«In alcuni casi, la cosa migliore per il Vaticano sarebbe quella di attenersi alle questioni morali, lasciando che il presidente degli Stati Uniti si occupi di decidere le politiche pubbliche americane». Alla fine, al cattolico JD Vance è toccato dire la sua sull’attacco di Donald Trump al Papa, accusato di essere «debole con i criminali» e «pessimo in politica estera».
Non era facile cavarsela: se il vicepresidente avesse difeso il pontefice, avrebbe dovuto dare torto al suo principale; ma per non sconfessare il tycoon, doveva tacitare i suoi sentimenti religiosi. Come prevedibile, non ne è uscito benissimo: il commento che ha affidato a Fox news ricorda in maniera paradossale la dottrina prodiana del «cattolico adulto». Quello che, in politica, si emancipa dal magistero della Chiesa e dai suoi insegnamenti immutabili. Da questo punto di vista, il conservatore Vance potrebbe intendersi con il progressista Joe Biden. A meno di considerare «questione morale» soltanto l’aborto - che l’ex presidente sosteneva mentre continuava serenamente a ricevere la comunione - ma non il ricorso a una guerra ingiusta.
L’effetto che sortirebbe la nuova linea Maga è lo stesso che hanno sempre auspicato i mangiapreti di sinistra, almeno finché i cattolici si concentravano sui ratzingeriani valori non negoziabili, anziché predicare l’immigrazione di massa: ridurre la Chiesa al silenzio. Esattamente ciò che ha ribadito Trump ieri al Corriere: Leone XIV «non ha idea di costa sta succedendo in Iran», «non capisce che in Iran hanno ucciso 42.000 manifestanti lo scorso mese». «Non capisce e non dovrebbe parlare di guerra». Ecco: non dovrebbe parlare. Se non per dire: «Volemose bene».
Dopodiché, le frasi di Vance meritano di essere riportate per intero, perché il ragionamento che ha svolto l’altra notte, durante il programma Special report with Bret Baier, era più complesso di quanto lasci intuire il passaggio estrapolato. «Credo», ha dichiarato il numero due di Washington, «che il presidente abbia la prerogativa di stabilire la politica estera americana; ha la prerogativa di stabilire le politiche migratorie americane; deve occuparsi degli interessi degli Stati Uniti d’America. E ciò, inevitabilmente, significa che quando il Vaticano interviene su questioni di politica pubblica, a volte ci sarà accordo e a volte ci sarà disaccordo. Non penso che sia una cosa che fa particolarmente notizia». Il senso delle parole del vice di The Donald è chiaro: cercava di gettare acqua sul fuoco, di derubricare a fenomeno «naturale», che «accadrà di nuovo in futuro», l’inaudito contrasto con il Palazzo Apostolico.
Se a Vance, a un certo punto, è scappato il piede sull’acceleratore, non è solo per via del suo doppio conflitto d’interessi culturale. Oltreoceano, un cattolico, specie un cattolico di destra, vive sotto esame. Vige un’antica ossessione anglosassone per la presunta duplice lealtà dei «papisti»: sono fedeli a Roma oppure alla nazione? È la congettura ereditata dall’epoca dei conflitti religiosi nella madrepatria britannica; la convinzione che spingeva il filosofo John Locke, altrimenti considerato il padre del liberalismo, a escludere dall’applicazione del principio di tolleranza proprio i cattolici, in quanto sudditi ambigui della Corona. Uomini che, in caso di frattura insanabile con il pontefice, avrebbero di sicuro preferito il vicario di Cristo al re. Forse, è la carta che i protestanti stanno giocando anche dentro l’amministrazione repubblicana, per mettere alle corde un aspirante candidato alle presidenziali del 2028. È un argomento più difficile da ritorcere contro Marco Rubio, meno identificabile per i suoi principi religiosi rispetto a Vance.
Visto che gli evangelici sono stati capaci di sfruttare il narcisismo del tycoon, trattandolo alla stregua di un profeta, potrebbero avergli messo la pulce nell’orecchio: attento, perché tra Gesù e l’imperatore, JD sceglierebbe Gesù. Sorge allora il sospetto che sia Trump stesso a brigare affinché il delfino si bruci. In fondo, egli si considera insostituibile e non ama chi coltiva l’ambizione di raccoglierne il testimone. Ha spedito il vice a svolgere i lavori più sporchi: era stato affidato a lui il compito di incalzare Volodymyr Zelensky, al primo tragico colloquio nello Studio ovale; è stato Vance a dover mettere la faccia sulla sconfitta di Viktor Orbán; e si è intestato lui la difficilissima trattativa con l’Iran, coprendo il fiasco del genero di Trump e dell’inviato speciale, Steve Witkoff. Se si giungesse a un’intesa, in che misura potrebbe rivendicarla? Il presidente tollererebbe che qualcuno gli rubi la scena?
Vance cammina sui gusci d’uovo, dunque. Ma la Chiesa deve prestare attenzione a non lasciarsi strumentalizzare dai dem. È ridicolo ipotizzare che Leone si sia lasciato convincere a scontrarsi con la Casa Bianca dall’ex consigliere di Barack Obama, David M. Axelrod, ricevuto qualche giorno fa in Vaticano. Lo spin doctor, ieri, ha sottolineato che l’udienza «era stata programmata mesi fa» e che non era «legata ad alcuna ipotesi di incontro» del Papa con Obama. È evidente, però, che l’insistenza dell’episcopato statunitense sulla questione migratoria, analoga a quella della Cei, rischia di aggravare la frattura con il popolo dei fedeli. Questi ultimi, nonostante tutto, sembrano fidarsi ancora di Trump: stando all’ultimissimo sondaggio di Politix, il 58% dei cittadini che vanno a messa una volta a settimana ne approva l’operato. È addirittura più del 55% dei voti cattolici ottenuti da The Donald nel 2024.
Certo, la Santa Sede non è tenuta a inseguire gli elettori. E una democrazia, come ha sottolineato ieri Leone, «rimane sana solo quando è radicata nella legge morale». Essere universali è più difficile che guidare una nazione: nella Chiesa c’è Vance, ma c’è pure Rosy Bindi…
Il Vaticano ci aveva provato, a chiudere il caso Avignone. È stato Donald Trump a riaccendere la miccia con gli insulti Papa, che ha definito «debole sulla criminalità», «pessimo in politica estera», accusandolo addirittura di dire «che va bene avere un’arma nucleare». Come si spiegano le frasi sconcertanti uscite su Truth, compreso il passaggio secondo il quale «Leone non sarebbe in Vaticano se io non fossi alla Casa Bianca»? Sono un vaneggiamento egocentrico del presidente? O c’è qualcosa di più profondo?
Non è del tutto falso che la provenienza di Robert Francis Prevost abbia inciso sul conclave. Ma non nel senso inteso dal tycoon, che continua a sovrapporre il destino della nostra civiltà alle sue fortune individuali. I cardinali nordamericani, terminato il pontificato anomalo di Francesco, rivolto alle periferie esistenziali, volevano un ricentramento geografico e culturale della Chiesa. Il proporato di Chicago era apparso il candidato più adeguato a ricucire gli strappi tra progressisti e tradizionalisti; e vista la sua esperienza pastorale in America latina, egli avrebbe potuto affrontare la deriva valoriale dei Paesi secolarizzati senza abbandonare il Sud del mondo.
La filosofia di Leone XIV, comunque, è apparsa chiara sin da quel saluto rivolto ai fedeli dalla Loggia delle Benedizioni, appena dopo la fumata bianca: «La pace sia con tutti voi!». Il pontefice lo ha ribadito ieri, premurandosi di evitare la zuffa con il presidente americano: «Parlo del Vangelo e quindi continuerò a parlare ad alta voce contro la guerra». Il successore di Pietro non ha nessuna preclusione rispetto alla possibilità di collaborare con The Donald. Anzi, all’inizio della settimana di Pasqua, aveva rivelato di averlo sentito al telefono e di aver intravisto, in quella conversazione, degli spiragli per la tregua in Iran, che poi si è concretizzata. Nella misura in cui Trump avesse mantenuto la promessa di porre fine ai conflitti, avrebbe trovato spalancate le porte del Palazzo Apostolico; nel momento in cui ne ha iniziato un altro, Leone è rimasto coerente con il suo «obbligo morale» di difendere la pace. Il cortocircuito innescato dalla svolta bellicista, semmai, è un problema per l’inquilino della Casa Bianca. Reduce, infatti, da un’intemerata nei confronti degli opinionisti Maga, restii a sostenere a oltranza Israele e preoccupati per la palude persiana.
È evidente che il presidente fatica a spiegarsi come mai il Vaticano non lo appoggi in maniera incondizionata, se il 54% degli elettori cattolici americani ha votato per lui. È anche per questo che i suoi uomini del Pentagono, a gennaio, avevano sollecitato il sostegno vaticano con toni irrituali. Il documento geopolitico di dicembre già esortava gli alleati ad allinearsi agli Usa. Forse, non significava soltanto compattarsi sulle priorità strategiche di Washington, a cominciare dalla questione cinese. Trump intende l’egemonia sull’emisfero settentrionale nei termini di un deferente e permanente ossequio tributatogli dai Paesi che rientrano nella sfera d’influenza americana. Può darsi abbia ragione Massimo Cacciari: così, lo Stato mondiale, l’utopia dell’Anticristo di Vladimir Soloviev, finirebbe per realizzarsi come «lo Stato di uno solo». Potrebbe il vicario di Gesù assecondare un progetto del genere? Non può fare da stampella etica all’agenda internazionale del tycoon. E nemmeno soprassedere su certi suoi eccessi nel contrasto all’immigrazione clandestina, pur in sé necessario.
Va dato atto a padre Antonio Spadaro, già direttore de La Civiltà Cattolica, di aver spiegato bene che la subalternità pretesa da The Donald è impossibile: la Chiesa può permettersi di criticare il potere (il modo sbagliato di esercitarlo, chiunque lo detenga) senza diventare un contropotere (senza, cioè, ridursi alla contrapposizione ideologica con un leader «antipatico»). E la Chiesa può permetterselo perché sta «nel mondo» senza essere «del mondo». Perché è cattolica, ossia universale; non nazionale, dunque compromessa con l’autorità dominante, come le sette protestanti.
Trump è caduto nello stesso peccato dei grandi del passato: degli imperatori romani, preoccupati poiché i cristiani rigettavano il culto pubblico pagano e quindi minacciavano la loro supremazia; di Enrico VIII, che ruppe con Roma per il rifiuto del Papa di piegare la dottrina alle esigenze della sua politica matrimoniale. Il modello ideale della Chiesa è quello di San Giovanni Battista: un profeta cui non importava deporre Erode, ma che non aveva paura di rinfacciargli la sua empietà. Persino il re era arrivato a temerne la caratura morale. Nello stesso modo in cui Trump è angosciato dalle reprimende della Santa Sede.
Il presidente Usa, poi, rischia di ritrovarsi una grana davvero analoga a quella degli imperatori romani: l’obiezione di coscienza dei militari. L’episcopato statunitense non ha incitato alla ribellione i membri dell’esercito. Tuttavia, le critiche degli alti prelati all’operazione in Iran sono state demolitive. Molto rilevante quella dell’arcivescovo Timothy Broglio, dato che è l’ordinario militare: a suo avviso, la campagna in Medio Oriente non è giustificabile in base alla teoria cattolica della guerra giusta. Il monsignore ha sottolineato che in America «non si può obiettare a una specifica guerra o a una specifica azione»; una volta arruolati, si deve compiere il proprio dovere. Broglio ha però pregato i soldati di «causare meno male possibile» e di «proteggere le vite innocenti». Si è pronunciato pure il cardinale Robert McElroy, titolare della diocesi di Washington, confermando le riserve su Epic fury e ricordando che, per essere legittimo, un intervento armato deve «avere uno scopo mirato, che è ripristinare la giustizia e ripristinare la pace». È difficile immaginare una rivolta su larga scala. Ma il Pentagono ha appena fatto scattare la registrazione automatica per la leva. E va segnalato che, nella storia americana, ci sono stati momenti di drammatica tensione in materia di coscrizione: pertinente, in questo contesto, è la protesta animata dal movimento Catholic left ai mtepi della guerra in Vietnam, con gli attivisti che irrompevano negli uffici dell’esercito e cospargevano di sangue i documenti di arruolamento.
Ormai è palese che la guerra agli ayatollah ha approfondito la faglia tra le due anime del conservatorismo Usa: quella cattolica e quella evangelica; quella di JD Vance e quella del ministro della Difesa, Pete Hegseth, le cui preghiere per la vittoria hanno indignato la Chiesa. Si capisce per quale motivo Trump sia più in sintonia con la comunità riformata: essa lo asseconda e lo compiace. Mentre non è chiaro quanto pesi un altro fattore psicologico: da che è scampato all’attentato, The Donald magari si è convinto, o è stato convinto dai pastori, di essere in missione per conto di Dio? In tal caso, le sue immagini dissacranti - quella di lui in abiti da Papa, uscita pochi giorni prima dell’elezione di Prevost, e quella comparsa ieri, ma rimossa dal Web, col presidente nei panni di Gesù taumaturgo dell’America - sarebbero ben più di uno scherzo di pessimo gusto. E ci sarebbe da avere paura sul serio.
Al tavolo di Islamabad c’è un convitato di pietra. Ha gli occhi a mandorla e un asso nella manica: gli armamenti che sarebbe in procinto di fornire all’Iran per neutralizzare gli attacchi statunitensi.
Le pressioni della Cina sono state fondamentali per convincere gli ayatollah a negoziare con gli americani. Pechino fa parte della cerchia di «amici» ai quali Teheran è disposta a concedere il transito nello Stretto di Hormuz. E circa il 38% dei barili di greggio che passano per quel braccio di mare è destinato al Paese di Xi Jinping. L’introduzione dei pedaggi potrebbe persino consolidare l’attuale ascesa dello yuan quale valuta di riserva, se fossero pagati in quella valuta piuttosto che in cripto. Il disordine geopolitico, comunque, non fa quasi mai aggio al Dragone, già primo acquirente di petrolio venezuelano, dal quale deriva il 4% del suo fabbisogno totale; ragion per cui, al Politburo, non avranno festeggiato la destituzione di Nicolás Maduro.
Dopodiché, il regime comunista sa come ritorcere contro l’Occidente la strategia del caos, che magari Donald Trump sperava di sfruttare. A marzo, ad esempio, per reagire alla crisi e prevenire l’inflazione interna, i cinesi hanno iniziato a ridurre le esportazioni di fertilizzanti e di carburanti raffinati, la cui vendita all’estero resterà ancora bloccata nel mese di aprile. E ora, la Cnn svela che Xi ha a disposizione un’ulteriore leva: quella bellica. Citando «fonti a conoscenza delle valutazioni dell’intelligence», l’emittente Usa ha riferito che, nelle prossime settimane, attraverso una serie di triangolazioni, la Cina consegnerà alla Repubblica islamica dei sistemi di difesa aerea. In particolare, delle piattaforme portatili, i Manpads, corrispettivo di quegli Stinger con cui Washington aveva riempito gli arsenali di Kiev e che gli ucraini hanno usato con profitto, per contrastare l’invasione russa. Sono mezzi utili a colpire i velivoli nemici a bassa quota; può essere stata la combinazione tra questi lanciamissili e i radar a infrarossi a facilitare l’abbattimento di un F-35 e dell’F-15 caduto qualche giorno fa.
Il punto è che la fiducia nel sostegno di Pechino, ancorché seccamente smentito dall’ambasciata del Dragone a Washington, potrebbe indurre gli sciiti a bluffare in Pakistan. E a prendere tempo per riorganizzarsi, in vista di una ripresa delle ostilità che, secondo quanto hanno riferito organi di stampa iraniani, i pasdaran sarebbero in grado di reggere per almeno altri sei mesi. Per un mondo che è già sull’orlo dell’abisso economico dopo una quarantina di giorni di bombardamenti, sarebbe un’eternità.
La vera domanda, allora, è: a che gioco gioca la Cina? Lavora per la pace, oppure trama per il pantano? La verità è che Xi può guadagnare a prescindere da come andrà a finire.
Se JD Vance e Mohammad Bagher Ghalifab si mettessero d’accordo sul serio, egli potrebbe rivendicare il ruolo di discreto mediatore. Un gol a porta vuota, nella partita per consolidare la reputazione di potenza benevola, una fama che illustri politologi cinesi, a cominciare da Yan Xuetong, considerando essenziale assicurarsi. In più, un progressivo ritorno alla normalità faciliterebbe i flussi commerciali, consentendo a Pechino di continuare a piegare ai propri interessi i meccanismi della globalizzazione: giusto l’altro ieri, Eurostat comunicava che il deficit dell’Ue verso la Cina è salito dai 312,2 miliardi del 2024 ai 359,8 del 2025. Intanto, le tensioni con gli Usa, cavalcate dal governo di sinistra di Pedro Sánchez, stanno accelerando la trasformazione della Spagna in un proxy del regime rosso nel Vecchio continente. I rafforzati legami verranno senza dubbio capitalizzati anche a calma ripristinata, in un contesto di rapporti che, tra le due sponde dell’Atlantico, sarà mutato profondamente, sebbene non compromesso.
E se le trattative fallissero? Il Dragone potrebbe indurre il suo avversario a impantanarsi; l’invio di contraeree rientrerebbe in tale strategia. È quello che hanno fatto gli americani con i russi nel Donbass. Ed è probabilmente il modo in cui le grandi potenze nucleari si combatteranno di qui in avanti. Non sarebbe una novità totale: è un copione già visto, durante la guerra fredda, in Corea, in Vietnam e in Afghanistan. Sarebbe coerente con la dottrina di Sun Tzu, il Clausewitz cinese: «L’arte della guerra è sottomettere il nemico senza combattere».
Due piccioni con una fava: la tattica contribuirebbe a tenere l’America lontana dall’Indo-Pacifico e da Taiwan. Xi, reduce da un incontro con la leader dell’opposizione di Taipei, ha ribadito che l’isola non potrà mai essere indipendente. E se gli Usa si rivelassero inabili a difenderla, l’intero equilibrio asiatico ne uscirebbe sconvolto, con risvolti pesanti per Tokyo e Seul. Allora sì che al Politburo stapperebbero champagne.





