Macron cerca la riconciliazione con il Ruanda, ma l'Africa non crede più alla Francia
La settimana scorso il presidente francese Emmanuel Macron ha inaugurato a Parigi un memoriale in ricordo delle vittime del genocidio del Ruanda. Alla cerimonia era presenta anche il presidente ruandese Paul Kagame che ha portato in Francia anche il ministro degli Esteri per una serie di bilaterali. All’evento, l’inquilino dell’Eliseo ha dichiarato che questo monumento rappresenta il culmine di una lunga e paziente ricerca della verità, ma senza una diretta ammissione di una responsabilità francese in una delle più grandi tragedie della storia africana.
Macron ha parlato di un impero che non vuole falsificare la storia e che cerca la verità con l’obiettivo del conseguimento della pace. Una mossa indubbiamente tardiva, sono stati necessari 32 anni per arrivare a questo, ma che ha tutta l’aria di una precisa manovra politica di Parigi in estrema difficoltà. Il Ruanda aveva lungamente accusato la comunità internazionale di essere stata complice con la sua palese indifferenza dei tre mesi più drammatici del piccolo paese della Regione dei Grandi Laghi. «La Francia si trovava in una posizione unica per osservare ed agire, impendendo un genocidio che come tutti gli altri non ha fatto che negare per decenni. Troppi anni sono stati necessari perché si rendesse conto del suo ruolo nel causare ulteriore sofferenza e su alcuni punti non abbiamo ancora trovato un consenso e difficilmente lo troveremo», ha detto Kagame davanti ad una folla di giornalisti. Allo stesso tempo l’uomo forte di Kigali ha riconosciuto gli sforzi di Parigi, che nessuna altra nazione ha fatto fino ad oggi.
Il genocidio era iniziato il 6 aprile 1994, quando l'aereo del presidente Juvénal Habyarimana fu abbattuto, uccidendo il leader che, come la maggior parte dei ruandesi, era di etnia Hutu e la colpa ricadde sulla minoranza Tutsi. Milizie irregolari Hutu, spalleggiate da polizia ed esercito, cominciarono il massacro, con le armi acquistate proprio dalla Francia. Il tentativo di riconciliazione storica con il Ruanda rientra in un quadro di riposizionamento in Africa che Macron sta insistentemente tentando da tempo. Il crollo della Francafrique e del controllo economico e politico che questo impero neocoloniale garantiva ai francesi, pesa come un macigno sulle casse statali ed ormai le truppe francesi sono ridotte ad un presenza minimale in Gabon e nella strategica base di Gibuti.
In tutta l’Africa occidentale, storico baluardo francofono, negli ultimi anni sono state decine le manifestazioni per chiedere l’allontanamento dei militari transalpini che, complice anche l’arrivo di giunte militari legate a Mosca, ha perso il controllo dell’intero Sahel. Il governo francese ha provato ad arginare questa emorragia di consenso organizzando per la prima volta in Africa il vertice annuale con le nazioni del continente, scegliendo fra l’altro una nazione anglofona come il Kenya. Proprio in occasione del meeting di Nairobi, Macron ha parlato del processo di restituzione delle opere d’arte africane sottratte negli anni dalla Francia anche grazie a una nuova legge che facilita questo percorso a ritroso. Il processo di restituzione era in realtà iniziato nel 2017, rimanendo poco più che simbolico, perché dopo nove anni sono soltanto una decina le opere d’arte tornate in Africa. Nel 2019, l'allora primo ministro Edouard Philippe aveva restituito la spada di El Hadj Omar al presidente senegalese Macky Sall durante una cerimonia, mentre l’anno seguente i tesori reali di Abomey era tornati in Benin. Quest’anno la Francia ha restituito alla Costa d’Avorio il tamburo parlante Djidji Ayokwe, prelevato nel 1916, ma si tratta sempre di oggetti minori. Macron, anche in vista della fine del suo mandato il prossimo anno, sta provando ad accelerare, ma gli africani non hanno più nessuna fiducia in Parigi, come dimostra anche il successo del Piano Mattei del governo italiano.
Le polemiche sulla mancanza di sicurezza a Genova hanno trasformato la sindaca Silvia Salis in un’aspirante sceriffa. Se non addirittura nel clone in gonnella del viceré di Salerno, Vincenzo De Luca. La città è sempre più preda di bande di maranza e stranieri irregolari e, il 30 maggio, uno di questi, il senegalese Cissé Camara, ha ucciso in modo ferino il quarantottenne milanese Pietro Alberto Paolo Signor. A distanza di sette giorni la prima cittadina è corsa ai ripari e ha lanciato l’operazione «Largo raggio», con cui 25 agenti della polizia municipale, nella notte tra il 6 e il 7 giugno, hanno intensificato i controlli sul lungomare cittadino e nelle zone limitrofe per provare a limitare i mugugni dei genovesi sempre più infastiditi dal senso di insicurezza che si sta diffondendo nel capoluogo ligure.
È la prova che, quando si vuole, anche la polizia municipale può essere impiegata per garantire la sicurezza e non solo per dare multe ai cittadini che portano i cani a fare la pipì senza la bottiglietta dell’acqua. Ieri le agenzie di stampa hanno diffuso questa dichiarazione della Salis: «Per tutta la stagione la nostra attenzione si concentrerà in modo capillare anche sulle zone nevralgiche della movida estiva, per garantire a genovesi e turisti un divertimento sicuro e nel pieno rispetto delle regole di convivenza». La prima cittadina, ringraziando i vigili, ha mandato un messaggio al governo: «I nostri agenti operano con grande professionalità, trovandosi sempre più spesso a far fronte a necessità di presidio e sicurezza che spingono il loro raggio d’azione ben oltre le tradizionali competenze municipali. […] Ma la polizia locale, anche per una questione di competenze, non può arrivare ovunque: è il motivo per cui da quando mi sono insediata ho chiesto più risorse al governo sulla sicurezza per i Comuni e rinnovo ancora una volta l’invito a sottoscrivere il prima possibile nuovi Patti per la sicurezza cittadina». Nel corso del servizio sono state controllate 78 persone, tra cui numerosi giovani, cittadini stranieri e minorenni. Due extracomunitari hanno provato a fuggire a bordo di un motorino rubato, ma sono stati fermati. Pure l’assessora a Polizia locale e Sicurezza, Arianna Viscogliosi, autorevole esponente di Italia viva (come la Salis è considerata una «creatura» di Matteo Renzi), ha mostrato un cipiglio da amministratrice di un Comune di centrodestra (e in effetti era già stata in giunta con l’ex sindaco Marco Bucci). Giovedì in Consiglio comunale ha attaccato il governo per i mancati rimpatri e, a proposito di Camara, ha detto: «L’autore del reato era una persona irregolare sul territorio nazionale da anni, con precedenti penali, già nota alle forze dell’ordine e alla polizia locale e che da tempo non avrebbe dovuto trovarsi in Italia». In versione ultrà della remigrazione, ha domandato: «Quali strumenti mette in campo lo Stato per espatriare soggetti come questo?». Ma ancor prima di ricevere la risposta ha decretato che tali «strumenti evidentemente non funzionano».
In tv ha rincarato la dose: «Il governo è il principale responsabile delle politiche di sicurezza che dovrebbe lavorare per creare degli accordi che permettano rimpatri veloci». E ha rimarcato, citando il Senegal, che la loro mancanza «non consente il rimpatrio dei cittadini che vengono ritrovati a delinquere sul nostro territorio».
Una voglia di Cpr e di rimpatri che era stata anticipata dalla Salis in un’intervista televisiva quando aveva detto: «Il 70 per cento degli irregolari che vengono fermati nella nostra città poi rimangono sul territorio perché non esistono dei protocolli di espulsione che funzionino; poi ogni anno riceviamo centinaia di minori non accompagnati che spesso sono molto difficili da gestire».
Su Instagram, poche settimane fa, aveva anticipato il cambio di linea: «La sicurezza è un diritto. Di tutte e tutti. La sinistra ha regalato il tema alla destra ed è arrivato il momento di riprendercelo».
La Salis sceriffa sembra una lontana parente di quella che, l’anno scorso, concionava di «sicurezza integrata» con «l’aspetto sociale, sanitario e comunitario» e regalava supercazzole come questa: «Spesso la percezione di insicurezza non corrisponde alla realtà dei reati, ma è influenzata dal degrado urbano».
Nel frattempo, probabilmente per far digerire la svolta securitaria a una maggioranza di cui fa parte Avs, la giunta Salis ha annunciato proprio ieri «la resistenza» contro il ddl Valditara che prescrive il consenso informato da parte delle famiglie sull’educazione affettiva nelle scuole medie e superiori, escludendola in quelle primarie e dell’infanzia.
A Genova, come riportato dal sito de La Repubblica, l’assessora al Diritto all’istruzione e alle pari opportunità, Rita Bruzzone, ha annunciato le barricate, difendendo quel tipo di educazione, già garantita in quattro scuole comunali dell’infanzia: «Se il ddl vieta l’educazione sessuo-affettiva negli asili, le cambieremo nome, ma porteremo avanti questa battaglia» ha anticipato la Bruzzone.
Ma torniamo alla sicurezza. Ilaria Cavo, la consigliera comunale più votata e deputata di Noi moderati, sottolinea lo scaricabarile della giunta, dopo l’omicidio di Signor, oltre che l’improvvisa passione per i rimpatri veloci: «La maggioranza comunale di centrosinistra, molto sbilanciata a sinistra, ha attaccato in ogni modo e in ogni dibattito in Consiglio comunale i provvedimenti del governo sulla sicurezza, la scelta di identificare i Paesi sicuri per velocizzare e assicurare i rimpatri di chi non ha diritto di restare, e adesso fa la giravolta?».
La Cavo ricorda che la sua parte politica «crede che in questo Paese ci debba essere inclusione e lavoro per gli immigrati che hanno diritto a rimanere», ma che «ci vuole coerenza e, appunto, chiarezza». Quindi aggiunge: «Il tema della sicurezza è una cosa seria e ben vengano le posizioni di buon senso, persino il ravvedimento della giunta Salis, purché ci sia linearità e coerenza. Ammettano di aver sbagliato, criticando la politica del centrodestra sull’immigrazione e smettano di attaccare le norme in materia di immigrazione». Infine, la parlamentare punzecchia anche l’assessora («Nell’elenco dei Paesi sicuri rientra anche il Senegal, che tanto preoccupa la Viscogliosi») e si augura che il tema della sicurezza venga affrontato nella conferenza stampa che la Salis ha indetto per giovedì, in occasione del primo anniversario della sua giunta. La Cavo, nota giornalista tv, conclude commentando la polemica sulla presunta volontà della prima cittadina di mettere il bavaglio ai cronisti: «Nonostante il tentativo evidente della sindaca di conoscere in anticipo i temi delle domande, c’è stata la rassicurazione dell’Ordine dei giornalisti che le domande saranno libere per tutti».
La richiesta arrivata dal Comune di conoscere in anticipo i quesiti dei cronisti ha fatto infuriare la Lega.
La capogruppo in Comune Paola Bordilli e il consigliere Alessio Bevilacqua, ieri, hanno attaccato: «Silvia Salis scappa dal confronto aperto perché terrorizzata dalle domande libere. Ma chi governa una città straordinaria come Genova ha il dovere di rispondere a viso aperto, non il diritto di imporre il copione ai giornalisti per evitare le domande scomode».
Non solo un portiere leggendario, ma una figura diventata nel tempo sinonimo di affidabilità, rigore e sobrietà. Il racconto televisivo attraversa le tappe della sua storia: dall’infanzia in Friuli ai campi di provincia, fino all’ascesa ai massimi livelli del calcio italiano ed europeo. La narrazione segue il percorso umano e sportivo di Zoff, il portiere che ha difeso la porta della Nazionale e i sogni di un intero Paese. Campione d’Europa nel 1968 e, soprattutto, capitano dell’Italia campione del mondo nel 1982, resta ancora oggi una delle icone più riconoscibili del calcio azzurro.
La docufiction si sviluppa come un viaggio nella memoria collettiva italiana, intrecciando imprese sportive ed emozioni personali. Attraverso immagini d’archivio, fotografie private, materiali inediti e testimonianze, emerge il ritratto di un uomo capace di incarnare disciplina e umanità, sempre lontano dai clamori ma centrale nella storia sportiva del Paese. Non mancano i momenti entrati nell’immaginario collettivo: dal trionfo mondiale del 1982 al celebre abbraccio con Enzo Bearzot, simbolo di un gruppo diventato leggenda. A ricostruire quella stagione e il percorso di Zoff sono le voci di compagni, avversari e protagonisti della cultura italiana: Francesco De Gregori, José Altafini, Fabio Capello, Maurizio De Giovanni, Michel Platini, Alessandro Del Piero, Bruno Conti, Marco Tardelli, Luca Marchegiani, Sandro Veronesi, Neri Marcorè e Cinzia Bearzot.
La produzione è firmata da Tunnel Produzioni, con la regia di Giovanni Filippetto, con il regista che ha curato anche i testi insime a Umberto Marino, Anna Boiardi e Antonio Azzalini.
Dietro il racconto della docufiction c’è una carriera che, più che un’ascesa spettacolare, somiglia a una costruzione lenta e inesorabile. Dino Zoff viene dai campi del Friuli, da un calcio che non aveva ancora miti consolidati e che chiedeva soprattutto affidabilità, resistenza, continuità. Non è mai stato un portiere «di effetto», e forse proprio per questo è diventato un punto fermo. La sua storia passa da Udinese e Mantova, fino alla Juventus, dove entra in un mondo che non ammette distrazioni e dove la solidità, più delle parate spettacolari, diventa una forma di leadership. Con la Nazionale attraversa stagioni diverse senza mai perdere il posto né la misura. Il titolo europeo del 1968 è il primo approdo, ma è il Mundial del 1982 a fissarne l’immagine nella memoria collettiva: a 40 anni, da capitano, alza la Coppa del Mondo in Spagna e chiude una delle carriere più longeve mai viste a quei livelli.
Anche il dopo non è una rottura, ma una prosecuzione naturale. Tornato in panchina, guida ancora Juventus e Nazionale, portando con sé lo stesso modo di stare nel calcio: sobrio, essenziale, quasi refrattario alle mode.
Ed è forse qui che la sua figura trova una coerenza rara. Come quando, nel 200, dopo il secondo posto agli Europei di Belgio e Olanda, dove condusse l'Italia a un passo dal trionfo, beffata prima dal pareggio di Wiltord nei minuti di recupero e poi dal golden gol di Trezeguet ai tempi supplementari, decise di dimettersi in seguito alle dure critiche di Silvio Berlusconi. Perché Zoff non ha mai cercato interpretazioni diverse di sé stesso: ha fatto un lavoro, con continuità assoluta, fino a farlo coincidere con un’idea di serietà che nel calcio moderno appare sempre più distante.
Ecco #DimmiLaVerità dell'8 giugno 2026. L'economista Antonio Maria Rinaldi spiega i motivi della sua adesione al partito di Vannacci.










