- La data della consultazione destinata a slittare. Così il rinnovo del Csm avverrà col solito sistema delle correnti. E i membri lottizzati potranno scegliere i vertici delle Procure di Roma, Milano e Palermo, blindandoli per anni. Tra i consiglieri autori del blitz, Donatella Ferranti, già deputato del Pd e protagonista delle chat con Palamara. In cui sollecitava nomine di magistrati amici.
- Il costituzionalista Stefano Ceccanti: i promotori ricorreranno alla Consulta per la data.
Lo speciale contiene due articoli.
«Questo matrimonio non s’ha da fare» ordinarono i bravi, su ordine di don Rodrigo, a don Abbondio per impedire le nozze tra Renzo e Lucia. «Questa riforma non s’ha da fare», ordinano oggi i giudici della Corte di Cassazione che hanno accolto la richiesta di quindici giuristi di sinistra di riformulare il testo della domanda referendaria, cosa che potrebbe - il condizionale è d’obbligo - fare slittare il voto a chissà quando.
Almeno questa è la speranza del fronte del No che ha bisogno di tempo per recuperare lo svantaggio che emerge dai sondaggi ma che soprattutto mira a fare in modo che comunque vada il prossimo Csm, in scadenza tra pochi mesi, sia nominato con le vecchie regole. Il che permetterebbe all’attuale casta correntista, tra l’altro, di decidere i nuovi procuratori di Milano, Roma, Palermo che andranno a scadenza il prossimo anno. Di fatto di continuare a controllare con le vecchie logiche il motore della magistratura italiana. Agli addetti ai lavori non è sfuggito il fatto che il primo dei magistrati componenti la commissione che ha preso la decisione di riaprire i giochi referendari sia Donatella Ferranti, deputata del Pd e presidente della Commissione Giustizia della Camera fino al 2018.
Su di lei c’è ampia documentazione degli stretti rapporti con Luca Palamara capo del sistema che ha governato la magistratura in modo correntizio dal 2008 al 2019: in numerosi messaggi poi resi pubblici la Ferranti chiedeva a Palamara di adoperarsi per nominare questo o quel magistrato amico politico, il più delle volte ottenendo ciò che desiderava. Nonostante questo, la Ferranti è stata graziata dalla purga seguita allo scoppio dello scandalo e ora dalla Cassazione, dove è finita nel 2018, è addirittura chiamata a decidere se quel sistema marcio di cui ha fatto parte debba o no continuare a esistere.
Questa, purtroppo, è la realtà di quel mondo che non vuole saperne non solo di mollare la presa sul Paese e sulla democrazia, ma che addirittura continua a pretendere una assoluta immunità. C’è da capirli: per la sinistra è una questione di vita o di morte, la riforma è uno spartiacque tra il continuare ad avvalersi dell’aiuto della magistratura, vale ovviamente il viceversa, e il dover camminare solo sulle proprie gambe. In altre parole, se continuare a giocare una partita truccata a loro favore o giocare in campo aperto senza protezioni. La Cassazione, evidentemente, sta dalla loro parte, vedremo cosa diranno gli italiani - la giustizia è amministrata in nome del popolo, non dell’Associazione nazionale magistrati - se mai sarà loro concesso di esprimersi.
Nell’ordinanza del Palazzaccio è stata aggiunta solo una frase
Per fortuna che Sergio Mattarella aveva invocato la tregua olimpica. I giudici, come si sa, non guardano in faccia a nessuno e ieri una mezz’oretta prima che tutto il mondo puntasse gli occhi sulla cerimonia di apertura dei giochi della neve la Corte di Cassazione si è presa la scena. Gli ermellini hanno fatto, sia chiaro in punta di diritto, un blitz che manda a Giorgia Meloni di traverso il trionfo olimpico e che rischia di cogliere l’obbiettivo da sempre perseguito dall’Anm: far entrare in vigore la riforma Nordio il più tardi possibile per poter eleggere a gennaio il nuovo Csm con il vecchio sistema elettorale che garantisce il dominio delle correnti della magistratura. Pasquale D’Ascola primo presidente della Consulta ha delegato la questione al presidente dell’ufficio centrale per il referendum, Raffaele Gaetano Antonio Frasca. Palazzo Chigi con decreto poi promulgato dal Presidente della Repubblica il 14 gennaio scorso ha fissato la data del referendum confermativo per il 22 e 23 marzo specificando la domanda da porre la popolo sovrano. Ma, tanto per stare ad antichi echi sportivi, come avrebbe detto Gino Bartali: gli è tutto sbagliato gli è tutto da rifare. Gli ermellini hanno infatti accolto la tesi dei cosiddetti 15 volenterosi – una squadra di costituzionali e giuristi tutti di sinistra - che hanno promosso la raccolta di 500.000 firme per indire un nuovo referendum. I promotori, sostenuti dall’Anm in primissima fila, hanno chiesto d’integrare il quesito referendario e la Cassazione ha detto che hanno ragione. L’ordinanza si articola in 38 pagine per motivare ampiamente la decisione e integra il quesito del governo che chiedeva solamente «Approvate il testo della legge costituzionale concernente Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025?», con questa ulteriore specificazione: «Con la quale vengono modificati gli articoli 87 comma 10, 102 comma 1, 104, 105, 106 comma 3, 107 comma1 e 110 comma 1 della Costituzione?». Lo capisce anche un bambino che non cambia assolutamente nulla e tuttavia gli ermellini si prodigano in una dotta disertazione per difendersi (in via cautelativa e sotto traccia) dall’eventuale accusa di fare slittare i termini del referendum e ritengono legittimo cassare la loro prima decisione, quella appunto che ha ammesso il quesito del governo, sostituendola con questa nuova domanda agli elettori.
Evidentemente ai giudici di Cassazione - che in qualche modo paiono censurare la sentenza del Tar che ha dato torto al comitato del No che voleva un allargamento dei tempi della campagna elettorale - il tema dei tempi deve essere ben presente tant’è che l’ordinanza è stata immediatamente trasmessa a Mattarella, alle Camere e alla Meloni. Ma che succede adesso? Secondo il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare del Pd, ma uno degli animatori del Si alla riforma, non dovrebbe cambiare nulla. «Il referendum – sostiene Ceccanti - è già indetto per decreto: viene solo aggiornato il quesito e non servirebbero altri decreti che ne posticiperebbero la data. Quindi il quesito cambia, ma la data no. Non escluderei però che i promotori ritengano di chiedere di cambiare la data ricorrendo di nuovo alla Consulta. Penso però che il ricorso non verrebbe ammesso».
E tuttavia il problema sotto traccia c’era se Mattarella non aveva dato il visto si stampi alle schede elettorali. C’è poi la questione dei sessanta giorni per la campagna elettorale. Se per caso si dovesse spostare la consultazione a metà aprile tenendo conto anche del periodo pasquale appare evidente che non ci sarebbe tempo sufficiente per far diventare operativa la riforma prima del voto per il nuovo Csm. Perché è vero che una volta proclamato il risultato del referendum si procede alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del nuovo testo costituzionale che diventa immediatamente vigente, ma poi devono essere approvate le leggi attuative ed è su questo iter che conta l’Anm per continuare a determinare la composizione del Csm.
Come si vede il presidente della Corte di Cassazione Pasquale D’Ascola il 30 gennaio quando ha letto le sue Considerazioni finali alla relazione sull’amministrazione della giustizia doveva avere ben presente la questione referendaria. Ha scandito: «La preoccupazione della magistratura è volta a garantire che resti effettiva l’indipendenza e l’autonomia della giurisdizione come caposaldo del sistema costituzionale». Ora la preoccupazione passa al Parlamento e a Palazzo Chigi che potrebbero ben chiedersi che valore ha l’articolo 1 (popolo sovrano) della Costituzione e la, tanto invocata dal fronte del No, separazione dei poteri.
San Siro accende i Giochi. Le Olimpiadi di Milano-Cortina partono nel segno dell'armonia
Davanti a 67.000 spettatori, la cerimonia di apertura di Milano-Cortina 2026 celebra l’arte, la musica e la creatività italiana. Dall’omaggio a Raffaella Carrà e Modugno ai cinque cerchi olimpici che brillano in cielo, fino all’accensione dei bracieri, uno spettacolo che unisce città e montagne sotto il filo conduttore dell’armonia.
San Siro si trasforma in un teatro a cielo aperto e Milano accende ufficialmente la fiamma delle Olimpiadi invernali 2026. Davanti a 67.000 spettatori, record assoluto per un’edizione invernale, la cerimonia di apertura sceglie il linguaggio del racconto e delle immagini per presentare al mondo i Giochi «diffusi» tra città e montagne, con un filo conduttore dichiarato: l’armonia. Il cuore scenico è un grande cerchio, omaggio alla storia urbana di Milano, da cui partono traiettorie ideali verso le altre sedi dei Giochi. Un modo per raccontare, senza parole, l’idea di un’Olimpiade che unisce luoghi diversi sotto un’unica narrazione.
Lo stadio è pieno fin dal tardo pomeriggio, colorato dalle bandiere di decine di Paesi e da un pubblico arrivato da ogni parte del mondo. L’attesa è scandita dal pre show tra musica e intrattenimento, poi il messaggio del segretario generale dell’Onu António Guterres richiama il valore universale dei Giochi come spazio di incontro e unità. Fuori, a distanza di sicurezza, si muove anche una protesta annunciata: un corteo di qualche centinaio di manifestanti attraversa il quartiere San Siro senza incidenti, mentre dentro lo stadio la scena è tutta per lo spettacolo.
Come anticipato nel pomeriggio dalla Verità, il prologo istituzionale è affidato a un filmato che sorprende il pubblico: il presidente della Repubblica Sergio Mattarella arriva idealmente a San Siro a bordo di un tram, seduto tra cittadini comuni, orchestrali e atleti con gli sci. Il mezzo percorre una Milano notturna e simbolica, fino al capolinea dello stadio. Solo alla fine si scopre il conducente speciale: Valentino Rossi, in divisa da tranviere. Un ingresso sobrio e ironico, prima che il Capo dello Stato prenda posto in tribuna accanto alla presidente del Cio Kirsty Coventry. La giornata olimpica era iniziata già molte ore prima, tra diplomazia e passerelle istituzionali: la visita del vicepresidente americano J.D. Vance in città, il ricevimento a Palazzo Reale con capi di Stato e di governo, la parata di ospiti illustri. Ma è qui, dentro lo stadio, che Milano e Cortina consegnano al mondo il loro biglietto da visita.
Alle 20 in punto si alza il sipario. La cerimonia si apre con la danza: Claudio Coviello e Antonella Albano, ballerini della Scala, portano in scena Amore e Psiche, passione e razionalità che si cercano e si rincorrono sul prato di San Siro. È il primo tassello di una narrazione che intreccia arte, musica e identità italiana. A guidare idealmente il racconto è Matilda De Angelis, che entra con la bacchetta da direttrice d’orchestra mentre attorno a lei sfilano i volti dei grandi compositori della tradizione. Poco dopo, il prato si riempie di colori per l’omaggio alla creatività italiana e a una delle sue icone popolari: Raffaella Carrà, evocata tra figuranti e costumi sgargianti. La parte musicale alterna registri e generazioni. Mariah Carey, in abito chiaro, sceglie di omaggiare l’Italia cantando in italiano Nel blu dipinto di blu, trasformando San Siro in un grande coro. Subito dopo, lo stadio si tinge di tricolore per il tributo a Giorgio Armani, con Vittoria Ceretti che porta in scena la bandiera italiana, consegnata poi ai corazzieri. È Laura Pausini a dare voce all’inno nazionale, mentre il tricolore viene issato e lo stadio si ferma per qualche istante in un silenzio carico di attesa. C’è spazio anche per la parola, con Pierfrancesco Favino che presta la voce ai versi dell’Infinito di Leopardi, prima che la scena si apra ai simboli olimpici: i cinque cerchi si avvicinano nel cielo di San Siro e si accendono tra i fuochi d’artificio, suggellando visivamente l’inizio dei Giochi.
A quel punto tocca agli atleti. La sfilata delle delegazioni si apre, come da tradizione, con la Grecia e scorre tra gli applausi in ordine alfabetico. San Siro accompagna con calore il passaggio di squadre numerose e di rappresentanze simboliche, tra debutti assoluti e ritorni carichi di storia. C’è l’Olanda che colora lo stadio di arancione, la Norvegia che punta ancora una volta al medagliere, la Germania che sfila con una delle delegazioni più imponenti, la Cina presente in quasi tutte le discipline, il Canada con una delle squadre più numerose. Si notano anche i volti e i nomi che raccontano il presente e il futuro degli sport invernali, accanto a Paesi che vivono l’emozione della prima volta, come Benin, Guinea-Bissau ed Emirati Arabi Uniti.
Non mancano i momenti più leggeri, come i giamaicani che sfilano ballando, né quelli più intensi, come l’accoglienza calorosa riservata alla delegazione ucraina. Qualche secondo di fischi accompagna invece il passaggio di Israele, subito riassorbiti dal clima generale della serata. L’Italia, nazione ospitante, chiude la parata tra gli applausi. Gli azzurri sono 146 in totale, distribuiti tra Milano, Cortina, Predazzo e Livigno, con Federico Pellegrino e Arianna Fontana a San Siro e Amos Mosaner che porta in spalla Federica Brignone a Cortina. Dopo la sfilata, lo stadio si raccoglie di nuovo nei rituali che segnano l’inizio ufficiale dei Giochi. Entra la bandiera olimpica, portata da figure dello sport e della società civile, poi il vessillo viene issato mentre risuona l’inno olimpico eseguito dal coro di voci bianche della Scala. Stefania Costantini e Dominik Fischnaller leggono il giuramento degli atleti, prima che Mattarella pronunci la formula solenne che apre ufficialmente le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026, terzo capo dello Stato italiano a farlo dopo Giovanni Gronchi a Cortina 1956 e Carlo Azeglio Ciampi a Torino 2006.
La fiamma passa di mano in mano in un percorso che unisce sport e memoria. Andrea Bocelli canta Nessun Dorma mentre Giuseppe Bergomi e Franco Baresi entrano in scena con la torcia. Il fuoco viene affidato ad Anna Danesi, Paola Egonu e Carlotta Cambi, poi prosegue il suo viaggio: a Milano è Enrico Fabris a riceverlo, prima che Alberto Tomba e Deborah Compagnoni accendano il braciere all’Arco della Pace; a Cortina, dopo il passaggio di Gustav Thöni, è Sofia Goggia a compiere l’ultimo gesto, tra i fuochi d’artificio. I Giochi sono cominciati e l’Italia prova a presentarli così, con uno spettacolo che mescola arte, simboli e identità, affidando all’«armonia» il compito di tenere insieme sport, città e montagne.
Dopo aver visto Roberto Fico andare in autobus a Montecitorio e Carlo Cottarelli salire al Quirinale con lo zainetto, Sergio Mattarella aveva un sogno: farsi portare a un evento istituzionale in tram. Il presidente della Repubblica ci riesce nella notte olimpica, sul vecchio «gamba de legn» giallo guidato da Valentino Rossi che si ferma davanti a San Siro in nerazzurro (lui è interista). Il tricolore sale sul pennone, Laura Pausini intona l’inno di Mameli tarpato del sì finale. E la Cerimonia d’apertura dei XXV Giochi invernali può cominciare. Per 14 giorni l’Italia sarà al centro del mondo dello Sport mondiale.
Il presidente Mattarella, Giorgia Meloni e la presidente del Cio, Kirsty Coventry (colei che ha rimediato al delirio dei transgender nelle gare femminili) fanno da padroni di casa a 51 capi di Stato, presidenti e teste coronate, con il segretario dell’Onu, António Guterres, gli americani J.D. Vance (fischiato sul maxischermo) e Marco Rubio, re Carlo Gustavo di Svezia, Anna d’Inghilterra, Felipe di Spagna, l’emiro del Qatar, Al Thani, la consigliera di Stato cinese, Shen Yiqina. Si fa prima a dire chi ha disertato: Emmanuel Macron in preda al dilemma infantile di Nanni Moretti: «Mi si nota di più se ci sono o se non ci sono?». Curiosa assenza anche perché i prossimi Giochi invernali del 2030 saranno in Alta Savoia.
L’emozione aumenta fra i 70.000 sugli spalti quando Mariah Carey canta «Nel blu dipinto di blu» e Andrea Bocelli fa snowboard sulle note classiche a lui care. Il gruppo di creativi di Marco Balich, un’autorità in tema di cerimonie olimpiche (ne ha organizzate 16) ha fatto un buon lavoro nell’alveo politicamente corretto con inclinazioni nazionalpopolari. Doveroso il rimpallo in contemporanea con Cortina, Livigno, Predazzo per celebrare la prima olimpiade invernale multisede. Per fortuna non c’è lo scempio queer che ha ammorbato l’inaugurazione delle Olimpiadi di Parigi. Qui domina l’italianità, l’identità culturale, a superamento del globalismo dozzinale da supermarket. Si parte con un balletto di angeli, senza il volto di Giorgia Meloni per non turbare il progressista medio collegato.
Ecco il km zero delle nostre eccellenze planetarie: i volti di Giuseppe Verdi, Giacomo Puccini e Gioacchino Rossini. Manca Leonardo Da Vinci, in panchina. Poi un volo d’angelo sulla Storia e le sue vestigia (l’Impero romano, il Rinascimento), sulla letteratura e l’architettura-design, sul made in Italy della cucina e della moda. Non può mancare la tendenza spaghetti-mandolino, dura a morire. Pierfrancesco Favino recita l’Infinito di Giacomo Leopardi; Sabrina Impacciatore vestita a caso da Humana vintage si agita inutilmente; Brenda Lodigiani impartisce una lezione di «lingua parallela dei gesti» molto italiana.
È tempo di guardare le stelle: sfilano gli atleti. Le nazioni sono 96, i protagonisti 2.900. I più attesi sono i 196 italiani come sempre griffati Giorgio Armani. Avanzano sui «tunz tunz» di dj Mace, guidati dai portabandiera Arianna Fontana e Federico Pellegrino a Milano, Federica Brignone e Amos Mosaner a Cortina. Ci sono anche gli altri. Molto applauditi i 46 ucraini, la guerra non li ferma. Russi e bielorussi non sfilano ma gareggiano come privati. I quattro iraniani sono più forti della dittatura degli ayatollah. Per rimanere nell’alveo politico, gli israeliani vengono fischiati in un momento di tristezza e di vergogna.
Arrivano gli snowboardisti australiani, lo slalomista brasiliano e quello della Guinea Bissau che si allena in un centro commerciale a Dubai. E poi i tradizionali bobisti giamaicani, due bellissime cilene (freestyle e sci alpino), la groenlandese inuit del biathlon Ukaleq Slettemark plurintervistata sulla geopolitica, la freestyler cino-americana Eileen Gu (guadagna 20 milioni di dollari l’anno ha 2 milioni di follower su Instagram) con 125 agguerriti connazionali.
Tutto scivola verso la fine. Il rappresentante italiano del Cio, Giovanni Malagò, si autocelebra e s’inceppa. Il presidente Mattarella dichiara aperti i Giochi con la formula classica. I tedofori campioni accendono fiaccola (il bambino di 11 anni lasciato per strada ha aiutato ad alzare la bandiera a Cortina) e speranze: Alberto Tomba e Deborah Compagnoni a Milano, Gustavo Thoeni e Sofia Goggia a Cortina. Arriva Ghali, che recita la poesia di Gianni Rodari «Promemoria» contro la guerra. Non ne ha azzeccata una. Voleva cantare l’inno di Mameli ma senza l’autotune non lo avrebbe sentito nessuno. Si è lamentato perché l’arabo sarebbe stato bandito, ma il giuramento olimpico è stato pronunciato come sempre anche in quella lingua.
Orgoglio e malinconia nel vedere così sfavillante lo stadio di San Siro, sapendo che la vecchia signora pittata dai visagisti delle dive è all’ultima uscita, prima del De profundis necessario. Perché un conto è vedere lo spettacolo dai box vip e un altro avere bisogno dei bagni per la gente comune o salire le scale da falansterio del socialismo reale. Ieri sera i giornalisti di tutto il pianeta rimpiangevano Pechino e Sochi in una sala stampa da quarto mondo senza le prese, ma con le bustine di malva per calmare i più nervosi.
La fiaccola approda nel braciere dell’Arco della Pace da dove vigilerà sulle due settimane di gare, maranza e pro pal permettendo. Da oggi entrano in scena cronometri, pattini, cancelletti, scioline. E il cuore degli atleti azzurri, si spera, a fare la differenza. Subito a tifare per Giovanni Franzoni e Dominik Paris nella discesa libera, per Francesca Lollobrigida (pronipote della Lollo) nel pattinaggio di velocità. Nell’attesa, neofiti ed espertoni di short track dall’altroieri, tutti a rivedere «Miracle», la partita di hockey più leggendaria della storia. Ovviamente sul divano.
Il Quirinale ammette le due telefonate che hanno fatto silurare il giornalista della Rai
Ha fatto il suo ingresso a San Siro alle 20.22, indossando un paltò grigio scuro, una camicia bianca e una cravatta bluette. Quindi, sorridente, il presidente Sergio Mattarella ha salutato il pubblico in piedi per lui. Ma a tributargli il caloroso omaggio non c’era il vicedirettore di Rai Sport, Auro Burbarelli, sino a mercoledì telecronista in pectore dell’evento.
Lui è rimasto fuori. La sua colpa è quella di avere fatto una gaffe durante la presentazione, avvenuta il 30 gennaio, del palinsesto della Rai per le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina: «Ci sarà anche una sorpresa clamorosa dal nostro Capo dello Stato, Mattarella» aveva detto. Senza, però, descrivere la scenetta che Mattarella aveva già girato su un tram milanese insieme con l’ex campione della MotoGp, Valentino Rossi, in versione tramviere. Bulbarelli aveva pure aggiunto: «Una sorpresa paragonabile a quello che fece la regina Elisabetta con James Bond in apertura delle Olimpiadi di Londra 2012», durante la quale due controfigure si paracadutarono nello stadio della cerimonia da un elicottero per simulare l’entrata della regina e di Daniel Craig.
Giovanni Malagò, presidente della Fondazione Milano-Cortina (organizzatrice dei Giochi), membro del Comitato olimpico internazionale (Cio) ed ex capo del Coni, aveva provato subito a smentire, definendo la rivelazione «priva di ogni fondamento». In realtà, come abbiamo anticipato ieri e hanno visto tutti in mondovisione, la notizia era assolutamente vera.
Malagò aveva goffamente provato a rimediare dopo che dal Colle più alto, dove, evidentemente, erano molto gelosi della «sorpresa», hanno preso il telefono e hanno gettato nel panico sia i vertici del Cio che quelli della Rai. Le chiamate, almeno due, sono state realizzate da uno dei più stretti collaboratori del presidente. Telefonate che, con La Verità, dal Quirinale ammettono con una certa trasparenza: «Sì, abbiamo prima telefonato al Cio e poi alla tv di Stato per chiedere che cosa fosse successo. Ci hanno risposto che Bulbarelli aveva fatto questa conferenza stampa… e allora abbiamo chiesto una spiegazione sulle dinamiche di questa uscita. Abbiamo solo chiesto: “Ma che cosa avete fatto?”». Dal Colle negano, però, come abbiamo già scritto ieri, di avere chiesto la testa di Bulbarelli.
Anche se ammettono che iI paragone con Londra con la scena del paracadute era risultato abbastanza indigeribile poiché avrebbe alzato troppo le aspettative sull’interpretazione attoriale del Capo dello Stato, rendendo un po’ deludente l’annunciato siparietto del presidente che sul tram sorride a due bambini dopo avere raccolto un peluche. Ieri pomeriggio dalla Rai hanno negato, smentiti dal Quirinale, di avere ricevuto telefonate dal Colle e si sono limitati a farci sapere che l’avvicendamento alla telecronaca (a sostituire Bulbarelli è stato il direttore di Rai Sport, Paolo Petrecca) è stata frutto di «scelte editoriali interne» e che non si è trattato di «punizione».
«La squadra Rai è impegnata a garantire la migliore copertura possibile di un evento di livello mondiale. Bulbarelli seguirà il coordinamento di tutte le Olimpiadi, ruolo di grande responsabilità, dopo un suo passo indietro sul suo impegno per la telecronaca». Il passo indietro è stato formalizzato per iscritto dallo stesso Bulbarelli con una lettera consegnata a Petrecca (la cui telecronaca è stata molto criticata sui social). «Forse non aveva la serenità necessaria per assolvere un compito così delicato dopo l’eco mediatica propagatasi dopo la conferenza stampa», ipotizzano da viale Mazzini.
E ribadiscono che «non c’è stata nessuna pressione del Quirinale». Evidentemente una telefonata dai toni accesi non è ritenuta un’intromissione indebita nelle dinamiche interne della Rai.
Da parte sua Bulbarelli, con alcuni dei più stretti collaboratori, ha ammesso di avere chiesto lui di essere sollevato dalla telecronaca, ma ha anche specificato di avere preso tale decisione dopo avere ricevuto segnali inequivocabili da parte dei superiori: «Domenica l’eco mediatica sulle mie dichiarazioni era finita e io mi aspettavo una rassicurazione che non è arrivata. A quel punto ho preferito fare un passo di lato per non mettere in difficoltà nessuno», ha detto Bulbarelli a chi ha raccolto i suoi sfoghi in queste ore.
«Rimane la delusione personale, quella rimarrà per sempre», avrebbe confidato. «Per aver detto una verità sono stato messo alla gogna e isolato. Mi è stato detto che stavo creando un danno all’azienda. E che Mattarella per colpa mia avrebbe fatto saltare lo sketch».
Il giornalista ha domandato, retoricamente, ad alcuni colleghi se non siano state più dannose le decisioni successive. Ha pure stigmatizzato «l’atteggiamento supino di Coni, Rai e Fondazione di fronte alla chiamata del Colle». E, al culmine dell’amarezza si è chiesto: «Chi ha scatenato tutto è stato Giovanni Grasso (il portavoce di Mattarella, ndr) attaccandosi ai telefoni, non è stato ridicolo? Malagò che viene indotto a dichiarare il falso alle agenzie sulla mia innocente affermazione non è un fatto grottesco?».
Bulbarelli non si dà pace per quanto è successo, o perlomeno questo è ciò che ci riferisce chi gli ha parlato: «In 24 ore si sarebbe chiuso tutto e, invece, hanno creato una valanga. Ma perché montare tutto questo caos sul nulla? Decine e decine di persone erano già al corrente della scenetta di Mattarella sul tram, girata in un deposito Atm qui a Milano. Perché negare? Tanto poi tutto sarebbe uscito. Perché? Era una cosa bella e tale doveva restare. Invece si è trasformata in una follia, con una sola testa che è rimasta sull’asfalto».
Eppure un giornalista che viene privato della telecronaca più importante della sua carriera a causa di una telefonata del Quirinale non ha creato alcun turbamento nel sindacato di categoria sempre così reattivo quando al centro delle polemiche finiscono i rapporti del governo Meloni con i cronisti. Nessuno, ieri, nonostante Mattarella sia rimasto per ore a contatto con i cronisti, ha osato porre una domanda al presidente sul caso.
La consegna del silenzio è durata per l’intera giornata. Poi, all’unisono, i principali siti d’informazione, a pochi minuti dall’inizio della cerimonia, hanno annunciato con enfasi, come se fosse inedita, la notizia dello sketch sul tram, pubblicata dalla Verità e ripresa da Dagospia ore prima. C’è chi ha scritto, in deliquio: «Con lo stile sobrio che ha contraddistinto i primi dieci anni al Quirinale, ma senza rinunciare a un guizzo pop Mattarella prende per mano ogni cittadino e lo guida dentro la festa». Tutti, meno uno, Bulbarelli, rimasto nel centro di produzione Rai di corso Sempione a seguire le Olimpiadi dei (suoi) rimpianti.










