Le carte le aveva scoperte, giusto due settimane fa, Benjamin Netanyahu. Il premier israeliano sosteneva che, per evitare le insidie di Hormuz e quelle dell’altro Stretto, Bab el-Mandeb, tenuto in scacco dagli Huthi, petrolio e gas dei Paesi del Golfo avrebbero dovuto transitare sulla direttrice Est-Ovest, attraverso la penisola arabica, fino a sboccare nei porti mediterranei dello Stato ebraico. Adesso sembra che i produttori di oro nero, su quella proposta, stiano facendo più di un pensierino.
Bibi aveva candidamente svelato uno dei possibili obiettivi della guerra all’Iran, se non una delle sue cause: trasformare Israele in un crocevia energetico globale. Con conseguenze geopolitiche durature. Innanzitutto, rendere irrilevante la rotta marittima finita sotto il giogo di Teheran, che poi sarebbe uno dei modi per riportare il Paese «all’età della pietra», come ha detto Donald Trump nella notte di ieri; indebolire l’Egitto, non proprio allineato all’agenda di Tel Aviv, creando un percorso capace di fare concorrenza a quello del canale di Suez; cristallizzare il futuro equilibrio mediorientale nello spirito dei Patti di Abramo, forzando la convergenza con Israele delle monarchie sunnite; e forse, in prospettiva, limitare ancora di più le capacità degli Stati europei di opporsi alle campagne belliche degli israeliani. I quali, a quel punto, controllerebbero i rubinetti del metano e del greggio. E potrebbero esercitare pressioni sugli alleati vulnerabili.
«Quello che bisognerebbe fare», aveva dichiarato in conferenza stampa Netanyahu, «è avere tracciati alternativi. Anziché attraversare le strozzature dello Stretto di Hormuz e dello Stretto di Bab el-Mandeb per ottenere i flussi petroliferi, bisogna fare in modo che tutti i condotti, i gasdotti, vadano verso Ovest, attraverso la penisola arabica, direttamente verso Israele, direttamente verso i porti mediterranei. In questa maniera, ci si sarà liberati delle strozzature per sempre». Di Bibi si può pensare tutto, meno che gli manchi il pregio della chiarezza. La novità è che il suo piano sta prendendo corpo.
l’anti via della seta
Secondo il Financial Times, i Paesi del Golfo si starebbero convincendo a rispolverare alcuni progetti per le pipeline che erano stati archiviati a causa di difficoltà tecniche e costi spropositati. In cima alla lista, ce ne sarebbe uno che ha tra i suoi promotori l’Ue, l’Italia, la Germania, la Francia, gli Emirati, l’Arabia Saudita, l’India e soprattutto gli Stati Uniti, che peraltro lo avevano rilanciato in occasione della visita di inizio 2025 a Washington del premier, Narendra Modi, per l’inaugurazione del secondo mandato di Trump: si tratta del corridoio Imec (India-Middle East-Europe economic corridor), che per gli Usa ha un valore strategico fondamentale, essendo concepito come il controcanto alle iniziative cinesi sulla Via della seta.
Nel disegno originario, era compresa un’infrastruttura per il trasporto di materie prime che, da Mumbai, sarebbe arrivata a Jabel Ali (negli Emirati), quindi a Riad e, infine, al porto di Haifa. In lizza per il ruolo di terminale europeo della gigantesca pipeline c’erano il Pireo in Grecia, Marsiglia e la nostra Trieste. Il problema è che, per realizzare le mastodontiche tubature, si dovrebbero sborsare almeno 5 miliardi. E dal punto di vista ingegneristico, l’opera sarebbe una sfida enorme: sulla strada non ci sono solo dune; andrebbero perforati i rilievi basaltici dell’Hegiaz, che, in Arabia Saudita, corrono in direzione Nord-Sud, fino a diradare bruscamente verso il Mar Rosso.
È significativo che, ai lavori, possa concorrere anche una compagnia privata libanese, Cat Group. Al quotidiano britannico, il ceo della società, Christopher Bush, ha confermato: «Ho molte presentazioni sulla mia scrivania», nelle quali sono illustrati i programmi per costruire diversi condotti. Si comprende quanto sia cruciale, nel calcolo abbozzato da Netanyahu, eliminare i complici del regime iraniano a Beirut - le milizie di Hezbollah - per poter contare sulla cooperazione di un governo ricettivo nel Paese dei cedri.
Dopodiché, i rischi, per il cantiere, non si limiterebbero ai combattenti sciiti: i tubi insisterebbero su territori infestati da bande di jihadisti dell’Isis. E rimarrebbe sempre un punto debole: gli scali navali dell’Oman, esposti al fuoco dei pasdaran.
Ovviamente, interventi di tale magnitudine potrebbero richiedere anni: non ci si meravigli se si dovesse ragionare nei termini di un decennio o più. Ai fini dell’operazione militare in corso, l’orizzonte cronologico però incide poco: la guerra prepara il terreno a un nuovo scenario, che andrà completato nel medio o lungo periodo. Una volta definiti sulla carta tragitti e contratti, l’esito sarebbe pressoché blindato.
il tubo dei sauditi
Già ora, ha notato d’altronde il Financial Times, i sauditi stanno sfruttando l’oleodotto che fu messo in piedi negli anni Ottanta, sulla scia dei timori per gli strascichi del conflitto tra Iran e Iraq. Grazie a quell’opera, riescono a spedire 7 milioni di barili al giorno nel porto egiziano di Yanbu, sul Mar Rosso. Ciò sta consentendo ai petrodollari di Mohammad bin Salman di stare al riparo da missili, droni e mine nello Stretto di Hormuz. Ma sulle acque più a Occidente incombe comunque la minaccia dei ribelli yemeniti. Di qui, la seduzione esercitata dall’ipotesi di erigere un’altra pipeline. Oppure, ancora meglio, «una rete di corridoi», come ha spiegato al quotidiano di Londra Maisoon Kafafy, consigliere del think tank Usa Atlantic Council per i programmi che riguardano il Medio Oriente.
Per i Paesi del Golfo, sarebbe un radicale cambio di paradigma. Una di quelle svolte dalle quali non si torna più indietro. Israele si frega le mani. La guerra all’Iran, ha detto intanto Trump agli americani, è «un investimento per il futuro». Si inizia a capire che cosa intendesse.
Stavolta, l’ultimatum lo dà il Papa: pace entro Pasqua. «Ho parlato con il presidente Trump», ha svelato ieri il pontefice alla Rai, mentre era fuori la residenza di Castel Gandolfo. «Recentemente ha detto che vorrebbe porre fine alla guerra», che «sta cercando una via per ridurre la violenza.
La festa della Pasqua dovrebbe essere il tempo più santo, sacro, di tutto l’anno. È un tempo di pace, di molta riflessione, ma come tutti sappiamo, di nuovo nel mondo, in tanti posti, stiamo vedendo tanta sofferenza, tanti morti, anche bambini innocenti. Preghiamo per loro, per le vittime della guerra, preghiamo che ci sia davvero una pace nuova, rinnovata e che possa dare nuova vita a tutti». «Magari», ha auspicato Robert Francis Prevost, ci sarà «una tregua per Pasqua, ci sono segni adesso che finisca la guerra prima di Pasqua, speriamo».
Dopo la correzione fraterna, per Leone XIV è arrivato il momento della collaborazione con l’amministrazione dei suoi Stati Uniti. Durante l’omelia della Domenica delle palme, reagendo all’inquietante folklore del segretario alla Difesa Usa, Pete Hegseth, che aveva invocato l’aiuto divino nella campagna militare contro l’Iran, il Papa aveva invece ammonito: Dio «non ascolta la preghiera di chi fa la guerra». La Chiesa ci tiene a evitare anche che le scintille con Israele per l’incidente al Santo Sepolcro, interdetto al cardinale Pierbattista Pizzaballa e al custode di Terra Santa, padre Francesco Ielpo, si trasformino in un incendio. «Non voglio soffermarmi di nuovo sull’episodio», ha detto ieri il porporato, durante una conferenza stampa al Patriarcato latino di Gerusalemme. «Ci sono state delle incomprensioni. Vogliamo guardare al momento come a una opportunità per chiare meglio i diritti delle comunità cristiane e il coordinamento con le istituzioni, di modo che non si ripetano più episodi del genere. Abbiamo ricevuto immediatamente l’assistenza del presidente Herzog», ha sottolineato Pizzaballa, «e di numerosi esponenti delle comunità religiose e non, anche ebraiche. Anche la polizia è intervenuta tempestivamente. Siamo spiacenti per quanto accaduto, ma vogliamo guardare avanti». Il risultato della mediazione con le autorità israeliane è un semi-lockdown pasquale: i riti, ha spiegato il patriarca, si terranno «a porte chiuse, con un ristretto numero di persone». Anche al Muro del pianto, comunque, l’accesso è limitato a 50 persone. «Siamo perfettamente consapevoli delle questioni di sicurezza», ha precisato poi Ielpo. Sarà: i protocolli sono così indispensabili che lo stesso premier israeliano, Benjamin Netanyahu, è intervenuto per ripristinare la libertà di culto. Sconfessando le misure draconiane del suo esecutivo e il rigore della polizia, che dipende dal falco Itamar Ben-Gvir.
La distensione dovrebbe essere stata suggellata dall’incontro, avvenuto lunedì, tra il segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, accompagnato dal segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali, monsignor Paul R. Gallagher, e l’ambasciatore di Israele presso la Santa sede, Yaron Sideman. «Durante la conversazione», si leggeva in un comunicato della sala stampa, «si è espresso rammarico per l’accaduto, in merito al quale sono stati offerti chiarimenti, si è preso atto dell’intesa raggiunta tra il Patriarcato latino di Gerusalemme e le autorità locali circa la partecipazione alle liturgie del Triduo santo presso la Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme». Dalla nota, pensata per mettere fine alla querelle, traspariva comunque che l’inconveniente ha irritato i vertici del cattolicesimo.
Eloquente, perciò, è la scelta del Papa di far scrivere le meditazioni per la Via Crucis del Venerdì santo al Colosseo, la prima del suo pontificato, a padre Francesco Patton, custode di Terra Santa tra il 2016 e il 2025. Il frate minore, che era succeduto nel ruolo proprio a Pizzaballa e che è stato poi sostituito da Ielpo, è stato sempre sensibile alle sofferenze dei cristiani mediorientali. Due settimane fa, su Vatican news, ricordava il dramma di Gaza e le violenze dei coloni in Cisgiordania, oggetto di rimostranze del vicepresidente Usa, JD Vance, a Netanyahu.
La replica a Israele di Leone, come da tradizione cattolica, passa per la testimonianza. Concreta e discreta, vibrante e gentile. Torna in mente un passaggio del Primo libro dei Re: il Signore non è nel vento, né nel terremoto, né nel fuoco, bensì nel «sussurro di una brezza leggera». A redarguire Tel Aviv ci ha pensato l’Onu, avvertendola che applicare la legge sulla pena di morte (per la quale anche Pizzaballa ha manifestato «grande dolore»), sia pure ai soli terroristi, sarebbe un crimine di guerra.
«La sicurezza ha una sua logica ed è importante», ha ribadito ieri, in un’intervista al Corriere, il cardinale Fernando Filoni, Gran maestro all’Ordine del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Ma «ognuno deve poter esprimere la propria fede, ebrei, cristiani, musulmani». È il senso delle rimostranze arrivate da Egitto e altri Paesi arabi: Gerusalemme, hanno tuonato, deve «cessare immediatamente la chiusura dei cancelli della moschea di Al-Aqsa/Al-Haram Al-Sharif», «rimuovere le restrizioni di accesso alla Città vecchia» e «astenersi dall’ostacolare l’accesso dei fedeli musulmani alla moschea». I divieti, lamentava il dispaccio, «costituiscono una flagrante violazione del diritto internazionale». Quello, ormai, abbiamo capito che fine abbia fatto.
La chiamano «migrazione circolare», perché «remigrazione» pare brutto e «deportazione» si usa solo se di mezzo c’è Donald Trump. Il senso rimane quello riassunto dal cancelliere tedesco, Friedrich Merz: l’80% dei siriani presente in Germania, cioè oltre un milione di persone, «dovrà tornare nella propria patria entro i prossimi tre anni».
È l’accordo che il governo tedesco ha raggiunto a Berlino, dove lo stesso Merz e il presidente della Repubblica, Frank-Walter Steinmeier, hanno ricevuto - tra proteste e malumori - il leader di Damasco. L’uomo che, deposta la scimitarra, ha cambiato anche nome: non è più il combattente Abu Muhammad al-Jolani, bensì il politico in giacca e cravatta Ahmad Husayn al-Sharaa.
È stato lui a coniare il neologismo che indica il rientro a casa volontario dei siriani: un modello che permetta loro, ha detto al-Sharaa, «di contribuire alla ricostruzione della loro patria senza dover abbandonare la vita stabile che si sono costruiti» in Germania. Per la verità, il principale contributo alla ricostruzione del Paese, reduce da anni di guerra civile, lo darà proprio la Germania: Merz ha accettato di stanziare, già quest’anno, 200 milioni per adeguare la rete idrica e ristrutturare gli ospedali siriani. È il prezzo da pagare per rispedire indietro gli immigrati che Angela Merkel, undici anni fa, aveva iniziato ad accogliere a braccia aperte, all’apice della crisi umanitaria in Medio Oriente.
Il 31 agosto 2015, dopo aver visitato un centro per rifugiati a Dresda, la cancelliera cristiano-democratica pronunciò una frase passata alla storia: «Wir schaffen das!», «Possiamo farcela!». Fu lo «Yes, we can!» con i crauti, pensato per convincere i cittadini ad accettare l’ingresso di 1 milione e 200.000 richiedenti asilo nel biennio 2015-2016, il 35-40% dei quali provenienti dalla Siria. Dietro l’afflato di carità, si celavano motivazioni ben più materialistiche: la Merkel aveva intravisto la possibilità di importare la manodopera a basso costo di cui l’industria tedesca aveva bisogno per rimanere competitiva sui mercati. Ma nel giro di pochi mesi, iniziarono i guai: la notte di Capodanno, i nuovi arrivati, in primis nordafricani e afgani, ringraziarono per l’ospitalità organizzando molestie e stupri di gruppo in varie città. Gli episodi più gravi avvennero a Colonia, ma aggressioni analoghe si verificarono pure altrove, da Amburgo a Stoccarda. Le autorità fecero di tutto per occultare la notizia, finendo per indignare ancora di più l’opinione pubblica.
In seguito, vennero le ondate di attentati e di assalti all’arma bianca, che costrinsero persino il socialdemocratico Olaf Scholz a un giro di vite: sospensione di Schengen, reintroduzione dei controlli ai confini, espulsione dei criminali anche in Paesi che si farebbe fatica a considerare sicuri, tipo l’Afghanistan. È la stessa strada battuta dal governo in carica di Cdu e Spd, che ha attivato un canale con Kabul e adesso, pur di mandar via i siriani, sdogana l’ex miliziano di Damasco. Reduce da trasferte di successo negli Stati Uniti di Trump e nella Francia di Emmanuel Macron.
Così, l’intesa di ieri completa il matricidio cristiano-democratico: Merz rinnega la Merkel. La quale, nel 2024, in occasione della presentazione della sua autobiografia, Libertà, insisteva: «Fu giusto accogliere quei rifugiati. Quale sarebbe stata l’alternativa? Respingere i profughi alle frontiere con gli idranti?». Intanto, rivendicava l’altra furbata tedesca: l’accordo da 6 miliardi di euro con la Turchia di Recep Erdogan, che consentì al Paese, una volta soddisfatte le richieste delle imprese, di chiudere le porte e scaricare sulle nazioni mediterranee barconi e naufragi. Un esempio che deve aver convinto Merz ad allentare i cordoni della borsa a beneficio del collega mediorientale.
Il cancelliere, ieri, ha dichiarato che «la maggior parte dei siriani desidera tornare nel proprio Paese». Tutto sta a instaurare anche lì uno «Stato di diritto» e garantire la tutela dei cittadini, «indipendentemente dalla loro religione, etnia o genere». A Berlino, però, hanno talmente fretta di sgomberare le strade dagli indesiderati, che sembrano disposti ad accontentarsi di impegni puramente verbali. Al-Sharaa ha giurato: «Vogliamo diventare uno Stato di istituzioni, in cui tutte le componenti della società possano vivere senza paura». «Tutte le minoranze», ha proclamato, «dovranno godere dei diritti». Nel frattempo, però, i cristiani continuano a essere oggetto di abusi.
Gli ultimi episodi si sono verificati, in questi giorni, ad Al-Suqaylabiyah, l’unico centro del governatorato di Hama a maggioranza greco-ortodossa. Una lite scoppiata per la vendita di alcolici in un negozio, che per gli islamici va proibita e che è stata già bandita quasi ovunque a Damasco, ha provocato pesanti rappresaglie: orde di giovani radicalizzati, a bordo di motociclette, hanno devastato vetrine, locali e una statua della Madonna, per poi aggredire e insultare ragazze cristiane. La comunità è stata costretta a celebrare in modo molto discreto la Domenica delle Palme. E i crimini restano impuniti. Ad Asia News, monsignor Jacques Mourad, arcivescovo siro-cattolico di Homs, ha riferito che, nella sua città, «quasi ogni giorno vi sono uccisioni», specie di alawiti. «Nessuno dice nulla o fa nulla per fermare questo circolo di vendetta», ha sospirato il prelato.
Sono le premesse adeguate per ordinare rimpatri di massa. In Germania esisterà Magistratura democratica?




