Le vie attorno al teatro Parenti di Milano sono blindate da polizia e carabinieri. La manifestazione della sinistra, capeggiata da Potere al popolo, arriva puntuale. Soliti slogan e manifesti: «Scacciamo il governo Meloni», «No alla guerra sociale». All’interno del teatro, però, tutto fila liscio. La maratona in sostegno del referendum sulla giustizia del prossimo 22 e 23 marzo prosegue senza interruzioni.
Si alternano sul palco membri del governo, rappresentanti di sinistra, magistrati e vittime della malagiustizia. Cercano di fare chiarezza sulle ragioni del Sì. Anche se chi è qui sa già cosa votare. Una signora attempata si avvicina a una delle organizzatrici: «Scusi, ho 87 anni e so già che metterò la X sul Sì ma», aggiunge scherzando, «se non mi fate entrare a vedere la Meloni mi toccherà votare No». «Lei non ha la faccia di una che è contraria alla riforma», ribatte l’organizzatrice. Una soluzione si trova e il voto si salva.
Sul palco si alternano i sostenitori del Sì: Galeazzo Bignami («La domanda non è “vuoi una magistratura sotto la politica?”. Ma è “vuoi liberare la giustizia dalla politica?”. Perché è quello che noi con questa riforma facciamo. E lo facciamo non per privilegiare una parte o un’altra»); Ignazio La Russa («Chi ha la mia età ed è anche più giovane ricorderà il nostro vecchio slogan: un solo interesse da difendere, l’Italia»); l’ex senatore del Pd, Stefano Esposito, che racconta i suoi problemi con la malagiustizia («Io ne ho persi sette di anni della mia vita. Ma non è un problema di Esposito, ma dei cittadini che non arrivano dove sono arrivato io, perché si fermano prima, perché non ce la fanno più, perché non hanno gli strumenti») e Domenico Pagliari, il cui padre è stato ammazzato da un camorrista per futili motivi. Fatica a parlare, si commuove quando ricorda quel 6 luglio di tanti anni fa, mentre abbracciava il padre insanguinato. Il killer non doveva essere fuori, ma era comunque a Pescara: «Un magistrato gli diede una licenza da passare in un centro Caritas, ma il direttore di questa struttura non era nemmeno stato avvisato». Continua Pagliari, rivolgendosi al magistrato che «liberò» il killer: «Avrai festeggiato tanti compleanni coi tuoi figli e i tuoi nipoti, mio padre no». Per Sabino Cassese, «questi cambiamenti non fanno fare un passo indietro, ma un passo avanti nell’indipendenza dei giudici e dei pm, perché ne specializzano la funzione e ne riconoscono a pieno il ruolo». Un concetto ribadito dal ministro Carlo Nordio: «Questa riforma libererà la magistratura, svincolandola dalle correnti». E poi: «Nei primi anni Ottanta la magistratura godeva della credibilità dell’80%, adesso quasi la metà».
Non appena la Meloni appare sul palco si sente «Giorgia, Giorgia». Saluti e ringraziamenti di rito. Poi il premier entra subito nel vivo. «Siamo concentratissimi sulla crisi internazionale, sulla diplomazia e sulle risposte che dobbiamo dare ai cittadini. Ma dobbiamo dare la giusta attenzione al cambiamento epocale che si presenta in Italia con la riforma della giustizia». Meloni ripercorre le ragioni del Sì, imperniando il proprio discorso su una parola: «Coraggio». Che va «oltre gli allarmismi e le mistificazioni. E soprattutto ci vuole coraggio per cambiare le cose anche perché ogni volta che si vuole cambiare qualcosa in questo Paese si urla subito alla svolta illiberale». Al coraggio, prosegue Meloni, si oppone la paura: «Non abbiate paura di preferire il popolo alle caste. E non abbiate paura di ciò che può permettere all’Italia di tornare a correre». La riforma della giustizia era nel programma e, sottolinea Meloni, «noi siamo responsabili. Quest’ultima parola deriva dal latino e significa rispondere agli altri, a chi ti ha affidato il mandato. Quello che vogliamo dimostrare è che c’è qualcuno che è in grado di rispettare la parola data ai cittadini, anche quando è rischioso». E questo anche se in passato i vertici dell’Anm hanno fatto il possibile per far naufragare altre riforme della giustizia. «Vogliamo sistemare quello che non funziona anche per i magistrati, ma soprattutto per i cittadini. Se la giustizia non funziona, lo pagano i cittadini».
Il premier propone poi un elenco di storie per raccontare la «degenerazione del sistema». Un magistrato viene premiato nonostante abbia fatto passare due anni in più a un innocente in carcere. Un uomo viene accusato di aver ucciso una persona, passa oltre vent’anni in carcere. Poi si scopre che la presunta vittima è viva. Crolla la condanna e lo Stato paga centinaia di migliaia di euro l’indennizzo. Ma i magistrati che avevano sostenuto l’accusa continuano a far carriera. «Dobbiamo restituire ai cittadini piena fiducia nella giustizia. Non è una riforma contro i magistrati ma per tutti loro e per i cittadini».
E poi: «Vorrei ricordare i nomi di alcuni vicepresidenti del Csm... Tutte persone degnissime ma pensate che fossero estranee alla politica? Io penso che debba passare qualche anno per chi è stato in politica per entrare» a far parte dei laici del Csm. Meloni tocca poi il cuore della riforma: «Nel sistema attuale l’appartenenza alla corrente vale più del merito. L’unica differenza in quello che introduciamo noi, è che vale solo il merito. E questo toglie alle correnti l’enorme potere che hanno non verso di noi, ma sui magistrati stessi. Ecco perché io considero che questa sia una riforma fatta per il bene di tanti magistrati capaci che nella loro carriera sono stati mortificati perché non si piegavano alla logica delle correnti».







