È uno degli ultimi colpi di coda del Superbonus. La misura vessillo del M5s tiene ancora sotto stress i conti pubblici, ostacolando la discesa del deficit sotto la fatidica soglia del 3% stabilita dal Trattato di Maastricht per consentire ai Paesi di usare di più la leva della spesa. Secondo le stime dell’Istat, nel 2025 il deficit misurato in rapporto al Pil è stato pari al 3,1%, in miglioramento rispetto al 3,4% del 2024 anche se oltre il limite di un decimo relativo agli accordi dell’Unione europea. Nel Dpfp (il Documento programmatico di finanza pubblica) di ottobre scorso, con l’aggiornamento degli obiettivi di finanza pubblica il governo stimava di raggiungere il 3,0%. I tecnici della Commissione Ue erano stati anche più ottimisti e a metà novembre avevano ipotizzato un disavanzo italiano al 2,98%.
I dati dell’Istat erano molto attesi poiché una discesa sotto il 3% avrebbe infatti consentito all’Italia di uscire dalla procedura di infrazione Ue per deficit eccessivo e di avviare già da quest’anno il rilancio degli investimenti nella Difesa con i prestiti comunitari del programma Safe, attivando la clausola di salvaguardia che esclude dai calcoli sul rispetto del Patto di stabilità una spesa aggiuntiva fino all’1,5% del Pil. Alla luce dei conflitti internazionali e della necessità di implementare l’apparato bellico, ecco che il balletto dei decimali diventa decisivo.
In una nota a piè di pagina, l’Istat sottolinea che «il conto è suscettibile di modifiche, se dovessero essere disponibili informazioni più aggiornate», pur precisando in un altro passaggio che l’utilizzo di questa finestra per rivedere i dati avviene «raramente».
L’ultima parola, però, a questo punto spetta all’Eurostat nella notifica attesa per il 21 aprile. Se l’indebitamento sarà confermato al 3,1%, l’obiettivo di uscita dalla procedura d’infrazione si sposta al 2027 con la conseguenza che il rifinanziamento del comparto della Difesa slitta di un anno. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, a più riprese, rintuzzando le polemiche dell’opposizione, ha sottolineato che questo percorso si sarebbe svolto «senza togliere un euro» alle spese per la Sanità o il Welfare proprio in virtù del calo del deficit in anticipo sui tempi. Ora, però, quel paio di decimali in più rendono complicata la richiesta dei fondi del programma Safe (fino a 14,9 miliardi per l’Italia), che in quanto prestiti pesano sull’indebitamento netto. Questo pone l’Italia in una situazione difficile sul piano internazionale, poiché rallenta l’avvio dell’attuazione degli impegni assunti con i partner dell’Ue e dell’Alleanza atlantica proprio mentre i conflitti si allargano.
Questo spiega la cautela di Giorgetti nel commentare la valutazione Istat che «va capita», ovvero approfondita, e che comunque «è provvisoria, prima delle comunicazioni che l’Italia farà all’Ue».
Il nostro Paese risulta quello più «in salute» nella Ue come emerge da un report dell’Ufficio parlamentare di bilancio. La Francia ha un deficit del 5,4% e la Germania viaggia sul 3,3% e per il 2026 prevede un incremento fino al 4,8% del Pil.
Una cosa è certa, però, in questo gioco tra stime e conferme, ed è l’impatto della maxi agevolazione fiscale introdotta dal governo Conte II, sui conti pubblici. «Peccato per il colpo di coda del Superbonus nei condomini, causa principale del dato diffuso oggi», ha detto Giorgetti. Il che ha scatenato la replica piccata dei 5 stelle, punti nel vivo. Il vicepresidente del Movimento, Stefano Patuanelli, ha arringato stizzito che «la misura non influisce sul deficit», piuttosto «significa che nonostante la folle austerità che avete imposto e il record di pressione fiscale che avete raggiunto, non siete nemmeno riusciti a portare il deficit sotto il 3%».
I 5 stelle però dimenticano che lo scorso anno il Superbonus ha portato una spesa di altri 5,3 miliardi che incidono sull’indebitamento netto, accanto ai 44,2 miliardi di crediti d’imposta riconosciuti in passato e utilizzati nel 2025 che pesano invece sul debito. Non spiccioli. L’Istat riporta anche l’aumento del debito al 137,1% dal 134,7% del 2024. Ma su questa tendenza, pesano le maggiori disponibilità liquide del Tesoro.
Un altro dato atteso era l’andamento del Pil che nel 2025 è cresciuto un modesto 0,5% ma in linea con il programma di finanza pubblica.
Il saldo primario (indebitamento netto meno la spesa per interessi), in rapporto al Pil è migliorato (+0,7% dal +0,5% nel 2024). Significa che senza il fardello del debito, lo Stato sarebbe in attivo di circa 15 miliardi.
Le importazioni sono salite del 3,6% e le esportazioni dell’1,2%. La domanda nazionale al netto delle scorte ha contribuito positivamente alla dinamica del Pil per 1,5 punti percentuali. Il valore aggiunto, calcola ancora l’Istat, ha registrato aumenti dello 0,3% nell’industria, del 2,4% nelle costruzioni e dello 0,3% nelle attività dei servizi, mentre si è registrata una lieve flessione dello 0,1% nell’agricoltura, silvicoltura e pesca.















