Iran, la rete africana di Teheran: religione, affari e sicurezza per resistere all’isolamento
Sotto pressione militare e diplomatica, l’Iran rafforza la sua presenza in Africa. Dalle reti religiose alla cooperazione economica e militare, Teheran costruisce alleanze strategiche nel continente per sostenere una strategia di resistenza nel lungo periodo.
Sotto la pressione dei bombardamenti israeliani e statunitensi iniziati alla fine di febbraio, la leadership iraniana si trova in una fase particolarmente delicata. Nonostante il contesto militare sfavorevole e l’isolamento internazionale, la Repubblica islamica continua però a fare affidamento su una fitta rete di relazioni costruite nel tempo, in particolare in Africa, dove le ambizioni strategiche di Teheran sono cresciute in modo graduale nel corso degli ultimi decenni.
Come scrive Jeune Afrique, questo sistema di alleanze non rappresenta una garanzia di sopravvivenza per il regime, ma costituisce una delle leve attraverso cui i vertici iraniani intendono sostenere una strategia di resistenza prolungata. Fin dall’avvio dei raid, la classe dirigente di Teheran ha parlato apertamente della necessità di prepararsi a una guerra lunga, sottolineando che parte delle risorse e dei sostegni necessari si trovano lontano dalla capitale, proprio nel continente africano. Qui l’Iran ha operato con pazienza, costruendo un’influenza che si sviluppa su più livelli: religioso, politico, economico e militare. Pur non raggiungendo l’ampiezza della presenza cinese o l’attivismo russo, l’Iran è riuscito a consolidare una rete articolata. Il primo strumento è quello religioso, fondato sul proselitismo sciita, elemento centrale della rivoluzione islamica del 1979. Nel corso degli anni, prima Ruhollah Khomeini e poi il suo successore Ali Khamenei hanno promosso la creazione di organizzazioni religiose e culturali all’estero, con l’obiettivo di diffondere l’ideologia della Repubblica islamica. Questo modello è stato replicato anche in Africa attraverso fondazioni, centri culturali e università. La nuova Guida Suprema Mojtaba Khamenei del quale pero’ non si hanno notizie certe dal 28 febbraio scorso, conosce a fondo questi meccanismi e mantiene rapporti stretti con il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie, struttura che esercita un peso determinante anche nella politica estera.
Attraverso organizzazioni come il Comitato di Soccorso Imam Khomeini e l’Assemblea Mondiale Ahlul Bayt, Teheran promuove iniziative religiose e sociali in diversi paesi africani. Missioni e viaggi ufficiali di esponenti religiosi iraniani sono stati registrati in Niger, Senegal e in altri stati dell’Africa occidentale. Il proselitismo trova sostegno anche in figure religiose locali. Tra queste, il leader del Movimento Islamico Nigeriano Ibraheem Zakzaky, che negli anni ha sviluppato rapporti diretti con Teheran e ha contribuito alla diffusione dell’influenza sciita nel continente. Le reti religiose, spesso sottovalutate, rappresentano uno dei canali più efficaci di penetrazione culturale e politica. Accanto al fronte religioso opera quello diplomatico. Il presidente iraniano Massoud Pezeshkian ha proseguito l’attivismo africano avviato dal suo predecessore, intensificando contatti con governi e leader regionali. La diplomazia iraniana promuove l’idea di un fronte del «Sud globale», che includa Iran, paesi africani e altre nazioni critiche nei confronti dell’Occidente. Gli ambasciatori iraniani nel continente sono incaricati di diffondere questa narrativa e di consolidare relazioni bilaterali. Questa strategia si inserisce in un contesto internazionale più ampio. L’ingresso dell’Iran nei Brics nel gennaio 2024, sostenuto in particolare dal Sudafrica, ha rafforzato la posizione diplomatica di Teheran. Proprio Pretoria è considerata uno dei principali partner africani della Repubblica islamica. Le relazioni si sono tradotte anche in cooperazione militare simbolica, come la partecipazione di navi iraniane a esercitazioni congiunte nelle acque sudafricane insieme a Cina e Russia, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare la sicurezza marittima. Un altro pilastro dell’influenza iraniana è quello culturale e mediatico. Il Ministero della Cultura e dell’Orientamento islamico coordina una rete di istituzioni all’estero, tra cui l’Università Al-Mustafa, presente in numerosi paesi africani, dal Camerun al Senegal, dalla Nigeria al Sudafrica. Gli Stati Uniti hanno sanzionato l’istituto sostenendo che sarebbe stato utilizzato anche per reclutare combattenti destinati ai teatri di guerra in Medio Oriente. Al di là delle accuse, la struttura rappresenta uno strumento di formazione e diffusione dell’ideologia iraniana.
Allo stesso tempo, l’apparato mediatico iraniano sostiene canali televisivi e piattaforme di comunicazione attive soprattutto in Africa occidentale. Questi media diffondono contenuti critici verso l’Occidente e favorevoli alla linea politica di Teheran, contribuendo a rafforzare la narrativa anti-occidentale. In questo contesto si inserisce anche il ruolo di attivisti panafricani come Kemi Seba, che negli ultimi anni ha intensificato i rapporti con l’establishment iraniano partecipando a conferenze e iniziative politiche a Teheran. Sul piano economico, l’Iran tenta di superare l’isolamento imposto dalle sanzioni sviluppando nuovi canali commerciali con l’Africa. Nel 2025, durante una conferenza dedicata alla cooperazione Iran-Africa, Teheran ha annunciato l’obiettivo di portare gli scambi commerciali a dieci miliardi di dollari. Le esportazioni iraniane verso il continente sono cresciute sensibilmente, coinvolgendo oltre trenta paesi e superando il miliardo di dollari di valore complessivo.
Le relazioni economiche riguardano diversi settori, dall’agricoltura all’industria, fino all’energia. Organismi come la Camera di Commercio Iran-Africa e l’Organizzazione per la Promozione del Commercio coordinano queste attività, con l’obiettivo di rafforzare la cooperazione tra imprese e istituzioni. Teheran ha anche tentato di avviare progetti nel settore nucleare civile, ma le pressioni occidentali hanno finora impedito lo sviluppo di iniziative su larga scala. La dimensione militare rappresenta un ulteriore tassello. Dopo i recenti cambiamenti ai vertici del ministero della Difesa, il complesso militare-industriale iraniano continua a operare attraverso aziende attive nella produzione aeronautica e nello sviluppo di droni. Tecnologie iraniane sarebbero state esportate in paesi come Etiopia e Sudan, spesso tramite società intermediarie utilizzate per aggirare le sanzioni internazionali. Il ruolo operativo resta affidato alla Forza Quds, unità d’élite delle Guardie Rivoluzionarie incaricata delle operazioni all’estero. Questa struttura mantiene una rete di contatti diplomatici e informativi in diverse regioni africane. In Nord Africa, il Marocco ha accusato l’Iran di sostenere indirettamente il Fronte Polisario, anche attraverso Hezbollah, storico alleato di Teheran. Nonostante le difficoltà, l’organizzazione libanese continua a rappresentare uno degli strumenti di influenza iraniana nel continente. Nel Corno d’Africa, l’intelligence israeliana accusa inoltre Teheran di utilizzare i ribelli Houthi dello Yemen per ampliare la propria presenza strategica sulle rotte marittime. Secondo alcune ricostruzioni, i ribelli avrebbero sviluppato contatti con il gruppo somalo Al-Shabaab legati ad al-Qaeda, con l’obiettivo di rafforzare il controllo sulle vie di navigazione dell’Oceano Indiano. Nel complesso, l’azione iraniana in Africa appare strutturata e multilivello. Religione, diplomazia, cultura, economia e cooperazione militare si intrecciano in una strategia di lungo periodo. Nonostante l’isolamento e la pressione militare, questa rete consente a Teheran di mantenere una presenza significativa nel continente e di consolidare alleanze utili nella competizione geopolitica globale.
Si è concluso senza alcuna intesa il ciclo di colloqui tra Stati Uniti e Iran ospitato a Islamabad, in Pakistan. A certificare lo stallo è stato il vicepresidente americano JD Vance: «Per 21 ore abbiamo avuto discussioni sostanziali con gli iraniani. Questa è la buona notizia. La cattiva notizia è che non abbiamo raggiunto un accordo».
Un fallimento che, secondo Washington, pesa soprattutto su Teheran: «È una cattiva notizia per l’Iran, molto più che per gli Stati Uniti». Le delegazioni hanno negoziato a lungo senza riuscire a superare le divergenze, soprattutto sul programma nucleare. Vance ha evitato dettagli, ma ha ribadito la linea americana: serve «un impegno esplicito» a non sviluppare armi nucleari né strumenti per ottenerle rapidamente. Per la Casa Bianca, il nodo non riguarda soltanto l’attuale fase del confronto, ma la possibilità di ottenere da Teheran una garanzia stabile, verificabile e di lungo periodo sulla rinuncia a ogni opzione militare. Secondo Washington, parte della capacità iraniana sarebbe già stata compromessa: «Le strutture di arricchimento che avevano in precedenza sono state distrutte». Resta però il nodo politico: «Vediamo un impegno reale e duraturo da parte degli iraniani? Questo ancora non lo abbiamo visto». Il vicepresidente ha lasciato Islamabad con un ultimatum: «Questa rappresenta la nostra offerta finale e migliore. Vedremo se gli iraniani la accetteranno». Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baqaei, ha confermato lo stallo parlando di divergenze su «due o tre questioni importanti», pur riconoscendo alcuni punti di intesa. Teheran respinge anche la versione americana sulle cause dello stop. Secondo fonti iraniane è «falso» sostenere che il fallimento sia legato al rifiuto di rinunciare al programma nucleare. «Non cerchiamo armi nucleari, ma rivendichiamo il diritto all’energia nucleare per scopi pacifici», riferisce una fonte citata dal Times of Israel, sottolineando la disponibilità a limitare alcune attività, inclusi i livelli di arricchimento dell’uranio, per costruire fiducia. In sostanza, la Repubblica islamica tenta di accreditarsi come parte disponibile a un’intesa, ma solo a condizione che venga riconosciuto il principio del diritto sovrano allo sviluppo nucleare.
Dopo lo stop ai negoziati, il presidente russo Vladimir Putin si è inserito nel quadro diplomatico con una telefonata al presidente iraniano Masoud Pezeshkian, offrendo la disponibilità a favorire una soluzione politica. Pezeshkian durante la telefonata ha accusato gli Stati Uniti di «aver ostacolato un accordo con la loro politica dei doppi standard», definita il principale freno ai negoziati di Islamabad, durante la telefonata con Putin. In un’intervista alla Cbs, il premier pachistano Shehbaz Sharif ha chiarito: «I negoziati non sono falliti, siamo in una fase di stallo». Una sfumatura lessicale che però non cambia la sostanza: al momento un accordo non c’è e la distanza tra le parti resta significativa. Più duro l’ex ministro Mohammad Javad Zarif: «Gli Usa devono imparare che non si possono dettare condizioni all’Iran». Nel frattempo, la crisi si estende. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha attaccato Israele accusandolo di aver ucciso «centinaia di libanesi innocenti» e ha lanciato una minaccia diretta: «Come siamo entrati in Libia e nel Karabakh, possiamo entrare in Israele».
Le dichiarazioni arrivano dopo le accuse del premier israeliano Benjamin Netanyahu, che aveva sostenuto che Erdogan «massacra i curdi». Il premier israeliano ha visitato il sud del Libano per valutare le aree sotto controllo dell’Idf, nella prima missione dall’inizio del conflitto con l’Iran e a ridosso dei colloqui di Washington con Beirut. Nello stesso contesto, in due episodi distinti, mezzi israeliani hanno urtato veicoli italiani dell’Unifil con un carro Merkava, causando danni e bloccando una strada a Bayada. Nessun ferito. Sul fronte militare, l’Idf riferisce che Hezbollah ha lanciato circa 20 razzi verso il nord di Israele: intercettati o caduti in zone aperte, senza conseguenze. L’Unifil accusa inoltre Israele di aver danneggiato i sistemi di sorveglianza lungo la Blue Line, distruggendo telecamere a Naqoura e in altre basi e oscurando con vernice alcune strutture del quartier generale. La missione Onu denuncia violazioni della Risoluzione 1701 e rischi per la sicurezza dei peacekeeper, ribadendo però che continuerà a operare e a riferire in modo imparziale al Consiglio di Sicurezza. Cresce anche la tensione nello Stretto di Hormuz, dove l’Iran ha schierato le forze speciali della Marina. I Guardiani della rivoluzione rivendicano il pieno controllo dell’area e avvertono che «i nemici rischiano di restare intrappolati in un vortice mortale in caso di errore di valutazione».

Il presidente americano Donald Trump ha alzato ulteriormente il livello dello scontro, affermando che Teheran non può decidere quali navi possano transitare nello Stretto. «Sarà tutto o niente», ha dichiarato a Fox News, evocando anche uno scenario di blocco navale simile a quello applicato al Venezuela, ma su scala più ampia. In tal senso Trump ha disposto alla Marina statunitense di bloccare il traffico nello stretto e di intercettare, fino al sequestro, le imbarcazioni che versano pagamenti a Teheran per ottenere il passaggio. Una pratica che il presidente americano ha definito «una forma di estorsione su scala globale». Poi Trump si è detto convinto che l’Iran tornerà al tavolo negoziale: «Prevedo che torneranno e ci daranno tutto ciò che vogliamo. Loro non hanno carte». Ha poi rilanciato la minaccia militare: «Potrei eliminare l’Iran in un solo giorno», sostenendo che gli Stati Uniti potrebbero colpire infrastrutture energetiche e centrali elettriche in tempi rapidissimi.
Infine, Washington ha aperto un nuovo fronte con Pechino. Trump ha minacciato dazi fino al 50% sui beni cinesi qualora emergessero forniture militari all’Iran, uno scenario che, secondo l’intelligence statunitense, viene considerato sempre più concreto.
Il Carbonara Day, che si celebra il 6 aprile, giorno che quest’anno ha coinciso con la Pasquetta e non ha visto i quotidiani in edicola, ha compiuto 10 anni. Celebrato per la prima volta il 6 aprile del 2016 (vi sveliamo nel boxino di Food Talk come è nato), in un decennio ha seguito e forse guidato questo sentimento di «carbonara pride» e questa «carbonarizzazione» della pasta italiana che ha visto la carbonara diventare oggetto d’amore mangereccio e culto fuori dai confini della capitale, Roma, dove già era tale.
Viviamo infatti in anni che vedono crescere sempre di più la celebrazione quotidiana della carbonara presso le cucine casalinghe e presso quelle dei ristoranti: ogni giorno, in Italia, sono infiniti i locali e i turisti che mangiano la pasta alla carbonara. La carbonara è diventata un canone con cui ogni chef si misura, sia nei termini della tradizione, sia in quelli dell’innovazione, non solo a Roma. Un po’ come Napoleone Bonaparte negli immortali versi del grande poeta Alessandro Manzoni, «dall’Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno» cioè in tutta Italia ed Europa fino al Nord Africa e Medio Oriente, la carbonara ha conquistato molto del territorio che ne circonda il luogo di nascita, Roma. Sono tanti, infatti, anche gli italiani e non italiani che la mangiano fuori Stivale, nei ristoranti italiani all’estero o nei ristoranti che pur non essendo italiani «mettono le mani» sulla carbonara. D’altronde, la carbonara piace e piace perché è unica ed è molto buona. Ecco perché da piatto romano, piatto tipico della cucina della capitale d’Italia, Roma, è diventata una grande passione di tanti che romani non sono.
Il Carbonara Day oltre che una festa è una festa social che si celebra con l’hashtag #CarbonaraDay e #Carbonara che poi è valido sempre. Oggi, solo su Instagram sono circa 2 milioni i contenuti con l’hashtag #Carbonara e in 10 anni il #CarbonaraDay ha raggiunto una platea potenziale di oltre 1,7 miliardi di persone, diventando un appuntamento imperdibile per food influencer, media, cuochi e appassionati. I primi appassionati sono sicuramente gli italiani: è la carbonara la ricetta da 10 e lode per 1 italiano su 2 (48,6% - molto più del 39,1% che indica la pasta al ragù e poi del 25,9% amatriciana, del 22,5% la cacio e pepe, del 18,7% la pasta al pesto). La carbonara è nel cuore di tutti, dai più giovani ai più adulti, uomini e donne, lungo tutta la penisola: una ricetta che piace alla quasi totalità degli italiani (molto per il 62,5% o abbastanza al 30,1%). Lo ha rivelato l’indagine commissionata dai pastai di Unione Italiana Food ad AstraRicerche in occasione del decimo anniversario del Carbonara Day. La ricerca è stata realizzata nel marzo 2026 mediante interviste online che hanno coinvolto 1.004 italiani tra i 18 e i 65 anni. La carbonara è la pasta regina del nostro Belpaese: nella classifica delle tre ricette di pasta più amate, con il 46% delle preferenze supera anche ricette iconiche come Spaghetti e vongole (42,6%) e Pasta al ragù (42,5%). Nettamente distaccate, seguono nella classifica delle ricette preferite l’Amatriciana (29,4%), Pomodoro e basilico (29,3%) e la Pasta al pesto (27,5%). Poi Orecchiette con cime di rapa (23,5%), Cacio e pepe (21%), Penne all’arrabbiata (20), Pasta alla norma (18,3%). Una curiosità: a dispetto della sua origine territoriale, i carbonara lovers più spiccati sono i residenti nel nord ovest (51%) e nel nord est (54%). Tantissimi sono i motivi per cui non si dice mai di no a un piatto di carbonara, ma uno prevale nettissimamente su tutti: la carbonara piace perché è golosa, è buona (63,9%). Ci sono poi molte altre ragioni per cui si apprezza la carbonara (anche se minoritarie rispetto alla bontà della ricetta): prima di tutto perché è un piatto della tradizione 27,2%, dai sapori bilanciati 21,1%, veloce da preparare 18,9%. Poi il fatto di essere un’icona in tutto il mondo (16,1%), con tante varianti, anche se la ricetta è una sola (12,4%), ed un piatto della convivialità (12,9%). Un piatto di carbonara può assumere significati diversi, accompagnare al meglio varie situazioni della quotidianità: ciascuno la ritrova in momenti, in esperienze diverse. In primo luogo, per circa un italiano su tre, rappresenta da un lato il piatto ideale per una tavolata con gli amici (36,3%), ma dall’altro anche il piatto che fa pensare alla famiglia e/o alla tradizione (30,4%). Poi, in un caso su quattro è lo strappo alla regola che ci si concede nel fine settimana (24,7%). Ma è anche una coccola che ci si fa (19,0%), una «ricompensa» dopo una giornata di lavoro (18,8%), un comfort food per tirarsi su di morale (18,4%). E, in ultimo, è il piatto preferito da ordinare quando si mangia fuori (13,9%) o anche una ricetta per rompere il ghiaccio quando si frequenta qualcuno (9,3%). Secondo gli italiani, la carbonara affonda le sue radici nella cucina romana, piatto simbolo della tradizione culinaria della città. Quasi all’unanimità, il 94,3% del campione associa molto o abbastanza la carbonara alla capitale d’Italia e in oltre due casi su tre l’associazione è molto forte (68,4%). La forte associazione a Roma è spiccata presso i residenti al centro (72%), ma è una convinzione diffusa su tutto il territorio nazionale, dal sud (69%) al nord est (67%) fino al nord ovest (66%). E anche la carbonara migliore è quella mangiata a Roma, lo pensano 2 italiani su 3 (66%). L’alternativa? Più che altre città, è quella di casa propria o di qualche parente (6,4%). Piatto iconico, quasi sempre gli italiani lo condividerebbero volentieri con un personaggio famoso espressione della romanità (solo il 7% del campione non lo farebbe). Il commensale preferito è Carlo Verdone, ma gli italiani si siederebbero volentieri a tavola davanti a una carbonara con Sabrina Ferilli o con Francesco Totti.
Gli italiani spiegano il grandissimo successo della carbonara in Italia e nel mondo prima di tutto con la sua ricetta basata su pochi ingredienti facilmente reperibili (pasta, uova, guanciale, pecorino, pepe) con un gusto speciale (45,1%). Ma il suo successo è da ricercare anche in altri elementi: nel tempo di preparazione, che è quello di cottura della pasta, offrendo un risultato saporito, il che la rende perfetta per la vita moderna e come comfort food (28,3%), nella sua natura «povera» che la rende accessibile e facile da replicare, tipica della cucina popolare (27,1%). E poi, la fama e la notorietà della ricetta sono naturalmente favorite dall’aver superato i confini italiani, diventando uno dei piatti più riconosciuti e ordinati nei ristoranti di tutto il mondo (33,6%). Le varianti della ricetta possono essere tante, ma ci sono alcuni errori nella preparazione che gli italiani proprio non accettano. Il più grave è considerato l’aggiunta della panna alla ricetta (34,9%), segue mettere l’uovo troppo presto (33,7%), con il rischio che diventi troppo cotto e perda la consistenza invece cremosamente strapazzata che deve avere, e l’utilizzo dell’aglio o cipolla (31%). Guai a sostituire gli ingredienti «sacri» della ricetta: per il 23,5% fra gli errori più gravi c’è usare la pancetta al posto del guanciale, per il 22,3% il peperoncino o altre spezie al posto del pepe, per il 17,5% un altro formaggio al posto del pecorino. Infine, il 16,6% indica come errore grave il non farla «al dente», cuocerla più a lungo del dovuto.
Abbiamo chiesto al biologo nutrizionista dottor Andrea Luzi di Bologna (http://www.andrealuzinutrizionista.com) qual è l’impatto della carbonara dal punto di vista dietetico. Dal punto di vista nutrizionale, che piatto è la carbonara? Magro, grasso, equilibrato, squilibrato…? «La carbonara, essendo un primo piatto, vede protagonisti i carboidrati contenuti nell’amido della pasta mentre il tuorlo, il pecorino ed il guanciale apportano proteine e grassi, perlopiù saturi. Sicuramente è un piatto sbilanciato dal punto di vista nutrizionale per l’eccesso di calorie, grassi e sale. Non sono favorevole a stravolgere ricette della tradizione per ricercare un compromesso “light”, ma si possono adottare alcuni accorgimenti nella preparazione della carbonara. Cuocere, ad esempio, la pasta al dente per mantenere l’amido più compatto e quindi rallentare l’assorbimento degli zuccheri durante la digestione. Usare uova biologiche garantisce un apporto di nutrienti e grassi qualitativamente migliori rispetto alle uova di allevamento intensivo. Pulire il guanciale dallo strato esterno, molto salato ed evitare di utilizzare il grasso rilasciato durante la cottura del guanciale stesso».
La pasta alla carbonara si può considerare un pasto completo, eventualmente aggiungendo che tipo di contorno? «La carbonara ha tutte le caratteristiche di un piatto completo per la compresenza di carboidrati, proteine e grassi ma si può consigliare di accompagnarla con una porzione abbondante di verdura: fonte di vitamine, minerali e fibre. Le fibre rallentano l’assorbimento intestinale di carboidrati e grassi, facilitando un rilascio graduale dell’energia. Un contorno di verdura contribuisce inoltre ad aumentare, la sazietà, abbassando le calorie del pasto, soprattutto se ci aiuta a rinunciare ad un secondo piatto di pasta. Restando in tema con la tradizione romana si può abbinare un contorno a base di cicoria o carciofi mentre eviterei di consumare contestualmente alla carbonara pane o patate poiché i carboidrati sono già abbondantemente presenti nella pasta».
Quante volte alla settimana si può mangiare una carbonara come primo piatto? «Le raccomandazioni circa la frequenza di consumo di alcuni piatti devono tenere conto delle abitudini alimentari, dello stile di vita, peso ed eventuali patologie, ricordando comunque che non è mai un solo pasto a pregiudicare una dieta, ma è la somma di più errori ripetuti nel tempo. In linea di principio, possiamo ritenere la carbonara difficilmente inquadrabile nel contesto di una dieta equilibrata, ma deve essere considerata un piatto che può trovare il suo posto a tavola in occasioni saltuarie. Ogni dieta sana ed equilibrata deve prevedere, secondo il gusto personale, dei pasti fuori dalle regole ma che rinfrancano palato e spirito».
La vita di Sergio Cammariere è costellata di incontri e di sorprese, disseminati in una carriera lunghissima, cominciata sui banchi di scuola. Un’avventura a colpi di note.
Com’è nata la sua passione per la musica?
«Non so da quale aneddoto partire perché ce ne sono svariati. Il più importante è quando frequentavo le scuole elementari e un maestro, Giuseppe Campagna, mi fece approdare in un grande coro di quaranta bambini. Questo signore girava per le classi della scuola, faceva cantare un motivetto e si avvicinava ai più intonati per farli entrare nel coro. Lì è cominciata la mia esperienza musicale perché nel coro, oltre a cantare, si suonavano anche gli strumenti».
Lei che strumento suonava?
«Io suonavo la melodica soprano, uno strumentino che mi era stato regalato a sei anni da mio zio Michele. Studiavamo solfeggio e il maestro ci insegnava le grandi opere, per esempio Va, pensiero piuttosto che l’Ave Maria di Schubert, che poi venivano eseguite nell’Aula Magna della scuola o nel prestigioso Teatro Apollo di Crotone. Per la comunità erano eventi straordinari. Quando avevo dieci anni, al Teatro Apollo venne a trovarci il famoso maestro Nello Segurini, il quale ci insegnò una marcetta che si intitola Ugoletta d’oro. Durante l’esecuzione, sono uscito fuori dalla mia fila e ho fatto il mio primo solo blues, senza dire niente a nessuno, come nelle orchestre americane. Così è nata la mia capacità di improvvisazione».
Dopo questa prodezza cosa accadde?
«L’anno dopo andammo a Castrocaro Terme in una manifestazione canora che si chiamava proprio L’ugoletta d’oro, che fu anche ripresa dalla tv. Avevo questa propensione ad assimilare con l’orecchio senza partitura e a improvvisarci sopra».
È un dono naturale?
«Una rivelazione, quindi da quel momento in poi non mi sono sottratto».
Era considerato un bambino prodigio all’epoca, almeno a Crotone?
«Ultimamente vediamo bambini di tre-quattro anni che suonano il violino. All’epoca non era così. Eravamo dei bambini con talento, infatti molti di noi hanno fatto i musicisti o gli insegnanti di musica e Valeria Nicoletta ha partecipato al festival di Sanremo. Prendevamo lezioni private dal maestro, che sono la base perché non si può fare la musica senza aver prima studiato. Io suonavo pianoforte».
Poi da adolescente è entrato a far parte di gruppi musicali?
«Già a tredici-quattordici anni ero dentro una band. Si chiamava l’Orchestra Azzurra, un’orchestrina di nove elementi che girava la Calabria come i complessi di una volta. Si caricavano le casse e gli impianti sopra e tutti noi stipati dentro il furgoncino partivamo per le varie province della Calabria. Io ero il più piccolo. Eravamo molto richiesti, tanto che aprivamo i concerti dei complessi in voga in quel periodo, per esempio i Camaleonti. Un altro evento importante accadde quando avevo sedici anni e accompagnai con l’Orchestra Azzurra Luglio di Riccardo Del Turco».
Sono ricordi incredibili…
«A un certo punto mi venne la voglia di partire e dissi: “Ciao, mamma, papà…”. È stato il momento più emblematico e difficile: tagliai il cordone ombelicale per inseguire il mio sogno primordiale, lasciando le certezze, la mia casa, la mia stanza, il mio pianoforte, per l’incertezza. Andai a Firenze, che mi adottò per quattro anni, e mi iscrissi all’università. In realtà ero andato lì per la musica, studiavo Giurisprudenza, ma nello stesso tempo suonavo nei locali di Firenze, come il Circolo Borghese della Stampa, in via Ghibellina, e lo Yellow Bar, in via del Proconsole».
Aveva scelto Legge per passione oppure per far contenti i suoi genitori?
«In realtà, avevo scelto Scienze agrarie perché mio padre era un imprenditore agricolo, però non diedi neanche un esame. All’epoca c’era il servizio militare, per cui ogni anno davo un esame di Giurisprudenza, tutti i complementari!».
La carriera musicale com’è evoluta?
«Entrai in un’orchestra di Livorno, dove c’erano musicisti molto navigati. Io avevo vent’anni, loro ne avevano trenta-trentacinque. Avevano suonato per lo Scià di Persia e in Medio Oriente, che all’epoca era una mecca per i musicisti italiani, come adesso le crociere. Aspettavamo un telex per partire, nel frattempo facevamo tantissime prove con i pezzi voga in all’epoca e così mi hanno insegnato tutti gli standard del jazz. Purtroppo, nel 1980 scoppiò la guerra tra Iran e Iraq e il nostro impresario egiziano ci disse che non se ne faceva più niente. Fu una grande delusione per noi, ma mi ritrovai con questo repertorio e mi venne la voglia di scrivere canzoni, sebbene le mie prime esperienze furono nel mondo del cinema per comporre colonne sonore, a cominciare da Quando eravamo repressi di Pino Quartullo».
Si trasferì a Roma.
«Sì, cominciai a suonare al Tartarughino e alla Cabala e a partecipare a varietà televisivi, dove mi chiamavano come pianista di servizio e a volte avevo l’occasione di cantare delle mie canzoni. Partecipai, grazie al mio amico Stefano Palatresi, a Ieri, Goggi e domani e poi a Troppo forti. Sogni, desideri, fantasie, speranze, capricci, vanità degli italiani, il primo programma di Mara Venier, assieme a Claudio Sorrentino, entrambi su Rai 1. Con Stefano andai in tournée come pianista e nel suo gruppo c’era anche Tosca. Ci chiamò Renzo Arbore per Il caso Sanremo, una sorta di processo al festival di Sanremo, che conduceva con Lino Banfi. Noi eravamo I Campagnoli Belli, un’orchestrina formata da grandi musicisti vestiti da campagnoli! Era un programma veramente divertente e come ospiti si esibivano tutti i protagonisti della musica italiana, a partire da Nilla Pizzi».
Quando smise di suonare per gli altri?
«Alcune persone che avevo conosciuto alla Cabala, mi chiesero se avessi voglia di suonare in Brasile all’inaugurazione del loro locale. Quindi andai a Rio de Janeiro, dove mi fermai qualche mese. Ho conosciuto tanti grandi musicisti e ho acquisito gli umori di quella terra, la bossa nova, che avevo già dentro perché sono latino, per cui al mio ritorno decisi di dedicarmi solo alla mia musica».
E a quel punto?
«Entrai nella celebre casa discografica It di Vincenzo Micocci. Nella scuderia c’era Francesca Schiavo, che cantò al festival di Sanremo nel 1995 una canzone mia e di Roberto Kunstler, Amore e guerra. In precedenza, anche io e Kunstler dovevamo andare a Sanremo, con Credimi, che faceva parte del nostro primo disco del 1993, I ricordi e le persone. Il nostro nome era uscito su tutti i giornali, poi, non si capisce perché, fummo scartati».
Poi però è riuscito a partecipare due volte a Sanremo, nel 2003 e nel 2008…
«Molti anni dopo. Fu importante andare al Premio Tenco grazie a una session che avevo registrato nel 1996 con un grande maestro della musica jazz, Roberto Gatto, e con il giovane contrabbassista Luca Bugarelli, che da allora è rimasto sempre con me. Mandai i pezzi e l’anno dopo mi chiamarono al Premio Tenco, dove vinsi un importante riconoscimento e una borsa di studio dall’Imaie. Da allora ho partecipato al premio una decina di volte».
Come arrivò al festival di Sanremo?
«Fu fondamentale Biagio Pagano, il mio produttore che ha creduto in me. Purtroppo, ha lasciato questa terra subito dopo il mio successo. Mi fece firmare nel 2002 il primo contratto con una major, la Emi, e mi fece incontrare Pippo Baudo, che mi chiamò al festival. Chi se l’aspettava a 43 anni!».
Con vent’anni di attività professionale sulle spalle, che effetto le ha fatto salire sul palco dell’Ariston?
«Io sono un fotoreporter, quindi non solo mi misi a riprendere tutto quello che accadeva con la mia telecamera, ma anche con quelle dei miei amici, compreso Gianmarco Tognazzi, che ha la mia stessa passione. Giravamo ovunque, dietro il palco, in sala stampa, in albergo, nelle radio. Quindi ho il backstage di Sanremo 2003 e del 2008, un materiale unico perché da anni è vietato portare dentro le telecamere. Ho altre migliaia di ore di registrazione con personaggi che oggi non ci sono più, come Pippo Baudo, Sergio Bardotti, Giorgio Calabrese, Lucio Dalla, Mino Reitano, Umberto Bindi, Bruno Lauzi. Prima o poi farò un documentario».
Tra i grandi interpreti della canzone italiana, c’è anche Rino Gaetano, al quale è legato da una storia incredibile…
«È un film! Nel 1996, ad agosto, incontrai i nipoti di Rino Gaetano, Danilo e Alessandro, i figli della sorella Anna. Dopo un po’ di giorni che ci frequentavamo, suonavamo la chitarra sulla spiaggia e facevamo i bagni, Alessandro, il quale con la sua band porta le canzoni di Rino Gaetano in giro per l’Italia, mi disse: “Nostra nonna Maria ti vuole incontrare”».
Per quale motivo?
«Per dirmi che eravamo parenti. La mamma di Rino era la sorellastra di mio padre. Infatti era uguale alle altre sorelle di mio padre. A casa mia nessuno lo sapeva, nemmeno i miei genitori! Lo sapevano le mie cugine, che avevano quasi l’età di mio padre perché erano le figlie della primogenita di mio nonno e conoscevano le sue abitudini, però non ce l’hanno mai rivelato. Erano famiglie della fine dell’Ottocento e inizio del Novecento con tanti figli e qualche segreto».
Sentiva le canzoni di Rino Gaetano da ragazzo?
«Certo! Queste canzoni hanno una magia, sono cinquant’anni che le ascoltiamo, io ne interpreto due, Ad esempio a me piace il sud e I tuoi occhi sono pieni di sale. Sono andato a trovare Maria nella sua casa e ho ripreso tutto. Aveva conservato ogni cosa del figlio: gli strumenti, tra cui il famoso ukulele, i dischi, la collezione di orologi, i libri, i dizionari francese-italiano. Rino assimilava tutto».










