Al referendum confermativo sulla riforma della giustizia ha prevalso il No. Affluenza record vicina al 59%. Giorgia Meloni invita a rispettare il risultato e assicura: «Rammarico per occasione persa. Ma andremo avanti, come abbiamo sempre fatto, con responsabilità, determinazione e rispetto verso il popolo italiano e verso l'Italia».
Al referendum confermativo sulla riforma della giustizia ha prevalso il No. Con i seggi chiusi alle 15 di oggi e un’affluenza record vicina al 59% degli aventi diritto, le prime proiezioni hanno indicato un distacco ormai consolidato tra i due schieramenti. Dopo che la terza proiezione di Tecnè ha visto il No al 54,3% e il Sì al 45,7%, alle 17:45, dopo 60.313 sulle 61.533 delle sezioni scrutinate, i dati riportati in tempo reale sul sito del Ministero dell'Interno recitavano: Sì al 46,27% e No al 53,73%. Non era previsto alcun quorum per la validità della consultazione.
Le prime reazioni politiche hanno messo in luce le diverse letture del risultato. «Rispettiamo la decisione degli italiani» ha commentato Giorgia Meloni attraverso un video postato su Instagram. «Andremo avanti, come abbiamo sempre fatto, con responsabilità, determinazione e rispetto verso il popolo italiano e verso l'Italia». Di ben altro tenore le dichiarazioni del leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, che ha scritto sui social: «Ce l’abbiamo fatta! Viva la Costituzione!», per poi aggiungere in tv: «La vittoria sonora del No è un avviso di sfratto per Meloni». Il leader di Avs Angelo Bonelli ha parlato invece di un «segnale politico rilevante». Tra le fila del Partito democratico il primo a esprimersi è stato Andrea Orlando che ha commentato: «Una vittoria della Costituzione e del popolo italiano». Dal fronte di Fratelli d’Italia, il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami ha sottolineato che l’esito non modifica l’agenda del governo: «Come avevamo detto fin dall’inizio, le vicende attinenti alla consultazione referendaria erano sganciate». Il leader di Italia Viva, Matteo Renzi, ha osservato a Radio Leopolda: «Il No, molto a sorpresa, ha vinto questo referendum. Quando il popolo parla il governo deve ascoltare». E ha aggiunto: «Quando un leader perde il tocco magico, tutti intorno a lui cominciano a dubitare e non può far finta di nulla». Il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, non ha perso l'occasione per chiamare la gente in piazza: «Pensiamo che sia utile che verso le 18-18:30 tutti quelli che hanno voglia di festeggiare assieme a noi a piazza Barberini, in modo da dare visibilità anche nazionale a questa importante giornata democratica. È davvero una bella giornata. Credo sia il modo migliore per dire che è iniziata una nuova primavera nel nostro Paese» ha detto nella conferenza stampa post voto. A commentare l'esito del referendum sulla giustizia è stato anche il presidente della Cei Matteo Zuppi: «Il dibattito che lo ha preceduto e i dati di affluenza confermano l'importanza di ragionare sull'esercizio concreto della giurisdizione nel nostro Paese, snodo importante per la custodia del bene comune e il perseguimento della giustizia, che soffre per molte difficoltà. Tenendo sempre conto l'equilibrio tra poteri dello Stato che i padri costituenti ci hanno lasciato come preziosa eredità e che tutti devono preservare, ci auguriamo», ha detto il cardinale nell'introduzione al Consiglio episcopale.
A Milano, i magistrati si sono radunati nella sala della sezione locale dell’Associazione nazionale magistrati al primo piano del Palazzo di Giustizia. Ai primi exit poll che indicavano il No in vantaggio sono partiti applausi e commenti di soddisfazione. «È troppo presto, aspettiamo i dati definitivi», ha detto qualcuno, invitando alla prudenza. L’atmosfera, comunque, restava positiva tra i presenti. Tutto questo mentre in concomitanza con lo scrutinio, Cesare Parodi ha rassegnato le dimissioni dalla presidenza dell’Associazione nazionale magistrati per «motivi personali», comunicando la decisione poco prima della chiusura dei seggi. A Napoli circa 50 magistrati si sono radunati nella saletta dell'Anm e hanno brindato cantando «Bella ciao» e intonando cori contro il governo e contro Luca Palamara.
La partecipazione al voto ha raggiunto percentuali eccezionali in diverse regioni: in Emilia-Romagna il 66,67%, in Toscana il 66,5%, in Umbria il 65,05%, nelle Marche e in Lombardia intorno al 63%, mentre al Sud l’affluenza è stata più contenuta, con il 53,9% a Bari e poco sopra il 46% a Palermo. Nelle grandi città, Firenze ha registrato il record di partecipazione con il 70%, seguita da Milano (64,6%) e Roma (62,6%). L’analisi dei comportamenti elettorali evidenzia motivazioni diverse tra chi ha votato Sì e chi No. I favorevoli alla riforma hanno indicato principalmente ragioni di merito: la separazione delle carriere nella magistratura (59%), la divisione del Csm in due rami (35%) e l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare (34%). Tra gli elettori del No, invece, prevale un orientamento più conservativo, volto a non modificare la Costituzione, con una componente politica significativa: il 34% ha ammesso di aver voluto dare un segnale al governo.
Iran, Trump: «Accordo in 15 punti, stop all’atomica e cambio di regime». Ma Teheran non conferma
Donald Trump accelera sul fronte diplomatico e rilancia l’ipotesi di una svolta nel conflitto con l’Iran. «Abbiamo raggiunto un accordo sui punti principali», ha dichiarato il presidente americano, parlando di contatti «molto buoni e produttivi» e indicando la possibilità concreta di chiudere un’intesa nel giro di pochi giorni. Al centro, secondo la versione della Casa Bianca, ci sarebbe un accordo articolato in quindici punti, con un nodo considerato decisivo: Teheran avrebbe accettato di non dotarsi dell’arma nucleare.
Le parole del presidente arrivano mentre sul terreno la guerra continua e mentre da Teheran giunge una smentita netta. Le autorità iraniane negano qualsiasi negoziato, diretto o indiretto, e respingono la ricostruzione americana, sostenendo che non esistano colloqui in corso con Washington. Una distanza che, al momento, resta profonda e che rende ancora incerto l’esito di una trattativa che gli Stati Uniti descrivono come avanzata.
Tuttavia, stando a quanto riferito dal sito di informazione israeliano Ynet, a portare avanti il negoziato con gli Stati Uniti sarebbe il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf. Lo stesso Trump ha ammesso alla Cnn che l'interlocutore iraniano è una «persona di alto livello», ricordando che la «leadership iraniana è stata eliminata nella fase uno, nella fase due e in gran parte nella fase tre» e di trattare «con un uomo che ritengo sia il più rispettato». Nel frattempo, il presidente americano ha ordinato una pausa di cinque giorni negli attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane, legando la decisione proprio all’andamento dei contatti. Una sospensione che non riguarda però l’intero quadro militare: Israele continua a colpire obiettivi legati al sistema iraniano, sia a Teheran sia fuori dai confini nazionali, mentre l’Iran mantiene la propria capacità di risposta nella regione. Accanto all’apertura negoziale, il presidente americano ha usato toni molto più duri sul piano politico, parlando apertamente di un «cambio di regime» in Iran e sostenendo che Stati Uniti e Israele avrebbero «eliminato la leadership» di Teheran. Un’affermazione che segna un salto di livello nella narrazione della Casa Bianca e che si inserisce in un contesto già segnato da forte instabilità interna iraniana, tra blackout informatici prolungati e tensioni ai vertici del potere.
Sul piano strategico, uno dei punti più sensibili riguarda lo Stretto di Hormuz. Trump ha indicato la possibilità di una riapertura a breve, ipotizzando anche forme di controllo congiunto. Un passaggio chiave non solo per gli equilibri militari, ma soprattutto per il mercato energetico globale. Non a caso, le sue dichiarazioni hanno avuto effetti immediati: il prezzo del petrolio è sceso dopo giorni di forte volatilità e le Borse europee hanno invertito la rotta, tornando in territorio positivo. Resta però elevata la tensione. L’Iran ha minacciato di minare il Golfo Persico in caso di invasione, mentre proseguono gli attacchi contro obiettivi statunitensi nella regione e le operazioni israeliane contro strutture e figure legate ai Pasdaran. Anche la dimensione internazionale si muove: dalla Russia è arrivata una condanna dei raid su siti energetici iraniani, mentre il Regno Unito ha accolto con favore l’ipotesi di colloqui, sottolineando la necessità di riaprire le rotte marittime. A complicare ulteriormente il quadro c’è il tema delle sanzioni. Trump ha difeso la decisione di allentarne alcune sul petrolio iraniano, spiegando che l’obiettivo è aumentare l’offerta globale di energia e ridurre la pressione sui mercati. Una scelta che, secondo il presidente, «non farà alcuna differenza» sull’andamento della guerra, ma che segnala un tentativo di tenere insieme pressione militare e stabilizzazione economica.
Il quadro che emerge è quello di una fase sospesa: da un lato l’apertura americana, con la prospettiva di un accordo strutturato e una tregua possibile; dall’altro la linea iraniana, che nega il negoziato e continua a muoversi su un piano di confronto diretto e indiretto. In mezzo, un conflitto ancora attivo, che nelle prossime ore potrebbe avvicinarsi a una de-escalation oppure imboccare una nuova escalation. Molto dipenderà da ciò che accadrà nei cinque giorni di pausa annunciati da Washington.
Chi inciampa due volte nello stesso sasso non merita compassione. Uno Stato che da decenni permette gli stessi abusi moltiplica la propria colpa. Dal Forteto alla Bassa Modenese, da Bibbiano ai mille casi silenziosi: una macchina di potere ha distrutto famiglie innocenti, usando i figli come strumenti per sovvenzionare una precisa ideologia e grandiose filiere che hanno bruciato il denaro dei contribuenti per creare dolore e suicidi. C’è una frase che Davide Tonelli Galliera, il «bambino zero» della Bassa Modenese, porta con sé come una cicatrice che non rimargina, né può rimarginare. È semplice, terribile e vera: «Sapevo che era tutto frutto di fantasia, che i miei genitori non avevano assolutamente fatto niente. Mentre cedevo a queste domande distruttive, sapevo anche che era tutto inventato.» Era un bambino di sette anni. Sapeva di mentire. Sapeva di distruggere sua madre. Non riusciva a smettere, perché gli adulti che lo circondavano, gli assistenti sociali, gli psicologi, i tutori del suo «superiore interesse» continuavano a chiedergli di farlo. E quando provava a resistere col silenzio, la psicologa «andava avanti, andava avanti», finché non arrivavano i mal di testa insopportabili, e poi la resa.
La psiche dei bambini è fragile. Un bambino deportato in mezzo a estranei non benevoli può essere facilmente fatto crollare con la tecnica dell’interrogatorio prolungato o di terzo grado, spesso accompagnata dalla mancanza di sonno, elencata nella lista delle torture. Questo bambino è stato ripetutamente torturato, grazie alla tortura gli sono state estorte false confessioni con cui ha distrutto la sua famiglia. Non è certo l’unico caso. Questo è successo in uno Stato che pretende di seguire linee di democrazia e giustizia. Questi interrogatori portano a menzogne e a formazioni di false memorie. Davide ha scritto tutto in un libro, Io, bambino zero, uscito da Vallardi nel 2025. La sua psiche distrutta, bocciature, abbandono scolastico, cannabinoidi, alcol, due trattamenti sanitari obbligatori, un ricovero volontario. Sua madre naturale è morta quando lui aveva 19 anni. L’aveva vista per l’ultima volta quando ne aveva 7.
È importante studiare cosa hanno detto, scritto, pensato le persone che si sono arrogate il diritto di decidere chi meritava di essere genitore e chi no, perché da quelle parole dipendevano sentenze, allontanamenti, adozioni internazionali, bambini che non hanno mai più rivisto i genitori. A Bibbiano, l’inchiesta «Angeli e Demoni» della Procura di Reggio Emilia ha portato alla luce un sistema in cui le relazioni inviate al Tribunale dei minori venivano adattate, corrette, orientate verso l’esito già deciso. Un’assistente sociale descriveva i sogni di una bambina «in maniera non conforme al vero e con univoca connotazione sessuale», omettendo il desiderio della bambina di rivedere il padre. La stessa operatrice, informata dalla famiglia affidataria che gli incubi della piccola erano causati dall’uso dell’iPad e da certi cartoni animati, ometteva sistematicamente questa circostanza nelle comunicazioni al tribunale. Quello che non serviva alla narrazione spariva. Quello che serviva veniva amplificato, distorto, inventato. C’è poi un messaggio WhatsApp, documentato dalla Procura, che circola tra i colleghi dei servizi sociali: «Avviso tutti i colleghi che i pacchi con regali per bambini allontanati dalle famiglie continuano ad aumentare sempre più e siccome non vengono consegnati per diversi motivi, anche nella maggior parte dei casi perché è meglio non farli avere ai bambini, direi che la regola per il 2019 è quella che per salvare capre e cavoli diciamo ai genitori che il servizio non accetta alcun pacco da consegnare ai propri figli». Genitori separati dai loro figli che mandano regali di Natale. Regali che non arrivano. E come motivazione ufficiale verso i genitori, una bugia. Non perché il regolamento lo impedisse, ma perché «è meglio non farli avere ai bambini». Chi ha deciso che fosse meglio? Su quale base scientifica, su quale norma di legge, su quale sentenza? Federica Anghinolfi, ex responsabile dei servizi sociali dell’Unione Val d’Enza, intervistata da Fuori dal Coro, ha detto: «Io facevo quello che l’istituzione mi chiedeva di fare». L’istituzione lo chiedeva. Dunque andava fatto. La banalità del male è il titolo del libro di Hanna Arendt dove si esamina lo schema della deresponsabilizzazione burocratica. L’istituzione chi sarebbe? Esattamente chi ha chiesto di strappare i bambini alle famiglie sulla base di perizie false, disegni manipolati da psicologi che aggiungevano dettagli sessuali alle produzioni grafiche dei minori, e sedute terapeutiche in cui si usava una cosiddetta «macchinetta dei ricordi», impulsi elettrici applicati durante il colloquio, per «orientare» i ricordi dei bambini in prossimità delle audizioni giudiziarie? La «macchinetta dei ricordi» applica i principi della tecnica Emdr, che facilita la risoluzione del trauma attraverso movimenti orizzontali degli occhi, simili a quelli che abbiamo nel sonno Rem. Durante questa tecnica è fondamentale il comportamento corretto del terapeuta, perché se il terapeuta parla e suggerisce durante le stimolazioni, si possono formare con facilità falsi ricordi.
Il caso della Bassa Modenese è forse il più grottesco. Negli anni Novanta, una serie di bambini di Mirandola e dintorni iniziarono a raccontare di messe nere, riti satanici nei cimiteri, bambini uccisi, padri travestiti da diavolo. Storie fisicamente impossibili, eppure accolte con entusiasmo da psicologi e assistenti sociali che le usarono per avviare procedimenti penali contro decine di genitori. Tutti innocenti. Alcuni morirono in carcere. I bambini, cresciuti, hanno raccontato come nacquero quelle storie. Davide Tonelli ricorda le sedute della psicologa Donati: «Domande suggestive», silenzi puniti con ulteriori domande, il mal di testa come segnale fisico di una resistenza psicologica che stava cedendo. Ricorda un «funerale finto» organizzato dai terapeuti, in cui avrebbe dovuto dire addio alla madre naturale ancora in vita, per «fare spazio alla nuova mamma».
La comunità agricola del Forteto, in provincia di Firenze, ha accolto tra il 1977 e il 2011 un centinaio di minori inviati dai servizi sociali. Per decenni, assistenti sociali pagati dallo Stato hanno effettuato regolari sopralluoghi nella struttura guidata da Rodolfo Fiesoli, condannato in via definitiva per abusi sessuali su minori e adulti affidati, e non hanno visto gli abusi. Quelle visite erano percepite dagli ex ospiti, come testimoniato davanti alla commissione parlamentare di inchiesta, come formalità: si guardava quello che si voleva vedere, si redigevano relazioni rassicuranti, e i bambini tornavano nelle mani di Rodolfo Fiesoli. Il Forteto era citato in convegni, premiato da enti pubblici, visitato da politici.
Il sistema che produce questi danni non è un’aberrazione. È un sistema dotato di logiche proprie, di incentivi propri, di un linguaggio tecnico che rende difficile la critica dall’esterno. Chi osa mettere in dubbio una relazione psicologica, chi chiede conto di un allontanamento, diventa automaticamente «incapace di comprendere la complessità del caso». I genitori che protestano troppo diventano «non collaborativi», una colpa. I bambini che dicono di voler tornare a casa vengono reinterpretati come espressione di un «legame traumatico» da cui emanciparsi. La macchina si autoalimenta. E quando, come nella Bassa Modenese, i bambini diventano adulti e dicono la verità, non c’è nessun ente, nessun ordine professionale, nessuna istituzione che chieda scusa. Ora il sistema potrebbe crollare, corretto finalmente da leggi decenti, di cui si comincia a parlare, anche perché impavidi e furibondi i bambini del bosco resistono. Allevati nell’erba e nel sole, non stanno cedendo, e col loro ostinato coraggio impediscono alle luci di spegnersi.
Ecco #DimmiLaVerità del 23 marzo 2026. Con la nostra Flaminia Camilletti commentiamo la vittoria del No al referendum sulla giustizia.










Meloni: «Rispettiamo la decisione degli italiani, andremo avanti»
Il premier in un videomessaggio sui social dopo la vittoria del «No» nel referendum sulla giustizia: «Gli italiani hanno deciso. E noi rispettiamo questa decisione. Andremo avanti, come abbiamo sempre fatto, con responsabilità, determinazione e rispetto verso il popolo italiano e verso l’Italia».