Il video dell'incontro tra il premier e il primo ministro indiano nella cornice di villa Pamphili per il vertice di oggi a Roma.
L'incontro tra Giorgia Meloni e Nerendra Modi durante il G7 a Borgo Egnazia del 14 giugno 2024 (Ansa)
L’incontro a Roma con il primo ministro indiano rafforza il partenariato strategico tra noi e Nuova Delhi.
Un incontro tra due leader ma anche tra due amici: oggi a Roma il primo ministro dell’India, Narendra Modi, è atteso prima al Quirinale, alle 10 per un colloquio con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, e poi a Villa Pamphilj, alle 11.30, dove rivedrà il presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
Si ricongiunge dunque il «Melodi team», per la gioia dei fan indiani della Meloni, che sui social sono tra i più entusiasti sostenitori della Meloni. La visita in Italia del primo ministro indiano, spiegano fonti italiane, riveste particolare importanza nel quadro del consolidamento delle relazioni tra Italia e India e del rafforzamento del dialogo politico tra li due Paesi. Si tratta della prima missione ufficiale a Roma di un primo ministro indiano negli ultimi 26 anni. Modi e Meloni vantano un rapporto, come dicevamo, non solo istituzionale, ma di solida amicizia. I due si sono incontrati ben sette volte in tre anni, consolidando sempre di più il partenariato strategico tra Roma e Nuova Delhi. Grazie all’avvio del Partenariato Strategico Italia-India nel 2023 e al successivo lancio del Piano d’azione strategico congiunto 2025-2029, il dialogo politico tra Italia e India ha raggiunto un livello di intensità senza precedenti, favorendo un significativo ampliamento della cooperazione bilaterale in numerosi ambiti strategici.
La collaborazione si estende oggi dalla difesa alla ricerca scientifica, dal commercio agli investimenti, fino allo sviluppo di un’Intelligenza artificiale umanocentrica, nonché al contrasto del terrorismo e del traffico di esseri umani.
Nel corso del loro incontro, Modi e la Meloni adotteranno una Dichiarazione congiunta che eleverà le relazioni tra Italia e India al rango di Partenariato Strategico Speciale. Il documento individua nuove e ambiziose direttrici di cooperazione bilaterale, rafforzando ulteriormente il quadro del partenariato tra i due Stati.
Tra i principali obiettivi figurano l’istituzionalizzazione di incontri annuali a livello di capi di governo; l’impegno congiunto a raggiungere entro il 2029 un volume di interscambio commerciale pari a 20 miliardi di euro, anche attraverso la valorizzazione del potenziale dell’accordo di libero scambio tra Unione europea e India; il lancio dell’anno della Cultura e del Turismo Italia-India 2027; nonché il rafforzamento dell’iniziativa Innovit India, finalizzata a promuovere il dialogo tra i rispettivi ecosistemi dell’innovazione. I due leader parteciperanno, inoltre, a un pranzo di lavoro con i vertici di importanti gruppi industriali italiani e indiani, nel corso del quale sarà promosso uno scambio di vedute sulle migliori modalità per rafforzare ulteriormente la cooperazione economica, commerciale e nel settore degli investimenti.
Infine, assisteranno alla firma di una serie di intese nei settori del trasporto marittimo, dell’agricoltura, dell’istruzione superiore, dei minerali critici, della cooperazione museale e del contrasto ai reati economico-finanziari. La «relazione speciale» tra Italia e India è, come è evidente, di estrema importanza per il nostro Paese, considerato che la stessa India è ormai una protagonista assoluta dello scacchiere mondiale, una superpotenza economica di primissimo piano con un ruolo centrale in tutte le dinamiche planetarie.
Incessante l’attività del governo sul fronte della diplomazia internazionale: ieri a Palazzo Chigi si sono riuniti i rappresentanti di Italia, Libia, Qatar e Turchia per fare il punto sui seguiti del vertice di Istanbul del 1° agosto 2025. Nel corso della riunione, spiegano fonti di Palazzo Chigi, sono stati esaminati i risultati del lavoro condotto fino ad ora e concordati i prossimi passi per l'avvio di un progetto pilota per una sala operativa congiunta a Tripoli a sostegno delle Autorità libiche nella gestione dei flussi migratori irregolari. Per l’Italia era presente il consigliere diplomatico del presidente del Consiglio, ambasciatore Fabrizio Saggio.
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2026-05-18
La sinistra approfitta del blocco alla Flotilla per tacere su Modena e attaccare la Meloni
L'abbordaggio di una nave della Flotilla da parte dell'Idf (Ansa)
- Tajani condanna Gerusalemme e chiede il rilascio degli italiani della Flotilla. Ma a Pd, Avs e M5s non basta. Corteo Usb con sfregio a Crosetto.
- Convoglio intercettato al largo di Cipro. La barca con a bordo il pentastellato Carotenuto cambia rotta e si dirige in Egitto.
Lo speciale contiene due articoli.
Che quella della Global Sumud Flotilla sia una missione politica e non umanitaria è ormai certezza. Lo dicono gli stessi attivisti, lo dimostrano i cortei pro Pal a sostegno delle imbarcazioni con le foto del presidente del Consiglio Giorgia Meloni a testa in giù o persino imbrattate o bruciate. E infine lo si evince dai fiumi di comunicati battuti dalle opposizioni nelle ultime ore dopo il fermo delle navi da parte dell’Idf, l’esercito israeliano. «Stiamo seguendo la vicenda da questa notte con la nostra ambasciata a Tel Aviv, con il nostro consolato, con l’ambasciata italiana a Cipro. Abbiamo già mandato i nostri messaggi. Chiediamo e abbiamo chiesto che venissero comunque tutelati i nostri concittadini, liberati il prima possibile così come è accaduto per l’episodio di qualche settimana fa» ha dichiarato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, dimostrando di intervenire prontamente anche in questa ennesima occasione. E poi severo, non ha mancato di commentare l’azione di Israele: «Abbiamo mandato un messaggio chiaro a Israele: devono fare in modo di rispettare le regole e il diritto internazionale». Già al mattino il vicepremier aveva chiesto all’Unità di crisi, alle ambasciate d’Italia a Tel Aviv, Ankara e Nicosia di effettuare tutti i passi necessari «per tutelare l’incolumità degli italiani e assisterli in caso di sbarco». Dodici le persone fermate dei 35 connazionali imbarcati e come sempre accaduto, lo Stato si è messo in moto per tutelarli. Insomma tanto lavoro per una missione che mette in pericolo la sicurezza di molte persone con il solo fine di innescare un moto di proteste da parte delle opposizioni contro il governo italiano.
Così anche questa volta: il copione è già scritto. A cominciare dalla segretaria del Partito democratico Elly Schlein. «Il nuovo attacco contro la Flotilla rappresenta l’ennesimo atto di pirateria in acque internazionali del governo israeliano. Il governo italiano e l’Unione europea devono lavorare con ogni canale per la liberazione immediata di tutti gli attivisti sequestrati, che non devono essere portati in Israele. E devono lavorare anche per sbloccare tutti gli aiuti umanitari necessari ai palestinesi, che non stanno arrivando. Ma ricordiamolo ancora una volta: non bastano le parole, se non arriveranno sanzioni vere, il governo israeliano continuerà a violare il diritto internazionale con un inaccettabile senso di impunità». Il più scatenato è Nicola Fratoianni, leader di Alleanza Verdi Sinistra, che parla persino di «atto di terrorismo internazionale». Parole che per chi il terrorismo lo conosce davvero, come il popolo ebraico, risultano rivoltanti. «Israele abbordando la flottiglia conferma il suo disprezzo nei confronti del diritto internazionale» ha proseguito Fratoianni, «non basta una blanda condanna, serve che il governo italiano si attivi subito per garantire l’incolumità degli equipaggi».
Non mancano tre le decine di comunicati, anche quelle del Movimento 5 stelle che ha uno dei suoi esponenti a bordo, il parlamentare Dario Carotenuto. «Il governo italiano, mostrando ancora una volta mancanza totale di dignità e coraggio, non condanna l’ennesimo atto illegale di pirateria condotto da Israele» denunciano i deputati e i senatori del M5s. «Tajani si è limitato a chiedere garanzie sull’incolumità dei nostri concittadini, tacendo su tutto il resto e quindi implicitamente approvando l’azione criminale di Israele». E poi immancabile il commento dell’ex presidente della Camera Laura Boldrini, oggi parlamentare del Pd che però se la prende con l’Unione europea: «L’Ue tace, quindi acconsente. Non è accettabile che il governo israeliano goda di totale impunità qualsiasi cosa faccia contro chiunque la faccia e ovunque la faccia. Netanyahu e il suo governo vanno fermati con tutti i mezzi economici, diplomatici e politici».
E mentre si levavano le proteste delle opposizioni che invocano il rispetto del diritto internazionale, a Milano durante il corteo a sostegno della Flotilla, sfilavano cartelli con la bandiera di Israele, il simbolo della Nato e le immagini di Giorgia Meloni e del ministro della Difesa Guido Crosetto imbrattati con vernice rossa. Dal palco gli organizzatori hanno detto: «Contro le barbarie, contro questo impero, la resistenza è l’unica cosa che ci può salvare. Resistenza è Palestina, è Libano, è Iran».
Il corteo era organizzato per lo sciopero generale indetto della Usb in solidarietà alla Flotilla. «Sciopero generale. Nemmeno un chiodo per il genocidio. Insorgiamo, resistiamo, blocchiamo tutto. Rompere ogni rapporto con il sionismo» si leggeva su uno striscione mentre si scandivano slogan contro Meloni, il governo italiano e il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Per quello che è successo a Modena, per le novità emerse, invece, piazze vuote e zero comunicati dalle opposizioni. Le missioni dei fricchettoni pro Pal sembrano essere l’unica priorità di questa sinistra.
Nel blitz di Israele fermati 12 nostri connazionali
Ieri le forze speciali israeliane hanno fermato e preso il controllo di parte della Global Sumud Flotilla, il convoglio navale partito dalla Turchia con l’obiettivo dichiarato di raggiungere la Striscia di Gaza. L’operazione è avvenuta al largo di Cipro e ha coinvolto decine di imbarcazioni con a bordo centinaia di attivisti filopalestinesi. A quanto si apprende, sono 12 gli italiani intercettati nell’operazione dell’Idf contro la Flotilla, sui 35 connazionali presenti su 21 imbarcazioni. Secondo quanto mostrato dalle dirette streaming diffuse dagli organizzatori, i militari dell’Idf sono saliti a bordo delle navi in assetto tattico mentre gli attivisti, indossando giubbotti di salvataggio, alzavano le mani in segno di resa. Dettaglio non secondario è il fatto che in molti casi si tratta di persone che si sono imbarcate per la seconda o terza volta. Insomma, si tratta di professionisti ormai rodati.
Israele ha scelto di bloccare la flottiglia lontano dalle coste di Gaza, replicando uno schema già adottato in passato contro convogli diretti verso l’enclave palestinese. Gli attivisti fermati sono stati trasferiti su una nave utilizzata come centro di detenzione temporaneo in mare, in attesa del successivo trasferimento nel porto israeliano di Ashdod. Alcune imbarcazioni, però, continuavano ancora a trasmettere immagini in diretta mentre l’operazione era in corso. Nei filmati pubblicati online si vedono diversi attivisti gettare i telefoni cellulari in acqua poco prima dell’abbordaggio da parte delle unità israeliane armate. Alla missione avrebbero preso parte circa 50 barche e almeno 500 persone provenienti da diversi Paesi, Italia compresa. L’agenzia di stampa statale turca ha riferito che i responsabili della spedizione avevano perso i contatti con almeno 23 imbarcazioni dopo l’intervento della marina israeliana. Secondo fonti della sicurezza di Gerusalemme, l’obiettivo iniziale non era sequestrare l’intera flottiglia, ma concentrarsi sulle circa venti navi considerate principali, nella convinzione che le altre avrebbero invertito la rotta una volta compreso che l’operazione israeliana era in corso. Alcune delle imbarcazioni sono riuscite a evitare l’intercettazione israeliana e si stanno dirigendo verso l’Egitto. La decisione, presa dagli organizzatori della Global Sumud Flotilla, sarebbe servita a consentire alle barche ancora operative di riorganizzarsi prima delle prossime iniziative. Tra le navi dirette verso le coste egiziane c’è anche quella su cui si trova il deputato del Movimento 5 stelle Dario Carotenuto, unico esponente politico italiano presente nella spedizione.
Una portavoce della flottiglia, intervistata dall’emittente qatariota Al-Araby, ha confermato di aver perso i collegamenti con gran parte delle imbarcazioni fermate. «Ci aspettavamo che Israele intervenisse per impedire alla flottiglia di raggiungere Gaza», ha dichiarato, accusando lo Stato ebraico di «violazione del diritto marittimo internazionale» e di «pirateria contro navi civili». Prima dell’operazione, il ministero degli Esteri israeliano aveva definito la flottiglia una «provocazione politica» più che una reale missione umanitaria, sostenendo che il convoglio avesse l’obiettivo di favorire Hamas sul piano mediatico e politico. Nel comunicato venivano citati anche i gruppi turchi Mavi Marmara e Ihh, quest’ultimo considerato da Israele un’organizzazione terroristica. Tel Aviv ha ribadito che non consentirà violazioni del blocco navale su Gaza e aveva avvertito del rischio di possibili tensioni durante gli abbordaggi. Israele aveva inoltre tentato, senza successo, di fermare la missione attraverso pressioni diplomatiche sulla Turchia. Nelle settimane precedenti la marina israeliana aveva già bloccato un’altra flottiglia vicino a Creta e, secondo fonti della sicurezza, questa volta i partecipanti fermati potrebbero restare detenuti più a lungo.
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Giorgia Meloni (Ansa)
Lettera del premier alla Von der Leyen: «La clausola non valga solo per la Difesa». Niet di Bruxelles.
Giorgia Meloni chiede formalmente alla Commissione Ue di estendere anche alle spese per fronteggiare la crisi energetica la possibilità di derogare ai vincoli del Patto di stabilità. Altrimenti, argomenta il presidente del Consiglio, «sarebbe molto difficile per il governo spiegare all’opinione pubblica» la scelta di destinare soldi all’acquisto di armi, mentre mancano risorse per alleviare il peso delle bollette o abbassare il prezzo della benzina.
La posizione del governo italiano era nota da tempo, ma ieri la Meloni ha compiuto un passo ufficiale inviando una lettera al presidente della Commissione, Ursula von der Leyen. «L’Italia ritiene necessario estendere temporaneamente il campo di applicazione della National escape clause già prevista per le spese di difesa anche agli investimenti e alle misure straordinarie necessarie per fronteggiare la crisi energetica, senza modificarne i limiti massimi di scostamento già previsti», si legge nella missiva. «In assenza di questa necessaria coerenza politica, sarebbe molto difficile per il governo spiegare all’opinione pubblica un eventuale ricorso al programma Safe alle condizioni attualmente previste». Il riferimento è al piano di prestiti Ue per gli investimenti nella Difesa.
Una prima risposta è arrivata in serata da un portavoce della Commissione, Olof Gill: «La posizione della Commissione non è cambiata. Abbiamo presentato agli Stati membri una gamma di opzioni a loro disposizione per affrontare l’attuale crisi energetica» e tra queste non c’è la clausola di salvaguardia. Ma la chiusura non è netta: «Osserviamo l’evoluzione della situazione».
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Oltre alla legge è necessario allargare il consenso sulla necessità di un mix con il green.
Lo scorso 13 maggio Giorgia Meloni ha annunciato in Senato che entro l’estate verranno avviati i decreti attuativi, basati sull’approvazione di una legge delega in fase di esame parlamentare, e completato il quadro giuridico necessario alla ripresa della produzione di energia nucleare in Italia, probabilmente entro il 2026 come auspicato/previsto dal ministro per l’Energia. Finalmente l’Italia sta accelerando il ritorno al nucleare.
Il mio «finalmente» è dovuto sia alla necessità di ridurre i costi dell’energia in Italia -superiori dal 10 al 30% a quelli in altre nazioni europee -che sono causa di gap competitivo per il sistema industriale residente, sia alla necessità di ridurre la dipendenza dall’importazione di gas e petrolio fossili che genera vulnerabilità geoeconomiche/geopolitiche. Tale accelerazione non porterà risultati immediati di riduzione delle bollette, ma promette una forte competitività ed autonomia energetica entro il 2050 che sarà avvertibile già nel decennio 2030-40. Avendo come oggetto delle mie attività di ricerca la scenaristica sia previsiva sia strategica, ho chiesto al gruppo di ricerca che coordino di attivare un’analisi sul governo di tale profezia affinché diventi possibile estrarre valori finanziari, politici e tecnologici dal futuro per usarli nel presente. Il metodo si chiama analisi della retroazione dal futuro (feedforward).
Il punto più delicato è il consenso interno, a due livelli. Primo, la paura di incidenti nucleari è annullata dalla nuova tecnologia dei piccoli reattori modulari a sicurezza intrinseca (Smr) se questa viene ben spiegata dai produttori. I sondaggi già mostrano un notevole consenso per il nuovo mininucleare, ma è importante consolidarlo via comunicazione/divulgazione scientifica appropriata. Secondo, è già osservabile una reazione ostile al nucleare, pur di minoranza, da parte di chi ritiene sufficiente espandere l’energia solare ed eolica, nonché geotermica, perché tecnologie già esistenti ad applicabilità immediata. In questo caso va esplicitata una formula strategica basata sul mix tra fonti intermittenti/discontinue (come il solare e l’eolico) e nucleare che è continuo e non dipendente dalla variabilità meteo.
Ora la fonte continua è assicurata da combustibili fossili per lo più importati e quindi il nuovo nucleare ha il compito di sostituirli gradualmente per la produzione di elettricità rendendola più ambientalmente pulita ed economicamente meno pericolosa. Personalmente ho molta attenzione sulla generazione idroelettrica, sull’energia geotermica e su nuove tecnologie di produzione energetica delle maree e ipotizzo aumenti dell’elettricità a basso costo da queste fonti. Ma ciò non cambia la necessità del nuovo mininucleare a fissione perché le fonti citate tendono ad essere locali e non diffuse. In sintesi, il buongoverno della profezia di autonomia energetica a basso costo si basa, oltre che sulla giusta comunicazione del nuovo mininucleare, sull’aggiornamento continuo di una formula mixata tra diverse fonti energetiche, ciascuna caratterizzata come complementare. In tal senso la critica al nucleare dai proponenti del solare e simili è infondata con un odore sgradevole di ideologismo: il realismo non vede il conflitto tra energia nucleare e non, ma la loro integrazione complementare.
Tale enfasi sul mix energetico con crescita nel tempo delle fonti nucleari ha un motivo già prevedibile da dati iniziali: l’aumento nel futuro della domanda di energia elettrica a causa del numero crescente di centri dati che forniscono prodotti di intelligenza artificiale e simili. Personalmente inserirei anche l’aumento della domanda di energia elettrica per dissalatori, microclimatizzazione diffusa di ambienti chiusi, ecc. Ed anche per mobilità elettrica.
In questa bozza di scenario non c’è ancora un calcolo di quando sarà possibile ottenere la produzione da centrali a fusione nucleare, pur in accelerazione la ricerca: già entro il 2040 i primi impianti o dopo? Ma i dati disponibili mostrano che una diffusione il più rapida possibile del mininucleare a fissione è comunque un fattore di efficienza e sicurezza inevitabile nel prossimo trentennio. Anche per vantaggi ambientali di una decarbonizzazione non depressiva, della possibilità di costruire in serie (catena di montaggio) le minicentrali riducendone i costi e, soprattutto, di usare scorie radioattive esauste rigenerandole come combustibile attivo entro alcune tipologie delle minicentrali stesse. Inoltre, queste possono essere miniaturizzate (sotto i 2 ettari di spazio comprese le appendici).
La riduzione delle importazioni di gas e petrolio pone problemi? Sarà graduale per alcuni decenni permettendo una gestione (geo)politica della transizione, valutando come il ciclo dell’importazione di gas, in particolare, possa e debba essere ridotto. Così come la sostituzione del petrolio con combustibili sintetici o bio per la persistenza di motori termici, per esempio grandi camion. In conclusione, c’è tantissima ricerca da fare per le valutazioni di uno scenario molto mobile. Ma la più urgente è la zonazione (permessi, vincoli e connessioni in rete) per dove mettere più minicentrali nucleari a fissione sul territorio e così permettere il montaggio di investimenti industriali/finanziari privati. Il destino economico dell’Italia dipende da quanto consenso ci sarà sul ritorno all’energia nucleare.
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