La notizia è che anche nei pressi del Pd talvolta si manifesta un pizzico di buonsenso. In questo caso tale manifestazione è decisamente facilitata dalla assurdità dell’argomento in discussione, ovvero il temibile progetto «Città Trenta» sostenuto oltre ogni logica dal sindaco dem di Bologna Matteo Lepore.
Un piano che i più hanno accolto come una follia totale e che, vale la pena di ricordarlo, mesi fa è stato bocciato pure dal Tar. Eppure l’amministrazione progressista bolognese non ha voluto fermarsi né davanti all’opposizione dei cittadini né davanti al provvedimento del tribunale. Pur di imporre il limite dei 30 chilometri all’ora su 258 chilometri di strade urbane, il sindaco ha fatto elaborare oltre una ventina di ordinanze specifiche, esibendo una tigna degna di miglior causa. La fase due del progetto scatta oggi, e andrà a toccare non solo zone sensibili vicine a scuole, ospedali o asili (dove effettivamente ha senso mettere restrizioni) ma anche vie non a rischio in cui non si registrano incidenti da anni. Per l’occasione saranno introdotti rallentatori, segnali luminosi e altre meravigliose innovazioni: altri soldi spesi per giustificare l’ingiustificabile. Il risultato sarà quello di causare alla popolazione fastidi e problemi di vario genere, con inevitabile corredo di multe a cui anche i più attenti faticheranno a sfuggire.
Lo hanno capito non soltanto gli avversari di Lepore, ma pure esponenti progressisti come il sindaco di Modena Massimo Mezzetti. Parlando a una tavola rotonda nel museo dedicato a Enzo Ferrari, Mezzetti ha spiegato che nella sua città non agirebbe mai come il collega di Bologna. Se «Città Trenta» «deve diventare una bandierina ideologica, e tutti dicono “fate come Bologna”, io dico di no, non farò come loro, preferisco trasformare gradualmente più pezzi di città ai 30 all’ora, partendo da scuole, ospedali e aree residenziali, fino ad allargare sempre più, in modo che la scelta venga assorbita, compresa e praticata».
Mezzetti ha dettagliato il suo pensiero con toni piuttosto ruvidi: «A Bologna la “Città Trenta” è un’aspirazione dove ci sono i cantieri», ha detto, «e non si può andare oltre i 15 all’ora, mentre nelle altre zone nessuno sta più rispettando la “Città Trenta”. Se impongo la “Città Trenta”, e dopo una settimana di controlli lascio tutti liberi di correre quanto vogliono, ho brandito la mia bandierina, ma di fatto non ho davvero realizzato la trasformazione».
In realtà, Mezzetti ha semplicemente scoperto l’acqua calda. Si è limitato a prendere atto della realtà, notando che il provvedimento sui 30 all’ora è delirante e inapplicabile, e infatti nella prima fase - ancora prima di essere fermato dal Tar - non è stato applicato, anche perché avrebbe probabilmente provocato qualche sorta di rivolta sociale. Ostinarsi a portarlo avanti significa nei fatti decidere di vessare la cittadinanza, applicando uno strumento di controllo sociale particolarmente invasivo. Un amministratore con un po’ di sale in zucca non può non rendersene conto.
Il problema è che nei dintorni del Pd se qualcuno dice una cosa di buon senso immediatamente suscita sospetto o peggio irritazione. E infatti il bolognese Lepore si è subito risentito ed è esplosa una polemica interna con sfumature patetiche. «Mezzetti mi ha chiamato e ha detto di essere stato equivocato», ha detto il primo cittadino di Bologna alla stampa che lo interpellava sulle dichiarazioni del collega. A stretto giro, anche il povero sindaco di Modena è stato costretto a rimangiarsi in parte le uscite critiche. «La bandierina ideologica è quella che mi viene sventolata spesso dai comitati modenesi, tutte le volte che accade un incidente, e ci viene detto che dobbiamo fare come a Bologna», ha detto Mezzetti. «Io credo al limite dei 30 all’ora e lo stiamo attuando, ma in un modo diverso. Non è un mistero e lo avevo già detto. La lettura suggestiva che queste parole celino un attacco a un collega è quindi destituita di fondamento, perché io non l’ho mai nominato. Ho anzi insistito sul fatto che credo nei cambiamenti, ma solo se sono anche culturali. Forse è un processo che prevede più tempo, ma per me l’unico che funziona». In sostanza, il sindaco di Modena ha ribadito la sua posizione, ma ha dovuto precisare di non aver mai contestato l’amico Lepore.
Tutto da copione: chiunque sa che il piano bolognese è una stupidaggine, ma guai a contestarlo, perché non si può certo aprire un caso politico. Dunque chi, pur a ragione, avanza dubbi, deve fare retromarcia. E deve farla alla rapidissima: la fedeltà alla linea non conosce limiti di velocità.
Credo che la lettura dei giornali di ieri sia sufficiente a far comprendere quale rischio corrano gli italiani nel caso in cui a Palazzo Chigi tornasse il centrosinistra. Sfogliando i quotidiani di domenica, infatti, mi sono imbattuto in rapida successione in un articolo di Mario Monti sul Corriere della Sera, in un’intervista a Giuseppe Conte sulla medesima testata e in un’intervista a Romano Prodi sulla Stampa.
Tre ex premier che all’improvviso, dopo la sconfitta del centrodestra al referendum, riemergono dal passato. Inutile dire che, nonostante le differenti età, nessuno dei tre è rassegnato al passo indietro. Prodi ha 86 anni, Monti 83, Conte 61, ma tutti muoiono dalla voglia di tornare protagonisti, magari anche con un incarico da padri della patria, ovvero da presidente della Repubblica. Fare il capo dello Stato è piacevole, non si deve fare campagna elettorale, non si hanno responsabilità, si stringono tante mani e si fanno discorsi ovvi, con il risultato che si gode sempre, anche quando si fanno prediche inutili, di buona stampa.
Che il trio Lescano di cui sopra coltivi ambizioni per il prossimo futuro, ovvero per le elezioni del 2027, è evidente. E ognuno ha infatti la propria ricetta per il rilancio e tutti e tre la offrono gratis, sperando poi che al momento opportuno i vincitori si ricordino e siano riconoscenti. L’ex rettore della Bocconi, con un profondo editoriale sul quotidiano di via Solferino, ha spiegato che Giorgia Meloni, dopo la brutta botta del litigio con Trump (brutta poi, perché? Il presidente americano le ha fatto un favore, dato che nessuno ora la potrà accusare di essere una cheerleader del tycoon), deve fare uno scatto. Verso che cosa? Verso l’America o l’Europa, oppure investire su ricerca e sviluppo? No, lo scatto consiste nel cooperare con l’opposizione. In pratica, l’ex premier suggerisce una bella ammucchiata, come ai tempi in cui, senza alcun mandato elettorale, lui fu scelto da Giorgio Napolitano per fare i compiti a casa, vale a dire per stangare gli italiani. Naturalmente, patrocinare un governo di unità nazionale ha i suoi vantaggi, perché significa tenersi buoni tutti e al momento dell’elezione del nuovo inquilino del Quirinale non avere nemici può essere d’aiuto.
Giuseppe Conte invece è Giuseppe Conte, ovvero lo sconosciuto professore che un bel giorno dell’estate 2018 vinse alla lotteria e senza esperienza politica alcuna fu proiettato a Palazzo Chigi. Nell’intervista ad Aldo Cazzullo, l’ex premier si presenta come un miracolato di padre Pio, studente squattrinato che per tirare a campare è stato costretto a piccoli lavoretti (in pratica dava ripetizioni, mica scaricava cassette di frutta al mercato). Conte si sente un predestinato, ma anche un dispensatore di miracoli: infatti sul Corriere racconta della mamma che grazie al reddito di cittadinanza ha potuto comprare una bistecca ai figli e del pensionato che finalmente ha acquistato gli occhiali. Nell’intervista si presenta come un moderato, che politicamente ha oscillato fra Ciriaco De Mita e i radicali (non proprio la stessa cosa), ma a colpire è la riprova che, nonostante abbia trascorso tre anni a Palazzo Chigi, di economia non capisce nulla. Infatti insiste a dire che un euro investito in edilizia ne restituisce uno e mezzo allo Stato. Conte evidentemente si crede Gesù e pensa di essere capace di moltiplicare pani, pesci ed euro come Nostro Signore.
Quanto a Prodi, il professore esorta a mettere insieme un’armata Brancaleone come la sua, quella con cui nel 1996 vinse le elezioni. Ovviamente dimentica di dire che trent’anni fa al centrosinistra riuscì l’impresa perché la Lega corse da sola dopo le manovre di Oscar Luigi Scalfaro, mentre nel 2006 sconfisse il centrodestra per soli 24.000 voti e con lo straordinario contributo dei consensi che all’improvviso spuntarono in Campania e all’estero. Quanto fosse fragile comunque il successo dell’Ulivo è testimoniato dalla durata dei governi del Professore, cioè quanto un gatto in autostrada.
Comunque, vedere insieme sulle pagine dei principali giornali sia Monti che Prodi e Conte, credo sia uno spot per convincere gli elettori a tenerci stretto quel che abbiamo. Del Professore non si possono dimenticare l’eurotassa, né le privatizzazioni o il disastro dell’introduzione dell’euro. Di Monti restano a futura memoria sia gli esodati sia la super stangata dell’Imu. E per quanto riguarda Conte, c’è solo l’imbarazzo della scelta: dal reddito di cittadinanza al Superbonus, dai lockdown alle mascherine, senza dimenticare i banchi a rotelle. Insomma, se si vogliono vincere le prossime elezioni basta mostrare i loro volti, con la scritta «a volte ritornano».
Nella narrazione dell’area antagonista i due anarchici saltati in aria a Roma mentre stavano preparando un ordigno artigianale in un casolare di campagna abbandonato sono già diventati icone.
Trasformare chi salta in aria mentre maneggia esplosivi in caduto combattente, con un salto narrativo che cancella la realtà e prova a costruire il mito, però, «è un copione già visto», valuta Antonio Rinaudo, già pubblico ministero di Torino, che porta sulle spalle anni di inchieste su terrorismo interno e violenza politica. La sua analisi è asciutta e scava nel passato: «Ogni volta che succede il sistema si riattiva. E il ciclo riparte. Con azioni dimostrative e rivendicazioni». Un fenomeno che torna oggi, mentre a Torino l’orbita di Askatasuna continua a rappresentare un punto di coagulo, più politico che fisico, per una galassia che si muove tra piazza, sabotaggi e propaganda. «È una dinamica che si ripete con una regolarità quasi meccanica: incidente, costruzione del mito, rilancio della mobilitazione», spiega Rinaudo. Il circuito si autoalimenta e, ogni volta, prova a reclutare nuovi pezzi di quella galassia fluida che vive di simboli più che di strutture formali.
Partiamo dall’episodio di Roma. Nella narrazione di quell’area, finita subito sui siti internet di riferimento, i due incauti anarchici rischiano davvero di diventare degli eroi?
«Beh, ma è certo. Ce ne sono stati di casi, ne abbiamo avuti di ogni tipo. Ogni volta ne hanno fatto dei simboli e li hanno innalzati a emblema di manifestazioni di coraggio. È sintomatico che abbiano scritto che questi sono morti combattendo anche se erano lì che stavano manipolando… In realtà magari erano impreparati nel gestire questi strumenti esplosivi, ma nel racconto dei compagni sono diventati dei martiri».
È un’area che ha bisogno di nuovi eroi? Quelli del passato sono stati messi da parte?
«La finalità è precisa, cercare una narrazione che produca un coinvolgimento di frange di soggetti psicologicamente più deboli per condurli all’emulazione. L’esperienza ci insegna che tutte le volte in cui si è verificato qualcosa di simile, poi c’è sempre stata una recrudescenza».
Per questo si costruisce un racconto attorno alla loro morte?
«Vengono presentati come emblema di manifestazione di coraggio».
Questo meccanismo funziona davvero o resta confinato a una minoranza?
«Sono richiami ai quali io e lei restiamo del tutto indifferenti, ma se rivolti a soggetti deboli o giovanissimi è ovvio che funziona. Il bersaglio non è l’opinione pubblica, ma una platea ristretta e permeabile».
Chi sono questi soggetti più esposti all’emulazione?
«Basta guardare ciò che è successo a gennaio durante la manifestazione pro Askatasuna, quando sono scattate le devastazioni. Lì l’area anarchica ha pescato proprio in quel serbatoio. Si chiama proselitismo».
Quindi non è stata una reazione spontanea di piazza…
«Riflettiamoci un attimo. Com’è possibile che si muova una massa di quel tipo semplicemente con la finalità di rivendicare Askatasuna per quello che è stato? È chiaro che dietro c’è un piano articolato e ben programmato».
Sta parlando di una regia organizzata?
«C’è tutta una struttura organizzativa dietro, ma anche una struttura di spessore economico. È difficile da credere che tutti quei manifestanti, che arrivano anche dall’estero, si muovano a spese loro. Una riflessione su questo snodo, che è una riflessione importante, bisognerebbe farla».
La domanda che suggerisce è «chi finanzia tutto questo?».
«Io nelle mie indagini ho sempre puntato a cercare scoprire i finanziamenti. Finanziamenti che poi non sono neanche tanto occulti, secondo me».
Pensa a Ong e a reti di finanzieri stranieri?
«Non solo. Penso anche ad attività molto più illegali. Senza risorse, certe manifestazioni non esisterebbero».
Rispetto al passato cosa è cambiato?
«Un tempo era molto più semplice, facevano le rapine, le chiamavano espropri proletari, e i finanziamenti arrivavano da lì. Adesso le attività illecite non vengono rivendicate come ai tempi delle Brigate rosse o di Prima linea e nessuno ci pensa».
Quindi c’è un livello di opacità più alto?
«Immagino proprio di sì».
Si è alzato anche il livello di pericolosità?
«Sicuramente tutte queste manifestazioni di piazza che si concludono con degli scontri e delle devastazioni non sono da sottovalutare né da interpretare come una turbolenza o come un fenomeno di protesta giovanile fine a sé stesso».
La protesta politica è da escludere?
«C’è sicuramente chi è lì per manifestare disagio o per forme di protesta. Poi però tutto questo diventa lo spunto per dare sfogo alle forme di violenza che si sono verificate. E pensare che dietro non ci siano manovratori, francamente, mi sembra molto riduttivo».
Sono solo pretesti…
«ProPal, NoTav, NoMeloni, NoPonte… Diciamolo chiaramente, a questi signori di Gaza non gliene frega niente. Non gliene frega assolutamente niente. Gli interessa semplicemente fare casino».
Questa è la leva principale?
«Questa è la forza su cui può contare chi ha in mano e riesce a gestire il caos di queste piazze violente. La finalità è sfidare lo Stato».
Torniamo ad Askatasuna. Senza una sede fisica cambia qualcosa?
«Io ho sempre sostenuto che Askatasuna era l’emblema, la manifestazione della protervia nei confronti dello Stato. Ma la sede fisica ormai era solo un simbolo».
Quindi non è il luogo il problema.
«Era un contenitore. E poi all’interno di questo contenitore c’era il contenuto, però, che aveva e che ha ancora rilievo».
Posto che il punto non è lo spazio occupato ma la rete che continua a esistere anche senza mura, i leader sono cambiati?
«Ovviamente ci sono delle nuove leve. Io ormai non ho più il polso diretto della situazione, ma si capisce che i vecchi leader oggi possono risultare anche un po’ anacronistici. Bisogna però tenere sempre a mente che nel panorama anarchico si viaggia su un piano orizzontale, i compagni sono tutti uguali, non ci sono capi. Però ovviamente c’è sempre chi ha carisma, maggior sostanza, più personalità».
Come nel caso di Alfredo Cospito?
«Ecco, Cospito al 41 bis, quando ha dovuto far valere ancora la sua leadership, ha dovuto ricorrere a quella sceneggiata dello sciopero della fame».
Una mossa calcolata?
«Questo signore sa perfettamente fino a che punto può arrivare e al momento buono smette. Siccome non può parlare, però, attraverso lo sciopero della fame dà un segnale all’esterno. Comunica. E il segnale è stato recepito prontamente dai suoi adepti che ne hanno fatto la loro bandiera e hanno ricominciato a manifestare e a manifestarsi».
E questo alimenta il circuito.
«Certamente. Il circuito ne ha fatto un martire, ha ricominciato a muoversi, a rivendicare, a mettere a segno azioni».
Cosa dobbiamo aspettarci adesso?
«Io sono convinto che di qui a poco queste manifestazioni avranno uno sviluppo ulteriore. Si tenga in conto che i recenti attentati alle linee ferroviarie sono un chiaro sintomo del livello che si alza».
Un salto di qualità operativo?
«Loro prendono spunto per le loro azioni violente sempre partendo da determinati simboli. C’è stato il periodo di Poste italiane. Oggi hanno preso di mira le Asl. Tra il 2015 e il 2020 c’erano i Cpr, poi, quando non potevano più attaccarli direttamente, attaccavano tutte quelle società dell’indotto che lavoravano con i Cpr».
Anche piccoli obiettivi.
«Anche piccole imprese artigiane. Qui a Torino ne abbiamo avute alcune che sono state saccheggiate».
C’è poi un altro fronte: quello digitale.
«Un tema estremamente delicato. È materia sulla quale lavorano i servizi di sicurezza. Il Web è un moltiplicatore. Non c’è strumento migliore per comunicare. Negli anni Ottanta c’era il volantinaggio ed era tutto più semplice. Ora, anche dei segnali che possono apparire innocui, in realtà, per chi li sa leggere, possono contenere un messaggio».
Ma è anche un luogo, quello virtuale, in cui si può colpire. Gli attacchi per far saltare il server di una multinazionale o per rubare i dati dal cloud di un ente sono riconducibili all’area ideologica che agita le piazze?
«Secondo me è il terreno su cui oggi si gioca la partita più importante e sul quale bisognerebbe investire tempo e risorse».
Si sta sottovalutando il fenomeno?
«È materia molto concreta, ma di solito viene sottovalutata. La si riscopre quando i gruppi tornano a farsi sentire e a colpire».
Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica ha dichiarato che, se il prezzo del gas dovesse superare i 70 euro al megawattora, potrebbe rendersi necessario riattivare le centrali a carbone. L’intervento è arrivato a margine dell’incontro Il Santo Graal dell'Energia, in corso a Milano.
«È una cifra alta — ha spiegato — oggi siamo intorno ai 40 euro, mentre le stime iniziali erano tra i 28 e i 30 euro. Ma quello è il punto di caduta». Il ministro ha però precisato che si tratterebbe di una misura straordinaria: «Parliamo di uno scenario emergenziale, non della normalità». Pichetto ha ribadito che il carbone resta una soluzione residuale, ma ha sottolineato la necessità di essere pronti in caso di crisi energetica o forti tensioni sui prezzi.










