Era talmente chiara a La Verità la strategia dell’ex premier e leader di Italia viva, Matteo Renzi, che gli sono bastate poche ore per tirare giù le carte. «La disponibilità del sindaco di Genova, Silvia Salis, a correre come candidata premier se invocata da tutti i partiti del centrosinistra è una buona notizia, ma la leadership politica si conquista sul campo, misurandosi con gli altri, non attraverso un’incoronazione. Fossi in lei, mi candiderei alle primarie. Se vince, si prende Palazzo Chigi.
Se non vince, guida una lista riformista che a quel punto va oltre il 10% ed è decisiva per sconfiggere la destra». Renzi lo dice in un’intervista a La Stampa e mette sul tavolo la strategia per riconquistare uno spazio per sé senza metterci la faccia. «Spero che Salis cambi idea e vinca il pregiudizio antiprimarie», ha aggiunto, «i gazebo sono una festa di popolo, non una minaccia».
E poi, per quanto riguarda il candidato premier, aggiunge: «Io sceglierò un candidato riformista. Quindi, né Schlein, né Conte». Proprio quello che scriveva il direttore Maurizio Belpietro. «Il «Bullo» sponsorizza l’ascesa di Silvia Salis così da indebolire Conte e Schlein».
Poi ammorbidisce spiegando che «è evidente che molto dipende dalle regole delle primarie e da ciò che diranno i candidati. Se al secondo turno fossi chiamato a scegliere tra Schlein e Conte, voterei Elly». Ma, precisa Renzi, se vincerà Conte alle primarie, «lo sosterrò lealmente. Questo è il bello delle primarie: chi vince ha il diritto e il dovere di governare». Sui tempi, ipotizza che le primarie si possano celebrare «tra un anno, a marzo 2027. Ma i partiti della coalizione dovrebbero firmare ora una nota congiunta e avviare il tavolo delle regole e del programma».
Ma è nel suo intervento alla kermesse «Le primarie delle idee» che chiarisce quale sia il vero obiettivo: «Sono preoccupato dal fatto che Ignazio La Russa possa essere il prossimo presidente della Repubblica», ha dichiarato senza remore, aggiungendo che «il centrosinistra è chiamato a vincere le prossime elezioni per poter eleggere al Quirinale un presidente europeista e non sovranista». E ci vuole Lucio Malan, presidente dei senatori di Fratelli d’Italia, per ricordare che «il presidente La Russa ha sempre credibilmente dichiarato di non essere minimamente interessato all’ipotesi di candidatura a presidente della Repubblica», per far capire quanto sia strumentale il suo discorso. Perché il metodo è sempre lo stesso: crea «il mostro», meglio se sovranista (che fa sempre rima con fascista), e organizza un blocco di opposizione che voti compatto e vinca le elezioni, poi poco importa se si sta insieme senza idee e progetti comuni.
Eppure Renzi mette giù scenari: «Io penso che il centrosinistra avrà ovviamente la presenza del Partito democratico, del Movimento 5 stelle, a sinistra di Avs, e nell’area più centrale riformista, una casa riformista, la chiamo io, che tenga insieme le esperienze di Italia viva e di tanti altri. Secondo me, con questo sistema a quattro gambe, una più centrista, una il Pd, una il Movimento 5 stelle e una più di sinistra come Avs, andiamo a vincere», ha aggiunto. «Ci sono persone del Pd ma anche di altri partiti, ed è bello così. Il nostro è uno spazio aperto senza simboli di partito». Per Renzi è bello così, chi c’è, c’è. Giustamente, considerato che il suo partito supera a malapena il 2%. Poi commenta la leadership del segretario del Pd, Elly Schlein: «È sicuramente un’ottima candidata, ha vinto le primarie nel suo partito qualche anno fa ed è evidente che, se ci saranno le primarie, sarà una delle candidate». Infine, infila una stoccatina a Maurizio Landini: «Se vuole correre alle primarie, cosa che lui ha già detto di non voler fare, avrebbe tutto il diritto di farlo. Ma una cosa è correre alle primarie e un’altra è consegnare il centrosinistra alla Cgil». Perché «chi come me ha altre idee, non lo farà mai: Landini è il benvenuto alle primarie come tutti, ma non si sostituisce il centrosinistra con la Cgil».
«Io sono una persona che, se vuole, può parlare del passato per ore. Non rinnego ciò che ho fatto: sono contento di aver portato Mattarella al Quirinale, Draghi a Palazzo a Chigi e di aver fatto nascere il Conte 2 quando, nell’estate del 2019, sembrava che alla guida del Paese ci dovesse andare Matteo Salvini con il mojito. Ma la questione di fondo che oggi noi abbiamo è il futuro». Più una speranza la sua mentre non risparmia le solite critiche a Giorgia Meloni. «Ci ha detto per anni di essere il ponte tra Italia e Usa e questo ponte è bruciato. Donald Trump ne combina una più di Bertoldo, quindi è evidente che quando Meloni vede che solo il 15% degli italiani approva Trump, lei prende le distanze». Commenta confermando la linea poco chiara delle opposizioni: quando Meloni va d’accordo con Trump è sottomessa e quando non lo fa, agisce per ritorno elettorale. Tutto visto, tutto detto, tutto vecchio per il Rottamatore del Pd che non ce l’ha fatta.















