eutanasia

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È ripartito il treno della legalizzazione per il suicidio medicalmente assistito
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Fornire una regolarizzazione significa normalizzare la possibilità di ammazzarsi.

Purtroppo, in questi ultimi giorni, è ripartito l’assurdo treno della legalizzazione del suicidio attraverso assistenza medica, con la garanzia dello Stato. C’è da rimanere senza parole di fronte all’idea che si possa pensare di rendere legale - quindi, protetto dal diritto, da una legge ad hoc - un evento sempre tragico come il suicidio.

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Bertolaso fa da solo. C’è il protocollo per la morte assistita. Rabbia in Consiglio
Guido Bertolaso (Ansa)
Diffuse le bozze del Welfare lombardo: il sistema regionale deve «farsi carico» del percorso letale. Fdi, Lega e Fi: errore.

Si chiama «Indicazioni procedurali del sistema sanitario regionale in materia di morte medicalmente assistita» ed è il protocollo approntato dal gruppo di lavoro scelto dall’assessore al Welfare della regione Lombardia, Guido Bertolaso. Come da lui stesso anticipato al Corriere della Sera, è di prossima entrata in vigore. E ieri ha riaperto un tema piuttosto rilevante in maggioranza al Pirellone, proprio nel giorno in cui si riaccende la discussione parlamentare sul fine vita, che arriverà in Senato il prossimo 3 giugno.

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Dopo gli spot per la «morte dolce» ora anche i sani vogliono l’eutanasia
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Una donna inglese ha scelto il suicidio assistito in Svizzera a causa del dolore dovuto alla perdita del figlio. È il risultato di una propaganda che ha normalizzato il fine vita con casi estremi dal forte impatto emotivo.

Wendy Duffy, 56 anni, ex operatrice socio-sanitaria britannica delle West Midlands, è il primo o comunque il più clamoroso caso occidentale di eutanasia per crepacuore. Questa donna ha scelto il suicidio assistito non perché malata terminale o disabile grave vessata da un dolore continuo e costante.

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La giovane Noelia muore di eutanasia. Ignorati i disordini psichici e il papà
Noelia (iStock)
La venticinquenne iberica, psichiatrica e vittima di violenze sessuali, cerca di suicidarsi ma resta paralizzata alle gambe. Quando chiede la «dolce morte», il padre si oppone. Ma per i giudici era nel pieno delle facoltà.

Noelia Castillo Ramos è morta ieri a 25 anni per eutanasia. La sua storia è un ritratto angosciante dell’Occidente di oggi, anche se per lei ormai non fa molta differenza. È la storia di una bambina di Barcellona devastata dal divorzio dei suoi genitori, che viene tolta alla famiglia e collocata in una casa protetta.

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Ecco il primo vero suicidio di Stato. Giudici e Cnr forniscono l’«arma»
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Fa scalpore il caso di «Libera», la donna di Firenze che ha fatto ricorso alla morte assistita attraverso un dispositivo creato appositamente dall’ente scientifico. Il tutto nella Regione della legge sull’eutanasia.

Il suicidio assistito in Italia ora è a quota 14, ma quello consumatosi ieri ha un sapore drammaticamente particolare essendo la prima vera morte di Stato, la prima cioè che abbia coinvolto tutti gli ambiti istituzionali: quello legislativo, quello sanitario, quello giudiziario e quello scientifico. Per rendersene conto non resta che ripercorrere la vicenda della protagonista di questa morte on demand, vale a dire «Libera», nome di fantasia di una toscana di 55 anni affetta da sclerosi multipla e paralizzata dal collo in giù. La signora aveva iniziato la sua battaglia nel marzo del 2024 quando - sulla scorta della sentenza della Consulta n. 242 del 2019, nota anche come «sentenza Cappato» sulla non punibilità per chi agevoli il suicidio assistito - aveva fatto richiesta alla Usl Toscana Nord Ovest per la verifica della sussistenza dei requisiti per accedere alla procedura.

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