Forse c’è del razionale nel reale. Forse Donald Trump non è un matto. Forse la sua condotta rientra in una più ampia strategia americana: ottenere il primato di superpotenza energetica fossile, contrappunto al controllo cinese delle filiere green. E così aumentare la pressione su Pechino, che vende all’Europa le tecnologie «pulite», ma continua a lavorare «sporco», con greggio, carbone e gas.
Mettiamo in fila alcuni fatti. Decine e decine di petroliere lasciano il Golfo Persico per dirigersi verso il Golfo del Messico, quello che l’inquilino della Casa Bianca, un po’ per megalomania e un po’ per suggellarne la nuova centralità, vuole ribattezzare Golfo d’America. Quelle imbarcazioni cercano negli Stati Uniti la materia prima che - almeno fino all’annuncio di ieri, sulla riapertura dello Stretto da parte dell’Iran - non potevano trasportare attraverso Hormuz. Intanto, gli Usa si avvicinano a un traguardo storico: sono quasi diventati esportatori netti di greggio. Non succedeva dai tempi della seconda guerra mondiale. E hanno già aumentato in modo esponenziale le consegne di gas liquefatto al Vecchio continente: nel 2025, la quantità di Gnl che ci hanno venduto è passata da 6,3 miliardi di piedi cubo al giorno a 10,3. Tra gli acquirenti principali, insieme alla Polonia, spicca l’Italia.
Adesso uniamo i puntini: il piano degli Stati Uniti è dominare l’offerta di fonti energetiche tradizionali, forzando il riallineamento dell’emisfero occidentale, rivendicato dalla dottrina Donroe di Trump. Sarebbe la tattica per bilanciare l’egemonia «verde» della Cina. A Washington, oro nero e oro azzurro; a Pechino, silicio, litio, rame, gallio, germanio, i materiali e le tecnologie cruciali per la svolta ecologista dell’Ue. Perché poi l’unica alternativa alla rotta atlantica è la Via della seta.
Ma la macchina produttiva del vorace Dragone è tutt’altro che ecosostenibile. E infatti, nel calcolo dell’amministrazione americana, l’interruzione dei flussi via Hormuz avrebbe dovuto danneggiare gli interessi del regime di Xi Jinping. Andrebbe nella stessa direzione l’intesa con l’Indonesia sullo Stretto di Malacca: Giacarta ha accordato più accesso operativo all’aviazione Usa, la quale consoliderebbe la propria sorveglianza su un corridoio in cui circola tra il 22 e il 29% del greggio smerciato via mare. È la logica trumpiana del «collo di bottiglia» (chokepoint), alla quale la Cina prova a sfuggire con dei sotterfugi: negoziando franchigie con gli iraniani, oppure sfruttando le flotte fantasma. L’assoggettamento del Venezuela è un tassello del puzzle: i prezzi del greggio di Caracas, in stretti rapporti con la Cina, sono saliti del 64% da quando è partita l’operazione Epic fury.
Ecco: la guerra temeraria di The Donald non si riduce a una valutazione scorretta sulle possibilità di resistenza degli ayatollah. Gli sbagli si vedono, per carità. E presenteranno il conto. Ma nell’azzardo c’era un disegno intelligente. Che mette la presidenza di Trump in una continuità con quella del predecessore più accentuata di quanto si possa immaginare.
L’esplosione dell’export di Gnl si era innescata con il conflitto per procura contro la Russia, cui aveva preparato il terreno Barack Obama dal 2014 e che è stato condotto dall’amministrazione Biden. Spezzare il legame tra l’Europa, in particolare la Germania, e la Russia - un vincolo suggellato dai gasdotti North Stream, sabotati a settembre 2022 - era un vecchio pallino statunitense. Forse risalente addirittura alla teoria del fondatore della geopolitica, l’inglese Halford Makinder, terrorizzato dalla prospettiva di una convergenza tra il colosso industriale tedesco e la profondità spaziale dell’«Heartland» euroasiatica. Ma al di là, o al di qua della competizione tra imperi, ci sono gli affari. E privare il Vecchio continente delle forniture russe a basso costo ha costretto i membri dell’Unione, mal diretti da Bruxelles, a rivolgersi altrove. All’America, innanzitutto: mentre Joe Biden varava l’Inflation reduction act, promettendo un incremento della quota di rinnovabili, riempiva noi di metano a prezzi maggiorati.
Dopodiché, la scommessa di Washington, che implica un orizzonte di lungo periodo, determina un effetto collaterale proprio su chi si trova alla Casa Bianca. Con la guerra in Ucraina, esattamente come con quella in Iran, i prezzi sono schizzati anche negli Stati Uniti. Anche lì i galloni di benzina costano di più. E nell’immediato, l’effetto inflattivo si paga alle urne. Senza contare che gli Usa, da soli, potrebbero non essere in grado di soddisfare sia le richieste estere sia il fabbisogno nazionale. Lo choc globale si ripercuote contro di loro. Non a caso, la Chevron sta raffinando e importando negli Stati Uniti parte del greggio del Venezuela, il cui prezzo è comunque aumentato meno del Wti texano. Le delusioni economiche penalizzarono Biden e le difficoltà di oggi minacciano il medio termine di Trump. Costui ha una grana ulteriore: il contraccolpo della guerra. Sleepy Joe ne ha portata avanti una senza sparare un colpo; il tycoon ci è dentro fino al collo e non è detto che ne uscirà da trionfatore. Il fattore tempo, il capitale più prezioso per ogni pianificatore, gioca a sfavore delle democrazie: Xi ha bisogno del consenso, sì, ma non deve farsi rieleggere dal popolo.
E l’Europa? È ridotta a terreno di conquista. Paziente, non agente. Subisce, non agisce. Fa gola alle fauci dei cinesi; gli americani ne danno per scontata la subordinazione. Mackinder insegnava: per governare l’Heartland, si deve possedere la sua appendice occidentale. La nostra intellighenzia, al massimo, partorisce le domeniche a piedi. Nel nuovo gioco delle grandi potenze, noi siamo solo pedine sullo scacchiere.
Up patriots to arms. Donald Trump sollecita le case automobilistiche a riconvertire a scopi bellici almeno una parte delle loro linee produttive: meno tubi di scappamento, più cannoni.
La notizia l’ha data il Wall Street Journal: il Pentagono è in contatto con i vertici di diverse aziende, alle quali ha chiesto di fabbricare armi e munizioni. Già da mesi - da prima, cioè, che scoppiasse la guerra in Iran - alcuni alti funzionari hanno tenuto una serie di incontri con le società statunitensi, convocando, tra gli altri, gli amministratori delegati di General Motors, Mary Barra, e di Ford, Jim Farley. Ai colloqui hanno partecipato anche Ge Aerospace e, dal mese di novembre, la Oshkosh, compagnia del Wisconsin, che già assembla mezzi per il trasporto delle truppe, ma che ancora trae il grosso dei suoi 10 miliardi e mezzo di dollari di ricavi dal mercato civile. Un rappresentante del ministero di Pete Hegseth, al quotidiano newyorkese, ha detto che il Dipartimento è «impegnato ad allargare rapidamente la base industriale della difesa, facendo leva su tutte le soluzioni commerciali e le tecnologie disponibili, allo scopo di assicurare che i nostri combattenti mantengano un vantaggio decisivo». Di recente, il dicastero della Virginia ha proposto l’approvazione di un bilancio monstre da 1.500 miliardi, giustificandolo con la volontà di investire in munizionamento e droni. Due asset cruciali per i conflitti del futuro, che saranno sempre più automatizzati, ma che - e lo si è visto nell’Est Europa - possono anche inasprirsi lungo linee d’attrito, nelle quali le capacità di rifornire di continuo l’artiglieria fanno la differenza.
In effetti, la mossa del governo Usa si è resa necessaria a causa del progressivo assottigliamento delle scorte, dopo anni di aiuti all’Ucraina, sostegno a Israele e, ovviamente, in seguito ai quaranta giorni di pesanti bombardamenti contro il regime degli ayatollah. Forse è anche per risparmiare risorse che gli Stati Uniti si sono risolti a stabilire una tregua, mentre negoziano con Teheran.
Il fatto che il Pentagono abbia raggiunto le prime imprese verso la fine del 2025 dimostra che gli apparati avevano ben presente il vulnus. Secondo una ricostruzione pubblicata dal New York Times, lo stesso Trump, durante le discussioni nella Situation room sull’invito di Benjamin Netanyahu a unirsi a Tel Aviv contro i pasdaran, sarebbe stato messo in guardia dal generale Dan Caine, il capo dello Stato maggiore congiunto. Quest’ultimo avrebbe segnalato che «una grande campagna contro l’Iran avrebbe ridotto drasticamente le riserve di armamenti americani, compresi i missili intercettori, la cui fabbricazione era stata compromessa da anni di sostengo all’Ucraina e a Israele. Il generale Caine», aggiungeva il giornale della Grande Mela, «non intravedeva alcun percorso chiaro per rimpinguare velocemente queste scorte». Nella sfortunata eventualità in cui si fosse aperto un ulteriore teatro di guerra, quindi, Washington si sarebbe trovata scoperta. Per dire: se domattina la Cina invadesse Taiwan, gli Usa faticherebbero a tenere botta nell’Indo-Pacifico.
L’idea di «precettare» le industrie non è un’esclusiva di The Donald. La Russia e l’Ucraina, per ovvi motivi, hanno messo da tempo gli elmetti sulle catene di montaggio. Anche l’Italia ci aveva fatto un pensierino: giusto un anno fa, il ministro Adolfo Urso aveva proposto di sopperire al calo delle vendite di vetture con la riconversione dell’automotive ai settori della difesa e dell’aerospazio. Gli apripista dovevano essere i tedeschi. A marzo 2025, Rheinmetall aveva manifestato interesse per l’acquisizione dello stabilimento Volkswagen di Osnabrück, da dove sarebbero uscite non più le Golf bensì i carri armati. Non se ne è fatto nulla. Qualche settimana fa, il ceo della casa di Wolfsburg ha quindi annunciato contatti con l’israeliana Rafael advanced defense systems: la Bassa Sassonia sarebbe diventata il sito di produzione di alcuni componenti di Iron dome. La notizia, però, è stata smentita dalla stessa Volkswagen. Passi concreti, invece, li ha compiuti la divisione camion di Daimler, che raddoppierà le dimensioni del suo business militare entro il 2030. Il guaio è che eliminerà 5.000 posti di lavoro, pari al 14% dell’organico: il superiore livello di automazione delle linee belliche non è amico degli operai. Stesso destino toccherà alla Alstom: ci fu un’epoca in cui costruiva treni; adesso ha ceduto l’impianto di Görlitz a Knds, che sforna i tank Leopard 2 e i corazzati Puma. Di 2.000 occupati, al momento della vendita ne erano rimasti 700; Knds ha promesso che ne manterrà solo la metà.
Proprio ieri, peraltro, Ursula von der Leyen si è sentita con il segretario della Nato, Mark Rutte, con il quale ha discusso «di come aumentare la produzione industriale nel settore della difesa in Europa. Dobbiamo investire di più», ha detto la presidente della Commissione Ue, «produrre di più e fare entrambe le cose più rapidamente». A scapito dei lavoratori? Nel frattempo, l’Iran ha comunicato di aver addirittura decuplicato la sua produzione di droni. Se fosse vero, significherebbe che le bombe Usa non sono bastate a tagliare tutte le teste dell’idra islamica.
Chissà se lo svuotamento degli arsenali, oltre alla svolta industriale, favorirà una soluzione diplomatica ai conflitti. Sia in Medio Oriente sia nel Donbass, dove sarebbe vicina un’intesa tra Kiev e gli Usa sulle garanzie di sicurezza. E dove il Cremlino dovrà prendere atto dello stallo sul terreno. Non sarebbe una pace «disarmante», come la vuole Leone XIV, cioè in grado di «aprire i cuori» e di «generare fiducia». Ma di certo, sarebbe «disarmata».
Diciamoci la verità: l’attacco personale è il primo favore politico che Donald Trump fa a Giorgia Meloni da quando è arrivato alla Casa Bianca. Per quasi un anno e mezzo, la presidente del Consiglio ha dovuto difendersi dall’accusa di essere subalterna all’uomo che prima ha messo a repentaglio le nostre esportazioni con i dazi, poi ha maltrattato gli alleati storici, ha minacciato l’indipendenza della Groenlandia e, infine, ha trascinato il mondo sull’orlo della peggior crisi energetica dagli anni Settanta. La prospettiva di una rottura con l’America, però, non è una buona notizia.
Perché l’alternativa che affiora, dopo il disimpegno del partner di gran lunga più forte, è una zuffa tra potenze europee di capacità comparabili, destinata comunque a premiare chi già oggi ha le spalle più larghe delle nostre. Soprattutto la Germania, i cui margini di spesa le consentiranno di costruire, in poco tempo, l’esercito più grande del continente. E di rivendicare manu militari l’egemonia che, fino all’era Merkel, essa aveva fondato sulla logica mercantilistica.
È vero: la nostra cooperazione con Washington proseguirà, a meno che un eventuale avvento del campo largo non ci riporti, lungo la Via della seta e sulle orme della Spagna di Pedro Sánchez, tra le braccia della Cina. I rapporti torneranno a distendersi, magari già con la presente amministrazione e, di sicuro, quando alla Casa Bianca arriverà un inquilino meno umorale e narcisista del tycoon newyorkese. Ma l’elezione di The Donald era un’occasione preziosa: l’internazionale sovranista e la convergenza su un’agenda antiglobalista giustificavano la speranza di correggere i meccanismi del sistema capitalistico che hanno prodotto ingiustizia e impoverito le classi medie. Nello scacchiere multipolare si intravedevano non solo le inevitabili e certo temibili turbolenze, ma anche il superamento di un diritto internazionale piegato ai biechi fini dei «poliziotti» del pianeta. Il secondo mandato di Trump ingolosiva persino per la promessa di porre fine al lungo delirio del woke. E l’Europa non avrebbe potuto arroccarsi nelle proprie architetture sclerotiche, con il trucco delle conventio ad excludendum per non mandare al governo la destra, o continuando a sfruttare i contropoteri tecnocratici che l’hanno tenuta - per usare un’espressione di Mario Monti - «al riparo dal processo elettorale».
Il pericolo del divorzio all’americana, adesso, è proprio quello di farci ricadere nella prigionia continentale che, con fatica e con prudenza, l’Italia stava provando a scardinare dall’interno. Il riflesso pavloviano delle classi dirigenti, dinanzi allo spettacolo di Trump che scarica la sua principale interlocutrice, sarà quello di ribadire che se da ora in avanti ci saranno meno Stati Uniti, allora servirà più Europa. Tradotto: più Patto di stabilità, più centralizzazione spacciata per federalismo, magari più formati di «cooperazione rafforzata», stile volenterosi, introdotti per aggirare i veti e, a ben vedere, funzionali a consolidare il predominio degli Stati forti.
Il primo banco di prova dell’infausto riassetto, più che nell’Ue, ora galvanizzata dalla scomparsa della banderuola ungherese, potrebbe vedersi nella Nato. Ieri, il Wall Street Journal ha svelato che i membri europei dell’organizzazione hanno deciso di elaborare una sorta di piano B, per assicurarsi di rimanere capaci di difendersi anche in caso di abbandono degli Usa. L’idea sarebbe di affidare ruoli di comando ai Paesi del Vecchio continente e promuovere una maggiore integrazione delle loro risorse belliche. Il tavolo di lavoro è ancora allo stadio informale. Ma ciò che lo rende interessante è che sia stato sbloccato per volontà di Berlino, finora contraria a esplorare l’approccio unilaterale e a immaginare un’alleanza che prescindesse dal ruolo americano. Dev’essere questo ad aver dato la stura al commissario di Bruxelles per la Difesa, Andrius Kubilius. Il quale, allarmato per il potenziale ritiro di 80-100.000 soldati statunitensi, ha sollecitato la costituzione di una «forza europea in prima linea permanente, invece che una combinazione dei 27 eserciti». Una milizia comandata dalla Commissione anziché soggetta allo Stato più forte? Distopia o illusione.
«Per decenni», ha osservato il Wsj, «la Germania ha resistito alle richieste, guidate dalla Francia, di una maggiore sovranità europea in materia di difesa, preferendo mantenere gli Stati Uniti come garanti ultimi della sicurezza europea. Questa posizione sta ora cambiando sotto la guida del cancelliere tedesco Friedrich Merz, a causa delle preoccupazioni sull’affidabilità degli Stati Uniti come alleato durante la presidenza Trump». E perché - bisogna aggiungere - i massicci stanziamenti nel riarmo metteranno i teutonici nella condizione di strappare la leadership militare ai transalpini. La cui industria è all’avanguardia; le cui forze armate, ad oggi, sono le prime d’Europa; il cui arsenale nucleare strategico è l’unico dell’Ue; ma che i soliti dogmi finanziari dell’Unione limitano negli investimenti futuri. Sono le stesse restrizioni che condizionano Roma.
Non è un caso che il Fcas, il progetto francotedesco per un caccia di sesta generazione, sia collassato per disaccordi sul primato preteso da Parigi; e non è un caso nemmeno che, nel programma parallelo del Gcap, l’Italia si sia fatta affiancare da Regno Unito (fuori dall’Ue) e Giappone. La diffidenza reciproca non è una novità: negli anni Cinquanta, i tre fondatori della Comunità europea provarono a sviluppare insieme il deterrente nucleare, dopodiché Charles de Gaulle si chiamò fuori per realizzare la force de frappe che Emmanuel Macron adesso mette sul piatto, pur di far valere il peso specifico della sua nazione.
Lo squilibrio rispetto alla potenza americana quasi annullava competizione tra gli alleati minori. Che potrebbe essere complicata dall’integrazione dell’Ucraina, già dotata della forza armata più grande d’Europa.
Una relazione speciale con la Casa Bianca ci avrebbe facilitato nello sforzo di affrancarci dai vincoli dell’eurocrazia. Ora, potremmo essere costretti a rituffarci nel pantano. Dove le priorità del concorrente dominante saranno imposte a tutti: c’è da scommettere, ad esempio, che a Berlino prema di più contenere la Russia che gestire il Mediterraneo e il Nord Africa.
Fare da soli è un’opportunità e un rischio. L’autonomia strategica è una formula seducente, ma la sua strada è lastricata di trappole.




