Volodymyr Zelensky intitola un’unità militare agli «eroi dell’Upa», organizzazione accusata del massacro di oltre 100.000 polacchi durante la Seconda guerra mondiale. Pure l’europeista Donald Tusk sbotta: «È preoccupante».
In guerra tutto è permesso? Quasi. A Volodymyr Zelensky, ad esempio, qualche paletto ieri lo ha messo Donald Tusk, strenuo sostenitore della causa ucraina - più per odio della Russia che per amore dell’Ucraina - ma piccato per l’ultimo omaggio reso dal presidente, con un decreto che reca la data del 27 maggio, al controverso passato del suo Paese: attribuire il titolo onorifico di «Eroi dell’Upa» al Centro operazioni speciali Nord, un’unità d’élite delle forze armate in trincea contro le truppe di Vladimir Putin.
Solo che c’è un problemino: l’Ukrainska povstanska armiia, l’Esercito insurrezionale ucraino dell’acronimo, tra il 1943 e il 1945, insieme ai nazisti, perpetrò un autentico massacro contro i civili polacchi, ebrei inclusi, nelle regioni di Volinia, Galizia orientale, Polesia e Lublino. E lo fece con il sostegno della popolazione locale ucraina. Le vittime dell’Upa furono circa 100.000.
Perciò, stavolta, con l’ex comico, Tusk non riesce proprio a prenderla sul ridere. «La decisione di intitolare un’unità militare agli “Eroi dell’Upa”», ha tuonato il primo ministro di Varsavia, «è motivo di preoccupazione per le nostre relazioni e ferisce la nostra sensibilità storica». Stizzito pure il portavoce del ministero degli Esteri: «Questa decisione», ha lamentato Maciej Wewior, «offende la memoria delle vittime di questa organizzazione e mina il dialogo tra le nostre nazioni». La mossa di Zelensky ha mandato su tutte le furie anche il presidente della Repubblica polacco, Karol Nawrocki: il politico, vicino alla destra del partito Diritto e giustizia, si è detto «indignato» per la trovata di Zelensky, al quale ha proposto di «revocare l’Ordine dell’Aquila bianca», la più alta onorificenza nazionale, conferita al comandante in capo ucraino il 5 aprile 2023 dal predecessore di Nawrocki, Andrzej Duda. La questione sarà discussa l’8 giugno, quando si terrà la riunione del gruppo cavalleresco. Tusk, alla fine, ha provato a smorzare: «Se litighiamo sul passato, qualcun altro conquisterà il futuro. Il presidente dell’Ucraina deve finalmente capirlo. Anche il presidente della Polonia deve capirlo. Prima che sia troppo tardi». O prima che venga aperta l’autostrada che dovrebbe portare l’Ucraina nell’Unione europea. Alla faccia dello «Stato di diritto», già brandito come un grimaldello contro i governi sgraditi, dall’Ungheria alla stessa Polonia. Per non parlare della lotta alla corruzione: solo i socialisti spagnoli, su quel fronte, sembrano in grado di fare concorrenza all’esecutivo di Zelensky.
Nel bel mezzo di un conflitto in cui, per la prima volta da mesi, il Paese aggredito riprende l’iniziativa, anche grazie a una spregiudicata strategia di bombardamenti in profondità che non hanno risparmiato obiettivi civili, si è dunque riaccesa la polemica sulle ambigue origini del nazionalismo ucraino. Come ai tempi in cui, nelle acciaierie di Mariupol, il Battaglione Azov resisteva disperatamente agli assedianti russi, tra un’intervista agli ammirati reporter occidentali e una lettura edificante: i combattenti erano lodevolmente passati dal Mein Kampf al Mein Kant.
L’Upa, formazione paramilitare nata dopo l’aggressione nazista all’Unione sovietica, era legata all’Organizzazione dei nazionalisti ucraini, specie alla fazione di Stepan Bandera: collaborazionista, antisemita ossessionato dal complotto giudeo-bolscevico, eroe nazionale mancato, perché il titolo che gli fu assegnato nel 2010 dall’allora presidente, Viktor Yushchenko, venne annullato da un tribunale dopo le pesanti critiche di un’organizzazione per la memoria dell’Olocausto e dell’Unione europea. Che adesso tace imbarazzata e distratta dall’incidente del drone in Romania.
Sotto il comando di Roman Shukhevych, la milizia si rese protagonista della pulizia etnica a danno dei polacchi. L’Upa vedeva nell’invasione dei tedeschi l’opportunità di scalzare il dominatore sovietico e di fondare uno Stato nazionale; e in effetti, quando capì che l’indipendenza ucraina non era un interesse primario di Adolf Hitler, i suoi membri arrivarono a scontrarsi anche con le armate naziste.
Ufficialmente, Zelensky ha assegnato la qualifica che ha fatto infuriare Varsavia all’unità per le operazioni speciali Nord per i meriti nella difesa del Paese. Ma ciò che lascia davvero interdetti è un riferimento alla volontà di «ripristinare le tradizioni storiche dell’esercito nazionale». A Kiev - per fortuna di Kiev - non c’è Carlo Calenda, fresco di tatuaggio col simbolo delle forze armate ucraine, ma qui siamo ben oltre le provocazioni del generale Roberto Vannacci sulla X Mas: sarebbe come se Sergio Mattarella stabilisse che il Comsubin, il raggruppamento degli incursori di Marina, anziché a Teseo Tesei, debba essere intitolato a Junio Valerio Borghese, che guidò il corpo franco confluito nella Repubblica di Salò.
Tutto avviene, per di più, mentre l’Ucraina, candidata a entrare nell’Ue, si appresta a ricevere il prestito da 90 miliardi di euro, sbloccato grazie alla rimozione del veto ungherese da parte del nuovo premier, Péter Magyar. Il quale, a sua volta, otterrà 16 miliardi di fondi Ue congelati a Viktor Orbán, benché abbia incassato i complimenti del Cremlino, felice che Budapest continuerà a non inviare aiuti militari a Kiev. A questo punto, Magyar potrebbe persino venderselo come un gesto antifascista.
C’era una volta l’Europa. Adesso ce ne sono almeno due. C’è quella della Londra multietnica e multiculturale, con il 15% di residenti musulmani e con il sindaco Sadiq Khan, di origini pakistane, islamico, che posta sui social le sue foto del pellegrinaggio alla Mecca. E c’è quella dell’Ungheria che difende le sue radici cristiane.
Anche costringendo il nuovo premier, Péter Magyar, quello che doveva riportare il sereno nei burrascosi rapporti con l’Ue dei laicisti militanti, a rimangiarsi la proposta di modificare la Carta fondamentale della repubblica, purgandola dai riferimenti alla «cultura cristiana».
Il mayor della City, sui social, si è detto «davvero onorato e fortunato per aver potuto praticare lo Hajj», il pellegrinaggio musulmano nella città santa, che tutti i fedeli devono compiere almeno una volta nella vita. «Alhamdulliah», ha scritto Khan: «Sia resa grazia a Dio». «Lo Hajj», ha continuato il sindaco laburista, in carica da dieci anni, «è un viaggio che genera un profondo cambiamento nella vita e che simboleggia eguaglianza, unità e la nostra umanità collettiva. Lo Hajj, nella sua sostanza, simboleggia l’umiltà, il perdono e la rinascita attraverso il miglioramento di sé. Ovviamente», ha promesso Khan, «ricorderò tutti i bisognosi di Londra e del mondo nelle mie preghiere e nelle mie due», le suppliche personali che i credenti rivolgono ad Allah.
Nulla di strano, nulla di riprovevole: il primo cittadino della capitale britannica non ha mai fatto mistero della propria appartenenza religiosa e non ha certo reso la città meno liberale, meno laica e meno gay friendly per il fatto di essere un seguace di Maometto. La sua visita alla Mecca è piuttosto l’emblema di una trasformazione demografica e culturale del Regno Unito. Ed è un episodio che arriva a pochi giorni dalla bizzarra cerimonia di insediamento del collega di Birmingham, la seconda città più popolosa del Paese: il Lord mayor, Zaker Choudri, di origini pakistane come Khan, si è portato in Consiglio comunale un officiante islamico, che ha deliziato l’assemblea intonando una litania. Sono fotografie di una grande metamorfosi; istantanee di una sottomissione che, per usare una formula adesso tanto di moda, non abbiamo visto arrivare. Non c’è stato bisogno di jihad, men che meno di attentati. È successo e basta, sotto i migliori auspici della politica progressista, che ci catechizzava sull’urgenza di spalancare i confini, di allargare gli orizzonti, di diventare inclusivi e di abbandonare le nostre mentalità chiuse e passatiste.
Quello della globalizzazione, tramutatasi nel grimaldello di un colonialismo al contrario, non è però l’unico modello possibile. La musica cambia parecchio, se da Londra ci si sposta più a Est. Stesso continente, altro mondo. In terra magiara, infatti, le petizioni popolari da oltre 40.000 firme e le proteste di Fidesz, il partito dello sconfitto Viktor Orbán, che comunque occupa 52 seggi in un Parlamento tutto sbilanciato a destra, hanno costretto Tisza, lo schieramento del nuovo primo ministro, a rinunciare a una delle sue promesse elettorali. Ossia, rimuovere un paragrafo che era stato aggiunto alla Costituzione, nel 2024, dall’Ufficio per la protezione della sovranità, anch’esso in predicato di essere abolito, che recita: «È dovere di tutti i corpi dello Stato proteggere l’identità costituzionale e la cultura cristiana». Magyar in persona ha dovuto farsi garante di una modifica all’emendamento abrogativo, la cui paternità, peraltro, spettava a suo cognato, il deputato Márton Melléthei-Barna.
Il premier non avrà perso il sonno per questo: nella foga di celebrare il rientro di Budapest nei ranghi europeisti, si dimentica troppo spesso che Magyar non è certo la colonna ungherese del campo largo. È un conservatore, già esponente di Fidesz, con una vita privata chiacchierata per via di presunte soperchierie sulla ex moglie, impegnato in un’opera di «de-orbanizzazione» del Paese, funzionale più all’obiettivo di dargli un’impronta personale che rispondente ad autentiche prese di posizione etiche.
Gli eurocrati potranno consolarsi con un’altra retromarcia, stavolta rispetto agli strappi di Orbán: il Parlamento magiaro, infatti, ha bloccato le procedure di ritiro dalla Corte penale internazionale, avviate dal precedente esecutivo, in polemica con l’incriminazione di Benjamin Netanyahu.
L’Ungheria non è l’unico Stato, nella parte orientale del Vecchio continente, ad aver mantenuto vivi i riferimenti al fondamento religioso della civiltà europea. Il preambolo della Costituzione polacca, ad esempio, riconosce «il ruolo del cristianesimo nel preservare la nazione». La Carta slovacca rivendica «l’eredità spirituale di Cirillo e Metodio», gli «apostoli degli slavi», i due fratelli bizantini, evangelizzatori delle regioni storiche di Pannonia e Moravia e inventori dell’alfabeto glagolitico. In modo più generico, la Repubblica Ceca allude alla «ricchezza spirituale» della sua cultura. Tali richiami hanno già provocato frizioni con le istituzioni Ue, fedeli - loro sì, in un senso paradossalmente e fanaticamente religioso - al principio della laïcité. D’altronde, quando Giorgia Meloni, durante una manifestazione del centrodestra a Roma, nel 2019, si permise di definirsi «cristiana», venne fuori un putiferio. Perché c’è Europa ed Europa. C’è l’Europa di chi si vergogna della Storia da cui proviene. C’è l’Europa di chi ne va fiero. E c’è l’Europa di chi occupa con il Corano il vuoto lasciato dal nichilismo. C’è l’Europa di San Francesco, che provava a convertire il Sultano. E c’è l’Europa dei volenterosi, sul piede di guerra con la Russia e felici dei loro sindaci che cantano insieme ai muezzin e vanno in pellegrinaggio alla Mecca. Non è nemmeno un’Europa islamizzata. È solo un’Europa che non crede più in niente.
È un Papa democristiano? È un Papa progressista, anche se un po’ meno radicale di Francesco? O è un Papa woke, come gli rinfacciano i Maga?
Dato che Robert Francis Prevost è cattolico, incasellarlo è un’operazione di discutibile riduzionismo. Ma nella sua prima enciclica, Magnifica humanitas, dedicata all’Intelligenza artificiale, Leone XIV tratteggia anche i contorni del suo pensiero politico. Che risponde a un’esigenza: salvare il realismo (cristiano) dalle distorsioni della Realpolitik.
Il pontefice, in primo luogo, contesta l’utilizzo pretestuoso del pessimismo antropologico e geopolitico per giustificare la «cultura della potenza». Al «falso “realismo”», quello che scambia «la constatazione con la rassegnazione: poiché la forza domina, conclude che deve dominare», ne contrappone uno «sano». Il realismo autentico», sostiene il vicario di Cristo, «non rinuncia a cambiare il mondo: comincia dal vedere con chiarezza interessi, paure, vincoli e rapporti di forza», ma non allo scopo di indurre una pelosa rassegnazione al «cinismo», bensì «per calcolare che cosa sia possibile ottenere e con quali passaggi». Questo approccio «non riduce la politica alla moralità», ricusando l’autonomia filosofica conquistata in età moderna, grazie al contributo pionieristico dei Niccolò Machiavelli, dei Francesco Guicciardini, dei Thomas Hobbes; «ma neppure la consegna alla violenza: cerca via praticabili perché la pace sia più di una parola, cioè istituzioni credibili, garanzie verificabili, negoziati pazienti, prevenzione dei conflitti e tutela dei civili».
In uno scritto il cui fulcro sono le sfide legate alle nuove tecnologie, il Papa non ha modo di approfondire più di tanto questi abbozzi di teoria politica. Di certo, a suo avviso, il problema del falso realismo è strettamente correlato a quello della «normalizzazione della guerra» da parte di una «cultura violenta della potenza, dove la pace non appare più come un compito da assumere, ma come un intervallo precario tra conflitti».
Diventa cruciale, allora, sottolineare la differenza che passa tra la deformazione del realismo allo scopo di legittimare l’imperialismo e il disincanto di un’analisi capace di separare il piano osservativo da quello normativo. Se, con Tucidide, si prende atto che la forza fa il diritto, non è necessario anche sposare questa posizione e - men che meno - auspicare che chi comanda vi si adegui. Conoscere il mondo per quello che è, anzi, aiuta a trovare strategie più efficaci per migliorarlo, purché entro i limiti del possibile. Non a caso, sul Machiavelli impudente consigliere di un principe senza scrupoli, si diffusero ben presto le cosiddette interpretazioni «oblique», per le quali il diplomatico fiorentino, fingendo di consegnare al sovrano un manuale sull’accrescimento amorale del potere, ne svelava invece la profonda iniquità.
Anche senza ipotizzare, alla Leo Strauss, doppi livelli di lettura, bisogna riconoscere che il nocciolo del realismo politico è sempre stato questo: partire dalla situazione di fatto, non per costruire il mondo perfetto, ma per evitare che il mondo stesso finisca in rovina. E magari per provare, con prudenza, a emendarlo. Emerge qualcosa della canonica cautela conservatrice: la convinzione che la rivoluzione sia peggio delle riforme; che l’utopia conduca al disastro; che le ottime intenzioni lastrichino la strada per l’inferno. La circospezione gnoseologica e pratica, tuttavia, non equivale all’appiattimento sulla Storia, della quale la volontà sarebbe, hegelianamente, mera spettatrice. Non occorre respingere il cambiamento; semmai, si deve dirigerlo. Anzi, come scrisse Edmund Burke, capostipite dei conservatori britannici, «uno Stato che non ha mezzi per cambiare è uno Stato che non ha mezzi per conservarsi».
Del realismo politico, è oggi più che mai urgente recuperare l’intuizione essenziale: quella che Richard Ned Lebow chiama «concezione tragica della politica» e che Robert Kaplan definisce «mente tragica». Si tratta della consapevolezza che la natura umana (in Hans Morgenthau e Reinhold Niebuhr) o la struttura del sistema internazionale (in John Mearsheimer) tendono a trascinare le comunità e gli Stati in una competizione per il primato e il prestigio, di cui la guerra è una conseguenza tutt’altro che improbabile. La politica, in una situazione del genere, ha un compito circoscritto ma fondamentale: non può aspirare a costruire un uomo nuovo, però può adattare le istituzioni in maniera che si prestino a dissolvere la prospettiva del conflitto totale. Si guardi l’ultimo saggio di Randall Schweller: un fautore del realismo «offensivo» che condanna il massimalismo ideologico americano nei confronti della Cina e propone una via per la coesistenza.
È qui, forse, che inciampa l’enciclica. Prevost bacchetta «la convinzione, errata, che la deterrenza nucleare sia condizione indispensabile di sicurezza». Non ci si può aspettare che un Papa benedica gli arsenali atomici, ma è evidente che lo spettro della mutua distruzione sia stato e rimanga un gigantesco deterrente, sebbene la proliferazione di questi armamenti alimenti la giusta preoccupazione che essi cadano nelle mani di autocrati sfrenati, oppure di terroristi. Altrettanto scricchiolante è l’elaborazione diplomatica del documento pontificia: è dubbio che il modo migliore per superare le difficoltà del nostro caotico contesto multipolare sia rinnovare le istituzioni multilaterali, dall’Onu in giù.
A Leone, comunque, non pare estranea una rappresentazione quasi girardiana - e molto realista - del dovere di perseguire la pace. Secondo il grande antropologo francese, denunciando l’innocenza della vittima espiatoria, il cristianesimo ha disinnescato il meccanismo ordinatore del sacro: il ricorso alla violenza collettiva contro un nemico quale antidoto alla violenza anarchica, distruttiva per la società. Dal Vangelo in avanti, sostiene René Girard, l’armonia può reggere soltanto se si rifiutano consapevolmente il «diritto di rappresaglia» e persino la «legittima difesa». In Magnifica humanitas, la «cultura del negoziato» e il «metodo della pace» vengono descritti esattamente come «un impegno condiviso, politico e culturale, capace di allontanare gradualmente l’umanità dalla spirale della violenza». Un’impresa che comincia, appunto, da una presa di coscienza.
È la sintesi perfetta del realismo cattolico: pensare in modo tragico per scongiurare la tragedia.



