«La narrativa offerta da alcuni organi di stampa non corrisponde affatto alla verità». La nota diffusa ieri dalla sala stampa vaticana sembrerebbe chiudere il caso delle minacce del Pentagono all’ex Nunzio apostolico negli Stati Uniti, il cardinale Christhophe Pierre, scoppiato dopo le rivelazioni di Mattia Ferraresi su The Free Press.
Ma la smentita non smentisce il dettaglio principale della vicenda: lo sgarbo del sottosegretario alla Guerra americano, Elbridge Andrew Colby, oppure, secondo ricostruzioni diverse, di un altro funzionario presente all’incontro del 22 gennaio scorso con il rappresentante della Santa Sede, i quali avevano evocato la cattività avignonese, pur di convincere la Chiesa cattolica a schierarsi apertamente con Washington, alla luce della sua incomparabile potenza militare.
Basta confrontare il tono dei comunicati diramati dall’entourage del Papa con quello della rettifica pubblicata su X da Brian Burch, l’ambasciatore «pontificio» di Donald Trump.
Giovedì, la segreteria della Nunziatura apostolica si era limitata a confermare l’avvenuto colloquio nella sede del ministero in Virginia, sottolineando anche che «incontri con ufficiali del governo sono una pratica normale». Vero. Anomalo, semmai, era il luogo: non era mai accaduto prima che un Nunzio fosse convocato al Pentagono. Né in questa precisazione, né in quella di ieri della sala stampa, veniva tuttavia escluso che la parte americana avesse pronunciato la battutaccia su Avignone. Un’allusione al periodo, tra il 1309 e il 1377, in cui il Papato venne tradotto in Provenza, a causa di dissidi con la borghesia romana e della grave frattura con la monarchia francese. L’unico a negare tutto è stato Burch: «Minaccia di Avignone? Nessuna». L’ambasciatore ha attribuito la ritrattazione allo stesso Pierre: egli lo avrebbe confortato sul fatto che le «caratterizzazioni mediatiche» del faccia a faccia con Colby fossero - la formula ricalcherebbe proprio le parole del porporato - «montature», «semplicemente inventate». Anche Matteo Bruni, dal Vaticano, ha voluto rimarcare che, per Pierre, tutto era «rientrato nella regolare missione» diplomatica. Peccato che, dalla viva voce del cardinale, non sia uscito alcunché. Niwa Limbu, corrispondente del Catholic Herald, ha detto di avergli parlato al telefono. Pierre sarebbe stato lapidario: «Preferisco non parlare». Se Ferraresi ha raccontato fandonie, perché rimanere in silenzio e lasciarsi virgolettare da Burch?
Nella serata di ieri, l’ambasciata Usa presso la Santa Sede ha ribadito l’impegno per una «partnership profonda e collaborativa». Ma se il Washington Post ha menzionato una fonte vaticana, secondo cui il vertice al Pentagono è stato «inusuale», The Pillar, autorevole testata d’Oltreoceano che si occupa di questioni ecclesiali, ha ottenuto la conferma che il confronto era stato «teso». I funzionari papali sentiti dal quotidiano non hanno parlato di minacce (né lo ha fatto il pezzo da cui tutto è nato), però hanno ammesso che i rappresentanti Usa erano stati «aggressivi» e «prepotenti». Il confine tra «aggressività», «prepotenza» e «minaccia» è opinabile. Ma una cosa è sicura: quel giorno di gennaio, gli uomini di Pete Hegseth hanno come minimo stiracchiato i protocolli diplomatici.
Il che ci porta al nodo della questione: il redde rationem, interno all’amministrazione Trump, tra i cattolici conservatori e gli ultranazionalisti protestanti. Colby fa parte della cerchia di JD Vance, così come Randy George, il capo di Stato maggiore silurato dal ministro, e Dan Driscoll, che invece non ha intenzione di dimettersi. Dal lato opposto della barricata c’è il segretario alla Guerra. Capofila di quel movimento di «cristiani sionisti», sostenitori entusiasti della campagna contro l’Iran al fianco di Benjamin Netanyahu, cui appartengono pure i pastori evangelici che hanno imposto le mani su The Donald nello Studio ovale, per benedire la sua impresa bellica. Questi ultimi sono già allineati alla sterzata improvvisa del presidente ex isolazionista; ma il sostegno dei cattolici non è incondizionato. Costoro non amano gli eccessi della Casa Bianca e sono sensibili ai messaggi del pontefice e dei vescovi sulla guerra e su una gestione più umana della lotta all’immigrazione clandestina.
Ecco cosa può essere accaduto il 22 gennaio: un tentativo di guadagnare il consenso della Chiesa, blindando la svolta a destra dell’elettorato cattolico statunitense e archiviando i sempiterni timori Wasp per la sua «doppia lealtà» (alla patria ma pure al Papa), potrebbe essere sfuggito di mano.
L’incidente aggrava la posizione di Hegseth, il quale fa già i conti con una guerra, maturata sull’asse Israele-protestantesimo Usa, dagli esiti deludenti, la cui conclusione negoziata viene picconata da Tel Aviv, mentre la popolarità dello Stato ebraico crolla tra i cittadini americani. Inoltre, i soldati lo accusano di non aver protetto adeguatamente la base in Kuwait, in cui un raid iraniano ha ucciso sei di loro. Sono grosse gatte da pelare.
Dopodiché, va registrata la volontà vaticana di gettare acqua sul fuoco. A parte i bollettini ufficiali, sorprende che nella squadra di pompieri si siano arruolati i gesuiti progressisti, i più lontani dal tycoon. A cominciare dal sacerdote degli Lgbt, padre James Martin. Merita un elogio padre Antonio Spadaro, già direttore de La Civiltà Cattolica e sottosegretario al Dicastero per la Cultura: egli ha rifiutato ogni strumentalizzazione della faccenda e ha offerto una lettura molto profonda dell’approccio del pontefice alle questioni internazionali. «Leone contro Trump? Questa cornice è errata. Perché è riduttiva», ha scritto su Union of Catholic Asian News. «La posta in gioco è completamente diversa: è il Papa che combatte contro la guerra. Non contro un presidente, contro un modo di pensare. Contro l’idea stessa che rende la guerra possibile». Sono le istruzioni per sottrarsi al fraintendimento che cavalcano i dem Usa, sperando di tamponare l’emorragia di voti cattolici; la medesima incomprensione che aveva spinto il Pentagono a interpellare il Nunzio, temendo che il monito di Robert Francis Prevost sull’impiego della forza al posto del dialogo fosse una scomunica della «dottrina Donroe» di Trump. Spadaro ha aggiunto che la linea di Leone XIV «potrebbe contribuire a interrompere una tendenza che ha dominato il cattolicesimo americano - meno religione come collante nazionale, più fede come critica del potere». A ben vedere, più che una deriva cattolica, è esattamente la distorsione protestante che ha finito per ispirare l’operazione Epic fury.
Il Papa, intanto, non ha smesso di far pesare la sua autorità morale: ai membri della Chiesa di Baghdad dei Caldei, ieri, ha chiesto di essere «segni di speranza in un mondo segnato da violenze assurde e disumane, che in questo tempo, mosse dall’avidità e dall’odio, dilagano con ferocia proprio nelle terre che hanno visto sorgere la salvezza, nei luoghi sacri dell’Oriente cristiano, profanati dalla blasfemia della guerra e dalla brutalità degli affari». «Dio», ha insistito, «non benedice alcun conflitto». È sembrato persino tornare sull’episodio della Domenica delle palme, quando Israele ha vietato al cardinale Pierbattista Pizzaballa l’accesso al Santo Sepolcro. «I cristiani in tutto il Medio Oriente», ha tuonato, «siano rispettati, non solo a parole: godano di vera libertà religiosa e di piena cittadinanza, senza essere trattati da ospiti o da cittadini di seconda classe». Appunti per Netanyahu, Hegseth e la sua armata di predicatori crociati.
«Ricordatevi di Avignone». Se già non aveva precedenti la convocazione di un Nunzio apostolico al Pentagono, inaudita è stata la minaccia che i funzionari dell’amministrazione Usa hanno indirizzato al rappresentante del Vaticano, durante un incontro avvenuto al Dipartimento della Difesa a gennaio, in cui avevano sollecitato la Chiesa a schierarsi al fianco dell’America, poiché dotata della potenza militare per fare ciò che vuole nel mondo. Magari, anche occupare il Palazzo Apostolico?
La notizia del tesissimo vertice l’ha data, su The Free Press, il giornalista italiano Mattia Ferraresi. E il suo reportage, Oltreoceano, ha fatto molto rumore.
L’iniziativa di chiamare negli uffici ministeriali della Virginia l’allora ambasciatore di papa Leone negli Stati Uniti, l’ottantenne cardinale francese Christophe Pierre, al quale a marzo è subentrato l’arcivescovo Gabriele Giordano Caccia, è partita dal sottosegretario Elbridge Andrew Colby. Non uno della cerchia dei nazionalisti evangelici cui appartiene il suo principale, Pete Hegseth. Colby, anzi, è un cattolico in quota JD Vance, un fautore del contenimento delle ambizioni egemoniche della Cina sull’Asia, ma anche del disimpegno Usa dal teatro ucraino e della riduzione della presenza militare a stelle e strisce in Medio Oriente. Non ce lo si aspetterebbe a sponsorizzare una guerra temeraria contro l’Iran al fianco di Benjamin Netanyahu. Men che meno a intimidire la Santa Sede. Cosa è successo tre mesi fa, allora? È stato Hegseth a mandare avanti un fedele della Chiesa di Roma? Oppure Vance ha provato, per interposta persona, a reindirizzare le relazioni con il Vaticano, però la situazione alla fine è sfuggita di mano?
Si sa che la richiesta di un confronto era maturata in seguito al discorso agli ambasciatori, pronunciato da Robert Francis Prevost il 9 gennaio. Un passaggio aveva irritato i vertici del governo Usa: «A una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti», aveva detto il pontefice, «si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati». Queste frasi sono state interpretate come una critica alla «dottrina Donroe», messa nero su bianco appena un mese prima, con la quale Donald Trump rivendicava il predominio sull’emisfero occidentale ed esigeva che i partner si allineassero ai desiderata di Washington.
Colby, durante il faccia a faccia, ha espresso al cardinale Pierre le rimostranze dell’amministrazione, ma la conversazione non dev’essere andata come speravano al Pentagono. Qui, le ricostruzioni divergono: a tirare fuori la cattività avignonese, stando a The Catholic Herald, non sarebbe stato Colby, bensì un altro funzionario presente al colloquio. Il tono, comunque, è stato deprecabile, con l’allusione all’infelice periodo tra il 1309 e il 1377, allorché, per dissapori con la borghesia romana, specie la famiglia Colonna, e a causa della frattura che si era aperta tra Bonifacio VIII e il re di Francia Filippo il Bello, la sede del Papato fu spostata da Roma alla cittadina provenzale. Il capetingio aveva agitato lo spauracchio di uno scisma, oltre ad annunciare un processo postumo per eresia al defunto pontefice, Benedetto Caetani. È improbabile che Trump pensi di far tradurre Leone XIV in ceppi sulla East Coast, come è accaduto a Nicolás Maduro. Lo sgarbo, però, ha allarmato la diplomazia vaticana, anche se non è chiaro quanto abbia influito nella scelta di Prevost di fissare al prossimo 4 luglio la sua visita a Lampedusa, l’isola dei migranti, rispondendo picche all’invito di Vance: a maggio 2025, pochi giorni dopo la sua elezione, il vicepresidente gli aveva proposto di andare negli Usa per celebrare i 250 anni dalla Dichiarazione d’indipendenza. Sulla decisione avranno pensato l’opposizione dei vescovi americani alle politiche migratorie di The Donald e il desiderio di sottrarsi a eventuali strumentalizzazioni elettorali, giacché incombe il medio termine di novembre.
Quel che è certo è che i moniti del Papa sull’impiego spudorato della forza nelle relazioni internazionali sono diventati sempre più fragorosi. E dopo l’inizio della campagna in Iran, che la Santa Sede ha criticato duramente, Leone ha reagito all’inquietante folklore delle mani dei predicatori imposte su Trump e di Hegseth che implorava l’aiuto divino per vincere la crociata: Dio «non ascolta la preghiera di chi fa la guerra», ha tuonato il Papa yankee lo scorso 29 marzo. Va tuttavia notato che, la settimana scorsa, Prevost ha riferito di una telefonata con Trump, auspicando una tregua entro Pasqua. Il cessate il fuoco, sia pur fragile, è arrivato il martedì dopo Pasquetta. Nella serata di ieri, il Dipartimento della Difesa ha rilasciato un comunicato, nel quale definiva «grossolanamente distorti» i resoconti sull’incontro del 22 gennaio, che sarebbe stato invece una «discussione rispettosa e ragionevole»; e l’ambasciatore Usa presso la Santa Sede, Brian Burch, ha assicurato di aver parlato con Pierre, il quale gli avrebbe confermato che la storia delle minacce è stata «inventata».
Il punto è che The Donald non può alienarsi la Chiesa: il voto cattolico, negli Usa, si è spostato a destra e costituisce una componente imprescindibile dell’elettorato conservatore. Quello protestante ed evangelico è già allineato e coperto. Se n’è accorta anche Reuters, che ha pubblicato un approfondimento sul ruolo delle sette riformate nel fomentare la svolta bellicosa dell’amministrazione. L’agenzia ha omesso di segnalare il risvolto della medaglia: lo schiacciamento dei «sionisti cristiani» sull’agenda di Netanyahu ha contribuito a impantanare Trump nel conflitto mediorientale, che il premier israeliano, come ha rivelato il New York Times, aveva provato a vendergli sfruttando informazioni di intelligence false. Dei collaboratori del presidente, solo Hegseth era un entusiasta sostenitore della missione; il cattolico Marco Rubio, benché timidamente, aveva espresso delle riserve, mentre Vance vi si era opposto in maniera risoluta.
Il vice del tycoon, in Ungheria, ha provato a dribblare le domande sullo scoop di The Free Press: «Non ho mai visto questo report. Vorrei parlare davvero col cardinale Christophe Pierre e, in modo franco, con i nostri, per capire cosa è successo davvero. Credo che sia sempre una cattiva idea quella di offrire un’opinione su vicende non confermate, per cui non lo farò».
Al Pentagono, comunque, l’esito deludente dei quaranta giorni di bombardamenti in Iran ha già approfondito la faglia teologico-politica tra le due anime religiose del trumpismo. E se Hegseth è riuscito a far saltare la testa del generale Randy George, amico di Vance, Daniel Driscoll, pure lui vicino al vicepresidente, ha messo in chiaro che non intende rinunciare all’incarico di segretario dell’Esercito.
Intanto, il Papa ha ricevuto proprio ieri il nuovo Nunzio negli Usa, monsignor Caccia. Meno attesa era l’udienza concessa a David M. Axelrod, membro del Partito democratico, stratega e consigliere di Barack Obama. Bisogna attribuirle un significato politico? Leone non rifiuterà di collaborare in buona fede con Trump. Solo, non alle condizioni dettate dai suoi ministri che giocano a fare i Templari. Lezione da imparare: le benedizioni non si estorcono a mano armata.
È il momento di JD Vance. Mentre Donald Trump concordava la tregua con l’Iran, il vicepresidente americano era in Ungheria a sostenere Viktor Orbán. Ma il fiasco mediorientale, un fardello sul groppone del tycoon e del segretario alla Difesa, Pete Hegseth, renderà l’ex «montanaro» protagonista della prossima fase.
Vance sarà alla guida della delegazione statunitense incaricata di trattare con il presidente del Parlamento di Teheran, Mohammad Bagher Ghalibaf. La Casa Bianca lo ha confermato in serata, dopo qualche titubanza di Trump. Le controparti si fidano più di lui che di Jared Kushner, il genero ebreo di The Donald, e di Steve Witkoff, l’inviato speciale non sempre allineato a Benjamin Netanyahu, ma di incrollabile fede sionista: il regime sciita li accusa di aver travisato le sue posizioni.
Vance raccoglierebbe così i frutti della sua coerenza: stando alla ricostruzione pubblicata sul New York Times da Jonathan Swan e Maggie Haberman, egli è stato l’unico a opporsi apertamente alla guerra, durante le riunioni nella Situation room alle quali erano presenti i vertici dell’amministrazione, il capo della Cia, John Ratcliffe, e quello dell’esercito, Dan Caine. I reporter, che dedicheranno alla vicenda una parte del loro libro in uscita a giugno, hanno svelato che il premier israeliano aveva iniziato a premere su Trump dal suo viaggio a Washington, lo scorso 11 febbraio. Bibi, ricevuto con tutti gli onori, avrebbe garantito che il popolo iraniano, con la spintarella dei raid e qualche intervento ad hoc dell’intelligence, era pronto a rovesciare il regime. La Repubblica islamica si sarebbe trovata in una posizione di tale debolezza, che in breve gli alleati avrebbero potuto distruggere le sue capacità balistiche, senza che il nemico avesse il tempo di bloccare lo Stretto di Hormuz. Lo scenario non aveva convinto quasi nessuno: Ratcliffe lo considerava «farsesco»; il segretario di Stato, Marco Rubio, ha definito quelle del premier israeliano «stronzate». L’unico sostenitore entusiasta dell’impresa militare era Hegseth. Eppure, alla fine, soltanto Vance (assente l’11 febbraio) ha avuto il coraggio di bocciare l’idea di un conflitto su larga scala. Nemmeno il generale Caine, pur avendo avvisato il tycoon sul rischio che gli Usa consumassero le scorte di missili e intercettori, avrebbe dato parere negativo all’operazione. «Tutti si sono rimessi agli istinti del presidente», hanno scritto Swan e Haberman. Quello del New York Times non è l’unico addebito dei media nazionali al numero uno del Pentagono. Sul Washington Post è comparso un lungo articolo che citava funzionari dell’amministrazione, secondo cui «Pete non racconta la verità al presidente». Hegseth ieri ha tentato di vendere gli strabilianti risultati dei 40 giorni di bombardamenti: ha dichiarato che Teheran è stata «umiliata e demoralizzata»; che non avrà mai l’atomica; che Mojtaba Khamenei è «ferito e sfigurato»; ha proclamato che l’America ha ottenuto una «storica vittoria sul campo», che Trump è un «presidente della pace», che avrebbe potuto «paralizzare l’intera economia iraniana in pochi minuti, ma ha scelto la clemenza». Ha ripetuto persino la bufala del controllo dei cieli, sapendo che un conto è la superiorità aerea - indiscussa - e un conto è il dominio aereo. Questo, gli aggressori non l’hanno conseguito, almeno al di sotto di certe quote: altrimenti, i caccia non sarebbero stati abbattuti. Ciò non significa che per l’Iran la guerra sia stata una passeggiata: forse non è stato distrutto «circa il 90% dell’industria militare» - ciò che ha sostenuto il generale Caine - però i danni all’apparato produttivo sono stati pesantissimi. E ricostruire richiederà anni, anche se fosse vero che a disposizione ci sono ancora «15.000 missili e 45.000 droni», come hanno comunicato martedì i pasdaran agli Usa. Ma già solo considerare un punto di partenza «ragionevole» - parola di Trump - il piano in dieci punti degli ayatollah, per gli Usa significa ammettere una sostanziale sconfitta strategica.
Deve averlo capito Dan Driscoll, segretario dell’Esercito e amico personale di Vance: sembrava che la sua testa sarebbe stata la prossima a saltare, dopo quella del capo di Stato maggiore, Randy George, altro uomo vicino al vicepresidente. Invece ieri, al Washington Post, Driscoll ha garantito: «Non ho in programma di lasciare o dimettermi». D’altronde, già da un po’ di giorni Hegseth, constatato lo stallo in Medio Oriente, teme per il proprio incarico. È improbabile che Trump lo siluri, specie dopo due rimozioni pesanti come quelle di Pam Bondi, ex ministro della Giustizia, e Kristi Noem, ex segretario alla Sicurezza interna. In ogni caso, il suo scranno non è il più solido nell’esecutivo.
The Donald non lo ammetterebbe mai, ma è probabile che si sia reso conto del raggiro di Netanyahu e dei sionisti evangelici, di cui Hegseth è un esponente di spicco. Il tycoon fatica a dissociarsi dallo Stato ebraico, tanto che la Casa Bianca ha comunicato che il fronte libanese era escluso dall’accordo per il cessate il fuoco. Ma la realtà sta dando ragione alle cautele espresse dai cattolici dell’amministrazione: Rubio, forse troppo «ambivalente», ha notato il New York Times, nel suo atteggiamento sull’Iran; e Vance, ligio all’orientamento della base Maga, che disprezza l’avventurismo bellico. Gli ultimi sondaggi, peraltro, mostrano che l’opinione pubblica è ormai al 60% contraria alle politiche di Tel Aviv.
Ieri, da Budapest, il vicepresidente parlava da capo negoziatore. Se gli sciiti «sono disposti a collaborare con noi in buona fede», ha commentato, «credo che possiamo raggiungere un accordo». Vance ha rimesso la testa pure sull’altra guerra, quella tra Mosca e Kiev, la «più difficile da risolvere»: «Sono abbastanza ottimista», ha detto, «perché ha smesso di avere senso. Vale la pena continuare a combattere per pochi chilometri, al costo di centinaia di migliaia di vite e di anni di crisi economica ed energetica? Per noi la risposta è no. Ma servono due parti: noi possiamo aprire la porta, ma russi e ucraini devono attraversare la soglia». Hegseth potrebbe concordare: nel Donbass non c’è un Santo Sepolcro da dare in appalto a Israele.





