Cara Natasha, quando ho scritto il mio primo libro, ormai tanti anni fa, chiesi al mio editore: «A chi facciamo fare la prefazione?». Lui mi rispose: «A nessuno». Da allora mi sono convinto che le prefazioni siano proprio inutili, un esercizio narcisistico di qualche trombone, un riempitivo di pagine che è bene saltare a piè pari per andare subito laddove c’è il succo. Per questo mi ero ripromesso di non scriverne più. Per non passare per trombone, e per non fare esercizi di narcisismo: di quelli ne faccio già fin troppi, sarebbe meglio fare qualche esercizio per gli addominali, piuttosto. Però quando tu e Lorenzo Bertocchi, che ha voluto questo libro, mi avete chiesto una Prefazione, non ho saputo dire di no. Un po’ per la stima che ho per voi. Un po’ perché i «ladri di salute» li sento miei, dal momento che quel titolo è nato e cresciuto dentro Fuori dal Coro. E mi sarebbe sembrato di tradire un po’ noi stessi se avessi negato queste poche righe, pur continuando a pensare che siano del tutto inutili.
Quello che conta, infatti, è la sostanza, che tu racconti bene, e che dunque non ho nessun motivo di anticipare o di «bruciare». Vorrei dire solo una cosa: la salute in Italia non è più un diritto garantito. Semplicemente: non lo è più. Eppure, tutti coloro che si riempiono la bocca a più riprese con la Costituzione più bella del mondo non spendono una parola, nemmeno una, per la più clamorosa e devastante violazione della Costituzione che avviene ogni giorno nel nostro Paese. Che avviene negli ospedali, nelle Asl e nei famigerati Cup, i Centri unici di prenotazione, diventati ormai un girone infernale per chiunque sia malato. Perché la verità è questa: oggi in Italia si può curare solo chi è ricco. Chi ha i soldi. Chi può permettersi visite, esami e operazioni privatamente. Per tutti gli altri c’è solo l’infinita attesa. Il rinvio al 2027. O magari al 2028. Lo sportello sbattuto in faccia. La lista chiusa. L’angoscia. La paura. E, infine, la condanna a morte.
Ecco: i «ladri di salute» sono coloro che hanno provocato tutto ciò. Sono coloro che hanno sforbiciato le spese sanitarie senza pietà (dal 2010 al 2020 37 miliardi di euro in meno). Sono coloro che in nome del bilancio hanno chiuso reparti, ridotto i medici, massacrato gli infermieri. Sono coloro che ci continuano a ripetere che bisogna ridurre i costi perché non si possono fare debiti per curare i malati (mentre si possono fare per comprare 800 miliardi di armi). Sono coloro che strizzano l’occhio ai guadagni dei privati. A chi fa business sulla pelle dei malati. Sono coloro che hanno trasformato la sanità in un gigantesco affare che ormai non pensa a curare chi soffre ma pensa solo a curare i bilanci delle aziende. I «ladri di salute» sono coloro che hanno messo il dio denaro davanti alla pietà del medico, il fatturato di Big Pharma davanti all’umanità della sofferenza. E, se permetti, i «ladri di salute» sono anche tutti quelli che si continuano a riempire la bocca di promesse, a volte anche trasformate in leggi e decreti, che non cambiano nulla. E illudono soltanto chi sta male senza tirarlo fuori dal suo orrore quotidiano.
In questi mesi ti ho vista, cara Natasha, scagliarti con coraggio contro i «ladri di salute». E ti ho vista buttarti nel racconto di questa tragedia diffusa, silenziosa e dimenticata con la passione di chi ama non solo il nostro mestiere, ma anche la vita. Non è un dettaglio da poco. Ho sempre pensato infatti che per fare bene il giornalista non basti avere la tecnica, bisogna avere anche il cuore. E tu hai entrambi, li hai sempre avuti. E in abbondanza. Essere mamma, e aver conosciuto da mamma la sofferenza dei bimbi e i sentieri tortuosi degli ospedali, ti ha permesso di avvicinarti alle storie con una forza e insieme con una dolcezza che raramente si vedono in un inviato. Ora, per la prima volta, cerchi di trasferire tutto ciò in un libro. Dici all’inizio di sentirti inadeguata, ma i lettori ci metteranno un attimo a capire che non lo sei. Non appena cominceranno a leggere.
E allora lo vedi che queste mie righe fanno solo perdere tempo? Che altro c’è da dire? Abbiamo visto passare, insieme, tanti volti e tante storie, nel nostro studio. Tanti ne hai incontrati sul campo. Tanti casi li abbiamo risolti. Tanti sono rimasti irrisolti, a testimonianza di un problema troppo grande e drammatico per essere contenuto dalle nostre forze. Ma resta il bisogno di raccontare quello che c’è dietro i numeri, dietro le statistiche, dietro i dati ministeriali, il Gimbe e l’Agenas. E quello che c’è, è la vita delle persone. Ci sono le loro sofferenze, i loro palpiti, le loro delusioni, la loro rabbia per aver avuto per tanti anni fiducia in uno Stato che ora li abbandona, per aver pagato tasse che non servono nemmeno ad avere una visita cardiologica, ci sono tinelli pieni di dignità e di amarezza, ci sono pugni sbattuti sul tavolo, telefoni che restano muti, giorni avvolti dal tormento e notti travolte dagli incubi. Ci sono le ferite in una carne che troppo spesso è considerata solo carne da macello. E che invece qui, tra queste pagine, ritrova dignità e un filo di speranza. Andatele a leggere subito dunque, queste pagine, saltando una Prefazione che ha come unico merito quello di aver dato ragione, tanti anni dopo, al mio vecchio editore: ha dimostrato che le Prefazioni non servono a nulla.
«Giorgia vuole diventare una Ferragni». La gastrite è ai massimi livelli e Stefano Patuanelli non si trattiene: «Invece che andare da Fedez poteva venire in Parlamento a parlare della guerra». Già fatto due volte in una settimana. L’uscita creativa stile Nicola Gratteri è il segnale di regressione comunicativa dei progressisti.
Nelle critiche di Movimento 5 stelle e Pd, titolari per decreto del messaggio ai «gggiovani», si legge un’invidia stizzita per essere stati sorpassati in tromba dal premier; un’oretta di intervista nel «Pulp Podcast» di Fedez è considerata più urticante di un intervento di Ignazio La Russa sul 25 aprile. La sinistra ribolle, le girano i Melonez. E tutto questo ha un significato: il presidente del Consiglio ha fatto centro.
Era stata invitata come Elly Schlein e Giuseppe Conte per parlare di Iran e di referendum: ha risposto sì, mentre loro hanno risposto no o non hanno neppure degnato di una risposta la richiesta via mail. Con un salto di qualità organizzativo: sono stati Fedez e Mr. Marra (lo youtuber Davide Marra) a entrare a palazzo Chigi, dove è stato allestito lo studio con fondale damascato color viola a supporto dell’insegna fluo del video podcast. Un dettaglio non da poco che contribuisce alla legittimazione del più informale e moderno metodo di divulgazione (anche) politica: quello senza l’intermediazione dei giornalisti.
Per la sinistra è un formidabile schiaffo culturale, una retrocessione ai segnali di fumo mentre la comunicazione per chi ha meno di 40 anni ormai passa dai canali crossmediali. Oggi quotidiani, televisioni, comizi e pure propaganda social devono fare i conti con il mondo dei podcast e dei canali alternativi alla narrazione mainstream. Oggi quella che Hegel definì «la preghiera mattutina dell’uomo moderno» parlando dei giornali, è tutt’al più una smorfia, perché i cittadini si informano, verificano, approfondiscono facendo lo slalom fra i media tradizionali dopo la Waterloo della pandemia e la guerra in Ucraina rappresentata da immagini tratte dai videogiochi.
Meloni in podcast è un cambio di paradigma, qualcosa di mai visto in Italia semplicemente perché abbiamo dormito per un decennio. Nel 2016 Barack Obama si fece intervistare non dal New York Times ma da Buzzfeed, inaugurando la strada del futuro, percorsa anche da Joe Biden e da Donald Trump, che ha collezionato milioni di ascoltatori privilegiando come interlocutore il podcaster Joe Rogan mentre Kamala Harris occupava i teatri. Negli Stati Uniti i podcast politici di Tucker Carlson e Ben Shapiro su YouTube e Spotify hanno più abbonati di quelli delle grandi testate.
L’idea del salto di qualità meloniano è stata del coordinatore web e social media di palazzo Chigi, Tommaso Longobardi, che sottolinea: «Tutto questo con buona pace di chi pensa che informazione e dibattito debbano restare nelle mani di pochi, confinati sempre negli stessi luoghi, per preservare un’esclusiva che il tempo ha già superato». Non banale il commento di Filippo Sensi, ex portavoce di Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, nell’osservare stile vecchio e nuovo: «Sono due panorami e paesaggi mediatici completamente differenti. Non solo per i numeri ma anche dal punto di vista sociale, culturale e politico. Meloni ha fatto una mossa intelligente».
Il fonte del No ha perso un’occasione, l’opposizione si è fatta trovare addormentata, prigioniera degli slogan che piacciono alle redazioni. E la diffusione dell’intervista della premier, la sua parcellizzazioni in reel, la deflagrazione in mille rivoli su tutte le piattaforme social sta ottenendo un riscontro notevole. Meloni ha raggiunto un pubblico nuovo, moderno, estraneo al linguaggio tradizionale. Ieri il dato delle visualizzazioni su YouTube (mentre andavamo in stampa) aveva superato quota 700.000. La sua mossa del cavallo crea immediatamente un problema nuovo: l’anacronismo della par condicio nel mondo multimediale. Fu inventata da Oscar Luigi Scalfaro nel 1994 per imbavagliare Mediaset nell’era berlusconiana, diventò legge nel 2000. Ora è un calesse con le ruote quadrate che, come ha sottolineato ieri Maurizio Belpietro, necessita di pensionamento per evidenti limiti di età.
Meloni che spiega la separazione delle carriere («Quanti sono i casi in cui il giudice accoglie proposta pm? Per l’arresto 95%, per le intercettazioni 99%. O abbiamo pm infallibili oppure il giudice è condizionato»); Meloni che ribadisce un’ovvietà dimenticata («Non si va a votare su di me ma per migliorare la giustizia in Italia»); Meloni che sconfessa la ridicola deriva illiberale («In Europa 21 nazioni su 27 hanno la separazione delle carriere. Per una vita mi hanno detto che devo essere europeista e quando lo sono gridano alla deriva illiberale») fa un’operazione di verità che va oltre il pregiudizio.
In «Pulp Podcast» la premier demolisce anche le superficiali frottole di Alessandro Barbero: «Se io provassi a fare una legge come la descrive lui il presidente della Repubblica non me la controfirmerebbe. Queste tesi surreali sono una mancanza di rispetto nei confronti di Sergio Mattarella che questa riforma ha controfirmato». Tutto ciò mentre alcuni iscritti all’albo dei giornalisti bivaccano su Facebook da giorni e fanno propaganda per il No allo scopo di salvaguardare il loro rapporto privilegiato (e subalterno) con la casta dei pm. Hanno la tessera ma sono meno credibili di Fedez.
L'immagine classica del cowboy, con il cappello a tesa larga a coprire gli occhi furbi e il naso adunco. Lucky Luke, cui Morris in prima battuta cercò di dare un aspetto diverso, tozzo e massiccio, portava stivali e cinturone, le gambe strette e la figura snella. Sparava, più velocemente della propria ombra. Movimenti rapidi, fluidi. Così, prima ancora che il fumettista belga potesse avere il tempo di rendersene conto, diventò un'icona: il cowboy per eccellenza, deputato a scrivere una sorta di canone, cui negli anni a venire si sarebbero rifatti tutti coloro che ambivano a passare per il Far West. Lucky Luke si fece leggenda, lui che era nato per restituire leggerezza alla Francia del dopoguerra. Valicò i confini nazionali e divenne un caso globale, tradotto, venduto, protagonista di decine di fumetti. Oggi, di una serie televisiva.
Lucky Luke, al debutto su Disney+ lunedì 23 marzo, è il primo adattamento live-action della striscia creata da Morris. E, in soli otto episodi, con un impianto scenico mostruoso - nell'accezione migliore che l'aggettivo possa portare con sé - cerca di ritrovarne le atmosfere. L'immensità piena di promesse del Far West, la sua durezza e, pure, il divertimento cui ogni cowboy sembrava aver facile accesso. Lucky Luke, con Alban Lenoir ad interpretarne il protagonista, vorrebbe candidarsi ad essere un western da manuale, costruito per celebrare un personaggio che del genere ha saputo scrivere la storia. E ha saputo farlo con un'ironia tutta europea, dissacrante per quel che all'epoca pareva consentito.Quando Lucky Luke ha fatto la sua prima comparsa, correva l'anno 1946. Il western era statunitense, la prospettiva loro. Morris, però, riuscì in un capolavoro: insinuarsi in quel mondo lontano, sfruttarne l'immaginario e, con un'eleganza tutta francese, farsene beffe. Il risultato fu sorprendente. Lucky Luke sapeva incarnare il cowboy archetipico e, al contempo, ridere dei suoi aspetti più macchiettistici.
Tratto, questo, che ottant'anni più tardi, ha reso complesso e insidioso il lavoro degli sceneggiatori. Se la storia, quella del western, con Calamity Jean e Billy the Kid a popolare le sterpaglie americane, può essere di facile adattamento, altrettanto non può dirsi dell'ironia sottile, maliziosa di Lucky Luke. Un'ironia che gli autori dello show Disney si dice abbiano sperato di stimolare attraverso il confronto con un personaggio femminile.Nei suoi otto episodi, girati per lo più in terra spagnola, la serie vede Lucky Luke farsi carico di Louise, ragazzina la cui madre è scomparsa in circostanze misteriose. Un viaggio lungo li attende, un viaggio che permette loro di scandagliare quei luoghi brulli, incontrando i personaggi - Dalton compresi - che li hanno resi eterni.
Mala tempora currunt nel Regno Unito. Non che il resto dell’Europa ultimamente se la passi benissimo, ma dall’isola di Sua Maestà Re Carlo - già travolta dal caso Epstein, con il principe Andrea finito in custodia cautelare - continua davvero ad arrivare un considerevole numero di notizie sconfortanti; solo nelle ultime ore ne sono arrivate un paio, una più drammatica dell’altra.
La prima riguarda l’aborto, che a quelle latitudini è già una piaga devastante se si pensa che un bimbo su tre viene eliminato nel ventre materno e che gli ultimi dati sicuri tra i disponibili, quelli del 2023, parlano di quasi 278.000 aborti: oltre 760 al giorno. Ancora troppo pochi, però, secondo il Parlamento britannico, che mercoledì a tarda ora ha pensato bene di allargare ulteriormente le maglie per facilitare la pratica abortiva. Lo si è fatto con la Camera dei Lord che, approvando la clausola 208 all’interno del Crime and Policing Bill, ha ratificato quanto già approvato lo scorso giugno dalla Camera dei Comuni, vale a dire l’abrogazione di una norma di epoca vittoriana che ancora disciplinava penalmente l’aborto. La norma in questione era l’Offences against the person act del 1861, del quale la norma sull’aborto - l’Abortion act del 1967 - già rappresentava una deroga, e rendeva ancora perseguibili le donne che, per qualsivoglia motivo, avessero abortito dopo le 24 settimane di gestazione.
Per questo, secondo un’inchiesta diffusa dalla Bbc, solo dal 2020 ad oggi oltre 100 donne erano state indagate, incluse alcune che avevano partorito prematuramente o costrette ad abortire da partner violenti. Per porre fine a simili episodi, si è dunque abrogata la vetusta normativa. Il che, se da un lato potrebbe suonare condivisibile, dall’altro alimenta un problema di non poco conto. Sì, perché se l’Abortion act resta vigente, e quindi gli aborti sono legali e regolamentati fino a 24 settimane, ma viene meno la perseguibilità penale di quelli successivi, ciò significa solo una cosa: che ora nel Regno Unito la pratica abortiva, di fatto, è libera fino al parto.
Non per nulla nei giorni scorsi anche la Chiesa cattolica, con l’arcivescovo John Sherrington, aveva manifestato la sua contrarietà. La sigla antiabortista Right To Life Uk ha invece diffuso l’appello che oltre 1.000 professionisti del settore medico avevano scritto, con riferimento appunto alla clausola 208, esprimendo «gravi preoccupazioni» rispetto alla possibilità di aborti fino al nono mese di gravidanza ed esortando a sostenere l’emendamento 424 della baronessa Monckton, volto appunto ad eliminare quella clausola. Quest’ultimo emendamento è stato respinto. Allo stesso modo, è stato respinto un altro emendamento dei conservatori per reintrodurre l’obbligo per le donne di sottoporsi a una consultazione di persona, prima di assumere la pillola abortiva a casa. Con tali premesse ci sarà poco da stupirsi se, a breve, nel Regno Unito si toccherà la cifra di 300.000 aborti.
Purtroppo, tornando a quanto si diceva in apertura, questa non è la sola novità poco allegra che arriva dall’isola britannica. Una seconda riguarda l’intenzione del governo gallese di eliminare le statue di «vecchi uomini bianchi». Non è uno scherzo: l’attivista anti-apartheid Gaynor Legall ha realizzato uno studio, catalogando fino a 209 tra statue, nomi di strade e altri monumenti che commemorano persone «direttamente coinvolte» nella tratta degli schiavi. Nello stesso studio si fa presente come in Galles siano poche le persone di origine africana o asiatica commemorate. Una cosa che pare abbastanza normale per ovvie ragioni storiche o geografiche; per le stesse ragioni è del resto difficile immaginare dei gallesi che, in Asia o Africa, possano lamentarsi del fatto che i loro avi non sono abbastanza celebrati. Eppure nel Galles non ci si limita ad attaccare il passato ma si vuole procedere a cancellarlo, passando dalle parole ai fatti.
Come infatti ha sottolineato sul Daily Mail la giornalista Elizabeth Haigh, il governo locale, con apposite linee guida - elaborate dal viceministro gallese per le Arti Dawn Bowden e attualmente in fase di rifinitura per essere pronte entro fine mese - sta pensando a delle rimozioni di questi monumenti a beneficio delle minoranze presenti in Galles. L’idea è quella, così facendo, di arginare quella che viene definita un’«allarmante» mancanza di diversità nelle commemorazioni pubbliche. Per questo, ha fatto presente Craig Simpson sul Telegraph, le statue di personalità come il Duca di Wellington e l’Ammiraglio Horatio Nelson potrebbero essere nascoste o distrutte a beneficio di una «giusta narrazione storica». La cultura woke cui l’elezione negli Stati Uniti di Donald Trump sembrava aver inferto un colpo letale, insomma, torna a riaffacciarsi nel Regno Unito; così come quella abortista, secondo cui è giusto che l’autodeterminazione della donna possa spingersi, in buona sostanza, fino all’infanticidio. Ci vuole fegato a chiamarlo progresso.










