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Il piano degli Usa: essere superpotenza delle fonti fossili e domare la Cina
Ansa
Con l’export di Gnl e greggio l’America tiene in riga gli alleati. Intanto stringe la morsa sulla Cina, che domina la filiera «verde».

Forse c’è del razionale nel reale. Forse Donald Trump non è un matto. Forse la sua condotta rientra in una più ampia strategia americana: ottenere il primato di superpotenza energetica fossile, contrappunto al controllo cinese delle filiere green. E così aumentare la pressione su Pechino, che vende all’Europa le tecnologie «pulite», ma continua a lavorare «sporco», con greggio, carbone e gas.

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Gli Usa alle case di auto: «Fabbricate armi»
Una concessionaria Ford Motor Company a Stoneham nel Massachusetts (Ansa)
Già da mesi, il Pentagono è in contatto con General Motors, Ford e altre aziende, alle quali ha chiesto la riconversione bellica. Gli arsenali di Washington, infatti, si stanno svuotando dopo anni di aiuti a Kiev, a Israele e per la campagna in Medio Oriente.

Up patriots to arms. Donald Trump sollecita le case automobilistiche a riconvertire a scopi bellici almeno una parte delle loro linee produttive: meno tubi di scappamento, più cannoni.

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Oltre Trump si staglia l’incubo di vincoli Ue e volenterosi. E ora rispunta la «Nato europea». Cioè a trazione tedesca (o di Kiev?).

Diciamoci la verità: l’attacco personale è il primo favore politico che Donald Trump fa a Giorgia Meloni da quando è arrivato alla Casa Bianca. Per quasi un anno e mezzo, la presidente del Consiglio ha dovuto difendersi dall’accusa di essere subalterna all’uomo che prima ha messo a repentaglio le nostre esportazioni con i dazi, poi ha maltrattato gli alleati storici, ha minacciato l’indipendenza della Groenlandia e, infine, ha trascinato il mondo sull’orlo della peggior crisi energetica dagli anni Settanta. La prospettiva di una rottura con l’America, però, non è una buona notizia.

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