«I primi segnali sono già visibili dalle statistiche». Olli Rehn, governatore della Banca di Finlandia e membro del Consiglio direttivo della Bce, ieri è stato costretto ad ammettere che i dati corroborano l’impressione dell’uomo della strada: l’Europa è messa malissimo.
La crescita nell’area euro, ha registrato il funzionario, è «appena positiva»; l’inflazione galoppa, in media, «al 3%». Tecnicamente, la concomitanza di stagnazione e aumento dei prezzi ha un nome ben preciso: si chiama stagflazione. L’incubo degli anni Settanta. L’istituto di Francoforte aveva auspicato scenari meno foschi, ma lo stallo in Medio Oriente sta peggiorando le prospettive, anche se lo choc energetico - ha riferito il banchiere a Bloomberg - «non è grande» come all’inizio della guerra in Ucraina. Si vede che il secondo tsunami si è abbattuto su una struttura già danneggiata. Si vede che il pantano di Hormuz sta uccidendo un uomo morto.
Di fronte a questo scenario allarmante, ci si aspetterebbe che la Commissione Ue reagisca con prontezza e proporzionalità. In fondo, non era Ursula von der Leyen quella che ci riempiva di prediche sull’era della «permacrisi», in cui dobbiamo essere sempre pronti, come i cristiani si preparano all’irruzione del «ladro» di notte? E invece, adesso scopriamo che chi ci tartassava con gli «estote parati», in questo momento, non ha niente da offrirci se non «sangue, fatica, lacrime e sudore». E per consolarci, non abbiamo nemmeno un leader della caratura di Winston Churchill a esigere il sacrificio.
L’Europa, insomma, si sta avviluppando in una tragica spirale masochistica: siccome si profila una contrazione dell’economia, allora ha stabilito di puntare sui fattori capaci di aggravarla.
È stato il commissario all’Energia, ieri, a coniare la nuova categoria logica: il sillogismo tafazziano. Ai ministri degli Stati membri, riuniti a Cipro, che detiene la presidenza di turno dell’Unione, Dan Jorgensen ha consegnato il prontuario delle «buone pratiche e idee» per affrontare l’emergenza. Non sarà casuale la denominazione dal gusto francescano: il politico danese ritiene opportuno promuovere la riduzione dei consumi, quale strada maestra per diminuire la domanda di un’energia che sta costando troppo. Tutti col saio e a lume di candela; lo chiede l’Europa.
Il rappresentante di Bruxelles sta vivendo la congiuntura anche come l’occasione per impartire una lezione morale ai governi: l’austerità, sostiene lui, ci dimostrerà quanto sia urgente «rendere il più possibile attraenti gli incentivi per passare dai combustibili fossili alle rinnovabili». In attesa della rivoluzione verde, però, toccherà tirare la cinghia. Usare meno energia. Quindi, produrre meno. E ciò comporterà un’accelerazione di quella decrescita che, al contrario, andrebbe scongiurata. Finché la stagflazione (tassi bassissimi di incremento del Pil, uniti a inflazione) non diventerà recessione tout court. A quel punto, sì che si potrà cominciare a spendere per invertire il ciclo: il paziente, in Europa, si cura soltanto quando ha un piede nella fossa - quando sta bene ed è negativo ai tamponi, lo si schiaffa in quarantena. Ma questa è un’altra storia di nostalgie pandemiche.
L’idea di intervenire con risorse pubbliche per prevenire un’acutizzazione della crisi è un tabù: lo dimostrano le reticenze del commissario. Il quale ha ammesso, certo, che nel breve termine le nazioni dovranno sovvenzionare alcuni settori industriali e aiutare almeno i cittadini più vulnerabili. «Questo è legittimo», ha concesso nella sua magnanimità. Tuttavia, Jorgensen ha ribadito che gli esponenti dell’esecutivo comunitario sono «molto fermi» nelle loro «raccomandazioni»: le misure «devono essere mirate e temporanee». Guai a usare i pochi soldi che uno ha a disposizione per rallentare il tracollo, sperando che Usa e Iran si mettano d’accordo prima possibile.
È la stessa filosofia del responsabile continentale dell’Economia, Valdis Dombrovskis: già il 5 maggio, il lettone riconosceva che «lo scenario che stiamo affrontando è quello di stagflazione»; eppure, non ha voluto demordere. Non essendo ancora arrivata la recessione, da lui non si può pretendere la sospensione del Patto di stabilità, che era stata invocata dal nostro ministro, Giancarlo Giorgetti.
Sulla stessa falsariga degli altri eurocrati, ieri, è arrivato l’intervento di Enrico Letta. L’uomo incaricato di elaborare la formula magica per il radioso futuro dell’Unione ha esortato a tenere duro: «Bisogna riuscire a mantenere la direzione di marcia, nonostante questi stress test», ovvero il conflitto a Est e poi quello nel Golfo Persico, «che ci riportano duramente alla necessità di trovare soluzioni immediate a crisi immediata». L’ottimismo della volontà deve comunque indurci a mantenere «separati» i «due piani»: quello dell’«arrivare alla fine del mese» e quello dell’«occuparsi della fine del mondo», Pertanto, ha aggiunto l’ex presidente del Consiglio, «dobbiamo riuscire a mantenere la direzione di marcia della strategia compresa nel Green deal, a prescindere dalle crisi congiunturali». A prescindere dalla realtà, verrebbe da dire.
Nell’Unione delle ideologie, se i fatti non si adeguano all’utopia, tanto peggio per i fatti. E per le nostre tasche.
Il ddl Zan s’ha da (ri)fare: ce lo chiede l’Europa. La notizia arriva direttamente dal padre della legge mordacchia, che nel 2021 venne affossata al Senato tra «gli applausi della destra» (ricordava ieri Repubblica) e, soprattutto, con lo zampino dei franchi tiratori della sinistra. In un’intervista al quotidiano romano, l’eurodeputato del Pd ha segnalato che il 21 maggio, nella plenaria di Strasburgo, con l’imprescindibile contributo del Ppe, dovrebbe essere approvata una revisione della direttiva Vittime del 2012.
Il testo, ha riferito Alessandro Zan, sancirà «tutele speciali per chi è oggetto di stalking, violenza domestica, crimini d’odio». «Il giudice», ha aggiunto l’onorevole, «dovrà tenere conto delle motivazioni discriminatorie di un reato», il che rafforzerà la posizione di chi subisce abusi «dal momento della denuncia al risarcimento dei danni. I dati della vittima, come la residenza, non saranno disponibili all’imputato, salvo decisione del giudice. Verrà introdotta la possibilità di denuncia anche attraverso organizzazioni riconosciute», qualora la persona offesa abbia paura di procedere da sola; e nascerà «un numero unico europeo per le vittime. Ci sarà una formazione obbligatoria per gli operatori, dalla polizia al personale sanitario. Sostegno alla denuncia anche per migranti con status irregolare».
Vista in questa chiave, la direttiva Ue, cui Roma dovrebbe poi conformarsi, riporterebbe in vita soltanto la parte giuridicamente meno discussa del ddl Zan: l’idea originaria di estendere ad altre categorie protette le disposizioni della legge Mancino del 1993. In realtà, i motivi principali per cui quell’iniziativa normativa creò scompiglio erano più seri. Innanzitutto, l’articolo 1 del testo avrebbe introdotto la definizione legale di identità di genere, intesa come «autopercezione», a prescindere dal dato biologico. Zan, così, tentava un’operazione subdola: imporre e blindare l’ideologia Lgbt, sfruttando il potere di una maggioranza politica.
Ancora peggio era il combinato degli articoli 2 e 3, contenenti le modifiche al Codice penale che avrebbero creato fattispecie basate sull’omotransfobia, e dell’articolo 4, che avrebbe dovuto salvaguardare la libertà di espressione, ma si fondava su una formulazione vaga e insidiosa: garantendo la legittimità delle opinioni solo fintantoché non fossero state «idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti», il cavillo spalancava le porte all’arbitrio dei magistrati nel determinare un eventuale collegamento tra manifestazione delle idee e condotte delittuose altrui. Per intenderci: pubblico un libro in cui difendo la famiglia tradizionale; un invasato picchia un omosessuale dichiarando di essersi sentito ispirato da quel volume; potrei essere condannato, perché ciò che ho scritto si sarebbe rivelato «idoneo» a indurre un’altra persona a commettere un reato?
Era controverso anche l’articolo 7, che istituiva la Giornata nazionale contro omofobia, lesbofobia, bifobia e transfobia, con l’obbligo per le scuole di predisporre attività di sensibilizzazione. Il lavaggio del cervello tra i banchi.
A parte l’odore di incostituzionalità del ddl, contro quell’iniziativa si schierò apertamente la Chiesa, evocando addirittura potenziali violazioni del Concordato. Si spiega la freddezza con cui lo accolsero gli esponenti cattolici del Pd. Alla fine, il progetto sfumò in Aula, vittima della tagliola e di uno scrutinio segreto.
Ora, archiviata la delusione, il signor Pride, l’uomo la cui società era arrivata a incassare oltre un milione di euro l’anno grazie alla carnevalata sull’orgoglio gay che organizzava a Padova, torna alla carica. Riesumando il bavaglio e rilanciando la crociata per le nozze omosex, in occasione del decennale dall’approvazione delle unioni civili.
Ieri, anche Matteo Renzi, all’epoca presidente del Consiglio, sui social ha celebrato la ricorrenza, rivendicando di aver posto la fiducia sul provvedimento: «Era un azzardo politico, ma era anche un dovere morale», ha twittato. «Chi si ama non è mai un problema per la società». Oggi, però, quel traguardo - che non ha portato benissimo alla sua madrina, Monica Cirinnà, ormai sparita dai radar - viene considerato «insufficiente». Avs ha ricordato, ad esempio, che la maggioranza «non ebbe il coraggio di mettere nero su bianco che quelle stesse coppie potessero essere anche genitori». Per dirla con Zan, la battaglia del futuro dovrà essere quella «per il matrimonio egualitario». Un altro motivo per mobilitare le masse di attivisti e tenere aperto un circo redditizio.
Le unioni civili, dunque, non bastano più: «È importante andare oltre», ha proclamato l’onorevole dem. Bisogna «approvare il matrimonio egualitario e riformare il diritto di famiglia». Di più: «Serve garantire l’adozione alle persone single e alle coppie dello stesso sesso e consentire l’accesso alla procreazione medicalmente assistita. Su questo», ha insistito Zan, «esiste una proposta di legge a mia firma insieme a Elly Schlein».
Pure stavolta, ci sarebbe un ostacolo: una Costituzione che «riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio». E non proprio sul matrimonio arcobaleno. Certo, i magistrati già stanno contribuendo a smontarla: la Corte d’Appello di Bari ha appena riconosciuto che un bimbo di 4 anni, nato in Germania da una donna e un uomo, è figlio anche del marito di costui. Genitore 1, genitore 2, genitore 3.
Schlein e compagni avevano arruolato la Carta «più bella del mondo» per fermare la riforma della giustizia; adesso, la fanno ridiventare carta straccia.
Confondere il sintomo con l’origine della malattia. È successo al Corriere della Sera, dove Paolo Lepri, ieri, si è sforzato di elaborare il malessere per la batosta elettorale rimediata da Keir Starmer nel Regno Unito, ricorrendo a una «ipotesi suggestiva»: «E se […] fosse proprio la Brexit ad essere la causa dei mali […]?». Quello di dieci anni fa, dunque, sarebbe stato il primo «strappo», che ha legittimato una serie di tesi masochiste: il «meglio fare da soli», l’«ossessione contro gli “altri”», l’«illusione di un radioso avvenire che non si è concretizzato», ovviamente solo perché le «promesse del leave», fallaci dall’inizio, «non sono state mantenute».
L’«ipotesi suggestiva», però, avrebbe bisogno di riscontri nella realtà. Il cui quadro mal si concilia con quella cornice, salvo che il sottinteso non sia sempre il solito: che la gente non ha capito e ha votato male.
A vincere le ultime elezioni è stato il partito di Nigel Farage, che propone più sovranismo, quindi più Brexit; a perdere sono stati i laburisti, i quali hanno cercato escamotage per aggirare i risultati del referendum del 2016 e per promuovere qualche forma di reintegro nell’Ue; a rallentare l’ascesa sono stati i Verdi, interpreti di un populismo di sinistra che rimane impantanato in una fatale contraddizione, bene illustrata da Giovanni Orsina nel suo recente saggio Controrivoluzione: denunciano le ingiustizie della struttura sociale, ma soltanto perché ne vorrebbero inverare le potenzialità liberatorie e palingenetiche. Così, laddove i conservatori ripropongono, magari semplicisticamente, le coordinate di un mondo di tradizioni e principi che alle persone suonano ancora familiari, questi altri si incartano nel vortice dei gerghi intersezionalisti e negli onanismi mentali woke.
Sono difficoltà che, nello sviluppo del suo ragionamento, percepisce lo stesso Lepri. Che infatti, a un certo punto, suggerisce di «mettere da parte la Brexit» e inizia a rimproverare la «litigiosità del campo progressista».
Il vero problema, nel dì in cui si è celebrata la Giornata dell’Europa, con la letizia artificiosa di Ursula von der Leyen a offrirci il volto rispettabile della mesta parata di Vladimir Putin, è un altro. Chi osserva i barbari non più soltanto alle porte, ma ormai nel salotto di casa, continua a essere vittima degli strascichi di un pensiero magico tardonovecentesco, sicuro che le sorti magnifiche dell’umanità occidentale, anzi, dell’umanità intera, si sarebbero sviluppate, per logica interna, nella direzione di una crescente interdipendenza, di una più uniforme diffusione delle stesse regole istituzionali, della stessa grammatica economico-giuridica. Non sarà un caso se, tra i personaggi che incarnarono quella fede ottimista nell’avvenire, ci sia stato un ex premier inglese: a Tony Blair, almeno, oggi è rimasta la possibilità di lucrare sul progressismo tecnofilo.
Insomma, dal Corriere in giù - o in su - il limite sta negli occhi di guarda. E fatica ad accettare che la Storia, anziché finire, sia ricominciata, non solo per colpa dei geni maligni - la Russia, la Cina, il narcisista patologico della Casa Bianca - ma pure per colpa del collasso del sistema che doveva essere il migliore possibile. Un tracollo innescato sia dal montante disagio dei popoli, segnatamente le classi medie spodestate, per le promesse di prosperità e autorealizzazione - queste sì! - che sono state tradite; sia per il clamoroso errore di valutazione nei confronti delle cosiddette potenze revisioniste. Ricordate? Quando Bill Clinton propiziò l’ingresso di Pechino nel Wto, tutti pensavano che, dove sarebbero passati i commerci, non sarebbero passate le armi; gli eventi ci hanno dimostrato, invece, che persino i commerci sono diventati un’arma.
Un po’ per riflessi anagrafici, un po’ per genuino senso etico, Sergio Mattarella è uno dei più pervicaci interpreti di questo rifiuto preconcetto di comprendere la genesi del caos. E di immaginare quale nuovo assetto possa sorgere da esso, al netto del frustrante tentativo di resuscitare quello defunto.
Il discorso che il capo dello Stato ha pronunciato ieri è la quintessenza dell’euronecessitarismo, restio ad ammettere che non ha superato la verifica dei fatti sui quali si erano già schiantate, notò Augusto Del Noce, le profezie millenaristiche del socialismo. Gli ingredienti del dogma vi erano tutti ottimamente amalgamati: il sussulto moralistico che si compiace della seduzione esercitata dell’Unione sul blocco orientale; il convincimento che il vecchio ordine globale sia minacciato da sabotatori alieni, non dal proprio fallimento; la speranza che l’Avversario si possa ricacciare indietro e la barra si possa raddrizzare; il conseguente appello a lavorare insieme per riguadagnare quell’orizzonte, giacché, in fondo, esso è il nostro unico destino possibile.
Ora, è crudo cinismo segnalare che «la forza attrattiva» dell’Europa dipende dai finanziamenti elargiti dai contributori netti, soldi che peraltro Bruxelles ha imparato a sfruttare senza scrupoli per ricattare i Paesi percettori recalcitranti? È egoismo nazionalista ritenere che, dando più di quanto riceve ed essendo strangolata dai vincoli esterni, l’Italia, al contrario di quanto sostiene il presidente della Repubblica, «dalla sua partecipazione al progetto comunitario», ha tratto l’opposto di «crescita, coesione sociale e fiducia nel futuro»?
La «forza attrattiva» dell’Ue è così intensa, che le famose «piazze europee» ieri erano mezze vuote: a Milano, Carlo Calenda ha arringato un drappello di aedi di Ventotene; e chissà se, nella capitale belga, qualcuno ha risposto all’invito della Commissione ad andare a «festeggiare» a Palazzo Berlaymont. Una delle cattedrali laiche innalzate dai burosauri, a spese di contribuenti che l’Eurobarometro immagina ancora attaccati al sogno dell’Ue, mentre virano su candidati euroscettici. L’orchestrina del Titanic ha suonato alla sconfitta di Viktor Orbán, ma il Financial Times se n’è già reso conto: i «necrologi per il populismo» sono stati «prematuri».
Ciò significa che si possa innestare la retromarcia e tornare, sic et simpliciter, a «fare da soli»? No. Ma la nuova sfida non la possiamo affrontare né rinunciando a quel che di buono avevamo, né illudendoci di poterlo ripristinare. Non si deve rinnegare, non si può restaurare. Soprattutto, non bisogna crogiolarsi nell’utopia del bene perduto. È saggio cominciare da piccoli passi pragmatici: il primo, il più scaltro, sarebbe recuperare il senso della realtà.





