Intelligenza artificiale e guerra: il piano per trasformare gli eserciti africani
Un report dell’Africa Center for Strategic Studies disegna la strategia per introdurre l’intelligenza artificiale nelle forze armate africane. Dalla lotta al terrorismo ai droni autonomi, fino alla guerra dei dati: il continente diventa il nuovo terreno della sicurezza algoritmica.
L’intelligenza artificiale non è più soltanto una tecnologia destinata ai laboratori di ricerca o alle grandi aziende digitali. Sta rapidamente entrando anche nel cuore delle strategie militari. E secondo un nuovo rapporto dedicato alla sicurezza del continente africano, il processo è già iniziato. Il documento, intitolato «Artificial Intelligence for Africa’s Defense Forces – A Toolkit for Defense Sector AI Strategy and Adoption», descrive come l’AI stia modificando la natura dei conflitti e invita i governi africani a prepararsi a una trasformazione destinata ad accelerare nei prossimi anni.
L’idea di fondo è semplice ma radicale: la guerra del futuro sarà sempre più guidata dai dati. Sensori, satelliti, droni, reti digitali e sistemi di analisi automatica stanno cambiando il modo in cui le informazioni vengono raccolte, interpretate e trasformate in decisioni operative. In questo contesto, l’intelligenza artificiale diventa il moltiplicatore di potenza che permette di elaborare enormi quantità di informazioni in tempi rapidissimi, offrendo ai comandanti una visione più ampia e precisa del campo di battaglia. Secondo gli autori del report, il continente africano si trova in una posizione particolare. Da un lato è uno dei territori dove i conflitti contemporanei — dal terrorismo jihadista alle guerre civili — sono più diffusi. Dall’altro lato è anche uno dei contesti dove l’adozione di nuove tecnologie può produrre cambiamenti più rapidi, proprio perché molte infrastrutture di sicurezza sono ancora in fase di sviluppo. L’intelligenza artificiale potrebbe quindi rappresentare una scorciatoia tecnologica per modernizzare gli apparati militari.
Il rapporto identifica diversi ambiti nei quali l’AI può avere un impatto diretto sulle operazioni militari. Uno dei più importanti riguarda l’intelligence e la sorveglianza. Le forze armate moderne raccolgono ogni giorno una quantità enorme di dati: immagini satellitari, video di droni, intercettazioni elettroniche, informazioni provenienti dai social network e da altre fonti digitali. Senza strumenti automatizzati, analizzare tutto questo materiale sarebbe praticamente impossibile. Gli algoritmi di machine learning possono invece individuare pattern ricorrenti, segnalare movimenti sospetti e identificare segnali di minacce emergenti.
Un altro settore cruciale è quello della cybersicurezza. I conflitti contemporanei non si combattono soltanto con armi tradizionali ma anche con attacchi informatici. Governi, infrastrutture energetiche, reti di comunicazione e sistemi finanziari sono diventati bersagli privilegiati di operazioni digitali. L’intelligenza artificiale viene sempre più utilizzata per individuare intrusioni, riconoscere anomalie nei sistemi informatici e bloccare malware prima che possano diffondersi. Allo stesso tempo, però, gli stessi strumenti possono essere impiegati da attori ostili per sviluppare attacchi sempre più sofisticati. Tra le applicazioni più visibili dell’intelligenza artificiale in ambito militare ci sono i sistemi autonomi, in particolare i droni. Negli ultimi anni questi velivoli senza pilota hanno acquisito capacità sempre più avanzate di navigazione, riconoscimento degli obiettivi e coordinamento operativo. In alcuni casi sono già in grado di identificare e ingaggiare un bersaglio con un livello di autonomia molto elevato. Questo sviluppo solleva interrogativi etici e strategici, perché introduce sul campo di battaglia macchine capaci di prendere decisioni potenzialmente letali.
Ma l’AI non serve solo per combattere. Il rapporto evidenzia come gli algoritmi possano migliorare anche l’organizzazione interna delle forze armate. Sistemi di analisi predittiva possono anticipare guasti nei mezzi militari, riducendo i tempi di manutenzione e i costi operativi. Altri strumenti possono ottimizzare la logistica, pianificando in modo più efficiente la distribuzione di carburante, munizioni e materiali. Persino la gestione del personale può essere supportata da modelli di analisi dei dati, utili per monitorare competenze, carriere e bisogni formativi.
L’intelligenza artificiale può inoltre essere utilizzata nella formazione militare. Simulatori avanzati, alimentati da algoritmi di apprendimento automatico, possono ricreare scenari di combattimento complessi e adattarsi al comportamento dei partecipanti. In questo modo è possibile addestrare ufficiali e soldati in ambienti virtuali sempre più realistici, migliorando la preparazione operativa senza dover ricorrere continuamente a esercitazioni sul campo. Tuttavia, il rapporto sottolinea che l’adozione dell’AI nel settore della difesa comporta anche rischi significativi. Molti Paesi africani dispongono ancora di infrastrutture digitali limitate, con reti internet instabili, capacità di calcolo ridotte e accesso limitato a grandi quantità di dati. Senza queste basi tecnologiche, sviluppare sistemi di intelligenza artificiale avanzati diventa estremamente difficile. Un’altra sfida riguarda la formazione del personale. Le competenze necessarie per progettare, gestire e utilizzare sistemi basati sull’intelligenza artificiale sono ancora relativamente rare, soprattutto nel settore pubblico. Data scientist, ingegneri informatici e specialisti di cybersecurity sono figure molto richieste anche nel settore privato, il che rende difficile per le istituzioni militari attrarre e trattenere talenti.
C’è poi il tema della dipendenza tecnologica. Gran parte delle piattaforme di intelligenza artificiale, delle infrastrutture cloud e dei sistemi di calcolo ad alte prestazioni è sviluppata e controllata da aziende straniere. Questo significa che molti Paesi africani rischiano di diventare dipendenti da tecnologie prodotte all’estero, con implicazioni che riguardano non solo l’economia ma anche la sicurezza nazionale e la sovranità digitale. Per questo motivo il report suggerisce ai governi africani di elaborare strategie specifiche per l’intelligenza artificiale nel settore della difesa. Alcuni Paesi potrebbero integrare l’AI nelle strategie digitali già esistenti, altri inserirla nei documenti di sicurezza nazionale, mentre i più avanzati potrebbero sviluppare vere e proprie strategie militari dedicate. Il punto centrale è evitare che l’adozione dell’intelligenza artificiale avvenga in modo casuale o frammentato. Senza una visione strategica, le nuove tecnologie rischiano di creare più problemi che benefici, amplificando vulnerabilità esistenti o introducendo nuove forme di instabilità.
La conclusione del rapporto è che l’intelligenza artificiale non è ancora il fattore decisivo nei conflitti africani, ma la sua influenza è destinata a crescere rapidamente. Man mano che algoritmi, sensori e sistemi autonomi diventeranno più accessibili, anche attori non statali — gruppi terroristici, milizie e organizzazioni criminali — potrebbero sfruttare queste tecnologie. In questo scenario, la capacità di controllare e sviluppare l’intelligenza artificiale diventa una questione di sicurezza strategica. Chi riuscirà a integrare più rapidamente queste tecnologie nelle proprie strutture militari avrà un vantaggio significativo. Non soltanto sul campo di battaglia, ma anche nella competizione geopolitica globale che sempre più si gioca sul terreno dell’innovazione tecnologica.
Non appena Giorgia Meloni e Matteo Salvini hanno preso parola sulle ultime vicende riguardanti la famiglia nel bosco, si sono immediatamente ringalluzziti tutti coloro a cui i Trevallion non sono mai andati giù. E così, pur di smontare le uscite dei politici di destra, si fanno circolare mezze verità e ricostruzioni deficitarie dell’intera vicenda, al fine di dimostrare che il tribunale dell’Aquila ha avuto molte ragioni per separare i tre bambini dai genitori. Le mistificazioni corrono veloci, soprattutto online e nei talk televisivi, dunque vale la pena di sciogliere alcuni nodi.
Partiamo dal peccato originale, cioè l’intossicazione alimentare con i funghi che ha causato il ricovero di tutta la famiglia e la relativa segnalazione. Qualcuno racconta che il padre, credendosi esperto, avrebbe avvelenato tutta la famiglia che sarebbe stata trovata priva di sensi dal vicino di casa. Giovanni Angelucci, primo avvocato dei Trevallion, racconta fatti molto diversi. «Il papà ha raccolto i funghi, uno dei bambini per emularlo ha raccolto due o tre funghi, li ha lasciati vicini agli altri e la madre - questo è stato l’evidente errore - ha cucinato tutti i funghi assieme. Se i funghi che hanno provocato il malessere fossero quelli dei bambini o quelli del papà io non lo so», dice Angelucci, «ma i funghi poi analizzati dalla Asl sono risultati commestibili. Il papà dopo pranzo è uscito per fare delle commissioni, al ritorno in auto ha cominciato ad avvertire del malessere, ha chiamato la moglie che ha confermato che anche lei e i bambini non stavano bene. Nathan ha chiamato il vicino di casa, il quale ha chiamato il 118. Quando è arrivata l’ambulanza non erano privi di sensi ma presenti a sé stessi».
Per dimostrare il fanatismo dei Trevallion, si è detto che hanno rifiutato il sondino naso gastrico per i bambini perché di plastica. Di nuovo, l’avvocato Angelucci smentisce. «A un bambino piccolo avevano inserito in maniera forzosa questo sondino nasogastrico. Aveva 5 anni, se l’è strappato perché gli dava fastidio e guardando la madre ha cercato supporto dicendole “guarda mamma è anche di plastica”. Vorrei vedere altri bambini in quelle circostanze come si comporterebbero. In ogni caso era soltanto un bambino, non tutti».
Veniamo quindi al grande tema dell’abitazione. Si è scritto che la famiglia si è trasferita in una catapecchia senza acqua, luce e riscaldamento. In realtà la casa era riscaldata da una stufa e aveva la luce da un generatore, anche se non era allacciata alla rete. Quando alle condizioni dell’immobile, la valutazione iniziale si è basata sulla prima paginetta di relazione scritta dai carabinieri quando sono intervenuti nel momento dell’intossicazione. Ancora una volta, la realtà è ben più complessa. «Nel 2021», dice Angelucci, «questi signori comprano con loro provvista di denaro - c’è un rogito notarile a dimostrarlo - una casa colonica, una casa di campagna che fino a 20 anni fa era abitata e forse lo è stata anche nel recente passato anche se non con regolarità. La casa aveva e ha bisogno di lavori di manutenzione ma di certo non è né fatiscente né tantomeno un rudere». E qui viene l’aspetto interessante. Agenti e assistenti sociali non sono titolati a decretare se un immobile sia o meno pericolante. Tocca agli esperti farlo. Ma il tribunale non ne ha mai chiamato uno. «Non c’è stata alcuna verifica dopo quel primo intervento dei carabinieri», dice l’avvocato Angelucci. «Nel provvedimento con cui il tribunale dell’Aquila ha sospeso la responsabilità genitoriale era scritto che sarebbe stata necessaria la consulenza di un perito, che però nessuno ha mai nemmeno individuato. I carabinieri avevano scritto che si trattava di un rudere fatiscente, ma era abitabile tanto che il Comune aveva sin dal 2021 concesso la residenza a tutta la famiglia». In ogni caso, quando un privato ha offerto ai Trevallion una casa simile alla loro ma ristrutturata, i bambini erano già lontani e il tribunale ha negato la possibilità che la famiglia si riunisca a vada a vivere in quella abitazione.
C’è chi sostiene che le autorità abbiano fatto di tutto per trattare con i Trevallion. Risulta, però, che non si siano premurate di cercare un interprete o un mediatore culturale quando tutto è cominciato. In compenso ci sono dal principio state tensioni fra l’assistente sociale Veruska D’Angelo e la madre Catherine. Tanto che quest’ultima, ancora prima di avere un avvocato, presentò un esposto contro l’assistente «Mi dispiace dirlo, ma fino a quando c’ero io l’assistente sociale non si è mai sporcata le scarpe di fango, perché non l’ho mai vista in quella casa. Se non l’ha fatto lei, purtroppo non l’hanno fatto neppure i giudici», dice Angelucci. «Di incontri in quella casa io ne ho visti tre, di cui due con le forze dell’ordine. Sono intervenuti i carabinieri in divisa come se stessero eseguendo una perquisizione. Anche i giudici, che vengono oggi disegnati come dei meri passacarte, la loro autonomia ce l’avrebbero avuta e ce l’avrebbero. Questo penso io: nel momento in cui vedi che le cose non vanno come dovrebbero, dall’Aquila prendi, parti, scendi a Palmoli e vai a vedere quello che accade. Non puoi rimanere dietro una scrivania in un caso così delicato».
Dove sarebbe, allora, tutta questa voglia di dialogare e di andare in fondo alla questione da parte delle istituzioni? Gli unici finora - ovviamente dietro ricatto - a mostrare segni di cambiamento sono stati i Trevallion. I quali hanno accettato la vaccinazione dei figli, l’arrivo di una insegnante (che ha parlato benissimo dei bambini e pure bene della madre), la possibilità di mandare i piccoli a un doposcuola. I Trevallion sono disponibili a modificare la casa, a inserire un bagno, potrebbero trasferirsi da subito nella casa messa a disposizione da un generoso imprenditore di Vasto, ma nulla di tutto questo è servito a smuovere il tribunale, che ha addirittura inasprito le misure prese contro la madre.
Veniamo ora al grande tema: l’atteggiamento di Catherine. Alla mamma vengono rinfacciati dal tribunale atteggiamenti ostili, irridenti verso il personale della casa protetta di Vasto. La si accusa di aver violato le regole facendo dormire i bambini con lei facendoli accedere al suo piano nella struttura. Il tribunale documenta tutto ciò con dovizia di particolari. Ma Danila Solinas, attuale avvocato dei Trevallion, nota che nella ricostruzione, chissà perché, mancano alcuni dettagli rilevanti. «Parliamo di un bambino a cui è stato consentito di accedere al piano di sopra», spiega. «Se è avvenuto è perché qualcuno gliel’ha consentito e questo è avvenuto perché il bambino era assolutamente disperato. Esistono degli audio, che abbiamo fornito al tribunale, in cui si sente il bambino che urla disperato e che cerca la madre in piena notte. Quindi, invece di raccontare che è la mamma che arbitrariamente fa accedere il bambino alla sua stanza, forse avremmo dovuto dire perché questa situazione è capitata. C’erano tutti gli elementi per capire come sono andate le cose e ci chiediamo come mai di questi fatti nessuno abbia tenuto conto».
Certo, Catherine ha un carattere forte. «Nessuno di noi ha mai sostenuto che Catherine sia la persona più accomodante della Terra», continua Solinas, «ma di qui a dipingerla come una donna riottosa, incapace di ascolto, dialogo e rispetto delle regole la strada è lunghissima. Venerdì, quando è stata malamente cacciata dalla struttura, questa donna - pur nella situazione di disastro emotivo in cui versavano i figli - non ha opposto la minima resistenza. Se fosse stata realmente come l’hanno dipinta, beh, credo che avremmo avuto davanti ai nostri occhi una situazione completamente diversa».
Si dice che, dopo tutto ciò, Nathan e Catherine abbiano litigato e lui abbia minacciato di chiedere l’affidamento esclusivo dei figli. Secondo gli avvocati, invece, i due sono insieme e non pensano affatto a ipotesi di affidamento esclusivo. «Sono due persone che stanno affrontando un momento estremamente difficile delle loro vite ma lo fanno cercando di unirsi quanto più possibile, cercando di mettere il bene dei loro figli al primo posto e quindi anche facendo un passo indietro, per quanto convinti della validità delle loro posizioni», dice Solinas.
La situazione attuale pare di stallo. La perizia disposta dal tribunale è ancora in corso. I test previsti sui bambini non sono stati fatti ma rimandati e i piccoli per ora restano nella struttura di Vasto contrariamente a quanto deciso dal tribunale. Possono vedere solo il padre che ha intensificato le visite. Sembrano esclusi affidi esclusivi o adozioni. La madre resta lontana. Giudicate voi se questo sia «il superiore interesse dei minori».
Clamoroso: il tribunale dell'Aquila vieta alla garante dell'infanzia di visitare la famiglia nel bosco accompagnata da esperti imparziali. L'ennesimo smacco ai Trevallion.
Ecco #DimmiLaVerità dell'11 marzo 2026. Il nostro Gianluigi Paragone spiega perché il governo deve muoversi in fretta contro i rincari dei prezzi di gas e benzina.









