È notte piena il 4 gennaio 2011 quando Andrea Sempio, unico indagato per l’omicidio di Chiara Poggi, sembra fare i conti con sé stesso. È uno dei tanti racconti che compongono la sua autobiografia diventata un pezzo importante dell’indagine dei carabinieri del Nucleo investigativo di Milano.
L’informativa da 300 pagine che riassume i punti salienti dell’inchiesta è una radiografia della sua intimità tratta da un’enorme massa di appunti, riflessioni, fantasie, ricerche sul Web, sfoghi, sogni violenti, ossessioni sessuali, vuoti temporali e frasi lasciate lì, come se qualcuno, prima o poi, dovesse leggerle. È un viaggio nella mente di Andrea. Che parte dai manoscritti sequestrati durante la perquisizione del 14 maggio 2025 e, come in un film, riavvolge indietro nel tempo il nastro fino al 2018. Proprio in quel momento preciso, secondo gli investigatori, compare un elemento anomalo. Prima del 2017 quasi non esiste nulla. Eppure Sempio, scrivono i carabinieri, appare come una persona che annota riflessioni da sempre. Una grafomania costante. E allora quel vuoto, stando alle ricostruzioni dell’accusa, sarebbe significativo. Perché coincide con gli anni del delitto di Garlasco e con il periodo in cui lui entra nell’inchiesta.
La polizia giudiziaria lo scrive chiaramente: il procedimento aperto a suo carico tra il 2016 e il 2017 avrebbe rappresentato «una barriera di consapevolezza». E una frase intercettata il 27 febbraio 2025 sembra andare esattamente in quella direzione: «Le ho bruciate tutte… vaffanculo, andiamo a processo». Bruciate. In alcuni casi, il periodo successivo alla maturità sparisce dai racconti autobiografici. Altrove compare una formula secca, quasi cinematografica. Sempio annota: «Fast forward», avanti veloce. Per il resto, invece, si racconta senza pudore. Nei diari parla del «bullismo» subito alle superiori, delle difficoltà relazionali, «dell’autolesionismo», del suicidio dell’amico Michele Bertani, del «satanismo», dell’incapacità di integrarsi, della difficoltà ad approcciarsi alle donne. Poi, improvvisamente, il tono cambia. «Commesso cose brutte». Non le spiega. Le lascia lì, accanto ad altre parole: «Paura, dolore, poca esperienza sessuale». E ancora: «Ne ho passate tante… cose che altri non hanno mai vissuto, né vivranno».
Subito dopo arriva un altro passaggio che, nell’informativa, viene isolato: «Perché so difendermi se serve. Perché cazzo ho visto, subìto e fatto cose che fottetevi tutti, provate a vivere la metà di che cazzo ho vissuto io». Una parte sostanziosa dell’informativa riguarda la sessualità. I carabinieri descrivono un uomo che vive il rapporto con le donne quasi sempre con frustrazione, tensione o rifugiandosi nell’autoerotismo. Negli appunti annota incontri mancati, ragazze viste per caso, «eye contact» mai trasformati in approccio reale. Ogni occasione sfumata finisce con la solita mesta conclusione: «Una sega». Come quando era stato a «un passo dal parlare alla bionda».
La difficoltà nel contatto fisico emerge anche nella relazione psicologica del Racis (Raggruppamento carabinieri investigazioni scientifiche), richiamata dai carabinieri. Sempio parla di disagio non solo con le partner, ma perfino con gli amici. Dice di trovarsi meglio nei contesti di gruppo che nel rapporto «faccia a faccia». E torna continuamente su un rifiuto sentimentale subito a 17 anni. «Una vera e propria batosta». Quel tema, il rifiuto, oggi è centrale nell’impostazione accusatoria della Procura di Pavia, che l’ha posizionato come base del possibile movente. L’informativa entra poi in un territorio ancora più delicato: pornografia, fantasie, intrusioni digitali. Nell’iPhone vengono trovate fotografie intime di una collega ricevute tramite Whatsapp dietro compenso economico. Ma per gli investigatori Sempio non si sarebbe limitato a riceverle consensualmente. Avrebbe anche effettuato accessi abusivi impossessandosi illegalmente di foto e video privati. Lo stesso, scrivono i carabinieri, sarebbe accaduto anche nei confronti di un’altra ragazza che lavorava con lui.
Negli atti compare pure un video girato di nascosto: la telecamera inquadra la giovane sotto la gonna. Parallelamente emergono frequentazioni online di forum per aspiranti o sedicenti seduttori e di siti di pornografia estrema. Gli investigatori segnalano «numerosissime visite» a categorie porno «incesto» e «stupro». Ma, soprattutto, ricostruiscono una navigazione Internet che alterna pornografia, torture e violenza. Il 13 luglio 2014 Sempio, per esempio, cerca un «test psicologico killer». Poi visita le pagine «Il test del serial killer» e «Scopri il serial killer che c’è in te». Il 15 gennaio 2014, tra le 19.07 e le 19.40, secondo la ricostruzione dei carabinieri, passa da ebook come Death dealers manual e Manual for the independent assassin a video Youtube di sgozzamenti, esecuzioni, torture e decapitazioni in Siria. Poi torna su forum di seduzione. Poi webcam porno. Poi ancora video su killer professionisti.
Non una consultazione casuale generata «da popup», scrivono gli investigatori, ma una caccia consapevole. E poi ci sono i sogni trascritti in una moleskine. Sempio annota scene violente e sessualmente aggressive, che i carabinieri riassumono con formule come «sogna che accoltella delle persone» o «che stupra E.». In un altro, una donna bionda gli punta contro un taser e «lui le salta addosso e le apre la faccia». L’informativa arriva al punto più scivoloso con un file Word intitolato «Genesi dell’aggressione predatoria»: un testo costruito sull’idea che «nell’istinto predatorio» non vi sia cattiveria, ma desiderio di possesso. Vi si legge che «uno può prendere una donna con la forza perché la desidera» e che la morte può essere «un eventuale effetto collaterale». Compare anche il caso di Issei Sagawa: «Pur rendendomi conto della gravità dell’omicidio, ci vedo una storia d’amore».
Dentro questo universo mentale, il capitolo centrale resta Garlasco. Secondo l’informativa, dal 2013 Sempio consulta pagine sulla vicenda e su Alberto Stasi; dal settembre 2014, però, le ricerche diventano mirate al Dna sotto le unghie di Chiara. Il 29 novembre 2014 cerca «Stasi undici indizi», il 13 febbraio 2015 approfondisce su Wikipedia il «Dna mitocondriale». Per gli investigatori, non è semplice curiosità: dal 2016 Sempio avrebbe capito che le indagini potevano arrivare a lui. Le intercettazioni del 2017 mostrano una famiglia che si prepara a subire indagini. In auto, i genitori rassicurano Andrea: «Tutto quello che è stato detto, è stato riscontrato». La madre gli chiede se sia preoccupato; lui risponde: «No, preoccupato no. Di sicuro non sono tranquillissimo». Il padre gli suggerisce di dire che sono passati dieci anni, se non ricorda, e richiama il Dna come punto da gestire con gli avvocati. Quel tema torna nei monologhi di Andrea: «’Sta merda di Dna», bofonchia. Poi calcola la posta in gioco: «C’è in ballo 30 anni di galera». Le sue annotazioni seguono le tappe processuali di Stasi: «Ha chiesto riapertura», «mamma in panico per la cosa di Stasi», «archiviato ancora».
Altro tema centrale è quello che riguarda lo scontrino del parcheggio di Vigevano. Per anni baluardo difensivo, nelle nuove carte si incrina: nel 2025 Giuseppe dice alla moglie Daniela: «Lo scontrino lo hai fatto tu». Lei piange: «È colpa mia, gli ho detto io di tenere lo scontrino […] gli ho rovinato la vita all’Andrea». Dentro questo snodo entra Antonio, vigile del fuoco in congedo: dai tabulati emergono Sms con Daniela tra il 12 e il 13 agosto, mentre l’utenza di lei si muove verso Vigevano. Sentito nel 2025, ammette incontri «solo ed esclusivamente di natura intima» e non «sentimentale». Così, nella nuova indagine, la sessualità della provincia pavese del 2007 diventa una chiave per rileggere Garlasco: non più zona d’ombra tra Alberto e Chiara. La notte tra l’1 e il 2 agosto 2007, Alberto è a Londra e Chiara a Garlasco. Mancano 12 giorni all’omicidio. Lui le dice di averle comprato dei «regalini», poi precisa: «Sono regalini sexy». Lei non si irrigidisce: chiede se sia stato nel sexy shop visto insieme, lui risponde «non solo» e racconta Soho, «quartiere a luci rosse». Il dialogo di questi due ventenni ci restituisce gli ardori tipici dell’età. Per i carabinieri, quelle chat smontano l’idea che la sessualità fosse terreno di crisi tra i due: mostrerebbero una coppia complice, capace di parlare di sex toys, pornografia e video intimi senza disagio.
Il punto, allora, non è più se i filmati a luci rosse separassero Alberto da Chiara, ma se quell’intimità, vista o desiderata da altri, possa aver trasformato Chiara, agli occhi di qualcuno, da ragazza irraggiungibile a bersaglio. Ed è così che, nelle nuove carte, il movente attribuito a Stasi si sgretola. Mentre quello attribuito a Sempio sembra crescere attorno a un soliloquio in cui l’indagato sembra ammettere di essere stato rifiutato da Chiara: imita la vittima («Non ci voglio parlare con te»); dice di averle chiesto di vedersi e annota che lei «ha messo giù il telefono». Da lì, nella lettura dei carabinieri, il tono si sarebbe fatto rancoroso: «Cioè è stata bella stronza». E si salderebbe a uno dei nodi della condanna di Stasi: il sangue. Sempio evoca la tesi secondo cui Alberto avrebbe «evitato le macchie» e il dibattito sul sangue ormai secco, quasi a ripercorrere il punto più discusso della scena del crimine: come l’assassino potesse muoversi nella villetta senza lasciare addosso le tracce che tutti si aspettavano. Ma anche nella nuova inchiesta al momento sembra mancare una vera «pistola fumante».
Un paio di anni fa avrebbero parlato di riscaldamento globale. Ancora prima, con Matteo Salvini ministro, si sarebbero spesi con gli occhi lucidi a favore dell’immigrazione di massa. Adesso va di moda la Palestina, e dunque registi, scenografi, attori e Vip assortiti premiati ai David di Donatello si sono scatenati sul tema: chi deprecava il genocidio, chi plaudiva alla Flotilla...
Tutto secondo copione, anche l’impegno sociale ha la sua sceneggiatura e talvolta le sue maschere da commedia dell’arte da indossare su gentile suggerimento del pensiero prevalente. Ma era prevedibile: gli appelli e le dichiarazioni a effetto delle stelline di celluloide a favore della causa di turno sono attesi e per questo trascurabili, strappano al massimo qualche like sui social, due applausi adolescenziali, depotenziati perché telefonati.
Appena più originale, nella premiazione andata in scena mercoledì sera, è stata la conclamata protesta antigovernativa, il pianto antico rinnovato per l’occasione sui denari che mancano e i fondi che latitano. E dunque ecco le dive e i mattatori pronti a solidarizzare con i picchetti delle maestranze in lotta. Ci si commuoveva quasi a vederli impegnati in questo melodrammatico ritorno agli anni Settanta, quando pure gli attori milionari dovevano atteggiarsi a compagni per non rischiare la scomunica. Tutti presi dalla verve militante, alcuni famosi ci hanno regalato emozioni irripetibili. Valeria Bruni Tedeschi, una che sempre giochicchia col ruolo della svampita, della sognante ingenua, si è lanciata in favore di obiettivo in un’analisi storico-politologica sfavillante. «C’è stato un periodo nella storia, in cui il cinema italiano è stato quasi messo sotto un coperchio dai regimi, quello fascista e da Berlusconi. Perciò è molto pericoloso questo, il cinema è fragile», ha zufolato dal tappeto rosso. Poi, sulla protesta delle maestranze ha aggiunto contrita: «Penso che avremmo potuto essere anche noi lì a protestare, avremmo potuto reagire diversamente a questo periodo. C’è stata una lettera che è stata scritta, che in parte è stata letta al Quirinale. C’è un movimento in cui le persone, che siano attori, registi, produttori, tecnici o tutti coloro che lavorano nel cinema, lanciano un allarme, perché il cinema se non c’è intelligenza adesso può essere in pericolo». Viene il vago - ma vago, eh! - sospetto che la Bruni Tedeschi non sappia di che cosa parla. Per cominciare, sotto il fascismo il cinema italiano è stato sostenuto come mai prima (e probabilmente dopo). Si devono al fascio la mostra del cinema di Venezia, Cinecittà, l’istituto Luce, il Centro sperimentale di cinematografia. Quanto a Berlusconi, al netto dell’improvvido paragone con il Ventennio, la brava attrice sorvola sui vari lungometraggi da lei interpretati (anche girati da sinceri sinistrorsi come Paolo Virzì) prodotti da Medusa, casa cinematografica berlusconiana. Certo la Bruni sarà capace a ricordare le battute, ma sul resto fatica un po’. In ogni caso, anche lei deve cedere il passo al cospetto della vera leonessa del cinema italico, l’attrice che tutti desiderano e che dà corpo e voce sensuale a tutte le eroine del metaverso progressista, ovvero Matilda De Angelis, premiata per un film ispirato a Goliarda Sapienza. Salita sul palco a ritirare il riconoscimento, ha prodotto una sorta di manifesto, un bignamino di ciò che l’artista impegnato deve dire, che lo pensi o meno. «Il nostro Paese sta vivendo un impoverimento importante della cultura e mi spiace che si debba umiliare una categoria come quella dei lavoratori e delle lavoratrici del cinema, che sono la mia famiglia», ha dichiarato. «Non capisco perché ci siamo fatti addomesticare. Il cinema deve tornare a essere sociale e politico come un atto d’amore. Io ho questa speranza e vedo questo futuro». Il nostro Paese sta vivendo un impoverimento culturale? E che significa? Ricorda un po’ le frasi della Bruni su «questo momento difficile». Che si riferiscano al fatto che c’è un governo di destra? È possibile. Del resto si sa: la destra è nemica della cultura per definizione.
Sorge tuttavia qualche domanda a proposito delle frasi della sublime Matilda. Primo: forse lei si riduce il compenso per aiutare le maestranze? Forse ha donato il premio ai «lavoratori del cinema»? E ancora: esattamente di quanti soldi avrebbe bisogno secondo lei lo spettacolo italiano? Dalle casse dello Stato arrivano circa 616 milioni di euro, più altri 20 in aggiunta appena promessi: non sembra che ci sia la fila di privati disposti a investire cifre analoghe, come mai? Forse perché molte pellicole non hanno alcun successo di pubblico? Anche su questo si potrebbe fare una riflessione. Quali trionfi ha ottenuto di recente il nostro cinema? Forse ha sbancato Cannes? Forse ha travolto gli Oscar? Non risulta. Se esiste un impoverimento culturale - ed esiste eccome - forse non è per colpa dei soldi pubblici, che non sono mai mancati. Forse la responsabilità è anche dei registi, attori e sceneggiatori che hanno prodotto un cinema ombelicale e stantio, che ha bisogno di Checco Zalone per respirare. Questo cinema in realtà non ha mai smesso di essere sociale e politico, e si vedono i grandi risultati. La politica o, meglio, il potere e l’ideologia hanno dominato per anni, rendendolo arido. Solo laddove queste incrostazioni sono state lentamente eliminate - anche grazie all’arrivo delle piattaforme - allora qualcosa di nuovo e buono è emerso. Ma il vero nodo, ormai, non è neppure ideologico. Il problema è il conformismo, l’appiattimento sulle logiche del potere ridicolo dei circolini culturali e artistici, la posa antagonistica esibita da chi, per status, non se la può permettere. Su un punto la De Angelis ha ragione: si sono fatti addomesticare. Ma non dalla perfida destra o dal capitale: si sono addomesticati fra di loro. Ed è con loro stessi che devono prendersela.
«Sparire perché rimanga Cristo», questo il programma che papa Leone XIV un anno fa scolpì nella sua prima omelia da pontefice, quella che pronunciò nella Cappella sistina davanti ai cardinali che lo avevano eletto. E ieri a Pompei, esattamente un anno dopo, ha dato il suo corollario: «Nessuna potenza terrena salverà il mondo, ma solo la potenza divina dell’amore, questa potenza divina dell’amore che Gesù, il Signore, ci ha rivelato e donato. Crediamo in Lui, speriamo in Lui, seguiamo Lui!».
È difficile riuscire a far passare la forza di questo programma «cristocentrico» in un mondo abituato agli slogan facili, ai ritornelli e a escludere l’ipotesi di Dio quasi di riflesso. Un anno dopo l’elezione al soglio di Pietro del cardinale Robert Francis Prevost, il primo Papa americano della storia, figlio spirituale di Sant’Agostino, quel programma resta l’unica valida interpretazione per capire quale è la natura del pontificato di Leone XIV. Le sfrontate e ridicole tirate d’orecchi che arrivano da Oltreoceano per bocca del presidente Donald Trump sono come cinepanettoni, come un rumore di fondo, per quanto sia importante il pulpito da cui provengono. All’ultima uscita del tycoon, che addirittura accusava il Papa di essere in qualche modo a favore dell’arma nucleare all’Iran, papa Prevost ha risposto che «se qualcuno vuole criticarmi perché annuncio il Vangelo, che lo faccia con la verità», aggiungendo che «la missione della Chiesa è predicare il Vangelo, predicare la pace». Un ruggito gentile quello di papa Leone, ma di certo libero e non facilmente incasellabile (il dibattito sulla «guerra giusta», su cui lo si vorrebbe tirare per la talare, è spesso mal posto pur essendo un dilemma etico colossale).
Matematico, con un dottorato in diritto canonico all’Angelicum, papa Prevost ha una forma mentis che non può non tener conto dei passaggi logico-deduttivi e del rigore strutturale del diritto. Attento alla forma, senza farne un idolo, non è di certo impegnato a obliterare chi lo ha preceduto, come taluni desidererebbero, né può definirsi un «bergogliano», come molti si affrettano a etichettare. In questo primo anno Leone XIV guida la Chiesa con quello che si può definire «metodo Prevost», quello di chi sta cercando di armonizzare il governo della Chiesa, superando personalismi per tornare a una dimensione più corale e meno polarizzata. La sua sfida non è quella di rinnegare l’eredità di chi lo ha preceduto, ma di «disinnescare» le onde d’urto che avevano caratterizzato il passato recente, portando la Chiesa in un porto più sicuro. Come peraltro gli è stato richiesto, nemmeno troppo tra le righe, già dalle congregazioni generali del Conclave che nel maggio 2025 lo ha eletto, un po’ a sorpresa, già al quarto scrutinio.
Mentre Francesco tendeva a scavalcare uffici e gerarchie tradizionali, l’attuale pontefice sta riportando al centro il diritto canonico e la professionalità istituzionale. Le sue nomine sono lo specchio di questa visione, ne possiamo citare alcune in particolare: ha scelto canonisti di comprovata esperienza come l’arcivescovo Roberto Maria Redaelli alla Segreteria del Dicastero per il clero e Filippo Iannone come prefetto al Dicastero per i vescovi. Anche la scelta dell’australiano Anthony Randazzo al Dicastero per i testi legislativi conferma questa linea: un uomo che conosce la Curia dai tempi di Ratzinger, ma che porta con sé l’esperienza pastorale di un vescovo «dell’altro mondo». La nomina dell’arcivescovo Paolo Rudelli a Sostituto per gli Affari generali - la «terza carica» più potente del Vaticano - è un altro segno di questa nuova fase, anche lui canonista, diplomatico di lungo corso, prende il posto del venezuelano Edgar Peña Parra, il quale ha vissuto anni difficili segnati dal processo sull’immobile di Londra. Sono nomine forse poco appariscenti, ma che segnano quella linea del ruggito gentile, della «transizione» verso acque più tranquille, che è parte intrinseca di quello che sembra essere il «metodo Prevost».
Così anche alcune nomine episcopali importanti, Westminster e New York, colgono questo stile. Per la diocesi inglese, il Papa ha selezionato Richard Moth, mentre per la metropoli americana ha scelto Ronald Hicks. Due profili di vescovi appunto simili a papa Prevost, figure «centriste», per così dire, e non facilmente etichettabili.
La gestione del Sinodo sul sinodo, e la conseguente questione della sinodalità, è una partita aperta. Ci sono le corse in avanti della chiesa tedesca, pronta a formalizzare la benedizione fast per coppie irregolari (comprese quelle omosessuali) secondo il celebre documento Fiducia supplicans, ma già stoppate dallo stesso Papa anche in una recente conferenza stampa sull’aereo di ritorno dal viaggio apostolico in Africa. E poi sono in ballo i lavori di attuazione del lungo cammino sinodale (2021-2024) che culminerà in un’assemblea ecclesiale in Vaticano nell’ottobre 2028. È di questi giorni la polemica sollevata dal Rapporto finale del gruppo di studio n. 9, che ha sollevato diverse polemiche in merito al passaggio sull’esperienza delle persone omosessuali. Per ora solo documenti di lavoro, ma Leone XIV finora si è limitato ad ascoltare, tratto forte del suo governo, senza esporsi troppo, ma anche dando qualche segnale.
Come il suo consiglio, quasi sussurrato, dato su un problema tra i più spinosi della vita ecclesiale, quello della cosiddetta «questione liturgica». Senza abrogare formalmente le restrizioni apportate dal predecessore, Leone XIV ha inaugurato quella che si potrebbe definire una «pace liturgica». In un messaggio ai vescovi francesi riuniti a Lourdes, ha esortato a trovare «soluzioni concrete» per l’inclusione generosa di chi aderisce al Vetus Ordo, citando le linee guida del Vaticano II, ma omettendo significativamente ogni riferimento al motu proprio del predecessore Traditiones custodes. Così il Papa sembra voler relativizzare lo scontro ideologico, cercando di assorbire le divisioni e restaurare l’unità partendo dal basso, caso per caso. È il «metodo Prevost», quello che conosce anche i tempi della Chiesa. Che non sono quelli con cui si misurano le cose del mondo.
Alessio Bertallot racconta l'evoluzione del dj e l'impatto della manipolazione dei dischi sulla cultura del nostro tempo, con un piccolo esempio rivelatore. Prima di regalarci un inedito lasciato in eredità dal grande amico Bosso e un esperimento tra jazz e Michael Jackson.







