eutanasia

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Dopo gli spot per la «morte dolce» ora anche i sani vogliono l’eutanasia
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Una donna inglese ha scelto il suicidio assistito in Svizzera a causa del dolore dovuto alla perdita del figlio. È il risultato di una propaganda che ha normalizzato il fine vita con casi estremi dal forte impatto emotivo.

Wendy Duffy, 56 anni, ex operatrice socio-sanitaria britannica delle West Midlands, è il primo o comunque il più clamoroso caso occidentale di eutanasia per crepacuore. Questa donna ha scelto il suicidio assistito non perché malata terminale o disabile grave vessata da un dolore continuo e costante.

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La giovane Noelia muore di eutanasia. Ignorati i disordini psichici e il papà
Noelia (iStock)
La venticinquenne iberica, psichiatrica e vittima di violenze sessuali, cerca di suicidarsi ma resta paralizzata alle gambe. Quando chiede la «dolce morte», il padre si oppone. Ma per i giudici era nel pieno delle facoltà.

Noelia Castillo Ramos è morta ieri a 25 anni per eutanasia. La sua storia è un ritratto angosciante dell’Occidente di oggi, anche se per lei ormai non fa molta differenza. È la storia di una bambina di Barcellona devastata dal divorzio dei suoi genitori, che viene tolta alla famiglia e collocata in una casa protetta.

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Ecco il primo vero suicidio di Stato. Giudici e Cnr forniscono l’«arma»
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Fa scalpore il caso di «Libera», la donna di Firenze che ha fatto ricorso alla morte assistita attraverso un dispositivo creato appositamente dall’ente scientifico. Il tutto nella Regione della legge sull’eutanasia.

Il suicidio assistito in Italia ora è a quota 14, ma quello consumatosi ieri ha un sapore drammaticamente particolare essendo la prima vera morte di Stato, la prima cioè che abbia coinvolto tutti gli ambiti istituzionali: quello legislativo, quello sanitario, quello giudiziario e quello scientifico. Per rendersene conto non resta che ripercorrere la vicenda della protagonista di questa morte on demand, vale a dire «Libera», nome di fantasia di una toscana di 55 anni affetta da sclerosi multipla e paralizzata dal collo in giù. La signora aveva iniziato la sua battaglia nel marzo del 2024 quando - sulla scorta della sentenza della Consulta n. 242 del 2019, nota anche come «sentenza Cappato» sulla non punibilità per chi agevoli il suicidio assistito - aveva fatto richiesta alla Usl Toscana Nord Ovest per la verifica della sussistenza dei requisiti per accedere alla procedura.

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L’eutanasia accentuerà il nostro declino
Ansa
Di suicidio assistito parlano le civiltà anziane, dove la perdita di fede e la solitudine rendono il dolore insensato, quindi insopportabile. Legalizzarlo non dà libertà di scelta, ma suggerisce subdolamente a malati e parenti che la via più «razionale» è interrompere le cure.
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La Francia vuole punire con il carcere chi dissuade i malati dall’eutanasia
Ansa
Nuovo ok (non definitivo) all’«aiuto attivo a morire». E spunta un emendamento contro chi osa fare propaganda per la vita.
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