Potrebbero arrivare dalla natura dell’ordigno che stavano costruendo le prime risposte sul tipo di azione che gli anarchici Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone, morti a Roma nella notte tra giovedì e venerdì nel crollo del Casale Sellaretto, all’interno del parco degli Acquedotti, intendevano mettere in atto.
Le verifiche si concentreranno, in particolare, sul tipo di esplosivo usato per assemblare la bomba esplosa accidentalmente, e capire quindi la portata. In particolare, verrà stabilito se si tratta di una sostanza che si trova in commercio o di esplosivo utilizzato nelle cave. La presenza di chiodi, ritrovati dagli investigatori durante i rilievi, porta a ipotizzare una sorta di «salto di qualità» rispetto a un’azione dimostrativa.
Stando alle prime indiscrezioni trapelate, l’ordigno che stavano preparando i due anarchici morti era abbastanza voluminoso, cosa che rende difficile ipotizzare che potesse essere contenuto o nascosto in una borsa. Una bomba, quindi non facilmente trasportabile. Inoltre, si tratterebbe di un tipo di ordigno che in genere viene preparato e utilizzato in tempi brevi. Elementi che fanno presumere, a chi indaga, che l’intenzione fosse quella di utilizzarlo nel breve tempo e in un raggio ristretto.
Ad avvalorare questa ipotesi c’è il fatto che il casolare scelto dagli anarchici per confezionare la bomba non si trova in una zona isolata ma in un parco che di giorno è molto frequentato, un luogo dove non sarebbe stato possibile rimanere per tanto tempo. Nel casolare, però, non sono stati trovati mappe o documenti con l’indicazione dell’obiettivo dell’attentato.
Gli investigatori, che indagano a 360 gradi, stanno valutando i possibili obiettivi nel quadrante Sud-Est di Roma. E una delle ipotesi emerse durante la riunione del Comitato di analisi strategica antiterrorismo, che si è tenuta ieri al Viminale su convocazione del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, è quella che il bersaglio dei due anarchici morti poteva essere un luogo vicino al parco degli Acquedotti. Una pista presa in considerazione alla luce della natura dell’ordigno che sarebbe stato realizzato con fertilizzante e un innesco, quindi considerato poco «stabile» per il trasporto. Tra i possibili obiettivi «d’interesse anarchico» nel quadrante Sud-Est della Capitale si trovano uno snodo ferroviario come anche il Polo Tuscolano della polizia e una caserma dei carabinieri. Ma al momento non si escludono altre piste.
Il Polo Tuscolano, inaugurato nel 2005, viene descritto così sul sito Internet della Polizia di Stato: «Una struttura di otto piani, tutta in acciaio, travertino e vetrate specchiate che si estende su una superficie di circa 75.000 metri quadrati. Millesettecento postazioni di lavoro, 42 laboratori scientifici supertecnologici e oltre 1.500 operatori.
All’interno del Polo si trovano, tra gli altri: la direzione centrale della polizia di prevenzione, la direzione centrale dell’immigrazione e della polizia delle frontiere, la direzione centrale per la polizia stradale, ferroviaria, delle comunicazioni e per i reparti speciali della Polizia di Stato e la direzione centrale Anticrimine.
A separare il Casale Sellaretto dalla struttura della polizia c’è una striscia verde di parco (che confina con il retro del polo) lunga circa un chilometro, un percorso percorribile a piedi di notte senza particolari difficoltà e al riparo da occhi indiscreti. Il parco degli Acquedotti, infatti, non è chiuso da cancelli ed è in larghissima parte privo di illuminazione. Una caratteristica che nelle ore notturne lo trasforma in una sorta di terra di nessuno.
Già in passato gli anarchici avevano messo a segno attentati presso strutture delle forze dell’ordine utilizzando ordigni contenenti chiodi. La mente torna alla doppia bomba piazzata nel 2006 a Fossano, nei pressi della caserma che ospita la Scuola allievi carabinieri, per le quali è stato condannato a 23 anni di carcere l’anarchico Alfredo Cospito, attualmente in carcere a Sassari in regime di 41 bis.
E dal passato di Mercogliano spunta un’indagine per un altro attentato che ha visto Cospito condannato, quella sulla gambizzazione del manager di Ansaldo Energia Roberto Adinolfi, avvenuta a Genova nel 2012. Inizialmente Mercogliano era stato sospettato di avere rubato e poi nascosto il motorino usato per l’aggressione, ma la mancanza di riscontri aveva portato all’archiviazione della sua posizione.
Tra le ipotesi al vaglio degli inquirenti c’è anche quella che la bomba esplosa nel parco degli Acquedotti possa essere legata proprio alla carcerazione di Cospito, il cui regime di 41 bis scadrà ai primi di maggio. Il ministero della Giustizia può disporre una proroga di due anni. Nelle ultime settimane la comunità anarchica ha dato vita in
diverse località italiane a una serie di iniziative (concerti, presidi, volantinaggi) di solidarietà proprio a Cospito, chiedendo la revoca del 41 bis. Tra le altre piste al vaglio in queste ore ci sono anche possibili rivendicazioni legate al contesto geopolitico internazionale e in particolare al tema degli armamenti e in chiave anti imperialista ai processi di globalizzazione. Non si può escludere, comunque, che ci fosse l’intento di portare a compimento un’azione antigovernativa, in particolare legata al referendum sulla Giustizia.
Intanto, nella notte tra venerdì e sabato, gli uomini della Digos hanno eseguito cinque perquisizioni nei confronti di altrettanti appartamenti alla galassia anarchica. Gli agenti hanno sequestrato vario materiale relativo all’area anarchica, ora al vaglio degli investigatori ma che dalle prime informazioni non sarebbe attinente all’episodio dell’esplosione della bomba nel Casale Sellaretto.
Nel frattempo la galassia anarchica è tornata a farsi sentire con scritte e slogan sui muri, tra cui «La vendetta sarà terribile», «Fuori tutti dalle galere» e richiami alla guerra sociale, al punto che Sara e Sandro vengono indicati dai circoli come militanti morti mentre combattevano.
L’Europa se n’è inventata un’altra. Seguite il ragionamento perché è talmente sottile, arguto e fino da rasentare pericolosamente il nulla assoluto. Poiché con la guerra ci può essere un problema di approvvigionamento del gas (ma va’?, ci era sfuggito), e ora già costa troppo (menomale che ce l’hanno detto, sennò avremmo pensato che qualcuno ci stesse rubando i soldi nel portafoglio), mettetene da parte un po’ meno e, soprattutto, consumatene di meno perché se aumenta troppo il numero di coloro che ne comprano tanto (la domanda) poi aumenta il prezzo e cresce l’inflazione.
Follia pura. Nessuna logica economica. Sprezzo della realtà. Menefreghismo totale nei confronti delle conseguenze di queste misure. Poiché gas, benzina e gasolio sono aumentati un secondo dopo l’attacco all’Iran, da parte di Israele e degli Stati Uniti, dovrebbe risultare chiaro ed evidente anche a un cretino che gli aumenti sono stati compiuti da compagnie che hanno speculato: non ne hanno aumentato il prezzo perché lo hanno pagato di più, ma perché hanno rubato soldi ai consumatori vendendo gas, benzina e gasolio che avevano già e che non avevano pagato a prezzi alti perché la Guerra non c’era ancora.
Chiaro? Cosa avrebbe dovuto fare l’Europa? Avviare tempestivamente, cioè il giorno dopo gli aumenti ingiustificati, un’azione del Commissario della concorrenza per impedire intese tra compagnie petrolifere per alzare il prezzo e speculare su famiglie imprese. Avrebbe dovuto poi, una volta riportato il gas al suo valore naturale di mercato, invitare tutti gli Stati membri a stoccare il più possibile in modo da prevenire, nel caso di prolungamento della guerra, l’aumento del prezzo e quindi dell’inflazione. Poiché sono degli imbelli, cioè degli inermi e privi di alcun coraggio, non hanno agito nei tempi giusti facendo le cose giuste, ma nei tempi sbagliati facendo le cose sbagliate.
Essendoci di mezzo il gas, evidentemente non hanno usato il cervello che avrebbe prodotto un ragionamento, un flatus vocis, ma hanno usato quella parte del corpo che produce appunto il gas e non si esprime attraverso la bocca col ragionamento, ma produce esclusivamente un «flatus culi». Lo stoccaggio, cioè l’immagazzinamento, la conservazione e il deposito del gas era stato considerato dalla Ue un buono strumento di prevenzione dell’aumento dei costi e lo aveva esortato fino al 90% delle possibilità. Non si capisce perché ora indichi nell’80% il limite massimo. Ma che cacchio di ragionamento hanno fatto? Per fare i conti leggono la mano dei benzinai? Fanno le carte agli autotrasportatori? Fanno delle sedute spiritiche? No, perché non c’è in natura altra spiegazione, almeno di stampo economico. L’Ansa ci informa che «in una lettera visionata dal Financial Times, il commissario per l’energia Dan Jorgensen ha istruito i ministri dell’energia dell’Ue a non affrettarsi a reintegrare le riserve di gas dei loro Paesi e a usare la “flessibilità” per ridurre la domanda da parte di famiglie e industrie in un momento in cui l’offerta è tesa». Nella missiva la percentuale di stoccaggio consigliata come obiettivo è pari all’80%, il 10% in meno rispetto al target finora indicato. Ma se al posto di Jorgensen avessero messo Dan Peterson, certamente avrebbe fatto cose più ragionevoli.
Quel genio che porta indegnamente il nome di Peterson ha poi esortato a consumare di meno. A parte che le temperature si stanno alzando e quindi il consumo di gas e gasolio diminuiranno automaticamente, ma questo è già un ragionamento eccessivo per le menti gassose. Chi dovrebbe diminuire l’uso di gas? Le imprese? Così produrrebbero di meno e si creerebbe ulteriori disoccupazione? Le famiglie? Caro Dan, le famiglie ci pensano da sole a ridurre l’uso di gas, di benzina e di gasolio, purtroppo. Lei dovrebbe pensare a come non farglielo ridurre, non invitarli a ridurlo, famiglie o imprese che siano. Ma possibile mai che in queste poche esortazioni riportate dal Financial Times non ne abbia azzeccata una. Ma sa che lei non passerebbe neanche l’esame di microeconomia che di solito si affronta il primo anno di università, dove spiegano il formarsi dei prezzi e le regole della concorrenza? In uno studio condotto dai ricercatori del I-Aer si legge che «l’analisi, condotta su 457 piccole e medie imprese italiane, evidenzia un segnale molto chiaro: il 58% delle aziende ha deciso di congelare temporaneamente gli investimenti previsti per il 2026, mentre il 46% sta valutando di rinviare nuove assunzioni per preservare liquidità e margini in uno scenario di forte volatilità energetica». Ma lei in un’impresa, per capire come funziona, c’è mai stato? E come funziona l’economia di una famiglia lo sa o no? Perché delle due l’una: o glielo hanno spiegato e non ci ha capito una mazza, o vive talmente fuori dalla realtà che proprio la ignora. Le due ipotesi non sono incompatibili nello stesso soggetto. E questo è il caso del nostro commissario europeo per l’Energia.
Cognome e nome: Lerner Gad. Beirut, 7 dicembre 1954. «Sono un ebreo fortunato. Ero un bambino che divorava libri, un po’ rachitico e molto emotivo», e fin qui...
«Un italiano che ha vissuto da apolide per metà della sua vita», e fin qui...
«Un ex militante di Lotta continua che non ha motivi di vergognarsi. Il commissario Luigi Calabresi lo hanno ucciso nel 1972, io sono entrato in Lc nel 1973. Lotta continua mi ha dato più di quello che mi ha tolto», e uno qui comincia a meditare se sia il caso di lottacontinuare a seguirlo.
Quando poi si sbilancia su un recente episodio con una pesante illazione - da «mente raffinatissima», dixit Giovanni Falcone, ai tempi del fallito attentato all’Addaura - uno lo abbandona al suo destino.
«Siccome Giusi Bartolozzi, ex parlamentare divenuta capo di gabinetto del ministero della Giustizia, tutto è tranne che scema... mi viene il sospetto che quel suo invito a votare Sì “così ci togliamo di mezzo i magistrati”, paragonati a “un plotone di esecuzione”, sia un messaggio ben calibrato per sollecitare alla mobilitazione certi ambienti siciliani che sappiamo», leggi: i picciotti di Cosa Nostra.
Ora, rilevato che Bartolozzi, magistrata e siciliana, quell’espressione «fuciliera» se la sarebbe potuta e dovuta risparmiare, proprio pensando al sacrificio di Falcone, Paolo Borsellino e loro scorte, che dire del commento di Gaddino, come amava chiamarlo Giuliano Ferrara ai tempi di Otto e mezzo su La7?
«Non è una semplice critica politica: è un’accusa gravissima, formulata però sotto forma di allusione. E le allusioni, su temi così delicati, sono spesso più insidiose delle accuse esplicite» l’ha infilzato Osvaldo De Paolini sul Giornale.
Precisando: «Negli anni in cui seguivo le sue inchieste tv, cui ho partecipato più di una volta anch’io, ricordo un giornalista capace di indagare con serietà i nodi economici e sociali del Paese».
Oggi non più: «Dispiace dirlo, proprio perché da Lerner molti si aspetterebbero qualcosa di diverso: analisi, rigore, contesto. Non suggestioni infami, lanciate sui social come sassi nello stagno».
Ma perché sorprendersi? Che il sospetto sia l’anticamera della verità - come sosteneva il gesuita Ennio Pintacuda, ispiratore di Leoluca Orlando - nel mondo dei buoni e dei giusti è un dogma inscalfibile.
Nonostante Falcone l’abbia demolito sostenendo che sia in realtà «l’anticamera del khomeinismo» (lo sostenne quando fu messo sotto inchiesta dal Csm e fu chiamato a discolparsi: giova sottolinearlo oggi, domenica referendaria).
La polemica ha avuto un unico effetto: far parlare ancora un po’ del referendum sulla giustizia?
Macché: farci apprendere che Lerner è vivo e lottacontinua insieme a noi..
Un mago nel sapersi riposizionare, sempre nel ruolo del consigliere numero uno.
«Quando Massimo D’Alema dice, rivolgendosi a Giuliano Pisapia, “tu sei il leader”, noi ci tocchiamo i cosiddetti» confidò ad esempio nel luglio 2017, rivelando tali pratiche apotropaiche, quando - tanto per cambiare - nel pollaio del centrosinistra non si capiva chi dovesse essere il gallo. Ma il problema non era l’investitura di Pisapia (che - giova sottolinearlo oggi, domenica referendaria - voterà Sì), ma che l’avesse formulata Dalemix.
Infatti, ecco il Fatto quotidiano dell’11 febbraio 2017: «Pisapia è il nuovo Romano Prodi, solo con lui si torna a vincere».
Firmato: Gad Lerner.
Un bel bacio, e buonanotte alla leadership dell’ex sindaco di Milano.
Lasciamo stare i cosiddetti - chè ravanare le parti basse a una certa età può rivelare spiacevoli sorprese, memori di come Enzo Biagi fulminò Giorgio Bocca quando il collega, vedendo la scenografia «da obitorio» di una sua trasmissione tv, aveva riferito che gli veniva voglia «per scaramanzia» di toccarsi le parti basse: «Caro Giorgio, toccati la testa, così fai prima» - e rendiamo merito a Lerner di essersi poi scusato per quella battuta grossolana.
Ma non si può non registrare con ammirazione la sua capacità di cantarsela e di suonarsela, uscendo da ogni situazione con invidiabile aplomb.
Ricordate quando nel maggio 2020 salutò Repubblica per sbarcare al Fatto quotidiano, «un giornale senza padroni»?
Stefano Cappellini, che del giornale fondato da Eugenio Scalfari è vicedirettore, lo colse subito sul Fatto: «Uh, ora che non ha più padroni, chi lo porterà in barca quest’estate?», memore dei soggiorni del Nostro, ospite in Costa Smeralda dell’ingegner Carlo De Benedetti, suo editore, venuti dopo le gite in elicottero con Gianni Agnelli, suo editore a La Stampa.
Da qui le social-etichette urticanti: «Partigiano al caviale», «Capo delle Brigate Rolex».
Il Lerner errante non vaga mai senza una meta.
1991-1994. Partecipa a Passo falso, programma di interviste su Rai3, dove poi conduce Profondo Nord e Milano, Italia.
Aldo Grasso, Enciclopedia della Televisione, Garzanti 2008: «Diventato quindi vicedirettore de La Stampa, congedandosi dal piccolo schermo con il consueto understatement: “La tv è un posto nel quale è giusto stare per un certo tempo e non di più”».
Bene, bravo, bis.
Quindi dove ritroviamo il Lerner situazionista (della situazione sua)?
Ma in tv, ovvio.
1997. Torna in Rai con Pinocchio.
2000. Direttore del Tg1.
Ottobre, stesso anno: dimissioni, dopo le polemiche per la messa in onda di un controverso servizio sulla pedofilia.
Andandosene, sganciò furbescamente in tv una formidabile arma di distrazione di massa, facendo seguire all’ammissione di colpa la denuncia di un misfatto ai suoi occhi ancor più grave: la richiesta ricevuta dal presidente della commissione parlamentare di vigilanza Mario Landolfi di sistemare una stagista.
Risultato? La muta delle iene dattilografe, ça va sans dire: democratica e antifascista, si avventò sull’osso che Lerner gli aveva lanciato, e tanti saluti allo scandalo delle immagini trasmesse.
2001. Contrattone da direttore del Tg La7.
Stesso anno, 11 settembre. Dimissioni (aridanga) con stratosferica liquidazione, prevista dal contratto sottoscritto con Roberto Colaninno.
Riassunzione nella stessa rete per concessione di Marco Tronchetti Provera, così da riequilibrare -con l’innesto del Lerner prodiano- la conduzione del Ferrara berlusconiano.
Giuliano Ferrara: «Lo trovo opportunista, vile, corrivo, obliquo, venato di una certa infamia da primo della classe e delatore del vicino di banco, ma anche intelligente, colto, curioso, vitale».
Tra loro saranno scintille, perché il fondatore del Foglio si divertiva a sfotterlo e a farlo innervosire.
«Hai i dobloni che ti escono dalle orecchie, come dice il mio amico Pigi Battista», lo apostrofa.
«Stai parlando da inizio puntata, arriva al punto sennò è una gran rottura di coglioni», lo zittisce.
Lerner alla fine reagì con un argomento che lo avrebbe indignato , se l’avesse sentito usare da un altro: «Giuliano, scusa, hai le mestruazioni?».
Che non è un bel dire per chi anni dopo si ergerà, nel suo programma L’Infedele, a paladino delle donne davanti al «machismo» di Silvio Berlusconi nei confronti delle medesime.
I loro battibecchi mi consentirono di confezionare una rubrichetta che ebbe un certo qual seguito, che intitolai Stanlio e Ollio.
Torniamo a oggi, anzi a un anno fa.
Aprile 2025. Lerner lascia anche il Fatto, per l’eccessiva «indulgenza mostrata a mio parere di fronte all’ascesa delle destre nazionaliste e fascistoidi, da Trump a Putin fino a casa nostra», ma ringraziando Marco Travaglio per la libertà di cui ha goduto.
E dire che anche con il Nostradamus della (geo)politica nostrana non sono sempre state rose e fiori.
Quando il Travagliato era in tv con Michele Santoro, in un’intervista a La Stampa Lerner li mise a nudo, per dir così: «Devono sempre dimostrare di avercelo più lungo di tutti».
E Travaglio, alzandosi al suo livello: «Noi ce l’abbiamo normale, sembra lungo perché gli altri ce l’hanno troppo piccolo», alé.
Non diverso il tenore della polemica - tutta interna all’autoreferenziale mondo dei giornalisti autoreferenziali - tra Lerner e Paolo Mieli, ospiti di Enrico Mentana su La7 (con un trio così, c’era da chiamare un’esorcista).
Mentre l’ex direttore del Corriere della Sera spiegava le difficoltà dello storytelling sugli intrecci reali tra politica e economia, Lerner entrò a gamba tesa: «Mannaggia a te, Mieli, se avessi pubblicato più analisi di Massimo Mucchetti (ex editorialista del Corriere, ex senatore Pd, nda) quando eri direttore, ne avremmo capito di più... ho dovuto invitarlo io nella mia trasmissione L’Infedele per fargliele dire».
E Mieli, serafico mentre reagiva con un fallo di reazione (da dietro): «Mea culpa, Gad. Sei stato bravo a ricordarlo. Anche eroico, perché davanti a quelle vessazioni, il fatto che nel mondo dell’informazione ci sia stato una persona come te, limpida e trasparente, è una confortante garanzia».
Mentana preferì manzonianamente troncare e sopire.
Lerner in fundo: «Che sia cattivo non credo sia una novità, credo sia la sua prevalente natura». E se lo afferma Sua Santità Walter Veltroni, il papa del buonismo...
La Commissione europea ha raccomandato all’Italia di aumentare del 5% la percentuale di produzione manifatturiera - con tendenza declinante come in altre nazioni europee - nel mix di settori che generano ricchezza nazionale. In uno studio simile che ho condotto due anni fa su richiesta di attori finanziari privati emerse un numero simile (7%), ma in un modello sistemico che valutava l’impatto sia selettivo sia propulsivo della rivoluzione tecnologica in atto nei tre settori dell’economia: agricoltura (primario), industriale (secondario) e dei servizi (terziario).
In combinazione con la stima di quanto capitale di investimento sarebbe servito per modernizzare tutti i tre settori, minimizzando l’impatto selettivo della discontinuità tecnologica e massimizzando le sue tecno-opportunità competitive. Ovviamente, in queste stime ha pesato lo scenario di configurazione del mercato internazionale minacciato da tensioni de-globalizzanti per individuare il potenziale di domanda internazionale di cose nuove, ed il dove, in relazione alle capacità di offerta. Da cui derivare una strategia di geopolitica economica globale e finanziaria nazionale correlata ad una rapida modernizzazione interna dei sistemi produttivi. Una parte semplificata di questo studio, che integra strategia italiana esterna ed interna, è riportata nel mio libro Italia globale (Rubbettino, autunno 2023).
L’aggiornamento più recente dello studio detto sopra sta mostrando un’accelerazione crescente della rivoluzione tecnologica. In parte era prevista in continuità con il ritmo sempre più veloce di innovazioni trasferite dalla ricerca scientifica alle applicazioni operative. Ma in parte non così tanto come ora parecchi dati stanno mostrando. Per tale motivo sento il dovere di aggiungere la priorità di gestione della discontinuità tecnologica nel sistema produttivo interno a quella di gestione della turbolenza geopolitica esterna - guerre - che sta ricevendo, comprensibilmente, un massimo di attenzione.
Sto rivolgendo un appello alla politica? Solo in parte, pur ovviamente necessaria, perché la missione innovativa eccede le capacità della politica stessa. Il motivo è che in una democrazia è più probabile un gioco di forze contrapposte che rallentano l’azione futurizzante. Infatti, alla preoccupazione relativa alla lentezza di adeguamento alla rivoluzione tecnologica devo aggiungere quella di possibile superiorità dei sistemi autoritari, per esempio la Cina, che non hanno ostacoli elettorali o di inerzia burocratica per concentrare capitale su innovazioni tecnologiche di superiorità. Ne parlerò prossimamente. Ma oggi e qui mi rivolgo al mondo privato, perché meno vincolato, affinché fornisca alla politica soluzioni di adattamento rapido alla discontinuità tecnologica che abbiano un buon grado di possibile condivisione.
Punti principali
- Welfare di investimento gradualmente sostitutivo di quello redistributivo. Lo scopo è la qualificazione cognitiva di massa per dare a ogni individuo più capacità e mobilità intellettuale. Sono anni che lo propongo, ma i politici consultati hanno per lo più posto il problema della necessità di mantenere elevato l’assistenzialismo data la massa di non abbienti. Da un lato, è visibile una consistente innovazione iniziale nel sistema educativo, per esempio gli Its. Dall’altro, andrebbe accelerata. Come? Tocca alle imprese private aumentare gli investimenti di formazione per il personale con un costo bilanciato da sconti fiscali. Ci sono già buoni esempi, tale soluzione va accelerata sia dalle imprese sia dalla politica fiscale dello Stato.
- Welfare di riqualificazione. Ci sarà un impatto della robotica gestionale sull’occupazione. Invece di appesantire i bilanci delle imprese, con loro rischio di crisi, quello dello Stato dovrà provvedere alla riqualificazione dei lavoratori con programmi salariati di formazione che ne rinnovi il valore di mercato. Tempi: 18 o 24 mesi. Va studiata anche la soluzione di aprire di più le università alla terza missione, cioè «servizio al territorio» oltre che ricerca ed insegnamento, organizzando corsi intensivi sia in presenza sia in video con rilascio di certificazione.
- Più risparmio indirizzato al sistema produttivo italiano. Il male storico dell’Italia è di essere tra i primi al mondo per risparmio, ma tra gli ultimi per investimenti sulle produzioni interne. Evidentemente sono necessari incentivi fiscali per portare più investimenti su aziende italiane manifatturiere, ma anche agricole e di servizi. Via quale mediatore finanziario? La Borsa è il migliore, ma va aumentata di scala favorendo gli accessi di start up e di piccole imprese promettenti. Con alcuni colleghi della finanza di investimento abbiamo una lista di più di 1.500 start up o piccole aziende innovative quotabili. O si innova la Borsa esistente o se ne crea una nuova (per esempio un Nasdaq italiano) più dedicata al tech. Ovviamente la politica nazionale va stimolata per trovare il consenso da parte dell’Ue per questa innovazione italiana. Lo ritengo possibile, prego Consob di mettersi al lavoro sull’ipotesi.
- Ingrandire le piccole imprese italiane. Nella nuova competizione piccolo non è bello, ma non è facile ingrandire rapidamente le decine di migliaia di piccole aziende italiane. Su questo punto il governo ha trovato una buona soluzione da sostenere: creare reti di imprese compatibili che aumentano di fatto la scala di ciascuna senza doverle integrare via fusioni.
Questa lista incompleta e sintetica vuole mostrare la possibilità di adeguamento del sistema economico interno alla sfida della rivoluzione tecnologica trasformandola da problema in opportunità perché il potenziale innovativo dell’Italia è enorme. Futurizzatevi.










