Paolo Del Debbio analizza le dinamiche nel centrodestra alla luce della sconfitta al referendum sulla riforma della magistratura, tra le dimissioni di ministri e sottosegretari e l'addio di Maurizio Gasparri al ruolo di capogruppo in Forza Italia.
Il viceministro agli Esteri Edmondo Cirielli (Imagoeconomica)
Il viceministro agli Esteri: «Non faccio ancora il nome del Paese. Rivendico il dialogo coi russi, chi parla alle mie spalle è codardo».
«Siamo in trattativa per aprire un nuovo importante canale di approvvigionamento per il gas, nel nome della sicurezza energetica italiana». Edmondo Cirielli, viceministro agli Esteri in quota Fratelli d’Italia, affronta tutti i temi sul tavolo, dalla crisi internazionale ai dolori post referendum. «Era una buona riforma, ma andava spiegata meglio. L’idea di andare a votare non ha fondamento». E sulla polemica riguardante l’incontro con l’ambasciatore russo: «Qualcuno si comporta in modo codardo parlando alle spalle, ma tutti riconoscono che ho agito bene».
La crisi in Iran sembra inasprirsi, l’inflazione rialza la testa guidata dai rincari energetici. Si va verso il caos?
«Tutti stiamo sperando in una de-escalation. Ma è difficile capire quanto la componente fanatica si stia indebolendo rispetto a quella pragmatica. L’obiettivo è una chiusura e un superamento rapido del conflitto».
Nel frattempo, in Italia la maggioranza fa i conti con la sconfitta referendaria, e si parla di una «fase due» dell’esecutivo. Quale sarà il vessillo politico di questo nuovo corso?
«Io, più di che di fase due, parlerei di continuazione della fase uno. Ora più che mai c’è bisogno di stabilità, per continuare a portare avanti la nostra azione di governo, sia in Italia che all’estero. Giorgia Meloni e Antonio Tajani hanno svolto una grandissima azione diplomatica, tesa a sostenere le nostre esportazioni. E sicuramente bisognerà ripartire dall’economia».
Romperete le regole europee per affrontare il caro bollette? Discuterete della riapertura delle forniture di gas russo?
«Quella russa è una partita molto delicata. L’Italia deve muoversi con intelligenza e intraprendenza, ma all’interno dell’Unione europea. La Meloni è stata in visita in Algeria con successo: adesso non è strettamente necessario ricorrere al petrolio o al gas russo».
L’Italia sta cercando nuovi flussi di gas, dovesse Hormuz restare chiuso a lungo?
«Le alternative le abbiamo già messe in piedi. C’è anche una trattativa importante in corso, riguardante un Paese che per ora non posso nominare, nell’interesse dell’Italia e della sicurezza energetica. Abbiamo lavorato benissimo con l’Algeria e con l’Azerbaigian. Quando altri Paesi avevano rapporti pessimi con Baku per via della questione armena, abbiamo lavorato per la pace, conquistando un ruolo importante nel raggiungimento di quell’accordo».
Il suo incontro con l’ambasciatore russo Paramonov ha destato molto scalpore. L’opposizione ha chiesto le sue dimissioni.
«L’incontro con l’ambasciatore russo non è mai stato un caso reale all’interno del partito. Nessuno mi ha detto che ho sbagliato; anzi, tutti hanno riconosciuto che ho agito bene».
Qualcuno dice che, per via di quell’incontro, nelle ultime ore anche lei ha rischiato la poltrona. È vero, o è «fuoco amico» contro di lei?
«Se qualcuno parla alle spalle con i giornalisti è un problema suo, non del partito. Certamente non sarò simpatico a tutti, anche perché sono uno con consenso, lunga esperienza politica, e con un certo percorso di studi, cosa che in politica non è normalissima».
E quindi?
«Che ci possa essere qualche invidioso è possibile: ma li perdono, li capisco. Resta il fatto che parlare di nascosto con i giornalisti è un comportamento un po’ codardo».
Tajani ha precisato che il suo incontro con l’ambasciatore russo è avvenuto alla luce del sole, e che questa polemica non ha senso. Ma cosa vi siete detti con Paramonov?
«Sono i russi ad averci chiesto un incontro. Io ho ribadito tutte le nostre critiche sull’intervento in Ucraina e su come hanno gestito la vicenda. Loro tiravano fuori il passato, hanno parlato del fallimento degli accordi di Minsk. Io gli ho risposto: non buttatela sul giuridico, avete fatto una guerra, e chi fa la guerra rinuncia al diritto. La conversazione è stata registrata, e tutto si è svolto in maniera trasparente».
Tra Italia e Russia c’è un canale di dialogo aperto?
«Sì, ed è importante. Se vuoi fare la pace, qualcuno deve pur parlare con le persone. È del tutto normale avere rapporti con gli ambasciatori accreditati. Ho incontrato uomini di governo dell’Iran, ho telefonato a personalità importanti del Venezuela».
Tornando in Italia, ha sentito Daniela Santanchè? Perché questo «repulisti» nella maggioranza?
«È stata una mossa basata su valutazioni che il premier aveva già espresso in precedenza, prima del voto. E l’idea era abbastanza condivisa. Mi sembra che Santanchè, Delmastro e Bartolozzi abbiano capito».
Perché non si è intervenuti prima del referendum?
«Forse si è valutato di non procedere prima per non influenzare il voto. Io stimo tutte e tre le persone in questione, ma mi sembra che abbiano concordato con il premier questo percorso: dunque lo considero un incidente chiuso».
Qual è stato l’errore più grande commesso in questa campagna referendaria?
«La sinistra ha diffuso falsità, che a lungo andare sono diventate mezze verità. Forse abbiamo sottovalutato la situazione, anche se fin da gennaio, nella direzione nazionale, avevo paventato questo rischio: pensavamo che certe bugie non avrebbero condizionato l’elettorato. Così non è stato».
Eccessiva politicizzazione?
«Non dovevamo cadere nella provocazione: la sinistra avrebbe cercato di buttarla in caciara proprio perché non aveva argomenti di merito, e puntava allo scontro contro il governo. Giorgia Meloni inizialmente non è scesa subito in campo, però poi lo ha fatto, con i toni giusti. Probabilmente, se tutti avessero condotto la campagna come lei sin dall’inizio, sarebbe andata diversamente».
Cause esterne?
«Probabilmente anche la tensione legata al conflitto in Medio Oriente ha creato qualche preoccupazione nell’elettorato. Una cosa è certa, guardando ai flussi elettorali: non è una sconfitta del governo. È una sconfitta ristretta al tema della giustizia, perché i nostri elettori non hanno capito la riforma. E non l’hanno capita perché l’abbiamo spiegata male».
Un’Italia spaccata?
«Sì, il dato vero che emerge è che esiste una spaccatura nella società. Tendenzialmente metà della popolazione era determinata a cambiare le cose, e ha votato Sì. Anche le opposizioni non dovrebbero ignorare questa metà del Paese, tanto più che molta gente di sinistra ha votato a favore».
I magistrati a Napoli intonano «Bella Ciao».
«Sentire i cori contro il premier e contro il sostituto procuratore Imparato, è stata una grande delusione. Sono un ufficiale dei Carabinieri, mio fratello indossa la toga, e ho una considerazione straordinaria nei confronti della magistratura. Ma quelle immagini fanno malissimo».
Teme vendette della magistratura nei confronti della classe di governo?
«Non più di tanto. Come è accaduto in passato, c’è qualche magistrato ideologizzato e politicizzato; quelli che lo erano prima, lo sono anche adesso. Chi abusa del proprio potere continuerà a farlo. Credo però che la stragrande maggioranza dei magistrati continuerà a fare il proprio lavoro con serietà e onestà».
Qualcuno nella maggioranza preferirebbe andare a votare.
«Sono voci che non ho sentito. E non mi sembrano fondate. Io credo che il governo stia facendo bene, soprattutto in materia di economia, lavoro, fisco e stabilità finanziaria, e ci stiamo muovendo bene all’estero, nonostante una situazione davvero complicata».
Dunque?
«Non dobbiamo piangerci addosso: abbiamo governato bene e non abbiamo niente di cui vergognarci. I governi di sinistra che ci hanno preceduto hanno accumulato 1.500 miliardi di nuovi debiti, da Monti fino all’arrivo di Giorgia Meloni. Noi invece stiamo risanando, abbiamo migliorato lo spread, abbiamo fatto cose straordinarie. Non riconoscerlo solo perché c’è stata una battuta d’arresto, sarebbe sbagliato. La riforma era giusta: io la rivendico».
Le riforme finiranno nel cassetto, per evitare altre delusioni?
«Al contrario, le riforme importanti vanno portate avanti. La giustizia riguarda tutti. E occorre cambiare la legge elettorale, anche ascoltando l’opposizione, con chiarezza».
Francamente, è difficile riesumare il premierato, vista la situazione.
«Sapevamo già che il premierato non sarebbe stato varato in questa legislatura. Adesso abbiamo davanti solo un anno e mezzo: mi sembra veramente improbabile».
È rimasto deluso dal voto in Campania?
«A parte Napoli e provincia, dove c’è stato un voto molto netto, nel resto della Campania il risultato è finito più o meno uno o due punti sotto la media nazionale. Nelle grandi aree metropolitane qualcosa non ha funzionato e bisognerà valutarlo attentamente dal punto di vista politico».
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Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti (Ansa)
In Aula la norma con gli aiuti energetici. Se il conflitto in Medio Oriente si allunga non basteranno. Serve un altro taglia-accise.
Israele intensifica le operazioni contro Teheran, il Pentagono è pronto a settimane di operazioni a terra in Iran e il segretario di stato americano Marco Rubio avverte del rischio di prolungate interruzioni nello Stretto di Hormuz con conseguente protrarsi della guerra per un altro mese.
Più che i prezzi è il tempo che peserà sull’economia globale tanto che i mercati finanziari internazionali restano appesi a ogni dichiarazione ufficiale per «governare» la volatilità dei titoli. Nell’incertezza delle prospettive Citigroup ha avvertito: «Le turbolenze in Medio Oriente presentano rischi significativi al ribasso per l’economia globale che potrebbe entrare in stagflazione e cioè “crescita ostacolata e aumento dell’inflazione, anche perché le banche centrali saranno costrette ad aumentare i costi di finanziamento per arginare lo shock inflazionistico causato dal settore energetico».
Per il nostro Paese, proprio gas e petrolio restano le materie prime che più pesano nelle tasche e sulle bollette dei cittadini a causa dei continui rincari. Arriva oggi alla Camera il decreto Bollette. Tra le novità una legata al bonus sociale: il presidente della commissione Attività produttive Alberto Gusmeroli, ha infatti fatto sapere che “anche le famiglie che hanno il teleriscaldamento possono accedere al bonus sociale in base all’Isee». Il leghista ha spiegato che finora, «mentre nei settori dell’energia elettrica, del gas e del servizio idrico erano già previsti strumenti di sostegno per i nuclei familiari in difficoltà, gli utenti serviti dal teleriscaldamento restavano esclusi. Ora rimediamo a una disparità evidente e rafforziamo concretamente il contrasto alla povertà energetica». Il teleriscaldamento in Italia «serve infatti circa 1,36 milioni di alloggi, equivalenti a oltre 2,5 milioni di cittadini». Previste anche le modifiche che estendono la vita delle centrali a carbone, penalizzate dalla politica woke dell’Ue, al 2038. La boccata d’ossigeno per automobilisti e autotrasportatori dal taglio delle accise con uno sconto di circa 25 centesimi sulla benzina e 12 centesimi sul Gpl è invece in scadenza. Il provvedimento introdotto con un dl per bloccare la speculazione scadrà il prossimo 7 aprile e non è ancora chiaro se il governo prorogherà lo sconto o ne introdurrà un altro. Possibilmente senza creare tensioni come accaduto per il taglio del credito d’imposta per gli investimenti in energia rinnovabile ovvero il ridimensionamento degli incentivi alle imprese (il 35% delle risorse prenotate) per Transizione 5.0 varato venerdì dal governo che ha provocato la rabbia di Confindustria. «È la rottura del patto di fiducia», ha detto il presidente di Confindustria Emanuele Orsini mentre Il ministro Giancarlo Giorgetti aveva motivato la scelta con la necessità di confrontarsi con le imprese per capire le nuove urgenze di sostegno, a seguito dell’impatto della guerra. Se ne discuterà mercoledì al Ministero delle Imprese e del Made in Italy.
Nella ricognizione effettuata dalla Cna è l’energia elettrica a guidare la classifica dei rincari seguita da rame, ferro, alluminio e carburanti mentre si registrano rialzi un po’ più contenuti per l’acciaio. Ma non va per nulla bene neppure sul piano della logistica e dei trasporti, con noli marittimi in crescita per la quarta settimana consecutiva. Crescono nel frattempo i timori per il calo di produzione anche dell’elio, un sottoprodotto del gas naturale fondamentale per la produzione di microchip, compresi quelli utilizzati per alimentare il boom globale dell’intelligenza artificiale, nonché per il funzionamento di alcuni dispositivi medici.
Intanto sono state le tensioni geopolitiche a spingere Moody’s a rialzare le stime sull'inflazione per quest’anno che passano dall’1,8% al 2,1%. Per il prossimo anno l’agenzia stima una crescita del Pil italiano a +0,8% con un’inflazione al 2%. E sempre causa guerra sono in aumento i rendimenti del debito pubblico nei Paesi europei e negli Usa. Gli investitori chiedono rendimenti più elevati, mentre la fiducia nell’economia globale cala. I titoli a 2 anni, più sensibili alle aspettative sui tassi nel breve periodo, sono saliti più rapidamente dei decennali, in un classico movimento di bear flattening (appiattimento ribassista), mentre i rendimenti sulle scadenze più lunghe riflettono i timori per l’impatto frenante sull’economia del rincaro dell’energia.
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Maurizio Lupi (Ansa)
Il capo di Noi Moderati: «Ora la priorità è aiutare famiglie e imprese. Mi auguro che sulla legge elettorale l’opposizione dialoghi. Il candidato sindaco di Milano? Non un civico».
Il momento è tribolato.
«Ogni maratoneta sa che una corsa è lunga quarantadue chilometri».
Dunque?
«Nei primi trentacinque va tutto magnificamente: hai energie, sei fresco, gara bellissima».
E poi?
«Gli ultimi sette chilometri, quando arriva la crisi, sono i più difficili».
Maurizio Lupi, infaticabile runner e leader di Noi Moderati, esorta a non mollare.
«Quattro anni fa abbiamo ricevuto un mandato dagli elettori. Ci siamo impegnati a garantire stabilità e autorevolezza, dando risposte concrete: come i 21 miliardi investiti per diminuire le tasse e aumentare gli stipendi».
Manca un anno al traguardo.
«Ho corso per sedici volte la maratona di New York. Bisogna aver chiaro l’obiettivo: cambiare il Paese. Per questo credevamo e crediamo ancora nella riforma della giustizia»
Peggio di così non poteva andare.
«I contrari hanno vinto nettamente. Ma questo referendum ha dimostrato che in Italia trionfa sempre la democrazia. C’è ancora chi pensa: se i cittadini ci votano, sono i migliori; se sono contro, diventano brutti e cattivi».
Se l’aspettava?
«Nelle ultime settimane i toni si erano alzati. Questo normalmente allontana i moderati dal voto. Poi, la situazione internazionale ha certamente impaurito molti: la fiducia dei consumatori in Europa è scesa del 16% negli ultimi due anni. Tanti non scelgono il cambiamento, ma cercano rifugio nella conservazione».
Serviva la pacatezza centrista?
«Ricordo lo slogan con cui il grande Mitterrand vinse le presidenziali francesi: “La forza tranquilla”».
Cosa avete sbagliato?
«A me piacciono tutti gli sport, non solo la maratona. Uso allora un’altra metafora: spesso ci hanno fatto falli da espulsione, a volte abbiamo risposto con falli di reazione. È stato un errore».
Tanti magistrati hanno festeggiato a Napoli cantando Bella ciao.
«Questo preoccupa sia noi che i nostri elettori. Adesso però si depongano le armi. Sulla giustizia serve dialogo».
Il sottosegretario Fazzolari, braccio destro e sinistro della premier, teme la vendetta delle toghe.
«Farebbe male innanzitutto alla magistratura».
È già deflagrata l'inchiesta sulle partecipate di Stato.
«Spero di non dover arrivare a citare uno dei miei maestri: Giulio Andreotti».
«A pensar male si fa peccato, ma molto spesso ci si azzecca».
«Adesso però evitiamo di immaginare complotti. Confido nella collaborazione tra politica e magistratura».
Il morale è basso.
«Usciamo da questo sconfittismo. Abbiamo combattuto con passione e abbiamo preso una botta. Ma il campo largo si illude: i contrari alla separazione delle carriere non sono una maggioranza politica».
La batosta ha innescato illustri dimissioni: Delmastro, Bartolozzi e Santanchè.
«Hanno lasciato dopo grande travaglio, con senso di responsabilità».
È stata Meloni a chiedere quei passi indietro.
«Resta un anno di governo. Credo che Giorgia non voglia dare ulteriori spunti all’opposizione per polemiche strumentali e ideologiche».
Persino l’inossidabile Gasparri non è più capogruppo di Forza Italia al Senato.
«Se il mio amico Maurizio lascia, va a fare qualcosa di più importante: infatti diventerà presidente della commissione Esteri».
Quattro addii: un terremoto.
«Ma perché un terremoto? Piuttosto, la sconfitta valga da insegnamento per il futuro: prima di fare un referendum sulle riforme costituzionali, occorre adoperarsi per trovare un accordo. Altrimenti, il voto diventerà sempre politico».
L’opposizione evoca elezioni anticipate.
«Dimettersi sarebbe da irresponsabili, soprattutto in un momento difficile come questo. Nessuno di noi l’ha mai minimamente pensato».
Dopo la giustizia, toccherebbe alla «madre delle riforme»: il premierato. Non sembra aria, però.
«Il responso è stato chiaro: per adesso la Costituzione non si può toccare. E comunque ora dobbiamo concentrarci su altro: decreto fiscale, politica economica, piano casa».
Bisognerà anche approvare la nuova legge elettorale. Lo Stabilicum non convincerebbe però tutta la maggioranza.
«Il testo che abbiamo presentato è una base di discussione e confronto. Mi auguro che non si faccia muro contro muro. Avere una buona legge è anche nell’interesse dell’opposizione».
Ridiscuterete delle preferenze?
«Su questo dovremo confrontarci ancora, ma rimane il modo migliore per far riavvicinare i cittadini alla politica. Noi presenteremo un emendamento».
Si dibatte sul generoso premio di maggioranza.
«Se per la sinistra deve essere più basso, ne possiamo discutere. Pongo però una domanda: perché il modello con cui votano nelle regioni, apprezzato da tutti, non andrebbe bene per il Parlamento?».
Pure gli avversari vorranno evitare lo stallo?
«Immagino di sì. Per questo credo nella collaborazione. Possiamo approvare la legge elettorale da soli, ma sarebbe insensato decidere di non discuterne».
La vittoria referendaria ha galvanizzato le truppe. Preparano già la lista dei ministri.
«È giusto che anche loro, ogni tanto, si prendano qualche soddisfazione. Non si può sempre fare cappotto».
Stavolta promettono di non litigare.
«Un conto è unirsi per dire no. Un altro è condividere i programmi. Qual è la politica estera? E cosa farebbero per l’economia? Grazie a Dio, però, sono problemi che non ci riguardano. Noi stiamo benissimo così. Dobbiamo ringraziare Silvio Berlusconi, Umberto Bossi e Gianfranco Fini che nel 2001 hanno fatto un capolavoro: la Casa delle libertà».
Conte e Schlein scalpitano per le primarie.
«Assisteremo con fiducia a questa sfida meravigliosa, organizzata dal mio amico Matteo Renzi».
I primi sondaggi incoronano il leader dei 5 stelle.
«Possiamo solo preparare i popcorn. Da trent’anni noi fortunatamente abbiamo una regola condivisa: la coalizione presenta un programma, poi il leader lo scelgono gli elettori votando i partiti».
Le politiche del 2027 sembravano una formalità.
«Fino a oggi abbiamo dimostrato grande responsabilità, superando periodi difficilissimi. Agli smemorati ricordo: pochi mesi dopo la nascita del governo, scoppiò la guerra in Ucraina».
Il prezzo del gas aumentò di dieci volte.
«Dicevano che era impossibile farcela, invece ne siamo usciti. Sono seguiti anni di crescita».
E adesso?
«Nell’ultima riunione con i leader ci siamo dati una priorità: aiutare famiglie e imprese, dopo i timori di recessione causati dalla guerra nel Golfo. Vista la situazione, sarà decisivo anche accelerare sul disegno di legge per tornare al nucleare. Il piano energetico sembrava una parolaccia. Ora sappiamo che, senza autonomia nell’approvvigionamento, perfino il pane costa di più».
Al Sud la sconfitta è stata schiacciante.
«Un voto di protesta e paura. Pensare che vogliano tutti il reddito di cittadinanza è un cliché che non dà dignità a quelle regioni. Significherebbe seguire il ragionamento di Gratteri, per cui solo le persone per bene avrebbero votato No».
I contrari hanno trionfato pure nelle regioni meridionali guidate da voi.
«È stata anche colpa nostra: avremmo dovuto mobilitare di più».
Le prossime elezioni si vinceranno al centro o sobillando i pro Pal?
«Mi auguro che il campo largo rifletta sul pastrocchio che sta costruendo. Pur di spuntarla, provano a metter insieme tutto e il contrario di tutto».
Si voterà anche per scegliere il sindaco di Milano, la sua città.
«Il centrodestra non vince da quindici anni. Più che andare alla ricerca del civico giusto, forse dovremmo elaborare una proposta credibile per amministrare questa città, meravigliosa ma piena di contraddizioni: gli affitti insostenibili, i giovani che scappano, le periferie dimenticate, l’allarme sicurezza».
La Russa è sicuro di avere individuato il candidato giusto: lei.
«Definiamo il programma entro l’estate, poi si penserà al resto».
Urge un nome.
«Pensare che il civico di turno risolva i problemi è un errore madornale. Anche perché in giro non si vedono Mandrake o Superman».
Quelli che cerca Forza Italia?
«Serve una persona che porti realismo, concretezza e moderazione».
Lupi, praticamente.
«Questo lo dice Ignazio».
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Il cardinale Pierbattista Pizzaballa (Ansa)
Il Patriarca latino di Gerusalemme e il Custode ufficiale della chiesa sono stati bloccati dalle autorità dello Stato ebraico mentre si recavano nella chiesa per celebrare la Domenica delle Palme. Meloni: «Un’offesa non solo per i credenti ma per tutti».
L’ultimo contatto è stato il 18 luglio quando Prevost ha chiamato Netanyahu dopo i bombardamenti della chiesa di Gaza per dire: cessate il fuoco e non fate diventare i luoghi di culto bersagli. Poi un lungo silenzio nonostante Leone XIV abbia ribadito «non tolleriamo l’antisemitismo e lo combattiamo, vogliamo approfondire il dialogo con i fratelli ebrei nonostante i malintesi attuali».
Ma ieri non è stato un malinteso è, come ha detto il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, bensì «un’offesa, non solo per i credenti». Benjamin Netanyahu è andato molto oltre il consentito. La polizia israeliana ha impedito al Patriarca di Gerusalemme il cardinale Pierbattista Pizzaballa - che ha ottimi rapporti col rabbinato italiano - e al Custode di Terra Santa padre Francesco Ielpo di entrare nella chiesa del Santo Sepolcro, nella parte antica di Gerusalemme, per celebrare la Messa della Domenica delle Palme: liturgia essenziale ed esiziale per i cattolici. Sono stati bloccati e costretti a forza dai gendarmi a tornare indietro. Non era mai avvenuto prima. Il patriarcato di Gerusalemme ha reagito: «Questa decisione affrettata e fondamentalmente errata, viziata da considerazioni improprie, rappresenta un’estrema violazione dei principi fondamentali di ragionevolezza, libertà di culto e rispetto dello status quo». Dal Patriarcato si sottolinea: «Si tratta di un grave precedente, s’ignora la sensibilità di miliardi di persone in tutto il mondo che, durante questa settimana, guardano a Gerusalemme».
Il cardinale Pizzaballa ha fatto sapere che le «autorità religiose hanno sempre rispettato le disposizioni di sicurezza» con padre Ielpo «esprimono il loro profondo rammarico ai fedeli cristiani in Terra Santa e in tutto il mondo per il fatto che la preghiera in uno dei giorni più sacri del calendario cristiano sia stata così impedita». Sul monte degli Ulivi si è comunque tenuta una celebrazione senza fedeli né giornalisti. Dal Getsemani Pizzaballa ha ribadito: «Oggi i nostri fratelli e sorelle non possono unirsi alle voci della processione, oggi portiamo la croce. Una croce che non è un peso per noi, ma la fonte della vera pace». Il Vaticano ha reagito con forza, con Papa Leone XIV, che pensa a Pizzaballa come successore del cardinale Pietro Parolin alla segreteria di Stato, che ha lanciato, durante l’Angelus di ieri, un segnale chiaro: «Siamo più che mai vicini con la preghiera ai cristiani in Medioriente che soffrono le conseguenze di un conflitto atroce e, in molti casi, non possono vivere pienamente i Riti di questi giorni santi».
Il rifiuto d’Israele si è invece trasformato in un caso diplomatico tra Roma e Tel Aviv. Giorgia Meloni ha telefonato a Pizzaballa esprimendolo a lui e padre Ielpo la solidarietà del Governo italiano e ha sottolineato: «Il Santo Sepolcro di Gerusalemme è luogo sacro della cristianità, e in quanto tale da preservare e tutelare per la celebrazione dei riti sacri». Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha convocato per oggi l’ambasciatore israeliano e ha dato mandato al nostro ambasciatore in Israele di esprimere «il nostro sdegno e confermare la posizione italiana a tutela, sempre ed in ogni circostanza, della libertà di religione; piena solidarietà al cardinale Pizzaballa e padre Ielpo, è inaccettabile aver loro impedito di entrare nella Chiesa del Santo Sepolcro».
Dello stesso tenore le dichiarazioni di Guido Crosetto, Matteo Salvini, Stefania Craxi e del presidente della Camera Lorenzo Fontana. La segretaria del Pd Elly Schlein accusa: «La violenza cieca e la protervia senza limiti del Governo israeliano ha raggiunto anche uno dei luoghi più sacri della Cristianità, offendendo la dignità dei credenti e umiliando l’intera comunità cristiana. Il Governo italiano esprima forte la sua condanna e prenda una volta per tutte le distanze dal criminale Governo Netanyahu». Anche il presidente francese Emmanuel Macron su X si è espresso: «Condanno la decisione della polizia israeliana che si aggiunge alla preoccupante moltiplicazione delle violazioni dello statuto dei luoghi santi di Gerusalemme; la libertà di culto deve essere garantita per tutte le confessioni».
Mentre a Gaza padre Gabriele Romanelli con decine di fedeli riuniti per «le palme» nella chiesa della Sacra Famiglia esortava a pregare «per la comunità cristiana di Gerusalemme, che quest’anno non può celebrare questa solennità come al solito» da Tel Aviv hanno tentato una qualche spiegazione. L’ambasciatore in Italia Jonathan Peled illustra: «I Luoghi Sacri di Gerusalemme, incluso il Muro del Pianto, sono attualmente chiusi ai fedeli di tutte le religioni: ebraica, cristiana e musulmana. Ciò si è reso necessario a seguito dei missili lanciati verso Israele dal regime iraniano, ma Israele sta lavorando per individuare una soluzione alternativa, ribadendo che la protezione della vita umana deve prevalere su ogni altra considerazione».
Secondo la polizia di Gerusalemme il cardinal Pizzaballa era stato ampiamente avvertito: la sua richiesta esaminata sabato scorso non poteva essere approvata esclusivamente per motivi di sicurezza, con l’obiettivo primario di salvaguardare la vita umana dato che i luoghi santi sono sprovvisti di rifugi. Secondo la polizia il porporato cattolico avrebbe forzato il blocco da qui l’allontanamento perché «la libertà di culto continuerà ad essere tutelata, fatte salve le necessarie restrizioni».
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