- Al vertice informale dei capi di governo le «ricette» sulla competitività di Draghi, Letta e Von der Leyen. Italia e Germania tentano di ridare più potere agli Stati.
- All’Europarlamento la Von der Leyen rilancia il suo piano. Senza spiegare come attuarlo.
Lo speciale contiene due articoli.
Il vertice informale dei capi di governo, che si terrà oggi in Belgio nel castello di Alden Biesen, può essere inquadrato con una similitudine: affidare a Ursula von der Leyen, Enrico Letta e Mario Draghi soluzioni per migliorare la competitività della Ue è come affidare al capocantiere la ristrutturazione della vostra abitazione. Dimenticandosi che è lo stesso che vi aveva chiesto le chiavi di casa, promettendovi di riconsegnarvela più bella di prima, ma ve l’ha devastata.
La Von der Leyen è il presidente della Commissione che all’inizio del suo primo mandato ha varato il Green deal che ha azzoppato mezza industria continentale seppellendola sotto burocrazia e regole e inseguendo il mito della coesistenza tra competitività e decarbonizzazione. Di Enrico Letta ricordiamo ancora con un brivido di paura i 300 giorni del suo governo tra 2013 e 2014, con il Pil in calo rispettivamente del 1,9% e 0,4%. Di Mario Draghi non possiamo scordare la lettera dell’agosto 2011 al governo Berlusconi, con l’intimazione ad attuare una serie di misure di politica economica che fecero precipitare il Paese in anni di recessione e stagnazione, interrotti solo dalla ripresa post Covid. Per non parlare del famoso «pace o condizionatore acceso?», quando era capo del governo; abbiamo spento i condizionatori (e le fabbriche, con il gas oltre i 300 €/mwh nel 2022) senza ottenere la pace.
Da questo punto di vista sarà molto interessante misurare concretamente il possibile attrito tra il nuovo asse Roma-Berlino e la linea dettagliata ieri dalla stessa Von der Leyen, che ha parlato davanti all’Europarlamento in plenaria a Strasburgo e, a distanza di poche ore, ad Anversa per il tradizionale summit annuale degli industriali europei. Per sommi capi la linea della Commissione è questa: ampia deregolamentazione e semplificazione, apertura a grandi mercati internazionali (Mercosur, India, Messico, Indonesia) attraverso accordi di libero scambio, eliminazione delle barriere all’interno del mercato unico, unione del mercato dei capitali. Il tutto spinto dalla necessità di «fare presto» - che, per esperienza diretta, noi italiani sappiamo bene quanto sia diverso da «fare bene» - e dalla minaccia di andare avanti con chi ci sta. Cioè attivare la cosiddetta «cooperazione rafforzata», con un minimo di nove Stati aderenti, come già accaduto di recente in occasione delle garanzie per il prestito all’Ucraina.
Nemmeno una parola sugli Eurobond, su cui si era speso proprio due giorni fa Emmanuel Macron intervenendo su numerosi quotidiani europei. Un’idea, nemmeno così originale, che i tedeschi avevano prontamente respinto al mittente, cosa che fanno regolarmente da anni e che la loro Corte costituzionale non farebbe mai passare, tanti e tali sono i paletti che ha già posto in occasione dell’iniziativa una-tantum del Next Generation Eu. La posizione di Macron è peraltro comprensibile, considerato il modesto o nullo spazio di manovra offerto dal bilancio francese che, nonostante mesi di trattative e tentativi di contenimento, nel 2026 è previsto attestarsi al 5% di deficit/Pil e con una traiettoria di debito/Pil fuori controllo. Meno comprensibile è che, in Italia, Elly Schlein e Giuseppe Conte si siano subito precipitati ieri a sostenere questa causa persa.
Con queste premesse, e con le presidenziali francesi del 2027 già in vista e Macron fuori gioco, è normale che il Cancelliere Friedrich Merz abbia cercato una sponda con il presidente Giorgia Meloni. Per quanto le soluzioni - a trazione tedesca - siano per definizione da prendere con le pinze, l’accordo con l’Italia sulla possibilità di restituire poteri agli Stati nazionali pare cozzare con il famigerato «federalismo pragmatico» accentratore di Draghi, e può costituire un tentativo promettente di allentare la morsa di potere della Commissione.
Il cui presidente, ieri, si è ben guardata dal precisare che le «ricette» presentate servirebbero a correggere i frutti avvelenati del suo precedente mandato di presidente. Invece, ha addirittura accusato gli Stati membri di essere i colpevoli delle complicazioni perché spesso le direttive Ue sono state recepite aggiungendo regole, obblighi o controlli più severi di quelli minimi richiesti dalle Ue. Insomma, cornuti e mazziati. La Von der Leyen ha annunciato la proposta per il cosiddetto «ventottesimo regime»: come leggete anche qui sotto, si tratta di un corpo di regole applicabile uniformemente a qualsiasi impresa stabilita nei 27 Paesi, per costituirsi, finanziarsi, gestire le crisi. Decenni di stratificazione di diritto commerciale, civile, fallimentare, tipici di ogni Stato membro, all’improvviso messi da parte per consentire l’accesso a un nuovo corpo di regole tutto da scrivere in poche settimane. Non osiamo nemmeno immaginare la confusione che ne deriverà: altro che semplificazione.
Mani (quasi) libere sugli aiuti di Stato, con la scusa dei progetti «green» e grande attenzione per la spesa pubblica che privilegerà prodotti europei. Due misure protezioniste molto care a Berlino, che però mandano in soffitta anni di retorica sulle virtù del libero mercato. Attenzione riservata anche al sistema di scambio delle quote di CO2, con la promessa di restituire all’industria quei proventi. Pochi ripensamenti sul fronte delle energie rinnovabili, ma focus sull’interconnessione delle reti, anche questo un tema su cui Berlino e Parigi potrebbero non essere d’accordo.
L’industria italiana potrebbe trarne dei vantaggi, ma è meglio non illudersi troppo: i tedeschi ovviamente privilegeranno i loro interessi.
«Registrare un’impresa? In 48 ore». Un’altra promessa campata per aria
Il molto annunciato ventottesimo regime ipotizzato dall’Unione europea per le imprese sta per arrivare. «Il mese prossimo proporremo il ventottesimo regime: si chiamerà Eu Inc, un insieme unico e semplice di regole che si applicherà senza soluzione di continuità in tutta l’Unione, in modo che le imprese possano operare molto più facilmente in tutti gli Stati membri», ha detto ieri Ursula von der Leyen davanti al Parlamento europeo in seduta plenaria, nel corso del dibattito sulla competitività. Gli imprenditori potranno «registrare una società in qualsiasi Stato membro entro 48 ore, online», mentre il nuovo regime legale «consentirà operazioni transfrontaliere senza intoppi e permetterà una rapida liquidazione in caso di fallimento di un’impresa».L’iniziativa era già stata presentata al forum di Davos il 20 gennaio scorso, ma ora Von der Leyen l’ha annunciata al Parlamento europeo. Si parla di ventottesimo regime perché si tratta di un gruppo di regole che si aggiungerà ai 27 sistemi giuridici nazionali esistenti nell’Unione e che le imprese potrebbero liberamente scegliere, optando per questo nuovo regime. Pensato per le aziende di nuova costituzione, dovrebbe essere aperto anche a quelle già esistenti, anche se ancora non si conoscono i dettagli.Il progetto, proposto da un think tank e ripreso dai rapporti su mercato unico e competitività di Enrico Letta e Mario Draghi, è già noto. Le tasse e le leggi sul lavoro resterebbero nazionali, mentre il livello aziendale diventerebbe comune ai 27 Paesi membri dell’Unione. Il rapporto Letta, in realtà, proponeva una massiccia unificazione del diritto commerciale e societario, del diritto fallimentare, del lavoro, dei mercati finanziari, bancario e della fiscalità d’impresa. Un’impresa titanica e destinata al fallimento. Draghi, più prudentemente, proponeva una cooperazione rafforzata solo su alcuni aspetti (fiscale, societario, fallimentare). Va detto che esistono già due ventottesimi regimi, quello della società europea e quello della società cooperativa europea, assai poco diffusi e ormai superati.Del resto, l’Ue non ha competenza per la costituzione di nuovi tipi di imprese, essendo questo argomento di competenza degli Stati. Il Consiglio, però, può promuovere azioni specifiche «per realizzare uno degli obiettivi di cui ai trattati senza che questi ultimi abbiano previsto i poteri di azione richiesti a tal fine», secondo l’articolo 352 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Ne consegue che il ventottesimo regime dovrà essere sancito con un Regolamento del Consiglio che dovrà essere approvato con l’unanimità degli Stati membri, dopo trilogo con Parlamento e Commissione. Percorso molto lungo e accidentato.Si tratterebbe, in realtà, di un regime armonizzato per la registrazione digitale, il riconoscimento transfrontaliero e gli standard di governance e finanziamento, mentre le questioni fiscali, del lavoro e della responsabilità resterebbero nel livello nazionale.Le parole di Von der Leyen sul diritto fallimentare che regolerebbe le Eu Inc, però, aprono diversi interrogativi. Non è chiaro, ad esempio, come si possa conciliare una procedura fallimentare «europea» con le protezioni sociali legate al privilegio dei crediti verso i dipendenti dell’azienda fallita, istituto del diritto fallimentare nazionale. Più ancora, la questione fiscale resta indeterminata. Se i regimi fiscali restano quelli nazionali, aprire una società è già molto conveniente in Olanda o in Estonia, ad esempio, e non si vede il vantaggio di costituire un nuovo regime giuridico non territoriale. Si tratta solo di uno snellimento burocratico? Se è così, l’enfasi sul progetto Eu Inc appare a dire poco eccessiva. Se, invece, prima o poi il nodo fiscale verrà al pettine, il rischio è che si crei una sorta di area franca fiscale, che dovrà essere più conveniente dei regimi nazionali per essere attrattiva, altrimenti il tutto perde di senso. Ma è molto difficile che gli Stati vogliano perdere entrate fiscali. Neppure è chiaro come sarebbero trattati i rapporti contrattuali con imprese nei regimi nazionali ed anche sul diritto del lavoro occorre prestare attenzione, poiché esso è regolato sempre dalle norme del luogo in cui l’attività di svolge. Il ventottesimo regime fornirà una sorta di scudo sulle normative del lavoro? Lo vedremo, ma la sensazione è che la Eu Inc nasca soprattutto per le start-up tecnologiche e per le relative necessità di raccolta dei fondi e di finanziamento. L’idea sembra più essere quella di scimmiottare il capitalismo americano, fatta di venture capital e fondi di investimento che non hanno particolari vincoli o obblighi legali. I singoli Stati hanno normative particolari e diverse su come sono regolate le stock option, ad esempio, o i requisiti patrimoniali dei fondi e delle società, le partecipazioni azionarie, o la concessione di azioni ai dipendenti. Un regime che uniformi questi diversi sistemi sarebbe ben vista dagli investitori. La Eu Inc, cioè, sembra pensata più per favorire i flussi finanziari verso imprese tecnologiche incorporate in Europa, per competere con le start-up americane o cinesi, che non per dare fiato al mercato unico o alla competitività.Al di là della fattibilità di questa nuova Eu Inc, comunque, vi è a monte un problema che riguarda la responsabilità delle imprese nei confronti dello stato. Nel caso di un ventottesimo regime pervasivo, e non limitato alle questioni di finanziamento, sarebbero le aziende a scegliere il regime giuridico a loro applicabile, con ciò scegliendo anche quali rapporti avere con la società circostante, fatta di lavoratori, clienti, ambiente. La Apple europea del futuro nata nel ventottesimo regime, per capirsi, alle leggi di quale Stato risponderà?
Truffa allo Stato: il giudice nega a John Elkann la messa alla prova. E lui tifa prescrizione
Il suo sogno era scontare il suo (piccolo) debito con la giustizia tra i banchi di un istituto dei Salesiani, in veste di tutor. E invece dovrà accomodarsi tra i banchi di un tribunale. Quello che ha fatto tutta la differenza del mondo per John Elkann è la qualificazione giuridica data da due diversi giudici a un paio di dichiarazioni dei redditi compilate non proprio a regola d’arte.
Tutto ruota intorno all’eredità da 1 miliardo di euro di Marella Caracciolo, nonna di John e vedova di Gianni Agnelli, lascito che non era stato sottoposto a tassazione.
A fine estate, la Procura aveva richiesto il proscioglimento del notaio Urs Robert von Gruenigen, Lapo e Ginevra Elkann; mentre per John e per il suo fidato commercialista Gianluca Ferrero aveva chiesto l’archiviazione per il reato di dichiarazione infedele (che prevede pene da 1 a 3 anni).
Per i pm il presidente di Stellantis e ad di Exor (società che controlla anche il gruppo editoriale Gedi), aveva consegnato all’Agenzia delle entrate documentazione incompleta, ma non falsa.
La Procura aveva espresso parere favorevole alla richiesta di sospensione del procedimento con messa alla prova presentata da Elkann e alla richiesta di patteggiamento avanzata da Ferrero, in seguito al versamento nelle casse dell'Erario di 183 milioni di euro da parte degli indagati, somma che aveva estinto «integralmente il debito tributario, comprensivo di sanzioni e interessi».
Due diversi gip, invece, hanno ritenuto che quella messa in atto dagli indagati fosse una vera e propria frode fiscale e hanno, quindi, riesumato l’iniziale ipotesi della Procura, di «dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici», una fattispecie di reato che contempla pene ben più robuste: da 1 anno e 6 mesi a 6 anni.
L’inchiesta nei mesi scorsi si era sdoppiata.
Il gip Antonio Borretta ha dovuto valutare, per quanto riguarda le imposte dirette non pagate e successivamente saldate, l’istanza di archiviazione per la supposta dichiarazione infedele. A dicembre, ha respinto la richiesta e ha ordinato ai pm la formulazione dell’imputazione coatta per dichiarazione fraudolenta.
Un peggioramento della situazione che ha sicuramente influenzato le decisioni di un altro giudice, Giovanna Di Maria, la quale è stata chiamata a esprimersi sul secondo capo di imputazione, quello per truffa ai danni dello Stato (contestazione legata all’imposta di successione non pagata). In questo filone, a gennaio, i difensori di Ferrero hanno rinunciato formalmente alla proposta concordata con la Procura di un patteggiamento con pagamento di 73 mila euro, senza sanzioni accessorie e hanno intrapreso la strada del processo. Per quanto riguarda la posizione di Elkann, ieri, la Di Maria, dopo avere chiesto un rinvio per studiare la memoria presentata dai legali di John Elkann e fare degli approfondimenti, ha rigettato la richiesta di messa alla prova e ordinato la restituzione degli atti alla Procura, che, invece, aveva dato il via libera. La “map” avrebbe comportato, dopo 10 mesi, l’estinzione del reato.
La Procura, per effetto della decisione della Di Maria, ora, dovrà rivalutare la posizione di Elkann anche per la truffa ai danni dello Stato, come ha già fatto per la dichiarazione fraudolenta, in attesa della discussione in Cassazione del ricorso delle difese contro la decisione di Borretta.
Per la Procura le supposte condotte fraudolente erano indirizzate «in via primaria» al «mancato versamento dell’imposta sulla successione e quindi alla realizzazione della truffa». Borretta e Di Maria si sono dimostrati di tutt’altro avviso. Per il primo giudice «il dolo specifico di evasione non è escluso» quando chi commette il reato «abbia perseguito oltre all’obiettivo primario […] anche un diverso fine».
Secondo Borretta «è indubbio» che Elkann e il suo commercialista «conoscessero e condividessero, godendone, anche i conseguenti, ingenti, benefici fiscali derivanti dalla fraudolenta “esterovestizione” della residenza» di Marella, «attuata mediante artifizi e raggiri e poi “presidiata” nel tempo, e dalla conseguente presentazione di dichiarazioni dei redditi privi di elementi attivi che invece avrebbero dovuto essere indicati».
L’esterovestizione avrebbe prodotto «fra le altre cose, una consistente evasione dell'imposta sul reddito prodotto» da Marella e avrebbe consentito di non erodere il patrimonio poi ereditato da John.
Ieri, dopo il rigetto della messa alla prova, gli avvocati di Elkann, Paolo Siniscalchi e Federico Cecconi, hanno espresso la «volontà di dimostrare l’estraneità dei fatti in relazione alla posizione del nostro assistito».
Quindi hanno commentato: «Come atteso è stata rigettata l’istanza di “map”. Noi avevamo sinceramente perso interesse rispetto a questa istanza vista la frammentazione che si era creata nel quadro processuale. È una decisione che per noi non cambia niente, gli atti saranno restituiti al pubblico ministero e dovrà notificarci l'avviso di chiusura indagini e poi noi andremo avanti nel merito e dimostreremo che John Elkann non ha fatto nulla».
I legali avevano già spiegato che la scelta di Elkann di aderire a un accordo non implicava alcuna ammissione di responsabilità e che questa è ispirata solo dalla volontà di «chiudere rapidamente una vicenda personale molto dolorosa». Ovviamente la difesa, adesso, punterà molto anche sulla prescrizione: per il reato di truffa scatterà nell’agosto del 2027, mentre per la dichiarazione fraudolenta i tempi sono più lunghi.
In base al progetto presentato dai suoi legali, Elkann era pronto a mettere al servizio la sua solida esperienza di manager internazionale di giovani «in situazione di vulnerabilità» e «a rischio di dispersione scolastica», con percorsi di natura pre-professionale. Il piano prevedeva che lavorasse negli spazi dell’ufficio pastorale giovanile «Maria Ausiliatrice», in sinergia con i centri salesiani: dall’università salesiana Torino Rebaudengo agli istituti scolastici, dagli oratori alle comunità.
Il sogno di John di fare il tutor è naufragato ieri. Da oggi l’editore di Repubblica e della Stampa, oltre a pensare a vendere i suoi giornali, dovrà anche prepararsi a un’udienza preliminare in cui dovrà difendersi dalla doppia accusa di dichiarazione fraudolenta e di truffa ai danni dello Stato.
Milano-Cortina, Fontana d’argento entra nella storia. La Lollobrigida prende un altro oro
- Arianna Fontana seconda nei 500 di short track. La «mamma volante» si ripete nei 5.000, poi saluta il figlio via smartphone: «Anche il pubblico mi ha spinto». Bronzo per la staffetta mista di slittino. Siamo a quota 17 medaglie.
- Brignone SuperGold. Dal letto di ospedale alla gloria di Cortina. Dieci mesi fa il terribile infortunio che poteva farla smettere. Ora è la regina delle Tofane: «Mi consideravo una outsider».
Lo speciale contiene due articoli.
Con ridicolo zelo woke, Cio e Rai avranno pure tagliato i genitali all’Uomo Vitruviano, ma quanto a «huevos» (i puristi lo chiamino pure carattere) atlete e atleti azzurri non sono secondi neppure a Leonardo da Vinci. Nel sesto giorno di Giochi la grande messe continua: un oro e un bronzo oltre l’impresa di Federica Brignone. E un medagliere stratosferico con 17 podi (6 ori, 3 argenti, 8 bronzi), a un tiro di schioppo dal record delle 20 medaglie di Lillehammer. Sulla spinta della formidabile sciatrice rinata, sale su tetto del mondo anche Francesca Lollobrigida, lo sfiora Arianna Fontana con l’argento, mentre la staffetta mista di slittino agguanta la terza piazza dietro Germania e Austria. Non siamo ancora a metà strada e l’Olimpiade italiana è già uno storico trionfo.
La metà femminile del cielo è quella vincente. E Arianna Fontana prova a completare l’opera: questa volta è argento, ecco un’altra donna italiana con lo sguardo da tigre nell’Ice skating arena di Milano. Tredici medaglie vinte. Nei 500 la campionessa valtellinese deve lasciare il passo all’olandese Xandra Velzeboer, primatista del mondo, inavvicinabile. Nei 1000 maschili squalificato Pietro Sighel, il favorito già oro in staffetta, che preferisce guardare avanti: «È andata, ma c’è ancora parecchio lavoro da fare». Era stato lui a rivelare una curiosità in modo un po’ ruvido: «Arianna Fontana, chi la conosce? Lei si allena sempre all’estero, ci vediamo solo in gara». Con questi risultati meglio sconosciuti che compagnoni.
La mamma volante ha fatto il bis. Francesca Lollobrigida plana sul secondo oro e si gode il giro d’onore avvolta nella bandiera tricolore dentro la voliera di Rho Fiera impazzita di italianità. Non c’è niente di meglio per scacciare le gastriti dei contestatori, per zittire chi non voleva le Olimpiadi e stoltamente continua a boicottarle con infantilismo criminale. Nel Pattinaggio di velocità siamo meglio degli olandesi, incredibile solo a immaginarlo qualche mese fa. Merito di questa signora di Frascati di 35 anni che nei 5000 metri ha raddoppiato il metallo prezioso dei 3000; velocissima e determinata in una gara mozzafiato, più forte dell’orange Merel Conijn (2ª a un solo decimo) e della norvegese Ragne Wiklund (3ª).
La pronipote della Bersagliera Lollo è di nuovo sul gradino più alto «grazie al pubblico che mi ha spinto», ha migliorato l’argento conquistato a Pechino, questa volta senza il piccolo Tommaso in tribuna. Lo ha salutato via smartphone. Lui, tre anni, è rimasto a casa con papà Matteo, che ha promesso di riportarlo a bordo pista per le prossime sfide iridate, domani i 1500 e dopodomani la Start. Se il livello è questo, all’orizzonte c’è la leggenda. Nella storia Francesca c’è già, ha contribuito con il secondo exploit a eguagliare il primato di Torino che resisteva da 20 anni grazie a Enrico Fabris e ai suoi boys. E allora è bello pensare a quando lei si allenava con il pancione: «Partorivo il venerdì e il lunedì seguente ero già di nuovo in pista».
Determinazione, fatica, programmi studiati al millimetro. E il bonus mamme voluto dal ministro dello Sport, Andrea Abodi; un contributo di 1000 euro al mese per un anno. Perché la maternità è un valore sempre e la parità di genere non è solo una chiacchiera femminista. Così Lollobrigida sprintava sul ghiaccio con Tommaso nella carrozzina a qualche metro, per consentirle di cogliere il primo accenno di pianto. Un esempio per chi ritiene che i figli siano una palla al piede, un accessorio che deprime le carriere.
Se c’era un giorno sbagliato per prendere un bronzo era proprio questo. Ma nessuno può dimenticare il sacrificio e la felicità dei sei azzurri della staffetta mista sullo slittino col turbo. I doppi Voetter-Oberhofer e Rieder-Kainzwaldner, i singoli Dominik Fischnaller e Verena Hofer sono nomi da scandire piano e con ammirazione: sulla storica pista di Cortina riescono nell’impresa di rimanere in scia agli assi tedeschi e austriaci. Dopo gli ori di mercoledì, il bronzo è il punto esclamativo di una specialità che fa sempre la differenza.
Come è destinato a farla, quanto a spettacolo, il torneo di hockey su ghiaccio partito oggi al Forum di Milano con un testa a testa Stati Uniti-Canada destinato a risolversi in finale. Ruggiti e scontri in balaustra, tecnica da supermen e cambi volanti: ci sono i fuoriclasse della NHL a illuminare i Giochi da guerrieri. Oggi l’Italia ha fatto tremare la fortissima Svezia per poi crollare e perdere 5-2. Niente di male, a quei livelli possiamo starci solo per un tempo.
Domani è venerdì, pausa di magro? Non è detto perché nella sprint del Biathlon Tommaso Giacomel ha i numeri per stupire e nel Pattinaggio velocità ormai ci siamo presi l’abitudine al podio. E Davide Ghiotto è lì per questo con i favori del pronostico. Uno spavento nello snowboard: Michela Moioli è caduta in allenamento e ha riportato un trauma facciale. È in dubbio per la gara che comincia stamane ma c’è speranza. Di questi tempi, ragazze azzurre che rinunciano alla lotta non se ne vedono.
Brignone SuperGold. Dal letto di ospedale alla gloria di Cortina

Federica Brignone festeggia dopo la vittoria nel Super G femminile ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
«È già tanto se torno a camminare». E invece decolla dalla pista di Cortina mentre il monte Cristallo osserva. Vola nell’universo parallelo e rarefatto dei fuoriclasse, accarezza l’impresa della vita e alla fine Federica Brignone danza. Danza, bellissima, sul traguardo come non ha mai danzato. Dieci mesi dopo il dramma, tibia e perone tornano di tungsteno, in armonia col resto. E il mondo è ai piedi di questa fenomenale atleta di 35 anni che in un magico mattino abbraccia l’oro più luminoso perché insperato, miracoloso delle Olimpiadi italiane.
L’anatema dei giorni della disperazione si sgretola davanti alla resurrezione sportiva: pettorale numero 6, SuperG perfetto, 1’23’’41 il tempo. Federica osserva il tabellone come a dire alle altre: «Adesso battetelo». Non ci riesce nessuno. Non la ruggente austriaca Cornelia Hutter (3ª), non la dolce francese Romane Miradoli (2ª). Non la wonder woman americana Breezy Johnson e le tostissime tedesche Emma Aicher e Kira Weidle, che cadono. Anche Sofia Goggia salta a metà gara quando è velocissima (7 decimi di vantaggio), con la grinta della tigre; destino amaro per lei ma meraviglioso per l’epica della rivale azzurra di sempre. Allora Brignone si copre il volto con i guanti, non c’è più bisogno di vedere. Ora quel battito bisogna solo sentirlo.
Il resto si coglie dal pubblico sulle Tofane: i boati scandiscono i tempi più alti delle altre. Lei ride e piange, poi torna sulla terra per andare oltre le emozioni. «In partenza ho detto: o la va o la spacca. Non pensavo di poter vincere l’oro. Non me lo sarei aspettata, mai nella vita. Forse ce l’ho fatta oggi perché questo oro non mi mancava. Sapevo di aver fatto il massimo, è stata la mia forza, mi valutavo un’outsider. È incredibile, sento l’adrenalina scorrere nelle vene». È la forza della leggerezza, la socratica serenità di chi non ha mai nulla da dimostrare. Niente sovrastrutture, solo il vento che spazza via la nebbia e il rumore degli sci in derapata sulla neve.
Mentre lo dice, Federica un po’ mente a se stessa. Non c’è niente di casuale in ciò che è accaduto. Domenica aveva partecipato alla discesa libera proprio per testare se stessa, le articolazioni, i legamenti: decimo posto e check up positivo confermato da quel sorriso disarmante, allora inspiegabile, per un piazzamento modesto. Good sensations, la prova generale era riuscita, dopo 315 giorni di calvario la regina sapeva di essere tornata. E allora vale la pena ricordare, ora che tutto è più facile: 3 aprile 2025, Val di Fassa, campionati italiani. Prima manche del gigante, curva verso destra: Brignone infila un braccio nella porta (dinamica simile a quella della caduta di Lindsey Vonn) e si rompe.
La diagnosi è una Caporetto fisica: frattura scomposta pluriframmentaria del piatto tibiale e della testa del perone della gamba sinistra. Ma non è finita: salta anche il crociato anteriore della stessa gamba. Due interventi chirurgici, una rieducazione tutta da inventare, una carriera spezzata. Lei sembra arrendersi: «Devo pensare alla salute. Vediamo se tornerò a camminare bene, mi sono procurata un danno permanente, non recupererò mai la piena funzionalità del ginocchio». Invece ha scalato la montagna, centimetro dopo centimetro, dolore dopo dolore, fatica dopo fatica, per tornare a vedere il cielo e a toccare l’oro.
È tempo di ricapitolare. Giù dal podio le altre azzurre, quinta Laura Pirovano, settima Elena Curtoni. Sofia Goggia s’è rialzata, pensa al futuro, il bronzo nella libera non le basta. «Sono dispiaciuta. Sapevo che bisognava fare attenzione tra la Grande Curva e lo Scarpadon. Ho sciato fortissimo e non pensavo di essere davanti, ma le gare vanno portate in fondo. Per Federica, con tutto quello che ha passato, non era facile tornare così. Questo SuperG è nelle sue corde, onore e merito a lei». Onesta, misurata, sa che tutti stanno pensando alle loro diatribe passate, a una rivalità spesso sconfinata nella rissa verbale. Un dualismo qualche volta tossico, una competitività che ha comunque contribuito a costruire due carriere eccezionali.
Federica Brignone scruta i volti di parenti e amici. Piangono tutti, anche il fratello Davide, ex sciatore e suo allenatore. Mamma Ninna Quario, fenomenale slalomista della valanga rosa e giornalista, ha la voce che trema: «È fantastica. Credevo che sarebbe tornata ma vincere l’oro in SuperG è incredibile. Grazie a tutti quelli che ci sono stati vicini in questo periodo, spero che oggi siano felici come noi». Poi dipinge una frase da donna di montagna con i valori non negoziabili in tasca. «Come festeggiamo? Come sempre, a dirle brava quando è brava e sbagli quando sbaglia». La famiglia è stata il segreto di una carriera da sogno per la valdostana di La Salle: argento in gigante e bronzo in combinata ai Giochi di Pechino, bronzo in gigante a quelli di PyeongChang. Più due ori e tre argenti mondiali, due Coppe del Mondo, 37 successi. Un monolocale di cimeli.
Quando il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, le stringe la mano, lei vacilla. Non sciogliersi adesso è più difficile che affrontare le Tofane. Ancora Federica, ancora dettagli mentre fuori è il delirio: «Sembra impossibile, con quello che ho passato in questi 10 mesi. Ho camminato dopo tre mesi, ho combattuto ogni mattina per tornare me stessa. Due giorni fa sono andata a Pozza in elicottero, mi sono messa gli scarponi ed era impossibile sciare. Avevo male alla gamba, peggio del solito. Ma bisognava stringere i denti. Dopo l’infortunio il momento più bello è stato quando ho rimesso gli sci da gigante: ho capito che riuscivo a fare le curve e ad appoggiare la gamba».
Ora Federica ha un pensiero anche per la sua splendida famiglia. «Sono orgogliosa di avere un fratello e una famiglia così. Abbiamo fatto qualcosa di speciale. Ripenso a mio fratello da bambini, ci siamo sempre divertiti e continuiamo a farlo. È la cosa più bella». Arrivano i complimenti della Vonn, dall’ospedale: «Grande, che incredibile ritorno». Nessuno osa ricordare alla Brignone risorta che le Olimpiadi continuano. Ci pensa lei. «Arriverò al gigante più leggera, ma non ci ho ancora messo la testa. Spero di riuscire ad appoggiarmi bene alla gamba, ho le mie chance. È la gara di un giorno, tutto può succedere». La regina è già lassù, davanti al cancelletto.
Dopo anni di sofferenze, vendite in calo e profitti in picchiata, il settore del lusso è tornato a essere meritevole di attenzione? Le ultime trimestrali forniscono un quadro contrastante e in Borsa gli indici del comparto da inizio 2026 restano negativi, con punte del -9% per i cosiddetti consumi discrezionali. Eppure, tra le pieghe dei bilanci dei giganti francesi, qualcosa sta cambiando, anche se la strada per il recupero appare disseminata di ostacoli.
A sorpresa, i dati diffusi martedì da Kering hanno dato una scossa al mercato. Nonostante un calo delle vendite del 10%, il risultato è stato accolto con un balzo del titolo dell’11% a Parigi: un paradosso solo apparente, spiegato dal fatto che gli analisti temevano un tracollo ben peggiore. «Kering ha sorpreso il mercato con risultati migliori delle attese, confermando che il turnaround di Gucci, seppur fragile, sta iniziando a muovere i primi passi», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Il miglioramento nell’area Asia-Pacifico è un segnale incoraggiante dopo dieci trimestri consecutivi di calo. Tuttavia, la redditività di Gucci, oggi al 16%, resta lontana dai fasti del passato. La strategia di Luca de Meo di pulire i bilanci e chiudere decine di boutique è una “cura da cavallo” necessaria, ma la vera sfida per il 2026 sarà trasformare questi segnali di stabilizzazione in crescita reale dei margini».
Se Kering prova a risalire la china, il leader mondiale Lvmh sceglie la via del rigore estremo. Bernard Arnault ha descritto il 2025 come un anno «solido in un contesto turbolento», ma ha già avvertito che il 2026 non sarà una passeggiata. Un elemento tecnico, spesso trascurato, sta infatti pesando enormemente sui profitti: la valuta.
«Il dato più eclatante emerso dai conti di Lvmh riguarda l’impatto dei tassi di cambio», osserva lo strategist di SoldiExpert Scf e co-autore di LetteraSettimanale.it. «Degli 1,8 miliardi di euro di calo dell’utile operativo, ben un miliardo è imputabile alle fluttuazioni valutarie. Senza questo effetto, la discesa sarebbe stata solo del 4%. Questo ci dice che la capacità di gestire il rischio di cambio è oggi determinante quanto il lancio di una nuova collezione».
Il problema strutturale che le Maison devono affrontare è però più profondo di un semplice ciclo economico negativo. Si chiama «luxury fatigue» (stanchezza da lusso), ma nasconde una crisi di fiducia del consumatore. Dal 2019 a oggi, i prezzi di molti beni di lusso sono saliti del 40-50%, spesso senza un corrispondente aumento della qualità o dell’esclusività. «Il settore si trova in una trappola autoinflitta: i prezzi eccessivi hanno allontanato la classe media, che costituiva la base delle vendite», continua l’esperto. Oggi i consumatori, specialmente i più giovani della Gen Z, cercano autenticità e valore reale, non più solo un logo che funga da status symbol. Il 2026 sarà l’anno in cui i brand dovranno riconnettersi con i propri codici originali, offrendo qualcosa che giustifichi i listini attuali, altrimenti il divario tra marchi resilienti e marchi in declino continuerà ad ampliarsi».









