La dinastia Fujimori continua a dominare la scena politica del Perù e dopo quattro tentativi Keiko è riuscita a diventare presidente della nazione andina. Anche se lo spoglio è ancora in corso la sua vittoria è già sicura e verrà insediata ufficialmente alla Casa di Pizarro, il palazzo del governo, il prossimo 28 luglio.
La figlia di Alberto Fujimori, al potere dal 1990 al 2000, ha fondato nel 2010 il partito Forza Popolare ( Fuerza Popular), una formazione politica populista e conservatrice, ma soprattutto «fujimorista». Keiko ha infatti lavorato per anni per riabilitare la figura del padre che nel 2000 era scappato in Giappone, nazione di origine della sua famiglia, per sfuggire all’arresto per corruzione e crimini contro l'umanità. Fujimori padre sarà poi arrestato in Cile nel 2006 e graziato nel 2018, dopo 12 anni di carcere, ma nuovamente arrestato fino alla concessione dell’amnistia per motivi di salute nel 2022. Keiko si è candidata per la prima volta nel 2011 e poi nel 2016 e nel 2021, risultando però sempre sconfitta al ballottaggio.
Ma anche lei aveva avuto guai con la giustizia peruviana finendo per oltre un anno in carcere, fra il 2018 e il 2019, per accuse di corruzione e riciclaggio di denaro, ricevuto dall’azienda brasiliana Odebrecht durante la campagna presidenziale del 2011. Il processo a Keiko Fujimori era finito con un’assoluzione da parte della Corte Suprema nel 2025. Questa volta la leader di Forza Popolare ha superato il candidato di sinistra, Roberto Sánchez, grazie soprattutto ai voti ottenuti nelle principali città peruviane come Lima, Callao e Trujillo. Adesso Keiko dovrà cercare i voti in parlamento dove il suo partito ha la maggioranza relativa, ma resta lontano da quella assoluta. Il suo obiettivo è trovare un accordo con le altre forze di destra e con i partiti centristi, ma i rapporti politici a Lima sono sempre molto burrascosi. La storia politica peruviana è fatta di corruzione e connivenze con la malavita e quasi tutti i leader, Primi ministri e presidenti nell’ultimo trentennio sono stati indagati dalla magistratura del paese andino.
Negli ultimi dieci anni lo scranno presidenziale ha visto alternarsi ben 8 presidenti con 21 Primi ministri, il che dimostra l’estrema fragilità del sistema politico. Gli ultimi tre presidenti sono stati addirittura rimossi dal parlamento che li ha sfiduciati portandoli a dimissioni forzate. Pedro Castillo, rappresentante dei socialisti, vincitore delle elezioni nel 2021, è rimasto in carica meno di un anno e mezzo, sostituito nel dicembre del 2022 dalla sua vice Dina Boularte. Castillo il 7 dicembre 2022 aveva cercato di sciogliere il parlamento, ordinando il coprifuoco nazionale e l'instaurazione di un governo di eccezionale emergenza. Il suo tentativo era stato denunciato come un colpo di stato per bloccare il processo di impeachment che il parlamento stava portando avanti e Castilloera stato poi arrestato. La Boularte era rimasto al potere fino all’ottobre del 2025 quando era stata destituita dal Congresso della Repubblica per incapacità morale permanente ai sensi della Costituzione del Perù, che passava i potere a Jose Jeri, presidente del parlamento. Jeri è stato defenestrato inpoco più di quattro mesi, dopo che erano stati visti alcuni uomini d’affari cinesi arrivare al palazzo presidenziale in maniera ufficiosa e la magistratura aveva subito indagato l’inquilino della Casa di Pizarro. Il successore José María Balcázar si era limitato a traghettare il Perù alle elezioni, anche queste ricche di scontri violenti e accuse di ogni genere.
Oggi Keiko Fujimori si trova davanti a se una nazione senza nessuna fiducia nella classe politica e con i giovani della Generazione Z che sono già scesi in piazza a manifestare contro la corruzione che dilania il Perù. L’ondata politica del Sud America negli ultimi anni ha visto però vincere quasi ovunque i candidati di destra o centrodestra molto vicini agli Stati Uniti di Donald Trump. Dalla Colombia alla Bolivia, dal Cile al Costa Rica e dall’Ecuador fino all’Honduras e ora anche in Perù, un quadro geopolitico che potrebbe influenzare la politica estera della neopresidente Keiko Fujimori nei prossimi anni.
Roberto Vannacci, uno che conosce bene la guerra, con tutte le atrocità che comporta, e che proprio per questo la detesta, sta applicando alla perfezione nella sua azione politica la necessaria armonia di strategia e tattica, dove la prima è il piano a lungo termine che definisce la direzione generale e gli obiettivi da raggiungere e la seconda è l’insieme delle azioni a breve termine utilizzate per eseguire quel piano sul campo. Guarda a domani Vannacci e guarda anche al 2029, quando scadrà il mandato di Sergio Mattarella alla presidenza della Repubblica e il prossimo Parlamento dovrà eleggere il successore. Bene: a quanto risulta alla Verità, in alcune conversazioni con i suoi, Vannacci ha anticipato cosa risponderà a chi gli chiederà chi vedrebbe bene al Quirinale: Giorgia Meloni.
Proprio così: Vannacci ha studiato questa mossa per disarticolare il campo avverso, ovvero il centrosinistra, e per far capire ai potenziali alleati di centrodestra di essere pronto, con le sue truppe parlamentari, a sostenere quella che sarebbe una vera e propria rivoluzione politica per l’Italia e per l’Europa intera: per la prima volta una donna capo dello Stato italiano, la donna che è stata anche la prima a sedere a Palazzo Chigi, e che avrà pure stabilito (scongiuri consentiti) il record di leader del governo più longevo della storia della Repubblica.
La proposta manderebbe in tilt il centrosinistra, che nelle ultime settimane dipinge Vannacci come il pericoloso estremista al quale non occorre consentire di essere determinante per l’elezione del successore di Mattarella. Proporre la Meloni, apprezzata a livello europeo e internazionale, metterebbe a tacere ogni grido di dolore (strumentale) da parte della sinistra italiana. Al tempo stesso, la prospettiva non può che ingolosire il centrodestra nostrano: la Meloni ha ampiamente dato dimostrazione di essere capace di mantenere alto il consenso della maggioranza e del governo, nonostante i tanti scivoloni di seconde file e comprimari.
Certo, a quel punto si porrebbe il tema di chi proporre come premier al posto di Giorgia: i nomi non mancano, qualcuno già circola, ma si vedrà al momento opportuno. Fin qui la strategia: dal punto di vista tattico, la mossa di Vannacci è altrettanto scaltra, perché se si vuole cogliere l’opportunità di avere per la prima volta in 80 anni un presidente della Repubblica di destra, occorre vincere le elezioni. E per vincerle, non si può prescindere da un’alleanza con Futuro nazionale, considerato che (vedrete) il centrosinistra un modo per mettere in piedi un’alleanza e indicare un leader lo troverà, proprio perché il prossimo Parlamento eleggerà il capo dello Stato, e le attuali opposizioni non possono permettersi il lusso di presentarsi al fischio d’inizio della partita delle politiche sapendo di aver già perso a causa di personalismi e divisioni interne, come accadde nel 2022. Non è un caso se le dichiarazioni degli esponenti di punta di Fratelli d’Italia e Forza Italia sull’ipotesi di un’alleanza con Vannacci diventano sempre meno gelide ora dopo ora, e non a causa delle temperature elevate: se Parigi val bene una messa, Roma val benissimo un generale in coalizione.
E Matteo Salvini? Il vicepremier è comprensibilmente deluso e amareggiato da Vannacci, e ieri, parlando a Milano Marittima a un evento della Lega giovani, lo ha ripetuto chiaramente: «Vannacci? Io non porto rancore. È più una delusione umana che politica nei suoi confronti», ha detto Salvini, «dura qualche ora poi si guarda avanti. Visto che gli abbiamo aperto le porte di casa nostra e gli abbiamo consegnato il nostro onore, la nostra storia e il nostro passato, vederlo rimangiarsi nel giro di qualche settimana tutta quest’apertura, da parte di un uomo in divisa che teoricamente dovrebbe essere cresciuto nel nome del rispetto della parola, degli ideali e del sapere far squadra, è stata una delusione. Farà quello che riterrà di fare. Se l’ho più sentito? No, mi freghi una volta, ma non mi freghi la seconda. E se ai loro convegni si salutano e si accolgono fra camerati», aggiunge, «io preferisco le giornate della Lega giovani, dove ci sono ragazze e ragazzi amici, fratelli compatrioti, autonomisti». Ok, ma l’ipotesi di un accordo per le politiche? «Arriveremo», argomenta Salvini, «con questa alleanza: con Vannacci a oggi evidentemente no. Ha votato contro il piano Casa e se ci ritiene dei falliti adesso non penso che cambierà idea tra un anno».
«A oggi no», «Non penso cambierà idea tra un anno»: Salvini in sostanza non esclude un’intesa con Vannacci e lascia la decisione finale al generale. Infine, la campagna elettorale: «Se guiderò la prossima campagna? C’è sempre la variabile ultraterrena», scherza il vicepremier, «non può essere stabilita da un congresso, se la salute lo permette, assolutamente si. La forza della Lega è sempre stata, e sempre sarà, la squadra. Non sarà una campagna elettorale solitaria, servono i capitani ma servono anche le truppe, perché capitani o generali o colonnelli, senza truppe motivate determinate e orgogliose, non vanno da nessuna parte. Quindi da Luca Zaia, Massimiliano Fedriga, ai sindaci e ai governatori me li aspetto tutti, non dietro ma di fianco, per vincere. Guiderò la Lega altri tre anni. In caso di vittoria mi piacerebbe fare il ministro dell’Interno? A me piace portare a termine le cose, in questa legislatura vado a chiudere tutti i cantieri. Se vinciamo, sì».
Vengo da una civiltà che ha messo l’uomo al centro, che ha costruito gli uliveti e i campanili, che ha inventato l’ospedale, l’università, il diritto romano, la perizia notarile, la sentenza motivata, la libertà di studiare e la libertà di sbagliare, una civiltà che adesso, in piedi davanti allo specchio, finge di non vedere il proprio cadavere. 250.000 bambine e bambini britannici, cristiani per nascita o per cultura, di 8, 10, 11, 12 anni, stuprati per decenni, in 149 distretti del Regno Unito, da bande organizzate di uomini maomettani, in stragrande maggioranza pachistani. Lo dice il rapporto Lowe, lo confermano in scala minore il rapporto Casey, l’inchiesta Jay su Rotherham con le sue 1.400 vittime in una sola città, le sentenze di Rochdale, Telford, Oxford, Newcastle, Oldham, Bristol, Derby, Keighley. Bambine date in pasto, drogate, prostituite, marchiate a fuoco con stampi di ferro arroventati, picchiate, ingravidate, costrette ad abortire, costrette a convertirsi all’islam, chiamate kuffar, chiamate white trash, spazzatura bianca. Anche bambini. E le bambine talvolta partorivano e poi sparivano, e i loro figli sparivano con loro, e le madri delle bambine venivano arrestate dalla polizia mentre i carnefici delle figlie venivano scortati a casa, dalla stessa polizia inglese, quella che adesso si occupa di acchiappare quelli che scrivono cose sgradevoli sull’islam su Facebook.
Viene arrestato chi scrive la verità: gli stupratori, come i terroristi, come le bande che uccidono e terrorizzano sono figli sani del Corano, sono eroi della loro comunità, hanno eseguito l’ordine coranico di umiliare gli infedeli, ucciderli, mutilarli. Ho raccolto questi ordini che tutti devono conoscere nel libro Islam senza veli, e spiego come sia indispensabile che ogni funzionario pubblico che abbia a che fare con maomettani conosca i versi che prescrivono la persecuzione violenta degli infedeli come ordine di Allah, e ponga un questionario dove si chiede ai maomettani di dissociarsene. I maomettani potrebbero mentire, certo, ma il punto è questo: costringere il funzionario a prendere atto di quei versi, così che non sia più possibile quello che è successo.
È successo che per trent’anni tutti hanno taciuto: l’accusa di islamofobia vuol dire morte sociale, perdita del lavoro, processo e prigione. Tutti hanno taciuto, perché parlare era razzismo. Hanno taciuto, e intanto le bambine venivano stuprate, le loro vite distrutte dalle torture, dalle umiliazioni, dagli aborti. Le loro vite sono state distrutte per decenni, mentre i salotti discutevano di pronomi e di privilegio bianco, perché la superbia è quella, sentirsi buoni e superiori proteggendo criminali e stupratori. Dove sono le femministe, le penne raffinate che firmavano appelli per qualunque boiata? The Closing of the Muslim Mind (La chiusura della mente musulmana) di Robert R. Reilly, è il testo che spiega che i problemi dell’islam sono due: la violenza del Corano e la paralisi dello sviluppo intellettuale. Nei primi secoli dell’islam, con la conquista dei territori bizantini e sassanidi, l’islam incontrò la filosofia greca. Nacque una scuola, i mutaziliti, che insegnò una cosa semplice e gigantesca: Dio è ragionevole. Dio non può essere ingiusto. Dio non può contraddire la ragione, perché la ragione è parte della Sua natura. Il mondo, di conseguenza, è intelligibile. L’uomo può conoscerlo, può deliberare. L’uomo è libero. L’islam poteva essere una religione feroce e intelligente e l’intelligenza avrebbe stemperato la ferocia prescritta da Corano. Ma poi accadde il disastro. Vinse l’altra scuola. Vinsero gli ashariti, vinse al Ghazali, vinse l’idea che Dio è puro arbitrio, pura volontà, puro capriccio. Dio non è vincolato dalla ragione: Dio è oltre la ragione. Il bene è ciò che Dio comanda. Il male è ciò che Dio vieta. Questo rende i versi violenti del Corano armi puntate sempre contro ognuno di noi. L’omicidio del maomettano è male perché Dio lo dice, non perché spegne una vita; l’omicidio dell’infedele è bene perché Dio lo dice. La causalità non esiste: non esistono cause seconde, esiste soltanto la volontà di Dio. Questo vieta la filosofia, blocca ogni progresso. L’islam è una religione feroce e irrazionale. Averroè provò a rispondere, e i suoi libri furono bruciati a Cordova nel 1195. Chi crede di curare una patologia spirituale figlia di una deformazione teologica feroce e irrazionale che ha generato una cultura disfunzionale con i sussidi, con le borse di studio, con i corsi di integrazione, con le buone maniere e i ditini alzati, è un pericoloso idiota, in realtà un collaborazionista, che fingerà di non vedere un quarto di milione di bambine stuprate. Il problema è teologico, filosofico, spirituale. Il problema è che una civiltà che ha abolito la ragione non può che produrre ferocia organizzata. Stiamo importando una teologia che ci odia e che ha abolito la ragione, e pretendiamo che produca cittadini con cui convivere. A una bambina di 11 anni stuprata da venti uomini in una notte, sulla sua terra, non si risponde con un convegno. Si risponde con la collera, con la giustizia spietata di una civiltà che si ricorda di sé, una civiltà che ricordi di avere ulivi, sale, Tommaso e Galileo, Dante e Manzoni, e a difendere tutto questo Carlo Martello, Giovanni d’Austria, e Giovanni Sobieski che hanno guidato la cristianità alle vittorie di Poitier, Lepanto e Vienna. L’undicenne che ha avuto la vagina spaccata dai venti pachistani che l’hanno stuprata per tutta la notte si è trovata di fronte squadre di medici e infermieri che non hanno denunciato e hanno taciuto. Episodi atroci come questo si sono verificati in molte guerre, da parte dell’esercito vincitore contro le donne degli sconfitti. I giapponesi trattavano così le donne manciù dopo aver sconfitto militarmente la Manciuria. Il Pakistan non ha mai sconfitto la gran Bretagna. L’islam non ha mai sconfitto militarmente l’Europa. La ragazzina è diventata il disprezzato giocattolo sessuale di uomini che non hanno mai sconfitto militarmente il suo popolo.
Nel suo geniale libro Il morbo Paolo Gambi intuisce che alla base del suicidio della civiltà occidentale c’è l’inversione dell’archetipo dell’eroe. Si passa dall’eroe che combatte, si sacrifica per la propria gente, all’archetipo del ribelle, cioè qualcuno che combatte contro la civiltà che lo ha generato. La base dell’archetipo del ribelle è la superbia. Del primo ribelle della storia, l’Angelo ribelle, è la superbia la tentazione irresistibile, non il denaro o il potere. L’archetipo dell’eroe che combatte per la propria gente è stato sostituito dall’archetipo del ribelle che combatte contro la propria gente, sempre dalla parte di qualcun altro. Il marxismo ha creato un sottotipo di archetipo ancora più deforme che è l’archetipo dello sconfitto. Non importa avere torto marcio, l’importante è essere sconfitti. Noi abbiamo creato cultura, scienza arte, pensiero filosofico: siamo forti, quindi cattivi a prescindere. Gli aguzzini della ragazzina undicenne, come quelli che arrivano con i barconi, sono mantenuti da sussidi di disoccupazione, provenienti da Paesi in cronico sottosviluppo economico, che non producono né premi Nobel né pensiero scientifico, sconfitti dalla storia, per le ragioni spiegate da Reilly. Che la loro civiltà sia disfunzionale cozza contro il dogma del marxismo idiota che tutte le civiltà si equivalgono, che tutte le religioni si equivalgono. Più i maomettani sono terroristi e stupratori, più ci dobbiamo scusare con loro, scambiati per vittime della società occidentali da un branco di corrotti idioti, resi collaborazionisti dai fiumi di petrodollari che dal 1974 corrompono politici e intellettuali (o cosiddetti tali). Più le aggressioni dei maomettani sono gravi, più i «buoni» li amano, spiegano che il problema siamo noi, che non li abbiamo amati abbastanza, non li abbiamo integrati. Per prima cosa dobbiamo liberarci dei «buoni», levare dalle loro mani scuole e televisioni, ridurli all’opposizione per sempre. O le nostre ragazzine finiranno come quelle di Birmingham
Ecco #DimmiLaVerità del 29 giugno 2026. Gianni Alemanno ci parla dell'emergenza carceraria in Italia e del generale Vannacci.










