«Questo Paese, io per primo, ne ha abbastanza di guerre. Stiamo pagando anche come Paese, a livello economico, nelle nostre famiglie, nelle nostre aziende, un prezzo altissimo che non ha senso pagare». Ieri, a Palermo, dove ha partecipato alla Giornata della Marina militare, Guido Crosetto si è sfogato così, commentando gli ultimi sviluppi della guerra in Ucraina.
A quanto ammonti questo «prezzo altissimo», il ministro della Difesa non l’ha detto. Una stima accurata l’ha offerta il senatore leghista Claudio Borghi, sul suo sito personale. Il conto che l’Italia potrebbe ritrovarsi a saldare per l’aiuto a Kiev, qualora il Paese disastrato non ripagasse il debito che ha contratto con l’Ue, ammonta ad almeno 25 miliardi di euro. È un calcolo che anche La Verità aveva elaborato, lo scorso 17 dicembre, quando il Consiglio europeo aveva raggiunto l’accordo per l’ennesimo prestito da 90 miliardi. Quello bloccato dall’Ungheria di Viktor Orbán e ora riesumato dal successore, Péter Magyar, sempre a condizione che l’Ungheria non sborsi un centesimo.
Ma se l’impegno finanziario che incombe su Roma rispecchia la quota italiana di partecipazione al bilancio comunitario, intorno al 13%, le condizioni alle quali sono stati concessi i finanziamenti a Volodymyr Zelensky rispecchiano soltanto il tafazzismo dell’Unione europea.
La radiografia dei prestiti l’hanno fatta a gennaio due studiosi, Lukas Spielberger e Moritz Rehm, su Review of international political economy. Spulciando i documenti, hanno accertato che i tempi di restituzione dei denari saranno lunghi: ad esempio, l’Eu Ukraine facility, un pacchetto da 50 miliardi, prevede una scadenza a 35 anni e 10 anni di esenzione dall’inizio della restituzione del capitale. In parole povere - povere sul serio - gli europei, ammesso che Kiev sia nelle condizioni di onorare il debito, rivedranno le prime tranche solo nel 2033. Il fondo era nato già in modo un po’ opaco, con 5 miliardi di euro messi a disposizione dallo stesso Zelensky, 33 miliardi di obbligazioni emesse da Bruxelles, 9 miliardi e mezzo sotto forma di garanzie per prestiti da istituti di credito, come la Bei, e 2 miliardi e mezzo di provenienza… ignota.
L’orizzonte dei debiti si dilata ancora di più nel caso dell’Ukraine loan cooperation mechanism, del valore di oltre 18 miliardi: la scadenza passa da 35 a 45 anni. Considerando che il patto è di dicembre 2024, significa che non riavremo indietro il credito fino al 2069. «Giusto per capire la totale follia di un simile schema di finanziamento», ha scritto l’onorevole del Carroccio, «basti pensare che i prestiti del Fmi hanno scadenza di 8 anni e tasso di interesse pari al 7%, oltre a essere credito privilegiato». Il Fondo monetario, difatti, dev’essere rimborsato per primo, quando il beneficiario delle sue elargizioni si procura un po’ di liquidità.
Ad aggravare il quadro c’è che i nostri soldi sono serviti anche ad arricchire i funzionari ucraini corrotti: i famigerati bagni d’oro, la cerchia del presidente in mimetica se l’è pagati con i fondi distratti dall’agenzia per l’energia Energoatom, a sua volta sovvenzionata, per un totale di 600 milioni, da Euratom, l’agenzia Ue, e dalla Banca europea di ricostruzione e sviluppo. Quattrini cui si aggiungono i 25 miliardi di assistenza macrofinanziaria - i primi stanziati - e i 90 miliardi sbloccati con l’avvento di Magyar. Il totale degli aiuti concessi dal Vecchio continente, ottenuto sommando le varie voci indicate sul sito della Commissione, è arrivato a 204,8 miliardi. Al di fuori del bilancio ufficiale, poi, c’è l’Eu peace facility, riesumato su autorizzazione di Budapest: dapprima impiegato per compensare gli Stati membri che fornivano armi alla resistenza, Kaja Kallas ha appena proposto di utilizzare la sua dotazione da 6,6 miliardi per acquistare altri armamenti e per finanziare una missione di supporto a Kiev.
Crosetto ha ragione: «Dobbiamo porre rimedio nel più breve tempo possibile» a questo «conflitto nel centro dell’Europa». In primo luogo, affinché si smetta di morire. In secondo luogo, perché la si smetta di svenarsi.
Il guaio è che, sul lungo periodo, la prospettiva di ulteriori salassi diventa sempre più concreta. Il levantino Magyar ha accettato di incassare i finanziamenti europei negati a Orbán in cambio dell’assenso al percorso di integrazione di Kiev nell’Ue. Ieri, il Pd ha promosso una risoluzione alla Camera nella quale si chiede al governo di «adoperarsi, insieme ai partner europei, per garantire la prospettiva dell’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea». Nel partito, intanto, l’intervista di Goffredo Bettini al Corriere, reo di aver affermato che «la Russia è parte della storia europea» e che Bruxelles dovrebbe «prendere un’iniziativa di pace», ha creato scompiglio: Filippo Sensi ha detto che «un Pd che seguisse questa agenda filorussa» dovrebbe passare «sul mio cadavere», mentre Pina Picierno, fresca di addio al Nazareno, ha accusato i dem di non dissociarsi da posizioni «che sono anche quelle di Conte, di Salvini e di Vannacci».
Purtroppo, la maggioranza non si oppone alla traiettoria masochistica dell’Ue. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ieri ha ribadito: «Siamo assolutamente favorevoli all’ingresso dell’Ucraina», purché «rispetti i criteri di adesione». Quelli che il M5s, non proprio in sintonia con i dem, nonostante le rassicurazioni di Giuseppe Conte, raccomanda di «verificare», affinché la «membership» sia subordinata «all’adozione dell’acquis comunitario».
Chissà in che misura questi processi passeranno dal Parlamento. Borghi ha giustamente notato che, sebbene siano stati impegnati miliardi e l’Ue abbia persino emesso debito garantito dagli Stati membri (ieri l’esecutivo ha raccolto 8 miliardi per le sue «priorità politiche», inclusa quella di «sostenere finanziariamente l’Ucraina»), nulla è stato discusso in commissione Bilancio; men che meno votato dalle Camere. Al massimo, l’Europarlamento è stato chiamato a ratifiche sbrigative di accordi che erano stati già presi in Consiglio.
Si era detto che l’Ucraina combatte per i nostri valori. Tra essi, ci pare di ricordare, c’è anche la democrazia...
Furio Suvilla, l’avvocato appoggiato dal fondatore di Futuro nazionale, al primo turno era arrivato addirittura al 14,21%, staccando di cinque punti la Lega. Ma in vista del ballottaggio, l’uomo di Vannacci si era rifiutato di far confluire le proprie preferenze sull’azzurro: «Non appoggeremo», aveva detto, «chi si definisce di centrodestra ma poi ha paura di prendere posizioni ufficiali sui temi più importanti che riguardano la nostra città». Era quasi un invito a premiare Rossella Buratti, candidata del campo largo, testa di serie allo «spareggio» di questo fine settimana, grazie alle tensioni nello schieramento avversario. La «destra destra» esortava a «recarsi alle urne votando scheda bianca o annullando».
Al contrario di Suvilla, Fdi e Carroccio, che al primo turno si erano divisi da Forza Italia, lanciando, insieme a Noi moderati, Riccardo Ghia (terzo, con il 21,45% dei suffragi, alle spalle di Massara Previde, che aveva preso il 24,38%), hanno lasciato ai loro elettori libertà di coscienza. E costoro, in maggioranza, hanno deciso che era il caso di consegnare le chiavi della città all’uomo indicato dai forzisti per subentrare ad Andrea Ceffa, leghista, travolto da un’accusa di corruzione per cui è a processo.
Al di là del dato locale - il centrodestra tiene Vigevano da 26 anni - dal Pavese arriva una lezione di respiro nazionale, in prospettiva politiche 2027. Ieri, Laura Ravetto, esponente di Fn, ha aperto all’idea di un’alleanza con il centrodestra: «Non si capisce perché bisognerebbe dividersi per consegnare il Paese alla sinistra». A Vigevano, alla lista vannacciana non è riuscito di guastare la festa; ma a Trecate (Novara), il candidato del centrodestra, Roberto Minera, è rimasto indietro di cinque punti rispetto a Raffaele Sacco, di Pd e 5 stelle, proprio per il mancato apparentamento con Rosa Criscuolo, di Futuro nazionale. È, in piccolo, ciò che potrebbe accadere in grande tra un anno.
Vanacci non ha escluso un’intesa con l’attuale maggioranza, dove invece si registrano le logiche chiusure della Lega e i malumori di Fi, con tanto di scambi di battute a distanza tra il generale e Marina Berlusconi, oltre alla freddezza di Giorgia Meloni. Vannacci guarda ai sondaggi, che lo danno oltre il 4%, e alza il tiro: vuole che la coalizione si adegui alle sue «linee rosse». Nel fenomeno Fn quale ago della bilancia si profila un duplice rischio: far perdere il centrodestra, oppure condizionarlo. E imporgli il fardello di un kingmaker «impresentabile». In entrambi i casi, sarebbe un regalo alla sinistra.
È comprensibile che Vannacci cerchi il proprio posto al sole. Ma è tempo che decida cosa vuol fare da grande. Altrimenti, la sua sarà la tipica ascesa del gatekeeper: più che alla destra, servirà agli avversari. Roba da militari, no? Divide et impera...
La sterlina sarà «inclusiva». Via Churchill e Alan Turing: al loro posto, uccelli e pesci
«Bulldog britannico», «Vecchio leone», o più semplicemente - e affettuosamente - «Porcellino». Dato che a Winston Churchill fu affibbiata una serie di soprannomi a sfondo faunistico, forse c’è ancora qualche speranza di rivederlo sulle banconote da 5 sterline.
Già a marzo, la Banca d’Inghilterra aveva annunciato l’intenzione di sostituire lui e altri personaggi storici, ritratti su cartamoneta, con le immagini di animali. Fino al prossimo 3 luglio, i cittadini potranno partecipare a una consultazione per decidere quali bestioline andranno raffigurate al posto degli uomini e delle donne illustri del Regno Unito. Tra i candidati ci sono la lepre, il riccio, il martin pescatore, il pulcinella di mare, la libellula imperatore, il salmone e il bombo. Fuori il pittore Turner; ecce bombo.
La Bank of England preferisce l’aquila di mare coda bianca al primo ministro che resse il Paese durante la guerra al nazismo; e anche ad Alan Turing (50 sterline), che decrittò il linguaggio in codice dei tedeschi; nonché alla scrittrice e antesignana del femminismo, Jane Austen (10 sterline). Ufficialmente - così dissero i funzionari tre mesi fa - perché le effigi di uccelli, pesci e mammiferi sarebbero più difficili da contraffare. Lo ha ribadito pochi giorni fa il governatore, Andrew Bailey: «L’obiettivo principale è la sicurezza». In realtà, stando a ciò che è emerso da alcuni documenti consultati dal Telegraph, a convincere l’istituto centrale potrebbe essere stato un report redatto da Savanta, una società che si occupa di ricerche di mercato. I risultati di quell’indagine, infatti, avrebbero mostrato che i giganti della nazione sono ormai percepiti come «elitari e divisivi», «controversi e non rappresentativi della diversità culturale e naturale del Regno Unito».
L’azienda, che ha consegnato la sua relazione a ottobre 2025, aveva organizzato una serie di gruppi di discussione, per sondare il giudizio dei cittadini sui loro avi memorabili. È venuto fuori che persino Turing, capostipite delle ricerche sui computer, peraltro perseguitato dalle autorità dell’epoca in quanto omosessuale e costretto a sottoporsi alla castrazione chimica, è considerato «un po’ imperialista». La sua colpa? Aver agito «nel contesto della vittoria nella Seconda guerra mondiale». Pensate se, anziché vincerla, l’Inghilterra l’avesse persa.
La tesi di uno dei partecipanti più giovani al sondaggio di Savanta è che Turing ricordi «quella specie di boomer, imperialista», attraverso il quale lo Stato cerca di trasmettere un messaggio nocivo: «Noi siamo quelli che hanno vinto la Seconda guerra mondiale e hanno salvato il mondo». Già: dev’essere proprio una vergogna aver sconfitto Hitler.
Gli esponenti della generazione Z, annotava Savanta, pensano che certe figure siano «disconnesse dalle loro esperienze personali» e ne hanno «messo in questione la rilevanza, suggerendo che il tema sia percepito come superato». Dal report dello scorso anno, sarebbe emerso «il chiaro desiderio che le immagini sulle banconote evolvano e riflettano meglio la Gran Bretagna moderna, diventando più inclusive». Il lavaggio del cervello, al culmine della distopia progressista, ha funzionato: i giovani inglesi, oggi, trovano più interessante il bombo rispetto alla «Bomba», la macchina per le comunicazioni segrete dei tedeschi Enigma, che Turing riuscì a decifrare costruendo un altro supercalcolatore. Churchill? Jane Austen? «Superati». Fuori moda. L’uomo ideale, nel Regno di Keir Starmer, il Paese che quando le rivoluzioni politiche del Vecchio continente pretendevano di fare piazza pulita del passato in nome dell’ideologia, invece, continuava indefesso a venerare tradizioni giuridiche e usi antichi, è un individuo appiattito sul presente; condizionato da nevrosi psicopolitiche e divieti (niente social, niente sigarette); ma soprattutto, è «inclusivo».
Per questo Savanta aveva sollecitato la Banca centrale a prestare attenzione non solo ai faccini dei personaggi storici, ma pure agli scorci architettonici: c’è il rischio che i monumenti dell’era vittoriana vengano associati «a colonialismo/schiavitù».
Nei gruppi di discussione, ad esempio, un nordirlandese aveva sostenuto che, in Gran Bretagna, ci sono «di sicuro edifici che sono stati eretti sul fondamento dei proventi della tratta degli schiavi». Bandito Alan Turing, anatema sul Big Ben. Cosa rimane di tipicamente british, che sia anche abbastanza inclusivo? Forse, il chiurlo maggiore, noto in inglese come Eurasian curlew: in quanto euroasiatico, è più inclusivo delle pericolosissime bianche scogliere di Dover, che alla Bank of England è stato sconsigliato di riprodurre su cartamoneta, «per via della loro associazione al confine del Regno Unito». Quello che i nazisti non riuscirono mai a varcare: evidentemente, all’epoca, Churchill e compagnia non furono abbastanza inclusivi.
E pensare che Savanta - interpellata dal Telegraph, ha preferito non commentare - nega qualunque intento censorio: questa non è mica cancel culture.
Si può dare torto alla società? Un’altra rilevazione dell’istituto, avviata lo scorso anno, aveva certificato che la maggior parte delle persone preferisce rappresentazioni della natura sia alle icone dell’architettura nazionale, sia ai miti britannici della storia, dell’arte, o addirittura dello sport. William Shakespeare è roba per imperialisti. I monumenti sono retaggi coloniali. Vuoi mettere con la foca grigia e il delfino Tursiops?
La nuova Inghilterra è questa roba qua. Dio solo sa cosa accadrà quando la minoranza islamica prenderà il sopravvento: ora l’imam canta in Consiglio comunale a Birmingham; domani, sulle sterline, al posto del re, comparirà Maometto?



