«Se non fosse stato per La Verità che ha fatto il lavoro che doveva svolgere la Procura, la richiesta di archiviazione presentata dal pm sarebbe stata accolta». È molto soddisfatto l’avvocato civilista Federico Bertorello, che assieme al collega del penale Salvatore Bottiglieri difende gli interessi dei genitori di Francesca Tuscano, la trentaduenne insegnante genovese colpita da Trombocitopenia trombotica immunitaria indotta da vaccino (Vitt) dopo la prima dose di Astrazeneca e deceduta il 4 aprile 2021.
I legali chiedevano la prosecuzione delle indagini, gli articoli e gli audio pubblicati dalla Verità erano alla base dell’opposizione alla richiesta di archiviazione, presentata lo scorso 4 dicembre da Arianna Ciavattini della Procura di Genova nel procedimento penale a carico di ignoti per la morte di Francesca. Si trattava delle videoregistrazioni di riunioni del Cts acquisite dai carabinieri del Nas di Genova in relazione all’indagine per la morte di Camilla Canepa, la studentessa che il 15 maggio 2021 partecipò a un open day vaccinale con Astrazeneca organizzato dalla Regione Liguria e che morì il 10 giugno, pure lei per una sindrome Vitt. La Verità le pubblicò lo scorso agosto, rivelando dubbi, contrapposizioni e anche «insistenze ministeriali» dichiarate da vari componenti in merito all’utilizzo di Astrazeneca negli under 60.
«Ora auspichiamo che la Procura senza timori interroghi tutti i membri del Comitato tecnico scientifico, l’allora presidente dell’Aifa Giorgio Palù, l’ex ministro della Salute Roberto Speranza, per verificare come scritto dal gip se nel marzo 2021 o addirittura prima fossero già note le conseguenze pericolose del vaccino Astrazeneca. Elementi questi portati all’attenzione anche dalle perizie mediche, compresa quella disposta dalla Procura in seguito al decesso», dichiarano i due avvocati.
Aggiunge Bertorello: «Come coordinatore del collegio difensivo che si occupa del caso, sotto il profilo dell’azione civile mi auguro che l’indagine penale ora riaperta porti nuovi elementi che consentano di chiedere il risarcimento dei danni al ministero della Salute». Sono bastate 24 ore al gip Angela Maria Nutini del tribunale di Genova per accogliere l’opposizione alla richiesta di archiviazione e ordinare la riapertura delle indagini. Nell’ordinanza di venerdì, il gip scrive a chiare lettere: «Appare necessario che il pm valuti il compimento di ulteriori attività investigative ritenute utili al fine di individuare possibili responsabilità nell’ambito dell’organizzazione ed attuazione della campagna vaccinale con il vaccino Astrazeneca, e condotte che possano avere causalmente contribuito a cagionare colposamente la morte di Tuscano Francesca».
Il pm ha cinque mesi di tempo per effettuare nuove indagini e il messaggio del gip è chiarissimo: va accertato se nella catena di comando ministeriale ci siano state responsabilità di Speranza e dei suoi durante la fase di somministrazione dei vaccini in merito all’utilizzo di Astrazeneca. «Quantomeno nei confronti delle giovani donne in età fertile, e soprattutto che fruivano della pillola anticoncezionale come Francesca Tuscano», sottolinea Bertorello. Nel provvedimento, infatti, il giudice ricorda che prima della vaccinazione dell’insegnante, avvenuta il 22 marzo 2021 al polo vaccinale della struttura nota a Genova come Albergo dei poveri, «erano già comunque emerse perplessità a livello europeo sull’opportunità della sua somministrazione alla fascia della popolazione più giovane».
L’Italia aveva precauzionalmente sospeso la somministrazione di Vaxzevria, poi Aifa aveva revocato il divieto ma per la dottoressa Nutini «occorre interrogarsi sull’eventuale necessità ed esigibilità di mantenere il divieto di utilizzo, quantomeno in presenza di fattori oggettivi predisponenti al rischio di trombosi, quali l’uso di estroprogestinici, considerato che nel caso di specie la vittima indicava nel modulo di consenso informato di assumere la pillola anticoncezionale».
Mentre nell’informativa nemmeno si accennava al concreto rischio di trombosi, e di quali fossero i casi a rischio. Il gip cita la sentenza 32423 della Cassazione, che nel 2008 affermava: «In tema di lesioni colpose provocate dalla somministrazione di farmaci, ai fini della sussistenza del consenso informato non basta comunicare al paziente il nome del prodotto che gli sarà somministrato accompagnato da generiche informazioni, occorrendo indicare gli eventuali effetti negativi della somministrazione, in modo da consentire una congrua valutazione del rapporto costi-benefici del trattamento, che tenga conto anche delle possibili conseguenze negative».
La giovane insegnante si era vaccinata il 22 marzo 2021; il 3 aprile, i genitori con i quali viveva la trovarono a letto, priva di coscienza. Il 118 la trasportò in stato comatoso all’Ospedale San Martino di Genova dove una Tac dell’encefalo rivelò una vasta emorragia celebrale, associata a trombosi dei seni venosi. Francesca venne trasferita nel reparto di Rianimazione dove la mattina del 4 aprile venne certificata la sua morte cerebrale.
Il riconoscimento dello Stato per i genitori della giovane donna è stato irrisorio, poco più di 77.468,53 euro. «La riapertura delle indagini e possibilmente un rinvio a giudizio aprono uno spiraglio per ottenere il risarcimento dei danni», si augura Bertorello che intanto ringrazia il gip per un provvedimento unico in Italia. «Le richieste di archiviazione in casi di morte per vaccino Covid sono sempre state accettate».
Ringraziamenti giunti anche da Fratelli d’Italia, che in una nota ha espresso apprezzamento «per la decisione del gip di Genova Angela Nutini». «Anche la commissione Covid», si legge, «grazie all’impulso di Fratelli d’Italia, è attualmente impegnata proprio all’analisi degli effetti avversi da vaccino Covid. Il lavoro della magistratura potrebbe essere quindi prezioso per affiancare il nostro lavoro in commissione».
L’uomo zombie (sul divano con il reddito di cittadinanza sul conto corrente) era il sogno di Beppe Grillo. L’uomo senza coscienza, annullato dall’Intelligenza artificiale, è il costante incubo di papa Leone XIV. L’uomo sostituito dall’algoritmo è lo spunto più interessante dell’intervista del presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, a Bloomberg.
Da qualunque angolo la si osservi, la rivoluzione digitale portata al suo estremo dissimula la trappola della marginalizzazione dell’essere umano. Un problema che sorge nella Londra della prima rivoluzione industriale, passa attraverso le fabbriche disumanizzate di Metropolis, precipita nelle aberrazioni ideologiche marxiste, sembra risolto con l’equilibrio fra diritti e doveri nella seconda parte del secolo breve. Ma rispunta, carsico, al culmine del terziario avanzato con la resa dei conti attuale: cervello umano o microchip?
Per il premier Meloni «il rischio è che milioni di persone siano espulse dal mercato del lavoro, e non perché sostituite dalle macchine nel lavoro fisico che servì ad aiutare l’uomo ad elevarsi. Ma perché sostituite nel lavoro intellettuale, quello dei professionisti». Quello di oggi e di domani, con un corto circuito imminente nella società dei consumi senza più il denaro in tasca per consumare. Ci avviciniamo alla resa dei conti. Ed è ancora una volta la realtà a sorpassare le teorie da convegno. Dario Amodei, ceo di Anthropic (creatore dei modelli Claude, secondo lui non disumanizzanti), aveva lanciato un ulteriore allarme: nei prossimi cinque anni «i sistemi avanzati di intelligenza artificiale potrebbero interrompere o eliminare fino al 50% dei posti di lavoro entry level nel mondo forense, con un impatto significativo sulla professione degli avvocati». Se è bene che gli studenti di Giurisprudenza facciano un pensierino alle prospettive a breve termine, ancora più significativa è la notizia che arriva dal Belgio: l’operatore di telecomunicazioni Proximus ha annunciato che procederà a tagli di personale nell’ambito di una strategia di riduzione dei costi guidata dall’intelligenza artificiale. Proximus taglierà 1.200 posti di lavoro entro il 2030 a causa di misure legate all’Ia, pari al 15% della sua forza lavoro. L’ad Stijn Bijnens ha annunciato che «l’azienda mira a ridurre i costi della forza lavoro esterna di 25 milioni entro il 2028, nell’ambito di un più ampio programma di efficienza da 180 milioni di euro, trainato principalmente dal risparmio sul personale».
È il cuore del problema, via gli uomini e pure in fretta. Prima i collaboratori esterni, poi i consulenti, infine una quota di dipendenti. Una strategia che presuppone l’implementazione dell’algoritmo al potere, ritenuta una strada obbligata per continuare a distribuire dividendi agli azionisti, impegnati a moltiplicare i patrimoni e a giocare a golf. Proximus ha infatti annunciato nello stesso contesto di essere pronta a investire 1,25 miliardi in infrastrutture. L’annuncio ha avuto due prevedibili reazioni: il taglio dei dividendi oggi per tornare a scendere nei prossimi anni e il crollo in Borsa (-20%), ritenuto dagli esperti «emotivo», nella certezza che il gruppo - una volta chiusa la stagione degli esuberi - tornerà all’età dell’oro grazie all’Ia.
È la fotografia di una realtà in evoluzione rapidissima, che coinvolge quasi tutti i settori dei servizi. Block (ex Square) del guru in bermuda Jack Dorsey ha annunciato il licenziamento di circa 4.000 dipendenti (una parte significativa della sua forza lavoro) a inizio 2026, con l’obiettivo di diventare un’azienda «più piccola, più veloce e nativa dell’Ia», sfruttando i guadagni di produttività dell’algoritmo, che non ha pretese, rivendicazioni sindacali, ferie pagate. Amazon ha confermato tagli massicci (circa 30.000 posizioni corporate entro il 2026); Jeff Bezos chiama il piano «riduzione degli strati», manco si trattasse di una torta con meno ingredienti. La compagnia telefonica inglese Bt Group ha potato 55.000 posti di lavoro e ha annunciato con orgoglio «di volare in Borsa». Così anche Ibm e Duolingo. Il colosso assicurativo Accenture ha licenziato circa 11.000 dipendenti, citando il potenziale dell’Ia per automatizzare il lavoro. Meta ha mandato a casa centinaia di dipendenti in vari dipartimenti, inclusi curiosamente quelli legati alle infrastrutture Ia: neppure gli ingegneri servono più, l’importante è efficientare. L’esempio principale rimane la fintech svedese Klarna, che ha ridotto la sua forza lavoro del 40% tra il 2022 e il 2024 per investire nell’Ia. Con una conseguenza che resta una speranza: è stata costretta a riassumere personale in carne ed ossa «a causa di un calo della qualità dei servizi».
Mentre tutto ciò accade, la politica è ferma e i sindacati pensano alla Flotilla o all’allarme democratico. Lo ha sottolineato Giorgia Meloni, che già al G7 di due anni fa volle un focus dedicato: «La politica è troppo lenta ed è già costretta a inseguire la rapidità delle trasformazioni. Questo è il rischio più grande». Papa Leone è andato oltre: «La possibilità di accedere a vaste quantità di dati e di conoscenze non va confusa con la capacità di trarne significato e valore. Occorre una profonda inversione di rotta». Il problema è capire chi ha in mano il timone.
I movimenti sono così fluidi da sembrare una danza che trasforma la sauna in un palcoscenico con la scenografia della piscina esterna ispirata alle terme giapponesi. Mattia Fortunati Rossi, maestro di sauna pluripremiato (campione italiano nel 2023), sventola con vigore le spugne bianche, disegna cerchi nell’aria che diffondono ondate bollenti di aromi, turbini vorticosi di vapore prodotti da sfere di neve che sembrano essersi impregnati della resina dei boschi o degli agrumi di Sicilia. La sauna diventa un tappeto di Aladino che vola seguendo la rotta dell’olfatto. L’Afuguss, così si chiama questa pratica delle gettate di vapore in sauna, all’Hotel Solvie di Falzes è pura arte.
Proprio all’arte del benessere, che a tratti sconfina nella sensazione onirica, è consacrato questo albergo, ultimo nato nella famiglia dei Winklerhotels. Inaugurato lo scorso anno, ha aspetti rivoluzionari: la reception rompe un tabù e diventa contigua al garage che, per eleganza e cura, vi dialoga perfettamente. Falzes è famosa per trovarsi su un poggiolo molto soleggiato della Val Pusteria e tutto l’hotel è un inno alla luce che lo inonda dalle pareti di vetro affacciate sul giardino, dove i grandi specchi d’acqua delle piscine riflettono il cielo. «Il concept di design segue un’interpretazione dello spazio aperta e inondata di luce, caratterizzata da forme morbide ed ellittiche», spiegano Stefan Ghetta e Astrid Steinwandter, direttori creativi del progetto. La forma ellittica ricorrente accarezza la vista, l’ariosità rilassa. Anche il tempo si dilata: «Le lancette della colazione si spostano fino alle 11.30 per consentire di gestire liberamente il tempo; il pranzo è leggero con piatti e snack salutari che cambiano ogni giorno, le cene a base di prodotti locali e stagionali», spiega Julian Winkler. L’aperitivo, per chi lo desidera, si spoglia dell’alcool con formule e sciroppi esclusivi del creativo barman Gaborl.
Le 87 camere e suite, di cui 45 nuove suite, hanno nuance naturali come il biondo madreperlato del faggio, le tonalità dell’acqua e della terra, linee semplici ed ellittiche, arredi artigianali e vetrate che diventano pareti di luce. L’acqua è al centro del giardino di 5.000 mq con la infinity pool riscaldata (c’è anche un laghetto con piattaforma per lo yoga). Ma è anche a un passo dalle nuvole: immersi nella piscina al quinto piano, si ammira Falzes dall’alto con la chiesa linda di San Ciriaco, il campanile rosso così appuntito da sembrare una punta di matita che buca il cielo, gli alpeggi di velluto e i boschi.
L’area saune, ricca di trasparenze, comprende zone relax e saune di vario tipo, dove ogni giorno si eseguono tre gettate di vapore e un peeling con sale o zucchero nella sauna Vapor-experience. L’area ideale per famiglie è attorno alla piscina coperta, dove la sauna aromatica alle erbe evoca un tuffo nei prati altoatesini. Karin Reichegger, spa manager e insegnante di yoga, si è occupata personalmente della messa a punto di trattamenti esclusivi e olistici, come il Vegeto dynamic, una dolce mobilizzazione che mira al riequilibrio energetico. Per chi lo desidera, ci sono corsi di yoga e qi gong.
All’aperto il «bagno» nei boschi è un’esplorazione guidata in natura dove il tatto diventa protagonista. Numerose le escursioni organizzate dall’albergo in quota con guida, anche oltre i tre mila metri, e in bici. L’Hotel Solvie si trova a quindici minuti di shuttle (gratuito) da Plan de Corones, dove ricavato nell’ex stazione a monte a 2.275 metri, il museo Lumen racconta la storia e l’eroismo della fotografia di montagna. Il ristorante contiguo AlpiNN è una moderna stube di cristallo che nasce dal progetto Cook the mountain dello chef Norbert Niederkofler. Vicino si trova anche il Messner mountain museum Corones, dedicato all’alpinismo tradizionale, nell’architettura firmata da Zaha Hadid.
Dall’hotel in dieci minuti di shuttle si raggiunge Brunico, con i suoi negozi affacciati alle strade di pietra. Anche Falzes incanta, con il percorso di Landart costellato di opere; il sentiero «Le pietre raccontano» per scoprire la geologia locale; la passeggiata alla malga Haidenberg; il tour in bici lungo la Strada del Sole con sosta al laghetto balneabile d’Issengo. Oppure la visita all’azienda Bergalia, per conoscere il mondo degli oli essenziali alpini. La sera, rientrati, attendono bagni di calore e di acqua al cospetto del tramonto.
Informazioni: www.wrinklerhotels.com; www.suedtirol.info/it.
Cognome e nome: Letta Enrico. Premier per 10 mesi nel 2013, sostituito da Matteo Renzi che lo aveva appena rassicurato in tv: «Enrico, stai sereno».
«È diventato un tormentone nazionale, a me fa sorridere», confiderà il 3 maggio 2015 alla sempre puntuale Barbara Romano, oggi al Tg2, all’epoca a Libero (aggiungendo una macumba: «Vedremo nei prossimi anni a cosa porterà il solitario approccio leaderistico di Renzi», tiè).
Segretario del Pd per due anni, dal 2021 al 2023, giusto il tempo di consegnare Palazzo Chigi a Giorgia Meloni.
L’abatino Letta. Che da milanista su X ha bastonato Alessandro Bastoni dopo la sua «scemeggiata», la simulazione che ha portato all’espulsione dello juventino Pierre Kalulu. «Non va convocato in Nazionale» ha maramaldeggiato nel giorno di San Valentino.
2013. Da premier visita l’Irlanda. Al quotidiano Irish Times concede una chicca: «Che cosa si pensa di me nelle cancellerie europee? Che ho un paio di balls of steel», alla lettera: palle d’acciaio. Non l’avesse mai detto (come poi sosterrà)!
Fu immantinente azzannato da Renato Brunetta, capogruppo Pdl alla Camera, «Gli operai dell’Ilva gliele fonderebbero volentieri», e da Beppe Grillo, «Letta ballista d’acciaio».
Letta reagì su Twitter: «Ma Grillo non hai altro da fare? Segnalo che tutto lo steelgate è nato per traduzione idiomatica fatta dal giornalista». Traduco idiomaticamente a mia volta: la frase usata da Letta sarebbe stata «ritengono io abbia tirato fuori gli attributi», ma si sa come vanno le cose con le iene dattilografe, tanto più se straniere.
Non smentì invece Libero, cui regalò parole di apprezzamento per Silvio Berlusconi: «È uno sborone». Per la Treccani - che richiama la voce «Parole oscene» di Fabio Rossi nell’Enciclopedia dell’italiano, 2011 - il vocabolo «rimanda alla masturbazione, usato per stigmatizzare metaforicamente persone e comportamenti legati all’inettitudine e alla vanagloria», e vabbé.
«Sotti-letta». «Lettino». L’eterno revenant, il «redivivo» della poesia di Charles Baudelaire. Il politico che avrebbe voluto «essere come Dylan Dog: intelligente e molto corteggiato dalle donne».
Anche se a Chi di Alfonso Signorini alla vigilia delle politiche 2022 confesserà di aver coltivato due sogni: «Diventare un grande giocatore di basket negli Usa, mentre alla fine ho giocato solo a Pisa (sua città natale, ndr), e viaggiare per il mondo lavorando come fotografo del National Geographic».
«Letta il Minore». «Letta il Giovane». Per distinguerlo dallo zio, Gianni Letta, simbolo di quell’educato, equilibrato, civile - nonché spietato, alla bisogna - gattopardismo in salsa romana, per cui «tutto deve cambiare perché nulla cambi davvero», dal momento che «tra destra e sinistra alla fine vince sempre il centro (tavola)» (copyright by Dagospia).
Come lo Zio, anche il Nipote si è sempre saputo muovere con passo felpato, attraversando indenne i tanti scandali e scandaletti che hanno investito la politica in generale, e il centrosinistra in particolare, senza mai essere «avvisato», indagato o accusato di alcunché.
Anzi. Come divenne premier, perché non si inzigasse su potenziali conflitti d’interesse, polverizzò da un giorno all’altro VeDrò, il suo think tank che si dava appuntamento una volta l’anno per tre giorni in Trentino.
Il fatto è che del suo atto d’imperio Letta non avvisò alcuno: andò al microfono, intonò il de profundis, e tanti saluti a chi aveva già messo in piedi la nuova edizione, sempre con tanto entusiasmo e sempre con mezzi risicati (lo so per conoscenza diretta, visto che a VeDrò ho potuto ricordare l’assassinio del commissario Luigi Calabresi, il calvario giudiziario di Enzo Tortora, gli omicidi di Walter Tobagi e dell’avvocato Giorgio Ambrosoli, e posso garantirlo senza tema di essere smentito: non si nuotava certo nell’oro).
Troncare. Sopire. Per risultare una presenza in fondo impalpabile. Il che gli ha consentito un cursus honorum impressionante.
Consigliere comunale Dc a Pisa nel 1990, a 24 anni (meglio di Pierfurby Casini, consigliere Dc a Bologna nel 1980, a 25 anni: la Dc è morta, ma alcuni Dc hanno saputo sopravvivere benissimo).
«Nel 1991, a 25 anni, mi sono ritrovato presidente dei giovani popolari d’Europa». E chi a quell’età non si è «ritrovato» ai vertici di un movimento internazionale?
«Nel 1993, nel passaggio dall’esecutivo di Giuliano Amato a quello di Carlo Azeglio Ciampi, a Beniamino Andreatta fu chiesto inaspettatamente di occuparsi degli Esteri, e siccome il suo entourage era “economico”, ed io ero l’unico ad aver fatto studi di Diritto delle Comunità, mi ritrovai (aridanga) suo segretario e principale collaboratore al governo», ipse dixit a Cesare Fiumi per Sette, il supplemento del Corriere (e sarà anche per questa improvvisa investitura che i suoi detrattori hanno fatto circolare un presunto giudizio di Andreatta: «Enrico è un animale a sangue freddo», una rasoiata, ma vai a sapere: magari era un elogio della sua imperturbabilità).
Nel 1997 vice - assieme a Dario Franceschini - di Franco Marini, segretario del Ppi, il Partito popolare.
Dal 1998 al 20021 ministro nei due governi consecutivi di Massimo D’Alema e poi nel secondo esecutivo Amato.
Quindi nel 2001 deputato (lo sarà fino al 2015, e poi di nuovo dal 2021 al 2024).
In corsa per le prime primarie del Pd, vinte il 14 ottobre 2007 da Walter Veltroni con il 75% dei voti, «i concorrenti raccattarono le briciole: Rosy Bindi il 14%, Letta il 10%, altri due lo zero e qualcosa» (Giampaolo Pansa, Tipi sinistri, Rizzoli, 2012).
Con il Pd, in verità, l’amore non è mai sbocciato.
L’avvento di Renzi al governo, infatti, è stato avallato dalla direzione del Pd che il 14 febbraio 2014 votò la proposta sul «cambio di passo» con un voto bulgaro: 136 sì, 16 no, 2 astenuti (e la benedizione non dichiarata del capo dello Stato Giorgio Napolitano: lo scatto in cui, al passaggio delle consegne, Letta allunga la mano destra guardando letteralmente dall’altra parte - se non schifato, come se - foto che i social hanno trasformato in meme, con Letta che consegna a Renzi non la campanella ma una pantegana, è rimasto celebre).
Come I duellanti di Joseph Conrad, da cui Stanley Kubrick trasse uno splendido film, i due continuano a beccarsi.
Renzi in Avanti, Feltrinelli 2017, scrive: «Il governo Letta era immobile, fu tutto il Pd a voler cambiare cavallo»?
Letta lo impiomba su Twitter: «Mi è tornata in mente una frase ascoltata tanto tempo fa: “Sono convinto che il silenzio esprima meglio il disgusto e mantenga meglio le distanze”».
Letta in Ho imparato, Il Mulino 2019, vede un filo rosso tra il vaffa di Grillo, la ruspa di Matteo Salvini e la rottamazione del Toscano del Grillo, «tutti e tre si sono serviti della distruzione dell’avversario per raggiungere il potere»?
Renzi lo fulmina: «Meschino, accecato dal rancore personale e dall’odio ideologico».
Dopo la defenestrazione dal governo e la successiva rinuncia al seggio in Parlamento, Letta ripara in Francia per dirigere dal 2015 al 2021 la Scuola di affari internazionali dell’Istituto di studi politici di Parigi.
Nel 2016 si guadagna così anche la presidenza dell’Istituto Jacques Delors. E un posto nel consiglio di amministrazione di Abertis, colosso spagnolo delle infrastrutture e gestione autostradale.
Nel 2021 è richiamato in patria a gran voce come capo del Pd, da quegli stessi congiurati che lo avevano tradito nel 2014: «Nello stanco, ma pur sempre appassionato romanzo d’appendice che scorre parallelo alla tecnocrazia che governa, si staglia all’orizzonte del Pd la figura del Letta di Montecristo», così Filippo Ceccarelli su Repubblica.
Diventerà il nono leader del Pd masticato e digerito in sedici anni.
Ma non rimane a spasso: quando nel 2024 è nominato decano della Ie School of Politics, Economics and Global Affairs di Madrid, prestigioso istituto per la formazione di leader in innovazione e cambiamento, si dimette di nuovo dal Parlamento, perché va bene il senso dello Stato, ma lo stato del proprio curriculum viene prima.
Con la «tecnocrazia» Letta ha sempre mantenuto oculate e proficue relazioni.
Nel novembre 2011, quando Mario Monti subentra al Cavaliere «dimissionato» causa spread, un fotografo immortala il neo-premier con un biglietto in mano: «Mario, quando vuoi dimmi forme e modi con cui posso esserti utile dall’esterno. Sia ufficialmente sia riservatamente. Per ora mi sembra tutto un miracolo! E allora i miracoli esistono! Enrico» (Letta in quel momento era vicesegretario del Pd di Pier Luigi Bersani).
Anche con Mario Draghi i rapporti sono idilliaci, tanto che lo scorso 12 febbraio erano insieme all’informale vertice Ue nel castello di Alden-Biesen in Belgio, dove in venti minuti a testa «i due ex premier italiani, esempi differenti di fallimento politico in patria, hanno ripetuto la predica sulla competitività europea la cui condizione è peggiorata, e si sa che la gente dà buoni consigli se non può più dare il cattivo esempio», così Roberto Ciccarelli sul manifesto del 13 febbraio.
Sì, Letta ha imparato.
A non uscire dal giro, sicuramente.








