Per risolvere un problema che prima non c’era (il transito da Hormuz), si rischia di aggravarne un altro che andava risolto (il nucleare iraniano): è il disgraziato epilogo verso cui sta precipitando la guerra di Donald e Bibi. Teheran ha compreso di poter sfruttare con profitto il suo formidabile strumento di pressione.
Così, dopo aver annunciato l’introduzione di un sistema di pedaggi, Abbas Goudarzi, portavoce della presidenza del Parlamento iraniano - la casella istituzionale nella quale gli Usa avevano individuato un interlocutore «ragionevole», Mohammad Bagher Ghalibaf - ha messo in chiaro che lo Stretto «non tornerà mai allo status che aveva prima», essendo ormai diventato un «vantaggio strategico nelle nuove condizioni di sicurezza».
Una mossa del genere si tradurrebbe in un’inflazione perenne sulle fonti energetiche, per non parlare del commercio di fertilizzanti, la cui contrazione prefigura una crisi alimentare globale dalla quale sorgerebbe, con una reazione a catena, una bomba migratoria dall’Africa, che ovviamente scoppierebbe in mano all’Europa. Intanto, chi acquista oro nero e gas liquefatto, anche a ostilità cessate, dovrebbe mettere in conto un aggravio permanente dei costi, legato alle tariffe imposte ai «caselli» degli aytollah: secondo Al Jazeera, solo alle nazioni alleate sarebbe garantita la navigazione gratuita (sarebbe il caso dell’Iraq, esentato ieri da ogni restrizione); a quelle ostili, Hormuz rimarrebbe interdetto; quelle «neutrali» dovrebbero versare un tributo. Stando alla ricostruzione di Bloomberg, la gabella ammonterebbe a 1 dollaro per ogni barile di greggio trasportato. Una petroliera ne può caricare anche più di 2 milioni: i mullah, insomma, avrebbero trovato una comodissima fonte di finanziamento. I siti Internet nazionali gongolano e spiegano che, con i soldi, verranno riparate le infrastrutture danneggiate da America e Israele.
È altrettanto chiaro che, per rinunciare all’esazione, Teheran pretenderebbe una contropartita sostanziosa. Il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, elogiando la mediazione del Pakistan, ha evocato «condizioni per una fine definitiva e duratura» della guerra. Un dettaglio succoso è emerso dalle fonti diplomatiche citate da alcune agenzie di stampa russe: a parte le richieste già note, come il versamento delle riparazioni belliche da parte degli aggressori e la garanzia affidabile di non subire nuovi attacchi in futuro, tra i diktat iraniani vi sarebbe il riconoscimento della legittimità del programma nucleare a scopi pacifici. Dovrebbe essere una proposta inaccettabile per Benjamin Netanyahue Donald Trump, il quale, infatti, ieri ha rilanciato un ultimatum di 48 ore per Hormuz. Lui ha perso credibilità, però la ragione dichiarata del conflitto stava proprio nei tentativi del nemico sciita di dotarsi di un arsenale atomico, sforzo al quale i progetti per i reattori a uso civile venivano considerati connessi e subordinati. Salvo un improvviso tracollo del gruppo dirigente della Repubblica islamica, più passano i giorni e più le opzioni si riducono, specie per l’inquilino della Casa Bianca: le elezioni di medio termine paiono compromesse, il brent continua ad aumentare e la spirale dei prezzi travolge i consumatori statunitensi, benché il Paese non dipenda dalle forniture del Golfo. Le leve che ha in mano il tycoon, peraltro, sono meno agevoli di quelle dell’Iran: si inseguono voci sull’impiego - senza precedenti - di piccole cariche atomiche per distruggere i siti nucleari ultraprotetti; e rimane la minaccia dell’invasione di terra, che sarebbe un bagno di sangue per i Marines e la cui riuscita è tutt’altro che scontata. Per prendersi gioco delle mire di Trump sul cruciale avamposto di Kharg, Teheran ha fatto sapere che le esportazioni di petrolio dall’isola «non solo non sono diminuite, ma sono aumentate». È un’informazione da prendere con le pinze, ma rende bene l’idea del sorprendente squilibrio che potrebbe vanificare l’enorme capacità offensiva di due delle principali potenze militari mondiali. Tanto più che, sui mercati sotto choc, incombe pure lo spettro degli Huthi: ieri, Ghalibaf, con un post su X, ha alluso alla chiusura dell’altro Stretto, quello di Bab el-Mandeb, sul Mar Rosso.
La situazione a Hormuz segue una sua logica. Non vige un embargo totale; in linea con l’approccio della leadership iraniana, sussistono dei via libera selettivi. Ieri, ad esempio, è stato concesso l’attraversamento a navi umanitarie; sarebbe permesso il transito anche a chi trasporta «beni essenziali», anche se non è chiaro di quali merci si tratti. Si noti che, come ha riportato il New York Times, l’Italia aveva suggerito una missione delle Nazioni Unite per proteggere quel tipo di convogli. Al contrario, una portacontainer che, per i pasdaran, era «legata al regime sionista», è stata presa di mira da droni, che hanno provocato un incendio a bordo: è la Msc Ishyka, con bandiera liberiana, di proprietà di Pasithea Oceanway Ltd e gestita da una compagnia cipriota. Hanno avuto luce verde una nave indiana carica di Gpl e una petroliera turca, il secondo natante di Ankara transitato in quelle acque da quando è cominciata la guerra. L’India aveva già trattato un salvacondotto. Addirittura - lo ha confermato Nuova Delhi stessa - ha ripreso gli acquisti di petrolio dall’Iran, cosa che non accadeva dal 2019. Non proprio un successo strategico per The Donald. La Turchia ha dovuto difendersi, tramite i sistemi Nato, da alcuni missili iraniani diretti nel suo spazio aereo. Ma sebbene abbia condannato i bombardamenti negli Stati sunniti, temendo una faida nel mondo musulmano che farebbe aggio a Tel Aviv, Recep Erdogan, reduce da una telefonata con Vladimir Putin, non è di sicuro ostile agli ayatollah. Dallo Stretto, nei giorni scorsi, sono passati anche una nave di proprietà francese, una metaniera nipponica e delle navi omanite: proprio Mascate avrebbe attivato un percorso radente le sue coste, in seguito a contatti con l’Iran.
Sono elementi che concorrono a confermare il quadro: la coalizione dei volenterosi è ridotta alle dichiarazioni d’intenti; le sue opzioni militari sono impraticabili; all’Onu, Parigi, Mosca e Pechino hanno messo il veto su qualsiasi azione di forza, mentre il voto sulla risoluzione che darebbe mandato per ricorrere a «mezzi difensivi», ieri, è stato rinviato una seconda volta, alla prossima settimana; per adesso, naviga solo chi accetta di negoziare. Trump ha ottimi motivi per provare una «furia epica».
Abracadabra: mentre Parigi, all’Onu, si schierava con Pechino e Mosca contro l’uso della forza a Hormuz, una sua nave riusciva ad attraversare lo Stretto. L’imbarcazione scampata al fuoco iraniano è la Kribi, una portacontainer battente bandiera maltese, ma appartenente al gruppo armatoriale transalpino Cma Cgm. Giovedì ha comunicato alle autorità sciite di avere, appunto, un proprietario francese.
Dopodiché, sulla direttrice Est-Ovest, ha transitato senza problemi lungo il braccio di mare conteso, passando a Nord dell’isola di Larak, sulla rotta per cui i pasdaran riscuotono i loro pedaggi; ieri mattina si trovava già al largo della costa dell’Oman. Si tratta del primo scafo di un Paese europeo a superare l’altolà di Teheran agli alleati di Usa e Israele. Si vede che il regime non percepisce più la Francia come tale. D’altronde, se il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, fermo per il Venerdì santo, ha rinviato il voto sulla risoluzione dedicata alla riapertura di Hormuz, è sicuro che, per orientare la bozza presentata dal Bahrein, è stato decisivo il veto dei rappresentanti transalpini, russi e cinesi. Tutti contrari a un’operazione che preveda l’uso della forza. Il documento, quindi, autorizza solo l’impiego di «mezzi difensivi necessari e commisurati alle circostanze», «per un periodo di almeno sei mesi».
Emmanuel Macron aveva chiarito la sua posizione già in occasione del vertice, convocato da Londra, con la coalizione dei 40 volenterosi - Italia inclusa - disposti a partecipare a una operazione nello Stretto: un intervento militare, ha detto l’inquilino dell’Eliseo, sarebbe un’opzione «irrealistica». C’è anche il problema della copertura giuridica: Roma e Berlino insistono per un mandato internazionale. Antonio Tajani pensa proprio all’Onu, mentre il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, valuta di riadattare la missione Ue Aspides, ora dispiegata nel Mar Rosso per gli Huthi.
Al netto degli attriti personali tra Macron e Donald Trump, è assodato che i partner occidentali dell’America non hanno intenzione di lasciarsi coinvolgere in una campagna bellica tutt’altro che trionfante. A blandire la Casa Bianca, ci starebbe pensando la Germania: secondo la Bild, Merz avrebbe incaricato il suo consigliere per la politica estera, Günter Sautter, di consegnare a tycoon un messaggio con le condizioni alle quali gli europei potrebbero impegnarsi nel Golfo. Ieri, su Truth, Trump ha tirato fuori un’altra idea roboante: «Con un po’ più di tempo, possiamo facilmente aprire lo Stretto di Hormuz, prendere il petrolio e fare una fortuna. Potrebbe essere un pozzo petrolifero per il mondo?». Se per appurarlo servono ben più delle ultime due settimane di guerra da lui promesse, c’è da scommettere che nessuno lo vorrà scoprire.
Più che sulle armi, dunque, si punta sui negoziati. Se lo sono ribadito l’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, per la verità irrilevante come al solito, e il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi. E anche Macron, durante la sua visita in Corea del Sud, ha annunciato di essere al lavoro, in «cooperazione» con altri Paesi europei e con Seul, per consentire il transito delle navi a Hormuz. Nel frattempo, anche un natante giapponese, ieri, è riuscito a transitare indenne in quelle acque insidiose. Lo ha confermato la compagnia comproprietaria, Mitsui Osk Lines: la metaniera Sohar, con bandiera di Panama, è diventata la prima nipponica a superare il blocco dall’inizio delle ostilità.
Nei giorni scorsi, si era vociferato di contatti tra Tokyo e Teheran per negoziare un tributo, che si paga in yuan o in criptovalute. Ennesimo smacco per Trump, che deve fare i conti pure con l’abbattimento di un altro F-15. Ed ennesima prova che chi dipende dagli approvvigionamenti del Golfo non sta ad aspettare Godot, ossia il trionfo di Washington e Tel Aviv. Risultato: stando ai dati della società di intelligence marittima Windward, il numero di scafi che sono riusciti ad attraversare lo Stretto è in aumento. Mercoledì, i transiti sono saliti a 16, terzo incremento giornaliero consecutivo, anche se le 130 navi al giorno che viaggiavano lì prima della guerra restano un miraggio. I natanti sono passati per lo più dal «casello» di Larak; una rotta alternativa, radente le coste dell’Oman, scelta da due petroliere del Sultanato e dalla nave Gnl giapponese, sarebbe stata attivata sulla scorta di colloqui tra Mascate e Teheran.
Un messaggio, ieri, l’Iran lo ha mandato anche a noi: l’ambasciata dei mullah a Roma, su X, ha scritto che «prima di parlare della riapertura dello Stretto di Hormuz, l’Italia deve opporsi con fermezza alla palese violazione del diritto internazionale da parte degli aggressori americano-sionisti». Fonti italiane hanno spiegato che «esistono interlocuzioni per arrivare a una cessazione della ostilità». Ma la provocazione illustra bene il paradosso della guerra di Bibi e Donald: hanno mutilato così nel profondo il regime islamista, da lasciargli il coltello dalla parte del manico.
Le carte le aveva scoperte, giusto due settimane fa, Benjamin Netanyahu. Il premier israeliano sosteneva che, per evitare le insidie di Hormuz e quelle dell’altro Stretto, Bab el-Mandeb, tenuto in scacco dagli Huthi, petrolio e gas dei Paesi del Golfo avrebbero dovuto transitare sulla direttrice Est-Ovest, attraverso la penisola arabica, fino a sboccare nei porti mediterranei dello Stato ebraico. Adesso sembra che i produttori di oro nero, su quella proposta, stiano facendo più di un pensierino.
Bibi aveva candidamente svelato uno dei possibili obiettivi della guerra all’Iran, se non una delle sue cause: trasformare Israele in un crocevia energetico globale. Con conseguenze geopolitiche durature. Innanzitutto, rendere irrilevante la rotta marittima finita sotto il giogo di Teheran, che poi sarebbe uno dei modi per riportare il Paese «all’età della pietra», come ha detto Donald Trump nella notte di ieri; indebolire l’Egitto, non proprio allineato all’agenda di Tel Aviv, creando un percorso capace di fare concorrenza a quello del canale di Suez; cristallizzare il futuro equilibrio mediorientale nello spirito dei Patti di Abramo, forzando la convergenza con Israele delle monarchie sunnite; e forse, in prospettiva, limitare ancora di più le capacità degli Stati europei di opporsi alle campagne belliche degli israeliani. I quali, a quel punto, controllerebbero i rubinetti del metano e del greggio. E potrebbero esercitare pressioni sugli alleati vulnerabili.
«Quello che bisognerebbe fare», aveva dichiarato in conferenza stampa Netanyahu, «è avere tracciati alternativi. Anziché attraversare le strozzature dello Stretto di Hormuz e dello Stretto di Bab el-Mandeb per ottenere i flussi petroliferi, bisogna fare in modo che tutti i condotti, i gasdotti, vadano verso Ovest, attraverso la penisola arabica, direttamente verso Israele, direttamente verso i porti mediterranei. In questa maniera, ci si sarà liberati delle strozzature per sempre». Di Bibi si può pensare tutto, meno che gli manchi il pregio della chiarezza. La novità è che il suo piano sta prendendo corpo.
l’anti via della seta
Secondo il Financial Times, i Paesi del Golfo si starebbero convincendo a rispolverare alcuni progetti per le pipeline che erano stati archiviati a causa di difficoltà tecniche e costi spropositati. In cima alla lista, ce ne sarebbe uno che ha tra i suoi promotori l’Ue, l’Italia, la Germania, la Francia, gli Emirati, l’Arabia Saudita, l’India e soprattutto gli Stati Uniti, che peraltro lo avevano rilanciato in occasione della visita di inizio 2025 a Washington del premier, Narendra Modi, per l’inaugurazione del secondo mandato di Trump: si tratta del corridoio Imec (India-Middle East-Europe economic corridor), che per gli Usa ha un valore strategico fondamentale, essendo concepito come il controcanto alle iniziative cinesi sulla Via della seta.
Nel disegno originario, era compresa un’infrastruttura per il trasporto di materie prime che, da Mumbai, sarebbe arrivata a Jabel Ali (negli Emirati), quindi a Riad e, infine, al porto di Haifa. In lizza per il ruolo di terminale europeo della gigantesca pipeline c’erano il Pireo in Grecia, Marsiglia e la nostra Trieste. Il problema è che, per realizzare le mastodontiche tubature, si dovrebbero sborsare almeno 5 miliardi. E dal punto di vista ingegneristico, l’opera sarebbe una sfida enorme: sulla strada non ci sono solo dune; andrebbero perforati i rilievi basaltici dell’Hegiaz, che, in Arabia Saudita, corrono in direzione Nord-Sud, fino a diradare bruscamente verso il Mar Rosso.
È significativo che, ai lavori, possa concorrere anche una compagnia privata libanese, Cat Group. Al quotidiano britannico, il ceo della società, Christopher Bush, ha confermato: «Ho molte presentazioni sulla mia scrivania», nelle quali sono illustrati i programmi per costruire diversi condotti. Si comprende quanto sia cruciale, nel calcolo abbozzato da Netanyahu, eliminare i complici del regime iraniano a Beirut - le milizie di Hezbollah - per poter contare sulla cooperazione di un governo ricettivo nel Paese dei cedri.
Dopodiché, i rischi, per il cantiere, non si limiterebbero ai combattenti sciiti: i tubi insisterebbero su territori infestati da bande di jihadisti dell’Isis. E rimarrebbe sempre un punto debole: gli scali navali dell’Oman, esposti al fuoco dei pasdaran.
Ovviamente, interventi di tale magnitudine potrebbero richiedere anni: non ci si meravigli se si dovesse ragionare nei termini di un decennio o più. Ai fini dell’operazione militare in corso, l’orizzonte cronologico però incide poco: la guerra prepara il terreno a un nuovo scenario, che andrà completato nel medio o lungo periodo. Una volta definiti sulla carta tragitti e contratti, l’esito sarebbe pressoché blindato.
il tubo dei sauditi
Già ora, ha notato d’altronde il Financial Times, i sauditi stanno sfruttando l’oleodotto che fu messo in piedi negli anni Ottanta, sulla scia dei timori per gli strascichi del conflitto tra Iran e Iraq. Grazie a quell’opera, riescono a spedire 7 milioni di barili al giorno nel porto egiziano di Yanbu, sul Mar Rosso. Ciò sta consentendo ai petrodollari di Mohammad bin Salman di stare al riparo da missili, droni e mine nello Stretto di Hormuz. Ma sulle acque più a Occidente incombe comunque la minaccia dei ribelli yemeniti. Di qui, la seduzione esercitata dall’ipotesi di erigere un’altra pipeline. Oppure, ancora meglio, «una rete di corridoi», come ha spiegato al quotidiano di Londra Maisoon Kafafy, consigliere del think tank Usa Atlantic Council per i programmi che riguardano il Medio Oriente.
Per i Paesi del Golfo, sarebbe un radicale cambio di paradigma. Una di quelle svolte dalle quali non si torna più indietro. Israele si frega le mani. La guerra all’Iran, ha detto intanto Trump agli americani, è «un investimento per il futuro». Si inizia a capire che cosa intendesse.



