«I cittadini dovranno decidere se questa riforma a loro piace oppure no. Non è una riforma per il centrodestra o per il centrosinistra, è una riforma per gli Italiani». «Vogliamo garantire a tutti un processo più giusto affinché non ci siano più disavventure». Lo ha dichiarato il ministro degli Esteri a margine del Pre-summit del Ppe.
Bernardo Lodispoto (Imagoeconomica)
La sinistra sbraita per il premier a «Pulp». Intanto, il capo della Procura di Trani annulla un evento col presidente della Provincia, messo sotto inchiesta dalla suo stesso ufficio. Con buona pace di Nicola Gratteri.
Ufficio complicazione affari semplici. Nel marasma più totale del referendum sulla giustizia dove si è detto e si continua a dire di tutto, dove la campagna referendaria si è trasformata in un palcoscenico dove va in scena la ricerca spasmodica dell’eccessivo e del sensazionale, ci stava bene anche la polemica sulla partecipazione del presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, alla puntata di Pulp Podcast, il programma di Fedez, in onda oggi alle 13.
Il rapper s’inventa una delle sue solite mosse di marketing per far parlare di sé e Meloni coglie al volo l’occasione per rivolgersi al pubblico dei giovanissimi che seguono il podcast, facendo impazzire i compagni.
A parte l’irritazione della sinistra che si è vista derubare ancora una volta la scena dal presidente (Schlein e Conte hanno, infatti, stupidamente declinato l’invito di Fedez), l’aspetto più succoso della vicenda è arrivato da quella volpe di Giovanni Floris. Lo stesso Fedez smaschera una delle sue mascalzonate prese a prestito dalla sua vicina di rete Lilly Gruber.
Ma l’Agcom, come al solito, sbaglia mira e, invece che a La7, spara su Rete4 e la Nove: «Devono riequilibrare gli spazi in favore del No», dicono, «in caso di mancato riequilibrio, entro il 20 marzo, ultimo giorno di campagna elettorale, ci sarà una sanzione pecuniaria». E alla Gruber che invita in studio Formigli e Giannini per parlare solo delle ragioni del No e a Floris che fa un’intervista di mezz’ora a Travaglio solo per stroncare il governo, invece, chi ci pensa?
Comunque, l’ospitata del premier ha fatto trasalire i progressisti, compreso Floris che decide di chiedere a Fedez di inviargli alcuni spezzoni del suo podcast per trasmetterli in diretta. Motivo? Mettere in cattiva luce Meloni. Ma quando Fedez chiede in cambio la presenza in studio su La7 del collega rapper Davide Marra, Floris decide di mandare in onda solo dei virgolettati senza trasmettere i filmati. «Siamo stati contattati dalla redazione di DiMartedì. Ci viene richiesto l’utilizzo di alcuni stralci di nostre puntate: Tajani, Vannacci e Gasparri mi sembra. Chiediamo il motivo. Intuiamo che si voglia mettere degli stralci di puntate, quelli in cui cazzeggiamo e gigioneggiamo, per sminuire i contenuti del podcast», racconta Fedez su Instagram. E aggiunge: «A quel punto diciamo: “Siamo disponibili a darvi queste clip a patto che Marra possa presenziare per difendere l’onorabilità del podcast”. E loro cosa fanno? Non invitano Marra e al posto delle clip mettono tre virgolettati passando sopra a centinaia di puntate fatte in maniera deontologicamente più che professionale».
Bella figura Floris. Quando la volpe non arriva all’uva dice che è acerba e batte in ritirata.
La stessa fuga messa in atto all’ultimo momento dal procuratore della Repubblica del tribunale di Trani, Renato Nitti il quale avrebbe dovuto partecipare domani a un incontro pubblico per il No a Margherita di Savoia, insieme, tra gli altri, al sindaco di Margherita di Savoia e presidente della Provincia di Barletta-Andria-Trani, Bernardo Lodiposto, indagato due settimane fa per corruzione proprio dalla Procura di Trani. Piccolo cortocircuito.
Anche lui però, come Floris, è stato smascherato e a quel punto non ha potuto fare altro che battere in ritirata, rinunciando al comizio. Nitti, mangiato dall’imbarazzo e dalla vergogna, prova a smentire spudoratamente: «Mai prevista la mia presenza». Peccato che il suo nome appariva già sulla locandina del convegno. Bella figura, pure per lui.
Crolla, dunque, l’assunto del procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, secondo il quale solo gli indagati voteranno Sì, visto che anche Bernardo Lodiposto, da indagato, parteciperà ad un convegno per il No, senza Nitti, ma insieme ad altri illustri membri della giustizia pugliese come il sostituto procuratore del tribunale di Trani, Francesco Tosto e il giudice al tribunale di Foggia, Antonio Diella (nonché presidente nazionale del comitato Giusto dire No). Ma il momento delle comiche deve ancora arrivare. Siccome Nitti non voleva proprio rinunciare a parlare del No, allora ha scelto un convegno senza indagato. Sempre domani, alla stessa ora dell’incontro a Margherita di Savoia con Lodispoto, il procuratore di Trani sarà ad Andria a un evento dal titolo «Ragioni del No al referendum» insieme al magistrato Marco Gambardella e all’ex magistrato, Luigi De Magistris.
D’altronde la Puglia non è nuova agli intrighi e intrecci tra politica e magistratura. Basti rileggere la notizia ferale della maxi voragine nella sanità pugliese da 369 milioni di euro che vede come protagonista Raffaele Piemontese, oggi assessore regionale alle Infrastrutture e mobilità ed ex assessore alla Sanità, il quale, come ha scritto La Verità qualche giorno fa, il 14 marzo si è seduto in mezzo a illustri magistrati a un convegno a Vieste organizzato dal Pd dal titolo: «Difendere la Costituzione. Le ragioni del No». Piemontese era accanto al presidente del tribunale di Bari, Alfonso Orazio Maria Pappalardo. Ma a spalleggiare Piemontese c’era soprattutto Enrico Infante, procuratore di Foggia, la città di Piemontese.Quando le comiche sfociano nel grottesco non si ride più.
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«Cari italiani, il 22 e 23 marzo siamo tutti chiamati a votare per il referendum sulla riforma della giustizia: si vota domenica dalle 7 alle 23, lunedì dalle 7 alle 15, presentandosi ovviamente al seggio elettorale con un documento di identità e con la tessera elettorale».
Così il presidente del Consiglio Giorgia Meloni in un video sui social in cui propone una sorta di tutorial al voto, mostrando anche il fac simile del quesito elettorale e facendo vedere la X segnata con la matita sul Sì.
«Questa – dice – è la scheda che troverete al seggio ed è abbastanza semplice: se volete, come spero, confermare la riforma costituzionale della giustizia, dovete mettere una croce sul Sì».
Giorgia Meloni (Ansa)
Cdm straordinario in serata leva di mezzo i palliativi: subito -25 centesimi alla pompa per i prossimi 20 giorni. Salvini incontra i petrolieri e guida il pressing, Meloni sblocca anche il credito d’imposta per i trasportatori.
Giorgia batte un colpo, e lo fa prima del referendum, come avevamo suggerito, sommessamente, noi della Verità. Di fronte alla crescita vertiginosa dei prezzi dei carburanti, conseguenza della guerra in Medio oriente, il consiglio dei ministri ieri sera ha deciso un intervento drastico: taglio delle accise su diesel e benzina per 25 centesimi al litro.
Un intervento che, per 20 giorni, darà un sostanzioso aiuto alle famiglie e agli imprenditori, alle prese con un aumento dei prezzi che alla fine del mese si sarebbe tradotto, senza l’intervento del governo, in un vero e proprio salasso. Previsti inoltre un credito d’imposta al 28% sull’acquisto di gasolio per gli autotrasportatori e il potenziamento dei controlli antispeculazione da parte di Antitrust, Garante dei prezzi e Guardia di Finanza, che potranno segnalare i casi gravi alla magistratura.
Il provvedimento è tutt’altro che un «pannicello caldo»: il taglio delle accise è una misura che già da questa mattina si tradurrà in un corposo risparmio per automobilisti e autotrasportatori che faranno rifornimento alla pompa di benzina, vedendo finalmente sparire il famigerato numero 2 dalle tabelle dei distributori: il diesel scenderà sotto i 2 euro al litro. Una misura che vale per tutti, mentre una delle ipotesi circolate nei giorni scorsi, quella di un bonus per le sole famiglie con un Isee basso, avrebbe escluso dal beneficio milioni e milioni di italiani. Ieri mattina, a Palazzo Chigi, si è svolta una riunione alla quale hanno partecipato il premier Giorgia Meloni, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, con al centro il dossier carburanti, al quale il governo ha lavorato incessantemente in questi giorni, per cercare il modo migliore per fronteggiare l’aumento dei prezzi dopo la crisi in Medio Oriente per la guerra in Iran. Nel primo pomeriggio poi, è stato il vicepremier Matteo Salvini a riunire in Prefettura, a Milano, le compagnie petrolifere. Curiosità: il tavolo avrebbe dovuto in teoria convocarlo, per competenza, il ministro delle Imprese Adolfo Urso, ma è sceso in campo direttamente il vicepremier. Del resto, pochi giorni fa, Urso aveva dichiarato di considerare inefficace il taglio delle accise, criticando i benefici del provvedimento preso nel marzo 2022 dal governo allora guidato da Mario Draghi. Troppo importante fare presto e bene: il malcontento per l’aumento dei prezzi dovuto alla guerra si stava saldando con la campagna elettorale del No al referendum, giunta agli sgoccioli. «Occhio ai rincari», ha scritto domenica scorsa il nostro direttore Maurizio Belpietro, «il portafogli spinge il No. Prima del voto è necessario calmare le acque. Il governo non può porre fine a bombardamenti che non ha scatenato, ma può almeno limitare gli effetti dei rincari di benzina e gasolio. Alle urne non si fa il pieno di carburante, ma disinnescare questa preoccupazione può aiutare a fare il pieno di Sì». Una riflessione che evidentemente ha fatto breccia anche a Palazzo Chigi, convincendo il governo che fosse necessario un provvedimento forte per togliere ai sostenitori del No un’arma impropria, assolutamente strumentale ma potenzialmente efficace.
«Siamo intervenuti in consiglio dei ministri», dice il premier Giorgia Meloni al Tg1, al termine del cdm, «con un decreto che riguarda il prezzo del carburante, la priorità in questo momento. Siamo intervenuti con tre misure: tagliamo di 25 centesimi al litro, introduciamo il credito d’imposta per gli autotrasportatori, perché non vogliamo che l’aumento del prezzo si trasferisca sui prezzi di consumo, e diamo vita al meccanismo antispeculazione che, di fatto, lega il prezzo del carburante all’andamento reale del prezzo del petrolio, introducendo delle sanzioni per chi dovesse discostarsi. Quindi combattiamo la speculazione», aggiunge la Meloni, «e intanto abbassiamo immediatamente il prezzo».
«Con il taglio delle accise deciso dal governo», esulta Massimiliano Dona, presidente dell’Unione nazionale consumatori, «considerando i prezzi medi resi noti oggi dal Mimit, il gasolio in modalità self service in autostrada, nell’ipotesi di prezzi industriali costanti, scenderà a 1,864 euro, con un risparmio per un pieno di 50 litri pari a 15,25 euro; la benzina diminuirà a 1,645 euro con una minor spesa a rifornimento sempre pari a 15,25 euro, mentre nella rete stradale nazionale il gasolio calerà a 1,798 euro e la benzina a 1,562 euro. Il fatto che l'intervento duri solo 20 giorni, non è un problema. Anche il decreto di Draghi durava inizialmente solo 30 giorni e poi veniva prorogato di mese in mese, sia per poter trovare nel frattempo le coperture, sia perché, se la guerra finisce i prezzi scendono, anche se più lentamente, quindi l'abbassamento può essere modulato».
Il cdm di ieri ha inoltre deciso un credito d’imposta del 20% per l’acquisto dei carburanti per il settore ittico, per un valore di 10 milioni di euro. «Il governo», commenta il ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida, «dà un sostegno concreto al settore ittico italiano, con il credito di imposta del 20% per l’acquisto dei carburanti. A partire da domani le nostre marinerie, i nostri pescatori, potranno attutire i rincari del costo del carburante necessario a far lavorare le imbarcazioni. È una misura che ha un impatto sia sulle nostre imprese ittiche che sui cittadini che potranno continuare a scegliere cibo di qualità senza ulteriori aumenti derivanti dall’aumento dei costi di produzione sopportati dai pescatori».
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Matteo Salvini (Ansa)
Il vicepremier ha ricevuto i rappresentanti delle principali compagnie nazionali prima del consiglio dei ministri della serata. «Il ruolo di Giorgetti è stato decisivo».
«Obiettivo tornare sotto i 2 euro al litro e possibilmente sotto l’euro e 90». Così il ministro dei Trasporti e vicepremier Matteo Salvini ha iniziato una giornata che lo ha visto ricevere a Milano in prefettura i rappresentanti delle più importanti compagnie petrolifere che lavorano in Italia per chiedergli di intervenire sul rialzo dei prezzi alle pompe di benzina.
Solo parte di un lavoro che lo ha portato poi, insieme all’esecutivo, a licenziare in consiglio dei ministri un decreto carburanti che prevede «un sostanzioso taglio delle accise che si trasformerà in una riduzione del prezzo di diesel e benzina». Lo ha annunciato lui stesso a Dieci minuti su Rete4 spiegando che si tratta di «un sostanzioso aiuto, ovviamente a tempo. Dalle prossime ore gli italiani pagheranno di meno rispetto a tedeschi, francesi e spagnoli».
Salvini ha spiegato di averci lavorato a lungo con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti aggiungendo anche che il titolare del Mef ha svolto un ruolo «da protagonista. Insieme ad altri colleghi del governo». E poi: «Noi come Lega da giorni sosteniamo che è un momento di emergenza» perché «come qualche anno fa superati i 2 euro al litro per il gasolio, si era sorpassata la soglia d’allarme». Circa la possibilità di renderlo strutturale ha precisato che bisognerà vedere come va il primo mese e «cosa succede in Medio Oriente, cosa succede in Iran, a Teheran e nello stretto di Hormuz. L’auspicio è che non si debba andare avanti per altri mesi perché se fosse così, il problema, ed è emerso al tavolo, non sarebbe quanto costa il carburante ma che non c’è più carburante».
Il tavolo carburanti, secondo Unem, l’associazione che lega le principali imprese che operano in Italia nei settori della raffinazione, si è svolto in «un clima costruttivo e collaborativo». «I principali operatori hanno mantenuto un approccio prudenziale nel trasferire al consumo i rialzi delle quotazioni internazionali» ha precisato l’associazione. Da parte delle imprese c’è stato un «approccio responsabile, in linea con gli inviti provenienti dalle istituzioni, che ha permesso di attenuare gli impatti sui consumatori a discapito dei margini di distribuzione lordi delle singole aziende del settore». Unem nel confronto con Salvini ha anche «illustrato le possibili criticità che potrebbero emergere qualora il conflitto in atto dovesse protrarsi, con particolare attenzione non solo ad una potenziale ulteriore crescita delle quotazioni internazionali, ma anche dell’approvvigionamento di prodotti provenienti dallo stretto di Hormuz».
Il vicepremier leghista ha spiegato che se l’intervento sulle accise non dovesse essere sufficiente e «se ci fosse nelle settimane a venire da parte delle compagnie un aumento che rende vano l’intervento del governo, non staremo fermi».
Non solo compagnie petrolifere ma anche i concessionari autostradali sono stati coinvolti nel ragionamento: «Aggiungeremo anche una richiesta ai concessionari autostradali di tagliare una parte dei loro profitti. Se tutti fanno la loro parte, con la regia del governo, diciamo che gli italiani a breve avranno un po’ di respiro sul caro carburante, sperando che poi la guerra non vada avanti per settimane e per mesi». Sono state le stesse compagnie, infatti, a evidenziare che almeno 10 centesimi al litro fanno riferimento ai concessionari autostradali. «È chiaro che si tratta di contratti fra privati e quindi bisogna fare un intervento che regga giuridicamente che non si esponga al ricorso». Anche se infine ha precisato: «La speculazione non è del benzinaio che è l’ultimo ad avere un margine».
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