È sempre tempo di decostruzione. Anche se l’ondata woke ha attraversato una innegabile crisi e certi eccessi sono stati eliminati o smussati, la tendenza alla riscrittura della realtà (che passa ovviamente dalla sua distruzione) non è mai realmente venuta meno. In particolare non si è mai spenta la brama di rifare la mascolinità, di ristrutturare i maschi occidentali, di rieducarli per farli corrispondere a modelli ideologicamente corretti.
E infatti ecco arrivare nelle classi italiane un bel progetto intitolato Storie spaziali per maschi del futuro - Scuola edition, costruito a partire dall’omonimo libro di Francesca Cavallo, già celebratissima autrice delle Storie della buonanotte per bambine ribelli. Come si legge nel materiale promozionale dell’iniziativa, «il progetto prende avvio con una fase pilota che coinvolgerà 250 classi delle scuole primarie entro il 2026 in tutta Italia, con particolare attenzione alle aree più periferiche e vulnerabili. Un intervento che raggiungerà 12.500 bambine e bambini, 5.000 docenti e oltre 50.000 persone appartenenti alla comunità educante, con l’obiettivo di generare un impatto culturale capillare e duraturo. È proprio durante la scuola primaria che si strutturano le prime rappresentazioni del maschile e del femminile, le idee su forza, fragilità, emozioni, ruoli e relazioni. Intervenire in questa fase significa agire sulla prevenzione, prima che gli stereotipi diventino disuguaglianze e, nei casi più estremi, violenza. La scuola pubblica, presidio fondamentale del tessuto sociale italiano, diventa così il luogo da cui partire per costruire un cambiamento culturale profondo e condiviso».
Si tratta con tutta evidenza di un piano molto ambizioso, che coinvolgerà migliaia di bambini tra i 6 e gli 11 anni, ai quali saranno offerti testi, esercizi e attività formative allo scopo di sgominare i temibili stereotipi di genere. «Storie spaziali per maschi del futuro, scritto e pubblicato nel 2024 da Francesca Cavallo», leggiamo ancora nel comunicato di presentazione, «è una raccolta di fiabe che, per la prima volta a livello internazionale, affronta gli stereotipi di genere che danneggiano non solo le bambine, ma anche i bambini maschi, mettendo in discussione modelli tradizionali di maschilità legati all’ideale del principe azzurro e del supereroe. Attraverso la narrazione, il libro apre spazi nuovi per immaginare un maschile capace di fragilità, ascolto ed empatia, offrendo a bambine e bambini modelli più liberi e inclusivi. Da questo lavoro narrativo nasce il progetto didattico Storie spaziali per maschi del futuro - Scuola edition, con l’obiettivo di offrire all’Italia un protocollo pionieristico di prevenzione della violenza di genere, sviluppato nelle scuole primarie e replicabile su larga scala. Un progetto culturale, di lungo periodo, che agisce sull’educazione e sugli immaginari per intervenire prima che i ruoli di genere si irrigidiscano e gli stereotipi diventino regole non scritte».
Tutto molto suggestivo. E per certi versi, almeno a un livello superficiale, persino condivisibile. Non c’è ovviamente nulla di male nel fatto che i maschi possano mostrare debolezze e fragilità, condividere preoccupazioni e timori. Sembra tuttavia che sia dia un po’ per scontato che gli uomini di oggi non lo facciano. È come se questo progetto avesse necessità di confermare e alimentare uno stereotipo per poi proporsi di smantellarlo. Sulle emozioni maschili fior di esperti scrivono da anni, a partire dal grande Claudio Risè, e non c’è dubbio che quegli scritti abbiano avuto effetto: gli uomini di oggi non sono per niente quelli di un tempo. Anzi, il problema è che si è decisamente andati oltre demolendo, invece degli stereotipi, la mascolinità stessa. Ancora una volta pare che si voglia imporre una sorta di mascolinità debole, sfibrata. Che si attribuisca carattere di tossicità non agli abusi della forza maschile ma alla forza stessa. Se volessimo davvero smontare i pregiudizi sui maschi dovremmo in realtà partire proprio da lì, cioè dallo smantellamento dell’idea - falsa - secondo cui gli uomini fin da bambini hanno bisogno di essere in qualche modo contenuti, purgati dal temibile veleno maschile di cui la natura li ha dotati. Certo, questo progetto della Cavallo usa toni tutto sommato moderati e più blandi, ma la prospettiva dell’autrice è chiaramente deducibile da quel che scrive e dice pubblicamente, dalle sue tirate contro i il patriarcato, il privilegio maschile e il privilegio bianco e la «visione fascista» della mascolinità.
Non a caso, la conferenza stampa di presentazione dell’iniziativa (che da aprile sarà anche un road show aperto alle scuola) è stata impreziosita dalla presenza di Stefania Ascari, deputata femminista del Movimento Cinquestelle; Filippo Sensi, senatore del Pd e di Francesca Ghirra, deputata di Alleanza Verdi e Sinistra. Insomma, il perimetro ideologico è piuttosto chiaro. Per carità, ovviamente anche a sinistra hanno tutto il diritto di portare avanti le proprie idee e di sostenere i propri progetti. Scoraggia un po’ notare come questi vadano sempre nella stessa direzione, e si rivolgano fin troppo spesso ai bambini, allo scopo evidente di riprogrammarli, per altro con esiti talvolta grotteschi. Che senso ha, ad esempio, prendersela con il principe azzurro e i super eroi? Il primo è ovviamente una figura simbolica che svolge nelle fiabe un ruolo trasformativo che per altro trascende il maschile e il femminile, anzi è emblematico della ricomposizione degli opposti nel profondo delle protagoniste. Invece si continua a dipingerlo come una sorta di molestatore che bacia fanciulle addormentate contro la loro volontà. Quanto ai supereroi, forse la Cavallo dovrebbe leggere qualche fumetto in più, perché noterebbe l’incredibile quantità di sfumature con cui questi personaggi saranno raccontare il maschio (oltre che la femmine, visto che esistono tantissime super eroine contro cui però nessuno si scaglia mai). Al di là delle sottigliezze, però, qui il tema è uno soltanto, e molto banale: il tentativo è quello di creare una femminilità ribelle e aggressiva e una mascolinità debole e manipolabile, cosa che - al di là delle frasi fatte - è utile soltanto a dividere i sessi e ad alimentarne la guerra. Qualcuno dovrebbe spiegare per quale motivo un bambino o un adolescente non dovrebbero identificarsi in un eroe o in un condottiero, per quale ragione non dovrebbero voler essere forti e responsabili invece che timorosi e fragili. Da decenni si insiste con questa baggianata della fragilità maschile da trasformare in un valore, e il risultato è che abbiamo le generazioni di adolescenti più problematiche di sempre. Ma continuiamo a battere sullo stesso tasto, anche nelle scuole italiane. Forse, se vogliamo che i piccoli crescano liberi e indipendenti, dovremmo semplicemente lasciarli stare e smettere di provare a rieducarli.
I reali motivi che hanno spinto Netanyahu e Trump ad attaccare l’Iran probabilmente non li conosceremo mai, meno mistero c’è invece intorno agli obiettivi geopolitci dell’Operation Epic Fury, l’operazione Furia Epica scatenata da Stati Uniti e Israele il 28 febbraio scorso.
Da una parte scalzare il regime degli ayatollah e quindi a cascata limitare aiuti e finanziamenti alle forze anti-israeliane nell’area del Golfo Persico e dall’altra infliggere un danno economico a Pechino (il vero avversario degli Stati Uniti) bloccando le forniture energetiche, anche perché circa il 40-50% delle importazioni cinesi di petrolio transita dallo Stretto di Hormuz.
Il paradosso è che al momento la situazione in Medio Oriente, che già di suo non è mai stata tranquilla, ha raggiunto l’apice del caos. E che al di là delle propagande, con le quali è sempre difficile fare i conti, in questo momento, rispetto alle poche petroliere che transitano per lo Stretto, una buona parte di queste è diretta verso la Cina.
Secondo un rapporto di Jp Morgan circa il 98% del traffico petrolifero di Hormuz è destinato all’Asia, con la Cina come principale acquirente. E anche sui mezzi usati per il passaggio, diverse fonti parlano di «flotte ombra» utilizzate da Pechino e di trattative in corso per sbloccare le grandi petroliere rimaste intrappolate nell’area. Questo vuol dire che per la Cina non ci sono stata impatti e che Xi Jinping non risente del pantano che si è venuto a creare ad Hormuz? Niente affatto. Vuol solo dire che se il conflitto era iniziato anche per creare difficoltà di approvvigionamento a Pechino, al momento sta avendo risultati opposti. Perché quello asiatico e il Paese che ne sta risentendo meno.
Paradossale no? Così come suona abbastanza paradossale il dato evidenziato dal Financial Times secondo il quale i principali produttori cinesi di batterie hanno guadagnato oltre 70 miliardi di dollari di capitalizzazione da quando è iniziata l’ultima guerra del Golfo. Motivo? I mercati scommettono sul fatto che in caso di conflitto prolungato le rinnovabili torneranno in auge. Anzi in realtà lo stanno già facendo.
Tanto per intenderci, le cinesi Catl (+19%), Byd (+21,9%) e Sungrow (19,4%), che producono batterie e apparecchiature per lo stoccaggio di energia, hanno fatto meglio di Chevron (8%), ExxonMobil (4,7%) e BP (+15,2%), le grandi major petrolifere globali, che sulla carta hanno più da guadagnare dall’impazzimento dei prezzi dell’oro nero.
E ci sono alcuni analisti (c’è da dire che esistono anche studi molto più cauti) che parlano di un vero e proprio cambiamento di rotta. Secondo il responsabile della ricerca energetica di Bernstein, Neil Beveridge, la Cina, che è il più grande importatore mondiale di petrolio, raddoppierà il proprio piano di elettrificazione. E anche le altre maggiori economie asiatiche - vengono citati gli esempi di Giappone, Corea del Sud e Taiwan - potrebbero spingere verso l’energia pulita e i combustibili alternativi. Insomma, con queste prospettive è normale che i principali player green corrano spediti in Borsa.
Così com’è evidente che dal protrarsi di un conflitto con queste caratteristiche gli Stati Uniti avrebbero molto da perderci e la Repubblica Popolare tutto da guadagnarci.
Va ricordato infatti che il semi-monopolio delle materie prime non riguarda solo la transizione energetica, ma anche la difesa. Più andrà avanti la guerra e maggiore sarà la domanda di munizioni, navi, aerei, missili ecc. Tanto per intenderci, la realizzazione degli F-35, dei Tomahawk o dei sistemi Patriot, ma anche la produzione di radar e di alcune particolari tipologie di droni, sono fortemente dipendenti dalle terre rare pesanti (dal dysprosium al terbio fino al samarium, all’yttrium e allo scandio) e da alcuni minerali come il gallio e il germanio, con la Cina che controlla una fetta abbondante di quelle filiere di approvvigionamento.
Così come è innegabile che un così massiccio spostamento di forze nel Medio Oriente indebolisce Washington sugli altri fronti, lasciando spazio ad eventuali iniziative cinesi. Per esempio rispetto alle mire di Xi Jinping su Taiwan. Dove anche politicamente qualsiasi mossa cinese adesso sarebbe meno criticabile.
Insomma, la guerra che era nata per mettere all’angolo Pechino si star trasformando in un grande regalo a Xi e compagni. Che se lo stanno prendendo senza disturbare troppo le mosse israelo-americane che almeno fino a questo momento di «Furia Epica» hanno avuto ben poco.
Il rapporto Entso-E sul blackout in Spagna del 28 aprile 2025 è finalmente stato pubblicato. Come già anticipato sulla Verità, il rapporto stabilisce che il blackout è stato frutto di un insieme di fattori, tra i quali si rivela determinante la forte presenza di impianti a fonte rinnovabile non in grado di regolare la tensione.
Al momento del blackout era attivo un grande numero di impianti fotovoltaici, non obbligati alla regolazione della tensione, oltre che molti piccoli impianti fotovoltaici di fatto invisibili al gestore della rete. La presenza di molta generazione cosiddetta inverter-based ha impedito di regolare la tensione in risposta all’instabilità generata da una oscillazione. Oscillazione, peraltro, originata in Spagna su un nodo della rete con presenza rilevante di impianti fotovoltaici. Scritto nero su bianco da EntsoE.
Il tema è politico, e riguarda come è stato progettato il sistema e per quali fini. La questione è solo in parte tecnica, nel senso che una tecnologia in sé non «causa» blackout, e neanche «non causa». Piuttosto, il problema risiede nel sistema, che mette in relazione produzione e consumo, e il sistema è frutto di scelte politiche. Qui il rapporto è chiarissimo sulle gravi carenze del sistema spagnolo, dunque sulle gravi responsabilità politiche del governo di Pedro Sánchez.
La causa del blackout è certo tecnica, nel senso che la regolazione della tensione nel sistema spagnolo era gravemente carente per la grande presenza di generazione inverter-based (cioè da fonte rinnovabile). Ma è prima di tutto politica: è stato voluto un certo sviluppo del sistema elettrico spagnolo, in relazione allo sviluppo della generazione. Si è puntato sulla connessione di migliaia di impianti mettendo in secondo piano le regole e gli investimenti necessari a mantenere la solidità della rete. Il blackout spagnolo è il risultato della scelta di minimizzare i costi (perché la stabilità della rete ha un costo) per mostrare prezzi dell’energia spot bassi, limitando gli investimenti e i processi necessari a garantire la stabilità in un contesto dominato da generazione inverter-based. Il rapporto analizza la dinamica e fornisce una serie di raccomandazioni per evitare il ripetersi dell’incidente.
La sequenza del blackout iberico inizia alle 12.03 con un’oscillazione anomala. Si tratta di una perturbazione sulla rete associata a impianti basati su elettronica di potenza (cioè principalmente a fonte rinnovabile). Il fenomeno è descritto da Entso-E come oscillazione forzata e localizzata in un nodo ben identificato. La presenza in quel nodo di generazione inverter-based (cioè fotovoltaica o eolica) viene indicata come elemento rilevante nell’origine della perturbazione e nella sua capacità di propagarsi nella rete elettrica. Gli operatori di rete, per smorzare l’oscillazione, intervengono con misure standard. Le oscillazioni vengono attenuate, ma si produce un aumento della tensione che rende fragile la rete. Alle 12.32 si osserva un rapido aumento della tensione su larga scala. Entso-E afferma che parte rilevante della generazione rinnovabile operava con fattore di potenza fisso (cioè senza risposta dinamica alle variazioni di tensione). Si aggrava anche lo squilibrio sull’energia reattiva.
La Spagna non prevedeva regole esplicite per i produttori sulla fornitura di potenza reattiva. Non erano inoltre previste conseguenze economiche in caso di mancato rispetto dei requisiti relativi al controllo della tensione. L’aumento della tensione delle 12.32 ha attivato le protezioni degli inverter distribuiti. A quel punto, nel giro di pochi secondi si verifica una perdita di capacità produttiva accompagnata da una sequenza di disconnessioni a cascata. Tutto si spegne. Il sistema elettrico spagnolo a quella data è coerente con le scelte politiche. Priorità politica in Spagna è l’ottimizzazione del prezzo spot e non la robustezza operativa. I costi della stabilità non sono pienamente incorporati nel sistema elettrico spagnolo e questo riduce la capacità di risposta in condizioni di stress. Intanto, ieri è stata annunciata la visita di Sánchez in Cina dal 13 al 15 aprile.
Secondo il report, migliaia di cittadini bengalesi intraprendono ogni anno viaggi irregolari estremamente pericolosi, spesso passando attraverso il Medio Oriente e il Nord Africa prima di arrivare sulle coste italiane. Si tratta di una migrazione spinta da fattori economici, ma gestita da circuiti criminali transnazionali che operano con logiche sempre più sofisticate. Quasi un terzo degli arrivi dalla Libia lo scorso anno era composto da cittadini bengalesi.
«Il Bangladesh è un Paese che si trova in una fase molto delicata. Con oltre 150 milioni di musulmani, il golpe contro Sheikh Hasina e la cosiddetta «rivoluzione studentesca» hanno riportato potere a movimenti islamici come Jamaat-e-Islami», afferma Vas Shenoy, autore del libro I semi dell’odio, che documenta la presenza di gruppi estremisti in Bangladesh. «Molti di questi migranti partono per motivi economici, ma altri vengono finanziati da reti estremiste, legate alla Fratellanza, che considerano la conquista dell’Occidente come un processo demografico e teologico», aggiunge.
Il punto critico, tuttavia, non è solo umanitario o economico. È anche di sicurezza.
Quando i flussi migratori diventano opachi e difficili da tracciare, si crea uno spazio grigio in cui non è più possibile distinguere con chiarezza tra chi cerca opportunità e chi può essere strumentalizzato da reti illegali o ideologiche. Non si tratta di criminalizzare la migrazione in sé, ma di riconoscere che l’assenza di controllo genera vulnerabilità.
Il rapporto evidenzia come molti migranti lungo questa rotta siano esposti a violenze, detenzione arbitraria e sfruttamento. Queste condizioni non producono integrazione, ma frustrazione. E la frustrazione, in contesti marginali e non governati, può diventare terreno fertile per forme di radicalizzazione.
È qui che il tema si intreccia con una riflessione più ampia, che Shenoy affronta nel suo libro I semi dell’odio. In uno dei passaggi più significativi, l’autore osserva che «l’estremismo non nasce nel vuoto, ma cresce dove lo Stato arretra e le identità si radicalizzano in assenza di alternative credibili». Inoltre, sottolinea che, sebbene il Bangladesh Nationalist Party (BNP) abbia vinto le elezioni di febbraio, in passato BNP e Jamaat erano alleati. Non è irrilevante, aggiunge, che Jamaat abbia ottenuto risultati significativi nei distretti lungo la frontiera indiana.
Questa osservazione aiuta a spostare il dibattito. Il problema non è solo l’origine geografica dei migranti, ma le condizioni sistemiche in cui vengono inseriti. Flussi non regolati, integrazione debole, assenza di controllo territoriale e sociale. È in questo contesto che possono emergere dinamiche pericolose.
L’Italia si trova in una posizione particolarmente delicata. È uno dei principali punti di ingresso in Europa, ma spesso non dispone degli strumenti adeguati per gestire flussi complessi e in crescita, né della preparazione culturale e sociale necessaria per affrontare fenomeni di radicalizzazione. Il risultato è una gestione emergenziale, più che strutturale.
Nel frattempo, le reti che organizzano questi movimenti si rafforzano. Non sono più semplici trafficanti, ma attori transnazionali che operano sfruttando lacune normative e differenze nei sistemi di controllo.
Ignorare il possibile legame tra migrazione irregolare e rischio di infiltrazioni estremiste sarebbe un errore. Ma lo sarebbe altrettanto affrontare il tema in modo ideologico o semplificato.
Serve una terza via. Più controllo, più cooperazione internazionale, più capacità di integrazione reale.
Il rapporto del Mixed Migration Centre non lancia un allarme ideologico, ma operativo. Riguarda la capacità degli Stati europei, Italia in primis, di governare fenomeni complessi prima che diventino ingestibili.
Perché, come suggerisce Shenoy, i «semi dell’odio» non si piantano da soli. Crescono dove nessuno guarda.










