Trump, furioso per l’altolà della Meloni sugli insulti al Papa, attacca: «Inaccettabile è lei. Sono scioccato: non ha coraggio, non mi aiuta con la guerra». Per Giorgia (che ha scaricato Netanyahu) è quasi un assist. Ma ora ha una nuova sfida tra Usa e Ue. Mentre l’opposizione vive di miserie.
Prima era una cheerleader, ora un servo sciocco. In altre parole, qualunque cosa dica e faccia, per l’opposizione Giorgia Meloni comunque sbaglia. Nella foga di attaccarla anche ora che ha preso le distanze dalle volgari accuse di Trump al Papa, a Riccardo Ricciardi, capogruppo dei 5 stelle alla Camera, scappa la frizione.
Non soltanto dichiara che «ci sono servi sciocchi talmente sciocchi che poi anche i padroni li prendono in giro», ma addirittura accusa la premier di essere stata prona a Trump per quattro anni, anche se il presidente americano si è insediato a gennaio del 2025.
Giuseppe Conte, appena più misurato del suo capogruppo, a Meloni rimprovera di essere stata ambigua e dunque, ora che i nodi vengono al pettine, di pagare la mancanza di linearità. Gongola invece Matteo Renzi, che su X riporta le parole di Trump, per concludere che se questo è ciò che dice un suo alleato, figuratevi che cosa sostengono gli altri.
Insomma, avete capito che a sinistra fanno festa, nella speranza che in un futuro prossimo questo serva a fare la festa al capo del governo. Dopo aver chiesto per mesi, anzi per un anno (non per quattro come dice Ricciardi) di dichiarare guerra a Trump, adesso gli stessi sprizzano gioia perché Trump dichiara guerra a Meloni, mostrando in qualche caso perfino sorpresa. Volevano che si dissociasse e quando lo ha fatto, ecco la prevedibile reazione. Che c’è da stupirsi? Per mesi abbiamo assistito agli attacchi del presidente americano contro chiunque intralciasse la sua strada. Che fosse per una critica sui dazi o per una obiezione sulle strategie per il Medioriente e l’Ucraina, l’inquilino della Casa Bianca ha sempre reagito allo stesso modo, ovvero con una valanga di insulti. Dunque, invece di riconoscere che per un anno Meloni è stata abile a non portarci in guerra contro il capo della più importante potenza mondiale, sfruttando i fragili equilibri fra Stati Uniti e Europa anche sui temi economici, l’opposizione va all’attacco, non riuscendo a celare l’entusiasmo per un’aggressione che è contro l’Italia e gli interessi nazionali. Trump attacca la premier perché non asseconda la sua guerra contro l’Iran e la sinistra, che dice di voler fermare la guerra, ma anche che Trump è un dittatore pazzo, gode.
È il cortocircuito di partiti e leader che hanno perso i punti cardinali e navigano alla cieca, senza sapere nulla della direzione intrapresa. Nel tentativo di dare la spallata a Meloni sono pronti a usare perfino l’uomo che fino a ieri definivano uno squilibrato al comando. Ma al di là di queste miserie umane e politiche, delle contraddizioni, e tralasciando la pochezza di chi oggi si diverte a vedere insultato il capo del governo dell’Italia, resta un tema di fondo. Dichiarare guerra agli Stati Uniti non si può. E non si può neppure sposare tutte le fesserie di un’Europa che si è dimostrata inesistente anche nell’ora più buia della guerra nel Golfo. Dunque a Giorgia Meloni tocca un compito non facile e cioè trovare, dopo l’attacco di Trump, una terza via, per riuscire a mantenere relazioni con gli Stati Uniti ma senza esserne vittima, come si rende necessario individuare un rapporto con Bruxelles senza subirne le follie. Ci vorrà pazienza e serviranno capacità per non essere schiacciati né sull’America né sull’Europa. La sfida dunque è tutta italiana ed è quella che a sinistra non soltanto non sanno cogliere, ma neppure immaginano. Il loro velleitarismo infatti si esaurisce nel tentare di essere la brutta copia di Pedro Sánchez. Un parolaio rosso simile, ma più furbo, a compagni che a forza di allargare il campo hanno perso la via d’uscita.
Si improvvisa psicosociologo, l’ex premier Giuseppe Conte, per regalare ai lettori qualche paginetta di strabiliante ricostruzione dell’epoca lockdown. Scrive: «La pandemia ci ha insegnato che uno Stato nazionale isolato e ripiegato su sé stesso non è in grado di rispondere efficacemente alle sfide più complesse che possono compromettere crescita economica e sviluppo sociale.
Le esperienze della solitudine e dell’isolamento possono essere molto pesanti per i singoli individui, ma hanno conseguenze ben più gravi per gli Stati nazionali». Poi, l’avvocato di Volturara Appula ripesca la toga da qualche baule impolverato e tenta di confutare l’accusa di aver gestito malissimo l’emergenza sanitaria da Sars-CoV-2 attaccando la commissione parlamentare d’inchiesta. Indigna, il capitoletto Pandemia del libro del leader del M5s Una nuova primavera. La mia storia, i nostri valori, la sfida progressista per l’Italia, edito da Marsilio Editori. Conferma che senza un cambio di passo della magistratura e una precisa volontà politica, non si farà chiarezza su responsabilità e misfatti dell’epoca Covid.
Dunque, l’ex premier esordisce prendendo per i fondelli gli italiani che hanno subìto lunghi e ripetuti lockdown, spiegando che i problemi loro (salute, lavoro, diritti, tutti calpestati) erano nulla confronto a quello che doveva affrontare il Paese in termini di costi socio-economici. Già, ma il blocco chi l’aveva deciso se non Conte, assieme all’ex ministro della Salute Roberto Speranza e alla sua cerchia di improvvisati esperti? L’avvocato abbozza una giustificazione che invece è un clamoroso autogol. Scrive che aveva consultato «un illustre epidemiologo per avere un suo parere sulle misure da adottare» e che il luminare gli avrebbe risposto suggerendo un «perenne e totale lockdown essendo questa la misura più efficace per prevenire il contagio e proteggere la salute dei cittadini».
Il medico interpellato forse non leggeva la letteratura scientifica, fingeva di ignorare che all’isolamento prolungato della Cina aveva fatto seguito un’esplosione spaventosa di casi e taceva sui contagi ad opera dei vaccinati di casa nostra muniti di green pass. Conte cita l’opinione dell’epidemiologo per ammettere: «Alla fine è solo alla politica che spetta l’onere di assumersi la responsabilità, che non può prescindere da una valutazione complessiva degli interessi in gioco, e dal loro più oculato bilanciamento». Quindi, chiudere fu una decisione politica, non dettata da pareri scientifici. Lo dichiara, nero su bianco, forte e chiaro come mai lo si è sentito dire in audizione. I cittadini sono stati male, non si sono curati, molti sono morti, tanti ancora soffrono per un vaccino sperimentale, però l’allora premier decise la chiusura perché aveva valutato «gli interessi in gioco».
Quali e di chi? L’inopportuno sfottò di Conte prosegue dopo aver lodato le iniziative dell’Unione europea che «dopo alcune settimane di disorientamento ha compreso la gravità e la pervasività dello shock provocato dalla pandemia» e, udite udite, avrebbe risposto «in maniera efficace e per più di un verso, innovativa». Volete sapere come? «Con gli interventi della Bce e con il “patto per il vaccino”», elenca tra gli altri l’ex premier.
Il risultato, e qui la comicità rasenta il grottesco, è che simili iniziative «hanno contribuito almeno in parte a far sentire i cittadini italiani finalmente partecipi del progetto europeo, protetti da una casa comune», scrive il leader pentastellato. Sarà per questo che secondo Eurobarometro della Commissione Ue, nei mesi della pandemia la fiducia degli italiani verso le istituzioni comunitarie era crollata al 28%? E che alle Europee 2024 in Italia meno della metà degli elettori è andata a votare? Un calo storico dell’affluenza che si deve anche a una pessima gestione a livello Ue della pandemia e della campagna acquisti del vaccino Covid.
Giuseppe Conte sorvola, preferisce tratteggiarsi come «la massima istituzione del governo» che all’epoca dovette assumere decisioni impopolari sotto «pressione dell’opinione pubblica, per sua natura ondivaga». Lamenta che i media a volte chiedevano «provvedimenti più restrittivi», mentre «altre volte le stesse misure venivano giudicate troppo penalizzanti».
Pensa un po’, erano i mezzi d’informazione ad avere «oscillazioni altalenanti». Per fortuna c’era Giuseppi che con i suoi esperti ha optato «subito per una metodologia basata su evidenze scientifiche». Non è andata così, le audizioni in commissione parlamentare d’inchiesta hanno messo in luce le posizioni contrastanti di tecnici, esperti, gli inviti a soprassedere, le decisioni prese per ragioni politiche, non certo di salute pubblica. Conte fa la vittima, si rammarica che i suoi sforzi non siano stati compresi e che «molte persone hanno comunque contestato le decisioni presentando esposti e denunce alle Procure». Ma lui, mica si è lamentato, dice, mica ha cercato di «delegittimare i giudici titolari delle inchieste, alludendo a una loro presunta “politicizzazione”». Non soddisfatto dell’esito del referendum sulla riforma della giustizia, l’ex premier si mostra paladino della Costituzione ed esempio calzante di quanto sarebbe sbagliato «alterare l’equilibrio dei poteri», come ripeteva motivando il suo No.
Dunque, dichiara di essersi reso «pienamente disponibile […] non avevo nulla da nascondere […] tutte queste inchieste sono state archiviate senza alcun seguito». Accusa la commissione parlamentare di avere come scopo quello di «attaccare i nemici […] relegando sullo sfondo la tutela dell’interesse pubblico […] e la preparazione nazionale a eventuali future emergenze».
Da quale pulpito, presidente Conte.
Arrestato (di nuovo) uno dei capi della Banda della Magliana. Noi lo abbiamo incontrato
Raffaele Pernasetti, detto «Er Palletta», è stato arrestato per narcotraffico. Nelle scorse settimane lo avevamo rintracciato nel suo ristorante a Testaccio: a pranzo, in una saletta riservata, partecipava a una riunione con familiari e un parente arrivato con un trolley.
Il lupo perde il pelo, ma non il vizio. Raffaele Pernasetti, 75 anni, detto «Er Palletta», per più di un lustro ha fatto parte del nucleo storico della Banda della Magliana (sospettato di 7 omicidi, è condannato in primo grado a quattro ergastoli; in Appello la pena è scesa a 30 anni anche per l’assoluzione per tre di quei delitti) e, questa mattina, è stato arrestato con un’accusa che non stupisce: continuava a trafficare con la droga. Nelle prime ore della mattina, i Carabinieri del Nucleo investigativo di Roma (nell'ambito di un'inchiesta della Direzione distrettuale antimafia della procura di Roma) hanno dato esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 13 persone accusate, a vario titolo, dei reati di associazione per delinquere finalizzata al traffico, cessione e detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti, detenzione e porto illegale di armi e munizioni da guerra, ricettazione, lesioni personali gravi, estorsione, tentata rapina e tentato omicidio, alcuni dei quali aggravati dall’aver agito con modalità mafiose.
L’indagine si è sviluppata tra marzo 2021 e maggio 2024 e ha consentito di sgominare una banda dedita al traffico di droga.
Pernasetti, grazie alla sua vicinanza, risalente ai primi anni Ottanta, ad alcuni importanti esponenti del clan Senese e di una cosca di ‘ndrangheta, avrebbe favorito l’attività di approvvigionamento di droga.
In particolare, una volta tornato in libertà, il leader della cosiddetta «batteria dei testaccini» avrebbe ottenuto il benestare a operare nei quartieri romani di Trastevere e Testaccio, oltre che, ovviamente, alla Magliana e al Trullo, ove negli anni Ottanta e Novanta aveva imperato.
Pernasetti (a cui è contestata la recidiva reiterata) è accusato in particolare di avere operato con Marco Casamatta e Manuel Severa, capo dell’organizzazione, entrambi arrestati nel 2024 con l’accusa di essere esecutore e mandante dell’omicidio di Cristiano Molè, componente di una nota famiglia di ‘ndrangheta. Pernasetti, insieme con Casamatta, avrebbe acquistato e ceduto 44 chilogrammi di cocaina (due forniture rispettivamente di 31 e 13 chilogrammi) e avrebbe venduto 10 chili di hashish insieme con Severa e 2 con Casamatta.
Molti degli arrestati avevano soprannomi folcloristici come «Il Matto» (Severa), «Fiore» (Casamatta), «Miliardero», «Piovra», «Lupo», «Er Cicoria» e «Perepè».
Luogo privilegiato luogo di incontri con ‘ndranghetisti ed esponenti della criminalità organizzata romana (monitorati dagli inquirenti con telecamere nascoste e microspie), era il ristorante della famiglia Pernasetti a Testaccio, «Oio a casa mia», dove lo stesso ha lavorato per anni come cuoco.
Nelle scorse settimane noi avevamo iniziato a lavorare sui reduci della Banda e, per questo, avevamo cercato un paio di volte Pernasetti nel suo locale. Anche perché una fonte ci aveva riferito che l’uomo continuava a frequentare brutti giri e a dedicarsi a business poco commendevoli. Di sera non lo avevamo trovato (ai fornelli a preparare la tipica cucina romana abbiamo visto solo cuochi extracomunitari), mentre a pranzo aveva fatto la sua comparsa e si era seduto a mangiare in una saletta appartata con il fratello e altri famigliari. Un parente si era presentato con un trolley e aveva preso parte a quella che appariva come una riunione importante a due passi dalla cucina.
Mentre i piatti tipici venivano serviti ai tavoli (trippa, nervetti, puntarelle, lingua, coda alla vaccinara e i primi della tradizione), siamo riusciti a scattare alcune foto di Pernasetti.
In aggiunta alle contestazioni relative al narcotraffico, il criminale è accusato di aver picchiato e minacciato con una pistola alla testa un meccanico per farsi pagare 8.000 euro di droga. Non avendo ottenuto i soldi, l’ex esponente della Banda della Magliana avrebbe ordinato a un gruppo di fuoco composto da tre persone (di cui avrebbe fatto parte anche Casamatta) di punire il debitore che, il 25 marzo 2024, veniva gambizzato nel quartiere della Magliana.
I Carabinieri, durante una perquisizione, hanno trovato un documento redatto con ogni probabilità da Severa. Nel testo erano indicate le «regole disciplinari» a cui tutti gli associati avrebbero dovuto attenersi e che prevedeva sanzioni economiche in caso di violazione delle regole. Ad esempio: non essere puntuale all’appuntamento costava 125 euro; comunicare su una chat sbagliata 100; parlare o scrivere cose fuori luogo 100; non cambiare telefono ogni primo del mese 250. Chi rispettava il regolamento, riceveva, invece, premi in denaro. Nello stesso manoscritto erano riportati un elenco di armi e indicazioni sulla logistica relativi a un raid punitivo in fase di realizzazione.
Donald Trump è andato all’attacco di Giorgia Meloni. «A voi italiani piace il fatto che il vostro presidente del Consiglio non stia facendo nulla per ottenere il petrolio? Piace alla gente? Non posso immaginarlo. Sono scioccato da lei. Pensavo che avesse coraggio, mi sbagliavo», ha affermato al Corriere della Sera.
«Dice semplicemente che l’Italia non vuole essere coinvolta. Anche se l’Italia ottiene il suo petrolio da là, anche se l’America è molto importante per l’Italia. Non pensa che l’Italia dovrebbe essere coinvolta. Pensa che l’America dovrebbe fare il lavoro per lei», ha proseguito, per poi replicare allo stessa premier che, l’altro ieri, aveva bollato le sue parole su Leone XIV come «inaccettabili». «È lei che è inaccettabile, perché non le importa se l’Iran ha un’arma nucleare e farebbe saltare in aria l’Italia in due minuti se ne avesse la possibilità», ha dichiarato. «Non vuole aiutarci con la Nato, non vuole aiutarci a sbarazzarci dell’arma nucleare. È molto diversa da quello che pensavo», ha continuato il presidente americano. «Non è più la stessa persona, e l’Italia non sarà lo stesso Paese, l’immigrazione sta uccidendo l’Italia e tutta l’Europa», ha aggiunto, per poi tornare a criticare il pontefice. «Non capisce e non dovrebbe parlare di guerra, perché non ha idea di quello che sta succedendo. Non capisce che in Iran hanno ucciso 42.000 manifestanti lo scorso mese», ha affermato.
Insomma, l’asse politico tra la Casa Bianca e Palazzo Chigi sembra essersi infranto. Al di là della condanna delle parole di Trump sul Papa, la Meloni aveva già iniziato a distanziarsi dal presidente americano. Parlando alla Camera giovedì scorso, il premier aveva espresso alcune critiche nei confronti di Trump. «Come è normale tra alleati, bisogna dire con chiarezza anche quando non si è d’accordo. Come abbiamo fatto in passato con i dazi, che abbiamo molte volte definito una scelta sbagliata che non condividevamo. Come abbiamo fatto per difendere l’onore dei nostri soldati in Afghanistan, che erano stati definiti “inutili” in modo inaccettabile. Come abbiamo fatto sulla Groenlandia, partecipando a ogni documento europeo di difesa dell’integrità del suo territorio e della sovranità del suo popolo, e sull’Ucraina di fronte alle proposte di negoziato che non consideravamo sostenibili», aveva dichiarato, per poi rivendicare il divieto ai caccia americani diretti in Iran di utilizzare la base di Sigonella.
C’è stato un tempo in cui i rapporti tra Trump e la Meloni erano assai saldi, tanto che l’attuale governo italiano era diventato uno dei principali punti di riferimento dell’amministrazione statunitense nell’Europa occidentale. La sponda tra Roma e Washington era del resto funzionale ad arginare l’asse tra Parigi e Berlino. Tuttavia l’attacco israelo-americano di fine febbraio all’Iran (e specialmente lo stallo che ne è conseguito) ha portato a un aumento delle turbolenze transatlantiche. Trump ha inasprito le proprie critiche alla Nato, accusandola di non fare abbastanza per garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz. Al contempo, il conflitto ha determinato un notevole aumento dei prezzi dell’energia: un elemento che, oltre a colpire gli Stati Uniti, ha avuto impatti particolarmente duri per il Vecchio Continente. È in questa cornice complessiva che il rapporto politico tra la Meloni e Trump è andato deteriorandosi, soprattutto nel corso dell’ultimo mese. D’altronde, la guerra in Iran ha scavato un solco anche tra il presidente americano e varie destre europee: nelle ultime settimane, sia l’Afd che il Rassemblement National hanno marcato una certa distanza dalla Casa Bianca. Alcuni hanno inoltre sottolineato come la recente visita di JD Vance a Budapest non sia stata in grado di aiutare Viktor Orbán a vincere le elezioni. Tutto questo, mentre lo stesso Nigel Farage ha recentemente raffreddato i rapporti con Trump.
Va da sé come questa rottura in seno al conservatorismo transatlantico rappresenti un enorme regalo tanto al Partito democratico negli Stati Uniti quanto al Pse nell’Unione europea. Sotto questo aspetto, l’eventuale successo delle trattative diplomatiche tra Washington e Teheran potrebbe, almeno in teoria, rappresentare un punto di svolta e favorire, magari, un riavvicinamento tra l’attuale Casa Bianca e le destre europee. Trump deve capire che il Vecchio Continente non può sobbarcarsi i costi di un conflitto da lui stesso iniziato, senza neanche consultarlo. E deve anche capire che lo sfilacciamento dei legami transatlantici rischia di gettare l’Ue sempre più tra le braccia della Cina, trasformandosi in un boomerang per gli stessi interessi nazionali americani. I conservatori europei, dal canto loro, devono evitare di inseguire le sirene di quanti vorrebbero spingerli verso posizioni o velleitarie o di establishment ormai logore e impopolari, con il preciso obiettivo di metterli all’angolo. «L’Occidente si poggia su due gambe: la gamba europea e la gamba nordamericana. Se le due gambe non si muovono nella stessa direzione, l’Occidente è destinato alla paralisi. E, in ultima analisi, all’irrilevanza», ha affermato, giovedì, la Meloni alla Camera. Ecco, è proprio da qui che le due sponde conservatrici dell’Atlantico potrebbero ripartire, per provare, un giorno, a ricucire ed evitare un futuro improntato al wokismo e all’ambientalismo ideologizzato: un futuro che farebbe la felicità del Partito comunista cinese e dei suoi alleati, tanto negli Usa quanto in Europa.













