Il Vaticano ci aveva provato, a chiudere il caso Avignone. È stato Donald Trump a riaccendere la miccia con gli insulti Papa, che ha definito «debole sulla criminalità», «pessimo in politica estera», accusandolo addirittura di dire «che va bene avere un’arma nucleare». Come si spiegano le frasi sconcertanti uscite su Truth, compreso il passaggio secondo il quale «Leone non sarebbe in Vaticano se io non fossi alla Casa Bianca»? Sono un vaneggiamento egocentrico del presidente? O c’è qualcosa di più profondo?
Non è del tutto falso che la provenienza di Robert Francis Prevost abbia inciso sul conclave. Ma non nel senso inteso dal tycoon, che continua a sovrapporre il destino della nostra civiltà alle sue fortune individuali. I cardinali nordamericani, terminato il pontificato anomalo di Francesco, rivolto alle periferie esistenziali, volevano un ricentramento geografico e culturale della Chiesa. Il proporato di Chicago era apparso il candidato più adeguato a ricucire gli strappi tra progressisti e tradizionalisti; e vista la sua esperienza pastorale in America latina, egli avrebbe potuto affrontare la deriva valoriale dei Paesi secolarizzati senza abbandonare il Sud del mondo.
La filosofia di Leone XIV, comunque, è apparsa chiara sin da quel saluto rivolto ai fedeli dalla Loggia delle Benedizioni, appena dopo la fumata bianca: «La pace sia con tutti voi!». Il pontefice lo ha ribadito ieri, premurandosi di evitare la zuffa con il presidente americano: «Parlo del Vangelo e quindi continuerò a parlare ad alta voce contro la guerra». Il successore di Pietro non ha nessuna preclusione rispetto alla possibilità di collaborare con The Donald. Anzi, all’inizio della settimana di Pasqua, aveva rivelato di averlo sentito al telefono e di aver intravisto, in quella conversazione, degli spiragli per la tregua in Iran, che poi si è concretizzata. Nella misura in cui Trump avesse mantenuto la promessa di porre fine ai conflitti, avrebbe trovato spalancate le porte del Palazzo Apostolico; nel momento in cui ne ha iniziato un altro, Leone è rimasto coerente con il suo «obbligo morale» di difendere la pace. Il cortocircuito innescato dalla svolta bellicista, semmai, è un problema per l’inquilino della Casa Bianca. Reduce, infatti, da un’intemerata nei confronti degli opinionisti Maga, restii a sostenere a oltranza Israele e preoccupati per la palude persiana.
È evidente che il presidente fatica a spiegarsi come mai il Vaticano non lo appoggi in maniera incondizionata, se il 54% degli elettori cattolici americani ha votato per lui. È anche per questo che i suoi uomini del Pentagono, a gennaio, avevano sollecitato il sostegno vaticano con toni irrituali. Il documento geopolitico di dicembre già esortava gli alleati ad allinearsi agli Usa. Forse, non significava soltanto compattarsi sulle priorità strategiche di Washington, a cominciare dalla questione cinese. Trump intende l’egemonia sull’emisfero settentrionale nei termini di un deferente e permanente ossequio tributatogli dai Paesi che rientrano nella sfera d’influenza americana. Può darsi abbia ragione Massimo Cacciari: così, lo Stato mondiale, l’utopia dell’Anticristo di Vladimir Soloviev, finirebbe per realizzarsi come «lo Stato di uno solo». Potrebbe il vicario di Gesù assecondare un progetto del genere? Non può fare da stampella etica all’agenda internazionale del tycoon. E nemmeno soprassedere su certi suoi eccessi nel contrasto all’immigrazione clandestina, pur in sé necessario.
Va dato atto a padre Antonio Spadaro, già direttore de La Civiltà Cattolica, di aver spiegato bene che la subalternità pretesa da The Donald è impossibile: la Chiesa può permettersi di criticare il potere (il modo sbagliato di esercitarlo, chiunque lo detenga) senza diventare un contropotere (senza, cioè, ridursi alla contrapposizione ideologica con un leader «antipatico»). E la Chiesa può permetterselo perché sta «nel mondo» senza essere «del mondo». Perché è cattolica, ossia universale; non nazionale, dunque compromessa con l’autorità dominante, come le sette protestanti.
Trump è caduto nello stesso peccato dei grandi del passato: degli imperatori romani, preoccupati poiché i cristiani rigettavano il culto pubblico pagano e quindi minacciavano la loro supremazia; di Enrico VIII, che ruppe con Roma per il rifiuto del Papa di piegare la dottrina alle esigenze della sua politica matrimoniale. Il modello ideale della Chiesa è quello di San Giovanni Battista: un profeta cui non importava deporre Erode, ma che non aveva paura di rinfacciargli la sua empietà. Persino il re era arrivato a temerne la caratura morale. Nello stesso modo in cui Trump è angosciato dalle reprimende della Santa Sede.
Il presidente Usa, poi, rischia di ritrovarsi una grana davvero analoga a quella degli imperatori romani: l’obiezione di coscienza dei militari. L’episcopato statunitense non ha incitato alla ribellione i membri dell’esercito. Tuttavia, le critiche degli alti prelati all’operazione in Iran sono state demolitive. Molto rilevante quella dell’arcivescovo Timothy Broglio, dato che è l’ordinario militare: a suo avviso, la campagna in Medio Oriente non è giustificabile in base alla teoria cattolica della guerra giusta. Il monsignore ha sottolineato che in America «non si può obiettare a una specifica guerra o a una specifica azione»; una volta arruolati, si deve compiere il proprio dovere. Broglio ha però pregato i soldati di «causare meno male possibile» e di «proteggere le vite innocenti». Si è pronunciato pure il cardinale Robert McElroy, titolare della diocesi di Washington, confermando le riserve su Epic fury e ricordando che, per essere legittimo, un intervento armato deve «avere uno scopo mirato, che è ripristinare la giustizia e ripristinare la pace». È difficile immaginare una rivolta su larga scala. Ma il Pentagono ha appena fatto scattare la registrazione automatica per la leva. E va segnalato che, nella storia americana, ci sono stati momenti di drammatica tensione in materia di coscrizione: pertinente, in questo contesto, è la protesta animata dal movimento Catholic left ai mtepi della guerra in Vietnam, con gli attivisti che irrompevano negli uffici dell’esercito e cospargevano di sangue i documenti di arruolamento.
Ormai è palese che la guerra agli ayatollah ha approfondito la faglia tra le due anime del conservatorismo Usa: quella cattolica e quella evangelica; quella di JD Vance e quella del ministro della Difesa, Pete Hegseth, le cui preghiere per la vittoria hanno indignato la Chiesa. Si capisce per quale motivo Trump sia più in sintonia con la comunità riformata: essa lo asseconda e lo compiace. Mentre non è chiaro quanto pesi un altro fattore psicologico: da che è scampato all’attentato, The Donald magari si è convinto, o è stato convinto dai pastori, di essere in missione per conto di Dio? In tal caso, le sue immagini dissacranti - quella di lui in abiti da Papa, uscita pochi giorni prima dell’elezione di Prevost, e quella comparsa ieri, ma rimossa dal Web, col presidente nei panni di Gesù taumaturgo dell’America - sarebbero ben più di uno scherzo di pessimo gusto. E ci sarebbe da avere paura sul serio.
Al tavolo di Islamabad c’è un convitato di pietra. Ha gli occhi a mandorla e un asso nella manica: gli armamenti che sarebbe in procinto di fornire all’Iran per neutralizzare gli attacchi statunitensi.
Le pressioni della Cina sono state fondamentali per convincere gli ayatollah a negoziare con gli americani. Pechino fa parte della cerchia di «amici» ai quali Teheran è disposta a concedere il transito nello Stretto di Hormuz. E circa il 38% dei barili di greggio che passano per quel braccio di mare è destinato al Paese di Xi Jinping. L’introduzione dei pedaggi potrebbe persino consolidare l’attuale ascesa dello yuan quale valuta di riserva, se fossero pagati in quella valuta piuttosto che in cripto. Il disordine geopolitico, comunque, non fa quasi mai aggio al Dragone, già primo acquirente di petrolio venezuelano, dal quale deriva il 4% del suo fabbisogno totale; ragion per cui, al Politburo, non avranno festeggiato la destituzione di Nicolás Maduro.
Dopodiché, il regime comunista sa come ritorcere contro l’Occidente la strategia del caos, che magari Donald Trump sperava di sfruttare. A marzo, ad esempio, per reagire alla crisi e prevenire l’inflazione interna, i cinesi hanno iniziato a ridurre le esportazioni di fertilizzanti e di carburanti raffinati, la cui vendita all’estero resterà ancora bloccata nel mese di aprile. E ora, la Cnn svela che Xi ha a disposizione un’ulteriore leva: quella bellica. Citando «fonti a conoscenza delle valutazioni dell’intelligence», l’emittente Usa ha riferito che, nelle prossime settimane, attraverso una serie di triangolazioni, la Cina consegnerà alla Repubblica islamica dei sistemi di difesa aerea. In particolare, delle piattaforme portatili, i Manpads, corrispettivo di quegli Stinger con cui Washington aveva riempito gli arsenali di Kiev e che gli ucraini hanno usato con profitto, per contrastare l’invasione russa. Sono mezzi utili a colpire i velivoli nemici a bassa quota; può essere stata la combinazione tra questi lanciamissili e i radar a infrarossi a facilitare l’abbattimento di un F-35 e dell’F-15 caduto qualche giorno fa.
Il punto è che la fiducia nel sostegno di Pechino, ancorché seccamente smentito dall’ambasciata del Dragone a Washington, potrebbe indurre gli sciiti a bluffare in Pakistan. E a prendere tempo per riorganizzarsi, in vista di una ripresa delle ostilità che, secondo quanto hanno riferito organi di stampa iraniani, i pasdaran sarebbero in grado di reggere per almeno altri sei mesi. Per un mondo che è già sull’orlo dell’abisso economico dopo una quarantina di giorni di bombardamenti, sarebbe un’eternità.
La vera domanda, allora, è: a che gioco gioca la Cina? Lavora per la pace, oppure trama per il pantano? La verità è che Xi può guadagnare a prescindere da come andrà a finire.
Se JD Vance e Mohammad Bagher Ghalifab si mettessero d’accordo sul serio, egli potrebbe rivendicare il ruolo di discreto mediatore. Un gol a porta vuota, nella partita per consolidare la reputazione di potenza benevola, una fama che illustri politologi cinesi, a cominciare da Yan Xuetong, considerando essenziale assicurarsi. In più, un progressivo ritorno alla normalità faciliterebbe i flussi commerciali, consentendo a Pechino di continuare a piegare ai propri interessi i meccanismi della globalizzazione: giusto l’altro ieri, Eurostat comunicava che il deficit dell’Ue verso la Cina è salito dai 312,2 miliardi del 2024 ai 359,8 del 2025. Intanto, le tensioni con gli Usa, cavalcate dal governo di sinistra di Pedro Sánchez, stanno accelerando la trasformazione della Spagna in un proxy del regime rosso nel Vecchio continente. I rafforzati legami verranno senza dubbio capitalizzati anche a calma ripristinata, in un contesto di rapporti che, tra le due sponde dell’Atlantico, sarà mutato profondamente, sebbene non compromesso.
E se le trattative fallissero? Il Dragone potrebbe indurre il suo avversario a impantanarsi; l’invio di contraeree rientrerebbe in tale strategia. È quello che hanno fatto gli americani con i russi nel Donbass. Ed è probabilmente il modo in cui le grandi potenze nucleari si combatteranno di qui in avanti. Non sarebbe una novità totale: è un copione già visto, durante la guerra fredda, in Corea, in Vietnam e in Afghanistan. Sarebbe coerente con la dottrina di Sun Tzu, il Clausewitz cinese: «L’arte della guerra è sottomettere il nemico senza combattere».
Due piccioni con una fava: la tattica contribuirebbe a tenere l’America lontana dall’Indo-Pacifico e da Taiwan. Xi, reduce da un incontro con la leader dell’opposizione di Taipei, ha ribadito che l’isola non potrà mai essere indipendente. E se gli Usa si rivelassero inabili a difenderla, l’intero equilibrio asiatico ne uscirebbe sconvolto, con risvolti pesanti per Tokyo e Seul. Allora sì che al Politburo stapperebbero champagne.
«La narrativa offerta da alcuni organi di stampa non corrisponde affatto alla verità». La nota diffusa ieri dalla sala stampa vaticana sembrerebbe chiudere il caso delle minacce del Pentagono all’ex Nunzio apostolico negli Stati Uniti, il cardinale Christhophe Pierre, scoppiato dopo le rivelazioni di Mattia Ferraresi su The Free Press.
Ma la smentita non smentisce il dettaglio principale della vicenda: lo sgarbo del sottosegretario alla Guerra americano, Elbridge Andrew Colby, oppure, secondo ricostruzioni diverse, di un altro funzionario presente all’incontro del 22 gennaio scorso con il rappresentante della Santa Sede, i quali avevano evocato la cattività avignonese, pur di convincere la Chiesa cattolica a schierarsi apertamente con Washington, alla luce della sua incomparabile potenza militare.
Basta confrontare il tono dei comunicati diramati dall’entourage del Papa con quello della rettifica pubblicata su X da Brian Burch, l’ambasciatore «pontificio» di Donald Trump.
Giovedì, la segreteria della Nunziatura apostolica si era limitata a confermare l’avvenuto colloquio nella sede del ministero in Virginia, sottolineando anche che «incontri con ufficiali del governo sono una pratica normale». Vero. Anomalo, semmai, era il luogo: non era mai accaduto prima che un Nunzio fosse convocato al Pentagono. Né in questa precisazione, né in quella di ieri della sala stampa, veniva tuttavia escluso che la parte americana avesse pronunciato la battutaccia su Avignone. Un’allusione al periodo, tra il 1309 e il 1377, in cui il Papato venne tradotto in Provenza, a causa di dissidi con la borghesia romana e della grave frattura con la monarchia francese. L’unico a negare tutto è stato Burch: «Minaccia di Avignone? Nessuna». L’ambasciatore ha attribuito la ritrattazione allo stesso Pierre: egli lo avrebbe confortato sul fatto che le «caratterizzazioni mediatiche» del faccia a faccia con Colby fossero - la formula ricalcherebbe proprio le parole del porporato - «montature», «semplicemente inventate». Anche Matteo Bruni, dal Vaticano, ha voluto rimarcare che, per Pierre, tutto era «rientrato nella regolare missione» diplomatica. Peccato che, dalla viva voce del cardinale, non sia uscito alcunché. Niwa Limbu, corrispondente del Catholic Herald, ha detto di avergli parlato al telefono. Pierre sarebbe stato lapidario: «Preferisco non parlare». Se Ferraresi ha raccontato fandonie, perché rimanere in silenzio e lasciarsi virgolettare da Burch?
Nella serata di ieri, l’ambasciata Usa presso la Santa Sede ha ribadito l’impegno per una «partnership profonda e collaborativa». Ma se il Washington Post ha menzionato una fonte vaticana, secondo cui il vertice al Pentagono è stato «inusuale», The Pillar, autorevole testata d’Oltreoceano che si occupa di questioni ecclesiali, ha ottenuto la conferma che il confronto era stato «teso». I funzionari papali sentiti dal quotidiano non hanno parlato di minacce (né lo ha fatto il pezzo da cui tutto è nato), però hanno ammesso che i rappresentanti Usa erano stati «aggressivi» e «prepotenti». Il confine tra «aggressività», «prepotenza» e «minaccia» è opinabile. Ma una cosa è sicura: quel giorno di gennaio, gli uomini di Pete Hegseth hanno come minimo stiracchiato i protocolli diplomatici.
Il che ci porta al nodo della questione: il redde rationem, interno all’amministrazione Trump, tra i cattolici conservatori e gli ultranazionalisti protestanti. Colby fa parte della cerchia di JD Vance, così come Randy George, il capo di Stato maggiore silurato dal ministro, e Dan Driscoll, che invece non ha intenzione di dimettersi. Dal lato opposto della barricata c’è il segretario alla Guerra. Capofila di quel movimento di «cristiani sionisti», sostenitori entusiasti della campagna contro l’Iran al fianco di Benjamin Netanyahu, cui appartengono pure i pastori evangelici che hanno imposto le mani su The Donald nello Studio ovale, per benedire la sua impresa bellica. Questi ultimi sono già allineati alla sterzata improvvisa del presidente ex isolazionista; ma il sostegno dei cattolici non è incondizionato. Costoro non amano gli eccessi della Casa Bianca e sono sensibili ai messaggi del pontefice e dei vescovi sulla guerra e su una gestione più umana della lotta all’immigrazione clandestina.
Ecco cosa può essere accaduto il 22 gennaio: un tentativo di guadagnare il consenso della Chiesa, blindando la svolta a destra dell’elettorato cattolico statunitense e archiviando i sempiterni timori Wasp per la sua «doppia lealtà» (alla patria ma pure al Papa), potrebbe essere sfuggito di mano.
L’incidente aggrava la posizione di Hegseth, il quale fa già i conti con una guerra, maturata sull’asse Israele-protestantesimo Usa, dagli esiti deludenti, la cui conclusione negoziata viene picconata da Tel Aviv, mentre la popolarità dello Stato ebraico crolla tra i cittadini americani. Inoltre, i soldati lo accusano di non aver protetto adeguatamente la base in Kuwait, in cui un raid iraniano ha ucciso sei di loro. Sono grosse gatte da pelare.
Dopodiché, va registrata la volontà vaticana di gettare acqua sul fuoco. A parte i bollettini ufficiali, sorprende che nella squadra di pompieri si siano arruolati i gesuiti progressisti, i più lontani dal tycoon. A cominciare dal sacerdote degli Lgbt, padre James Martin. Merita un elogio padre Antonio Spadaro, già direttore de La Civiltà Cattolica e sottosegretario al Dicastero per la Cultura: egli ha rifiutato ogni strumentalizzazione della faccenda e ha offerto una lettura molto profonda dell’approccio del pontefice alle questioni internazionali. «Leone contro Trump? Questa cornice è errata. Perché è riduttiva», ha scritto su Union of Catholic Asian News. «La posta in gioco è completamente diversa: è il Papa che combatte contro la guerra. Non contro un presidente, contro un modo di pensare. Contro l’idea stessa che rende la guerra possibile». Sono le istruzioni per sottrarsi al fraintendimento che cavalcano i dem Usa, sperando di tamponare l’emorragia di voti cattolici; la medesima incomprensione che aveva spinto il Pentagono a interpellare il Nunzio, temendo che il monito di Robert Francis Prevost sull’impiego della forza al posto del dialogo fosse una scomunica della «dottrina Donroe» di Trump. Spadaro ha aggiunto che la linea di Leone XIV «potrebbe contribuire a interrompere una tendenza che ha dominato il cattolicesimo americano - meno religione come collante nazionale, più fede come critica del potere». A ben vedere, più che una deriva cattolica, è esattamente la distorsione protestante che ha finito per ispirare l’operazione Epic fury.
Il Papa, intanto, non ha smesso di far pesare la sua autorità morale: ai membri della Chiesa di Baghdad dei Caldei, ieri, ha chiesto di essere «segni di speranza in un mondo segnato da violenze assurde e disumane, che in questo tempo, mosse dall’avidità e dall’odio, dilagano con ferocia proprio nelle terre che hanno visto sorgere la salvezza, nei luoghi sacri dell’Oriente cristiano, profanati dalla blasfemia della guerra e dalla brutalità degli affari». «Dio», ha insistito, «non benedice alcun conflitto». È sembrato persino tornare sull’episodio della Domenica delle palme, quando Israele ha vietato al cardinale Pierbattista Pizzaballa l’accesso al Santo Sepolcro. «I cristiani in tutto il Medio Oriente», ha tuonato, «siano rispettati, non solo a parole: godano di vera libertà religiosa e di piena cittadinanza, senza essere trattati da ospiti o da cittadini di seconda classe». Appunti per Netanyahu, Hegseth e la sua armata di predicatori crociati.





