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2026-03-21
La cura Speranza ha funzionato: aborti ancora in crescita in Italia
Roberto Speranza (Getty images)
«È tempo di garantire non solo il diritto all’aborto, ma anche la possibilità concreta di esercitarlo in modo sicuro, dignitoso, rispettoso della salute e delle scelte di donne e persone che possono restare incinte», gridava il sindacato. «Il diritto alla salute e all’autodeterminazione non può dipendere dal luogo in cui si vive né essere condizionato da convinzioni ideologiche o politiche». Il fatto è che, purtroppo, a furia di sentire tutte queste baggianate a getto continuo, la gente finisce per pensare che siano vere. Basta tuttavia sfogliare la Relazione sulla attuazione della legge 194 che il ministero della Salute ha appena pubblicato per rendersi conto della allarmante quantità di bugie che i sedicenti progressisti riversano nel dibattito pubblico.
I dati della relazione riguardano il 2023 e mostrano che il numero assoluto degli aborti è cresciuto: sono stati 65.746, un aumento complessivo dello 0,1% rispetto al 2022. Già in quell’anno tuttavia si era avuto un balzo notevole: +3,2%. Secondo il ministero l’aumento ridotto dal 2022 è il «risultato della contemporanea diminuzione delle Ivg delle donne straniere (pari a 2,9% rispetto al 2022) e dell’aumento delle Ivg delle italiane (pari a +1,22%)». In compenso «resta stabile il tasso di abortività, pur con una elevata variabilità regionale, mentre aumenta il rapporto di abortività del 3,6% rispetto al 2022». Un altro dato in crescita: il rapporto di abortività indica il numero di aborti ogni 1.000 nati. Insomma, non siamo ai numeri di dieci anni fa, quando gli aborti superavano le 100.000 unità, ma c’è un aumento, e nel contempo diminuiscono le nascite.
Non è tutto. Il ministero scrive che «continua nel 2023 l’aumento pur contenuto del ricorso alle Ivg da parte delle minorenni (pari a un tasso di 2,3 per 1.000), registrato già nel 2022 rispetto al 2021 e al 2020, risultato del contemporaneo aumento delle Ivg delle minori italiane e di quelle straniere. Il tasso di abortività delle minorenni resta comunque inferiore a quello dei Paesi europei con analoghi sistemi sanitari». Tranquilli: avanti così e raggiungeremo le altre nazioni.
Leggiamo ancora: «La distribuzione della contraccezione di emergenza è complessivamente aumentata. Una crescita del 5,5% per l’Ulipristal Acetato (EllaOne) rispetto al 2021, e del 76,1% dal 2020, quando con determina Aifa dell’8 ottobre è stato eliminato l’obbligo di prescrizione anche per le minorenni. Per il Levonorgestrel (Norlevo) si è registrata invece una riduzione del 4,2% rispetto al 2022, quando si registrava un aumento della distribuzione rispetto all’anno precedente. Complessivamente la distribuzione dei due prodotti nel 2023 è stata di 760.076 confezioni, di cui 469.384 di Ulipristal acetato e 290.692 di Levonorgestrel. La mancanza di tracciabilità delle vendite non consente di distinguere l’utilizzo della contraccezione di emergenza nelle diverse fasce di età, e neppure l’eventuale uso ripetuto all’interno di tali fasce».
Riepilogando: aumentano gli aborti e aumenta soprattutto il consumo di pillole abortive. Significa che ha avuto successo la cura Speranza. Come ricorderete, nel 2020, in pieno Covid, l’allora ministro della Salute pubblicò quasi di nascosto nuove linee guida che hanno permesso l’uso della pillola Ru486 fino alla nona settimana di gestazione e hanno rimosso l’obbligo di ricovero ospedaliero per la somministrazione del farmaco. Un bel favore a chi vende le pillole, senza dubbio.
La relazione ministeriale smonta anche la balla dell’aborto come percorso sempre più impervio: «I tempi di attesa per eseguire l’intervento continuano a diminuire, pur persistendo una variabilità fra le Regioni. Si registra un aumento delle Ivg entro le prime otto settimane di gestazione, a seguito dell’aumentato uso della tecnica farmacologica in epoca gestazionale precoce. In particolare, la percentuale di Ivg effettuate entro 14 giorni ha subito un aumento continuo nel tempo, passando dal 59,6% del 2011 all’80,4% del 2023. La mobilità fra le Regioni e Province autonome continua ad essere contenuta: il 92,5% delle Ivg è stato effettuato nella Regione di residenza, di queste l’87,3% è stato effettuato nella Provincia di residenza, proporzioni analoghe a quelle di altre prestazioni sanitarie». Capito? La quasi totalità degli aborti si fanno vicino a casa, anche se per anni i principali talk show ci hanno raccontato che povere donne intenzionate ad abortire dovevano vagare per giorni alla ricerca di un ospedale che le accogliesse. A tale proposito vale la pena di citare altre evidenze: «Riguardo all’offerta del servizio Ivg», dice il ministero, «considerando sia il numero assoluto delle strutture in cui si effettuano le Ivg sia quello riferito alla popolazione di donne in età fertile, la numerosità dei punti Ivg appare adeguata rispetto al numero delle Ivg effettuate, e il numero dei punti Ivg, confrontato con quelli dei punti nascita, in proporzione è più di cinque volte superiore: per ogni 1.000 nascite si calcola un punto nascita nel territorio, mentre per ogni 1.000 Ivg si calcolano 5,3 punti Ivg, in lieve aumento rispetto al 2022, quando erano 5,2». Chiaro no? In Italia è più facile trovare un posto in cui abortire si uno in cui nascere.
Infine, i famigerati obiettori. Libri, articoli, servizi televisivi: tutti a urlare che ci sono troppi obiettori e che questo rende terribile la vita delle donne. Ebbene, dice il ministero che «i dati sull’obiezione di coscienza continuano a mostrare un calo negli anni del numero di Ivg medie settimanali a carico dei ginecologi non obiettori a livello nazionale (0,8 Ivg medie settimanali per ginecologo non obiettore, erano 0,9 nel 2022), il cui numero continua ad aumentare: dell’11% rispetto al 2022, del 34,9% rispetto al 2014. Il dettaglio del carico di lavoro per ciascun punto Ivg all’interno delle singole Regioni consente di verificare puntualmente l’offerta sul territorio. A fronte di 349 punti Ivg, si rilevano otto strutture in cui si effettuano mediamente più di cinque aborti a settimana, con il valore massimo di 8,3 in una. L’analisi dei carichi di lavoro per ciascun ginecologo non obiettore non sembra quindi evidenziare particolari criticità nei servizi di Ivg. Alla luce di tali dati», concludono i tecnici, «eventuali problematiche nell’offerta del servizio Ivg potrebbero essere riconducibili all’organizzazione infraregionale del servizio stesso, e non alla numerosità del personale obiettore».
Gli aborti in Italia sono stati per anni in drastico calo. E per tutto questo tempo siamo stati martellati da campagna mediatiche e politiche tese a dimostrare che qui fosse impossibile abortire. Il risultato, grazie anche alle azioni concrete dei progressisti di governo, e che le interruzioni di gravidanza aumentano, gli obiettori calano, e il rapporto fra aborti e nuovi nati (che sono sempre meno) esplode. La sinistra può finalmente vantare di aver ottenuto un grande risultato.
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Nel 2020, in pieno Covid, l’ex ministro varò nuove linee guida per facilitare l’interruzione di gravidanza Risultato: i numeri salgono. E svelano l’ipocrisia della sinistra sui diritti delle donne, branditi come arma.L’aborto in Italia è un percorso a ostacoli. L’aborto è un diritto non garantito. Le destre al governo negano i diritti riproduttivi delle donne. Cercate queste frasi nei comunicati stampa, nei titoli di giornale e nelle dichiarazioni di attivisti, politici, intellettuali e persino medici progressisti: vedrete che si ripetono con martellante frequenza. Non passa anno senza che, ciclicamente, il tormentone si ripeta, senza che l’associazione Luca Coscioni lanci una nuova campagna e nuovi allarmi. Non più tardi dello scorso luglio ci si è messa pure la Cgil: non più impegnata a tutelare i lavoratori, ha molto tempo libero e si dedica a qualsiasi battaglia, soprattutto se contro la vita. «È tempo di garantire non solo il diritto all’aborto, ma anche la possibilità concreta di esercitarlo in modo sicuro, dignitoso, rispettoso della salute e delle scelte di donne e persone che possono restare incinte», gridava il sindacato. «Il diritto alla salute e all’autodeterminazione non può dipendere dal luogo in cui si vive né essere condizionato da convinzioni ideologiche o politiche». Il fatto è che, purtroppo, a furia di sentire tutte queste baggianate a getto continuo, la gente finisce per pensare che siano vere. Basta tuttavia sfogliare la Relazione sulla attuazione della legge 194 che il ministero della Salute ha appena pubblicato per rendersi conto della allarmante quantità di bugie che i sedicenti progressisti riversano nel dibattito pubblico.I dati della relazione riguardano il 2023 e mostrano che il numero assoluto degli aborti è cresciuto: sono stati 65.746, un aumento complessivo dello 0,1% rispetto al 2022. Già in quell’anno tuttavia si era avuto un balzo notevole: +3,2%. Secondo il ministero l’aumento ridotto dal 2022 è il «risultato della contemporanea diminuzione delle Ivg delle donne straniere (pari a 2,9% rispetto al 2022) e dell’aumento delle Ivg delle italiane (pari a +1,22%)». In compenso «resta stabile il tasso di abortività, pur con una elevata variabilità regionale, mentre aumenta il rapporto di abortività del 3,6% rispetto al 2022». Un altro dato in crescita: il rapporto di abortività indica il numero di aborti ogni 1.000 nati. Insomma, non siamo ai numeri di dieci anni fa, quando gli aborti superavano le 100.000 unità, ma c’è un aumento, e nel contempo diminuiscono le nascite.Non è tutto. Il ministero scrive che «continua nel 2023 l’aumento pur contenuto del ricorso alle Ivg da parte delle minorenni (pari a un tasso di 2,3 per 1.000), registrato già nel 2022 rispetto al 2021 e al 2020, risultato del contemporaneo aumento delle Ivg delle minori italiane e di quelle straniere. Il tasso di abortività delle minorenni resta comunque inferiore a quello dei Paesi europei con analoghi sistemi sanitari». Tranquilli: avanti così e raggiungeremo le altre nazioni.Leggiamo ancora: «La distribuzione della contraccezione di emergenza è complessivamente aumentata. Una crescita del 5,5% per l’Ulipristal Acetato (EllaOne) rispetto al 2021, e del 76,1% dal 2020, quando con determina Aifa dell’8 ottobre è stato eliminato l’obbligo di prescrizione anche per le minorenni. Per il Levonorgestrel (Norlevo) si è registrata invece una riduzione del 4,2% rispetto al 2022, quando si registrava un aumento della distribuzione rispetto all’anno precedente. Complessivamente la distribuzione dei due prodotti nel 2023 è stata di 760.076 confezioni, di cui 469.384 di Ulipristal acetato e 290.692 di Levonorgestrel. La mancanza di tracciabilità delle vendite non consente di distinguere l’utilizzo della contraccezione di emergenza nelle diverse fasce di età, e neppure l’eventuale uso ripetuto all’interno di tali fasce».Riepilogando: aumentano gli aborti e aumenta soprattutto il consumo di pillole abortive. Significa che ha avuto successo la cura Speranza. Come ricorderete, nel 2020, in pieno Covid, l’allora ministro della Salute pubblicò quasi di nascosto nuove linee guida che hanno permesso l’uso della pillola Ru486 fino alla nona settimana di gestazione e hanno rimosso l’obbligo di ricovero ospedaliero per la somministrazione del farmaco. Un bel favore a chi vende le pillole, senza dubbio.La relazione ministeriale smonta anche la balla dell’aborto come percorso sempre più impervio: «I tempi di attesa per eseguire l’intervento continuano a diminuire, pur persistendo una variabilità fra le Regioni. Si registra un aumento delle Ivg entro le prime otto settimane di gestazione, a seguito dell’aumentato uso della tecnica farmacologica in epoca gestazionale precoce. In particolare, la percentuale di Ivg effettuate entro 14 giorni ha subito un aumento continuo nel tempo, passando dal 59,6% del 2011 all’80,4% del 2023. La mobilità fra le Regioni e Province autonome continua ad essere contenuta: il 92,5% delle Ivg è stato effettuato nella Regione di residenza, di queste l’87,3% è stato effettuato nella Provincia di residenza, proporzioni analoghe a quelle di altre prestazioni sanitarie». Capito? La quasi totalità degli aborti si fanno vicino a casa, anche se per anni i principali talk show ci hanno raccontato che povere donne intenzionate ad abortire dovevano vagare per giorni alla ricerca di un ospedale che le accogliesse. A tale proposito vale la pena di citare altre evidenze: «Riguardo all’offerta del servizio Ivg», dice il ministero, «considerando sia il numero assoluto delle strutture in cui si effettuano le Ivg sia quello riferito alla popolazione di donne in età fertile, la numerosità dei punti Ivg appare adeguata rispetto al numero delle Ivg effettuate, e il numero dei punti Ivg, confrontato con quelli dei punti nascita, in proporzione è più di cinque volte superiore: per ogni 1.000 nascite si calcola un punto nascita nel territorio, mentre per ogni 1.000 Ivg si calcolano 5,3 punti Ivg, in lieve aumento rispetto al 2022, quando erano 5,2». Chiaro no? In Italia è più facile trovare un posto in cui abortire si uno in cui nascere.Infine, i famigerati obiettori. Libri, articoli, servizi televisivi: tutti a urlare che ci sono troppi obiettori e che questo rende terribile la vita delle donne. Ebbene, dice il ministero che «i dati sull’obiezione di coscienza continuano a mostrare un calo negli anni del numero di Ivg medie settimanali a carico dei ginecologi non obiettori a livello nazionale (0,8 Ivg medie settimanali per ginecologo non obiettore, erano 0,9 nel 2022), il cui numero continua ad aumentare: dell’11% rispetto al 2022, del 34,9% rispetto al 2014. Il dettaglio del carico di lavoro per ciascun punto Ivg all’interno delle singole Regioni consente di verificare puntualmente l’offerta sul territorio. A fronte di 349 punti Ivg, si rilevano otto strutture in cui si effettuano mediamente più di cinque aborti a settimana, con il valore massimo di 8,3 in una. L’analisi dei carichi di lavoro per ciascun ginecologo non obiettore non sembra quindi evidenziare particolari criticità nei servizi di Ivg. Alla luce di tali dati», concludono i tecnici, «eventuali problematiche nell’offerta del servizio Ivg potrebbero essere riconducibili all’organizzazione infraregionale del servizio stesso, e non alla numerosità del personale obiettore».Gli aborti in Italia sono stati per anni in drastico calo. E per tutto questo tempo siamo stati martellati da campagna mediatiche e politiche tese a dimostrare che qui fosse impossibile abortire. Il risultato, grazie anche alle azioni concrete dei progressisti di governo, e che le interruzioni di gravidanza aumentano, gli obiettori calano, e il rapporto fra aborti e nuovi nati (che sono sempre meno) esplode. La sinistra può finalmente vantare di aver ottenuto un grande risultato.
Marco Rubio (Ansa)
Secondo una nota del governo di Washington, oggi si discuterà «della situazione in Medio Oriente e degli interessi comuni nell’emisfero occidentale». Inoltre, qualche dettaglio in più è stato lo stesso Rubio a fornirlo l’altro ieri sera. «C’è molto di cui parlare con il Vaticano», ha detto il segretario di Stato americano, per poi aggiungere: «Il papa è appena rientrato da un viaggio in Africa, dove la Chiesa sta crescendo in modo molto dinamico, e abbiamo condiviso le preoccupazioni sulla libertà religiosa in diverse parti del mondo. Ci piacerebbe parlarne con loro». «Siamo disposti a fornire ulteriori aiuti umanitari a Cuba, distribuiti tramite la Chiesa, ma il regime cubano deve consentircelo», ha proseguito. «Il Papa è ovviamente il Vicario di Cristo, ma è anche il capo di uno Stato nazionale, un’organizzazione presente in oltre cento Paesi in tutto il mondo, e noi collaboriamo spesso con il Vaticano proprio perché è presente in molti luoghi diversi», ha anche detto.
Insomma, Rubio ha cercato di smorzare la tensione, mentre Parolin, pur bollando ieri come «strane» le critiche di Donald Trump al pontefice, ha definito gli Usa un «interlocutore» e non ha escluso in futuro un colloquio diretto tra i due leader. Da entrambe le parti si sta quindi tentando di rasserenare il clima, dopo i recenti attriti tra il presidente americano e Leone, scoppiati soprattutto a causa della guerra in Iran: guerra rispetto a cui, ieri, Parolin ha invocato il ricorso al «negoziato». Non è del resto un mistero che la Casa Bianca sia ai ferri corti con l’episcopato cattolico statunitense su vari dossier: dalla stessa crisi iraniana all’immigrazione clandestina. Dall’altra parte, il quadro generale ha una sua complessità. Al netto degli attriti con i vescovi, Trump, nel 2024, ha conquistato la maggioranza del voto cattolico, facendo leva sull’irritazione che quel mondo nutriva verso l’ala woke del Partito democratico statunitense. La missione odierna del cattolico Rubio è quindi innanzitutto quella di ricucire i recenti strappi con la Santa Sede.
Tuttavia, è al contempo possibile che sul tavolo ci sarà anche dell’altro. E un’indicazione è arrivata dallo stesso Rubio quando ha affermato che, tra le altre cose, si parlerà di libertà religiosa. E qui torna in mente un precedente. Tra settembre e ottobre 2020, il segretario di Stato americano della prima amministrazione Trump, Mike Pompeo, si recò a Roma. Nell’occasione, tenne un discorso sulla libertà religiosa e, al contempo, ebbe delle tensioni con Parolin a causa dell’accordo che, nel 2018, la Santa Sede aveva firmato con la Cina sulla nomina dei vescovi. Pompeo cercò di convincere il cardinale a bloccare il rinnovo dell’intesa, senza riuscirci. Un’intesa che, nello stesso 2018, era stata criticata proprio da Rubio, all’epoca senatore della Florida.
Il Partito repubblicano ha sempre visto quell’accordo come il fumo negli occhi: un accordo che ha suscitato lo scetticismo anche di vari settori della stessa Chiesa statunitense. «Il mio istinto mi dice anche che non si può negoziare con queste persone. Potrebbe essere straordinariamente controproducente», affermò, nel 2021, il cardinale Timothy Dolan, riferendosi ai vertici del Partito comunista cinese. La stessa Conferenza episcopale statunitense, nel 2024, pur non criticandola apertamente, si mostrò guardinga sull’intesa tra Santa Sede e Cina. «Resta da vedere se la speranza del Vaticano di costruire fiducia e amicizia attraverso il dialogo porterà frutti concreti in miglioramenti della libertà religiosa», dichiarò.
L’accordo -rinnovato per altri quattro anni nel 2024- è stato nuovamente difeso, a ottobre scorso, da Parolin, che fu il suo principale artefice, insieme a gruppi favorevoli alla distensione con Pechino, come la Compagnia di Gesù e la Comunità di S. Egidio: tutte realtà filocinesi che erano uscite sconfitte dal conclave dell’anno scorso. E qui arriviamo al nodo. Nonostante Leone abbia parzialmente raffreddato la spinta pro Pechino del predecessore, l’amministrazione Trump si attendeva un cambio di passo più deciso nella politica estera vaticana. La Casa Bianca teme infatti che la Cina possa approfittare dell’accordo con Roma per rafforzare la propria influenza sull’America Latina, che è notoriamente a maggioranza cattolica. Il che è visto con preoccupazione da Trump, che ha rilanciato la Dottrina Monroe col chiaro intento di estromettere Pechino dall’Emisfero occidentale. Leone, dal canto suo, sa di doversi muovere con circospezione per evitare strappi traumatici in seno alla Chiesa. Dall’altra parte, però, a ottobre ha sottolineato l’estrema importanza della libertà religiosa, definendola un diritto «essenziale». È quindi su questo terreno che, forse, il Papa e Rubio cercheranno di trovare oggi una convergenza.
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