Dagli amici mi guardi Dio, ché dai nemici mi guardo io. Il proverbio si attaglia perfettamente alla condizione di papa Leone XIV, trascinato in una querelle con Donald Trump e, al contempo, impelagato con le fratture interne alla Chiesa: l’imminente strappo dei lefebvriani sulle nomine dei vescovi e le derive progressiste in tema di omosessualità.
L’ennesimo codazzo del disordine sinodale è la pubblicazione del rapporto finale del nono Gruppo di studio sulle «questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti». In sostanza, il rapporto con i fedeli Lgbt. L’ennesima mina che a Robert Francis Prevost toccherà disinnescare, dopo il caso delle benedizioni gay in Germania.
La relazione, infatti, cerca di occultare, dietro l’uso della neolingua catto-woke, un vero e proprio assalto al magistero. Lo si intuisce già dallo slittamento semantico che propone: gli autori dicono di ritenere «più appropriato qualificare le questioni in oggetto come questioni “emergenti” piuttosto che come questioni “controverse”». Essi annunciano, così, un «cambio di paradigma», che consentirebbe di trattare certe situazioni non più alla stregua di un «problema» da risolvere, evidenziando invece «la qualità globale dell’impegno che concerne l’insieme della comunità ecclesiale e l’integralità della persona», oltre che rimandando a «una possibile risorsa da discernere nella “conversazione nello Spirito” e nella “conversione relazionale”». Cristallino, eh? Se Gesù si fosse espresso in questi termini, non si sarebbe capito nemmeno da solo.
Quel che si capisce benissimo è dove che vogliano andare a parare le 24 pagine (su 32 totali) che precedono la prima occorrenza della parola «omosessuali»: a legittimare, appunto, le relazioni gay. Se non il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Al volumetto sono state allegate alcune testimonianze anonime, in particolare una proveniente dal Portogallo e l’altra dagli Stati Uniti, di cattolici Lgbt accolti dalle locali comunità ecclesiali, dopo un periodo di travagli e discriminazioni.
Il fedele lusitano allude apertamente al «mio matrimonio» e a «mio marito». Matrimonio. Marito. La Chiesa ritiene che l’unione omosessuale sia equiparabile alle nozze tra uomo e donna? Strano, perché il Dicastero per la Dottrina della fede, pur retto dal bergogliano Víctor Manuel Fernández, ha appena diffuso il testo di una lettera che il cardinale, nel 2024, indirizzò a monsignor Stephen Ackermann, vescovo di Trier, in risposta alla posizione della Conferenza episcopale tedesca sulle «benedizioni per le coppie che si amano». Il capo dell’ex Sant’Uffizio spiegava che, nonostante Fiducia Supplicans avesse liberalizzato - in modo maldestro - la pratica di benedire le unioni irregolari, la Chiesa di Germania si stava spingendo troppo in là. Tucho ricordava che la Chiesa «non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica» a coppie omosessuali e divorziati risposati, che non voleva «legittimare nulla» né «sancire […] nulla» e che non bisognava, dunque, «creare confusione», introducendo un «rito liturgico» o «forme di benedizioni simili a sacramentali». Tirare fuori quella missiva è stata la risposta della Santa Sede, ora guidata dal pontefice americano, all’ennesima fuga in avanti dei teutonici: il cardinale Reinhard Marx ha chiesto ai sacerdoti della sua diocesi, Monaco e Frisinga, di mettere a «fondamento della pratica pastorale» le benedizioni già bocciate dal Dicastero della Fede.
Ma nel rapporto del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo compare un’intervista dagli Usa, che è ancora più esplicita di quella realizzata in Portogallo. La corrispondente vaticana Diane Montagna ha identificato il testimone statunitense, il quale ringrazia Dio «per mio marito» e si presenta come l’autore del libro Lgbtq catholic ministry, past and present, che reca la prefazione del noto prete arcobaleno, il gesuita James Martin. L’innominato, allora, non può che essere Jason Steidl: è l’uomo la cui foto con il compagno, mentre entrambi venivano benedetti dallo stesso padre Martin, comparve il 21 dicembre 2023 sul New York Times, scatenando un vespaio di polemiche. L’immagine, in effetti, somigliava alla celebrazione di un matrimonio gay.
D’altronde, nel comitato di teologi che ha prodotto il documento compaiono figure quali Maurizio Chiodi, sostenitore della pastorale Lgbt e convinto che, in alcune circostanze, gli atti omosessuali siano «moralmente buoni». Tutto coerente con i toni della relazione sinodale, che per giustificare l’inosservanza della dottrina pattina tra espressioni alate e retoriche evanescenti: la «narrazione», la «cultura della trasparenza» e quella «del rendiconto e della valutazione», il dovere di accogliere le «istanze che le pratiche credenti esprimono e mettono in atto», nonché di piegare i principi alle esigenze dei «contesti».
Se la decisione di nominare vescovi senza il consenso di Roma romperà, per ovvi motivi, la comunione della Fraternità San Pio X con la Santa Sede, sarebbe bizzarro se il Vaticano non iniziasse a prendere provvedimenti seri anche per arginare queste martellanti campagne di demolizione del magistero «da sinistra». Per il Papa chiamato a riparare le crepe che si erano aperte durante il pontificato di Francesco, lo scisma arcobaleno è più allarmante degli attacchi di Trump. Il presidente Usa non è eterno e le sue sparate, semmai, stanno compattando i cattolici. La vera grana - il Vangelo insegna - un regno ce l’ha quando si divide in sé stesso.
Delle due l’una: o gli allarmi sul ritiro degli statunitensi dalla Nato sono esagerati, come sostengono i tedeschi; oppure l’Alleanza atlantica si appresta a suonare le ultime note dell’orchestrina del Titanic. Fonti vicine alla Farnesina, infatti, ci informano che il prossimo 15 luglio, alla faccia delle minacce di Donald Trump, nella suggestiva ambientazione di Villa Miani a Roma, si celebreranno i 75 anni del Nato defense college. Si tratta dell’università militare dell’Organizzazione, fondata nel 1951, quando l’ente aprì i battenti a Parigi; venne trasferito all’Eur nel 1966, in seguito all’uscita della Francia dal Patto atlantico e, da ultimo, nella sede della Cecchignola, dove si trova dal 10 settembre 1999. All’epoca - era il periodo della trionfante campagna in Serbia - alla vicepresidenza del Consiglio c’era Sergio Mattarella, che appena tre mesi dopo l’inaugurazione del centro divenne ministro della Difesa. Anche l’attuale capo dello Stato sarebbe stato invitato all’evento, ma il Quirinale non ne avrebbe ancora confermato la presenza: sembra che il presidente della Repubblica voglia assicurarsi che nella capitale arrivi anche il segretario generale della Nato, l’olandese Mark Rutte.
Benché il «compleanno» del Defense college cada il 19 novembre, la cerimonia sarebbe stata anticipata. Forse - è un’ipotesi - per consentire di prendervi parte al comandante, il tenente generale danese Max A.L.T. Nielsen, prima che lasci il suo incarico. Ma ciò che sorprende di più, al di là della voglia di festeggiare in un momento del genere, è il conto della cerimonia. Non proprio un budget da ultimi giorni di Pompei. Sarebbe previsto, anzi, un ricevimento sfarzoso, con circa 500 persone, nella incantevole dimora storica dove, nel 2005, tennero il loro banchetto di nozze Francesco Totti e Ilary Blasi. Solo per la location e il catering, la somma si aggirerebbe tra i 200 e i 300.000 euro. E a proposito di orchestrine del Titanic, la Nato non si farà mancare la sua: alla Verità risulta che il simposio sarà allietato dalle note di una banda, ingaggiata con un cachet di circa 40.000 euro. Dopodiché, bisognerà provvedere agli extra: spese di viaggio e alloggi per i tanti convitati stranieri. Secondo le fonti da noi consultate, tutto compreso, potrebbe partire quasi 1 milione. Soldi provenienti dal bilancio Nato, cioè dai contributi degli Stati membri, cioè dalle tasche dei cittadini. I quali, anche per far fronte all’eventuale disimpegno Usa, nei prossimi anni dovranno svenarsi per aumentare la quota degli stanziamenti bellici fino al 5% dei Pil nazionali.
Appunto, delle due l’una: o qualcuno si appresta a suonare la lira sulle ceneri del sodalizio militare, o, in fondo, nessuno crede veramente che la Nato sia ai titoli di coda. Per varie ragioni. Primo, perché a Trump, per sganciarsi, serve un’autorizzazione che difficilmente il Congresso gli accorderebbe. Secondo, perché il parziale smantellamento dei contingenti americani schierati nel Vecchio continente, avviato peraltro da Barack Obama, era previsto da tempo e, almeno nel caso della Germania, coinvolgerebbe una cifra tutto sommato esigua: 5.000 uomini su oltre 35.000. Vista da una prospettiva diversa, sarebbe l’opportunità per costruire quel «pilastro europeo» della Difesa che qui si invoca da anni.
Che le dichiarazioni del tycoon, al di fuori delle stanze della politica e delle redazioni dei giornali, non abbiano innescato una particolare spirale di panico, lo dimostra l’intervista rilasciata ieri a Repubblica dal nostro capo di Stato maggiore, Carmine Masiello: «I fatti», ha spiegato il generale di corpo d’armata, «sono che un mese fa, insieme al comandante delle forze Usa in Europa, ho presieduto un importante convegno sulla sicurezza del fianco Sud […]. Per quanto riguarda gli scambi addestrativi con le unità statunitensi dislocate in Italia, per l’esercito non si registrano modifiche. Al contrario, l’obiettivo condiviso è quello di rafforzare ulteriormente l’interoperabilità». Dello stesso tenore le dichiarazioni del ministro degli Esteri di Berlino, Johann Wadephul: «Non ho alcun dubbio che non vi sarà alcuna riduzione della capacità di deterrenza della Nato in Europa». E se Giorgia Meloni, da Eravan, ci ha tenuto a ribadire che l’Italia ha sempre «mantenuto gli impegni», «anche quando non erano in gioco i nostri interessi diretti», tipo in Afghanistan e in Iraq, così che «alcune cose che sono state dette nei nostri confronti non le considero corrette», Rutte ha gettato acqua sul fuoco: i Paesi europei, ha garantito, hanno «ascoltato il messaggio» di Trump, recependo la sua «delusione» per il mancato sostegno alla guerra in Iran, e stanno attuando agli accordi in vigore sull’impiego delle basi. Per di più, il leader ucraino, Volodymyr Zelensky, ha riferito di aver concordato, con il segretario generale, di rafforzare con «nuovi contributi» il Purl, il programma tramite il quale gli Stati del Vecchio continente acquistano armamenti da Washington per poi spedirli a Kiev. Business as usual. La Nato può festeggiare.
Non c’è studioso più indicato per discutere di sovranismo dell’uomo che, quell’etichetta, l’ha inventata. Giovanni Orsina, storico, direttore del Dipartimento di Scienze politiche della Luiss, ha appena pubblicato il suo ultimo saggio, edito da Marsilio, Controrivoluzione. Una storia politica del nostro tempo. Il tempo della crisi dell’ordine liberale, al quale i populismi si sono ribellati. Con esiti dubbi.
Professore, la controrivoluzione sovranista è fallita?
«Non direi che è fallita. È riuscita solo nella sua pars destruens. Per prima cosa, una controrivoluzione deve fermare una rivoluzione; poi, deve sostituirla con qualcos’altro. Ecco: la rivoluzione è stata fermata, quindi, nella sua forza negativa, la controrivoluzione ha avuto effetti eccome - sta alla Casa Bianca e di casini ne sta combinando. È anche evidente che il vecchio ordine sia morto. Ma che cosa verrà al suo posto, la controrivoluzione non sembra in grado di dirlo».
Donald Trump è in difficoltà; Viktor Orbán ha perso le elezioni in Ungheria; Giorgia Meloni è stata sconfitta al referendum sulla giustizia. Cosa non ha funzionato?
«Proprio perché le manca la pars construens, la controrivoluzione oscilla. L’ordine precedente va in crisi; i populisti vincono; fanno delle cose; queste cose non riescono a essere risolutive; quindi, perdono; ma gli altri non sono in grado di riprodurre un ordine funzionante. La verità è che siamo di fronte a un conflitto fra debolezze. Perciò il sovranismo perde e dopo rivince: Trump è stato fuori un giro ed è ritornato; Orbán ha perso, ma contro un altro nazionalista».
L’Ue sta tentando la sua restaurazione sfruttando il ricatto dei fondi: i 37 miliardi che aveva congelato all’Ungheria, quasi il 20% del Pil; i 10 miliardi in ballo in Romania; quelli che l’Europarlamento chiede di bloccare alla Slovacchia di Robert Fico.
«Un club che, per mettere in riga i propri soci, ha bisogno di minacciarli continuamente, è un club che mostra grandissima fatica. Peraltro, parliamo di un club democratico che si mette contro governi democraticamente eletti: la vicenda ungherese ci ha dimostrato che lì la democrazia, sia pure non in gran salute, non era morta. Il punto è che il club Europa è il modello dell’ordine rivoluzionario che è entrato in crisi. Quindi, nel momento in cui Orbán perde, non si torna a un’Europa trionfante. Il caso di Péter Magyar è emblematico: il suo è un nazionalismo pragmatico, non un redivivo entusiasmo europeista».
L’Europa vantava la potenza attrattiva dei suoi valori e ora riscopre la lezione schmittiana: si costruisce un’identità in relazione a un nemico esterno - la Russia.
«L’Unione europea si è sviluppata nel momento del trionfo del diritto e della depoliticizzazione, fra gli anni Ottanta e i Novanta. Dunque, si è sempre pensata come una potenza normativa, un modello giuridico che avrebbe avuto la forza di diffondersi a livello globale, quale fondamento di un ordine multilaterale planetario. Oggi ci troviamo di fronte al ritorno della potenza. Ma l’altra componente che teneva in piedi l’Europa era il moralismo. E il moralismo spesso si fonda sulla costruzione di un nemico. Pensiamo a quanto è stato moralizzato il conflitto russo-ucraino: chi non era antirusso era moralmente disdicevole».
Il putiniano.
«Già. L’Europa, appunto, sta cercando di rimediare alla crisi del giuridico con un soprassalto di moralismo. Mettiamo che vada bene così. Ma bisogna tradurre tutto ciò in capacità di esercitare una qualche forza. Ed è qui che il problema europeo esplode, perché il moralismo è sovranazionale, ma la politica dove sta? A Bruxelles, o nelle capitali? Questo dilemma non è stato risolto. E ce ne accorgiamo, ad esempio, nel dibattito sulla difesa comune».
L’internazionale sovranista è stata un fiasco.
«L’internazionale nazionalista è una contraddizione in termini. Una collaborazione tra nazionalisti sarebbe possibile; solo che richiede volontà, fatica, lavoro, autocontrollo. Se il nazionalista più grosso di tutti - quello che sta alla Casa Bianca - non ne mostra alcuno, l’ossimoro teorico diventa realtà».
Il destino dei populismi di destra si gioca attorno a una questione centrale: si può ripoliticizzare il governo dell’economia?
«La risposta semplice è: no. La risposta più articolata è che qualcosa si può fare».
Cosa?
«Be’, qualcosa sta accadendo: la chiamano deglobalizzazione, in realtà è un rallentamento dei processi di integrazione globale. Mi riferisco alla securitizzazione delle catene di approvvigionamento: la loro sicurezza geopolitica è ora più importante del profitto. Poi ci sono i dazi e altri processi di protezione delle produzioni nazionali. Sono tentativi di recuperare un po’ di sovranità sull’economia. Però l’integrazione dei mercati è tale che quel che si può fare ha limiti visibili».
Emergono contraddizioni anche nella grande promessa di Trump: il leader che deve difendere le classi medie è in combutta con i colossi dell’hi-tech.
«Nella questione del mercato sta la vera contraddizione del populismo di destra. A destra si è sempre sostenuto il mercato, che al limite deve avere la possibilità di scatenare gli animal spirits schumpeteriani. Ma così si riproduce lo stesso cortocircuito del thatcherismo: una destra socialmente conservatrice che sosteneva l’integrazione dei mercati globali e la deregolamentazione della finanza, ossia processi che disgregano l’ordine sociale».
Stupiscono anche certe sbavature del milieu trumpiano: c’è chi ha incassato milioni scommettendo sulle guerre.
«Nei momenti di interregno fra un ordine e un altro, di ribellione contro un ordine, specie un ordine moralista, si può finire per affidarsi a personaggi che deridono e sovvertono il moralismo e che si rivelano quantomeno equivoci: nel nome della lotta al moralismo, adottano comportamenti immorali».
E la Chiesa di Leone XIV?
«Sta cercando di uscire dal conflitto politico e di presentarsi come un’entità spirituale. Il Papa ha tentato di sottrarsi allo scontro con Trump e di collocarsi su una posizione terza. Ma siccome l’opposizione a Trump è debole, Leone è stato tirato dentro l’antitrumpismo. Non credo che lui lo voglia».
Quale ordine emergerà dall’interregno?
«Ci sono due possibilità. La prima è la catastrofe: la crisi deflagra in una grande guerra. L’alternativa è il compromesso: dal conflitto fra un’Europa globalista e “dirittista” e un nazionalista identitario, viene fuori un nazionalista soft. I processi d’integrazione globale rallentano, il mondo recupera una minima grammatica di gestione delle relazioni internazionali, però fortemente ancorata a dati di potenza. È il modello Magyar, ma potremmo chiamarlo modello Meloni».
La Meloni non è in fase calante?
«La forza del modello Meloni sta nell’essere un non modello, per paradosso: una gestione pragmatica dell’esistente. Meloni entra con dei valori nazional-conservatori dentro un mondo inadatto a recepirli. E li usa per cercare di correggere quel mondo laddove può. Dove non può, scende a patti con la realtà».
Esempi concreti?
«Contribuisce a un cambiamento nelle politiche migratorie dell’Ue, ma sul Patto di stabilità evita la rottura. Come paradigma di compromesso, Meloni resta un riferimento valido; come governo, si trova in difficoltà, perché il compromesso pragmatico, in un Paese in declino come l’Italia, dopo quattro anni logora».
Nei rapporti con l’elettorato, di certo. Ma pure perché le riforme si infrangono sullo scoglio dei contropoteri: magistratura e Colle.
«Ciò fa parte del tipo di ordine nel quale siamo vissuti finora, in cui la democrazia liberale si è sbilanciata sul versante dei contropoteri. Nel momento in cui arrivi al potere, devi avere la forza rivoluzionare di spaccare questo sistema. Ma non ce l’ha nemmeno Trump, al quale la Corte Suprema ha bocciato i dazi».
Il midterm è una partita chiusa?
«Niente affatto. Dobbiamo stare attenti alle analisi mainstream. Siamo immersi in un mondo insopportabile, in cui l’odio per Trump distorce tutti i ragionamenti. Ad esempio, nessuno riesce ad ammettere che l’uscita degli Emirati dall’Opec è un suo trionfo, o che il controblocco di Hormuz sta avendo effetto».
Da studioso del berlusconismo, ritiene probabile che Forza Italia rompa con il centrodestra?
«A me sembra che siamo dentro a un classico percorso tattico: la rottura non ci sarà, a meno che non se ne presentino le condizioni».
Tipo?
«Un Parlamento senza una maggioranza chiara. In questo senso, si può pensare che Forza Italia freni la riforma elettorale affinché si riproduca la palude. Dico una cosa non da studioso di Berlusconi, ma da studioso di Malagodi».
Cioè?
«L’errore di Malagodi, nell’opposizione al centrosinistra negli anni Sessanta, fu quello di non avere due “forni”, a differenza di tutti gli altri partiti. L’idea di avere sempre a disposizione due carte è tipica della storia della Repubblica e Forza Italia sta facendo esattamente questo: tenersi aperte due opzioni. Quella dell’accordo con il centrodestra e quella di una grande coalizione centrista, nel caso in cui non ci sia una maggioranza. Lo ha fatto anche la Lega dopo il 2018, solo sul terreno della convergenza dei populismi».
Marina e Pier Silvio Berlusconi hanno convocato Antonio Tajani nella sede di Mediaset, anziché incontrarlo nella sede del partito.
«Non riesco a capire come si possa fare una cosa del genere. Poteva aver senso se c’era da dare un segnale di forza, ma in questo caso la forza dei Berlusconi è ben evidente: hanno fatto saltare i due capigruppo di Camera e Senato!».
E allora?
«E allora vuol dire che ai Berlusconi manca la grammatica politica. In un tempo in cui non ce l’ha nessuno, evidentemente non ce l’hanno nemmeno loro».




