca. Nonostante i proclami dei dirigenti dell’Ue.
Abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno: riapriamo i rubinetti e spieghiamo alla gente come stanno le cose. È meglio perdere la faccia che finire con le zampe per aria. C’è la guerra, ci sono i rincari, c’è il pericolo concreto che sull’industria europea e sui redditi dei cittadini si abbatta il colpo di grazia, dopo anni di euromasochismi verdi. Stiamo precipitando. L’unico paracadute è quello offerto, con mossa pelosa, da Vladimir Putin? Amen. Meglio fare un favore al cattivo che schiantarsi. Tanto più se, come dimostrano i dati, sottotraccia eravamo rimasti clienti del nostro arcinemico.
Le statistiche sono eloquenti. Ad esempio, quelle sugli acquisti di gas liquefatto russo: a febbraio, l’Ue ha importato 1,54 milioni di tonnellate di Gnl dall’impianto artico Jamal Spg, localizzato nell’omonima penisola, nel villaggio di Sabetta. Territorio della Federazione guidata dallo zar. I 21 cargo giunti in Europa, 17 dei quali attraverso compagnie britanniche e greche, la Seapeak del Regno Unito e l’ellenica Dynagas, rappresentavano il 100% della produzione del sito. Già a gennaio, gli acquirenti dell’Ue si erano accaparrati il 93% del gas liquido di Jamal. A gennaio 2027, come deciso dal Consiglio europeo un mese e mezzo fa, scatterà il bando totale sul Gnl di Putin; ma fino a quel momento, chi può e ne ha bisogno, ne farà incetta. E pazienza se quei soldi contribuiranno a finanziare la campagna bellica in Ucraina. Sulla Verità, d’altronde, lo avevamo già scritto: a gennaio 2026, le ribelli Ungheria e Slovacchia non sono state le uniche a mantenere attivi i flussi di metano e greggio da Mosca; la Francia, il Belgio e la Spagna hanno ricevuto grandi quantità di Gnl. Si può fare ma non si può dire?
Si badi bene: il Cremlino traffica anche petrolio, sebbene siano entrate in vigore le nuove regole Ue, che costringono i Paesi attraverso i quali avvenivano le triangolazioni a dimostrare, prima di vendercela, che la loro merce non proviene da raffinazione di materia prima russa. Ebbene: stando alle elaborazioni del Centre for research on energy and clean air (Crea), a febbraio, almeno 17 spedizioni riconducibili all’oro nero di Mosca sono entrate nei Paesi del blocco europeo. Circa i due terzi dei prodotti importati da raffinerie di Stati quali India e Turchia sono di origine russa. Stabilire in che percentuale pesi il greggio di Putin sul fabbisogno europeo è complicato, visto che i commerci avvengono in modo indiretto, in parte tramite le flotte fantasma. Ma una stima realistica oscilla tra il 7 e il 15% del petrolio consumato nell’Ue. Sarebbe tanto drammatico aumentare la quota? Gli ucraini, che bersagliano le navi ombra nel Mediterraneo fregandosene di provocare disastri ambientali, storceranno il naso. Ma per loro non sarebbe peggio se le nazioni che li sostengono collassassero?
Intanto, Oltrecortina sghignazzano. Ieri, Kirill Dmitriev, il capo del fondo sovrano russo per gli investimenti, coinvolto nei negoziati con gli Usa per il Donbass, ha rilanciato un articolo di Bloomberg sull’impennata dei prezzi del gas, vaticinando «un disastro per l’industria e le famiglie»: «Prevediamo cifre almeno del 100% superiori a quelle ipotizzate in precedenza», ha scritto, «poiché ci vorrà del tempo prima che l’Europa inizi inevitabilmente a implorare ulteriori quantitativi di gas russo». Ci si contorcono le viscere ad ammetterlo, però potrebbe aver ragione. Di sicuro, le prospettive economiche sono tragiche; altrettanto evidente è l’ostinazione di Bruxelles nel mantenere il calamitoso approccio del fiat iustitia, pereat mundus; resta da vedere se, davvero, a un certo punto saremo costretti a cospargerci il capo di cenere. E se, quando arriverà quel momento, non sarà già troppo tardi.
Basti vedere che il premier belga, Bart de Wever, dopo i reiterati appelli a riallacciare le comunicazioni con Mosca, ieri ha dovuto precisare che le sue parole sono state decontestualizzate e che il dialogo dovrebbe essere subordinato al conseguimento di una pace giusta con Kiev: «Se si raggiungerà un accordo accettabile per l’Ucraina e l’Europa, dovremmo essere in grado di ristabilire le relazioni economiche con la Russia». In questi termini, è una banalità: ufficialmente, noi non siamo mica in guerra con la Federazione. Semmai, viste le circostanze, una linea andrebbe ripristinata subito. Invece, il presidente del Consiglio Ue, António Costa, insiste: «Verrà il giorno» in cui dovremo riparlare con i russi, ha riconosciuto, ma «non è ancora il momento giusto». Già. Aspettiamo di tappezzare il continente di pannelli solari? Di mettere in funzione migliaia di mini reattori nucleari? Di trovare una quadra sulla revisione degli Ets? Con Hormuz sotto embargo, ha senso incartarsi nelle contraddizioni del commissario all’Energia, Dan Joergensen, che ha proposto un bando totale sul petrolio russo, ma al contempo, per sbloccare il prestito da 90 miliardi, ha costretto gli ucraini a cedere e a riparare l’oleodotto Druzhba, cioè quello che porta a ungheresi e slovacchi lo stesso petrolio russo?
Un vecchio adagio recita: «Quando cambiano i fatti, cambiano le mie opinioni». I fatti sono cambiati. E se essi rovinano i piani di Bruxelles, bisognerebbe aggiornare i piani piuttosto che ignorare i fatti. È l’Unione europea o l’Unione sovietica?
Un’«Armada» si è incagliata a Hormuz. Benché il comando statunitense continui a sciorinare i numeri degli obiettivi colpiti in Iran, Donald Trump non ha fatto proprio la figura del comandante di una spedizione trionfale, quando ha chiesto aiuto agli alleati per sbloccare lo Stretto.
Con i soliti toni da smargiasso: la Nato avrà un futuro «molto negativo», ha minacciato l’altra notte, se i suoi membri non daranno una mano agli Usa. La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha poi confermato che «il presidente sta parlando con i nostri alleati in Europa e anche con molti dei nostri partner nel Golfo e nel mondo arabo per incoraggiarli a fare di più. In particolare i nostri alleati della Nato», ha insistito, «devono fare di più».
Sbloccare il canale, in effetti, è soprattutto interesse degli importatori: anche Oltreoceano i carburanti sono aumentati, ma a differenza nostra, l’America è energeticamente autosufficiente. Eppure, quella di Trump è stata vox clamantis in deserto. Un po’ perché nessuno smania per entrare nel conflitto, nemmeno dalla porta secondaria; un po’ perché nessuno si fida del tycoon, la cui strategia d’uscita dall’inferno mediorientale è quantomeno carente. I «nemici» ai quali Teheran impedisce il passaggio nel braccio di mare confidano in un negoziato.
Pare dimostrarlo la dichiarazione di Antonio Tajani: «Credo che debba prevalere la linea della diplomazia». L’Italia aveva smentito l’indiscrezione del Financial Times, secondo cui Roma e Parigi avrebbero provato a scucire concessioni dall’Iran. Emmanuel Macron, con l’omologo Masoud Pezeshhkian, ha sottolineato che «la libertà di navigazione deve essere ripristinata al più presto». Boris Pistorius, il ministro della Difesa tedesco, ha manifestato interesse soltanto per «garantire diplomaticamente» i flussi navali. Trump, ieri, ha incalzato «i Paesi le cui economie dipendono da Hormuz». «Alcuni non sono entusiasti di aiutarci», ha ammesso. «E il livello di entusiasmo per me è importante». La maggior parte di quelli che aveva chiamato in causa gli ha risposto picche. Persino Israele è stato tiepido: «Non escludo nulla», ha tagliato corto l’ambasciatore all’Onu, Danny Danon, a chi gli domandava se sarà organizzata una scorta per le petroliere.
Dal segretario generale dell’Alleanza atlantica, Mark Rutte, non sono arrivate reazioni. A escludere un ruolo della Nato ci hanno pensato l’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas (Hormuz è «fuori dall’area di intervento» dell’organizzazione); il ministro degli Esteri tedesco, Johann Wadephul (la Nato non può «assumersi la responsabilità per lo Stretto di Hormuz»); il cancelliere, Friedrich Merz («La Nato non è stata affatto consultata, è un’alleanza di difesa e non di intervento, per questo mi auguro che ci si tratti reciprocamente con il necessario rispetto»); e Keir Starmer.
Sono rilevanti i distinguo della stessa Londra, che per prima aveva evocato una sorta di spedizione dei volenterosi a Hormuz. Ieri, il premier inglese ci ha tenuto a ribadire che il Regno Unito «non entrerà in una guerra a vasto raggio». Starmer ha comunque promesso che lavorerà a «un piano collettivo sostenibile». Il Guardian aveva parlato dell’invio di droni dragamine, piuttosto che di navi con personale a bordo. «Sono molto sorpreso» dal comportamento britannico, ha commentato ieri Trump, fiducioso però in un supporto inglese a Hormuz. Nel mondo anglofono, va registrato il niet dell’Australia.
La Germania, come ha annunciato Merz, non invierà navi nello Stretto finché saranno in corso le ostilità. Stessa posizione della Francia: stando al Financial Times, l’Eliseo entrerebbe in azione solo a guerra finita. Il tycoon è convinto che Parigi «aiuterà. Su una scala da zero a dieci, Macron si è comportato da otto. Non è perfetta, ma è la Francia. Non ci aspettiamo la perfezione». Anche la Grecia, che si era fatta avanti per difendere Cipro, stavolta ha dato forfait. I Paesi Bassi - da dove proviene Rutte - hanno promesso che esploreranno «quello che è possibile». Kallas aveva suggerito di «cambiare il mandato della missione» nel Mar Rosso. Tajani ha accolto la prospettiva di un suo rafforzamento, non di un allargamento a Hormuz. È la tesi che Giorgia Meloni, in serata, ha illustrato a Quarta Repubblica, osservando che mandare navi a Hormuz sarebbe « un passo avanti nel coinvolgimento» bellico.
L’Onu si è limitata a un no comment sull’ipotesi di guidare un’operazione nello Stretto. E nemmeno l’Asia si è mobilitata. Seul, domenica, aveva comunicato di voler valutare «con attenzione» la richiesta americana. Il Giappone si è sfilato. Poi c’è il Dragone, uno dei sette Paesi cui si era rivolto il tycoon. Pechino «dovrebbe dare una mano», ha rilanciato il presidente Usa, «dato che riceve il 90% del suo petrolio proprio attraverso lo Stretto». Sembrava che vagheggiare un rinvio dell’incontro con Xi Jinping sui dazi, previsto ad aprile, servisse per dare una spinta al regime. Il segretario al Tesoro, Scott Bessent, reduce da discussioni «costruttive» a Parigi con i cinesi, lo ha però smentito: se il bilaterale venisse spostato, sarebbe per motivi «logistici». La Cina ha reiterato la richiesta di «fermare immediatamente le operazioni militari». Il sospetto è che abbia concordato con Teheran qualche salvacondotto.
Ieri, una petroliera pakistana, con un carico di greggio di Abu Dhabi, è transitata da Hormuz, diretta a Karachi. Per Marine Traffic, ciò significa che già «alcune spedizioni selezionate potrebbero beneficiare di un passaggio sicuro negoziato». Non è peregrino pensare che le diplomazie occidentali siano all’opera per addivenire a soluzioni simili.
Trump ha affidato al segretario di Stato, Marco Rubio, il compito di elencare i Paesi disposti a collaborare a Hormuz. Ma è stizzito con gli alleati: «Non abbiamo bisogno di nessuno. Siamo la nazione più forte del mondo», ha tuonato, assicurando di averli interpellati all’unico scopo di vedere «come reagiscono». «È da anni che dico che se mai dovessimo aver bisogno di loro, non ci saranno». Alla loro diffidenza hanno però concorso parecchi elementi concreti: il retroscena sui calcoli errati del presidente, sicuro di sbrigare la pratica bellica prima che gli ayatollah potessero bloccare lo Stretto; la confusione operativa, con le incertezze sull’isola di Kharg, l’incredibile trasferimento di due natanti Usa, dotati di capacità di sminamento, dal Golfo persico alla Malesia, nonché l’annuncio ambiguo del tycoon, che sostiene di aver distrutto tutte le 30 posamine dell’Iran, ma di non sapere se alcuni ordigni siano stati già collocati sui fondali. Ieri, Bessent ha segnalato che gli americani stanno permettendo il passaggio ai tanker di Teheran «per rifornire il resto del mondo. Riteniamo che ci sarà un’apertura naturale da parte degli iraniani e per ora ci va bene». Chissà se miliardi di automobilisti, alle prese con i rincari, sono d’accordo.




