Sul delitto di Chiara Poggi ogni giorno emergono fatti che fanno venire un dubbio: è un’indagine fatta male o c’è del dolo? I contatti fra Sempio e la polizia, le accuse di corruzione all’ex procuratore o il tentativo di fermare l’inchiesta bis. È inquietante.
Non ricordo chi lo abbia scritto, ma la condanna di Alberto Stasi per il delitto di Chiara Poggi rappresenterebbe uno dei più gravi casi di errore giudiziario. Per quanto mi riguarda io non la vedo così. E non tanto perché ci sono persone che, prima di essere riconosciute innocenti, sono rimaste in carcere più a lungo del «biondino dagli occhi di ghiaccio» (penso a Beniamino Zuncheddu, il pastore sardo detenuto per più di trent’anni e poi scagionato da ogni accusa), ma perché il giallo di Garlasco va oltre l’errore giudiziario.
Ogni giorno infatti veniamo a conoscenza di fatti che inducono a chiederci se davvero quella sull’omicidio di una ragazza di appena 26 anni fu un’inchiesta condotta male, con scarsa professionalità degli inquirenti, o piuttosto si sia tratto di qualche cosa di più grave, ovvero di un vero e proprio depistaggio per salvare un colpevole. Come abbiamo appreso dal caso Tortora in poi, si può finire dietro le sbarre per la trascuratezza di chi ha il compito di indagare. Si può essere arrestati per uno scambio di persona, come avvenne con Daniele Barillà, un piccolo imprenditore che ebbe la sventura di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, cosa che gli costò sette anni di prigione da innocente. Si può essere trascinati in manette dentro un’auto della polizia perché nessuno si è premurato di controllare un numero di telefono, oppure perché si è fatta una chiamata dal cellulare sbagliato. Tutto ciò attiene agli errori giudiziari o se preferite agli orrori della nostra giustizia. Ma il caso Garlasco è diverso. Nella vicenda che ha portato alla condanna di Alberto Stasi e all’archiviazione delle accuse contro Andrea Sempio c’è qualche cosa che va oltre la negligenza degli inquirenti e apre la strada all’idea che per interessi estranei all’inchiesta, forse per denaro, si volesse salvare il commesso di un negozio di computer.
L’inchiesta ancora aperta contro l’ex procuratore di Pavia, del resto, suppone la corruzione e accusa il padre di Sempio di aver pagato decine di migliaia di euro. Ovviamente le accuse devono essere provate e convalidate da una sentenza definitiva. Tuttavia, nelle carte ci sono infinite stranezze che inducono a sospettare che qualche cosa di anomalo sia avvenuto. Per esempio i contatti tra Sempio e gli uomini della polizia giudiziaria, così inusuali e prolungati. Oppure gli interrogatori degli amici di Marco Poggi, il fratello della vittima. Tutti effettuati alla stessa ora dagli stessi ufficiali di polizia giudiziaria, quasi che invece di singoli fossero collettivi. Oppure i verbali che riportano la testimonianza dello stesso Sempio, ma non le interruzioni e soprattutto l’intervento di un’ambulanza in soccorso del commesso, il quale, di fronte alle domande degli inquirenti, si sarebbe sentito male, ma gli investigatori avrebbero taciuto del malessere ai pm. Tutti errori, tutte dimenticanze casuali? Sarà, ma gli stessi magistrati hanno iscritto nel registro degli indagati chi aveva il compito di investigare. E quando mai si è visto che l’ex procuratore e una squadra di agenti di polizia giudiziaria finissero accusati di aver nascosto degli indizi o, peggio, di essersi fatti corrompere dalle persone su cui dovevano indagare?
L’ultima notizia riguarda un’ex pm che sostenne l’accusa contro Stasi, che una volta lasciata Pavia per Milano, dove ha ricoperto la carica di sostituta procuratrice generale, per i familiari di Chiara Poggi sarebbe stata la persona a cui rivolgersi per cercare di fermare l’inchiesta bis contro Andrea Sempio. In pratica, i genitori della vittima speravano di poter impedire che si tornasse a indagare sul delitto attraverso un intervento dall’alto, cioè della Procura generale di Milano. Un esposto contro i pm di Pavia per fermare l’inchiesta, che secondo i Poggi sarebbe stato suggerito dall’ex pubblico ministero, è il perfetto corollario di una vicenda dove appare chiaro che l’errore giudiziario è l’aspetto minore e meno inquietante.
A Garlasco emerge una commistione di interessi e di pressioni che nulla hanno a che fare con la giustizia. C’è un giallo nel giallo, che va oltre l’assassinio di Chiara, e coinvolge chi aveva il compito di fare le indagini e assicurare alla giustizia il colpevole ma non lo ha fatto. In questo caso, a prescindere da Stasi e Sempio, nulla torna. Io mi auguro che prima o poi si stabilisca in via definitiva chi è il killer della giovane. Ma mi domando anche come evitare che un domani non si ripeta un caso del genere, con magistrati accusati di essersi fatti corrompere e uomini della polizia giudiziaria imputati di aver lavorato per salvare i colpevoli invece di consegnarli alla giustizia.
Il prossimo anno scolastico, molte prime classi di scuola primaria non si potranno formare. Mancano bambini e il calo demografico rende impossibile assicurare l’istruzione a classi con meno di 15 bambini, secondo quanto stabilisce il decreto del presidente della Repubblica del 2009, sulla riorganizzazione della rete scolastica.
Fanno eccezioni le scuole in situazioni disagiate, come nelle piccole isole, nei Comuni montani, nelle zone abitate da minoranze linguistiche dove possono essere costituite classi uniche con un numero di alunni inferiori.
Il problema è che in tutta Italia nascono sempre meno bimbi, da 576.659 del 2008 siamo passati a 355.000 del 2025; il numero medio di figli per donna è sceso da 2,34 del 2008 a 1,14 del 2025 e la soglia d’obbligo della normativa vigente ostacola di fatto l’avvio del ciclo d’istruzione.
Come accade nelle frazioni romagnole di Macerone e Ponte Pietra. «Nell’arco di dieci anni a Cesena abbiamo perso il 33% delle nascite», ha spiegato l’assessore comunale alla Scuola, Elena Baredi, ricordando sul Resto del Carlino che «nel 2020 i nuovi nati erano 624, nel 2025 sono scesi a 471: 153 bambini in meno, un dato pesante se pensiamo agli effetti che avrà sulle scuole primarie nei prossimi anni».
A sedere a settembre sui banchi della prima elementare saranno i bambini nati nel 2020, inizio Covid, e dopo quello che hanno passato tra restrizioni nei giochi all’aria aperta e socialità ridotta per non dire assente, si vedono negare pure il diritto di andare a scuola nel proprio Comune. A Montesicuro, frazione di Ancona, malgrado le rassicurazioni dell’assessore comunale alle Politiche educative, Antonella Andreoli, i genitori non sono ancora certi che partirà la prima elementare. Le domande di iscrizione si sono fermate a quota 8 e rimane il rischio di dover spostare i bambini su altri plessi, con grande disagio delle famiglie malgrado sia stato promesso il trasporto scolastico.
In Toscana, sulle colline della Valdinievole, nel Comune di Massa e Cozzile, con soli 11 bambini iscritti l’Ufficio scolastico regionale potrebbe non attivare la classe prima. I cittadini hanno promosso una raccolta firme, segnalando che il Comune ha investito nel recupero di cinque appartamenti nel centro storico per attirare nuove famiglie e sarebbe un controsenso tagliare i servizi scolastici. Secondo l’associazione Gilda degli insegnanti di Lucca e Massa Carrara, la stima del calo delle iscrizioni 2026-2027 nella scuola primaria è del - 6,8% rispetto al 2025, con conseguente mancata attivazione delle classi prime.
La Puglia registra -950 iscrizioni nella scuola primaria, con perdite più importanti a Taranto (-6,76%), oltre a prevedere una diminuzione di 3.080 studenti considerando anche la secondaria di primo e secondo grado. In Sardegna, Regione col tasso di fecondità più basso in Italia per il sesto anno consecutivo (0,85 figli per donna), nel 2025 si registrarono circa 2.000 iscrizioni in meno, rispetto al 2024. La scuola elementare di Villa Carcina, frazione di Brescia, chiuderà a settembre perché non ci sono bambini, non è possibile formare le classi. Stessa sorte subiranno le elementari «Aldo Moro» di Fontana e «Giovanni Paolo II» di Rossaghe; incerta anche la sorte della scuola primaria di Temù, nell’Alta Val Camonica, dove cinque dei sette bambini che la frequentano andranno alle medie a settembre e nessuno entrerà in prima. Lo scorso settembre era stata chiusa la scuola elementare «Gianni Rodari» di Gazzolo, frazione di Lumezzane, sempre nel Bresciano.
«Stimiamo circa 420-440 nuovi iscritti in prima, contro i 600 dei primi anni 2000: una riduzione che supera il 30%», ha dichiarato Piervincenzo Di Terlizzi, dirigente scolastico dell’istituto tecnico Kennedy di Pordenone, Friuli-Venezia Giulia. In un’intervista a Tecnica della scuola ha ricordato: «Settembre 2026 segna anche l’ingresso nella scuola primaria dei bimbi nati nel 2020, anno del Covid. È un momento simbolico e concreto: questi bambini sono nati in uno dei periodi più difficili del dopoguerra, in un anno in cui le nascite in provincia hanno toccato uno dei valori più bassi degli ultimi decenni. Non è solo statistica; è la conseguenza di scelte fatte anni fa che ora si manifestano nelle nostre aule».
A febbraio, Marcello Pacifico, presidente nazionale di Anief, Sssociazione professionale e sindacale del mondo dell’Istruzione, aveva dichiarato: «Salvaguardare l’attivazione delle classi prime nei piccoli comuni significa tutelare il diritto allo studio, ma anche la coesione territoriale e la vitalità delle comunità». Secondo Anief, serve rivedere la norma del 2009 includendo le realtà demograficamente critiche nelle deroghe alla formazione delle classi per le quali non è vincolante il numero minimo di 15 alunni. Sarebbe un segnale importante, di attenzione alle politiche familiari.
Non dimentichiamo, inoltre, che il nuovo Fondo per le attività socioeducative territoriali a favore dei minori, 60 milioni di euro annui a decorrere dal 2026, (decreto firmato il 7 maggio) vedrà le sue risorse ripartite tra i Comuni tenendo conto dei dati Istat relativi alla popolazione minorile residente risultante dall’ultimo censimento. I finanziamenti calano, con il calo della natalità.
Chi conosce il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, sa benissimo che due sono le sue caratteristiche principali: non essere un cuor di leone e il fiuto nel sapere anticipare dove tira il vento. Ed è forse per questo che l’anticipazione del Corriere della Sera rispetto ai decreti di revoca che sarebbero partiti o sarebbero in partenza da via del Collegio Romano non ha sorpreso le stanze più importanti di via della Scrofa, sede di Fratelli d’Italia.Non è tanto la scelta di azzerare il suo staff, ma il peso che hanno le persone «silurate» da Giuli e gli scontri verbali di Giuli con le persone interessate.
Ai lettori i nomi di Emanuele Merlino e di Elena Proietti dicono poco, ma a Roma invece pesano. Eccome se pesano.
Elena Proietti è stata assessore di Fratelli d’Italia a Terni ed è esponente di spicco dei meloniani in Umbria. Emanuele Merlino è uno degli uomini più di stretta fiducia di Giovanbattista Fazzolari, militante di vecchia data dal Fronte della Gioventù fino all’adesione in Fdi e soprattutto figlio di Mario Merlino, figura storica e complessa della destra romana e italiana. Emanuele Merlino al ministero della Cultura era gli occhi e la voce di Palazzo Chigi, era il sensore di Fazzolari, prima con Gennaro Sangiuliano poi appunto con l’attuale ministro. La revoca di Merlino quindi è una revoca pesante, che scotta, tanto più che attraverso questa figura il sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri garantiva per il «tecnico d’area» arrivato al ministero dopo le dimissioni rumorose di Sangiuliano. Non è un mistero infatti che al posto di Sangiuliano un pezzo del partito avrebbe voluto una figura diversa, più organica; tra questi che avrebbero lasciato Giuli al Maxxi c’era sicuramente il presidente del Senato, Ignazio La Russa.
Pertanto la rottura con Emanuele Merlino significa rottura con Fazzolari e prima crepa evidente nel rapporto con Giorgia Meloni, una incrinatura che arriva dopo lo scontro accesissimo avuto col vicepremier, nonché leader della Lega, Matteo Salvini (del quale tra l’altro Giuli era stato un consigliere per le politiche culturali dopo la adesione al comitato per il Sì alla Riforma di Matteo Renzi).
Dunque, se Giuli - che a detta di chi lo conosce non è un cuor di leone - manda a casa il braccio destro di Fazzolari dopo aver alzato la voce con Salvini in Consiglio dei ministri (e aver portato questo scontro anche all’esterno con interviste costruite ad hoc), cosa c’è sotto?
Le motivazioni ufficiali che il Corriere riporta sono le seguenti: «Emanuele Merlino pagherebbe il fatto di non aver vigilato sul documentario su Giulio Regeni, a cui il ministero ha negato i finanziamenti, promettendo poi di correre ai ripari. Chi conosce Giuli sa che è ancora molto irritato per questa faccenda di cui Merlino, al contrario, sarebbe stato a conoscenza». «Elena Proietti invece è “accusata” di non essersi presentata all’aeroporto e di non aver quindi partecipato alla missione del ministro a New York lo scorso mese».
Può bastare per un reset politicamente così importante e impattante rispetto ai piani alti di Fratelli d’Italia? Vale la pena ricordare che la sorella di Alessandro Giuli, non solo è amica di Arianna Meloni, ma è anche una dipendente della Camera in forza al gruppo di Fratelli d’Italia (e per questo «stalkerizzata» dalla trasmissione Report). Insomma ci dev’essere qualcosa di più della rabbia causata dal mancato finanziamento del documentario di Regeni, si interrogano in via della Scrofa.
Già, ma cosa? Diciamo che gli stessi ambienti ci invitano a seguire «le recenti uscite di Giuli e a seguirne la traiettoria: guarda caso lambiscono il Quirinale». Giuli era con il presidente Mattarella quando ha difeso l’importanza testimoniale del documentario su Regeni addossandosi le responsabilità del ministero per il mancato finanziamento; ed era sempre lì al Quirinale che, davanti agli attori e ai registi interessati ai premi David di Donatello, che il ministro sembrava tornare sulle tracce dell’amichettismo riaprendo il discorso sui finanziamenti al cinema e chiedendo proprio al Pd e all’opposizione di dialogare sulla riforma del settore. Su al Colle insomma il clima tra Giuli e il mondo del cinema era più che buono, dopo la burrasca dello scorso anno, con tanto di presa in giro da parte di Geppy Cucciari e critiche di attori e registi.
E che dire poi della Difesa di Mattarella dopo la citazione del presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco: non si usano impropriamente le parole del presidente della Repubblica, ammoniva Giuli in uno slancio quirinalizio.
Dunque - sospettano in Fratelli d’Italia - «o Giuli si sta lanciando col paracadute del Colle o è un pazzo». Ma quale sarebbe l’atterraggio di un eventuale lancio? «Beh, il nuovo pratone centrista nel caso di pareggio, il pratone dei nuovi diritti civili…».
Generale Roberto Vannacci, i sondaggi sono incoraggianti.
«I veri sondaggi li faccio in mezzo alla gente».
Cosa dicono?
«Che i dati sono molto sottostimati».
Il partito che ha fondato, Futuro nazionale, è al 4%.
«Questo lo dicono un po’ tutti».
Il vostro apporto sarebbe decisivo.
«Il centrodestra ha perso la trebisonda. Sembra tramortito. Quando si subisce un colpo, bisogna reagire. Il carattere emerge in questi momenti: se uno cade, si rialza più forte di prima. Le avversità non devono scoraggiare».
Polemizza?
«Cerco di riportare ai proponimenti iniziali. Anche se qualcuno, inizialmente, aveva persino insinuato un accordo con la sinistra per far cadere il governo».
Illazioni?
«Falsità».
Entrerete nel centrodestra?
«Solo a condizioni ben precise. Le alleanze si fanno su principi, valori e programmi. Su queste cose non transigeremo. Altrimenti, sarebbe il solito calderone».
Detterete condizioni?
«Preferisco chiamarle linee rosse. Se la coalizione non le supererà, ben venga».
Quali sarebbero?
«La postura internazionale, intanto: portare avanti i nostri interessi, uscire dal Green deal, abbassare il prezzo dell’energia, avviare il nucleare, continuare a usare il carbone. E poi l’immigrazione clandestina: deve essere bloccata».
Non sembrate distanti.
«C’è un centrodestra che qui, a Bruxelles, si muove più in linea con il Pd».
Forza Italia?
«Osservo tante manovre. Pare quasi che si voglia creare un’alternativa, anche se non capisco quale. Il terzo polo è già stato distrutto».
O Tajani o Vannacci?
«Non parlo di incompatibilità. A un certo punto, però, dovremo convergere su azioni concrete. E non mi interessa entrare in un governo che va in una direzione non auspicata».
Futuro nazionale può superare la Lega?
«Perché no?».
Dove spera di arrivare?
«Non metto limiti alla provvidenza».
Chi sono i vostri elettori?
«Disillusi di destra. E poi persone che non votano più: una parte sosteneva pure la sinistra o i5 stelle».
Quelli attratti dalle novità politiche?
«In questo caso, è una nuova politica: nata dal basso, lontana dai palazzi, immune alle congiure».
Lo dicono tutti, prima di conquistare il potere.
«Bisogna essere fedeli alle proprie convinzioni e non cadere in trappola. Io ho un vantaggio rispetto agli altri. Non faccio il politico di professione e ho realizzato il sogno che avevo da bambino».
Qual era?
«Fare l’incursore».
La maggioranza, quindi, non le pare in forma smagliante?
«Se uno sale sul ring titubante, viene messo al tappeto. Anche se non al massimo della forma, si deve sempre combattere con convinzione».
L’opposizione già esulta.
«Non credo che stia sopravanzando. Mi piacerebbe però vedere il centrodestra che riprende fiducia e rilancia con fierezza, senza giustificarsi e chiedere scusa. Bisogna continuare nella giusta direzione».
A Milano i forzisti hanno organizzato una manifestazione alternativa al Remigration summit.
«Non mi sorprende. In Europa respingono le proposte per rinforzare i controlli alle frontiere».
Fratelli d’Italia insiste sui rimpatri.
«Non c’è una grande differenza. La remigrazione serve a difendere la cultura e l’identità di una nazione. I rimpatri sono una delle misure che prevede».
Anche tra voi emergono i primi dissidi.
«Non mi stupirebbe, visto che siamo appena nati. Al massimo, però, c’è qualche divergenza di opinioni. Osservo invece una moltitudine di persone che si mobilitano per questo progetto e portano avanti la campagna di tesseramento».
Quanti sono i militanti?
«Gli iscritti stamattina erano 38.000, con 740 comitati in tutta Italia».
Come vi finanziate?
«Con le tessere e qualche donazione. Anche tanti imprenditori si sono offerti di aiutarci. Al momento, però, non abbiamo grandi spese. Le sedi ci vengono concesse in comodato gratuito dai simpatizzanti».
Chi sono quelli passati con voi?
«Deputati, consiglieri regionali, sindaci».
Li chiama «futuristi» in ricordo di Marinetti?
«Ci ispiriamo a quel movimento per eleganza, velocità e azione».
Ha duellato con Renzi nel podcast di Fedez. L’ex premier assicura: «Se Vannacci molla, perde la faccia. Se tiene duro, perdono le elezioni».
«Renzi ragiona da Renzi: è ossessionato dalla mossa del cavallo. Non rappresenta più nessuno e cerca di tornare sul palco. È intelligente, ma ha perso totalmente credibilità. Allora spera che Vannacci agisca come lui. Diceva a Letta: “Stai sereno”. Il giorno dopo lo ha fatto cadere dalla poltrona».
Anche lei aveva giurato fedeltà alla Lega, tanto da venire nominato vicesegretario.
«È totalmente diverso. Io ero entrato da indipendente. Avevamo fatto un patto di principi: c’era una posizione internazionale chiara, soprattutto sulla guerra in Ucraina. Le cose, però, sono cambiate. Non posso votare in Europa contro le armi e poi accettare l’opposto in Italia. Non posso condividere il sovranismo a giorni alterni. E non posso neanche vedere una rappresentante del mondo Lgbtq a un evento di partito».
Francesca Pascale, l’ex fidanzata di Berlusconi?
«Invitarla dopo aver detto che si deve difendere la famiglia naturale, significa tradire gli ideali».
Qual è stato il motivo scatenante del suo addio?
«Sicuramente, la firma del decreto sugli aiuti militari all’Ucraina. Ma anche l’atteggiamento di vari esponenti della Lega nei miei confronti».
Ostile?
«Non c’era giorno senza polemica: una volta Zaia, un’altra Fontana, poi Romeo, dopo Molinari. E tu, segretario, non sei in grado di riportare tutti sulla stessa strada. Allora, se devo essere un corpo estraneo, mi dispiace: non faccio l’ospite indesiderato».
Erano critiche o gelosie?
«Penso gelosie. Una figura come la mia, entrata in un partito storico con prorompenza e popolarità, sicuramente ha suscitato qualche preoccupazione».
Ora tallonate la Lega nei sondaggi.
«Anche su questo, voglio essere estremamente sincero: dimostra che ho fatto la scelta giusta. Me l’hanno confermato tante persone».
Ha più sentito Salvini?
«Due mesi fa gli ho mandato un messaggio di auguri per il suo compleanno. Non mi ha risposto».
C’è rimasto male?
«Immagino che non abbia trovato il tempo, visto che fa sia ministro che il segretario. Comunque, riformulo gli auguri».
Non l’avrà presa bene.
«Tra adulti si capisce e si va avanti».
Nardella le ha contestato, durante un vivace scambio nel Parlamento di Bruxelles, la vicinanza a Trump.
«Se Trump parte come il sovranista del “Make America Great Again”, va benissimo. Se invece si trasforma nel gendarme del mondo che fa esplodere i conflitti, allora non mi sta più bene».
«È il fallimento dei sovranisti anti europei», ha aggiunto.
«Non sono legato alla persona, ma a quello che fa. Alla sinistra, però, sembra strano. Se dev’essere fedele a tizio, lo resta a dispetto di tutto. Per questo Guareschi li definiva trinariciuti: la terza narice serviva per fare uscire il cervello e lasciare entrare le direttive di partito».
La guerra in Medio Oriente rischia di scatenare una crisi epocale.
«Nell’attesa di soluzioni strutturali, sono pronto a comprare l’energia da chiunque la venda a un prezzo inferiore rispetto a quello di mercato».
Anche dalla Russia.
«La acquistiamo già da paesi ben lungi dal rispettare i diritti umani: Algeria, Azerbaijan, Libia, Emirati Arabi… Ma di cosa stiamo parlando?».
Le danno del putiniano.
«Non sono filo russo. Sono pro italiano».
Meloni ha preso le distanze dal presidente americano?
«Ha fatto benissimo».
Il Corriere scrive: prima di accettare la candidatura con la Lega, Vannacci si sarebbe proposto senza fortuna a Fratelli d’Italia.
«È parzialmente vero. Non mi sono proposto, ma ci sono stati dei contatti. Abbiamo discusso anche di europee. Ho detto che poteva essere una cosa interessante».
Se Meloni chiama, Vannacci risponde?
«Mi confronto con tutti, figuriamoci se non parlo con Meloni. Il dialogo è aperto».
Lei si sente l’ago della bilancia?
«Non sto facendo giochi di strategia alla Renzi. Lui pagherebbe oro per essere al mio posto. Io cerco di fare il bene del movimento che ho fondato».
Vendetta, tremenda vendetta?
«Non ho nessun rancore verso il mio vecchio partito. Non cerco rivincite. Anzi, ho mantenuto un rapporto di estrema cordialità quasi con tutti».
Quasi.
«Diciamo il 90%».
E gli altri?
«Se è passata a Napoleone, passerà anche a loro».









