È il momento di JD Vance. Mentre Donald Trump concordava la tregua con l’Iran, il vicepresidente americano era in Ungheria a sostenere Viktor Orbán. Ma il fiasco mediorientale, un fardello sul groppone del tycoon e del segretario alla Difesa, Pete Hegseth, renderà l’ex «montanaro» protagonista della prossima fase.
Vance sarà alla guida della delegazione statunitense incaricata di trattare con il presidente del Parlamento di Teheran, Mohammad Bagher Ghalibaf. La Casa Bianca lo ha confermato in serata, dopo qualche titubanza di Trump. Le controparti si fidano più di lui che di Jared Kushner, il genero ebreo di The Donald, e di Steve Witkoff, l’inviato speciale non sempre allineato a Benjamin Netanyahu, ma di incrollabile fede sionista: il regime sciita li accusa di aver travisato le sue posizioni.
Vance raccoglierebbe così i frutti della sua coerenza: stando alla ricostruzione pubblicata sul New York Times da Jonathan Swan e Maggie Haberman, egli è stato l’unico a opporsi apertamente alla guerra, durante le riunioni nella Situation room alle quali erano presenti i vertici dell’amministrazione, il capo della Cia, John Ratcliffe, e quello dell’esercito, Dan Caine. I reporter, che dedicheranno alla vicenda una parte del loro libro in uscita a giugno, hanno svelato che il premier israeliano aveva iniziato a premere su Trump dal suo viaggio a Washington, lo scorso 11 febbraio. Bibi, ricevuto con tutti gli onori, avrebbe garantito che il popolo iraniano, con la spintarella dei raid e qualche intervento ad hoc dell’intelligence, era pronto a rovesciare il regime. La Repubblica islamica si sarebbe trovata in una posizione di tale debolezza, che in breve gli alleati avrebbero potuto distruggere le sue capacità balistiche, senza che il nemico avesse il tempo di bloccare lo Stretto di Hormuz. Lo scenario non aveva convinto quasi nessuno: Ratcliffe lo considerava «farsesco»; il segretario di Stato, Marco Rubio, ha definito quelle del premier israeliano «stronzate». L’unico sostenitore entusiasta dell’impresa militare era Hegseth. Eppure, alla fine, soltanto Vance (assente l’11 febbraio) ha avuto il coraggio di bocciare l’idea di un conflitto su larga scala. Nemmeno il generale Caine, pur avendo avvisato il tycoon sul rischio che gli Usa consumassero le scorte di missili e intercettori, avrebbe dato parere negativo all’operazione. «Tutti si sono rimessi agli istinti del presidente», hanno scritto Swan e Haberman. Quello del New York Times non è l’unico addebito dei media nazionali al numero uno del Pentagono. Sul Washington Post è comparso un lungo articolo che citava funzionari dell’amministrazione, secondo cui «Pete non racconta la verità al presidente». Hegseth ieri ha tentato di vendere gli strabilianti risultati dei 40 giorni di bombardamenti: ha dichiarato che Teheran è stata «umiliata e demoralizzata»; che non avrà mai l’atomica; che Mojtaba Khamenei è «ferito e sfigurato»; ha proclamato che l’America ha ottenuto una «storica vittoria sul campo», che Trump è un «presidente della pace», che avrebbe potuto «paralizzare l’intera economia iraniana in pochi minuti, ma ha scelto la clemenza». Ha ripetuto persino la bufala del controllo dei cieli, sapendo che un conto è la superiorità aerea - indiscussa - e un conto è il dominio aereo. Questo, gli aggressori non l’hanno conseguito, almeno al di sotto di certe quote: altrimenti, i caccia non sarebbero stati abbattuti. Ciò non significa che per l’Iran la guerra sia stata una passeggiata: forse non è stato distrutto «circa il 90% dell’industria militare» - ciò che ha sostenuto il generale Caine - però i danni all’apparato produttivo sono stati pesantissimi. E ricostruire richiederà anni, anche se fosse vero che a disposizione ci sono ancora «15.000 missili e 45.000 droni», come hanno comunicato martedì i pasdaran agli Usa. Ma già solo considerare un punto di partenza «ragionevole» - parola di Trump - il piano in dieci punti degli ayatollah, per gli Usa significa ammettere una sostanziale sconfitta strategica.
Deve averlo capito Dan Driscoll, segretario dell’Esercito e amico personale di Vance: sembrava che la sua testa sarebbe stata la prossima a saltare, dopo quella del capo di Stato maggiore, Randy George, altro uomo vicino al vicepresidente. Invece ieri, al Washington Post, Driscoll ha garantito: «Non ho in programma di lasciare o dimettermi». D’altronde, già da un po’ di giorni Hegseth, constatato lo stallo in Medio Oriente, teme per il proprio incarico. È improbabile che Trump lo siluri, specie dopo due rimozioni pesanti come quelle di Pam Bondi, ex ministro della Giustizia, e Kristi Noem, ex segretario alla Sicurezza interna. In ogni caso, il suo scranno non è il più solido nell’esecutivo.
The Donald non lo ammetterebbe mai, ma è probabile che si sia reso conto del raggiro di Netanyahu e dei sionisti evangelici, di cui Hegseth è un esponente di spicco. Il tycoon fatica a dissociarsi dallo Stato ebraico, tanto che la Casa Bianca ha comunicato che il fronte libanese era escluso dall’accordo per il cessate il fuoco. Ma la realtà sta dando ragione alle cautele espresse dai cattolici dell’amministrazione: Rubio, forse troppo «ambivalente», ha notato il New York Times, nel suo atteggiamento sull’Iran; e Vance, ligio all’orientamento della base Maga, che disprezza l’avventurismo bellico. Gli ultimi sondaggi, peraltro, mostrano che l’opinione pubblica è ormai al 60% contraria alle politiche di Tel Aviv.
Ieri, da Budapest, il vicepresidente parlava da capo negoziatore. Se gli sciiti «sono disposti a collaborare con noi in buona fede», ha commentato, «credo che possiamo raggiungere un accordo». Vance ha rimesso la testa pure sull’altra guerra, quella tra Mosca e Kiev, la «più difficile da risolvere»: «Sono abbastanza ottimista», ha detto, «perché ha smesso di avere senso. Vale la pena continuare a combattere per pochi chilometri, al costo di centinaia di migliaia di vite e di anni di crisi economica ed energetica? Per noi la risposta è no. Ma servono due parti: noi possiamo aprire la porta, ma russi e ucraini devono attraversare la soglia». Hegseth potrebbe concordare: nel Donbass non c’è un Santo Sepolcro da dare in appalto a Israele.
«Tutti i concetti più pregnanti della moderna dottrina dello Stato sono concetti teologici secolarizzati». Lo scrisse Carl Schmitt nel 1922. Ci aveva visto lungo. Anche dietro la guerra in Medio Oriente non ci sono soltanto interessi economici. Oltre alla materia, c’è lo spirito. La religione. Dal lato dell’Iran, certo, il cui regime teocratico lotta per sopravvivere. Dal lato di Tel Aviv, che insegue senza più remore il sogno del Grande Israele, come proclamò Benjamin Netanyahu nell’agosto del 2025. E pure dal lato americano.
Nell’amministrazione Usa si è innescato un duello, essenzialmente teologico-politico, tra le anime del trumpismo: il conservatorismo di JD Vance, sovranista, isolazionista, ma cattolico, stavolta alleato del concorrente neocon Marco Rubio, anche lui discepolo (meno fervente) della Chiesa di Roma; e il sionismo protestante di Pete Hegseth, il capo del Pentagono, un evangelico convinto che la campagna bellica statunitense sia una riedizione delle crociate. Lui, che si è tatuato la scritta Deus vult, motto dei cavalieri del Santo Sepolcro.
Né Vance né Rubio erano favorevoli a bombardare l’Iran. Entrambi coltivano ambizioni presidenziali e non vogliono disastri sul groppone. Il segretario di Stato ha addossato esplicitamente le responsabilità del conflitto a Israele. Hegseth, invece, si è speso per convincere il presidente che la vittoria sarebbe stata totale e veloce. Tanto zelo potrebbe spiegare la sorpresa della Casa Bianca dinanzi al prevedibile blocco di Hormuz. Le difficoltà hanno messo il numero uno del Pentagono, per cui i dem invocano l’impeachment, in una posizione scomoda. Il timore di essere silurato da un furibondo Trump lo avrebbe spinto ad avviare un repulisti nel suo ministero, cominciato dalla rimozione del generale Randy George, capo di Stato maggiore dell’esercito e vicino a Vance. È stata l’ultima di una serie di esibizioni muscolari. Per il triduo pasquale, il Pentagono ha organizzato solamente celebrazioni protestanti. Nessun servizio liturgico per il personale cattolico. È un dettaglio? Semmai, il culmine di un percorso iniziato un paio di mesi fa, quando il segretario alla Difesa aveva portato al dicastero in Virginia il pastore Douglas Wilson. Un evangelico ultranazionalista che vorrebbe bandire le manifestazioni pubbliche della «superstizione» cattolica, tipo le processioni in onore di Maria.
La radicalizzazione ha alimentato inevitabili attriti con il Vaticano: The Free Press, qualche giorno fa, ha riferito di un incontro tenutosi a gennaio, sempre al Pentagono, con alcuni diplomatici della Santa Sede. Agli emissari della Chiesa sarebbe stato intimato di schierarsi apertamente al fianco degli Usa. Alcune scene inquietanti - i predicatori evangelici che impongono le mani sul presidente nello Studio ovale, o le invocazioni del solito Hegseth a Dio affinché conduca l’America al trionfo - hanno finito per convincere il Papa a mobilitarsi. Leone XIV - un americano - ha sentito Trump per invocare la pace e ha ribadito che Dio «non ascolta la preghiera di chi fa la guerra». L’altro ieri, persino The Donald ha dovuto ammettere: «A Dio non piace quello che sta succedendo». Dall’Ungheria, Vance, non senza imbarazzo, ha tentato di salvare capra e cavoli: «Spero che Dio sia d’accordo con la decisione che l’Iran non dovrebbe avere un’arma nucleare», ha detto. Ieri sera, da Castel Gandolfo, il pontefice ha tuonato: la minaccia di distruzione all’Iran e al suo popolo «non è accettabile». Ma se il tycoon ha tolto l’elmetto all’Altissimo, Hegseth ha perseverato nel delirio mistico, stabilendo un grottesco parallelo tra la risurrezione di Cristo e il recupero del pilota dell’F-15, «abbattuto il Venerdì Santo, nascostosi in una grotta per tutto il sabato e salvato domenica».
Il Vaticano è reduce da tensioni anche con il governo israeliano, dopo l’incidente della Domenica delle Palme al Santo Sepolcro. La geografia dei dissidi è dunque composita ma intelligibile: i protestanti che appoggiano Trump sono esponenti di quel «cristianesimo sionista» che - lo rilevarono quasi vent’anni fa i politologi John Mearsheimer e Stephen Walt - è una componente della «lobby israeliana» capace di influire, non sempre con esiti felici, sulla politica estera degli Usa. Netanyahu, non diversamente dai suoi predecessori, la sfrutta a suo vantaggio. I conservatori cattolici ne sono agli antipodi. E Trump?
Il presidente-narciso deve essere stato irretito dai santoni che lo hanno divinizzato e gli hanno promesso la redenzione. L’andamento del conflitto lo ha destato: è apparsa sempre più evidente la sua volontà di tirarsi fuori dal pantano. Lo testimonierebbe l’idea di sostituire, in qualità di negoziatori, il duo Steve Witkoff e Jared Kushner (il genero ebreo) con Vance. In assenza del Signore degli eserciti, rimane solo la diplomazia.
Per risolvere un problema che prima non c’era (il transito da Hormuz), si rischia di aggravarne un altro che andava risolto (il nucleare iraniano): è il disgraziato epilogo verso cui sta precipitando la guerra di Donald e Bibi. Teheran ha compreso di poter sfruttare con profitto il suo formidabile strumento di pressione.
Così, dopo aver annunciato l’introduzione di un sistema di pedaggi, Abbas Goudarzi, portavoce della presidenza del Parlamento iraniano - la casella istituzionale nella quale gli Usa avevano individuato un interlocutore «ragionevole», Mohammad Bagher Ghalibaf - ha messo in chiaro che lo Stretto «non tornerà mai allo status che aveva prima», essendo ormai diventato un «vantaggio strategico nelle nuove condizioni di sicurezza».
Una mossa del genere si tradurrebbe in un’inflazione perenne sulle fonti energetiche, per non parlare del commercio di fertilizzanti, la cui contrazione prefigura una crisi alimentare globale dalla quale sorgerebbe, con una reazione a catena, una bomba migratoria dall’Africa, che ovviamente scoppierebbe in mano all’Europa. Intanto, chi acquista oro nero e gas liquefatto, anche a ostilità cessate, dovrebbe mettere in conto un aggravio permanente dei costi, legato alle tariffe imposte ai «caselli» degli aytollah: secondo Al Jazeera, solo alle nazioni alleate sarebbe garantita la navigazione gratuita (sarebbe il caso dell’Iraq, esentato ieri da ogni restrizione); a quelle ostili, Hormuz rimarrebbe interdetto; quelle «neutrali» dovrebbero versare un tributo. Stando alla ricostruzione di Bloomberg, la gabella ammonterebbe a 1 dollaro per ogni barile di greggio trasportato. Una petroliera ne può caricare anche più di 2 milioni: i mullah, insomma, avrebbero trovato una comodissima fonte di finanziamento. I siti Internet nazionali gongolano e spiegano che, con i soldi, verranno riparate le infrastrutture danneggiate da America e Israele.
È altrettanto chiaro che, per rinunciare all’esazione, Teheran pretenderebbe una contropartita sostanziosa. Il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, elogiando la mediazione del Pakistan, ha evocato «condizioni per una fine definitiva e duratura» della guerra. Un dettaglio succoso è emerso dalle fonti diplomatiche citate da alcune agenzie di stampa russe: a parte le richieste già note, come il versamento delle riparazioni belliche da parte degli aggressori e la garanzia affidabile di non subire nuovi attacchi in futuro, tra i diktat iraniani vi sarebbe il riconoscimento della legittimità del programma nucleare a scopi pacifici. Dovrebbe essere una proposta inaccettabile per Benjamin Netanyahue Donald Trump, il quale, infatti, ieri ha rilanciato un ultimatum di 48 ore per Hormuz. Lui ha perso credibilità, però la ragione dichiarata del conflitto stava proprio nei tentativi del nemico sciita di dotarsi di un arsenale atomico, sforzo al quale i progetti per i reattori a uso civile venivano considerati connessi e subordinati. Salvo un improvviso tracollo del gruppo dirigente della Repubblica islamica, più passano i giorni e più le opzioni si riducono, specie per l’inquilino della Casa Bianca: le elezioni di medio termine paiono compromesse, il brent continua ad aumentare e la spirale dei prezzi travolge i consumatori statunitensi, benché il Paese non dipenda dalle forniture del Golfo. Le leve che ha in mano il tycoon, peraltro, sono meno agevoli di quelle dell’Iran: si inseguono voci sull’impiego - senza precedenti - di piccole cariche atomiche per distruggere i siti nucleari ultraprotetti; e rimane la minaccia dell’invasione di terra, che sarebbe un bagno di sangue per i Marines e la cui riuscita è tutt’altro che scontata. Per prendersi gioco delle mire di Trump sul cruciale avamposto di Kharg, Teheran ha fatto sapere che le esportazioni di petrolio dall’isola «non solo non sono diminuite, ma sono aumentate». È un’informazione da prendere con le pinze, ma rende bene l’idea del sorprendente squilibrio che potrebbe vanificare l’enorme capacità offensiva di due delle principali potenze militari mondiali. Tanto più che, sui mercati sotto choc, incombe pure lo spettro degli Huthi: ieri, Ghalibaf, con un post su X, ha alluso alla chiusura dell’altro Stretto, quello di Bab el-Mandeb, sul Mar Rosso.
La situazione a Hormuz segue una sua logica. Non vige un embargo totale; in linea con l’approccio della leadership iraniana, sussistono dei via libera selettivi. Ieri, ad esempio, è stato concesso l’attraversamento a navi umanitarie; sarebbe permesso il transito anche a chi trasporta «beni essenziali», anche se non è chiaro di quali merci si tratti. Si noti che, come ha riportato il New York Times, l’Italia aveva suggerito una missione delle Nazioni Unite per proteggere quel tipo di convogli. Al contrario, una portacontainer che, per i pasdaran, era «legata al regime sionista», è stata presa di mira da droni, che hanno provocato un incendio a bordo: è la Msc Ishyka, con bandiera liberiana, di proprietà di Pasithea Oceanway Ltd e gestita da una compagnia cipriota. Hanno avuto luce verde una nave indiana carica di Gpl e una petroliera turca, il secondo natante di Ankara transitato in quelle acque da quando è cominciata la guerra. L’India aveva già trattato un salvacondotto. Addirittura - lo ha confermato Nuova Delhi stessa - ha ripreso gli acquisti di petrolio dall’Iran, cosa che non accadeva dal 2019. Non proprio un successo strategico per The Donald. La Turchia ha dovuto difendersi, tramite i sistemi Nato, da alcuni missili iraniani diretti nel suo spazio aereo. Ma sebbene abbia condannato i bombardamenti negli Stati sunniti, temendo una faida nel mondo musulmano che farebbe aggio a Tel Aviv, Recep Erdogan, reduce da una telefonata con Vladimir Putin, non è di sicuro ostile agli ayatollah. Dallo Stretto, nei giorni scorsi, sono passati anche una nave di proprietà francese, una metaniera nipponica e delle navi omanite: proprio Mascate avrebbe attivato un percorso radente le sue coste, in seguito a contatti con l’Iran.
Sono elementi che concorrono a confermare il quadro: la coalizione dei volenterosi è ridotta alle dichiarazioni d’intenti; le sue opzioni militari sono impraticabili; all’Onu, Parigi, Mosca e Pechino hanno messo il veto su qualsiasi azione di forza, mentre il voto sulla risoluzione che darebbe mandato per ricorrere a «mezzi difensivi», ieri, è stato rinviato una seconda volta, alla prossima settimana; per adesso, naviga solo chi accetta di negoziare. Trump ha ottimi motivi per provare una «furia epica».




