Non c’è più un giudice alla Corte d’Appello di Roma? Sono tutti in trincea per il referendum? Davvero, pur di sabotare il governo, sono disposti a rimettere in libertà i criminali della peggior specie, compresi gli spacciatori, i rapinatori, gli stupratori e i pedofili marocchini che hanno tirato fuori dal centro per i rimpatri di Gjadër?
Ieri, Giorgia Meloni è tornata a polemizzare con le toghe, durante il suo discorso in Senato. Ha rivendicato i passi in avanti di Bruxelles sulla «revisione del concetto di Paese terzo sicuro», «l’adozione di una lista europea di Paesi di origine sicuri», «la revisione del regolamento sui rimpatri» e «la previsione esplicita degli hub in territorio extra Ue». E ha ribadito: «L’Europa ci dice chiaramente - e nero su bianco - che il governo italiano ha tutto il diritto di far funzionare i centri in Albania, proprio perché il meccanismo che abbiamo messo a punto è pienamente in linea con il diritto internazionale ed europeo. Anche se», ha aggiunto il premier, «temo che per alcuni non basterà neanche questo e che non cesseranno le ordinanze di revoca dei trattenimenti in Albania».
Nel pomeriggio, quasi in risposta alle dichiarazioni del presidente del Consiglio, sono trapelati alcuni passaggi delle controverse ordinanze dei giorni scorsi. «La richiesta di convalida del trattenimento», osservavano i magistrati della Corte romana, competente sul Cpr balcanico, «non avrebbe potuto essere pronunciata dubitando questa Corte di Appello della legittimità della disciplina del Protocollo Italia-Albania e della conseguente legge di ratifica, di cui si invoca l’applicazione, per effetto del recentissimo rinvio pregiudiziale sollevato da questa Corte di Appello il 5 e il 17 novembre scorso alla Corte di giustizia dell’Unione europea». In particolare, insistevano i giudici, «ancora oggi permangono i dubbi […] rispetto alla compatibilità con l’articolo 9 della direttiva, a norma del quale il richiedente asilo ha diritto a rimanere nello Stato membro fino all’adozione della decisione sulla sua domanda».
Proviamo a mettere ordine. La «direttiva» europea cui fa riferimento la Corte d’Appello di Roma è la n. 32 del 2013. Essa è stata il fondamento della disciplina comunitaria in materia di migrazione e lo rimarrà fino al primo luglio, quando entrerà in vigore il nuovo regolamento, adottato nel 2024. In effetti, l’articolo 9 evocato dalle toghe stabilisce che i richiedenti asilo possono «rimanere nello Stato membro […] fintantoché l’autorità accertante non abbia preso una decisione» sulla loro domanda, salvo che non abbiano presentato «una domanda reiterata». E pare non sia il caso del gruppetto di galantuomini che erano stati trasportati a Gjadër. Dunque: finché un’autorità non si pronuncia sulla richiesta di protezione internazionale, non si può rispedire a casa nemmeno un delinquente conclamato.
Per ovviare al problema, la legge con cui l’Italia ha recepito il patto con Edi Rama ha stabilito che il trattenimento nel Cpr è lecito anche se il migrante ha presentato domanda di asilo, «quando vi sono fondati motivi per ritenere» che ciò sia avvenuto «al solo scopo di ritardare o impedire l’esecuzione del respingimento o dell’espulsione», oltre che nel caso in cui egli rappresenti «un pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica». Ecco: pur senza starsi a lambiccare sull’opportunismo delle richieste di protezione internazionale, di sicuro i marocchini condannati per vari reati sono un enorme pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica. Quindi, i giudici della Corte d’Appello avrebbero dovuto autorizzare la loro detenzione in Albania? Non è così semplice.
Il guaio è che la battaglia legale sui Cpr realizzati al di là dell’Adriatico prosegue. Per due motivi: primo, perché la Corte di Roma considera incompatibile la normativa introdotta nel 2025, che consentirebbe il trattenimento nel Cpr di Gjadër anche di chi ha chiesto asilo, con la direttiva Ue del 2013, che sancisce il «diritto a rimanere», tanto da essersi rivolta alla Corte di giustizia Ue, che ha chiamato pure a stabilire se il nostro Paese avesse competenza a stipulare il Trattato con Tirana, o se non dovesse occuparsene l’Unione europea; secondo, per effetto di due interventi contraddittori della Corte di Cassazione, investita dai ricorsi della Questura della Capitale e del ministero dell’Interno contro la mancata convalida dei trattenimenti in Albania.
L’8 maggio 2025, gli ermellini avevano equiparato la struttura balcanica a quelle, analoghe, presenti sul territorio italiano. Di conseguenza, avevano confermato che era «legittimo il trattenimento del cittadino straniero» nel Cpr di Gjadër «anche dopo la presentazione della domanda». Una ventina di giorni dopo, però, la Suprema Corte aveva rimescolato le carte. E, con una seconda ordinanza, aveva deciso di sottoporre alla Corte Ue, «in via pregiudiziale», la questione della compatibilità tra il Protocollo Italia-Albania e il diritto europeo. Tra i quesiti rivolti al tribunale di Lussemburgo figura anche quello sulla legittimità della detenzione nel Cpr del migrante, la cui domanda di protezione abbia «carattere strumentale».
È qui che casca l’asino. Ed è per questo che, dinanzi ai pessimi soggetti di recente tradotti sull’altra sponda dell’Adriatico, la Corte d’Appello di Roma ha alzato le mani. Scrivendo che nessuna convalida dei trattenimenti è possibile, fintantoché la questione rimarrà pendente dinanzi ai giudici dell’Ue.
È un cavillo per sabotare quella che a Bruxelles chiamavano la «soluzione innovativa» della Meloni alla piaga dell’immigrazione incontrollata? Può darsi. È una beffa, considerando che si discute di una direttiva europea destinata a essere abrogata fra tre mesi? E che il prossimo regolamento ridimensiona il «diritto a rimanere», prevedendo esplicitamente, ad esempio, delle eccezioni, qualora la presenza dello straniero pregiudichi «l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale»? Senza dubbio.
Fatto sta che sono i magistrati ad applicare le leggi e che la Cassazione, in virtù della sua funzione nomofilattica, ne fissa i criteri dell’interpretazione uniforme. A meno che non dica e disdica nel giro di un mese…
Per di più, il verdetto lussemburghese non è atteso a breve: il 24 marzo è fissata un’udienza, ma non dovrebbe arrivare la sentenza definitiva.
A questo punto, il governo ha due strade: continuare a portare migranti a Gjadër, sapendo che i trattenimenti non saranno convalidati; oppure scortare i clandestini, specie quando si sono macchiati di reati gravi, nei Cpr della Penisola. Qui, i giudici non hanno gli stessi appigli formali che possono invocare sull’Albania. E il giro di vite impresso dall’Europa dovrebbe finalmente facilitare i rimpatri. Per il centrodestra sarebbe una sconfitta tattica, certo. Ma di breve durata. All’orizzonte, si profila una vittoria strategica. Per una volta, si potrebbe scardinare persino il catenaccio delle toghe rosse.
Trump si gioca il «jolly» Putin per frenare i costi energetici e sgambettare ancora la Cina
Dalle acque bollenti del Golfo Persico a quelle ghiacciate che bagnano l’Alaska, il passaggio non è più lungo di una telefonata. Come quella di lunedì sera tra Donald Trump e Vladimir Putin. Ed è significativo che a comporre il numero del Cremlino sia stato l’inquilino della Casa Bianca: in pubblico, il presidente americano elogia la campagna militare in Iran, che sarebbe in anticipo sui tempi, anzi, è «quasi finita»; sottotraccia, nell’amministrazione serpeggia l’angoscia per le conseguenze politiche di un conflitto senza una chiara strategia d’uscita. Mentre Benjamin Netanyahu insiste per combattere a oltranza, l’establishment repubblicano inorridisce di fronte al prezzo della benzina, già passato a quasi 3 dollari e 50 al gallone dai 2,30, o in alcuni casi gli 1 e 99, di cui Trump si era vantato nel suo discorso sullo stato dell’Unione. Ecco perché lo spirito di Anchorage, con la stretta di mano allo zar dell’agosto 2025, più che per risolvere la crisi in Ucraina, può adesso diventare un jolly nella delicata partita che si gioca attorno agli idrocarburi. E anche nella competizione a distanza di Washington con la Cina. Che osserva la potenza militare a stelle e strisce con la mente a Taiwan.
Pechino acquista più della metà del suo oro nero in Medio Oriente. E quei barili transitano dallo stretto di Hormuz. Guarda caso, il regime di Xi Jinping ha provato a trattare con gli ayatollah un salvacondotto per le proprie petroliere. Se fossero confermate le minacce dei pasdaran, presto dovrebbe farsi consegnare pure la mappa delle mine che Teheran intenderebbe piazzare. I cinesi possiedono scorte per tre-quattro mesi, ma dopo il blitz degli statunitensi in Venezuela, Paese dal quale importavano circa il 5% del loro fabbisogno, il mercato alternativo più sicuro è la Russia. In un frangente così delicato, Putin avrebbe margine per scucire prezzi vantaggiosi. Dopodiché, Mosca è consapevole che la sostituzione dello sbocco europeo con quello asiatico comporta un onere: diventare, da potenza in declino ancorché gigante delle risorse naturali, vassalla della Cina.
È su questi timori che deve aver fatto leva Trump, nel tentativo di portare un po’ di sollievo sui mercati. L’esca l’aveva fornita il leader russo, offrendo al Vecchio continente la riapertura dei rubinetti di gas e petrolio, purché a fronte di una «collaborazione a lungo termine». Il tycoon ha raccolto l’assist e ha confermato la disponibilità a rinunciare «ad alcune sanzioni legate al petrolio per ridurre i prezzi», anche se, stando alla ricostruzione del portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, i due presidenti non hanno discusso a lungo della questione. Di sicuro, il focus del loro confronto non è stato il destino del Donbass, tanto che The Donald, sempre secondo la parte russa, non avrebbe chiesto il cessate il fuoco in Ucraina. Mosca ha ribadito di essere pronta a «fornire assistenza» per una rapida risoluzione della crisi in Medio Oriente. Putin, anzi, avrebbe presentato delle proposte a Trump, che Peskov non ha voluto «specificare ulteriormente». Forse, gli sforzi di mediazione hanno iniziato a concretizzarsi già ieri, quando il ministro degli Esteri dello zar, Sergej Lavrov, ha sentito l’omologo iraniano, Abbas Araghchi. Con quest’ultimo, ha definito «aggressione ingiustificata» la campagna bellica di Usa e Israele, ma ha pure espresso preoccupazione per la «frattura» che si sta aprendo tra Teheran e gli Stati del Golfo, oltre al «rammarico per il fatto che i civili e le infrastrutture civili in molti Paesi della regione stiano soffrendo a causa dei combattimenti». Non è difficile cogliere un’allusione agli attacchi contro le raffinerie e al blocco dei traffici via Hormuz. Putin, poi, ha contattato Masoud Pezeshkian: col presidente iraniano ha invocato «una rapida de-escalation».
La mano tesa di Trump è segno di debolezza. Gli Stati Uniti hanno bisogno di sfilarsi in fretta da una guerra a trazione ideologica israeliana. Ma The Donald conosce le vulnerabilità di Putin, che non è isolato però non è esattamente in buona compagnia con Xi; e che sul suo fronte di guerra, negli ultimi mesi, ha ricominciato a perdere terreno in favore della resistenza ucraina. Ingolosirlo con la prospettiva del reintegro nel sistema occidentale, che era uno dei punti dell’intesa negoziata in Alaska, potrebbe distoglierlo dalla tentazione denunciata ieri da Volodymyr Zelensky: «Aumentare i rischi di una guerra prolungata in Medio Oriente, al fine di ridurre al minimo la pressione internazionale sulla Russia per la guerra contro l’Ucraina». Trump ha dato allo zar una finestra, sorvolando sul supporto d’intelligence russo ai bombardamenti iraniani, il segreto di Pulcinella che il Cremlino ha negato con il tycoon e che, ieri, non ha commentato. Ora Putin deve scegliere: stare al gioco degli Usa e allontanarsi dalle fauci del Dragone; oppure mantenere la linea oltranzista, sapendo che dopo le batoste di Damasco e Caracas, difendere fino alla fine Teheran potrebbe tradursi nell’ennesimo smacco strategico.
In mezzo ai due fuochi, c’è l’Europa. Che per la verità continua a comprare dai russi sia il petrolio sia il Gnl, del quale sono i principali acquirenti Belgio, Spagna e Francia. Il presidente del Consiglio Ue, António Costa, ha fiutato l’aria che tira: «Finora», ha lamentato, «c’è un solo vincitore in questa guerra: la Russia», che lucra sull’aumento dei prezzi dell’energia e «trae vantaggio dalla ridotta attenzione al fronte ucraino». Per Bruxelles, il pericolo cinese sembra non esistere. Lo dimostrano i numeri sul commercio dei primi due mesi dell’anno: l’export di Pechino verso l’Ue è aumentato del 27,8%. Dopo le acque del Golfo e le acque artiche, c’è l’acqua della colonia che stiamo per diventare.
«L’Europa non può più essere un custode del vecchio ordine mondiale, di un mondo che se n’è andato e non tornerà». Con i loro tempi, a Bruxelles hanno attraversato le cinque fasi del lutto. Adesso sono arrivati all’ultima: l’accettazione. Così, ieri, Ursula von der Leyen ha potuto arringare gli ambasciatori dell’Ue, invitandoli a considerare che «non possiamo più fare affidamento» sul beneamato «sistema basato sulle regole» e che occorrono nuove strategie «per difendere i nostri interessi».
«Il nostro sostegno alle Nazioni Unite e alla sua Carta», ha giurato la presidente della Commissione, «è parte essenziale di ciò che siamo». Ma se sullo scacchiere i nobili principi sembrano vigere soltanto a uso e consumo dei più forti, è inutile arrovellarsi sulla questione della legittimità dell’intervento di Usa e Israele in Iran: «Non si dovrebbero versare lacrime per il regime che ha inflitto morte e imposto repressione», ha tagliato corto la tedesca. D’altronde, l’Onu «ha bisogno di riforme» e gli europei devono darsi un obiettivo al passo con l’epoca: «Diventare più resilienti, più sovrani e più potenti». Colpo di scena: i burocrati dell’Unione ci hanno portati sull’orlo del baratro, consegnandoci ai dogmi delle «transizioni» assortite, che ci rendono tanto vulnerabili agli choc e, in prospettiva, non riducono, anzi, aggravano la nostra esposizione strutturale ad attori potenzialmente ostili; eppure, con nonchalance, questi stessi soloni salgono in cattedra. E discettano di una politica di potenza per l’Ue.
Come Ursula, anche Kaja Kallas. Da un lato, l’Alto rappresentante ancora vagheggia la possibilità di «ripristinare il diritto internazionale»; dall’altro, dinanzi al servizio diplomatico europeo, ha ammesso, sulla scorta delle recenti dichiarazioni di Giorgia Meloni, che «i principi che hanno guidato sinora le relazioni internazionali non sono più validi». Chi lo avvisa, Sergio Mattarella? «In questo contesto», ha spiegato la Kallas, «per promuovere gli interessi dell’Unione europea, è fondamentale guardare a una prospettiva più ampia». Quale? A parte le «intese sulla sicurezza con Australia, Islanda e Ghana», nonché la «modernizzazione» delle delegazioni Ue nel mondo, le priorità dell’estone rimangono quelle dei reduci dell’Urss: allargare a Est l’Unione per contrastare «l’imperialismo russo» e - udite udite - trasformare Bruxelles nell’«intermediario tra la produzione industriale dell’Ucraina» di intercettori di droni «e le esigenze militari dei Paesi del Medio Oriente». Luminoso futuro: diventare piazzisti delle armi di Volodymyr Zelensky. Come tutti i bravi broker, prenderemo le commissioni? In fondo, la Von der Leyen è stata chiara: «Il commercio non è solo economia, è potere».
La declinazione della nuova Realpolitik europea deve ancora essere definita nei dettagli. Però i contorni sono delineati. Sempre in una direzione si va a parare: eliminare il requisito dell’unanimità in Consiglio. «Non possiamo più permetterci il lusso del tempo per prendere decisioni nel modo in cui le abbiamo sempre prese e aspettarci che il mondo capisca», ha ammonito la presidente dell’Europarlamento, Roberta Metsola. «Dobbiamo chiederci se le nostre istituzioni e i nostri processi decisionali, pensati per un mondo di stabilità e multilateralismo, tengano il passo con la velocità del cambiamento che ci circonda», ha rincarato la dose la Von der Leyen. La conseguenza del processo riformatore sarebbe un’ulteriore spinta centralista, destinata a mettere gli Stati contro la cabina di comando situata nei palazzi belgi: più sovranità europea significa meno sovranità nazionale. E nemmeno i più entusiasti paladini dell’Unione sono davvero d’accordo.
Ieri, Politico citava il malcontento di alcune cancellerie nei confronti del protagonismo di Ursula, che già era stata apertamente criticata dalla presidente dello Scudo democratico europeo, la transalpina macroniana Natalie Loiseau: «Sulla base di quali informazioni, quali servizi diplomatici, quali competenze e quale mandato fa queste telefonate?», aveva tuonato subito dopo la chiamata ai leader del Paesi del Golfo, la settimana scorsa. Non è un caso che un secondo affondo sia arrivato ieri ancora dalla Francia: il ministro degli Esteri, Jean-Noël Barrot, ha invitato la Commissione ad «attenersi rigorosamente» ai trattati nell’esercizio delle proprie funzioni. Si sa che, quando parla di Ue, Parigi parla di sé. La Francia è l’unico Paese del Vecchio continente ad avere la capacità di proiettare la propria forza militare sulle lunghe distanze e, in questa guerra, intende portare avanti la sua agenda senza interferenze da Bruxelles. Ci ha già provato in Ucraina: l’iniziativa dei volenterosi, che Von der Leyen e compagnia hanno dovuto elogiare, viaggiava su binari paralleli rispetto a quelli dell’Ue. Comunque, pure la Germania preferisce fare da sola.
Dopo mesi di celebrazioni del Critical raw materials act, la normativa europea del 2024 che dovrebbe mettere al sicuro le catene di approvvigionamento strategiche, secondo il Financial Times, Berlino starebbe valutando di creare un meccanismo alla giapponese per limitare la dipendenza dalla Cina e garantirsi l’accesso alle materie prime critiche. I grandi gruppi industriali tedeschi, tra cui Bmw e Rheinmetall, starebbero lavorando con le associazioni di settore per creare un’agenzia dedicata all’acquisto congiunto di terre rare e litio, come fa la Japan organization for metal and energy security (Jogmec).
Peccato: proprio adesso che l’Europa ha capito tutto, nessuno si fida più di lei.





