- Distrutte patria (a mezzo immigrazione), istruzione e famiglia, i progressisti invocano rimedi sociologici al disagio dei giovani. Cui dovremmo far riscoprire sanzioni e autorità.
- «Zero risarcimenti a chi delinque». Questa è la legge che può tutelare. Un aggressore deve essere consapevole dei rischi che corre se ci difendiamo.
Lo speciale contiene due articoli.
«La repressione non basta»: è il mantra del giorno dopo lo sconcertante omicidio del diciottenne marocchino Abanoub Youssef, accoltellato a morte in una scuola di La Spezia dal compagno di classe di origini egiziane, Zouhair Atis, che di anni ne ha 19. È la parola d’ordine della stampa e dei politici progressisti, adesso che il governo ha annunciato una stretta normativa sulla vendita di coltelli ai minorenni.
Non basterà, è vero. Come non è bastato il ripristino del voto di condotta. Come non basta la bocciatura automatica per i maturandi se, con la scusa della protesta civile, fanno scena muta all’orale. Provvedimenti che però, sommati, sono un segnale. Un tentativo di restituire dignità almeno a chi siede dietro la cattedra, visto che lo Stato, a parte sostenerla economicamente, non può ristrutturare la lesa istituzione della famiglia. Matteo Salvini l’ha ammesso: «Oltre alla legge servono prevenzione ed educazione». Serve tutto, meno che l’aria fritta.
E invece è di fuffa che parlavano ieri i giornali. In realtà, la diagnosi di Matteo Lancini, sulla Stampa, era precisa: «Sono mancati i limiti e le regole, la cui assenza, insieme all’utilizzo precocemente smodato di Internet, ha spinto i ragazzi a comportarsi in modo arrogante e violento. Pensano di poter fare quello che vogliono e vivono in un’alterazione della realtà causata dai social e dai videogiochi». Una parte della sua risposta era azzeccata: «Limitare l’utilizzo dello smartphone e introdurre provvedimenti restrittivi a scuola». Solo che la lezione dello psicologo si è subito tramutata in una fumosa tirata sull’urgenza di riscoprire «esperienze relazionali adulte capaci di prevenire il disagio psicologico giovanile e di trasformare i conflitti e le emozioni più disturbanti in parola». E Lancini ha individuato la radice del male nei «modelli di identificazione proposti quotidianamente dagli adulti», in un’epoca di «affermazione autocratica del proprio pensiero e del proprio sistema etico valoriale». In sostanza: colpa dei conservatori, dei sovranisti, dei populisti di destra, fautori di «forme di prevaricazione […] spacciate per interventi educativi», cui egli ha opposto la «democrazia degli affetti». Qualunque cosa significhi. Chissà quali brillanti risultati otterrebbe questa cura: andate da una gang di maranza a spiegare la «democrazia degli affetti».
Repubblica si è affidata alle parole della mamma di un adolescente che, nel 2017, a Napoli, fu ridotto in fin di vita da una banda di coetanei delinquentelli: «Non si può pensare di risolvere soltanto con i divieti», ha tuonato Maria Luisa Iavarone, né lasciando i giovani «a vegetare negli istituti minorili o nelle carceri». Giusto. Però i cittadini del domani devono imparare già oggi che le azioni hanno delle conseguenze. Che i criminali pagano. Che il sistema delle sanzioni, ancorché orientato alla redenzione del reo, non è una barzelletta.
Perciò facevano cascare le braccia le considerazioni di Sandro Ruotolo, eurodeputato del Pd e membro della segreteria del Nazareno. L’assassinio di La Spezia, ha osservato l’onorevole, è «la cifra di un’epoca in cui il rapporto con l’educazione, la cultura, lo studio non riesce più a produrre anticorpi sociali. Questo è il punto: la famiglia non è più un anticorpo sufficiente. La scuola non è più un anticorpo sufficiente». Non sono stati i compagni di Ruotolo a dedicare anni, decenni, alla demolizione sistematica dei corpi intermedi che, adesso, egli rimpiange? Rispetto all’epoca in cui i protagonisti e gli eredi del Sessantotto lottavano contro genitori, maestri, preti, in quanto baluardi del dominio borghese-capitalistico, sono cambiati solo un po’ gli slogan: da «Vietato vietare» a «Vietare non basta».
Sì, vietare non basta. Ma un po’ aiuta. Perché l’autorità si fonda sull’autorevolezza, però anche sul timore. È la prima cosa che si impara. Pensate alla Bibbia: all’uomo, Dio dà prima le regole e dopo la libertà dei figli. Lo allena a gestirla, più che a meritarla. Ecco perché non se ne può più di padri e madri che si comportano da amici. Ecco perché non se ne può più di insegnanti che vengono considerati «docenti», cioè burocrati dell’istruzione, anziché «professori», cioè responsabili di una missione.
Dopodiché, c’è un secondo livello di mistificazione, nelle arringhe di chi invoca caliginose terapie psicosociologiche per trattare il «disagio»: citare i giovani in quanto tali e non i giovani in quanto immigrati e figli di immigrati. C’è senza dubbio un problema enorme che riguarda le nuove generazioni. E c’è un problema nel problema, che riguarda bulli e vandali d’importazione. Anche per loro varrà il ritornello «Reprimere non è sufficiente», che ieri ha ripetuto pure il Segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin. Anche nel loro caso, il contributo - chiamiamolo così - dei progressisti, che ora pontificano, è stato determinante: tra le tante cose che hanno distrutto, c’è la povera patria, a mezzo invasione di stranieri.
Senonché, persino questi ultimi intuiscono che qualcosa non funziona. Ai microfoni della Rai, il cugino del povero Youssef, Kiro Attia, ha sospirato: «Che si giri coi coltelli lo sanno tutti. E la scuola dov’è?». Già: dov’è? Impegnata con l’ecologismo e le conferenze di Francesca Albanese?
«Zero risarcimenti a chi delinque». Questa è la legge che può tutelare
«Chiunque, nell’atto di compiere un’azione delittuosa e violenta contro la persona o la proprietà altrui, subisce un danno alla propria persona, non può chiedere il risarcimento per quel danno». Quello enunciato è un articolo che non esiste nel nostro ordinamento e lo propongo ritenendolo giusto. Opinione personale, naturalmente, come opinione personale è il senso di «giustizia» che sto invocando, ma proverò a motivarlo. Il caso che ho in mente è quello che la cronaca ci presenta continuamente: per esempio, il ladro che entra di notte a casa tua, gli spari, lo mutili o uccidi e lui (o chi per lui) ti chiede i danni.
Ho sempre pensato che la legge dovesse essere impostata con una logica ferrea, quasi matematica, e credo che questo sia anche lo spirito dei giuristi. Nella pratica, anche in casi ove mi son trovato coinvolto personalmente per lo più come consulente, ho dovuto constatare che la legge è contraddittoria e che troppo è lasciato all’arbitrio di giudici.
Per esempio, anche se la mia proposta di norma non esiste, l’articolo 1227 del Codice civile prevede che «il risarcimento non è dovuto per i danni che il creditore avrebbe potuto evitare usando l’ordinaria diligenza». Che, nel caso in parola, significa «se il ladro si fosse astenuto dall’introdursi surrettiziamente in casa altrui». Anzi, esistono anche sentenze di Cassazione secondo cui non è risarcibile il danno subito da chi si espone volontariamente a un rischio o nell’ambito di un’attività illecita (il solito ladro del nostro esempio).
Cosa succede, allora, quando le cronache registrano vittime dell’aggressione che, avuta la meglio sull’aggressore, sono poi condannate a risarcirlo? Il sospetto è che prevalgano le idee politiche di quel giudice che, per qualche misteriosa ragione, preferisce «punire» l’aggredito ritenendolo responsabile di colpe che sono nascoste nella mente dello stesso giudice. Non mi sto inventando niente, come ci riportano le cronache dei comportamenti di alcuni giudici; in cui soccorso arriva la contraddizione logica tra l’articolo 1227 detto sopra e il 52 del Codice penale, che considera la difesa legittima «sempre che essa sia proporzionale all’offesa». Ecco: all’auspicio dell’introduzione di un articolo come quello che ho formulato all’inizio, auspico pure che queste parole siano soppresse dall’articolo 52 e per le ragioni che seguono.
Affinché una difesa, degna di essere motivo per invocare l’articolo 52 del Codice penale, sia efficace, essa deve sempre essere stata sovrabbondante rispetto all’offesa, cosicché qualunque difesa efficace potrebbe essere sempre «punita» e una difesa non punibile sarebbe solo quella che soccombe all’offesa. Alla fine, la proporzionalità enunciata nell’articolo è una sottilissima linea di demarcazione affidata solo alla valutazione personale del giudice. Una valutazione che non solo può essere inficiata dalle idee personali di questi, ma che è senz’altro inficiata dal fatto di essere effettuata «col senno di poi», per così dire.
Dell’individuo che ti entra in casa notte tempo vorremmo, invece, avere non solo il diritto ma anche il dovere di presumere il peggio e cioè che è armato ed è un assassino e vorremmo avere il diritto di potergli sparare se ne abbiamo l’opportunità, soprattutto se in camera da letto ci sono bambini che abbiamo il dovere difendere. Se questi diritti-doveri ci fossero riconosciuti, allora la conclusione dell’articolo 52 è inopportuna e, viceversa, mantenere quelle conclusioni implica che non ci è consentito di prevenire il peggio. Una prima obiezione è che non è detto che l’intruso voglia uccidere e che molte volte gli intrusi non hanno ucciso. Già, ma siccome sappiamo che alle volte hanno ucciso, potremmo sapere in quale delle volte rientra il nostro caso solo accettando il rischio di essere uccisi.
Un’altra obiezione è: «Non ci si può fare giustizia da sé». A parte il fatto che chi spara aggredito in casa propria non si sta facendo giustizia (lo sarebbe se, venuto a conoscenza del nome e dell’abitazione del ladro che l’ha derubato, gli andasse a casa per «punirlo»), all’obiezione segue la domanda: e chi deve fare giustizia? «Lo Stato», sarebbe la risposta. Però, forse, lo Stato non dovrebbe avere la pretesa di essere il solo a fare giustizia quando, di fatto, si astiene dall’esercitarla. Il poveretto accusato dallo Stato di essersi fatto giustizia da solo alla decima volta che si è trovato al cospetto di malviventi avrà pure il diritto di chiedere conto allo Stato della giustizia fatta le nove volte precedenti: solo uno Stato che dimostri di aver fatto giustizia può reclamare di essere il solo a poterla esercitare.
C’è un altro elemento a favore della assoluta esclusione di risarcimenti all’aggressore e dell’articolo proposto all’inizio. La vittima che reagisce in un modo che poi lo Stato punisce sta, di fatto, subendo un danno (la punizione) che non avrebbe subito se l’aggressore non lo avesse aggredito. Allora, è l’aggressore che ha messo la vittima nelle condizioni di infrangere, suo malgrado, la legge: sarebbe, così, prefigurabile una richiesta di risarcimento da parte della vittima punita dallo Stato contro l’aggressore. Cosicché, anche quando nell’articolo 52 si volessero mantenere le parole «sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa», bisognerebbe escludere in modo esplicito, netto e chiaro, risarcimenti all’aggressore.
Per concludere il ragionamento: il principio che, a mio avviso, dovrebbe passare è che un aggressore deve essere consapevole dei rischi che corre con l’azione aggressiva e non può lamentarsi se quei rischi si sono tramutati in danno.
Non è importante come colpisci, l’importante è come sai resistere ai colpi. L’ha detto Rocky Balboa e Marta Cartabia doveva esserselo appuntato. E infatti, nonostante la sua riforma della giustizia sia vituperata dagli addetti ai lavori, tanto che al congresso del Consiglio nazionale forense era partita l’ovazione alla richiesta di abolirla; nonostante sia stata sconfessata persino dalla Consulta, di cui lei era stata presidente; e nonostante sembrino naufragate le prospettive di carriera politica della giurista, tra Palazzo Chigi e il Colle, così che le tocca accontentarsi della cattedra alla Bocconi; nonostante tutto, l’ex Guardasigilli è ancora qua. Pronta a rialzarsi, nonché a contrattaccare.
Lo ha fatto ieri, in una lunga intervista sulla Stampa, con l’occasione di un bilancio retrospettivo, sollecitato da Sergio Mattarella, degli 80 anni della Repubblica. Dalle colonne del quotidiano torinese, la Cartabia ha rilanciato la sua teoria delle Corti costituzionali quali elementi «dinamizzanti» dell’ordinamento giuridico. In parole povere: il giudice che decide le leggi. E ci ha tenuto a trasmettere una rimostranza: «Quando la Corte manda sollecitazioni al legislatori, raramente vengono accolte». È la spia di un «deterioramento», secondo l’ex ministro della Giustizia, che ha in mente la «stagione» delle grandi battaglie etiche, dalla parità di genere all’aborto, in cui la Consulta sentenziava e il Parlamento adeguava il diritto. Epoca un po’ diversa, nondimeno, dalla sua epopea dei «moniti», ovvero degli ultimatum a deputati e senatori. Tipo quello del caso Cappato: un anno dato alle Camere per sfornare una norma sul suicidio assistito, scaduto il quale è stata la Corte a definire la disciplina del fine vita.
Viene comunque da domandarsi se, stavolta, la Cartabia abbia voluto parlare a nuora perché suocera intendesse. Laddove la nuora sono gli onorevoli e la suocera gli ex colleghi. I quali, da quando è scaduto il suo novennio, paiono aver progressivamente ridotto e, infine, archiviato la prassi delle ingiunzioni alle Camere. Che ai suoi tempi venivano giustificate, ça va sans dire, con il nobile principio della «leale collaborazione» tra istituzioni. Ma che erano l’autentica «bizzarria» di togliattiana memoria.
È comprensibile il motivo per cui il bersaglio potrebbero essere loro: la professoressa deve aver faticato a digerire il verdetto dello scorso novembre, con cui la Consulta ha cassato la sua modifica all’articolo 131 bis del Codice penale. Per la verità, non era l’aspetto peggiore di una riforma che, tra le altre cose, ha consentito di farla franca alle borseggiatrici seriali di Venezia e a Paolo Genovese, l’imprenditore condannato per violenza sessuale su due modelle, stordite con un cocktail di droghe, ha permesso di ottenere una pena ridotta. Il provvedimento silurato escludeva a priori la non punibilità del reato per particolare tenuità, qualora l’offesa fosse stata rivolta a uomini in divisa. La Corte lo ha giudicato incostituzionale. Al di là del merito, resta lo smacco di aver patito una stroncatura proprio dall’organismo di cui la Cartabia era stata la prima presidente donna, con ovvie fumisterie retoriche sul soffitto di cristallo infranto dalla giurista. Nata in Comunione e liberazione, dopodiché transitata dalla crociata contro i «nuovi diritti» alla loro promozione, mentre aveva addosso la toga, conferitale da Giorgio Napolitano.
Tra parentesi, a proposito delle perplessità di Palmiro Togliatti sulla creazione della Corte: la Cartabia ha detto alla Stampa che quella del Pci non fu «vera opposizione». Ha straparlato di regresso globale della democrazia, liquidando le ragioni profonde - discutibili, ma non fasulle - della freddezza dei comunisti: in una fase storica in cui ritenevano di godere del consenso delle masse, essi guardavano con sospetto al proposito di inserire, nell’architettura dello Stato, un elemento tecnocratico, di «ispirazione “antimaggioritaria”», come lo ha definito un altro presidente emerito, Augusto Barbera. Per i compagni, il giudice delle leggi era l’equivalente di un baro, chiamato a truccare il gioco della politica per condannare il proletariato all’irrilevanza. In realtà, il principio ispiratore della Corte era sacrosanto: non basta avere i voti per sopprimere i diritti fondamentali, sanciti dalla Costituzione. La sciagura è stata, semmai, la deriva successiva, di cui la Cartabia si è resa interprete: il passaggio dalla difesa della Carta alla giurisprudenza creativa; la metamorfosi da presidio che stemperasse la tentazione di abusi delle maggioranze a «contropotere», per citare Giuliano Amato, pure lui già alla guida della Consulta. D’altronde, le toghe non sono mica infallibili. E sono almeno 44 anni che grandi maestri - Mauro Cappelletti, per ricordarne uno - si interrogano sul modo di renderle responsabili per il proprio operato. Tanto più che, l’unica volta che in 80 anni quei diritti inalienabili sono stati davvero conculcati, cioè durante la pandemia, la Corte non solo non li ha protetti, ma anzi ha legittimato ogni loro compressione, ancorché giuridicamente spericolata e scientificamente traballante: lockdown, obblighi vaccinali, green pass. Tutte misure imposte dal governissimo Draghi, di cui era ministro la Cartabia. Che adesso si batte il petto, poiché un sondaggio rivelerebbe l’«inclinazione verso l’autoritarismo» del 20% degli italiani. Vergogna: un popolo avvinto a quella deprecabile fissa di eleggere rappresentanti che ne rispettino la volontà. Magari, senza nemmeno gli ultimatum dei giudici…
La ministra di Nuuk scoppia quasi a piangere durante un’intervista, Donald Trump assicura che «si troverà una soluzione». Di certo, il vertice a Washington con i rappresentanti di Groenlandia e Danimarca da un lato, Marco Rubio e JD Vance dall’altro, non ha sbloccato l’impasse sull’isola artica, di cui la Casa Bianca rivendica il possesso. Anzi, il premier danese, Mette Frederiksen, conferma che «l’ambizione americana rimane intatta». E l’Unione europea - lo ha riferito una fonte a Politico - diffida proprio del vicepresidente: «Ci odia». Dopodiché, all’acme dell’attrito, si colgono segnali di distensione. Il ministro della Difesa di Copenaghen, Troels Lund Poulsen, si accontenta di aver istituito un gruppo di lavoro con gli Usa: «Meglio di niente». Il primo ministro groenlandese conferma che è il dialogo «la via da seguire». Oggi, una delegazione a stelle e strisce vedrà la Frederiksen nella capitale danese. Intanto, la sveglia del tycoon sollecita i Paesi europei a rafforzare i loro presidi armati e finisce per irritare la Russia. A riprova che, su quell’area, convergono gli appetiti dei nostri avversari.
Ieri, sull’isola, sono arrivati 15 soldati francesi. A essi si unirà una squadra di ricognizione tedesca. Emmanuel Macron ha annunciato che spedirà presto rinforzi terrestri, aerei e marittimi. Alla missione, cui avevano subito aderito svedesi e norvegesi, si sono aggiunti un ufficiale olandese, uno inglese e due finlandesi. La Spagna ci pensa su; il Belgio temporeggia. Italia e Polonia si sono sfilate. Secondo Antonio Tajani, che non vede «all’orizzonte» un’invasione dei Marines, la strategia di Roma «non prevede la presenza di militari». Guido Crosetto, alla Camera, ha invitato ad agire nell’ambito dell’Alleanza atlantica, «dove ci sono anche gli Stati Uniti», evitando «una corsa a chi arriva prima a fare una esercitazione in Groenlandia». «Inviare 100, 200, 300 soldati… Cosa fanno? Sembra l’inizio di una barzelletta».
Non troppo velato il riferimento a Parigi e Berlino, che sgomitano per intestarsi il ruolo di protagonisti, pur con differenti approcci: i transalpini sono in polemica con Trump, che l’inquilino dell’Eliseo è tornato ad accusare di «nuovo colonialismo»; la Germania è più prudente, punta a blindare il coinvolgimento degli europei e, forse, ad accaparrarsi una parte dei vantaggi che deriverebbero dal controllo delle rotte tra i ghiacci. Speculari, nella competizione, le mosse dei vertici politici delle due nazioni: Macron ha convocato una riunione del Consiglio di sicurezza, Friedrich Merz ha chiamato i membri del governo in cancelleria, per un vertice di crisi. Il suo ministro della Difesa, Boris Pistorius, ci ha tenuto a ribadire che l’attenzione va concentrata sul vero obiettivo: «Russia e Cina stanno aumentando la loro presenza militare nell’Artico», ha spiegato, «mettendo a rischio la libertà delle rotte di trasporto, comunicazione e commercio. La Nato non lo permetterà e continuerà a difendere l’ordine internazionale basato sulle regole».
Anche la Danimarca preferisce restare nell’ovile: «La difesa e la protezione della Groenlandia», ha ricordato la Frederiksen, «sono una preoccupazione comune per tutta l’alleanza Nato». L’intenzione, ha chiarito Poulsen, è di «stabilire una presenza militare più permanente con un contributo danese più consistente». Sembra di rileggere il copione del battibecco sulle spese per gli armamenti: esaurite le proteste, tutti si sono adeguati al parametro del 5% del Pil. Persino Madrid, che sbandierava l’orgoglioso rifiuto di piegarsi al diktat trumpiano, ha dovuto pagare pegno: nel 2025, ha aumentato del 100% l’import di gas americano.
The Donald un risultato lo ha già incassato: inducendo gli alleati, ancorché strapazzati e indignati, a mobilitarsi, ha costretto Mosca a uscire allo scoperto. Ieri, l’ambasciata russa in Belgio, rispondendo al quotidiano Izvestia, ha ammesso: «La situazione che si sta sviluppando alle alte latitudini è per noi motivo di massima preoccupazione». Le angosce del Cremlino sono state ricondotte alle politiche dell’Occidente: «La Nato», è l’accusa dei diplomatici di Vladimir Putin, «ha intrapreso un percorso di militarizzazione accelerata del Nord, aumentando la sua presenza militare con il falso pretesto di una crescente minaccia da parte di Mosca e Pechino». È inaccettabile, ha tuonato la portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, che l’Occidente continui ad affermare che la Russia e la Cina rappresentano una minaccia per la Groenlandia. «Qualunque tentativo di ignorare gli interessi, in particolare di sicurezza, della Russia nell’Artico», ha giurato la funzionaria, «non rimarrà senza risposta». Al solito elegante l’augurio agli europei: «Mangino ciò che hanno prodotto senza strozzarsi».
Il vero miracolo è che a Bruxelles qualcuno si sia destato. Alla depressione di Kaja Kallas (il caos globale, avrebbe sospirato in un incontro privato, è l’occasione per «iniziare a bere») e all’esortazione del ministro degli Esteri francese, Jean-Noël Barrot, secondo il quale l’Ue ha «una responsabilità strategica» a Nuuk, ha risposto Ursula von der Leyen. La presidente della Commissione ha anticipato la pubblicazione di una «nuova strategia di sicurezza», senza fornire ulteriori dettagli di contenuto. Il documento uscirà entro fine giugno. Che fretta c’è? Chissà se, per quel dì, in Groenlandia si sarà sciolto il ghiaccio.




