L’America e la Cina si spartiranno il mondo? La guerra tra l’egemone e il suo rivale è davvero inevitabile? Sono domande a cui cerca di rispondere il saggio di Randall L. Schweller, professore alla Ohio State University, esponente del realismo politico.
Broken cycle. World politics in the age of dissent, da poco uscito per Cambridge University Press, adotta una concezione ciclica della storia delle relazioni internazionali: da una grande guerra emerge una potenza predominante; poi, uno «sfidante» mette in questione lo status quo (è la fase del «dissenso», in cui ci troveremmo ora); dopodiché, esso viola apertamente le regole dell’ordine globale; e allora scoppia una nuova guerra per l’egemonia. Secondo Schweller, però, adesso il ciclo si è inceppato.
Perché, professore?
«Perché non ci sarà un’altra guerra per l’egemonia: gli armamenti moderni sono diventati troppo distruttivi e la pace troppo conveniente, nel senso che a conquistare ampi territori c’è poco da guadagnare e molto da perdere. La forza che restaura l’ordine politico - la guerra per l’egemonia - non è più utilizzabile».
Dovremmo rammaricarcene?
«Dovremmo sperare che la guerra per l’egemonia non ricompaia mai più».
E allora?
«Il fatto è che essa produce anche effetti positivi sulla politica internazionale. Svolge tre funzioni necessarie: fa tabula rasa delle istituzioni globali; concentra il potere nelle mani di un’unica grande potenza; e mostra in maniera chiara chi comanda e chi no. Così, consente a un nuovo egemone di ricostituire il sistema che è collassato, creando un ordine globale legittimo a sua immagine».
Parlava di armi distruttive.
«Le armi nucleari hanno reso impensabile la guerra tra grandi potenze. Qualunque leader comprende che nessuno potrebbe vincere un conflitto nucleare. Perciò sono convinto che il ciclo della guerra egemonica sia concluso».
Se non ci sarà un’altra grande guerra, cosa accadrà?
«La domanda essenziale per la stabilità globale nei prossimi decenni riguarda la natura della rivalità sinoamericana e il modo in cui i due poli, specie gli Usa, sceglieranno di gestirla».
Ci spieghi.
«Gli Stati Uniti dovrebbero concedere una sfera d’influenza alla Cina nel Pacifico occidentale? Dovrebbero contenere la Cina come fecero con l’Unione sovietica, per limitare la sua capacità geopolitica? O dovrebbero tirarsi indietro e permettere che si formi un equilibrio di potenza regionale?».
Qual è la risposta?
«Una combinazione delle tre. I sistemi bipolari sono estremamente stabili e poco esposti allo scoppio di grandi guerre. A differenza che nella multipolarità, in cui i pericoli sono diffusi, le responsabilità poco chiare e le definizioni degli interessi vitali facilmente oscurabili, le superpotenze, in un mondo bipolare, possono delineare strategie per promuovere i loro interessi e fare i conti con il loro principale avversario, con minore necessità di soddisfare i loro alleati».
Valeva per Usa e Urss e varrà per Usa e Cina?
«La geografia rafforza l’idea che la bipolarità Usa-Cina sarà più rilassata di quella Usa-Urss».
Come mai?
«La Cina è accerchiata da potenze regionali: Giappone, Corea del Sud, Russia, Australia, India; gli Usa e i loro alleati non hanno bisogno di fissare una linea dove fermare l’aggressione cinese nella regione dell’Asia Pacifica».
Quindi?
«Washington e Pechino possono gestire la competizione strategica con relativa facilità. La Cina e gli Usa sono più rivali geopolitici che avversari totali. Entrambi hanno più da guadagnare dal mantenimento di profondi legami economici che dalla loro recisione. La Via della seta e il Made in China 2025 (il piano strategico per sviluppare la manifattura cinese, ndr) possono generare ansia da competizione, specie all’interno di vari centri di potere a Washington, Detroit e nella Silicon Valley; ma essi non pongono alcuna minaccia esistenziale agli Stati Uniti. Non esiste risposta militare a una grande strategia non violenta, costruita sull’espansione del commercio e della navigazione. La coesistenza è l’unica opzione sensata».
L’egemonia, scrive lei, comporta responsabilità e obblighi globali. La Cina è disposta a sobbarcarseli?
«Durante la prima decade del nuovo millennio, gli Usa lamentavano che la Cina volesse i privilegi del potere ma non le responsabilità che i player mondiali sono tenuti ad assumersi. A molti osservatori occidentali, la Cina sembrava una scansafatiche che andava costretta a intraprendere azioni adeguate in caso di crisi globali. Poi, è arrivata la grande recessione del 2007-2008».
E cosa è successo?
«La risposta fiscale e monetaria di Pechino ne ha mitigato gli effetti e ha promosso una ripresa economica più rapida negli anni seguenti. Ben lontana dall’essere una potenza rivoluzionaria, la Cina ha agito da “portatore d’interessi responsabile”, termine coniato dal vicesegretario di Stato Robert Zoellick nel 2005, pompando liquidità nel sistema finanziario globale. In più, nonostante il suo potere finanziario e monetario, la Cina continua ad astenersi dall’offrire un’alternativa al Washington consensus; anzi, respinge qualunque idea di “Consenso pechinese”. Al di là dei suoi interessi fondamentali - difendere la sovranità nazionale e l’integrità territoriale, compresi Tibet e Taiwan, e assicurarsi l’accesso a energia e risorse naturali in altre parti del mondo, specie in Africa e America Latina - il governo cinese ha giocato solo un ruolo limitato e sporadico nella maggior parte delle aree di governance globale. E ciò non dovrebbe sorprenderci».
Perché?
«Gli Usa si assunsero responsabilità globali solo molti anni dopo esser diventati lo Stato più potente sulla Terra, quando producevano quasi la metà dell’output economico mondiale. Una posizione che la Cina non si avvicina neppure a raggiungere a questo grado del suo sviluppo. Perché, dunque, Washington dovrebbe aspettarsi che la Cina, la cui quota di economia mondiale è all’incirca il 15% e il cui Pil pro capite è il settantatreesimo al mondo, renda contributi sostanziali alla governance globale?».
I contrasti ideologici sono un pericolo per la pace?
«Certamente. Lo abbiamo già visto durante la Guerra fredda. Il pericolo deriva più dalla tendenza liberale americana a dipingere ogni minaccia come ideologica, che dall’aumento di potenza della Cina. Le minacce ideologiche si prestano a una retorica da somma zero: o i nostri valori trionfano, o lo faranno i loro; la tolleranza della diversità globale semplicemente non è contemplata. Nella psiche americana, le sfide manichee tra le forze del bene e quelle del male risuonano molto più intensamente rispetto alla pura e semplice politica di potenza. I decisori politici americani sanno di dover inquadrare la competizione in termini ideologici. Oggi, un consenso - forse l’unico - tra democratici e repubblicani rappresenta la Cina come una minaccia esistenziale allo stile di vita americano, che trama per minarne i valori e le istituzioni democratiche, per rimpiazzarli con quelli cinesi. Le voci dei guerrieri “freddi” dei nostri giorni esortano gli Usa a mettersi alla guida di una coalizione di Paesi liberaldemocratici, dall’Europa all’Asia, per tenere sotto controllo le pratiche economiche predatorie di Pechino, opporsi ai suoi tentativi di sbarrare l’accesso a porzioni dei beni comuni globali, scoraggiare aggressioni da parte della Cina e mantenere la pace».
È sbagliato?
«È la più disastrosa strategia di primato globale americano. Nella migliore delle ipotesi, affidarsi a una caricatura rischia di generare riflessi condizionati allarmistici e reazioni eccessive. Nella peggiore, dipingere la Cina come una minaccia esistenziale potrebbe rivelarsi una profezia che si autoavvera».
L’Europa com’è messa?
«Gli Usa scaricheranno molti dei loro oneri in aree remote, costringendo gli alleati ad abbandonare la loro eccessiva fiducia nella potenza americana e lasciando che si assumano maggiori responsabilità per la loro difesa e la stabilità. Quando ciò accadrà, si formeranno bilanciamenti di potere regionali».
Ad esempio?
«L’Unione europea può facilmente controbilanciare la Russia. Dal 1989 al 2020, il Pil della Russia non ha mai superato il 15% di quello dell’Ue; nel frattempo, la sua popolazione è diminuita dal 35,2 al 32,2% di quella dell’Ue. L’Asia orientale costituisce una sfida più difficile e, tuttavia, è uno scenario relativamente poco complicato per la stabilità. La potenza della Cina può essere controbilanciata dal Giappone e dalla Corea del Sud insieme al Vietnam, all’Indonesia e all’Australia».
L’Europa sopravvaluta la minaccia russa?
«Non credo che la Russia ponga una minaccia esistenziale all’Europa. Vladimir Putin non è Adolf Hitler. Hitler era uno spericolato giocatore d’azzardo che lanciò una guerra genocida senza precedenti nella storia. Si descriveva come un politico che avrebbe condotto la Germania alla conquista di centinaia di migliaia di chilometri quadrati di territorio. Queste aree sarebbero state germanizzate tramite coloni che avrebbero tirato su famiglie numerose, per rimpiazzare i morti nelle guerre di conquista e fornire soldati per le guerre future. Tale processo sarebbe terminato solo quando i tedeschi avessero ereditato il pianeta intero. Vi sembra simile a Putin?».
A parecchi, sì.
«Putin è un piantagrane che disprezza l’Occidente. Tuttavia, in termini di potenza nazionale e influenza globale, la Russia non appartiene alla stessa categoria di Cina, Usa o Ue. La Russia è una potenza di second’ordine, in declino, con una popolazione in diminuzione e in invecchiamento, piena di corruzione e quasi del tutto dipendente dai ricavi petroliferi. L’Italia, il Canada e il Brasile hanno economie più ampie di quella russa. La cattiva gestione della guerra in Ucraina da parte del Cremlino non è sinonimo di grande potenza; semmai, di un governo irresponsabile di uno Stato debole».
Com’era prevedibile e com’era stato in effetti previsto - da Antonello Piroso, su queste stesse pagine - la reprimenda di Francesco De Gregori ai cantanti engagé ha mandato in ebollizione il circolino degli artisti. Il cantautore romano commentava le campagne anti Trump di Bruce Springsteen; più modestamente gli hanno risposto i colleghi italiani, Tiziano Ferro ed Elisa Toffoli.
Entrambi impugnando la palma del martirio: l’uno in quanto esule, presumibilmente della maternità surrogata; l’altra in quanto perseguitata a causa delle sue idee su Gaza. Gli oppressi per la giustizia.
Se «quel che è fatto è fatto», Ferro però dovrebbe chiedere «Xdono» per essersi paragonato a chi scappa davvero da guerre, fame e abusi. In un incontro con la stampa a Lignano, da dove ieri è partito il suo nuovo tour, il cantante ci ha tenuto a ricordare che il personale è politico: «Il mio Paese mi manca», ha raccontato, «vivo in America da rifugiato e se potessi non vivrei lì». Cos’è, allora, che lo trattiene in quel postaccio chiamato California, pieno di sole, spiaggioni e ville di lusso, nonostante la paura, confessata già qualche mese fa, di «finire coinvolto» nei rastrellamenti dell’Ice? «Mi ci ha portato un progetto che non ha funzionato», ha detto, alludendo alla relazione con l’ex marito «narcisista» e all’adozione di due bimbi, «che mi ha incastrato lì». La coppia non ha mai svelato come siano nati, ma non ha mai nemmeno smentito l’ipotesi più accreditata: che abbia fatto ricorso all’utero in affitto. «Quando penso che in Italia i miei figli hanno meno diritti degli altri», ha tuonato Ferro, «mi incazzo e dico la mia». La «sua» sarebbe la rielaborazione del testo di una hit del 2003, Perverso, che nella versione rimaneggiata interpreta con Ditonellapiaga e che contiene un coraggiosissimo verso da rosso relativo: «Vaffanculo ai fasci». Che anticonformista...
Tre anni fa, quando il centrodestra lanciò l’idea di qualificare la barbara pratica della surrogacy come reato universale, lui denunciò «l’ennesimo decreto contro gli omosessuali». Adesso deplora un tentativo di «punire i gay», prendendosela con «bambini innocenti». Nessuno gli ha saputo spiegare che, in una nazione in cui i tribunali ormai sono arrivati a ordinare persino la registrazione di tre genitori diversi, il problema del bimbo che non può essere portato in ospedale dal padre putativo non esiste. Primo, perché un medico non si rifiuta di curare un paziente, chiunque glielo abbia affidato. Secondo, perché, nella peggiore delle ipotesi, esiste l’istituto dell’adozione in casi particolari.
Ma se Ferro si considera alla stregua di un fuggiasco subsahariano, Elisa è in prima linea nell’intifada. Il regime neofascista l’ha puntata, manco fosse la figlia di una coppia gay. «Forse è solo un caso», dichiarava l’altro giorno sul Corriere, «ma la Regione Friuli ha tolto i contributi al festival fluttuante che avevo organizzato l’anno scorso dopo che ho partecipato» alle manifestazioni pro Pal. La Flotilla dirotti gli aiuti su di lei: le mancano 1 milione e 200.000 euro, che nel 2025 aveva incassato per la rassegna musicale «Luce - Tramonti a Nord Est». Fondi negati proprio a una col nonno partigiano a Ronchi dei Legionari, deportato a Buchenwald. De Gregori impari: «C’è stata gente che ha combattuto duramente per farci ottenere i diritti di cui godiamo oggi». Ma che a Tiziano Ferro vengono ancora negati.
Certo, il Friuli-Venezia Giulia - ha scritto il Gazzettino - dà una lettura un po’ diversa dei fatti: «Non risulta che la cantautrice monfalconese abbia partecipato a uno dei bandi disponibili per accedere ai contributi». La nipote di un partigiano doveva presentare domanda? L’esclusione, dicono dalla Regione, deriverebbe da «interlocuzioni informali». In parole povere - molto povere - le avrebbero fatto capire che 1,2 milioni di euro sono un’esagerazione: «Negli anni, anche cartelloni piuttosto blasonati - tra gli altri quelli del Mittelfest a Cividale - sono stati supportati con finanziamenti più contenuti». L’unica censura, al momento, pare quella riservata dal prefetto di Reggio Emilia a Kanye West, il rapper accusato di antisemitismo, al quale è stato interdetto Campovolo.
Subìto il niet, la Toffoli sarà scoppiata in lacrime? Lo aveva già fatto, a beneficio di social network, quando Israele aveva fermato i flotilleros, lo scorso ottobre. I suoi video-appelli a Giorgia Meloni, ha ricordato ora, le erano costati una «gloriosissima shitstorm» sul Web. Almeno, a differenza del «rifugiato» in California, Elisa non ha avuto la faccia tosta di paragonare gli insulti su Instagram all’internamento del nonno. Nel suo pezzo impegnato, Fomo 2, si è comunque tolta i sassolini dalla scarpa: «Piango davvero, dici che fingo». L’ugola di Monfalcone è in trincea contro i «poteri forti», contro «chi si trova ai vertici» e ci ha messo «sotto scacco a colpi di dopamina». Altro che Campovolo: la prossima data dovrebbe essere alla Festa dell’Unità. Con l’intramontabile Bella ciao. La scoperta di certe sconvolgenti verità politiche deve aver turbato l’equilibrio dei profeti del canto: lei e Ferro sono finiti in terapia. Ahinoi: nella lotta partigiana, si attraversano troppe sere nere.
Volodymyr Zelensky intitola un’unità militare agli «eroi dell’Upa», organizzazione accusata del massacro di oltre 100.000 polacchi durante la Seconda guerra mondiale. Pure l’europeista Donald Tusk sbotta: «È preoccupante».
In guerra tutto è permesso? Quasi. A Volodymyr Zelensky, ad esempio, qualche paletto ieri lo ha messo Donald Tusk, strenuo sostenitore della causa ucraina - più per odio della Russia che per amore dell’Ucraina - ma piccato per l’ultimo omaggio reso dal presidente, con un decreto che reca la data del 27 maggio, al controverso passato del suo Paese: attribuire il titolo onorifico di «Eroi dell’Upa» al Centro operazioni speciali Nord, un’unità d’élite delle forze armate in trincea contro le truppe di Vladimir Putin.
Solo che c’è un problemino: l’Ukrainska povstanska armiia, l’Esercito insurrezionale ucraino dell’acronimo, tra il 1943 e il 1945, insieme ai nazisti, perpetrò un autentico massacro contro i civili polacchi, ebrei inclusi, nelle regioni di Volinia, Galizia orientale, Polesia e Lublino. E lo fece con il sostegno della popolazione locale ucraina. Le vittime dell’Upa furono circa 100.000.
Perciò, stavolta, con l’ex comico, Tusk non riesce proprio a prenderla sul ridere. «La decisione di intitolare un’unità militare agli “Eroi dell’Upa”», ha tuonato il primo ministro di Varsavia, «è motivo di preoccupazione per le nostre relazioni e ferisce la nostra sensibilità storica». Stizzito pure il portavoce del ministero degli Esteri: «Questa decisione», ha lamentato Maciej Wewior, «offende la memoria delle vittime di questa organizzazione e mina il dialogo tra le nostre nazioni». La mossa di Zelensky ha mandato su tutte le furie anche il presidente della Repubblica polacco, Karol Nawrocki: il politico, vicino alla destra del partito Diritto e giustizia, si è detto «indignato» per la trovata di Zelensky, al quale ha proposto di «revocare l’Ordine dell’Aquila bianca», la più alta onorificenza nazionale, conferita al comandante in capo ucraino il 5 aprile 2023 dal predecessore di Nawrocki, Andrzej Duda. La questione sarà discussa l’8 giugno, quando si terrà la riunione del gruppo cavalleresco. Tusk, alla fine, ha provato a smorzare: «Se litighiamo sul passato, qualcun altro conquisterà il futuro. Il presidente dell’Ucraina deve finalmente capirlo. Anche il presidente della Polonia deve capirlo. Prima che sia troppo tardi». O prima che venga aperta l’autostrada che dovrebbe portare l’Ucraina nell’Unione europea. Alla faccia dello «Stato di diritto», già brandito come un grimaldello contro i governi sgraditi, dall’Ungheria alla stessa Polonia. Per non parlare della lotta alla corruzione: solo i socialisti spagnoli, su quel fronte, sembrano in grado di fare concorrenza all’esecutivo di Zelensky.
Nel bel mezzo di un conflitto in cui, per la prima volta da mesi, il Paese aggredito riprende l’iniziativa, anche grazie a una spregiudicata strategia di bombardamenti in profondità che non hanno risparmiato obiettivi civili, si è dunque riaccesa la polemica sulle ambigue origini del nazionalismo ucraino. Come ai tempi in cui, nelle acciaierie di Mariupol, il Battaglione Azov resisteva disperatamente agli assedianti russi, tra un’intervista agli ammirati reporter occidentali e una lettura edificante: i combattenti erano lodevolmente passati dal Mein Kampf al Mein Kant.
L’Upa, formazione paramilitare nata dopo l’aggressione nazista all’Unione sovietica, era legata all’Organizzazione dei nazionalisti ucraini, specie alla fazione di Stepan Bandera: collaborazionista, antisemita ossessionato dal complotto giudeo-bolscevico, eroe nazionale mancato, perché il titolo che gli fu assegnato nel 2010 dall’allora presidente, Viktor Yushchenko, venne annullato da un tribunale dopo le pesanti critiche di un’organizzazione per la memoria dell’Olocausto e dell’Unione europea. Che adesso tace imbarazzata e distratta dall’incidente del drone in Romania.
Sotto il comando di Roman Shukhevych, la milizia si rese protagonista della pulizia etnica a danno dei polacchi. L’Upa vedeva nell’invasione dei tedeschi l’opportunità di scalzare il dominatore sovietico e di fondare uno Stato nazionale; e in effetti, quando capì che l’indipendenza ucraina non era un interesse primario di Adolf Hitler, i suoi membri arrivarono a scontrarsi anche con le armate naziste.
Ufficialmente, Zelensky ha assegnato la qualifica che ha fatto infuriare Varsavia all’unità per le operazioni speciali Nord per i meriti nella difesa del Paese. Ma ciò che lascia davvero interdetti è un riferimento alla volontà di «ripristinare le tradizioni storiche dell’esercito nazionale». A Kiev - per fortuna di Kiev - non c’è Carlo Calenda, fresco di tatuaggio col simbolo delle forze armate ucraine, ma qui siamo ben oltre le provocazioni del generale Roberto Vannacci sulla X Mas: sarebbe come se Sergio Mattarella stabilisse che il Comsubin, il raggruppamento degli incursori di Marina, anziché a Teseo Tesei, debba essere intitolato a Junio Valerio Borghese, che guidò il corpo franco confluito nella Repubblica di Salò.
Tutto avviene, per di più, mentre l’Ucraina, candidata a entrare nell’Ue, si appresta a ricevere il prestito da 90 miliardi di euro, sbloccato grazie alla rimozione del veto ungherese da parte del nuovo premier, Péter Magyar. Il quale, a sua volta, otterrà 16 miliardi di fondi Ue congelati a Viktor Orbán, benché abbia incassato i complimenti del Cremlino, felice che Budapest continuerà a non inviare aiuti militari a Kiev. A questo punto, Magyar potrebbe persino venderselo come un gesto antifascista.




