Londra si prepara a un mondo più ostile: Russia, Cina e terrorismo tra le nuove minacce
Il Regno Unito si sta preparando a un cambiamento profondo del contesto internazionale. È questa la conclusione principale contenuta nel rapporto della Commissione mista per la Strategia di Sicurezza Nazionale del Parlamento britannico, che analizza la National Security Strategy 2025 e avverte che il Paese si trova di fronte a un'epoca caratterizzata da «radicale incertezza». Secondo il documento, i tradizionali presupposti che hanno garantito la sicurezza britannica negli ultimi decenni sono ormai in discussione. La crescente competizione tra grandi potenze, l'aumento delle guerre ibride, l'impiego di tecnologie emergenti come l'intelligenza artificiale e il progressivo deterioramento delle relazioni internazionali stanno creando un ambiente strategico molto più pericoloso rispetto al passato. La commissione parlamentare riconosce che il governo ha individuato correttamente le minacce principali, ma sottolinea l'esistenza di un divario significativo tra le ambizioni dichiarate e i meccanismi concreti necessari per realizzarle. In particolare, i parlamentari lamentano l'assenza di un piano dettagliato per sviluppare le cosiddette «capacità sovrane» e denunciano una scarsa chiarezza sulle responsabilità dei diversi ministeri chiamati ad attuare la strategia.
La National Security Strategy si fonda su tre pilastri
Il primo riguarda la sicurezza interna, il secondo il rafforzamento della posizione internazionale del Regno Unito e il terzo lo sviluppo di capacità industriali, tecnologiche e militari autonome. L'obiettivo dichiarato è ridurre le vulnerabilità britanniche in un contesto globale sempre più instabile e competitivo. Tra le minacce individuate emerge con forza la Russia. Mosca viene descritta come la principale fonte di rischio per la sicurezza britannica, non solo per la guerra in Ucraina ma anche per le attività di sabotaggio, interferenza e aggressione ibrida che stanno colpendo numerosi Paesi europei. Il rapporto invita il governo a mantenere alta la pressione sulla Federazione Russa e a continuare a imporre costi economici e politici crescenti finché proseguiranno le operazioni militari contro Kiev e le attività ostili nei confronti dell'Occidente. Grande attenzione viene dedicata anche alla Cina. Pur riconoscendo l'importanza dei rapporti economici con Pechino, la commissione afferma che il governo dovrebbe essere molto più trasparente nel valutare i rischi per la sicurezza nazionale derivanti dalle relazioni con il gigante asiatico. I parlamentari arrivano a chiedere che ogni nuovo accordo economico con la Cina sia accompagnato da una valutazione pubblica dell'impatto sulla sicurezza nazionale britannica. Un altro elemento di preoccupazione riguarda la crescente dipendenza da fornitori esteri per materie prime strategiche, tecnologie avanzate e componenti essenziali per la difesa. Secondo il rapporto, Londra dovrà ridurre progressivamente la propria esposizione sia nei confronti della Cina per quanto riguarda i minerali critici sia nei confronti degli Stati Uniti per alcuni aspetti della sicurezza e della condivisione delle informazioni di intelligence.
Il terrorismo resta una minaccia
Accanto alle minacce rappresentate dagli Stati ostili, il documento dedica attenzione anche al terrorismo, che continua a essere considerato un rischio concreto per la sicurezza nazionale britannica. Tuttavia, rispetto al passato, il fenomeno viene interpretato in modo diverso. Non sono più soltanto le organizzazioni strutturate come Al-Qaeda o lo Stato Islamico a preoccupare Londra, ma soprattutto gli individui radicalizzati online, spesso privi di collegamenti diretti con gruppi terroristici ma capaci di passare rapidamente all'azione. La strategia mette in guardia contro soggetti «ossessionati dalla violenza», influenzati da contenuti estremisti diffusi attraverso social network, piattaforme criptate e forum digitali. Secondo la commissione, il terrorismo moderno non può più essere analizzato separatamente dalle altre minacce. Criminalità organizzata, cybercrime, propaganda online e interferenze ostili da parte di Stati stranieri tendono sempre più a sovrapporsi. L'intelligenza artificiale e le tecnologie emergenti potrebbero inoltre amplificare le capacità di reclutamento, radicalizzazione e diffusione della propaganda estremista, rendendo più complesso il lavoro delle agenzie di sicurezza.
Per questo motivo il rapporto sostiene che la risposta al terrorismo non debba limitarsi all'azione delle forze dell'ordine e dei servizi di intelligence. La prevenzione deve coinvolgere l'intera società, dalle scuole alle università, dagli enti locali alle aziende che gestiscono infrastrutture strategiche. Il concetto di resilienza nazionale diventa così centrale nella nuova visione britannica della sicurezza. Un altro timore riguarda la possibilità che gruppi terroristici o estremisti prendano di mira le infrastrutture nazionali critiche. Sistemi energetici, reti digitali, trasporti, ospedali e cavi sottomarini vengono considerati obiettivi vulnerabili che potrebbero essere colpiti sia con attacchi fisici sia attraverso operazioni informatiche. La crescente digitalizzazione della società rende infatti possibile una combinazione di attacchi tradizionali e cyberattacchi con effetti potenzialmente devastanti.
I timori per l’indebolimento della Nato
La commissione invita inoltre il governo a prepararsi a uno scenario fino a pochi anni fa considerato impensabile: una crisi internazionale nella quale l'Europa non possa più contare pienamente sul sostegno militare statunitense. Per questo motivo viene chiesto di rafforzare la leadership europea all'interno della NATO e di sviluppare nuove forme di cooperazione strategica con gli alleati del continente. Sul fronte interno, una delle priorità è rappresentata dalla protezione delle infrastrutture nazionali critiche. Oleodotti, reti energetiche, sistemi di comunicazione, trasporti, infrastrutture digitali e cavi sottomarini sono considerati bersagli privilegiati delle moderne operazioni ibride. I parlamentari chiedono quindi maggiori investimenti nella resilienza e nella sicurezza informatica, oltre a una migliore preparazione della popolazione civile in caso di crisi. Particolarmente interessante è il riferimento alla necessità di sviluppare un approccio che coinvolga «l'intera società». Secondo la commissione, la sicurezza nazionale non può più essere considerata esclusivamente una questione militare o governativa. Aziende private, amministrazioni locali, infrastrutture strategiche e cittadini dovranno essere maggiormente coinvolti nella preparazione alle emergenze e nella costruzione della resilienza nazionale.Il rapporto dedica inoltre ampio spazio al tema del soft power. I parlamentari esprimono preoccupazione per la riduzione degli stanziamenti destinati agli aiuti internazionali e avvertono che il ridimensionamento degli strumenti di influenza britannica potrebbe creare un vuoto destinato a essere colmato da Russia e Cina, soprattutto in Africa e nel cosiddetto Sud globale. Organizzazioni come il BBC World Service e il British Council vengono considerate asset strategici per la sicurezza nazionale al pari di molte capacità militari tradizionali. Tra le novità più rilevanti figura l'impegno assunto dal governo britannico nell'ambito degli accordi NATO a destinare entro il 2035 il 5% del PIL complessivo alla difesa e alla sicurezza. Di questa cifra, l'1,5% dovrebbe essere destinato specificamente alla sicurezza e alla resilienza nazionale. Tuttavia, la commissione osserva che non è ancora chiaro quali progetti e quali capacità verranno concretamente finanziati attraverso questo nuovo obiettivo di spesa. Nel complesso, il documento parlamentare fotografa un Regno Unito che percepisce il proprio ambiente strategico come sempre più ostile e imprevedibile. Russia, Cina, terrorismo, guerre ibride, cybersicurezza, protezione delle infrastrutture critiche e riduzione delle dipendenze strategiche rappresentano le priorità di una strategia che punta a preparare il Paese a un mondo nel quale la sicurezza non può più essere data per scontata. La sfida, secondo la commissione, sarà trasformare queste ambizioni in politiche concrete, dotate di risorse adeguate, responsabilità chiare e una visione di lungo periodo capace di affrontare le minacce del prossimo decennio.
Il fondatore di Slow food e dell'università di Pollenzo ha trasformato il mangiare in un gesto civile. Luci e ombre di un'eredità che non si può dimenticare.
Che tristezza quando il cibo viene ridotto a mero carburante da consumare il più in fretta possibile, spesso senza neanche pensarci, per tornare subito a fare altro.
No, il cibo rappresenta molto di più: identità, cultura, memoria. Carlo Petrini — per tutti «Carlin», nato a Bra nel 1949 e lì scomparso il 21 maggio scorso — lo aveva capito prima di chiunque altro. Quando nel 1987 fondò Slow Food, il mondo correva vertiginosamente tra le fauci spalancate dei fast food e dei supermercati globali, nemici di tutto ciò che l’Italia enogastronomica è sempre stata ed è tutt’oggi. Lui comprese per primo il pericolo, con grande lungimiranza, e disegnò una chiocciola, simbolo della «tranquillità produttiva». Quella chiocciola finì per diventare il simbolo di Slow Food, l’associazione internazionale che promuove il diritto al piacere e a un cibo buono, pulito e giusto per tutti.
Figlio di un ferroviere e di una maestra, Petrini non proveniva certo dalla borghesia gastronomica. Proveniva invece dall'Arci (Associazione ricreativa culturale italiana), uno dei più importanti movimenti di promozione sociale in Italia. Il cibo, per Carlin, è arrivato dopo la politica (era un fervente comunista e iscritto al partito), ma quest’ultima non è mai scomparsa dal suo pensiero enogastronomico. D’altronde, come sosteneva lui, «il cibo è politica». Slow Food, il magnum opus petriniano, nacque nel 1987. Il manifesto, pubblicato sulla rivista del Gambero Rosso, suonava come una vera e propria dichiarazione di guerra: «La nostra difesa deve cominciare dalla tavola. Contro l'imbarbarimento del Fast Life. Contro coloro, e sono la gran parte, che confondono l’efficienza con il frenetico, esaltiamo la cultura materiale». Parole che allora sembravano eccentriche, per molti fuori tempo e fuori luogo, ma che negli anni si sono rivelate sempre più profetiche.
Se Slow Food è la sua impresa più conosciuta e celebrata, quella più durevole (e forse anche la più nobile) è l'Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, fondata nel 2004. La prima al mondo a trattare il cibo come disciplina accademica interdisciplinare, intrecciando storia, antropologia, ecologia ed economia. In precedenza, la gastronomia non era considerata seriamente, era stata a lungo ritenuta una materia da ignoranti, ubriaconi frequentatori di osterie o cuochi da quattro soldi che avevano scelto quella strada solo perché non erano abbastanza intelligenti o motivati per fare qualcosa di meglio. Petrini, al contrario, è riuscito a restituire la giusta dignità a una disciplina (e alle professioni legate a essa) nella quale la nostra nazione è un’eccellenza assoluta a livello mondiale, frutto di millenni di storia e cultura indimenticabili. Pollenzo, in poco più di vent’anni, ha formato 4.000 laureati provenienti da ben 100 paesi: numeri che raccontano una scommessa vinta e stravinta. Fino alla ciliegina sulla torta, una delle massime soddisfazioni di Carlin: quando, nel 2017, lo Stato italiano ha finalmente istituito la Classe di Laurea in Scienze Gastronomiche, atto di legittimazione tardivo ma dovuto. Nel restituire la dignità che spettava al cibo, Petrini aveva trasformato il gastronomo in una figura civile, non in un gourmet da salotto che non sapeva nemmeno da dove venissero i prodotti che cucinava.
Petrini è stato un uomo straordinario, che si è guadagnato l’immortalità nel cuore di tutti i gastronomi per aver salvato la vera tradizione italiana del cibo. Eppure, ogni visione, se portata all'estremo, finisce per tradire se stessa. Con Terra Madre – la rete internazionale nata nel 2004 e diffusa oggi in oltre 160 paesi – Petrini cedette mestamente alla seduzione dell'internazionalismo. Il movimento che era nato per difendere il particolare, il locale, il radicato, finì per abbracciare un universalismo alimentare che somigliava in tutto e per tutto a ciò che per anni aveva combattuto: un'altra forma di omologazione, solo in apparenza più gentile nelle intenzioni, ma in realtà altrettanto livellante e deleteria negli effetti. La virata mondialista e terzomondista di Slow Food ha spesso sacrificato la specificità dei territori italiani sull'altare di una solidarietà globale astratta, perdendo di vista quella «cultura materiale» che il manifesto originario esaltava con forza e lucidità.
Ed è significativo che sia stato il governo Meloni – un governo di destra – a ricordare nel modo più consapevole l'eredità politica e culturale di Petrini, a dimostrazione di un personaggio talmente straordinario da travalicare l’ideologia ed essere riconosciuto da tutti come motivo di orgoglio nazionale. Il presidente del Consiglio lo ha giustamente definito «tra i primi a promuovere il concetto di sovranità alimentare e a difendere il diritto al cibo di qualità per tutti, valorizzando il legame tra identità, territorio e tradizioni». Un giudizio che tocca il nucleo più autentico del pensiero petriniano - quello delle origini, prima che Terra Madre aprisse le porte al conformismo progressista. La «sovranità alimentare» non è un concetto di destra né di sinistra: è la presa di coscienza inappuntabile che ogni popolo abbia il diritto di nutrirsi secondo la propria storia e la propria tradizione.
Il Dicastero per la Comunicazione vaticana cambia volto e non solo quello. Ieri, infatti, papa Leone XIV ha nominato il nuovo prefetto del Dicastero per la Comunicazione: si tratta di Maria Montserrat Alvarado, attualmente Presidente e direttore operativo di Ewtn news.
Che, come noto, non è solo un colosso multimediale cattolico statunitense dalla storia romanzesca - fu fondato nel 1981 nel garage d’un monastero in Alabama da una clarissa, Madre Angelica, al secolo Rita Rizzo -, ma anche dalla linea editoriale tutto fuorché liberal o progressista; tanto che vi sono state frizioni tra tale emittente e il predecessore di Leone XIV.
Nel 2021, infatti, papa Francesco parlando proprio di Ewtn usò parole non esattamente tenere. «C’è, ad esempio», fu l’esternazione del pontefice argentino, «una grande televisione cattolica che non esita a parlare continuamente male del Papa. Personalmente merito attacchi e insulti perché sono un peccatore, ma la Chiesa non li merita. Sono opera del diavolo. L’ho detto anche ad alcuni di loro». Orbene, il fatto che la Ceo di quella stessa rete sia ora prefetto del dicastero vaticano per la Comunicazione non può lasciare indifferenti.
Per ridimensionare questa grande novità, c’è chi ha subito notato come la Alvarado - che entrerà in carica il prossimo 1° novembre - sia divenuta Ceo di Ewtn due anni dopo quelle parole di Francesco; il che è vero, ma questo cambia davvero di poco il rilievo della nomina di Prevost. Primo perché le critiche bergogliane riguardavano l’emittente e non già un suo dirigente o giornalista in particolare; secondo perché la linea editoriale di Ewtn è da sempre molto chiara; e per, usare un eufemismo, tutt’altro che progressista. Tanto che anche l’Associated Press, nel riferire la notizia di questa nomina, ha parlato di «profonda riforma delle attività di comunicazione del Vaticano». La stessa agenzia Reuters, poco più di un anno fa - con la Alvarado già saldamente dirigente -, parlava dell’emittente come d’un «punto di riferimento per i cattolici conservatori e come voce autorevole nella politica dell’era Trump».
Occorrerebbe dunque arrampicarsi sugli specchi, per negare la novità della nomina di ieri di papa Leone XIV. Che è ricaduta su una donna dal profilo manageriale e poco più che quarantenne - così anche anagraficamente distante dal prefetto uscente, il giornalista Paolo Ruffini, 70 anni il prossimo 4 ottobre, nominato nel 2018 da Francesco e già al centro di alcune polemiche (come la difesa della permanenza delle opere d’arte di Rupnik, gesuita all’epoca già accusato di abusi, sui media vaticani) - e che ha accolto con emozione la notizia del prestigioso incarico. «Sebbene questa nomina sia stata inaspettata», ha detto, «la accolgo con il sincero desiderio di servire il Santo Padre all’inizio del suo pontificato». «Sono grata a Paolo Ruffini», ha inoltre aggiunto, «e non vedo l’ora di continuare, nell’amicizia e nella speranza, l’importante lavoro di rafforzamento del Dicastero affinché possa continuare a servire la Chiesa a Roma e ovunque per comunicare Cristo al mondo».
La Alvarado non sarà la prima donna alla guida di un dicastero vaticano - c’è già suor Simona Brambilla, prefetto del Dicastero per gli istituti di vita consacrata, nominata da Francesco -, ma il fatto che sia la Ceo di Ewtn news rappresenta un forte di cambio di rotta; sotto alcuni punti di vista, forse è il segnale più importante finora dato, a livello nomine, da Prevost il quale, pur senza strappi, sta progressivamente dando ai vertici della Chiesa equilibri nuovi.
Dimmi La Verità | Mirella Molinaro: «I dettagli sulla strage dei braccianti di Amendolara»
Ecco #DimmiLaVerità del 3 giugno 2026. La nostra Mirella Molinaro ci rivela i dettagli delle indagini sulla strage dei braccianti di Amendolara.









