Dal referendum sulla giustizia in poi sembra quasi che il centrodestra le stia provando tutte per farsi del male. Non passa giorno, infatti, che la maggioranza non si inventi qualche guaio e quando non le riesce di farlo ci sono alcuni suoi esponenti che si prendono la briga di accreditare una futura sconfitta.
Lasciamo perdere il repulisti dopo la batosta del 23 marzo: l’uscita di alcuni esponenti di governo che rischiavano di mettere in serio imbarazzo Palazzo Chigi ci poteva anche stare, ma a patto poi che si serrassero i ranghi e si procedesse compatti verso il resto della legislatura. E invece no, dopo le dimissioni di Andrea Delmastro e di Daniela Santanchè, la compagine di centrodestra sembra faticare a ritrovare unità, senza riuscire a spazzare via le polemiche e, soprattutto, quel clima da fine mandato che aleggia sulla Capitale.
Prima c’è stata la sostituzione dei capigruppo di Forza Italia, manovra che ha dato la stura a una serie di ipotesi sul riposizionamento del partito azzurro, che secondo le chiacchiere di palazzo, alle prossime elezioni farebbe addirittura il tifo per un pareggio, deciso a fare la stampella di un governo di unità nazionale come ai bei tempi di Monti e Draghi. Non sono di grande aiuto neppure i continui distinguo tra la maggioranza e il movimento creato dall’ex generale Roberto Vannacci. Se è vero che Futuro nazionale gode di un pacchetto di voti che oscilla fra il 3 e il 4 per cento, più che prendere le distanze si dovrebbe fare in modo di accorciarle, perché senza quei consensi difficilmente il centrodestra ha possibilità di vincere contro un campo larghissimo che ingloba i democristiani di sinistra e i compagni più estremi.
E non ci sono soltanto le scaramucce fra partiti che in teoria dovrebbero essere alleati. A creare confusione è stata pure la faccenda della Biennale e del padiglione russo. Probabilmente, se non ci fosse stato il battibecco fra il ministro della Cultura e il presidente dell’istituzione veneziana pochi si sarebbero accorti della presenza degli artisti inviati da Mosca. Al contrario, la polemica ha acceso i riflettori sulla questione, facendo un gran favore proprio alla delegazione russa, che sui giornali non ha mai avuto tanta pubblicità, con anche la successiva visita del capo della Lega. C’era proprio bisogno di trasformare un episodio tutto sommato marginale in un affare di Stato, con il coinvolgimento perfino di Bruxelles? Non si poteva risolvere il caso senza strepiti?
Come se non bastasse, poi è arrivata la rimozione del capo della segreteria tecnica e della segretaria personale del ministro Alessandro Giuli. Già nel passato il dicastero di via del Collegio Romano era stato oggetto di polemiche. Prima le dimissioni di Gennaro Sangiuliano in seguito alla liaison con Maria Rosaria Boccia, quindi l’addio del capo di gabinetto per un conflitto d’interessi, poi le critiche per il mancato finanziamento del film su Giulio Regeni a cui sono seguiti la querelle sul padiglione di Putin e, infine, il licenziamento dello staff. Anche in questo caso vengono spontanee alcune domande. C’era proprio bisogno di tutto ciò? Qualcuno ha valutato la sensazione di confusione dell’elettore medio che di queste faccende non sa praticamente nulla?
Potrei continuare con le pretese mosse di Luca Zaia, che generano altra instabilità, e le mancate decisioni che riguardano alcune delle sfide elettorali alle prossime amministrative, ma credo che già basti quanto ho descritto. Non so voi, cari lettori, ma io vorrei evitare che il Paese fosse riconsegnato nelle mani della sinistra e ancor di più vorrei scongiurare nel 2029 l’elezione di un facsimile di Mattarella. Perciò mi incarico di lanciare un appello: caro centrodestra rimboccati le maniche e mettiti tranquillo a lavorare, che al voto manca ancora un anno. E soprattutto, cari onorevoli, toglietevi dalla faccia quell’aria da sconfitti che fa passare la voglia di votarvi. Capisco che le cose siano complicate e che stare all’opposizione sia più facile e comodo che stare al governo. Ma se si aspira ancora a cambiare l’Italia non lo si fa certo quando si è minoranza.
Gli Stati Uniti avrebbero un piano per unificare la Libia. A riportarlo è stato, martedì scorso, Middle East Eye, che ha citato fonti occidentali e arabe a conoscenza della questione.
Il progetto, che sarebbe stato architettato dall’inviato speciale della Casa Bianca per l’Africa Massad Boulos, prevedrebbe di «unificare la Libia attraverso la famiglia Dbeibeh nella Libia occidentale e la famiglia Haftar in quella orientale, sostituendo i leader di ciascuna famiglia con una nuova generazione». Stando alla testata, Washington starebbe lavorando al piano da tempo. Si sarebbe tuttavia registrata un’accelerazione alla luce della guerra in Iran: gli Stati Uniti starebbero infatti guardando con maggiore interesse al petrolio libico, per cercare di abbassare i costi dell’energia.
«L'amministrazione Trump vuole che Ibrahim Dbeibeh, un influente politico libico, assuma la carica di primo ministro al posto di suo cugino, l'attuale premier Abdul Hamid Dbeibeh, che soffre di problemi di salute», ha ripotato Middle East Eye. Al contempo, Washington punterebbe a far sì che la carica di presidente della Libia vada al figlio del generale Khalifa Hafar, Saddam. Quest’ultimo avrebbe addirittura incontrato i vertici della Cia durante una visita negli Stati Uniti avvenuta l’anno scorso.
Il piano sembrerebbe essere visto con favore dai principali attori regionali, a partire da Turchia ed Egitto. Il che potrebbe portare eventualmente al suo successo. Del resto, oltre alla questione energetica, Washington potrebbe far leva su questo progetto per indebolire i legami tra Haftar e la Russia: una Russia che continua a rivestire un peso geopolitico significativo nella parte orientale della Libia. In altre parole, la Casa Bianca potrebbe approfittarne per sferrare un colpo alla longa manus di Mosca sul Nord Africa e potenzialmente sul Sahel. Senza contare che, nel caso l’amministrazione Trump dovesse riuscire a riunificare la Libia, potrebbe, in un secondo momento, cercare di spingerne il nuovo governo ad aderire agli Accordi di Abramo.
Certo, la situazione complessiva non è facile. E la strada potrebbe continuare a rivelarsi in salita. Tuttavia, il piano di Boulos certifica il crescente interesse di Washington per il Maghreb. Un fattore a cui l’Italia dovrebbe prestare estrema attenzione, in vista di possibili sinergie regionali con gli Stati Uniti.
«Non ho mai rifiutato i negoziati con la Ue». Putin tende la mano ma Berlino lo attacca
Ora che Putin vuole parlare con l’Europa, l’Europa non si fida. Il primo governo a temere «un nuovo inganno», come dice il ministro della Difesa Boris Pistorius, è quello tedesco, anche se il cancelliere Friedrich Merz ha fatto sapere che «l’Europa è pronta» a trattare.
La Serbia si è offerta di ospitare i negoziati tra Ucraina e Russia, e girano già alcuni nomi di possibili negoziatori e mediatori per conto dell’Ue, come Antonio Costa, Angela Merkel e Mario Draghi. La prudenza in Europa è alta, ma è un fatto che sabato, alla parata militare di Mosca, Putin ha parlato per la prima volta della fine della guerra. Poi, certo, potrebbe finirla e basta, avendola iniziata lui, ma sono le troppe le questioni sul tappeto, troppi gli interessi in gioco, anche di terzi.
Durante i festeggiamenti per l’anniversario della vittoria sulla Germania nazista, il presidente russo ha affermato che la Russia «non ha mai rifiutato» di tenere negoziati con l’Unione europea, prendendo al volo una proposta del presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, di avviare un dialogo con Mosca. Soprattutto, ha sorpreso un po’ tutti affermando che «la guerra sta volgendo al termine». Poi, certo, come possibile mediatore ha tirato fuori un nome non proprio popolare dalle parti di Bruxelles, quando ha detto: «Come candidato al ruolo di negoziatore preferirei l’ex cancelliere tedesco Schröder. Altrimenti, che scelgano loro un leader di cui si fidano». Putin per primo sa che l’ex cancelliere, che ha avuto ruoli ben remunerati in colossi del gas e del petrolio russi come Gazprom e Rosfnet, non verrà mai preso in considerazione, specie da Berlino, ma lui stesso ha detto chiaramente che è pronto a valutare altri nomi.
Certo, non si poteva pretendere che a una parata militare di quel genere uno come Putin non definisse la guerra «giusta» e l’Ucraina «un Paese aggressivo», «supportato e armato dall’intera Nato», ma le parole sul conflitto agli sgoccioli sono inedite.
Le reazioni più preoccupate sono arrivate dalla Germania, al momento. Il ministro Pistorius parla di «diversivo» russo rispetto a «ingenti perdite militari» e afferma di temere che si tratti «di un nuovo inganno, visto che spesso Putin ha giocato con le carte truccate», anche se questa volta spera di sbagliarsi. Secco il ministro degli Esteri, Johann Wadephul: «È un inganno» e basta.
Il governo di Berlino è comunque in imbarazzo, boccia informalmente l’idea dell’ottantaduenne Schröder e fa sapere che eventuali negoziati tra Ue e Russia dovrebbero essere coordinati con tutti gli Stati membri e, naturalmente, con Kiev. Un portavoce del cancelliere Merz ha poi chiarito che «il governo tedesco continua a impegnarsi per le trattative. La Russia sa molto bene quali sono i possibili interlocutori in Europa e l’Europa è pronta».
Proprio pronta, forse, no. Anche perché i negoziati di pace ci sono e li stanno guidando gli Stati Uniti di Donald Trump. Per Bruxelles sarebbe l’occasione di rientrare in partita, dopo essersi svenata per salvare l’Ucraina ed essersi data la zappa sui piedi, economicamente, con le sanzioni contro Mosca. Kaja Kallas, alto rappresentante Ue per gli Affari esteri e la sicurezza, parte dalla considerazione che «Putin si trova in una posizione più debole che mai», con il suo esercito che «sta perdendo molte vite sul campo» e un «malcontento crescente nella sua società». Quindi non chiude la porta, ma alza la posta: «Ho capito le trappole che la Russia sta tendendo (…), e non siamo pronti a negoziare in questo momento, non si tratta di negoziare in buona fede». La prova di questa «cattiva fede»? Per Kallas sarebbero le «rivendicazioni massime» di Mosca, ovvero ottenere tutto il Donbass ed escludere per sempre l’Ucraina dalla Nato.
Toni non certo da falco, invece, da parte di Antonio Costa. Il presidente del Consiglio europeo, dopo le aperture di Putin, ha ripetuto che l’obiettivo dell’Ue rimane «una pace giusta e duratura», aggiungendo però che è necessario «non disturbare l’iniziativa del presidente Trump». Al momento opportuno, continua Costa, «sarà necessario aprire un canale diretto con Mosca sulle questioni di sicurezza comuni». Non è un caso che il nome del socialista portoghese sia uno di quelli ricorrenti per una mediazione tra Putin e Zelensky, insieme a quelli di Angela Merkel e Mario Draghi. Antonio Tajani, ministro degli Esteri italiano, ha comunque fatto notare che «il negoziatore lo sceglie l’Europa». Nonostante i suggerimenti di Putin. Eventuali negoziati si svolgerebbero in un Paese terzo e ieri si è offerta la Serbia, che non a caso è storicamente il Paese più filorusso d’Europa.
Sul fronte americano, a oggi l’unico vero canale di dialogo operativo tra Mosca e Kiev, arriva la notizia che presto Steve Witcoff e Jared Kushner, i due negoziatori Usa, saranno a Mosca per allungare la tregua con l’Ucraina. Lo ha annunciato il consigliere presidenziale russo Yuri Ushakov all’agenzia Tass, garantendo che il dialogo andrà avanti. Mentre da parte di Zelensky arriva la conferma che anche l’Ucraina ha preparato, come la Russia, la sua lista di 1.000 persone destinate a uno scambio di prigionieri.
Donald Trump arriverà a Pechino domani sera e ripartirà venerdì, con una agenda fitta di incontri bilaterali, una cena di Stato, una visita al Tempio del Cielo e un faccia a faccia finale con Xi Jinping davanti a una tazza di tè. Sul tavolo, in teoria, gli argomenti di discussione tra i due sono tanti. Senza un ordine particolare, ci sono la guerra in Iran, i dazi, le restrizioni cinesi sui materiali critici, Taiwan, il deficit commerciale americano, le esportazioni cinesi, gli acquisti di petrolio iraniano da parte di Pechino, i semiconduttori, gli investimenti cinesi negli Stati Uniti, la pressione americana sull’industria tecnologica cinese, il caso Jimmy Lai (l’editore attivista condannato a 20 anni di carcere) e in generale il ruolo globale delle due potenze. Ci sarebbe, in teoria, persino un clamoroso caso di spionaggio cinese a Washington, di cui ha parlato il New York Times ieri.
Ma il punto politico è che entrambi i leader arrivano all’incontro piuttosto indeboliti, o per meglio dire gravati da molti pesi sulle spalle. Sia Trump che Xi Jinping, anche sulla base di buoni rapporti personali, hanno bisogno di stabilizzare il rapporto bilaterale e nessuno dei due sembra avere oggi la forza per imporre una svolta. Trump arriva in Cina mentre la guerra con l’Iran pesa sulla sua presidenza. Negli Usa gli effetti economici del conflitto iniziano a farsi sentire nei supermercati, mentre il blocco dello Stretto di Hormuz continua a mettere pressione sui mercati (energetici e non).
Alla Casa Bianca sarebbe utile una mano della Cina per spingere Teheran verso una soluzione negoziale, anche perché Pechino mantiene rapporti stretti con la Repubblica islamica e continua ad acquistare petrolio iraniano nonostante le sanzioni americane.
Xi Jinping vede con preoccupazione l’instabilità nello Stretto di Hormuz e allo stesso tempo non vuole restare intrappolato nel conflitto. Per Pechino il vero obiettivo è impedire che la guerra degeneri, perché un caos prolungato nel Golfo danneggerebbe l’economia cinese e ridurrebbe la domanda mondiale.
Trump e Xi arrivano al confronto dopo mesi di escalation e tregue parziali sul fronte commerciale. I dazi americani e le restrizioni cinesi sulle terre rare hanno mostrato quanto il rapporto economico tra le due superpotenze sia ormai fondato più sulla coercizione reciproca che sulla cooperazione. La Cina continua però ad accumulare surplus giganteschi. Ad aprile 2026 l’export cinese è cresciuto del 14% e il surplus commerciale mensile è salito a 84,8 miliardi di dollari. Nell’intero 2025 il surplus ha superato i mille miliardi, un numero che alimenta la pressione politica americana.
Anche per questo l’industria dell’auto made in Usa sta spingendo Trump a non concedere alcuna apertura significativa alle aziende cinesi sul mercato statunitense. Pechino invece vuole evitare nuove restrizioni americane sui semiconduttori avanzati e sull’Intelligenza artificiale, settori nei quali Xi Jinping ha investito centinaia di miliardi di dollari negli ultimi anni.
Xi si presenta al vertice come leader di una potenza tecnologica e militare sempre più forte, ma dietro l’immagine di forza l’economia cinese continua a mostrare problemi profondi. La crisi immobiliare ha distrutto ricchezza, la fiducia dei consumatori resta debole, il mercato del lavoro è in difficoltà e molte città industriali soffrono un rallentamento pesante. Nel frattempo, la Cina sta modificando profondamente la gestione dei propri capitali. Pechino ha ridotto il peso dei Treasury americani nelle proprie riserve e sta spostando parte crescente del surplus commerciale verso oro, materie prime e investimenti esteri in dollari. Nel primo trimestre del 2026 le aziende cinesi hanno annunciato 128 grandi operazioni di investimento diretto all’estero per oltre 26 miliardi di dollari, tra progetti energetici e acquisizioni minerarie.
Questo tema potrebbe entrare indirettamente nei colloqui di Pechino. Lo scarico progressivo di titoli di Stato americani contribuisce infatti a mantenere pressione sui tassi statunitensi in una fase delicata per l’economia americana e per la Federal Reserve. Il presidente americano potrebbe quindi cercare negozialmente una forma di tregua finanziaria.
Dunque, il vertice che inizia domani sera sembra destinato soprattutto a certificare un equilibrio instabile. Trump non ha (ancora) la forza politica per imporre il proprio quadro di rapporti con la Cina, mentre è impantanato nella guerra iraniana e alle prese con un consenso in calo in vista delle elezioni di novembre. Xi non ha convenienza ad aggravare ulteriormente le tensioni commerciali mentre l’economia cinese e il suo modello basato sul risparmio mostrano squilibri sempre più evidenti.
Per questo da Pechino potrebbe uscire soprattutto una fotografia del momento attuale, più che il film di un possibile futuro. Si va verso una sorta di pareggio tra due potenze rivali, diffidenti, entrambe convinte di potere prevalere nel lungo periodo, ma troppo esposte, oggi, per potersi permettere di alzare la posta.










