Diciamoci la verità: l’attacco personale è il primo favore politico che Donald Trump fa a Giorgia Meloni da quando è arrivato alla Casa Bianca. Per quasi un anno e mezzo, la presidente del Consiglio ha dovuto difendersi dall’accusa di essere subalterna all’uomo che prima ha messo a repentaglio le nostre esportazioni con i dazi, poi ha maltrattato gli alleati storici, ha minacciato l’indipendenza della Groenlandia e, infine, ha trascinato il mondo sull’orlo della peggior crisi energetica dagli anni Settanta. La prospettiva di una rottura con l’America, però, non è una buona notizia.
Perché l’alternativa che affiora, dopo il disimpegno del partner di gran lunga più forte, è una zuffa tra potenze europee di capacità comparabili, destinata comunque a premiare chi già oggi ha le spalle più larghe delle nostre. Soprattutto la Germania, i cui margini di spesa le consentiranno di costruire, in poco tempo, l’esercito più grande del continente. E di rivendicare manu militari l’egemonia che, fino all’era Merkel, essa aveva fondato sulla logica mercantilistica.
È vero: la nostra cooperazione con Washington proseguirà, a meno che un eventuale avvento del campo largo non ci riporti, lungo la Via della seta e sulle orme della Spagna di Pedro Sánchez, tra le braccia della Cina. I rapporti torneranno a distendersi, magari già con la presente amministrazione e, di sicuro, quando alla Casa Bianca arriverà un inquilino meno umorale e narcisista del tycoon newyorkese. Ma l’elezione di The Donald era un’occasione preziosa: l’internazionale sovranista e la convergenza su un’agenda antiglobalista giustificavano la speranza di correggere i meccanismi del sistema capitalistico che hanno prodotto ingiustizia e impoverito le classi medie. Nello scacchiere multipolare si intravedevano non solo le inevitabili e certo temibili turbolenze, ma anche il superamento di un diritto internazionale piegato ai biechi fini dei «poliziotti» del pianeta. Il secondo mandato di Trump ingolosiva persino per la promessa di porre fine al lungo delirio del woke. E l’Europa non avrebbe potuto arroccarsi nelle proprie architetture sclerotiche, con il trucco delle conventio ad excludendum per non mandare al governo la destra, o continuando a sfruttare i contropoteri tecnocratici che l’hanno tenuta - per usare un’espressione di Mario Monti - «al riparo dal processo elettorale».
Il pericolo del divorzio all’americana, adesso, è proprio quello di farci ricadere nella prigionia continentale che, con fatica e con prudenza, l’Italia stava provando a scardinare dall’interno. Il riflesso pavloviano delle classi dirigenti, dinanzi allo spettacolo di Trump che scarica la sua principale interlocutrice, sarà quello di ribadire che se da ora in avanti ci saranno meno Stati Uniti, allora servirà più Europa. Tradotto: più Patto di stabilità, più centralizzazione spacciata per federalismo, magari più formati di «cooperazione rafforzata», stile volenterosi, introdotti per aggirare i veti e, a ben vedere, funzionali a consolidare il predominio degli Stati forti.
Il primo banco di prova dell’infausto riassetto, più che nell’Ue, ora galvanizzata dalla scomparsa della banderuola ungherese, potrebbe vedersi nella Nato. Ieri, il Wall Street Journal ha svelato che i membri europei dell’organizzazione hanno deciso di elaborare una sorta di piano B, per assicurarsi di rimanere capaci di difendersi anche in caso di abbandono degli Usa. L’idea sarebbe di affidare ruoli di comando ai Paesi del Vecchio continente e promuovere una maggiore integrazione delle loro risorse belliche. Il tavolo di lavoro è ancora allo stadio informale. Ma ciò che lo rende interessante è che sia stato sbloccato per volontà di Berlino, finora contraria a esplorare l’approccio unilaterale e a immaginare un’alleanza che prescindesse dal ruolo americano. Dev’essere questo ad aver dato la stura al commissario di Bruxelles per la Difesa, Andrius Kubilius. Il quale, allarmato per il potenziale ritiro di 80-100.000 soldati statunitensi, ha sollecitato la costituzione di una «forza europea in prima linea permanente, invece che una combinazione dei 27 eserciti». Una milizia comandata dalla Commissione anziché soggetta allo Stato più forte? Distopia o illusione.
«Per decenni», ha osservato il Wsj, «la Germania ha resistito alle richieste, guidate dalla Francia, di una maggiore sovranità europea in materia di difesa, preferendo mantenere gli Stati Uniti come garanti ultimi della sicurezza europea. Questa posizione sta ora cambiando sotto la guida del cancelliere tedesco Friedrich Merz, a causa delle preoccupazioni sull’affidabilità degli Stati Uniti come alleato durante la presidenza Trump». E perché - bisogna aggiungere - i massicci stanziamenti nel riarmo metteranno i teutonici nella condizione di strappare la leadership militare ai transalpini. La cui industria è all’avanguardia; le cui forze armate, ad oggi, sono le prime d’Europa; il cui arsenale nucleare strategico è l’unico dell’Ue; ma che i soliti dogmi finanziari dell’Unione limitano negli investimenti futuri. Sono le stesse restrizioni che condizionano Roma.
Non è un caso che il Fcas, il progetto francotedesco per un caccia di sesta generazione, sia collassato per disaccordi sul primato preteso da Parigi; e non è un caso nemmeno che, nel programma parallelo del Gcap, l’Italia si sia fatta affiancare da Regno Unito (fuori dall’Ue) e Giappone. La diffidenza reciproca non è una novità: negli anni Cinquanta, i tre fondatori della Comunità europea provarono a sviluppare insieme il deterrente nucleare, dopodiché Charles de Gaulle si chiamò fuori per realizzare la force de frappe che Emmanuel Macron adesso mette sul piatto, pur di far valere il peso specifico della sua nazione.
Lo squilibrio rispetto alla potenza americana quasi annullava competizione tra gli alleati minori. Che potrebbe essere complicata dall’integrazione dell’Ucraina, già dotata della forza armata più grande d’Europa.
Una relazione speciale con la Casa Bianca ci avrebbe facilitato nello sforzo di affrancarci dai vincoli dell’eurocrazia. Ora, potremmo essere costretti a rituffarci nel pantano. Dove le priorità del concorrente dominante saranno imposte a tutti: c’è da scommettere, ad esempio, che a Berlino prema di più contenere la Russia che gestire il Mediterraneo e il Nord Africa.
Fare da soli è un’opportunità e un rischio. L’autonomia strategica è una formula seducente, ma la sua strada è lastricata di trappole.
«In alcuni casi, la cosa migliore per il Vaticano sarebbe quella di attenersi alle questioni morali, lasciando che il presidente degli Stati Uniti si occupi di decidere le politiche pubbliche americane». Alla fine, al cattolico JD Vance è toccato dire la sua sull’attacco di Donald Trump al Papa, accusato di essere «debole con i criminali» e «pessimo in politica estera».
Non era facile cavarsela: se il vicepresidente avesse difeso il pontefice, avrebbe dovuto dare torto al suo principale; ma per non sconfessare il tycoon, doveva tacitare i suoi sentimenti religiosi. Come prevedibile, non ne è uscito benissimo: il commento che ha affidato a Fox news ricorda in maniera paradossale la dottrina prodiana del «cattolico adulto». Quello che, in politica, si emancipa dal magistero della Chiesa e dai suoi insegnamenti immutabili. Da questo punto di vista, il conservatore Vance potrebbe intendersi con il progressista Joe Biden. A meno di considerare «questione morale» soltanto l’aborto - che l’ex presidente sosteneva mentre continuava serenamente a ricevere la comunione - ma non il ricorso a una guerra ingiusta.
L’effetto che sortirebbe la nuova linea Maga è lo stesso che hanno sempre auspicato i mangiapreti di sinistra, almeno finché i cattolici si concentravano sui ratzingeriani valori non negoziabili, anziché predicare l’immigrazione di massa: ridurre la Chiesa al silenzio. Esattamente ciò che ha ribadito Trump ieri al Corriere: Leone XIV «non ha idea di costa sta succedendo in Iran», «non capisce che in Iran hanno ucciso 42.000 manifestanti lo scorso mese». «Non capisce e non dovrebbe parlare di guerra». Ecco: non dovrebbe parlare. Se non per dire: «Volemose bene».
Dopodiché, le frasi di Vance meritano di essere riportate per intero, perché il ragionamento che ha svolto l’altra notte, durante il programma Special report with Bret Baier, era più complesso di quanto lasci intuire il passaggio estrapolato. «Credo», ha dichiarato il numero due di Washington, «che il presidente abbia la prerogativa di stabilire la politica estera americana; ha la prerogativa di stabilire le politiche migratorie americane; deve occuparsi degli interessi degli Stati Uniti d’America. E ciò, inevitabilmente, significa che quando il Vaticano interviene su questioni di politica pubblica, a volte ci sarà accordo e a volte ci sarà disaccordo. Non penso che sia una cosa che fa particolarmente notizia». Il senso delle parole del vice di The Donald è chiaro: cercava di gettare acqua sul fuoco, di derubricare a fenomeno «naturale», che «accadrà di nuovo in futuro», l’inaudito contrasto con il Palazzo Apostolico.
Se a Vance, a un certo punto, è scappato il piede sull’acceleratore, non è solo per via del suo doppio conflitto d’interessi culturale. Oltreoceano, un cattolico, specie un cattolico di destra, vive sotto esame. Vige un’antica ossessione anglosassone per la presunta duplice lealtà dei «papisti»: sono fedeli a Roma oppure alla nazione? È la congettura ereditata dall’epoca dei conflitti religiosi nella madrepatria britannica; la convinzione che spingeva il filosofo John Locke, altrimenti considerato il padre del liberalismo, a escludere dall’applicazione del principio di tolleranza proprio i cattolici, in quanto sudditi ambigui della Corona. Uomini che, in caso di frattura insanabile con il pontefice, avrebbero di sicuro preferito il vicario di Cristo al re. Forse, è la carta che i protestanti stanno giocando anche dentro l’amministrazione repubblicana, per mettere alle corde un aspirante candidato alle presidenziali del 2028. È un argomento più difficile da ritorcere contro Marco Rubio, meno identificabile per i suoi principi religiosi rispetto a Vance.
Visto che gli evangelici sono stati capaci di sfruttare il narcisismo del tycoon, trattandolo alla stregua di un profeta, potrebbero avergli messo la pulce nell’orecchio: attento, perché tra Gesù e l’imperatore, JD sceglierebbe Gesù. Sorge allora il sospetto che sia Trump stesso a brigare affinché il delfino si bruci. In fondo, egli si considera insostituibile e non ama chi coltiva l’ambizione di raccoglierne il testimone. Ha spedito il vice a svolgere i lavori più sporchi: era stato affidato a lui il compito di incalzare Volodymyr Zelensky, al primo tragico colloquio nello Studio ovale; è stato Vance a dover mettere la faccia sulla sconfitta di Viktor Orbán; e si è intestato lui la difficilissima trattativa con l’Iran, coprendo il fiasco del genero di Trump e dell’inviato speciale, Steve Witkoff. Se si giungesse a un’intesa, in che misura potrebbe rivendicarla? Il presidente tollererebbe che qualcuno gli rubi la scena?
Vance cammina sui gusci d’uovo, dunque. Ma la Chiesa deve prestare attenzione a non lasciarsi strumentalizzare dai dem. È ridicolo ipotizzare che Leone si sia lasciato convincere a scontrarsi con la Casa Bianca dall’ex consigliere di Barack Obama, David M. Axelrod, ricevuto qualche giorno fa in Vaticano. Lo spin doctor, ieri, ha sottolineato che l’udienza «era stata programmata mesi fa» e che non era «legata ad alcuna ipotesi di incontro» del Papa con Obama. È evidente, però, che l’insistenza dell’episcopato statunitense sulla questione migratoria, analoga a quella della Cei, rischia di aggravare la frattura con il popolo dei fedeli. Questi ultimi, nonostante tutto, sembrano fidarsi ancora di Trump: stando all’ultimissimo sondaggio di Politix, il 58% dei cittadini che vanno a messa una volta a settimana ne approva l’operato. È addirittura più del 55% dei voti cattolici ottenuti da The Donald nel 2024.
Certo, la Santa Sede non è tenuta a inseguire gli elettori. E una democrazia, come ha sottolineato ieri Leone, «rimane sana solo quando è radicata nella legge morale». Essere universali è più difficile che guidare una nazione: nella Chiesa c’è Vance, ma c’è pure Rosy Bindi…
Il Vaticano ci aveva provato, a chiudere il caso Avignone. È stato Donald Trump a riaccendere la miccia con gli insulti Papa, che ha definito «debole sulla criminalità», «pessimo in politica estera», accusandolo addirittura di dire «che va bene avere un’arma nucleare». Come si spiegano le frasi sconcertanti uscite su Truth, compreso il passaggio secondo il quale «Leone non sarebbe in Vaticano se io non fossi alla Casa Bianca»? Sono un vaneggiamento egocentrico del presidente? O c’è qualcosa di più profondo?
Non è del tutto falso che la provenienza di Robert Francis Prevost abbia inciso sul conclave. Ma non nel senso inteso dal tycoon, che continua a sovrapporre il destino della nostra civiltà alle sue fortune individuali. I cardinali nordamericani, terminato il pontificato anomalo di Francesco, rivolto alle periferie esistenziali, volevano un ricentramento geografico e culturale della Chiesa. Il proporato di Chicago era apparso il candidato più adeguato a ricucire gli strappi tra progressisti e tradizionalisti; e vista la sua esperienza pastorale in America latina, egli avrebbe potuto affrontare la deriva valoriale dei Paesi secolarizzati senza abbandonare il Sud del mondo.
La filosofia di Leone XIV, comunque, è apparsa chiara sin da quel saluto rivolto ai fedeli dalla Loggia delle Benedizioni, appena dopo la fumata bianca: «La pace sia con tutti voi!». Il pontefice lo ha ribadito ieri, premurandosi di evitare la zuffa con il presidente americano: «Parlo del Vangelo e quindi continuerò a parlare ad alta voce contro la guerra». Il successore di Pietro non ha nessuna preclusione rispetto alla possibilità di collaborare con The Donald. Anzi, all’inizio della settimana di Pasqua, aveva rivelato di averlo sentito al telefono e di aver intravisto, in quella conversazione, degli spiragli per la tregua in Iran, che poi si è concretizzata. Nella misura in cui Trump avesse mantenuto la promessa di porre fine ai conflitti, avrebbe trovato spalancate le porte del Palazzo Apostolico; nel momento in cui ne ha iniziato un altro, Leone è rimasto coerente con il suo «obbligo morale» di difendere la pace. Il cortocircuito innescato dalla svolta bellicista, semmai, è un problema per l’inquilino della Casa Bianca. Reduce, infatti, da un’intemerata nei confronti degli opinionisti Maga, restii a sostenere a oltranza Israele e preoccupati per la palude persiana.
È evidente che il presidente fatica a spiegarsi come mai il Vaticano non lo appoggi in maniera incondizionata, se il 54% degli elettori cattolici americani ha votato per lui. È anche per questo che i suoi uomini del Pentagono, a gennaio, avevano sollecitato il sostegno vaticano con toni irrituali. Il documento geopolitico di dicembre già esortava gli alleati ad allinearsi agli Usa. Forse, non significava soltanto compattarsi sulle priorità strategiche di Washington, a cominciare dalla questione cinese. Trump intende l’egemonia sull’emisfero settentrionale nei termini di un deferente e permanente ossequio tributatogli dai Paesi che rientrano nella sfera d’influenza americana. Può darsi abbia ragione Massimo Cacciari: così, lo Stato mondiale, l’utopia dell’Anticristo di Vladimir Soloviev, finirebbe per realizzarsi come «lo Stato di uno solo». Potrebbe il vicario di Gesù assecondare un progetto del genere? Non può fare da stampella etica all’agenda internazionale del tycoon. E nemmeno soprassedere su certi suoi eccessi nel contrasto all’immigrazione clandestina, pur in sé necessario.
Va dato atto a padre Antonio Spadaro, già direttore de La Civiltà Cattolica, di aver spiegato bene che la subalternità pretesa da The Donald è impossibile: la Chiesa può permettersi di criticare il potere (il modo sbagliato di esercitarlo, chiunque lo detenga) senza diventare un contropotere (senza, cioè, ridursi alla contrapposizione ideologica con un leader «antipatico»). E la Chiesa può permetterselo perché sta «nel mondo» senza essere «del mondo». Perché è cattolica, ossia universale; non nazionale, dunque compromessa con l’autorità dominante, come le sette protestanti.
Trump è caduto nello stesso peccato dei grandi del passato: degli imperatori romani, preoccupati poiché i cristiani rigettavano il culto pubblico pagano e quindi minacciavano la loro supremazia; di Enrico VIII, che ruppe con Roma per il rifiuto del Papa di piegare la dottrina alle esigenze della sua politica matrimoniale. Il modello ideale della Chiesa è quello di San Giovanni Battista: un profeta cui non importava deporre Erode, ma che non aveva paura di rinfacciargli la sua empietà. Persino il re era arrivato a temerne la caratura morale. Nello stesso modo in cui Trump è angosciato dalle reprimende della Santa Sede.
Il presidente Usa, poi, rischia di ritrovarsi una grana davvero analoga a quella degli imperatori romani: l’obiezione di coscienza dei militari. L’episcopato statunitense non ha incitato alla ribellione i membri dell’esercito. Tuttavia, le critiche degli alti prelati all’operazione in Iran sono state demolitive. Molto rilevante quella dell’arcivescovo Timothy Broglio, dato che è l’ordinario militare: a suo avviso, la campagna in Medio Oriente non è giustificabile in base alla teoria cattolica della guerra giusta. Il monsignore ha sottolineato che in America «non si può obiettare a una specifica guerra o a una specifica azione»; una volta arruolati, si deve compiere il proprio dovere. Broglio ha però pregato i soldati di «causare meno male possibile» e di «proteggere le vite innocenti». Si è pronunciato pure il cardinale Robert McElroy, titolare della diocesi di Washington, confermando le riserve su Epic fury e ricordando che, per essere legittimo, un intervento armato deve «avere uno scopo mirato, che è ripristinare la giustizia e ripristinare la pace». È difficile immaginare una rivolta su larga scala. Ma il Pentagono ha appena fatto scattare la registrazione automatica per la leva. E va segnalato che, nella storia americana, ci sono stati momenti di drammatica tensione in materia di coscrizione: pertinente, in questo contesto, è la protesta animata dal movimento Catholic left ai mtepi della guerra in Vietnam, con gli attivisti che irrompevano negli uffici dell’esercito e cospargevano di sangue i documenti di arruolamento.
Ormai è palese che la guerra agli ayatollah ha approfondito la faglia tra le due anime del conservatorismo Usa: quella cattolica e quella evangelica; quella di JD Vance e quella del ministro della Difesa, Pete Hegseth, le cui preghiere per la vittoria hanno indignato la Chiesa. Si capisce per quale motivo Trump sia più in sintonia con la comunità riformata: essa lo asseconda e lo compiace. Mentre non è chiaro quanto pesi un altro fattore psicologico: da che è scampato all’attentato, The Donald magari si è convinto, o è stato convinto dai pastori, di essere in missione per conto di Dio? In tal caso, le sue immagini dissacranti - quella di lui in abiti da Papa, uscita pochi giorni prima dell’elezione di Prevost, e quella comparsa ieri, ma rimossa dal Web, col presidente nei panni di Gesù taumaturgo dell’America - sarebbero ben più di uno scherzo di pessimo gusto. E ci sarebbe da avere paura sul serio.




