Delle due l’una: o gli allarmi sul ritiro degli statunitensi dalla Nato sono esagerati, come sostengono i tedeschi; oppure l’Alleanza atlantica si appresta a suonare le ultime note dell’orchestrina del Titanic. Fonti vicine alla Farnesina, infatti, ci informano che il prossimo 15 luglio, alla faccia delle minacce di Donald Trump, nella suggestiva ambientazione di Villa Miani a Roma, si celebreranno i 75 anni del Nato defense college. Si tratta dell’università militare dell’Organizzazione, fondata nel 1951, quando l’ente aprì i battenti a Parigi; venne trasferito all’Eur nel 1966, in seguito all’uscita della Francia dal Patto atlantico e, da ultimo, nella sede della Cecchignola, dove si trova dal 10 settembre 1999. All’epoca - era il periodo della trionfante campagna in Serbia - alla vicepresidenza del Consiglio c’era Sergio Mattarella, che appena tre mesi dopo l’inaugurazione del centro divenne ministro della Difesa. Anche l’attuale capo dello Stato sarebbe stato invitato all’evento, ma il Quirinale non ne avrebbe ancora confermato la presenza: sembra che il presidente della Repubblica voglia assicurarsi che nella capitale arrivi anche il segretario generale della Nato, l’olandese Mark Rutte.
Benché il «compleanno» del Defense college cada il 19 novembre, la cerimonia sarebbe stata anticipata. Forse - è un’ipotesi - per consentire di prendervi parte al comandante, il tenente generale danese Max A.L.T. Nielsen, prima che lasci il suo incarico. Ma ciò che sorprende di più, al di là della voglia di festeggiare in un momento del genere, è il conto della cerimonia. Non proprio un budget da ultimi giorni di Pompei. Sarebbe previsto, anzi, un ricevimento sfarzoso, con circa 500 persone, nella incantevole dimora storica dove, nel 2005, tennero il loro banchetto di nozze Francesco Totti e Ilary Blasi. Solo per la location e il catering, la somma si aggirerebbe tra i 200 e i 300.000 euro. E a proposito di orchestrine del Titanic, la Nato non si farà mancare la sua: alla Verità risulta che il simposio sarà allietato dalle note di una banda, ingaggiata con un cachet di circa 40.000 euro. Dopodiché, bisognerà provvedere agli extra: spese di viaggio e alloggi per i tanti convitati stranieri. Secondo le fonti da noi consultate, tutto compreso, potrebbe partire quasi 1 milione. Soldi provenienti dal bilancio Nato, cioè dai contributi degli Stati membri, cioè dalle tasche dei cittadini. I quali, anche per far fronte all’eventuale disimpegno Usa, nei prossimi anni dovranno svenarsi per aumentare la quota degli stanziamenti bellici fino al 5% dei Pil nazionali.
Appunto, delle due l’una: o qualcuno si appresta a suonare la lira sulle ceneri del sodalizio militare, o, in fondo, nessuno crede veramente che la Nato sia ai titoli di coda. Per varie ragioni. Primo, perché a Trump, per sganciarsi, serve un’autorizzazione che difficilmente il Congresso gli accorderebbe. Secondo, perché il parziale smantellamento dei contingenti americani schierati nel Vecchio continente, avviato peraltro da Barack Obama, era previsto da tempo e, almeno nel caso della Germania, coinvolgerebbe una cifra tutto sommato esigua: 5.000 uomini su oltre 35.000. Vista da una prospettiva diversa, sarebbe l’opportunità per costruire quel «pilastro europeo» della Difesa che qui si invoca da anni.
Che le dichiarazioni del tycoon, al di fuori delle stanze della politica e delle redazioni dei giornali, non abbiano innescato una particolare spirale di panico, lo dimostra l’intervista rilasciata ieri a Repubblica dal nostro capo di Stato maggiore, Carmine Masiello: «I fatti», ha spiegato il generale di corpo d’armata, «sono che un mese fa, insieme al comandante delle forze Usa in Europa, ho presieduto un importante convegno sulla sicurezza del fianco Sud […]. Per quanto riguarda gli scambi addestrativi con le unità statunitensi dislocate in Italia, per l’esercito non si registrano modifiche. Al contrario, l’obiettivo condiviso è quello di rafforzare ulteriormente l’interoperabilità». Dello stesso tenore le dichiarazioni del ministro degli Esteri di Berlino, Johann Wadephul: «Non ho alcun dubbio che non vi sarà alcuna riduzione della capacità di deterrenza della Nato in Europa». E se Giorgia Meloni, da Eravan, ci ha tenuto a ribadire che l’Italia ha sempre «mantenuto gli impegni», «anche quando non erano in gioco i nostri interessi diretti», tipo in Afghanistan e in Iraq, così che «alcune cose che sono state dette nei nostri confronti non le considero corrette», Rutte ha gettato acqua sul fuoco: i Paesi europei, ha garantito, hanno «ascoltato il messaggio» di Trump, recependo la sua «delusione» per il mancato sostegno alla guerra in Iran, e stanno attuando agli accordi in vigore sull’impiego delle basi. Per di più, il leader ucraino, Volodymyr Zelensky, ha riferito di aver concordato, con il segretario generale, di rafforzare con «nuovi contributi» il Purl, il programma tramite il quale gli Stati del Vecchio continente acquistano armamenti da Washington per poi spedirli a Kiev. Business as usual. La Nato può festeggiare.
Non c’è studioso più indicato per discutere di sovranismo dell’uomo che, quell’etichetta, l’ha inventata. Giovanni Orsina, storico, direttore del Dipartimento di Scienze politiche della Luiss, ha appena pubblicato il suo ultimo saggio, edito da Marsilio, Controrivoluzione. Una storia politica del nostro tempo. Il tempo della crisi dell’ordine liberale, al quale i populismi si sono ribellati. Con esiti dubbi.
Professore, la controrivoluzione sovranista è fallita?
«Non direi che è fallita. È riuscita solo nella sua pars destruens. Per prima cosa, una controrivoluzione deve fermare una rivoluzione; poi, deve sostituirla con qualcos’altro. Ecco: la rivoluzione è stata fermata, quindi, nella sua forza negativa, la controrivoluzione ha avuto effetti eccome - sta alla Casa Bianca e di casini ne sta combinando. È anche evidente che il vecchio ordine sia morto. Ma che cosa verrà al suo posto, la controrivoluzione non sembra in grado di dirlo».
Donald Trump è in difficoltà; Viktor Orbán ha perso le elezioni in Ungheria; Giorgia Meloni è stata sconfitta al referendum sulla giustizia. Cosa non ha funzionato?
«Proprio perché le manca la pars construens, la controrivoluzione oscilla. L’ordine precedente va in crisi; i populisti vincono; fanno delle cose; queste cose non riescono a essere risolutive; quindi, perdono; ma gli altri non sono in grado di riprodurre un ordine funzionante. La verità è che siamo di fronte a un conflitto fra debolezze. Perciò il sovranismo perde e dopo rivince: Trump è stato fuori un giro ed è ritornato; Orbán ha perso, ma contro un altro nazionalista».
L’Ue sta tentando la sua restaurazione sfruttando il ricatto dei fondi: i 37 miliardi che aveva congelato all’Ungheria, quasi il 20% del Pil; i 10 miliardi in ballo in Romania; quelli che l’Europarlamento chiede di bloccare alla Slovacchia di Robert Fico.
«Un club che, per mettere in riga i propri soci, ha bisogno di minacciarli continuamente, è un club che mostra grandissima fatica. Peraltro, parliamo di un club democratico che si mette contro governi democraticamente eletti: la vicenda ungherese ci ha dimostrato che lì la democrazia, sia pure non in gran salute, non era morta. Il punto è che il club Europa è il modello dell’ordine rivoluzionario che è entrato in crisi. Quindi, nel momento in cui Orbán perde, non si torna a un’Europa trionfante. Il caso di Péter Magyar è emblematico: il suo è un nazionalismo pragmatico, non un redivivo entusiasmo europeista».
L’Europa vantava la potenza attrattiva dei suoi valori e ora riscopre la lezione schmittiana: si costruisce un’identità in relazione a un nemico esterno - la Russia.
«L’Unione europea si è sviluppata nel momento del trionfo del diritto e della depoliticizzazione, fra gli anni Ottanta e i Novanta. Dunque, si è sempre pensata come una potenza normativa, un modello giuridico che avrebbe avuto la forza di diffondersi a livello globale, quale fondamento di un ordine multilaterale planetario. Oggi ci troviamo di fronte al ritorno della potenza. Ma l’altra componente che teneva in piedi l’Europa era il moralismo. E il moralismo spesso si fonda sulla costruzione di un nemico. Pensiamo a quanto è stato moralizzato il conflitto russo-ucraino: chi non era antirusso era moralmente disdicevole».
Il putiniano.
«Già. L’Europa, appunto, sta cercando di rimediare alla crisi del giuridico con un soprassalto di moralismo. Mettiamo che vada bene così. Ma bisogna tradurre tutto ciò in capacità di esercitare una qualche forza. Ed è qui che il problema europeo esplode, perché il moralismo è sovranazionale, ma la politica dove sta? A Bruxelles, o nelle capitali? Questo dilemma non è stato risolto. E ce ne accorgiamo, ad esempio, nel dibattito sulla difesa comune».
L’internazionale sovranista è stata un fiasco.
«L’internazionale nazionalista è una contraddizione in termini. Una collaborazione tra nazionalisti sarebbe possibile; solo che richiede volontà, fatica, lavoro, autocontrollo. Se il nazionalista più grosso di tutti - quello che sta alla Casa Bianca - non ne mostra alcuno, l’ossimoro teorico diventa realtà».
Il destino dei populismi di destra si gioca attorno a una questione centrale: si può ripoliticizzare il governo dell’economia?
«La risposta semplice è: no. La risposta più articolata è che qualcosa si può fare».
Cosa?
«Be’, qualcosa sta accadendo: la chiamano deglobalizzazione, in realtà è un rallentamento dei processi di integrazione globale. Mi riferisco alla securitizzazione delle catene di approvvigionamento: la loro sicurezza geopolitica è ora più importante del profitto. Poi ci sono i dazi e altri processi di protezione delle produzioni nazionali. Sono tentativi di recuperare un po’ di sovranità sull’economia. Però l’integrazione dei mercati è tale che quel che si può fare ha limiti visibili».
Emergono contraddizioni anche nella grande promessa di Trump: il leader che deve difendere le classi medie è in combutta con i colossi dell’hi-tech.
«Nella questione del mercato sta la vera contraddizione del populismo di destra. A destra si è sempre sostenuto il mercato, che al limite deve avere la possibilità di scatenare gli animal spirits schumpeteriani. Ma così si riproduce lo stesso cortocircuito del thatcherismo: una destra socialmente conservatrice che sosteneva l’integrazione dei mercati globali e la deregolamentazione della finanza, ossia processi che disgregano l’ordine sociale».
Stupiscono anche certe sbavature del milieu trumpiano: c’è chi ha incassato milioni scommettendo sulle guerre.
«Nei momenti di interregno fra un ordine e un altro, di ribellione contro un ordine, specie un ordine moralista, si può finire per affidarsi a personaggi che deridono e sovvertono il moralismo e che si rivelano quantomeno equivoci: nel nome della lotta al moralismo, adottano comportamenti immorali».
E la Chiesa di Leone XIV?
«Sta cercando di uscire dal conflitto politico e di presentarsi come un’entità spirituale. Il Papa ha tentato di sottrarsi allo scontro con Trump e di collocarsi su una posizione terza. Ma siccome l’opposizione a Trump è debole, Leone è stato tirato dentro l’antitrumpismo. Non credo che lui lo voglia».
Quale ordine emergerà dall’interregno?
«Ci sono due possibilità. La prima è la catastrofe: la crisi deflagra in una grande guerra. L’alternativa è il compromesso: dal conflitto fra un’Europa globalista e “dirittista” e un nazionalista identitario, viene fuori un nazionalista soft. I processi d’integrazione globale rallentano, il mondo recupera una minima grammatica di gestione delle relazioni internazionali, però fortemente ancorata a dati di potenza. È il modello Magyar, ma potremmo chiamarlo modello Meloni».
La Meloni non è in fase calante?
«La forza del modello Meloni sta nell’essere un non modello, per paradosso: una gestione pragmatica dell’esistente. Meloni entra con dei valori nazional-conservatori dentro un mondo inadatto a recepirli. E li usa per cercare di correggere quel mondo laddove può. Dove non può, scende a patti con la realtà».
Esempi concreti?
«Contribuisce a un cambiamento nelle politiche migratorie dell’Ue, ma sul Patto di stabilità evita la rottura. Come paradigma di compromesso, Meloni resta un riferimento valido; come governo, si trova in difficoltà, perché il compromesso pragmatico, in un Paese in declino come l’Italia, dopo quattro anni logora».
Nei rapporti con l’elettorato, di certo. Ma pure perché le riforme si infrangono sullo scoglio dei contropoteri: magistratura e Colle.
«Ciò fa parte del tipo di ordine nel quale siamo vissuti finora, in cui la democrazia liberale si è sbilanciata sul versante dei contropoteri. Nel momento in cui arrivi al potere, devi avere la forza rivoluzionare di spaccare questo sistema. Ma non ce l’ha nemmeno Trump, al quale la Corte Suprema ha bocciato i dazi».
Il midterm è una partita chiusa?
«Niente affatto. Dobbiamo stare attenti alle analisi mainstream. Siamo immersi in un mondo insopportabile, in cui l’odio per Trump distorce tutti i ragionamenti. Ad esempio, nessuno riesce ad ammettere che l’uscita degli Emirati dall’Opec è un suo trionfo, o che il controblocco di Hormuz sta avendo effetto».
Da studioso del berlusconismo, ritiene probabile che Forza Italia rompa con il centrodestra?
«A me sembra che siamo dentro a un classico percorso tattico: la rottura non ci sarà, a meno che non se ne presentino le condizioni».
Tipo?
«Un Parlamento senza una maggioranza chiara. In questo senso, si può pensare che Forza Italia freni la riforma elettorale affinché si riproduca la palude. Dico una cosa non da studioso di Berlusconi, ma da studioso di Malagodi».
Cioè?
«L’errore di Malagodi, nell’opposizione al centrosinistra negli anni Sessanta, fu quello di non avere due “forni”, a differenza di tutti gli altri partiti. L’idea di avere sempre a disposizione due carte è tipica della storia della Repubblica e Forza Italia sta facendo esattamente questo: tenersi aperte due opzioni. Quella dell’accordo con il centrodestra e quella di una grande coalizione centrista, nel caso in cui non ci sia una maggioranza. Lo ha fatto anche la Lega dopo il 2018, solo sul terreno della convergenza dei populismi».
Marina e Pier Silvio Berlusconi hanno convocato Antonio Tajani nella sede di Mediaset, anziché incontrarlo nella sede del partito.
«Non riesco a capire come si possa fare una cosa del genere. Poteva aver senso se c’era da dare un segnale di forza, ma in questo caso la forza dei Berlusconi è ben evidente: hanno fatto saltare i due capigruppo di Camera e Senato!».
E allora?
«E allora vuol dire che ai Berlusconi manca la grammatica politica. In un tempo in cui non ce l’ha nessuno, evidentemente non ce l’hanno nemmeno loro».
Orazio Schillaci ha battuto un colpo: il nuovo piano pandemico 2025-2029, approvato ieri dalla Conferenza Stato-Regioni, dovrebbe aver archiviato i lockdown alla Conte e le vaccinazioni forzate alla Speranza.
Lo si evince consultando la sezione dedicata agli «interventi non farmacologici» (Npi) per il controllo delle infezioni. Essa conferma che, qualora si diffonda un «patogeno respiratorio ad elevata contagiosità e/o patogenicità», verranno «valutate misure restrittive e autorizzate attraverso leggi o atti aventi forza di legge» (quindi, niente più dpcm, i famigerati decreti del presidente del Consiglio sfornati a raffica da Giuseppi), con l’obiettivo di «limitare o evitare aggregazioni di persone». Tuttavia, il documento riconosce che, siccome «possono incidere sulle libertà personali», i provvedimenti dovranno «essere sostenuti sia da un processo decisionale trasparente basato sulle conoscenze e sulle evidenze disponibili sia da solidi quadri giuridici». Due precisazioni che non trascurabili: entrambe le condizioni mancarono quando l’allora premier dei 5 stelle e il ministro della Salute introdussero regole di dubbia efficacia, con deroghe grottesche (ricordate gli «affetti stabili»?) e dalle comprovate conseguenze disastrose (le altre gravi malattie trascurate, nonché il record di ore di lezione perdute a scuola).
L’applicazione dei divieti, si legge nel piano pandemico, avrà «intensità proporzionale alla contagiosità e/o alla patogenicità dell’agente patogeno». In più, si terrà conto delle «ripercussioni» che le contromisure «possono determinare sulla popolazione in termini sociali ed economici». È il riconoscimento di un principio fondamentale: anche nella gestione di un’emergenza, il governo deve saper soppesare e bilanciare diversi principi e beni altrettanto degni di considerazione. Compreso il diritto di portare a casa il pane.
Quanto alle campagne di vaccinazione e alla somministrazione di farmaci, il testo è chiaro: senza sbandate pseudoscientifiche o derive complottiste, evidenzia che ogni campagna dovrà «garantire un’elevata appropriatezza prescrittiva, intesa come corrispondenza tra indicazione clinica, scelta terapeutica e profilo del paziente». Alla luce di queste indicazioni, viene difficile immaginare una replica dell’increscioso spettacolo della persecuzione fondata sul green pass. Con milioni di giovani sottoposti a ricatto medico-politico, in assenza di adeguata valutazione del rapporto tra rischio e benefici delle inoculazioni di vaccini anti Covid. È la clausola che dovrebbe impedire tragedie come quella di Camilla Canepa, la diciottenne ligure stroncata dal medicinale di Astrazeneca.
Le Regioni e le Province autonome hanno chiesto al governo di intervenire ancora su due fronti. Primo: assicurare che le risorse possano essere utilizzate per reclutare personale anche in deroga ai tetti attualmente previsti, com’è accaduto già con la legge di Bilancio 2025; e ammettere le Regioni a statuto speciale e le Province autonome di Treno e Bolzano alla ripartizione di eventuali risorse aggiuntive, qualora si rendano disponibili.
Attenzione, però: un’altra novità importante è che non arriveranno fondi a pioggia. I finanziamenti pluriennali, con stanziamenti crescenti (50 milioni per il 2025, 150 per il 2026 e 300 l’anno dal 2027), saranno vincolati a una pianificazione dettagliata da parte degli enti. Entro 90 giorni dalla stipula dell’accordo, Regioni e Province autonome dovranno trasmettere al ministero della Salute la delibera di recepimento del piano (pensato per virus respiratori e influenzali) e il cronoprogramma con le prime azioni per attuarlo; entro nove mesi dovrà arrivare un secondo cronoprogramma; dal 2027 saranno necessarie relazioni di attività e resoconti finanziari. L’erogazione del denaro pubblico sarà subordinata al rispetto e alla verifica di questi passaggi: prima si approvano i programmi, poi vengono valutati, infine si sbloccano i soldi. A svolgere il ruolo di supervisore sarà un Comitato di coordinamento, vero e proprio organismo di controllo centralizzato. Utile anche a definire bene le rispettive competenze di Stato e Regioni - uno dei punti che, nel 2020, creò confusione e compromise la reazione all’epidemia.
Tutto affinché non si ripeta l’indegna recita di Conte. Che in tv giurava: «Siamo prontissimi». E poi ci rinchiuse a doppia mandata.




