- Il mezzo navale, deviato dalle difese russe, si è «autodistrutto» nel porto civile di Costanza. Ma a differenza che per la città colpita da un velivolo di Mosca, nessuno ora invoca l’articolo 4 Nato. Nuove proteste polacche per l’unità dedicata da Kiev ai nazisti dell’Upa.
- Vladimir Putin risponde alla lettera dell’omologo'ucraino: «Missiva maleducata, vuole solo fermare la nostra offensiva». Domani Volodymyr Zelensky sarà a Londra con Keir Starmer, Emmanuel Macron e Friedrich Merz. Il premier inglese: «La Russia può attaccarci nel 2030».
Lo speciale contiene due articoli
Ci sono droni buoni e droni cattivi. Ieri, alla Romania, è toccato quello buono: un drone navale ucraino. È stato scoperto in mattinata nel porto civile di Costanza, vicino alla sede dell’Agenzia per il salvataggio della vita umana in mare e si è «autodistrutto» - tipo i gadget di James Bond - intorno alle 10.30 ora locale, le 9.30 italiane. Al momento dell’esplosione, l’area nei pressi della banchina 78 era stata già isolata dal Sri, il servizio d’intelligence interno, dalla Guardia costiera e dal ministero della Difesa. Come ha spiegato il presidente rumeno, Nicusor Dan, c’erano infatti «informazioni che il drone sarebbe esploso».
Eventuali altri apparecchi alla deriva, ha aggiunto, «saranno localizzati e non raggiungeranno la costa». Tutto sotto controllo: stavolta - a differenza che una settimana fa, quando un velivolo senza pilota russo, deviato dalle difese ucraine, aveva colpito un edificio a Galati, ferendo due persone - non c’è bisogno di invocare l’articolo 4 del Trattato Nato, sulle minacce all’integrità territoriale e alla sicurezza di uno Stato membro. L’Alleanza, avvisata dell’«incidente», si limita a «monitorare». «Tali situazioni particolarmente gravi», ha concluso Dan, «sono le conseguenze dirette della guerra di aggressione scatenata dalla Russia contro l’Ucraina». In parole povere: è stato Putin.
È la stessa interpretazione di Ursula von der Leyen e Kaja Kallas. La presidente della Commissione Ue, su X, non ha citato manco per sbaglio Kiev. Ha invece condannato «la guerra della Russia», mandando fuori di testa il solito, colorito Dmitry Medvedev, che su Telegram l’ha insultata chiamandola «carogna» e «scema termonucleare». La guerra, ha osservato nel frattempo l’Alto rappresentante di Bruxelles, «sta sconfinando sempre più spesso all’interno del territorio dell’Unione europea».
Sia chiaro: se Vladimir Putin non avesse avviato la cosiddetta «operazione speciale», nessun drone arriverebbe in Romania e nessuna scheggia piomberebbe sulla Polonia. Dopodiché, il doppio binario rimane una bizzarria da propaganda bellica: se un drone salta in aria, ai fini dell’incolumità di chi si trova nei dintorni, fa poca differenza se sulla fusoliera c’è disegnata una «Z» oppure una bandiera gialloblù. Ed è ovvio che entrambi i belligeranti tentino di respingere quelli diretti contro di loro.
Va detto che la Marina di Volodymyr Zelensky è stata piuttosto solerte nel segnalare che il sommergibile faceva parte del suo arsenale: «Durante lo svolgimento di missioni nella zona operative del Mar Nero», ha comunicato, «uno dei droni della Marina militare ucraina, sotto l’effetto dei mezzi della guerra elettronica del nemico, ha perso il controllo ed è finito al largo delle coste della Romania». La banchina di un porto non è esattamente il «largo». Fatto sta che «le forze navali dell’esercito ucraino hanno fornito le informazioni necessarie alle forze navali rumene al fine di prevenire vittime tra la popolazione civile». Chissà come bisogna classificare i cinque marinai di nazionalità azera, rimasti uccisi nel Mar d’Azov, ieri, in un attacco di droni, probabilmente ucraini pure quelli, condotto contro due navi cargo, che erano salpate dalla Turchia e navigavano verso la Russia. Non è noto se l’episodio abbia a che fare con i raid nell’oblast di Zaporizhzhia, in Crimea e a Mariupol, in cui sono state distrutte cinque navi russe.
Sistemi d’arma pilotati da remoto che vengono disorientati dalle difese elettroniche: capita agli ucraini e capita ai russi, solo che le reazioni diverse. Perciò, non tutti hanno notato che un drone ucraino, schiantatosi su un impianto energetico in Lettonia, ha fatto cadere il governo di Riga. E mentre i media occidentali erano concentrati sulle palazzine di Galati, in Romania, danneggiate dall’apparecchio russo, le autorità di Atene presentavano una protesta ufficiale a Kiev per un altro episodio: un drone ucraino, del tipo Magura, a inizio maggio, era stato rinvenuto da alcuni pescatori in una grotta di Lefkada, nell’ arcipelago delle Ionie.
Fino a pochi giorni fa, il governo ellenico attendeva ancora una risposta dall’Ucraina. Il ministro degli Esteri, Giorgos Gerapetritis, ha avviato contatti diplomatici ad alto livello con la controparte. La questione è stata portata all’attenzione della Kallas, del segretario generale della Nato, Mark Rutte, e del ministro degli Esteri ucraino, a margine del vertice che si è tenuto a Limassol, sull’isola di Cipro, il 28 e 29 maggio scorsi. L’ipotesi più accreditata è che gli operatori ucraini avessero perso il controllo del drone, che potrebbe essere stato lanciato da un mercantile, o addirittura da un base a Misurata, in Libia, che sarebbe nella disponibilità delle forze ucraine. Obiettivo: bersagliare le petroliere fantasma dei russi. «Il diritto all’autodifesa», hanno tuonato i greci, «non può giustificare azioni di questo tipo».
È più o meno il concetto che ha espresso Varsavia, ancora piccata per l’affronto di Zelensky: il presidente ha intitolato un’unità militare per le operazioni speciali agli «eroi dell’Upa», l’esercito insurrezionale filonazista che, negli anni della Seconda guerra mondiale, partecipò allo sterminio di 100.000 civili polacchi. Il ministro della Difesa, Wladyslav Kosiniak-Kamysz, ieri si è appellato a Kiev, affinché annulli la decisione. «Pronuncio queste parole con rispetto, gentilezza e con il senso di comunità che ha unito le nostre nazioni dopo l’aggressione russa», si leggeva nella sua missiva. «Abbiamo aperto i nostri confini, le nostre case, le nostre scuole e i nostri ospedali. Abbiamo fornito aiuti umanitari, militari, logistici e politici». Ma «il genocidio resta genocidio. La memoria delle vittime non può essere oggetto di compromessi politici. L’Upa ha assassinato anche ucraini che hanno salvato polacchi, avvertito i vicini, nascosto famiglie e si sono rifiutati di partecipare all’odio. Loro sono i veri eroi. Gli aiuti all’Ucraina», ha chiuso, «non significano che la Polonia si sia dimenticata della Volinia». Nemmeno a Churchill è tutto permesso.
Putin prende a sberle Zelensky: «Per ora non ho motivo di vederlo»
È arrivata ieri pomeriggio, dal Forum economico di San Pietroburgo, la risposta verbale del presidente russo Vladimir Putin alla lettera che gli era stata spedita dal «collega» ucraino Volodymir Zelensky, dettosi disponibile a incontrare lo «zar» per chiudere la guerra. Putin ha detto di averle dato «solo una rapida occhiata» e di non veder necessità di un incontro: «Per ora non c’è motivo per un incontro. Prima dobbiamo giungere a una soluzione. Abbiamo bisogno di accordi, non per sei mesi o un anno, ma a lungo termine».
Putin non ha mai nominato Zelensky e lo ha definito «l’autore della lettera». Fra i tratti salienti dell’intervento del presidente russo, la critica al rifiuto ucraino di considerare il presidente Usa Donald Trump come garante di un accordo: «Sono grato a Donald, ma c’è ancora del lavoro da fare». La lettera è stata bocciata da Putin, che la considera un tentativo di Kiev «di fermare la nostra offensiva».
La Russia, logorata assai meno dell’Ucraina, vede confermata la sua posizione di forza notando che Zelensky, con questa lettera, pare mostrare segni di stanchezza per un conflitto che già nei giorni scorsi aveva detto di voler finire entro l’autunno. La richiesta di Kiev, quindi, come viene interpretata a Mosca, può incoraggiare i russi a non cedere e a proseguire la pressione sperando in un prossimo crollo di un avversario esausto. Altri punti chiave rimarcati dal presidente russo sono stati il richiamo alle cause profonde del conflitto, nel chiedere un accordo che duri anni, e il ribadire che la Russia continuerà a combattere «finché saranno raggiunti i nostri obbiettivi». Cioè neutralità dell’Ucraina, che non dovrà entrare nella Nato, e cessione totale delle provincie annesse unilateralmente alla Russia, Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhia e Kherson.
Condizioni a cui gli Stati Uniti di Trump non si opporrebbero come mediatori e garanti, diversamente dai Paesi dell’Unione europea, che spalleggiano Kiev. Il presidente russo ha anche accusato «le élite europee» di «provocare un caos nel quale cercano di attrarre sempre più Paesi». La reazione di Zelensky non s’è fatta attendere: «La parte russa sceglie ancora una volta la guerra, tutti hanno sentito la risposta di oggi. Una risposta debole. Lui (Putin, ndr) semplicemente non vuole porre fine alla guerra. Penso che questa risposta abbia deluso molti nel mondo». Intanto Putin approfittava del Forum per ricordare che il debito pubblico della Russia è più basso di quelli Ue: «Il debito pubblico dell’Eurozona è salito all’81,7% del Pil nel 2025. Le cifre peggiori sono note: Grecia al 146%, Italia al 137%, Francia al 115% e Belgio al 108%. La Russia si attesta al 16,4%. Ma alcuni dei nostri esperti la stimano al 15,8%. In ogni caso, non è paragonabile».
Nei Paesi Ue, la lettera di Zelensky è stata ben accolta ed elevata a bandiera. Per il cancelliere tedesco Friedrich Merz «non è la prima volta che Zelensky offre al presidente russo colloqui diretti. Da parte europea non manca la volontà di dialogare. Ciò che manca è la disponibilità di Putin». E il presidente francese Emmanuel Macron rigetta una delle condizioni principali dei russi, le cessioni territoriali: «L’offerta che consisteva nel dire che alla Russia doveva esser ceduto tutto il Donbass, è un’offerta mai esistita né per gli ucraini né per gli europei. Un’offerta che oggi non deve più esistere».
Di fatto, l’occupazione del 20% dell’Ucraina da parte delle truppe russe sembra ormai un paletto difficile da scalzare, poiché Mosca recederebbe solo se sconfitta militarmente. Macron ha convocato a Parigi per il 13-14 luglio, in concomitanza con la festa della Bastiglia, la prossima riunione dei paesi volenterosi che armano Kiev. Ma già domani Macron incontrerà a Londra Zelensky, Merz e il premier britannico Keir Starmer nel formato E3. Il premier britannico ieri ha alzato i toni: «Nel giro di quattro anni la Russia potrebbe attaccare la Nato», e ha quindi evocato come «urgente e prioritario» l’obiettivo d’incrementare la spesa militare impegnando il suo governo a pubblicare un nuovo piano decennale d’investimenti per la difesa. L’Europa vorrebbe partecipare alle trattative spronando Kiev a non cedere territorio, ma si fatica a trovare figure di mediatori. Ieri l'ex cancelliere Angela Merkel ha declinato: «Si può negoziare col presidente russo solo se si è dotati di potere politico, che in democrazia è a tempo determinato. Non voglio immischiarmi».
I russi gradirebbero come mediatori gli americani Steve Witkoff e Jared Kushner (genero di Trump) ma per il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov una loro visita a Mosca «non è imminente». Russia e Ucraina, se non altro, si parlano sul fronte umanitario. Ieri, al confine fra Russia e Bielorussia, è avvenuto il primo incontro fra la commissaria russa per i diritti umani Yana Lantratova e il suo omologo ucraino Dmitry Lubinets, che hanno concordato un nuovo scambio di prigionieri di 185 militari per parte. Zelensky, frattanto, sta preparando il «disgelo» con l’Ungheria, dopo l’elezione del nuovo premier Péter Magyar, tanto che secondo l’ambasciatore ucraino in Ungheria, Sandor Fegyir, «sono in corso contatti per una visita di Zelensky e per i diritti della minoranza ungherese in Transcarpazia.
Per celebrare lo scongelamento di 16 miliardi di fondi Ue, Péter Magyar si era intestato il merito di una «svolta storica» per l’Ungheria. Ieri, Emmanuel Macron lo ha accolto all’Eliseo celebrando l’arrivo di una «nuova era». Non serve nemmeno sforzarsi per capire che, in realtà, il suo resta un «orbanismo», solo più gentile: era sufficiente leggere un’intervista uscita sulla Frankfürter Allgemeine Zeitung, nella lingua madre di Ursula von der Leyen. Giusto per accertarsi che anche lei la capisse.
Il presidente francese vorrebbe tirare Magyar dentro la fumosa coalizione dei volenterosi, in occasione del mega evento che organizzerà il 14 luglio, per commemorare la Rivoluzione. Eppure, sull’Ucraina, il nuovo premier magiaro dice cose simili al suo predecessore. Ad esempio, ha candidato Budapest a sede di eventuali colloqui di pace tra Mosca e Kiev. È vero che persino nei palazzi di Bruxelles, ultimamente, ci si era messi a ragionare su quale figura potesse portare avanti il dialogo con il Cremlino. Fatto sta che Magyar, come Viktor Orbán, non solo non ha problemi ad accreditare il suo Paese quale terreno neutro, ma è anche disponibile a «fornire assistenza diplomatica e umanitaria». Rispetto al passato, egli dimostra di aver affinato le tecniche di mercanteggiamento: mentre si discute dell’ingresso della nazione di Volodymyr Zelensky nell’Unione, un’ipotesi che finora il suo Paese aveva respinto, lui mette sul piatto «un accordo sul ripristino e la garanzia dei diritti linguistici, educativi e culturali dei 100.000 ungheresi che vivono in Ucraina. Dobbiamo chiarire», ha precisato Magyar, «alcune questioni riguardanti la nostra minoranza». Dopodiché, si potrà «aprire un nuovo capitolo» e, magari, concedere il nulla osta a un percorso di integrazione che, in ogni caso, si annuncia ancora lungo. Tutto sommato, se ciò dovesse contribuire ad ammorbidire la posizione di Bruxelles e, soprattutto, a farle allentare i cordoni della borsa, per Magyar sarebbe un punto di caduta vantaggioso: l’intesa sulla minoranza ungherese in Ucraina dovrà essere raggiunta «nei prossimi giorni»; affinché Kiev diventi membro dell’Ue a tutti gli effetti, invece, occorreranno anni.
Poi, c’è il nodo dei rapporti con la Russia. Il premier non intende perdere di vista gli interessi nazionali. Budapest dipende dal gas di Vladimir Putin e, ha ribadito Magyar alla Faz, «non possiamo cambiare questa situazione dall’oggi al domani. I nostri vicini», ha insistito, «dovrebbero capire che l’Ungheria è un Paese senza sbocco sul mare. Non abbiamo registrato crescita economica per anni e, per crescere, abbiamo bisogno di energia a prezzi accessibili. Certo, stiamo facendo tutto il possibile per diversificare le fonti energetiche, ma non possiamo permetterci che la competitività delle nostre aziende diminuisca ulteriormente e che la povertà energetica tra le famiglie ungheresi aumenti». Mettiamola così: sarebbe stato bello ascoltare dei discorsi simili dalle nostre classi dirigenti, già nel 2022. Adesso, dopo anni di condiscendenza ai diktat della Commissione, ci ritroviamo con Valdis Dombrovskis che ci prescrive come vivere. Anzi, di che morte morire.
Ma c’è di più. Manco fosse un Medvedev qualsiasi, Magyar ha aggiunto che, a suo avviso, «l’Europa tornerà parzialmente alle fonti energetiche russe e revocherà le sanzioni, poiché si tratta della competitività di tutta l’Europa e nessuno ha interesse a mantenere una nuova guerra fredda economica e politica in caso di futura pace. Perché ciò accada», ha specificato, «la guerra deve ovviamente finire». Ovviamente. Il messaggio, però, è chiaro: Budapest promuove ancora il disgelo con Mosca e, piuttosto che un irrevocabile divorzio dallo zar, propone un modesto «derisking». D’altronde, i numeri danno ragione al premier magiaro: a parte Ungheria e Slovacchia, anche Francia, Spagna e Belgio continuano a finanziare Putin, facendo incetta di gas liquido. Peggio: attraverso un sistema di matrioske finanziarie, le petroliere fantasma russe riescono ancora a farsi assicurare le spedizioni grazie alle risorse dei mercati del Vecchio continente.
Infine, occorre una buona fantasia per riscontrare la «svolta storica» nelle idee espresse da Magyar sulla governance dell’Unione. Il primo ministro non è «favorevole all’introduzione del voto a maggioranza anziché all’unanimità». Ha senso: l’Ungheria è piccola, la sua economia è debole rispetto a quella dei grandi Paesi Ue e l’unico modo che ha per far contare la propria voce è sfruttare le possibilità che le riservano i Trattati. Il cambiamento, al solito, è formale più che sostanziale: Orbán, ha commentato con la Faz Magyar, «diceva sempre che “dobbiamo sconfiggere Bruxelles”. Non credo che sia questo il punto. L’obiettivo è capirsi e persuadersi a vicenda». Poesia. Ma al netto delle carinerie, il premier ungherese non indietreggia: «Le persone», ha sottolineato, «vogliono un’Unione europea basata su Stati forti, non sugli Stati Uniti d’Europa».
Per sbloccare i finanziamenti negati a Orbán, Ursula si è accontentata della deferenza verbale. In teoria, le somme verranno erogate se Budapest completerà e documenterà le famigerate riforme entro il 31 agosto. Molti di quei soldi, comunque, erano bloccati per dissidi su questioni laterali: quelle che Bruxelles considera discriminazioni contro le persone Lgbtq+, la violazione delle procedure sull’asilo dei migranti, le limitazioni della libertà accademica, come nella vicenda dell’università dei Soros. Magyar, intanto, ha annunciato che chiederà di aderire alla Procura europea (Eppo), la quale potrà così indagare su eventuali frodi nell’uso dei fondi comunitari. E una formula scaltra per sciogliere il nodo dell’Ucraina nell’Ue l’ha trovata. Sul resto - l’essenziale - il ritornello rimane lo stesso. Anche se la Von der Leyen ha salutato l’avvento di «una nuova era», sostenendo che il governo ungherese, appena entrato in carica, sta già «agendo con rapidità e determinazione». Magyar statista a tempo di record. Lo diceva Patty Pravo: tutti quanti sono degli eroi quando vogliono qualcosa.
Ipocrisia: «Simulazione di buoni sentimenti, di buone qualità e disposizioni». Così la Treccani ci aiuta a descrivere il comportamento dell’Europa, che con il volto buono inneggia agli eroi ucraini e con la mano santa attinge al portafogli per sostenere la loro resistenza all’invasore russo, ma intanto foraggia la guerra di Vladimir Putin.
Nonostante i venti pacchetti di (inutili) sanzioni già approvati e il ventunesimo in arrivo, forse entro la fine del mese.
L’ultimo capolavoro di ambiguità riguarda le petroliere fantasma. Il giorno dopo la spacconata di Emmanuel Macron, che fa incetta di gas liquefatto di Mosca mentre pubblica su X il video dell’abbordaggio di un tanker della flotta ombra dello zar, Politico ha informato che le navi della Federazione riescono ancora a utilizzare coperture assicurative riconducibili ai mercati finanziari europei.
La testata cita le analisi di una società d’intelligence, Deft9 solutions, e le dichiarazioni del coordinatore della commissione dell’Eurocamera per l’Industria, la ricerca e l’energia, Ville Niinistö. Secondo l’onorevole finlandese, le imbarcazioni clandestine si servono di intermediari e persino di «organizzazioni bancarie europee e occidentali», per garantire le coperture miliardarie necessarie alle decine e decine di traversate con cui trasportano il greggio sotto embargo. Gli esperti anonimi parlano di «1.700 navi che effettuano continuamente viaggi di andata e ritorno e hanno bisogno ogni volta di un’assicurazione». In Russia, però, mancano le risorse. E allora, ha scritto Politico, «attraverso accordi di riassicurazione», cioè vere e proprie assicurazioni sulle assicurazioni, «strutture assicurative secondarie e altri prodotti finanziari», parte del rischio «starebbe tornando nei marcati finanziari europei».
Non è facile risalire alle compagnie coinvolte in questo sistema di scatole cinesi - anzi, vista la situazione, è il caso di chiamarle matrioske. Il fatto è che, fuori dall’ipocrisia dei palazzi di Bruxelles, c’è un Vecchio continente che ha ancora bisogno di procurarsi combustibili fossili per mandare avanti l’economia. Specie nel bel mezzo di una congiuntura globale così complicata. Lo dimostrano le cifre sciorinate dal Center for research on energy and clean air (Crea): la gran parte del greggio di Putin si muove su petroliere ombra, oppure su natanti colpiti dalle sanzioni di Usa, Ue, Regno Unito, Canada e Australia, tutti capaci di eludere il tetto ai prezzi, fissato ufficialmente per limitare gli incassi con cui, poi, il Cremlino finanzia la sua guerra contro l’Ucraina.
Tra i Paesi che fanno il doppio gioco figurano, in realtà, anche quelli guidati dai leader più moralisti. Fino a un paio di mesi fa, ad esempio, il campione di import di Gnl russo era Pedro Sánchez; ad aprile, la Spagna è stata surclassata dalla Francia di Macron, che prende d’assalto i barili di contrabbando, forse perché non ne ha bisogno, però ha sborsato 413 milioni di dollari in 30 giorni per il gas liquido, a fronte dei 363 del Belgio e dei 181 di Madrid. Nel frattempo, la Slovacchia e l’Ungheria, alla faccia dell’avvento di Péter Magyar, benedetto da Ursula von der Leyen, comprano sia metano russo via gasdotti, sia petrolio. Dunque, non stupisce che, come hanno spiegato alcune fonti a Politico, dal ventunesimo pacchetto di sanzioni siano già stati espunti i provvedimenti diretti a interrompere i meccanismi di cooperazione tra Mosca e l’Occidente che resistono alle barriere.
Per di più - a proposito di ipocrisia - nel momento in cui l’Ue appare irrevocabilmente votata alla desertificazione industriale in nome della transizione ecologica, la flotta ombra dello zar, con cui in un modo o nell’altro nel Vecchio continente si continua a fare affari, rappresenta un’autentica minaccia ambientale: le navi sono vecchie ferraglie, scarsamente manutenute e a elevato rischio di naufragio. Anche perché gli ucraini non si fanno scrupolo a bersagliarle. Un paio di precedenti riguardano da vicino l’Italia: a febbraio 2025, un tanker era stato danneggiato da un’esplosione davanti alle coste liguri; lo scorso marzo, una metaniera, la Arctic Metagaz, era finita in balia delle correnti marine al largo di Malta, in seguito a un attacco di droni. A due passi dalla Sicilia. Sarebbe davvero il colmo se, a pagare per questi incidenti, alla fine, fossero compagnie o istituti di credito europei.
Può ben darsi che il momento favorevole alla Russia si stia esaurendo: le fonti di profitto si sono assottigliate, le truppe sono impantanate, le forze armate di Volodymyr Zelensky reagiscono con bombardamenti in profondità, specie sulle raffinerie. Ma se Mosca non indietreggia nel Donbass, è anche grazie al nostro paradossale contributo. Putin non poteva avere un nemico migliore di noi.




