Le divisioni sulla crisi energetica provano che l’Unione rimane un comitato d’affari,che si aggrappa a zerovirgola e nemici esterni perché non ha legittimità democratica.
Morto un Orbán se n’è fatto quasi un altro, ma questo promette di non disturbare il manovratore europeo, fintantoché il manovratore europeo non disturberà lui. Così, adesso che Budapest ha messo via la mannaia dei veti, adesso che alle riunioni dei capi di governo, come ha scritto il polacco Donald Tusk, non ci sono più i russi a origliare per interposti ungheresi, l’Europa può finalmente guardarsi allo specchio. Per scoprire che il suo problema non era Orbán, bensì l’Europa stessa.
I pirati magiari, in fondo, sono solo una delle bande che tirano dalla loro parte l’Unione, con il rischio di stracciarla.
Se n’è avuta l’ennesima riprova al Consiglio informale di Cipro, dove i Paesi cosiddetti frugali (mica tanto frugali, visto che la Germania ha stanziato 1.000 miliardi per la Difesa) hanno alzato una muraglia contro tutte le proposte dei mediterranei - Spagna e Italia - per fronteggiare la crisi di Hormuz: scorporare le spese per caro bollette e caro carburanti dal calcolo del deficit; allentare i vincoli di finanza pubblica per gli investimenti energetici; istituire un fondo tipo Safe per gli approvvigionamenti; prolungare il Recovery fund per garantire l’impiego delle risorse inutilizzate. Il premier olandese, Rob Jetten, e il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, non sono d’accordo. Berlino ha ribadito anche il niet al debito comune, che invece piace a Emmanuel Macron, favorevole altresì a dilazionare i rimborsi delle obbligazioni Ue contratte in era Covid.
La solidarietà continentale, in definitiva, è un miraggio. E quella sbandierata ai tempi della pandemia fu una messinscena: serviva alla Germania, perciò entrò nell’agenda. Stesso copione che s’è visto sui migranti: per anni i teutonici hanno pensato di cavarsela sfruttando le conseguenze giuridiche dei regolamenti di Dublino, cioè scaricando sui Paesi d’approdo l’onere di gestire centinaia di migliaia di sbarchi. Poi, quando hanno capito che gli stranieri correvano verso Nord e, magari, portavano scompiglio nelle città con attentati all’arma bianca, hanno deciso che era ora di imprimere una svolta.
Non potrebbe essere altrimenti: l’Unione europea è sovranazionale; le democrazie sono nazionali. Ed è ancora agli elettori dei singoli Stati che i leader rispondono. Nel grande squadrone, ognuno è entrato con la casacca del proprio team.
Anche i vertici dell’Ue sono stati chiari: le regolette sullo zerovirgola non si toccano, perché la situazione non è ancora abbastanza grave. E, verrebbe da aggiungere, con Ennio Flaiano, nemmeno sufficientemente seria. Il concetto lo hanno affermato e ripetuto Dan Jorgensen, commissario per l’Energia; Valdis Dombrovskis, commissario per l’Economia; nonché Ursula von der Leyen in persona. In Europa, il paziente non si cura finché non è moribondo. All’Italia non resta che fare da sé, dando seguito alle ipotesi del ministro Giancarlo Giorgetti e sfidando il giudizio dei superni mercati.
Dunque, nonostante l’uscita di scena di Viktor Orbán, le grane sono le solite: c’è sempre chi pianta le banderuole, che siano i volenterosi, i frugali, i falchi o gli ultraconservatori dell’Est. Il risultato è che l’Ue non riesce a portare a termine niente e, quando decide, tendenzialmente scontenta i più deboli.
Ma non è soltanto per le pressioni delle coalizioni di interessi che l’esecutivo si aggrappa con tanta ostinazione ai pallottolieri. O meglio, è anche per quel motivo, nella misura in cui la competizione tra gruppi rivali rappresenta non un’alterazione del progetto europeo, bensì la sua condizione strutturale. Ciò che ha costretto l’Unione a tenersi ben al di sotto delle più ambiziose aspirazioni dei suoi fondatori, condannandola a rimanere un comitato d’affari, anziché a maturare in quanto soggetto politico.
In tanti - da ultimo, il politologo della Luiss Lorenzo De Sio, nel suo saggio per Laterza, Democrazia addio? - hanno deplorato il modo in cui le istituzioni di Bruxelles, pesantemente infiltrate dalla logica tecnocratica, si sono prestate a cristallizzare le dinamiche perverse della globalizzazione, favorendo lo squilibrio nei rapporti tra capitale e lavoro, a discapito dei salari e del welfare. Il punto è che una ripoliticizzazione dell’Europa è impossibile e, al limite, non auspicabile. Dovrebbe avvenire sotto la forma di un ennesimo imperialismo, riproducendo dunque l’egemonia della potenza o dell’élite di potenze soverchianti. Col solo pregio che ciò renderebbe esplicito quello che oggi è a malapena occultato da un velo di ipocrisia. Interi corpi elettorali resterebbero orbati di adeguata rappresentanza, tanto più se l’obiettivo è eliminare completamente il principio dell’unanimità.
E poi, a un’Unione del genere, continuerebbe a mancare la legittimazione ideologica: se ogni impero, come scrisse Massimo Cacciari nelle sue riflessioni sul katéchon, aspira a «fare epoca», per costruire la sua epopea non gli basta certo il moralismo retorico che ad ora costituisce il nucleo del soft power europeo. Specie in una fase storica in cui riesplode, brutale, la dialettica tra le grandi potenze.
Ecco perché, in assenza di tale elemento fondativo, le classi dirigenti si incaponiscono sui parametri ragionieristici: essi sono il tragicomico surrogato della politica. Ed ecco spiegato anche il paradossale entusiasmo per i piani di riarmo, al di là delle ghiotte opportunità di business: alla faccia dei settant’anni di pace, la comparsa di un nemico esterno ha offerto una prospettiva identitaria all’Ue, secondo il più torvo criterio schmittiano.
In ogni caso, dalle disavventure comunitarie esce sempre perdente la democrazia: l’unico deficit davvero drammatico - e, guarda caso, l’unico di cui nessuno si preoccupa - è quello di rispondenza del sistema ai bisogni e ai desideri delle persone. Può darsi che, ai Consigli europei, la smetteranno di entrare di soppiatto i russi. Solo che il problema non è chi entra, ma chi rimane fuori: noialtri.
Un’email del Pentagono ha riportato scompiglio nella Nato: gli Stati Uniti vorrebbero punire gli alleati infedeli, che hanno negato l’appoggio alla campagna in Medio Oriente. E in cima alla lista ci sarebbero le due bestie nere di Donald Trump: l’Inghilterra di Keir Starmer, di cui gli americani sarebbero pronti addirittura a questionare la sovranità sulle Falkland; e la Spagna, che Washington vorrebbe sospendere dall’Alleanza.
Il premier, Pedro Sánchez, ha minimizzato: «Nessuna preoccupazione, lavoriamo sulla base di documenti ufficiali». Quelli, in effetti, mancano. Non potrebbe essere altrimenti: il trattato istitutivo non prevede nulla a riguardo e tutte le decisioni si prendono all’unanimità. Gli iberici dovrebbero votare contro sé stessi. Semmai, gli Usa potrebbero decidere in maniera unilaterale di escludere Madrid da alcune operazioni da loro coordinate, oppure negare la condivisione di informazioni. Non sarebbe poco, vista l’aria che tira nel blocco occidentale. È anche per questo che ieri, al vertice di Cipro, i membri dell’Unione hanno iniziato a precisare il funzionamento dell’articolo 42 del Trattato Ue, sulla mutua assistenza in caso di attacco. Il presidente del Consigio Ue, António Costa, ha però preferito glissare sulla paventata rappresaglia trumpiana: «Cooperiamo con la Nato», ha tagliato corto, «ma non discutiamo le sue questioni interne».
In verità, il governo socialista spagnolo si è comportato più o meno come l’Italia: ha concesso l’uso delle basi per le attività previste dagli accordi in vigore. Perciò Roma ha potuto rifiutare un atterraggio a Sigonella: occorreva un’autorizzazione preventiva e il velivolo non aveva meri scopi logistici, essendo diretto, dopo lo scalo, in Iran. Tanto era bastato a Trump, il quale esige dai soci la pubblica genuflessione, per dirsi «scioccato» da Giorgia Meloni e per scrivere sui social che gli Usa «non ci saranno» per noi nel bisogno. Il tycoon ha il dente ancora più avvelenato con Sánchez, il più filocinese degli europei, che per compattare una ballerina maggioranza di sinistra radicale ci ha tenuto a sbandierare la sua posizione critica sul conflitto. Non a caso, Podemos, che all’esecutivo ha concesso soltanto un appoggio esterno, ieri ha invocato l’uscita unilaterale dalla Nato.
Il nervosismo dell’America, però, non deriva solo dalle pretese imperiali della Casa Bianca. Oltreoceano si starà incrinando la fiducia nella potenza militare a stelle e strisce, che gli Usa hanno spesso esibito in questi mesi.
Gli allarmi sullo svuotamento degli arsenali si stanno moltiplicando. Il generale Dan Caine, capo dello Stato maggiore congiunto, aveva messo in guardia Turmp durante le discussioni preliminari su Epic fury. La Cnn ha pubblicato una lista dettagliata degli armamenti consumati in quaranta giorni di bombardamenti. È all’incirca la stessa valutazione di ieri del New York Times, basata su rapporti del dipartimento della Difesa. Durante le ostilità, sono stati lanciati 1.100 cruise stealth a lungo raggio; 1.000 Tomahawk, dieci volte quelli che vengono acquistati in un anno per 3,6 milioni l’uno; 1.200 intercettori Patriot, da 4 milioni ciascuno; 1.000 testate di precisione e aria-superficie. Il conto: tra i 28 e i 35 miliardi di dollari, quasi 1 miliardo al dì, 5,6 bruciati solo nel primo giorno di raid massicci. E per ricostituire le scorte potrebbero servirne fino a 47, senza contare il fattore tempo. Così, già a novembre, il Pentagono aveva convocato i vertici delle case automobilistiche, esortandoli a riconvertire a finalità belliche alcune delle loro linee di produzione.
Ma il vero guaio è che, per combattere il regime sciita, l’America ha lasciato scoperti altri teatri. Sicuramente l’Europa occidentale, dove scarseggiano droni da ricognizione e d’attacco; insieme alla riduzione di addestramenti ed esercitazioni, ne esce compromessa la capacità di deterrenza nei confronti della Russia. Certo, per Trump potrebbe essere un problema trascurabile: agli Usa interessa più strappare Mosca dalle grinfie dei cinesi, che proteggere il Vecchio continente dalle provocazioni di Vladimir Putin. È in Asia che casca l’asino.
L’Indo-Pacifico era uno dei settori prioritari individuati dal compasso strategico dello scorso dicembre: almeno dagli anni di Barack Obama, è il «perno» degli interessi nazionali all’estero. Dall’inizio della guerra agli ayatollah, tuttavia, gli americani sono stati costretti a smobilitare: hanno spostato in Medio Oriente 2.200 Marines, nonché le contraeree Thaad stanziate in Corea del Sud, unico Paese partner a ospitare tale sofisticato sistema di difesa, utile a fronteggiare le minacce di Pyongyang. Pure i missili da crociera impiegati in Iran, in teoria, erano stati progettati per un eventuale confronto con Pechino. Peraltro, la prontezza operativa Usa era stata già limitata dal supporto offerto a Israele, quando i blitz degli Huthi avevano indotto Washington a dirottare navi e aerei nel Mar Rosso.
Non esiste più un poliziotto del mondo. Non c’è più una superpotenza dominante. Ognuno ha risorse limitate e deve saperle dosare bene. Le difficoltà del Golia a stelle e strisce sono il segnale inequivocabile della fine dell’egemonia statunitense; una condizione che la dottrina Donroe di Trump sembrava attrezzata a gestire e che, invece, sta esplodendo in mano al presidente. Anche perché la performance militare in Iran, finora, è stata tanto mastodontica quanto confusionaria. E la Cina, che ha le grinfie su Taiwan, l’ha osservata. Sogghignando: con Sun Tzu, Xi Jinping sa che l’arte della guerra consiste nel vincere senza dover combattere.
Per il legale della Corte di giustizia il protocollo Roma-Tirana «è compatibile» con le norme comunitarie. Meloni: due anni persi per sentenze infondate. Parigi e Londra pagano per bloccare la tratta della Manica.
Il triplice fischio deve ancora arrivare, ma intanto il governo ha segnato un gol: l’avvocato generale della Corte Ue sostiene che il protocollo Italia-Albania sui migranti è compatibile con il diritto europeo, purché agli stranieri condotti a Gjadër siano garantite adeguate tutele. È il parere pubblicato ieri: non vincola i giudici che dovranno emettere il verdetto definitivo, però lascia intravedere più di uno spiraglio.
Tanto che, sui social, lo ha commentato la stessa Giorgia Meloni, con toni dolceamari: ha celebrato «una notizia importante, che conferma la validità della strada che abbiamo indicato», ma ha anche ricordato «quanto siano costati all’Italia due anni persi a causa di lettura giudiziarie forzate e infondate». Da Cipro, dove è volata per il Consiglio europeo informale, l’inquilina di Palazzo Chigi ha definito «incoraggiante» il pronunciamento del legale. E riferendosi all’ostruzionismo dei magistrati, ha aggiunto: «Le cose avrebbero potuto funzionare molto meglio, forse avrebbero potuto offrire, come ci si sta chiedendo a livello europeo, un modo nuovo di gestire i flussi migratori». Il presidente del Consiglio ha pure negato che sia stato speso 1 miliardo per i Cpr albanesi.
Sono intervenuti anche altri pezzi grossi di Fdi. Il ministro per gli Affari Ue, Tommaso Foti, ha chiesto che «tacciano le critiche ideologiche e le previsioni catastrofiche di chi ha portato avanti, per anni, la fallimentare politica della accoglienza indiscriminata». Galeazzo Bignami, capogruppo del partito della Meloni alla Camera, ha salutato la smentita delle «sinistre antinazionali», che attaccano il protocollo «parlando di spreco di risorse pubbliche e fallimento annunciato». Carlo Fidanza, capodelegazione di Fratelli d’Italia al Parlamento Ue, ha rinfacciato la «bocciatura politica e culturale per chi ha scelto di fare propaganda sulla pelle degli italiani e dei migranti, opponendosi a ogni misura concreta per ristabilire legalità e controllo». Se l’è cavata con una battuta il primo ministro albanese, Edi Rama, abituato al siparietto dell’inchino alla Meloni: «Abbiamo una lunga storia d’amore con l’Italia», ha detto durante un’intervista al Forum economico di Delfi, in Grecia. «Non ci chiedono molte cose, ma quando lo fanno diciamo di sì, perché loro ci sono stati per noi in momenti molti difficili. All’Italia diciamo sempre di sì. Naturalmente, quando il premier è una donna», ha scherzato, «è ancora più impossibile dire di no». L’opposizione tira dritto, da Elly Schlein a Riccardo Magi ad Avs: l’intesa con Tirana per tutti è un flop e il parere di ieri non è l’ultima parola.
Il responso del giurista cipriota Nicholas Emiliou origina dal ricorso della Cassazione sulla vicenda di due stranieri, dapprima spediti nel Centro per i rimpatri di Bari e poi tradotti a Gjadër. La Corte d’Appello non ne aveva convalidato il trattenimento e il ministero dell’Interno si era rivolto agli ermellini. I quali, dubitando della compatibilità del protocollo Italia-Albania con le direttive Ue del 2008 e del 2013, hanno sottoposto la questione alla Corte di giustizia. Sconfessando, sulla questione del «diritto a rimanere», una loro precedente pronuncia.
Ricapitoliamo: l’8 maggio 2025, la Cassazione equiparava la struttura balcanica a quelle presenti sul nostro territorio; e confermava che i migranti potevano esservi tenuti pure se, nel frattempo, avevano presentato domanda di protezione internazionale, in conformità con la norma Ue che dà loro titolo a rimanere, nell’attesa che la loro richiesta sia esaminata. Una ventina di giorni dopo, era avvenuto il ribaltone: una seconda ordinanza aveva rimandato tutto al tribunale di Lussemburgo. Consentendo alla Corte d’Appello di Roma, competente sul Cpr albanese, di sospendere ogni successivo trattenimento, compreso quello di criminali patentati, stupratori e pedofili, fino al verdetto dell’Europa.
L’avvocato generale, nelle sue considerazioni scritte, ha fissato alcuni principi importanti. Primo: ha affermato che «nessuna disposizione della direttiva 2008/115 preclude espressamente agli Stati membri di gestire centri di permanenza temporanea ubicati al di fuori del loro territorio», per trattenervi individui da rimpatriare. Nessuno dei requisiti indicati dalla legge, infatti, «riguarda […] la collocazione geografica di tali strutture». Secondo: Emiliou ha ribadito che l’Albania è sufficientemente vicina all’Italia, oltre a essere «parte contraente» della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, nonché Paese candidato ad aderire all’Ue; insomma, i migranti non vanno a finire nella fossa dei leoni. Terzo: il giurista ha sottolineato che «né il diritto dell’Unione né […] il diritto internazionale impongono agli Stati membri di attuare le procedure di frontiera o di rimpatrio esclusivamente nel proprio territorio». Così, il «diritto a rimanere», sul quale si era interrogata la Cassazione, «non può essere equiparato […] a un diritto a restare o a essere riportato nel territorio» dello Stato membro, in tal caso l’Italia. Conclusione: l’intesa con Rama è legittima, a condizione che - si legge nel comunicato della Corte - i migranti conservino il diritto «all’assistenza legale, all’assistenza linguistica e ai contatti con i familiari e le autorità competenti». E che minori e vulnerabili (già esclusi dai trasferimenti a Gjadër) abbiano accesso ad «assistenza medica» e «istruzione».
Prossime tappe: la sentenza finale della Corte Ue e l’entrata in vigore, a luglio, del nuovo regolamento comunitario sulle migrazioni, con una ulteriore stretta ai confini. In gioco, per la Meloni, c’è la rielezione.




