Chi ama la cronaca nera e le serie crime sa che gli omicidi più efferati e mediatici vengono affidati ai migliori investigatori su piazza. Ma dieci anni fa, a Pavia quando è arrivato il momento di riaprire le indagini sull’omicidio di Chiara Poggi dovevano avere finito gli specialisti. Niente Squadra mobile della Polizia, niente Nucleo investigativo dei carabinieri, niente Scientifica, né Ris. I magistrati devono avere pensato che per verificare la fondatezza dei nuovi indizi raccolti dalla difesa di Alberto Stasi (elementi che oggi rappresentano l’architrave dell’ultima inchiesta pavese) sarebbero bastati i carabinieri distaccati in Procura, un gruppo di militari con storie molto diverse (c’erano anche ex forestali), più simili a dei cancellieri che a dei detective (senza offesa per nessuno).
Il responsabile (sino al 2019) dell’aliquota dell’Arma nella sezione di polizia giudiziaria del Palazzo di giustizia, il luogotenente Silvio Sapone, ha ammesso che all’epoca non aveva esperienza di fatti di sangue e si è definito «un asino» in tema di intercettazioni, lui che ha firmato l’informativa finale sulle indagini svolte e sul contenuto delle (poche) captazioni effettuate. Avete letto bene: il capo del team che doveva rifare le investigazioni sull’omicidio di Garlasco si è dichiarato un ciuccio in una delle materie fondamentali per un buon investigatore.
Il 17 novembre 2025 Sapone è stato sentito, per circa quattro ore, come persona informata sui fatti dalle pm bresciane Claudia Moregola e Chiara Bonfadini (oggi non più titolari del fascicolo), coadiuvate da ben sette investigatori di carabinieri e Guardia di finanza, capitanati dal colonnello Antonio Coppola e dai tenenti colonnelli Fabio Rufino e Pietro Mazzarella. La testimonianza è stata raccolta nell’ambito del procedimento per corruzione incardinato nei confronti dell’ex procuratore aggiunto di Pavia Mario Venditti, che Andrea Sempio e la sua famiglia pensavano fosse il gip del secondo fascicolo aperto sul caso di Garlasco.
L’ipotesi della Procura di Brescia è che la famiglia Sempio abbia pagato almeno 30.000 euro per far uscire dall’indagine Andrea.
Alcune intercettazioni depositate a Pavia ed evidenziate dal Nucleo investigativo dei carabinieri di Milano lasciano ipotizzare un’offerta di «aiuto» arrivata da alcuni militari infedeli che svolgevano le indagini nel 2017. In un’ambientale Andrea Sempio è stato piuttosto chiaro: «Questo Sapone mi ha chiamato una volta perché, a quanto mi hanno detto, c’era anche un sistema in cui loro cercavano di prendere le persone che erano sottoposte a indagine o che […] “se mi dai i soldi ti aiuto”». E in un altro audio ha aggiunto: «Secondo me era proprio lui che chiamava, perché qua è lui quando mi ha proposto la roba...».
Il riferimento sarebbe a una telefonata del gennaio 2017, avvenuta 20 giorni prima della convocazione per l’interrogatorio dello stesso Sempio.
Sei mesi fa Sapone, settantaduenne originario di Agropoli (Salerno), ha provato a dare la sua versione sulle molte stranezze di quell’inchiesta.
Nel verbale l’ex sottufficiale ci tiene a precisare che di quel fascicolo «se ne occuparono in prima persona i magistrati assegnatari, il dottor Venditti e la dottoressa Giulia Pezzino». Quindi aggiunge uno dei primi dati sconcertanti: «Io non mi ero occupato in precedenza di casi di omicidio, se non forse di uno con il dottor Mazza (Pietro Paolo, pure lui indagato a Brescia, ndr). Ce ne siamo occupati io, Spoto e Rosciano (Giuseppe e Antonio, ndr). Non ho dato peso al fatto che fosse un caso delicato, per me tutti i fascicoli sono uguali». Ha detto proprio così: per lui l’assassinio che da 20 anni fa discutere l’intero Paese era un caso come gli altri.
I ricordi relativi all’attività di indagine sono labili: «Fu sentito dalla dottoressa Pezzino un signore che aveva precedenti penali. Era mezzo moribondo. I magistrati poi hanno deciso di sentire Andrea Sempio, quindi hanno deciso di fare attività di intercettazione telefonica e ambientale e siamo stati delegati all'ascolto. Alla fine ho fatto una nota riepilogativa».
Dunque, la decisione di effettuare le captazioni non sarebbe stata sua: «Non avevamo fatto noi la richiesta di intercettazioni, è stata un’iniziativa dei magistrati». E lui non avrebbe mai indossato le cuffie: «Non ho fatto gli ascolti perché non mi intendo molto di intercettazioni».
Ed eccoci alla frase clou. Quando le toghe gli chiedono perché abbiano attivato le microspie solo su una delle auto dei Sempio, Sapone quasi mena vanto della propria incompetenza: «Non lo so. Io sono un po’ un asino in tema di intercettazioni, non me ne intendo». Anche se oggi nella maggior parte delle indagini sono considerate lo strumento principe per individuare i colpevoli.
Ma le sorprese non sono finite. Gli inquirenti domandano a Sapone che documenti avesse a disposizione e che cosa avesse letto. Risposta: «Noi non avevamo alcun atto delle precedenti indagini. Non ci furono dati né gli atti, né le sentenze del processo Stasi». Il motivo? «Facevano tutto i magistrati».
I pm sembrano increduli: «Solitamente chi intercetta ha conoscenza delle indagini. Come avete fatto a eseguire gli ascolti e a redigere una nota conclusiva se non conoscevate nulla?», gli domandano.
Sapone non perde l’aplomb e ribadisce: «Si sapeva dei sospetti su Sempio dai giornali, ma non avevamo atti».
Il militare di lungo corso si proclama del tutto estraneo a possibili combine: «Io non ho agevolato nessuno. Altrimenti non avrei usato il mio telefono cellulare per chiamare Sempio. Il numero non l’ho trovato io, ma gli altri. Non conoscevo nessuno, né i Sempio, né i loro avvocati, forse li ho visti in occasione dell’interrogatorio in Procura».
I magistrati hanno un sussulto: «Ha partecipato all’interrogatorio?». Ma rimangono delusi: «Non ho partecipato, ho aspettato fuori. Non so se è stato registrato, comunque io non ho mai letto il verbale». Insomma il classico «non c’ero e se c’ero dormivo».
Gli inquirenti tornano alla carica, sempre più increduli: «Come ha fatto a redigere l’annotazione conclusiva se non aveva gli atti del primo processo e non aveva nemmeno l’interrogatorio di Sempio?». La replica, anche in questo caso, è surreale: «Io avevo partecipato alle sommarie informazioni testimoniali di quel signore di Garlasco, con Venditti e la Pezzino. L’annotazione l’ho fatta sulla scorta delle trascrizioni delle intercettazioni fatte dagli altri ufficiali di pg». Sapone riferisce di non avere proposto alcuna perquisizione nei confronti di Sempio , con una motivazione che diventa un refrain: «Le indagini le facevano direttamente i pm, noi non abbiamo mai proposto nulla, eseguivamo solamente gli ordini. Nelle trasmissioni televisive si dice che Sempio sapeva già le domande, ma questo è impossibile perché le domande le facevano i pm».
L’ex capo degli investigatori offre altri particolari sorprendenti. All’epoca, assicura, non sapeva nemmeno se il nome di Sempio fosse iscritto sul registro delle notizie di reato: «Non so se era indagato o dovevamo sentirlo come testimone», giura.
Sapone racconta come siano partite le investigazioni: «La prima cosa che abbiamo fatto è l’analisi dei tabulati». E nella rete dei controlli chi rimane impigliato? Proprio il luogotenente: «So che ci sono quattro telefonate fatte da me ad Andrea Sempio senza risposta». Neanche nelle comiche.
I magistrati chiedono spiegazione per quei contatti. E qui inizia una tarantella di cui abbiamo già scritto. Sapone sostiene di aver avuto l’incarico di notificare un avviso di interrogatorio all’indagato e che l’ordine sarebbe stato successivamente annullato.
La Bonfadini sbotta: «L’invito viene fatto l’8 febbraio, mentre le telefonate sono del 21 gennaio. Che motivo c’era di chiamarlo a gennaio?».
A questo punto Sapone dichiara di non ricordare se avesse un invito da notificare.
La pm gli contesta anche che il 26 settembre 2025, quando era stato sottoposto a perquisizione, aveva «negato di avere avuto contatti con i Sempio» e che ora stava cambiando versione. Come mai?
L’ex carabiniere si gioca la carta della levataccia e dei nervi tesi: «Erano le 6 del mattino ed ero stressato. I Sempio non li conosco. Quando ho sentito Andrea Sempio era per sdrammatizzare la cosa». L’investigatore veste i panni del «poliziotto buono»: «Mi ha cercato e gli ho detto chi ero. Era preoccupato perché sapeva dell’esposto in quanto ve ne era notizia sulla Provincia Pavese». Sapone, in un altro passaggio, conferma il contenuto del presunto dialogo con Sempio: «Mi ha chiesto se dovesse preoccuparsi e gli ho detto di stare tranquillo». In sostanza, in quel frangente, il luogotenente stava facendo lo psicologo e non l’ufficiale di polizia giudiziaria e ora non sa nemmeno spiegarsi il perché «abbia risposto di domenica». Gli inquirenti cercano di capire per quale motivo non abbia detto a Sempio della notifica. E Sapone taglia corto: «Perché nel frattempo i magistrati avevano cambiato idea». Ma la Pezzino ha smentito questa ricostruzione. In Procura sembrano spazientirsi: «Quando avevano cambiato idea? Tra sabato e domenica?». Sapone prova a sgusciare via: «Non ricordo, l’invito non l’ho notificato, non ricordo se ce lo avevo in mano». I suoi interlocutori insistono: «Lei aveva in mano un invito a presentarsi da notificare o no?». Sapone si trincera dietro un «non ricordo». I pm provano ad affondare lo stesso: «Sabato mattina l’ha chiamato quattro volte con il cellulare e 12 volte con utenza dell’ufficio. Ricorda?». Sapone: «Con il cellulare chiamavo sicuramente io. L’utenza della mia scrivania può averla usata qualcun altro».
I magistrati non apprezzano il tentativo di coinvolgere i colleghi dello «stanzone»: «Perché vuole attribuire ad altri le telefonate?». Sapone respinge l’accusa: «Non scarico su nessuno».
E sui suoi contatti con Sempio non cambia linea: «Non c’è stato alcun aiuto».
In un’intercettazione agli atti il commesso sotto inchiesta ha raccontato al padre Giuseppe di aver consigliato a Sapone di mettersi in contatto con il suo avvocato, Federico Soldani.
Sapone, però, non ha memoria di ciò: «Di queste cose non ricordo nulla».
Il botta e risposta prende una piega marzullesca. «Se quel sabato Sempio avesse risposto cosa gli avrebbe detto?», è uno degli ultimi quesiti dei pm. E la replica del luogotenente non sfigurerebbe nel salottino del conduttore tv: «Magari gli dicevo di venire così in quattro e quattr’otto veniva archiviato. Sempio era agitato e io l’ho tranquillizzato». Resta da capire se una simile consulenza sia coperta dal bonus psicologo.
In principio fu il Green deal, quando l’Unione europea aprì la finestra da cui è entrata l’industria cinese del clean tech, cioè pannelli solari e turbine eoliche. Un ingresso che oggi ha portato l’Europa alla dipendenza al 90% dall’industria cinese in quel settore.
Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
In tv mi capita di partecipare a dibattiti sul delitto di Chiara Poggi in cui i giornalisti si schierano da una parte o dall’altra, quasi che il giallo di Garlasco sia una sorta di derby, con le opposte tifoserie in campo. Io non so se Andrea Sempio sia colpevole, come sostiene la Procura di Pavia: mi limito a osservare che contro di lui sono stati raccolti molti indizi, più di quanti ne siano stati trovati a carico di Alberto Stasi, il quale però è stato con questi elementi condannato a 16 anni di carcere, e su questo forse varrebbe la pena che i tanti Sherlock Holmes da salotto televisivo facessero qualche riflessione.
Chiarito che non appartengo alla schiera di quelli che per contratto devono difendere Sempio e, sempre per contratto, devono attaccare Stasi, lasciatemi dire due parole riguardo alla qualità delle indagini svolte nel corso degli anni sull’omicidio di Chiara Poggi. Nelle pagine precedenti trovate la sintesi giornalistica dell’interrogatorio di Silvio Sapone. Il nome di costui non è noto alla maggior parte dell’opinione pubblica, ma per tre anni è stato il capo della polizia giudiziaria in servizio presso la Procura di Pavia. In pratica era colui al quale i pm affidarono l’incarico di svolgere le intercettazioni telefoniche e gli accertamenti su Andrea Sempio. Leggendo il verbale dell’ufficiale di pg cascano letteralmente le braccia e si capisce perché a distanza di quasi vent’anni ancora non abbiamo capito chi abbia ucciso una ragazza poco più che ventenne.
Alla domanda dei magistrati, che vogliono sapere come si sviluppò l’indagine a carico di Sempio, Sapone mette le mani avanti, dicendo che lui di delitti non si è occupato quasi mai e che comunque gli assegnatari dell’inchiesta erano il procuratore capo e i suoi collaboratori. In pratica anticipa ciò che poi illustrerà nel dettaglio e cioè che di quell’indagine sul commesso del negozio di computer non sa nulla o quasi. E comunque non ricorda. Leggere per credere. Alla domanda dei pm, che gli chiedono che documenti avesse letto prima di condurre le indagini, Sapone risponde nel seguente modo: «Noi non avevamo alcun atto delle precedenti indagini. Non ci furono dati né gli atti, né le sentenze del processo Stasi. Facevano tutto i magistrati». E le intercettazioni? Le ascoltavano i colleghi. Cioè, colui che guidava la polizia giudiziaria e che doveva coordinare le indagini era all’oscuro di tutto. E come ha fatto a redigere una nota conclusiva, gli chiedono i pm. «Leggevo i giornali», è la risposta. L’interrogatorio di Sapone è disseminato da «non ricordo» e perfino da un’ammissione di incompetenza. Come mai, domandano i magistrati, le microspie ambientali sono state attivate solo su un’autovettura in uso a Sempio? La risposta è sconcertante: «Non lo so. Non ricordo perché non è stata fatta. Io sono un po’ asino in tema di intercettazioni, non me ne intendo». E come ha fatto a redigere l’annotazione conclusiva se non aveva gli atti del primo processo e non aveva nemmeno l’interrogatorio di Sempio, insistono i pm. E Sapone continua a minimizzare il suo ruolo: «L’annotazione l’ho fatta sulla scorta delle trascrizioni delle intercettazioni fatte dagli altri ufficiali di polizia giudiziaria. Io non l’ho fatto perché non mi intendo di intercettazioni». Come dire, io non c’ero e se ci fossi stato dormivo.
Sulla base di queste risultanze d’indagine, le accuse nei confronti dell’amico del fratello di Chiara Poggi nel 2017 sono state archiviate e solo ora - cioè a distanza di quasi dieci anni e a diciannove dal delitto - la Procura di Pavia ha deciso di riaprire le indagini.
Come ho scritto, io non so se Sempio sia colpevole e se gli indizi raccolti a suo carico, che mi paiono più rilevanti di quelli contro Stasi, siano sufficienti a sostenere l’accusa e a ottenere una condanna per l’omicidio di Chiara. Tuttavia credo che quanto sta emergendo, e non solo con l’interrogatorio di Sapone, ma anche con altri di cui daremo conto nei prossimi giorni, dimostri che se oggi ancora non sappiamo chi sia l’assassino è perché le indagini sono state fatte nel modo che ho appena raccontato. Dunque, se a Garlasco il delitto resta ancora un mistero, la colpa è da attribuire ai responsabili delle indagini. Sono i loro errori, la loro impreparazione, i mancati accertamenti che ci impediscono di guardare in faccia l’assassino di Chiara. E non parlo solo di Sapone.
Nicola Porro aveva deciso di lasciare per una quindicina di giorni. Nelle riunioni di redazione preparatorie dei giorni precedenti si cercava un tema per iniziare l’avventura con un ospite tale da compensare di suo la mia inesperienza. Sapendo della competenza sul tema Garlasco di uno degli autori, il collega Stefano Zurlo, lo implorai di tentare una missione impossibile, quella di avere in studio Andrea Sempio che, salvo un precedente e fugace passaggio da Bruno Vespa, non si era mai concesso a un confronto televisivo. Di Sempio era nota la sua ritrosia all’apparire pubblicamente, cosa comprensibile alla luce del fatto che buona parte dell’informazione stava mettendo le fondamenta per costruire un nuovo mostro da dare in pasto all’opinione pubblica.
Sul tema avevo poche idee e per di più confuse, né mi interessava fingere l’inverso, scendere cioè sul terreno tecnico-giuridico - impronte, orari scontrini e quant’altro - già fin troppo coperto in ogni sede dai colleghi esperti. No, a me interessava - nel limite dei pochi minuti a disposizione - mostrare agli italiani il lato umano - sembra una contraddizione in termini - di un presunto assassino. E fu probabilmente questo approccio, né investigativo né accusatorio, a convincere i suoi avvocati Liborio Cataliotti e Angela Taccia, ad accettare l’invito. Il primo ad arrivare negli studi Mediaset di Cologno fu Cataliotti. Mi raggiunse in camerino, pensai che volesse concordare le domande, quantomeno conoscerle in anticipo per dare qualche dritta al suo assistito le cui parole già allora venivano esaminate una per una nella speranza di un passo falso.
Mi anticipò: «Sono qui per dirle che ad Andrea può chiedere tutto, ma proprio tutto ciò che vuole e ritiene utile. Non temiamo nulla e non abbiamo nulla da nascondere». Poco dopo arriva Andrea. Ora, non è certo la prima volta che mi trovavo a tu per tu con protagonisti di importanti fatti di cronaca, però da subito provai una sensazione inedita che non saprei descrivere esattamente, ma che ha che fare con il dubbio: sto stringendo la mano a un assassino o a una vittima di una clamorosa persecuzione giudiziaria? Non so se e quanto Sempio si fosse preparato, certo è che se lo avesse fatto, aveva fatto di tutto per mascherarlo. Chiunque si appresti ad andare in televisione la prima cosa che fa è scegliere con cura aspetto e abbigliamento per fare innanzitutto buona impressione. Lui niente: barba sfatta di qualche giorno, capelli arruffati, jeans, sneaker logore ai piedi, un banale golfino azzurro aperto sul davanti che lascia intravvedere una maglietta nera. Insomma, non certo la mise di chi vuole recitare una parte diversa da ciò che è nella vita di tutti i giorni. Non lo avevo mai visto prima, cercai di metterlo a suo agio, ma presto mi resi conto che tra i due quello nervoso e preoccupato ero io, e non solo per l’esordio da conduttore. Mi guardava diritto in faccia, mi è parso che pensasse: «Lo so che tu credi che io sia un assassino». Avrei voluto dirgli: «Non è vero, penso soltanto che sei nei guai fino al collo», ma le parole non mi uscirono dalla bocca, non mi sembrava professionale emettere sentenze o dare giudizi. Una volta microfonato è entrato nello studio e si è accomodato al tavolone rotondo di Dieci minuti con la stessa naturalezza e sicurezza di chi sta entrando nel suo bar abituale. Non una esitazione, non un moto anche solo di semplice curiosità per tutte quelle luci, telecamere e maxischermi alle pareti che già riproducevano a mo’ di gigantografia la sua immagine. Parte il countdown, si inizia. Gli chiedo della sua vita passata e presente, dei suoi amori, delle sue paure. Risponde con impressionante naturalezza per un esordiente del video, spiega con logica le apparenti contraddizioni che stanno emergendo dalle carte. Una sola volta mi è parso in difficoltà, quantomeno esitante. Quella in cui gli chiedo: «Lei pensa mai ad Alberto Stasi?». Ci pensa, è come se la sua risposta sincera faccia paura anche lui. Perché la risposta, riassunta, è: «No, non ho mai pensato né penso a Stasi». Dentro di me mi dico: «Ti conveniva mentire, questo non farà che abbassare il tuo già non alto livello di simpatia da parte dell’opinione pubblica». I dieci minuti stanno per finire, dalla regia mi dicono nell’auricolare, che porto nell’orecchio: «Funziona, vai avanti, siamo autorizzati a sforare». Io vado avanti per altri dieci, lui è sempre più a suo agio e sicuro, per nulla imbarazzato risponde su tutto.
Anche all’ultima domanda: «Scusi se glielo chiedo così brutalmente: lei ha ucciso Chiara Poggi?». Lui è lapidario: «Non ho ucciso io Chiara». Sigla di chiusura. Lo accompagno verso l’uscita degli studi. Finalmente sul suo viso spunta un sorriso mentre mi dice semplicemente «Grazie». Ora, io non so chi ha ucciso Chiara, ma se Sempio ha accettato di affrontare l’opinione pubblica senza alcuna rete di protezione mettendosi nelle mani di uno sconosciuto quale ero io per lui e lo ha fatto nel modo che vi ho detto i casi sono due: o è un vero pazzo o è un innocente che non teme nulla.










