Non c’è studioso più indicato per discutere di sovranismo dell’uomo che, quell’etichetta, l’ha inventata. Giovanni Orsina, storico, direttore del Dipartimento di Scienze politiche della Luiss, ha appena pubblicato il suo ultimo saggio, edito da Marsilio, Controrivoluzione. Una storia politica del nostro tempo. Il tempo della crisi dell’ordine liberale, al quale i populismi si sono ribellati. Con esiti dubbi.
Professore, la controrivoluzione sovranista è fallita?
«Non direi che è fallita. È riuscita solo nella sua pars destruens. Per prima cosa, una controrivoluzione deve fermare una rivoluzione; poi, deve sostituirla con qualcos’altro. Ecco: la rivoluzione è stata fermata, quindi, nella sua forza negativa, la controrivoluzione ha avuto effetti eccome - sta alla Casa Bianca e di casini ne sta combinando. È anche evidente che il vecchio ordine sia morto. Ma che cosa verrà al suo posto, la controrivoluzione non sembra in grado di dirlo».
Donald Trump è in difficoltà; Viktor Orbán ha perso le elezioni in Ungheria; Giorgia Meloni è stata sconfitta al referendum sulla giustizia. Cosa non ha funzionato?
«Proprio perché le manca la pars construens, la controrivoluzione oscilla. L’ordine precedente va in crisi; i populisti vincono; fanno delle cose; queste cose non riescono a essere risolutive; quindi, perdono; ma gli altri non sono in grado di riprodurre un ordine funzionante. La verità è che siamo di fronte a un conflitto fra debolezze. Perciò il sovranismo perde e dopo rivince: Trump è stato fuori un giro ed è ritornato; Orbán ha perso, ma contro un altro nazionalista».
L’Ue sta tentando la sua restaurazione sfruttando il ricatto dei fondi: i 37 miliardi che aveva congelato all’Ungheria, quasi il 20% del Pil; i 10 miliardi in ballo in Romania; quelli che l’Europarlamento chiede di bloccare alla Slovacchia di Robert Fico.
«Un club che, per mettere in riga i propri soci, ha bisogno di minacciarli continuamente, è un club che mostra grandissima fatica. Peraltro, parliamo di un club democratico che si mette contro governi democraticamente eletti: la vicenda ungherese ci ha dimostrato che lì la democrazia, sia pure non in gran salute, non era morta. Il punto è che il club Europa è il modello dell’ordine rivoluzionario che è entrato in crisi. Quindi, nel momento in cui Orbán perde, non si torna a un’Europa trionfante. Il caso di Péter Magyar è emblematico: il suo è un nazionalismo pragmatico, non un redivivo entusiasmo europeista».
L’Europa vantava la potenza attrattiva dei suoi valori e ora riscopre la lezione schmittiana: si costruisce un’identità in relazione a un nemico esterno - la Russia.
«L’Unione europea si è sviluppata nel momento del trionfo del diritto e della depoliticizzazione, fra gli anni Ottanta e i Novanta. Dunque, si è sempre pensata come una potenza normativa, un modello giuridico che avrebbe avuto la forza di diffondersi a livello globale, quale fondamento di un ordine multilaterale planetario. Oggi ci troviamo di fronte al ritorno della potenza. Ma l’altra componente che teneva in piedi l’Europa era il moralismo. E il moralismo spesso si fonda sulla costruzione di un nemico. Pensiamo a quanto è stato moralizzato il conflitto russo-ucraino: chi non era antirusso era moralmente disdicevole».
Il putiniano.
«Già. L’Europa, appunto, sta cercando di rimediare alla crisi del giuridico con un soprassalto di moralismo. Mettiamo che vada bene così. Ma bisogna tradurre tutto ciò in capacità di esercitare una qualche forza. Ed è qui che il problema europeo esplode, perché il moralismo è sovranazionale, ma la politica dove sta? A Bruxelles, o nelle capitali? Questo dilemma non è stato risolto. E ce ne accorgiamo, ad esempio, nel dibattito sulla difesa comune».
L’internazionale sovranista è stata un fiasco.
«L’internazionale nazionalista è una contraddizione in termini. Una collaborazione tra nazionalisti sarebbe possibile; solo che richiede volontà, fatica, lavoro, autocontrollo. Se il nazionalista più grosso di tutti - quello che sta alla Casa Bianca - non ne mostra alcuno, l’ossimoro teorico diventa realtà».
Il destino dei populismi di destra si gioca attorno a una questione centrale: si può ripoliticizzare il governo dell’economia?
«La risposta semplice è: no. La risposta più articolata è che qualcosa si può fare».
Cosa?
«Be’, qualcosa sta accadendo: la chiamano deglobalizzazione, in realtà è un rallentamento dei processi di integrazione globale. Mi riferisco alla securitizzazione delle catene di approvvigionamento: la loro sicurezza geopolitica è ora più importante del profitto. Poi ci sono i dazi e altri processi di protezione delle produzioni nazionali. Sono tentativi di recuperare un po’ di sovranità sull’economia. Però l’integrazione dei mercati è tale che quel che si può fare ha limiti visibili».
Emergono contraddizioni anche nella grande promessa di Trump: il leader che deve difendere le classi medie è in combutta con i colossi dell’hi-tech.
«Nella questione del mercato sta la vera contraddizione del populismo di destra. A destra si è sempre sostenuto il mercato, che al limite deve avere la possibilità di scatenare gli animal spirits schumpeteriani. Ma così si riproduce lo stesso cortocircuito del thatcherismo: una destra socialmente conservatrice che sosteneva l’integrazione dei mercati globali e la deregolamentazione della finanza, ossia processi che disgregano l’ordine sociale».
Stupiscono anche certe sbavature del milieu trumpiano: c’è chi ha incassato milioni scommettendo sulle guerre.
«Nei momenti di interregno fra un ordine e un altro, di ribellione contro un ordine, specie un ordine moralista, si può finire per affidarsi a personaggi che deridono e sovvertono il moralismo e che si rivelano quantomeno equivoci: nel nome della lotta al moralismo, adottano comportamenti immorali».
E la Chiesa di Leone XIV?
«Sta cercando di uscire dal conflitto politico e di presentarsi come un’entità spirituale. Il Papa ha tentato di sottrarsi allo scontro con Trump e di collocarsi su una posizione terza. Ma siccome l’opposizione a Trump è debole, Leone è stato tirato dentro l’antitrumpismo. Non credo che lui lo voglia».
Quale ordine emergerà dall’interregno?
«Ci sono due possibilità. La prima è la catastrofe: la crisi deflagra in una grande guerra. L’alternativa è il compromesso: dal conflitto fra un’Europa globalista e “dirittista” e un nazionalista identitario, viene fuori un nazionalista soft. I processi d’integrazione globale rallentano, il mondo recupera una minima grammatica di gestione delle relazioni internazionali, però fortemente ancorata a dati di potenza. È il modello Magyar, ma potremmo chiamarlo modello Meloni».
La Meloni non è in fase calante?
«La forza del modello Meloni sta nell’essere un non modello, per paradosso: una gestione pragmatica dell’esistente. Meloni entra con dei valori nazional-conservatori dentro un mondo inadatto a recepirli. E li usa per cercare di correggere quel mondo laddove può. Dove non può, scende a patti con la realtà».
Esempi concreti?
«Contribuisce a un cambiamento nelle politiche migratorie dell’Ue, ma sul Patto di stabilità evita la rottura. Come paradigma di compromesso, Meloni resta un riferimento valido; come governo, si trova in difficoltà, perché il compromesso pragmatico, in un Paese in declino come l’Italia, dopo quattro anni logora».
Nei rapporti con l’elettorato, di certo. Ma pure perché le riforme si infrangono sullo scoglio dei contropoteri: magistratura e Colle.
«Ciò fa parte del tipo di ordine nel quale siamo vissuti finora, in cui la democrazia liberale si è sbilanciata sul versante dei contropoteri. Nel momento in cui arrivi al potere, devi avere la forza rivoluzionare di spaccare questo sistema. Ma non ce l’ha nemmeno Trump, al quale la Corte Suprema ha bocciato i dazi».
Il midterm è una partita chiusa?
«Niente affatto. Dobbiamo stare attenti alle analisi mainstream. Siamo immersi in un mondo insopportabile, in cui l’odio per Trump distorce tutti i ragionamenti. Ad esempio, nessuno riesce ad ammettere che l’uscita degli Emirati dall’Opec è un suo trionfo, o che il controblocco di Hormuz sta avendo effetto».
Da studioso del berlusconismo, ritiene probabile che Forza Italia rompa con il centrodestra?
«A me sembra che siamo dentro a un classico percorso tattico: la rottura non ci sarà, a meno che non se ne presentino le condizioni».
Tipo?
«Un Parlamento senza una maggioranza chiara. In questo senso, si può pensare che Forza Italia freni la riforma elettorale affinché si riproduca la palude. Dico una cosa non da studioso di Berlusconi, ma da studioso di Malagodi».
Cioè?
«L’errore di Malagodi, nell’opposizione al centrosinistra negli anni Sessanta, fu quello di non avere due “forni”, a differenza di tutti gli altri partiti. L’idea di avere sempre a disposizione due carte è tipica della storia della Repubblica e Forza Italia sta facendo esattamente questo: tenersi aperte due opzioni. Quella dell’accordo con il centrodestra e quella di una grande coalizione centrista, nel caso in cui non ci sia una maggioranza. Lo ha fatto anche la Lega dopo il 2018, solo sul terreno della convergenza dei populismi».
Marina e Pier Silvio Berlusconi hanno convocato Antonio Tajani nella sede di Mediaset, anziché incontrarlo nella sede del partito.
«Non riesco a capire come si possa fare una cosa del genere. Poteva aver senso se c’era da dare un segnale di forza, ma in questo caso la forza dei Berlusconi è ben evidente: hanno fatto saltare i due capigruppo di Camera e Senato!».
E allora?
«E allora vuol dire che ai Berlusconi manca la grammatica politica. In un tempo in cui non ce l’ha nessuno, evidentemente non ce l’hanno nemmeno loro».
Orazio Schillaci ha battuto un colpo: il nuovo piano pandemico 2025-2029, approvato ieri dalla Conferenza Stato-Regioni, dovrebbe aver archiviato i lockdown alla Conte e le vaccinazioni forzate alla Speranza.
Lo si evince consultando la sezione dedicata agli «interventi non farmacologici» (Npi) per il controllo delle infezioni. Essa conferma che, qualora si diffonda un «patogeno respiratorio ad elevata contagiosità e/o patogenicità», verranno «valutate misure restrittive e autorizzate attraverso leggi o atti aventi forza di legge» (quindi, niente più dpcm, i famigerati decreti del presidente del Consiglio sfornati a raffica da Giuseppi), con l’obiettivo di «limitare o evitare aggregazioni di persone». Tuttavia, il documento riconosce che, siccome «possono incidere sulle libertà personali», i provvedimenti dovranno «essere sostenuti sia da un processo decisionale trasparente basato sulle conoscenze e sulle evidenze disponibili sia da solidi quadri giuridici». Due precisazioni che non trascurabili: entrambe le condizioni mancarono quando l’allora premier dei 5 stelle e il ministro della Salute introdussero regole di dubbia efficacia, con deroghe grottesche (ricordate gli «affetti stabili»?) e dalle comprovate conseguenze disastrose (le altre gravi malattie trascurate, nonché il record di ore di lezione perdute a scuola).
L’applicazione dei divieti, si legge nel piano pandemico, avrà «intensità proporzionale alla contagiosità e/o alla patogenicità dell’agente patogeno». In più, si terrà conto delle «ripercussioni» che le contromisure «possono determinare sulla popolazione in termini sociali ed economici». È il riconoscimento di un principio fondamentale: anche nella gestione di un’emergenza, il governo deve saper soppesare e bilanciare diversi principi e beni altrettanto degni di considerazione. Compreso il diritto di portare a casa il pane.
Quanto alle campagne di vaccinazione e alla somministrazione di farmaci, il testo è chiaro: senza sbandate pseudoscientifiche o derive complottiste, evidenzia che ogni campagna dovrà «garantire un’elevata appropriatezza prescrittiva, intesa come corrispondenza tra indicazione clinica, scelta terapeutica e profilo del paziente». Alla luce di queste indicazioni, viene difficile immaginare una replica dell’increscioso spettacolo della persecuzione fondata sul green pass. Con milioni di giovani sottoposti a ricatto medico-politico, in assenza di adeguata valutazione del rapporto tra rischio e benefici delle inoculazioni di vaccini anti Covid. È la clausola che dovrebbe impedire tragedie come quella di Camilla Canepa, la diciottenne ligure stroncata dal medicinale di Astrazeneca.
Le Regioni e le Province autonome hanno chiesto al governo di intervenire ancora su due fronti. Primo: assicurare che le risorse possano essere utilizzate per reclutare personale anche in deroga ai tetti attualmente previsti, com’è accaduto già con la legge di Bilancio 2025; e ammettere le Regioni a statuto speciale e le Province autonome di Treno e Bolzano alla ripartizione di eventuali risorse aggiuntive, qualora si rendano disponibili.
Attenzione, però: un’altra novità importante è che non arriveranno fondi a pioggia. I finanziamenti pluriennali, con stanziamenti crescenti (50 milioni per il 2025, 150 per il 2026 e 300 l’anno dal 2027), saranno vincolati a una pianificazione dettagliata da parte degli enti. Entro 90 giorni dalla stipula dell’accordo, Regioni e Province autonome dovranno trasmettere al ministero della Salute la delibera di recepimento del piano (pensato per virus respiratori e influenzali) e il cronoprogramma con le prime azioni per attuarlo; entro nove mesi dovrà arrivare un secondo cronoprogramma; dal 2027 saranno necessarie relazioni di attività e resoconti finanziari. L’erogazione del denaro pubblico sarà subordinata al rispetto e alla verifica di questi passaggi: prima si approvano i programmi, poi vengono valutati, infine si sbloccano i soldi. A svolgere il ruolo di supervisore sarà un Comitato di coordinamento, vero e proprio organismo di controllo centralizzato. Utile anche a definire bene le rispettive competenze di Stato e Regioni - uno dei punti che, nel 2020, creò confusione e compromise la reazione all’epidemia.
Tutto affinché non si ripeta l’indegna recita di Conte. Che in tv giurava: «Siamo prontissimi». E poi ci rinchiuse a doppia mandata.
- In Romania, dopo le presidenziali annullate, il governo amico è in crisi per l’austerity. La Bulgaria, da poco entrata nell’euro, vota un filorusso. E Magyar tiene la linea Orbán. In Aula passa il maxi bilancio, ma Fdi si astiene: «Poco contro l’immigrazione».
- I deputati spalleggiano la Commissione. Bongiorno (Lega) rilancia la sua proposta.
Lo speciale contiene due articoli.
Da re Mida a re Sfiga è un attimo. A Bruxelles credevano di aver finalmente impresso il loro tocco magico all’Europa orientale, che considerano strategica: le presidenziali ripetute in Romania con il paravento delle ingerenze russe hanno portato alla vittoria di un capo dello Stato - Nicusor Dan - gradito alla Commissione, nonché all’installazione di un esecutivo pro Ue, guidato dal liberale Ilie Bolojan; la Bulgaria ha aderito alla moneta unica; in Ungheria, il babau Viktor Orbán è stato sconfitto dal rivale conservatore Péter Magyar. Per gli strateghi dell’Unione, però, il trionfo si è presto rovesciato in uno smacco: in Romania, il governo pro Ue è a un passo dalla caduta; in Bulgaria, a pochi mesi dall’introduzione dell’euro, alle urne l’ha spuntata un candidato «putiniano»; e in Ungheria sarà pure cambiato il musicista, però non è cambiato lo spartito. A parte lo sblocco del prestito da 90 miliardi all’Ucraina - nel Vecchio continente si stappa champagne, quando si possono sborsare quattrini - non risulta che il nuovo premier magiaro abbia abrogato una sola delle vituperate leggi del predecessore. Nemmeno quella contro i gruppi Lgbt, appena bocciata dalla Corte di giustizia. Quanto alle forniture energetiche, il sovranista atipico ha ottenuto la riparazione dell’oleodotto Druzhba (esattamente ciò che pretendeva Orbán) e ha già messo in chiaro che, con Mosca, si dovrà tornare a dialogare.
Comunque, al capo del Ppe tanto è bastato per invocare un’amnistia: «Il Parlamento», ha detto Manfred Weber, «avrà un ruolo nel ristabilire la fiducia tra Bruxelles e Budapest, quindi va stoppato l’iter per la richiesta dell’articolo 7 nei confronti dell’Ungheria». Il grande burattinaio della politica europea vuole disinnescare l’«opzione nucleare» sulla fiducia: i diritti dell’ex Stato membro ribelle sono salvi non perché esso si sia convertito all’europeismo, bensì perché Magyar non è Orbán.
Il leader dei popolari, però, è «molto preoccupato» per quello che sta succedendo a Bucarest: «Vediamo una collaborazione tra i socialisti e i populisti contro il governo filoeuropeo in carica. La Romania è in una posizione difficile, ha un deficit molto alto e il commissario Valdis Dombrovskis», lo stesso secondo cui il Patto di stabilità non si può sospendere giacché ancora non siamo in recessione, «e altri desiderano che il governo continui le riforme». Ciò che conta è quello che desidera la Commissione. Non quello che pensa il popolo. Al quale la sovranità spetta sempre meno nella sostanza, perché prima delle loro preferenze ci sono i diktat dell’Unione; prima del loro giudizio c’è quello dei mercati.
Se in Romania è in atto una crisi politica, in effetti, è perché l’Ue pretende una terapia intensiva per i conti pubblici. E sia la sinistra sia la destra sovranista vi si oppongono. In ballo c’è un ricattone analogo a quello del caso ungherese: fate i bravi e arriveranno 10 miliardi di fondi, circa il 2,5% del Pil (quelli congelati all’Ungheria erano 37, addirittura il 18% del Pil). Più che una federazione basata sulla solidarietà, l’Europa sembra un piccolo impero fondato sull’estorsione. Nel mondo sottosopra di Bruxelles, il massacro delle nazioni coincide con un trionfo: Mario Monti, l’uomo che elogiava la capacità delle istituzioni Ue di rimanere «al riparo dal processo elettorale», definì le disavventure del debito ellenico e la successiva cura a base di austerità «la manifestazione più concreta del grande successo dell’euro». A Sofia avrebbero dovuto prenderlo sul serio.
Nel frattempo, il Parlamento Ue ha dato luce verde alla posizione sul bilancio 2028-2034, che poi andrà negoziato con i vari Paesi. La relazione è passata in plenaria con 370 voti a favore, 201 contrari e 84 astensioni. Essa invoca un aumento del 10% del budget rispetto a quanto proposto dalla Commissione: il quadro finanziario passerebbe a 1.780 miliardi di euro (2.011 miliardi se si fanno i calcoli a prezzi correnti), con lo scopo di rafforzare voci quali Difesa, competitività, coesione e agricoltura. Ça va sans dire: più dotazioni economiche all’esecutivo significano più centralizzazione, più poteri. È proprio quello che ha lamentato il copresidente di Ecr, Nicola Procaccini, spiegando l’astensione di Fdi: «Siamo contrari a questa spinta centralista: mancano ancora cose importanti sul contrasto all’immigrazione illegale». E a proposito di francesi, è passata la linea di Emmanuel Macron: i deputati hanno sollecitato una discussione sull’ipotesi di escludere dal bilancio il rimborso del Recovery fund e sull’introduzione di 60 miliardi l’anno da risorse proprie - ovvero, denaro raccolto attraverso prelievi fiscali nei singoli Stati. In un contesto in cui l’operato della Commissione è fuori controllo, sarebbe la certificazione che in Europa si è rotto un antico principio: quello per cui non si possono imporre tasse senza adeguata rappresentanza politica.
In compenso, Dombrovskis ieri ha promesso «un nuovo e audace piano d’azione di pulizia profonda» del corpus legislativo Ue, per correggere «la frammentazione delle norme, le incongruenze e le sovrapposizioni delle disposizioni, riducendone la complessità». La sburocratizzazione è una bandiera di Giorgia Meloni e Friedrich Merz. Sarà che a Bruxelles si sono pentiti di aver regolato la lunghezza delle banane e la circonferenza delle vongole. Nell’album di famiglia, fa più bella mostra il «successo» della Grecia affamata.
Bruxelles prova anche a rifilarci la legge sul consenso saltata in Italia
Bruxelles la pensa come l’internazionale progressista: il reato di stupro sussiste «in assenza del consenso». In teoria, un’ovvietà. Nella pratica, un principio dalla complessa traduzione normativa.
Ieri, a Strasburgo, il Parlamento europeo, in una risoluzione adottata a maggioranza con 447 voti a favore, ha chiesto alla Commissione una proposta legislativa che elabori una definizione comune di stupro, in cui «il consenso libero, informato e revocabile» è il cardine. Si torna così su quel terreno scivoloso, dai contorni ambigui, secondo cui il silenzio o l’assenza di un «no» non significano «consenso». E nel caso di una direttiva, il rischio è che i diktat Ue vengano imposti all’Italia.
Il carattere di urgenza è stato annunciato dal commissario europeo all’Uguaglianza, Hadja Lahbib: «Non c’è più tempo da perdere». Nel suo intervento ha dichiarato: «La Commissione sosterrà le riforme nazionali volte a introdurre definizioni di stupro basate sul concetto di consenso. Condurremo inoltre una mappatura completa della legislazione attuale nell’Ue per individuare ulteriori azioni al fine di garantire che il sesso senza consenso sia definito come stupro in tutta l’Unione».
Il confronto in Aula non si è svolto in un clima costruttivo. «Ho trovato molto stridente il dibattito: si è focalizzato sullo scontro, con toni eccessivi e a tratti è stato violento», ha detto l’eurodeputata di Fratelli d’Italia Elena Donazzan. Che ha precisato: «La votazione finale l’abbiamo rimandata alla sovranità degli Stati membri, dove l’Italia sta già lavorando a un inasprimento delle pene a tutela della donna».
A salire subito sul carro Ue è stato il M5s. Il senatore Pietro Lorefice, difendendo la posizione del Parlamento Ue, ha lamentato che «in Italia la riforma è stata annacquata, tornando a logiche che spostano il peso sul dissenso anziché affermare con chiarezza il principio del consenso». Dello stesso tenore sono state le parole dell’eurodeputato del Pd Alessandro Zan: «Mentre l’Europa va avanti sui diritti, in Italia il governo Meloni vuole riportare indietro le lancette con il ddl Bongiorno». Zan ha poi ricordato l’accordo saltato tra il centrodestra e il centrosinistra: «Giorgia Meloni ha tradito gli accordi presi con la segretaria Pd Elly Schlein».
Ma il testo approvato all’unanimità alla Camera il 18 novembre 2025, secondo cui sarebbe stato stupro qualsiasi atto sessuale compiuto senza «consenso libero e attuale» della donna, creava problemi non di poco conto. Il testo successivo, che poneva l’accento sulla «volontà contraria» della vittima, escludendo la formula vaga di «assenza di consenso», era stato boicottato dalla sinistra. E a nulla sono valsi i tentativi più recenti di compromesso, con il Pd e il Movimento 5 stelle che hanno rifiutato la proposta del presidente della commissione Giustizia del Senato, Giulia Bongiorno, di prevedere il principio del «consenso riconoscibile».
A ripercorrere la vicenda è stata ieri Bongiorno: «L’unanimità era stata trovata alla Camera su un testo che subito dopo i tecnici hanno detto mancare di tassatività. Ci è stato indicato che si poteva prestare a delle strumentalizzazioni. Da qui il centrodestra ha chiesto una diversa formulazione che non è piaciuta al centrosinistra. A questo punto anziché andare avanti a maggioranza siamo tornati in un comitato» in cui «c’è una nuova proposta della senatrice Unterberger e c’è la mia proposta sulla volontà riconoscibile». Bongiorno ha anche lanciato un appello all’unità. Dopo aver dichiarato che «il pronunciamento del Parlamento europeo sembra un’ennesima indicazione ad andare avanti per fare questa legge», ha spiegato: «Credo che sia il momento di trovare una condivisione, ognuno deve lasciare da parte qualcosa. Credo che non dobbiamo dimenticare che la volontà della donna sarà accertata di volta in volta dal giudice».





