C’era una volta l’Europa.
Adesso ce ne sono almeno due. C’è quella della Londra multietnica e multiculturale, con il 15% di residenti musulmani e con il sindaco Sadiq Khan, di origini pakistane, islamico, che posta sui social le sue foto del pellegrinaggio alla Mecca. E c’è quella dell’Ungheria che difende le sue radici cristiane. Anche costringendo il nuovo premier, Péter Magyar, quello che doveva riportare il sereno nei burrascosi rapporti con l’Ue dei laicisti militanti, a rimangiarsi la proposta di modificare la Carta fondamentale della repubblica, purgandola dai riferimenti alla «cultura cristiana».
Il mayor della City, sui social, si è detto «davvero onorato e fortunato per aver potuto praticare lo Hajj», il pellegrinaggio musulmano nella città santa, che tutti i fedeli devono compiere almeno una volta nella vita. «Alhamdulliah», ha scritto Khan: «Sia resa grazia a Dio». «Lo Hajj», ha continuato il sindaco laburista, in carica da dieci anni, «è un viaggio che genera un profondo cambiamento nella vita e che simboleggia eguaglianza, unità e la nostra umanità collettiva. Lo Hajj, nella sua sostanza, simboleggia l’umiltà, il perdono e la rinascita attraverso il miglioramento di sé. Ovviamente», ha promesso Khan, «ricorderò tutti i bisognosi di Londra e del mondo nelle mie preghiere e nelle mie due», le suppliche personali che i credenti rivolgono ad Allah.
Nulla di strano, nulla di riprovevole: il primo cittadino della capitale britannica non ha mai fatto mistero della propria appartenenza religiosa e non ha certo reso la città meno liberale, meno laica e meno gay friendly per il fatto di essere un seguace di Maometto. La sua visita alla Mecca è piuttosto l’emblema di una trasformazione demografica e culturale del Regno Unito. Ed è un episodio che arriva a pochi giorni dalla bizzarra cerimonia di insediamento del collega di Birmingham, la seconda città più popolosa del Paese: il Lord mayor, Zaker Choudri, di origini pakistane come Khan, si è portato in Consiglio comunale un officiante islamico, che ha deliziato l’assemblea intonando una litania. Sono fotografie di una grande metamorfosi; istantanee di una sottomissione che, per usare una formula adesso tanto di moda, non abbiamo visto arrivare. Non c’è stato bisogno di jihad, men che meno di attentati. È successo e basta, sotto i migliori auspici della politica progressista, che ci catechizzava sull’urgenza di spalancare i confini, di allargare gli orizzonti, di diventare inclusivi e di abbandonare le nostre mentalità chiuse e passatiste.
Quello della globalizzazione, tramutatasi nel grimaldello di un colonialismo al contrario, non è però l’unico modello possibile. La musica cambia parecchio, se da Londra ci si sposta più a Est. Stesso continente, altro mondo. In terra magiara, infatti, le petizioni popolari da oltre 40.000 firme e le proteste di Fidesz, il partito dello sconfitto Viktor Orbán, che comunque occupa 52 seggi in un Parlamento tutto sbilanciato a destra, hanno costretto Tisza, lo schieramento del nuovo primo ministro, a rinunciare a una delle sue promesse elettorali. Ossia, rimuovere un paragrafo che era stato aggiunto alla Costituzione, nel 2024, dall’Ufficio per la protezione della sovranità, anch’esso in predicato di essere abolito, che recita: «È dovere di tutti i corpi dello Stato proteggere l’identità costituzionale e la cultura cristiana». Magyar in persona ha dovuto farsi garante di una modifica all’emendamento abrogativo, la cui paternità, peraltro, spettava a suo cognato, il deputato Márton Melléthei-Barna.
Il premier non avrà perso il sonno per questo: nella foga di celebrare il rientro di Budapest nei ranghi europeisti, si dimentica troppo spesso che Magyar non è certo la colonna ungherese del campo largo. È un conservatore, già esponente di Fidesz, con una vita privata chiacchierata per via di presunte soperchierie sulla ex moglie, impegnato in un’opera di «de-orbanizzazione» del Paese, funzionale più all’obiettivo di dargli un’impronta personale che rispondente ad autentiche prese di posizione etiche.
Gli eurocrati potranno consolarsi con un’altra retromarcia, stavolta rispetto agli strappi di Orbán: il Parlamento magiaro, infatti, ha bloccato le procedure di ritiro dalla Corte penale internazionale, avviate dal precedente esecutivo, in polemica con l’incriminazione di Benjamin Netanyahu.
L’Ungheria non è l’unico Stato, nella parte orientale del Vecchio continente, ad aver mantenuto vivi i riferimenti al fondamento religioso della civiltà europea. Il preambolo della Costituzione polacca, ad esempio, riconosce «il ruolo del cristianesimo nel preservare la nazione». La Carta slovacca rivendica «l’eredità spirituale di Cirillo e Metodio», gli «apostoli degli slavi», i due fratelli bizantini, evangelizzatori delle regioni storiche di Pannonia e Moravia e inventori dell’alfabeto glagolitico. In modo più generico, la Repubblica Ceca allude alla «ricchezza spirituale» della sua cultura. Tali richiami hanno già provocato frizioni con le istituzioni Ue, fedeli - loro sì, in un senso paradossalmente e fanaticamente religioso - al principio della laïcité. D’altronde, quando Giorgia Meloni, durante una manifestazione del centrodestra a Roma, nel 2019, si permise di definirsi «cristiana», venne fuori un putiferio. Perché c’è Europa ed Europa. C’è l’Europa di chi si vergogna della Storia da cui proviene. C’è l’Europa di chi ne va fiero. E c’è l’Europa di chi occupa con il Corano il vuoto lasciato dal nichilismo. C’è l’Europa di San Francesco, che provava a convertire il Sultano. E c’è l’Europa dei volenterosi, sul piede di guerra con la Russia e felici dei loro sindaci che cantano insieme ai muezzin e vanno in pellegrinaggio alla Mecca. Non è nemmeno un’Europa islamizzata. È solo un’Europa che non crede più in niente.
È un Papa democristiano? È un Papa progressista, anche se un po’ meno radicale di Francesco? O è un Papa woke, come gli rinfacciano i Maga?
Dato che Robert Francis Prevost è cattolico, incasellarlo è un’operazione di discutibile riduzionismo. Ma nella sua prima enciclica, Magnifica humanitas, dedicata all’Intelligenza artificiale, Leone XIV tratteggia anche i contorni del suo pensiero politico. Che risponde a un’esigenza: salvare il realismo (cristiano) dalle distorsioni della Realpolitik.
Il pontefice, in primo luogo, contesta l’utilizzo pretestuoso del pessimismo antropologico e geopolitico per giustificare la «cultura della potenza». Al «falso “realismo”», quello che scambia «la constatazione con la rassegnazione: poiché la forza domina, conclude che deve dominare», ne contrappone uno «sano». Il realismo autentico», sostiene il vicario di Cristo, «non rinuncia a cambiare il mondo: comincia dal vedere con chiarezza interessi, paure, vincoli e rapporti di forza», ma non allo scopo di indurre una pelosa rassegnazione al «cinismo», bensì «per calcolare che cosa sia possibile ottenere e con quali passaggi». Questo approccio «non riduce la politica alla moralità», ricusando l’autonomia filosofica conquistata in età moderna, grazie al contributo pionieristico dei Niccolò Machiavelli, dei Francesco Guicciardini, dei Thomas Hobbes; «ma neppure la consegna alla violenza: cerca via praticabili perché la pace sia più di una parola, cioè istituzioni credibili, garanzie verificabili, negoziati pazienti, prevenzione dei conflitti e tutela dei civili».
In uno scritto il cui fulcro sono le sfide legate alle nuove tecnologie, il Papa non ha modo di approfondire più di tanto questi abbozzi di teoria politica. Di certo, a suo avviso, il problema del falso realismo è strettamente correlato a quello della «normalizzazione della guerra» da parte di una «cultura violenta della potenza, dove la pace non appare più come un compito da assumere, ma come un intervallo precario tra conflitti».
Diventa cruciale, allora, sottolineare la differenza che passa tra la deformazione del realismo allo scopo di legittimare l’imperialismo e il disincanto di un’analisi capace di separare il piano osservativo da quello normativo. Se, con Tucidide, si prende atto che la forza fa il diritto, non è necessario anche sposare questa posizione e - men che meno - auspicare che chi comanda vi si adegui. Conoscere il mondo per quello che è, anzi, aiuta a trovare strategie più efficaci per migliorarlo, purché entro i limiti del possibile. Non a caso, sul Machiavelli impudente consigliere di un principe senza scrupoli, si diffusero ben presto le cosiddette interpretazioni «oblique», per le quali il diplomatico fiorentino, fingendo di consegnare al sovrano un manuale sull’accrescimento amorale del potere, ne svelava invece la profonda iniquità.
Anche senza ipotizzare, alla Leo Strauss, doppi livelli di lettura, bisogna riconoscere che il nocciolo del realismo politico è sempre stato questo: partire dalla situazione di fatto, non per costruire il mondo perfetto, ma per evitare che il mondo stesso finisca in rovina. E magari per provare, con prudenza, a emendarlo. Emerge qualcosa della canonica cautela conservatrice: la convinzione che la rivoluzione sia peggio delle riforme; che l’utopia conduca al disastro; che le ottime intenzioni lastrichino la strada per l’inferno. La circospezione gnoseologica e pratica, tuttavia, non equivale all’appiattimento sulla Storia, della quale la volontà sarebbe, hegelianamente, mera spettatrice. Non occorre respingere il cambiamento; semmai, si deve dirigerlo. Anzi, come scrisse Edmund Burke, capostipite dei conservatori britannici, «uno Stato che non ha mezzi per cambiare è uno Stato che non ha mezzi per conservarsi».
Del realismo politico, è oggi più che mai urgente recuperare l’intuizione essenziale: quella che Richard Ned Lebow chiama «concezione tragica della politica» e che Robert Kaplan definisce «mente tragica». Si tratta della consapevolezza che la natura umana (in Hans Morgenthau e Reinhold Niebuhr) o la struttura del sistema internazionale (in John Mearsheimer) tendono a trascinare le comunità e gli Stati in una competizione per il primato e il prestigio, di cui la guerra è una conseguenza tutt’altro che improbabile. La politica, in una situazione del genere, ha un compito circoscritto ma fondamentale: non può aspirare a costruire un uomo nuovo, però può adattare le istituzioni in maniera che si prestino a dissolvere la prospettiva del conflitto totale. Si guardi l’ultimo saggio di Randall Schweller: un fautore del realismo «offensivo» che condanna il massimalismo ideologico americano nei confronti della Cina e propone una via per la coesistenza.
È qui, forse, che inciampa l’enciclica. Prevost bacchetta «la convinzione, errata, che la deterrenza nucleare sia condizione indispensabile di sicurezza». Non ci si può aspettare che un Papa benedica gli arsenali atomici, ma è evidente che lo spettro della mutua distruzione sia stato e rimanga un gigantesco deterrente, sebbene la proliferazione di questi armamenti alimenti la giusta preoccupazione che essi cadano nelle mani di autocrati sfrenati, oppure di terroristi. Altrettanto scricchiolante è l’elaborazione diplomatica del documento pontificia: è dubbio che il modo migliore per superare le difficoltà del nostro caotico contesto multipolare sia rinnovare le istituzioni multilaterali, dall’Onu in giù.
A Leone, comunque, non pare estranea una rappresentazione quasi girardiana - e molto realista - del dovere di perseguire la pace. Secondo il grande antropologo francese, denunciando l’innocenza della vittima espiatoria, il cristianesimo ha disinnescato il meccanismo ordinatore del sacro: il ricorso alla violenza collettiva contro un nemico quale antidoto alla violenza anarchica, distruttiva per la società. Dal Vangelo in avanti, sostiene René Girard, l’armonia può reggere soltanto se si rifiutano consapevolmente il «diritto di rappresaglia» e persino la «legittima difesa». In Magnifica humanitas, la «cultura del negoziato» e il «metodo della pace» vengono descritti esattamente come «un impegno condiviso, politico e culturale, capace di allontanare gradualmente l’umanità dalla spirale della violenza». Un’impresa che comincia, appunto, da una presa di coscienza.
È la sintesi perfetta del realismo cattolico: pensare in modo tragico per scongiurare la tragedia.
L’accordo Usa-Iran premia più la resistenza del regime che la campagna bellica di Donald Trump. Hormuz, intanto, resta chiuso fino alla firma del trattato. E nel frattempo Vladimir Putin compie una dura rappresaglia sulla capitale ucraina. Se non è una sconfitta, poco ci manca: l’accordo che si profila tra Usa e Iran conquisterebbe la pace, o comunque una lunga tregua, al prezzo di un sostanziale fallimento militare, politico e diplomatico. Con il rinvio alle calende greche della discussione sul nucleare, che è stato il casus belli, una profonda incertezza sul destino di Hormuz, il graduale sblocco di fondi congelati e il superamento delle sanzioni.
Il fiasco militare è difficile da nascondere: nonostante abbiano martellato la Repubblica islamica, gli americani non ne hanno piegato la resistenza. E se Teheran è riuscita a proteggere non solo buona parte dei suoi asset, ma anche a ricostituire in fretta le scorte distrutte, Washington ha invece svuotato i propri arsenali. È anche per questo che Donald Trump preferisce il negoziato alla ripresa delle ostilità. Le difficoltà statunitensi si stanno già ripercuotendo su alleati strategici: Taiwan e Giappone non avranno i missili che attendevano, per la somma delizia di Xi Jinping. La pessima performance della prima potenza mondiale, così, ha finito per rassicurare Pechino, alimentando le sue ambizione nell’Asia Pacifica.
Lo smacco politico attiene agli effetti del conflitto: anziché innescare un cambio di regime, la guerra ha confermato il ruolo dell’Iran quale potenza regionale, forse capace di imporre ancora il suo controllo su Hormuz. La catena di comando è stata alterata: forse, una dittatura confessionale, retta da un’élite incendiaria nelle parole ma cauta nelle azioni, è stata soppiantata a una dittatura militare i cui pretoriani, probabilmente, terranno sotto scacco il più accomodante Masoud Pezeshkian. Per Teheran non saranno rose e fiori: lo Stretto diventerà sempre meno centrale, perché i traffici commerciali troveranno sbocchi alternativi; bisognerà fare i conti con la crisi economica e con la ricostruzione. Ma se avessimo assistito a una partita di calcio, avremmo visto il Real Madrid pareggiare con il Como.
L’impasse internazionale degli Usa, ora, minaccia di ripercuotersi sulla situazione interna: Trump avrà pure attirato nel Golfo del Messico - d’America, pardon… - molte delle navi che prima transitavano a Hormuz; starà pure rendendo gli Stati Uniti esportatori netti di greggio; ma ai cittadini che voteranno al medio termine di novembre, i profitti delle compagnie petrolifere e il risiko energetico interessano meno della benzina a 5 dollari al gallone.
Sul piano diplomatico, poi, sembra non sia riuscita l’operazione di unire le monarchie sunnite contro gli ayatollah (e al fianco di Israele, nello spirito dei patti di Abramo). È forte il sospetto che l’Oman si stia spartendo la gestione delle rotte navali con gli iraniani, i cui raid hanno compromesso gli impianti di materie prime dei Paesi del Golfo e la reputazione delle loro megalopoli. È significativo che la svolta nelle trattative sia arrivata dopo le pressioni di quegli Stati.
Per carità, sul versante opposto a quello di Trump non splende il sole. La guerra ha scoperchiato almeno due vulnerabilità della Cina: anzitutto, la sua esposizione a insidiosi colli di bottiglia; in secondo luogo, la sua sostanziale indisponibilità ad assumersi delle responsabilità vere nel mantenimento della stabilità internazionale. Il Dragone continua a comportarsi da piantagrane, stando almeno alle ricostruzioni che parlano di un suo supporto logistico e militare alla Russia e all’Iran. Xi già evoca la trappola di Tucidide - l’inevitabilità dello scontro armato tra potenza in declino e potenza in ascesa - ma Pechino è ben lungi dal poter rivendicare una funzione di guida, al posto dell’egemone decaduto.
Sul futuro - tra le tante - aleggia un’incognita strategica: che ne sarà del legame storico tra Israele e Stati Uniti? Essersi lasciati trascinare da Tel Aviv in una campagna azzardata e deludente costituirà un precedente al quale aggrapparsi, per accantonare il sostegno incondizionato allo Stato ebraico? La tesissima telefonata tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu separerà le loro strade? Sono finiti i tempi dei mega resort a Gaza? Sul Medio Oriente, sia pure a spizzichi e bocconi, sorgerà un’alba diversa?




