Furio Suvilla, l’avvocato appoggiato dal fondatore di Futuro nazionale, al primo turno era arrivato addirittura al 14,21%, staccando di cinque punti la Lega. Ma in vista del ballottaggio, l’uomo di Vannacci si era rifiutato di far confluire le proprie preferenze sull’azzurro: «Non appoggeremo», aveva detto, «chi si definisce di centrodestra ma poi ha paura di prendere posizioni ufficiali sui temi più importanti che riguardano la nostra città». Era quasi un invito a premiare Rossella Buratti, candidata del campo largo, testa di serie allo «spareggio» di questo fine settimana, grazie alle tensioni nello schieramento avversario. La «destra destra» esortava a «recarsi alle urne votando scheda bianca o annullando».
Al contrario di Suvilla, Fdi e Carroccio, che al primo turno si erano divisi da Forza Italia, lanciando, insieme a Noi moderati, Riccardo Ghia (terzo, con il 21,45% dei suffragi, alle spalle di Massara Previde, che aveva preso il 24,38%), hanno lasciato ai loro elettori libertà di coscienza. E costoro, in maggioranza, hanno deciso che era il caso di consegnare le chiavi della città all’uomo indicato dai forzisti per subentrare ad Andrea Ceffa, leghista, travolto da un’accusa di corruzione per cui è a processo.
Al di là del dato locale - il centrodestra tiene Vigevano da 26 anni - dal Pavese arriva una lezione di respiro nazionale, in prospettiva politiche 2027. Ieri, Laura Ravetto, esponente di Fn, ha aperto all’idea di un’alleanza con il centrodestra: «Non si capisce perché bisognerebbe dividersi per consegnare il Paese alla sinistra». A Vigevano, alla lista vannacciana non è riuscito di guastare la festa; ma a Trecate (Novara), il candidato del centrodestra, Roberto Minera, è rimasto indietro di cinque punti rispetto a Raffaele Sacco, di Pd e 5 stelle, proprio per il mancato apparentamento con Rosa Criscuolo, di Futuro nazionale. È, in piccolo, ciò che potrebbe accadere in grande tra un anno.
Vanacci non ha escluso un’intesa con l’attuale maggioranza, dove invece si registrano le logiche chiusure della Lega e i malumori di Fi, con tanto di scambi di battute a distanza tra il generale e Marina Berlusconi, oltre alla freddezza di Giorgia Meloni. Vannacci guarda ai sondaggi, che lo danno oltre il 4%, e alza il tiro: vuole che la coalizione si adegui alle sue «linee rosse». Nel fenomeno Fn quale ago della bilancia si profila un duplice rischio: far perdere il centrodestra, oppure condizionarlo. E imporgli il fardello di un kingmaker «impresentabile». In entrambi i casi, sarebbe un regalo alla sinistra.
È comprensibile che Vannacci cerchi il proprio posto al sole. Ma è tempo che decida cosa vuol fare da grande. Altrimenti, la sua sarà la tipica ascesa del gatekeeper: più che alla destra, servirà agli avversari. Roba da militari, no? Divide et impera...
La sterlina sarà «inclusiva». Via Churchill e Alan Turing: al loro posto, uccelli e pesci
«Bulldog britannico», «Vecchio leone», o più semplicemente - e affettuosamente - «Porcellino». Dato che a Winston Churchill fu affibbiata una serie di soprannomi a sfondo faunistico, forse c’è ancora qualche speranza di rivederlo sulle banconote da 5 sterline.
Già a marzo, la Banca d’Inghilterra aveva annunciato l’intenzione di sostituire lui e altri personaggi storici, ritratti su cartamoneta, con le immagini di animali. Fino al prossimo 3 luglio, i cittadini potranno partecipare a una consultazione per decidere quali bestioline andranno raffigurate al posto degli uomini e delle donne illustri del Regno Unito. Tra i candidati ci sono la lepre, il riccio, il martin pescatore, il pulcinella di mare, la libellula imperatore, il salmone e il bombo. Fuori il pittore Turner; ecce bombo.
La Bank of England preferisce l’aquila di mare coda bianca al primo ministro che resse il Paese durante la guerra al nazismo; e anche ad Alan Turing (50 sterline), che decrittò il linguaggio in codice dei tedeschi; nonché alla scrittrice e antesignana del femminismo, Jane Austen (10 sterline). Ufficialmente - così dissero i funzionari tre mesi fa - perché le effigi di uccelli, pesci e mammiferi sarebbero più difficili da contraffare. Lo ha ribadito pochi giorni fa il governatore, Andrew Bailey: «L’obiettivo principale è la sicurezza». In realtà, stando a ciò che è emerso da alcuni documenti consultati dal Telegraph, a convincere l’istituto centrale potrebbe essere stato un report redatto da Savanta, una società che si occupa di ricerche di mercato. I risultati di quell’indagine, infatti, avrebbero mostrato che i giganti della nazione sono ormai percepiti come «elitari e divisivi», «controversi e non rappresentativi della diversità culturale e naturale del Regno Unito».
L’azienda, che ha consegnato la sua relazione a ottobre 2025, aveva organizzato una serie di gruppi di discussione, per sondare il giudizio dei cittadini sui loro avi memorabili. È venuto fuori che persino Turing, capostipite delle ricerche sui computer, peraltro perseguitato dalle autorità dell’epoca in quanto omosessuale e costretto a sottoporsi alla castrazione chimica, è considerato «un po’ imperialista». La sua colpa? Aver agito «nel contesto della vittoria nella Seconda guerra mondiale». Pensate se, anziché vincerla, l’Inghilterra l’avesse persa.
La tesi di uno dei partecipanti più giovani al sondaggio di Savanta è che Turing ricordi «quella specie di boomer, imperialista», attraverso il quale lo Stato cerca di trasmettere un messaggio nocivo: «Noi siamo quelli che hanno vinto la Seconda guerra mondiale e hanno salvato il mondo». Già: dev’essere proprio una vergogna aver sconfitto Hitler.
Gli esponenti della generazione Z, annotava Savanta, pensano che certe figure siano «disconnesse dalle loro esperienze personali» e ne hanno «messo in questione la rilevanza, suggerendo che il tema sia percepito come superato». Dal report dello scorso anno, sarebbe emerso «il chiaro desiderio che le immagini sulle banconote evolvano e riflettano meglio la Gran Bretagna moderna, diventando più inclusive». Il lavaggio del cervello, al culmine della distopia progressista, ha funzionato: i giovani inglesi, oggi, trovano più interessante il bombo rispetto alla «Bomba», la macchina per le comunicazioni segrete dei tedeschi Enigma, che Turing riuscì a decifrare costruendo un altro supercalcolatore. Churchill? Jane Austen? «Superati». Fuori moda. L’uomo ideale, nel Regno di Keir Starmer, il Paese che quando le rivoluzioni politiche del Vecchio continente pretendevano di fare piazza pulita del passato in nome dell’ideologia, invece, continuava indefesso a venerare tradizioni giuridiche e usi antichi, è un individuo appiattito sul presente; condizionato da nevrosi psicopolitiche e divieti (niente social, niente sigarette); ma soprattutto, è «inclusivo».
Per questo Savanta aveva sollecitato la Banca centrale a prestare attenzione non solo ai faccini dei personaggi storici, ma pure agli scorci architettonici: c’è il rischio che i monumenti dell’era vittoriana vengano associati «a colonialismo/schiavitù».
Nei gruppi di discussione, ad esempio, un nordirlandese aveva sostenuto che, in Gran Bretagna, ci sono «di sicuro edifici che sono stati eretti sul fondamento dei proventi della tratta degli schiavi». Bandito Alan Turing, anatema sul Big Ben. Cosa rimane di tipicamente british, che sia anche abbastanza inclusivo? Forse, il chiurlo maggiore, noto in inglese come Eurasian curlew: in quanto euroasiatico, è più inclusivo delle pericolosissime bianche scogliere di Dover, che alla Bank of England è stato sconsigliato di riprodurre su cartamoneta, «per via della loro associazione al confine del Regno Unito». Quello che i nazisti non riuscirono mai a varcare: evidentemente, all’epoca, Churchill e compagnia non furono abbastanza inclusivi.
E pensare che Savanta - interpellata dal Telegraph, ha preferito non commentare - nega qualunque intento censorio: questa non è mica cancel culture.
Si può dare torto alla società? Un’altra rilevazione dell’istituto, avviata lo scorso anno, aveva certificato che la maggior parte delle persone preferisce rappresentazioni della natura sia alle icone dell’architettura nazionale, sia ai miti britannici della storia, dell’arte, o addirittura dello sport. William Shakespeare è roba per imperialisti. I monumenti sono retaggi coloniali. Vuoi mettere con la foca grigia e il delfino Tursiops?
La nuova Inghilterra è questa roba qua. Dio solo sa cosa accadrà quando la minoranza islamica prenderà il sopravvento: ora l’imam canta in Consiglio comunale a Birmingham; domani, sulle sterline, al posto del re, comparirà Maometto?
- Il mezzo navale, deviato dalle difese russe, si è «autodistrutto» nel porto civile di Costanza. Ma a differenza che per la città colpita da un velivolo di Mosca, nessuno ora invoca l’articolo 4 Nato. Nuove proteste polacche per l’unità dedicata da Kiev ai nazisti dell’Upa.
- Vladimir Putin risponde alla lettera dell’omologo'ucraino: «Missiva maleducata, vuole solo fermare la nostra offensiva». Domani Volodymyr Zelensky sarà a Londra con Keir Starmer, Emmanuel Macron e Friedrich Merz. Il premier inglese: «La Russia può attaccarci nel 2030».
Lo speciale contiene due articoli
Ci sono droni buoni e droni cattivi. Ieri, alla Romania, è toccato quello buono: un drone navale ucraino. È stato scoperto in mattinata nel porto civile di Costanza, vicino alla sede dell’Agenzia per il salvataggio della vita umana in mare e si è «autodistrutto» - tipo i gadget di James Bond - intorno alle 10.30 ora locale, le 9.30 italiane. Al momento dell’esplosione, l’area nei pressi della banchina 78 era stata già isolata dal Sri, il servizio d’intelligence interno, dalla Guardia costiera e dal ministero della Difesa. Come ha spiegato il presidente rumeno, Nicusor Dan, c’erano infatti «informazioni che il drone sarebbe esploso».
Eventuali altri apparecchi alla deriva, ha aggiunto, «saranno localizzati e non raggiungeranno la costa». Tutto sotto controllo: stavolta - a differenza che una settimana fa, quando un velivolo senza pilota russo, deviato dalle difese ucraine, aveva colpito un edificio a Galati, ferendo due persone - non c’è bisogno di invocare l’articolo 4 del Trattato Nato, sulle minacce all’integrità territoriale e alla sicurezza di uno Stato membro. L’Alleanza, avvisata dell’«incidente», si limita a «monitorare». «Tali situazioni particolarmente gravi», ha concluso Dan, «sono le conseguenze dirette della guerra di aggressione scatenata dalla Russia contro l’Ucraina». In parole povere: è stato Putin.
È la stessa interpretazione di Ursula von der Leyen e Kaja Kallas. La presidente della Commissione Ue, su X, non ha citato manco per sbaglio Kiev. Ha invece condannato «la guerra della Russia», mandando fuori di testa il solito, colorito Dmitry Medvedev, che su Telegram l’ha insultata chiamandola «carogna» e «scema termonucleare». La guerra, ha osservato nel frattempo l’Alto rappresentante di Bruxelles, «sta sconfinando sempre più spesso all’interno del territorio dell’Unione europea».
Sia chiaro: se Vladimir Putin non avesse avviato la cosiddetta «operazione speciale», nessun drone arriverebbe in Romania e nessuna scheggia piomberebbe sulla Polonia. Dopodiché, il doppio binario rimane una bizzarria da propaganda bellica: se un drone salta in aria, ai fini dell’incolumità di chi si trova nei dintorni, fa poca differenza se sulla fusoliera c’è disegnata una «Z» oppure una bandiera gialloblù. Ed è ovvio che entrambi i belligeranti tentino di respingere quelli diretti contro di loro.
Va detto che la Marina di Volodymyr Zelensky è stata piuttosto solerte nel segnalare che il sommergibile faceva parte del suo arsenale: «Durante lo svolgimento di missioni nella zona operative del Mar Nero», ha comunicato, «uno dei droni della Marina militare ucraina, sotto l’effetto dei mezzi della guerra elettronica del nemico, ha perso il controllo ed è finito al largo delle coste della Romania». La banchina di un porto non è esattamente il «largo». Fatto sta che «le forze navali dell’esercito ucraino hanno fornito le informazioni necessarie alle forze navali rumene al fine di prevenire vittime tra la popolazione civile». Chissà come bisogna classificare i cinque marinai di nazionalità azera, rimasti uccisi nel Mar d’Azov, ieri, in un attacco di droni, probabilmente ucraini pure quelli, condotto contro due navi cargo, che erano salpate dalla Turchia e navigavano verso la Russia. Non è noto se l’episodio abbia a che fare con i raid nell’oblast di Zaporizhzhia, in Crimea e a Mariupol, in cui sono state distrutte cinque navi russe.
Sistemi d’arma pilotati da remoto che vengono disorientati dalle difese elettroniche: capita agli ucraini e capita ai russi, solo che le reazioni diverse. Perciò, non tutti hanno notato che un drone ucraino, schiantatosi su un impianto energetico in Lettonia, ha fatto cadere il governo di Riga. E mentre i media occidentali erano concentrati sulle palazzine di Galati, in Romania, danneggiate dall’apparecchio russo, le autorità di Atene presentavano una protesta ufficiale a Kiev per un altro episodio: un drone ucraino, del tipo Magura, a inizio maggio, era stato rinvenuto da alcuni pescatori in una grotta di Lefkada, nell’ arcipelago delle Ionie.
Fino a pochi giorni fa, il governo ellenico attendeva ancora una risposta dall’Ucraina. Il ministro degli Esteri, Giorgos Gerapetritis, ha avviato contatti diplomatici ad alto livello con la controparte. La questione è stata portata all’attenzione della Kallas, del segretario generale della Nato, Mark Rutte, e del ministro degli Esteri ucraino, a margine del vertice che si è tenuto a Limassol, sull’isola di Cipro, il 28 e 29 maggio scorsi. L’ipotesi più accreditata è che gli operatori ucraini avessero perso il controllo del drone, che potrebbe essere stato lanciato da un mercantile, o addirittura da un base a Misurata, in Libia, che sarebbe nella disponibilità delle forze ucraine. Obiettivo: bersagliare le petroliere fantasma dei russi. «Il diritto all’autodifesa», hanno tuonato i greci, «non può giustificare azioni di questo tipo».
È più o meno il concetto che ha espresso Varsavia, ancora piccata per l’affronto di Zelensky: il presidente ha intitolato un’unità militare per le operazioni speciali agli «eroi dell’Upa», l’esercito insurrezionale filonazista che, negli anni della Seconda guerra mondiale, partecipò allo sterminio di 100.000 civili polacchi. Il ministro della Difesa, Wladyslav Kosiniak-Kamysz, ieri si è appellato a Kiev, affinché annulli la decisione. «Pronuncio queste parole con rispetto, gentilezza e con il senso di comunità che ha unito le nostre nazioni dopo l’aggressione russa», si leggeva nella sua missiva. «Abbiamo aperto i nostri confini, le nostre case, le nostre scuole e i nostri ospedali. Abbiamo fornito aiuti umanitari, militari, logistici e politici». Ma «il genocidio resta genocidio. La memoria delle vittime non può essere oggetto di compromessi politici. L’Upa ha assassinato anche ucraini che hanno salvato polacchi, avvertito i vicini, nascosto famiglie e si sono rifiutati di partecipare all’odio. Loro sono i veri eroi. Gli aiuti all’Ucraina», ha chiuso, «non significano che la Polonia si sia dimenticata della Volinia». Nemmeno a Churchill è tutto permesso.
Putin prende a sberle Zelensky: «Per ora non ho motivo di vederlo»
È arrivata ieri pomeriggio, dal Forum economico di San Pietroburgo, la risposta verbale del presidente russo Vladimir Putin alla lettera che gli era stata spedita dal «collega» ucraino Volodymir Zelensky, dettosi disponibile a incontrare lo «zar» per chiudere la guerra. Putin ha detto di averle dato «solo una rapida occhiata» e di non veder necessità di un incontro: «Per ora non c’è motivo per un incontro. Prima dobbiamo giungere a una soluzione. Abbiamo bisogno di accordi, non per sei mesi o un anno, ma a lungo termine».
Putin non ha mai nominato Zelensky e lo ha definito «l’autore della lettera». Fra i tratti salienti dell’intervento del presidente russo, la critica al rifiuto ucraino di considerare il presidente Usa Donald Trump come garante di un accordo: «Sono grato a Donald, ma c’è ancora del lavoro da fare». La lettera è stata bocciata da Putin, che la considera un tentativo di Kiev «di fermare la nostra offensiva».
La Russia, logorata assai meno dell’Ucraina, vede confermata la sua posizione di forza notando che Zelensky, con questa lettera, pare mostrare segni di stanchezza per un conflitto che già nei giorni scorsi aveva detto di voler finire entro l’autunno. La richiesta di Kiev, quindi, come viene interpretata a Mosca, può incoraggiare i russi a non cedere e a proseguire la pressione sperando in un prossimo crollo di un avversario esausto. Altri punti chiave rimarcati dal presidente russo sono stati il richiamo alle cause profonde del conflitto, nel chiedere un accordo che duri anni, e il ribadire che la Russia continuerà a combattere «finché saranno raggiunti i nostri obbiettivi». Cioè neutralità dell’Ucraina, che non dovrà entrare nella Nato, e cessione totale delle provincie annesse unilateralmente alla Russia, Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhia e Kherson.
Condizioni a cui gli Stati Uniti di Trump non si opporrebbero come mediatori e garanti, diversamente dai Paesi dell’Unione europea, che spalleggiano Kiev. Il presidente russo ha anche accusato «le élite europee» di «provocare un caos nel quale cercano di attrarre sempre più Paesi». La reazione di Zelensky non s’è fatta attendere: «La parte russa sceglie ancora una volta la guerra, tutti hanno sentito la risposta di oggi. Una risposta debole. Lui (Putin, ndr) semplicemente non vuole porre fine alla guerra. Penso che questa risposta abbia deluso molti nel mondo». Intanto Putin approfittava del Forum per ricordare che il debito pubblico della Russia è più basso di quelli Ue: «Il debito pubblico dell’Eurozona è salito all’81,7% del Pil nel 2025. Le cifre peggiori sono note: Grecia al 146%, Italia al 137%, Francia al 115% e Belgio al 108%. La Russia si attesta al 16,4%. Ma alcuni dei nostri esperti la stimano al 15,8%. In ogni caso, non è paragonabile».
Nei Paesi Ue, la lettera di Zelensky è stata ben accolta ed elevata a bandiera. Per il cancelliere tedesco Friedrich Merz «non è la prima volta che Zelensky offre al presidente russo colloqui diretti. Da parte europea non manca la volontà di dialogare. Ciò che manca è la disponibilità di Putin». E il presidente francese Emmanuel Macron rigetta una delle condizioni principali dei russi, le cessioni territoriali: «L’offerta che consisteva nel dire che alla Russia doveva esser ceduto tutto il Donbass, è un’offerta mai esistita né per gli ucraini né per gli europei. Un’offerta che oggi non deve più esistere».
Di fatto, l’occupazione del 20% dell’Ucraina da parte delle truppe russe sembra ormai un paletto difficile da scalzare, poiché Mosca recederebbe solo se sconfitta militarmente. Macron ha convocato a Parigi per il 13-14 luglio, in concomitanza con la festa della Bastiglia, la prossima riunione dei paesi volenterosi che armano Kiev. Ma già domani Macron incontrerà a Londra Zelensky, Merz e il premier britannico Keir Starmer nel formato E3. Il premier britannico ieri ha alzato i toni: «Nel giro di quattro anni la Russia potrebbe attaccare la Nato», e ha quindi evocato come «urgente e prioritario» l’obiettivo d’incrementare la spesa militare impegnando il suo governo a pubblicare un nuovo piano decennale d’investimenti per la difesa. L’Europa vorrebbe partecipare alle trattative spronando Kiev a non cedere territorio, ma si fatica a trovare figure di mediatori. Ieri l'ex cancelliere Angela Merkel ha declinato: «Si può negoziare col presidente russo solo se si è dotati di potere politico, che in democrazia è a tempo determinato. Non voglio immischiarmi».
I russi gradirebbero come mediatori gli americani Steve Witkoff e Jared Kushner (genero di Trump) ma per il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov una loro visita a Mosca «non è imminente». Russia e Ucraina, se non altro, si parlano sul fronte umanitario. Ieri, al confine fra Russia e Bielorussia, è avvenuto il primo incontro fra la commissaria russa per i diritti umani Yana Lantratova e il suo omologo ucraino Dmitry Lubinets, che hanno concordato un nuovo scambio di prigionieri di 185 militari per parte. Zelensky, frattanto, sta preparando il «disgelo» con l’Ungheria, dopo l’elezione del nuovo premier Péter Magyar, tanto che secondo l’ambasciatore ucraino in Ungheria, Sandor Fegyir, «sono in corso contatti per una visita di Zelensky e per i diritti della minoranza ungherese in Transcarpazia.




