Il fronte libanese resta incandescente e, questa volta, a essere colpiti sono anche i caschi blu. Un’esplosione avvenuta ieri pomeriggio in un sito delle Nazioni Unite vicino a Odaisseh ha ferito tre militari, due dei quali in modo grave. L’origine resta ancora sconosciuta, ma il segnale è chiaro: la missione Unifil si trova ormai nel pieno di un conflitto che non ha più nulla del peacekeeping tradizionale. Sul terreno, infatti, il ritmo degli scontri ha ormai raggiunto livelli da guerra aperta: oltre 100 lanci quotidiani da parte di Hezbollah e circa 300 attacchi israeliani al giorno.
La giornata, del resto, è stata segnata da un’escalation continua. L’esercito israeliano ha annunciato di aver ucciso 15 miliziani di Hezbollah nel Sud del Libano, sostenendo che stavano preparando un attacco. Nelle stesse ore, l’Idf ha avvertito la popolazione della valle della Bekaa di evacuare l’area in vista di raid contro due ponti strategici, quelli di Sohmor e Mashghara, per interrompere il flusso di rinforzi e armamenti ai miliziani pro Teheran. Parallelamente, nuovi attacchi hanno colpito i quartieri meridionali di Beirut, roccaforte di Hezbollah, mentre l’ambasciata Usa ha invitato i propri cittadini a lasciare il Paese, avvertendo che le università libanesi potrebbero diventare obiettivi di attacchi da parte di gruppi legati all’Iran.
In questo contesto, Israele sta dettando una linea sempre più dura. Il ministro della Difesa, Israel Katz, ha parlato apertamente della necessità di smantellare l’arsenale di Hezbollah «con mezzi militari e politici», arrivando a evocare la distruzione dei villaggi di confine sul modello di quanto avvenuto a Rafah e Khan Younis nella Striscia di Gaza. Una posizione che, tuttavia, si scontra con le valutazioni più caute degli stessi vertici militari: secondo fonti dell’Idf, disarmare Hezbollah richiederebbe di fatto l’occupazione dell’intero Libano. Uno scenario che, obiettivamente, al momento appare fuori portata.
Da qui prende forma un’altra opzione sul tavolo: la creazione di una zona cuscinetto nel Sud del Paese, larga tra i due e i tre chilometri lungo il confine con Israele. Il piano dell’esercito prevede l’evacuazione della maggior parte dei civili dai villaggi interessati e l’assenza di avamposti permanenti, con l’obiettivo di impedire il ritorno dei miliziani di Hezbollah e ridurre il rischio di contatti diretti con la popolazione. Una soluzione che, di fatto, significa militarizzare l’intera area, cristallizzando e normalizzando il conflitto.
Tra l’incudine libanese e il martello israeliano restano, sempre più esposti, i contingenti internazionali. L’esplosione di ieri e la serie di incidenti registrati negli ultimi giorni confermano che i caschi blu operano ormai in un contesto per il quale non sono stati pensati, senza strumenti adeguati a difendersi in uno scenario di guerra aperta. Di qui la mossa italiana. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha inviato una lettera al segretario generale dell’Onu, António Guterres, chiedendo una revisione delle regole d’ingaggio della missione Unifil. La richiesta, coordinata con Francia e Spagna, è perentoria: o si rafforza il mandato, consentendo ai militari di operare in condizioni di maggiore sicurezza, oppure si dovrà valutare un ritiro anticipato del nostro contingente. Una posizione che riflette la crescente preoccupazione per l’incolumità dei circa 1.300 militari impegnati nell’area. D’altronde, proprio il giorno precedente, la base italiana a Shama era stata colpita da un razzo, senza provocare feriti. Ma non è detto che la prossima volta i nostri soldati saranno così fortunati.






